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GIAMPIERO TROVALUSCI SOCRATE nel Critone di Platone

SAGGI

All’insegna del melograno

EQUIPèCO CARMINE MARIO MULIERE EDITORE


Socrate nel Critone di Platone

INDICE Introduzione............................................................... 7 CAPITOLO PRIMO Identità di Critone....................................................... 11 CAPITOLO SECONDO La figura di Socrate nel Critone..................................... 17 CAPITOLO TERZO Struttura del Critone.................................................... 20 CAPITOLO QUARTO Il Critone: discorso delle leggi...................................... 26 CAPITOLO QUINTO Il Critone come documento del pensiero filosofico e politico del Platone........................................................... 34 CAPITOLO SESTO Interpretazione giuridica del Critone............................. 43 CAPITOLO SETTIMO Critone e Leggi: affinità............................................... 52 Conclusioni................................................................ 58 Bibliografia................................................................ 61

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Introduzione Oggetto di questo studio è il Critone, dialogo che Platone compose presumibilmente nella sua giovinezza. Nella sua brevità e semplicità di costruzione, il Critone nasconde problemi e difficoltà riguardanti, in particolar modo, la sua datazione e collocazione nel complesso delle opere del filosofo greco. Secondo l’ordinamento redatto dal grammatico Trasillo vissuto sotto Augusto e Tiberio (I sec. d.C.), il Critone apparterrebbe alla Tetralogia I insieme all’Eutifrone, l’Apologia e il Fedone. Non è possibile farsi un’idea precisa dei criteri che hanno suggerito un simile ordinamento in tetralogie: in qualche caso è basato certamente su indicazioni dello stesso Platone. Sicuramente importante è l’affinità del contenuto e delle circostanze in cui si situa il dialogo (come ad esempio, per i quattro appartenenti alla Tetralogia I i quali riportano le vicende dell’incriminazione, permanenza in carcere e morte di Socrate). Tuttavia in molti casi l’ordinamento ci appare immotivato ed arbitrario. La questione dell’autenticità dei dialoghi ha portato ad un grande lavoro di ricerca e di sistemazione come quella relativa alla cronologia delle opere e della filosofia platonica. Generalmente i dialoghi di Platone vengono distinti in tre gruppi: dialoghi giovanili, dialoghi della maturità e dialoghi della vecchiaia o dialettici. Ed è in questo primo gruppo che è stato situato il Critone. Ma non tutti gli studiosi della storia della filosofia antica sono d’accordo con questa tesi; molti di essi infatti lo hanno 7


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via via spostato avanti nel tempo e lo hanno collocato, alcuni fra le ultime opere della giovinezza, altri fra le opere della maturità e chi addirittura sostiene appartenga all’ultimo Platone. Dunque il Critone è opera del primo o dell’ultimo Platone? Non è facile poter rispondere abbracciando la tesi tradizionale secondo la quale il Critone è uno scritto giovanile dopo che studiosi come Gomperz e Turolla hanno rilevato tratti e peculiarità che sarebbero anomali se si tenesse ferma questa tesi. D’altra parte è certo che le caratteristiche d’insieme del Critone non sono precisamente quelle degli ultimi scritti. Ora dal momento in cui si colloca, il dialogo assume un diverso significato: se lo poniamo tra i primi scritti il suo contenuto andrà inteso come espressione di una problematica filosofica piú propriamente socratica, se, al contrario, il Critone fosse una delle opere mature o della vecchiaia andrebbe interpretato secondo la dimensione di pensiero della matura e tarda speculazione platonica. Numerosi gli elementi che ci hanno portato a dubitare sulla appartenenza del Critone ai dialoghi giovanili del filosofo. Il Reale1 ci fa notare come i primi dialoghi insistano tutti sull’aspetto del non sapere socratico: l’Apologia fa di questo aspetto un tratto del tutto peculiare di Socrate; il Critone, al contrario non conosce il piú lontano dubbio. Circa i suoi capisaldi e i suoi principi filosofici il Socrate del Critone dimostra una sicurezza indiscussa. Altro elemento importantissimo che non compare nelle opere giovanili di Platone è il concetto di servo delle leggi; concetto che invece appare nel Critone e con grande frequenza negli ultimi scritti platonici, in particolare nelle Leggi. 1- PLATONE, Il Critone, a cura di G. Reale, ed. La Scuola, Brescia 1990

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Nel Critone si legge infatti la seguente affermazione messa in bocca alle stesse Leggi: «E poiché fosti generato, allevato ed educato, potresti tu senz’altro sostenere di non essere nostra creatura e nostro servo?»2 Lo studioso Turolla3 mette in evidenza come questo modo di introdurre un’argomentazione è sconosciuto del tutto, e senza eccezione a qualsiasi opera giovanile; mettendo quindi il Critone con le opere prime, il dialogo verrebbe a costituire una singolarità vera e propria. Anche Gomperz4 ci lascia un’altra originale interpretazione del Critone collocandolo, quanto alla composizione, in un’epoca in cui alcuni libri della Repubblica erano già stati composti e, forse anche pubblicati. Viene infatti presentata nella Repubblica una concezione della città idealmente rivoluzionaria, e che rivoluzionaria poteva sembrare anche dal punto di vista piú propriamente politico. In altri termini: leggendo questo libro sulla città ideale, gli Ateniesi avrebbero potuto ritenere che Platone e i suoi seguaci concepissero piani sovversivi e rivoluzionari, e che intendessero mettere in atto i medesimi. E con il Critone, sostiene il Gomperz,5 Platone viene a dire questo ai suoi concittadini: «Avete inteso parlare di novità sovversive nel campo sociale e politico da me escogitate e offerte al giudizio dell’opinione pubblica; non traete da ciò la conseguenza che ci proponiamo, io ed i miei discepoli, il rovesciamento, mediante la violenza, delle patrie istituzioni. Noi pregiamo altamente l’obbedienza alle leggi, non meno 2- PLATONE, Il Critone, 50 E, a cura di G. Reale, Rusconi, Milano 1991 3- E. TUROLLA, Platone, I dialoghi, III, Milano 1953 4- TH. GOMPERZ, Griechische Denker, trad. ital. Firenze, La Nuova Italia, 1967 5- TH. Gomperz, op. citata

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che non la pregiasse il nostro Maestro, quale volle presentarsi al giudizio quando gli era ben facile non farlo, e volle subire la condanna a morte che gli infliggeste, mentre nessun ostacolo si sarebbe frapposto se egli avesse voluto sottrarsi ad essa, riscattando con la fuga la libertà e la vita». Diversamente dunque le interpretazioni che gli studiosi ci hanno lasciato sul Critone e alcuni di essi si sono dedicati all’elemento giuridico presente nel dialogo. Importanti gli studi del Paoli,6 Harder,7 Calogero.8 Questi hanno tentato di ricostruire il contenuto polemico del Critone e il momento storico in cui dovrebbe collocarsi, appunto attraverso i concetti giuridici che Platone discute. Scopo di questo lavoro è quello di esaminare il dialogo del Critone vedendone oltre ai contenuti, la struttura, lo stile, il linguaggio ma soprattutto vedere il Critone come documento del pensiero filosofico e politico di Platone, il fine che Platone si è riproposto nello scriverlo ed approfondire il tema delle leggi, emergente e dominante in questo dialogo.

6- U.E. PAOLI, Platone, Critone, Firenze, 1934 7- R. HARDER, Platon’Kriton, Weidmannsche, Berlin 1934 8- G. CALOGERO, Platone, Critone, Firenze, 1961

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Capitolo primo Identità di Critone I personaggi di questo dialogo, se si prescinde dalla personificazione delle leggi (che sono personaggi simbolici), sono solo due: Critone e Socrate. Prima di presentare il contenuto ed il messaggio di tale dialogo, cercheremo di scoprire, attraverso le varie testimonianze, l’identità di Critone. Prima fra tutte quella dello stesso Platone. Cosí ci dice nell’Apologia: «in primo luogo c’è Critone, qui davanti che è della stessa mia età e del mio demo».9 Nel Fedone è scritto che il giorno fatale a Socrate, nel carcere c’è Cristobulo e suo padre, Critone appunto. Il Fedone si presenta ricco di particolari sul personaggio di Critone. In primo luogo ci dice: «Prima, però vediamo che cos’è quello che il nostro Critone sembra voler dire già da un pó di tempo: e che altro o Socrate -disse Critone- se non ciò che da un pó di tempo mi sta ripetendo questo uomo che ti deve dare il veleno: cioè che bisogna che io ti raccomandi di discutere pochissimo.»10 Poi in un dialogo con Socrate: «Critone disse: Ebbene, Socrate, hai disposizioni da dare a costoro e a me per i tuoi figli o per altre tue cose, che ti sarebbe particolarmente gradito che noi facessimo? «Quello che dico sempre, o Critone», -rispose- «nulla di nuovo cioè che, se vi prenderete cura di voi medesimi, farete cosa grata a me e ai miei e 9- PLATONE, Apologia di Socrate, 33 E, a cura di G. Reale, ed. Rusconi, Milano 1991 10- PLATONE, Il Fedone, 63 D, a cura di G. Reale, ed. Rusconi, Milano 1991

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anche a voi medesimi...». E, ridendo tranquillamente e guardando verso di noi, disse: «Io, o amici, non riesco a convincere Critone che il vero Socrate sono io, questo che qui discute e dispone ad una ad una con ordine le cose che dico; invece crede che io sia quello che, di qui a poco, egli vedrà morto, e perciò mi domanda come mi dovete seppellire [...]. Fatevi garanti voi presso Critone, e fatevi garanti della garanzia contraria a quella che egli fece per me ai giudici: egli garantí che io sarei rimasto qui dopo che sarò morto, ma che me ne andrò via, affinché Critone sopporti la pena piú facilmente, e vedendo il mio corpo bruciato e sepolto non si corrucci per me, come se io soffrissi pene terribili [...]. Ma tu devi farti coraggio e devi dire che seppellisci il corpo di Socrate».11 Ancora alcune testimonianze nel Fedone. In una prima Critone viene esortato a far portare il veleno che ucciderà Socrate: «Questi uscí e, dopo esser rimasto fuori un pó, tornò portando con sé l’uomo che aveva il compito di dare il veleno, che portava pesto dentro ad una tazza».12 In un’altra testimonianza troviamo un Critone piangente che si allontana per non vedere la morte di Socrate e in un’ultima parte: «... vedendolo, Critone, gli chiuse la bocca e gli occhi. Questa -ci dice Fedone- la fine del nostro amico, un uomo, lo possiamo ben dire, che, fra quanti allora conoscevamo, fu il migliore e anche il piú sapiente e piú giusto».13 Oltre che in Platone, testimonianze sul personaggio Critone le ritroviamo in Diogene Laerzio, Senofonte e Cicerone. 11- PL., Il Fedone, 115 B 12- PL., Il Fedone, 117 A 13- PL., Il Fedone, 118 A

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Diogene ci riferisce che Critone era un agiato ateniese, nato nello stesso quartiere di Socrate, e di Socrate coetaneo, amico e discepolo devotissimo, del quale «si prese gran cura da non tralasciare mai cosa veruna di cui quello bisognasse. Anche i suoi figlioli furono scolari di Socrate: Cristobulo, Ennogene, Efigene, Ctesippo».14 Nonostante gli venga attribuita da Diogene un’attività letteraria, Critone non ebbe doti filosofiche se non assai modeste; fu piú legato al buon senso ed ebbe capacità di amministrare con saggezza il suo patrimonio, curando anche gli affari di Socrate. Si potrebbe dire che fu uno dei seguaci che piú amò Socrate uomo e che fu sempre pronto a far di tutto per aiutarlo, ma che non ebbe quelle particolari e spiccate doti speculative necessarie per capire il messaggio di Socrate nella sua portata, nelle sue implicanze e conseguenze. Nei Memoriali di Senofonte, mentre, in un luogo, Critone è citato come amico e compagno di Socrate,15 altrove troviamo: «E un giorno udí Critone lagnarsi che difficile cosa è la vita in Atene per uno che voglia occuparsi delle cose sue. Ci sono taluni -diceva- che mi intentavano colpe non perché credo che sia per me meno spiacevole spender denari che aver delle brighe».16 Ci sono passi di Cicerone che ci parlano del ricco Critone, compagno di Socrate. Uno lo troviamo nelle Tusculanae: «avendo parlato infatti dell’immortalità dell’anima, ed affrettandosi il tempo di morire, interrogato da Critone in quale modo non volesse essere seppellito, disse: o amici, ho consegnato inutilmente molti sforzi poiché non son riuscito a persuadere Critone che io mi allontanerò di qui né qualcosa di 14- DIOGENE LAERZIO, Vita dei filosofi, II, 12 15- SENOFONTE, Memorabili, 12, 48 16- Ibidem, II 9, I

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me resterà ».17 L’altro passo nel De divinatione: «Platone riferisce di Socrate che, mentre è in carcere, dice al suo amico Critone che dopo tre giorni deve morire, e che ha visto in sogno una ragazza di bellissimo aspetto, che chiamandolo per nome recitava un verso omerico: terzia te Phitiae tempestas Iacta locabit ».18 Tali dunque i contorni del personaggio coprotagonista con Socrate di un dialogo che è stato classificato tra quelli di ricerca (e, precisamente, di ricerca sui rapporti tra la legge e il cittadino), assieme al Carmide (sulla temperanza), Cratilo (sulla natura del linguaggio), Eutidemo (contro la retorica eristica), Eutifrone (sulla santità), Gorgia (sulla retorica), Ione (sulla poesia), Ippia Minore (sulla menzogna), Ippia Maggiore (sulla bellezza), Lachete (sulla fortezza), Liside (sull’amicizia), Protagora (sull’apprendibilità delle virtú), Stato (libro sulla giustizia). Platone sceglie come forma letteraria il dialogo, quella cioè di uno scritto, che mantiene la concretezza storica di un dibattito tra persone e che mette in luce il carattere di ricerca in comune proprio dell’attività logica. Il dialogo platonico è sempre una cosa viva che quasi conserva il calore umano della discussione; un pensiero in continua formazione e in perenne movimento; una cosa che si rivela a se stessa e viene prendendo forma e consapevolezza proprio nel contrasto delle persone diverse. Platone resta cosí al metodo socratico del dialogo e della concezione della filosofia come ricerca. E in questa fedeltà egli cerca di proseguire l’impegno educativo e storico che già aveva guidato Socrate. 17- CICERONE, Tusculanae, I - 43, 103 18- CICERONE, De Divinatione, 125, 32

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Per mettere in luce in questa esposizione le problematiche e la struttura del dialogo platonico Critone è bene partire da un breve ragguaglio del suo contenuto. Come abbiamo prima riferito, Critone è nel carcere dove da circa un mese Socrate attende serenamente la fine, nell’anno 399 a.C. Critone cerca con molti argomenti di dimostrare a Socrate che può e deve sottrarsi ad una condanna ingiusta. Il filosofo, dopo averlo ascoltato con indulgenza, pone forse piú a sé stesso che all’amico- il problema essenziale: sottrarsi con la fuga al verdetto dei giudici, pronunciato secondo le leggi della città, sarebbe agire con giustizia? Dopo gli argomenti personali ed umani, le stesse leggi rispondono -le leggi dei vivi e le leggi dei morti nella famosa personificazione- dimostrando che veramente, ove fuggisse, Socrate sarebbe il corruttore e il distruttore della città, secondo le cui leggi ha liberamente e volontariamente vissuto, per tanti anni. E da Critone che nulla può obiettare, Socrate serenamente si congeda: «E allora lascia andare, o Critone, e facciamo in questo modo, perché in questo modo Dio ci indica la via».19 E cosí come si è iniziato, nell’atmosfera religiosa del sogno premonitore, che viene a Socrate nell’oscura cella, e toglie a Critone la parola, anche, il dialogo termina; Iddio ha annunciato a Socrate il tempo dell’arrivo alla Patria eterna, Iddio mostra, ora, anche la via da seguire. A rendere piú incisivo ed efficace il messaggio platonico contribuisce l’antitesi dei due piani sui quali si muovono i due protagonisti: quello della ragione sul quale si muove Socrate, e quello della pura opinione sul quale Critone condurrà le sue argomentazioni. 19- PL., Il Critone, 54 E

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L’intento platonico non era quello di diminuire la figura morale di Critone, ma quello di scegliere un personaggio in grado di dialogare con Socrate. Non sembra, infatti, che ci siano elementi per premere la mano sulla mediocrità e cortezza di ingegno di Critone. Critone si appella, sí all’opinione del volgo, ma non fa parte del volgo; ed egli lo ripeterà a piú riprese, senza riserve. Quello che egli vorrebbe far intendere a Socrate è questo: sí il logos ed i suoi principi, ma occorre ad un certo punto, saper fare i conti con le esigenze della vita pratica, e venire a patti con l’opinione dei piú. Insomma, Critone piú che non saper pensare e capire i principi socratici fino in fondo, non li sa vivere fino alle estreme conseguenze e perciò sembra voler dire che anche Socrate potrebbe fare almeno questa eccezione. Dunque, è proprio il personaggio che ci voleva: un uomo onesto, devotissimo amico, dotato di una certa intelligenza e cultura ma non eccezionale. Critone manca, esattamente, di ciò che il dialogo vuol mettere in luce in Socrate: la coerenza rigorosa ai principi, senza compromessi di nessun genere, coerenza portata fino al sacrificio della vita. I due protagonisti sono l’uno di fronte all’altro: Socrate, un uomo che ha creduto nei principi fino a pagare con la vita; Critone, un uomo che ha creduto negli stessi principi, ma che, non ha saputo realizzarli nella vita fino alle estreme conseguenze. Cosí inteso, Critone diviene non una semplice controfigura, ma una creatura viva, nella quale molti si riconoscono, e tanto piú drammatico risulterà il discorso dialettico con cui Socrate lo porterà, oltre che a pensare, ad accettare le conseguenze estreme dei principi professati. 16

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