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14 Novembre 2012

Primarie? Sì, vorrei…ma non posso……………………………………….p. 1 Follow the Follower……………………………………………………………...p. 4 Avanti Popolo (delle primarie)..…………………………………………….p.9

Primaries in the Sky without diamonds.…………………………………p. 3 Per chi suona la campana……………………………………………………..p. 7 Come ammazzare davvero il porcellum..………….………………….p. 10

Primarie? Sì, vorrei...ma non posso Cosa frena queste primarie Luciano Fasano, Università di Milano e coordinatore di C&LS Le primarie del centrosinistra tornano ad attrarre l’attenzione dell’opinione pubblica all’indomani del confronto televisivo fra i candidati andato in onda su Sky, e dopo che per un’intera settimana i mezzi di informazione le avevano in larga parte ignorate. Un confronto che, come sottolinea Donatella Campus nel suo articolo, ha presentato sostanzialmente quattro caratteristiche: nessuno ne è stato in assoluto protagonista; è stato di rado incisivo, anzi ha evidenziato una certa dispersione nei contenuti; è stato in grado di attirare l’attenzione degli spettatori, mostrando a sprazzi anche un certo ritmo; è stato comunque premiato negli ascolti.

Però è anche vero che i partiti che hanno promosso queste primarie hanno fatto di tutto per tenere sotto controllo il perimetro entro il quale si svolgeva la competizione. Fin dal momento di definizione delle regole, queste primarie si sono caratterizzate per via di un atteggiamento a dir poco contraddittorio nei confronti della partecipazione, allo scopo – talvolta persino dichiarato – di evitare l’intrusione di un elettorato considerato estraneo al tradizionale ambito elettorale del centrosinistra, ovvero ai militanti attivi dei partiti della coalizione.

I sondaggi cercheranno di spiegarci se le risposte dei contendenti abbiano o meno convinto gli indecisi. Certo, se la campagna elettorale per le primarie avesse potuto occupare i tempi che le sono propri negli Stati Uniti, le proposte politiche dei diversi candidati avrebbero avuto maggiori probabilità di essere messe chiaramente a fuoco. E anche il fatto che i candidati si muovano in un fragile e contraddittorio reticolo coalizionale fatto di più partiti, oltre che di diverse sensibilità dello stesso partito, contribuisce a orientare il confronto in senso tattico, a discapito della chiarezza delle posizioni politiche e degli argomenti sostenuti per rappresentarle agli elettori. Però è anche vero che i partiti che hanno promosso queste primarie hanno fatto di tutto per tenere sotto controllo il perimetro entro il quale si svolgeva la competizione. Fin dal momento di definizione delle regole, queste primarie si sono caratterizzate per via di un atteggiamento a dir poco contraddittorio nei confronti della partecipazione, allo scopo – talvolta persino dichiarato – di evitare l’intrusione di un elettorato considerato estraneo al tradizionale ambito elettorale del centrosinistra, ovvero ai militanti attivi dei partiti della coalizione. La polemica sulle modalità di registrazione, che ha accompagnato le prime due settimane di campagna, non ha avuto solo l’esito di alimentare l’insofferenza dell’opinione pubblica nei confronti della competizione, che grazie al confronto televisivo su Sky ha potuto proprio in questi giorni sperimentare un ritorno di interesse. Ma ha anche finito col condizionare il posizionamento strategico dei candidati, restringendone oltremodo l’ambito reale del

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confronto. Tant’è che su una serie di temi importanti la discussione si è mantenuta sul vago, così come su taluni temi controversi o indigesti per l’elettorato di sinistra essa ha fatto registrare un’ampia convergenza di valutazioni da parte dei diversi candidati. Paradigmatici, a tale proposito, sono stati soprattutto i giudizi espressi sull’eventuale alleanza con l’Udc di Casini e sul Ministro Fornero. Due veri e propri campi minati, sui quali nessuno dei contendenti ha sentito la necessità o avuto il coraggio di avventurarsi con distinzioni chiare e decisive. Emerge così una sorta di paradosso, che rintraccia nel confronto televisivo celebrato su Sky la sua rappresentazione più evidente e significativa. Da un lato, le primarie rappresentano senza dubbio uno strumento

fondamentale per risvegliare l’interesse di un elettorato indifferente quando non addirittura ostile nei confronti di una politica sempre più in crisi. Dall’altro, però, partiti e leader che si cimentano in questa nuova modalità di selezione delle candidature faticano ad interpretarne i contenuti, secondo una rinnovata concezione della sfida politica. Primarie? Sì, vorrei … ma non posso! È questo il segnale che emerge dalla campagna elettorale che sta accompagnando il centrosinistra al voto del 25 novembre. Ma questo paradosso non giova a nessuno. A partiti e leader in cerca di consenso per governare, così come a elettori disillusi in cerca di una politica capace di riconquistarne l’entusiasmo. Le primarie possono aiutarci nella legittimazione delle leadership, ma i leader per primi devono credere nelle primarie.

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Primarie in the Sky without diamonds Un’analisi del dibattito dei Magnifici 5 Donatella Campus, Università di Bologna Chi si aspettava colpi di scena, assi nella manica o, anche semplicemente, una performance memorabile da parte di uno dei candidati sarà rimasto deluso dal tanto atteso dibattito tra i candidati alle primarie del centrosinistra. Nel complesso, però, lo spettacolo non ha annoiato e ha tenuto un certo ritmo, benché, forse anche a causa del numero alto dei candidati (ben cinque), il confronto sia stato un po’ dispersivo e di rado davvero incisivo. Certo, i dibattiti presidenziali americani tra due soli candidati che sono ormai anche a noi familiari sono altra cosa; tuttavia, dobbiamo tener conto che questo, essendo un dibattito alle elezioni primarie, non poteva avvicinarsi più di tanto a quel modello. E, comunque, gli alti ascolti televisivi hanno premiato l’iniziativa, confermando così la ben nota teoria che laddove c’è una horse race, ovvero una gara aperta e combattuta tra candidati, aumenta l’interesse per la politica tra i cittadini. I dibattiti televisivi hanno tre scopi principali: dare ai propri simpatizzanti la conferma della bontà della loro decisione; riuscire ad esporre almeno alcune pillole del programma; attirare dalla propria parte gli spettatori indecisi. Proprio perché di solito gli indecisi sono pochi rispetto alla maggioranza che ha un orientamento preciso, si ritiene che i dibattiti non abbiano grande impatto né sui sondaggi né sull’esito elettorale. A meno che, come è successo quest’anno in occasione del primo dibattito tra i candidati alla presidenza americana, una performance giudicata come scarsa e soprattutto inaspettatamente deludente non incida in modo rilevante sulla percezione dei candidati. Come sappiamo, Obama ha vinto comunque, ma indubbiamente quel dibattito ha avuto un peso notevole sull’andamento del resto della campagna, un effetto che, invece, difficilmente si produrrà dopo il confronto di ieri sera.

che probabilmente già avevano una preferenza e che hanno confermato così la propria scelta. Quanto ai contenuti, su molti temi la discussione si è mantenuta sul generico. Bisogna però considerare che in una campagna per le primarie ancora il processo di definizione dei programmi è in corso, in quanto chiunque vinca dovrà necessariamente tenere conto anche del resto del partito e della coalizione. Pertanto, è naturale che a questo stadio la competizione avvenga sulla base di linee generali e, soprattutto, di modelli di leadership. Durante il dibattito i candidati dovevano dimostrare soprattutto di essere dei leader, ovvero di essere in grado di guidare una coalizione di governo e di avere una visione politica. E, in questo senso, forse su quella percentuale di potenziali elettori che nei sondaggi si è detta ancora indecisa la performance di ieri sera potrà incidere sulla decisione se andare o meno a votare e su chi orientare la propria scelta.

I dibattiti televisivi hanno tre scopi principali: dare ai propri simpatizzanti la conferma della bontà della loro decisione; riuscire ad esporre almeno alcune pillole del programma; attirare dalla propria parte gli spettatori indecisi. Proprio perché di solito gli indecisi sono pochi rispetto alla maggioranza che ha un orientamento preciso, si ritiene che i dibattiti non abbiano grande impatto né sui sondaggi né sull’esito elettorale

Certo c’è chi è stato più efficace e chi meno. Gli occhi di tutti erano puntati sui due candidati considerati più forti, Bersani e Renzi. Tra i due il sindaco di Firenze è riuscito meglio a far passare alcuni messaggi sotto forma di slogan, che è poi quello che, piaccia o meno, si può e si deve fare quando si ha solo un minuto a disposizione per rispondere. Renzi è apparso più incisivo soprattutto su alcuni dei suoi cavalli di battaglia, come i giovani e il merito e i costi della politica; tuttavia, non ha mai davvero spiccato il volo staccando tutti gli altri. Alla fine, l’impressione è appunto quella che i candidati siano piaciuti a coloro [3] C&LS - candidateandleaderselection.eu


Follow the Followers Primarie su Twitter e la centralità discorsiva di Matteo Renzi Alessandro Caliandro, Davide Beraldo e Stefania Barina Centro Studi Etnografia Digitale, Milano Le Primarie del centrosinistra 2012 hanno senz’altro sancito l’entrata di Twitter nello scenario della comunicazione politica italiana, sia come mezzo di campagna che di analisi elettorale. Twitter si configura come un ambiente privilegiato per osservare, in realtime, le dinamiche del dibattito pubblico sulle primarie, e per tanto diviene uno strumento utile per sollevare alcune domande cruciali, quali: qual è la struttura del dibattito sulle primarie? Quanto ciascuno candidato è centrale e/o periferico rispetto al dibattito? Quali sono i principali follower di ciascun candidato? E che impatto hanno sulla loro centralità all’interno del dibattito stesso? Per rispondere a tali quesiti abbiamo svolto una network analysis, condotta su di 67559 tweet contenenti la keyword ‘primarie’, raccolti dall’1 al 29 Ottobre.

Insomma dai dati emerge chiaramente la centralità di Renzi all’interno del dibattito. Ciò avviene, non tanto in virtù del valore intrinseco dei contenuti diffusi dal candidato, quanto piuttosto in virtù del discorso che si genera attorno a lui

Anzitutto è stato ricostruito il network complessivo delle primarie e la posizione di ciascun candidato al suo interno attraverso la seguente procedura: 1) sono stati estratti gli utenti che hanno inviato almeno un tweet verso un candidato; 2) ciascuno di questi è stato catalogato come follower effettivo di un candidato se almeno il 60% dei suoi messaggi erano riferiti a quest’ultimo. In questo modo è stato possibile individuare le community gravitanti attorno a ciascun candidato, così distribuite: Renzi

38,78%, Bersani 15,96%, Vendola 7,89%, Puppato 3,39%, Tabacci 0,76%, Altro 33,22%. Questi dati ci mostrano chiaramente come il discorso su Renzi (indipendentemente dal contenuto positivo o negativo), monopolizzi il dibattito sulle primarie. Dalla Figura 1 si può notare, inoltre, come il discorso su Renzi sembri espandersi anche all’interno delle altre community, le quali restano invece più compatte attorno al candidato di riferimento. Detto questo, però, diventa importante cercare di capire le ragioni della centralità di Renzi. Per fare ciò abbiamo analizzato la struttura specifica del network del sindaco di Firenze, comparandola con quella degli altri candidati, ed in particolar modo con quella di Bersani, suo diretto competitor. Anzitutto, all’interno di ciascun network sono stati individuati i follower più popolari, stimati a partire dal numero di @mention e RT-retweet ricevuti. Per quanto riguarda Bersani la top 10 è costituita da: @Bersani, @Adessopartecipo, @Youdem, @Ivanscalfarotto, @PDnetwork, @Pietroraffa, @Frondolino, @Lageloni, @Tatonepd, @Saponaro. Per Renzi da: @Giucruciani, @Nichivendola, @LaStampa, @Matteorenzi2013, @Kulis, @Pietroraffa, @Matteorenzi, @Ivanscalfarotto, @Mvguasticchi, @Smenichini. A partire da questi semplici elenchi si possono fare diverse considerazioni interessanti: 1) il secondo utente più popolare nel network di Bersani è @Adessopartecipo, account ufficiale per il sostegno a Renzi; 2) la top 10 di Renzi è costituita da un parco utenti con un livello di reputazione (numero di follower procapite) mediamente più alto rispetto a quelli di Bersani: 110015 contro 20701; 3) cinque influencer nei network di entrambi i competitor risultano essere popolari (per numero di @ e RT ricevuti) anche nel network generale di primarie. In particolare, per Bersani sono: @Adessopartecipo, @PDnetwork, @Ivanscalfarotto, @Lageloni, @Youdem. Per Renzi: @Nichivendola, @LaStampa, @Ivanscalfarotto, @Smenichini, @Giucruciani. Anche in questo caso il livello medio di popolarità degli utenti di Renzi è leggermente più alto di quello di Bersani: 592 contro 537 (ricordando che l’utente più popolare nel network di Bersani è @Adessopartecipo – 1303). Infine, un ultimo

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confronto può essere fatto sul grado di interattività dei candidati (vedi Fig. 2). Renzi sembra interagire con soggetti più eterogenei: @Giucruciani, @Mvguasticchi, @Lastampa, @Matteorenzi2013, @Ivanscalfarotto, @Nichivendola. Bersani interagisce meno e con soggetti meno eterogenei: @PDnetwork, @Youdem, @Ivanscalfarotto, @Adessopartecipo; tutti soggetti ufficialmente legati al PD, eccettuato l’ultimo. Insomma dai dati emerge chiaramente la centralità di Renzi all’interno del dibattito. Ciò avviene, non tanto in virtù del valore intrinseco dei contenuti diffusi dal candidato, quanto piuttosto in virtù del discorso che si genera attorno a lui. Tale discorso risulta vincente sia da un punto di vista quantitativo (38,78% del discorso totale) che qualitativo

(reputazione e popolarità degli utenti che lo veicolano). Per cui possiamo concludere affermando che il successo di un candidato su Twitter non dipende solo dalla sue personali doti comunicative, quanto piuttosto dalle sue capacità collaborative, ovvero dalla sua capacità di costruirsi, inserirsi ed interagire con un network sociale capace di veicolare, diffondere e amplificare il suo discorso. Allo stato dell’arte è Renzi il candidato che meglio di tutti sembra aver messo in pratica questa strategia. Basterà questo a renderlo vincente anche alle urne?

Fig 1. Network Complessivo Primarie. Legenda: Nodi Verdi community Renzi, Rossi Bersani, Viola Vendola, Rosa Puppato, Blu Tabacci, Bianchi non classificabili. [5] C&LS - candidateandleaderselection.eu


Fig. 2. Network degli influencer attorno a ciascun candidato. Legenda: Nodi verdi Renzi, Rossi Bersani, Viola Vendola, Rosa Puppato, Blu Tabacci, Gialli influencer che fanno da ponte tra diverse reti. La grandezza dei nodi è data dal livello di popolarità registrato da ciascuno utente all’interno della rete complessiva di Primarie. Lo Spessore dei legami è dato dalla quantità di interazioni (@ e RT reciproci) tra utente e candidato. I nodi da cui partono le frecce in entrata sul candidato rappresentano gli utenti che producono più attivamente il discorso su Twitter rispetto al candidato (menzionano e RT di più). I nodi a cui arrivano le frecce in uscita dal candidato rappresentano gli utenti più influenti della sua rete: quelli che diffondono il discorso sul candidato (più menzionati e retweettati dalla rete).

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Per chi suona la campana Uno sguardo sugli endorsement Antonella Seddone, Università di Torino La campagna elettorale condotta dai candidati ha seguito i percorsi consueti: tour elettorali, frequentazione dei salotti televisivi (da quelli più politici a quelli più nazional popolari), dibattito/confronto fra i candidati ispirato all’archetipo delle primarie americane, grande utilizzo dei new media e social network. L’obiettivo è duplice: consolidare il capitale elettorale fatto dai sostenitori più fedeli e conquistare nuovi consensi. Accanto alla campagna elettorale più tradizionale si muovono però dinamiche meno visibili da un punto di vista mediatico, di cui spesso si trascura l’impatto e soprattutto il contributo interpretativo che forniscono all’analisi della competizione primaria.

cultura, così come industriali. Ma è soprattutto a livello locale che il sindaco fiorentino ottiene maggiori consensi, si tratta di esponenti PD, per lo più, che però condividono con il sindaco l’esperienza amministrativa a livello locale. Altra peculiarità renziana è la presenza nella sua rete di endorsement negativi provenienti dalla rete bersaniana.

L’endorser è insomma un opinion leader che con le sue parole suscita attenzione sul candidato ed è in grado di mobilitare voti, di accreditarne la candidatura su pubblici diversi. L’endorsement è come una campanella che suona e chiama a raccolta sostenitori

Parliamo di endorsement, cioè le dichiarazioni pubbliche a sostegno di un candidato. L’endorser non è necessariamente un esponente politico, ma può essere un intellettuale, un conduttore televisivo, un allenatore di calcio, un industriale. L’endorser è insomma un opinion leader che con le sue parole suscita attenzione sul candidato ed è in grado di mobilitare voti, di accreditarne la candidatura su pubblici diversi. L’endorsement è come una campanella che suona e chiama a raccolta sostenitori. La figura 1 ricostruisce la rete degli endorsement a sostegno dei 5 candidati. A parte l’assenza di endorsers su Tabacci (che forse ha investito minore impegno dei suoi sfidanti in questa campagna elettorale) tutti i candidati hanno costruito una rete di consenso piuttosto ampia. Partiamo dai candidati PD. Osservando i network a sostegno dei tre candidati PD si notano non poche differenze. Puppato, finita inizialmente nel cono d’ombra dei media proprio per lo scetticismo riguardo la sua raccolta delle firme per la candidatura, ha trovato attenzione proprio in ragione di una mobilitazione da parte di una fitta rete di intellettuali, opinion leader, giornalisti ed esponenti del mondo della TV all’inizio della sua corsa per la nomination. La candidata conta però pochi sostenitori politici. Non sorprende invece che i sostenitori di Bersani coincidano proprio con l’establishment del partito. È coerente con l’immagine di una mobilitazione incardinata nelle maglie del partito, simpatizzanti e iscritti, fedeli e identificati nel candidato e nel partito. Dal canto suo, il sindaco fiorentino colma la carenza di sostenitori nella cerchia dei maggiorenti del partito collezionando consensi eterogenei. Lo appoggiano esponenti del mondo della

Il reticolo di Vendola invece tiene insieme esponenti politici dell’area della sinistra, (su tutti spiccano i nomi di Doria e Zedda, i simboli dei trionfi targati SEL alle primarie), ma soprattutto artisti (registi, cantanti, personaggi televisivi) e la rete delle Fabbriche di Nichi. Gli endorsement rispecchiano fedelmente l’immagine dei candidati: Puppato con la sua rete di intellettuali si configura come il candidato del voto d’opinione, sensibile alle tematiche di genere cui la candidata fa spesso riferimento. Bersani è il candidato del partito che sollecita il voto fedele e appartenente di iscritti e simpatizzanti PD. Analogamente Vendola con l’attivismo delle fabbriche di Nichi e di un eterogeneo mondo artistico-culturale si accredita come il candidato della sinistra alternativa a quella d’establishment del PD. Infine Renzi che intercetta il sostegno di esponenti di mondi diversi combinando sostegno di natura politica, economica e sociale. Questa eterogeneità in una competizione primaria aperta potrebbe rappresentare un potenziale di mobilitazione inestimabile, invece in queste primarie aperte con limitazioni (e difficoltà) di partecipazione potrebbe non essere di alcuna utilità. .

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Figura 1. Gli endorsement Nota: I dati sono stati raccolti mediante l’analisi del coverage su 3 quotidiani nazionali (La Repubblica, Il Corriere della Sera, L’Unità ) in un periodo di tempo che va dal 15 ottobre al 15 novembre. Trattandosi di testate nazionali in questa raccolta non sono stati registrati i sostenitori locali e i singoli comitati territoriali a meno che questi non avessero ottenuto attenzione sulle pagine nazionali.

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Avanti popolo (delle primarie) Regole, intenti e partecipazione Fulvio Venturino, Università di Cagliari e coordinatore di C&LS Nelle due settimane dopo la convocazione dell’Assemblea nazionale Pd che ha dato il via al percorso per le primarie, i principali candidati in lizza, Renzi e Bersani, hanno occupato la scena politica affrontando diverse questioni di rilievo. Questo reticolo di dichiarazioni e prese di posizione, ampiamente rappresentato dalle pagine dei quotidiani, può considerarsi – se non altro in via indiziaria – indicativo delle rispettive strategie di posizionamento, forse ben più dei rispettivi programmi. Interessante è soprattutto la strategia messa in atto da Bersani, che all’Assemblea Nazionale PD, confermando la volontà di celebrare primarie aperte e competitive, ha indirettamente dato il via al confronto a distanza fra Renzi e Vendola. E che, una settimana dopo, firmando la Carta degli Intenti insieme a Vendola (SEL) e Nencini (PSI), ha stabilito il reticolo delle forze politiche mobilitate nell’organizzazione delle primarie secondo lo schema, per lui assai favorevole, dell’aggregazione delle forze progressiste. Non è del resto un caso che dalla Carta degli Intenti sia stato espunto ogni riferimento al governo Monti, quando in un analogo documento licenziato dal Pd solo pochi mesi fa veniva quanto meno ricordato per aver restituito autorevolezza all’Italia in Europa. È facile ipotizzare che tale revisione abbia avuto per contropartita un possibile sostegno di Vendola a Bersani in caso di ballottaggio.

le regole decise dal Comitato dei garanti sembrano costruite apposta per disincentivare la partecipazione, giocando a favore della mobilitazione del solo quadro attivo degli iscritti

Ed è parimenti evidente come Bersani cerchi di posizionarsi fra Renzi, da una parte, e Vendola dall’altra, al fine di raccogliere il più ampio consenso possibile fra gli elettori del centrosinistra, occupando una posizione mediana. Il che potrebbe tornargli a favore, soprattutto se fra Renzi e Vendola dovesse mantenersi un clima di conflitto permanente. La scelta di Bersani ha infine sortito la reazione – del tutto comprensibile, alla luce di un evidente bisogno di visibilità – di Tabacci, che in una lettera aperta al Corriere della Sera ha dichiarato di non essere intenzionato a sottoscrivere il documento condiviso da Bersani, Vendola e Nencini, in quanto lacunoso rispetto alle liberalizzazioni, al governo Monti e agli impegni contratti dall’Italia in sede internazionale. E ciò lascia intendere come Bersani, conquistata una posizione mediana nel campo della sinistra, debba quanto prima fare in modo che tale posizione non ne pregiudichi la credibilità come leader di governo. Ancorato ai temi trasversali della rottamazione e delle regole resta invece il posizionamento di Renzi, che si accompagna ad un profilo intenzionalmente basso sulla continuità rispetto all’azione del governo Monti. La polemica sulla rottamazione sembra però aver maturato tutti i suoi frutti, a partire dall’intenzione manifestata da Veltroni e D’Alema di non ricandidarsi in Parlamento. E la questione delle regole rischia di diventare oltremodo aggrovigliata, alimentando strascichi di scarso interesse agli occhi degli elettori. Le regole decise dal Comitato dei garanti sembrano costruite apposta per disincentivare la partecipazione, giocando a favore della mobilitazione del solo quadro attivo degli iscritti. Anche se Renzi non può limitarsi a rispondere a Bersani facendo semplicemente appello alle regole. Dovrà escogitare una strategia che gli permetta di sottrarsi all’etichetta di outsider affibbiatagli dagli avversari, conquistandosi un profilo politico capace di contrapporsi alla veste da candidato di una sinistra tradizionale e progressista al momento indossata da Bersani.

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Come ammazzare davvero il Porcellum Primarie per i parlamentari Marco Valbruzzi, European University Institute Ricordate la pubblicità dei rubinetti Zucchetti? Quella in cui un povero idraulico, dotato solamente dei suoi potenti rubinetti, doveva tappare perdite d’acqua provenienti da ogni direzione? Ecco, quella è l’immagine che ho in mente da diverse settimane pensando alle primarie italiane. Il nostro sistema politico fa acqua da tutte le parti, il sistema partitico è pieno di falle e i partiti politici, lacunosi quanto mai, non sanno che pesci pigliare. In questa situazione del tutto caotica, il solo elemento in grado di dare un senso alla politica italiana è diventato quello delle elezioni primarie. Potrà anche sembrare eccessivo, ma, a pensarci bene, l’unico fattore “strutturante” in mezzo al progressivo disfacimento del nostro sistema dei partiti sono quelle votazioni che, a partire dal 2005, hanno permesso a un numero sempre maggiore di elettori di scegliere i propri candidati alle elezioni generali. Se un novello padre costituente fosse chiamato a riscrivere oggi, nell’anno di (dis)grazia 2012, potrebbe riscrivere così l’art. 1 della nostra Costituzione: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sulle primarie”. È attorno, o grazie, a queste elezioni preliminari che nell’ambito del centrosinistra si è andato formando un qualche conglomerato partitico che sembra potere essere la base per una coalizione pre-elettorale in vista delle elezioni politiche. Se nel centrodestra sopravvive ancora un partito personale come il Pdl, comunque il perno di uno schieramento alternativo a quello di centrosinistra, è merito delle (per ora) promesse primarie che trasformino il carisma declinante del fondatore in carica democratica per una rinnovata organizzazione partitica. Ora, immaginate di togliere da questo scenario il tappo delle primarie. Avremmo nuovamente una situazione anarchica, una guerricciola fra bande rivali senza scopo, senza metodo e senza significato. Come se non bastasse, a complicare ancor di più il quadro c’è l’eterna, irrisolta discussione sulla riforma del sistema elettorale. Tante volte, quasi quotidianamente, promessa dai partiti, sollecitata a giorni alterni dal presidente della Repubblica, la modifica del Porcellum non sembra essere alla portata della nostra classe politica. E così i partiti hanno deciso di aggirare il problema, gettando il cuore oltre l’ostacolo o, più precisamente, le

primarie oltre il Porcellum. Senza ancora conoscere le prossime regole del gioco elettorale, i dirigenti si sono comportati “come se”: come su una legge elettorale ci fosse; come se ne conoscessero gli incentivi e i trabocchetti; come se la figura del candidato alla presidenza del Consiglio non dovesse sparire; come se esistesse la necessità di formare coalizioni prima del voto. Giusto o sbagliato? Ancora non lo sappiamo, ma, almeno per il momento, queste primarie sono servite a contenere le perdite e, come abbiamo visto nel dibattito televisivo (non propriamente “magnifico”) fra i cinque candidati del centrosinistra, lo hanno fatto con discreto successo.

Stuoli di politici, tutt’altro che disinteressati, ci racconteranno che non c’è tempo e non c’è metodo, con la legge elettorale vigente, per organizzare delle sane primarie. Niente di più falso. Basterebbe organizzarle due mesi prima delle elezioni di aprile, per almeno una parte se non per tutti i candidati al Parlamento, applicando gli efficaci regolamenti che sia il gruppo di ricerca C&LS sia il Comitato Promotore Nazionale per le Primarie hanno prodotto nel corso del tempo

A questo punto, però, non ci sono più alibi. Le elezioni primarie non possono essere utilizzate strumentalmente soltanto per tappare i buchi meno scomodi per i partiti. Se nel paese si è creata nel corso degli ultimi anni una voragine tra la classe politica e la società, buona parte del problema sta nel sistema elettorale attraverso cui sono stati e saranno cooptati e nominati i parlamentari. Quella è la falla più grande che i partiti politici, ancora oggi, non sono riusciti a chiudere. In attesa di una riforma sempre più improbabile, l’unico strumento

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vero per ammazzare il Porcellum è, ancora, quello delle primarie. Stuoli di politici, tutt’altro che disinteressati, ci racconteranno che non c’è tempo e non c’è metodo, con la legge elettorale vigente, per organizzare delle sane primarie. Niente di più falso. Basterebbe organizzarle due mesi prima delle elezioni di aprile, per almeno una parte se non per tutti i candidati al Parlamento, applicando gli efficaci regolamenti che sia il gruppo di ricerca C&LS sia il Comitato Promotore Nazionale

per le Primarie hanno prodotto nel corso del tempo. Questo sarebbe il metodo migliore per frenare l’antipolitica e ricostruire una buonapolitica: trasparente e legittimata. Su questo punto, tutti i candidati alle primarie, di destra e sinistra, sono stranamente silenti. Ma, se le primarie – come dicono – sono una festa, perché non organizzare tante piccole festicciole alle quali siano invitati tutti i cittadini italiani?

C&LS – Candidate and Leader Selection segreteria@candidateandleaderselection.eu

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Questioni Primarie n° 4  

"Questioni Primarie" è un osservatorio sulle primarie 2012 del centrosinistra. È un progetto di Candidate & Leader Selection, realizzato gra...

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