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NUMERO 1 2021

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A B I TA R E V I V E R E

Moreno Cedroni

Massimo Bonini

Enio Ottaviani Vini e Vigneti

Gianluca Salcini

Una cucina emozionale e d’avanguardia

Azienda leader in accessori di alta moda

Il racconto di Davide e Massimo Lorenzi

Il padre dell’iconica bottiglia di latta


urbanhub.it


AV ABITARE VIVERE è una rivista di Urban Hub in distribuzione gratuita AV Abitare Vivere TM by Business Solutions S.r.l. Rivista registrata presso il Tribunale di Forlì Direttore Responsabile: Francesca Ricci Fotografie: Claudia D’Elia Impaginazione: Beatrice Soncini Direzione e Amministrazione: Viale G. Oberdan 184, 47521 Cesena Numero 1 2021 Chiuso per la stampa il 18/12/2020 Stampa: Tecnostampa s.r.l. - Loreto (AN) Contatti: tel. 0547 20587 - info@abitarevivere.it In copertina: il Dado di Enio Ottaviani Vini e Vigneti


Ricerca Desidero dedicare questo numero a quella forza che spinge il mondo ad affrontare nuove sfide: la Ricerca. Ho incontrato per voi Alice Tamburini, un’artista che nelle sue opere indaga la donna facendone emergere la parte più animale e nascosta. Mi sono recata alla “Madonnina del Pescatore”, ristorante due stelle Michelin di Senigallia, per intervistare Moreno Cedroni, chef precursore di una cucina emozionale e d’avanguardia. In un bellissimo contesto del 1600 ho potuto chiacchierare con Sabrina Scarpellini, co-founder di Massimo Bonini, azienda leader nella fornitura di accessori di alta moda e trampolino di lancio per stilisti emergenti. Sono diventata frequentatrice assidua di Enio Ottaviani Vini e Vigneti a San Clemente di Rimini, cantina del cuore in cui ogni anno Davide Lorenzi ricerca la combinazione migliore per un vino perfetto. Tante risate e commozione con Mirco Giovannini, stilista originario di San Giovanni in Marignano che, da stagista rimproverato è diventato simbolo della maglieria di lusso fino a essere conside-

rato il dopo Alaïa. In un pomeriggio di pioggia ho intervistato Alessandra e Giacomo, una giovane coppia di imprenditori cesenaticensi che hanno saputo trasformare lo storico ristorante dei nonni nella Locanda Remare, luogo in cui il lusso informale incontra il gourmet romagnolo. Ho ascoltato la storia di Cristina Zanni, interior designer santarcangiolese nonché “madre” di Mina, Tina, Ava, Lola e Gina... le sue sedie LalaBonBon. Ho conosciuto Gianluca Salcini, imprenditore viterbese che, presentandomi la sua iconica bottiglia di latta nera, mi svela un sogno: trasformare l’azienda di famiglia in un luogo ricco di ricordi da custodire e tramandare. Infine, ma non per importanza, ho avuto il piacere di scoprire Bolé Wine, il primo “Novebolle”, dal racconto di Nicole Poggi, brand strategist e titolare di “Route ‘n Roots” che in modo spumeggiante mi presenta una regione che è molto più di un territorio; la Romagna. Francesca Ricci


Alice Tamburini pag.

Moreno Cedroni pag.

Massimo Bonini pag.

Enio Ottaviani Vini e Vigneti

pag.

Mirco Giovannini pag.

Locanda Remare pag.

Cristina Zanni pag.

Azienda Agricola Salcini pag.

BolĂŠ Wine pag.

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Alice Tamburini

Intervista ad Alice Tamburini, Donna con la D maiuscola, che nelle sue opere riversa tutto l’amore per la pittura e il mondo femminile.


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A

lice Tamburini mi accoglie nella sua tana - come ama definirla lei - in via Assano a Cesena, un luogo quasi magico, culla di artisti e mercatini di antiquariato di giorno che di sera prende nuova vita sulle note dei musicisti che la popolano. Mi sorprende subito; un quartiere che, pur essendo a un passo dal centro della città, fino a quel giorno era a me sconosciuto. Iniziamo a chiacchierare e immediatamente rimango stupita da ciò che mi rivela: “Ho 50 anni”. Io incredula. Non lo avrei mai detto ma Alice sostiene ironicamente che siano i suoi vizi e le sue virtù a tenerla in forma: “Quando cambierò stile di vita mi verrà un crepo” mi confessa ripetere agli amici. Inizia a raccontarmi perché è diventata pittrice: “Ho deciso di diventare pittrice all'età di 5 anni. Un giorno mia madre mi portò alla mostra di un’artista cesenate, Maria Pasini Morigi e sono rimasta così affascinata dalla sua esposizione che desiderai portarle alcuni miei disegni per poterli esporre insieme ai suoi.” Non ci credo, a soli 5 anni? E lei cosa ti rispose? “Lei fu gentilissima, li espose e il giorno dopo mi disse che erano stati apprezzatissimi. E fu in quel momento che decisi sarei diventata una pittrice. Poi, qualche anno fa, l’ho incontrata per caso mentre tenevo una mostra a Forlì e, dopo tanto tempo che non la rivedevo, l’ho ringraziata infinitamente per quell’episodio che ha determinato la mia vita.”

Che bel momento! Ma dimmi un po’, che studi hai fatto? “Ho frequentato l’Istituto d’Arte, l’Accademia dell’Affresco e poi l’Accademia delle Belle Arti a Bologna dove ho incontrato il mio insegnante Enrico Lombardi, il mio Maestro, una presenza costante alle mie mostre, che tutt’ora scrive per me e fa critiche molto costruttive.” Poi inizia a raccontarmi la sua avventura: “Ho avuto il mio primo studio a 17 anni, vicino al teatro Petrella, durante i suoi anni d’oro. Avere la possibilità di un luogo tutto per me è stato fondamentale perché un artista non può non avere un luogo, una tana tutta sua, dove essere sé stesso in tutte le proprie sfaccettature. Poi mi sono trasferita nel vecchio essiccatoio di Gambettola continua - e lì, Francesco Bocchini, mi ha lasciato il suo studio. Un luogo enorme, bellissimo.” Ma arriviamo a oggi, come sei giunta qua? “Ora sono qua da quasi 6 anni. Mi ha contattata un mio amico; Marcantonio (eccolo, di nuovo lui: è stato nostro ospite nella prima uscita di AV) e questo luogo mi è comodissimo poiché è vicino a casa e ciò mi consente di venirci in qualsiasi ora del giorno e della notte. La pittura per me è sempre stata un’esigenza, una sopravvivenza alla vita e alle cose. Per tanti anni ho dipinto più per me stessa che per altro. Credo che le cose mi siano sempre un po’ capitate - mi dice facendo riferimento ai vari premi che ha ricevuto, come per esempio quello della Biennale di Arte Roma-


gnola - perché io dipingevo come valvola di sfogo, semplicemente per esprimere chi ero.” Alice continua dicendomi che i suoi sono quadri “urlati” e le chiedo il perché. “A me piace dipingere cercando di cogliere l’attimo, quello indicibile, quello buio di ciascuno di noi. Mescolo tantissimi colori, anche quelli incompatibili tra loro che, magari, creano un errore. Ed è proprio nell’errore che ritrovo l’elemento fondamentale. Non utilizzo disegni preparatori ma intervengo direttamente su tela, legno e carta con la tecnica della sottrazione.” Mi spiega meglio questa tecnica. “Metto dei colori modellandoli con degli stracci, creando forme senza pennelli. Smalti, olii, acrilici; c’è un po’ di tutto, uso materiali e metodi differenti.” Sorride e inizia ad aprirsi raccontandomi più a fondo le sue opere: “Le mie opere rappresentano un po’ il diario della mia vita. Non uso persone, non faccio ritratti. Parto sempre da un paio di occhi asimmetrici che, come puoi notare, uno ti guarda e l’altro, invece, punta altrove.” Ora mi racconta una cosa a dir poco originale: “L’anno scorso ho realizzato una composizione di 36 quadri, venne esposta con me sdraiata sotto e i bambini con i genitori che si divertivano a girare i vari quadretti. Voci di mamme intorno dicevano “non toccare!” e invece la mia curatrice li esortava: “toccate, fate pure!”. Questo è stato l’inizio di un approccio diverso anche con chi guarda, creando uno scambio empatico con i miei spettatori.” Ma tu, oltre alla pittura, ti sei dedicata anche ad altri lavori? “Inizialmente mi dedicai solo alla pittura poi, però, non mi è stato più possibile perché fare solo questo è emotivamente troppo. Quando dipingo perdo la dimensione del tempo e mi ritrovo

sempre e solo a fare i conti con me stessa, come in un viaggio introspettivo. E invece ho anche bisogno del sociale. Per questo ho un locale a Cesenatico che si chiama l’Approdo. Lavorare con la gente mi piace perché mi fa svagare e, in un qualche modo, mi riempie. Ascolto, conosco storie e mi arricchisco. Altrimenti, dopo un po’, stando soli, si rischia di diventare aridi.” Hai una famiglia, dei figli? “Ho 3 figli e, a volte, facciamo anche dei progetti insieme. Pensa che tre anni fa con la mia secondogenita, Anita, abbiamo collaborato in una performance nelle piazze. Siamo partite da Lucca, città che adoro, arrivando fino a Barcellona.” Incredibile penso, anzi lo dico proprio. Ma che cosa facevate in giro per l’Europa? “Usavo il suo corpo come fosse una tela. La dipingevo e poi osservavo le reazioni delle persone che ci guardavano.” Continua a raccontarmi e io concentrata, in silenzio, ad ascoltare. “Invece l’altra mia figlia, Rachele, la più grande, scrive. Anche con lei ci sono state delle collaborazioni: io esponevo e lei sotto a ogni mio quadro raccontava una storia, un testo scritto appositamente per quell’opera.” Quando sono ormai giunta alla conclusione le pongo un’ultima domanda, immancabile per un’artista. Alice, qual è il tuo colore preferito? “È quella specie di azzurro che ritrovi in tutti i miei quadri - mi risponde prontamente - un azzurro mischiato a terra di Cassel. Per me è bellissimo dipingere una donna indagando e facendo emergere la sua parte più animale, trasgressiva; il mondo sommerso di ognuno di noi.”


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A me piace dipingere cercando di cogliere l’attimo, quello indicibile, quello buio di ciascuno di noi. Mescolo tantissimi colori, anche quelli incompatibili tra loro che, magari, creano un errore. Ed è proprio nell’errore che ritrovo l’elemento fondamentale.

Alice Tamburini


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Moreno Cedroni

L'incontro con Moreno Cedroni, chef a due Stelle Michelin che ci racconta la sua esperienza fatta di sapori ed emozioni, un viaggio con un’unica meta: la Ricerca che semplifica la vita.


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a cucina dello chef Moreno Cedroni nasce a “casa”. Quel luogo spesso dato per scontato e non sempre valorizzato fino a quando, aprendo la Madonnina del Pescatore, si è trovato a riscoprire i sapori della sua tradizione e a considerarsi un privilegiato. L’orto di famiglia con le primizie del territorio, proprio davanti al mare, e un patrimonio culturale e gastronomico capace di rendere così unica la sua cucina. Da qui è nata una storia, un continuo viaggio alla scoperta del mondo grazie alla sensibilità e alla maturità dei piatti ideati e proposti dallo chef. “Io sono nato nella casa qua a fianco (a fianco della Madonnina intende) e, a soli 20 anni, ho aperto questo ristorante. È stata una cosa casuale. Sono partito con una cucina come quella che proponevano tutti i ristoratori del lungomare: antipasti con le vongole, insalatine di mare, pesci alla griglia, spaghetti allo scoglio. I primi quattro anni gestivo la sala, ho studiato i vini e tutto quello che c’era da sapere al riguardo. Poi, verso i 25, mi sono spostato ai fornelli e oggi, dopo tanti anni, sono ancora lì. Ho cominciato ad appassionarmi alla cucina tanto da voler intraprendere un percorso di studi: ho frequentato numerosi corsi, sono stato in stage da Ferran Adrià (che, per chi non lo sapesse, è il padre della cucina molecolare) e poi, pian piano, una cosa ha tirato l’altra. Ma sempre senza alcuna forzatura! Oggi, dopo 36 anni, siamo arrivati a tutto questo: la giusta maturità, il giusto locale e il giusto staff; elementi che richiedono tanto tempo per essere messi a punto.”

Si guarda attorno e mi dice: “Questo locale è stato ristrutturato 20 anni fa; il colore del pavimento di un rosso inimitabile, le pareti e le sedie sono così dal 2001. Solo l’anno scorso abbiamo iniziato ad apportare qualche piccola modifica come eliminare le tovaglie e sostituire i tavoli con quelli in legno di cedro. Il ristorante è molto contemporaneo e, negli anni, si è un po’ alleggerito per rimanere al passo coi tempi. Nel 2001 l’illuminazione era a fibre ottiche, progettata direttamente da Swarowski. Oggi, invece, l’abbiamo sostituita con delle luci di Davide Groppi che rendono ogni tavolo un piccolo palcoscenico.” Il locale ha un’atmosfera magica, gli chiedo qual è il segreto. “Assume aspetti completamente diversi di giorno e di notte. Durante la giornata c’è la cornice del mare che ti catalizza, di notte, invece, l’atmosfera intima del tavolo che ti accoglie.” Continua a raccontarmi. “C’è un ingrediente che ci sfidiamo tra cuochi: è il piccione. Un cuoco si giudica da come prepara un piccione e, per questo, continuiamo a maturare la ricetta fino a quando non diventa ottimo (poi sarà il cliente che lo decide!). Il 2020 è stato anche l’anno della maturazione del pesce. Una sfida tutta nuova poiché di solito si crede che questa pietanza debba essere consumato appena pescato noi, invece, desideriamo dimostrare che non sempre è così.” Pensa che Gianluca Salcini, durante la sua intervista, ti ha definito l’inventore del pesce crudo. Perché? “Perché nel 2000 ho coniato il susci eliminando l’ “h” e sostituendola con la “c” e, al Clandestino, ho iniziato a proporre dei crudi differenti da quelli classici del mondo giapponese.


Ho spezzato la monotonia secondo cui il pesce crudo fosse buono accompagnato solo con salsa di soia, zenzero, wasabi e alga nori in Oriente e con aceto e limone in Occidente. Da quel momento al Clandestino è nata una scommessa: inventare ogni anno un menù nuovo, incuriosire tutti con la sua uscita e sperimentare a fondo il pesce crudo.” Quali sono i menù proposti alla Madonnina? “Alla Madonnina ci sono essenzialmente tre menù degustazione con un'intrigante scelta tra ricette "collaudate" e creazioni più recenti. Ricordi d’infanzia che prevede l’inserimento di piatti che erano stati scartati negli anni (anche se molto apprezzati), il menù Mariella, ispirato a mia moglie, con una prevalenza di pesce crudo e il menù Luca e Moreno (Luca è il sous chef) dove vengono inserite tutte le nostre nuove sperimentazioni. Con queste tre proposte il cliente è soddisfatto poiché trova sia novità che rassicurazione, in base a ciò che cerca.” Moreno, spiegami un po’: come si crea un menù? “Creare un menù è un lavoro complesso, richiede tempo, studio e ricerca. Il risultato deve essere un'esperienza che rimane nel cuore e nel gusto di chi la vive.” E i vini? “Ci sono diverse tipologie di abbinamenti; uno con vini regionali, un altro con vini nazionali e un ultimo con quelli che più ci piacciono ricercati nel mondo.” Stiamo giungendo alla fine dell’intervista, Moreno mi ha presentato il suo ristorante e il suo lavoro in modo magistrale. Ma ho ancora qualche curiosità.

Qual è un piatto al quale sei particolarmente affezionato? “Per quanto riguarda il pesce cucinato, il rombo è in assoluto il mio preferito mentre, per il crudo, prediligo la ricciola. Poi c'è l’olio extravergine che è parte fondamentale della mia cucina, un elemento di cui non potrei fare a meno.” Cosa mi dici di Anikò? “La Madonnina apre nel 1984, nel 2000 il Clandestino e nel 2003 prende vita il concetto di Anikò che segna l’inizio di una nuova fase, quella dello street food. Nasce come salumeria di pesce a Senigallia e il nome, dal dialetto locale, significa “fare un po’ tante cose”. Lì, infatti, proponevo salumi di pesce, ostriche, patanegra e quei panini che ai tempi non sapevo sarebbero diventati gourmet. Oggi, a distanza di 17 anni, Anikò è divenuto un concetto maturo con circa 10/12 piatti e cocktail abbinati. Per questo amo definirlo contenitore di desideri solidi e liquidi, cibo informale mangiato per strada.” Le Stelle Michelin, questo riconoscimento così importante, come le hai ottenute? “La prima Stella Michelin nel 1996, nel 1997 le tre forchette della guida omonima e, nel 2006, la seconda Stella. Quest’ultima me l’hanno assegnata non solo per il menù ma anche perchè alla Madonnina ci sono un’atmosfera, un’accoglienza e un insieme di situazioni che la contraddistinguono da tutti gli altri luoghi.” Concludo con una domanda secca, una particolarità che mi ha incuriosito fin dall'inizio. Ma “susci” senz’acca? Sorride. “Sì, diciamo che è stato il mio cavallo di battaglia. Mi sono permesso di fare un piccolo sgarbo al mondo orientale.”


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C’è un ingrediente che ci sfidiamo tra cuochi: è il piccione. Un cuoco si giudica da come prepara un piccione e, per questo, continuiamo a maturare la ricetta fino a quando non diventa ottimo.

Moreno Cedroni


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Massimo Bonini

Una chiacchierata con Sabrina Scarpellini, co-founder di Massimo Bonini, azienda leader nella fornitura di accessori di alta moda e trampolino di lancio per stilisti emergenti.


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abrina Scarpellini mi accoglie in un posto senza eguali: il grande showroom di Massimo Bonini che, in occasione del suo 30° anniversario, si è trasferito nella maestosa cornice di Palazzo Borromeo d’Adda, in via Manzoni 41 a Milano. Uno spazio di 1600 metri quadri dove, tra l’antico e il moderno, sono esposti gli accessori che riforniscono i negozi di lusso nel mondo. L’incontro con Sabrina mi lascia senza parole. Lei, con il suo aspetto così elegante e sofisticato, a capo di un’azienda tanto importante che in modo semplice e diretto mi racconta la sua esperienza di lavoro e di vita. Un’umiltà materna riconducibile alle sue origini, quelle di un piccolo contesto cittadino come Santarcangelo di Romagna. “Massimo Bonini è un’azienda nata negli anni ’80, nel momento in cui ci fu l’esplosione dei brand del prêt-à-porter, una realtà che da sempre si dedica al mondo degli accessori. Inizialmente trattavamo solo scarpe poi, col passare del tempo, abbiamo aggiunto anche le borse. Quando abbiamo cominciato non avevamo competitors sul mercato in quanto non esisteva uno showroom dedicato unicamente agli accessori e il nostro sogno, mio e di mio marito, era quello di crearne uno per offrire una scelta tanto esclusiva quanto particolare. Andavamo alla continua ricerca di stilisti originali e talentuosi del Made in Italy.

Così nacque il nostro primo showroom in via Montenapoleone, uno spazio piccolo che, negli anni, si è allargato sempre più di pari passo con l’aumentare della clientela, prima solo italiana poi, invece, proveniente da tutto il mondo. In poco tempo abbiamo sviluppato 3 sedi, situate in un contesto di palazzi storici molto prestigiosi. L’anno scorso, nel 2019, abbiamo sentito forte l’esigenza di farle confluire in un unico luogo, sopraggiungendo qui. Una nuova sede di 1600 metri quadri su due piani, di cui uno interamente dedicato allo showroom e l’altro agli uffici. Quando vedemmo questa location fu amore a prima vista e, in accordo con la famiglia Borromeo (che ne ha la proprietà), iniziammo a ristrutturarla rivisitando completamente tutti gli spazi e attribuendo una stanza a ciascun stilista. Un progetto incredibile, divenuto oggi la piattaforma leader nello sviluppo e nella vendita all’ingrosso di calzature e borse. Un portafoglio di etichette che ci è stato possibile creare in quanto professionisti dell’accessorio, un settore con dinamiche proprie che abbiamo studiato con incessante impegno e passione. Il valore aggiunto è stato proprio quello di riunire menti creative, uniche e diversificate e marchi eccezionali con l’obiettivo di raccontare storie meravigliose, restando sempre in contatto diretto sia con gli stilisti che con i nostri consumatori.”


Come siete strutturati? “Abbiamo circa 25 collaboratori, distribuiti tra il reparto commerciale e quello amministrativo. Il servizio che offriamo è esclusivo in quanto, oltre a un'approfondita consulenza, consentiamo ai clienti di acquistare in un unico luogo ciò che riuscirebbero a trovare solo girando differenti showroom. Il mondo del lusso richiede tempo, sedimentazione, cura, conoscenza dei materiali e delle forme. È una crescita continua!” Ma dimmi, com'è iniziato tutto? “Mio marito, Massimo Bonini, era arrivato per caso a Milano con un ragazzo di San Mauro Pascoli che qui vi aveva aperto un suo showroom. Quando ho conosciuto Massimo io stavo studiando lingue ma, fin da subito, sono rimasta affascinata dal mondo degli accessori e del fashion così incominciammo a maturare insieme questa grande passione. Lui ha iniziato la sua attività in proprio e io ho deciso di seguirlo. All’inizio facevamo esposizioni stagionali al Grand Hotel de Milan (sempre in via Manzoni) poi, dopo solo due anni, decidemmo di aprire il nostro primo showroom, quello in via Montenapoleone. Abbiamo sempre lavorato affiancati da aziende prestigiose che, nonostante fossimo molto giovani, ci hanno dato fiducia e hanno creduto nel nostro potenziale. Quella per il nostro lavoro amo definirla una specie di vocazione, la stessa che abbiamo cercato di trasmettere anche ai nostri due figli.” Sabrina tiene subito a precisare, con la tenerezza di una madre che parla dei propri figli: “Li abbiamo sempre lasciati liberi di scegliere!” E loro alla fine che cosa hanno scelto? “Mia figlia Giorgia ha studiato qui a Milano, poi è andata a Londra e ora è a New York dove, da 5 anni, gestisce lo showroom che abbiamo sulla 5th Avenue all’angolo con la 56esima, di fronte alla Trump Tower. C’è un terrazzo enorme da cui si vedono tutti i grattacieli, ci si capotta dalla bellezza lì!” - sorridiamo, un po’ nostalgiche visto il periodo e la mancanza dei viaggi. Continua. “Invece Filippo Bonini, l’altro mio figlio, è entrato in azienda 2 anni fa occupandosi della rete commerciale internazionale e, anche lui, è molto bravo in ciò che fa. Io e Massimo amiamo immensamente il nostro lavoro ma, ancora di più, amiamo la nostra famiglia che è sempre venuta al primo posto nonostante una carriera incalzante.” Ora, dopo tanti anni di successo, se ti guardi indietro cosa pensi? “Rifarei tutto esattamente allo stesso modo. Amo quello che faccio perché è un mestiere dove non si finisce mai di imparare e dove tutto si evolve continuamente.” Cosa consiglieresti a chi, come te, sogna di lavorare nella moda? “Il mondo della moda viene spesso idealizzato da fuori ma, come ogni altro settore, chiede tanto impegno, dedizione e conoscenza. Le borse, le scarpe sono oggetti architettonici e, oggi più che mai, c’è un’interazione totale tra moda e design. Occorrono studio, tenacia e passione.”


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Rifarei tutto esattamente allo stesso modo. Amo quello che faccio perché è un mestiere dove non si finisce mai di imparare e dove tutto si evolve continuamente.

Sabrina Scarpellini


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Enio Ottaviani Vini e Vigneti L’emozionante racconto dei fratelli Lorenzi che, insieme ai cugini Milena e Marco, gestiscono con passione la cantina di famiglia, tramandando storie in grado di colpire l’animo dei clienti.


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"W e make wines for friends" We make wines for friends mi dice Massimo nel suo inglese “romagnoleggiante”. “Perché avete scelto questa citazione come slogan della vostra azienda?” gli chiedo incuriosita. “Franci, se ci pensi, qual è il vino più buono? Quello che bevi in compagnia degli amici!” - niente di più vero, penso io. “L’azienda Enio Ottaviani Vini e Vigneti (in via Pian di Vaglia 17 a San Clemente di Rimini) nasce con nostro nonno, Enio per l’appunto, negli anni ’60. Una proprietà di circa 12 ettari dove lo stile dei vini lo costruisco un po’ in base al mio gusto” - inizia a raccontarmi Davide Lorenzi. “E mentre mio fratello Massimo girava il mondo come commerciale, io iniziai a investire i miei risparmi per visitare luoghi e cantine. Assimilavo da tutti le cose belle, quelle che mi sensibilizzavano di più e le facevo mie. Sono un autodidatta. Ho cominciato a conoscere per davvero questo settore in seguito ai numerosi incontri con professori ed enologi. Ho girato Cile, Argentina, Borgogna arrivando perfino in Sud Africa, ed è proprio a quest’ultimo territorio che appartiene l’inconfondibile stile industriale della cantina. Amo stare in mezzo ai nostri ospiti, andare tra i tavoli per raccontare ciò che viene versato nei calici. Enio Ottaviani Vini e Vigneti non è semplicemente un produttore di vino ma è un luogo in cui, chi lo frequenta, deve portare via con sé un pezzetto dei nostri racconti. È un po’ come chi va in un ristorante non tanto per lo chef o il menù ma per la persona che ci lavora. Siamo romagnoli: ci piace bere, mangiare e goderci la vita! Questo è quello che desideriamo offrire anche ai nostri clienti.” E il logo, così contemporaneo, com’è nato? “Circa quindici anni fa abbiamo sentito l’esigenza di rinnovare il logo di nonno Enio (che prevedeva un’immagine massiccia con due leoni) creandone uno più stilizzato e al passo con i tempi.” Quindici anni? Penso tra me e me, eppure sembra appena ideato. I fratelli Lorenzi precursori di un brand e del suo design. Ho desiderato omaggiare la copertina di questo numero a un vostro best seller, la cassa del “Dado”. Ma dimmi un po’, Massimo, com'è stato concepito questo vino? “Il Dado è stato un progetto bellissimo, nato dal voler raccontare un “vino paesaggio”. Noi abbiamo diversi appezzamenti di terra tutti situati all’interno dell’oasi faunistica della Valle del Conca. In questo modo, nel Dado, confluiscono le caratteristiche di quattro differenti aree: l’area bassa del sale, quella alta della struttura, quella della zona più ventilata dove la buccia del Sangiovese è

più sottile e l’area della stratificazione. Un concetto estremamente innovativo e internazionale poiché, in soli 20 chilometri, riusciamo a creare un grande vino!” Perché il nome “Dado”? “Prende il nome da Davide, mio fratello, soprannominato da tutti “il Dado”. Per me questo vino è un prodotto che valorizza il territorio in quanto sull’etichetta è denominato Sangiovese e non Riserva o Superiore.” A un certo punto Massimo si alza e dice: “Aspettami qui, vado a prenderti una cosa.” Qualche minuto dopo torna appoggiando sul tavolo un giradischi col suo vinile. E qui inizia la parte più emozionante di questo racconto. “Quello che sono oggi lo devo a una persona che è stata molto importante per me: la nonna, la signora Delia Gianmattei. Negli anni ’50 la mia mamma lavorava come barista ai “Tre Piccioni” - famosa balera di Cattolica conosciuta in tutta Europa - e mia nonna era la cantante di quello stesso locale. Io mi ricordo che noi, piccolini, andavamo a dormire a casa sua e che lei, a una certa ora, ci salutava per andarsi a truccare e vestire prima dell’esibizione. Senti un po’ che marketing incredibile facevano già allora: invece di chiudere per la pausa invernale, il gruppo della balera andava in tournée con tappa fissa al Bayerischer Hof, 5 stelle di Monaco di Baviera. In questo modo si creavano la giusta clientela tedesca per la stagione successiva a Cattolica. Non vendevano un locale ma un territorio! Lo stesso cerco di fare io che, quando mi siedo a tavola con la gente a parlare, non racconto solo un vino ma piuttosto la nostra storia. Poi accadde un fatto speciale. Circa una decina di anni fa degli inglesi arrivarono a casa nostra in cerca dei miei genitori (Loredana e “Veleno”), portando con sé alcune bobine in pellicola. Erano dei clienti della balera che volevano restituirci la registrazione di una serata cantata dalla nonna.” Si tratta proprio della musica riprodotta dal giradischi mentre ascolto le parole di Massimo, uno spettacolo che stringe il cuore.


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Amo stare in mezzo ai nostri ospiti, andare tra i tavoli per raccontare ciò che viene versato nei calici. Enio Ottaviani Vini e Vigneti non è semplicemente un produttore di vino ma è un luogo in cui, chi lo frequenta, deve portare via con sé un pezzetto dei nostri racconti. Siamo romagnoli: ci piace bere, mangiare e goderci la vita! Questo è quello che desideriamo offrire anche ai nostri clienti.

Davide Lorenzi


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Mirco Giovannini

Il racconto di Mirco Giovannini, uomo dall’animo nobile e amico speciale che, da stagista rimproverato diventa stilista della maglieria di lusso fino a essere considerato il dopo Alaïa.


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onosco Mirco grazie ai signori dell’articolo precedente, in quanto è lo stilista che ha rivestito con della pregiata lana di alpaca le sedute nel dehors della cantina Ottaviani.

“Sono nato il 16 febbraio 1968 e, da 12 anni a questa parte, festeggio ogni mio compleanno all’Avenue di Parigi, un luogo del cuore dove, tra l’altro, le mie due assistenti (Noemi e Veronica) lo scorso anno mi hanno fatto recapitare uno splendido mazzo di fiori.” Come nasce la tua passione? “Già da quando ero in terza elementare ho sempre avuto una bella mano felice. Disegnavo una zebra e sembrava prendere vita. Poi, alle superiori, nel periodo in cui andavano di moda i personaggi di Walt Disney interpretati da Iceberg, io mi dilettavo a riprodurli su jeans e magliette per i miei amici che ricambiavano con 5.000 lire a disegno. Ancora, però, l’idea di fare lo stilista era lontana, quasi inesistente direi. Ho poi frequentato l’Istituto Secoli a Bologna e, durante l’ultimo esame, i professori chiesero chi fossi perché secondo loro avevo la stoffa per diventare uno stilista importante. Così, a soli 22 anni, ebbe inizio il mio percorso professionale.” Quando digito Mirco Giovannini su Google non capisco perché tra i risultati ci sia sempre Beyoncé, toglimi questa curiosità! “Avevo il mio ufficio stampa a Los Angeles e lei, recandosi lì in cerca di un abito per il video del suo brano One more One, lo scelse e lo indossò per ben 1 minuto e 13 secondi.

E non fu la sola ma, a seguire, anche Lady Gaga e Katy Perry mi scelsero per alcuni loro concerti e io ne fui enormemente onorato. Una volta terminati gli studi mi promisi che non avrei mai fatto maglieria. E invece, secondo te, di cosa mi sono poi occupato? Di maglieria, ovviamente! Sono un’eterna contraddizione!” - esclama con il sorriso. “Sono partito dal basso e, inizialmente, un po’ come tutti, ero il ragazzo preposto alla fotocopiatrice. Quando ho iniziato a lavorare da Gabriella Frattini ero ancora un bambino, l’ultimo arrivato, spesso e volentieri rimproverato, che lavorava anche di sabato e domenica e a cui ne dicevano di ogni colore! Hai presente Anne Hathaway ne Il diavolo veste Prada? - certo, rispondo io - ecco, accadeva proprio così. Poi arrivò l’anno 1992 in cui una stilista di Ferré mi disse: “Prova a fare una cartella colori anche tu”. Non era mai successo prima, ero così estasiato ma allo stesso tempo terrorizzato. E così, qualche giorno dopo, una ragazza da Milano prese la mia cartella tra le mani e chiese: “Di chi è questa?” io, impanicato, dapprima cercai di nascondermi tra i colleghi poi, timidamente, mi feci avanti. “È tua?” feci cenno di sì con la testa, pronto al peggio. Quello, invece, fu il momento in cui diventai il braccio destro della titolare e partì ufficialmente la mia carriera. Tutta colpa di una cartella colori sui toni del grigio!" Sorride. È proprio vero che il talento, in un modo o nell’altro, esplode fuori. Sempre.


E da lì, come hai continuato? “Il mio obiettivo era quello di crescere professionalmente così, dapprima collaborai con il maglificio Fuzzi per Jean Paul Gautier, poi partecipai al famoso concorso di Vogue Who’s the next, vincendolo. Fu in quell’occasione che ebbi la fortuna di conoscere la stylist Anna Dello Russo (la stessa che lanciò Dolce e Gabbana e Dsquared2) proprio lei, che ancora oggi, mi chiama teneramente “fortunello”. Poi è arrivato il mio brand: Mirco Giovannini, maglieria donna. Un’azienda che aveva la sua produzione a Fano, sede di maglifici importanti, e lo showroom a Milano.” Un silenzio improvviso. Poi la commozione: Mirco che, ancora una volta, mi sottolinea come, partito dal niente e realizzando la sua prima collezione nel garage di casa, è arrivato a celebrare l’apice del successo. Continua a raccontarmi. “Anche Franca Sozzani, direttrice di Vogue Italia, ha sempre creduto in me promuovendomi con numerose pubblicazioni e dedicandomi addirittura una cover con un mio capo indossato da Isabeli Fontana.” Il tuo lavoro ti ha portato a viaggiare tanto? “Tantissimo. Inizialmente, quando ho aperto il mio ufficio a Milano, ero un irrefrenabile pendolare. Poi molti viaggi; Tokyo, New York, Parigi e nel mondo. Grazie ai miei due uffici stampa ottenni un successo che nessuno si aspettava… nemmeno io a essere sincero!” E ora, cosa fai? “Da sei anni mi occupo di mass market e disegno capi per una grande azienda del Veneto (la Emi Maglia spa) dove creo per Zara, Mango, Massimo Dutti e molti altri. Attualmente ho anche in essere un piccolo progetto che si chiama Flo’Sophie by Mirco Giovannini che si occupa di realizzare capsule di maglieria. Ecco la mia storia - conclude - quella di un uomo che ogni mattina si risveglia con una forza più grande del giorno prima.”


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Sono partito dal basso e, inizialmente, un po’ come tutti, ero il ragazzo preposto alla fotocopiatrice. Quando ho iniziato a lavorare da Gabriella Frattini ero ancora un bambino, l’ultimo arrivato, spesso e volentieri rimproverato. Hai presente Anne Hathaway ne Il diavolo veste Prada? Ecco, accedeva proprio così!

Mirco Giovannini


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Locanda Re mare

Un pomeriggio con Alessandra e Giacomo, due giovani imprenditori cesenaticensi che hanno trasformato lo storico ristorante dei nonni in una locanda dove il lusso informale incontra il gourmet romagnolo.


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ocanda Remare è una giovane e frizzante realtà nata sul canale di Cesenatico dall’intraprendenza di Alessandra e Giacomo, una coppia di ragazzi che, con audacia, hanno deciso di mettersi in gioco nel campo della ristorazione. La sfida, nata dalla volontà di portare avanti con orgoglio la tradizione iniziata dai nonni, è stata quella di rilevare il vecchio ristorante di famiglia e riprogettarlo con dettagli studiati ad hoc per far sentire a proprio agio il cliente in un clima chic ma allo stesso tempo semplice e informale. “Siamo Alessandra e Giacomo, prima di tutto una coppia nella vita (insieme da 11 anni) e poi anche sul lavoro.” Inizia a raccontarmi Alessandra, con Giacomo al suo fianco. Continua a dirmi di più su di loro: “Abbiamo fatto un’esperienza di 5 anni e mezzo a Milano dove siamo stati studenti dello IED frequentando Interior Design. Giacomo si era specializzato in architettura d’interni mentre io in scenografie per eventi. Stavamo bene, sì, ma sentivamo la mancanza di un elemento fondamentale nelle nostre vite: il mare.” Interviene anche Giacomo: “Questo ristorante - dice guardandosi attorno - nasce nel 1946 quando i miei nonni, una coppia di contadini di Bertinoro, arrivarono a Cesenatico e aprirono per primi un ristorante qua sul porto. Si chiamava “Da Nino”. Pensa che, quando aprirono, ancora non c’era neppure l’acqua nel canale! Anche allora, come oggi, al piano terra si sviluppava il ristorante mentre sopra vi era qualche camera (proprio lì nacque mio padre, nel 1955). Questa strada (quella accanto al ristorante) era molto frequentata da camion e, per questo, “Da Nino” era un luogo di ristoro principalmente per camionisti provenienti da differenti parti d’Italia.” Riprende Alessandra. “Quello che abbiamo creato deriva dall’unione delle nostre provenienze; io da una famiglia di albergatori mentre Giacomo da una famiglia di ristoratori. Così è nato Remare, contenitore di storie e passioni, di ciò che ci rende felici e rappresentativo di quello che vorremmo trovare quando andiamo in un ristorante: alta qualità unita alla semplicità.” Cosa mi raccontate del vostro menù? “Il nostro menù si basa sulla stagionalità. È un menù itinerante che cambia durante l’anno, con pochi piatti ma fatti bene. Ci sono poi delle proposte cardine, sempre presenti, come la piadina, il fritto o altri piatti che ci tengono radicati alla tradizione. La Locanda propone tre percorsi: uno che si chiama Occhi Aperti, uno Occhi Chiusi e l’ultimo arrivato A Fiamma Spenta. Occhi Aperti è un percorso che viene raccontato al cliente, dall’antipasto al dessert. Il menù Occhi Chiusi, invece, è una degustazione alla cieca, un affidarsi alla mano dello chef che stupisce tutti, anche noi, con piatti al di fuori della carta. Infine A Fiamma Spenta prevede cinque portate di crudo rivisitate secondo le ultime tendenze di una cucina all’avanguardia.”

Giacomo afferma: “Un ruolo importante lo giocano anche i vini, il cui abbinamento viene curato direttamente dal sottoscritto (divenuto da poco sommelier). Mi piace coinvolgere sempre vini ricercati, mai banali o commerciali e, quando il cliente si affida a me anche per questo aspetto, ne sono entusiasta poiché mi sento di chiudere il cerchio!” E questo nome, Remare, come nasce? “Il progetto di Remare abbiamo cominciato a concepirlo a Milano, mentre, per quanto riguarda il nome, ci abbiamo impiegato più tempo. Cercavamo qualcosa di semplice, comunicativo e che rievocasse in un qualche modo il nome precedente. Poi è arrivato lui, Remare. Lo interpretiamo come verbo, come la volontà di portare avanti una barca; quella della tradizione familiare.” Alessandra mi spiega meglio: “Sulla base di questo concetto, quello della tradizione, è subentrato l’architetto Francesco Gasperini che è anche il miglior amico di Giacomo da una vita. È stato un lavoro a tre menti, tre amici che fino a tarda notte disegnavano a mano, come gli architetti di vecchio stampo. Così, pian piano è nato Remare; un progetto sartoriale creato come fosse un vestito su misura per noi! Francesco ci ha saputo ascoltare e interpretare, prediligendo materiali naturali come il legno, la resina dei tavoli e l’argilla dei muri. Le luci e il metallo creano il lusso, in affascinante contrasto con l’informalità dell’ardesia e del legno uniti alla nostra divisa fatta di pantaloni beige, maglie bianche e grembiuli blu. E poi noi, i proprietari, sempre presenti in sala per scaldare l’atmosfera ed entrare in empatia col cliente.” Lo staff è composto da ragazzi giovani come anche lo chef e il sous chef che, Alessandra, mi dice rappresentare la trasposizione dei caratteri di lei e Giacomo; uno più estroso e l’altro decisamente più metodico. Chi è il più creativo tra i due? Chiedo di sfuggita. “Sono io!” risponde Giacomo orgoglioso. Alessandra ci tiene a precisare che il ruolo di Giacomo è, più che altro, quello dell’oste che intrattiene i clienti mentre lei si occupa principalmente dell’organizzazione. Nella seconda sala del ristorante l’atmosfera è resa ancora più familiare dalla presenza di due grandi tele. Si tratta di un tributo che lo stesso architetto ha voluto realizzare ai nonni di Giacomo, dipingendo a mano libera i loro ritratti. In conclusione della nostra piacevole chiacchierata i due ragazzi mi dicono che hanno anche una selezione di tè. Come mai? “Perché siamo stati in Giappone e lì, chi non intende bere alcolici dopo cena, consuma il tè. In più abbiamo visto che è molto gradito dai nostri ospiti.” Prima di salutarli, mi sento di suggerirgli, l'aggiunta del sakè. Chissà se avranno preso in considerazione questa mia proposta e se lo avranno inserito nella loro carta digestivi.


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Quello che abbiamo creato deriva dall’unione delle nostre provenienze. Così è nato Remare, contenitore di storie e passioni, di ciò che ci rende felici e rappresentativo di quello che vorremmo trovare quando andiamo in un ristorante: alta qualità unita alla semplicità.

Alessandra Battistini


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Cristina Zanni

La storia di Cristina Zanni, interior designer eclettica e ambiziosa, nonchÊ madre di Mina Tina, Ava, Lola e Gina‌ le sue sedie LalaBonBon.


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ncontro Cristina Zanni, una professionista amante del bello, che si è saputa reinventare fino a realizzare un progetto tanto originale quanto ambizioso come quello delle sedie LalaBonBon. Mina, Tina, Ava, Lola e Gina ispirate alla moda anni ‘50. Interior designer affermata, Cristina ha messo a disposizione la sua creatività in funzione del risultato finale per dimostrare l’importanza di un progetto sartoriale cucito su misura per il cliente. “Io sono una Santarcangiolese DOC, nata e cresciuta qua, quando ancora in questa piccola cittadina non c’era nulla e, se volevi uscire a far un giro con gli amici o qualche commissione, dovevi per forza recarti a Rimini. Ho frequentato l’Istituto d’Arte a Pesaro, con indirizzo architettura e arredamento. Ero una di quelle “poverine” che alle 06:40 del mattino avevano la sveglia e prendevano il treno. Mi sono innamorata perdutamente di questa scuola, così contaminante e artistica. L’ambiente era pazzesco con tantissimi laboratori, arte e disegni realizzati a mano libera. Terminato questo percorso di studi mi sarei dovuta recare a Firenze per frequentare la facoltà di Architettura. Ero uscita con il massimo dei voti, avevo vinto una borsa di studio ma, nonostante tutto, non me la sono sentita poiché avevo bisogno di lavorare. E così ho fatto, senza alcun rimpianto! Sono stata fortunata perché ho avuto la possibilità di formarmi

sul campo, lavorando fin da subito nello studio di un architetto che si trovava in corso d’Augusto e che aveva un team di disegnatori, tra cui la sottoscritta, che elaborava disegni per numerosi studi di Rimini.” Mi confessa: “Ultimamente, e di questo mi rammarico un po', ho perso quella manualità di un tempo in quanto anch'io sono stata viziata dallo strumento digitale che, devo ammettere, sia davvero molto seducente! A 21 anni ho fatto un colloquio in un negozio di pavimenti, rivestimenti e arredo bagno di Rimini (“Gaudì”, prima in viale Tripoli e poi alle Celle) il cui proprietario divenne in seguito mio marito e il padre dei miei figli. In questo showroom crebbi tanto a livello professionale: mi occupavo di progetti a 360 gradi, dal disegno alla realizzazione, lavorando con marchi importanti per un alto target di clientela. Dopo 5 anni mi sono trasferita a San Marino dove ho dato vita a Materica Home, uno spazio bellissimo di 450 metri quadri in cui mi dilettavo nella direzione creativa: non più solo bagni ma tutta la casa! Nel 2006 ho avviato uno studio, sempre a San Marino, insieme alla mia collega Federica Signorini (un architetto di Riccione) con cui ho iniziato a seguire i primi progetti d’interni tutti miei, come faccio tutt'ora.” E qui a Santarcangelo? Quando ci sei ritornata? “Sono qui da soli 2 anni, dove ho aperto Inedita Dimora con l’in-


tenzione di fare uno showroom di interior in stile nordico europeo dove ci occupiamo non solo di articoli esclusivi, di nicchia e con una grande ricerca, ma anche di lavori a progetto. Credo moltissimo nei prodotti su misura, realizzati in maniera sartoriale al 100%. Non sono mai d’accordo quando si dice che i lavori sartoriali costino di più; basta avere una giusta selezione di fornitori e confrontare le differenti proposte. Dico sempre che, se si ha gusto, ci si può vestire bene anche al mercato. Questo è il mio concetto chiave, il mio cavallo di battaglia! È chiaro che, se ne hai la possibilità, un capo firmato è sempre bello - sorride - ma a livello etico cerco comunque di non arrivare a cifre folli. Questo aspetto fa parte della mia personalità, forse anche perché tutto quello che ho ottenuto nella vita me lo sono sempre dovuta guadagnare da sola.” Le chiedo di parlarmi più nello specifico di quello che è il suo progetto più famoso. Come sono nate le tue iconiche sedie? “Non amo sprecare ma, piuttosto, amo reinventare. Le sedie sono nate dal progetto di un locale arredato circa 6 anni fa, il Vicolo Mercato a Savignano, che era di proprietà di un albergatore. Lui mi disse fin da subito: “Le sedie le ho già” (Ovviamente! Visto che gli erano rimaste dagli hotel) così accettai di andarle a vedere. Erano 35, tutte uguali, fatte con una solida struttura in ferro che decidemmo di riverniciare di nero.

Mi occupai della tappezzeria, decisamente da rinnovare e decisi di scegliere due tonalità di verde, una di grigio e un pattern. All’inaugurazione del locale si avvicinò a me una ragazza e mi disse: “Lo sai che queste sedie le produceva mio padre?”, io rimasi molto incuriosita e decisi di andare a fondo. Scoprii che si trattava di un’azienda di Savignano, la C.I.F.S.A. di proprietà di Olindo Branducci.” Un signore gentilissimo che, con i suoi occhi, trasmette tutta la passione che ha per il suo lavoro, quello della lavorazione del metallo per creare soluzioni personalizzate. “Ed ecco che nasce LalaBonBon, un incontro speciale tra la creatività contemporanea e i preziosi archivi della produzione italiana di sedie e modelli di arredamento originali degli anni ’50 e ’60. Il nome è eclettico e rievoca quasi una filastrocca poiché doveva esprimere qualcosa di giocoso, in grado di rappresentare la versatilità di ciascuna sedia, dinamica e contemporanea, capace di trasformarsi grazie alla varietà di materiali e colori. LalaBonBon incuriosisce e seduce nei suoi 5 modelli: Ava, Gina, Tina, Mina e Lola, tutte con nomi ispirati alle dive degli anni ’50.” Un’ultima domanda per Cristina, quella che amo fare a tutti nelle mie interviste. Qual è la tua preferita? “Lola. Anche se, le mie LalaBonBon, che sono un tripudio di velluti preziosi, materiali e rifiniture, io le amo tutte!”


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Dico sempre che, se si ha gusto, ci si può vestire bene anche al mercato. Questo è il mio concetto chiave, il mio cavallo di battaglia! Forse anche perché tutto quello che ho ottenuto nella vita me lo sono sempre dovuta guadagnare da sola.

Cristina Zanni


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Azienda Agricola Salcini Gianluca Salcini, imprenditore di origini viterbesi, mi svela i segreti della sua azienda agricola, un luogo magico in cui i ricordi d’infanzia incontrano l’iconico packaging della bottiglia di latta.


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l mio primo appuntamento con Gianluca Salcini non è andato esattamente come me lo aspettavo. Sono arrivata nel luogo del nostro incontro alle ore 11:30 ma lui non c’era. Si era dimenticato di me, staccando il cellulare per giocare a carte “Uno” con sua figlia Giulia. Come non perdonarlo! Ci riproviamo e, questa volta, la sua parlata con spiccato accento romano e il suo forte carisma mi mettono subito di buon umore. “L’azienda agricola è di nostra proprietà dal 1969 e si trova a Castel d’Asso, una zona termale nella periferia di Viterbo che Dante decantava come l’entrata del Purgatorio.” Rimango affascinata da questa prima descrizione, lo fermo subito e gli dico che voglio assolutamente visitare il posto. In quel luogo mi ci sono poi recata per davvero insieme a Claudia, mia amica e fotografa di questa rivista, in una giornata di fine maggio. Che atmosfera magica! Riesco ancora a sentire l’intenso e inebriante profumo della limonaia, il silenzio sconfinato e quel verde, così puro da stupire gli occhi. Un casolare in mezzo alla campagna, circondato solo dalla natura e una grande veranda, vicina alla pi-

scina, perfetta per organizzare incontri di lavoro, cene e aperitivi. Ma torniamo all’intervista. Gianluca continua a raccontarmi: “L'azienda era di mio padre e io l’ho rilevata nel 2015 quando, quasi totalmente abbandonata, contava solo 4 ulivi e un pascolo con alcune mucche da latte. Appena l’ho vista mi sono detto “devi risistemarla tutta e fare olio”. Così ho incominciato a comprare i terreni vicini (ora in tutto sono 80 ettari), a impiantare ulivi e a costruire la realtà di oggi: 11 persone che quotidianamente, con passione, lavorano utilizzando impianti di ultima generazione e attrezzature moderne e all’avanguardia. Gli stessi terreni che ospitavano già diversi ulivi, oramai ultra centenari. Quando creiamo il nostro olio, ci piace unire le olive di differenti tipologie: il risultato è un prodotto impeccabile, realizzato da materie prime non trattate e da varietà autoctone del luogo.” Non me ne intendo molto, spiegami meglio come funziona la raccolta. “La raccolta viene effettuata secondo la tecnica dello scuotimento attraverso cui le pettinatrici meccaniche fanno cadere a terra le olive senza rovinare le piante. Tengo molto alla qualità degli ulivi e per questo non abbiamo


piantagioni intensive ma solo piante a 5 metri l’una dall’altra. Amo la natura e la rispetto molto, per me questa azienda è un patrimonio da tramandare ai miei figli.” Ora mi racconta qualcosa di personale da cui traspare la sua dolcezza e il suo attaccamento a Gianmarco e Giulia: “Quando ho ristrutturato l’azienda, sul cancello d’entrata ho voluto far incidere una targa con scritto “dedicata a mio padre”. Non ho specificato il suo nome perché spero, un giorno, i miei figli facciano lo stesso con me.” Che meraviglia! Da mamma, mi emoziono. I tuoi prodotti sono caratterizzati da un packaging molto particolare, com’è nato? “L’idea del packaging è nata da una ragazza che collabora con me e che ha studiato architettura. Quando, nel 2015, abbiamo iniziato questa avventura ho detto ai miei ragazzi che volevo qualcosa di speciale, in grado di colpire l’immaginazione e che si distinguesse sulle tavole dei clienti rispetto alle consuete bottiglie verdi. Ecco che nacquero le idee: dapprima la bottiglia di latta, quella che si usa per l’acqua ragia e poi, ancora, la bottiglia da grappa, entrambe riempite d'olio.

Inizialmente mi avevano scambiato per matto ma poi hanno apprezzato molto questa idea e adesso, in molti, ce la copiano! Mi sento di aver vinto quando gli amici mi chiamano e mi dicono di aver scambiato un altro olio per il mio; questo vuol dire che ora, quella bottiglia, è diventata iconica. Rappresenta me e il mio prodotto.” E il tuo logo invece? “Sono 3 cipressi che rappresentano le 3 “G” di Gianluca (il sottoscritto), Gianmarco e Giulia, i miei figli. Per fare olio non c’è bisogno di tanta fantasia, ci sono dei processi di lavorazione che vanno rispettati. Invece, dietro al logo che ho scelto, ho desiderato creare una storia in cui ci fosse anche della poesia. Il mio momento più bello è quando, di sabato, mi reco lì, chiudo il cancello e rivivo le emozioni di quando ero bambino. Mi sembra di tornare indietro nel tempo ed è davvero meraviglioso! I luoghi dell’azienda sono per me ricchi di ricordi d’infanzia, di quando andavo lì con mio padre. Ora vorrei rivivere quegli stessi posti con i miei figli, per creare insieme a loro dei momenti che perdurano nel tempo.”


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Sul cancello d’entrata ho voluto far incidere una targa con scritto “dedicata a mio padre”. Non ho specificato il suo nome perché spero, un giorno, i miei figli facciano lo stesso con me.

Gianluca Salcini


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Bole' Wine

Bolé, il primo “Novebolle”, è un vino nato in una regione che è molto più di un territorio: la Romagna. Nicole Poggi, brand strategist e titolare di “Route ‘n Roots”, ce lo racconta in modo spumeggiante.


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l progetto Bolé è nato all'incirca 3 anni fa da una grande intuizione di due aziende tra loro concorrenti (Caviro e Terre Cevico): un’unione di circa 20.000 famiglie romagnole che coltivano uve e conferiscono a queste due cooperative del territorio. Se pensiamo che la Romagna è 20.000 chilometri quadrati, possiamo immaginare che quasi per ogni chilometro vi è una di queste famiglie. Una maglia fitta di mani, storie, generazioni, vino, terra e impegno che guarda al futuro. Per questo dalla creazione, al lancio e ora lo sviluppo di Bolé abbiamo voluto proiettare il vino del territorio in una dimensione nuova e inesplorata come quella delle bollicine e di un racconto enologico fatto di mondi sinergici, come il vino, il design, la musica e la cooperazione. Bolé non è soltanto un vino, è molto di più! È il primo testimonial di una nuova tipologia di Romagna Doc, le bollicine, che si chiama “Novebolle” e che identifica con questo nome lo spumante romagnolo noto agli inizi del ‘900 (da qui nove) ma in un nuovo, inedito contesto. Si tratta di un marchio dinamico nel suo DNA, dal come si racconta, al come fa vivere la sua esperienza. Per questo è naturale parlare di novità, come il Bolé Rosé, uscito quest'estate.

Uno spumante DOC di sangiovese in purezza che ci porta direttamente sulle nostre colline romagnole.” L’etichetta è davvero particolare, di cosa si tratta? “Con Bolé, da sempre, abbiamo voluto parlare di vino attraverso altri segmenti e linguaggi. Così ci è sembrato interessante far interagire tra loro musica, Visual Art e fotografia per esplorare nuovi orizzonti che, in realtà, rappresentano il nostro stile di vita. Per questo motivo abbiamo optato per un’etichetta che non fosse didascalica ma, piuttosto, onirica. Il nostro vino parla di Romagna, di persone che hanno dentro i valori dell’accoglienza, del poter star bene insieme, di rimboccarsi le maniche e guardare al futuro senza paura e del festeggiare con un bicchiere di vino in qualsiasi momento. L’etichetta “blu” mostra un paesaggio che è espressione della schiuma del mare, di una pianura che si interseca con le colline e il cielo. Orizzonti che richiamano le stelle e che ci aiutano a giocare con i sensi nel vedere la bollicina come un elemento aereo: una bolla, un palloncino colorato che vola in alto, un cielo e uno spazio. Ecco il blu, il colore di Bolé. Il nostro elemento principale non è il vigneto, ma il cosmo. Ed è in questo parallelismo del cosmo che, in tre anni, abbiamo lavorato con tre differenti illustratori


italiani ma di fama internazionale per fargli interpretare questo linguaggio vino - visione. Alessandro Cripsta, il primo anno, Giacomo Bagnara il secondo e Camilla Falsini nel 2020. Con Camilla abbiamo ideato “Astrobolé”, un progetto che ha comportato il disegno di un segno zodiacale per ogni mese dell’anno. Uno zodiaco composto principalmente da animali che si intersecano con le bollicine, creando storie e previsioni.” Un’idea davvero originale, avete altri nuovi progetti? “Sì, stiamo studiando come entrare nelle case e nei locali attraverso il coinvolgimento del digitale e dell’esperienza perché, come dice il motto di Bolé, ogni giorno e ogni momento sono buoni per festeggiare qualcosa di unconventional. Porta con te il tuo desiderio di celebrare, il tuo “tutti i giorni” che può diventare speciale prendendo in mano un bicchiere di bollicine e trasformando la tua quotidianità in episodi di festa. La Romagna è molto di più dei soliti stereotipi, come il dialetto, i bagnini e i pedalò, il turismo della costa. Noi di Bolé vogliamo creare una nuova tendenza in grado di valorizzare questa terra in cui si parla la lingua universale dell’accoglienza, si vive uno stile di vita semplice e genuino e si ha una propensione innata a fare festa.”


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Orizzonti che richiamano le stelle e che ci aiutano a giocare con i sensi e a vedere la bollicina come un elemento aereo: una bolla, un palloncino colorato che vola in alto, un cielo e uno spazio. Ecco il blu, il colore di BolĂŠ.

Nicole Poggi


Where talent, innovation Where talent, & innovation creativity & write a whole creativity new story. write a whole new story. MASSIMOBONINI

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AV ABITARE VIVERE | Numero 1 - 2021  

AV ABITARE VIVERE è un magazine stampato in 5.000 copie e distribuito nelle province di Forlì Cesena, Rimini e Ravenna. Ogni numero tratta c...

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