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CasaSirio Editore riottosi


dello stesso autore, con CasaSirio Come una foglia al vento - Cocaine Bugs


Claudio Metallo

vangelo di malavita


CasaSirio Editore Via Roma 39 20823 Lentate sul Seveso (mb) www.casasirio.com info@casasirio.com - tel 342 3632990 © CasaSirio Editore 2017 Questo libro è un’opera di fantasia. Ogni riferimento a fatti, persone, nomi, organizzazioni o luoghi reali è puramente casuale e non intenzionale. editing Martino Ferrario copertina Chiara Mazzotta progetto grafico Chiara Mazzotta/Flavia Sorato isbn 978-88-99032-17-3


a Carmine Braiotta


Immaginate per ipotesi che i grandi mutino ancora, e noi saremo sempre colpevoli. Non si sa bene che genere di colpa sia, ma nella società, e poi nelle nazioni, e nel complesso delle nazioni, il nucleo umano è diviso in due parti distinte: da una parte quelli che condannano, dall’altra quelli che sono colpevoli. È questione di fuggire dal banco degli accusati per salire su quello degli accusatori per chi se la sente […] Il fatto grave è che chi siede al banco dei giudici non è che rappresenti la giustizia. Rappresenta solamente il vincitore. Corrado Alvaro ultimo diario


Il ponte era crollato da tre anni, e i soldi per rimetterlo in piedi non si erano ancora trovati. Suo padre diceva che non si erano voluti trovare. - ‘A decina di operai che ci lavuranu portanu almeno tri voti a capu. Ignazio era assettato su un masso. Con il coltello tracciava dei cerchi nella sabbia mista a pietrisco che aveva sotto i piedi. Gli sembrava un buon posto per tirarci via la terra e farci il cemento per le case. Potìe miscare ‘a rina cu’ petruzze. - ‘Gnaziu! Te lo sei portato ‘u liccasapune? - gli gridò zu’ Cosimu. Ignazio fissò il coltello, lo richiuse e posò lo sguardo su un uomo che stava in piedi su un cumulo di mattoni e pezzi di cemento e ferro. Lui a zu’ Cosimu non lo poteva vedere fin da piccolo. Una volta gli aveva dato due scaffettuni a un pranzo di famiglia. A Ignazio piaceva la moglie di zu’ Cosimu, za’ Gina. Mentre tutti erano a tavola, lui aveva fatto cadere prima la forchetta


e poi il coltello per guardarle le gambe da sotto il tavolo. Za’ Gina s’era accorta e aveva riso maliziosa. Ignazio la osservò alzarsi, sistemarsi la gonna stretta e sculettare verso la cucina. Rimase a bocca aperta. Lei si voltò e sbattendo le ciglia gli chiese: - Mi vieni a dare una mano a girare il capretto? Si alzò di scatto e seguì la zia in cucina, ma non si accorse che anche Cosimu gli era andato dietro. Ignazio era rimasto alle spalle della donna mentre si vasciava sul forno aperto per girare le patate e controllarne la cottura. Il vestito s’era leggermente alzato, tanto da fargli vedere le gambe avvolte in calze di nylon di za’ Gina. Lei si girò e gli sorrise. Zu’ Cosimu spalancò la porta come una furia. - Ma cchi sta faciendu? - urlò, e lo colpì cu’ due manu ‘mberse. - Mo’ sbrigatevi. I tre uscirono dalla cucina, Ignazio aveva le guance arrussicate. Za’ Gina cominciò a riempire i piatti e ne passò uno aru guagliuniellu, ma zu’ Cosimu glielo strappò dalle mani: - Si’ troppo piccirillu pè ‘re fimmine e puru pè ‘ru crapiettu. - T’avissi ‘i movere. Ca’ si nno ne vulanu tutte ‘e ciavule - disse suo padre Peppe Quintieri. Ignazio prese il fucile dalla mano del genitore.

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picciotto di sgarro


Uno.

L’aria della mattina era fresca, ma nel pomeriggio la temperatura si sarebbe alzata, ripeteva zu’ Cosimu; poi, come in un rituale, prendeva la mira e sparava. Ignazio era contento di andare a caccia. Nonostante fosse ancora minorenne, suo padre Peppe Quintieri gli aveva dato un fucile con la canna lunga e il calcio in radica, e Ignazio se l’era appoggiato sulla spalla. Neanche fosse impegnato in una ricognizione militare. Ignazio però non aveva bisogno di spiegazioni. Lui aveva già sparato. La prima volta se la ricordava bene, come se fosse successo solo poche ore prima. Aveva dodici anni. Lui e suo padre erano andati a un pranzo in onore di un vecchio parente che era tornato in Calabria dal Canada. Era molto vecchio, e probabilmente sarebbe stato il suo ultimo viaggio in Italia. Si chiamava Giovanni, ma tutti lo chiamavano zu’ Joey o Joey. Dopo tanti anni all’America, se qualcuno l’avesse chiamato con il suo nome italiano non si sarebbe neanche voltato. Aveva portato 15


regali per tutti, cartoline di posti innevati, fiumi enormi, grandi cascate, montagne e poi città con grattacieli altissimi pieni di vetri. Zu’ Joey aveva anche una borsa con calze e vestiti per le donne, orologi per gli uomini e giocattoli per i bambini. Il regalo più apprezzato furono le due casse di whisky che si erano cominciati a scolare dopo pranzo. Quando za’ Rosina aveva visto la cartolina con le vetrate dei grattacieli aveva detto: - Madonna mia! ‘U sa’ quanto tempo ci vuole per pulire tutti chilli vitri? Com’era tradizione, si era messa a cucinare dalla mattina presto e aveva preparato i ziti freschi con un sugo di polpette di maiale conservate nel grasso e salsiccia di polmone. Per secondo si sarebbero pulizzati agnello e tre vassoi di patate, peperoni e melanzane fritte e fette di pane alla brace con sopra risimoglia. E poi c’erano anche capocolli, soppressate e formaggi, alive ammaccate, giardiniera di cucuzielli spinusi, pipi crusti, pitticille ‘e melanzane e carne du’ vasu. Con la scusa di cucinare, za’ Rosina s’era bevuta un litro e mezzo di vino, ma per lei era un’abitudine. Parenti e amici si cafuniarunu tutto, ci mancava solo ca’ si liccassiru l’uogliu di’ vassoi. Ogni pietanza era deliziosa, e poi mangiare in mezzo agli ulivi era una meraviglia. L’aria del mare e l’ombra degli alberi rinfrescavano le tavolate. Su’ friscu si chiamava un vino rosso robusto e aspro che se n’era sceso a damigiane. Alla fine del pasto arrivarono dolci susumelle, pignolata, buccunotti, pitta cu’ niepiti e ‘ncinette. Supra i durci zu’ Joey tirò fuori il 16


whisky. Za’ Rosina, appena bevuto un sorso, si prese tre bottiglie e se le portò in casa. Aveva ottantadue anni ed era la prima volta che ne beveva. Sparì per tre giorni. Non vedendola neanche alla messa domenicale, i figli decisero di andare a casa sua e vedere cos’era successo. Dopo numerosi trilli di campanello, energiche bussate alla porta e “Mamma, ohi ma’ si’ ‘a ra casa?” urlati con sempre più apprensione, i tre, cui si erano aggiunti altri parenti, sfondarono la porta. Si precipitarono nella stanza da letto e nel bagno, ma za’ Rosina la trovarono in salotto, sulla sua poltrona preferita, che era ancora incellofanata, con le tapparelle abbassate e i piedi su una seggiolina in vimini. Aveva una pezza bagnata sulla fronte e stava con gli occhi chiusi. Li aprì un attimo. Quando vide quel gruppo di persone bianche in volto disse, richiudendo le palpebre: - Mammarella mia, su’ vischio è cu’ ri cazzi. Mai nessun’altra parolaccia uscì dalla sua bocca. Gli invitati più giovani non reggevano l’alcool come za’ Rosina ed erano tutti menzi ‘mbriachi. Decisero di fare una gara di tiro. Posizionarono cinque barattoli di latta arrugginita su una vecchia staccionata e, a turno, per sei volte, spararono. Ci fu chi ne prese tre, chi due, chi uno. Qualcuno per sfottere invitò Ignazio. ‘U guagliuniellu guardò il padre, che gli diede il permesso con un cenno del capo. Peppe Quintieri era troppo pieno di vino e cibo per cominciare una discussione con il figlio, e poi era stato lui che gli aveva spiegato come impu17


gnare la pistola, smontarla, pulirla e caricarla. Ignazio allargò le gambe, prese la mira con tutte e due le mani e sparò cinque colpi di fila. Fece tre su cinque. Quelli più ubriachi applaudirono, qualcuno gridò pure: - Bravo, bravissimo figlici’. Uno dei ragazzi disse: - È sulu fortuna. Si spare n’atre dece vote ‘un ni piglie unu. ‘U zu’ Joey aveva assistito con attenzione a tutta la scena. Più sobrio degli altri, si era alzato a fatica dal tavolo, ma sulu pecchì era abbuttu. Si versò un bicchiere di vino e ne bevve un sorso generoso. Poi fece cenno con la mano di sistemare i barattoli di fronte a lui. Si mise alla stessa distanza del gruppo di ragazzi. Senza dire una parola, tirò fuori dalla fondina la sua pistola e sparò impugnando con una mano sola. Colpì cinque barattoli e spaccò una bottiglia di vetro che stava per terra a un paio di metri dalla staccionata. Lo applaudirono tutti: - Bravissimo zu’ Gioi! Chi mira ca’ teniti! Minchia, cu’ sparati! Ignazio lo guardò sconsolato, ma Joey si avvicinò a lui, gli strinse la mano e, dicendo: “Tu si’ già good”, gli porse mezzo bicchiere di vino. Il ragazzino si voltò verso il padre che sonnecchiava sulla sedia e decise da solo che poteva berselo alla salute di zu’ Gioi. Un altro colpo risuonò in mezzo agli alberi. Un uccello volò via impaurito. In quella mattinata di caccia Ignazio aveva già sparato sei volte e ne aveva preso uno, ma di una specie che non conosceva. Per lui eranu tut18


te ciavule. Il padre e lo zio avevano provato a dirgli che razza fosse, ma se l’era scordato. Alla fine che gliene fotteva, lui era lì per sparare. Si erano inoltrati in un boschetto dove si diceva ci fossero pure cunigli e lepri. Provarono a colpirne qualcuno, ma o quelli erano veloci come gazzelle oppure era colpa dei tre cacciatori che erano troppo lenti. L’eco dei colpi risuonava ancora quando sentirono qualcuno che urlava nella loro direzione parole che non si distinguevano bene. - Chi animale è chissu? - disse Peppe Quintieri ridendo. Davanti ai tre si presentò un uomo grasso con una camicia sporca di terra, così come lo erano i pantaloni e le scarpe. - Chi siti? Chi ci faciti ccà? - gridò. - Chissa è ra terra mia! ‘Un potiti sparare ccà! Il contadino gesticolava coi pugni serrati rivolti verso di loro. Sparando ogni due e tre, se il padrone della terra non era sordo e viveva lì vicino prima o poi doveva arrivare. L’uomo si scagliò contro Peppe e lo riempì di maleparole. Sembrava non curarsi che le tre persone che aveva di fronte fossero più giovani e armate. ‘Gnaziu osservava quel litigio e guardava il padre che, con irridente sufficienza, rispondeva a tono al proprietario inferocito. Era pur sempre ‘nu viecchiu. “Per i vecchi ci vuole rispetto pure si rumpanu ‘a minchia” gli aveva detto il padre. Però ogni cosa ha un 19


limite, così Peppe Quintieri disse in maniera decisa, ma senza alzare la voce: - Mò basta! Nua sparamo ‘ndu vulimu! ‘A capitu? O ti l’aiu spiegare a schaffi? - e poi aggiunse, ridendo verso zu’ Cosimu: - Certu ca’ su viecchiu tene ‘a faccia cumu ‘nu scalune ‘e chianca. L’uomo gli diede una spinta con tutta la forza che aveva gridando: - Malacarni! Peppe Quintieri, preso di sorpresa, non riuscì a rimanere in piedi e cadde in mezzo alle foglie e al fango. La mamma di Ignazio era morta due anni dopo la sua nascita per un’infezione all’utero curata a schifo. Vedendo l’ultimo pezzo della sua famiglia per terra, non ci pensò due volte e sparò nel petto al vecchio, che stramazzò al suolo senza un urlo, un gemito o un’altra malaparola. Il suo corpo emise un unico tonfo sordo toccando la terra. Due poiane volarono via da un albero, poi ci fu un momento di silenzio, come se gli animali fossero entrati in lutto. Zu’ Cosimu e Peppe Quintieri guardarono ‘Gnaziu che teneva il fucile con il calcio in radica appoggiato sulla spalla, la canna ancora fumante. Zu’ Cosimu aiutò Peppe a rialzarsi. - Su’ figliu tuo già è pronto.

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vangelo di malavita in libreria dal 10 marzo

Vangelo di malavita - Anteprima  

di Claudio Metallo dal 10 marzo in libreria

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