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Capitolo 13

L’Archivio della storia

La Restaurazione e le prime rivoluzioni patriottiche e liberali

C

Questione chiave

on il tentativo di riportare l’Europa agli equilibri precedenti alla Rivoluzione francese, messo in atto dal Congresso di Vienna, comincia un’epoca segnata da conflitti di nuovo tipo. Quali conseguenze ebbe lo scontro tra la politica di «restaurazione» delle grandi potenze europee e le diffuse aspirazioni all’autonomia dei popoli, unite alla volontà di partecipazione politica dei nuovi gruppi sociali?

Obiettivi

f Comprendere il senso del sistema di relazioni internazionali costruito in Europa dal Congresso di Vienna. f Analizzare le cause dell’insoddisfazione diffusa nei confronti degli equilibri politici voluti dalla Restaurazione. f Analizzare le idee e le azioni messe in atto dai contestatori della politica autoritaria dei principali governi europei. f Ricostruire e valutare le modalità della formazione e della diffusione delle idee romantiche di popolo, patria, nazione nella secietà europea del primo Ottocento. f Riconoscere le caratteristiche proprie del contesto italiano nel panorama culturale del periodo, tenendo conto in chiave comparativa delle vicende europee. «…Se non ho vinto per la Patria, almeno dipingerò per essa». Cosí in una sua lettera, Eugène Delacroix confidava al fratello l’intenzione che si celava dietro La Libertà che guida il popolo, il famoso dipinto sulle giornate rivoluzionarie di Parigi del 1830. Membro della Guardia nazionale parigina, Delacroix non partecipò attivamente alla lotta, ma con questo dipinto volle dimostrare la propria calda partecipazione agli ideali che animarono l’insurrezione liberale contro la politica reazionaria di Carlo X. La donna che guida gli insorti, vestita come una popolana, si identifica con la libertà rivoluzionaria, come indica il berretto frigio sul capo, e nel contempo con la nazione francese. Non a caso, la donna solleva la bandiera davanti alla folla, un simbolo che va difeso a ogni costo (Parigi, Museo del Louvre, 1830).

La «nazione» come ideale ispiratore dell’Europa dell’Ottocento

P

er lo storico è essenziale, oltre alla conoscenza dei fatti, anche quella delle mentalità, dei linguaggi e degli ideali dei protagonisti delle diverse epoche. Il passaggio tra il XVIII e il XIX secolo fu caratterizzato dal diffondersi di ideali di rinnovamento dell’uomo e della società. Questa spinta di carattere ideale sopravvisse al fallimento dell’impresa napoleonica. Infatti, il periodo successivo al Congresso di Vienna, che doveva riportare indietro l’orologio della storia, fu particolarmente animato dalle idee di patria e libertà, che divennero parole d’ordine di portata universale. 1. Giuseppe Mazzini, uno dei protagonisti del Risorgimento italiano, cosí illustrava la situazione in cui si trovava l’Italia asservita allo straniero e indicava un percorso di rinnovamento del Paese che, a suo dire, comportava il sacrificio eroico di un piccolo manipolo di uomini guidati piú dalla passione e dall’amore per la patria che dalla razionalità e dal calcolo. E v’è un periodo nella vita de’ popoli, come in quella degli individui, nel quale le nazioni s’affacciano alla libertà, come l’anime giovani all’amore per istinto – per bisogno indefinito, e segreto – perché la natura creando l’uomo gli scrisse nel petto: libertà e amore! – ma senza determinazione irrevocabile di volontà, senza fede. Allora la libertà è passione di pochi privilegiati a sentire e soffrire per tutta una generazione, a spiare il progresso e il voto de’ popoli, a intendere il gemito segreto che va dalle moltitudini al trono di Dio – a vivere profeti e morire martiri; per gli altri è desiderio, sospiro, pensiero, e null’altro. G. Mazzini, Scritti politici, Einaudi, Torino 1976

2. Adam Mickiewicz (1798-1855) fu uno dei piú grandi poeti romantici polacchi. Attivo nelle cospirazioni delle società segrete, arrestato e deportato in Russia, dopo la sua liberazione viaggiò per l’Europa – anche in Italia – ma non poté rientrare in Polonia. Mazzini, che ne conobbe e apprezzò l’opera, tradusse diversi suoi testi, come l’Ode alla Madre Polacca, del 1830, che descriveva il terribile destino della nazione per la quale a Mickiewicz non era possibile, da esule, nemmeno combattere. Si noti come egli usi il linguaggio religioso per tradurre i progetti di una élite politica e intellettuale in aspirazioni condivisibili dalle masse. O Madre Polacca! Veglia sul tuo fanciullo. Arrestalo sul pendio dell’abisso, prostrati alla Madre dei dolori1, e contempla il ferro che le lacera il seno. Ahi! Lo stesso ferro sta per trafiggerti. Mentre per tutto altrove l’anime generose son chiamate a combattere trionfando2, e a viver ne’ posteri, tuo

Giuseppe Mazzini, qui ritratto da un anonimo, era convinto che l’Italia avrebbe potuto riscattarsi dal dominio straniero solo se i suoi cittadini fossero stati motivati da un forte esempio a ritrovare dentro di sé un anelito quasi religioso alla libertà (Firenze, Archivi Alinari - Archivio Brogi, 1870 circa).

figlio, serbato a pericoli senza gloria, sarà martire oscuro, d’un martirio senza premio, e senza conforto, perché ei non vedrà esaudito il suo voto3 […]. Perch’egli, il tuo figlio, non andrà come gli antichi cavalieri a piantar lo stendardo della sua fede sulle mura di Solima4; né bagnerà del suo sangue, come i guerrieri dei tre colori, una terra libera e gloriosa5. Nel suo mesto e solitario viaggio, ei non troverà che un carcere per campo di battaglia, e un’empia consulta di giudici per nemico, e il decreto immutabile di un autocrate per sentenza. E allora il tuo figlio disparirà, non lasciando a ricordo della sua breve esistenza che il legno annerito dello strumento del suo supplizio, il pianto passeggero di alcune donne e un racconto mormorato sommessamente presso al focolare domestico. A. Mickiewicz, Ode alla Madre Polacca, in Opere scelte, Edizioni Polonia, Varsavia 1955; trad. di G. Mazzini

1. Maria, la Madre di Gesú, alla quale la patria polacca è qui paragonata.

2. Allude alla gloria di coloro che in tutta Europa combattevano per la libertà. 3. Cioè il desiderio di morire non in carcere o in esilio, ma combattendo per la libertà. 4. Gerusalemme. 5. Mazzini ha rielaborato liberamente il testo di Mickiewicz; questa frase, infatti, non compare nell’originale polacco e sostituisce un brano omesso («né, come i soldati del nuovo mondo, andrà ad arare per la libertà... a bagnare con il suo sangue la terra»).


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capitolo 13 - La Restaurazione e le prime rivoluzioni patriottiche e liberali

1 Il Congresso di Vienna

1.2 Il Congresso di Vienna: la «restaurazione» di antichi regimi e vecchi ideali

e il nuovo assetto europeo

1.1 Il significato politico dell’ultima fase della vicenda napoleonica

Oramai solo, controllato a vista da una guardia, Napoleone osserva malinconicamente la propria figura che si rispecchia nell’acqua in un deserto fiammeggiante ai colori del tramonto: cosí il pittore inglese William Turner immagina le giornate da esule di Napoleone a Sant’Elena (Londra, Tate Gallery, 1842).

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unità 3 - L’età delle rivoluzioni

Alla fine di febbraio del 1815, Napoleone fuggí dall’isola d’Elba e tornò in patria. Nei mesi precedenti, sul trono di Francia era stato posto Luigi XVIII, il fratello di Luigi XVI, ghigliottinato nel 1793, ma le prospettive di una restaurazione dell’Antico regime avevano suscitato in breve tempo l’insofferenza della borghesia francese e delle popolazioni urbane e contadine, che vedevano tornare al potere i nobili e gli antichi proprietari delle terre e quindi accolsero con entusiasmo il ritorno dell’imperatore. Stessi sentimenti erano diffusi nell’esercito, rimasto sempre fedele al suo glorioso comandante, tanto che le truppe inviate dal governo per arrestare Napoleone si unirono a lui e lo accompagnarono a Parigi in trionfo. Il 13 marzo, le potenze riunite a Vienna dal novembre 1814 per decidere le sorti d’Europa dichiararono Bonaparte fuori legge e strinsero tra loro la settima coalizione antifrancese (vedi cap. 12). Ne faceva parte un ampio schieramento: Gran Bretagna, Russia, Austria, Prussia, Svezia, Paesi Bassi, Regno di Sardegna, Spagna, Portogallo e alcuni Stati tedeschi. La Francia era dunque circondata. Lo scontro decisivo avvenne in Belgio, tra il 15 e il 18 giugno 1815. Napoleone tentò di affrontare separatamente le truppe inglesi, comandate da Wellington, e quelle prussiane, al comando di Blücher. Ma la manovra riuscí solo in parte, e mentre l’imperatore combatteva contro gli inglesi sul campo di Waterloo, i prussiani riuscirono a unirsi agli alleati, condannando i francesi alla sconfitta. I «cento giorni» in cui si consumò l’ultimo tentativo dell’imperatore dei francesi di imporsi come ago della bilancia dello scenario politico europeo ebbero effetti notevoli sull’andamento delle trattative che si stavano svolgendo a Vienna. La temporanea ripresa della Francia napoleonica aveva costretto, infatti, tutti i sovrani e i governanti radunati nella capitale austriaca a mettere da parte le loro divergenze per fronteggiare ancora una volta il comune nemico. Inoltre, l’entusiasmo popolare che in Francia aveva accolto lo sbarco di Napoleone e provocato la fuga di Luigi XVIII, era segno che una restaurazione dell’antica monarchia in quel Paese – e in fondo in tutti gli Stati europei – non poteva trascurare completamente i sentimenti popolari e le aspirazioni della borghesia. Infine, era evidente che solo la sconfitta militare aveva posto fine all’avventura di Napoleone e dunque le scelte politiche che si stavano facendo a Vienna avrebbero sempre avuto bisogno di essere imposte con la forza. La Francia, dopo Waterloo, dovette essere invasa da un milione di soldati delle truppe coalizzate, che riportarono sul trono Luigi XVIII. L’ex-imperatore, consegnatosi agli inglesi, fu trasferito a Sant’Elena, una piccola isola rocciosa, sperduta nell’Oceano Atlantico, dove il 5 maggio 1821 morí, forse per un tumore allo stomaco o per avvelenamento.

La fine dell’avventura napoleonica rafforzò ulteriormente la posizione della Gran Bretagna negli equilibri politici europei e consolidò l’opinione che la Francia dovesse essere circondata da una serie di Stati cuscinetto. Dimostrò, inoltre, la forza della potenza militare prussiana, per il ruolo decisivo che essa ebbe nella vittoria finale. Costrinse, infine, i Paesi riuniti a Vienna a stringere un accordo che tenesse conto degli equilibri di potere fra tutte le maggiori potenze per la conservazione della pace. Ecco perché la Francia di Luigi XVIII era stata coinvolta fin dal principio nelle trattative: non era possibile costruire una pace in Europa escludendo la nazione che per oltre vent’anni aveva messo in pericolo la stabilità del continente. Le scelte politiche che si andarono affermando nel corso dei colloqui mirarono a rendere durevole un assetto europeo fondato sull’ideale della «restaurazione». Dopo la parentesi rivoluzionaria si decise cioè di imporre di nuovo gli antichi regimi e i riferimenti ideali che li avevano per secoli sostenuti: la sacralità del potere dei principi, i severi limiti posti alla partecipazione politica dei cittadini, il valore assoluto dei tradizionali riferimenti culturali e spirituali (primo fra tutti la stretta alleanza tra trono e altare per la conservazione delle vecchie strutture sociali e politiche). Proprio per rendere possibile una duratura Restaurazione, che non fosse piú turbata né da ventate rivoluzionarie, né da tentativi egemonici dell’una o dell’altra potenza, al di là degli interessi dei maggiori protagonisti delle trattative il Congresso di Vienna si concluse con un compromesso tra il principio di legittimità e il settecentesco principio di equilibrio. 1.3 Il principio di legittimità

Il principio di legittimità prevedeva che su ciascun trono europeo dovesse sedere il «legittimo regnante», cioè il re che era al potere al momento della rivoluzione o un suo erede. Inoltre, esso prevedeva che ciascuno Stato fosse ricostituito secondo la carta politica europea del 1792. In realtà, nessuno voleva ammettere che l’affermazione della volontà popolare e dell’autonomia nazionale – le due piú importanti eredità della Rivoluzione francese – aveva scosso le fondamenta del modello dinastico delle monarchie dell’Ancien régime. Tutti i popoli d’Europa erano ormai a favore di uno Stato fondato sulla sovranità nazionale, cioè espressione di un patto fra il sovrano e il suo popolo. In questo senso le idee rivoluzionarie, che si volevano cancellare, potevano essere rinnegate, ma non ignorate. Si spiega cosí quanto era avvenuto prima di tutto in Francia, dove il 4 giugno 1814 Luigi XVIII aveva dovuto emanare una Carta costituzionale che dava vita a una monarchia sul modello inglese, sia pure presentando la Carta come una concessione del sovrano e non come una espressione della volontà popolare. La Costituzione affermava in primo luogo l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, prevedeva, pur con forti limitazioni, la libertà di stampa e istituiva un Parlamento. 1.4 Il principio di equilibrio

Il principio di legittimità fu comunque applicato con discrezionalità, soprattutto nella definizione della futura carta politica d’Europa, perché in diversi casi gli fu anteposto il principio dell’equilibrio tra le potenze. Né Venezia né Genova, ad esempio, furono ricostituite come repubbliche autonome, e furono introdotti anche in altri Stati mutamenti territoriali. Si imposero, soprattutto, gli interessi delle grandi dinastie: i Romanov in Russia, gli Asburgo in Austria, gli Hannover in Regno Unito, i Borboni in Spagna, Italia meri-


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capitolo 13 - La Restaurazione e le prime rivoluzioni patriottiche e liberali

unità 3 - L’età delle rivoluzioni

dionale e Francia. Erano, infatti, i sovrani dai quali dipendeva un sistema di equilibri in grado di ridurre al minimo le tensioni internazionali. Metternich, il rappresentante dell’Austria al Congresso, sottolineò la volontà degli Stati di cooperare «per opporsi alla prepotenza di uno solo, e per arrestare l’estendersi della sua influenza» (vedi La parola allo storic). Tutto ciò portava inevitabilmente alla negazione delle aspirazioni dei popoli, specialmente nei due imperi continentali, quello asburgico e quello zarista, caratterizzati dalla compresenza di nazionalità eterogenee. 1.5 La nuova carta d’Europa disegnata a Vienna

Il Regno Unito, potenza egemone sui mari, si preoccupò soprattutto di acquistare basi nelle isole del Mediterraneo e di imbrigliare le velleità espansionistiche della Russia, che tuttavia ottenne la Finlandia e buona parte della Polonia, spingendo i suoi confini occidentali verso il centro dell’Europa. Per fronteggiare le mire espansionistiche dello zar e montare la guardia alla Francia, insieme al Regno di Sardegna (che ottenne Genova e i suoi domini liguri) e a quello dei Paesi Bassi (unione degli attuali Belgio e Olanda), si favorí un ingrandimento della Prussia che, anche se divisa in due spezzoni territoriali non comunicanti, divenne una grande potenza. Al centro dell’Europa fu creata la Confederazione germanica, un’alleanza tra 28 Stati sovrani: un impero (l’Austria), 5 regni (Prussia, Baviera, Hannover, Sassonia, Württemberg), 10 principati, 8 granducati e 4 città libere (Francoforte, Amburgo, Brema e Lubecca). Posta sotto la presidenza onorifica dell’imperatore austriaco, ma priva di un organo centrale autorevole, la Confederazione rimase in bilico fra Austria e Prussia. L’Impero asburgico ottenne il riconoscimento della sua espansione in Italia e nei Balcani, dove inglobò le ex-province «illiriche» napoleoniche: l’Istria, la Dalmazia, il Friuli e la Croazia meridionale, abitate da italiani e slavi. Il rafforzamento dell’Austria nella L’Europa dopo il Congresso di Vienna Acquisizioni: del Regno Unito dell’Austria della Prussia della Russia del Regno di Sardegna

Mare del Nord

Mar Baltico

Helgoland Regno di (G.B.) Danimarca Lubecca Amburgo

Regno Unito Londra

Regno dOlanda

Finlandia

Regno di Norvegia Regno di Svezia

Hannover

o gn Re

Impero russo

russia di P Regno di

Berlino

Oceano Atlantico

Regno di Francia

Regno di Portogallo

Metternich nel giudizio di Henry Kissinger

C

osí nel 1957 Henry Kissinger, professore all’Università di Harvard e piú tardi Consigliere e Segretario di Stato americano durante le presidenze di Nixon e Ford, rivalutava la politica di Metternich e anche il principio di legittimità, vedendo in esso uno strumento per costruire un ordine internazionale condiviso, dopo un ventennio in cui l’astro napoleonico aveva portato in Europa gli ideali francesi, infrangendo però con la forza i fondamenti del diritto internazionale. Si potrebbe comunque osservare il fatto che il principio di legittimità era già stato infranto prima di Napoleone e che il Congresso di Vienna non lo ripristinò senza fare grandi e macroscopiche eccezioni. Questa ambiguità era la migliore dimostrazione che la subordinazione della libertà e dei diritti degli individui e delle nazioni alle considerazioni sugli equilibri di potere era l’altra faccia della medaglia di quella politica.

Quando Napoleone fu sconfitto in Russia, l’Europa si trovò a dover affrontare, nella forma piú concreta, il problema di costruire un ordine legittimo. L’opposizione, infatti, può raccogliere un consenso molto vasto, magari il piú vasto immaginabile, ma gli oppositori, uniti da ciò che non vogliono, possono trovarsi in completo disaccordo su ciò che vogliono in cambio [...]. La rivoluzione francese aveva inferto un colpo forse mortale al diritto divino dei re; ma proprio ai sostenitori di questa dottrina si chiedeva ora di porre fine a una generazione di spargimenti di sangue. In simili circostanze, stupisce non quanto fosse imperfetto l’accordo raggiunto, ma quanto fosse ragionevole; non quanto fosse «reazionario» secondo le ipocrite teorie della storiografia del secolo XIX, ma quanto equilibrato. Magari non corrispose alle speranze di una generazione di idealisti, ma diede loro qualcosa di forse piú prezioso: un periodo di stabilità che diede alle loro speranze la possibilità di realizzarsi senza un’altra

La stampa popolare ironizza sugli esiti del Congresso di Vienna e sul tentativo di ristabilire in Europa un sistema di equilibri che sia rispettoso degli Stati nazionali e dei grandi imperi: lo zar Alessandro I restituisce la corona e la Francia a Luigi XVIII, sottraendola a un Napoleone privo di forze. In primo piano, Federico Guglielmo di Prussia raccoglie da terra quanto è avanzato dalle spartizioni, mentre Francesco II d’Asburgo «sfila» i Paesi Bassi alla Francia (stampa del XIX secolo).

guerra e senza una rivoluzione permanente [...]. Se l’Europa passò da un apparente caos alla stabilità, il merito fu soprattutto di due grandi statisti: Castelreagh, ministro degli esteri britannico, che negoziò il nuovo assetto internazionale, e Metternich, ministro degli esteri dell’Austria, che gli diede legittimità [...]. Castelreagh, con la sicurezza che gli derivava dalla posizione insulare della Gran Bretagna, tendeva a opporsi solo ad aggressioni aperte: Metternich, statista di una potenza situata al centro del continente, cercava soprattutto di prevenire rivolgimenti. Convinta dell’inattaccabilità delle sue istituzioni, la potenza insulare elaborò la dottrina del «non intervento» negli affari interni degli altri stati: il poliglotta impero austro-ungarico, oppresso dalla vulnerabilità della sua struttura interna in un’età di nazionalismo, insistette sul generale diritto di intervenire per stroncare i moti sociali ovunque si verificassero. H. Kissinger, Diplomazia della Restaurazione, Garzanti, Milano 1973

Polonia

Württemberg Baviera

Impero d’Austria Vienna

Bessarabia

Conf. Regno d’Ungheria elvetica Regno Regno di lombardo-veneto Sardegna Impero ottomano Toscana Stato della Chiesa

Malta (G.B.)

. (G

Confine della Confederazione germanica

onie

Regno delle Due Sicilie

Isole I

Regno di Spagna

La parola allo storico

Sassonia

Francoforte

Parigi

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B. )

Mar Mediterraneo

nostra penisola, che aveva come unico contrappeso il Regno di Sardegna, era evidente per la congiunzione fra le terre lombarde e quelle dell’antica Repubblica veneziana a formare il Regno lombardo-veneto, ma anche per la costituzione dei Ducati di Parma e Piacenza e di Modena, docili e preziose teste di ponte austriache al di là del Po. Per il resto, in Italia furono restaurate la dinastia dei Borbone nel Regno delle Due Sicilie, degli Asburgo-Lorena in Toscana e dei Savoia nel Regno di Sardegna. 1.6 Il «principio di intervento»

Per garantire l’assetto stabilito a Vienna, lo zar Alessandro I propose la costituzione di una «Santa Alleanza», che, sottoscritta dai sovrani in nome della «santissima e indivisibile Trinità», avrebbe dovuto impegnarli moralmente a fondare la loro politica estera «sui precetti della santa religione, e cioè della giustizia, della carità


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cristiana e della pace» e a prestarsi vicendevolmente aiuto «in ogni caso e circostanza». Il patto sottoscritto da Russia, Austria, Prussia, Francia e da diversi altri Stati piú piccoli, non ebbe l’adesione del Regno Unito e restò una dichiarazione di alti princípi priva di efficacia reale. Piú concreta e operativa si dimostrò invece la «Quadruplice Alleanza» conclusa il 20 novembre 1815 tra Regno Unito, Austria, Prussia e Russia ed estesa tre anni dopo anche alla Francia. La Quadruplice Alleanza si fondava sul principio di intervento: impegnava infatti le potenze a consultarsi e a inviare truppe in territorio straniero ogni volta che l’equilibrio europeo fosse stato messo in pericolo dall’ambizione di uno Stato o da movimenti rivoluzionari che minacciavano l’ordine costituito. 1.7 Gli effetti del Congresso di Vienna

Il Congresso di Vienna inaugurò un periodo di pace da alcuni storici definito «pace dei cent’anni», perché, come vedremo, l’accordo raggiunto in quella fase era destinato a governare l’Europa molto a lungo, assorbendo le tensioni rivoluzionarie del 1820-1821, del 1830 e del 1848 (vedi cap. 14) e sopravvivendo all’unificazione italiana e tedesca (vedi cap. 15). Esso fu travolto solo allo scoppio della Prima guerra mondiale (1914-1918). Tuttavia, i valori della tradizione – come quello del fondamento religioso e sacralizzato della sovranità del re – su cui si fondava il progetto politico della Restaurazione non potevano piú essere imposti con gli stessi argomenti usati in un’epoca ormai tramontata. I popoli potevano ancora riconoscere i loro sovrani nel nome della patria e della fede, ma ovunque le élite intellettuali sentivano il bisogno di partecipazione politica e coltivavano gli ideali della nuova cultura «romantica» (vedi Approfondimenti 1). Persino l’Atto finale del Congresso di Vienna, firmato il 9 giugno 1815, mirava a un nuovo concetto di progresso generale dell’umanità, diverso da quello illuministico, ma non del tutto contrapposto a esso. Si condannava, infatti, ogni tipo di schiavitú e si vietava la «tratta» degli schiavi. Si ammetteva, inoltre, l’internazionalizzazione delle grandi comunicazioni fluviali, aprendo la via a un’epoca di grande sviluppo dell’economia e degli scambi commerciali. Proprio questo movimento di progresso rafforzò i nuovi fermenti culturali e ideali che dovevano portare, nei decenni successivi, a un’accesa contestazione dell’ordine imposto dalle principali potenze. L’alleanza tra Alessandro I di Russia, Francesco I d’Austria e Federico Guglielmo III di Prussia assume un alone di cristiana sacralità nel dipinto di Heinrich Olivier, proprio come intende suggerire il nome stesso di «Santa Alleanza». I tre sovrani si danno reciprocamente la mano all’interno di un’austera cattedrale gotica, chiamando Dio a testimone del loro patto (Dessau, Anhaltische Gemäldegalerie, 1815).

capitolo 13 - La Restaurazione e le prime rivoluzioni patriottiche e liberali

unità 3 - L’età delle rivoluzioni

Approfondimenti 1

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Dentro la storia

L’ideologia della Restaurazione e la nuova cultura romantica

N

el corso dell’Ottocento si andò affermando un profondo rinnovamento della cultura europea. Per defi nire questo periodo della storia delle idee gli storici hanno coniato l’espressione «Romanticismo». Il Settecento era stato dominato dal culto illuminista della razionalità, mentre la nuova sensibilità esaltava il primato delle passioni e della vita interiore. Se l’Illuminismo aveva coltivato il mito del progresso, il Romanticismo esaltava il ritorno alle radici storiche e spirituali dei singoli e dei popoli. L’Illuminismo, infi ne, aveva sottolineato il valore unifi cante della ragione come via comune a tutta l’umanità e aveva dunque seguito, anche in campo politico, l’ideale del cosmopolitismo, vagheggiando addirittura una futura unione fra tutti i popoli nell’unico ordine della pace universale. Il Romanticismo, invece, tendeva a evidenziare le differenze tra le diverse sensibilità nazionali e il legame vitale di ciascuna società con la sua lingua, le proprie tradizioni, la propria fede religiosa. Per il suo radicamento nei valori tradizionali, il Romanticismo poteva apparire uno strumento ideologico utile ai progetti della Restaurazione. Esso, tuttavia, tendeva in realtà a contestare il rigido ordine imposto ai popoli dal Congresso di Vienna, perché esaltava l’individualità e i diritti delle nazioni e stimolava i sentimenti patriottici delle diverse comunità e la partecipazione delle masse alle decisioni che riguardavano il loro destino. Di fatto, nel corso della prima metà dell’Ottocento il Romanticismo divenne la cultura della classe media e dell’alta borghesia e spinse queste classi sociali, sempre piú determinanti dal punto di vista economico, a mettersi alla guida dei movimenti per l’indipendenza nazionale e degli sforzi per coltivare un reale progresso civile dei popoli (ad esempio attraverso l’istruzione e lo sviluppo delle diverse forme di cultura popolare, come il teatro, la musica, la letteratura di intrattenimento). Ben presto si cominciò a concepire il Roman-

La Germania di Philipp Veit dimostra come il nascente spirito nazionalistico dell’epoca venisse stimolato dalla rivisitazione delle radici storiche di una nazione. La bionda Germania reca infatti le insegne del glorioso Sacro romano Impero – la corona imperiale, gli annali dell’impero, la spada e lo scudo con l’aquila asburgica bicipite – mentre il trono su cui siede porta sulla base gli emblemi dei príncipi elettori tedeschi (Francoforte sul Meno, Museo Storico, 1839).

ticismo come la fonte ispiratrice di una «religione della libertà» (personale e comunitaria), che poco aveva a che fare con i tradizionali valori che dovevano assicurare alla Restaurazione la sua stabilità.

In questo paragrafo 1

Congresso di Vienna (1815)

Restaurazione degli antichi regimi e degli ideali politici tradizionali

Principio di legittimità Nuova carta d’Europa Principio di equilibrio

«Santa Alleanza» e Quadruplice Alleanza

Principio di Prin P in nt intervento


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capitolo 13 - La Restaurazione e le prime rivoluzioni patriottiche e liberali

unità 3 - L’età delle rivoluzioni

2 I moti indipendentistici delle colonie americane

Gli Stati dell’America centro-meridionale

di Spagna e Portogallo

2.1 La situazione delle colonie americane al principio del XIX secolo

Nei primi anni successivi al Congresso di Vienna, in America meridionale presero corpo i fermenti indipendentistici che avevano avuto origine nell’epoca rivoluzionaria e napoleonica e che portarono alla completa autonomia dei vasti possedimenti spagnoli e portoghesi in quell’area. La proclamazione dei diritti universali dell’uomo nella Rivoluzione americana e in quella francese e poi la condanna della tratta degli schiavi e la proclamazione dell’abolizione della schiavitú (decisa dalla Convenzione francese del 1794 ma revocata da Napoleone nel 1802) avevano suscitato, infatti, anche in quelle regioni, aspirazioni politiche che era molto difficile reprimere in nome dei restaurati equilibri europei. Il desiderio di guadagnare piena autonomia dai colonizzatori era particolarmente sentito dalla componente creola, cioè di sangue misto, di quelle popolazioni discendenti dagli antichi conquistatori. Questa minoranza era formata da proprietari terrieri e media borghesia e rappresentava la classe dirigente intellettuale ed economica delle colonie. Essa, tuttavia, era esclusa dalle alte cariche politiche e religiose, riservate a personalità inviate direttamente dalla Spagna e dal Portogallo. Alla base della piramide sociale c’erano, invece, gli indios, che spesso lavoravano nelle miniere, e i neri, deportati dall’Africa, che lavoravano come schiavi nelle piantagioni. Quando la Spagna fu occupata dai francesi, anche nelle colonie spagnole si formarono «giunte» provvisorie di governo pronte a dichiarare l’indipendenza e ad assumersi le responsabilità della piena autonomia dai dominatori europei. 2.2 Nuovi Stati guidati dai ceti medi locali I caudillos dell’America Latina

Mentre in Europa cominciava l’epoca della Restaurazione, in America Latina si ebbero diverse insurrezioni anticoloniali. Esse furono guidate da una serie di condottieri detti libertadores («liberatori»), che appartenevano alla borghesia piú intraprendente che sognava di costruire un’America Latina libera e forte. I piú audaci si misero a capo dei movimenti indipendentisti e invocarono il sostegno degli Stati Uniti e del Regno Unito. Quest’ultima potenza, in particolare, a cominciare dal 1816 prese ad aiutare concretamente i ribelli in vista dei vantaggi politici e commerciali che le potevano derivare dal crollo degli imperi coloniali iberici. Del resto i libertadores ben conoscevano la politica europea: il venezuelano Simón Bolívar (1783-1830) aveva assistito all’incoronazione di Napoleone; l’argentino José de San Martin (1778-1850) aveva combattuto in Spagna contro i francesi; Francisco de Miranda (1750-1816), anch’egli venezuelano, aveva militato a Valmy nelle file dei francesi. Essi si contrapposero, quindi, alle potenze europee che li dominavano in nome di ideali nati proprio in Europa e con l’intento di realizzarli nei loro futuri Stati. Nel 1816, a seguito di una sollevazione popolare, nacque l’Argentina indipendente. In seguito José de San Martin uní le forze indipendentiste argentine e cilene e liberò il Cile (1817-1818). Quindi si diresse vero il Perú. Simón Bolívar promosse l’insurrezione nelle regioni settentrionali del Sudamerica: Venezuela, Colombia, Ecuador, poi unificate nella Repubblica della Grande Colombia (1819). I movimenti indipendentisti provocarono la disintegrazione dell’impero coloniale spagnolo, ma trovarono un freno all’elaborazione di sistemi politici democratici nella paura della rivolta degli indios. Significativo, in questo senso, il caso del Messico: qui, fra il 1810 e il 1816, furono proprio le rivolte di indios e schiavi neri, spesso capeggiate da una parte del clero e animate da idee radicali – uguaglianza razziale, abolizione della schiavitú, riforme fiscali – a rafforzare l’autorità del generale spagnolo Augustin

Oceano Atlantico

Repubblica federale del Messico 1821

Guatemala Salvador Honduras Nicaragua Costarica 1823

Belize (Brit.) Mosquitia (Brit.) Guyana Guyana (Brit.) (Fr.) Panama Venezuela Colombia Ecuador

1819

Perú

Guyana (Ol.)

Impero del Brasile 1822

1821

Oceano Pacifico

Bolivia 1825

Paraguay 1818

Cile

Uruguay Argentina

1816

Province Unite dell’America Centrale Repubblica della Gran Colombia

Le truppe agli ordini di José de San Martin pronte per essere passate in rassegna in un dipinto anonimo. José de San Martin non fu solo il fautore dell’indipendenza dell’Argentina, ma si batté anche per l’indipendenza del Cile e del Perú (dipinto del XIX secolo).

de Itúrbide, che soppresse le rivolte, si impadroní del potere e nel 1821 proclamò l’indipendenza. Il generale, che cercò di proclamarsi imperatore, fu deposto e fucilato dai repubblicani, che meglio di lui rappresentavano gli interessi delle élite locali, aprendo la strada alla creazione della Repubblica federale del Messico. Nello stesso periodo si formarono le Province Unite dell’America centrale, che comprendevano Guatemala, Honduras, Nicaragua, Salvador e Costarica. Nel 1822 anche il Brasile, dove si erano rifugiati i sovrani del Portogallo in epoca napoleonica, conquistò l’indipendenza su pressione degli inglesi. L’Impero del Brasile fu l’unico, fra le terre dell’America del Sud, a evitare la frammentazione politica e Pedro I, figlio del re del Portogallo, fu proclamato imperatore del Brasile indipendente. 2.3 La fine degli imperi coloniali in America e il predominio degli Stati Uniti

Alla Spagna, che nel 1819 vendette la Florida agli Stati Uniti, non restavano ormai, alla fine degli anni Venti dell’Ottocento, che le isole di Cuba e di Portorico. Anche le colonie francesi e olandesi in America erano ridotte a poche isole caraibiche. La vera potenza egemone nel Nuovo Continente era adesso il Regno Unito, non solo per la sua presenza diretta in Guiana e nel Canada, ma per la sua preminenza commerciale, ormai priva di concorrenti, in tutti i Paesi di nuova indipendenza. La grande sfida che la Francia rivoluzionaria e napoleonica aveva ingaggiato con il Regno Unito era finita con il predominio mondiale della grande potenza navale e commerciale britannica. Essa, tuttavia, si trovò a fronteggiare nel continente americano la crescente forza degli Stati Uniti d’America. Regno Unito e Stati Uniti si affrettarono a riconoscere ufficialmente i nuovi Stati nati dagli ex-imperi spagnolo e portoghese. Tuttavia gli Stati Uniti non si lasciarono sfuggire l’occasione per affermare appena possibile il principio di una sorta di tutela «panamericana». Nel 1823, il presidente americano James Monroe proclamò infatti la cosiddetta «Dottrina Monroe», dichiarando ufficialmente che il suo Paese si sa-


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rebbe opposto a qualsiasi intervento esterno negli affari delle due Americhe (vedi Le fonti della storia 1). Bolívar, presidente della Grande Colombia, comprese che per rendere paritetica ed effettiva la solidarietà interamericana proclamata da Monroe, e per evitare l’egemonia degli Stati Uniti, bisognava creare un grande e unitario Stato sudamericano. Nel 1826 convocò, perciò, tutti i nuovi Stati del continente a un congresso che registrò subito lo scontro fra federalisti e autonomisti. Il Congresso di Panama fallí, e questo provocò, nel 1830, la disgregazione della Grande Colombia e la frantumazione delle Province Unite centroamericane, mentre i territori settentrionali del Messico furono inglobati negli Stati Uniti. Il tramonto del progetto di Bolívar, l’instabilità politica dei singoli Paesi, sempre esposti a sollevazioni militari e a colpi di Stato, e le continue guerre fra le excolonie fecero ben presto del continente latinoamericano un’area di sottosviluppo economico e civile.

In questo paragrafo 2 Diffusione, dall’Europa, degli ideali di nazionalità e autonomia dei popoli (1789-1815)

Ribellioni indipendentistiche dei popoli dell’America Latina contro Spagna e Portogallo

Iniziativa delle classi dirigenti borghesi Divisione tra i nuovi Stati Nascita degli Stati centro e sudamericani (1816-1823)

Supremazia de degli Stati Uniti

3 1820-1821: i movimenti costituzionali

e indipendentistici in Spagna, Portogallo, Italia, Russia e Grecia

3.1 L’opposizione clandestina alla Restaurazione e le società segrete

Nel corso del periodo napoleonico si erano formate un po’ ovunque in Europa società segrete che rispondevano a una diffusa aspirazione alla partecipazione politica delle élite intellettuali e militari. Queste associazioni si ispiravano ai princípi della Rivoluzione francese, mentre dal punto di vista organizzativo seguivano l’esempio dell’associazionismo massonico (vedi cap. 8), con la sua organizzazione in logge, il ricorso a rituali e simboli segreti, l’assoluta riservatezza. Le società segrete si diffusero particolarmente nell’area mediterranea e nella prima fase della Restaurazione furono protagoniste dello scenario politico in Spagna, negli Stati d’Italia e in Grecia. Ma anche nel mondo tedesco non mancarono agitazioni a sfondo nazionalista ispirate dalla «Società dei giovani tedeschi». I fermenti patriottici e antiassolutistici furono tenuti vivi anche dalla Burschenschaft, una lega di studenti creata a Jena nel 1815 con il motto «onore, patria, libertà». La cultura dell’epoca, animata dagli ideali del Romanticismo, si impregnava di forte carica nazionalistica e la Germania non era esente da questo La riunione di una società segreta: queste associazioni contribuirono in modo determinante alla diffusione di sentimenti nazionalistici, destinati ad alimentare l’opposizione ai regimi monarchici restaurati dal Congresso di Vienna (incisione del 1864).

Le fonti della storia 1

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• Testimonianze dei protagonisti

Gli Stati Uniti di Monroe a difesa dell’autonomia dell’America

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el pronunciarsi a difesa dell’indipendenza da poco conquistata da diversi Paesi dell’America centrale e meridionale, il presidente americano Monroe assunse i toni dell’esaltazione della libertà e delle legittime aspirazioni dei popoli. Dietro questo slancio si esprimeva tuttavia il fermo proposito degli Stati Uniti di opporsi a qualsiasi ingerenza europea negli affari del continente, che venivano riservati all’iniziativa di Washington. In questo modo si affermava apertamente l’intenzione degli Stati Uniti di estendere all’intero continente americano la propria supremazia. I cittadini degli Stati Uniti provano un fortissimo sentimento di simpatia per la libertà e la felicità di tutti gli uomini che, come loro, abitano al di là dell’Atlantico. Noi non abbiamo mai preso parte alle guerre degli Stati europei sorte da questioni puramente europee, né la nostra politica comporta che vi partecipiamo […]. Noi dobbiamo, quindi, in virtú dei rapporti sinceri ed amichevoli esistenti tra gli Stati Uniti e le suddette potenze, dichiarare che considereremmo un pericolo per la nostra pace e la nostra sicurezza ogni loro tentativo di estendere ad una qualsiasi regione di questo emisfero il loro sistema politico. Noi non abbiamo voluto interferire nelle colonie o nei possedimenti europei attualmente, né intendiamo farlo in futuro. Ma quando si tratta di governi che hanno dichiarato la loro indipendenza e sono riusciti a mantenerla e la

Un ritratto di James Monroe, il presidente che affermò la supremazia degli Stati Uniti nel continente americano, dichiarandosi contrario all’ingerenza delle potenze europee negli affari degli Stati d’America (Collezione privata, XIX secolo).

cui indipendenza noi abbiamo, in base a ponderate considerazioni e giusti princípi, riconosciuto, non potremmo reputare un qualsiasi intervento che si proponga di opprimerli o di controllarne in un qualsiasi altro modo il destino, compiuto da una potenza europea, se non come la manifestazione di un atteggiamento ostile nei confronti degli Stati Uniti […]. Messaggio di Monroe, in D. Perkins, Storia della dottrina di Monroe, trad. di A. Prandi, Il Mulino, Bologna 1960

fenomeno. Nel 1817 ci furono agitazioni in occasione del terzo centenario della riforma luterana, vista come antecedente religioso e culturale dell’unità e dell’identità tedesca. Sia Metternich che Federico Guglielmo III di Prussia repressero ogni tipo di manifestazione patriottica, temendo che questo tipo di movimento si potesse saldare alle rivendicazioni liberali e costituzionali diffuse tra la borghesia. 3.2 La Spagna e il Portogallo

Le società segrete furono le protagoniste dei movimenti politici che turbarono fin dagli anni Venti dell’Ottocento l’apparente stabilità della Spagna e del Portogallo. La Spagna rappresentava sicuramente un punto critico nell’edificio politico costruito dal Congresso di Vienna, anche perché il re Ferdinando VII aveva rinnegato la Costituzione liberale di Cadice proclamata dai patrioti antifrancesi nel 1812 (vedi Le fonti della storia 2) e aveva ristabilito la monarchia assoluta. Tutto questo contrastava non solo con parte dell’opinione pubblica colta, ma anche con le aspirazioni dei giovani ufficiali che avevano guidato la guerra di liberazione contro i francesi e si erano battuti per la Costituzione del 1812. Proprio fra i militari si diffusero allora le società segrete, come quella dei Comuneros. Gli ufficiali, infatti si ritenevano i veri interpreti della nazione contro i cattivi politicanti e per questo giustificavano il ricorso al cosiddetto «Pronunciamento»: un’insurrezione militare contro il governo al potere. Nel gennaio del 1820, a Cadice, le truppe concentrate per imbarcarsi verso le colonie americane in rivolta si ribellarono, esigendo il ripristino della Costituzione del


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Sollevamento: in spagnolo «alzamiento», indica un’insurrezione guidata da reparti dell’esercito e giovani ufficiali. A differenza della «rivoluzione» propriamente detta, non comporta la partecipazione popolare.

1 1812. Alla testa dei ribelli c’era Rafael de Riego (1785-1823), un ufficiale che aveva ccombattuto contro i francesi e che divenne la guida militare del Pronunciamento, a cui ben presto aderirono alcuni generali di primo piano. Ferdinando VII dovette p piegarsi e ripristinare la Costituzione di Cadice che, rispetto alla Costituzione conccessa in Francia da Luigi XVIII, prevedeva un’unica camera elettiva e accordava, per n non suscitare tensioni tra il popolo, un ruolo primario alla Chiesa cattolica. Le elezzioni del giugno 1820 diedero vita a un Parlamento a maggioranza costituzionale e li liberale favorevole alla stabilizzazione di una monarchia costituzionale sul modello in inglese. Ma subito si crearono profonde divisioni fra i moderados e gli exaltados, di tendenza piú democratica. La rivolta spagnola ebbe ripercussioni profonde sia in America che in Europa. In Portogallo una sollevazione militare rovesciò il regime assolutista e ottenne dal re Giovanni VI (1816-1826), appena rientrato dal Brasile, un ordinamento parlamentare bicamerale. 3.3 L’Italia: il dissenso nelle società segrete e nell’opinione pubblica

Nella penisola italiana, dove si erano diffuse fin dall’epoca napoleonica le società segrete, in particolare la «Carboneria» in tutta Italia (vedi Approfondimenti 2), gli «Adelfi» in Piemonte e i «Federati» in Lombardia, le vicende spagnole ebbero ripercussioni di vasta portata. Gli obiettivi delle società segrete erano articolati su piú livelli, ma lo scopo primario era quello di dotare gli Stati assoluti di un governo costituzionale. L’opposizione ai governi assoluti e alla presenza austriaca fu tuttavia condotta da ristretti circoli della nobiltà e della borghesia sensibili alle idee liberali, da ex-ufficiali e da minoranze di intellettuali. Questi agivano appunto all’interno delle società segrete, ma cercavano, nello stesso tempo, di dar vita a un rinnovamento culturale e civile delle popolazioni italiane. Lo sviluppo della stampa e del giornalismo, infatti, divenne anche in Italia, specialmente nelle città, un fenomeno importante per la circolazione delle idee, tanto che persino l’Austria se ne serví per l’organizzazione del consenso negli Stati sottoposti al suo dominio. Grande rilievo ebbe all’epoca il giornale milanese «Il Conciliatore», avviato nel 1818, a cui collaborarono nobili lombardi come Federico Confalonieri e Luigi Porro Lambertenghi e intellettuali come Silvio Pellico, Pietro Corsieri e Ludovico di Breme. Il periodico milanese si ispirava a un Romanticismo fautore di riforme costituzionali e liberali. Soppresso dalla censura nel 1819, alcuni dei suoi collaboratori furono accusati di far parte della Carboneria o dei Federati. Il frontespizio del primo numero de «Il Conciliatore» del 1818, cui collaborarono esponenti illustri della classe intellettuale lombarda.

capitolo 13 - La Restaurazione e le prime rivoluzioni patriottiche e liberali

unità 3 - L’età delle rivoluzioni

3.4 Il fallimentare passaggio all’azione: la breve stagione costituzionale a Napoli

La rivoluzione spagnola del 1820, che fu un sollevamento militare - come del resto sarebbe poi avvenuto a Napoli e in Piemonte -, ebbe profonde ripercussioni proprio in seno alle società segrete, dove piú forte era la presenza di militari e quindi, con particolare vigore, nell’Italia meridionale. A Napoli, il re Ferdinando I, che avanzava pretese sul trono di Spagna, si era mostrato favorevole alla Costituzione. Di conseguenza, su iniziativa di due ufficiali, i tenenti Morelli e Salvati, e di un prete carbonaro, Luigi Menichini, la guarnigione di Nola, non lontano da Napoli, si sollevò chiedendo la Costi-

Le fonti della storia 2

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• Documenti ufficiali

La Costituzione di Cadice e la Costituzione del Regno delle Due Sicilie

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a Costituzione di Cadice, voluta nel 1812 dai patrioti spagnoli che lottavano contro l’occupazione francese decisa da Napoleone, offrí un modello di Costituzione moderata, perché consentiva di conciliare tra loro le prerogative e l’inviolabilità del re e le libertà dei cittadini e delle loro istituzioni rappresentative. Cosí, quando nel 1820 il Regno delle Due Sicilie intraprese, anche se per breve tempo, la via della monarchia costituzionale, il testo della legge fondamentale richiamava elementi essenziali di quel documento: la sovranità posta nella «nazione» e non nella persona del re, l’affermazione di alcuni diritti intangibili (come la libertà e la proprietà), il primato del Parlamento, in particolare in materia fiscale, e il diritto dei sudditi di ribellarsi nel caso che il sovrano non rispettasse il suo giuramento o la Costituzione. Costituzione politica della monarchia spagnuola TITOLO PRIMO – DELLA NAZIONE SPAGNUOLA E DEGLI SPAGNUOLI CAPITOLO I – DELLA NAZIONE SPAGNUOLA Art. 1 – La nazione spagnuola è la riunione di tutti gli spagnuoli d’ambi gli emisferi […]. Art. 3 – La sovranità risiede essenzialmente nella nazione, e in conseguenza ad essa sola appartiene esclusivamente il diritto di stabilire le proprie leggi fondamentali. […].

Costituzione del Regno delle Due Sicilie TITOLO PRIMO – DELLA NAZIONE E DE’ NAZIONALI DELLE DUE SICILIE CAPITOLO I – DELLA NAZIONE DELLE DUE SICILIE Art. 1 – La nazione del Regno delle Due Sicilie è la unione di tutte le popolazioni che la compongono. Art. 2 – La nazione delle Due Sicilie è libera ed indipendente. Essa non è né può essere il patrimonio di alcuna famiglia o di alcuna persona. Art. 3 – La sovranità risiede essenzialmente nella nazione: e perciò a questa appartiene il diritto esclusivo di stabilir le sue leggi fondamentali. Art. 4 – La nazione è nell’obbligo di conservare e proteggere con le leggi savie e giuste la libertà civile, la proprietà, gli altri legittimi dritti di tutti gli individui che la compongono […]. TITOLO SECONDO – DEL TERRITORIO DELLE DUE SICILIE, DELLA SUA RELIGIONE, DEL SUO GOVERNO E DE’ SUOI CITTADINI […] CAPITOLO II – DELLA RELIGIONE Art. 12 – La religione della nazione del regno delle Due Sicilie è, e sarà perpetuamente la cattolica, apostolica e romana, unica vera, senza permettersene alcun’altra nel regno […]. TITOLO QUARTO – DEL RE

CAPITOLO II – DELLA RELIGIONE Art. 12 – La Religione della nazione spagnuola è presentemente, e perpetuamente sarà, la Cattolica, Apostolica, Romana, unica vera. La nazione la protegge con leggi sapienti e giuste, e vieta l’esercizio di qualunque altra Religione […]. CAPITOLO VIII – DELLA FORMAZIONE DELLE LEGGI E DELLA SANZIONE REALE

Art. 142 – Il Re ha il diritto di sanzionar le leggi […]. TITOLO QUARTO – DEL RE CAPITOLO I – DELLA INVIOLABILITÀ DEL RE E DELLA SUA AUTORITÀ Art. 168 – La persona del Re è sacra ed inviolabile e non soggetta ad alcuna responsabilità […]. Art. 172 – Le restrizioni dell’autorità del Re sono le seguenti: non può il Re impedire sotto pretesto alcuno la riunione delle Corti nelle epoche e casi fissati dalla costituzione, né sospenderle, né discioglierle, né in maniera alcuna incagliare le sessioni o deliberazioni. Quelli che lo consigliassero o assistessero in qualunque tentativo di tal fatta sono dichiarati traditori, e saranno perseguitati come tali […].

CAPITOLO I – DELLA INVIOLABILITÀ DEL RE E DELLA SUA AUTORITÀ […] Art. 166 – II re nel suo avvenimento al trono, e nell’assumere dopo la minore età il governo del regno, presterà giuramento innanzi al parlamento nella seguente forma: N. (qui il nome del re) per la grazia di Dio, e per la costituzione della monarchia, re del regno delle Due Sicilie, giuro in nome di Dio e sopra i santi Evangeli, che difenderò e conserverò la religione cattolica, apostolica, romana, senza permetterne alcun altra nel regno, che osserverò e farò osservare la costituzione politica e le leggi della monarchia del regno delle Due Sicilie; ed in quanto sarò per fare, non avrò in mira se non il bene ed il vantaggio della monarchia; che non alienerò, né cederò, né smembrerò parte alcuna del regno; non esigerò giammai quantità alcuna di frutti, né somma alcuna di danaro, né altra cosa qualunque, senza che abbia ciò decretato il parlamento; che non prenderò giammai la proprietà di alcuno; che rispetterò soprattutto la libertà di ogni individuo. E quando in quello che ho giurato, o in alcuna parte di questo giuramento facessi il contrario, non dovrò essere ubbidito; anzi tutto ciò che si opponesse, dovrà essere considerato come nullo e di niun valore. Cosí facendo, Iddio mi aiuti, e sia in mia difesa: ed in caso contrario me lo imputi. www.dircost.unito.it (sito visitato nel marzo 2010)


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capitolo 13 - La Restaurazione e le prime rivoluzioni patriottiche e liberali

unità 3 - L’età delle rivoluzioni

tuzione. Il moto si allargò ad altre province napoletane, ma fu decisiva l’adesione del generale Guglielmo Pepe, che aveva combattuto nelle armate di Napoleone e di Murat. I quadri dell’amministrazione civile e militare del periodo murattiano entrarono nel nuovo governo che si formò quando il re promise di accettare la Costituzione di Cadice. Nel frattempo, scoppiò una rivolta separatista a Palermo, e il 6 ottobre le truppe napoletane rioccuparono la città dopo aver infranto la resistenza delle «maestranze», ovvero delle antiche corporazioni palermitane. Nessun deputato siciliano entrò nel Parlamento costituzionale napoletano eletto nell’ottobre, che mostrò subito i contrasti e le divisioni politiche che come in Spagna contrapponevano i radicali ai moderati. A questo punto le potenze europee, che non avevano fatto nulla per bloccare il processo rivoluzionario nelle colonie spagnole d’America, decisero di intervenire. Metternich temeva per l’Austria che il movimento costituzionale di Napoli potesse alimentare l’agitazione liberale nel Lombardo-veneto e generare un moto generale per l’indipendenza in Italia. Si trattava di dare concretezza al principio dell’intervento della Quadruplice Alleanza, già ventilato dallo zar dopo i fatti di Cadice, ma non accolto dal Regno Unito e dalla Francia. Infine, sotto la pressione dell’Austria, Ferdinando I, che pure si era impegnato a difendere la Costituzione, pose fine alle incertezze: chiese e ottenne l’intervento armato dell’Austria nel Regno delle Due Sicilie. Nel mese di marzo del 1821 le truppe del generale Pepe furono battute a Rieti e Antrodoco. Gli austriaci entrarono a Napoli e restaurarono il regime assoluto. A questo punto risultò evidente che gli eserciti delle grandi potenze potevano battere, uno per volta, i movimenti costituzionali, del resto privi di vasti consensi popolari. Concessa la Costituzione, il re Ferdinando I sfila in piazza del Plebiscito a Napoli tra l’esercito schierato e una folla esultante che agita il tricolore (Milano, Civica Raccolta Stampe Bertarelli, XIX secolo).

3.5 Il caso del Piemonte e della Spagna

In Piemonte l’erede al trono, Carlo Alberto, si mostrava disponibile all’introduzione di riforme costituzionali. Anche in questo caso il movimento a sostegno delle riforme era particolarmente forte nell’esercito e anche lí si voleva instaurare un regime costituzionale sul modello elaborato a Cadice. Molti chiedevano, inoltre, la creazione di un Regno dell’Alta Italia, esteso dal Piemonte alla Lombardia: un progetto che non poteva dispiacere ai Savoia. Fra i sostenitori di un moto rivoluzionario che mirava a forzare la mano della casa regnante, e che prese avvio dalla guarnigione di Alessandria il 10 marzo 1821, c’erano anche aristocratici come Santorre di Santarosa e Cesare Balbo. Re Vittorio Emanuele I abdicò e lasciò il trono al fratello Carlo Felice. Carlo Alberto, reggente in nome dello zio, in quel momento lontano dal regno,

Approfondimenti 2

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Dentro la storia

La Carboneria, protagonista in Italia dell’opposizione alla Restaurazione

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a Carboneria è oggi identifi cata dagli storici come un diffuso movimento clandestino, attivo nei diversi Stati in cui era suddivisa l’Italia del Congresso di Vienna. Esso non aveva un’autorità centrale, proprio perché l’isolamento tra le diverse sezioni era indispensabile alla sopravvivenza di ogni gruppo in un’epoca di severa repressione del dissenso politico. Alla Carboneria aderirono intellettuali, professionisti, ex-ufficiali delle armate napoleoniche e degli eserciti delle repubbliche giacobine, esponenti della borghesia commerciale. Si trattava, comunque, di un’esigua minoranza: le masse popolari furono sempre escluse dalle discussioni, dai progetti e dalle iniziative concrete di questi movimenti clandestini. L’isolamento, come vedremo, fu all’origine della debolezza dei tentativi insurrezionali messi in atto dalle diverse sezioni carbonare. Per tutelare la segretezza delle riunioni e dello scambio di idee, e per aumentare il senso di appartenenza esclusiva a una missione che si caricava di idealità culturali e spirituali, i carbonari avevano elaborato riti di iniziazione, ricorrevano a simboli il cui signifi cato era noto solo agli adepti, e usavano un linguaggio cifrato. L’adesione alla Carboneria era intesa come una scelta di vita e quindi come la conversione a una nuova religione. Un cerimoniale complesso regolava ogni momento della vita di un gruppo. Si andava dal grado di novizio a quello di Maestro e per ottenere il passaggio a gradi supe-

Un diploma della Carboneria rilasciato a Bologna. I carbonari si opponevano ai regimi autoritari imposti in Italia dal Congresso di Vienna, ma la segretezza della società penalizzò la loro attività clandestina (manoscritto della metà del XIX secolo).

riori bisognava sottoporsi allo studio di un vero e proprio «catechismo», che univa motivi ideologici a posizioni politiche (il sacrifi cio per la libertà, in astratto, diveniva in concreto lotta per la libertà dallo straniero) e a prove di fedeltà (come la partecipazione ad azioni di propaganda o a iniziative di rivolta). Solo coloro che appartenevano ai livelli piú alti della gerarchia prendevano decisioni sugli orientamenti della setta e sulle azioni da intraprendere. Le società segrete, quindi, facevano leva sul senso di appartenenza a una grande «fratellanza», ma non erano organizzazioni democratiche.

promise di concedere la Costituzione, subordinandola tuttavia all’approvazione del nuovo re. Carlo Felice però rifiutò di confermare la politica del nipote e intimò a Carlo Alberto di ritirarsi a Novara presso le forze del generale Sallier de la Tour, rimastegli fedeli. Carlo Alberto fece in tempo a nominare Santorre di Santarosa Ministro della Guerra, ma quando Carlo Felice chiese aiuto agli austriaci contro i ribelli, per i costituzionali non ci fu nulla da fare. Come a Napoli anche a Torino molti di loro presero la via dell’esilio, oppure andarono a combattere per la libertà della Grecia o in Spagna. In Spagna, infatti, Ferdinando VII tradí gli impegni presi, scatenando una sorta di guerriglia monarchica nelle campagne, fino a che le grandi potenze affidarono alla Francia il compito di intervenire per stroncare la rivoluzione e chiudere i focolai destabilizzanti in Europa. I rivoluzionari spagnoli furono battuti al Trocadero, davanti a Cadice, dai francesi comandati dal duca d’Angoulême, nipote di Luigi XVIII. Riego fu impiccato e anche in Spagna tornò l’assolutismo.


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3.6 La dura repressione anticostituzionale e antipatriottica

L’ordine sembrava regnare in Europa. Il 13 settembre 1821, papa Pio VII pronunciò la scomunica contro i settari di ogni tipo e i loro complici. L’Austria, che mantenne per alcuni anni le sue truppe nella fortezza di Alessandria e nel Napoletano, diventò in Italia il vero e proprio gendarme dell’assolutismo e della reazione. I processi e l’ottusa reazione dei sovrani delle potenze dominanti approfondirono, specialmente a Milano, il distacco fra l’assolutismo e l’opinione pubblica liberale. A Napoli, i principali esponenti della borghesia moderata finirono sul patibolo. I tribunali piemontesi tra il 1821 e il 1823 pronunciarono 97 condanne a morte, molte delle quali in contumacia. In Lombardia vennero arrestati e processati Pietro Maroncelli, Silvio Pellico e gli affiliati alla Carboneria, e poi lo stesso Confalonieri. Per Pellico, Confalonieri e gli altri principali imputati la condanna a morte fu commutata nell’ergastolo, da scontarsi nel carcere dello Spielberg, in Moravia, dove Pellico scrisse le sue memorie di carcerato, poi pubblicate con il titolo Le mie prigioni (1832) e divenute ben presto un libro di grande successo e un efficace strumento di propaganda patriottica contro la dura repressione austriaca. Nello Stato pontificio il nuovo papa Leone XII (1823-1829) instaurò una politica reazionaria, inviando il cardinale Agostino Rivarola nelle Romagne, dove erano piú attive le associazioni settarie e dove piú dura si fece la repressione. L’arresto di Federico Confalonieri, accusato di cospirare contro il governo austriaco del Lombardo-veneto, in quanto membro della Carboneria (stampa del XIX secolo).

capitolo 13 - La Restaurazione e le prime rivoluzioni patriottiche e liberali

unità 3 - L’età delle rivoluzioni

3.7 Il moto decabrista in Russia

Lo zar Alessandro I (1777-1825) era stato uno dei principali protagonisti del Congresso di Vienna e l’ideatore della Santa Alleanza. Nonostante le sue apparenti intenzioni riformatrici e liberali, in Russia non fu soppresso il sistema feudale. L’autocrazia russa era ancora tutta imperniata sull’autorità assoluta dello zar, sulla permanenza del lavoro servile nelle campagne e sulla repressione militare. I contadini costituivano l’85% della popolazione e metà di loro erano privi di personalità giuridica e dipendenti dalla proprietà nobiliare o dallo Stato, tanto che potevano essere venduti e comprati a discrezione dei proprietari delle terre su cui vivevano. Coltivavano piccole porzioni di terra, loro affidate dalle comunità di villaggio, ma erano obbligati a lavorare gratuitamente (tre giorni alla settimana) nelle grandi tenute nobiliari o statali. La Russia era diventata una grande potenza militare ed economica, ma le sue strutture sociali e politiche erano rimaste rigide e arretrate. L’opposizione a questo sistema fu condotta essenzialmente da esponenti della nobiltà colta e dai giovani militari, che erano attratti dalle idee e dai modi di vita piú progrediti dell’Occidente. Si formarono cosí due associazioni segrete: una a Pietroburgo, detta «del Nord», di tendenza liberale e federalista, che sosteneva l’idea di una monarchia federale con la nascita di una confederazione tra le diverse nazionalità che componevano l’impero e costituzionale. L’altra in Ucraina, detta «del Sud», che si poneva obiettivi democratico-giacobini e aspirava all’istituzione del suffragio universale e alla liberazione dei contadini, ma anche a una dittatura e a una forma autoritaria di Stato centralizzato. Quando il 19 dicembre 1825 morí lo zar Alessandro I, in occasione della cerimonia di giuramento di fedeltà al nuovo zar Nicola I (1825-1855), a Pietroburgo, scoppiò una rivolta, detta «decabrista» (da dekabri, «dicembre» in russo). Ma i rivoluzionari, circa 3000, pur animati da una forte ispirazione ideale (vedi Le fonti della storia 3), furono dispersi dal fuoco dei reparti militari fedeli allo zar. La repressione fu durissima: i capi del complotto furono impiccati e gli altri furono confinati in Siberia. Venne anche istituita una speciale sezione di polizia per vigilare sulle opinioni politiche.

Le fonti della storia 3

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• Documenti ufficiali

Il Progetto di Manifesto dei decabristi (1825)

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cospiratori del dicembre 1825 si proposero di rivolgere al Paese un manifesto in cui si indicavano i fini della cospirazione e di questo documento elaborarono una prima bozza, che qui in parte presentiamo. In essa si esprimono obiettivi conformi alle teorie illuministiche, che gli ufficiali dell’esercito e la nobiltà ben conoscevano. I rivoltosi volevano quindi porre il consenso popolare alla base delle istituzioni (con l’istituzione di autorità locali e di un Parlamento elettivi) e ottenere i diritti civili fondamentali (anzitutto la liberazione dalla servitú della gleba, ancora diffusa in tutte le campagne, poi la libertà di stampa e di coscienza). Inoltre reclamavano l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge e quindi la soppressione dei tribunali speciali riservati a diverse classi sociali. 1. L’abolizione del regime sinora vigente. 2. La fondazione di un governo provvisorio per il periodo fino all’insediamento di un governo definitivo per opera degli eletti (del popolo). 3. Libertà di stampa e quindi abolizione della censura. 4. Libertà di culto per tutte le confessioni. 5. Abolizione del diritto di proprietà su uomini (servitú della gleba). 6. Uguaglianza di tutte le classi davanti alla legge, quindi soppressione dei tribunali militari e delle varie Commissioni giudiziarie (tribunali speciali), le cui procedure vanno assunte dai tribunali civili delle località vicine. 7. Riconoscimento ad ogni cittadino del diritto d’occuparsi come crede (libertà di professione) sí che il nobile, il commerciante, il piccolo borghese, il contadino abbiano tutti lo stesso diritto di avviarsi alla carriera militare o di funzionario, di entrata nel ceto ecclesiastico, di esercitare, pagando i diritti prescritti, il commercio all’ingrosso ed al minuto, di acquistare proprietà di ogni specie, come p. e. terreni, case nei villaggi e nelle città, di concludere ogni specie di contratti, di stare in giudizio davanti ai tribunali. […] 13. Creazione dei circoli, distretti, governatorati, territori di autorità amministrative, elettive, in sostituzione di tutti

Borghesi e militari conversano in una delle piazze del Cremlino di Mosca; il fallimento della rivolta decabrista significò per i cittadini russi la riconferma di rigidi vincoli e obblighi sociali (Postdam, Stiftung Preussische Schlösser und Gärten Berlin-Brandenburg, 1839).

i funzionari sinora nominati dal Governo. 14. Pubblicità dei processi giudiziari. 15. Istituzione dei giurati nei tribunali civili e penali [...]. Il Governo provvisorio sarà incaricato di attuare i seguenti provvedimenti: 1. Stabilimento dell’uguaglianza giuridica di tutte le classi. 2. Istituzione degli organi amministrativi locali nei circoli, distretti, governatorati e territori. 3. Formazione di una Guardia popolare interna (milizia popolare per il mantenimento dell’ordine). 4. Organizzazione dei tribunali mediante i giurati. 5. Parificazione del servizio militare per tutte le classi. 6. Abolizione dell’esercito stanziale. 7. Creazione di una procedura elettorale per la nomina di una Camera nazionale di deputati, che stabilirà il futuro ordinamento dello Stato e le leggi dello Stato. Progetto di Manifesto, in V. Gitermann, Storia della Russia, trad. di A. Jokic, La Nuova Italia, Firenze 1963

3.8 La crisi dell’Impero ottomano e gli interessi di Austria e Russia

Mentre all’interno praticava la piú dura repressione, all’esterno il regime zarista cercava di approfittare delle aspirazioni nazionalistiche che mettevano in crisi il già decadente Impero turco-ottomano, mosaico di popoli governato da un’autorità dispotica e da una burocrazia corrotta. In quasi tutte le province dell’Impero, i musulmani che parlavano turco erano una minoranza privilegiata rispetto alle comunità arabe e a quelle non islamiche, prive di qualsiasi libertà e oberate di tasse. Con l’occupazione dell’Egitto Napoleone aveva dimostrato la fragilità di questo immenso colosso. Tanto è vero che quando proprio l’Egitto fu riconquistato per conto dei turchi da


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La ferocia con cui i turchi infierirono sull’indifesa popolazione greca scosse gli spiriti romantici di tutta Europa: Eugène Delacroix ne Il massacro di Chio (a sinistra) denunciò le efferatezze compiute dai turchi a Chio, dove venne consumato il massacro di 20 mila greci inermi. Cesare Mussini commemorò il coraggio dei patrioti greci con la tela Saremo liberi! (a destra), dove un greco si prepara a sacrificare la vita della compagna e la propria per non cadere in mano turca (Parigi, Museo del Louvre, 1824; Torino, Palazzo Reale, 1848).

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unità 3 - L’età delle rivoluzioni

capitolo 13 - La Restaurazione e le prime rivoluzioni patriottiche e liberali

un comandante di nazionalità albanese, dal nome arabizzato Mehmed Ali (17691848), questo Paese divenne di fatto autonomo dall’Impero ottomano e Mehmed Ali si rivelò un despota illuminato capace di difendere l’Egitto dagli appetiti delle grandi potenze europee. Allo stesso modo, molte altre province dell’Impero turco tentavano di raggiungere la completa autonomia. L’Austria, incuneata nel mondo slavo attraverso il Danubio, e la Russia, che dal Settecento proteggeva i cristiani ortodossi soggetti all’autorità di Istanbul, lavoravano per sgretolare l’Impero ottomano e inglobarne le parti estreme, nella penisola balcanica e nella regione caucasica fra il Mar Nero e il Mar Caspio: un’area popolata da numerose etnie e fedi religiose. Le mire delle due potenze sugli ex-possedimenti turchi le ponevano in contrasto tra loro e questo costituiva un motivo di tensione – la cosiddetta «questione orientale» – che attraversò tutto il XIX secolo (vedi vol. 3), per poi sfociare in aperto conflitto al principio del XX.

Mentre le potenze europee, impegnate in Spagna e in Italia, non intervenivano, negli ambienti liberali europei si manifestava aperta simpatia per la causa della libertà della Grecia. Mossi da ideali romantici e dell’amore per il mondo greco classico – il «filellenismo» – , ma anche dall’idea religiosa della cristianità in lotta contro i musulmani oppressori, molti volontari accorsero a combattere a fianco degli insorti greci e fra questi alcuni trovarono la morte, come il poeta inglese George Byron e l’italiano Santorre di Santarosa. Per schiacciare la ribellione, il sultano chiese aiuto a Mehmed Ali, che disponeva di un esercito efficiente. I greci, nonostante l’accanita resistenza che durò anni, rischiavano di soccombere quando videro aprirsi una prospettiva a loro favorevole a seguito dell’ascesa al trono dello zar Nicola I. Il nuovo sovrano russo indusse Regno Unito e Francia ad appoggiarlo per imporre all’Impero turco la pacificazione della penisola con il Patto di Londra del 1827. Mentre l’Austria rimaneva neutrale e assisteva ostile all’azione della Russia nei Balcani, le tre potenze inviarono una flotta che nel 1827 sconfisse quella turco-egiziana a Navarino, e imposero al sultano la loro mediazione. Preoccupati per l’iniziativa dello zar, Regno Unito e Austria si riavvicinarono e, con la mediazione della Prussia, si giunse alla Pace di Adrianopoli del 1829: la Russia ottenne tutta la costa caucasica del Mar Nero e si posero le premesse diplomatiche per l’indipendenza della Grecia (il Peloponneso e il territorio a nord di Atene), proclamata da Russia, Regno Unito e Francia il 3 febbraio 1830. Nel nuovo Stato si instaurò una monarchia con a capo un principe tedesco: Ottone di Wittelsbach, secondogenito del re di Baviera.

3.9 Le ribellioni contro i turchi nei Balcani e la nascita della Grecia

Nella penisola balcanica già in epoca napoleonica si era avuta una rivolta dei serbi contro il sultano, che non aveva ottenuto i risultati sperati. Ma tra il 1815 e il 1817 una nuova sollevazione riuscí vittoriosa e la Serbia, sostenuta dalla Russia, divenne un principato indipendente, ancorché costretto a pagare un tributo annuale ai turchi. L’agitazione indipendentistica, vista con favore dalle grandi potenze europee, si estese, cosí, ai territori greci, grazie all’azione di società segrete, le Eterie, e all’influenza delle diffuse aspirazioni patriottiche e liberali. I greci avevano conservato una forte identità nazionale, animata dalla Chiesa ortodossa, ed erano spesso utilizzati, nell’Impero ottomano, come alti burocrati, e in Russia come influenti consiglieri dello zar. Le organizzazioni segrete indipendentiste non erano quindi tanto influenti fra gli abitanti della penisola ellenica, perlopiú pastori e pescatori, quanto fra i ricchi mercanti inseriti nel mondo ottomano. Nel 1821 la rivolta della Grecia scoppiò con particolare violenza e si diffuse fino a nord, nei principati «romeni» di Moldavia e Valacchia, ai confini con l’Impero russo.

Una folla festante accoglie Ottone di Baviera ad Atene; davanti al tempio lo attende il vescovo della città. Ottone era il nuovo sovrano della Grecia, scelto dalle potenze europee; dipinto di Peter von Hess (Monaco di Baviera, Neue Pinakothek, 1839).

In questo paragrafo 3 Aspirazioni dei popoli all’autonomia

Successo in Serbia (1817) e Grecia (1821-1830)

Società segrete So Rivendicazioni della borghesia

Ribellioni costituzionaliste

Fallimento in Spagna, Portogallo, Napoli (1820) e Russia (1825)


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4 La stabilità del Regno Unito e le rivoluzioni del 1830 in Francia e nel resto d’Europa

4.1 L’aspetto economico e sociale della trasformazione europea

A rendere instabile il quadro politico della Restaurazione non erano solo le società segrete e i vari tentativi di insurrezione costituzionalisti o nazionalisti. Tra le forze che spingevano verso un cambiamento va considerata, infatti, la costante crescita di una economia a dimensioni mondiali, che coinvolgeva nuove regioni d’Europa nell’espansione industriale, commerciale e finanziaria. Questa crescita fu accompagnata da progressi tecnologici di vasta portata. Nel campo dei trasporti si ebbe la diffusione di lunghe reti ferroviarie; in quello delle comunicazioni ci fu l’introduzione del telegrafo; si diffuse, infine, la produzione industriale dei beni, accompagnata dalla ricerca di nuove fonti di materie prime. Si trattava della rivoluzione industriale, un fenomeno di ampie proporzioni, che era cominciato, come abbiamo visto, in Inghilterra (vedi cap. 9) e dai primi decenni dell’Ottocento coinvolse tutti i principali Paesi europei per poi esplodere nella seconda metà del secolo (vedi vol 3, cap. 1). Fu cosí che alle aspirazioni di carattere patriottico e liberale si saldarono ben presto gli interessi economici della classe imprenditoriale borghese e le rivendicazioni sociali delle classi lavoratrici contadine e, sempre piú, operaie. Nelle rivoluzioni del 1830 in Francia e in Polonia, e in quelle del 1848 in Francia, Austria, Ungheria, Boemia, Germania e Italia questi motivi assunsero per la prima volta un ruolo determinante. Una seduta dei rappresentanti della Camera dei Comuni in una stampa di Thomas Rowlandson. All’inizio dell’Ottocento, il Parlamento inglese approvò una serie di riforme di stampo liberale (Londra, British Library, 1811).

capitolo 13 - La Restaurazione e le prime rivoluzioni patriottiche e liberali

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tiplicarono i loro abitanti a causa della massiccia immigrazione dalle campagne. Tale fenomeno aveva costi umani assai elevati: se apriva nuove prospettive alla borghesia piú intraprendente, faceva nascere nuove esigenze nella popolazione piú povera. Le città industriali divennero quindi lo specchio delle contraddizioni sociali e politiche, ma anche i laboratori piú vitali per la formazione dell’opinione pubblica e dei processi di politicizzazione delle masse. Mentre in Europa continentale lo scontro tra conservazione e modernizzazione si colorava di patriottismo e di romanticismo e non trovava soluzioni se non attraverso strappi rivoluzionari, nel Regno Unito, grazie al funzionamento del sistema parlamentare e all’alternanza tra liberali e conservatori al governo, si ebbe una progressiva evoluzione in senso liberale e democratico. Le riforme adottate dai vari governi, in particolare i piú liberali, riassorbirono le tensioni politico-sociali prodotte dallo stesso processo di industrializzazione. Si pensi all’abolizione, nel 1824, del Combination Act, la legge che dal 1799 proibiva le associazioni operaie, grazie alla quale divenne possibile la nascita di organizzazioni sindacali; oppure all’abolizione della pena di morte per vari reati; o ancora all’abrogazione del Test Act del 1829, che imponeva l’accettazione della dottrina anglicana agli aspiranti agli uffici pubblici. L’attenzione alle rivendicazioni sociali e il rispetto della libertà religiosa – anche da parte delle classi dirigenti piú conservatrici – contribuirono a ridurre le tensioni. Nel 1832 si ebbe inoltre, su iniziativa della frangia piú progressista dei Whigs (che si denominavano «Radicals»), un’importante riforma elettorale. Essa riequilibrò il sistema dei collegi elettorali e attribuí una giusta rappresentanza a città, come Manchester e Birmingham, che erano ormai divenute delle metropoli, riducendo l’importanza di antichi borghi rurali ormai in gran parte spopolati. La riforma, inoltre, allargò la base elettorale, favorendo la partecipazione politica della piccola borghesia. In questo modo si riduceva il tradizionale potere dei proprietari terrieri, mentre le aree del Paese piú coinvolte nelle trasformazioni economiche diventavano protagoniste della vita politica. A essere ancora esclusi furono contadini, operai e artigiani che non raggiungevano il reddito necessario per votare. Tuttavia, il sistema politico britannico dimostrava di sapersi adeguare alle trasformazioni del regno. 4.3 La Restaurazione in Francia

4.2 Il Regno Unito nella prima metà dell’Ottocento

Con la vittoria sulla Francia napoleonica e la definitiva supremazia sui mari, il Regno Unito della prima metà dell’Ottocento era la massima potenza industriale e commerciale. La crescente industrializzazione aveva completamente trasformato il Paese. Dalla fine del Settecento alla metà del secolo successivo, città come Manchester e Liverpool, capitali del cotone, o Birmingham, centro del carbone e dell’acciaio, mol-

Nei primi decenni dell’Ottocento, la Francia stava recuperando il suo ritardo sul fronte della crescente industrializzazione del sistema produttivo, ma l’esperienza rivoluzionaria aveva lasciato sulla società tracce tali da creare contrapposizioni ideologiche inconciliabili. La Destra clericale e legittimista voleva distruggere l’eredità della Rivoluzione, mentre i liberali, pur condannando gli eccessi del giacobinismo e del bonapartismo, volevano difendere le principali conquiste civili e politiche del 1789. La Costituzione concessa nel 1814 da Luigi XVIII prevedeva un Parlamento bicamerale con una Camera nobiliare di nomina regia e l’altra elettiva, ma con una ristretta base elettorale censitaria che consentiva il voto a non piú di 100 mila grandi proprietari. La carta, inoltre, attribuiva poteri assai ampi al re, il quale era capo supremo dello Stato, sceglieva i «pari» della Camera nobiliare ed esercitava in maniera esclusiva il potere esecutivo. In caso di urgenza egli poteva emanare provvedimenti legislativi senza passare per le Camere. Luigi XVIII era piuttosto prudente e voleva attuare una politica moderata e di pacificazione, ma dopo i «cento giorni» del ritorno di Napoleone dall’Elba, segnati dall’entusiasmo popolare per la figura del grande condottiero, furono i reazionari piú accesi, i nobili e il clero ex-refrattario, che avevano subito gli eccessi della Rivoluzione, a guadagnare spazio e influenza in Parlamento. La maggioranza ultrareazionaria della Camera spinse sempre piú il governo verso misure illiberali. Con l’incoronazione del 1824 di Carlo X, ultimo dei fratelli di Luigi XVI, la reazione


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capitolo 13 - La Restaurazione e le prime rivoluzioni patriottiche e liberali

trionfava minacciando la soppressione di ogni libertà, compresa la libertà di stampa, e riaffermando antichi princípi, come la sacralità del potere monarchico a dispetto della sovranità popolare, e alcuni privilegi della Chiesa, specialmente nel campo dell’istruzione e della cultura. Tutto ciò era anacronistico per un Paese fiero dell’identità nazionale che la rivoluzione e le guerre napoleoniche gli avevano conferito. L’opposizione liberale, rafforzata anche dai grandi banchieri e dal convinto sostegno della borghesia imprenditoriale, ottenne nel 1828 la maggioranza in Parlamento. Carlo X tentò allora un colpo di mano: l’anno successivo chiamò a capo del governo il reazionario principe di Polignac ed emanò quattro ordinanze con cui sopprimeva la libertà di stampa, restringeva il diritto di voto ai grandi proprietari terrieri, scioglieva la Camera e indiceva nuove elezioni.

4.5 La Francia, modello delle rivoluzioni politiche nel resto d’Europa

4.4 L’insurrezione del luglio 1830

Mobilitato dall’opposizione borghese e liberale, sul finire di luglio del 1830 il popolo parigino insorse contro la monarchia reazionaria, costringendo il re alla fuga nel Regno Unito. In tre giorni di assalti e di barricate per le vie di Parigi ci furono un migliaio di morti e oltre 5 mila feriti. Ma i membri dell’alta borghesia – banchieri, industriali e grandi proprietari – , che avevano cominciato a esercitare un ruolo rilevante già nel regime napoleonico, riuscirono a mantenere il controllo politico della situazione e a frenare il repubblicanesimo giacobino forte del sostegno popolare. Furono loro a confermare la monarchia, chiamando al trono il nobile Luigi Filippo d’Orléans (1773-1850). Luigi Filippo divenne «re dei francesi per volontà della nazione». Egli si presentò all’opinione pubblica come garante del compromesso fra monarchia e rivoluzione, ribattezzando place de la Révolution, dove era stato ghigliottinato Luigi XVI, in place de la Concorde. Lo Stato tornò a essere laico e tornò anche il tricolore. In realtà la Costituzione fu appena ritoccata e la base elettorale allargata a soli 200 mila possidenti con diritto di voto. L’oligarchia alto-borghese che sorreggeva il nuovo regime si trovava di fronte non solo una opposizione conservatrice e legittimista, ma anche una ancor piú forte opposizione democratico-repubblicana che si sentiva defraudata dei suoi diritti dopo essere stata determinante nel deporre Carlo X. Un dipinto di Jean-Victor Schnetz dedicato alla battaglia per il municipio parigino del 28 luglio 1830. Operai e studenti riuscirono a impadronirsi del municipio, ma il fronte democraticorepubblicano venne contenuto dall’alta borghesia(Parigi, Musée du Petit Palais, 1833).

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Nonostante il sostanziale fallimento dell’evoluzione democratica del sistema francese, la Francia tornò a essere un punto di riferimento politico per i liberali e i patrioti del Belgio, della Svizzera, della Germania, della Spagna, della Polonia e, come vedremo, dell’Italia. Gli esordi della «monarchia di luglio» furono innovativi proprio in politica estera, dal momento che Luigi Filippo aveva avviato una fase di disimpegno dagli indirizzi della Santa Alleanza e di riavvicinamento al Regno Unito, dove le forze liberali avevano preso la guida del Paese. La piú immediata ripercussione di questo orientamento si ebbe in Belgio. Il Paese era stato sottoposto dal Congresso di Vienna alla sovranità del Regno d’Olanda, ma la componente francofona della popolazione, quella vallese, non sopportava l’egemonia olandese, mentre i cattolici, maggioritari tra i fiamminghi, soffrivano pesanti discriminazioni da parte dei dominatori protestanti. Il 25 agosto 1830, a Bruxelles, esplose la rivolta. Anche in questo caso essa fu alimentata dalla borghesia che non sopportava la subordinazione economica e amministrativa all’Olanda. I patrioti belgi, dopo aver resistito alla reazione militare olandese, proclamarono l’indipendenza. Francia e Regno Unito dissuasero la Santa Alleanza dall’intervento e in una conferenza convocata a Londra nel 1831 si riconobbe l’indipendenza del Belgio e se ne proclamò la neutralità perpetua. Sul trono di Bruxelles salí Leopoldo di Sassonia-Coburgo (1831-1868), imparentato con la famiglia regnante in Gran Bretagna. Gli avvenimenti francesi e belgi ebbero conseguenze anche in Svizzera, dove buona parte dei cantoni adottò una Costituzione liberale, e nell’area germanica, con nuove concessioni costituzionali in Baviera, in Sassonia, nel Baden, nell’Assia-Kassel, nell’Hannover e nel Brunswick. Gli studenti, principali animatori dei movimenti di ispirazione democratica e unitaria, avrebbero voluto andare oltre, ma la Confederazione germanica, sotto la pressione dell’Austria, adottò misure repressive, specialmente in relazione alla libertà di stampa e di associazione. Tuttavia, per garantire la libera circolazione delle merci e dei capitali si arrivò alla creazione di una unione doganale tra gli Stati tedeschi che culminò nella creazione di un mercato unico (Zollverein) nel 1834. Anche in Spagna si ebbero scontri tra le correnti liberali e quelle assolutistiche e alla morte di Ferdinando VII, nel 1833, scoppiò una guerra civile. Regno Unito e Francia appoggiarono le forze liberali e si giunse a una serie di concessioni politiche. In Portogallo le stesse due potenze assicurarono il loro sostegno a re Pietro I, che nel 1834 tornò dal Brasile e adottò la Costituzione del 1826. 4.6 La lotta per l’indipendenza della Polonia

Nella Polonia sottoposta al dominio russo, lo zar Nicola I aveva soppresso ogni autonomia, compresa quella della Chiesa cattolica, simbolo dell’identità nazionale polacca, affidando il governo dell’ex-granducato napoleonico al fratello, il granduca Costantino. Inoltre aveva attuato una brutale «russificazione» delle province orientali, insediandovi con la forza coloni al posto degli abitanti. L’unica componente della società polacca che aveva mantenuto una qualche autonomia era l’esercito e da qui partí l’insurrezione del novembre 1830. Del resto, tra i soldati era ancora vivo il ricordo delle guerre di Napoleone contro la Russia: nell’esercito bonapartista avevano combattuto piú di 100 mila polacchi e i nobili, che costituivano quasi il 10% della popolazione, occupavano gli alti gradi militari ed erano animati da un fiero patriottismo. Varsavia si sollevò e il granduca fu costretto alla fuga. Nel gennaio del 1831 fu proclamata l’indipendenza e da ogni parte dell’antico territorio polacco giungevano volontari pronti a combattere. Nonostante l’eroica resistenza de-


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gli insorti, i russi, con un corpo di spedizione di 115 mila uomini, ripresero Varsavia e avviarono una durissima repressione. Migliaia di polacchi furono deportati in Siberia, altri emigrarono in Europa occidentale (vedi La parola allo storico), dove animarono i circoli politici ed entrarono in contatto con gli esuli politici italiani. Il commosso addio alla loro terra degli insorti polacchi, costretti all’esilio in seguito alla dura repressione attuata dai russi; dipinto di Dietrich Monten (Berlino, Nationalgalerie, 1832).

La parola allo storico Chopin e l’insurrezione del novembre 1830

I

di Chopin si riempie di «letteratura». Non parlo qui dell’espressione: è sempre stata l’obiettivo di Chopin, il vero obiettivo della sua arte; ma penso ad una determinato programma letterario che l’artista si propone di seguire. In Chopin si trovano pochi esempi di precisazione poetica che creano un sottofondo letterario, ma sono estremamente caratteristici. Prendiamo ad esempio il Notturno in do diesis minore, op. 27. Nell’atmosfera generale dei notturni e delle immagini, diciamo meditazioni notturne sulla fedeltà o Un dipinto di Eugène Delacroix che sull’amore, esso si distingue per un contenuto speciale: è una meditaLa musica di Chopin ci sembra eter- ritrae Fryderyk Chopin. Attraverso le sue zione notturna sulla patria. È stato na, al di là del tempo: eppure è molto composizioni, Chopin offrí una riflessione personale sul tema della patria (Parigi, composto dopo il periodo viennese1, legata alla sua epoca. Abbiamo già Museo del Louvre, 1833). parlato di una certa commistione di molto piú tardi, ma il germe di questo linguaggio con la letteratura dell’epoca. Chopin però è genere nasce proprio nel vuoto solitario di quel periodo molto prudente sotto questo aspetto, non si butta nella cosí crudele per Fryderyk. letteratura romantica come Berlioz e addirittura Liszt, con J. Iwaskiewicz, Chopin, Editori Riuniti, Roma 1981 tutto il suo essere. È anzitutto musicista, ma d’altra parte è polacco. Il dramma della patria lo spinge in una situazione analoga a quella dei nostri poeti, la tragica lacerazione diventa una frattura attraverso cui la musica «assoluta» 1. Cioè dopo il 1830. l grande compositore e pianista Fryderyk Chopin (1810-1849), figlio di un emigrato francese in Polonia e precocissimo genio musicale, partecipò con i suoi sentimenti a tutti gli avvenimenti piú tragici del suo Paese e tra questi anche all’insurrezione del novembre 1830: un’iniziativa in cui Chopin non credette, ma che causò in lui un senso di disperazione e di dolore che non esitò a trasferire nella sua musica. Cosí uno studioso di storia della musica descrive la situazione da cui nasce il Notturno in do diesis minore, op. 27.

In questo paragrafo 4

Aspirazioni riformatrici della borghesia europea

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Riforme sociali e politiche nel Regno Unito (1832-1834)

Stabilità politica St e sociale

Svolta autoritaria in Francia (Luigi XVIII e Carlo X)

Ribellione della borghesia liberale e del popolo

Rivolte costituzionaliste in Belgio, Spagna e Portogallo Monarchia costituzionale di Filippo d’Orleans

Ribellione patriottica in Polonia

5 La riflessione e la lotta politica in Italia dopo il 1830 5.1 Il clima culturale nella penisola tra il 1815 e il 1845

La rivoluzione del 1830 ebbe conseguenze importanti anche in Italia. Non tanto, come vedremo, per i limitati movimenti insurrezionali dell’Italia centrale, nei piccoli Ducati di Parma e Modena e nei territori pontifici, quanto perché segnò una delle tappe cruciali del progressivo risveglio delle rivendicazioni nazionalistiche nel nostro Paese: un movimento che prenderà il nome di «Risorgimento». L’ondata repressiva dopo i moti del 1821 aveva reso piú esili le fila della Carboneria e delle altre società segrete, sia a Napoli che nel Piemonte e in Lombardia, perché l’emigrazione forzata aveva spinto gli elementi piú attivi a cercare rifugio

all’estero, nel Regno Unito o in Francia. In effetti, il trentennio successivo al Congresso di Vienna appare oggi agli storici l’epoca in cui al sostanziale fallimento delle azioni contro l’ordine della Restaurazione si accompagnò l’intensa elaborazione teorica dell’idea di nazione italiana per opera di una variegata e consistente élite di intellettuali. Furono anni in cui la cultura dimostrò vitalità e capacità di fornire un’identità alle classi colte di un’Italia arretrata sul piano civile e divisa sul piano politico. Erano attivi, infatti, per citare solo gli autori principali, scrittori e poeti come Alessandro Manzoni, che nel 1827 pubblicava i Promessi Sposi, e Giacomo Leopardi con i suoi Canti e le Operette morali. Ma importanti progressi caratterizzavano anche altri campi della ricerca. Non a caso a Milano, la città piú moderna e sviluppata della penisola, uscivano gli «Annali Universali di Statistica», ispirati da due celebri nomi della cultura italiana del tempo: Melchiorre Gioia (1767-1829) e Gian Domenico Romagnosi (1761-1835); il primo convinto sostenitore dell’industrialismo e dello sviluppo capitalistico, il secondo fautore del metodo sperimentale nella ricerca scientifica e delle piú innovative forme costituzionali. A Firenze, invece, si confrontavano intellettuali, nobili e borghesi, di tendenza liberale e moderata, attenti alle esperienze politiche, culturali ed economiche dei Paesi europei piú avanzati. Essi erano consapevoli dei ritardi e delle arretratezze della situazione economica italiana. Questa, infatti, comprendeva una società piú viva e dinamica nelle città dell’Italia centro-settentrionale ed era immobile nelle campagne, specialmente da Roma alla Sicilia. Non a caso i moti di quegli anni riguardarono proprio le città padane, i piccoli ducati, i territori piú progrediti dello Stato pontificio e, in parte, la Toscana.


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capitolo 13 - La Restaurazione e le prime rivoluzioni patriottiche e liberali

unità 3 - L’età delle rivoluzioni

Oltre a essere caratterizzato da questa raffinata elaborazione teorica, il trentennio 1815-1845 fu anche l’epoca di opere letterarie e musicali molto popolari, che coinvolgevano quindi direttamente un pubblico vasto e che dovevano dar vita all’immaginario collettivo del Risorgimento. Si possono ricordare, a questo proposito, alcuni degli innumerevoli romanzi storici o opere teatrali, che contribuirono a far nascere il mito della nazione e dell’eroico passato italiano, o a celebrare le prime sconfitte del Risorgimento italiano, dalle Poesie di Berchet all’Ettore Fieramosca di d’Azeglio, da Le mie prigioni di Silvio Pellico all’Assedio di Firenze di Francesco Guerrazzi, fino al Nabucco o ai Lombardi alla prima crociata di Giuseppe Verdi. I profili dell’eroe o dell’eroina nazionale, del traditore, le metafore della parentela («la madre», i «figli», i «fratelli d’Italia») e della santità (gli «apostoli della causa patriottica», i «martiri», la «fede nella nazione») davano corpo a una retorica della libertà necessaria per creare il linguaggio comune e le parole d’ordine dell’imminente Risorgimento nazionale. Francesco Hayez fu un grande interprete del Romanticismo italiano: dipingendo famosi episodi della storia italiana, consolidò un immaginario collettivo risorgimentale nutrito degli ideali di libertà ed emancipazione dallo straniero. Questo dipinto raffigura Pietro l’eremita che predica la prima crociata e si ispira al romanzo di Tommaso Grossi, I lombardi alla prima crociata, trasposto in musica da Giuseppe Verdi (Milano, Collezione privata, 1829).

5.2 Ciro Menotti e il fallimento dell’insurrezione nel Ducato di Modena

Ciro Menotti, un facoltoso imprenditore e commerciante di Carpi, nel 1829 era venuto a conoscenza della cosiddetta «congiura estense», ideata dall’avvocato e industriale Enrico Misley, a sua volta in contatto con l’ambiente parigino degli esuli italiani e con i liberali francesi. Misley si era guadagnato la fiducia del duca di Modena, Francesco IV, che essendo imparentato con i Savoia ambiva alla successione sabauda al posto di Carlo Alberto e ad ampliare il suo Stato. Il duca sembrava appoggiare una congiura carbonara tendente alla costituzione di un regno unitario e indipendente nell’Italia centro-settentrionale, governato da una monarchia costituzionale. Menotti coltivava, però, un’aspirazione unitaria ancora piú ampia: pensava a un vero Stato italiano e parlava di «Roma capitale». Egli mirava, quindi, a un superamento delle divisioni politiche italiane, ancora accettate dai liberali, che proponevano semmai prospettive di tipo federalista. Le rivolte che infuriavano nelle città europee sull’onda della rivoluzione parigina spinsero all’azione i carbonari, ma spaventarono Francesco IV, che nella notte tra il 3 e il 4 febbraio 1831 fece arrestare Menotti e altri cospiratori. L’insurrezione scoppiò ugualmente a Bologna, nelle Marche, a Parma e nella stessa Modena. Francesco IV e Maria Luisa di Parma fuggirono e cercarono riparo a Mantova presso gli austriaci. L’intervento francese a sostegno della rivolta, ventilato da Misley, si rivelò una chimera. Come in Po-

Le fonti della storia 4

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• Testimonianze dei protagonisti

Il programma di Ciro Menotti

L

avrà la sua sede in Parigi ed al quale saranno collegati con lo stesso spirito e tendenze quegli altri comitati parziali formati da Italiani per una causa italiana nella Svizzera e nella Francia stessa. Cosí il Comitato Centrale Italiano di Parigi sarà una emanazione dell’opinione generale dell’Italia, come i comitati locali lo saranno rispettivamente delle loro città e province. Lo scopo di tutti questi comitati deve essere l’adempimento dei voti degli Italiani, i quali tutti reclamano, in silenzio e Un dipinto di Adeodato Malatesta che ritrae Ciro Menotti, il patriota che concepí il progetto fremendo, l’Indipendenza, l’Uniodi un Comitato centrale per coordinare gli sforzi ne e la Libertà di tutta l’Italia. dei cittadini impegnati nel sogno di realizzare A questo fine tutti devono intenl’indipendenza italiana (Brescia, Musei Civici di dere a formare poscia dell’Italia una Arte e Storia, XIX secolo). monarchia rappresentativa, dando Lo spirito pubblico in Italia è disposto intieramente per un cambiamento di reggimento la corona a quel soggetto che verrà scelto dall’assemblea o politico. Per effettuarlo occorre mettere delle basi che pos- congresso nazionale e che Roma fosse la capitale – quella sono agevolare la richiesta o mettere in azione le tendenze Roma che non ebbe eguale […] e non l’avrà mai nell’opied i sentimenti che ora sono celati. A tale oggetto in ogni nione dei presenti e dei posteri. città dell’Italia vi saranno delle intelligenze fra alcuni dei migliori o piú influenzanti abitatori, i quali tutti d’accordo C. Menotti, Idee per organizzare delle intelligenze fra tutte le città agiranno sopra da un egual piano di operazioni; questi dell’Italia per la sua indipendenza, unione e libertà, in A. Salmi, Ciro Menotti e l’idea unitaria, Società Tipografica capi di ogni città si formeranno in comitati locali e questi Modenese, Modena 1931 saranno tanti raggi di un Comitato Centrale Italiano, che ’idea di un’Italia unificata in una sola nazione e retta da una monarchia eletta dai rappresentanti del popolo è apertamente espressa in questo scritto del patriota Ciro Menotti. Egli indica qui l’ambizioso obiettivo e lo strumento per raggiungerlo: una vasta rete di cittadini eminenti e consapevoli, uniti e coordinati fra loro da un Comitato centrale con sede all’estero. Una volta uniti gli sforzi di tanti esponenti piú illuminati della popolazione, Menotti era certo di rappresentare l’«opinione generale dell’Italia». Si conferma cosí la presenza, in questi progetti, di alti ideali democratici e di scarsa attenzione alla partecipazione popolare.

lonia, anche in Italia i nuovi governanti di Parigi non volevano mettersi in contrasto con l’Austria, interessata al controllo della penisola (vedi Le fonti della storia 4). Intanto un’assemblea di notabili, riunitasi a Bologna, proclamò l’abolizione del potere temporale del papa e nominò un governo delle Province unite italiane limitato alle sole terre pontificie liberate, mentre una colonna militare composta da patrioti volontari doveva dirigersi verso Roma. Ma la situazione diplomatica e politica lasciava campo libero all’Austria che, nonostante la resistenza dei cittadini bolognesi, riconquistò una a una le Province unite e occupò Bologna, Parma e le Marche. La reazione fu particolarmente dura, sia nei ducati che nello Stato pontificio, dove il nuovo papa Gregorio XVI (1831-1846) adottò una linea illiberale e repressiva. Ciro Menotti e il notaio Vincenzo Borelli, che aveva redatto l’atto di deposizione di Francesco IV, furono condannati a morte; altri furono arrestati, altri ancora presero la via dell’esilio. L’Austria dovette mantenere una costante presenza di truppe a Ferrara e fare i conti con insubordinazioni e violenze continue. A dimostrazione del fatto che le vicende italiane erano, ormai, nell’occhio della diplomazia internazionale, si assistette all’occupazione della piazza di Ancona da parte della marina francese per bilanciare le presenze austriache nei territori pontifici. Inoltre, una conferenza di ambasciatori europei, compreso quello piemontese, inviò nel maggio 1831 un Memorandum al papa per sollecitare istituzioni piú illuminate, garanzie civili e amministrazioni laiche in uno Stato che appariva come una minaccia alla stabilità politica generale proprio per la cattiva gestione dei suoi affari interni.


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5.3 L’analisi dei fallimenti dei moti carbonari a confronto con la situazione europea

La copertina del primo numero del 1832 de «La Giovine Italia», il periodico stampato a Marsiglia per veicolare le idee dell’omonima associazione mazziniana.

capitolo 13 - La Restaurazione e le prime rivoluzioni patriottiche e liberali

unità 3 - L’età delle rivoluzioni

Dopo l’esito del movimento insurrezionale in Italia centrale, i patrioti italiani dovettero ripensare i metodi organizzativi delle società segrete e porre le basi per nuove forme di lotta politica. Lo scenario europeo era in piena evoluzione: alle istanze della borghesia in cerca di diritti politici e dei popoli che chiedevano autonomia si associavano le tensioni sociali che scaturivano dallo sviluppo industriale. Nel 1831 e nel 1834 vi furono scioperi e rivolte operaie a Lione e negli stessi anni manifestazioni per ottenere migliori condizioni di lavoro e orari piú umani nel settore tessile, minerario e metallurgico nel Regno Unito. Queste agitazioni portarono in Inghilterra alla nascita del «movimento cartista». Nel 1838, infatti, un folto gruppo di intellettuali e attivisti borghesi e popolari pubblicò una Carta del Popolo (da qui il nome del movimento), cioè una proclamazione dei diritti politici delle classi piú povere. Il movimento condusse inoltre una battaglia per introdurre importanti riforme, in primo luogo quella per il suffragio universale. Ovunque, nei Paesi europei piú progrediti, la politica si apriva dunque, con mille difficoltà, alla partecipazione popolare ed emergevano per questo nuovi problemi e rivendicazioni. Nei Paesi sorretti da istituzioni parlamentari la lotta politica si incanalava nel libero dibattito, nelle manifestazioni di piazza e negli scioperi dei lavoratori. Solo dove questo non era possibile si doveva agire in segreto, specialmente quando non solo mancavano le libertà elementari, ma si era soggetti a dominazioni straniere che schiacciavano le identità nazionali. In Italia il segreto e la composizione elitaria dei movimenti carbonari avevano in qualche modo impedito il dibattito e l’approfondimento delle diverse posizioni politiche: non erano cosí emerse le profonde differenze fra i liberali moderati e le loro aspirazioni monarchico-costituzionali e i democratici, che piegavano ormai sempre di piú verso il repubblicanesimo e si confrontavano con le idee piú avanzate. L’idea che l’indipendenza nazionale non potesse essere disgiunta da istituzioni politiche fondate sulla sovranità popolare si andava comunque affermando sempre piú, e ci si rendeva conto della necessità di associare l’opinione pubblica e le masse popolari a ogni iniziativa politica. 5.4 Immaginare la nazione: Giuseppe Mazzini

L’idea di una lotta unitaria per il raggiungimento dell’autonomia nazionale e per il progresso generale della società italiana doveva essere accolta dalla gente comune. Il contrasto con le forze politiche della Restaurazione doveva quindi diventare una «guerra di popolo». A queste prospettive dedicò la sua riflessione Giuseppe Mazzini (18051872), che prese le mosse dall’insuccesso della rivoluzione del 1830-1831 e mirò al superamento dei vecchi modelli cospirativi di tipo carbonaro. Figlio di un medico filogiacobino, Mazzini era nato a Genova nel 1805. Si laureò in legge nel 1827 e divenne giornalista, trasformando un modesto giornale di avvisi commerciali, «L’Indicatore genovese», in un organo di vivace discussione culturale, espressione del clima romantico e patriottico che animava i suoi giovani collaboratori. In seguito entrò a far parte della Carboneria genovese, ma nel novembre 1830 fu scoperto, rinchiuso nella fortezza di Savona e poi posto di fronte alla scelta fra il confino o l’esilio. Scelse l’esilio e da allora visse prevalentemente all’estero: a Marsiglia, Ginevra, Londra. Negli anni successivi, i suoi rientri in Italia avvennero ogni volta che le circostanze storiche sembravano rendere possibile l’affermazione di una partecipazione democratica delle popolazioni italiane alla decisione sui loro destini: come avverrà a Milano e a Roma nel 1848-1849 e a Napoli nel 1860 (vedi cap. 14).

Le fonti della storia 5

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• Testimonianze dei protagonisti

La Giovine Italia e il nuovo linguaggio della «resurrezione» nazionale

I

e la intolleranza di freno, ottimo elel pensiero di Mazzini presentava mento per distruggere, pessimo per l’unità dell’Italia repubblicana come fondare, e piú ch’altro sta la mancanun esito inevitabile di una fede che gli za di fede: di quella fede che sola crea italiani dovevano riacquistare dopo i sele forti anime e le grandi imprese, di coli del «servaggio» e della umiliazione quella fede che sorride tranquilla nel nazionale. Il percorso per recuperare quesagrificio, perché trae seco sul palco, sta fede era però estremamente difficile: o nel campo la promessa della vittonon poteva bastare il sacrificio, pur neria nell’avvenire. [...] cessario, di uomini disposti a diventare Le rivoluzioni si tentano artificial«martiri» della nuova idea. Occorreva mente colle congiure: gli uomini liberi una rigenerazione di tutto il popolo, che si raccolgono a metodi di intelligenza doveva superare le secolari divisioni tra le misteriosa: s’ordinano a fratellanze diverse autonomie e una lunga abitudine segrete: costituiscono setta educatrial dominio straniero, e quindi alla passice, e procedono tortuosi. [...] Ma poi vità di chi non è abituato a partecipare di che il pensiero concentrato ne’ pochi persona alla costruzione della società. s’è diffuso alle moltitudini, e la libertà Con queste parole, ispirate dalla La Meditazione di Francesco Hayez personifica è fatta sorella dell’anime – quando il consapevolezza di dover compiere una l’Italia che tiene tra le mani quanto le serve per voto segreto s’è convertito in anelito missione spirituale e con forti accenti raggiungere la piena consapevolezza di sé: il passato, contenuto nel volume di una Storia irrefrenabile, e la speranza in fede, il romantici, Mazzini poneva al centro suo d’Italia e il crocifisso della fede cristiana, che gemito in fremito – quando il sangue dell’attenzione dei patrioti italiani l’ob- nei secoli ne ha forgiato l’identità (Rovereto, delle migliaia grida vendetta agli uobligo di trasformare la lotta per il futuro Collezione privata, 1851). mini e a Dio, ed ogni famiglia conta dell’Italia in una vera questione nazionale. A essa, egli riteneva, avrebbero contribuito tutti gli italiani un martire, o un iniziato alla religione del martirio [...], allora la tirannide ha consumato il suo tempo; le transazioni, e e non solo un gruppo ristretto di intellettuali e di eroi. i sistemi di transizione diventano passi retrogradi: la guerra Abbiamo dieci secoli d’oltraggi a vendicare: abbiamo a di- è tutt’oltre che tra la distruzione e il trionfo non è la via di struggere un servaggio di cinque secoli. I padri de’ padri e mezzo, e gli ostacoli che un tempo si logoravano coll’arti della gli avi remoti ebbero tutti la loro parte in quell’oltraggio: lentezza vanno atterrati rapidamente. – Allora la iniziazione tutti hanno bevuto a quel calice che Dio serbava all’Italia, e è compiuta – alla religione del martirio sottentra la religione del quale la fortuna assegnava a noi l’ultime gocce – e le piú della vittoria – la croce modesta e nascosta s’innalza nell’alto amare forse. E noi gemiamo per tutti, fremiamo per tutti; e se convertita in Labarum1: la parola della fede segreta fiammega rigenerare una terra guasta da cinquecento anni di servitú gia segno di potenza, scritto sulla bandiera de’ forti – e una muta bastasse levarsi e combattere, gli uomini del passato, voce grida: in questo segno voi vincerete! quanti insorsero e morirono per la patria da Crescenzo fino G. Mazzini, Della Giovine Italia in A.M. Banti, Il risorgimento italiano, a Menotti, sarebbero nostri fratelli alla pugna, dove alcuno Laterza, Roma-Bari 2004 potesse evocarli dalla loro polvere. Ma il sangue solo santifica, non rigenera una nazione. 1. Lo stendardo dell’imperatore romano Costantino, sul quale, seconStanno contro di noi non le sole baionette straniere, ma le do la tradizione cristiana, egli aveva fatto issare nel 312 il nome di Cridiscordie cittadine inveterate per lunga memoria di stragi, re- sto a guida delle sue truppe. L’imperatore sarebbe stato ispirato da un citate sordamente dalla tirannide, artificiosamente ineguale sogno, in cui una voce dal cielo gli raccomandava di combattere sotto e corrompitrice: stanno i vizi, che si generano nelle catene, l’insegna di Cristo con le parole: «Con questo segno vincerai!».

La critica di Mazzini alla Carboneria e alle associazioni segrete riguardava anzitutto la chiusura settaria e la segretezza dei programmi, che isolavano i patrioti dalle aspirazioni del popolo. Era necessario introdurre un metodo di lotta politica che dichiarasse apertamente le sue finalità e coinvolgesse il maggior numero possibile di aderenti. Per questo motivo, sempre piú convinto sostenitore delle idee democratiche, egli fondò nel 1831 «La Giovine Italia», un’associazione politica che doveva abbandonare le idee e i metodi degli «uomini del passato» rivolgendosi ai giovani e al popolo, vera forza motrice di una rigenerazione della nazione (vedi Le fonti della storia 5).


432

5.5 La Giovine Italia e la sua forza propulsiva

La bandiera della Giovine Italia, che reca il motto mazziniano «Unione, Forza, Libertà».

capitolo 13 - La Restaurazione e le prime rivoluzioni patriottiche e liberali

unità 3 - L’età delle rivoluzioni

La Giovine Italia non aveva finalità segrete. Il suo programma era dichiarato: rendere l’Italia «una, libera, indipendente, repubblicana». I metodi per l’azione erano altrettanto chiari: l’educazione del popolo e l’insurrezione di massa guidata da bande armate di volontari, ispirata alla vittoriosa guerra patriottica degli spagnoli contro Napoleone (vedi cap. 12). Su queste basi, l’organizzazione mazziniana si diffuse in Italia, coordinata da Marsiglia e dalla Svizzera, dove si nominavano i capi delle sezioni e si dirigeva il lavoro clandestino di propaganda (vedi Le fonti della storia 6). Fra il 1832 il 1833 la Giovine Italia si diffuse prevalentemente nelle città del Centro-nord – Genova, Milano, Roma – ma anche a Napoli e nel Mezzogiorno, cosí come fra i ceti colti e i giovani ufficiali dell’esercito piemontese, fra i ceti popolari urbani, gli operai e soprattutto gli artigiani del regno sabaudo. Mancavano i contadini, non solo perché erano analfabeti e non era facile diffondere la propaganda politica nelle campagne, ma anche perché dopo le insorgenze antifrancesi e antigiacobine del 1799 le masse rurali guardavano con diffidenza gli intellettuali che si erano schierati con i francesi. 5.6 L’insuccesso delle prime insurrezioni mazziniane

e la nascita della Giovine Europa Le prime insurrezioni mazziniane non ebbero piú fortuna delle congiure carbonare. La propaganda aveva bisogno di tempo e le forze in campo erano troppo diseguali. Quella progettata per la metà del 1833 fu scoperta e provocò l’arresto di centinaia di seguaci della Giovine Italia e ben dodici condanne a morte in Piemonte. Jacopo Ruffini, amico di Mazzini, si tolse la vita in carcere a Genova. Un successivo piano, che prevedeva sia una spedizione armata di esuli italiani e polacchi dalla Svizzera verso la Savoia, sia un ammutinamento di reparti della Marina piemontese di stanza nel porto di Genova, finí in un fallimento. La colonna degli esuli fu dispersa con facilità dalle truppe di Carlo Alberto, e la sommossa genovese fu bloccata sul nascere. Gli Stati italiani disponevano evidentemente di efficienti apparati di polizia e di controllo politico. In seguito alle pressioni austriache, Mazzini, che si trovava in Svizzera, fu espulso dal governo elvetico e dopo un periodo di clandestinità e di profondi ripensamenti si recò a Londra. Giuseppe Garibaldi (1807-1882), un giovane marinaio arruolato nella Marina del Regno di Sardegna, che aveva partecipato ai fatti di Genova, riuscí a fuggire a Marsiglia, dove apprese della sua condanna a morte in contumacia. L’intera organizzazione mazziniana fu smantellata e sopravvissero solo dei nuclei locali. Intanto, mentre Garibaldi prendeva la via del Sudamerica, Mazzini si dedicò alla creazione della «Giovine Europa» (1834), organizzazione internazionale per la democrazia e l’emancipazione delle nazionalità europee. Il pensatore italiano prese anche a occuparsi della questione sociale, resa sempre piú urgente, in Europa, dalla diffusione delle industrie e dalla crescita della classe proletaria. Egli polemizzò con i movimenti dei lavoratori di ispirazione piú radicale e rivoluzionaria, come i socialisti (vedi capitolo 14) ma era contrario allo sfruttamento della manodopera e pensava che in un regime democratico i lavoratori si dovessero organizzare in libere associazioni per favorire l’emancipazione e la soli-

Le fonti della storia 6

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• Testimonianze dei protagonisti

Le istruzioni generali per gli affratellati della Giovine Italia

C

osí Mazzini delineava le caratteristiche e gli obiettivi della Giovine Italia. Il nuovo «apostolato» mazziniano, che puntava alla conquista delle menti e dei cuori, non poteva fare a meno di un programma esplicito e aperto che si esprimeva in semplici parole d’ordine. Questo programma doveva convincere per la sua chiarezza e per l’autorevolezza degli ideali che lo animavano. L’Italia, patria naturale della nazione, doveva essere repubblicana (cioè favorire la partecipazione politica di tutti i cittadini) e unitaria (cioè comprendere tutti i popoli italiani in quel momento divisi in Stati e staterelli). Mazzini e i suoi seguaci si dichiaravano quindi ostili alla monarchia, anche nella sua versione moderata e costituzionale, e all’idea di una confederazione tra gli Stati italiani che lasciasse immutata la situazione di frammentazione ereditata dalla storia del nostro Paese.

Dall’«istruzione generale per gli affratellati nella Giovine Italia», 1831 La Giovine Italia è la fratellanza degli Italiani credenti in una legge di progresso e di dovere; i quali, convinti che l’Italia è chiamata ad essere nazione – che può con forze proprie crearsi tale – che il mal esito dei tentativi passati spetta, non alla debolezza, ma alla pessima direzione degli elementi rivoluzionari – che il segreto della potenza è nella costanza e nell’unanimità degli sforzi – consacrano, uniti in associazione, il pensiero e l’azione a grande intento di restituire l’Italia in nazione di liberi ed eguali una, indipendente, sovrana. [...] La Giovine Italia è repubblicana e unitaria. Repubblicana – perché, teoricamente, tutti gli uomini di una nazione sono chiamati per la legge di Dio e dell’umanità, ad essere liberi, eguali e fratelli; e l’istituzione repubblicana è la sola che assicuri questo avvenire – perché la sovranità risiede essenzialmente nella nazione, sola interprete progressiva

e continua della legge morale suprema – perché, dovunque il privilegio è costituito a sommo dell’edificio sociale, vizia l’eguaglianza dei cittadini, tende a diramarsi per le membra e minaccia la libertà del paese – perché dovunque la sovranità è riconosciuta esistente in piú poteri distinti, è aperta una via alle usurpazioni, la lotta riesce inevitabilmente tra questi poteri e all’armonia, ch’è legge di vita alla società, sottentra necessariamente la diffidenza e l’ostilità organizzata. [...] La Giovane Italia è unitaria: – perché senza unità non v’è veramente nazione – perché senza unità non v’è forza, e l’Italia, circondata da nazioni unitarie, potenti e gelose, ha bisogno anzi tutto d’essere forte – perché il federalismo, condannandola all’impotenza della Svizzera, la porterebbe sotto l’influenza necessaria d’una o d’altra delle nazioni vicine – perché il federalismo, ridando vita alle rivalità locali oggimai spente, spingerebbe l’Italia a retrocedere verso il medio-evo – perché il federalismo, smembrando in molte piccole sfere la grande sfera nazionale, cederebbe il campo alle piccole ambizioni e diverrebbe sorgente d’aristocrazia – perché, distruggendo l’unità della grande famiglia italiana, il federalismo distruggerebbe dalle radici la missione che l’Italia è destinata a compiere nell’umanità. [...] [...] La Giovine Italia distingue lo stadio dell’insurrezione dalla rivoluzione. La rivoluzione incomincerà quando l’insurrezione avrà vinto. Lo stadio dell’insurrezione, cioè tutto il periodo che si stenderà dall’iniziativa alla liberazione di tutto il territorio italiano continentale, dev’esser governato da un’autorità provvisoria, dittatoriale, concentrata in un piccol numero d’uomini. Libero il territorio, tutti i poteri devono sparire davanti al Concilio nazionale, unica sorgente d’autorità nello Stato. G. Mazzini, Scritti politici, vol. I, Einaudi, Torino 1976

darietà reciproca e tra le diverse classi che componevano la società. Su queste basi, fondò nel 1840 l’Unione degli operai italiani, dove l’associazionismo, con i suoi statuti e le sue regole elettorali e istituzionali, doveva essere scuola di democrazia e di educazione politica per i ceti popolari. 5.7 Le insurrezioni mazziniane del 1843 e del 1844

e lo sviluppo della corrente moderata Fra il 1843 e il 1844 i seguaci di Mazzini organizzarono, anche contro il suo parere, altri tentativi insurrezionali, come quello del medico Pasquale Muratori sull’Appennino bolognese, che si concluse con venti condanne a morte. Un altro episodio vi fu in Calabria, dove i fratelli veneziani Attilio ed Emilio Bandiera, ufficiali della Marina austriaca, decisero di tentare uno sbarco nei pressi di Crotone per suscitare una sollevazione popolare. I Bandiera furono catturati dalle forze borboniche e giustiziati con altri sette compagni il 25 luglio 1844.


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Tra i piú famosi tentativi di sollevazione popolare, promossi sull’onda dell’influenza mazziniana, va ricordato quello dei fratelli Bandiera del 1844. L’impresa però fallí e i Bandiera vennero fucilati nel luglio dello stesso anno (illustrazione della fine XIX secolo).

capitolo 13 - La Restaurazione e le prime rivoluzioni patriottiche e liberali

unità 3 - L’età delle rivoluzioni

A Londra, Mazzini denunciò che la sua corrispondenza era stata violata dalla polizia borbonica. Alla Camera dei Comuni si svolse un grande dibattito che rese popolare la causa del Risorgimento italiano. I patrioti in esilio contribuirono cosí a sensibilizzare l’opinione pubblica europea sul problema nazionale italiano. Mazzini divenne noto come il principale teorico della necessità di far coincidere l’azione politica di ogni Stato con la realtà spirituale e culturale della nazione da cui lo Stato prende forma: la nazione, diceva, ha preminenza sullo Stato e ciascun popolo ha il diritto di darsi le istituzioni che meglio corrispondano alle sue caratteristiche e alle sue aspirazioni. Il potere politico, di conseguenza, deve sempre rispondere alla nazione del suo operato e dare forma concreta ai suoi ideali. Il fondatore della Giovine Italia trovò cosí seguaci in molti Paesi europei sottoposti al controllo di autorità straniere: dalla Polonia all’Ungheria, dal mondo tedesco a quello dei popoli soggetti all’Impero austriaco. Ma all’inizio degli anni Quaranta dell’Ottocento il movimento mazziniano si trovò davanti a una doppia crisi: da un lato gli insuccessi della strategia insurrezionale, dall’altro l’estendersi dell’influenza del movimento liberal-moderato. Non ostile alla monarchia e attento alle istanze cattoliche, questo movimento guardava con preoccupazione al frazionamento dell’Italia in piccoli Stati, divisi sul piano politico ed economico. Era dunque favorevole all’abolizione delle barriere doganali sia all’interno dell’Italia, sia con l’estero. All’azione violenta contrapponeva una strategia di riforme graduali, nella convinzione che i vari moti insurrezionali non fossero serviti «se non ad impoverire il Paese dei migliori caratteri ed a rendere piú dura l’influenza straniera», come disse un esponente di spicco del movimento, il piemontese Massimo d’Azeglio (1798-1866). Per questo bisognava agire apertamente per influenzare le coscienze attraverso gli scritti, i pamphlet, la satira, la diffusione della stampa oppure il teatro in musica e la poesia, fino alla pittura. Si voleva, inoltre, diffondere l’istruzione tra le classi popolari. D’Azeglio, convinto sostenitore della monarchia costituzionale, proponeva all’Italia la via di una unificazione che si sarebbe realizzata imitando le buone politiche del Piemonte e, in seguito, sostenendo la lotta della monarchia sabauda contro l’egemonia dell’Austria. In questa sua proposta si riconosceva una parte degli intellettuali liberali, sia in Piemonte che in Toscana (vedi Le fonti della storia 7). 5.8 Federalismo e «neoguelfismo»

La cultura liberale e moderata italiana ebbe almeno tre centri di elaborazione: in Piemonte, in Toscana, a Milano. Nel 1839 a Milano cominciò la pubblicazione della rivista «Il Politecnico», fondata da Carlo Cattaneo e aperta alla collaborazione di scienziati, economisti, giuristi e storici. Liberale in economia, Cattaneo sosteneva l’esigenza della democrazia in campo politico, ma rifiutava sia il centralismo e lo statalismo della tradizione giacobina, sia l’unitarismo di Mazzini. Egli auspicava invece la nascita di una federazione tra gli Stati italiani: un sistema a suo avviso piú consono alle diversità tra le regioni del Paese e al ruolo che le autonomie cittadine e comunali avevano svolto nella storia d’Italia dal Medioevo in poi. I suoi modelli erano quelli delle repubbliche federali, come quella americana. Il liberalismo federalista di Cattaneo, attento ai fattori dello sviluppo econo-

Le fonti della storia 7

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• Testimonianze dei protagonisti

Le proposte dei moderati

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lo comune di venir offesi nella loro libertà d’azione o nella dignità della loro corona dalle potenze maggiori [...]. Sarebbe sola e veramente sapiente politica, e di primo interesse de’ Principi italiani, quella di dipinger gli atti del loro governo in modo da rendere i loro sudditi, e la parte italiana dell’Italia, la piú felice e la meglio ordinata [...]. Noi crediamo che la tendenza generale della civiltà moderna verso il sistema rappresentativo sia la conseguenza de’ vari stadi che ha sin qui attraversati, e sia l’espressione delle necessità sociali portate dalle sue condizioni presenti. Questa tendenza, che giungerà alla sua meta probabilmente prima della fine del secolo, crediamo sia quella che principalmente lo distingue, abbia Massimo d’Azeglio, qui ritratto da Francesco Gonin, avanzò la proposta di coinvolgere i ceti alto-borghesi a lasciargli il suo nome, e che il XIX e i principi italiani per superare i problemi della sia presso le generazioni future per dirsi il secolo della restaurazione Crediamo che le sole e reali fon- divisione e arretratezza dell’Italia (Torino, Museo Nazionale del Risorgimento, 1850). del sistema rappresentativo [...]. damenta d’un migliore ordinamenOra appoggiati all’esperienza ed alle ragioni addotte, e to futuro, impossibile a ottenersi oggi co’ nostri mezzi, stia nel cercare intanto di ottener quello che è possibile, per considerata la differenza che passa fra le condizioni sociali trovarsi a portata dei mezzi de’ quali possiamo disporre. de’ vari Stati italiani, non crediamo che possano adattarsi Crediamo nostro dovere e nostro diritto l’usarli con piena a tutti le medesime riforme, ma crediamo che in diversi gradi possa però a tutti farsi utilmente l’applicazione dei ed assoluta pubblicità. Crediamo che la politica piú naturale dei Principi nostri princípi, che raccomandiamo alla prudenza ed alla italiani avrebbe dovuto, e dovrebbe essere sempre, il far giustizia de’ nostri Principi. causa comune tra loro, stringendosi insieme onde manM. d’Azeglio, Scritti e discorsi politici, a cura di M. De Rubris, tenersi sciolti da ogni influenza estera. Essi non hanno Firenze 1933-1937 nulla a temere gli uni degli altri, e sono invece nel pericoosí Massimo d’Azeglio, nel 1847, sintetizzava la sua Proposta di un programma per l’opinione nazionale italiana, un progetto che si proponeva di evitare i problemi posti dalle strategie rivoluzionarie e che trovava consensi nelle classi superiori e nei ceti dell’alta borghesia o dell’aristocrazia. D’Azeglio rivolgeva infatti un appello alle monarchie italiane, invitando i diversi príncipi a considerare il comune interesse di una reale autonomia dall’Austria e di un miglioramento delle condizioni di vita dei loro sudditi, anche attraverso la concessione di riforme costituzionali. Si esprimeva, cosí, il realismo politico di chi proponeva di liberare l’Italia non con il ricorso alla ribellione di una élite o del popolo, ma con gli strumenti della politica e degli accordi tra sovrani, per cominciare a realizzare gli obiettivi piú a portata di mano.

mico e sociale, era piuttosto diverso dalle idee federaliste che si manifestarono con forza in campo moderato e cattolico. Il cattolicesimo liberale mirava infatti a conciliare tradizione e progresso, autorità e libertà, fede cattolica e nazionalità. In Italia questo liberalismo cattolico attribuiva una funzione centrale al Papato e alla Chiesa e soprattutto al cattolicesimo, considerato come fattore di unificazione e di progresso nazionale, oltre che di «primato» tra i popoli. Alessandro Manzoni (1785-1873) e il filosofo Antonio Rosmini (1797-1855) furono figure di primo piano in quest’area culturale. Entro quest’area si mise in evidenza soprattutto il progetto delineato nel 1843 dal sacerdote torinese Vincenzo Gioberti (1801-1852) in un’opera di grande impatto e straordinario successo. Nel libro Del Primato morale e civile degli Italiani Gioberti sosteneva l’idea di un «primato» dell’Italia collegato alla sua coesione ideale dovuta all’identità cristiana e alla presenza papale. Egli proponeva quindi come soluzione alla questione italiana una confederazione degli Stati italiani costituita pacificamente col consenso dei sovrani italiani sotto la presidenza del pontefice, un’idea che per un bre-


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capitolo 13 - La Restaurazione e le prime rivoluzioni patriottiche e liberali

unità 3 - L’età delle rivoluzioni

ve momento, nel 1848, sarebbe sembrata vicina alla sua realizzazione. Il programma di Gioberti fu detto «neoguelfismo», con un richiamo alle fazioni medievali favorevoli al papa nei diversi comuni italiani. Esso non faceva esplicito riferimento alla necessità di introdurre negli Stati italiani una serie di riforme costituzionali, ma si limitava a proporre l’istituzione di assemblee consultive ed eludeva il problema della presenza austriaca nella penisola. Di confederazione si parlava anche nel libro del 1844 Le speranze d’Italia di Cesare Balbo, un altro piemontese che affrontava l’argomento, ma per il quale la via maestra dell’indipendenza italiana doveva passare attraverso l’eliminazione del dominio asburgico dal Lombardo-veneto, favorendo l’«in orientamento» dell’Austria, cioè l’espansione a est verso i Balcani a danno dell’Impero turco in disfacimento e in funzione antirussa. Era un chiaro appello al ruolo della diplomazia europea nella soluzione della questione italiana.

mento, questo, che si accentuò dopo il 1843, quando tra Austria e Regno di Sardegna si verificò una contesa sui dazi d’importazione dei vini piemontesi in Lombardia imposti dal governo asburgico. A fine ottobre del 1847 il re decise di introdurre nuove aperture politiche. Fu concessa una certa libertà di stampa, di cui approfittarono subito i liberali, dando vita a giornali fra cui spiccava «Il Risorgimento», ispirato da Camillo Benso, conte di Cavour. In Piemonte si giunse anche alla creazione di consigli comunali elettivi. Nello Stato della Chiesa, alla morte dell’autoritario papa Gregorio XVI, a metà 1846, si ebbe l’ascesa al soglio pontificio del cinquantenne cardinale Giovanni Mastai Ferretti, che prese il nome di Pio IX. Appena un mese dopo la sua elezione, il nuovo pontefice concesse un’ampia amnistia per i reati politici, mentre nel corso del 1847 introdusse una limitata libertà di stampa e avviò una progressiva laicizzazione dell’amministrazione dello Stato, fino ad allora affidata ai soli ecclesiastici. Il papa si mostrò anche disponibile alla progettazione di nuove linee ferroviarie in collaborazione con Carlo Alberto e Leopoldo II, granduca di Toscana, e sottoscrisse un progetto di Lega doganale italiana: entrambe le istanze incontravano il favore dei liberal-moderati. I tre sovrani, pur perseguendo scopi diversi, tentavano di orientare a loro favore i fermenti patriottici e di evitare la rottura con i gruppi e i ceti dirigenti dei loro Stati. Ma fu Pio IX ad accendere gli entusiasmi: sembrava, infatti, il pontefice descritto da Gioberti come guida del nuovo ordine italiano. Egli appariva all’opinione pubblica come il papa liberale, in cui la fede cattolica si univa alle aspirazioni patriottiche e al sentimento di «affratellamento» del popolo italiano. Nel maggio del 1847 si giunse anche in Toscana a una moderata libertà di stampa e all’abolizione della censura, che non era del resto piú in grado di fermare la stampa clandestina, anche quella piú radicale, che circolava in ogni Stato italiano.

L’Italia di Philipp Veit porta come simbolo distintivo il crocifisso papale, come se la sua identità si definisse essenzialmente attorno alla fede cristiana; un elemento che anche Vincenzo Gioberti riconosce come peculiare della nazione italiana, tale da rappresentarne un primato morale e civile (Francoforte sul Meno, Museo Storico, 1839).

6.2 L’evolversi della situazione politica negli altri Stati italiani

In questo paragrafo 5

Solo nel Regno delle Due Sicilie e negli Stati minori, come Modena e Parma, ormai sotto la diretta tutela austriaca, l’opinione pubblica non riusciva a ottenere riforme. I metodi dispotici di Ferdinando II furono denunciati da Luigi Settembrini nella Protesta del popolo delle Due Sicilie, un libro stampato e diffuso clandestinamente nell’estate del 1847. In settembre scoppiarono, a Messina e a Reggio Calabria, insurrezioni represse con la forza dalle truppe borboniche. Nello stesso periodo, a Milano si verificarono sanguinosi incidenti tra la popolazione e i militari austriaci e altre forme di protesta si ebbero ai primi di gennaio del 1848, quando i patrioti milanesi si astennero dal fumo per danneggiare le entrate fiscali dell’Austria. Queste agitazioni patriottiche furono guidate dai liberal-moderati, ma la possibile discesa in campo delle masse popolari conferiva al movimento un carattere che sempre piú difficilmente avrebbe potuto essere contenuto entro il programma moderato. Nel frattempo, però, le vicende italiane cominciarono a intrecciarsi con i grandi eventi politici di portata europea, segnati, nel 1848, dall’esplosione della piú importante serie di rivoluzioni dell’Ottocento (vedi cap. 14).

Impegno degli intellettuali e delle élite borghesi Società segrete isolate dal popolo Italia tra 1815 e 1844

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Fallimento delle insurrezioni liberali e patriottiche: Modena (1831), Piemonte (1833), Bologna (1843), Calabria (1844) Riflessione di Mazzini e creazione della Giovine Italia (1831) per creare un Paese unitario e repubblicano Proposte dei liberali moderati: riforme e federalismo (d’Azeglio, Cattaneo, Gioberti, Balbo)

6 Alla vigilia della rivoluzione del 1848: una cauta stagione di riforme

In questo paragrafo 6 6.1 Le prime aperture della situazione politica in Piemonte, Toscana

Regno di Sardegna. Carlo Alberto: libertà di stampa e consigli comunali elettivi (1843-1847)

e nello Stato della Chiesa Nella seconda metà degli anni Quaranta dell’Ottocento, in diversi Stati italiani si aprí una fase di caute riforme e di diffuso consenso tra opinione pubblica e sovrani. Fin dal 1840, nel Regno di Sardegna, il re Carlo Alberto si era mostrato sensibile alle esigenze di ammodernamento amministrativo ed economico e aveva modificato l’indirizzo della politica estera del suo regno in senso antiaustriaco. Un orienta-

Riforme in alcuni Stati italiani (1843-1847)

Stato della Chiesa. Pio IX: amnistia, libertà di stampa, laicizzazione dell’amministrazione (1846-1847) Toscana. Leopoldo II: libertà di stampa e abolizione della censura, progetto di Lega doganale italiana (1846-1847)


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capitolo 13 - La Restaurazione e le prime rivoluzioni patriottiche e liberali

unità 3 - L’età delle rivoluzioni

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Mappa concettuale

in sintesi 1 Il Congresso di Vienna e il nuovo assetto europeo Il Congresso di Vienna si svolse tra l’ottobre 1814 e il giugno 1815 e vi parteciparono le maggiori nazioni europee, compresa la Francia. Le discussioni continuarono malgrado il ritorno di Napoleone, che fu definitivamente sconfitto dalla settima alleanza antifrancese nella Battaglia di Waterloo (15-18 giugno 1815), in seguito alla quale Luigi XVIII fu riportato sul trono di Francia. La linea politica che emerse dal Congresso fu quella della Restaurazione, cioè il ristabilimento del potere dei sovrani e della sua sacralità. Le trattative sancirono infatti il principio di legittimità, che prevedeva il ritorno su ciascun trono europeo della legittima dinastia regnante. Inoltre, fu ripristinato il principio dell’equilibrio tra le potenze, nessuna delle quali doveva rafforzarsi a danno delle altre per evitare che qualcuno raggiungesse una supremazia territoriale. Furono infine ridisegnati i confini europei. Si favorí l’ingrandimento della Prussia e si consolidarono il Regno di Sardegna e quello dei Paesi Bassi, affinché formassero una sorta di barriera attorno alla Francia. Fu creata una Confederazione germanica, che raggruppava vari Stati, fra cui Austria e Prussia. In Italia fu rafforzata l’influenza dell’Austria e furono restaurate le dinastie dei Borbone nel Regno delle Due Sicilie, degli Asburgo Lorena in Toscana e dei Savoia nel Regno di Sardegna. Per mantenere l’ordine internazionale fu istituita la Quadruplice Alleanza tra Regno Unito, Austria, Prussia, Russia e, in seguito, Francia, che si fondava sul principio di intervento: le potenze si impegnavano a intervenire in territorio straniero ogni volta che l’equilibrio europeo fosse messo in pericolo. 2 I moti indipendentistici delle colonie americane di Spagna e Portogallo Nei primi anni dell’Ottocento, in America Latina nacquero vari movimenti indipendentisti, che ottennero spesso l’appoggio del Regno Unito e che furono guidati dai cosiddetti «libertadores». Tra questi, José de San Martin guidò la lotta per l’indipendenza del Cile (1817-1818) e Simón Bolívar promosse l’insurrezione di Venezuela, Colombia, Ecuador. Questi movimenti riuscirono a disintegrare l’impero coloniale spagnolo. Tuttavia, spesso essi non riuscirono a dar vita a sistemi politici democratici per il timore della rivolta degli indios. In Messico, ad esempio, le rivolte di indios e schiavi neri furono soffocate duramente, mentre il Paese diventava la

Repubblica federale del Messico. Nel 1816 nacque l’Argentina indipendente; nel 1822 conquistò l’indipendenza il Brasile; nel 1823 si costituirono le Province Unite dell’America centrale (Guatemala, Honduras, Nicaragua, Salvador e Costarica). Il Regno Unito, nuova potenza egemone in America Latina, dovette presto fronteggiare la forza crescente degli Stati Uniti, che con la «Dottrina Monroe» (1823), si opposero a qualsiasi ingerenza europea. A questo punto, Bolívar, compresa la necessità di far nascere un grande e unitario Stato sudamericano per contrastare l’egemonia degli Stati Uniti, convocò il Congresso di Panama (1826), che però fallí a causa del processo di disgregazione politica in atto nei nuovi Stati. 3 1820-1821: i movimenti costituzionali e indipendentistici in Spagna, Portogallo, Italia, Russia e Grecia Nell’età napoleonica, in Europa si erano formate società segrete ispirate ai princípi della Rivoluzione francese e basate su ideali patriottici e antiassolutistici. Esse si proponevano l’instaurazione di regimi costituzionali e furono protagoniste di sollevazioni in diversi Paesi. In Spagna, per reazione al re Ferdinando VII, che aveva ristabilito la monarchia assoluta, si diffusero società segrete come quella dei Comuneros, costituita da militari che, nel 1820, si ribellarono (Pronunciamento) esigendo il ripristino della Costituzione di Cadice del 1812. Ma Ferdinando VII non rispettò gli impegni presi, scatenando una sorta di guerriglia, stroncata solo dall’intervento della Francia, che assicurò cosí il ritorno dell’assolutismo. Sempre nel 1820, anche in Portogallo ci fu una sollevazione militare, che ottenne un ordinamento parlamentare bicamerale. Gli obiettivi delle società segrete italiane, in particolare della Carboneria, erano il raggiungimento dell’indipendenza e la formazione di un governo costituzionale. Tuttavia, le masse popolari furono sempre escluse dai progetti e dalle iniziative di questi movimenti clandestini. Furono proprio l’isolamento e la mancanza di consenso popolare le cause del fallimento dei tentativi insurrezionali messi in atto dalle sezioni carbonare. A Napoli, il moto rivoluzionario, guidato dal generale Guglielmo Pepe, chiedeva la Costituzione al re Ferdinando I. L’Austria intervenne e restaurò il regime assoluto nel Regno delle Due Sicilie. Anche in Piemonte era sorto un vasto movimento che aspirava a un regime costituzionale. La Costituzione fu promessa da Carlo Alberto, reggente per conto dello zio Carlo Felice, che però si rifiutò di concederla e, allontanato il nipote, chiese l’intervento degli austriaci contro i ribelli.

Dunque, i focolai rivoluzionari erano stati spenti in tutta Europa e, con la condanna a morte o all’ergastolo dei principali patrioti, era stato riportato l’ordine e sembrava aver trionfato una politica repressiva e reazionaria. Rispetto ai moti europei, il tentativo costituzionale russo giunse un po’ piú tardi. La rivolta – detta decabrista dal nome russo del mese di dicembre, dekabri – scoppiò nel 1825, in occasione del giuramento del nuovo zar Nicola I, ma fu duramente repressa. All’esterno, la Russia cercò di approfittare delle aspirazioni nazionalistiche che mettevano in crisi l’Impero ottomano per inglobarne alcune parti. Fu proprio col suo sostegno che la Serbia divenne un principato indipendente. Nel 1821 la rivolta indipendentista si allargò alla Grecia, alimentata dalle società segrete, le Eterie, e considerata da molti come lotta della cristianità contro i musulmani oppressori. Rischiata la sconfitta a opera del sultano, i greci si salvarono grazie all’intervento di Russia, Regno Unito e Francia. La Pace di Adrianopoli (1829) pose le basi per l’indipendenza della Grecia, proclamata il 3 febbraio 1830. 4 La stabilità del Regno Unito e le rivoluzioni del 1830 in Francia e nel resto d’Europa A differenza degli altri Paesi europei, dove lo scontro fra conservazione e modernizzazione portò a moti rivoluzionari, nel Regno Unito si ebbe una graduale evoluzione in senso liberale, con l’approvazione di riforme che ridussero le tensioni causate dall’industrializzazione. Importante, tra queste, fu la riforma del 1832, che allargò la base elettorale, favorendo la partecipazione della piccola borghesia. Nella Francia guidata da Luigi XVIII in Parlamento guadagnarono terreno le parti piú reazionarie, che spinsero il governo verso misure illiberali. Anche quando l’opposizione liberale diventò maggioranza, il re Carlo X (incoronato nel 1824) soppresse la libertà di stampa, restrinse il diritto di voto ai grandi proprietari terrieri, sciolse la Camera e indisse nuove elezioni. Il popolo insorse, ma il controllo politico fu mantenuto dalla borghesia capitalistica, che chiamò sul trono Luigi Filippo d’Orléans, un nobile che si propose come garante del compromesso tra monarchia e rivoluzione. Nel 1830 esplose la rivolta del Belgio contro l’Olanda, alla cui sovranità esso era stato sottoposto dal Congresso di Vienna. I patrioti belgi proclamarono l’indipendenza e sul trono salí Leopoldo di Sassonia-Coburgo. Una Costituzione liberale fu adottata dai cantoni svizzeri e vennero fatte concessioni costituzionali in molti Stati tedeschi (come Baviera, Sassonia, Hannover). In Spagna, nel 1833, scoppiò una

guerra civile che portò a varie concessioni liberali e in Portogallo, nel 1834, entrò in vigore la Costituzione del 1826. In Polonia invece, la rivoluzione patriottica voluta nel 1830 dalla borghesia e dall’esercito fallí per la reazione della Russia. 5 La riflessione e la lotta politica in Italia dopo il 1830 In Italia il trentennio 1815-1845 fu fondamentale per l’eleborazione dell’idea di nazione e fu il periodo in cui le classi colte trovarono la propria identità nell’opera di molti intellettuali (Alessandro Manzoni, Giacomo Leopardi, Melchiorre Gioia, Gian Domenico Romagnosi). Sul piano pratico, in Italia i moti del 1831 furono limitati ai Ducati di Parma e Modena e allo Stato pontificio. Il patriota Ciro Menotti ne fu protagonista. Tuttavia, anche a causa del mancato appoggio della Francia, che non voleva mettersi in contrasto con l’Austria, la rivoluzione fallí. L’Austria riconquistò i territori ribelli, attuando una dura repressione. Dopo il fallimento dei moti del 1831, tra i patrioti italiani iniziò a farsi strada l’idea della necessità che le iniziative politiche per l’indipendenza vedessero la partecipazione delle masse popolari. Giuseppe Mazzini comprese tra i primi che bisogna-

va superare i vecchi modelli cospirativi che avevano isolato i patrioti dalle masse popolari. Con queste convinzioni, egli fondò, nel 1831, la Giovine Italia, un’associazione politica senza finalità segrete, che si proponeva di rendere l’Italia «una, libera, indipendente, repubblicana». Tra 1832 e 1833 la Giovine Italia si diffuse fra i ceti colti e quelli popolari urbani, gli operai, gli artigiani, gli ufficiali dell’esercito piemontese. I primi tentativi insurrezionali mazziniani non ebbero comunque successo e Mazzini, espulso dalla Svizzera, dove si trovava, si rifugiò a Londra. L’organizzazione mazziniana fu smantellata e Mazzini creò quindi la Giovine Europa, un’organizzazione internazionale per la democrazia e l’emancipazione delle nazionalità europee. Altri fallimentari tentativi insurrezionali vi furono tra 1843 e 1844. Nel frattempo, in Italia si diffondeva un movimento liberal-moderato che, constatato il fallimento dei moti insurrezionali, contrapponeva all’azione violenta una strategia di riforme graduali e sosteneva la necessità di influenzare le coscienze attraverso la cultura e l’istruzione delle classi popolari. Carlo Cattaneo opponeva all’unitarismo di Mazzini l’idea di una federazione tra gli Stati italiani. Al liberali-

smo moderato aderí anche Cesare Balbo, convinto dell’importanza della diplomazia europea nella questione italiana. Molti intellettuali cattolici si accostarono alle idee liberali. Tra questi spiccò la figura del sacerdote Vincenzo Gioberti, ideatore del «neoguelfismo» che prevedeva una confederazione di Stati presieduta dal papa. 6 Alla vigilia della rivoluzione del 1848: una cauta stagione di riforme Il papa descritto da Gioberti sembrò essere incarnato dalla figura di Pio IX. Egli concesse un’amnistia per i reati politici, diede avvio alla laicizzazione dell’amministrazione statale, sottoscrisse progetti per nuove linee ferroviarie e per una Lega doganale italiana. In questa seconda metà degli anni Quaranta, anche altri Stati avviarono caute riforme: nel Regno di Sardegna, Carlo Alberto concesse libertà di stampa e aperture in campo amministrativo ed economico; in Toscana, si giunse a una moderata libertà di stampa e all’abolizione della censura. Diversa era la situazione nel Regno delle Due Sicilie e negli Stati sotto la diretta tutela austriaca, come Modena e Parma, dove, nonostante proteste e insurrezioni, non fu possibile ottenere riforme.

laboratorio La storia attraverso... la letteratura 1. Il brano che segue è tratto dal romanzo dello scrittore russo Lev Tolstoj, Guerra e pace (1878). Tolstoj descrive Napoleone Bonaparte alla vigilia di una delle battaglie decisive contro i russi, quella di Borodino, che vede l’inizio della rovinosa disfatta dell’esercito francese. Il generale Bonaparte viene visto dallo scrittore russo con un misto di realismo e di ironia, con i lati umani e, talvolta anche ridicoli. Leggi il brano e risolvi i quesiti proposti. Il 25 agosto, alla vigilia della battaglia di Borodino, il prefetto di palazzo dell’imperatore dei francesi M. de Beausset, e il colonnello Fabvier arrivarono, il primo da Parigi e il secondo da Madrid, al campo dell’imperatore, presso Valúevo. [...] L’imperatore Napoleone non era ancora uscito dalla sua camera da letto e stava finendo la sua toilette. Sbuffando e soffiando, si rigirava, presentando ora la massiccia schiena, ora il grasso petto peloso al cameriere che gli frizionava il corpo con una spazzola. Un altro cameriere, reggendo con un dito un flaconcino, spruzzava di acqua di colonia il corpo ben curato dell’imperatore con un’espressione che sembrava dire come lui soltanto potesse sapere quanta acqua di colonia si dovesse spruzzare e dove precisamente. I capelli corti di Napoleone erano bagnati e arruffati sulla fronte. Ma il suo viso, anche se gonfio e giallo, esprimeva la soddisfazione tutta fisica. «Ancora, basta, ancora, ancora...» diceva al cameriere che lo frizionava, dimenandosi e sbuffando. Un aiutante, entrato nella camera

da letto per fare il suo rapporto all’imperatore sul numero di prigionieri catturati il giorno prima, dopo aver comunicato quanto doveva, se ne stava in piedi davanti alla porta in attesa del permesso di uscire. Aggrottando le sopracciglia, Napoleone guardò di sottecchi l’aiutante. [...] Due camerieri vestirono rapidamente Sua Maestà ed egli uscí in anticamera a passi fermi e svelti con la sua uniforme turchina della Guardia. De Beausset intanto si affrettava a posare il regalo da lui portato da parte dell’imperatrice su due sedie, proprio di fronte alla porta dalla quale doveva entrare l’imperatore. [...] «Bene, che cosa dice Parigi?» disse, cambiando improvvisamente la sua espressione severa di prima nel piú affabile sorriso. «Sire, tutta Parigi rimpiange la vostra assenza,» rispose, come doveva, de Beausset. Ma, benché Napoleone sapesse che de Beausset doveva dire quella frase o qualcosa del genere, benché nei suoi momenti di lucidità


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sapesse che questo non era vero, tuttavia sentir questo gli faceva piacere. [...] Napoleone sorrise e, sollevando con fare distratto il capo, guardò a destra. Con un passo fluttuante, un aiutante di campo si avvicinò e porse una tabacchiera d’oro. Napoleone la prese. «Sí, si è messa bene per voi,» disse avvicinando il naso alla tabacchiera aperta, «voi amate viaggiare e fra tre giorni vedrete Mosca. Di certo non vi aspettavate di vedere la capitale asiatica. Farete un viaggio piacevole.» De Beausset s’inchinò, riconoscente di quest’attenzione (per il suo amore dei viaggi a lui ignoto sino a quel momento). «Ah! E questo cos’è?» disse Napoleone, accorgendosi che tutti i cortigiani guardavano l’oggetto nascosto sotto un panno. Con destrezza cortigianesca, senza mostrargli la schiena, de Beausset fece una mezza giravolta e due passi indietro, e nello stesso istante tolse il panno ed esclamò: «Un dono dell’imperatrice a Vostra Maestà.» Era un ritratto, dipinto a vivaci colori da Gérard, del bambino nato da Napoleone e dalla figlia dell’imperatore d’Austria, che tutti, chissà perché, chiamavano re di Roma. «Roi de Rome!1» disse egli, indicando il ritratto con un grazioso gesto della mano. «Admirable!2 » Con la capacità propria agli italiani di mutare a volontà l’espressione del viso egli si avvicinò al ritratto e assunse un’aria di tenerezza pensierosa. Sentiva che ciò che avrebbe detto e fatto in quel momento era storia. E gli sembrava che la miglior cosa che in quel momento potesse fare, fosse di mostrare la sua semplice tenerezza paterna a onta di tutta la propria grandezza [...]. I suoi occhi si annebbiarono, egli si fece avanti, guardò una sedia (e la sedia balzò subito sotto di lui) e sedette di fronte al ritratto. Un solo suo gesto, e tutti uscirono in punta di piedi lasciando il grand’uomo solo con se stesso e con la sua commozione. Dopo esser rimasto cosí seduto per un certo tempo e aver sfiorato, senza sapere neanche lui perché, con la mano la ruvidezza dei tocchi chiari del ritratto, si alzò e chiamò di nuovo de Beausset e l’aiutante di servizio. Diede ordine di portare il ritratto davanti alla tenda per non privare la vecchia guardia, accampata vicino alla tenda, della gioia di vedere il re di Roma; figlio ed erede del suo adorato imperatore.

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Come si aspettava, mentre egli faceva colazione con il signor de Beausset, che era stato degnato di quest’onore, davanti alla tenda si udivano le acclamazioni entusiaste degli ufficiali e dei soldati della vecchia guardia che accorrevano verso il ritratto. «Vive l’Empereur! Vive le Roi de Rome! Vive l’Empereur!3» si udivano gridare voci entusiaste. Dopo colazione, in presenza di de Beausset, Napoleone dettò il suo proclama all’esercito. [...] Nel proclama si diceva: «Soldati! Ecco la battaglia che avete tanto agognato4. Da questo momento la vittoria dipenderà da voi. Per noi essa è necessaria; ci procurerà tutto, ci abbisogna: comodi alloggiamenti e un pronto ritorno in patria. Comportatevi come ad Austerlitz, a Friedland, a Vitebsk e a Smolensk. Che la piú remota posterità ricordi con orgoglio le vostre imprese di questo giorno! Che di ognuno di voi dica: egli era alla grande battaglia sotto Mosca!» «De la Moskowa!» ripeté Napoleone e, invitando il signor de Beausset, al quale piaceva viaggiare, ad accompagnarlo nella sua passeggiata, uscí dalla tenda verso i cavalli già sellati. «Vostra Maestà è troppo buona,» disse de Beausset, all’invito di accompagnare l’imperatore: aveva voglia di dormire, non sapeva e aveva paura di montare a cavallo. Ma Napoleone fece un cenno col capo al viaggiatore e de Beausset dovette andare. Quando Napoleone uscí dalla tenda, le grida dei soldati della guardia davanti al ritratto di suo figlio si fecero ancora piú forti. Napoleone aggrottò le sopracciglia. «Toglietelo,» disse, indicando il ritratto con un gesto graziosamente solenne. «È ancora presto per lui vedere il campo di battaglia.» De Beausset, chiudendo gli occhi e chinando la testa, sospirò profondamente, mostrando, con quell’atto, di saper apprezzare e capire le parole dell’imperatore. L.Tolstoj, Guerra e pace, Garzanti, Milano 2007

Lavoriamo sulle pagine di apertura di capitolo 2. Prova a rispondere alle domande posta dalla Questione chiave in apertura di capitolo. 3. L’Archivio della storia propone una riflessione sulle idee guida che sopravvissero all’età delle rivoluzioni, trasformandosi, durante il periodo della Restaurazione, nella spinta ideologica che indirizzò molti popoli alla ricerca della propria identità nazionale. a) Quali ideali caratterizzarono maggiormente l’età delle rivoluzioni? b) Quali furono le parole d’ordine del periodo della

Per ordinare e comprendere Organizziamo le conoscenze 4. Completa la tabella che segue sulla settima coalizione antifrancese. Anno e luogo di formazione Settima coalizione

Fronte antifrancese

Vienna, 1814 .................................................................................................................................................................................... .................................................................................................................................................................................... .................................................................................................................................................................................... .................................................................................................................................................................................... .................................................................................................................................................................................... ....................................................................................................................................................................................

5. Completa la tabella che segue sulle alleanze che si costituirono per garantire l’assetto stabilito al Congresso di Vienna. Alleanza

1. «Re di Roma!» 2. «Ammirevole!» 3.«Viva l’Imperatore! Viva il re di Roma! Viva l’Imperatore!» 4. desiderato

Restaurazione? c) Perché alcuni ideali sopravvissero al fallimento dei moti rivoluzionari di fine Settecento? d) Quali sono, secondo Mazzini, le due forze che, in modo istintuale, guidano gli uomini? e) Quale definizione dà Mazzini della parola «libertà»? f) A chi viene paragonata la Polonia nello scritto di Mickiewicz? g) Chi è il «fanciullo» che la Madre deve vegliare? h) Perché Mickiewicz fa ricorso a metafore e allegorie a sfondo mistico e religioso?

Stati aderenti

Santa Alleanza ...................................................................................................................................................................................................................................................................................... ......................................................................................................................................................................................................................................................................................

Quadruplice Alleanza ...................................................................................................................................................................................................................................................................................... ......................................................................................................................................................................................................................................................................................

a) Il brano è ricco di notazioni ironiche da parte dell’autore, che non è un narratore imparziale e oggettivo, ma fa trapelare con garbo il suo pensiero sui personaggi. Di Napoleone, in particolare, viene messo in evidenza l’amore per le adulazioni da parte dei sottoposti che sono costretti ad assecondare i voleri e i capricci dell’imperatore. Sottolinea e commenta i passi del brano in cui emerge tale atteggiamento. b) Tolstoj, attraverso rapide ma incisive pennellate, ci fornisce una descrizione molto precisa dell’imperatore francese, sia dal punto di vista fisico che psicologico. Sulla base di quanto hai letto, prova a individuarne gli elementi fondamentali:

6. Completa la tabella che riassume gli orientamenti politici nell’Italia risorgimentale. Orientamento

Liberal-moderati

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– caratterizzazione psicologica: ......................................................................................................................................................................................................................................................................

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• sostenitori della ................................................................................ • favorevoli all’abolizione ................................................................................ • favorevoli a una strategia di .............................................................................

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Federalisti

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Cattolici-liberali

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Esponenti di spicco

Repubblicani

– caratterizzazione fisica: ......................................................................................................................................................................................................................................................................................... ......................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................

Idee e obiettivi politici


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7. Completa la seguente mappa concettuale: l’Italia all’indomani del Congresso di Vienna.

10. Abbina a ciascuno dei seguenti statisti il Paese di cui fu rappresentante al Congresso di Vienna. Statista

Italia, 1815

Metternich Castlereagh

Centro

Nord

Sud

Asburgo:

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• inglobano

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• controllano

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Savoia:

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Le immagini raccontano

Talleyrand Alessandro I

Paese ...................................................................................................................................................................................................................................................................................... ...................................................................................................................................................................................................................................................................................... ...................................................................................................................................................................................................................................................................................... ......................................................................................................................................................................................................................................................................................

Lavoriamo sul lessico 11. Spiega il significato che i seguenti termini o espressioni assumono nel contesto della trattazione storica del presente capitolo. a) sovranità nazionale ……………............................................................................................................……………………………………….........................................................................................................………………………………………………… b) Charte octroyée …………….…….................................................................................................................……………………………………….........................................................................................................………………………………………………… c) creolo …………..…......................................................................................................................................................……………………………………….........................................................................................................………………………………………………… d) decabristi ……...………...........................…...................................................................................................………......................................................................................................................…………………………………………………........................ e) Eterie .............….................................................................................................................................................………......................................................................................................................…………………………………………………........................ f) suffragio universale ....................................................................................................................………......................................................................................................................…………………………………………………........................ g) «neoguelfismo .................................................................................................................................………......................................................................................................................…………………………………………………........................

8. Questa stampa anonima del 1830 rappresenta l’irruzione della polizia nella sede del quotidiano francese d’opposizione «Le National» per ordine di Carlo X. Osserva attentamente l’immagine e rispondi alle seguenti domande. a) Come si esprimeva la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e del cittadino in merito alla libertà di stampa? b) Quali provvedimenti prende Carlo X in merito? c) Che cosa accade in Francia nel 1830 e perché? d) Che cosa significa la frase che chiosa questa stampa dell’epoca? e) Descrivi l’immagine e poi commentala alla luce del suo contesto storico e culturale.

Per analizzare e produrre Riflettiamo per rispondere 12. Chi era al trono quando, alla fine del febbraio 1815, Napoleone tornò in Francia, dopo essere fuggito dall’isola d’Elba? 13. Perché la Francia di Luigi XVIII viene accolta fin dall’inizio al tavolo del Congresso di Vienna?

15. In cosa consisteva la «Dottrina Monroe»? 16. Qual era il progetto politico di Simón Bolívar? 17. Quale fu il motivo della rivolta di Cadice? 18. Con quale titolo salí al trono Luigi Filippo d’Orléans?

14. Quali princípi, eredità della stagione rivoluzionaria, animarono i popoli nel periodo della Restaurazione?

Tempo e spazio

Politica, società e cultura

9. Indica, accanto a ciascuno degli eventi elencati, la data o l’anno in cui si verificò. a) Le potenze europee si riuniscono a Vienna. ................................................... b) Napoleone fugge dall’isola d’Elba e fa ritorno in Francia. ................................................... c) Indipendenza dell’Argentina. ................................................... d) Indipendenza del Cile. ................................................... e) Creazione della Repubblica della Grande Colombia. ................................................... f) Indipendenza del Brasile. ................................................... g) Insurrezione di Cadice. ................................................... h) Enunciazione della Dottrina Monroe. ................................................... i) Rivolta decabrista. ................................................... l) Pace di Adrianopoli. ................................................... m) Indipendenza greca. ................................................... n) Nascita dell’Unione degli operai italiani. ................................................... o) Sale al soglio pontificio Pio IX. ...................................................

19. Da quali strati della popolazione francese il ritorno di Napoleone fu accolto con maggiore entusiasmo? a) Dalla nobiltà e dal clero b) Dalla piccola e media borghesia c) Dagli strati popolari e dall’esercito 20. Quale importante decisione di stampo progressista fu presa nel corso del Congresso di Vienna? a) L’abolizione della tratta degli schiavi b) Il suffragio universale per la popolazione maschile c) L’istruzione obbligatoria e gratuita per i primi quattro anni 21. Che cosa fu il «Pronunciamento»? a) Il discorso inaugurale che diede avvio ai lavori del Congresso di Vienna b) Un’insurrezione militare verificatasi a Cadice nel 1820 c) Una strategia politica attraverso la quale i sovrani riuscirono a tornare sui loro legittimi troni


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445 34. Quali motivazioni spinsero i francesi alla rivolta del 1830 contro Carlo X?

36. Perché la Francia assurse a simbolo della rivoluzione e dei valori liberali dell’Occidente?

27. Ripercorri il processo di emancipazione delle colonie americane, mettendolo in relazione con gli eventi di cui, contemporaneamente, furono protagonisti gli Stati colonizzatori. Spiega poi quali furono le cause del fallimento del progetto unitario di Bolívar. [8 righe]

35. Cosa rappresentò il 1830 in ambito europeo?

37. Quali nazioni invece rappresentavano i valori piú conservatori dell’autoritarismo?

28. La nascita delle società segrete: composizione sociale, aspirazioni politiche, organizzazione interna, basi ideologiche ed elementi intrinseci di debolezza. [10 righe]

I due tavoli su cui si gioca la partita della storia all’inizio dell’Ottocento in Europa sono, da un lato, Vienna, dove le potenze si riuniscono per restaurare l’antico ordine frantumato prima dai fatti del 1789 e poi dall’impetuosa ascesa di Bonaparte; dall’altro, la Francia, dove in circa cento giorni Napoleone tenta, con un ultimo tentativo

Trattazione sintetica di argomenti 22. Descrivi i nuovi equilibri politico-territoriali creatisi in Europa all’indomani del Congresso di Vienna. [8 righe] 23. Spiega in maniera sintetica che cosa si intende con il termine «Restaurazione». [4 righe] 24. Dopo aver spiegato in cosa consistevano il principio di legittimità e quello dell’equilibrio, mettili in relazione tra loro e spiega perché in diversi casi nel corso del Congresso di Vienna fu necessario individuare delle soluzioni di compromesso tra i due princípi. [6 righe] 25. Spiega in cosa consisteva il principio di intervento e quali erano le sue conseguenze nello scenario politico internazionale. [4 righe] 26. Il Romanticismo in Europa: da un lato un grimaldello ideologico della Restaurazione, dall’altro un movimento rivoluzionario promotore dei valori nazionali e risorgimentali. Sviluppa brevemente la tematica, con riferimenti alla letteratura, alla filosofia e all’arte che furono espressione di questa stagione culturale. [10 righe]

29. Ripercorri in breve sintesi gli episodi rivoluzionari che si verificarono in Europa nel 1820-1821. [6 righe] 30. Ripercorri in breve sintesi gli episodi rivoluzionari che si verificarono in Europa nel 1830-1831. [6 righe] 31. Traccia un breve profilo sulla figura storica di Mazzini analizzandone le esperienze biografiche, i punti salienti del pensiero e le organizzazioni da lui fondate, la Giovine Italia e la Giovine Europa. [8 righe]

Lavoriamo sull’interpretazione storiografica La Restaurazione non fermò il processo rivoluzionario […] Raramente l’incapacità dei governi a frenare il corso della storia si è manifestata in maniera piú evidente come nella generazione successiva al 1815. La rivoluzione, che era stata espulsa ed esorcizzata in tutti i modi, tornava a serpeggiare muovendosi per cento strade diverse, ma tutte tendenti al medesimo fine. Ogni giorno di piú maturavano le condizioni della rivolta. E finalmente essa esplose in modo simultaneo in alcuni paesi del Mediterraneo: in Spagna, nel 1820, a Napoli, sempre nel 1820, in Grecia, nel 1821. Queste insurrezioni, ad eccezione di quella greca, vennero soffocate. La rivoluzione spagnola fece però rinascere il movimento di liberazione e di autodeterminazione dell’America Latina, che era stato represso dopo un primo tentativo contro la conquista della Spagna da parte di Napoleone, e che si era ridotto alla sporadica attività di qualche profugo e di qualche banda di guerrilleros. Il desiderio di libertà, che sembrò ringiovanire l’Europa della Restaurazione, trovò, dunque, soprattutto nella borghesia, il terreno sociale e ideologico sul quale fiorire e rafforzarsi. E che la forza della borghesia fosse enorme e in rapida espansione lo dimostra il fatto che appena in un quindicennio il blocco dell’Europa conservatrice e reazionaria, sognato dai russi e dagli austriaci, fu spezzato e ancora una volta da una rivoluzione scoppiata in Francia. Nel luglio 1830 Parigi vide borghesi, intellettuali e proletari insieme sulle barricate. La rivolta, guidata politicamente dai liberali, segnò la fine del governo di Carlo X, il quale

32. Quali furono gli effetti dei moti spagnoli del 1820 in ambito internazionale?

aveva tentato con un colpo di mano non solo di colpire le libertà costituzionali ma anche di restaurare i privilegi nobiliari, di clericalizzare lo Stato e di indennizzare, a spese della nazione, i beni degli aristocratici espropriati dalla rivoluzione del 1789. «Signori, sellate i vostri cavalli! La Francia è di nuovo in rivoluzione», esclamò lo zar Nicola I quando la notizia dei moti di luglio raggiunse San Pietroburgo. Ma forse non era piú il tempo delle crociate ideologiche e delle guerre di coalizione controrivoluzionarie. Il nuovo sovrano, Luigi Filippo d’Orléans, «re dei Francesi» si affrettò d’altronde a tranquillizzare le potenze straniere affermando che la Francia voleva solo un governo costituzionale e un regime parlamentare rappresentativo e non una rivoluzione sociale. Ma lo stesso Luigi Filippo e i liberali moderati che lo sostenevano non poterono impedire che la Francia ridiventasse il simbolo della rivoluzione mondiale e si facesse, forse involontariamente, «tutrice e patrona di tutti i movimenti insurrezionali» che allora scoppiarono. Il 1830 segnò infatti la linea di spartiacque tra due epoche: uno spartiacque non soltanto storico, ma anche geografico. L’Europa liberale, è importante sottolinearlo, cominciò a riconoscersi e a identificarsi come «Occidente» e come matrice di libertà. La facilità con cui si ripercossero i moti del luglio francese fu infatti la testimonianza dell’isolamento crescente dell’autoritarismo russo e dello spirito autoritario asburgico. L. Villari, Romanticismo e tempo dell’industria. Letteratura, libertà e macchine nell’Italia dell’Ottocento, Donzelli, Roma 1999

33. Quale fu il ceto sociale piú sensibile alle idee rivoluzionarie?

Tema storico disperato, di opporsi agli ingranaggi della storia. Dopo aver ripercorso gli avvenimenti che si svolsero in questo breve ma significativo lasso di tempo, metti in relazione i due scenari, evidenziandone le reciproche influenze e descrivi poi quale fu l’epilogo della parabola napoleonica in Europa.

Saggio breve Il dibattito politico nell’Italia dell’Ottocento. Dopo aver riletto i testi citati da Massimo d’Azeglio e Giuseppe Mazzini (presenti nel capitolo), analizza il pensiero di Vincenzo Gioberti, anche attraverso il brano di seguito riportato, e fai una panoramica sulle diverse correnti di pensiero presenti nel nostro Paese alla vigilia del Risorgimento. Rileva, infine, se e in che misura i princípi ispiratori di tali posizioni sono rimasti alla base del confronto ideologico nella politica italiana dei nostri giorni. L’uomo non può valersi delle sue forze, ed esercitare compitamente le sue potenze, se non ha prima coscienza di possederle. Parimente una nazione non può tenere nel mondo quel grado che le conviene, se non in quanto si crede degna di occuparlo; onde la modestia eccessiva lodevole talvolta nei privati uomini, è sempre biasimevole nel pubblico, come quella che tronca i nervi richiesti alla virtú e ai fatti magnanimi. […] Perciò, se per rialzare il concetto che hanno di sé stessi, e infondere nel petto loro quel coraggio, che al virtuoso e magnanimo operare è richiesto, cercherai di destare in essi la sopita favilla dell’amor proprio, l’opera tua non sarà da biasimare come poco ragionevole e poco cristiana; qual sarebbe ella veramente, se tu adoperassi un tal linguaggio parlando a coloro, che peccano all’incontro per audacia e per tracotanza. […] Onde sarebbe degno di biasimo chi commendasse un popolo avvilito di quei pregi, ch’egli non può avere, e gli attribuisce diritti e privilegi, che non possiede […]. Ma quando una nazione ha ricevute da Dio certe prerogative irrepugnabili e mostra di averle dimenticate, è non solo lecito, ma debito, il ricordargliele coi termini piú efficaci senz’aver paura che tali conforti l’inducano a passare il segno e a presumer troppo di sé. […] Per procedere ordinatamente in questo mio discorso, comincierò a definire ciò che intendo per primato morale e civile d’Italia, e trapasserò quindi a provare la legittimità di esso, chiamando a rassegna le varie parti dell’incivilimento nel doppio ordine dell’azione e del pensiero. Avrò l’occhio a mostrare, toccando ciascuno di questi capi, che l’Italia sola ha le qualità richieste per esser la nazione principe, e che sebbene al dí d’oggi abbia perduto quasi del tutto questo principato, egli è in potere di lei il farlo rivivere; e accennerò le condizioni, piú im-

portanti di tale risorgimento. […] Ora siccome i triboli, che ingombrano e insteriliscono i nostri ingegni, traggono la loro origine dalla persuasione funesta, per cui non ci crediam buoni da nulla, e ci tegniamo in debito di accattar d’oltremare e d’oltremonti il seme acconcio a far fruttare le menti italiche, parmi opportuno per dar principio a una nuova epoca filosofica nella penisola, e spianar la via alla redenzione degli intelletti, il venir mostrando che in ogni genere di coltura e di gentilezza noi fummo e dobbiam essere i primi, che ci appartiene il guidare altrui, non l’essere guidati, e che questa insigne prerogativa è talmente nostra, che niuno può rapircela a proprio od a comune vantaggio. Il che, essendo vero generalmente di tutti gli ordini civili, si verifica specialmente degli studi speculativi; giacché la vera filosofia, prima, e dopo il Cristianesimo, nacque sempre in Italia, e quindi si diffuse negli altri paesi, dove a mano a mano si corruppe, oscurossi, languí, e finalmente si spense, secondo che ebbe a provare fra noi le stesse vicissitudini. Cosicché, se la patria nostra perdette due volte la signoria dei popoli, cioè quando i primi barbari del settentrione misero in fondo l’imperio romano, e quando altri barbari annientarono la civil dittatura del romano pontificato; due volte altresí l’anarchia politica ed intellettuale sottentrò al dominio italico e invase l’Europa, sostituendo al regno pacifico della umana e divina ragione uno stato di guerra continuo fra i popoli e le dottrine. E come cadutoci di mano per la prima volta lo scettro, potemmo ripigliarlo e custodirlo per molti secoli, cosí niente ci vieta, volendo, l’acquistarlo di nuovo, e scaltriti da doppia prova, serbarloci perpetuamente. V. Gioberti, Del primato morale e civile degli italiani, UTET, Torino 1948


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punti di vista

Primo piano Sovranità del popolo e sovranità della Costituzione: l’inizio dell’età contemporanea in America, Francia e Polonia

Sovranità del popolo e sovranità della Costituzione: l’inizio dell’età contemporanea in America, Francia e Polonia

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L’Unione e le fazioni James Madison «Il Federalista», n. 10, in M. D’Addio, Lo Stato democratico, Minerva Italica, Bergamo 1979

A James Madison, L’Unione e le fazioni B Alexander Hamilton, Separazione ed equilibrio tra i poteri C Maximilien de Robespierre, La Costituzione del popolo D James Madison, Perché la separazione dei poteri non basta E Il costituzionalismo nobiliare polacco: la Costituzione del 3 maggio 1791

Primo piano TSovranità del popolo e sovranità della Costituzione: l’inizio dell’età contemporanea in America, Francia e Polonia on il termine «costituzionalismo» si intende la riflessione intorno ad alcuni principi giuridici da porre alla base dell’ordine politico. È soprattutto nell’America tra le due guerre che il concetto ha acquisito lo spessore con cui, fino a oggi, se ne è tramandata l’accezione positiva, la quale di fatto assimila l’immagine di un sistema statale organizzato su criteri liberali e democratici e finalizzato alla limitazione del potere. Sebbene – in tale accezione e nel linguaggio comune – con costituzionalismo si indichino situazioni riguardanti l’epoca moderna e contemporanea, occorre ricordare che si può parlare di costituzionalismo anche nell’età medievale quando si sviluppò, come fenomeno storico, una forma di riflessione sull’organizzazione degli spazi giuridici sulla base delle antiche istituzioni rappresentative delle assemblee. Si affermò allora la fondamentale distinzione tra iurisdictio e gubernaculum, cioè tra produzione del diritto e attività di indirizzo dello Stato o di governo. Il costituzionalismo moderno, strettamente connesso al liberalismo, costituisce una rottura con il costituzionalismo degli antichi, e ciò si verifica proprio nell’età delle rivoluzioni di cui, in questa unità, si è cercato di fornire alcuni dati e spunti di riflessione. È infatti negli anni compresi tra la Rivoluzione americana e la Rivoluzione francese che il concetto di costituzionalismo acquisisce i suoi elementi caratterizzanti. Tali elementi possono con una certa approssimazione riconoscersi: nella forma scritta della Costituzione, nel riconoscimento di un potere costituente distinto e sovraordinato rispetto a quello legislativo, nella separazione dei poteri e nel controllo di costituzionalità delle leggi. La forma scritta è forse il primo fattore che segna la differenza con il passato, e da questo punto di vista è proprio nell’America del 1776, con la Costituzione della Virginia, che viene in auge per essere poi confermato con analoghi processi costituenti in New Jersey, Delaware e Pennsylvania. Per quanto riguarda il continente europeo, il costituzionalismo moderno trova una prima applicazione in Francia con la Costituzione del settembre 1791 anche se, nel maggio dello stesso anno, era stato sul punto di esordire in Polonia. Pur versando in una situazione drammatica, i polacchi progettarono una coraggiosa opera di riforma politica che non si sarebbe però inverata a causa del crollo dello Stato sotto la forza d’urto delle tre potenze dell’Europa centrorientale. La Costituzione polacca del 1791 avrebbe comunque costituito un punto di riferimento importante nella memoria storica e nell’identità collettiva della nazione, fino alla rinascita dello Stato polacco nel 1918 e addirittura fino all’uscita dal sistema comunista. È dall’esperienza americana che si sviluppa un vero e proprio concetto di potere costituente: un potere che, da una parte, non è frutto di generose concessioni sovrane bensí espressione di un’assemblea rappresentativa e sovrana della nazione impegnata a determinare i limiti del potere in relazione alla libertà dell’individuo e della società. Dall’altra afferma il primato dei diritti sulla legge fa del popolo la sede del potere legittimo: quest’ultima interpretazione si radica in Europa nella seconda metà del XX secolo. L’esperienza francese – il cui spirito aleggia nelle idee di Robespierre – svolgerà un ruolo di modello e guida per l’Europa continentale; e la Francia, tra il 1791 e la metà del XIX secolo, vedrà rapidamente avvicendarsi ben dieci costituzioni diverse. Nell’esperienza europea del XIX secolo le Costituzioni saranno spesso, come lo Statuto albertino, emanazioni provenienti dalla paterna e benevola autorità dei re, cioè costituzioni concesse dall’alto e ancora legate alle vecchie concezioni giuridiche. Tali documenti rimangono in realtà legati ai valori del passato, come dimostrano la concessione sovrana e la presenza, in luogo del sistema elettivo, di forme di nomina dall’alto, almeno per una delle assemblee. Del pari, ove previsti, gli organi assembleari mantengono un effimero potere consultivo invece di essere configurati come luoghi di rappresentanza della sovranità popolare e al tempo stesso di esercizio di quel moderno potere legislativo che, appunto, la declinazione moderna del classico sistema di separazione dei poteri tende a riconoscere nei parlamenti. Rientra in questa forma di costituzionalismo tradizionale, per esempio, la Costituzione pensata da Pietro Leopoldo per la Toscana nell’anno 1782. È invece una interessante eccezione, rispetto a questa tendenza prevalente, la Costituzione polacca del 1791, profondamente ammirata da Karl Marx che, nei Manoscritti sulla questione polacca, la considerò «l’unico monumento di libertà che l’Europa orientale abbia mai eretto in modo autonomo» e un esempio unico della storia «di nobiltà dei nobili» che l’avevano ideata, peraltro non valutando l’influenza del costituzionalismo americano sulla Costituzione polacca.

C

A partire dal 17 settembre 1787 – quando la Convenzione di Filadelfia chiuse i lavori e passò il Testo della Costituzione al congresso, affinché fosse sottoposta ai vari Stati per la ratifica – prendeva inizio in America un acceso dibattito tra i sostenitori della federazione, cioè coloro che premevano per la realizzazione di un’unione tra Stati dotata di forti poteri centrali, e i sostenitori della confederazione che, al contrario, aspiravano a un potere centrale di semplice coordinamento, privo però di poteri forti e di controllo sui singoli Stati membri. Il dibattito tra questi due schieramenti, che coinvolse una gran parte della sfera pubblica, si svolse attraverso tutti i media allora disponibili e soprattutto con il ricorso a pamphlets e giornali. In tale contesto Alexander Hamilton, John Jay e James Madison, convinti sostenitori della causa federalista e sotto lo pseudonimo di «Publius», presero a pubblicare numerosi articoli per illuminare i lettori sui vantaggi di un’unione federale. Tali articoli, poi riuniti in due volumi pubblicati rispettivamente nel marzo e nel maggio 1788 e significativamente intitolati «the Federalist», costituiscono oggi una delle piú importanti testimonianze del pensiero federalista moderno. Attingendo a tale raccolta vi proponiamo di seguito alcuni passaggi dell’articolo di James Madison (1751-1836) pubblicato il 23 novembre 1787 sul «New York Packet» col titolo Al popolo dello Stato di New York. In queste pagine l’Autore intendeva mettere in evidenza i vantaggi collettivi della federazione mostrando come un’unione forte sarebbe stata in grado di limitare il dilagare di quelle fazioni politiche, finanziarie ed economiche che a suo avviso avrebbero invece condotto rapidamente a un impoverimento morale, politico ed economico dell’intera comunità americana. Tra i numerosi vantaggi che l’Unione ben costruita ci promette, nessuna merita di essere piú accuratamente approfondita della capacità che essa ha di troncare e tenere sotto controllo la violenza della fazioni […]. Per fazione intendo un gruppo di cittadini, che siano una maggioranza o una minoranza rispetto a tutta la popolazione, uniti e spinti da un identico impulso di passione o interesse in contrasto con i diritti di altri cittadini o con gli interessi permanenti e globali della comunità […]. La mancanza di stabilità, l’ingiustizia e la confusione che sovrintendono ai pubblici consessi, [fino ad oggi] hanno rappresentato, in verità, i mali mortali di cui i governi popolari hanno finito col perire ovunque; essi poi continuano a fornire agli avversari della libertà le argomentazioni favorite e piú feconde, per le loro piú speciose e declamatorie invettive […]. La faziosità […] ha determinato nelle nostre pubbliche amministrazioni una mancanza di coerenza e di giustizia. Per fazione intendo un gruppo di cittadini che costituiscono una maggioranza o una minoranza, che siano uniti e spinti da un medesimo e comune impulso di passione o di interesse in contrasto con i diritti degli altri cittadini o con gli interessi permanenti e complessi della comunità […]. Compito primo della legislazione moderna è, appunto, la regolamentazione di questi interessi svariati e delle loro reciproche interferenze, il che implica un certo spirito di parte, fin nelle esplicazioni delle comuni attività di ordinaria amministrazione. A nessun individuo è concesso di fungere da giudice in una causa che lo riguardi personalmente, dacché il suo interesse svierebbe senza meno il suo giudizio e, con ogni probabilità, ne comprometterebbe l’integrità. Analogamente, anzi a maggior ragione, non è possibile

che un certo numero di individui sia al tempo stesso giudice e parte in causa; eppure cosa mai sono molti tra i piú importanti atti legislativi, se non deliberazioni di giudizio concernenti non i diritti di un solo individuo, ma quelli di larghe masse di cittadini? E cosa sono mai le varie categorie di legislatori se non parti ed avvocati delle cause sulle quali deliberano? V’è per esempio una proposta di legge relativa ai debiti privati? Ecco subito una questione in cui le parti sono costituite dai creditori e dai debitori. La giustizia dovrebbe mantenere l’equilibrio tra i due. Tuttavia le parti sono, ed in effetti debbono essere, esse stesse giudici; è quindi prevedibile che la parte piú numerosa, o, in altre parole, la fazione piú potente finirà per prevalere […]. Pertanto il grande oggetto della nostra ricerca dovrà proprio essere come salvaguardare il pubblico interesse ed il bene dei singoli dal pericolo di una fazione, senza, d’altronde intaccare lo spirito e la prassi democratica […]. Ma in quale modo raggiungere un simile obiettivo? […]. Si potrebbe concludere che una democrazia pura, col che intendo riferirmi a una società di pochi cittadini, che si riuniscono ed amministrano di persona la cosa pubblica, non offre alcuna possibilità di rimedio ai guai delle fazioni. Avverrà quasi sempre che un interesse o una passione accomunino la maggioranza; la stessa forma di governo favorisce le possibilità di comunicazione e di accordo; e nulla v’è che possa controllare gli impulsi che spingono a sacrificare la parte piú debole o un individuo poco gradito […]. Una repubblica, e con ciò intendo riferirmi ad un regime politico in cui operi il sistema di rappresentanza, apre diverse prospettive, ed offre il rimedio che andiamo cercando. Esaminiamo dunque i punti in cui essa dif-


punti di vista

448 ferisce da una pura democrazia, e ben comprenderemo vuoi la natura del rimedio, vuoi la maggiore efficacia che l’Unione non mancherebbe di fornirle. I due grandi elementi di differenziazione tra una democrazia e una repubblica sono i seguenti: in primo luogo, nel caso di quest’ultima, vi è una delega dell’azione governativa ad un piccolo numero di cittadini eletto dagli altri; in secondo luogo, essa può estendere la sua influenza su di un maggior numero di cittadini e su una maggiore estensione territoriale. Risultato del primo punto è, da un lato, quello di affinare ed allargare la visione dell’opinione pubblica, attraverso la mediazione di un corpo scelto di cittadini, la cui provata saggezza può meglio discernere l’interesse effettivo del proprio paese e la cui sete di giustizia renderebbe meno probabile che si sacrifichi il bene del paese a considerazioni particolarissime e transitorie […]. In secondo luogo, dacché ciascun rappresentante sarà scelto da un numero di cittadini che sarà maggiore nella grande che nella piccola repubblica, rimarrà piú difficile a candidati immeritevoli di tramare e mettere in pratica le manovre tortuose con cui troppo spesso si effettuano le elezioni; inoltre, essendo il suffragio

popolare piú libero, esso si indirizzerà piú facilmente verso uomini che presentano reali meriti e fermi conosciuti caratteri […]. Quanto piú piccola è la società, tanto minori saranno probabilmente gli interessi e le parti che la compongono; quanto meno numerosi questi singoli interessi e queste parti, quanto piú facilmente si potrà formare una maggioranza che condivida il medesimo interesse; e quanto piú piccolo è il numero dei cittadini che basti a costituire una maggioranza, quanto piú limitata la zona in cui essi agiscono, tanto piú facilmente essi potranno tramare ed eseguire i loro disegni di oppressione. Allargate la zona d’azione e introducete una maggiore varietà di partiti e di interessi, e renderete meno probabile l’esistenza di una maggioranza che, in nome di un comune interesse, possa agire scorrettamente nei riguardi dei diritti degli altri cittadini […]. Donde appare chiaramente come l’Unione possa vantare, rispetto agli Stati che la compongono, la stessa superiorità che una grande repubblica può vantare nei riguardi di una repubblica piú piccola, ed una repubblica in genere nei riguardi della democrazia, per quanto si riferisce al controllo delle azioni faziose.

ed equilibrio tra i poteri B Separazione Alexander Hamilton «Il Federalista», n. 73, in A. Hamilton, J. Jay, J. Madison, Il Federalista, a cura di G. Sacerdoti Mariani, Giappichelli, Torino 1997 Attingendo ancora alla raccolta di saggi comparsi sui giornali americani tra il 1787 ed il 1788 per sostenere la causa della federazione, poi raccolti in «the Federalist», vi proponiamo di seguito alcuni passaggi dell’articolo di Alexander Hamilton intitolato anch’esso Al popolo di New York e pubblicato il 21 marzo 1788. In queste pagine Hamilton si sofferma sul potere del presidente della repubblica, mettendo in evidenza l’importanza di un efficace sistema di bilanciamento tra i poteri che protegga ognuno dall’invadenza dell’altro, e al tempo stesso garantisca lo svolgimento di una politica nazionale efficiente e liberale per l’intera comunità dei cittadini. Già ai tempi dell’università, a metà degli anni Settanta, l’Autore aveva dato alle stampe numerosi pamphlets patriottici antinglesi, mentre durante la Guerra d’indipendenza era stato aiutante di campo di George Washington. Le Assemblee legislative che hanno potere discrezionale sugli emolumenti del presidente potrebbero fare di lui un supino strumento della loro volontà. In moltissimi casi riducendolo alla fame o tentandolo con la loro liberalità potrebbero asservire il suo giudizio ai propri orientamenti. […] se fosse necessario confermare questa semplice verità con i fatti non mancherebbero nemmeno nel nostro paese gli esempi di come l’esecutivo possa venir intimorito o allettato dalle soluzioni pecuniarie del legislativo. Non saranno mai lodate a sufficienza la prudenza e l’attenzione con cui la questione è stata affrontata nella Costituzione che ci viene proposta, là dove recita: «ad epoche fisse il presidente degli Stati Uniti riceverà per i suoi servigi un’indennità che non potrà essere aumentata né diminuita

durante il periodo per il quale egli è stato eletto; e non percepirà in tale periodo alcun altro emolumento dagli Stati Uniti o da uno qualsiasi degli Stati». È impossibile immaginare una misura piú idonea di questa. Le assemblee legislative provvederanno dunque subito dopo la nomina del presidente a stabilire una volta per tutte quale sarà l’indennità per il periodo del suo mandato. Una volta stabilita non potranno modificarla fino a che, a seguito di nuove elezioni, non si giunga all’inizio di un nuovo mandato. In questo modo il legislativo non può né abbattere la forza d’animo del presidente, strumentalizzando i suoi bisogni, né corromperne l’integrità facendo leva sulla sua avidità. Né l’Unione né uno qualsiasi dei suoi membri avrà facoltà di dare – né il presidente di ricevere – altri emolumenti,

Sovranità del popolo e sovranità della Costituzione: l’inizio dell’età contemporanea in America, Francia e Polonia oltre a quelli che saranno fissati in origine. Egli, naturalmente, non avrà alcun interesse a rinunziare ad abdicare a quella indipendenza economica che la Costituzione gli ha voluto garantire. «Poteri adeguati» [abbiamo altrove detto] [sono] indispensabili a dare energia all’esecutivo. Procediamo e vediamo quali sono i poteri che la Costituzione propone di conferire al presidente degli Stati Uniti. La prima cosa che si offre al nostro esame è il potere di veto motivato del presidente sulle leggi o le risoluzioni delle due assemblee legislative; ovvero in altri termini il potere di rinviare con le sue obiezioni tutti i disegni di legge alle Camere e impedire cosí che divengano leggi, a meno che non vengano approvati dai due terzi dei membri di ciascuna delle due assemblee. Abbiamo già segnalato e ribadito che gli organi legislativi tendono a interferire nelle prerogative (e a assorbire i poteri) di altri organi e si è già notato come una semplice linea di demarcazione, tracciata sulla pergamena, che fissi i limiti costituzionali dei vari poteri, non sia una garanzia sufficiente contro eventuali abusi, si è poi sostenuto e dimostrato come sia necessario che ciascun potere possa disporre di armi costituzionali per difendersi. Da questi presupposti chiari e incontestabili risulta quanto sia opportuno che l’esecutivo disponga del potere di veto, assoluto o motivato che sia, sulle delibere delle due assemblee legislative. Senza il potere di veto il presidente non avrebbe affatto la capacità di difendersi contro gli abusi dei due rami del Congresso. Potrebbe essere spogliato di tutti i suoi poteri con deliberazioni a catena, o distrutto con un solo voto. E, in un modo o nell’altro, il potere esecutivo e quello legislativo potrebbero rapidamente trovarsi riuniti nelle stesse mani. Ma anche se il legislativo non avesse mai mostrato la tendenza a voler invadere il campo dell’esecutivo, le regole di un corretto ragionamento e di una giusta teoria dovrebbero insegnarci come l’uno non debba essere lasciato alla mercé dell’altro e debba avere poteri costituzionali di autodifesa. Ma il potere di veto è utile per un altro motivo. Non solo serve come scudo di difesa per l’esecutivo, ma fornisce anche un’ulteriore garanzia – che non passino leggi inique. Rappresenta un salutare controllo sul legislativo, destinato a salvaguardare la comunità contro gli effetti delle fazioni, degli impulsi precipitosi o comunque contrari al bene comune, che possono avere la meglio sulla maggioranza di quell’organismo […]. Il primo motivo che spinge a conferire il potere di veto al presidente: metterlo in grado di difendersi; il secondo: aumentare per la comunità le occasioni su cui contare contro l’approvazione di leggi inique che nascono da fretta, trascuratezza o disegni malvagi. Quanto piú spesso un progetto di legge verrà messo in discussione e quanto maggiori saranno le differenze di atteggiamento di chi le esamina, tanto minore potrà essere il pericolo di errori che derivano da carenza di riflessione o di passi sbagliati che nascono dal contagio di una qualche comune passione o interesse […]. Si potrebbe forse osservare come il potere di blocca-

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re leggi inique includa anche il potere di bloccare quelle buone e come questo potere venga usato in un senso o nell’altro. Ma tale obiezione avrà poco peso per coloro che sappiano correttamente valutare gli inconvenienti che derivano dall’incostanza e dall’instabilità del processo legislativo – la colpe piú gravi che caratterizzano la natura e lo spirito dei nostri governi. Essi sanno che qualunque istituzione intesa a frenare una eccessiva legiferazione e a lasciare le cose come stanno in un determinato periodo, tende ad arrecare piú bene che male, perché favorisce una maggiore stabilità nel sistema legislativo. Il danno che si può eventualmente arrecare, respingendo qualche buona legge, sarà ampiamente compensato dal vantaggio di bloccare il numero di quelle inique. E non è tutto. Il grande peso e la grande influenza che il legislativo ha in un governo libero e il rischio cui l’esecutivo si esporrebbe in una prova di forza con il legislativo offrono sufficienti garanzie che il potere di veto verrà esercitato con grande cautela e che nell’uso di tale prerogativa sarà sempre piú facile imputare all’esecutivo un eccesso di timidezza che non di imprudenza. Un re di Gran Bretagna, con tutti i suoi attributi di sovranità e con tutta l’influenza che trae da mille fonti esiterebbe, ai nostri giorni, a porre il veto sulle leggi approvate da ambedue i rami del parlamento. […] dunque quanta maggiore cautela dovremo aspettarci da un presidente degli Stati Uniti, in carica per il breve periodo di quattro anni in un sistema di governo interamente e autenticamente repubblicano? È chiaro che sarà piú facile correre il pericolo di non vedere esercitato tale potere, anche se necessario, che non quello di vederlo esercitato troppo o troppo spesso […]. Ma la convenzione ha trovato un giusto mezzo in questa faccenda che faciliterà l’esercizio del potere di veto del presidente e che ne farà dipendere l’efficacia dalla volontà di una parte notevole del legislativo. Invece di conferire all’esecutivo il potere assoluto di veto, gli si conferisce quello di veto motivato di cui abbiamo già parlato – potere che verrà esercitato piú facilmente dell’altro. Un presidente che sia spaventato all’idea di respingere una legge con il suo solo veto, potrebbe non avere scrupoli a rinviarla, perché venga esaminata di nuovo, sapendo che essa verrebbe definitivamente respinta solo se piú di un terzo dei membri di ciascuna Camera ritenesse accettabili le sue obiezioni. Egli verrebbe incoraggiato dal pensiero che qualora prevalesse la sua opinione negativa trascinerebbe con sé una notevole parte dei membri del legislativo, la cui influenza si unirebbe alla sua nel sostenere di fronte all’opinione pubblica l’opportunità della sua condotta. Un veto diretto e categorico ha qualche cosa di duro e di piú irritante che non la semplice possibilità di usare obiezioni e argomentazioni che possono a loro volta essere approvate o respinte da coloro cui sono inviate. In questo modo il potere di veto sarebbe dunque tanto meno offensivo quanto piú facilmente esercitatile: per questa semplice ragione risulterà in pratica piú efficace.


punti di vista

450 La Costituzione del popolo C Maximilien de Robespierre

Sulla Costituzione, in Id., La rivoluzione giacobina, a cura di U. Cerroni, trad. di F. Fabbrini, Edizioni Studio Tesi, Pordenone 1992 Avvocato francese, eletto agli Stati generali ed esponente dell’ala piú progressista dei Club dei giacobini nonché membro del Comitato di salute pubblica già dal luglio 1793, Maximilien de Robespierre è il leader «popolare» che piú rappresenta nell’immaginario collettivo la stagione democratica-repubblicana della Rivoluzione francese. Robespierre, però, non fu un giuspubblicista e non elaborò mai una teoria politica propria. Egli piuttosto si rifece sempre ai capisaldi della sovranità francese da Jean Bodin a Rousseau innestandone le riflessioni su una proposta che iperidealizzava il concetto di virtú popolare del repubblicanesimo classico. Il risultato fu una teoria dell’azione rivoluzionaria finalizzata alla realizzazione della sovranità popolare di marca rousseiana. Pur imbevuto delle teorie maggiormente in voga negli anni rivoluzionari, Robespierre rifiutava sia l’idea di uno Stato rappresentativo, sia il principio moderno della separazione dei poteri come elaborati dalla cultura politica formatasi nella stagione del dopo 1789. Al contrario, egli vedeva nel futuro dei francesi una sorta di democrazia in cui tutto il potere risiedeva nel popolo che collettivamente, con la produzione e il controllo delle leggi, lo esercitava in concreto. A differenza di Sieyès, il quale distingueva tra potere costituente e poteri costituiti, Robespierre proponeva l’impianto di un regime popolare in permanente assetto costituente che, però, mai fu suggellato dall’entrata in vigore di una vera e propria Costituzione giacobina. Le pagine che seguono sono tratte da una sua riflessione sulla Costituzione in cui appare evidente la centralità del popolo nel sistema politico immaginato dal rivoluzionario francese, ma si tratta di un concetto di popolo che non tollera differenziazioni, né di opinioni, né di interessi, ma rimane unito e indivisibile. Vi è un solo tribuno del popolo in cui io possa confidare: il popolo steso. È a ciascuna sezione della Repubblica francese che io affido il potere tribunizio; ed è facile organizzarlo in una maniera egualmente lontana sia dalle bufere della democrazia assoluta sia dalla perfida tranquillità del dispotismo rappresentativo. Ma ancor prima di porre le dighe che devono difendere la libertà pubblica dall’eccesso del potere dei magistrati, cominciamo con il ridurlo ai giusti confini. 1. Una prima regola per giungere a questo scopo è che la durata del loro potere deve essere breve. Applicando questo principio soprattutto a quelli la cui autorità è piú estesa. 2. Che nessuno possa esercitare nel medesimo tempo piú magistrature. 3. Che il potere sia diviso. È meglio moltiplicare i funzionari pubblici che non confidare solo ad alcuni un’autorità fin troppo temibile. 4. Che la legislazione e l’esecuzione siano separate con molta cura. 5. Che le diverse branche dell’esecutivo siano esse stesse distinte piú che sia possibile, secondo la natura stessa delle questioni trattate e affidate a differenti mani. Uno dei vizi maggiori dell’organizzazione attuale è la troppo grande estensione di ciascun dipartimento ministeriale, nel quale sono ammucchiate diverse branche di amministrazione per natura molto distinte tra loro. E soprattutto il ministero degli interni, tal quale ci si è ostinati a conservarlo finora «provvisoriamente» è una mostruosità politica che avrebbe certo «provvisoriamente» divorato la nascente repubblica,

se la forza dello spirito pubblico animato dal movimento della rivoluzione non l’avesse difesa finora sia contro i vizi dell’istituzione sia contro quelli dei singoli individui. Del resto, voi non potrete mai impedire che i depositari del potere esecutivo siano dei magistrati molto potenti. Togliete loro, dunque, qualsiasi autorità e qualsiasi influenza estranea alle loro funzioni. Allontanate dalle loro mani il tesoro pubblico, affidatelo a depositari e a sorveglianti i quali non possano partecipare essi stessi ad alcun’altra specie di autorità. Lasciate ai dipartimenti e nelle mani del popolo quella porzione dei pubblici tributi che non sarà necessario versare nella cassa generale e che le spese siano pagate sul luogo per quel tanto che sarà possibile. Vi guarderete bene dal rimettere somme straordinarie a coloro che governano, sotto qualsiasi pretesto ciò avvenga, e soprattutto se si tratta del pretesto di informare l’opinione pubblica. Tutte quelle manipolazioni dell’opinione pubblica non forniscono altro che veleni: ne abbiamo fatto recentemente una crudele esperienza: e il primo esperimento di questo strano sistema non deve ispirarci certamente molta fiducia nei suoi inventori. Non dovete perdere mai di vista che spetta all’opinione pubblica il compito di giudicare gli uomini che governano e non già a costoro di spadroneggiare e di creare l’opinione pubblica! Ma c’è un mezzo piú generale e non meno salutare per diminuire la potenza dei governi a profitto della libertà e della felicità dei popoli. Esso consiste nell’applicazione di questa massima

Sovranità del popolo e sovranità della Costituzione: l’inizio dell’età contemporanea in America, Francia e Polonia che è enunciata in quella Dichiarazione dei diritti dell’uomo che io vi ho proposto: «la legge non può vietare se non ciò che è nocivo alla società; essa non può ordinare se non ciò che le è utile». Fuggite la vecchia mania dei governi di voler troppo governare; lasciate agli individui, lasciate alle famiglie il diritto di fare ciò che non nuoce agli altri; lasciate ai comuni il potere di regolare essi stessi i loro propri affari, in tutto quello che concerne essenzialmente l’amministrazione generale della repubblica. In una parola restituite alla libertà individuale tutto ciò che non appartiene per sua natura all’autorità pubblica: e in tal modo avrete concesso tanto minor presa all’ambizione e all’arbitrio. Rispettate soprattutto la libertà del popolo sovrano nelle assemblee primarie. Per esempio se sopprimerete quell’enorme codice che ostacola e che rende inesistente il diritto di votare […] toglierete alcune tra le armi piú pericolose all’intrigo e al dispotismo dei direttori o delle legislature […]. Tuttavia […] non avrete ancora fatto nulla se non eliminerete la seconda categoria di abusi che vi ho indicato e cioè l’indipendenza del governo. La Costituzione deve sforzarsi soprattutto di sottomettere i funzionari pubblici a una pesante responsabilità ponendoli alle effettive dipendenze non già degli individui ma del popolo sovrano. […] Vi sono due specie di responsabilità: l’una che si può chiamare morale l’altra fisica. La prima consiste nella pubblicità. Ma è suffi ciente che la Costituzione assicuri la pubblicità delle operazioni e delle deliberazioni del governo? No certo: bisogna darle ancora tutta l’estensione di cui essa è suscettibile. L’intera nazione ha il diritto di conoscere la condotta dei suoi mandatari. E occorrerebbe, se fosse possibile, che l’assemblea dei delegati del popolo deliberasse in presenza dell’intero popolo. Il luogo delle sedute del corpo legislativo dovrebbe essere un edificio vasto e maestoso, aperto a dodicimila spettatori. Cosí sotto gli occhi di un gran

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numero di testimoni, né la corruzione, né l’intrigo né la perfidia oserebbero mostrarsi; e sarebbe consultata la sola volontà generale; sarebbe ascoltata solo la voce della ragione e dell’interesse pubblico […]. Quanto a me, ritengo che la Costituzione non debba limitarsi a ordinare che le sedute del corpo legislativo e delle autorità costituite siano pubbliche ma che essa non debba disdegnare, inoltre, di occuparsi dei mezzi per assicurar loro la piú grande pubblicità possibile […]. Il principio della responsabilità morale esige inoltre che i membri del governo redigano – in epoche determinate e abbastanza ravvicinate tra loro – dei rendiconti esatti e circostanziati della loro gestione; che questi rendiconti siano divulgati per mezzo della stampa e sottoposti alla censura di tutti i cittadini; che siano invitati, quindi, a tutti i dipartimenti, a tutte le amministrazioni e a tutti i comuni. In appoggio alla responsabilità morale occorre spiegare la responsabilità fisica, la quale è, in ultima analisi, la piú sicura guardiana della libertà: essa consiste nella punizione dei funzionari pubblici prevaricatori […]. Si può soddisfare alle esigenze [della responsabilità fisica] con alcune misure semplici, di cui svolgerò la teoria: 1. voglio che tutti i funzionari pubblici eletti dal popolo possano essere da esso revocati […]. 2. È naturale che il corpo incaricato di fare le leggi sorvegli coloro che sono preposti a farle eseguire: i membri dell’organo esecutivo saranno dunque tenuti a rendere conto della loro gestione al corpo legislativo. In caso di prevaricazione, esso non potrà però punirli – poiché non bisogna lasciarli un mezzo per impadronirsi del potere esecutivo – ma li accuserà dinanzi a un tribunale popolare la cui unica funzione sarà quella di giudicare circa le prevaricazioni dei pubblici funzionari […]. Il giudizio che dichiarerà che essi hanno perduto la sua fiducia importerà l’incapacità di ricoprire alcuna funzione pubblica.

la separazione dei poteri non basta D Perché James Madison «Il Federalista», nn. 47-48, in A. Hamilton, J. Jay, J. Madison, Il Federalista, Nistri-Lischi, Pisa1955 In queste pagine del «New York Packet» del febbraio 1788 James Madison affronta il problema dei motivi e delle finalità della innovazione americana rispetto all’architettura costituzionale disegnata da Montesquieu. La pratica americana, per quanto recente, aveva consentito di notare le insufficienze di un sistema fondato su una pura e astratta separazione di poteri. E aveva anche consentito di notare i problemi che potevano nascere dal lato del potere legislativo, il potere meno pericoloso, nella percezione comune, per la tutela delle libertà civili.


452 Una delle obiezioni piú importanti su cui insistono i piú seri avversari della Costituzione, è che essa violerebbe il principio politico che vuol separati e distinti il potere legislativo, giudiziario ed esecutivo. Il governo federale, si afferma, nella sua struttura e composizione non ha tenuto alcun conto di questa essenziale garanzia di libertà. I vari settori in cui si articola il potere, sarebbero distribuiti ed organizzati in tal modo, da distruggere, addirittura, ed in un sol attimo, ogni simmetria ed ogni armonia formale, ed alcuni dei piú essenziali elementi dell’edificio sarebbero esposti al pericolo di venir sopraffatti dal peso eccessivo conferito ad altri. In verità nessuna massima politica, piú di questa, da cui l’obiezione trae le mosse, possiede intrinseco e grande valore, né ve n’è alcuna che possa vantare tanti e cosí autorevoli fautori tra coloro che si son distinti come paladini della libertà. Il concentrare infatti, tutti i poteri, legislativo, esecutivo e giudiziario nelle medesime mani, siano esse quelle di molti, o di pochi o di uno, abbiano diritti ereditari o elettivi ovvero quelli che derivano da un auto-nomina, può ben a ragione esser definito come la vera dittatura. Cosicché, qualora si potesse effettivamente imputare alla nuova Costituzione di aver voluto accumulare tutti i poteri, o di averli mischiati in modo tale da rendere quasi inevitabile un tal cumulo, non occorrerebbe far ricorso ad altre argomentazioni per suscitare in ognuno sentimenti di condanna per l’intero progetto. […] L’oracolo cui si usa comunemente ricorrere e che normalmente si cita sull’argomento è il noto e celebre Montesquieu. Se è, infatti, vero che questo validissimo precetto delle scienze politiche non si deve a lui, è anche vero che a lui si deve se esso è stato proposto e imposto all’attenzione del pubblico con tanta efficacia e autorevolezza. Accertiamoci, pertanto, in primo luogo , quali siano le sue opinioni in materia. La Costituzione inglese rappresentava per Montesquieu ciò che, per gli scrittori sulla poesia epica, era Omero. […] Ad un esame, anche superficiale, della Costituzione inglese ci si avvedrà di come i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario siano tutt’altro che separati e divisi l’un dall’altro. Il Magistrato esecutivo fa parte integrante dell’organo legislativo. Egli, da solo, può stringere alleanze e fare trattati con sovrani stranieri i quali, una volta firmati, hanno , sia pure entro certi limiti, forza di legge. Tutti i giudici sono nominati da lui, possono essere da lui rimossi, dietro proposta delle due Camere, e possono, in fine, costituire , quando gli piaccia ricorrere al loro aiuto, uno dei suoi consigli costituzionali. […] Da tutte queste circostanze , che costituiscono il substrato delle affermazioni del Montesquieu, possiamo concludere […] che egli non intendeva dire che questi vari settori non dovessero avere alcuna reciproca interferenza, nemmeno parziale, e non dovessero avere alcuna reciproca interferenza , nemmeno parziale, e non

punti di vista dovessero avere alcun reciproco controllo. Quel che egli intendeva affermare, come risulta dalle sue stesse parole, e come è ancor meglio chiarito dalla realtà obiettiva da cui egli partiva, non poteva che essere questo: che, qualora chi possiede tutti i poteri di un determinato settore, assommi a sé anche tutti i poteri di un altro, vengono in tal modo sovvertiti i principi stessi su cui poggia una Costituzione democratica. […] Se noi esaminiamo le Costituzioni dei vari Stati, noteremo come, sebbene si sia voluto sempre fissare questo principio in termini enfatici e talora fin assoluti , non si verifichi caso alcuno in cui i vari poteri siano effettivamente tenuti assolutamente separati e distinti. Il New Hampshire, che ha la Costituzione piú recente, mostra di aver bene compreso come sia addirittura impossibile e comunque poco consigliabile, il tentare a tutti i costi di evitare ogni relazione tra i vari settori, ed ha anzi chiarito tale criterio, dichiarando espressamente che: «il potere legislativo, esecutivo e giudiziario dovranno essere separati e distinti, almeno in quanto è compatibile con le esigenze di un Governo democratico; ovvero con quella catena di interrelazioni che legano l’intero edificio della Costituzione in un solo vincolo di unità e lealtà». Facendo leva su questi princípi, dunque, la sua Costituzione dispone che, in vari casi, i diversi settori vengano a coincidere. Il Senato, che è una delle branche del potere legislativo, si costituisce in corte di giustizia per i casi di «impeachment». Il Presidente, che è a capo del settore esecutivo, è anche il Presidente del Senato, con diritto di voto in tutti i casi, e voto risolutivo in caso in cui dovesse risultare una parità di suffragi in Assemblea. […] Coloro che hanno fondato la nostra repubblica hanno tali e tanti meriti per la saggezza dimostrata che non esiste compito piú ingrato di quello di chi è costretto a mettere in luce gli errori in cui essi possono essere incorsi. Il rispetto della verità ci induce, tuttavia, a rilevare che sembra quasi che essi non siano riusciti, nemmeno per un istante, a distogliere lo sguardo dal pericolo che avrebbe rappresentato per la libertà un capo che fosse tale per diritto ereditario e fosse sostenuto e potenziato da un’autorità legislativa anch’essa di investitura ereditaria. Non sembra che essi si siano mai posti il problema di un pericolo di altra sorta, quello rappresentato da atti di usurpazione delle assemblee legislative che, radunando ogni potere nelle medesime mani, attuerebbero necessariamente una tirannide non dissimile da quella che tanto si teme a causa di possibile abusi a causa del potere esecutivo. […] Nel caso di una repubblica a democrazia rappresentativa, dove i poteri e le prerogative del magistrato esecutivo sono accuratamente limitati, in portata e durata, e dove il potere legislativo è affidato a un’assemblea che, contando sulla popolarità di cui gode, nutre un’assoluta fiducia nella propria potenza – un’assemblea

Sovranità del popolo e sovranità della Costituzione: l’inizio dell’età contemporanea in America, Francia e Polonia che, da un lato, è tanto numerosa da percepire tutte le passioni che agitano le masse, e, d’altro lato, non abbastanza grande per poter perseguire, con tutti i mezzi che la ragione sa dettare, quello che fosse l’oggetto delle proprie passioni - il popolo dovrà, dunque, rivolgere la propria diffidenza contro l’ambiziosa intraprendenza di quest’organo verso il quale dovranno essere usate tutte le cautele. […] Il primo esempio è quello della Virginia, uno Stato che, come abbiamo avuto occasione di vedere, ha fissato espressamente nella propria Costituzione la reciproca indipendenza dei tre grandi poteri; e l’autorità chiamata a suffragare tale esempio è il sig. Jefferson […] Sarà necessario citare un passo piuttosto lungo tratto dai suoi interessanti Appunti sullo stato della Virginia […] «Ciò per cui abbiamo combattuto non era un dispotismo elettivo ma un tipo di governo che non soltanto si basasse su dei fondamentali principi di libertà, ma

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tale che in esso i vari poteri fossero cosí ben ripartiti ed equilibrati tra i vari organi che nessuno di essi potesse varcare i propri limiti costituzionali,. Senza che gli altri potessero intervenire a controllarlo e a fermarlo. Per questa ragione la Convenzione che deliberò circa la forma del nostro governo, poggiò le fondamenta della Costituzione da essa formulata proprio sull’assunto che i poteri legislativi, esecutivi e giudiziari devono essere rigorosamente separati e distinti, sicché una medesima persona non potesse, in uno stesso momento, esercitare solo i poteri relativi ad ognuno di essi. Ma non si è pensato a innalzare barriere tra l’uno e l’altro potere. […] Cosí in molte e svariate occasioni, i Legislatori hanno deciso intorno ad azioni per la difesa dei diritti la cui cognizione era di competenza degli organi giudiziari, ed il loro diretto intervento, nonché le loro direttive, per quanto riguarda l’azione degli organi esecutivi, è divenuta ormai cosa abituale e tutt’altro che peregrina».

Il costituzionalismo nobiliare polacco: la Costituzione del 3 maggio 1791 M. Sczaniecki Wybor zrodel do historii panstwa i prawa w dobie nowozytnej (Una scelta di fonti per la storia dello Stato e del diritto nell’era moderna), Wuw, Varsavia 1987; trad. di U. Baldocchi

Nella Polonia dominata da una grave crisi interna e internazionale, nel settembre 1789 l’Assemblea nobiliare, o Sejm, nominò una deputazione col compito di preparare una bozza di Costituzione. Le divergenze fra i nobili e il re portarono a un prolungamento dei lavori oltre il primo mandato biennale e a un ingresso in assemblea di nuovi soggetti favorevoli al sovrano. Il Testo Finale fu una sorta di compromesso fra il programma monarchico-costituzionale e lo schema «repubblicano» proposto da una parte della nobiltà facente capo al partito «patriottico», che adottò come suo motto «Il re con il popolo, il popolo con il re». Da taluni considerata testimonianza del persistere, in molte aree dell’Europa non solo orientale, di un pensiero costituzionale ancora in larga parte vincolato ad assetti sociali tradizionalisti – evidenti nella distinzione di ceto e nelle prerogative che rimanevano alla nobiltà, nella limitazione del diritto di voto o nella religione cattolica come fonte privilegiata di cittadinanza – la Costituzione polacca del maggio 1791 è in realtà un testo ispirato dal moderno costituzionalismo dell’età rivoluzionaria. Pur essendo evidente la distanza che separava tale documento da quelli coevi francesi e americani, frutto di sforzi rivoluzionari ed elaborazioni teoriche che si imposero come incunaboli del moderno costituzionalismo, nondimeno la struttura organizzativa del testo, l’evidente riferimento al modello monarchico inglese e a istituti che erano originari dell’America (come l’introduzione dell’impeachment o della separazione dei poteri, nonché l’orientamento di apertura verso i contadini che ci si proponeva di includere sotto la protezione della legge) raccontano l’esistenza di una vasta circolazione di idee. Questi collegamenti, se furono ovviamente insufficienti a trasferire in blocco l’intero bagaglio costituzionale moderno all’interno degli ambienti della monarchia e della nobiltà allora al potere in Polonia, certo diedero lo spunto per avviarvi un originale cammino verso un costituzionalismo nuovo e capace di superare le incertezze di quello seguito fino ad allora. In nome di Dio e della Santa e Indivisa Trinità, Stanislao Augusto re di Polonia per grazia di Dio e volontà della nazione […]. Riconoscendo che il destino di tutti noi dipende unicamente dall’instaurazione e dal perfezionamento di una Costituzione nazionale, per il bene generale, per dare fondamenti alla libertà, per salvaguardare la nostra patria e i suoi confini, con la massima fermezza di spirito, approviamo la presen-

te Costituzione […]. Articolo I Religione dominante La religione nazionale dominante è e sarà la santa fede romana cattolica con tutte le sue regole. Il passaggio dalla fede dominante a qualsiasi altra confessione è vietato sotto pena di apostasia. Ma d’altra parte dato


454 che la medesima fede ci impone di amare il nostro prossimo, assicuriamo a tutte le persone, di qualsivoglia confessione, la tranquillità nella fede e la protezione del governo e per questo sorvegliamo la libertà di culto e di religione in tutte le aree della Polonia secondo le leggi nazionali […]. Articolo IV Contadini Accogliamo la popolazione agricola […] sotto la tutela della legge e del governo […]. Articolo V Il Governo, vale a dire la definizione dei pubblici poteri Ogni potere della società ha la sua fonte nella volontà del popolo. E perché l’integrità dello Stato, la libertà dei cittadini e l’ordine della società rimangano per sempre tra loro in equilibrio, il governo del popolo polacco deve esser composto da tre poteri e per volontà della presente legge sarà sempre composto cosí, vale a dire: il potere legislativo negli Stati in assemblea, il supremo potere esecutivo nel re e nel consiglio di governo e il potere giudiziario nelle giurisdizioni istituite o da istituire a tal fine. Articolo VI La Dieta (Sejm), vale a dire il potere legislativo La Dieta, vale a dire gli Stati in assemblea, sarà suddivisa in due camere: in una Camera dei deputati e in una Camera dei senatori sotto la presidenza del re. La Camera dei deputati come rappresentazione e espressione della supremazia popolare sarà il tempio della legislazione […]. I deputati […] devono esser considerati come rappresentanti di tutto il popolo, essendo espressione di una fiducia generale. Tutto e sempre deve esser deciso a maggioranza dei voti; perciò per sempre aboliamo il liberum veto, le confederazioni di qualsiasi tipo e le Diete confederali, come opposte allo spirito della presente Costituzione, tendenti a rovesciare il governo e a distruggere la società. Per impedire da un lato i cambiamenti frequenti e improvvisi della Costituzione nazionale, ma riconoscendo d’altro lato il bisogno di perfezionarla in funzione della pubblica utilità dopo averne sperimentato gli effetti, stabiliamo ogni venticinque anni il momento e il periodo della revisione e l’emendamento della Costituzione. Intendiamo tenere una tale Dieta costituzionale straordinaria secondo una distinta organizzazione legislativa. Articolo VII Il re, vale a dire il potere esecutivo […] Vogliamo e stabiliamo per sempre che il trono polacco sia elettivo da parte delle famiglie reali. I disa-

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stri che abbiamo sperimentato negli interregni che periodicamente rovesciavano i governi […] hanno suggerito al nostro discernimento di ripristinare la legge di successione del trono polacco […]. Stabiliamo che quando i ministri saranno messi in stato di accusa dai deputati designati all’esame della loro condotta in merito ad una violazione della legge, essi dovranno rispondere con le loro persone e i loro beni. In tutti i procedimenti accusatori di questo tipo gli stati in assemblea debbono rinviare, a maggioranza semplice dei voti delle Camere riunite, i ministri accusati alle Corti della Dieta, per una punizione giusta e commisurata al loro crimine o per la liberazione dall’azione penale e dalla pena in caso di accertamento della loro innocenza […]. Articolo VIII Il potere giudiziario Oltre alle Corti per le cause civili e criminali di tutti gli stati, vi sarà una Corte Suprema, chiamata Corte della Dieta, per la quale saranno elette persone all’apertura di ciascuna Dieta. A questa Corte saranno riservati i crimini contro la nazione e contro il re, vale a dire i crimina status.

ITINERARIO DI ANALISI E APPROFONDIMENTO Interroghiamo i documenti 1. Che cosa si intende con il concetto di «costituzionalismo»? E a quando può essere fatto risalire il costituzionalismo moderno? 2. Quali sono gli elementi che caratterizzano il moderno costituzionalismo? In quali Paesi si sono avute le prime manifestazioni di costituzionalismo «moderno»? 3. Chi si celava dietro lo pseudonimo «Publius»? In quale Paese scriveva? Perché? 4. Che cosa è «the Federalist»? A quando risale? 5. Che cosa intende James Madison quando parla di «fazione»? Perché a suo parere sono pericolose per ogni regime? Qual è, secondo Madison, il rimedio contro le fazioni? 6. Chi è Alexander Hamilton? 7. Quali rimedi propone Hamilton contro il rischio di una prevaricazione del potere legislativo ai danni del potere esecutivo? Come avrebbe dovuto essere il potere di veto riconosciuto al presidente degli Stati Uniti? E come avrebbe dovuto esercitarsi? 8. Quale tipo di costituzione propone Robespierre per la Francia? Chi doveva detenere il potere, secondo Robespierre? Quali soluzioni propone per tenere sotto controllo i funzionari pubblici? 9. Perché secondo Madison non è auspicabile una completa separazione dei poteri? Quale rapporto tra i poteri è preferibile? 10. A quando risale la prima forma scritta di «legge fondamentale» in Polonia? Quali elementi di arretratezza e quali elementi di modernità ritieni che essa contenga? Qual era il ceto che rimaneva dominante prima e dopo tale legge? Quali elementi di riforma della società essa proponeva?

Il primo piano in sintesi 11. Perché le origini del costituzionalismo «moderno» vengono generalmente collocate negli anni compresi tra il 1776 ed il 1795? 12. Quali differenze esistono tra la proposta americana e quella giacobina? E quali sono gli spunti «antichi» della Costituzione polacca? Spunti per il dibattito 13. Stato centrale, Stati membri e cittadini: quale rapporto prevedeva la Costituzione degli Stati Uniti del 1787? Riflettendo sulla soluzione allora adottata pensi che sarebbe stato possibile applicarla anche nella Francia del dopo 1789? Perché? 14. Rifletti sulle differenze piú evidenti che separano il costituzionalismo francese da quello americano. Spunti per la ricerca 15. Ricerca ed esamina da vicino il Testo Di una Costituzione europea continentale di fine Settecento e confrontane, poi, il contenuto (forma di Stato, organizzazione dei poteri, rappresentanza) con quella degli Stati Uniti del 1787. Sulla base di tale comparazione esprimi una valutazione complessiva sull’efficacia della Costituzione stessa a garantire libertà e diritti. 16. Confronta la Costituzione degli Stati Uniti con quelle francesi del 1791 e del 1793 e rifletti sulla diversa logica che nei tre testi fu di volta in volta posta alla base dell’organizzazione dello Stato. Pensando anche all’età contemporanea quale giudichi piú affidabile per conseguire i suoi scopi?


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Percorso storiografico Per una rilettura degli albori del Risorgimento: il celebre concorso lombardo del 1796 A Salvo Mastellone, La dissertazione di Melchiorre Gioia B Marco Ferrari, Il discorso di Giuseppe Fantuzzi C Claudio De Boni, Giovanni Ristori e la «rigenerazione» italiana

Percorso storiografico Per una rilettura degli albori del Risorgimento: il celebre concorso lombardo del 1796 l 27 settembre 1796 l’amministrazione generale della Lombardia, in nome della Repubblica francese (una e indivisibile) – presente a Milano come autorità nella persona del generale Despinoy – bandiva, come noto, un concorso aperto a tutti su «quale dei governi liberi meglio convenga alla felicità dell’Italia». Il concorso, promosso dalla locale società patriottica e con la tacita approvazione dello stesso Napoleone, nelle intenzioni dei promotori locali avrebbe dovuto rappresentare alle autorità francesi le istanze piú avvertite del patriottismo italiano e spingere dunque verso una politica piú decisamente repubblicana e finalizzata alla Costituzione nella penisola di uno o piú Stati informati ai «moderni» criteri francesi. Naturalmente la posizione dei francesi era ben diversa e il concorso, sebbene conclusosi regolarmente l’8 messidoro dell’anno V della Rivoluzione francese e I della Repubblica cisalpina, non ebbe poi ricaduta sulle coeve istituzioni della penisola italiana. Nondimeno vale la pena ricordare che per l’occasione giunsero alla giuria almeno 57 dissertazioni di altrettanti studiosi e/o interessati a contribuire al nuovo assetto degli Stati della penisola. Le diverse opere presentate – come intuibile – proponevano le piú disparate soluzioni istituzionali da quelle che prevedevano un assetto federale a quelle, come la vincente di Melchiorre Gioia, che invece auspicavano una soluzione repubblicana unitaria. Gioia, in particolare, invitava tutti i popoli d’Italia a sollevarsi contro i tiranni e proponeva una forma di democrazia rappresentativa, polemizzando sia contro le monarchie sia contro gli estremismi giacobini. Una storiografia piuttosto nutrita si è confrontata con tale avvenimento che certo solletica l’immaginario degli studiosi come primo momento di formazione di idee patriottiche. Uno dei primi lavori sul tema è stato quello di Silvio Pivano che nel 1913 pubblicò il ponderoso volume significativamente intitolato Albori costituzionali d’Italia: 1796 (Torino, Fratelli Bocca). In tempi recenti l’avvenimento è stato oggetto di nuovi studi anche per un’analisi estesa a tutto il periodo «giacobino» in Italia. Da questo punto di vista Salvo Mastellone (Testo A), storico del pensiero politico a cui si devono numerosissimi volumi sulla formazione e la proposta del democratismo europeo, di recente ha preso in esame il concorso di cui sopra e la dissertazione vincitrice di Gioia per riepilogare una parte della storiografia che si è cimentata con il tema. Marco Ferrari (Testo B), invece, si sofferma sulla dissertazione di Giuseppe Fantuzzi che bene rappresenta le contaminazioni culturali e politiche di quegli intellettuali allora in prima linea per rigenerare la condizione della penisola. Il generale Fantuzzi, infatti, amico di Ugo Foscolo e suo compagno di battaglia nella difesa di Genova del 1800, aperto a molte suggestioni che provenivano dalla Francia, aveva anche partecipato attivamente al moto insurrezionale polacco del 1794 che si era concluso con l’arresto dell’amico Kosciuszko. Claudio De Boni (Testo C) prende in considerazione il contributo di Giovanni Ristori per analizzare piú in generale alcuni degli aspetti del pensiero democratico italiano tra Sette ed Ottocento ed evidenziare alcune delle contraddizioni presenti nelle riflessioni di alcuni – come Ristori – dei pur generosi «giacobini italiani».

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Per una rilettura degli albori del Risorgimento: il celebre concorso lombardo del 1796

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La dissertazione di Melchiorre Gioia Salvo Mastellone La dissertazione di Melchiorre Gioia, in «Trimestre, Storia Politica Società», XXXIII, nn.1-2 (2000)

Il 27 settembre l’Amministrazione della Lombardia bandí il celebre concorso sul quesito: Quale dei governi liberi meglio convenga alla felicità d’Italia? Tema di carattere costituzionale perché «trattando i grandi interessi dell’intera nazione», si affrontavano «gli eterni princípi della libertà e dell’uguaglianza». Il concorso andò oltre la Lombardia, infatti parteciparono 51 italiani (oltre sei francesi), provenienti da tutte le parti d’Italia; trenta lombardi, ma anche 7 piemontesi, 2 veneti, 2 romani, 2 bolognesi, 3 napoletani, 2 toscani, 2 del Ducato di Parma, uno di Modena. Nel 1964 Armando Saitta ha pubblicato I testi del «celebre» concorso, in tre volumi, sollecitando uno studio comparativo del nuovo linguaggio repubblicano italiano. Nel 1981 Erasmo Leso, in un articolo dal titolo «Appunti sul lessico politico italiano nell’età giacobina», ha scritto: Se noi guardiamo al complesso del vocabolario politico di quegli anni, vediamo che esso è come percorso da due movimenti complementari: uno che volge in direzione della tecnicizzazione verbale, l’altro che spinge verso la dilatazione dei campi semantici; la tendenza alla tecnicizzazione si manifesta soprattutto nell’ambito della lingua burocratico-amministrativa o politico-istituzionale. Nasce cosí nel triennio, o si impone definitivamente, tutta una serie di vocaboli nuovi, sia di forma e di significato, che di solo significato, quasi sempre per influenza francese. Ed ecco la conclusione: Nel triennio sembra nascere nelle sue grandi linee il vocabolario politico moderno: il contenuto di tale vocabolario, l’equilibrio sul quale si regge la sua struttura, come pure le riflessioni che su di esso si sono prodotte e gli sforzi innovativi che ad esso sono stati applicati, permettono di cogliere e di misurare, rispetto al vocabolario degli illuministi, sia gli elementi di continuità che gli elementi di rottura, e di precisare le novità essenziali: l’esperienza diretta della democrazia e un modo completamente nuovo di sentire e di vivere la politica. Nel saggio Il dibattito sulla democrazia nel triennio giacobino italiano (1796-1799), ho osservato che giustamente si possono i giacobini italiani considerare illuministi, i quali nella azione si erano richiamati al momento eroico della Rivoluzione francese, ma è da aggiungere che, dal punto di vista dottrinale, il loro interesse si era incentrato sul tema della democrazia, forma di governo repubblicana. Nel 1991 è uscito l’importante lavoro di Erasmo Leso, Lingua e Rivoluzione. Ricerche sul vocabolario politico italiano del triennio rivoluzionario 1796-1799, e nella parte prima si

insiste sul lessico politico istituzionale, e si conferma che il termine essenziale attorno al quale ruota l’intera struttura del vocabolario politico del triennio è la parola democrazia. Parola non nuova, ma nel triennio, quella che era stata una categoria di pertinenza puramente teorica o storica diventa una realtà politica vissuta; esce, cosí, dalla cerchia ristretta dei dotti per cercare di penetrare nel circuito della lingua politica d’uso. Non solo la parola democrazia compare nei trattati di teoria politica, ma s’introduce nella lingua dei giornali, nei catechismi e nei dialoghi di destinazione popolare, risuonando nelle sedute pubbliche delle assemblee, come nelle società di pubblica istruzione. Limitando l’indagine alle dissertazioni del «celebre concorso» del 1796 pubblicate da Saitta, è da osservare che esse costituiscono uno specifico materiale linguistico e politico, perché i Testi trattano lo stesso argomento, e sono stesi in un identico momento storico. Il materiale linguistico e politico delle dissertazioni ha una impronta costituzionale. […] Dovendo essere segnato da una costituzione, il linguaggio costituzionale domina nel discorso politico dei partecipanti al concorso del 1796. La costituzione è considerata come lo strumento fondamentale per operare il trapasso dal governo dispotico al governo libero. L’insurrezione rivoluzionaria può essere sostituita dalla liberazione civile portata dalle truppe francesi, però il nuovo ordine politico deve essere sancito con una costituzione. La parola costituzione assume subito un ampio significato politico, infatti, ogni abitante di un paese diventa cittadino grazie all’ordinamento costituzionale. La costituzione come contratto sociale di tipo moderno, la costituzione come norma governativa dei poteri, la costituzione come strumento rivoluzionario, la costituzione come garanzia del cittadino, sono temi che vengono presto recepiti nel linguaggio politico. Questo linguaggio costituzionale è legato alla realtà della presenza francese in Italia che imponeva una diversa forma di governo, ossia quella repubblicana. Di là dalla retorica francese dei grandi princípi, che cercava di far dimenticare le drammatiche vicende del Terrore, si trattava di riflettere attraverso il discorso costituzionale sulla sorte dell’Italia per chiedersi se la costituzione francese dell’Anno III fosse veramente la costituzione meglio conveniente alla felicità d’Italia, oppure c’era la speranza di poter elaborare una costituzione piú aderente alle tradizioni storiche, alle caratteristiche culturali delle diverse parti della penisola. Delio Cantimori nella nota introduttiva al volume primo dei Giacobini italiani ha distinto tra il «giacobinismo di Buonarroti» che voleva tentare di legare una politica robespierrista in Italia ad un ritorno di fiamma rivoluzionaria della Francia, il «giacobinismo moderato» di Giuseppe Compagnoni e il «giacobinismo moderatissimo» di Melchiorre


punti di vista

458 Gioia. Ma sia Giuseppe Compagnoni, sia Melchiorre Gioia esprimono le perplessità su una soluzione costituzionale imposta da Parigi, e queste perplessità sono presenti in molti Testi del concorso del 1796. Dalla lettura delle relazioni del 1796 risulta che il modello costituzionale dei giacobini italiani è la costituzione francese del 1795. A molti giuristi italiani e francesi la costituzione del 1795 (anno III) non piace, o perché venne dopo la costituzione del 1793 (anno I), oppure perché precedette il 1818 brumaio e la costituzione del 1799 (anno VIII). La valutazione di questa costituzione è, invece, da porsi in maniera storica: che cosa nella costituzione del 1795 videro i primi giacobini italiani? La costituzione francese fu vista come una rielaborazione dei testi francesi fino alla caduta di Robespierre. In altre parole, letta come un catechismo repubblicano di oltre trenta pagine, essa divenne la premessa di ogni considerazione politica. […] Alla luce di queste considerazioni è da leggere il testo che il 26 giugno del 1797 la commissione, presieduta da Pietro Verri, dichiarò all’unanimità vincitore. Melchiorre Gioia riscosse il premio soltanto nel gennaio 1798, e dopo decise di pubblicare il suo scritto, alquanto modificato rispetto alla primitiva stesura, dedicandolo al «Gran Consiglio della Repubblica Cisalpina», con questo titolo: Dissertazione di Melchiorre Gioia sul problema dell’Amministrazione Generale della Lombardia «Quale dei Governi liberi meglio convenga alla felicità dell’Italia», premiato a giudizio della Società di Pubblica Istruzione di Milano, Milano, anno I della Repubblica Cisalpina […]. Gioia nella «Parte prima» della sua dissertazione comincia col dichiarare che «le repubbliche sono le prime che figurano sul teatro d’Italia», e si riferisce in particolare alla repubblica di Roma. La repubblica è da preferire alla monarchia che, non solo è ereditaria, ma è «distruttrice della libertà»; essa è da preferire anche alla aristocrazia perché le basi di questo governo sono «il terrore e la diffidenza». Poiché «la Sovranità risiede essenzialmente nell’universalità dei cittadini», Gioia esamina la costituzione francese dell’Anno III che dovrebbe essere modificata in alcuni

articoli: «In questa costituzione i legislatori hanno tutti i mezzi per formare delle sagge leggi, e nessuno per farle eseguire: il Direttorio ha tutta la forza per promuovere l’esecuzione, ma una barriera impenetrabile lo separa dal Corpo legislativo». L’analisi della costituzione francese va avanti per tutta la prima parte, e si indicano alcuni provvedimenti che «la costituzione italiana dovrebbe richiedere» per dare la felicità all’Italia. Gioia si mostra poco favorevole alla divisione del «Corpo legislativo in due camere che deliberano separatamente, e non s’uniscono giammai»; nota che la costituzione francese «esclude dal Consiglio dei 500 gli uomini minori di anni 30, e dal Consiglio de’ Seniori gli uomini minori d’anni 40», e poi non fissa l’altro «termine d’esclusione». Tutte queste osservazioni, a suo avviso possono «servire a quelli che modificheranno la costituzione francese per adattarla all’Italia». Nella «Parte seconda» viene affrontato il problema, sempre costituzionale, «se debbasi dividere I’Italia in tante repubbliche isolate e indipendenti, come nell’Italia antica, ovvero in repubbliche confederate, come nell’America, o fissarvi una sola repubblica indivisibile, come al presente in Francia». Gioia è apertamente favorevole alla soluzione francese, infatti, «tante repubbliche isolate formerebbero tante sfere differenti di patriottismo, la forza del quale sarebbe in ragione inversa dell’estensione dello Stato [...]. Dividendo l’Italia in repubbliche indipendenti, il vantaggio proveniente sarebbe di molto inferiore alla perdita, giacché ciascuna repubblica isolata si priverebbe degli immensi vantaggi dell’unione». Tutto il ragionamento contro il federalismo si conclude che «i lumi della riflessione e quelli della storia s’uniscono dunque a dimostrare che l’Italia andrebbe incontro alla propria rovina, se si dividesse in piccole repubbliche isolate e indipendenti»; inoltre «i disordini delle repubbliche indipendenti, la lentezza e la gelosia delle repubbliche confederate invitano l’Italia ad unirsi in una sola repubblica indivisibile». Gioia spera che gli Italiani, «uniti sotto d’un solo stendardo repubblicano, spinti dall’entusiasmo nazionale», possano «alzarsi al livello degli altri popoli», ed ancora divenire i maestri.

discorso di Giuseppe Fantuzzi B IlMarco Ferrari Il Discorso filosofico-politico di Giuseppe Fantuzzi, in Quale dei governi liberi meglio convenga alla felicità d’Italia, a cura di Gabriele Carletti, Interlinea, Teramo 2000

La difesa di Genova dall’assedio degli Austriaci, nella primavera del 1800, non è condotta tanto in nome di quella Repubblica Democratica Ligure la cui storia può considerarsi formalmente conclusa già dal dicembre dell’anno precedente, quanto contro l’arbitrio e la violenza di cui la reazione austro-russa ha dato prova nei vicini territori dell’ex Cisalpina. Per i giacobini che

difendono i colli di Genova, la vittoria dell’Austria significa il ripristino della «tirannide aristocratica», nemica della libertà e dei lumi, nonché la fine di. ogni progresso civile, politico e culturale. Tra coloro che resistono all’assedio si segnala, per valore militare, il generale Giuseppe Fantuzzi, che muore il 2 maggio 1800 durante l’assalto al forte della Coronata, al fianco di

Per una rilettura degli albori del Risorgimento: il celebre concorso lombardo del 1796

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Ugo Foscolo, suo amico e compagno d’armi in quella ed altre battaglie. Nell’Orazione a Bonaparte pel Congresso di Lione, pubblicata quasi due anni dopo, Foscolo dedica all’amico una citazione vibrante, destinata a procurargli una memoria ben piú duratura del posto che il governo cisalpino gli intitola sulla tomba eretta nel bosco dei Campi Elisi, durante l’inaugurazione del foro Bonaparte a Milano. «E voi che dai ricuperati colli di Genova accompagnaste alla sepoltura degli Eroi lo spirito di Giuseppe Fantuzzi», scrive il Foscolo ricordando i combattimenti in cui egli stesso venne ferito, «gridate voi tutti: Forti, terribili, e a libera morte devoti furono i nostri petti; benché pochi, ignoti e spregiati». L’avventura umana e politica di Fantuzzi – che il Poeta si ripromette di raccontare – rimanda all’acceso spirito democratico degli italiani che affiancano le truppe di Bonaparte, assurgendo a simbolo del movimento giacobino italiano, composto di rivoluzionari assetati di libertà, provenienti da ceti umili, detestati e combattuti da conterranei, in gran parte devoti ai governi aristocratici d’ancien régime nonché guardati con sospetto e diffidenza da Bonaparte e dal Direttorio, che ne temono le tendenze «anarchistes» e ne deplorano le simpatie robespierriane. La poesia civile del Foscolo intende testimoniare il valore dei soldati italiani, in polemica contro i Francesi che irridono alla loro capacità guerriera. Attraverso il reclutamento di un esercito regolare italiano fondato sulla coscrizione, andando ben oltre l’intenzione originaria di creare un corpo di truppe ausiliarie, il regime bonapartista aveva infatti introdotto un efficacissimo strumento di riscatto nazionale e di elevazione sociale: una vera e propria rivoluzione politica e civile che non sfuggirà né all’osservazione successiva dello stesso Napoleone, né all’analisi dei viaggiatori contemporanei piú attenti. È proprio uno di questi, il patrizio ginevrino Lullin de Chateauvieux – ospite abituale di Coppet ed amico di Sismondi – ad annotare, nelle Lettres écrites d’Italie en 1812 et 13, come «la formation de cette armèe et les chances qu’elle a connues sont le plus grand événement historique qui ait agité l’Italie depuis deux siècles [...]. La conséquence nécessaire sera de recommencer pour l’Italie une nouvelle phase, dont l’histoire ne sera écrite que dans les siècles prochaines»1. Non a caso il Discorso filosofico-politico che Giuseppe Fantuzzi invia per il concorso del 1796 è preceduto da una dedica al «cittadino Bonaparte generale comandante in capo l’armata Francese in Italia» nella quale l’ammirazione per le folgoranti vittorie è palesemente

condizionata all’impegno del «cittadino generale» contro il dispotismo. Solo una limipida azione in favore della «Libertà» e della «Virtú» distingue il «soldato repubblicano» dai «Ciri, [...] Alessandri, [...] Cesari, [...] Luigi, [...] Pietri»; ovvero da quei «feroci conquistatori... grandi sol nel delitto ed all’occhio degl’imbecilli», ai quali il genio militare non impedí di trasformarsi in «assassini possenti» e «divoratori dell’umanità». Presentandosi con orgoglio come «amico dello sventurato Kosciuszko», Fantuzzi non intende soltanto rendere noti i propri trascorsi di «combattente per la libertà» della Polonia, quanto qualificare in modo inequivocabilmente repubblicano e democratico la propria fede politica, proprio come aveva dimostrato l’eroe nazionale polacco nella guerra d’indipendenza americana e nell’opposizione agli zar […]. Dopo l’ingresso in Italia dell’armata francese, Fantuzzi si dedica ad un’intensa attività militare e cospirativa combattendo, come capo di battaglione della legione cisalpina, alle battaglie di Lonato, Castiglione, Caldiero ed Arcole, nonché cercando di organizzare un movimento insurrezionale antiaristocratico con frequenti e clandestini spostamenti tra Verona e Venezia, sempre segnalati agli inquisitori della Serenissima dai suoi solerti delatori. Nero d’occhi e di capelli, «di complessione forte», il viso butterato dal vaiolo, con le mani perennemente guantate per nascondere le ustioni, l’azione dello «scellerato Fantuzzi» – nelle descrizioni della spia Malenza – è favorita dalla protezione di «teste patrizie che lo scortano e con le persone e con la borsa», e si svolge soprattutto negli ambienti militari della Repubblica cercando di sobillarne gli ufficiali, facendo altresí leva sul malcontento della Terraferma. L’intento è quello di costituire un esercito che si ponga come forza politica garante d’unione morale, ascesa civile e trasformazione democratica. In tal senso può leggersi sia un Piano di organizzazione militare inutilmente offerto alla Repubblica Veneta nel marzo 1796, negli stessi giorni in cui Bonaparte valica le Alpi, sia un appello al cittadino Generale Bonaparte, inviato da Milano nel gennaio 1797, dove Fantuzzi spiega i suoi progetti delineandone le motivazioni ideali. Fra i due testi, analoghi per certi aspetti, esiste però una notevole differenza: mentre dal Piano di organizzazione trapela solo l’intenzione di affiancare le truppe del Direttorio per assecondare l’avanzata di Bonaparte, l’appello dell’anno successivo è un’iniziativa che deriva da una personalità democratica ormai sviluppata, dove il giacobinismo si è ormai fuso con una decisa coscienza

1. «La formazione di questo esercito e le occasioni che ha avuto costituiscono il piú grande avvenimento storico che abbia interessato l’Italia da due secoli a questa parte […]. Necessariamente ne conse-

guirà per l’Italia l’inizio di una nuova fase, la cui storia sarà scritta solo nei secoli futuri».


460 nazionale […]. Respingendo l’ipotesi di fare dell’Italia una sorta di riserva militare dell’armata francese, Fantuzzi insiste sul rischio che il prolungamento dell’occupazione – contraria peraltro alla morale repubblicana ed ai diritti dell’uomo proclamati dalla rivoluzione – generi un pericoloso conflitto tra due nazionalità, la francese e l’italiana, che dovrebbero essere invece alleate contro la tirannide. Ponendo in guardia Bonaparte dal risveglio dell’ancien régime, i cui interessi trapelano nuovamente da molte decisioni del Direttorio, Fantuzzi invita il cittadino Generale a tornare allo spirito della Convenzione, ergendosi a dittatore di un esercito che, composto di patrioti francesi e italiani, liberi la Rivoluzione dal pericolo di un ritorno dell’aristocrazia. Viene cosí delineato il progetto di costituzione di un esercito italiano che, con Fantuzzi «primo soldato», potrebbe dapprima sconfiggere gli Austriaci ed occupare la Repubblica Veneta per proseguire la sua opera sottraendo la Penisola al dominio dei «cento tiranni». Concludendo l’appello, Fantuzzi chiede a Bonaparte, nel caso in cui non volesse accogliere la sua proposta, di nominarlo membro del Consiglio dei Quarantuno da poco istituito a Milano. A Milano, un paio di mesi prima, Fantuzzi aveva scritto la sua opera piú nota, il già citato Discorso filosofico-politico, la cui stesura si situa tra il 17 novembre, data della menzionata battaglia di Ponte d’Arcole e il 15 dicembre 1796, giorno in cui, secondo il frontespizio, il trattatello viene presentato all’Amministrazione Lombarda […]. La soluzione proposta da Fantuzzi dimostra che la distanza da Montesquieu è meno grande di quanto possa sembrare. Se il relativismo della forma di governo, la virtú repubblicana e l’elezione delle rappresentanze sono motivi tipicamente montesquiviani tutti presenti, in varia misura, nel Discorso di Fantuzzi, «la misurata divisione del potere esecutivo», l’esigenza di valutare la varietà culturale delle popolazioni italiane e la necessità di una «saggia Costituzione» ne costituiscono l’assunto di fondo dimostrando quanto sia profonda, anche se meno visibile del Contrat social, l’influenza dell’Esprit des lois. Il sistema politico proposto per l’Italia è una «Demostocrazia», vale a dire una forma linguisticamente e teoricamente desunta da una sintesi di democrazia e aristocrazia, dove alla radice (demo)cratica viene aggiunta una correzione ari(sto)cratica o federali(sta), per rendere evidente come – nella pratica di governo e nel dizionario politico – la sovranità popolare possa conservare l’indivisibilità soltanto in una concezione che distingua tra potere legislativo, lasciato per intero

punti di vista a tutto il popolo, e potere esecutivo, a sua volta suddiviso in «esterno», che si occupa di politica estera, ed «interno», ulteriormente ripartito tra le repubbliche dette «parziali». L’Italia formerà perciò «una repubblica, unica sola ed indivisibile» ma distinta in dieci «parziali repubbliche» (Alpina con capitale Torino, Liguriana: Genova, Etrusca: Firenze, Lombarda: Milano – già Repubblica Cisalpina –, Adriatica: Venezia, Bellica: Bologna – già Repubblica Cispadana –, Ausonica: Roma, Vesuviana: Napoli, Sillacarida: Palermo, Isorica: Cagliari) rette ciascuna da un Senato, cui spetterà il potere esecutivo interno e coordinate da un «centrifico» Consiglio dei Saggi presieduto da un «Saggissimo», che guiderà la politica estera ed avrà il controllo sulle forze armate solo in caso di guerra. In un momento in cui il dibattito politico non ha ancora nettamente distinto fra federazione e confederazione, ritenendo il federalismo sinonimo di divisione e frammentazione, Fantuzzi respinge piú volte con decisione ogni possibile interpretazione «federalista» del suo progetto, insistendo sulla sostanziale novità del sistema demostocratico, sintesi tra democrazia ed aristocrazia, nonché tra decentramento politicoamministrativo e centralità nazionale. La somiglianza con altri modelli che recepiscono ed attuano istanze federali – il decentramento attuato in Francia nel 1789 e nel 1790, le «Province Unite d’America» e l’Inghilterra – testimonierebbe soltanto la comune esigenza di fondare la prassi politica sulla divisione «interna» ed «esterna» del potere esecutivo, salvando comunque il carattere «unitario» della forma di governo. La prevista suddivisione politico-amministrativa d’Italia non è una «federazione» ma una «demostocrazia», perché mentre nel primo caso «cadaun stato essendo indipendente non vi è che la sua volontà particolare che lo tenga unito al corpo federativo», nel secondo «cadaun governo è parte indivisibile del tutto, né può agire che a senso della costituzione». I meccanismi costituzionali proposti da Fantuzzi sono cervellotici e tortuosi, poco attenti nel definire le prerogative del potere legislativo e preoccupati soprattutto di impedire «l’usurpo del potere esecutivo», garantendo nel contempo libera espressione alle realtà regionali. Vengono cosí previste elezioni a doppio e triplo turno, mandati che scadono in tempi molto brevi, nonché una complessa rete di garanzie, contropoteri e controlli incrociati tra Senati e Consiglio dei Saggi – magistrato tribunizio, contumacia, dittatura temporanea – ma vengono sommariamente liquidati problemi fondamentali come la concreta attività legislativa e il funzionamento dei tribunali.

Per una rilettura degli albori del Risorgimento: il celebre concorso lombardo del 1796

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Ristori e la «rigenerazione» italiana C Giovanni Claudio De Boni Giovanni Ristori e la «rigenerazione» del popolo italiano, in «Trimestre, Storia Politica Società», XXXIII, nn.1-2 (2000)

Per comprendere il senso del contributo di Giovanni Ristori al «Concorso» del 1796, siamo costretti a seguire una duplice linea interpretativa, se non un vero e proprio doppio binario. Da un lato abbiamo la personalità dell’autore, oggi non particolarmente celebrata, ma all’epoca stimata come appartenente a uno degli esponenti piú brillanti del pensiero italiano di simpatie rivoluzionarie. E Ristori giunge in effetti all’appuntamento del 1796, con la notorietà spettante con pieno merito a uno dei giornalisti italiani piú impegnati sul fronte della diffusione delle idee «nuove», divulgate con uno stile che ne faceva, per riprendere un giudizio di recente ribadito da Franco Venturi, uno dei piú «acuti» e dei piú «intelligenti» pubblicisti del suo tempo. Il testo inviato al «Concorso» non sembra invece corrispondere al livello che ci si può attendere da una figura meritevole di una considerazione cosí elevata. Si tratta infatti di un testo breve, di una ventina di pagine, forse tra i meno approfonditi sul piano teorico fra quelli partecipanti, sicuramente fra i piú appiattiti sulle tesi della componente francese del «Concorso». E il fatto che proprio il contributo di Ristori sia fra i pochissimi giudicati degni di pubblicazione da parte della commissione, induce a riflettere sul carattere di strumentalità rivestito da piú di un episodio legato al «Concorso» stesso. Ora, è interessante osservare che questa disparità fra autore e testo non è contingente, non è insomma dettata dai possibili autocondizionamenti del 1796, ma è una costante della produzione politica di Ristori. Il nostro personaggio, da buon giornalista (per quanto di quella specie particolare costituita dai collaboratori ai fogli settecenteschi), ama infatti da sempre gli interventi circoscritti, pieni magari di spunti interessanti, ma mai in grado di sostituire un trattato di teoria politica: quel trattato che Ristori non ha scritto prima del 1796, non scrive in occasione del «Concorso (perché affida la sua opinione alla forma, ancora una volta, di un articolo), non troverà occasione di scrivere nemmeno dopo. Data questa premessa, l’indagine su Ristori e sul suo intreccio con il giacobinismo italiano non può ruotare attorno a troppo insistite questioni di filosofia politica, che non sarebbero sostenute da un’adeguata rappresentatività teorica delle fonti. Il motivo di interesse va invece ricercato altrove, e soprattutto nell’essere Ristori parte importante della possibile biografia di una generazione sufficientemente giovane per partecipare ai movimenti giacobini, ma anche sufficientemente vecchia (Ristori era nato a Firenze nel 1755) da aver potuto compiere il proprio apprendistato intellettuale a contatto con la cultura illuministica piú elevata, proveniente ai nostri

scrittori e alle nostre «gazzette» specialmente dalla Francia. Questa derivazione culturale, non generica come per i piú giovani, ma vissuta nella propria esperienza politica e professionale, agisce, se mi è consentito anticipare qualche sviluppo successivo, in piú direzioni. Agisce per esempio nella capacità di Ristori di rovesciare in positivo un assunto che nello stesso periodo comincia ad essere impiegato, ma a fini come è noto spregiativi, dal pensiero controrivoluzionario, e cioè la continuità fra le idee dell’illuminismo e gli eventi rivoluzionari. Si tratta nella coscienza dell’epoca di un vero e proprio rapporto di causa ed effetto, che, se in Barruel o in de Maistre evidenzia lo scopo di accomunare gli illuministi nella stessa condanna scagliata contro la rivoluzione, per un filorivoluzionario come il nostro autore costituisce invece il mezzo per ancorare gli avvenimenti dell’attualità a uno svolgimento dalla precisa direzione intellettuale. Ma la fedeltà alla tradizione illuministica agisce anche nel far affiorare un’ansia preventiva di ingabbiare gli avvenimenti nel solco del puro confronto fra le idee, ansia che finisce qualche volta per spiazzare il nostro personaggio di fronte a eventi che escono dalla logica moderatrice del richiamo alla ragione. Per collocare l’intervento del 1796 all’interno del passaggio da illuminismo a rivoluzione, occorre fare un passo indietro, tornare all’epoca dell’apprendistato intellettuale di Ristori. Nello stesso periodo in cui sta per laurearsi in legge a Pisa (nel 1779), egli compie i suoi esordi letterari come assiduo collaboratore del «Giornale fiorentino» di Francesco Saverio Catani. Il suo contributo consiste soprattutto in note di costume (il modello dichiarato sono le Lettere persiane), nelle quali si manifesta subito una delle costanti della sua inclinazione intellettuale, vale a dire una persistente polemica antinobiliare e soprattutto anticlericale: una polemica che deve risultare piuttosto efficace, se Ristori ne ricava un bando dalla Toscana, che di fatto sarà a vita. Sul piano piú direttamente politico, l’orientamento del giornale è di sostegno al dispotismo illuminato; ma non manca, e proprio di pugno di Ristori, qualche timido accenno alla superiorità civile e morale di quei sistemi che consentono una partecipazione anche modesta del popolo alle decisioni politicamente rilevanti. […]. [Secondo Ristori] Se i ceti popolari hanno plausibili ragioni storiche per ribellarsi, l’iniziativa rivoluzionaria va comunque tolta dalle loro mani inaffidabili per essere riposta in quelle della borghesia proprietaria. Questo progetto si accompagna sul piano dei valori a un progressivo svuotamento del principio dell’uguaglianza ri-


462 spetto alle sue implicazioni sociali e politiche, per confinarlo in un’interpretazione esclusivamente giuridica e soggetta alla disciplina voluta dalla legge stessa. […]. Le spie [di questa involuzione] sono parecchie, e vanno dalla celebrazione dell’economia agricola e della società rurale in antitesi alla città, alla scomparsa dal programma del giornale dell’auspicio di leggi agrarie; dal ribadimento anzi del rispetto dei diritti di proprietà esistenti, fino al riconoscimento di preferibilità per un sistema politico basato sulla rappresentanza dei soli proprietari, disegnati come i piú autentici interpreti dell’interesse e della volontà della nazione, secondo un’immagine già elaborata dagli ambienti moderati della stessa rivoluzione francese. E veniamo finalmente al breve saggio presentato al «Concorso», ultimo fra i momenti piú rilevanti dell’argomentazione politica di Ristori. Un dato da sottolineare è anzitutto l’insistenza, espressa fin dall’apertura del testo, sulla necessità di «rigenerare» il popolo italiano alla libertà, come operazione preliminare rispetto alla possibilità di istituire nella penisola ordinamenti modellati sulla recente esperienza francese. Non è, al «Concorso», una posizione specifica del solo Ristori, ma nel nostro giornalista essa appare con sintetica efficacia: prima di disegnare una repubblica liberale, occorre, per cosí dire, fare gli italiani, adatti a essa. Ristori indica anche le linee portanti di tale «rigenerazione»: il riconoscimento della libertà di stampa; la sottrazione delle masse popolari all’influenza clericale […]. Una parte considerevole del pur breve testo di Ristori è infine dedicata a una polemica contro le ipotesi federaliste, segno dell’attualità del problema nell’ambito delle discussioni interne al giacobinismo italiano. Il rifiuto del federalismo dipende in larga misura da considerazioni di politica militare: gli stati di piccole dimensioni sono piú deboli di fronte alle mire provenienti dall’esterno; uno stato unitario è preferibile per ragioni di forza. Non manca peraltro un argomento di un certo interesse, che cerca di far superare al discorso repubblicano le angustie derivanti dall’imitazione delle città-stato dell’antichità: ed è quando Ristori, combattendo un luogo comune settecentesco, reputa la democrazia impossibile non in una grande ma in una piccola repubblica, perché in un ambiente ristretto l’influenza oligarchica si manifesta in modo piú agevole, mentre in un ambiente politico e sociale di grandi dimensioni la coalizzazione dell’aristocrazia del denaro è piú difficile. La chiusura alle soluzioni federaliste non esclude tuttavia il ricorso a un ampio decentramento, in un progetto di moltiplicazione delle assemblee e delle amministrazioni (dipartimentali, cantonali, di sezione) che da un lato dovrebbe ridurre la distanza fra governo e popolo, dall’altro assicurare al primo una considerevole e organizzata assistenza in termini militari: dato che le uniche speranze per l’Italia di praticare la sua rigenera-

punti di vista zione sono in definitiva la protezione della Francia e il proprio eroismo. Partecipe fino al 1796 delle speranze e dei crescenti moderatismi presenti in vari esponenti dell’ultimo illuminismo italiano, Ristori risente forse meno di altri, durante e dopo il triennio giacobino, delle disillusioni di un’intera generazione di «patrioti». E ne risente meno perché fin dall’inizio i suoi orientamenti erano spostati verso il primato dell’esercito napoleonico, nei confronti di altri possibili soggetti della «rigenerazione» italiana. La sua delusione rispetto a una realtà segnata in seguito dalla pura politica di potenza adottata dalla Francia, ammesso che tale delusione esista, non assume alcuna radicale nota di pubblicità: a meno che non si debba considerare come tale, in negativo, il quasi totale abbandono dell’attività giornalistica. Per conto dei francesi Ristori rispolvera infatti la sua formazione di giurista, assumendo uffici di una certa responsabilità a Bologna e a Milano, dove diventerà funzionario al ministero della Giustizia durante la Cisalpina, segretario generale dello stesso ministero sotto Napoleone, infine giudice della locale corte d’appello (un incarico che riuscirà a preservare, pur con il ruolo di sussidiario, anche dopo il ritorno a Milano degli austriaci). L’esperienza del vecchio Ristori, che morirà nel 1830, è dunque quella del burocrate, non priva di un certo grigiore rispetto alle giovanili speranze sulla rigenerazione italiana. Grigiore accettato senza traumi, in apparenza; ma non deve essere facile nemmeno per un filofrancese ad oltranza, far parte di una commissione incaricata di studiare un nuovo codice penale per l’Italia, ed essere costretto a un certo punto a trasformare il lavoro nella semplice traduzione del codice napoleonico. Proprio questo accade nei primi anni dell’Ottocento a Ristori, il quale, dopo aver sperato inutilmente di poter travasare nel progetto le sue vecchie inclinazioni anticlericali, è forzato dagli eventi ad atteggiarsi a semplice «scrivano» dei francesi.

Per una rilettura degli albori del Risorgimento: il celebre concorso lombardo del 1796

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ITINERARIO DI ANALISI E APPROFONDIMENTO Interroghiamo i testi 1. Quando fu bandito il concorso «quale dei governi liberi meglio convenga alla felicità dell’Italia»? 2. Chi bandí tale concorso? Perché? 3. Chi risultò vincitore del concorso? 4. Quale significato assume, secondo Salvo Mastellone, la Costituzione per i «giacobini italiani»? 5. E che cosa vedevano costoro nella Costituzione francese del 1795? 6. Quale soluzione proponeva per l’Italia Melchiorre Gioia? Perché? 7. Chi è Giuseppe Fantuzzi? 8. A chi offre il generale Fantuzzi un suo progetto per la formazione di un esercito italiano? E con quali esiti? 9. Che soluzione propone Fantuzzi per la penisola italiana? Perché? 10. Chi era Giovanni Ristori? Che cosa rappresenta, secondo De Boni, la figura di Ristori nel piú ampio panorama giacobino italiano? Secondo De Boni come si configura la proposta di Ristori per la penisola? Il percorso storiografico in sintesi 11. Quale valore assume, secondo alcuni degli autori proposti, il concorso del 1796 nel quadro della storia italiana?

Spunti per il dibattito 12. Unità, confederazione, federazione, anche riflettendo sui contributi al concorso del 1796 descritti dagli autori qui proposti, quale soluzione sembrava maggiormente sedurre gli italiani di fine Settecento? Ti sembra che il lessico da loro utilizzato contemplasse una chiara e netta distinzione, secondo le teorie nate in America, tra federazione e confederazione? 13. Aiutandoti con i giudizi degli storici autori dei brani offerti nel percorso rifletti sul significato che agli occhi degli uomini della fine del Settecento assumeva un progetto di «rigenerazione italiana». Pensi che le suggestioni provate da costoro abbiano influenzato le vicende dei decenni successivi? Perché? Spunti per la ricerca 14. Ricostruisci l’elenco dei partecipanti al celebre concorso sul tema «quale dei governi liberi meglio convenga alla felicità dell’Italia» del 1796 e – sulla base della professione da questi svolta – prova a fare qualche ipotesi sul ruolo svolto dalle professioni legate alla parola scritta nella vicenda italiana tra fine Settecento ed inizio Ottocento. 15. Ricostruisci la successione dei vari tentativi insurrezionali che agitarono la penisola dalla fine del Settecento al primo trentennio dell’Ottocento e, aiutandoti anche con quanto hai studiato, prova a pensare a qual era l’immaginario costituzionale dei «rivoluzionari» che animarono quei moti. Rifletti poi sull’eventuale influenza che potrebbero aver avuto su tali movimenti le concezioni costituzionali provenienti dall’esperienza americana e da quella francese.


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