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PUBBLICAZIONE QUADRIMESTRALE ANNO 2011 - € 15,00 - ANNO XVI - N. 2-3 - DICEMBRE 2011 - REDAZIONE: VIA CALZECCHI, 2 - 20133 MILANO

LA SPIRITUALITÀ

DEL LAVORO A trent’anni dalla Laborem exercens di Giovanni Paolo II


CARITÀ POLITICA JLjHQRQDQFRUD

SOMMARIO

Anno XVI - N. 2-3 DICEMBRE 2011

Rivista Quadrimestrale dell’Associazione Carità Politica

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CONVEGNO organizzato da CARITÀ POLITICA e dal Centro Ateneo Dottrina Sociale della Chiesa presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano su LA SPIRITUALITÀ DEL LAVORO

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PROF. ALFREDO LUCIANI

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PROF. LORENZO ORNAGHI

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PROF. EVANDRO BOTTO

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MONS. EROS MONTI

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S.E. CARLOS DE LA RIVA GUERRA

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S.E. THÉODORE C. LOKO

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S.E. PROF. CESARE KANEKLIN

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PROF. JOSEPH JOBLIN S.J.

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TESTIMONIANZA DOTT. ANGELO PARISCIANI

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LA PENTECOSTE E LA SPIRITUALITÀ DEL LAVORO INCONTRO A BERGAMO

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CONVEGNO ASSOCIAZIONE INTERNAZIONALE CARITÀ POLITICA CENTRO ATENEO PER LA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA

LA SPIRITUALITÀ DEL LAVORO A trent’anni dalla Laborem exercens di Giovanni Paolo II martedì 3 maggio 2011- ore 15.00 Università Cattolica del Sacro Cuore Introduzione: Prof. Alfredo Luciani Saluti: Prof. Lorenzo Ornaghi Magnifico Rettore dell'Università Cattolica del Sacro Cuore Prof. Evandro Botto Direttore Centro Ateneo per la dottrina sociale della Chiesa Interventi: Mons. Eros Monti Vicario Episcopale per la Vita Sociale, Arcidiocesi di Milano S.E. Carlos Federico de la Riva Guerra Ambasciatore della Bolivia presso la Santa Sede S.E. Théodore Loko Ambasciatore del Bénin presso la Santa Sede Prof. Cesare Kaneklin Ordinario di psicologia del lavoro e delle organizzazioni Università Cattolica del Sacro Cuore Padre Joseph Joblin Pontificia Università Gregoriana

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INTRODUZIONE PROF. ALFREDO LUCIANI

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trent’ anni dalla Laborem Exercens di Giovanni Paolo II l’Associazione Carità Politica e il Centro Ateneo per la dottrina sociale della Chiesa hanno organizzato questo convegno su “La spiritualità del lavoro”. La crisi economico-finanziaria che ha investito l’intero sistema socio-politico internazionale, ha dimensioni molto più profonde rispetto a letture meramente economico-finanziarie. Un ordine economico è “rettamente” organizzato quando è fondato sulla giustizia sulla libertà e sulla solidarietà e quando mette al primo posto la persona umana e i suoi diritti. Alla luce di questa concezione vanno risolti i problemi connessi al lavoro, quali il “diritto al lavoro” e i “diritti del lavoro”. L’Associazione Carità Politica vuol farne argomento di una riflessione di studio, a partire da questo convegno. Il lavoro non è soltanto un mezzo necessario per vivere. L’uomo attraverso il lavoro esprime la sua personalità, collabora al piano creativo di Dio e redentivo di Cristo. Il lavoro è perciò un atto che rende testimonianza e tributo a Dio e un servizio agli uomini. Il problema del lavoro non ha solo un carattere economico ma rimanda a una dimensione più profonda, di carattere etico, culturale e antropologico. In tal senso la questione educativa è una priorità ineludibile. Serve una cultura dello spirito. L’obiettivo di fondo del convegno è rilanciare una nuova cultura del lavoro, a partire da una nuova antropologia, che assegni alla dimensione interiore, spirituale della persona, il primato sulla dimensione esteriore, materiale economica. Solo un umanesimo autentico, che privilegi l’essere all’avere, lo spirito sulla materia è in grado di umanizzare il lavoro. Con le parole del Beato Giovanni Paolo II diciamo “ Bisogna, dunque, che questa spiritualità cristiana del lavoro diventi patrimonio comune di tutti. Bisogna che, specialmente nell’epoca odierna, la spiritualità del lavoro dimostri quella maturità, che esigono le tensioni e le inquietudini delle menti e dei cuori”. (Laborem exercens, 25).


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PROF. LORENZO ORNAGHI Magnifico Rettore dell’Università Cattolica del Sacro

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ignori Ambasciatori e illustri relatori, chiarissimi professori, cari studenti, gentili ospiti, signore e signori, a tutti formulo il più cordiale benvenuto nella Sala Negri da Oleggio dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. L’odierna iniziativa, co-promossa dal nostro Centro di Ateneo per la dottrina sociale della Chiesa e dall’Associazione internazionale “Carità Politica”, ci offre l’opportunità di tornare a ragionare sul tema del lavoro, cruciale oggi più che mai, traendo spunto per la nostra riflessione dalle illuminanti parole di Giovanni Paolo II che trent’anni fa ha pubblicato la Lettera enciclica Laborem exercens. È così, questo, anche un eccellente modo per festeggiare l’elevazione di Karol Wojtyla all’onore degli altari, svoltasi solennemente due giorni fa a Roma – per significativa coincidenza il giorno del 1° maggio, tradizionalmente dedicato proprio ai lavoratori di tutto il mondo – in una cornice di grata memoria, profondo affetto e intensa spiritualità. E la spiritualità costituirà anche lo sfondo particolare e suggestivo su cui si muoveranno le riletture della questione “lavoro” che ci apprestiamo ad ascoltare con vivo interesse. A tutti gli autorevoli relatori che hanno accettato con immediata disponibilità l’invito a partecipare oggi rivolgo naturalmente il più sincero grazie dell’Ateneo e mio personale, salutando con speciale e deferente riconoscenza i Signori Ambasciatori della Bolivia e del Bénin presso la Santa Sede. La loro presenza, assai opportuna, testimonia come su questo tema sia necessario concentrarsi con l’attenzione di mantenere uno sguardo sempre più aperto alla comunità globale. Le trasformazioni del mercato mondiale e le ripercussioni della crisi economico-finanziaria di questi anni rischiano di accrescere la drammatica divaricazione in atto fra lo status dei popoli ricchi rispetto a quelli poveri, mentre anche all’interno dei singoli Stati la forbice sociale va allargandosi, generando disuguaglianze via via più gravi. L’esigenza di garantire la possibilità di lavorare in condizioni giuste ed eque si rivela pressante non solo per consentire il sostentamento materiale degli individui e delle famiglie, ma anche per il benessere spirituale “loro e delle società intere che ne sono intessute. È un nesso indissolubile, chiarissimo a un Papa che nel corso della sua stessa esistenza – operaio presso le cave polacche negli anni della seconda guerra mondiale – del lavoro ha sperimentato personalmente la durezza e il sacrificio, ma anche l’urgenza e la ricchezza. Per questo, concludendo la sua enciclica – rivista e licenziata, lo ricordiamo con commozione, nei mesi che hanno immediatamente seguito l’attentato di piazza San Pietro e il ricovero al nostro Policlinico “A. Gemelli” – Giovanni Paolo II scrive al n° 27: “C’è […] un aspetto del lavoro umano, una sua dimensione essenziale, nella quale la spiritualità fondata sul Vangelo penetra profondamente. Ogni lavoro – sia esso manuale o intellettuale – va congiunto inevitabilmente con la fatica.[... ]. Il Vangelo pronuncia, in un certo senso, la sua ultima parola anche a questo riguardo nel mistero pasquale di Gesù Cristo” e, perciò, “devono moltiplicarsi sulla terra non solo “i frutti della nostra operosità”, ma anche “la dignità dell’uomo, la fraternità e la libertà”. Il cristiano che sta in ascolto della parola di Dio vivo, unendo il lavoro alla preghiera, sappia quale posto occupa il suo lavoro non solo nel progresso terreno, ma anche nello sviluppo del Regno di Dio” . Sono parole pregnanti e attualissime, che si rispecchiano d’altra parte nell’insegnamento di Benedetto XVI, così come lo troviamo tanto nelle sue encicliche, quanto nei suoi numerosi discorsi, come quello pronunciato durante l’udienza ai fedeli di Terni lo scorso 26 marzo (nel trentennale della visita là compiuta da Giovanni Paolo II, sempre in quel fatidico 1981). Parlando a proposito della “dignità specifica del lavoro umano che viene inserito nel mistero stesso della redenzione”, il Santo Padre osservava come sia “importante tenere sempre presente che il lavoro è uno degli elementi fondamentali sia della persona umana, che della società. Le difficili o precarie condizioni del lavoro rendono difficili e precarie le condizioni della società stesse, le condizioni di un vivere ordinato secondo le esigenze del bene comune”. In questo tempo di gioia per la beatificazione di Karol Wojtyla, l’Università Cattolica del Sacro Cuore, che compie i suoi primi 90 anni dalla fondazione, intende sottolineare con convinzione la volontà di favorire le più giovani

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generazioni, accompagnandole nella costruzione della futura professione con l’auspicio che trovino in essa non un motivo di angoscia o di disperazione (per la mancanza di lavoro), bensì una ragione di piena realizzazione del proprio progetto di vita. Lo stesso percorso di riflessione che oggi qui inizia, e che certamente si svilupperà in altre importanti tappe, saprà fornire elementi preziosi di pensiero e di azione, beneficiando della feconda collaborazione fra Centro di Ateneo per la dottrina sociale della Chiesa e Associazione internazionale “Carità Politica”. Ringraziando quindi tutti i partecipanti – e in primo luogo gli illustri relatori – non mi resta che salutare ciascuno con via cordialità.

PROF. EVANDRO BOTTO Direttore del Centro di Ateneo per la dottrina sociale della Chiesa Università Cattolica del Sacro Cuore ingrazio il Magnifico Rettore per aver voluto illustrare con la Sua presenza questo nostro incontro di studio. E saluto anch’io molto cordialmente, a nome del Centro di Ateneo per la dottrina sociale della Chiesa, i nostri illustri ospiti, in particolare gli eccellentissimi ambasciatori della Bolivia e del Benin presso la Sede, che conferiscono al nostro lavoro di quest’oggi un respiro autenticamente internazionale. Un deferente saluto ed un vivo ringraziamento anche al padre Joblin, studioso di teologia sociale e del lavoro fra i più autorevoli a livello mondiale; un saluto cordiale ed un grazie anche a mons. Monti – Vicario episcopale per la Vita sociale dell’Arcidiocesi di Milano - che anche questa volta ha aderito con generosa e pronta disponibilità al nostro invito; e grazie anche al Prof. Kaneklin, che al ricco ventaglio delle relazioni previste aggiungerà la voce dello studioso che, da psicologo del lavoro e delle organizzazioni, osserva e misura sul campo luci ed ombre del problema – il problema del lavoro e del suo senso – per il quale oggi ci siamo qui convocati. Ma, soprattutto, uno speciale saluto e ringraziamento va al Prof. Alfredo Luciani, instancabile Presidente dell’Associazione Carità politica, associazione di diritto pontificio cui è affidato il delicato compito di formare alla conoscenza del pensiero della Chiesa gli ambasciatori e i diplomatici di tutti i paesi del mondo accreditati presso la Santa Sede. Il Prof. Luciani ha desiderato che anche nella sede milanese della nostra Università – come da tempo accade in quella romana - si aprisse uno spazio di riflessione, di ricerca e insieme di alta formazione, su alcuni dei temi salienti del Magistero ecclesiale in materia sociale. Si è individuato nel lavoro – e più precisamente nella spiritualità del lavoro – un tema ritenuto meritevole di particolare considerazione, per una serie di ragioni che sono sotto gli occhi di tutti. Dalla gravissima crisi occupazionale, che affligge in questi anni i paesi dell’Occidente, ai fenomeni sempre più diffusi di disistima e di disaffezione nei riguardi del lavoro, alle trasformazioni radicali che hanno subito o stanno subendo le relazioni di lavoro all’interno del nostro mondo globalizzato ed attraversato da una crisi economica di cui ancora non si vede la fine. Tutto ciò invita a riconsiderare il tema del lavoro, che è peraltro un tema di cui il nostro Centro si occupato con una certa sistematicità, anche in anni ormai abbastanza lontani: ricordo il Convegno internazionale di Roma, celebratosi nel 2001, sul Lavoro come chiave della questione sociale (gli Atti sono stati in parte pubblicati in lingua inglese - con il titolo Work as Key of the Social Question - quale n. 9 dei “Quaderni” del Centro); e poi, nel 2004, la pubblicazione del Dizionario di dottrina sociale della Chiesa, coordinato dal prof. don Ferdinando Citterio (Vita e Pensiero, Milano 2004) dove alla voce Lavoro è stato necessariamente riservato un ruolo di primo piano (è una delle dieci grandi voci con le quali si apre questo importante volume, frutto della collaborazione di teologi, filosofi e scienziati sociali della nostra e di altre Università). Più recentemente, un gruppo di lavoro di una decina di economisti della Cattolica, costituitosi nell’ambito del Centro e guidato da Simona Beretta e dallo stesso don Citterio, ha voluto testare la validità di una classica tesi della dottrina sociale della Chiesa, quella che afferma la priorità del lavoro sul capitale, interrogandosi sul significato e sull’attualità di una tesi siffatta, in un mondo del lavoro che, in questi ultimi decenni, ha conosciuto una trasformazione rapidissima e per molti aspetti inedita. La ricerca svolta da tale gruppo di lavoro è confluita in un volumetto - firmato congiuntamente da tutti i partecipanti alla ricerca ed intitolato appunto La priorità del lavoro, oggi (Vita e Pensiero, Milano 2009) -, che ha avuto in diversi ambienti un importante riscontro. Ma potrei ricordare anche il bell’incontro di studio

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a più voci tenutosi nell’Aula Magna della nostra Università nel maggio 2010, dedicato al tema dell’educazione al lavoro, tema che ha più di connessione con l’argomento del nostro odierno Convegno. L’incontro di quest’oggi – ne sono certo – segnerà un ulteriore passo in avanti in questo cammino teso alla conoscenza e all’approfondimento scientifico del Magistero sociale della Chiesa in tema di lavoro. Ma l’incontro di oggi è anche un doveroso atto di omaggio a Giovanni Paolo II, a due soli giorni di distanza dalla sua beatificazione: un commosso atto di omaggio al Papa che è stato egli stesso uomo del lavoro; al Papa della Laborem exercens, di cui ricorre quest’anno il 30° anniversario; al Papa che ha contribuito allo sviluppo della dottrina sociale della Chiesa in una misura quantitativamente e qualitativamente così considerevole, da far sì che molti studiosi parlino ormai un Magistero sociale della Chiesa prima di Giovanni Paolo II e da Giovanni Paolo II in poi. E non certo nel senso di una discontinuità, ma nel senso di un apporto talmente significativo da potersi considerare l’inizio di una nuova stagione, una stagione che dura tuttora, ricca di ulteriori, fecondi sviluppi, come testimonia la Caritas in veritate di Benedetto XVI. A questo “cantiere aperto”, che è la dottrina sociale della Chiesa, il nostro Centro e - penso di poter dire - l’Associazione Carità Politica intendono umilmente ma decisamente portare il loro contributo.

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LA SPIRITUALITA’ DEL LAVORO: AI VERTICI DELLA LABOREM EXERCENS MONS. EROS MONTI Vicario Episcopale per la Vita Sociale, Arcidiocesi di Milano

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iflettere sulla spiritualità del lavoro umano rappresenta sempre un’occasione: quella di andare alle radici, alle fondamenta di una realtà tanto quotidiana quanto spesso elusa nei suoi significati più profondi. Si tratta di fare lo sforzo di scavare più a fondo degli aspetti di utilità, per sé stessi e gli altri, che ogni lavoro comporta, e d’altra parte di non fermarsi ai suoi aspetti propriamente “umani” ma limitati ai tratti dell’emotività o della stima superficiale del vissuto. Vorremmo metterci pertanto in ricerca di ciò che motiva fin dal profondo l’uomo che lavora, ovvero che dedica sé stesso, solitamente la parte migliore del tempo della sua giornata e spesso del corso dell’intera sua esistenza, al lavoro. Avremo come Maestro di eccezione in questo nientemeno che papa Giovanni Paolo II, recentemente beatificato, che oltre alla sua straordinaria testimonianza ci ha lasciato un magistero sociale di eccezione: tra cui spicca, proprio nel suo trentesimo anniversario, la Laborem exercens, enciclica tutta dedicata al lavoro da parte di un Papa che lavoratore lo è stato in prima persona, presso le cave di pietra di Zakrzoveck prima e come operaio alla Solvay poi. Premetto che intendo qui la spiritualità del lavoro in senso ampio, a partire dalla più comune e condivisa esperienza lavorativa: l’esperienza dell’uomo alla ricerca del senso di ogni suo agire finalizzato a generare beni o servizi riconoscibili, apprezzabili da molti altri. Il senso cioè corrispondente ad un agire che condiziona fortemente il suo vissuto, che può grandemente promuoverlo, come pure alienarlo. Di qui, la domanda ineludibile: è veramente possibile, all’uomo, trovare un significato, una motivazione profonda al lavoro che non sia risposta soltanto approssimativa, provvisoria e alla fine poco o nulla persuasiva? O comunque valida soltanto in condizioni ottimali, in cui ad un determinato lavoro, ad esempio professionale, può essere più facilmente connessa una realizzazione, un riconoscimento effettivo sul piano personale e sociale, ma che in molti altri casi potrebbe ammettere invece clamorose smentite? O, ancora: il lavoro umano è riconducibile ad un semplice fare, produrre, servire, come ciò che potrebbe scaturire da una sorta di “macchina intelligente”, o può essere qualificato da un’impronta unica, irripetibile, come è quella che scaturisce dalla singolarità di ogni persona umana? La domanda ha percorso l’intera storia, del pensiero umano in genere come di quello ispirato alla fede cristiana. Ecco perché, prima di metterci in ascolto della Laborem exercens mi pare opportuno, dopo aver rilanciato l’interrogativo sul senso, ripercorrere con alcuni brevi excursus storici i due millenni che hanno preceduto – e consentito – una riflessione come quella sviluppata appunto da Giovanni Paolo II nella Laborem exercens. 1. Due miti per introdurci al tema Come è noto, la domanda relativa al senso del lavoro affonda le radici nei primordi della storia dell’umanità. Due miti, ovvero due narrazioni ataviche, elaborate in contesto pre-scientifico, almeno nel senso attuale o convenzionale del termine, possono introdurci in presa diretta al tema, portandoci da subito al cuore del problema. Il primo racconto mitologico cui faccio riferimento è quello di provenienza mesopotamica di Atrahasìs (circa 15002000 a. C.). Esso narra che alle origini, quando gli uomini non erano ancora apparsi sulla terra soltanto gli dèi la abitavano, suddivisi però in due grandi schiere: sette divinità supreme governavano ogni cosa, mentre gli altri dèi erano costretti dai primi ad ogni tipo di lavoro servile. Ad un tratto gli dèi inferiori si ribellarono, diedero alle fiamme i loro strumenti di lavoro e si radunarono a manifestare di fronte al palazzo di uno degli dèi maggiori: il primo sciopero della storia! Fu a quel punto che, per risolvere la controversia, gli dèi decisero di creare gli uomini perché lavorassero al loro posto. Da quel momento la libertà appartenne solo agli dèi: agli uomini, toccò in sorte il lavoro.


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L’insegnamento prospettato da questo mito, che coglie il lavoro come una condanna, una maledizione alla quale l’uomo deve inevitabilmente soggiacere, ricalca in gran parte la percezione dell’antico mondo classico, greco-romano, concorde nel ritenere il lavoro, in specie quello manuale, indegno dell’uomo perché degradante, qualcosa che irrimediabilmente avvicina l’uomo alla materia, a tratti fino a confonderlo con essa. L’uomo, quello libero naturalmente, è fatto per l’arte, la musica, la cultura, per l’otium, non per il lavoro, che deve appartenere soltanto agli schiavi. Precisamente dalla schiavitù del lavoro, comunque intesa, l’uomo dovrà cercare con ogni mezzo di liberarsi, pur nella consapevolezza della vanità di questi suoi sforzi. Il rimando a questa prima prospettiva mitologica risulta ancor più produttivo per la nostra riflessione se accostato ad un altro mito dell’antichità classica: quello di Prométeo, che eroicamente tenta di impossessarsi, mediante la sua opera, del fuoco, ovvero di ciò che compete soltanto agli dèi e per questo ne subisce l’implacabile condanna. Il tentativo di Prométeo esprime un’altra, possibile deriva interpretativa del lavoro umano: la tensione dell’uomo a credere che dai risultati del proprio impegno possa scaturire la possibilità di divinizzarsi, di oltrepassare la limitatezza della propria natura. In altre parole, esso esprime il perenne tentativo – ed insieme, la tentazione – dell’uomo di sempre, di ricercare il cielo, ovvero l’immortalità, l’eternità di sé stesso attraverso la propria opera. Ma, come avverte il mito, anche questa tensione rimane inesorabilmente segnata da illusorietà, e come tale destinata ad un fallimento amaro. Accostati l’uno all’altro, questi miti tratteggiano gli estremi entro i quali è destinata ad essere di continuo posta la domanda circa il senso del lavoro umano, circa ciò che può realmente animarlo, sorreggerlo in profondità. Il dispendio di sé insito nel lavoro invoca, esige un senso, e tuttavia il suo raggiungimento appare alla prova dei fatti compito impossibile, segnato dalla incolmabile distanza che si pone inesorabilmente tra l’uomo e la sua stessa opera, tra l’opera e i frutti da essa evocati e in qualche modo addirittura promessi, perennemente attesi e tuttavia mai a lui veramente disponibili. L’uomo sperimenta così il lavoro come fatalità, necessità cui inesorabilmente rassegnarsi (Atrahasìs) o, al contrario, come perenne illusione di poter raggiungere il cielo mediante la propria attività, tensione sorretta da grandi promesse, ma alla prova del tempo – e dei fatti – non meno deludente (Prométeo). 2. Cenni alla ricerca del senso del lavoro nella storia e nella tradizione cristiana Senza alcun intento di ripercorrere il tracciato storico concernente duemila anni di pensiero relativo al lavoro, mi limito in breve ad alcuni suoi momenti particolarmente espressivi. Il primo, relativo ad un periodo tra i più alti della riflessione in orizzonte credente prodotta dall’intero Medioevo, quella Scolastica, si riferisce all’apporto di S. Tommaso d’Aquino. Egli sviluppa la propria riflessione in un contesto in cui il lavoro, e in particolare il lavoro manuale, è inteso come naturalmente inserito nei ritmi ordinari del vivere, come il nutrirsi, il gioire, il soffrire, il riposare. Un lavoro che è poi compreso entro un orizzonte esistenziale e culturale armonico, in cui la città dell’uomo e la Città di Dio non sono antagoniste, ma l’una propizia e predispone l’Altra; in cui fede e ragione non sono avversarie, e così lavoro e preghiera; e tra vita personale e vita sociale non vi è insanabile contrasto, ma continuità. Interpretazione favorita inoltre dalla netta prevalenza del lavoro agricolo, a sua volta inserito in tempi e ritmi in larga misura costanti e tali da far percepire il lavoro stesso in continuità con quanto la natura offre, non invece orientato ad una lotta perenne con la natura per strapparle risorse, energie e segreti, come accadrà in seguito. Nella quaestio della Summa Theologiae relativa al lavoro dei religiosi in genere, se quindi essi siano tenuti o meno al lavoro manuale, S. Tommaso risponde affermativamente, esplicitando quattro significati del lavoro: il fine principale è il procurare il necessario al proprio sostentamento; poi, permettere di fuggire l’ozio; frenare la concupiscenza; praticare l’elemosina. Prevale una prospettiva ascetico-spirituale, comunque non conflittuale o drammatica del lavoro, che rispecchia una vita sociale in cui i rapporti, interpersonali o sociali, sono stabili e non conflittuali, almeno nel senso dei conflitti sul lavoro generatisi dalla modernità in poi. Un’attività necessaria dell’uomo, legata alla sua stessa natura, intesa però non come fine a sé stessa, ma come “fine intermedio”, ultimamente orientato a conseguire beni più alti, in senso antropologico e spirituale (Summa Theologiae, II-II, q. 187, art. 3). Finalizzata, ultimamente, alla carità. Una seconda tappa, nettamente distinta dalla precedente, può essere invece intravista nella stagione successiva. E’ infatti nel corso della modernità che si producono le più radicali divisioni tra senso del lavoro e vita dell’uomo, dalle

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quali è radicalmente dipendente anche l’attuale sua interpretazione (non casualmente, l’attuale stagione culturale è definita “post-modernità”, indicando una precisa radice e un superamento non ancora del tutto avvenuto). L’epoca moderna appare infatti contrassegnata da un crescente articolarsi della società che fatica a pensarsi entro un orizzonte armonico, unitario, come quello simboleggiato dalla civitas medioevale. Le grandi scoperte geografiche e scientifiche, segno dell’accresciuta potenzialità dell’agire umano, del suo desiderio di dominio sulla natura, dischiudono orizzonti nuovi: l’uomo scopre da sé nuovi compiti e nuovi progetti cui dedicarsi, a prescindere da quelli affidatigli dalla rivelazione cristiana. Anche il “sapere”, orientato ormai in senso scientifico e ancor più tecnologico, ricerca totale autonomia, e ritiene di poter ignorare programmaticamente un orizzonte di senso riferito alla fede, quindi ad altro da sé, rispetto invece a quanto il proprio io sa, sperimenta e può volere. L’uomo moderno coglie il lavoro umano in senso potremmo ormai dire strumentale, in quanto generatore di utilità in grado di porre al servizio dell’uomo le risorse insite nella natura, dilatando così il suo potere su di essa e il “disincanto” nei riguardi del mondo, che sempre meno appare ai suoi occhi come “Creazione”. Sintomatico il binomio scientia-potentia: al sapere (scientifico) corrispondono nuove capacità, nuovi poteri dell’uomo sulla realtà. L’esito di tale processo, con l’illuminismo, produrrà conseguenze notevoli: farà emergere gli aspetti oggettivi del lavoro, ciò che l’uomo realizza mediante il suo fare, in modo però separato dal suo protagonista. Si tenderà inoltre a mettere al centro dell’attenzione non più l’uomo in quanto persona, essere-in-relazione, ma l’individuo, così che il lavoro sarà inteso come iniziativa del singolo, non come opera comunitaria, sociale: l’illuminista si identifica essenzialmente con il “borghese”, l’abitante della città ormai pienamente emancipato, che esplica da sé e per sé le sue doti scientifiche e applicative. Ma, come sopra accennato, la scissione più radicale prodottasi nell’alveo della modernità è quella tra fede e senso del lavoro. Tale divisione trova le ragioni del suo sviluppo in quest’epoca sulla spinta della più generale frattura tra religione e cultura, o meglio, tra religioni e cultura, dal momento che la fede cattolica non appare più istanza unificatrice dell’universo civile. La fede, come del resto la questione della verità, del senso, viene per lo più riferita alla coscienza individuale, così che viene percepita come impraticabile la proposta di una sua considerazione pubblica, riflessa, obiettiva. Sul versante del lavoro, l’opera dell’uomo è sempre meno compresa nell’ambito dell’opera di Dio e tende ad essere pensata come disgiunta, autonoma – quando non addirittura alternativa – ad essa. A proposito di quest’ultima divaricazione, occorre registrare come in questo periodo non si sia prodotta una specifica riflessione cattolica circa il lavoro; nell’alveo della tradizione scolastica, esso continua ad essere inteso essenzialmente come attività ontologicamente e doverosamente connessa alla natura dell’uomo, conforme alla legge naturale e al comando divino. Al lavoro si guarda così prevalentemente sotto il profilo etico, magari allo scopo di risolvere le sempre più minuziose questioni originate dall’intensificarsi dei rapporti economici e commerciali, ma non quanto al suo significato antropologico e teologico complessivo. Nel frattempo, l’incalzare degli eventi, e in particolare il processo di industrializzazione, culmine della modernità sul versante economico-produttivo, contribuirà ad approfondire, a livello complessivo, il solco tra senso del lavoro per l’uomo e utilità obiettiva da egli prodotta. Il lavoro tenderà ad essere sempre più considerato “impersonalmente”, alla stregua di semplice ingrediente del processo produttivo, di cui si valuteranno principalmente costi (da rendere minimi) e utilità (da massimizzare). Siamo alle radici del conflitto capitale-lavoro che dilagherà nel corso dell’intero ottocento, il secolo che ha conosciuto, assieme ai più pesanti effetti dell’industrializzazione, diversi tentativi di recupero dell’importanza della dimensione storica, sociale e quindi antropologica del lavoro, in evidente reazione ai riduzionismi diffusi. Si pensi all’apporto di G.W.F. Hegel, che seppe interpretare il lavoro quale realtà costitutiva dell’uomo, mediante la quale egli sfugge ad un rapporto con la materia limitato al circolo ristretto bisogni materiali – consumi, caratteristico dell’animale. L’uomo, mediante il lavoro, sa invece opporsi consapevolmente alla materia, annientandola come realtà finita, molteplice, rendendola invece realtà “spirituale”, universale, opera oggettiva e collettiva dell’umanità. In Hegel, il lavoro diviene così momento essenziale dello sviluppo progressivo dell’umanità, che tuttavia avverrebbe al di fuori di ogni altra considerazione di eticità; costituirebbe già di per se stesso un valore assoluto, comunque meritevole di essere perseguito. Notissima la ripresa di questi temi da parte di K. Marx, in cui il lavoro diviene elemento centrale della sua


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visione dell’uomo: il lavoro è il principale valore di cui l’umanità è portatrice. Per contrasto, la riflessione marxiana individuerà nell’alienazione, dovuta ai rapporti produttivi indotti dall’industrializzazione, il dramma del dissolversi della coscienza di sé del lavoratore e di conseguenza il degrado, la “mercificazione” della propria umanità. Diamo ora la parola alla riflessione credente, risposta non scontata agli angosciosi problemi del tempo e proposta a tutt’oggi meritevole di attenzione e approfondimento. Anche per quanto concerne i temi del lavoro. 3. Sviluppi contemporanei nella dottrina sociale della Chiesa 3.1.Il lavoro nel periodo classico della dottrina sociale della Chiesa: da Leone XIII a Pio XI Dalla fine del XIX e per l’intero XX secolo, in cui il lavoro conosce uno dei momenti di massima problematizzazione, vi è in area cattolica una sua rinnovata considerazione riflessa, ad opera, per quanto possa sembrare singolare, del magistero prima e della teologia poi. Fin dalla Rerum novarum (= RN; 1891), la dottrina sociale della Chiesa (= DSC) ha mostrato singolare attenzione alla drammatica situazione dei lavoratori a causa del radicale mutamento intervenuto nei rapporti e nei ritmi produttivi: le “assai misere condizioni” (RN 2) delle classi subalterne sono in seguito delineate in termini ancora più espressivi da Pio XI, quarant’anni più tardi (Quadragesimo anno = QA; 1931): E così il lavoro manuale che la divina Provvidenza, dopo il peccato originale, aveva stabilito anche come esercizio in bene sia del corpo che dell’anima, si viene convertendo in uno strumento di perversione; la materia inerte, cioè, esce nobilitata dalla fabbrica, le persone invece vi si corrompono e avviliscono (QA 134; cors. ns.) A questa presa di coscienza corrisponde, negli intenti dei Pontefici di questo periodo, l’esigenza di offrire una nuova e più appropriata considerazione, teorica e pratica, del lavoro umano, troppo frequentemente ridotto al rango di merce di scambio, anche perché in questa fase lavoro è sinonimo di lavoro manuale, operaio in particolar modo. Tra le due esigenze, è comprensibile come la DSC abbia privilegiato il carattere pratico o meglio etico dell’intervento, che esigeva soluzioni ormai non più procrastinabili, in grado di risalire alle cause stesse della “questione sociale”. Sotto il profilo dottrinale, da questo primo periodo emergono soltanto alcuni brevi spunti: il lavoro, inteso come “l’attività umana ordinata a provvedere ai bisogni della vita, e specialmente alla conservazione”, ha due caratteristiche essenziali “impressegli dalla natura”: in primo luogo di essere personale (quindi ad esso competono diritti legati alla “giustizia naturale, anteriore e superiore alla libera volontà dei contraenti”), secondariamente di essere necessario, in quanto responsabilità imposta all’uomo dalla sua stessa natura (RN 34). Nella logica di contribuire a rendere “assai meno aspro” il conflitto sociale (RN 13) l’enciclica leoniana produce una serie molto articolata di indicazioni etico-sociali, radicate nella natura dell’uomo e come tali da doversi riconoscere universalmente, orientate anche al costituirsi di un’appropriata legislazione sociale fino a quel momento carente nei principali Paesi industrializzati. Di seguito, alcune indicazioni operative, espressive del contributo della DSC alla soluzione della questione sociale: – l’affermazione dei diritti e dei doveri dei lavoratori e dei datori di lavoro (elencati per esteso in RN 16): tra i diritti del lavoratore spiccano quello al giusto salario, che deve corrispondere al necessario per il sostentamento della persona del lavoratore, della sua famiglia, e consentire un risparmio sufficiente a far fronte alle necessità future (RN 35.41; ved. poi QA 63.69.72-77, dove è richiesta, tra l’altro, una giusta proporzione tra prezzi e salari; e così fino a LE 19) e al riposo festivo (RN 32-33), oltre ad altre norme a tutela del lavoro delle categorie meno tutelate, in particolare donne e fanciulli (RN 33). – il richiamo alle pubbliche autorità perché intervengano efficacemente mediante un’appropriata politica a favore dei lavoratori, nel quadro del bene comune della nazione (RN 25-27; così anche QA 79-91). – l’indicazione dell’associazionismo (RN 36-44) come via privilegiata per attuare un’autentica concordia sociale. L’associazionismo è pensato in forme differenti: in senso mutualistico con la costituzione di cooperative e di società di mutuo soccorso per gli appartenenti a determinate categorie di lavoratori; in senso sindacale, per una più efficace tutela dei diritti del lavoro, mediante l’istituzione di organizzazioni composte di soli lavoratori o, preferibilmente, di organismi simili alle antiche corporazioni, composte da rappresentanze dei lavoratori e dei datori di lavoro, così da poter sanare sul nascere i conflitti. – proposta singolarmente innovativa fu quella – avanzata da Pio XI e attenuata nel corso del pontificato successivo – di approdare ad una vera e propria gestione associata delle imprese (“cogestione”) da realizzarsi mediante una par-


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ziale partecipazione dei lavoratori alla proprietà o all’amministrazione o agli utili dell’impresa (QA 67). 3.2.Il sorgere di una “teologia del lavoro” in epoca pre-conciliare Con il secondo dopoguerra si apre una fase decisamente nuova e assai promettente per la riflessione credente sul lavoro. Nel corso degli anni ’50 del XX secolo si produce nell’ambito della riscoperta della valenza teologica delle “realtà terrene” (cfr. G. Thils, 1946), e non più quasi soltanto nell’ambito del magistero sociale della Chiesa, il tentativo di definire in termini teologicamente appropriati il rilievo del lavoro per la fede cristiana. Questo intento raggiungerà uno dei suoi vertici maggiori soprattutto con la famosa opera di M.-D. Chenu, Per una teologia del lavoro (1954). In essa il teologo domenicano, dopo aver constatato che “avevamo senza dubbio una morale del lavoro, da qualche anno abbiamo persino una mistica del lavoro; ma non abbiamo [...] una teologia del lavoro” (ed. ital., Borla 1964, 50) riconosceva anzitutto il lavoro tra gli elementi primari mediante i quali l’uomo edifica il mondo e la sua storia. Il lavoro assume così tratti comunitari ed evoluzionistici, allontanandosi da ogni sua interpretazione individualistica. In esso, si esprimerebbe in massimo grado lo sforzo comune dell’umanità nella direzione del raggiungimento dei suoi fini propri: “il lavoro è fattore di umanizzazione, diventando il perno di una ‘socializzazione’ grazie alla quale l’umanità supera una tappa decisiva, nella sua marcia collettiva” (ivi, 38). Questa intuizione è riletta da Chenu in termini più propriamente biblico-teologici facendo ricorso ad un triplice paradigma: – creazionista: l’uomo è costitutivamente collaboratore del suo Creatore: mediante la sua opera, egli diviene insieme a Lui protagonista e responsabile della propria evoluzione; – incarnazionista (è la prospettiva dominante dell’intera opera): “tutto ciò che è umano è materia di grazia” (ivi, 45): quindi il lavoro, come ogni espressione dell’uomo, è realtà in divenire, ma già fin d’ora rilevante in ordine alla salvezza. Anche il lavoro è “materia di grazia”, non ambito ad essa estraneo o indifferente; – escatologico: l’Evento escatologico – pur da considerarsi nella sua assoluta originalità, alterità, novità, eccedenza rispetto alla vicenda dell’uomo – realizza efficacemente e porta a compimento precisamente “questa” storia, costruita anche dall’operosità, dalla libertà dell’uomo che in essa si dà e si esprime. L’opera dell’uomo è quindi aperta ad un compimento che non è essa stessa a darsi, che porterà a pienezza – per dono di Dio – ciò che anche l’attività dell’uomo ha contribuito ad edificare. Gli spunti di Chenu, intenzionati a ricercare i tratti fondativi di una teologia del lavoro, influenzarono in modo decisivo la DSC, che gli è debitrice soprattutto in Gaudium et spes (= GS; 1965) e troverà poi una illuminante ripresa in Laborem exercens. Nel documento conciliare (GS 34-39) appare con evidenza l’intento di offrire un ripensamento complessivo del senso e della ragion d’essere dell’attività dell’uomo nel mondo, oltre ma al tempo stesso assieme alla preoccupazione di fornire possibili soluzioni idonee al superamento dei conflitti sociali, fra l’altro almeno in parte attenuati da una legislazione del lavoro sempre più avanzata, almeno nei Paesi riconducibili al modello dello “Stato sociale”. 4. L’apporto interpretativo più elevato: la “Laborem exercens” Il documento più rappresentativo dell’intera DSC riguardo al tema in esame è senza dubbio la Laborem exercens (= LE; 1981), frutto maturo della stagione post-conciliare e certamente uno tra i più originali apporti di Giovanni Paolo II. A partire da alcune linee di fondo ad essa ispirate tentiamo un approccio sintetico, così da poter offrire una breve sistematica delle sue più alte intuizioni relativamente alla spiritualità del lavoro, che ne innervano l’intero tracciato. Intuizioni tuttora attuali, di cui è possibile rintracciare un’eco significativa sia nel Compendio della DSC (2004; nn. 255-322), ricco di apporti sul versante teologico ed etico-sociale, sia nell’enciclica Caritas in veritate (= CV; 2009) di Benedetto XVI, quest’ultima in riferimento all’attuale questione lavorativa, in quanto caratterizzata da una grave crisi economica di carattere globale (cfr. soprattutto CV 25 e 63 per i pesanti influssi dell’attuale, difficile condizione del lavoro sul vissuto e la dignità delle persone e sullo svolgimento dell’intera vita sociale). Le dimensioni fondamentali del lavoro umano che emergono da una lettura sistematica della Laborem exercens sotto il profilo antropologico sono rispettivamente quella personale, comunitaria e socio-istituzionale, da collocarsi entro


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l’orizzonte di senso istituito dalla prospettiva teologica, che ne annuncia e promette il rispettivo, possibile compimento, eccedente ed ineccedibile. – Dimensione personale-esistenziale: l’uomo, soggetto del lavoro (LE Prologo; 1-3.6.9). Il lavoro, in senso proprio, è e può soltanto essere il lavoro dell’uomo, espressione della sua singolare natura personale, che pertanto rifiuta di essere considerato in modo puramente “oggettivo”, come prodotto generato dagli sforzi dell’uomo: “prima di tutto il lavoro è per l’uomo, e non l’uomo per il lavoro” (LE 6). La misura autentica del lavoro è quindi la persona umana e la sua dignità, criterio che riconosce “la preminenza del significato soggettivo del lavoro su quello oggettivo” (LE 6). Il lavoro è “una chiave, e probabilmente la chiave essenziale di tutta la questione sociale” (LE 3) se la “questione sociale” stessa è intesa a partire dall’uomo, e non esclusivamente in senso tecnico-pratico: Con la parola “lavoro” viene indicata ogni opera compiuta dall’uomo, indipendentemente dalle sue caratteristiche e dalle circostanze, cioè ogni attività umana che si può e si deve riconoscere come lavoro in mezzo a tutta la ricchezza delle azioni, delle quali l’uomo è capace ed alle quali è predisposto dalla stessa sua natura, in forza della sua umanità [...]. Il lavoro è una delle caratteristiche che distinguono l’uomo dal resto delle creature, la cui attività, connessa col mantenimento della vita, non si può chiamare lavoro; solo l’uomo ne è capace e solo l’uomo lo compie, riempiendo al tempo stesso con il lavoro la sua esistenza sulla terra. Così il lavoro porta su di sé un particolare segno dell’uomo e dell’umanità, il segno di una persona operante in una comunità di persone; e questo segno determina la sua qualifica interiore e costituisce, in un certo senso, la sua stessa natura (LE, Prologo). Il lavoro, considerato a partire dal suo protagonista, l’uomo, può essere definito nei termini di vera e propria “vocazione”, singolare e irripetibile: “fatto a immagine e somiglianza di Dio stesso nell’universo visibile, e in esso costituito perché dominasse la terra, l’uomo è perciò sin dall’inizio chiamato al lavoro” (LE, Prologo). Il lavoro possiede quindi in sé una struttura intimamente vocazionale, in quanto “chiamata”, appello originario posto nell’uomo dal suo Creatore, che attende un compimento mediante la libera, personale “risposta” di ciascuno. E tale compimento non sarà da rintracciarsi al di fuori dell’uomo: è proprio mediante l’esercizio della propria attività che l’uomo, anzitutto, esprime e realizza sé stesso, come singolo e come parte dell’umanità intera. All’interno del proprio progetto di vita e il più possibile coerentemente ad esso, il lavoro dovrà avere per ciascuno un ruolo ed un senso irrinunciabili, in quanto per tutti “professione”, occasione cioè di rendere “pubblica testimonianza” della ricerca del bene comune, attraverso la propria opera. – Dimensione comunitaria e sociale: il lavoro, opera di solidarietà (LE 8.10). Il lavoro, espressione della persona umana, ne manifesta costantemente le rispettive, intrinseche qualità relazionali. Mediante il lavoro, l’uomo è in perenne dialogo con ogni altro. Il lavoro è poi comunicazione, incontro interpersonale: anche quando esso concerne attività puramente materiali, sono sempre le persone ad incontrarsi tramite il lavoro, e in forza di esso. Il lavoro unisce anche nel tempo: si svolge e realizza entro un’unica storia, tessuta dall’operosità dell’uomo. Lavorare significa perciò prendere parte ad un progetto comune, cui l’opera dei singoli è finalizzata; il lavoro è contributo rilevante e irrinunciabile al bene comune, sia dell’ambito lavorativo di riferimento, sia dell’intera società. Il lavoro è infatti da considerare non soltanto “opera collettiva”, ma anche realtà costruttrice di socialità. Il lavoro presuppone, ma anche suscita collaborazione, solidarietà, tra i lavoratori stessi e tra le classi sociali. Se riconosciuto nella sua reale valenza, al di là dello schema prodotto-salario, il lavoro ha effettivamente in sé la forza di unificare, di creare un intreccio di legami interpersonali e sociali positivi, di aiutare a scoprire la bontà insita nei reciproci influssi, per cui dell’operosità e dei frutti dell’uno può nutrirsi l’attività dell’altro, accrescendo infine la corresponsabilità per l’opera comune, ovvero il bene complessivo di tutti. La dimensione sociale del lavoro evidenzia poi che si è sempre soltanto collaboratori, mai lavoratori isolati; si lavora con e per gli altri, e quindi anche grazie al lavoro di altri, che hanno preceduto, o affiancano, gli “uomini del lavoro” attualmente presenti. Non va dimenticato inoltre che il lavoro dell’uomo non è confinabile entro gli spazi dell’attività retribuita o socialmente riconosciuta, ma è opera comune edificata con il contributo anche di chi si esprime attivamente in altri modi, purché sempre finalizzati alla crescita autentica non soltanto di sé ma dell’altro. Tuttavia il lavoro, proprio perché tra i principali contributi all’edificazione della vita sociale, ha bisogno degli apporti


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della società stessa, anche nelle forme istituzionalmente mediate, per realizzare le finalità che gli sono proprie. Perché possa essere se stesso e dare il proprio apporto alla crescita della società e dello Stato, il lavoro ha bisogno di una consistente trama legislativa e pratica che ne permetta il riconoscimento effettivo in termini di dignità, di diritti e di doveri, senza i quali si rischierebbe soltanto di esigere ingiustamente da esso, mettendolo gravemente a rischio assieme al suo indiscusso protagonista, l’uomo (si veda l’intera parte IV dell’enciclica, LE 16-23). – Dimensione teologica: il lavoro alla luce della Creazione e della storia della salvezza, della vicenda di Gesù, della sua Pasqua (si veda l’intera parte V: “Elementi per una spiritualità del lavoro”, LE 24-27). Si tratta della prospettiva più alta, in grado di trascendere, unificare e portare a pienezza le altre, che dovranno quindi essere comprese alla luce della dimensione teologica e non giustapporre quest’ultima ad esse. Come si è visto, il cammino fin qui percorso ha evidenziato la considerazione della prospettiva creazionista ed incarnazionista. Tale duplice prospettiva è presente in Laborem exercens, che ribadisce la lettura secondo la quale l’uomo, mediante il lavoro, realizza il proprio “dominio della terra” (25; cfr. Gen 1-2). L’uomo diviene così cooperatore di Dio nel portare a pienezza la sua Creazione; egli è immagine di Dio anche nel suo lavoro; il compito dell’uomo va riconosciuto essenzialmente nell’essere “custode e coltivatore” del giardino che Dio gli ha affidato; l’opera umana dev’essere sottomessa al Piano di Dio, per essere motivo perenne di benedizione, di sostentamento vitale autentico. Questo è il senso anche del “riposo” del settimo giorno: l’uomo, creato a immagine di Dio, è chiamato anch’egli a dimorare in quel riposo, che è immagine del lavoro condotto alla sua pienezza, al suo fine ultimo. Il sabato è per l’uomo, non come tempo per ricostituire le energie sufficienti a riprendere il lavoro il giorno successivo (questo finalizzerebbe di nuovo il riposo al lavoro), ma come tempo riempito di senso da Dio e dalla sua opera, come occasione, “spazio interiore” (LE 25) e al tempo stesso sociale, nel quale è dato all’uomo di sostare e di contemplare le grandi opere di Dio, di ritrovare il senso delle proprie fatiche, di ritrovare sé stesso e le ragioni del proprio spendersi solidalmente con e per gli altri, vivendo la fiduciosa attesa del compiersi della promessa di Dio, senso e motivazione ultima di ogni vero agire dell’uomo. È il peccato ad oscurare questa dimensione “contemplativa” cioè ultima, profonda del lavoro: il peccato rende il lavoro umano opera soltanto faticosa, servile, che crea istintiva resistenza, aggravata dal ricorrente sospetto che il lavoro sia solo inganno e asservimento da parte di altri, opera priva di sbocchi e di vantaggi per l’uomo, luogo di perenne divisione e di contrasti. Si confronti, su questo, l’ampia riflessione biblica, a partire dai primi capitoli della Genesi in cui è descritto il dilagare del male nell’umanità (Gen 4: Caino e Abele, rappresentanti di due forme di lavoro differenti e che la malvagità dell’uomo pone in contrasto; così i costruttori della città e della torre di Babele in Gen 11). Si veda, ancora, la lapidaria affermazione di Qohelet: “che vantaggio ha chi si dà da fare con fatica?” (Qo 3,9), dove “vantaggio” indica ciò che resta, la ricompensa obiettiva da sempre nascostamente attesa dall’uomo al termine della propria opera, e che solo in Dio può realizzarsi. Questa prospettiva creazionista e incarnazionista necessita però di riconoscere il suo centro e il suo compimento nella persona e nell’opera di Gesù di Nazareth (LE 26). Il magistero non rimanda soltanto al mistero dell’Incarnazione, ma all’intera vicenda storica di Gesù, Uomo del lavoro, annuncio e presenza del vangelo del lavoro per ogni fratello. Questa ricuperata prospettiva cristocentrica, che riconosce in Cristo il culmine della Rivelazione anche in ordine alla realtà del lavoro, consente di affermare che in Lui anche il lavoro umano è veramente redento, salvato; Egli ha preso su di sé anche tutte le fatiche, gli interrogativi, le ombre da cui è segnata l’operosità dell’uomo sulla terra. La vicenda di Gesù tende ad un compimento che è dato nella sua Pasqua e proprio nel Mistero pasquale è possibile ritrovare il senso ultimo del lavoro dell’uomo (LE 27). Il “Vangelo del lavoro” che è Gesù, compiuto nella sua Pasqua, diviene allora annuncio che anche il nostro lavoro trova redenzione e salvezza nella sua croce e nella sua risurrezione. Così il lavoro – come ogni aspetto della vita dell’uomo – è partecipazione al morire di Gesù, con Lui, spendendosi per i fratelli, come pure diviene in Lui segno e promessa di risurrezione e di vita per molti. Solo nella Pasqua di Gesù e riferendo ad essa anche il lavoro sarà possibile trovare risposta agli interrogativi più profondi che lo riguardano, a partire dalla domanda cruciale che attraverso l’intera storia è giunta fino a noi oggi e trae le sue origini già nell’etimologia della parola lavoro, dal latino labor: pena, fatica, o anche travaglio da cui il suo transito entro varie lingue


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moderne (travail, trabajo, ecc.) in quanto dolore finalizzato al generare. Ogni lavorare in effetti, in qualche misura almeno, è un “partorire”. Il lavoro è così anzitutto mistero dello spendersi dell’uomo, perdita obiettiva di sé, del proprio tempo, della propria persona, che per suo tramite può donare sé stessa, comunicarsi ad altri in modo pur sempre gratuito, perché nessun salario o altro riconoscimento potrà mai bastare a “ricompensare” la perdita di sé stessi che si produce nel processo lavorativo. Il salario ed ogni altra forma retributiva, diretta o indiretta, immediata o differita, è dovuto per il sostentamento del lavoratore e di coloro cui deve provvedere, non per soddisfare la domanda di senso cui esso non potrà mai fino in fondo rispondere. Il lavoro, però – alla luce della risurrezione – diviene uno “spendersi per”: perché la vita dell’uomo sia realizzata, perché la vita dell’altro sia arricchita dall’opera del fratello, perché tra gli uomini si istituisca una comunione fondata sul sincero riconoscimento del debito obiettivo verso l’altro, perché sopra ogni cosa si riconosca che Dio ha già “lavorato”, è già da sempre all’opera con l’uomo e per lui, perché anche l’opera dell’uomo trovi un senso e una pienezza effettive, ora riconoscibili soltanto nella forma della promessa. Gesù risorge anche perché l’uomo non ricerchi nel lavoro la propria immortalità, né lo veda come pura “alienazione”, vuotezza di significato. Ogni “fatica” dell’uomo è chiamata in Lui a purificarsi, a redimersi, a riconoscere e distinguere le proprie attese dalle “pretese” che abitano nel cuore dell’uomo e gli prospettano impossibili itinerari di auto-redenzione e auto-salvezza. La risurrezione di Gesù non vuole quindi proporsi come “ricompensa” al lavoro prestato dall’uomo, ma quale segno vivo che ogni realtà troverà vera pienezza nel suo Regno, ad esso è finalizzata ed è ad esso relativa. “Chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà” (Mc 8,35). È solo spendendosi per la “buona causa” del Regno di Gesù, anche per mezzo del lavoro – segno del resto di ogni operare umano – che è possibile ritrovare già fin d’ora, nella forma della promessa, il senso ultimo anche di quell’operare che agli occhi dell’uomo appare – ed è – così spesso privo di “ricompensa” vera. Dare senso vero al lavoro umano e rimuovere gli ostacoli che si oppongono al pieno riconoscimento della sua dignità (cfr. CV 25 e 63) è compito quanto mai urgente perché l’uomo non viva il proprio lavoro soltanto in attesa e in vista di altro, ma riscopra già nel lavorare stesso, a servizio del bene comune, un modo di rispondere alla propria, originaria chiamata. 5. Spunti prospettici: la spiritualità del lavoro tra “ideologia” e “teologia” Riprendiamo, per concludere, la domanda che ha guidato fin qui questo breve svolgimento: è possibile una spiritualità, un senso profondo del lavoro umano? Riportando l’interrogativo al suo ambito più immediato, più proprio e più ristretto, quello della persona che lavora, ciò che si può dire in estrema sintesi è che risposte di questo tipo non possono essere date in forma puramente intellettuale. Il senso del lavoro non può essere dato semplicemente dall’esterno, a mo’ di formula risolutiva e una volta per sempre: occorre piuttosto, da parte di ciascuno, continuare a ricercarlo, cogliendone ogni suo manifestarsi per sceglierlo, volerlo, potersene appropriare. Esso è sì iscritto nel lavoro stesso, è pronto a concedere innumerevoli manifestazioni della sua presenza, ma a prezzo che si sia disponibili a raccoglierne la sfida; è disponibile al vissuto di ciascuno ma non diviene realtà a meno del prezzo di una scelta. Occorrono inoltre, per questo, adeguate condizioni, non riducibili al livello personale, ma sociale. Se dare un senso al lavoro è risposta ad una chiamata insista nel lavoro stesso, le condizioni che rendono possibile la risposta stessa esigono di essere predisposte a livello sociale, perché non determinabili dal singolo lavoratore. E’ quanto, fra l’altro, Papa Benedetto XVI esplicita in Caritas in veritate, ai paragrafi 25 e 63. Neppure questo passaggio, tuttavia, è da ritenersi ultimativo. Il lavoro non può manifestare il suo senso pieno, se non in quanto a sua volta riferito ad un oltre da sé che lo porti a compimento. Se si vuole evitare una “ideologia del lavoro”, o quanto meno una sua idealizzazione, per aprirsi invece ad una vera e propria “teologia del lavoro”, così come Laborem exercens prospetta, occorre mettere in luce con forza il fatto che lavoro ha bisogno, a sua volta, di essere iscritto entro qualcosa di più grande, mirato non soltanto alla ricerca di un suo senso, ma ad una salvezza, ad un compimento di tutto l’uomo e di tutti gli uomini. In ultima analisi, anche il lavoro può e deve essere salvato; rimane fine intermedio, non ultimo dell’uomo. Come il libro della Genesi rivela in modo insuperabilmente espressivo, e come Laborem exercens magistralmente afferma, l’uomo è fin dalle origini chiamato al lavoro, ma ultimamente quel lavoro


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è finalizzato al riposo supremo in Dio, alla risurrezione, al prendere parte a quel “giardino della vita” di cui l’uomo può possedere, nella storia, alcune vere quanto provvisorie anticipazioni, non la pienezza. Il lavoro è bene alto, non ultimo. Carico di valenze pratiche, educative, relazionali, etiche, simboliche, teologali, richiede in ogni caso la luce e l’apporto della grazia che lo liberi e lo salvi, come ogni darsi storico della libertà. Anche il lavoro infatti è luogo, in ultima analisi, di possibile santificazione, purché accolto in quanto posto originariamente e realmente entro l’unica Santità, quella di Dio. Come diverse figure esemplari di testimonianza cristiana attestano, si può anche diventare santi nell’esercitarlo: come a dire che anche il lavoro ha un posto nel piano di Dio, nel suo disegno di salvezza. Ma non è, esso stesso, salvezza. E il fine ultimo dell’uomo, di ogni uomo, dell’umanità nel suo insieme, è altro: anzi, è un Altro… Umanizzazione e santificazione del lavoro, ci è stato rivelato e insegnato, corrono nella stessa direzione. Il prossimo Incontro Mondiale delle Famiglie che si terrà proprio a Milano, dal 30 maggio al 3 giugno 2012, sul tema: “La Famiglia: il lavoro e la festa”, sarà ulteriore, favorevole occasione per riscoprirlo.


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LA ESPIRITUALIDAD DEL TRABAJO CARLOS DE LA RIVA GUERRA Embajador de Bolivia ante la Santa Sede 1. Necesarios puntos de partida Agradezco a la Universidad Católica (Milano) por esta oportunidad , es para mí un privilegio dirigirme a Ustedes para compartir puntos de vista que tienen que ver con los problemas de la humanidad, como en este caso, el problema del trabajo. Ciertamente también agradecer al Profesor, Luciani, quien preside Caridad Política, y me da la oportunidad de expresar lo que siento y pienso desde la perspectiva latinoamericana, específicamente, boliviana. Se me ha pedido exponer en breve tiempo sobre un tema que a juicio mío tiene una relevancia tremendamente grande en el mundo de hoy, el trabajo, es más, la Espiritualidad del Trabajo. Al principio pensé eludir lo de “espiritualidad”, después de refeccionar algo, decidir mantener el título original, mismo que debe estar inspirado en el Cap. V de la encíclica de Juan Pablo II, Laborem Exercens. Me permito expresar que el concepto “espiritualidad” lo entiendo como aquella dimensión propia de las personas que les permite entender la realidad, ésta que vivimos cotidianamente, desde la óptica de lo trascendente; en palabras más sencillas, la dimensión humana que nos hace ver la vida con Dios, porque también se puede ver la vida sin Dios. Una persona espiritual es la que ve la vida con “los ojos de Dios”. Esta dimensión espiritual de las personas tiene mucho que ver con la construcción de lo que los cristianos llamamos, el Reino de Dios. Creo conveniente indicar que cuando una persona habla, opina, juzga, lo hace desde su personal experiencia, por ello, no todos miran la realidad de la misma manera, cada quien lo hace desde su propia percepción; si Ustedes quieren, a eso le llamamos relativismo. Al mismo tiempo lo que digamos o hagamos siempre tendrá una intención, quiero decir que no existe nada neutro, siempre se toma partido por una u otra situación o posición. Dada mi condición de educador, seguramente esta exposición les parecerá, algo esquemática, por cierto, breve, deseo respetar el tiempo de los quince minutos que me han pedido los organizadores, pero la intención que tengo es que se me entienda lo mejor posible, intentaré ser claro porque además está el problema del idioma. He dividido esta pequeña conversación en 5 partes: la primera es la que estoy concluyendo, donde están mis puntos de partida, en la segunda haré una aproximación al concepto de trabajo, en la tercera enunciaré los aspectos que he considerado de mayor importancia de la doctrina social de la Iglesia Católica, la cuarta la dedico a esbozar un diagnóstico del problema del trabajo en Bolivia, que posiblemente tiene varias coincidencias con lo que sucede en Europa pero también tiene sus diferencias, y en la quinta parte procuraré mostrar algún camino por donde se debería transitar para superar el conflicto del trabajo. 2. Qué se debería entender por trabajo Tengo la impresión que es algo generalizado entre las personas (hombres y mujeres) no haberse detenido a reflexionar, pensar sobre el concepto de trabajo. Es algo tan “normal”, tan de todos los días, tan prosaico (en italiano dirían, banale), tan pesado, que no invita a detenerse para preguntarse, qué es el trabajo. Con el concepto de amor sí han habido esfuerzos públicos intentando definirlo. Yo diría que han sido los economistas políticos (pongo como ejemplo a Carl Marx) quienes se ocuparon de definir este concepto pero lo hicieron en el contexto del proceso de producción, hasta incluso llegar al extremo de identificar trabajo con mercancía. Este problema prefiero dejarlo a los que están interesados en hacer ciencia económica. Previamente me gustaría lanzar algunas ideas que pueden ayudar, no a una definición, sino a una descripción. Es algo, una acción, que siempre ha estado en la historia de la humanidad, al principio nos imaginamos cada quien haciendo lo que buenamente tenía a su alcance para sustancialmente sobrevivir, sin ninguna técnica, organización, proyección. Yo me imagino que fueron muchos pero muchos años los que tuvieron que pasar hasta alcanzar un régimen de trabajo


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que suponía hacer algo hoy para disfrutarlo después (pensemos en la agricultura). Tuvieron que pasar muchos pero muchos años para descubrir que si lo hacíamos en grupo acelerábamos el rendimiento y economizábamos el tiempo, tuvieron que pasar muchos pero muchos años para encontrar ciertas técnicas que disminuían el trabajo pesado, tuvieron que pasar muchos pero muchos años para darme cuenta que producía más de lo que necesitaba y lo podía cambiar por otros bienes, y tuvieron que pasar muchos pero muchos años para descubrir que podía usar del trabajo ajeno. Y cada momento de esos anteriores significaba una verdadera revolución. Pero donde la humanidad percibió un cambio radical entre lo que se hacía y lo que se estaba haciendo fue, a juicio mío, en la mitad del siglo IXX, lo que conocemos como la revolución industrial. Modelo con el que aún seguimos viviendo. Personas que han estudiado la estabilidad familiar coinciden en señalar que el trabajo es un elemento de primer orden. La familias que gozan de una estabilidad laboral tienden a mantenerse como tal; por el contrario, familias en las que el trabajo es precario, o no existe, la tendencia es su desconfiguración (el caso de los migrantes es un ejemplo vivo y cruel de esta afirmación). Los países que han generado mejores posibilidades y condiciones de trabajo son aquellos que han construido una sociedad más confortable, países que no tuvieron la capacidad de crear buenas condiciones de trabajo, se han generado crecimiento. Es interesante ver que en Bolivia (quizá América Latina) ya no se habla de una país en vías de desarrollo sino de un país mal desarrollado o dicho de otra forma, mal trabajado Todo el esfuerzo, que es mucho, de la escuela está dirigido, se quiera o no, a la formación de los futuros trabajadores. Nadie aprende, nadie estudia por el gusto de hacerlo en sí, yo avanzo por el curriculum escolar porque es la condición previa para lograr un puesto de trabajo. Ya desde los primeros años al niño se le pregunta: qué quieres ser cuando sean grande; nadie contesta, una buena persona, contesta: médico. Fíjense que las profesiones que tienen una mejor remuneración son las más concurridas. Y esto nos parece natural. Si bien los hombres somos iguales a los ojos de Dios, en realidad no somos iguales, somos desiguales, yo digo, profundamente desiguales. Qué es lo que ha hecho que no seamos iguales, por el contrario, cada vez más desiguales, el trabajo. Este factor es tan fuerte que hasta dentro de una misma familia crea desigualdad. Cuando las condiciones de trabajo cambian, cambian las condiciones de vida, hasta incluso las condiciones morales. Me refiero tanto a nivel personal como social. Si es verdad lo anterior, quiere decir que el trabajo es algo fundamental en la vida de las personas, determinante. No es igual la vida de uno que trabaja a la vida de uno que no trabaja, definitivamente. Y ahora viene la gran pregunta: qué es el trabajo. No me atrevo a definirlo pero sí a soltar algunas aproximaciones: Acción del hombre dirigida a crear condiciones de vida favorables para sí y para los demás Actividad que ocupa la mayor parte del tiempo del hombre Acción organizada destinada a la producción de bienes suficientes para asegurar y dar continuidad a la vida Acción que provoca cansancio , preocupación, responsabilidad, fatiga en orden a lograr estabilidad y bienestar social, familiar y personal Acción dirigida a lograr el “vivir bien” Acción que aplica el hombre en orden a conseguir una retribución monetaria Acción propia del hombre dirigida a la trasformación de la naturales a favor suyo y de los demás Acción del hombre y sólo de él (no propia de los demás seres creados) dirigida a la realización personal y colectiva Acción que crea relación entre los hombres en torno a una idea compartida. 3. El trabajo en la doctrina social de la Iglesia Católica Sobre el tema social la Iglesia Católica ha hablado de manera consistente siempre. Desde los primeros santos, Doctores de la Iglesia hasta nuestros días, con singular mesura en algunas ocasiones, pero siempre con claridad. El problema es que quienes deberían leer la doctrina social de la Iglesia, no lee porque no le interesa. Sobre el trabajo voy a recurrir a dos fuentes, el Vaticano II y la encíclica, Laborem Exercens de Juan Pablo II ( que este sea mi homenaje a su beatificación).


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En la Constitución sobre la Iglesia, Lumen Pentium, leemos en el No. 34 lo siguiente: Cristo Jesús supremo y eterno Sacerdote, desea continuar su testimonio y su servicio también por medio de los laicos; por ello, vivifica a éstos con su Espíritu e ininterrumpidamente los impulsa a toda obra buena y perfecta……..Pues todas sus obras preces y proyectos apostólicos, la vida conyugal y familiar, el trabajo cotidiano, el descanso del alma y del cuerpo, si se realizan en el Espíritu, incluso las molestias de la vida si se sufren pacientemente, se convierten en hostias espirituales, aceptables a Dios por Jesucristo……En el No. 36 dice: Procuren, pues, seriamente, que por su competencia en los asuntos profanos y por su actividad, elevada desde dentro por la gracia de Cristo, los bienes creados se desarrollen al servicio de todos y cada uno de los hombreas y se distribuyan mejor entre ellos, según el plan del Creador y la iluminación de su Verbo, mediante el trabajo humano, la técnica y la cultura civil; y que a su manera estos seglares conduzcan a los hombres al progreso universal en la libertad cristiana y humana. Solo esto es ya una declaración de parte de la Iglesia solemne del valor y sentido del trabajo. Para entender esta declaración constitucional hay que abrir el corazón y la mente y el mundo del trabajo cambiará. De la encíclica permítanme extraer algunas ideas, piensen que esta encíclica fue escrita hace 30 años pero mantiene su vigencia, es más, aún no se la ha leído con seriedad: Empieza la encíclica indicando que con el trabajo el hombre debe procurarse el pan cotidiano El trabajo contribuye al progreso de las ciencias y la tecnología Pero especialmente a la incesante elevación cultural y moral de la sociedad en la que vive El trabajo es todo tipo de actividad realizada por el hombre independientemente de sus características o circunstancias El trabajo debe ser perenne y fundamental en la vida del hombre Indica que sobre el trabajo existen problemas e interrogantes, piensa que lo que vendrá será tan o más grave de lo que fue la revolución industrial Siendo el trabajo una cosa muy antigua pide que descubramos los nuevos significados del trabajo humano y se formulen nuevos cometidos El trabajo es la clave de toda la cuestión social El trabajo tiene que servir a la realización humana, al perfeccionamiento de esa vocación de persona El trabajo tiene un valor ético, indudablemente, por tanto, es el meollo del problema social El trabajo en función del hombre, no al revés Rechazo absoluto a entender el trabajo como una mercancía El trabajo es el fundamento de la vida familiar, condición necesaria para poder fundar una familia Los medios de producción son resultado del trabajo del hombre. Clara alusión a que esos medios pertenecen al trabajo de los hombres, por tanto, el capitalista, usa de esos medios que no son propiamente de él sólo El trabajo es una obligación, un deber del hombre. El hombre debe trabajar por el hecho de que el creador lo ha ordenado, por el hecho de su propia humanidad, por respeto al prójimo, por respeto a la propia familia, por respeto a la sociedad a la que pertenece, a la nación de la que es hijo o hija, a la entera familia humana de la que es miembro El problema clave de la ética social es el de la justa remuneración por el trabajo realizado La espiritualidad del trabajo consiste en acercarse a Dios a través del trabajo El trabajo humano es la participación en la obra creadora de Dios. Lo que ha dicho Juan Pablo II es muy grave si leemos con atención y somos coherentes. Dejamos de ser cristianos si me aprovecho del trabajo ajeno. No entiendo cómo la Iglesia no excomulga a quienes se aprovechan del trabajo de los demás a costa de robarles lo que les corresponde éticamente. 4. El problema del trabajo en Bolivia Es tan serio este problema que hoy en Bolivia se habla más de los derechos de los que no tienen trabajo que de los derechos de los trabajadores. Un estudio que hizo una institución mostró y demostró que el 52% de los bolivianos tienen trabajo, entendiendo éste como digno, estable, palabras que ha utilizado hace muy poco Su Santidad Benedicto XVI. El resto no, no lo tiene. Ese 48% restante ha tenido que “crear” su fuente de trabajo, está en las calles en lo que se llama la informalidad, venden cualquier cosa en cualquier sitio y a cualquier hora, sin ninguna seguridad, de nin-


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gún tipo, al contrario, sometidos a las inclemencias naturales, policiales, municipales y delicuenciales. De ese 48% el 5.28% simplemente no tiene trabajo, medio millón de personas económicamente activas no gozan de este privilegio que se llama trabajo. Se calcula que en los últimos 10 años, 400.000 personas han abandonado el país en busca de una oportunidad de trabajo que como principal consecuencia tiene la destrucción de la familia. Juan Pablo II tiene razón, la Iglesia tiene la razón, el trabajo es un problema serio. Algunos otras características de Bolivia: El salario mínimo vital es de 700.00 Bs. (70,70 euros) Funciona el libre contrato, te pueden despedir en cualquier momento Los únicos que gozan de inamovilidad son los empleados públicos: militares, maestros, salubristas (aun éstos, por razones políticas, pueden perder el empleo) Ya es bastante normal que el hombre y la mujer deban trabajar, ya sea porque el salario de uno no alcanza para sostener a la familia, sea porque la mujer es quien sustenta sola a la familia, sea porque las mujeres se han capacitado profesionalmente El trabajo campesino sigue siendo de subsistencia, poco porcentaje de lo que produce llega al mercado. Este sector no tiene apoyo estatal. Esta es una de las causas de la crisis actual de falta de alimentos Los jóvenes profesionales no tienen fácil acceso al mercado del trabajo, al contrario, les es muy difícil acceder a un puesto. Esta situación está creando desánimo para el estudio y la formación. 5. Vías de solución Si deseamos que todos vivan con un mínimo de dignidad, tal como lo dice nuestra inteligencia, nuestra fe y la propia Iglesia, hay que pensar en recorrer caminos nuevos. En la encíclica que hemos visto hoy, se nos pide que pensemos en serio en este tema para ir encontrando salidas humanas, de mayor humanidad. Planteo dos vías: El actual sistema neoliberal o capitalista no requiere ajustes como indica Su Santidad Benedicto XVI en la encíclica Caritas in Veritate, necesita un replanteamiento a fondo La humanidad entera, especialmente aquellos que tienen demasiado, aquellos que Jesús llama los ricos, tienen que descubrir que los demás, especialmente los pobres, son también humanos y son mis hermanos. Esto permitirá encontrar una respuesta humana a semejante problema. Deseo haber aportado. Milano, Italia, mayo 3, 2011


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LA PROBLEMATIQUE DE LA PROPRIETE INTELLECTUELLE ET LES DROITS INALIENABLES DES PAYSANS ET COMMUNAUTES LOCALES SUR LES SEMENCES THÉODORE COMLANVI LOKO Docteur en droit Ambassadeur du Bénin près le Saint Siège INTRODUCTION Un Organisme Génétiquement Modifié (OGM) est un animal, une plante ou un micro-organisme dans lequel, grâce aux biotechnologies modernes, l’homme a introduit un ou des gènes étrangers spécifiques, pour l’acquisition d’un caractère nouveau. Le transfert du matériel génétique d’une espèce à une autre, permet d’obtenir des organismes qui n’auraient pas pu exister naturellement, et la technique a pour nom, transgenèse ou génie génétique. Théoriquement, le transfert d’un gène d’un organisme à un autre est possible car, à quelques variations près, tous les organismes vivants (virus, bactéries, végétaux, animaux) possèdent le même système de codage et d’expression de l’information génétique. L’universalité du code génétique et de l’ADN (acide désoxyribonucléique), support de l’information génétique, permet théoriquement à un organisme de faire exprimer une information provenant de n’importe quel autre être vivant. Ainsi, le génie génétique permet d’obtenir des organismes résistants aux insectes (pomme de terre, maïs, coton,...), ou tolérants aux herbicides (soja, maïs, colza, coton,...) ou au virus (poivron, papayer, courge, pomme de terre, ....) ou à la sécheresse (blé, maïs, ...) ou à la salinité.... De même, de nombreux médicaments et vaccins sont aujourd’hui produits à partir de biotechnologies. De ce fait, les OGM occupent actuellement une place non négligeable dans les domaines de l’agriculture et de la santé. Autrefois, il n’existait pas de droit de propriété intellectuelle sur le vivant. Mais, étant des produits issus de biotechnologies modernes, les OGM sont protégés par des droits de propriété intellectuelle qui accordent des bénéfices à leur auteur. L’histoire des Droits de Propriété Intellectuelle (DPI) sur le vivant a démarré autour des années 1920, au moment où l’amélioration variétale et la sélection des plantes ont pris le dessus dans le domaine de la production agricole. Ceci a abouti à l’accord ayant donné à la naissance de l’UPOV (Union pour la protection des obtentions végétales)1 dans les années 1960. Cet accord n’a d’ailleurs pas encore enregistré l’adhésion de la plupart des pays et son secrétariat fait actuellement pression sur les pays africains pour qu’ils y adhèrent. Avant l’avènement des biotechnologies modernes, un organisme vivant ne pouvait pas faire l’objet de brevet, car le vivant n’est pas une invention de l’Homme. Les ressources génétiques agricoles appartenaient à toute l’Humanité. De ce fait, la FAO et d’autres organisations internationales ont favorisé la collecte des ressources génétiques dans le monde. Avec les biotechnologies, cette position a changé. Les droits de propriété intellectuelle de type industriel (brevet) sont reconnus sur les OGM, et les royalties vont à un particulier ou à une firme. Le bénéficiaire d’un brevet acquiert l’exclusivité commerciale, avec un délai de protection qui est généralement de 20 ans. Du point de vue des droits de propriété intellectuelle, les semences transgéniques brevetées sont souvent comparées à des logiciels informatiques qui ne peuvent pas être multipliés par leurs utilisateurs. Les agriculteurs sont donc contraints par la loi d’acheter leurs semences au lieu de les reproduire. En 1998, « plus de 200 fermiers américains ont été poursuivis par Monsanto qui utilisent les services d’une agence de détectives privés pour contrôler les champs de ses clients et inciter les agriculteurs à la délation des contrevenants via un numéro vert mis à leur disposition » . Cette situation pose le problème de sécurité alimentaire dans les pays pauvres et il convient de se poser la question de savoir jusqu’où va de nos jours en cette matière la fonction protectrice du droit international. Mais l’état des lieux (I) montre plutôt une confusion totale dans les dimensions objectives et subjectives du travail humain et une contradiction dans la politique internationale en matière de sécurité alimentaire. D’où la nécessité de la recherche de solution durable (II).


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I L’ETAT DES LIEUX Comme précisé plus haut, l’état des lieux montre qu’il y a une confusion dans les dimensions objective et subjective du travail (A) et une contradiction dans la politique internationale en matière de sécurité alimentaire (B). A/UNE CONFUSION DANS LES DIMENSIONS OBJECTIVE ET SUBJECTIVE DU TRAVAIL En matière de politique internationale, la prise en compte de la dimension subjective du travail s’analyse à travers le principe de la non brevetabilité du vivant (1) et la confusion des deux dimensions s’observe à travers ce qu’il serait permis d’appeler ”une science sans conscience”(2). 1/ LE PRINCIPE DE LA NON BREVETABILITE DU VIVANT La biodiversité est la diversité naturelle des organismes vivants. Elle s’apprécie en considérant la diversité des écosystèmes, des espèces, des populations et celle des gènes dans l’espace et dans le temps, ainsi que l’organisation et la répartition des écosystèmes aux échelles biogéographiques. Le maintien de la biodiversité est une composante essentielle du développement durable. Au Sommet de la Terre de Rio (1992), sous l’égide de l’ONU, au travers d’une convention mondiale sur la biodiversité, tous les pays ont décidé de faire une priorité de la protection et restauration de la diversité du vivant, considérée comme une des ressources vitales du développement durable. Puis le sommet européen de Göteborg en 2001, dans l’accord sur une Europe durable pour un monde meilleur s’est fixé (pour l’Europe) un objectif plus strict : arrêter le déclin de la biodiversité en Europe d’ici 2010 (année mondiale de la biodiversité pour l’ONU). Le Programme des Nations unies pour l’environnement a annoncé le 12 novembre 2008 la création d’un « groupe intergouvernemental d’experts sur la biodiversité », qui sera probablement nommé Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services (IPBES)2, sur le modèle du GIEC qui, lui, s’occupe du climat. 2010 a été l’année internationale de la biodiversité, conclue par la Conférence de Nagoya sur la biodiversité (2010) qui a reconnu l’échec de l’objectif international qui était de stopper la régression de la biodiversité avant 2010, et proposé de nouveaux objectifs (Protocole de Nagoya). La diversité biologique est la diversité de toutes les formes du vivant à ses différents niveaux d’organisation10. Elle est traditionnellement subdivisée en trois niveaux (il existe de nombreux niveaux intermédiaires : paysages, communautés, etc.) : 6. La diversité génétique, elle se définit par la variabilité des gènes au sein d’une même espèce ou d’une population. Elle est donc caractérisée par la différence de deux individus d’une même espèce ou sous-espèce (diversité intraspécifique ou infraspécifique). 7. La diversité spécifique, correspond à la diversité des espèces (diversité interspécifique). Ainsi, chaque groupe défini peut alors être caractérisé par le nombre des espèces qui le composent, voir taxinomie. Cependant, pour caractériser le nombre de plan d’organisation anatomique, il est préférable d’employer le terme de disparité. 8. La diversité écosystémique, qui correspond à la diversité des écosystèmes et biomes présents sur Terre, des interactions des populations naturelles et de leurs environnements physiques. 2/ UNE SCIENCE SANS CONSCIENCE Malgré l’entrée en vigueur de la Convention sur la diversité biologique qui reconnaît le droit de souveraineté des Etats sur leurs ressources génétiques, les dépôts de brevet ont continué et les prélèvements des ressources biologiques (bioprospection) pratiqués sans « accord préalable donné en toute connaissance de cause»2. Ce type de bioprospection est qualifié de biopiraterie par RAFI, une ONG internationale spécialisée en la matière. Un exemple de biopiraterie souvent cité en Afrique est celui de l’université du Wisconsin aux Etats-Unis qui a « demandé quatre brevets sur la brazzéine, une protéine ultra –sucrée de la baie d’une plante prélevée au Gabon. Des licences d’exploitation de la brazzéine ont été accordées par l’université américaine à des sociétés biotechnologiques pour permettre au maïs de produire cette protéine. Le marché de l’édulcorant s’élèverait à 1,4 milliards de dollars, mais le Gabon et les communautés forestières qui ont découvert et entretenu ces plantes ne recevront rien en échange »3. Or, l’un des objectifs de la Convention sur la diversité biologique en vigueur depuis décembre 1993 est : « le partage juste et équitable des bénéfices tirés de l’exploitation des ressources biologiques ». La biopiraterie (ou biopiratage) est l’appropriation de connaissances biomédicales autochtones, par le biais de bre-


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vets, par des firmes privées du génie génétique sans compensation pour les groupes autochtones qui ont initialement développé ces connaissances. A partir des années 1980, certains industriels de la pharmacie ou de l’agriculture se sont appropriés un droit exclusif sur les gènes du génome humain, des plantes, et de façon plus large tout ce qui est vivant, notamment les ressources de peuples du Tiers-Monde. Le terme est aussi utilisé pour décrire la marchandisation du vivant, c’est-à-dire l’appropriation juridiquement cadrée d’une ressource naturelle (alors considérée comme bien commun) au profit d’un groupe ou d’unee firme commerciale privée par le biais d’un brevet. Par exemple l’office des brevets américains délivre chaque année 70 000 brevets dont 15% sur le vivant[réf. nécessaire]. La biopiraterie peut faire référence: - à l’utilisation non autorisée de ressources biologiques (i.e., plantes, animaux, organes, micro-organismes, gènes...) - à l’utilisation non autorisée des connaissances sur les ressources biologiques des communauté indigènes et traditionnelles - à la distribution non équitable des bénéfices entre le porteur du brevet et la communauté dont les ressources et les connaissances sont ainsi confisquées. Dans ce nouveau cadre qui leur est imposé de l’extérieur, ils doivent payer des droits au nouveau propriétaire pour profiter de ce qui est à eux. En Inde il y a eu de nombreux suicides de paysans suite à cette Biopiraterie. La contre-attaque des paysans du Monde avec Vandana Shiva a réussi à faire reculer certaines formes de Biopiraterie; - au brevetage de ressources biologiques sans respecter les critères de brevetabilité (nouveauté, inventivité et utilité). C’est dans le domaine des végétaux que le concept de la brevetabilité du vivant a fait pour la première fois l’objet d’une législation, en 1930. À cette date, les États-Unis ont voté le Plant Patent Act qui autorisait explicitement le dépôt de brevets pour certaines plantes, principalement ornementales. Cette loi a été étendue en 1970 avec le Plant Variety Protection Act qui s’applique aux graines et à plus de 350 espèces végétales alimentaires. Une première convention internationale sur la protection des espèces végétales se tient en 1961. Elle aboutit à la création de l’Union pour la protection des obtentions végétales (UPOV), dont les pays signataires accordent aux sélectionneurs de semences des Certificats d’Obtention Végétale (COV). Ceux-ci se différencient des brevets en ce qu’ils protègent spécifiquement des variétés végétales, alors que les brevets sont censés récompenser l’effort d’une recherche de solution à un problème technique exprimé par des fonctions ou des moyens spécifiques ou généraux. Les COV : - reconnaissent l’effort de recherche et son coût ; - permettent un retour sur investissement ; - rendent le savoir correspondant accessible à tous, comme les brevets. La plupart des pays de l’Union européenne font partie de l’UPOV ; le Parlement européen a voté en 1998 une directive sur la protection juridique des inventions biotechnologiques qui rend possible l’obtention de certains brevets européens sur des organismes vivants, dont les plantes génétiquement modifiées, mais prend aussi en compte des principes éthiques pour restreindre d’autres aspects. La question du chevauchement ou du conflit éventuel entre certains droits accordés par l’UPOV, et les droits qui peuvent être obtenus par la délivrance d’un brevet, n’a été réglé qu’en partie par la Directive. Cela suscite d’ailleurs une polémique, l’UPOV étant considérée par beaucoup de scientifiques comme un système appréciable reconnaissant l’effort de recherche sans bloquer la possibilité d’approfondir cette recherche pour d’autres chercheurs. Les biotechnologies, en maîtrisant les techniques permettant le clonage et la production d’OGM ont réalisé des pas spectaculaires, d’où un questionnement et un débat de société. En dehors de ce débat, des entreprises détiennent déjà de nombreux brevets sur des séquences de gènes, des micro-organismes ou des OGM. L’absence de jurisprudence et le cadre légal incomplet font qu’un grand nombre de brevets accordés protégeant ces gènes seront peut-être jugés trop extensifs par la suite. L’invention biotechnologique protégée sous forme de brevet, comme toute autre invention brevetée est documentée 18 mois après son dépôt de façon publique et tombe dans le domaine public au bout d’une période de vingt ans. En général, on considère trois types principaux de licences pouvant faire l’objet d’un contrat, par exemple entre une firme biotechnologique et une firme pharmaceutique : exclusive, simple et non exclusive. Dans le cas des licences


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exclusives, le concédant accorde certains droits à un seul licencié. Le concédant convient également de ne pas exercer lui-même les droits ayant fait l’objet d’une licence. Ces droits pourraient comporter le droit de fabriquer, d’utiliser ou de vendre le produit dans un domaine particulier d’utilisation, comme celui de produits pharmaceutiques, ou à l’intérieur d’une région géographique désignée, par exemple l’Amérique du Nord. Dans le cas d’une licence simple, le concédant convient d’accorder certains droits à un seul licencié, mais conserve celui d’exercer les droits qui font l’objet de la licence. Des licences non exclusives sont délivrées à plusieurs licenciés différents pour la même propriété intellectuelle dans la même région géographique ou dans le même domaine d’utilisation. B/ UNE CONTRADICTION DANS LA POLITIQUE INTERNATIONALE EN MATIERE DE SECURITE ALIMENTAIRE La contradiction dans la politique international en matière de sécurité alimentaire s’explique par les pratiques en faveur des OGM (1) et à la fois par la conception de législations alternatives (2). 1/ LES PRATIQUES EN FAVEUR DES OGM Avant l’avènement des biotechnologies modernes, un organisme vivant ne pouvait pas faire l’objet de brevet, car le vivant n’est pas une invention de l’Homme. Les ressources génétiques agricoles appartenaient à toute l’Humanité. De ce fait, la FAO et d’autres organisations internationales ont favorisé la collecte des ressources génétiques dans le monde. Avec les biotechnologies, cette position a changé. Les droits de propriété intellectuelle de type industriel (brevet) sont reconnus sur les OGM, et les royalties vont à un particulier ou à une firme. Le bénéficiaire d’un brevet acquiert l’exclusivité commerciale, avec un délai de protection qui est généralement de 20 ans. Et il est surprenant que les organisations du système des Nations Unies, surtout la FAO (Déclaration de Jacques Diouf en mai 2001) et le PNUD accordent leur soutien ouvert aux OGM, au détriment des intérêts des communautés locales : « Bien que controversés, les OGM représentent un grand espoir pour les pays en développement» ont déclaré tous les Représentants du PNUD en juillet 2001, à l’occasion de la publication du Rapport Mondial sur le Développement humain. Avec l’Organisation Mondiale du Commerce (OMC) et l’accord sur les Aspects des Droits de Propriété Intellectuelle touchant au Commerce (ADPIC), les multinationales souhaitent que l’application des droits de propriété intellectuelle sur les plantes transgéniques soit étendue géographiquement à toute la planète. Cet accord fait obligation aux pays de se doter d’un système de protection de la propriété intellectuelle sur les variétés végétales. Or, le système de brevet tout comme le système de l’union pour la protection des obtentions végétales (UPOV) et de l’Organisation Africaine de Propriété Intellectuelle (OAPI), ne reconnaît pas le droit des communautés locales, d’où la nécessité de législations alternatives. 2/ LES LEGISLATIONS ALTERNATIVES Dans ce contexte, pour renforcer leur capacité face aux multinationales qui exploitent la riche diversité biologique des pays en développement, ces derniers mettent actuellement en place la stratégie de «l’union fait la force». Ainsi, la communauté andine (Bolivie, Colombie, Equateur, Vénézuela et Pérou) a adopté en septembre 2000, une législation commune sur la propriété intellectuelle, compatible avec les réglementations de l’OMC. Cette loi qui régit l’accès aux ressources génétiques vise à faire reconnaître le droit des populations locales sur leurs ressources. De même, l’Union Africaine (UA) dispose actuellement d’une législation modèle pour protéger les droits des agriculteurs, des communautés locales et des obtenteurs de semences. En effet, les pays africains ont contesté l’article 27.3b de l’accord sur les Droits de Propriété Intellectuelle et le Commerce (ADPIC ou TRIP en anglais)4, qui “forçe” les pays signataires à accepter des droits de brevets sur les microorganismes, ainsi que des droits sui generis (adaptés selon le lieu) pour les autres organismes vivants. On sait que les accords internationaux sont essentiellement le fait des négociateurs européens et américains et que les pays pauvres, ne pouvant parfois pas se payer de bons négociateurs paraissent évincés. De plus, des études économico-juridiques ont montré que « les Etats africains … devraient éviter tout système qui introduise des monopoles ou des droits exclusifs comme les brevets ou les breeders’ rights [les COV]. Cela est dû au fait que ces droits [ou plutôt pouvoirs !]


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ne semblent pas apporter les conditions pour assurer les besoins élémentaires en alimentation pour les individus et la gestion durable des ressources biologiques des pays africains »5. Dans le cadre de l’Organisation de l’Unité Africaine (OUA), les Etats africains ont mis au point, sous l’influence décisive de Tewolde Egziabher, négociateur éthiopien, une loi modèle susceptible de répondre à leurs souhaits. Celle-ci a été approuvée par les chefs d’Etats de l’OUA en juillet 1998 et recommandée pour devenir la base des lois nationales sur ce sujet en Afrique. Les Etats africains ont élaboré cette législation modèle « pour équilibrer les droits des communautés locales, des agriculteurs et des sélectionneurs ». Dans cette loi modèle, les droits des sélectionneurs sont subordonnés au droit des agriculteurs. De même « la loi soutient activement le rôle des femmes ». Le considérant 9 soutient que « toutes les formes de vie sont à la base de la survie humaine et que, par conséquent, la brevetabilité du vivant ou l’appropriation exclusive de toute forme de vie, y compris toute partie ou dérivée viole le droit fondamental de la personne humaine à la vie ».. Cette législation alternative à tous les textes juridiques internationaux (UPOV, OAPI) s’oppose à la brevetabilité du vivant et a pour objectif d’assurer la conservation, l’évaluation et l’utilisation durable des ressources biologiques, y compris les ressources génétiques agricoles et les OGM. Seulement, l’Organisation Mondiale de la Propriété Intellectuelle (OMPI) et l’Union Internationale pour la Protection des Obtentions Végétales (UPOV) invitées par l’UA à contribuer à sa loi modèle, cherchent à faire échouer cette heureuse initiative. C’est ce qui ressort de la dernière réunion à Addis Abeba en Mai 20016. II LA RECHERCHE D’UNE SOLUTION DURABLE La recherche d’une solution durable passe nécessairement par l’approche participative (A) et l’assistance technique aux pays pauvres (B). A/ L’APPROCHE PARTICIPATIVE L’agriculture moderne est comme une vaste pyramide inversée; elle repose sur une base dangereusement étroite. Sur près de 250.000 variétés végétales propres à la culture, on n’en cultive aujourd’hui qu’environ 7.000, soit moins de 3 %. Le système hiérarchisé de la recherche agricole, qui considère les agriculteurs comme de simples bénéficiaires de la recherche plutôt que des participants à part entière, a grandement contribué à accroître la dépendance à l’égard de quelques variétés végétales. Cette tendance, de même que l’industrialisation croissante de l’agriculture, sont les principaux facteurs de ce qu’il est désormais convenu d’appeler l’« érosion génétique ». Il faut aborder la recherche et le développement agricole sous un angle nouveau pour conserver la diversité, améliorer les cultures et assurer à l’humanité une production alimentaire de qualité. Le livre de Ronnie Vernooy intitulé “Les semences du monde; l’amélioration participative des plantes”7 porte sur ce genre d’approche : la phytosélection participative. Passant en revue dix années de recherches sur l’agrobiodiversité financées par le CRDI8, il examine les questions fondamentales, de la conception des projets in situ aux droits des agriculteurs et des phytogénéticiens, et fait valoir l’importance de nouvelles lois et politiques à l’appui des objectifs énoncés. Les Semences du monde présente divers projets illustrant la collaboration des agriculteurs et des phytogénéticiens, qu’ils soient des hautes terres andines, des contreforts de l’Himalaya ou de régions plus éloignées encore. Suivant l’analyse des points forts – et des faiblesses – de ces projets, l’auteur propose des recommandations aux gouvernements et aux organismes œuvrant dans le domaine de la recherche et du développement agricole. L’approche participative tant souhaitée converge avec l’encyclique “Caritas in veritate” du Pape Benoît XVI (1). En outre, l’exemple donné par les ONG montre bien sa pertinence (2). 1/ L’ENCYCLIQUE ‘’CARITAS IN VERITATE’’ L’Église n’a pas de solutions techniques à offrir et ne prétend « aucunement s’immiscer dans la politique des États ». Elle a toutefois une mission de vérité à remplir, en tout temps et en toutes circonstances, en faveur d’une société à la mesure de l’homme, de sa dignité et de sa vocation. Sans vérité, on aboutit à une vision empirique et sceptique de la vie, incapable de s’élever au-dessus de l’agir, car inattentive à saisir les valeurs – et parfois pas même le sens des choses – qui permettraient de la juger et de l’orienter. La fidélité à l’homme exige la fidélité à la vérité qui, seule, est la garantie de la liberté9 et de la possibilité d’un développement humain intégral. C’est pour cela que l’Église la re-


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cherche, qu’elle l’annonce sans relâche et qu’elle la reconnaît partout où elle se manifeste. Cette mission de vérité est pour l’Église une mission impérative. Sa doctrine sociale est un aspect particulier de cette annonce: c’est un service rendu à la vérité qui libère. Ouverte à la vérité, quel que soit le savoir d’où elle provient, la doctrine sociale de l’Église est prête à l’accueillir. Elle rassemble dans l’unité les fragments où elle se trouve souvent disséminée et elle l’introduit dans le vécu toujours nouveau de la société des hommes et des peuples. Dans l’Encyclique <<Caritas in Veritate>>10 Benoît XVI indique que les acteurs de la vie économique ne peuvent se limiter au marché seul, mais que l’économie doit aussi impliquer l’Etat et la société civile. <<La vie économique a sans aucun doute besoin du contrat pour réglementer les relations d’échanges entre valeurs équivalentes. Mais elle a tout autant besoin de lois justes et de formes de redistribution guidées par la politique, ainsi que d’œuvres qui soient marquées par l’esprit de don. >> Son prédécesseur, le Pape Jean Paul II avait signalé cette problématique quand, dans Centesimus annus il avait relevé la nécessité d’un système impliquant trois sujets : <<le marché, l’Etat et la société civile>>. L’Encyclique Centesimus annus de 1991 soulignait déjà ce rôle de l’Etat : <<L’Etat a le devoir d’assurer la défense et la protection des biens collectifs que sont le milieu naturel et le milieu humain dont la sauvegarde ne peut être obtenue par les seuls mécanismes du marché.>>11 La contribution de l’Eglise à l’émergence de l’Etat de droit pose un problème spécifique lié à la place de l’Eglise comme acteur et les relations réciproques entre elle et la société. Pour Jean Jacques ROUSSEAU, la juxtaposition et, comme il le laisse entendre, la cohabitation sans doute problématique entre l’Etat et la religion apparait bien de prime abord comme ce qui rompt l’unité sociale12. Pour d’autres auteurs, au contraire, cette dualité met l’homme à distance de lui-même et contribue efficacement par là, de manière singulièrement active, à l’unité authentique du lien social que tous désirent et recherchent, universellement13 . 2/ LES ONG ET LES OGM La question des productions d’aliments à base d’organismes génétiquement modifiés (OGM) est sans doute l’une des plus controversées du moment, et les gouvernements ne semblent pas savoir comment y répondre, après avoir été dans un premier temps plutôt favorables à cette innovation. Le vent semble avoir tourné vers plus de circonspection, sinon plus de précaution, en la matière. En grande partie du fait de la mobilisation des organisations non gouvernementales (ONG). L’OCDE, mandatée par le G8 pour l’éclairer sur les questions de sécurité des aliments issus des progrès des biotechnologies, s’est mise précisément à l’écoute des ONG et leur a donné la parole, lors d’une consultation spéciale le 20 novembre 1999, et lors d’une conférence organisée du 28 février au 1er mars à Edimbourg avec le gouvernement britannique sur les aspects scientifiques et sanitaires de la sécurité des aliments transgéniques. On a pu ainsi mieux percevoir les arguments des différents opposants ou réticents. Sans doute les premiers opposants, et les plus virulents, ont été les militants écologistes. Ils invoquent le fait que les OGM peuvent introduire dans la nature des désordres complètement incontrôlables, et ils réclament pour cette raison un moratoire sur la production et la commercialisation des OGM jusqu’à ce qu’on en sache plus de leurs effets potentiels sur la flore, la faune et l’homme. Face à cette levée de boucliers dans les pays développés, les multinationales du secteur se sont tournées vers les pays en développement, où les besoins en nourriture des populations sont immenses et où les cultures à base d’ OGM paraissent constituer la panacée tant attendue. Encouragés par les gouvernements des pays en question, les cultures s’étendent à grande vitesse, à commencer par la Chine. Mais là aussi, dans les pays du Sud, les résistances s’organisent sous l’impulsion des ONG. Le relais a été pris par les organisations de consommateurs. Les Européennes tout d’abord, particulièrement sensibilisées par l’affaire de l’ESB (maladie de la vache folle), entre autres. Elles ont réclamé la liberté de choix pour le consommateur, et donc un étiquetage informatif clair sur la présence d’OGM dans les produits -- ce que vient de décider la Commission européenne. Sans manifester une opposition de principe aux OGM, ces organisations défendent le point de vue que le consommateur doit pouvoir refuser d’acheter les produits en question pour des convictions relevant de la santé, l’éthique, la religion ou autres. Elles notent aussi que les bénéfices financiers, nutritionnels ou autres des OGM pour les consommateurs restent à démontrer.


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Face aux enjeux et aux incertitudes, les gouvernements se tournent vers les scientifiques. Mais il semble qu’il y a aujourd’hui bien peu d’études solides qui permettent de lever les doutes dans un sens ou dans l’autre. B/ LA TRANSPARENCE La transparence peut être favorisée par le respect de la souveraineté des Etats sur leurs ressources naturelles (1) et l’assistance technique aux Etats permettant des choix judicieux (2). 1/ LE RESPECT DE LA SOUVERAINETE DES ETATS SUR LES RESSOURCES NATURELLES La théorie de la souveraineté sur les ressources naturelles occupe une place de premier plan sur la scène internationale, d’une part parce qu’elle est l’un des principaux corollaires du droit des peuples à disposer d’eux-mêmes et d’autre part, parce qu’elle est indéniablement l’outil indispensable de l’indépendance économique d’un État. Ces deux éléments font du principe de souveraineté sur les ressources naturelles un élément central des relations étatiques et assurent, autant que faire se peut, l’égalité souveraine entre les États. Aujourd’hui, il semble acquis que les États ont le droit d’exploiter librement les ressources naturelles se situant sur leur territoire. On peut cependant douter parfois de la réalité de ce fait lorsque l’on constate, par exemple, la mainmise qu’ont les industries occidentales sur les ressources naturelles de certains pays d’Afrique ou d’Amérique Latine, notamment sur les mines ou les exploitations pétrolifères. Le principe de souveraineté sur les ressources naturelles est né d’une lente gestation et d’un nombre important d’années de travail de l’Organisation des Nations Unies. Cette dernière a été le berceau du principe de souveraineté sur les ressources naturelles et la principale organisation au sein de laquelle il a été élaboré et mis en œuvre. L’ONU a adopté plus de quatre-vingt résolutions concernant ce principe, et celui-ci a été incorporé dans plusieurs textes internationaux comme nous le verrons. Du fait des dimensions économiques que comportait la notion de souveraineté sur les ressources naturelles, la seule mention de ce droit était susceptible, aux yeux des États capitalistes, de bouleverser l’ordre économique international fondé sur des notions occidentales de coopération et d’interdépendance et de remettre en cause les principes juridiques qui maintenaient cet ordre en place. Les textes énonçant le droit de souveraineté sur les ressources naturelles sont principalement l’œuvre onusienne. En effet, l’ONU a activement participé à l’élaboration de ce droit et il est donc normal de déterminer qui sont tous les titulaires du droit de souveraineté permanente sur les ressources naturelles en étudiant le langage employé par l’ONU dans ses différents instruments. A cet égard, il faut relever l’imprécision du langage employé par les Nations Unies concernant la souveraineté sur les ressources naturelles. Parfois l’Assemblée générale, principal organe ayant contribué à la formation du droit de souveraineté, emploie le terme « État » pour évoquer le titulaire de la souveraineté sur les ressources naturelles et parfois elle emploie le terme de « peuples » ou « nations ». Ces expressions se rencontrent parfois successivement dans le même texte. Cependant le langage politique confond souvent les notions de peuple, de nation et d’État. Or, la souveraineté sur les ressources naturelles découle directement du droit des peuples à disposer d’eux-mêmes. Ce droit à l’autodétermination est aujourd’hui reconnu comme un droit. En effet, tous les membres des Nations Unies reconnaissent aujourd’hui le droit des territoires coloniaux d’accéder à l’indépendance. Même si les résolutions des Nations Unies parlent souvent d’États lorsqu’elles évoquent le droit de souveraineté sur les ressources naturelles, la plupart d’entre elles ne manquent toutefois pas de parler de peuples quant à la titularité de la souveraineté sur les ressources naturelles, ce qui évite ainsi toute confusion. La première d’entre elles est la résolution 626 (VII) du 21 décembre 1952 qui énonce que « le droit des peuples d’utiliser et d’exploiter librement leurs richesses et leurs ressources naturelles est inhérent à leur souveraineté ». Ici, l’Assemblée générale cite les peuples et non les États comme les titulaires du droit d’utiliser et d’exploiter librement les richesses et les ressources naturelles. Dans la résolution 1314 (XIII) du 12 décembre 1958 de l’Assemblée générale, il est dit expressément que le droit des peuples et des nations à disposer d’eux-mêmes comprend un droit de souveraineté permanente sur leurs richesses et leurs ressources naturelles. En outre, les Pactes internationaux de 1966 relatifs aux Droits de l’Homme se réfèrent aux peuples et non aux États lorsqu’ils évoquent la souveraineté sur les ressources naturelles. La Déclaration universelle des droits des peuples, faite à Alger, le 4 juillet 1976 parle, elle aussi, de peuples, puisque son titre même fait référence aux peuples, et non


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aux États. Cette déclaration universelle est un texte composé de trente articles énonçant chacun les droits dont dispose les peuples. On peut donc affirmer que le principe de souveraineté sur les ressources naturelles s’adresse aux peuples. En outre, la Convention sur la diversité biologique reconnaît le droit de souveraineté des Etats sur leurs ressources génétiques. 2/ LA NECESSITE D’UNE ASSISTANCE TECHNIQUE AUX PAYS EN DEVELOPPEMENT L’Accord sur les ADPIC a prévu de nouvelles protections dans des domaines auxquels les pays en développement n’étaient pas habitués. La protection des variétés de plantes est un domaine dans lequel la plupart de ces pays avaient peu d’expertise, a déclaré Ahmed Abdel Latif, responsable des questions concernant les droits de propriété intellectuelle au Centre international pour le commerce et le développement durable. Nombre d’entre eux ont demandé à bénéficier d’une assistance technique, notamment de conseils juridiques, lors de l’élaboration des lois nationales de mise en œuvre des obligations de l’Accord. L’Article 27.3b donne aux pays en développement la possibilité de choisir la manière de protéger les variétés de plantes, sans définir a priori quel système ils devraient adopter, a-t-il indiqué. «Dans cette perspective, l’adoption du Plan d’action de l’OMPI pour le développement représente une avancée positive dans la mesure où elle garantit que les conseils dispensés aux pays en développement concernant la mise en œuvre de leurs obligations internationales tiendront compte des flexibilités contenues dans l’Accord sur les ADPIC, notamment dans le domaine de la protection des différentes variétés de plantes où l’approche choisie par ces pays doit être guidée avant tout par leurs niveaux de développement, leurs priorités et leurs besoins », a commenté Ahmed Abdel Latif à Intellectual Property Watch. En outre, le renforcement de la cooperation OMC CNUCED en 2003 pourrait aussi servir la meme cause. Le Directeur général de l´Organisation mondiale du commerce (OMC), M.Supachai Panitchpakdi, et le Secrétaire général de la CNUCED, M. Rubens Ricupero, ont renforcé le 16 avril 2003 le partenariat stratégique entre les deux organisations instaurant un cadre juridique pour la coopération en matière d´assistance technique. Les activités d´assistance de l´OMC et de la CNUCED visent à faire en sorte que le commerce concoure à la réalisation des objectifs de développement et facilite l´intégration des pays en développement et des pays les moins avancés (PMA) dans l´économie mondiale. Le mémorandum d´accord qui vient d´être signé à l´OMC par MM. Ricupero et Supachai institutionnalise et renforce les relations entre la CNUCED et l´OMC. “Cela fait des années qu´il existe une étroite coopération entre l´OMC et la CNUCED”, a déclaré M. Supachai. “La CNUCED a toujours été notre meilleure alliée pour aider les pays en développement à profiter des possibilités offertes par le système commercial multilatéral. Ce nouveau cadre juridique permettra de définir plus clairement nos domaines de coopération et facilitera nos activités conjointes.” “Cet accord officialise une collaboration étroite et ancienne entre nos deux organisations”, a déclaré M. Ricupero. “Nous avons la conviction que cette coopération continuera de se développer et permettra de renforcer encore plus efficacement les capacités des pays en développement dans les domaines liés au commerce.” En élargissant leur coopération, l´OMC et la CNUCED pourront utiliser au mieux leurs ressources destinées à l´assistance technique. Elles resteront des partenaires dans le contexte du Cadre intégré - programme d´assistance spécialement conçu pour les pays les moins avancés - et du Programme intégré conjoint d´assistance technique dans certains des PMA et d´autres pays africains.14 CONCLUSION Les droits inaliénables des paysans et des communautés rurales sur les semences naissent à partir des pratiques qu’ils mettent en œuvre pour accomplir leur tâche de gestion de la biodiversité. Ces droits doivent être défendus face aux traités et accords internationaux qui les remettent en cause car ils constituent le préalable à la sécurité alimentaire et à la lutte contre la pauvreté15. La conservation et le développement de la biodiversité ne peuvent plus être à la seule discrétion des Etats devenus très faibles face aux multinationales semencières. Les paysans et la société civile doivent donc s’organiser aux échelles régionales et mondiales pour s’y employer. C’est une question de survie et cette forme de défense des droits de


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l’homme rentre dans la logique des droits économiques, culturels et sociaux (DESC)16. En effet, malgré l’affirmation des DESC par un texte les rendant obligatoires, ils font très souvent l’objet de nombreuses violations et ceci est dû au fait qu’ils sont les premiers à être atteints par les effets pervers de la globalisation et de la libéralisation accrue des échanges. C’est pour cette raison que les DESC sont aujourd’hui au cœur des revendications de la société civile qui se bat pour leur application réelle, leur avancée et leur généralisation dans le monde entier. Les ONG ont un rôle primordial en la matière car c’est grâce à leurs travaux auprès de l’ONU et aux campagnes de mobilisation que la justiciabilité des DESC avance. La globalisation de l’économie se traduit par des atteintes spécifiques à la réalisation de certains DESC. Les activités des multinationales et les grands projets d’infrastructure soutenus par les Institutions Financières et Commerciales Internationales (IFCI) aboutissent souvent à des destructions environnementales, à des expulsions, à la pollution de l’eau et de l’alimentation, à une perte des activités économiques et des sources de revenus des populations avoisinantes. La globalisation s’est donc traduite par une dégradation des conditions de vie, l’explosion des inégalités et des discriminations et une régression en matière de droits. La problématique de la propriété intellectuelle et les droits des agriculteurs n’en est qu’une illustration. L’éthique recommande qu’on s’oppose à tout brevet sur le vivant. La brevetabilité accélère la réification (déjà entamée) de la Vie et cela prépare aux pires conséquences (eugénisme de marché, asservissement du genre humain et accélération de la pauvreté, etc.). Cette réification persisterait même si le vivant était possédé par les Etats. La question n’est donc pas la privatisation, mais bien l’appropriabilité du vivant.


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RISCHIO DI DIVORZIO TRA SPIRITUALITÀ E LAVORO, E NECESSITÀ DI RISCOPRIRE LA VALENZA POLITICA DELL’AGIRE NELLE ORGANIZZAZIONI1 A trent’anni dalla LABOREM EXERCENS di Giovanni Paolo II PROF. CESARE KANEKLIN2 Ordinario di Psicologia del lavoro e delle organizzazioni Università Cattolica del Sacro Cuore

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itengo fortunato chi riesce nel proprio lavoro a respirare il soffio vitale dello spirito, chi può amarlo e pensare i problemi che ininterrottamente oggi si presentano entro i nostri itinerari sociali e lavorativi. Come però il titolo di questo mio intervento recita, quello che mi sembra evidente nei contesti reali in cui sviluppo la mia attività di ricerca scientifica oggi vedo che il rischio è quello di divorzio (di scissione) tra spiritualità e lavoro. La prima parte della relazione sarà quindi dedicata all’ illustrazione di una tale possibilità. Nella seconda parte cercherò di mostrare come, per cercare di contenere tale rischio, sia necessario che ciascuno di noi faccia al meglio il proprio lavoro riscoprendo “il senso politico” dell’agire sia del soggetto individuale -la persona- sia del soggetto sociale - le organizzazioni e le organizzazioni lavorative in particolare.

Sua Santità Giovanni Paolo II apre la lettera enciclica Laborem Exercens3, sottolineando che “l’uomo mediante il lavoro deve procurarsi il pane quotidiano e contribuire al continuo progresso della scienza e della tecnica. E soprattutto all’incessante elevazione culturale e morale della società entro la quale vive in comunità con i propro fratelli”…E più avanti termina la prima pagina di indirizzo e di apertura della lettera enciclica concludendo “così il lavoro porta su di sé un particolare segno dell’uomo e dell’umanità. Il segno di una persona operante in una comunità di persone. E questo segno determina la sua qualifica interiore, e costituisce in un certo senso la stessa sua natura”. Perché questa qualifica interiore si attualizzi è necessario che ciascuno di noi, figli di Dio, possa e sappia riscoprire oggi e interpretare i tre ruoli sociali che sono, a partire dal XIX secolo, la garanzia di sopravvivenza della società stessa: - il ruolo di cittadino - il ruolo di produttore (operaio della vigna del signore, lavoratore o imprenditore che sia) - il ruolo di consumatore. In centoventi anni, dalla Rerum Novarum di Leone XIII alla Laborem Exercens, dalla prima alla seconda rivoluzione industriale all’oggi, molti cambiamenti imprevedibili e rapidi stanno scuotendo nel bene come nel male, i sistemi della convivenza umana, lasciando negli animi la convinzione diffusa di essere più vittime che attori di tali cambiamenti. Quanto detto è evidente nella realtà collettiva e non é certo mia intenzione, in questa sede, sviluppare un approfondimento di tipo macro sociale e macro culturale. Penso invece come psicologo che, volendo riflettere sulle parole del Sommo Pontefice oggi, in Italia e in Europa, sia necessario provare a individuare qual sia il ruolo assegnato al soggetto umano all’interno dell’attuale dinamica sociale. Questo è ancor più importante se si pensa che nella parte centrale della Laborem Exercens torna continuamente

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Relazione presentata il 3 maggio ’11 al Convegno LA SIRITUALITA DEL LAVORO organizzato dal Centro di Ateneo per la dottrina sociale della Chiesa e dall’Associazione Internazionale Carità Politica presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore a Milano Cesare Kaneklin è Professore ordinario di Psicologia del lavoro e delle organizzazioni presso l’Università Cattolica di Milano. Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica Laborem exercens, 1981


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il tema del rapporto tra soggetto e oggetto, che evidenzia la complessa dialettica tra lavoro in senso soggettivo e lavoro in senso oggettivo4,. Trarrò allora da tale arco di storia, tra XX e XXI secolo, alcune rapide annotazioni da un punto di vista psicologico, cioè soggettivo e intersoggettivo5. Il mio punto di vista è quello di uno studioso che partecipa ai processi di ricerca, co-costruendo la conoscenza con i soggetti coinvolti entro i contesti specifici indagati, e a partire da problemi da individuare all’interno di tali contesti6. I contesti a cui mi riferisco pensando all’esperienza più recente di ricerca e ricerca-intervento sono l’azienda, il campo emarginati, la fabbrica, l’ospedale,…., l’università... Prima di addentrarmi in questa riflessione, è necessario precisare che, in Psicologia Applicata, è importante la distinzione tra persona e soggetto. Mentre il termine individuo è un termine meramente statistico, numerico, la persona è invece un individuo con una storia: la persona esiste in sé e risulta da un processo di crescita, di evoluzione, di costruzione, di co-costruzione con gli altri… Il soggetto, il “vivente”, è dato invece dall’unità inscindibile mente-corpo-microcontesto, ed è ciò che appare della persona nei contesti specifici. Quindi mentre la persona esiste in sé, il soggetto esiste per sè ed è quello che ci appare e che entra in contatto con noi entro un contesto specifico7. Possiamo conoscere qualche cosa delle persone, di per sé inafferrabili, entrando in relazione con la loro soggettività espressa in parole ed azioni. Come ho già sottolineato in un recente convegno (14 marzo 2011) svoltosi in Università Cattolica, convegno sulla “cittadinanza”, organizzato dal professor Napoli8, se pensiamo al soggetto -almeno quello comparso ad Atene all’inizio del V secolo a.C.-, il soggetto è da allora considerato elemento centrale nella dinamica sociale. Un soggetto umano e sociale che storicamente diviene prima soggetto di diritto, e più tardi, con l’avvento della cultura cristiana, sarà riconosciuto come soggetto psichico, cioè riconosciuto e rispettato anche nel suo spazio interiore, anche nel foro della sua spiritualità: uno spazio dinamico per i suoi contenuti affettivi e cognitivi e per gli aspetti culturali,per gli eventi esperienziali interiorizzati dall’individuo lungo l’intero arco della sua storia. Non possiamo dilungarci qui per ricostruire la storia del soggetto, anche perchè vogliamo concentrare l’attenzione su questi ultimi 120 anni. Partiamo ricordando che questo triplo soggetto, storico-politico, di diritto e psichico, è consapevole che nelle società contemporanee sviluppate la società, così come le organizzazioni, hanno bisogno di lui come produttore, come consumatore e come cittadino. Per paradosso se egli non lavorasse, se egli non consumasse più, se egli non si recasse mai alle urne, la società si disgregherebbe. Da Atene in poi il mix di questi tre ruoli sociali si è costantemente modificato in diverse epoche e all’interno delle differenti società date. Società che, con le loro istituzioni, con i loro valori, con i loro concetti e linguaggi, vengono prima dei membri che le compongono, e che si fanno uomini e donne attraverso l’educazione e l’adattamento alla stessa società. Questo adattamento non è certo passivo, automatico o meccanico. E se per un verso ciascuno deve adattarsi per vivere in società con altri, contemporaneamente gli uomini non portano dentro di sé una vocazione a vivere, come diceva Freud, similmente a una comunità di termiti. E’ entro questa prospettiva che vengo ora a noi e alla nostra contemporaneità, cercando di mostrare come la contemporaneità è segnata dallo sforzo culturale di trasformare il cittadino in consumatore9 grazie a pressioni continue, esplicite, ma soprattutto implicite, a conformarsi. Facendo un po’ di storia, un tempo, il tempo della polis, c’era il cittadino. Sono i tempi moderni ad aver inventato il produttore, imprenditore o lavoratore salariato: è la prima rivoluzione industriale, è l’onda lunga della sinistra 4 5 6

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Laborem Exercens (5,6,7) Ardoino J.Barus-Michel J., Soggetto, in Barus-Michel J.Enriquez E. Lévy.(a cura di), Dizionario di psicosociologia, Cortina ed. Milano, 2005, pp.273-282 Kaneklin C. Pccardo C. Scaratti G (a cura di) ,La ricerca-azione:cambiare per conoscere nei contesti organizzativi, Cortina ed.,Milano, 2010. Il testo illustra la particolarità del metodo e degli strumenti di ricerca scientifica sopra evocati Interessante approfondire la distinzione ( che non è scissione) tra persona e soggetto anche in campo filosofico e nel campo delle scienze del cervello. Per la filosofia un buon punto di partenza può essere:Riva F.,Maschere del profondo, in Servitium,quaderni di ricerca spirituale, III 194,2011, pp 13-21; per le scienze del cervello si veda: Edelman G.M.,Seconda natura,Cortina ed.,Milano,2007 Gli atti sono in via di pubblicazione presso la casa editrice Vita e Pensiero


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hegeliana che ci ha confrontato con questa realtà e la questione è ben analizzata e sviluppata anche nella Rerum Novarum10. Più recentemente, nella seconda rivoluzione industriale, si vede che sempre più il nostro mondo contemporaneo scommette solo sul consumatore. Solo se tu consumi, lavori e hai denaro, sei anche cittadino. Alcune frasi ricorrenti lo mostrano bene: “bisogna aumentare i consumi per rilanciare l’economia” “chi non consuma non è un buon italiano” o “chi non consuma non è un buon francese”… Questo lo mostrano bene anche i recentissimi articoli di pochi giorni fa comparsi sui giornali sulla polemica lavorare o non lavorare il primo maggio. E alcuni articoli, da me non condivisibili, sventolano l’idea che “evviva i consumi e tutti dobbiamo consumare di più!”. Ciò vale anche per gli immigrati, per gli extracomunitari: in generale possiamo dire che l’individuo che non acquista, che non possiede il più recente prodotto, utile o inutile, non può provare il sentimento di esistere11. Anche i bambini imparano a pretendere l’ultimo video gioco…Pensate che cambiamento in pochi anni! Fino a 20-30 anni fa la ricerca dell’ultimo tipo di prodotto, del capo firmato, era fenomeno segnalato in particolare dagli adolescenti, ma ciò si poteva comprendere, in età adolescenziale: tempo di crisi evolutiva rispetto alla propria identità personale e professionale. Oggi sono i bambini che, già a quattro anni, sanno benissimo quale è l’ultima edizione del loro gioco elettronico, e lo richiedono, lo portano con sé alla scuola materna, e lo mostrano …. Dall’altra parte si può notare come in questi contesti “globalizzati”, quando gli individui non possono avere ciò che vorrebbero avere, più facilmente si rivoltano. E così assistiamo al fenomeno dei saccheggi, per esempio nei supermercati, o agli incendi di auto nelle periferie urbane….al numero crescente di suicidi in età giovanile per la crescente difficoltà a dare e mantenere il senso dell’esistenza; al numero crescente di azioni sadiche nei confronti delle donne e dei bambini…. Se guardiamo più da vicino i mondi del lavoro, vediamo che ciascuno deve essere aggiornato e saper maneggiare le nuove e più recenti tecnologie: essere, come si usa dire, “performante”, buon consumatore, ed essere particolarmente reattivo, prendendo buone decisioni in tempi rapidi, per sopravvivere e mantenersi sulla cresta dell’onda:. Se questo è lo scenario: un portato dei tempi, connesso a tutta una serie di nuove opportunità che accompagnano lo sviluppo della storia dell’uomo oggi; ci accorgiamo d’altra parte che, accanto all’ampliamento di nuove possibilità, contemporaneamente c’è molta più possibilità di perdersi, per i soggetti più fragili, entro il tragitto di una esistenza più rischiosa. Basta ricordare il destino di chi (per qualsiasi motivo) non sia in grado di mantenersi allineato sulla cresta dell’onda. Ebbene il rischio è di essere eliminato, licenziato, e spesso condannato a passare di piccolo lavoretto in piccolo lavoretto. Chi si trova in questa posizione è ritornato ad essere quello che nel medioevo si chiamava “un inutile al mondo”: colui che –come società- dobbiamo soccorrere un po’ (perché un po’ di solidarietà non si nega a nessuno), ma che risulta sostanzialmente ingombrante. Soprattutto quel che si osserva è che se esso sparisse nessuno se ne accorgerebbe, presi tutti, come siamo, a voler essere come gli altri, a “essere conformi” ed efficienti, e a preservarci un’isola di affetti felici nella sfera famigliare e amicale. Difesa tutelata da una certa apatia12 nei nostri rapporti con un mondo allargato. Non posso qui approfondire qual sia il rischio che corre il rapporto di tensione vitale che intercorre tra persona – che esiste in sé - e ciò che della persona appare, il soggetto. Se questa tensione si spezza, e ciò che ho detto poco fa va esattamente in questa direzione, la persona non riesce più a personalizzarsi nelle azioni, nei ruoli socio-relazionali, non riesce a esprimersi, e ciò che appare è una maschera buona per carnevale, ma sostanzialmente inutile a sé e al mondo. Per sottolineare meglio il mio pensiero, apro a questo punto una domanda che può sembrare retorica, ma che oggi affascina per la sua enigmaticità. Il rischio di corsa al conformismo, soprattutto intellettuale, volto a desiderare e sperare che altri pensino per noi, che altri13 diano senso agli eventi al nostro posto: tutto ciò nasce da un desiderio alla

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Enriquez E.,L’existence plutot que la vie, in Penser/rèver,revue de psychanalise, Editions de l‘Olivier, 10.2006, 153-171nsiero Leone XIII,Lettera Enciclica Rerum Novarum i891 11 De La Boètie E..Le discours de la servitude volontarie, Payot,1978 12 E’ cosa buona volersi bene e preoccuparsi per sé, ma fino a qual punto ciò è economico dal punto di vista psichico e psicosociale? Si può consultare sul problema:Green A.,Narcissisme de vie, narcissisme de mort, Minuit, Paris,1985 10


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sottomissione proprio dell’individuo, e allora qui dovremmo chiedere la risposta a uno psicologo e alla psicologia, oppure è il prodotto –e questa è la mia convinzione- di un abbandono progressivo della sovranità? Questa seconda ipotesi è sostenuta da un collega francese, Eugène Enriquez in un bel saggio14 che ricerca le origini del legame sociale al confine di più discipline, e mostra la rilevanza per la psiche del ruolo assegnato concretamente al soggetto entro una società data. Addentriamoci allora, anche se brevemente, nell’analisi del rapporto persone-contesto. Ripartendo dal tema della spiritualità, notiamo come essa abbia molti modi per manifestarsi e ispirare i nostri comportamenti. Tuttavia se penso alle situazioni lavorative, troppo spesso mi trovo a costatare, negli eventi quotidiani concreti, una sorta di divorzio - non certo dichiarato ma certamente praticato - tra la “logica dello spirito” e la “logica della necessità”. Nella presa delle decisioni, nell’affronto dei problemi, nei comportamenti quotidiani, la bandiera della necessità gonfiata dal vento sempre nuovo della rapidità dei cambiamenti che continuamente investono i contesti lavorativi e quindi i singoli lavoratori, troppo spesso questa logica della necessità non è di aiuto e sostegno all’arte virtuosa del possibile, ma diventa schermo di lettura e di letture semplificate dei problemi, alimentando un clima di “consenso molle” per il quale in nome della flessibilità, della elasticità, il pensiero libero dentro ai contesti lavorativi si blocca e una paura senza nome congela lo spirito che non alimenta più - o alimenta altrove- l’immaginario. Anche le decisioni prese sono spesso degli agìti, non delle ipotesi pensate, elaborate, per influenzare la realtà. La caduta nell’attivismo, inerziale perché senza finalizzazione, serve proprio a evitare di pensare alla complessità dei problemi: soprattutto i problemi meno tangibili e visibili agli occhi di tutti. Questa malattia dell’immaginario che costringe la nostra psiche a vivere in un perenne frettoloso presente, alimentato da un passato inerziale ma senza una reale risignificazione del passato e senza visione del futuro, può essere curata, o almeno arginata incominciando a riconoscere nuovi significati della politica, e a scoprire la valenza politica dell’agire nelle organizzazioni sociolavorative15. In questi periodi, sostiene Achille Orsenigo (Orsenigo A., in Spunti, 12,2009, pag 14), “ credo sia di importanza critica il cercare di mettere in luce come la politica sia fatta non solo dai “professionisti della politica” ma anche dalle organizzazioni lavorative, da chi ci lavora, da ciascuno di noi”. La situazione è tale per cui criticare la classe politica parrebbe scontato; non porterebbe a nulla e non aggiungerebbe niente al sentimento di sconforto, di mortificazione, di rabbia che accomuna tanti. Ciò significa anche prendersi una quota di responsabilità per l’andamento della polis, per l’andamento politico nei diversi contesti, verso gli altri e verso noi stessi, sentendosi co-autori dei mondi in cui viviamo. Recita la Lettera Enciclica ( Laborem Exercens-25): “…bisogna dunque che questa spirirtualità cristiana del lavoro diventi patrimonio comune a tutti. Bisogna che, specialmente nell’epoca odierna, la spiritualità del lavoro dimostri quella maturità che esigono le tensioni e le inquietudini delle menti e dei cuori”. Ciò realisticamente diventa possibile se, partendo ciascuno da se , riusciamo a riconoscere che la politica è fatta, consapevolmente o meno, anche in modo sempre più rilevante: - dalle organizzazioni lavorative, - da chi ci lavora - nella quotidianità - con piccole significative azioni. Se non è così, com’è possibile altrimenti influenzare un mondo che pone nuove questioni grandi e piccole capaci di suscitare diffuse perdite di senso, diffusi smarrimenti rispetto ai quali le istituzioni, la classe politica e i movimenti sociali non paiono in grado di fornire chiavi interpretative, mappe che ci orientino efficacemente? Già abbiamo notato in precedenza come ciò crei smarrimento e un circolo vizioso di violenza, e/o ricerca di dipenden13

Un affascinante approfondimento di quanto proposto alle pagine seguenti si può trovare in: Jung C.G., L’inconscio collettivo, in Jung C.G, Gli archetipi e l’inconscio collettivo, Bollati Boringhieri Ed.,Torino.1980. Lo psichiatra svizzero sviluppa come se vivesse oggi, il “conflitto morale”, lo scontro tra idealità e comportamenti dettati da interessi e condizionamenti. 14 Enriquez E,Dall’orda allo stato, Il Mulino, Bologna,1986 15 A questo tema è dedicato un intero numero della rivista SPUNTI (12, 2009) edita a cura dello Studio di Analisi PsicoSociologica 16 Cf su questo punto: Luca N. Lenoir F: Sectes ,Bayard Ed.,1998


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za da entità o soggetti idealizzati. Il grande capo ad esempio, o la dipendenza da una verità qualunque, come mostra in tempi recenti il successo delle sette e delle sette religiose16. Se, assumendo un punto di vista psicologico, parto dal singolo, ricordo che per voler essere soggetti bisogna continuamente riinpersonarsi, poter vedere e immaginare il mondo, le nostre istituzioni, noi come parte di una storia che può essere diversa, e poterlo desiderare. A meno di non lasciarci scivolare, anche inconsapevolmente, in una reciproca impotenza che, per contagio emotivo, diffonde melanconia, depressione e/o livore sociale. Diversamente è possibile fermarsi a pensare i rischi e le insicurezze odierne. Entrare in contatto, anche emotivamente, con un orizzonte in cui non riusciamo a vedere più approdi sicuri, neppure strade già mappate, e la gerarchia scossa17 dei potenti che non conoscono più neppure il senso di colpa! Testimoni di una educazione che pare invece fondata sul senso di onta, un male dello spirito che lascia al più trasparire la vergogna quando un misfatto è pubblicamente scoperto. Questa è forse la prima, critica, azione politica. Cercare di costruire altro, altrimenti, all’interno di sistemi e di confini in cui siamo in grado di avere una qualche influenza. Certo se mi fermassi qui al soggetto individuale, il mio discorso suonerebbe un po’ illusiorio. In questo momento sto in realtà pensando al soggetto individuale e contemporaneamente ai soggetti sociali formali e informali ove vi son segni di risveglio della possibilità di pensare e di contare: in particolare le organizzazioni lavorative, luoghi in cui noi ci colleghiamo e ci leghiamo ad altri anche emotivamente ed affettivamente, e che sono così influenti sul rapporto tra persona e soggetto. Rispetto alle organizzazioni sociali, pongo due interrogativi. Il primo interrogativo riguarda la possibilità di provare a pensare le organizzazioni lavorative come polis. Il secondo interrogativo riguarda la possibilità che le organizzazioni lavorative siani soggetti politici. Partiamo dal primo: potremmo in un certo senso vedere le organizzazioni lavorative,come sostiene Achille Orsenigo18, come polis, quindi come contesti in cui si costruiscono e si realizzano delle politiche. Certo le organizzazioni lavorative non sono delle democrazie. È importante tenere questa distinzione. Non di meno credo che le organizzazioni lavorative possono essere viste come dei laboratori politici, dei contesti in cui agiamo la politica. E sostengo che questo “agire la politica” sia visibile nel fatto che le organizzazioni lavorative sono agenzie formative che formano, alimentano individui e gruppi, ma anche cittadini. Le organizzazioni lavorative sono luoghi in cui si costruiscono e si co-costruiscono visioni del mondo, degli altri e di noi stessi. Si elaborano letture del contesto, si producono non solo beni e servizi ma si producono anche identità individuali, personali e professionali, e identità collettive. Sono sistemi di riconoscimento e di apprezzamento. Quindi abituano le persone a vedere ciò che dà onore, e viene premiato, e ciò che viene disapprovato. Nelle organizzazioni lavorative vengono interpretati ruoli e modelli di relazione con gli altri, che possono essere più o meno sinergici. Il sistema tecnico, modello ottimale e aconflittuale di combinazione delle risorse, e il sistema sociale, fatto dai legami tra persone e gruppi, si influenzano reciprocamente nella quotidianità aziendale: sono quindi spazi di confronto e di legame tra persone diverse; sono luoghi di mediazione, di negoziazione, di conflitto, di diplomazia. Sono spazi ove quotidianamente agiscono modelli di relazione col potere e con l’autorità. I modi di utilizzo delle polarizzazioni, delle classificazioni univoche, delle scissioni (buoni-cattivi, costi-benefici, cattolici-musulmani, pubblico-privato, politica-economia, natura-cultura, psicologia-sociologia), sono modi per far fronte alla complessità, ma contemporaneamente sono forme di influenzamento, di manipolazione, di dominio: servono, ma hanno anche il grande svantaggio di allontanare dalla realtà, e quindi alla lunga diventano fonti di confusione. Questi brevi accenni solo per dire che a noi sembra che questi siano appunto ingredienti dell’agire politico. Allora a questo punto lascio la mia relazione con un interrogativo: se riflettiamo sulla spiritualità del lavoro, non possiamo non chiederci contemporaneamente che cittadini siamo noi, e che polis sono le nostre? E mi avvio alla chiusura con la seconda questione di cui parlavamo, relativa al fatto se le organizzazioni lavorative sono dei soggetti politici. L’ipotesi che io ho cercato sin qui di mostrare è che le organizzazioni lavorative non solo sono luoghi in cui -come abbiamo visto poco fa- la politica è praticata, ( ad esempio nel modo di dirigere un’organizzazione con le sue colonie), ma che siano anche soggetti politici. Oggi sul piano del sentire comune è facile

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Su questo tema vedi le slides di Sergio Manghi,docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi alla Università di Parma, pubblicate nel sito dello Studio APS www.studioaps.it 18 Orsenigo A., la valenza politica dell’agire nelle organizzazioni lavorative. in Spunti n.12 cit., pp13-42


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ed è generalizzata la rappresentazione delle organizzazioni e in particolare quelle lavorative come soggette, se non vittime, alle politiche statali, regionali, sindacali, comunali… Questo sentire diffuso e questo dire diffuso ha come corollario il fatto che è inevitabile rappresentarsi allora il mondo politico e il contesto italiano come negativo, ostacolante l’azione positiva delle organizzazioni lavorative. Con facilità si pretenderebbe che lo stato non legiferasse e anzi de-legiferasse. È un po’ come pensare che le organizzazioni funzionerebbero meglio se non ci fossero le istituzioni e le loro norme: “se non ci fosse la politica si potrebbe vivere in un mondo più sano”. Si potrebbe pensare che è l’amministrazione pubblica a costringere alla corruzione, ad esempio19. Diversamente è anche possibile pensare che le organizzazioni sono parte dell’ambiente e contribuiscono a generare il contesto in cui operano, il task environment e l’ambiente più allargato; nel bene e nel male. Esse sono soggetti politici, esse sono coautrici delle politiche del mondo in cui operano. Poco sopra abbiamo ricordato come le organizzazioni influenzino il contesto indirettamente, ad esempio formando i cittadini. Ma le organizzazioni influenzano il contesto anche direttamente, nel modo in cui gestiscono le persone e le risorse necessarie per produrre: influenzano con i prodotti e servizi che vengono erogati; influenzano attraverso le relazioni che istituiscono con i propri clienti (non a caso citavo la corruzione poco fa: potremmo andare a vedere quali sono i dati comparativi sulla corruzione nei diversi paesi Europei ed extra Europei20); influiscono sui contesti direttamente, nelle relazioni che costruiscono con i propri fornitori, nelle relazioni che costruiscono con le istituzioni e con i politici. Allora, così come al proprio interno possono essere portate ad essere omologhe al contesto, così possono costruire con l’esterno comportamenti ripetitivi nella speranza di trarre dei vantaggi. Potrebbero però differenziarsi. E l’interrogativo che viene a questo punto è quanto le imprese, i servizi, il terzo settore, l’università riescono a rappresentarsi le potenzialità non solo economiche del proprio agire nel mercato e nel mondo che li circonda, o se sono in grado di costruire, non scindendo economia e vita dell’organizzazione, se sono in grado di costruire storie belle e soprattutto degne di essere ascoltate e di essere raccontate21.

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Si veda al proposito Transparency International – www.transparency.org Idem come 18 PS A seguito della relazione qualche collega mi ha chiesto se non mi sembrava di proporre un orientamento troppo di élite. Forse si, ma tenendo ben presente che le caratteristiche in gioco sono solo in parte individuali, essendo fortemente correlate alle variabili sociali, storiche, economiche del contesto. D’altra parte sarebbe come dire che il pensiero, alla cui base sta la necessità di impersonarsi e il lavoro mentale volto a differenziarsi, è esclusivo di una élite (Individui e organizzazioni) alla quale è riservata la possibilità di riflettere


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GENESE DE LABOREM PROF. JOSEPH JOBLIN S.J. Pontificia Università Gregoriana

Une opinion largement majoritaire parmi les classes dirigeantes des XIXème siècle et du début du XXème considérait que n’était possible aucune autre forme d’Etat que celle, autoritaire et libérale, dans laquelle elles vivaient; elles exigeaient que l’Etat s’abstînt d’intervenir dans les questions économiques et sociales et attendaient de l’Eglise qu’elle rappelât les ouvriers à leur devoir. Tout au long du XIXème siècle des évêques et des laïcs chrétiens ont dénoncé la situation faite aux travailleurs au nom de leur dignité qui n’était pas respectée. Le bhx Ozanam (1813-1853) offre un exemple typique de cette attitude. Le cours de droit commercial qu’il professa à Lyon en 1839 analyse et dénonce même le mécanisme de l’exploitation ouvrière; il y parle de l’ouvrier traité comme un « esclave » et qualifie ce système de « traite des blancs » : Il y a exploitation de l’homme par l’homme quand le Maître considère l’Ouvrier, non comme un associé, non comme un auxiliaire, mais comme un instrument dont il faut tirer le plus de service possible au moindre prix qu’il se pourra. L’exploitation de l’homme par l’homme, c’est l’esclavage. L’Ouvrier machine n’est plus qu’une partie du capital comme l’esclave des anciens ; le service devient une servitude. Traite des blancs. La critique amorcée par Ozanam du régime capitaliste est devenue de plus en plus précise.au cours du XIXème siècle ; c’est ainsi que Mgr Ketteler, évêque de Mayence, (1811-1877), devait déclarer dans son discours à NotreDame-des-Bois en 1869 : La religion exige que le travail humain ne soit pas traité comme une marchandise, ni évalué purement selon les fluctuations de l’offre et de la demande. Cette phrase a fait choc dans le monde catholique ; elle a fait prendre conscience de la double dimension qui doit être considérée quand on traite du travail ; il ne s’agit pas seulement d’une contribution à l’activité industrielle devant être évaluée selon les lois du marché ; il comporte une dimension humaine qui lui est essentielle, ne peut être sacrifiée et à laquelle il est ordonné. La politique sociale sera désormais de concilier ces deux aspects. Rerum Novarum(1891) reprenant cette idée que le travail ne peut être considéré comme une simple marchandise ou un « article de commerce » met en lumière les deux aspects qui le composent : le travail est en effet à la fois « personnel » et « nécessaire » ; la légitimité du lien qu’établit le contrat conclu entre l’employeur et le travailleur ne vient pas seulement de l’observation des dispositions légales à ce sujet il doit en outre être tel qu’il satisfasse la fonction sociale du travail ; le processus par lequel l’homme doit soumettre la terre est avant tout destiné à assurer la conservation de la vie du travailleur et de celle de sa famille. L’encyclique invite à inscrire cette conception dans la réalité en constituant des corporations regroupant patrons et ouvriers ou par la création de syndicats propres à ces derniers. De là est né un vaste courant dans lequel le Saint-Siège a trouvé sa place car précisant le rôle de la personne du travailleur dans les évolutions économiques et politiques. Nouveau regard sur le travail à l’issue de la deuxième guerre mondiale. La diffusion de l’idée moderne de démocratie dans l’opinion occidentale à la suite de la deuxième guerre mondiale a modifié profondément le discours de l’Eglise sur le travail. La société juste ne sera plus désormais celle hiérarchique qui avait prévalu durant des siècles dans laquelle vouloir améliorer sa condition sociale était jugée comme une révolte contre l’ordre établi mais celle dont les institutions résulteraient de la participation de tous, sur un pied d’égalité à l’administration de la chose publique. Ainsi, Pie XII, constatant que les peuples aspirent à collaborer plus efficacement au devenir de la société affirme : Cette exigence ne peut avoir d’autre sens que de mettre le citoyen de plus en plus en mesure d’avoir une opinion personnelle propre, et de l’exprimer et de la faire valoir d’une manière correspondant au bien commun.


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Cette mentalité nouvelle ne permettrait plus d’accepter celle du XIXème siècle et allait engager dans une voie nouvelle la réflexion des Papes sur l’organisation du travail et la place du travailleur dans la société. Le travail dans la société démocratique. A l’issue de la deuxième guerre mondiale, la généralisation de l’idéal démocratique ne pouvait pas ne pas avoir une influence sur la manière d’envisager les relations de travail. son message de Noël 1944, Pie XII traça les lignes de ce qu’il convenait d’appeler une « saine démocratie » et dix ans plus tard, conscient de la transformation radicale de la société qui s’en suivait il abordait devant les juristes catholiques italiens la question de savoir comment l’homme d’Etat catholique pouvait et devait se comporter au sein d’une organisation politique de la société qui ne se référait plus à la doctrine catholique. L’acceptation de l’idée de démocratie poussa Pie XII à l’appliquer aux relations de travail dès 1947; Celles-ci doivent être réglées en fonction de la nature du travail : si celui-ci : « procure à la société les biens qui lui sont nécessaires et utiles », il « unit les hommes » non par « une gigantesque addition de revenus en salaires et traitements » mais du fait qu’assurant au travailleur « un gain assuré et suffisant pour son entretien et celui de sa famille » il lui assure en outre « une véritable satisfaction de son esprit et un pressant stimulant pour son perfectionnement » La fièvre démocratique avec laquelle s’est opérée la reconstruction à l’issue de la deuxième guerre mondiale a été fortement entretenue par l’esprit des négociations collectives. Désormais, le travailleur n’a plus le sentiment de devoir s’adapter aux transformations de la technique mais qu’il est de sa responsabilité de faire que les institutions assurent la sauvegarde de sa dignité et celle de sa famille ; il est devenu « artisan de son destin » (Populorum Progressio). Paul VI a prolongé l’analyse de Pie XII en l’appliquant aux relations de travail telles qu’elles se présentaient quinze ans plus tard dans son discours à la Conférence international du Travail en 1969. Il définit alors l’inspiration spirituelle de l’esprit démocratique dans le monde du travail : « c’est une conception morale, humaine, qui vous inspire : la justice sociale à instaurer, jour après jour, librement et d’un commun accord. Découvrant toujours mieux ce que requiert le bien des travailleurs, vous en faites prendre peu à peu conscience et vous le proposez comme un idéal. Bien plus, vous le traduisez en de nouvelles règles de comportement social, qui s’imposent comme des normes de droit. Vous assurez ainsi le passage de l’ordre idéal des principes à l’ordre juridique, c’est-à-dire au droit positif. En un mot, vous affinez peu à peu, vous faites progresser la conscience morale de l’humanité ». Jean-Paul II face au travail dans l’économie mondialisée. La réaction de Jean-Paul II à la « déshumanisation » du travail s’inscrit dans la ligne tracée par ses prédécesseurs et la prolonge. Pour lui, comme pour eux, il n’y a pas et ne peut y avoir de remise en cause de la priorité du travailleur sur l’économique. Pie XI avait déjà dit : « travailler n’est pas autre chose qu’appliquer les énergies de l’esprit et du corps aux biens de la nature ou se servir de ces derniers comme autant d’instruments appropriés ». Jean XXIII avait affirmé : « il procède directement de la personne » et Gaudium et Spes avait observé : (Chacun) a le devoir de sauvegarder l’intégralité de sa personnalité, en qui prédominent les valeurs d’intelligence, de volonté, de conscience et de fraternité, valeurs qui ont toutes leur fondement en Dieu créateur et qui ont été guéries et élevées d’une manière admirable dans le Christ. Jean-Paul II reprend ces diverses affirmations lorsqu’il demande de « donner au travail de l’homme concret le sens qu’il a aux yeux de Dieu et par lequel il entre dans l’œuvre du salut ». Il cite l’affirmation très forte de Paul VI devant la Conférence internationale du Travail lorsqu’il déclara : « dans le travail, c’est l’homme qui est premier … c’est l’homme qui travaille, et c’est pour l’homme qu’il travaille » ; et, constatant que « l’insertion de la technique dans le processus de l’activité humaine » peut aller jusqu’à « déshumaniser » l’homme, Paul VI proposait d’y remédier grâce à une organisation nouvelle du monde du travail qui associerait les travailleurs à l’organisation de la production et à la répartition des profits de la production; il parlait alors de « participation organique librement organisée et socialement disciplinée ». Autant d’observations qui correspondaient à l’idée qu’il fallait aller au-delà du vote de lois protectrices réglementant les conditions de travail et l’on pensait que les négociations collectives fondées sur la liberté syndicale ne permettant plus aux seuls patrons de décider de ce qui était le bien des travailleurs permettraient d’atteindre cet objectif. Pie XII et Paul VI pouvaient voir dans les négociations collectives l’instrument qui permettrait d’humaniser le travail


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en créant des occasions de formation professionnelle, en répartissant le travail grâce à la diminution de la journée de travail ou en donnant des incitations à la retraite anticipée. Certes ces mesures, ou d’autres du même genre, peuvent être utiles pour répartir plus équitablement le fardeau d’une crise mais elles ne tiennent pas compte des limitations imposées aujourd’hui au pouvoir de négociation des partenaires sociaux par le système politico-économique. Or ce ne sont plus les travailleurs, patrons et ouvriers, qui décident maintenant des conditions de travail ; ils sont devenus les exécuteurs d’une organisation de la vie économique qui a été décidée en dehors d’eux. Déjà, Jean-Paul II faisait cette constatation lorsqu’il déclarait : « Le développement industriel établit un point de départ pour reposer d’une manière nouvelle le problème du travail humain ». Cette observation faite il y a trente ans est aujourd’hui pleinement confirmée. Ainsi le travailleur s’intègre-t-il de plus en plus dans une organisation sociale diversifiée dans laquelle son initiative doit se plier aux règles de procédure qui ont été établies par d’autres : « Au plan individuel, le travail se présente alors comme l’accès à une forme de responsabilité sociale dans un univers unifié de production ». L’apport de Jean-Paul II : une grille de lecture. Le mérite de Jean-Paul II est d’avoir compris que l’attention aux relations professionnelles qui constituait un projet réaliste dans les années 1950-1970 ne suffisait plus à répondre seul au problème du travail tel qu’il se posait dans les années 1980 puisque les Etats les plus riches du monde avaient décidé de poursuivre et réaliser l’unité économique et politique du monde en donnant libre cours à la liberté d’entreprendre. L’encyclique Laborem exercens montre le caractère antihumain de ce projet car, réduisant le travailleur à être le moteur du marché, il limite son pouvoir de défendre ses intérêts majeurs ainsi que ceux de sa famille, voire même l’en dépouille. L’âme de la démonstration se trouve dans la conceptualisation des notions de travail subjectif et travail objectif ainsi que dans leur opposition. Le travail subjectif. Disons en un mot, c’est l’homme qui marque de sa personnalité l’objet qu’il produit ; ce qui vaut aussi bien pour le travail manuel qu’intellectuel. Le philosophe Raymond Aron réfugié à Londres durant la dernière guerre mondiale rapporte que lorsque que lui parvint le premier tract évidemment anonyme des Cahiers clandestins du Témoignage chrétien, l’argumentation de l’auteur lui permit immédiatement de l’identifier. Le travail objectif. Pendant des millénaires, le produit de l’activité humaine restait marqué par son auteur ; même l’esclave devait concevoir le travail qui lui était commandé et imaginer comment le réaliser. Il y avait une domination du travailleur sur le travail. Cette situation n’a pas été profondément modifiée tant que l’outil est une sorte de prolongement de la main ; mais aujourd’hui où la machine et la technique prennent la première place dans le processus de production, il y a le danger de les voir déshumaniser le travail. Or en toutes circonstances, l’homme doit pouvoir travailler pour la satisfaction de ses besoins matériels et son progrès spirituel. Le travail, dit-il « procède directement de la personne » ou encore : « derrière tout travail, il y a toujours un sujet vivant, la personne humaine »; il lui faut donc découvrir le sens qu’il doit lui donner et que « des choix éthiques s’imposent ». Comme l’enseigne le récit de la création, l’être humain a été créé pour soumettre la terre et la conduire à son achèvement. Un changement profond a en effet bouleversé la culture occidentale en l’espace des quarante ans qui séparent les interventions de Pie XII et de Jean-Paul II. Une nouvelle approche intellectuelle des problèmes de l’existence oblige à une réévaluation fondamentale du discours philosophico-moral sur la société. L’homme ne se tourne plus d’emblée vers une religion révélée ou une doctrine philosophique pour lui demander le sens de l’existence ; il le construit en partant de son expérience et cherche à la comprendre en unissant dans une même synthèse les vérités ou données qu’il tire de la vie quotidienne, des enseignements de la religion comme de ceux des mouvements sociaux ; il se laisse guider par une « logique de vérité » dont le but est d’assurer « la sauvegarde des droits et devoirs de la personne humaine »; cette recherche lui interdit de s’enfermer en lui-même et le dispose à coopérer avec tous ceux qui partagent avec lui ce même souci et exigence morale. Le discours de Jean-Paul II à Genève est particulièrement significatif à cet égard. Après avoir écarté une nouvelle fois l’idée qu’une organisation de la politique économique puisse réduire le travailleur à n’être qu’une marchandise, il situe le cœur de sa réflexion autour de l’idée du travail qui unit . Pour tous, le travail est une nécessité, un devoir, une tâche. Pour chacun et pour tous, il est un moyen d’assurer la vie, la vie de famille, et ses valeurs fondamentales ; il est aussi la voie qui conduit à un avenir meilleur, la voie du progrès, la voie de l’espérance. Dans la diversité et l’universalité de ses formes, le travail humain unit les hommes car tout homme cherche dans le travail « la réalisation de son humanité … l’accomplissement de la vocation qui lui est propre en raison de son humanité même » (Laborem exercens 6). Oui, « le travail porte la marque particulière de l’homme et de l’humanité, la marque d’une personne qui agit dans une communauté de personnes » (Laborem exercens préambule). Le travail porte la marque de l’unité et de la solidarité.


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TESTIMONIANZA: In questo numero dedicato interamente al lavoro, riportiamo, volentieri, la testimonianza della Cooperativa Sociale “IL PONTE” (Via Carbonia, 7 – 20157 Milano – Tel: 02/36523895), raccontata dal suo Presidente, il Dott. Angelo Parisciani. Nel 1977, l’ANIEP (Associazione Nazionale Invalidi Esiti Poliomielite ed altri invalidi civili) iniziò una battaglia culturale e politica a favore dei disabili, ovvero una battaglia contro il pietismo e la discriminazione, una battaglia per l’integrazione più ampia possibile dei disabili nel mondo della scuola, del lavoro e nella società tutta. Nel lavoro, poi, bisognava affermare una drastica revisione dei metodi utilizzati dall’Ufficio di Collocamento obbligatorio per l’inserimento lavorativo degli invalidi civili. Infatti, fino ad allora, era vietato l’inserimento lavorativo dei soggetti con handicap al 100% (ad esempio, le persone in carrozzina), non erano valorizzate le capacità residue della persona, non si teneva conto delle esigenze oggettive e produttive delle Aziende stesse, ecc. In particolare, non era ancora conosciuta (o diffusa) la cultura dell’ergonomia del lavoro nei riguardi, soprattutto, dei disabili, per armonizzare il lavoro sia in funzione delle esigenze oggettive della persona disabile che delle esigenze concrete delle Aziende. Infine, non era adeguatamente condiviso il principio, così fortemente portato avanti dall’ANIEP: “tanto più alto è il grado di invalidità, tanto più alti devono essere il livello di specializzazione ed i supporti tecnologici relativi”. Nonostante l’accettazione formale di tali principi da parte di tutto il mondo politico, sindacale ed industriale, di fatto però, tutto rimaneva immutato, perché i concetti culturali portati avanti dall’ANIEP apparivano, a quei tempi, troppo teorici ed astratti, non applicabili concretamente nella realtà. In particolare, il mondo produttivo aveva bisogno di vedere esempi concreti e precisi che avvalorassero quanto proposto dall’ANIEP stessa. Fu così che, nella primavera del 1978, concepimmo la Cooperativa Sociale IL PONTE per dimostrare, concretamente e visibilmente, che esiste un altro modo di produrre e, contemporaneamente, di valorizzare i lavoratori e la loro dignità di persone, con ritorni economici e di crescita, anche per le Aziende stesse. IL PONTE è una Cooperativa atipica, formata da Soci-lavoratori, il 40% dei quali sono disabili fisici, psichici e sensoriali. Al suo interno, si applica il principio, secondo cui “non è la persona che si adatta alla Cooperativa, ma è la Cooperativa che si adatta, come un vestito su misura, alle specifiche esigenze personali e/o familiari della persona, soprattutto se è disabile”. Per certi versi e paradossalmente, si applica il principio che abbiamo definito: “anarchia organizzata” che mette al primo posto, con professionalità ed umanità, la persona e la sua dignità e, così agendo, anche i risultati strettamente aziendali sono positivi. A tal proposito, abbiamo coniato uno slogan che è la sintesi della nuova cultura che cerchiamo di diffondere nel lavoro e nella società: “Ciò che è umano, è anche economico, ma non sempre viceversa”. Su questo esempio, su tutto il territorio nazionale, sono nate 34 Cooperative Sociali che danno lavoro ad oltre 500 persone, il 40% delle quali sono disabili, di ogni ordine e grado, grazie alle commesse di lavoro di alcune grandi Aziende ed, in particolare, di TELECOM ITALIA. In Cooperativa abbiamo avuto l’onore e la gioia di essere stati visitati dalle più alte Personalità del mondo cattolico (S.E. Card. Giovanni COLOMBO, S.E. Card. Carlo Maria MARTINI, entrambi Arcivescovi di Milano), del mondo politico (tutti i Presidenti della Regione Lombardia e tutti i Sindaci di Milano), l’allora Ministro dell’Industria Sen. MARCORA, l’allora Presidente dell’IRI prof. Romano PRODI ed altre Personalità della Cultura e del Sindacato. Inoltre, siamo stati ricevuti al Quirinale dall’allora Presidente On. Sandro PERTINI. Abbiamo realizzato un’imponente campagna di sensibilizzazione pubblica, sostenuta gratuitamente dalla stampa italiana per il suo profondo significato umano, morale e sociale anticipando, di almeno 2 anni, Pubblicità Progresso. Oltre alla trasmissione televisiva Portobello, siamo stati ospiti a: TG1, TG2, TG3, TG l’una, Accesso Spazio Libero, Rete 4, Canale 5, TMC, TV Svizzera che, tra l’altro, ha premiato il nostro film-documentario (girato a Stoccolma e Milano), oltre a tutte le TV private della Lombardia.


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Sono usciti 152 articoli su quasi tutti i maggiori quotidiani nazionali e sui quelli settimanali. Nel 1981, anno internazionale dell’handicappato, abbiamo ricevuto l’Attestato di Benemerenza Civica dal Comune di Milano. Nel periodo 1985/90, il Presidente dell’ANIEP e della Coop. IL PONTE è stato eletto Consigliere Comunale di Milano ricevendo, dal Sindaco, la delega di Presidente della Consulta Handicap; nel periodo 1989/91 è stato Consulente del Ministero Affari Sociali a Roma, dando il proprio contributo qualificato alle Leggi 381/91 e 104/92. In quel periodo, poi, sono stati installati Ascensori in tutte le Stazioni della Metropolitana MM3, come pure i cicalini e segnalazioni acustiche (per i non vedenti) nelle Stazioni Metropolitane e in tanti Autobus; nuove leggi per l’abbattimento delle Barriere Architettoniche nell’Edilizia privata e pubblica, sono stati realizzati migliaia di scivoli sui marciapiedi, 310 posti sono stati riservati ai disabili allo Stadio di S. Siro. Taxi gratuiti per handicappati gravi che vanno al lavoro o per le cure fisioterapiche. In quel quinquennio, per la prima volta, fu introdotta l’Assistenza domiciliare per handicappati ed Anziani gravi; L’Assistenza, in quella legislatura, è cresciuta del 35,4 %. Dopo tre decenni, oggettivamente, c’è stata una notevole crescita culturale, eppure c’è ancora tanto da fare per ridurre almeno le tante sofferenze inutili, quelle dovute ad una assurda burocrazia, dannosa e costosa, soprattutto nella sanità. A tal proposito, insieme ad un gruppo di medici, ingegneri, chimici, informatici e docenti universitari, abbiamo collaborato attivamente per realizzare 7 progetti, soprattutto nel campo della sanità. Ad esempio, il Pronto Soccorso Mobile che, via Telematica, è in grado di fare tutte le visite di ogni ordine e grado, diminuendo, drasticamente, i costi per le ASL e riducendo le sofferenze inutili ai cittadini ed offrendo ai Pazienti un servizio di avanguardia a livello europeo. Inoltre abbiamo costruito il DuaLaser per curare varie patologie, il pannolone telematico per evitare le placche da decubito, la ricarica di GPL per auto, ad un costo del 25% inferiore a quello di mercato, ecc, ecc. Dopo tanti anni, tutto questo impegno ha prodotto risultati così brillanti sotto l’aspetto umano, sociale e professionale. Per questo sentiamo il dovere di ringraziare tutti i nostri tanti Amici e Collaboratori ed, in particolare, la TELECOM ITALIA che, attraverso le commesse costanti di lavoro alla Coop. IL PONTE, ha permesso di allargare gli orizzonti culturali e professionali dei nostri Soci . Inoltre ed indirettamente, ha contribuito a sviluppare tutti questi studi di ricerca applicata alla Sanità per offrire, di riflesso, un sollievo concreto a tante sofferenze umane . Noi abbiamo costituito IL PONTE, ma insieme alle persone di buona volontà, vogliamo costruire un vero PONTE UMANO. Dobbiamo.

Primavera 1978 inaugurazione della Cooperativa Sociale IL PONTE


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Parrocchia Santa Maria Immacolata delle Grazie Viale Papa Giovanni XXIII, 13 – 24121 Bergamo

ASSOCIAZIONE INTERNAZIONALE CARITA’ POLITICA

LUNEDI’ 13 GIUGNO 2011 – dalle ore 15 alle ore 18 si è tenuto un incontro presso la Sala delle Carte in Viale Papa Giovanni XXIII, 13 – Bergamo avente per tema

“LA PENTECOSTE E LA SPIRITUALITA’ DEL LAVORO” RELATORI

Mons. Valentino Ottolini - Parroco di Santa Maria Immacolata delle Grazie Prof. Alfredo Luciani - Fondatore e Presidente di Carità Politica MODERATORE

Prof. Fabrizio Brena – dell’Università di Tubinga Introduzione e presentazione di Carità Politica a cura di Enrico Gervasoni


Mons. Valentino Ottolini – Prof. Fabrizio Brena – Prof. Alfredo Luciani


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GRISOLIA & ASSOCIATI Dottori Commercialisti

Massimo Grisolia, dottore commercialista in Roma e Milano, esercita la sua attività ponendo al centro delle relazioni con le aziende la eticità del lavoro. Studioso di economia nelle Università di Bologna e di Lugano e' titolare dello studio Grisolia & Associati. Opera nella innovazione culturale e nella creatività finanziaria, cultore di studi europeistici ed autore del primo progetto economico e finanziario sugli Stati Uniti d'Europa. . Il mondo sta cambiando molto rapidamente e i valori fondanti della impresa vanno adattati alle grandi trasformazioni dell'economia e del mondo in generale. Lo Studio Grisolia & Associati ritiene che l'identità d'impresa debba basarsi sulla responsabilità che ogni professionista ha verso il futuro cogliendo le nuove sfide e le nuove opportunità,lavorando su una sana competizione legata a comportamenti etici, legali, trasparenti. La nostra visione di lavoro e' orientata ad una società che punta ai giovani perché essi sono i nuovi motori dell'economia e dell'innovazione. Per favorire la mobilità sociale e dare spazio ai giovani è indispensabile puntare sul merito e sulla innovazione, non tralasciando la responsabilità e la sostenibilità etica della legalità. La carità come vocazione deve essere il punto di partenza ove la finanza etica deve ricondursi nella dimensione del fare verso il nostro prossimo. Le persone e la loro formazione fanno parte dei valori che devono accompagnare le aziende, così la sostenibilità come scelta e opportunità di crescita. E' necessario un equilibrio tra intervento pubblico ed eccessi di mercato. La crisi economica , oggi, pone la insostenibilità di un mercato autoreferenziale e pone con attualità una domanda di dignità e di vocazione nella carità politica e finanziaria, ponendo l'Uomo al centro di tutto l'Universo.

Le competenze e le sinergie acquisite dallo Studio Associato, assicurano un valido aiuto per chi vuole orientarsi ed operare in un mondo globalizzato. Lo Studio, partendo dall’analisi delle dinamiche aziendali, in collaborazione con il team internazionale di HD CONSORTIUM (www.hdconsortium.org), è in grado di accompagnare le imprese nella loro attività sia in Italia che all’Estero, facendo convergere su di loro relazioni e risorse atte ad inserirle in contesti attivi favorendo altresì, la nascita e lo sviluppo di eque e solidali forme di partenariato, con reciproca utilità. In tempi di crisi servono strumenti che permettano di posizionare aziende, prodotti e risorse umane in un “mercato reale”, aiutando le imprese a superare l’appiattimento di un marketing tradizionale ormai obsoleto e non più in grado di “reggere” le moderne sfide nell’arena del mercato nazionale, europeo e intercontinentale; lo Studio Associato, agisce altresì dando credibilità e valore ai progetti industriali ed ai programmi delle imprese ricercando in parallelo le forme di finanziamento più adatte presso le istituzione bancarie mondiali, attraverso l’intervento didattico e operativo di chi nell’ambito finanziario internazionale rappresenta, dal punto di vista etico e professionale, un sicuro punto di riferimento. Lo Studio Grisolia & Associati, con il supporto strategico di HD CONSORTIUM (www.hdconsortium.org), si rivolge ad istituzioni nazionali ed internazionali competenti, capaci di intervenire efficacemente nelle dinamiche e nelle problematiche della globalizzazione.


Rivista di Carita' Politica 2011 nr.2-3 Dicembre  

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