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CasaSirio Riottosi


Clifford Willocks Zeltserman Connolly Edgerton Iglesias Blauner Gifune Johnson Oswald Cook

MUCHO MOJO CLUB volume uno

traduzioni di Sergio Altieri, Alessandra Brunetti, Nicoletta Chinni e Stefano Galliani

a cura di Martino Ferrario e Libreria Mucho Mojo


CasaSirio Editore via Roma 39 20823 Lentate sul Seveso (mb) www.casasirio.com info@casasirio.com - tel 342 3632990 © CasaSirio Editore 2016 Questo libro è un’opera di fantasia. Ogni riferimento a fatti, persone, nomi, organizzazioni o luoghi reali è puramente casuale e non intenzionale. traduzione Altieri/Brunetti/Chinni/Galliani a cura di Martino

Ferrario/Libreria Mucho Mojo copertina Chiara Mazzotta progetto grafico Chiara Mazzotta/Flavia Sorato isbn 978-88-99032-20-3


introduzione

Leggere thriller non è una passione, è una scelta di vita. Una vita che contempla notti buie, stanze cieche, cappelli calati sugli occhi, pioggia fitta e una nutrita schiera di morti ammazzati. Il lettore di thriller non può fare a meno dell’ansia che monta  mentre gira  la pagina, dello stomaco che si stringe in una morsa, del bisogno di alzare gli occhi dopo l’ultimo rigo e riprendere fiato prima di tornare a immergersi in un mondo dove spesso non esiste scampo.   Abbiamo scelto undici dei migliori thrilleristi del panorama internazionale e gli abbiamo chiesto di portarci nel loro mondo. Alcuni di loro non sono mai stati tradotti in Italia. Una sola regola: non avere pietà.   Non importa il momento in cui avviene il crimine, né dove.  L’unica cosa che conta è l’abisso nel quale trascineranno il lettore. Lì, a guidarlo nell’oscurità, tro-


verà una paranza di personaggi terribili e umanissimi, siano essi detective in cerca di minorenni scomparse o coppie sanguinarie innamorate di un amore folle, genitori di figlie dannate o eroinomani piombati senza denti sul fondo della vita. Perché è nel momento in cui il buio prende il sopravvento che impariamo a metterci in gioco.  Buona lettura! Martino Ferrario


favori

Joe Clifford

Mentre si preparava a morire, l’anno scorso, mio padre mi fece promettere che mi sarei preso cura di Madeline, la sua nuova moglie. All’epoca sembrava una promessa semplice. Si erano conosciuti a un torneo di canasta in un residence di case mobili a Sunny Gates, giù a Sunnyvale, sei mesi prima che gli diagnosticassero un cancro al cervello. Non avevo fatto in tempo a conoscere bene Madeline, ma mi sembrava una donna abbastanza piacevole, anche se non proprio il tipo di mio padre. Dopo essere finalmente andato in pensione, si sarebbe potuto trasferire ovunque avesse voluto, eppure aveva scelto Sunny Gates. Immagino di capirne il motivo. Quelle lì non erano catapecchie affittate a due soldi ma case mobili di lusso, piazzate su un terreno ben curato, pensate per una comunità composta da persone della sua età, accudite ventiquattr’ore al giorno da personale apposito. 9


Mio padre aveva avuto un successo eccezionale nella vita e io speravo di venire su esattamente come lui. L’anno in cui lo avevano fatto socio dello studio legale, mia madre morì. Ciononostante, lui riuscì a crescere il suo unico figlio e a portare avanti il lavoro continuando a gestire alcune tra le più importanti cause sulle libertà civili di tutta la Bay Area. Partecipai alla cerimonia al Top of the Mark quando gli conferirono il premio alla carriera per il suo lavoro con la fondazione “The Bridges and Hands”, una no-profit che fornisce assistenza agli adolescenti che scappano di casa. Ero gonfio d’orgoglio. Dopo la sua morte, concordai con Madeline che avremmo fatto colazione insieme una domenica al mese. I primi tempi quei viaggi furono del tutto indolori. Mi svegliavo presto e, sulla strada verso Marin, mi fermavo a prendere un cappuccino e un rotolo all’hummus – perché Madeline voleva andare sempre da Denny’s, un ristorante nel quale io mi rifiuto di mangiare. Fu durante uno di questi incontri che sentii parlare per la prima volta di suo figlio Winky. Non sapevo che Madeline avesse un figlio. Non ricordavo neanche di averlo mai sentito nominare da mio padre. E non appena cominciarono a emergere alcuni dettagli della vita di Winky, capii il perché. Colsi qualche breve allusione a un suo “essere stato via per un periodo”, cosa che immaginai di dover interpretare come un “essere stato in prigione”, ma non chiesi ulteriori dettagli e Madeline non me ne offrì. 10


Una cosa è accettare di fare un favore a qualcuno; una cosa ben diversa è fare un favore a qualcuno che è già di per sé un favore. Invece accadde proprio questo. All’inizio si trattava di piccole cose. Madeline mi pregava di portare a Winky dei vestiti. Una volta era un videoregistratore, un’altra volta una busta con venti dollari dentro. Dopo non molto venne fuori che il mercoledì e il venerdì Winky aveva bisogno di un passaggio perché la sua macchina si era rotta. Winky viveva in città, dove c’era una rete di trasporti pubblici più che adeguata. Ma gli serviva un passaggio comunque. Scoprii più tardi che la macchina non ce l’aveva proprio. Ero spesso tentato di oppormi alle richieste di Madeline perché sentivo che si stava approfittando della mia generosità, ma avevo fatto una promessa a mio padre e mi piaceva pensare di aver ereditato la sua filantropia. Winky viveva nel quartiere Mission, una zona dove c’erano sia dei bei posti sia dei posti orrendi. Casa sua era una via di mezzo. Da fuori il suo appartamento tra la trentesima strada e San José non era il peggiore, ma nemmeno uno dei migliori. Durante i primi incontri mantenni la conversazione al minimo e neanche Winky sembrava un tipo che amava chiacchierare. Ciononostante non mi sentivo mai del tutto a mio agio insieme a lui. Un uomo asciutto che sembrava perennemente 11


distratto, troppo alto e troppo magro, che si vestiva sempre con delle magliette stampate, piene di rabbia, e jeans sporchi. Sospettavo si facesse di qualcosa, ma cosa fa un uomo nel privato di casa sua non è mai stato affar mio. Il massimo che riuscivo a capire del suo lavoro era che non ne aveva uno. Una volta mi chiese di portarlo all’ente di previdenza sociale, così pensai che soffrisse di una qualche forma di disabilità, ma non sembrava particolarmente ritardato e a me non faceva nessuna differenza. L’ultima domenica di ottobre andai con Madeline al Denny’s sulla South Mathilda. Come sempre mi offrii di portarla in un ristorante migliore, ma lei rispose che le piacevano i loro biscotti. Non aveva senso neanche chiederglielo. Madeline non mi dava l’idea di una che sa apprezzare la buona cucina. Quella mattina mangiava con infinita lentezza, rigirandosi i biscotti tra la dita incerte e facendo briciole dappertutto, mentre io bevevo l’acqua sporca che da quelle parti spacciavano per caffè. - Credo che Winky sia nei guai - disse Madeline, la bocca piena di biscotti. Fermai una cameriera. - Il conto? - Steven, saresti così carino da assicurarti che va tutto bene? Cercai il portafogli. - Mi piacerebbe aiutarti, ma oggi non posso - dissi tirando fuori una banconota da 12


dieci. - Devo guidare fino a Sacramento per ritirare dei documenti. Domani ho udienza in tribunale. La cameriera, una donna di mezza età con i capelli rossi che sembravano fritti, mi schiaffò il conto sul tavolo come se la irritasse dover fare il suo lavoro. Madeline sospirò. - È così dura essere madre. Non smetti mai di desiderare il meglio per i tuoi figli. Era una strategia fin troppo ovvia. Nonostante mio padre avesse sempre desiderato aiutare le classi meno agiate, non potevo fare a meno di pensare a quanto si dovesse essere sentito solo per arrivare a sposare quella donna. Le si inumidirono gli occhi. - Ok - dissi, ringhiando. - Cosa ti fa credere che sia nei guai? Lei appoggiò con calma un biscotto sul piatto. - L’altro giorno mi ha chiamato dalla stazione dei pullman. Parlava delle cose più strane, blaterava di gente che lo stava cercando e che se non mi avesse più rivisto… Non te lo chiederei, Steven, ma sono preoccupata. È mio figlio. E sono sicura che tuo padre… - Va bene - dissi. - Faccio un salto da lui quando passo per San Francisco. Quando rientrai nella Bay Area, la nebbia era salita. Uscendo sulla Cesar Chavez, trovai l’intero quartiere infestato, lampioni, cartelli stradali, negozi, tutti inghiottiti in una densa coltre di grigio umido. Per quanto ne sapevo io Winky non aveva un telefono, ma sembrava sempre mi stesse aspettando. Di 13


solito scendeva le scale e si prendeva qualunque cosa gli stessi portando. Non avevo mai visto l’interno del suo appartamento al secondo piano. Il cancello era aperto e attraversandolo sentii l’oscurità tirarmi dentro. In casa le luci erano spente, non c’erano ombre alle finestre e un tiepido grigiore riempiva le stanze. Nonostante fosse quasi mezzogiorno, sembrava che Winky si fosse appena alzato dal letto. Non portava neanche la maglietta, solo il solito paio di jeans sporchi, sbottonati. Notai i tatuaggi che aveva su spalle e fianchi, tutti neri con i contorni poco definiti. Ritraevano donne nude e frasi tatuate nel filo spinato tipo “In loving memory” e “Never Forget”, qualunque cosa volessero dire. Sembrava ancora più sciatto del solito. Mi disse di sedermi e mi chiese se volessi del caffè. Mi piace essere gentile indipendentemente dalla compagnia, perciò risposi di sì. Vada per il caffè. L’unico posto dove “sedermi” era un divano al quale non avevo intenzione di avvicinarmi – la gommapiuma scoppiava dalle linee di giunzione, e c’erano macchie strane dappertutto. Chissà quali parassiti si annidavano da quelli parti. L’acqua gorgogliava scorrendo nelle vecchie tubature. L’appartamento puzzava di gas e pelo di animali. Di animali non ne vedevo. Winky andò in cucina e sentii il rumore delle ante della credenza che si aprivano e chiudevano, poi il 14


rumore di un bollitore sotto il getto del rubinetto. Mi guardai intorno. C’era schifo dappertutto. Buste di carta unte, lattine piene a metà, fiammiferi usati. Appoggiata su una cassa di latte c’era una piccola televisione con delle orecchie da coniglio, un tipo di tv che non producono più. In un angolo c’era una grande coperta blu, appesa in alto, che scendeva giù fino al pavimento e che immaginai servisse come veneziana. I muri erano costellati di buchi profondi che mettevano in bella mostra l’intonaco e, dietro ancora, il legno. Che tipo di persona sceglie di vivere in questo modo? - Winky - dissi - ho appena visto tua madre... - Ah, sì - disse sbucando fuori con la testa - Oggi è domenica, eh? Come sta? - Sta bene. - Avete fatto colazione? - Sì, l’ho portata a fare colazione, è stato molto piacevole. Senti, mi ha chiesto lei di passare. È preoccupata per te. Pensa che potresti essere finito in qualche, diciamo, guaio. Sentii lo scarico dello sciacquone e lo sbattere di una porta, poi dal buio del corridoio emerse una ragazza. Non poteva avere più di quindici anni. Camminò verso di me a zigzag, con una gonna jeans da ragazzina tutta stropicciata, una canotta e le spalline del reggiseno nero bene in vista. Magrissima e con i capelli scoloriti, si grattava freneticamente il braccio all’altezza del gomito. Passandomi accanto non alzò neanche lo sguardo. 15


Percepii l’odore forte di sesso e di un profumo troppo fruttato. Poi si lasciò cadere sul divano e prese ad agitare le gambe. Winky non si prese il disturbo di presentarci e io cominciai a innervosirmi. Una cosa è se un uomo come lui sceglie quel tipo di vita; una cosa ben diversa è se lo fa una ragazza di quell’età. Nella cornice della porta della cucina vidi Winky stiracchiare le braccia, lento, allungando quel suo corpo tutto ossa. Cominciò a dondolarsi delicatamente, come una scimmia perversa. Mi studiai la sua faccia. C’era qualcosa nei suoi occhi che non avevo mai notato prima, qualcosa di disperato, pericoloso. Erano affossati e gialli e cattivi. - Quindi la mamma ha mandato il fratellino a darmi un’occhiata - disse Winky. Fuori passarono delle sirene della polizia e ci illuminarono con bagliori rossi e blu. - Voglio dire, tuo padre ha sposato mia madre, no? - disse. - E dove vuoi arrivare? - Da nessuna parte, Sporto. Solo che vuol dire che noi due siamo fratelli, tutto qui - e guardò oltre. Non mi piacque nemmeno quello, sembrava uno sciacallo. Non ero sicuro che lui e la ragazza fossero amanti, ma il modo in cui lei se ne stava lì, afflosciata come una bambola di pezza, mentre lui si leccava i baffi, mi dava la nausea. - Ehi, Valerie - disse. - Lo sai che ho vinto un 16


fratellino? Valerie scivolò sul suo lato del divano. Le rivolsi un sorriso. Lei non mi restituì il favore. Il bollitore fischiò e Winky scomparve dalla cornice della porta. Vattene, pensai. Avverti le autorità e falla finita, fregatene di questo imbecille. Ma lei era così giovane, così inerme; non mi sembrava giusto abbandonarla lì. - Scusami, fratellino. Non ho nè latte nè zucchero - disse attraversando la stanza e piazzandomi il caffè bollente tra la mani. Non sapevo da dove venisse fuori tutta quella ostilità, se fosse una scena messa su per Valerie o cos’altro, ma quella rabbia era del tutto fuori posto. Da quando l’avevo conosciuto non avevo fatto altro che fargli favori. - Perchè non ti siedi, Sporto? - Winky scrollò le spalle come se si fosse offeso, poi tirò fuori un orribile accento del Sud e continuò. - Val, mi sa che al fratellino non piace la nostra casa. Capii dove voleva andare a parare. Alzai le mani. - Senti, Winky, tua mamma mi ha chiesto di passare per controllare che andasse tutto bene. Tu dici che è così, e a me sta bene. Non è mia intenzione mancarti di rispetto. - Certo, Sporto - disse in un sussurro. Poi cambiò completamente atteggiamento, facendo uno sforzo immane per apparire umile. - In effetti, c’è qualcosa che potresti fare per me. Per me e per Val. - Che cosa? - dissi. 17


- Niente di che. Solo un passaggio. Qui vicino. Al massimo mezz’ora andata e ritorno - tirò fuori le sigarette dai jeans e se ne accese una sul fornello. - Ehi - disse Valerie, facendosi finalmente sentire. - Passami una di quelle - la sua voce era acuta e sottile. Winky lanciò la sigaretta accesa sopra la mia testa. Le andò a cadere sulla pancia. Lei reagì in ritardo, poi prese la sigaretta tra le dita e fece cadere pigramente la cenere. - Voglio dire, solo se puoi - disse Winky. - So che a mamma farebbe piacere - ammiccò. - Ti posso pagare se preferisci - e si toccò le tasche come se avesse dei soldi, fingendo che, se li avesse avuti, io li avrei presi. *** - Bella macchina, Sporto. - L’avevi già vista, Winky. - Vero. Ma Val no e poi non ti ho mai detto quanto mi piacciono le Bentley. - Era di mio padre. Si erano seduti dietro. Lui stava sdraiato con una gamba tirata su, lei incastrata in mezzo. Winky le teneva un braccio intorno al collo, bloccandola lì e muovendole le dita addosso in modo sgradevole, facendo come niente fosse quando finivano tra le sue gambe. A un certo punto incrociai lo sguardo di Valerie nello 18


specchietto retrovisore, ma non riuscii a interpretarlo. Sembrava del tutto disincantata. Winky disse che doveva andare a Daly City per “vedere un amico”. Non ero così ingenuo. Avevo passato moltissimo tempo in città e non avevo vissuto in una campana di vetro come poteva sembrare. Avevo letto Baudelaire e Bukowski, avevo visto Mean Streets e Taxi driver. Più di una volta. Ne sapevo parecchio del lato oscuro della vita. - Non farò niente di illegale - dissi. - Te lo puoi scordare. - Illegale? Hai sentito? - disse lui, fingendo di chiedere a Valerie la sua opinione. - Hai letto troppi libri, Sporto. Ti sembro il tipo che fa cose illegali? - e sputò fuori una risata. Qualunque cosa fosse, lui si era calato bene nella parte. Io no. Ma soprattutto, io volevo avere la possibilità di parlare con quella ragazza, scoprire dove fossero i suoi genitori e perché stava con quello schifo d’uomo. Sentivo che era il destino ad avermi portato lì. Speravo solo che chiunque Winky dovesse incontrare, dovesse farlo da solo. Tagliai per Precita e la nebbia si fece più spessa. Entrai in autostrada da Bernal Heights e superai il bivio tra la 101 e la 280, fuori c’era una foschia fredda. Dovevo tenere i tergicristalli accesi. Giù per la 280 non c’era traffico, in macchina non parlava nessuno, si sentiva solo il rumore basso dei nostri respiri e degli pneumatici bagnati sull’asfalto. 19


Una volta a Daly City, entrammo in un complesso d’appartamenti tentacolare in mezzo a una dozzina di palazzoni alti come torri. Winky mi disse di entrare in un garage sotterraneo, poi mi guidò verso un angolo buio lontano da altre auto. Spensi il motore. Lui bisbigliò qualcosa nell’orecchio di Valerie e uscì dalla macchina prima che lei rispondesse. Mi disse che sarebbe tornato subito. Un attimo dopo era sparito dietro una porta e io mi ritrovai da solo con lei. Da dove avrei dovuto cominciare? Il mondo è un casino, lo so. Ma la maggior pare di quelli che se la passano male fanno i pagliacci come Winky, sono adulti che hanno fatto una scelta sbagliata dopo l’altra e sono finiti così in basso che per allacciarsi le scarpe devono guardare in alto. Hanno quello che si meritano. Invece lei era una bambina. Nonostante il modo in cui si vestiva o qualunque cosa si autorizzasse a fare ed essere, rimaneva pur sempre una ragazzina. Mio padre non si sarebbe girato dall’altra parte. - Da quanto tempo conosci Winky? - chiesi. - Non lo so - biascicò masticandosi le pellicine al lato del pollice, guardava fuori dal finestrino. Come si fa a chiedere a qualcuno le cose che avrei voluto chiederle? Perché non vivi a casa con i tuoi? Perché non fai la cheerleader e non vai dalle amiche a dormire, a smangiucchiare popcorn e a spettegolare sui ragazzi, invece di profanare il tuo corpo con un verme schifoso che potrebbe essere tuo padre? 20


Scorsi nello specchietto la sua posizione indolente, provocante, che non lasciava niente all’immaginazione, e mi sentii a disagio. - Da quant’è che vivi a San Francisco, Valerie? - Hai una gomma? - Sì, certo, credo di sì - aprii il cruscotto e, felice di poter finalmente fare qualcosa per lei, frugai tra ricevute e agende fino a che non ne scovai un pacchetto. Quando mi tirai su, la trovai che ondeggiava dietro il mio sedile. Sembrava avesse il diavolo in corpo, era eccitata come un gattino iperattivo. Mi strappò la gomma da masticare dalla mano e ridacchiò. - Io ti piaccio? - chiese. - Certo. Voglio dire, ti ho appena conosciuta ma sì, mi piaci. - Anche tu mi piaci - disse, e mi diede un bacio sulla guancia. Scivolò tra i sedili di pelle e venne a sedersi davanti. Di fronte a me, rannicchiata sulle gambe, si mordicchiava il labbro. Poi si sporse in avanti allungando la mano sulla mia coscia. Le afferrai il polso e lei strillò. La tirai a me. Avrei voluto dirle che aveva capito male, che io volevo aiutarla. Avrei voluto dirle che era una brava ragazza. Ma successe tutto in un attimo e le mie buone intenzioni si trasformarono in qualcosa di perverso e sbagliato. Lei avvicinò la bocca al mio orecchio e il suo fiato era caldo. Mi disse di lasciarla fare e io la lasciai fare. Abbassò la testa su di me e io chiusi gli occhi. 21


***

Le accarezzavo la testa, mentre lei stava china sul mio ventre. Di tutti i pensieri che mi giravano per la testa, di tutte le cose che avrei potuto dire, quello che tirai fuori fu: - Come la mettiamo con Winky? Non intendevo proprio quello, ma venne fuori così. Come la mettiamo con Winky. - Winky? - disse lei con una risata strana. - A lui non importa. Mi ha detto lui di lasciarti fare qualunque cosa volessi. Me la strappai via di dosso. Mi sentii male, sporco. La fissai e lei fissò me dritto negli occhi. Finalmente riuscii a capire quello sguardo, quello che non ero riuscito a interpretare né a casa né nello specchietto retrovisore, e in quello sguardo c’era la morte, il freddo, l’assenza di qualunque speranza. Poi Val scrollò le spalle, scartò la gomma da masticare alla menta e se la ficcò in bocca fissando l’oscurità oltre il finestrino con aria malinconica. Cominciò a scoppiare piccole bolle, dondolando la testa a destra e a sinistra. Tra uno scoppio e l’altro canticchiava una leggera ninna nanna con la sua voce acuta da ragazzina, come se non avesse una sola preoccupazione al mondo. Accesi il motore. Non avevo idea di dove sarei potuto andare con lei dentro la macchina, ma dovevo andare via da lì. L’avrei scaricata sul ciglio di una strada. Avevo 22


il cuore in gola e mi sentivo ancora addosso il sapore del suo rossetto alla ciliegia. Mi sforzai di non vomitare. Controllai nello specchietto laterale e vidi Winky. Assestò un colpetto al finestrino e mi fece segno di abbassarlo. - Spegni la macchina - disse. - Non spengo proprio niente - ingranai la retromarcia. - Quanti anni credi abbia, Sporto? Guardai verso Val, che continuava a masticare. Lei socchiuse gli occhi e mi rivolse un ghigno profondo, sottile e falso, spingendo il mento in avanti. Prima che potessi anche solo pensare, Winky mi sussurrò nell’orecchio: - È molto più giovane di così. Sei un avvocato. Vuoi davvero che la polizia prelevi un tampone da quella bella boccuccia? - fece schioccare la lingua. - Sarà meglio che ti slacci la cintura, Sporto mi diede una pacca sulla spalla. - Tieniti forte, tesoro - disse, rivolto a Val. Spensi il motore. Winky mi spinse oltre una porta e poi giù, lungo una scala sotterranea. Mi sentivo drogato, come se il mondo fosse una registrazione riprodotta al contrario, a doppia velocità. La tromba delle scale puzzava di prodotti chimici e urina. Eravamo circondati da grosse lastre di calcestruzzo, incassati come in una tomba. In fondo superammo una grossa caldaia di cui 23


riuscivo a percepire il calore e, attraverso un corridoio inghiottito nel buio, raggiungemmo una porta di ardesia. Winky bussò e quella si aprì. Due bestioni con le braccia scolpite dalla prigione stavano in piedi lì dove avrebbe dovuto esserci una cucina di cui non vedevo nè i fornelli nè il frigorifero. Sentii il fischio di un radiatore. I due non controllarono nemmeno, confermandomi l’impressione di avere davanti due piccole rocce nere. Sopra un lavandino c’era un quadro di Gesù molto kitsch, la cornice dorata appesa al muro leggermente storta. Winky mi mise un braccio intorno alle spalle e mi disse di rilassarmi, il fratellone non avrebbe permesso che mi accadesse nulla di male. Mi guidò nella stanza accanto, dove trovammo un vecchio messicano tarchiato, le mani in tasca, gli occhi strabici iniettati di sangue. Faceva un caldo insopportabile. Il messicano sembrava vecchissimo, con lunghe ciocche di capelli grigi che gli scendevano sulle spalle. Non portava la maglietta. Gli fissai l’ombelico in mezzo a una grassa pancia pelosa. La stanza era strapiena di merci varie e di prodotti d’elettronica, tv, stereo, videocassette, robot da cucina, stipati uno sopra l’altro, mentre tutto l’appartamento era illuminato solo vagamente da una luce gialla artificiale. - È lui? - disse il messicano a Winky. Non mi offrì una mano da stringere. Mi scrutava come se fossi infetto. Indicò una sedia davanti a me, mi disse di sedermi e io eseguii, anche perché Winky mi stava addosso. Con 24


la coda dell’occhio notai qualcosa che all’inizio mi era sembrata una statua di Buddha. Invece era una vasca per uccelli, scolpita nella pancia di un dio a forma di elefante. Gli hindu lo chiamano Ganesh. Winky si acquattò dietro di me, le braccia muscolose e crivellate di buchi penzoloni sul mio petto. Indicò il messicano. - Vedi, fratellino, Indio è un mio compare. Abbiamo un po’ parlato. La stanza divenne ancora più scura quando entrarono i due bestioni, e le vibrazioni passarono dal pavimento su per i miei piedi e fino ai polsi, bloccati contro i braccioli. - Perché mi stai facendo questo? - supplicai. Winky mi afferrò il collo in una morsa strettissima. - Vedi, noi pensiamo che quello che avete fatto tu e tuo padre non è giusto per niente. - Mio padre? Mio padre ha passato tutta la vita a cercare di aiutare gente come… - provai a girarmi ma lui strinse la presa ancora più forte. - Si scarica su di lei, le butta addosso quella merda come se fosse gratis e poi non le lascia niente? Un po’ maleducato, no? Dovremmo essere una famiglia. Una colazione al mese? Mormorò tra sé con disappunto. - Io e mamma pensiamo che ci devi qualcosa di più della pietà - Si chinò ancora su di me. - E quello che hai fatto a Val, di sopra, approfittare di una ragazzina come quella... - Winky, dai, è lei che... Winky si avvicinò ancora di più, si fermò vicino al 25


mio orecchio. Il fiato gli puzzava di maiale stufato. - Al tuo posto non direi niente di male su Val, Sporto. È la nipote di Indio. Lo sai cosa facciamo in prigione agli stronzi malati come te? A quel punto il messicano tarchiato spalancò la bocca, aprendola più di quanto qualsiasi essere umano dovrebbe essere in grado di aprirla. Gli mancavano tutti i denti di sotto. I bestioni mi circondarono, il calore riempì l’aria. E nel momento in cui la stanza si chiuse su di me, seppi che neanche tutto il denaro del mondo mi avrebbe comprato una via d’uscita da lì.

mucho mojo club dal 7 dicembre in libreria www.casasirio.com

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Joe Clifford - Favori  

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