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STEFANO BETTI

QUATTRO - TRE - TRE MODULO D’ATTACCHI presentazione di Gianni Rivera

racconto

RIVISTA di EQUIPèCO CARMINE MARIO MULIERE EDITORE


INDICE Dedica.............................................................. 7 Presentazione di Gianni Rivera............................ 9 Come era bello contare da uno a undici!............ 11 1. Palla al Sette 7............................................... 12 a. Ultimo minuto b. Che nessuno tocchi la Porta! c. C’è Porta e Porta ! d. Prima di campionato 2. Calcio mercato.............................................. 30 3. Voglio giocare!.............................................. 31 4. Il segno......................................................... 32 5. Lei................................................................ 34 6. Centrocampo................................................ 35 7. Italia - Germania........................................... 36 a. Germania - 4 luglio 2006 - Semifinale b. Messico - 17 giugno 1970 - Semifinale c. Germania - 4 luglio 2006 - Semifinale d. Spagna - 11 luglio 1982 - Finale e. Germania - 4 luglio 2006 - Semifinale 8. Davide e Golia.............................................. 52 9. Rovesciata..................................................... 56 10. In mutande.................................................. 59 11. In morte d’un Poeta...................................... 61 L’allenatore - Ta Pum!......................................... 63 L’Arbitro - suo padre........................................... 64 12. Il pubblico: calci di rigore............................. 65 a. Coincidenze b. 30 maggio 1984 c. Roma Liverpool 3-1 (dopo i calci di rigore) Lo stadio: l’arena............................................... 74

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Il libro è dedicato a Roberto che non c’è piú, amico di mille partite, nel cuore mai perdute.

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Nel ’70 giocavo con Schnellinger, nel Milan. Quando nella semifinale di Mexico ’70, a tempo scaduto, il suo goal sembrò spegnere il nostro sogno, sogno condiviso da milioni d’italiani, ci siamo guardati negli occhi e abbiamo deciso che non avrebbe potuto finire cosí. Avevamo l’obbligo di provarci. E, non mollando mai, riuscimmo a vincere quella partita, una partita che resterà nei ricordi indelebili di una nazione. Il calcio, lo sport, come la vita, è impegno, determinazione e voglia di migliorarsi e nonostante tutto quello che è accaduto negli ultimi anni, resta scolpito nell’immaginario d’intere generazioni. Incollati alle radioline la domenica pomeriggio, sui campi di periferia a correre dietro a un pallone, in fila per entrare allo stadio, con le figurine Panini scambiate e giocate nelle ricreazioni di tutte le scuole d’Italia: il calcio è stato ed è passione dalla indiscutibile vocazione sociale, è amore per la propria squadra, voglia di crescere, ricerca d’identità. È nell’immaginazione di bambini che sognavano un giorno di poter segnare un goal in una finale al campionato del mondo, è nell’immaginario di adulti che ricercano identità nella condivisione di una passione oltre le barriere sociali ed economiche che si celano i racconti di Stefano Betti. L’autore scorre

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ruolo per ruolo l’intero rettangolo di gioco attraverso racconti brevi o, a volte, piú articolati. Con una vena surreale che dà vita alla sagoma di una barriera di legno in un campo d’allenamento, stanca di non essere mai in campo la domenica o al centrocampo di un calcio balilla, confinato per sempre ad essere sempre in cinque. Nei racconti non c’è posto per le cose brutte. Il calcio, come dovrebbe essere sempre, torna lo sport sognato: misurarsi con i piú forti, compensando i limiti, con impegno, spuntarla. Un pó magico, dove la magia d’un goal, magari agli irriducibili tedeschi in una notte infinita d’estate, diventa realtà. Gianni Rivera

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Come era bello contare da uno a undici! Vi ricordate, quando i terzini avevano il numero due e il numero tre sulle spalle? Niente numeri strampalati, ma quelli che corrispondevano al ruolo e la posizione in campo. Come era facile allora. T’arrabbiavi perché Lo Bello padre non ti dava il rigore contro la Juventus in casa e poi finiva che alla fine vincevi. Perché in quella partita c’era tutto. Certo, era un calcio antico. Dove ognuno faceva il suo ed era solo Giacinto Facchetti a scendere sulla fascia. Gli altri rimanevano dietro. A ripararsi dagli attaccanti. Poi è venuta l’Olanda e allora tutto è cambiato. Sono stati inventati i moduli e un’orgia di numeri s’è abbattuta su tutti noi: 4 - 4 - 2, - 3 - 5 - 2, 4 - 3 - 1 - 2, 4 - 2 - 3 - 1, 4 - 3 - 3. E tutti pensano che uno sia migliore dell’altro. Come se i numeri facessero la differenza e non la qualità, la corsa e la grinta dei giocatori in campo. Oltre, ovviamente, all’imponderabile che può essere inteso in tanti modi… Ma il calcio è anche quello che abbiamo sognato sugli spalti o di fronte a una radio. L’immaginazione, dove alla fine la nostra squadra, nonostante tutto, vinceva lo scudetto. Dove prendeva vita il giornale col titolone che non sarebbe mai uscito. Sí, Riva era Riva e nessuno si sognava di gufare per la squadra nazionale se non c’erano i giocatori del proprio club del cuore. O tifare contro una squadra italiana in coppa. Indietro non si torna e allora al diavolo la nostalgia. Ci hanno tolto tutto, ma mai, dico mai, ci priveranno della fantasia.

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L’immaginazione di poter sorridere senza urlare. E allora, per non dire che tutto quello che è successo dopo è sbagliato, mi tengo stretto il 4 - 3 - 3 che, magari non vincerà mai un trofeo, ma almeno prova a segnare un goal piú degli avversari in ogni partita. Perché, cascasse il mondo, non ci toglieranno mai dalla testa che nel ‘70 i mondiali in Messico li abbiamo vinti noi!

1. Palla al Sette a. Ultimo minuto Oddio! Una punizione dal limite del vertice dell’area di rigore. Questa non ci voleva! E proprio nell’ultimo minuto di recupero. Se segnano, vincono il campionato. Non po’ fini’ cosí! Nella testa di Massimo questo è il peggior incubo che può capitargli. Era stato un buon centrocampista, senza infamia e senza lode, vivacchiando fra la A e la B e un dignitoso finale da libero in C. Ma da allenatore aveva avuto la fortuna di allenare subito un club importante. E ora, una stagione giocata in poco piú di una manciata di secondi. A circa tre metri dal pallone si posiziona la temibile ala sinistra della squadra avversaria. Una decina di goal a campionato la sua media, non irresistibile, ma una terribile dote: saper tagliare i calci di punizione con un interno sinistro diabolico. Mettere la palla sotto l’incrocio dei pali dopo averla fatta girare innumerevoli volte nell’aria. Ma la posizione avrebbe sconsigliato qualsiasi mancino dal calciare. Lui però, insiste e nessuno si oppone.

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Il tempo sta per scadere. Ancora una decina di secondi al cronometro dell’arbitro che fischia. L’ala con una breve rincorsa taglia il pallone che, dopo una traiettoria ingannevole ripiega bruscamente verso la porta, verso l’angolo alto alla destra del portiere che assiste attonito a quel miracolo balistico. Ci siamo, ancora un secondo e sapremo se la traiettoria, tracciata col goniometro incorporato nel piede sinistro dell’ala, andrà a buon fine. 22 giocatori col fiato sospeso. Uno stadio pietrificato dal consumare in un attimo l’evento. Un paese, incollato davanti alla televisione. Il mondo intero dei calciofili che assiste attento all’ultimo secondo di una stagione. La palla si colloca esattamente sotto l’incrocio dei pali, ma, invece che prendere la direzione piú logica insaccandosi nella rete o rimbalzare sulla linea e, forse, essere preda del portiere, si incastra al vertice, fra palo e traversa. E lí rimane. Il portiere afferra la sfera, ma non riesce a portarla al sicuro. Il pallone resta lí. Il centravanti avversario allora tenta con un colpo di testa di spingerlo in rete, ma incredibilmente il pallone rimane immobile. S’accende un parapiglia a ridosso della porta. Chi sostiene che la palla sia dentro, chi sulla linea e, quindi, fuori. Altri, che la partita sia finita. Insomma, un dilemma per di piú amplificato dal rumoreggiare del pubblico che, da buon partigiano, sostiene subito la tesi a lui piú favorevole. I giocatori iniziano a discutere animatamente e Massimo deve fare fatica a contenere i piú esagitati. Meglio calmare le acque e far decidere l’arbitro. La palla per Massimo è fuori e, quindi, a termini di regolamento, non è entrata.

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Insomma, non ha varcato la fatidica linea bianca. L’allenatore è ragionevolmente sicuro che la decisione che si sarebbe presa lo avrebbe incoronato campione, ma c’è qualcosa che non và. L’arbitro indugia, osserva con attenzione la posizione del pallone. Poi si consulta con i guardalinee e il quarto uomo per buoni cinque minuti, ordinando a tutti i giocatori di tenersi lontano dalla porta, portiere compreso. Chissà, magari la palla cade e potremo sapere come va a finire. E cosí, fra lo stupore dei giocatori, siccome nulla accade, decide di sospendere la partita. All’ultimo secondo del quinto minuto di recupero del secondo tempo. Insomma, nel momento esatto nel quale il pallone s’è incastrato. I giocatori escono lentamente dal rettangolo di gioco discutendo animosamente. Il Prefetto, in Tribuna d’Onore, in un lampo intuisce quello che si deve fare. Proteggere l’evento e disporre di conseguenza. Cosí le forze dell’ordine prendono posto intorno alla porta, in modo che nessuno possa avvicinarsi. Il pubblico, nonostante gli sforzi degli steward, stenta a defluire. Anzi, la curva piú vicina sembra incantata e non riesce a staccare lo sguardo dalla porta. Sarà durissima far uscire tutti. Le trasmissioni sportive non avrebbero celebrato nessuna squadra quella sera. Nessun titolo entusiastico sui giornali il giorno dopo. Una foto avrebbe occupato la prima pagina del mondo intero. Una palla al Sette. b. Che nessuno tocchi la Porta! Chiamare una persona al telefono a notte fonda

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Racconto