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Anno 17°, numero 34

Foglio semestrale della ComunitĂ degli Italiani Santorio Santorio di Capodistria. #34 GIUGNO 2012.


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A) Turk - Nell’ambito della sua visita ufficiale a Capodistria, il Presidente della Repubblica, Danilo Türk, ha incontrato i rappresentanti della Comunità nazionale italiana. Nella foto di Claudio Chicco, il presidente Türk accolto dal presidente della Can costiera nonché vicesindaco Alberto Scheriani. B) Forum Tomizza - Il concerto dei Zuf de Žur all’estivo della CI. C) Emigrazione - L’emigrazione istriana tra storia e musica è stata un’iniziativa organizzata dalla CI in collaborazione con il Museo nazionale emigrazione italiana. Argomento affrontato con un monologo di Silvio Forza, la proiezione di un cortometraggio del regista Carlo Lizzani e musica dal vivo. D) Vacanze - Lo spettacolo di fine anno della scuola »Vergerio«. E) Nozze d’oro - Auguri ad Elvira e Mario Gandusio, sposi dal 24.3.1962. F) “Memorie veneziane” - è il titolo della mostra fotografica allestita a palazzo Gravisi il 21 febbraio. In esposizione le maschere veneziane realizzate del gruppo di lavori creativi della Comunità degli Italiani di Capodistria. Autore Matia Ščukovt, con protiezione delle foto di Vojko Rotar e Ubald Trnkotzy.

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Premi CAN 2011: assegnati i riconoscimenti ai connazionali distintisi per l’attività a favore della Comunità Nazionale Italiana.

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Un percorso della memoria e della riconciliazione per ricucire le ferite del passato e costruire un futuro comune migliore. Di Maurizio Tremul

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Il Genio del Colore risplende a Capodistria con la mostra dedicata a Ottavio Missoni. Di Mario Steffé

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Tatiana Petrazzi si racconta. Una vita da giornalista dedicata allo sviluppo dei programmi italiani. Di Gianni Katonar

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Archivio di Libero Pizzarello. La testimonianza fotografica del recente passato di Capodistria. Di Alberto Cernaz

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Il Cristo in croce della Chiesa di San Basso. Dalla pietà dell’antico Ospedale al culto del Crocifisso.

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Una finestra aperta sulla cultura e l’arte in Italia grazie alle escursioni di studio UI-UPT. Di Alberto Cernaz

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Rinasce l’Accademia dei Risorti all’insegna della collaborazione tra esuli e rimasti capodistriani. Di Isabella Flego

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Girolamo Muzio Giustinopolitano e la questione della lingua italiana. Di Ornella Rossetto

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Il fondo antico della Biblioteca capodistriana si arricchisce di un prezioso libro di Pier Paolo Vergerio il Vecchio. Di Ivan Markovicˇ

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CONTENUTI

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Poster centrale Al centro della rivista pubblichiamo la riproduzione di una incisione in rame del 1710 dedicata al crocefisso della chiesa capodistriana di San Basso. Realizzata a Venezia da suor Isabella Piccini, contiene un’orazione del vescovo Naldini e la descrizione di miracoli attribuiti all’antica croce. Foto in copertina di Igor Opassi.

La Città è il periodico semestrale della Comunità degli Italiani Santorio Santorio di Capodistria. Viene pubblicato nell’ambito dell’attività editoriale prevista dal programma culturale della Comunità autogestita della nazionalità italiana di Capodistria cofinanziato dal Ministero per la Cultura della Repubblica di Slovenia e dal Comune città di Capodistria, e con il contributo finanziario dell’Unione Italiana. Redattore responsabile: Alberto Cernaz. Progetto grafico: www.davidfrancesconi.eu. Stampa: Pigraf s.r.l. Isola. Tiratura: 1.100 copie. Distribuzione gratuita a mezzo posta riservata ai soci della Comunità. Indirizzo: Comunità degli italiani Santorio Santorio di Capodistria, Redazione de La Città , Via Fronte di Liberazione 10, 6000 Koper-Capodistria (SLO). E-mail: lacitta1@gmail.com Giugno 2012, n.34, 17° anno

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Brevi Attualità Cronache degli avvenimenti nella C.N.I.

Premi Can 2011 a Adriana Kuštrin e Gianfranco Vincoletto Il 16 febbraio si è svolta a palazzo Gravisi la solenne cerimonia di conferimento dei premi della Comunità Autogestita della Nazionalità italiana di Capodistria, edizione 2011. Il riconoscimento a Gianfranco Vincoletto, nato nel 1943 a San Stino di Livenza, è supportato dalla motivazione firmata dalla Comunità degli Italiani di Bertocchi, di cui è presidente, che così ne sottolinea i meriti: “Per il suo costante lavoro teso al mantenimento, alla promozione e alla valorizzazione della CNI presente nella località di Bertocchi, sia nell’ambito del sodalizio sia della Comunità locale. Inoltre per il sostegno e l’aiuto offerti negli anni alle unità periferiche dell’asilo “Delfino blu” e della scuola elementare “Pier Paolo Vergerio il Vecchio”, operanti a Bertocchi, nonché per l’impegno civile dimostrato nei confronti dei connazionali”. Il premiato ha fatto parte del Consiglio della Comunità locale di Bertocchi come rappresentante della CNI, impegnandosi su diversi fronti e prendendo parte attiva in vari progetti, come quello di portare l’acqua potabile sul monte Sermino. Negli anni Settanta e Ottanta ha lavorato per la ricostituzione della CI di Bertocchi, supportato dal deputato Roberto Battelli, realizzando il progetto della nuova sede. Nel periodo in cui è stato pure consigliere municipale, ha promosso, tra l’altro, l’iniziativa per la realizzazione della riserva naturale di Val Stagnon. Adriana Kuštrin, proposta dalla Comunità degli Italiani di Crevatini, ha sempre lavorato per il bene della CNI della località. “Ruolo che ha svolto con impegno e umiltà, quasi dietro le quinte, ma con grande senso di abnegazione e condivisione dell’impegno di volontariato nell’ambito del sodalizio di Crevatini”. La Kuštrin è stata sempre disponibile e pronta a sostenere con l’impegno personale le molteplici attività della CI, in particolare mostrando molta sensibilità nel sollecitare e promuovere il lavoro dei gruppi amatoriali e artistico - culturali, mettendo a frutto la sua esperienza e il talento nei lavori manuali, decorativi e di artigianato. Si è così distinta in seno al gruppo di attivisti nella creazione di manufatti originali cercando di avvicinare l’arte soprattutto ai giovani. La cerimonia di conferimento dei premi è stata allietata dal riconosciuto pianista capodistriano, di origini bulgare, Milko Cocˇev, cha ha eseguito sia brani classici, come ad esempio »Mattinata« di Leoncavallo, che brani famosi di musica leggera come »Le colline sono in fiore« o »Malafem4

I premi sono stati consegnati dal presidente della Comunità autogestita della nazionalità italiana di Capodistria, Fulvio Richter (Foto Jana Belcijan).

mena«, immortale motivo composto dal popolare Totò, al secolo Antonio de Curtis, oppure il celeberrimo tema dal film »Il padrino« composto da Nino Rota. Nella seconda parte del programma musicale ad esibirsi sono stati la conduttrice Miriam Monica, voce e trombone, assieme al fisarmonicista Marsell Marinšek che hanno presentato alcuni famosi brani dal repertorio della canzone italiana

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La Nostra Storia Riflessioni tra Passato e Presente

Percorso della memoria e della riconciliazione Discorso pronunciato il 12.5.2012 al cimitero di San Canziano dal presidente della Giunta UI, Maurizio Tremul È ancora ben vivo il ricordo dello dagli Italiani alla costruzione di storico 13 luglio 2010, quando i una secolare civiltà. Presidenti della Repubblica Ita- Sulla scia di questi impulsi rienliana, Giorgio Napolitano, della tra il percorso della memoria e Repubblica di Slovenia, Danilo della riconciliazione, con gli ocTürk e della Repubblica di Cro- chi rivolti al comune futuro di azia, Ivo Josipovic´, hanno com- cittadini europei, che l’Unione piuto, con gesti simbolici di alto Italiana e il Libero Comune di valore morale, un percorso della Pola in esilio, con l’adesione delmemoria e della pace sui luoghi la Federazione delle Associazioni delle sofferenze, dei torti fatti e degli Esuli Istriani, Fiumani e di quelli subiti dai nostri popoli Dalmati, hanno effettuato il 12 nel corso del ‘900. Un percorso maggio 2012. Un percorso che poi proseguito il 3 settembre 2011, alla Comunità degli Italiani e all’Arena di Pola quando i Presidenti croato e italiano hanno letto la dichiarazione congiunta relativa ai due popoli, ai rapporti passati e a quelli comuni futuri. Le parole pronunciate in quell’occasione hanno illuminato una realtà spesso poco considerata: quella del grande apporto che abbiamo dato soprattutto in questi ultimi vent’anni a partire dal rinnovamento profondo della CNI, iniziando dall’Unione Italiana e dalle sue Comunità degli Italiani e Istituzioni, per la crescita culturale e democratica di queste terre e di questi Paesi. Rifondando e democratizzando l’Unione Foto su una vecchia tomba del cimitero di Capodistria. Italiana, abbiamo contribuito a ridare dignità agli Italiani ha inteso rendere omaggio alle dell’Istria, del Quarnero e della vittime degli opposti totalitariDalmazia e siamo grati ai due smi scontratisi in modo cruento Capi di Stato per averlo sottoli- in queste terre nella prima metà neato. Senza questo pluriennale del Secolo scorso. Ricordare quei impegno lo storico appuntamen- tragici eventi abbiamo voluto dito di Pola non si sarebbe realiz- venisse occasione di meditazione zato. Così oggi la presenza della sulle offese e sulle ingiustizie che Comunità Italiana in Slovenia e abbiamo subito e su quelle che Croazia rappresenta indubbia- abbiamo inflitto, di pietas per le mente un qualificante fattore di sofferenze nostre e di quelle alcoesione e integrazione e queste trui, di perdono e riconciliazione, terre sarebbero certamente più di monito, affinché mai più abpovere senza il contributo dato biano a ripetersi.

Siamo convinti che per farlo dovevamo iniziare un cammino di riconciliazione tra gli Italiani rimasti e quelli esodati che si è snodato in quattro momenti. Una rappresentanza di esuli e di appartenenti alla CNI ha deposto, con silenzioso raccoglimento, una corona di fiori e, senza discorsi ufficiali o proclami, ha pronunciato unicamente una preghiera di pace. Il primo riguardava il monumento eretto pochi anni fa nel cimitero di Capodistria dalle Autorità slovene in ricordo delle vittime del regime comunista jugoslavo. Il secondo è stato al monumento di Strugnano in ricordo delle giovanissime vittime innocenti del 19 marzo 1921 per mano di alcuni fascisti. Il terzo ha toccato la Foiba di Terli dove il 5 ottobre 1943 trovarono la morte molti civili innocenti tra cui alcuni antifascisti. L’ultimo è stato al Monumento di Montegrande eretto in ricordo degli antifascisti uccisi dai nazi-fascisti il 2 ottobre 1944. Con questa iniziativa riteniamo si possa chiudere, con dignità e raccoglimento, una fase storica. Siamo convinti che questo percorso, equilibrato e ragionato, abbia rappresentato la giusta via per ricucire le ferite del passato e proseguire con decisione nella costruzione di un comune futuro migliore invocato dalla popolazione di queste terre. Ritrovarsi assieme quindi, riunite finalmente le famiglie, in raccoglimento spirituale sui luoghi degli orrori per suggellare il definitivo passaggio al “Noi – Noi” quando si parlerà in futuro degli Italiani di queste latitudini

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Maurizio Tremul

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Missoni,

il Genio del colore a Capodistria

Foto di Igor Opassi

La mostra “Ottavio Missoni. Il Genio del colore” è approdata a Capodistria, dopo aver inaugurato nel mese di aprile il programma dell’Ambasciata culturale italiana a Maribor, Capitale culturale d’Europa 2012. La mostra è stata organizzata dall’Unione italiana con il coordinamento dell’Ambasciata d’Italia a Lubiana e sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica Italiana, S. E. Giorgio Napolitano. La Comunità degli Italiani di Capodistria ha avuto il privilegio di contribuire alla realizzazione della mostra, assieme ad altri importanti enti ed istituzioni. L’ambizioso progetto ha ripercorso la straordinaria parabola di vita di Ottavio Missoni, ambasciatore dell’eccellenza e dello stile italiano nel mondo. Un dalmata fiero delle sue origini che ha dovuto reinventare se stesso, rimettersi in gioco e vivere a pieno il suo tempo, eccellendo in tutte le sue sfide.

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l vero protagonista dell’inaugurazione capodistriana è stato Ottavio Missoni stesso, assieme alla moglie Rosita, una coppia carismatica nella vita e nel lavoro. L’allestimento si è snodato attraverso tre diverse sedi espositive, valorizzando al meglio i pregiati materiali resi disponibili dal-

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la Fondazione Ottavio e Rosita Missoni. Il percorso della mostra ha proposto rispettivamente il Missoni Sportivo, la produzione nel campo della grafica e il binomio arte-moda. A Palazzo Gravisi Ottavio Missoni ha introdotto la sua esperienza di atleta, inaugurando la sezione della mostra intitolata “Un


mito in pista”. Talento precocissimo, Ottavio Missoni ha esaltato le doti naturali e la spontaneità del gesto sportivo. Nel 1935 vestì la maglia azzurra, nella specialità dei 400 metri piani e nei 400 metri ostacoli. In carriera ha conquistato otto titoli nazionali. Nel 1939 divenne campione mondiale studentesco a Vienna. Dopo il secondo conflitto mondiale, che lo privò della possibilità di confrontarsi in gara ai massimi livelli, partecipò alle Olimpiadi di Londra del 1948 correndo nella finale dei 400 m ostacoli. Come riportato dal grande giornalista Enzo Biagi, Ottavio Missoni non ha mai smesso di correre, metaforicamente parlando, e di nutrire la sua profonda e innata passione per il gesto atletico. Nel 1990 Missoni assieme ad altri importanti stilisti italiani inaugurò i campionati mondiali di calcio in Italia, presentando nella cerimonia inaugurale, trasformata in una festa etnica dai colori intensi, il continente africano. Altre importanti collaborazioni della Maison con grandi ginnasti e danzatori esaltano l’espressione della fisicità materica e del movimento vissuto nell’ottica del grande creatore di moda. Nel 2009 Luca Missoni, figlio di Ottavio e Rosita, nell’ambito di una progettualità mirata ad abbinare

il marchio Missoni a grandi eventi culturali collaborò con il gotha della danza contemporanea. In scena i ginnasti della federazione rumena, considerati ai massimi vertici della perfezione tecnica del gesto ginnico, abbinato al colore in movimento. I coreografi Daniel Ezralov, David Parson e Moses Pendelton firmarono questo spettacolo denominato“Aeros”, visibile in suggestive proiezioni in mostra. Il rapporto che da oltre 50 anni lega Ottavio alla moda appare un intreccio unico tra arte e vita. Una

Il rapporto che da oltre 50 anni lega Ottavio alla moda appare un intreccio unico tra arte e vita.

L’allestimento della sezione espositiva “Un Mito in pista” a Palazzo Gravisi. In alto - Ottavio e Rosita Missoni per le vie della città in compagnia dei nostri rappresentanti istituzionali.

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continua ricerca di primati, di sfide tecnologiche ed estetiche, di soluzioni inaspettate ed esclusive, con alle spalle una grande memoria artigianale, il valore dei particolari e la capacità unica di cogliere accostamenti di colori. Un’alchimia attenta alle esigenze del vestire contemporaneo, che si basa su un sodalizio professionale unico tra i due coniugi Ottavio e Rosita Missoni. Un modo di immaginare i tessuti, che è assieme informale e ricercato, fortemente riconoscibile nei suoi temi iconografici: a righe, a onde e zig zag. La produzione grafica, visibile in mostra presso la Galleria Medusa assieme ai disegni originali, costituisce in questo senso un passaggio naturale dalla moda e dal lavoro tessile all’uso del colore per applicazioni d’arte. Un percorso evolutivo che riunisce in se’ tutti i momenti chiave del pensiero Missoni. Liberato dai vincoli del taglio e della funzionalità materiale del vestire o dell’arredare, il gioco di abbinamento di forma e colore esalta la componente ludica del processo creativo. Ottavio Missoni è stato pure attratto dai tessuti popolari e dalle ispirazioni etniche provenienti da ogni parte del mondo, proponendo l’abbinamento di accordi cromatici puri e geometrie d’effetto nei patchwork composti da tessuti di lana, portati alla ribalta da Guido Ballo nei primi anni ‘80 in una mostra a Venezia, che presentò per la prima volta Ottavio Missoni in veste di artista. Tali lavori furono denominati “nuovi arrazzi”. Missoni avrebbe voluti chiamarli semplicemente “pezze” per il carattere apparentemente dimesso, invece raffinatissimo. I Patchwork tessili, che costituiscono uno dei tratti più distintivi dell’artista Missoni, hanno dato vita al nucleo centra-

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In cammino lungo la Calegaria verso la Galleria della Loggia. In basso - I coniugi Missoni ospiti d’eccezione all’inaugurazione della mostra allestita presso la sede della Comunità.

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le della mostra, con un allestimento di grande suggestione e impatto presso la Galleria della Loggia Mario Steffé


Brevi Cultura Mostre ed esposizioni d’Arte

La Divina Commedia nella filatelia tematica La mostra itinerante »Progetto Dante« ha fatto tappa a Capodistria dal 19 gennaio al 25 febbraio 2012 con un percorso espositivo dedicato alla Divina Commedia nella filatelia tematica allestito presso la galleria del Museo regionale di Capodistria. La mostra è stata promossa dal Centro Italiano Filatelia Tematica nell’ambito di un progetto che propone una singolare lettura iconografica del Canto dell’Inferno della Divina Commedia attraverso una vasta e rappresentativa selezione di francobolli di diversi paesi con riferimento ad immagini e motivi estrapolati dall’opera letteraria dantesca. Il coordinamento ed allestimento della mostra sono stati a cura della filologa dantesca Valentina Petaros Jeromela, Chiara Simon del Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa di Trieste e Vlasta Beltram del Museo regionale di Capodistria. La mostra è stata coorganizzata a livello locale dal Museo regionale di Capodistria,

dal Centro Italiano Carlo Combi di Capodistria e dalla Comunità degli Italiani »Santorio Santorio«, in collaborazione con le Poste slovene, il Club filatelico di Capodistria e la Società Dante Alighieri - Comitato di Capodistria. Nell’ambito del progetto espositivo si è svolto un programma di eventi collaterali alla mostra che fanno capo alla curatrice della mostra Valentina Petaros Jeromela, tra cui la conferenza »La Divina Commedia tra traduzione e versione« e una serie di visite guidate alla mostra. In occasione dell’inaugurazione della mostra sono state presentate inoltre, quali realizzazioni di interesse filatelico, un francobollo commemorativo recante il ritratto di Dan-

te Alighieri ad opera del pittore capodistriano Bartolomeo Gianelli (1824-1894), una cartolina maximum con il medesimo soggetto e una cartolina celebrativa con la rara immagine del cono dell’Inferno dantesco (resa disponibile per gentile concessione della Casa di Dante in Roma) con annullo filatelico commemorativo

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Rassegna Linea d’acqua In collaborazione con l’Associazione »Carpe diem« di Trieste la CI di Capodistria ha organizzato il 24 febbraio la rassegna d’arte contemporanea »Linea

D’acqua«. Le opere di questa collettiva transnazionale fissano il rapporto di 23 artisti di Slovenia e Italia con i luoghi e le memorie di appartenenza, culturali, stori-

che. La rassegna si è articolata in due esposizioni simultanee, a Palazzo Gravisi di Capodistria e presso la galleria di Via della Tesa 20 a Trieste

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Volti di Capodistria in mostra A Palazzo Belgramoni - Tacco, sede del Museo regionale di Capodistria, è stata inaugurata in occasione della festa comunale la mostra »I volti di Capodistria« del fotografo Zdenko Bombek. Si tratta di un’interessante operazione che confronta con gli spazi cittadini gli stessi personaggi ritratti, nello stesso luogo, a distanza di decenni dalla fotografia originaria. Ne è emersa una galleria di volti e luoghi, che si confrontano con l’inesorabile passare del tempo, con uno spazio che muta nel nostro stesso divenire.

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er quanto ci sforziamo di avvicinarci all’essenza della città, allo spirito del luogo, al genius loci, ecco che la sostanza sembra sfuggirci, riverberarsi in una moltitudine di piccoli dettagli e microstorie che vanno a comporre la geografia dell’immaginario collettivo di un luogo. La senzazione è che Capodistria, come ogni altra città, non possa essere che un superorganismo gene-

rato dalla mediazione e sovrapposizione tra le componenti fisiche, geomorfiche, territoriali e le componenti percettive, organiche, emotive e intellettive dei suoi abitanti. Un rapporto che si dipana nei due sensi: gli abitanti modificano e plasmano secondo i loro bisogni e ambizioni la città, e questa influisce sul carattere, percezione del luogo e abitudini di chi ci vive. Perseverando in tale ragionamento è legittimo chiedersi in che misura le capodistrie di diverse epoche avvicendatesi nel passato, continuino a riflettere qualcosa di se’ nel presente, facendo persistere un’eco della loro immagine e carattere. La Capodistria che scopriamo avvicinandosi dalla via di mare o dal suo prossimo entroterra, sfrondata dal porto, dalla nuova viabilità, dalla cinta di nuove costruzioni del nuovo perimetro urbano che ne limitano la linea d’orizzonte, continua in sostanza a essere la tranquilla, sonnacchiosa cittadina di In alto - L’autore della mostra Zdenko Bombek. A lato - L’esposizione ha riscontrato uno straordinario successo di pubblico.

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provincia di un tempo. Per nulla turbata dai rit- memoria e della vocazione del luogo. La vera conmi frenetici del circondario e dalle peregrinazioni quista è quella di riconoscere l’esistenza di moltedi pendolari che l’abbandonano a fine lavoro, dal- plici città ideali, che ogni capodistriano porta nel le frotte chiassose di studenti che sfollano ai fine suo animo, nella sua storia personale. settimana, dalle comitive organizzate di crocieristi Tante storie che vanno a comporre un’unica grande che la riscoprono porto di mare. Entro il perimetro narrazione, confluiscono in una grande casa comustorico della città si consumano i ritmi più nascosti ne, che è la nostra città. Con la giusta attenzione e e segreti tra vie, vicoli e piazzette che si rivelano riconoscenza per le storie che ci hanno preceduto, solo ai suoi abitanti e ai curiosi. Quasi che l’assalto con il dovuto rispetto per preservare le storie che dall’esterno del traffico, del tran tran metropolita- hanno ancora a venire. no sia protetto da barriere invisibili, ma ancora più Una città non è solo un luogo sulla carta geografica. impenetrabili di quelle cinte murarie che un tempo E’ l’insieme delle persone che la abitano. Un grande cuore che pulsa, tanti sguardi che vi si specchiano e la circondavano. Dopo un lungo periodo di stasi e decadenza provin- hanno la fortuna e l’orgoglio di riconoscersi parte di ciale, Capodistria è stata per tutta la seconda metà quel tutto Mario Steffé del ‘900 al centro di trasformazioni radicali, che hanno mutato profondamente il carattere della città. Innanzitutto l’esodo di buona parte della popolazione italiana e la ripopolazione degli anni ‘50, con i nuovi arrivati ad assimilare e reinventare un nuovo spazio urbano e i rimasti impegnati a metabolizzare uno spazio diversamente percepito. Quindi, in rapida successione, gli interventi degli anni ‘60 e ‘70 che sviluppano ulteriormente un’identità di città di frontiera, anteposta alla vicina realtà d’oltreconfine e che rispondono all’esigenza di modernizzazione forzata, inurbamento, industrializzazione pianificata seIn alto - 1961 Molo delle Galere - Nadia Scheriani, Rosanna Tarallo, Ada Soldatich, Maria Rosa Lojk e Graziella Ponis condo i dettami del costrutIn basso - 2011 Molo principale - Nadia Bonifacio, Rosanna Tarallo, Ada Soldatich Roesch, Maria Rosa Lojk Francesconi tivismo proletario dell’epoca. e Graziella Ponis Sodnikar. L’espansione urbana e le grandi opere di viabilità ed edificazione degli anni ‘80 e ‘90, sostenute dal clima di relativa espansione economica e crescenti investimenti immobiliari. Per finire con i recenti make-up ed interventi a sostegno di una nuova vocazione turistica, universitaria, voglia di protagonismo e affrancamento da una presunta sciattezza di provincia.

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Sbagliano coloro che non riescono ad affrancarsi da una percezione mitica di un passato ideale e non riescono a rivolgersi al futuro. Sbagliano gli strenui assertori dello sterile credo contemporaneo, incurante della Giugno 2012, n.34, 17° anno

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Brevi Cultura di Sergio Settomini Attività dei Gruppi Artistico-Culturali

Una »Commedia degli equivoci in 8 quadri« Nuova rappresentazione della filodrammatica ‘Cademia Castel Leon »Il trionfo degli equivoci«: così ha titolato la Voce del Popolo il resoconto dello spettacolo che la ‘Cademia Castel Leon ha allestito mercoledì, 4 luglio, per augurare ai nostri connazionali una bella e riposante estate. Un titolo che sintetizza l’evento ed il giudizio sull’ultimo impegno della filodrammatica della Comunità »Santorio Santorio«, un pop show che ha divertito oltre ogni modo il numeroso pubblico. I nostri attori dilettanti hanno condotto gli spettatori attraverso una sequenza di scene sempre più esilaranti e coinvolgenti, ripetendo il successo dei precedenti lavori. La compagnia - formata da Corrado Cimador, Franka Kovacˇicˇ, Ketty Kovacˇicˇ-Poldrugovac, Sergio Settomini, Ambra Valencˇicˇ e Sandra Vitoševicˇ, con la partecipazione del cantante Stefano Hering, il contributo della suggeritrice Ma-

rina Gregoricˇ e la regia di Bruna Alessio Klemenc - è caratterizzata da un ottimo affiatamento ed è diventata ormai una garanzia di spettacolo ben riuscito. La »Commedia degli equivoci in otto quadri«, questo il titolo del 12

In alto Sandra Vitoševič e Franca Kovačič. In basso Corrado Cimador. A lato Bruna Alessio.

lavoro di quest’anno, ha visto pure l’apporto del giovane fiumano Martino Šesnic´, autore della scenografia e delle luci, che hanno dato al tutto dimensione, profondità e colore. E’ stata una serata di serenità, trascorsa con il sorriso sulle labbra, lontana dai problemi che ci assillano in questo periodo di crisi economica e dal futuro incerto. Gli applausi che hanno salutato l’esibizione dimostrano il sincero gradimento per occasioni di questo tenore e rappresentano il giusto premio per l’impegno profuso dalla compagnia

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Brevi Cultura di Mario Steffé Attività dei Gruppi artistico-culturali

Il debutto della Mandolinistica Capodistriana Gemellati con il Munchener Mandolinen-Zirkel Dopo un primo periodo di assestamento e affi namento della compagine musicale, la neonata camerata di strumenti a plettro, erede della storica mandolinistica operante per circa un trentennio presso la Comunità degli Italiani di Capodistria, ha vissuto il suo attesissimo debutto capodistriano. Un folto pubblico ha applaudito il 10 febbraio il concerto d’esordio della Mandolinistica Capodistriana nel salone del Museo Regionale di Capodistria, seguendo con attenzione e un pizzico di nostalgia il ricco programma, probabilmente per il vivo ricordo e l’emozione suscitata dai tanti rimandi allo »storico« repertorio dell’ensemble musicale. Successo di pubblico e di critica bissati nel corso del recente concerto tenutosi il 15 giugno presso il lapidario del Museo capodistriano assieme al Circolo mandolinistico di Monaco, nelle cui file milita la capodistriana Ada Soldatich, proponente del riuscito gemellaggio artistico tra le due orchestre. La mandolinistica capodistriana

Primi mandolini - Orlando, Riccobon e Dessardo.

sorse nel 1950 e dopo l’esodo venne ristrutturata con giovani leve della scuola elementare italiana di Capodistria sotto la guida del Maestro Matteo Scocir. Inizialmente operò come orchestra capodistriana e più tardi come orchestra congiunta dei tre comuni costrieri. Dopo aver riscosse molti successi in svariate esibizioni, alla scomparsa del Maestro Scocir nel 1983 l’orchestra cessò di funzionare, riprendendo l’attività solamente nel 2010 sotto il mentorato di Marino Orlando. La compongono 11 musicisti, nove dei quali ex membri dell’orchestra diretta dal Maestro Scocir, nella formazione classica di primi mandolini (Marino Orlando, Flavio Dessardo, Gianfranco Riccobon),

Debutto - Locandina della mandolinistica con richiamo retrò.

secondi mandolini (Alenka Orel, Marinella Tentor, Martina Žerjal), mandole (Vili Kuzman, Giuliano Orlando), chitarre (Irena Glavina, Nevio Miklavcˇicˇ) e basso (Bruno Orlando). Il repertorio comprende brani originali e arrangiamenti di compositori italiani e internazionali, con un programma che abbina melodie classiche a temi musicali contemporanei e di derivazione folcloristica

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Gemellaggio - Gli amici bavaresi a Capodistria. Giugno 2012, n.34, 17° anno

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Brevi Cultura

di Vanja Vitoševič

Conferenze d’argomento culturale

L’arte del merletto in Comunità Incontro nell’ambito della Festa internazionale della donna maglia per le bam- cia anche gli animi della gente, bole e qualche qua- unisce. Ne sono testimonianza i dretto a punto croce, »passaggi« di quest’ arte? come si usava una Sì, certamente, si tratta di due elevolta. Poi, più nul- menti che nella storia del merletla fino all’età adulta, to convivono e che sono presenti quando, passeggian- anche ai nostri giorni. Da un lato, do tra le bancarelle di il merletto, a mano o a macchina, una sagra di paese in ha a che fare con il lusso e con la un tardo pomeriggio moda, come dimostrano anche le d’estate vidi un’an- collezioni di quest’anno di molziana signora seduta ti stilisti e dunque, per così dire, davanti ad una specie gira il mondo suscitando ovunque 8 marzo - Alessandra Caputo, Anna Apollonio e Vanja Vitoševič. di grosso rullo inten- interesse per la sua innata eleganta a muovere vortico- za e raffinatezza. Dall’altro lato, il L’associazione POEM e la socie- samente un numero che a me sem- merletto tradizionale fatto a mano tà culturale “Dante Alighieri” di brò spropositato di fuselli. Quelle ha rappresentato per molte donne, Capodistria, in collaborazione con mani creavano un piccolo capola- per molte famiglie, per intere citla CI “Santorio Santorio” hanno voro... fu una folgorazione. Non tà, non solo una fonte di guadaorganizzato una conferenza dal trovai pace finché, proprio grazie gno ma anche un forte elemento titolo “La canzone del merletto”. a quella gentile signora, non capii di identità culturale attorno a cui A parlarci di questa delicata arte il segreto di quel movimento; e da costruire relazioni forti, innanzi è stata la dott. Alessandra Caputo lì è partita quella che oggi è una tutto familiari ma non solo. Era che con in maniera simpatica ma grande, grandissima passione. quel lavorare insieme nei cortili allo stesso tempo approfondita ci I tuoi interessi si limitano al o nelle piazze dopo il duro lavoha parlato della storia, delle tecni- pizzo e al merletto oppure sparo nei campi di cui parlavano le che e delle migrazioni del merletto ziano anche nel ricamo? nostre nonne... e di cui oggi molda Venezia, Vienna, Idria, Pago Amo molto anche il ricamo, la cui te donne emancipate sentono una ecc. La dott. Caputo ha effettua- tecnica e storia va spesso di pari certa nostalgia, almeno a giudicato anche una accurata ricerca di passo con quella del merletto. Poi- re dal proliferare di associazioni immagini e di citazioni, poesie e chè nella vita non si può preten- che propongono corsi nelle più detti che durante la serata sono dere di saper fare proprio tutto, svariate tecniche di ricamo, merstati interpretati magistralmente ho fatto una scelta di campo e ho letto e non solo da Anna Apollonio. Il soggiorno deciso di dedicarmi al merletto, a Capodistria è stato per la dot- nell’accezione più amtoressa Caputo anche l’occasione pia del termine: quindi di rivivere atmosfere della sua in- non solo il tombolo ma fanzia, dato che la sua mamma è anche il merletto ad nata a Sesana e le vacanze estive ago, il chiacchierino, il della sua fanciullezza sono legate macramè, certe forme alle immagini delle nostre terre, di lavorazione ad unPortorose, Pirano, Capodistria... cinetto; ed è un campo Ecco quanto ci ha dichiarato: già vastissimo! Come abbiamo avuto Qual’ è stato il tuo »primo inmodo di sentire nel contro« con il fantastico mondo corso della bellissidel merletto, è una tradizione ma conferenza, il filo della tua famiglia? del merletto non crea Ho imparato a giocare con il filo soltanto opere prezioda bambina, facendo vestitini a se e uniche, ma intrec- 8 marzo - I merletti in esposizione alla CI.

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Brevi Cultura Rassegne e Concorsi d’Arte e Cultura

I capodistriani premiati a Istria Nobilissima 2012 Ennesimo riconoscimento alla giornalista Argenti Tremul PRIMO PREMIO:

Alessandra Argenti Tremul, Premio giornalistico »Paolo Lettis« per il documentario televisivo »L’Unità tra Venezia e l’Istria«. Motivazione: Nella ricorrenza dei 150 anni dell’Unità d’Italia il lavoro di Alessandra Argenti Tremul fissa con chiara analisi storico-sociale, l’evoluzione dei rapporti tra l’Istria e Venezia. L’excursus tocca il radicamento della Serenissima nel tessuto sociale istriano giungendo ad una definizione dei tratti caratterizzanti che ancor oggi confermano le comuni radici culturali. Il lavoro inoltre dimostra pregevoli qualità tecniche nella composizione delle immagini e nei ritmi di montaggio. La sintesi esprime in termini giornalisticotelevisivi un compendio dei valori nazionali cui la Comunità Italiana da sempre si richiama«. SECONDI PREMI:

Claudio Geissa, Categoria letteratura – Poesia in lingua italiana per l’opera »Sprizzi di ombre«. Motivazione: Per la pregnanza emozionale e la stimolante irrequietudine riflessiva che scaturiscono da uno stile oscillante fra tratti di auten-

Istria Nobilissima - due dei premiati, Graziella Ponis e Črt Brajnik.

tico espressionismo e verso di brillante descrittivismo per procedere analogico«. Cˇrt Brajnik, Categoria Arte cinematografica per il video »Eppur si muove«. Motivazione: »L’opera è un pregevole ed onesto ritratto di vita istriana minore, ispirato ad un naturalismo minimalista ed assolutamente esente da cadute retoriche, reso con un linguaggio scarno e rivelatore

dell’appartenenza dell’autore ad una nuova generazione registica”. MENZIONI ONOREVOLI:

Isabella Flego, Categoria letteratura – Poesia in lingua italiana, per il componimento “Senza nome”. Graziella Ponis, Categoria Prosa in lingua italiana per lo scritto “Un’esperienza di scuola e di vita”

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TRADIZIONI

Semedella 2012 Quella di quest’anno è tata l’ultima Semedela da vescovo titolare della Diocesi di Capodistria per Mons. Metod Pirih. Da giugno infatti gli è subentrato, Mons. Jurij Bizjak. Alla funzione ha partecipato con viva emozione anche don Giuliano Vattovani (dei Burlini de San Marco). Lo vediamo nella foto di Luciano Ramani, mentre legge la prima Lettura. Ex amministratore della parrocchia di San Luca Evangelista a Melara (Trieste), don Giuliano è nato a Capodistria nel 1935. Ad accompagnare la messa è stato il coro Cittanova Vocal Ensamble.

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Brevi Spettacolo Cinema e Teatro

Teatro da camera a Capodistria Trasposizione del romanzo di Anna Maria Mori e Nelida Milani RECITAL CON MUSICHE “BORA” A PALAZZO GRAVISI

Presentato il 2 febbraio a palazzo Gravisi dal Dramma Italiano, il recital con musiche “Bora” è stato ideato quale contributo per il 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia. Si tratta di una lettura del libro “Bora”, scritto a due mani dall’esule Anna Maria Mori e dalla rimasta Nelida Milani, entrambe scrittrici nate a Pola. Nella rappresentazione teatrale è stata rivisitata una pagina dolorosa della storia istriana e italiana nei ricordi e riflessioni tra due anime simili che hanno vissuto destini speculari nel secondo dopoguerra: entrambe considerate altre, straniere, entrambe rinchiuse nel loro doloroso “esilio interno”. Accanto a Laura Marchig, che ha curato anche la riduzione scenica, l’attrice Leonora Surian si è esibita in veste di cantante, accompagnata dalla pianista Maja Dobrila.

Le interpreti di “Bora” Laura Marchig e Leonora Surian con la pianesta Maja Dobrila.

dano), la cui narrazione ha finito con l’accompagnare la protagonista nel vortice di un complessa e struggente ricerca della propria

identità. Lo spettacolo “Destìs” è in programma a luglio al Festival internazionale del teatro da camera di Umago

NUOVA AFFERMAZIONE DEL PICCOLO TEATRO DI CAPODISTRIA

Nel solco di una consolidata tradizione nell’allestimento di spettacoli teatrali da camera di buon livello, il Piccolo teatro di Capodistria ha portato in scena il 4 aprile al Teatro di Capodistria lo spettacolo “Destìs” di Corrado Premuda con la regia di Livio Crevatin. Nell’allestimento scenico volutamente essenziale e scarnificato, è emersa prepotentemente la figura centrale di Destìs, prototipo di tutte le dive che nasconde le proprie debolezze nella vita reale, è stata magistralmente interpretata dall’attrice Sara Alzetta. A Destis, prototipo della diva al centro di un complesso rappporto tra immagine autentica e creatura riflessa, si è affiancato sul palco un misterioso interlocutore (l’attore Mirko Sol16

Gli attori Sara Alzetta e Mirko Soldano nell’allestimento capodistriano di “Destìs”.

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Brevi Spettacolo di Sergio Settomini Concerti ed eventi musicali

Roberto Vecchioni in Piazza Carpaccio Vent’anni di Folkest a Capodistria Anche quest’anno la carovana di Folkest farà tappa a Capodistria. È un evento che si ripeterà per la ventesima volta e questo ci riempie d’orgoglio, per tanti motivi: è la più longeva manifestazione della nostra città, organizzata sotto l’egida della Comunità italiana. La più grande manifestazione di musica etnica dell’Alto Adriatico si fermerà a Capodistria per due serate di grande impatto. La manifestazione è patrocinata come sempre dalla Comunità Autogestita della Nazionalità Italiana. Il calendario completo di Folkest è ricchissimo e si articola, per tutto il mese di luglio, in una lunga serie di concerti nel Friuli - Venezia Giulia e in Slovenia. Avremo l’occasione di ascoltare come sempre dei bravissimi e prestigiosi interpreti della musica della loro terra, sempre viva e coinvolgente. VENERDÌ 20 LUGLIO

Avremo i Klezmatics di New York. L’album del 2007 “Wonder Wheel” ha fatto vincere loro il Grammy Award per il miglior

Folkest - Ospite della ventesima edizione a Capodistria il cantautore Roberto Vecchioni.

disco di world music contemporanea. La band conduce un proprio percorso di approfondimento del linguaggio espressivo della musica tradizionale delle feste ebraiche dell’Est Europa, conosciuta come klezmer, apportandovi sensibili-

tà contemporanee, combinando identità e misticismo ebraico con lo spirito del nostro tempo. SABATO 21 LUGLIO

Piazza Carpaccio farà da cornice al concerto di Roberto Vecchioni, uno dei nomi più prestigiosi della scena cantautorale italiana. È una presenza fortemente voluta, per celebrare questa edizione e coronare vent’anni di impegno nel campo della musica etno-culturale e d’autore. Nato nel 1943, non è solamente uno dei più grandi cantautori che l’Italia musicale possa annoverare, ma anche un paroliere e uno scrittore raffinato, pervaso da una sottile e intelligente ironia. Invitandovi calorosamente a partecipare alle due serate, vi auguriamo una meravigliosa estate in musica e vi segnaliamo che in autunno uscirà un nuovo volume, il secondo, sui concerti organizzati da Folkest a Capodistria

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Intervista d’autore

I N F O R M A Z I O N E E AT T UA L I T À

Tatiana Petrazzi, una vita da giornalista Dalla RTV slovena un Premio per il contributo allo sviluppo dei programmi italiani Gianni Katonar

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a Radiotelevisione di Slovenia ha conferito i premi dell’ente per il 2011. Uno dei più prestigiosi, quello per i meriti eccezionali nel lavoro in un ampio lasso di tempo, è stato assegnato alla giornalista e redattrice di Tv Capodistria, Tatiana Petrazzi. Nella motivazione viene rimarcato il suo grande contributo allo sviluppo dei programmi italiani dell’emittente, dove ha svolto con competenza tutti gli incarichi giornalistici sino a ricoprire il ruolo di redattore responsabile.

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Quale significato attribuisci al premio che ti è stato conferito? “Il significato l’hanno attribuito coloro che mi hanno candidato al riconoscimento e al premio della Radiotelevisione di Slovenia, fin dal momento che hanno scelto, tra le tante, la categoria entro la quale sarei potuta rientrare, poiché ce ne sono molte e la concorrenza è “agguerrita”. Personalmente mi sento onorata e orgogliosa e ancor di più, se così fosse, per la valenza che questo rinascimento potrebbe avere per il programma della nazionalità italiana. L’Ente è una grande organizzazione e un corposo e articolato organismo, che si sviluppa in tutti quei segmenti che costituiscono il complesso delle attività proprie a radio e televisioni d’Europa e del mondo, a livello nazionale, regionale e locale. Mi pare di poterlo identificare come un premio alla carriera, anche se formalmente non lo è. Tuttavia, il 2012 segnerà i miei trentott’anni di lavoro a TV Capodistria”. Come furono i primi passi? “Quando, nel settembre 1974, arrivai a Capodistria da Pola, al termine del biennio di studi superiori a Fiume, la televisione era in fasce. Eravamo in pochi e tra i pochi – io, unica esemplare del genere femminile tra gli altri giornalisti uomini. Le attrezzature erano scarse e spesso scassate, la tecnologia pressoché assente e le maestranze tecniche – esigue. Si lavorava ancora su pellicola ed era sempre un’enorme incognita, la scoperta di quanto avevamo portato a casa come materiale grezzo filmato, una volta sviluppata. Poi c’era il montaggio sulla moviola e - neanche a dirlo – due volte su tre il registrato sonoro era fuori sincronismo, cioé le labbra nelle immagini erano o più veloci o più lente del parlato sonoro registrato. Dopo di che fummo invasi dall’elettronica. E fu uno shock, nulla era più come l’avevamo imparato. Per alcuni, fortunatamente pochissimi, la novità rappresentò un vero e proprio dramma. Subentrò

l’era del computer e quindi di Internet. Ora c’è il digitale terrestre. Al di là della tecnologia, le trasformazioni storiche che ci hanno accompagnato in questi decenni sono state anche più sconvolgenti, traumatiche e drammatiche. E nondimeno adrenaliniche e piene di aspettative. E speranze. Non a tutti, fortunatamente, è dato di vivere una guerra, nascere in un Paese e ritrovarsi in uno Stato di nascita e uno di appartenenza e cittadinanza diversa”. Puoi riassumere la carriera citando gli avvenimenti più significativi dei quali sei stata interprete? “Abbiamo trascorso un’era di mutamenti profondi che hanno assegnato al mondo un’altra faccia, un’altra società. Senza paura di apparire presuntuosa, penso di aver calcato professionalmente ad una ad una tutte le tappe descritte senza eccezioni, sul piano gerarchico e sul piano professionale giornalistico: da responsabile del programma informativo, a caporedattore responsabile del programma di TV Capodistria e in seguito del programma italiano dell’emittente; da cronista e reporter, ad autrice di dossier televisivi sull’Islam in Slovenia, sulle donne nell’Islam in Slovenia e Croazia, sui porti dell’Alto Adriatico, sul dramma dei profughi durante la guerra di Bosnia, sugli immigrati clandestini in Slovenia e Italia, fino a commentatore e conduttore di trasmissioni in diretta con personaggi prestigiosi della politica, dell’economia, della cultura e della società di Slovenia, Croazia e Italia. Non per ultime, le numerose trasmissioni speciali di carattere tematico in occasioni particolari o le telecronache in diretta delle visite di Papa Giovanni Paolo II in Slovenia, dei suoi funerali in Vaticano o ancora della più recente visita di Papa Benedetto XVI ad Aquileia. Una vita giornalistica è ardua da riassumere, e citare personaggi potrebbe risultare persino riduttivo nei confronti di

coloro che non vengono menzionati e hanno dato un contributo significativo alla buona riuscita e alla qualità del prodotto. Ce ne furono alcuni che lasciarono davvero il segno per personalità, carattere, arte e umanità, e non erano dei politici”. Hai avuto modo di svolgere, come detto nella motivazione del premio, tutti i compiti giornalistici in TV. Quale incarico però ti ha particolarmente appassionato? “Sono una persona che si appassiona a tutte le cose che fa. È l’incarico stesso che mi infonde passione, se per incarico intendiamo una produzione. Molto spesso l’iniziativa è nata da me, non ricordo che ne sia stata bocciata alcuna. Devo, naturalmente avere una forte motivazione, un interesse che emerga dalle particolari condizioni del momento in un certo settore, devono avermi colpito l’opinione o le parole di qualcuno. Forse l’incarico, o gli incarichi, che meno mi hanno reso felice sono stati proprio quelli non giornalistici nel senso del mestiere e della professione come tale, alla televisione e fuori di essa. Tendo a prendermi molto a cuore le cose, a farmi carico pienamente di tutte le responsabilità, persino quando non dipendono esclusivamente da me, ma me ne sento investita, se non altro per solidarietà o in parte per funzione. Questo modo di essere mi ha procurato grossi problemi e disagi a livello emotivo ed é anche la ragione per la quale in certi frangenti non ho resistito. È più facile spiegare ciò che non è piuttosto che ciò che è. D’altronde, mi hanno appassionato le interviste di un’ora in diretta di Confabulazioni ed il Bersaglio, dove di settimana in settimana “mettevo a nudo” l’ospite di turno. Con garbo, ha detto qualcuno, ma senza tacere nulla e con un accento particolare sulla personalità e sul carattere,

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Intervista d’autore

Conduttrice - Tatiana Petrazzi al timone di Meridiani, trasmissione di approfondimento di Tv Capodistria.

oltre che un’escursione nel privato. Ho fatto ovviamente anche tante cose che dovevo fare per funzione, per dovere professionale, per la natura dell’istituzione che siamo e rappresentiamo e continuo a farle”. Come è cambiata la TV dagli inizi del tuo lavoro a oggi non soltanto dal punto di vista tecnico, ma soprattutto per quanto riguarda i contenuti? “Sulla tecnologia ho già avuto modo di dire sopra, basti osservare ancora che le innovazioni si sono accavallate con sorprendente velocità. Va rilevato poi che, analogamente alla situazione anagrafica nazionale, e mi riferisco allo stato d’invecchiamento demografico della popolazione, neanche in televisione si scherza. Siamo di fronte ad uno staff in rapido deperimento biologico, soprattutto nei luoghi che sono del giornalismo e delle redazioni, senza per altro intravedere un adeguato ricambio – oggi piace molto l’espressione turnover. Le assunzioni a tempo 20

indeterminato (e anche quelle a tempo determinato) sono bloccate, la schiera di persone giovani, in primo luogo tra gli operatori tecnici, sono a rischio a scapito della formazione e dell’educazione pro-

gramma – la Comunità Nazionale Italiana. Ma la CNI non sussiste come soggetto a sé stante, isolato e fuori contesto- sia esso nazionale, geografico, storico o culturale e sociale. Rischiamo di perdere le “infrastrutture” per far sopravvivere unicamente la “struttura” base. Sarebbe un grave danno e avrebbe conseguenze di lunga durata, forse addirittura irreversibili. Sotto un altro aspetto, i contenuti nel corso degli anni sono differiti per forza, dettati dall’evolversi degli eventi che hanno marcato per sempre la nostra storia, le nostre esistenze e il nostro territorio. La disgregazione dell’Europa orientale e sud-orientale, la fine della guerra fredda, il crollo della Jugoslavia, la nascita degli Stati indipendenti di Slovenia e Croazia, entità entro le quali la comunità nazionale italiana vive, la divisione della comunità stessa, separata da un confine di stato, la guerra, i rapporti tra i due Stati, i rapporti della minoranza italiana con la Nazione madre e tra Slovenia e Italia, l’entrata della Slovenia nell’Unione Europea, il suo ingresso nell’area Schengen, l’adozione dell’euro come moneta unica... E, con la Croazia – 28.esimo paese dell’UE, si chiude un’era

“Noi giornalisti dovremmo essere coloro che per eccellenza rappresentano l’opinione pubblica, e le autorità, a tutti i livelli” fessionale. Vuoi perché non hanno garanzie per il futuro, vuoi perché i valori, gli obiettivi e le aspettative sono diverse come espressione dei tempi che stiamo vivendo. È inevitabile che tutto ciò si rifletta incisivamente nel campo dei contenuti in conseguenza delle condizioni materiali e di possibilità economiche. La parola d’ordine è investire in quelle che sono le peculiarità della funzione della nostra istituzione e, nello specifico, del nostro pro-

e se ne apre un’altra. Ce ne sono di contenuti che sono cambiati”. Quali sono stati i momenti più gratificanti del tuo lavoro e quale, invece, il periodo più difficile? “Noi giornalisti dovremmo essere coloro che per eccellenza rappresentano l’opinione pubblica, e le autorità, a tutti i livelli, coloro che rendono conto del proprio operato all’opinione pubblica. Purtroppo, non sempre i confini tra le due


parti sono resi evidenti e le distinzioni separate e nette. Talvolta per opportunismo, altre per ingenuità o per malinteso senso del dovere su quale parte dobbiamo o non dobbiamo prendere. E’ chiaro che noi non dobbiamo prendere le parti di nessuno. Il nostro compito è in primo luogo quello di informare e di comportarci con tutti, chiunque sia il nostro interlocutore, con tatto e distacco. Serve innanzitutto a salvaguardare la nostra autonomia e persino l’indipendenza, a prescindere da qualsiasi legge in vigore o a venire. L’opinione pubblica non va sottovalutata, riconosce l’onestà intellettuale e professionale del giornalista. Checché ne dicano i cinici, gli smaliziati e i disincantati. Sulle lunghe distanze è così. I momenti più gratificanti della mia vita professionale sono stati proprio quelli che hanno visto confermati tali pensieri e considerazioni, da parte di gente comune e da parte di persone che hanno voluto anche argomentare le mie, diciamo così, prestazioni. Ho provato piacere nel constatare che, salvo singole eccezioni, nessuno ha mai respinto la mia “chiamata”: ho intervistato in studio a Capodistria presidenti di Stato, di governo, ministri, l’intero establishment della Slovenia, anche durante la guerra, personalità politiche di spicco e futuri presidenti della Croazia, le massime autorità del Friuli Venezia Giulia, il Capo dello stato italiano (all’ambasciata di Lubiana), il capo del governo italiano (all’ambasciata di Lubiana) e si trattò di interviste di quaranta-sessanta minuti, non di dichiarazioni di un minuto, due. Bisogna tener conto di un fatto non trascurabile: la televisione di Capodistria è un centro dislocato e, a differenza della televisione nazionale, nessuno di costoro aveva l’obbligo istituzionale di intervenire di persona nello studio di TV Capodistria alle nove di sera, dopo una giornata di impegni e di lavoro. Di questo sono grata. Ho già avuto modo di dire che i momenti nei quali mi sono sentita meno felice nel corso della mia carriera coincidono con gli anni in cui ero

investita di incarichi di responsabilità a livello gerarchico. Vi sono stati periodi che mi hanno vista prendere provvedimenti e attuare soluzioni impopolari. Vi sono state situazioni di grande travaglio, che mi hanno letteralmente scaraventato in condizioni non create e non decise da me. Le ho accettate in quanto parte del ruolo”. Come vedi il futuro dei programmi televisivi riservati alla Comunità Nazionale Italiana? “Mi piacerebbe poter prospettare un futuro radioso dei programmi italiani. Stiamo però attraversando un momento di restrizioni, a livello macro e micro, pertanto le previsioni non possono che essere di maggior rigore, impegno e lavoro, e meno gratificazioni. Ho sentito e letto spesso opinioni di

studiosi e personalità illustri sostenere che le situazioni di crisi stimolano la creatività e l’ingegno. Non sono in grado di assentire o negarne la veridicità, ma è senz’altro plausibile, e so che la capacità di adattamento e la strenua lotta per sopravvivere è nei geni dell’essere umano. Ma, senza dover ricorrere a grandi pensieri e parole, sarei moderatamente ottimista. Se mi volto indietro a guardare i nostri quarant’anni di vita, vedo che siamo stati capaci di reinventarci via via in ruoli diversi, sempre legati alla minoranza italiana e al corollario di relazioni connesse alla sua esistenza, alla sua storia, al territorio nel quale vive e alla sua natura”

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Tratto da La Voce del Popolo del 1.2.2012

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Intervista d’autore

L A N O S T R A S TO R I A

»Le foto di mio padre diventino patrimonio dell’umanità« Intervista a Gabriella Pizzarello Alberto Cernaz

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iglia del fotografo capodistriano, Libero Pizzarello, Gabriella vive in un paese del sud-Italia, in Basilicata. A Cancellara custodisce il grande archivio del padre – cinquemila foto istriane in bianco e nero – e gestisce un’impresa agrituristica. Abbiamo contattato la signora Gabriella per chiederle un’intervista e lei ha gentilmente accettato.

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Buon giorno Gabriella, come sta? Buon giorno Alberto, puoi darmi del tu. Sto benissimo. Finalmente posso sentirti dopo un mese di corrispondenza email. Beh, in genere è difficile trovarmi a casa perchè sono presa col lavoro in agriturismo. Poi vado spesso a trovare anche la mia famigliola in Spagna, c’è mia figlia Anita che vive a Barcellona. Ma non si chiamava Anita anche tua madre? No, la mamma delle mie due sorelle, la prima moglie del mio papà era Anita. Anche mia nonna era Anita, anche mia zia….è un nome di famiglia.

tografico in Piazza Daponte, quella che oggi chiamiamo più comunemente la Muda. Che ricordo ne hai? Io del negozio mi ricordo una cosa meravigliosa: tutta una serie di vasi pieni di caramelle di tutti i colori e io quando andavo a trovare papà in camera oscura mi dava queste caramelle…non tante, una o due al massimo, se no mi facevano male…e per me era una gioia grandissima andarlo a trovare soprattutto per questa cosa. Era una gioia stare con lui perchè lavorava, era spesso impegnato in

Spieghiamo ai nostri lettori dove ti trovi esattamente. Io mi trovo sull’Appennino lucano, a 17 chilometri da Potenza, nello splendido paesaggio di una regione che mi ha accolto e che è diventata la mia terza patria: la prima era l’Istria, la seconda la Bergamasca e adesso sono immigrata qui.

Il dialetto istro-veneto lo ricordi ancora? Un po’ sì. Penso in veneto, solo che non lo parlo spesso perchè non ho con chi parlarlo. Lo parlo quando mi arrabbio o quando son felice. Ma i tuoi genitori lo parlavano poi a casa? Sempre. Tuo padre, Libero Pizzarello, aveva un negozio e studio fo-

Libero Pizzarello ha fatto un grande lavoro, probabilmente pensando al futuro… Io credo proprio di sì. Cioè io penso che papà abbia voluto portare con se le immagini della sua terra e di quello che stava lasciando. L’archivio di papà comprende foto che vanno da paesaggi a località, foto storiche… Ma, mentre altri fotografi – come Dandri ad esempio – si limitavano a fare foto per documenti, tuo padre andava fuori dallo studio per immortalare artigiani al lavoro, pescatori in barca… Guarda, adesso sono qui nel mio studio in Basilicata, e ho appese due foto di papà degli anni ‘30 dove ci sono pescatori capodistriani che stanno aggiustando le reti. Sì è vero, andava proprio a fotografare la gente.

C’erano tante Anite una volta a Capodistria… Eh sì, è vero…

In un paese che si chiama Cancellara. Cancellara sì. Un paesino di 1400 abitanti, un paese presepe, famosissimo per la sua salsiccia…infatti la luganiga si chiama così proprio perchè è stata inventata qua in Lucania.

che cos’erano, cosa rappresentavano, tant’è che quando 25 anni fa ho voluto rimettere a posto l’archivio, ho potuto farlo tutto in base alle sue indicazioni e alle sue didascalie.

negozio, quindi non è che stessimo tantissimo insieme.

In quale lasso di tempo ha fotografato? Ho anche delle foto del ‘18, ma penso che non le abbia potute fare lui. Dandri era stato suo maestro. Ho per esempio la foto dello sbarco degli italiani a Trieste. Le foto vanno dal ‘20 in avanti con anche una raccolta di giornali che pubblicavano qualche sua foto in relazione a qualche evento accaduto. Io ho conosciuto la mia terra soprattutto attraverso questo.

Era una lavoro che lo prendeva molto… Certo. Un lavoro che io ho rivissuto ricostruendo tutto l’archivio che lui, quando siamo andati via, minuziosamente ha voluto portarsi dietro. Pensa che aveva messo in bustine di carta vari negativi con scritto

Quanti anni avevi quando hai lasciato Capodistria? Cinque anni e mezzo. Mi ricordo delle cose tipo…el bagno de San Nicolò che era la mia gioia grandissima perchè c’era la sabbia ed io potevo entrare in acqua per conto mio, mentre non mi piaceva andare a Semedella

Foto-Radio Pizzarello - »In questa foto c’è mio padre a destra, zio Giordano (suo fratello) e mio cugino Ugo Pizzarello sulla sinistra (il piccolino biondo). Gli altri non li conosco, forse qualcuno sarà in grado di identificarli e sarebbe una bella sorpresa per i familiari«.

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Intervista d’autore

perchè c’erano le rocce. Era un po’ una sofferenza andare lì perchè dovevo stare vicino ai grandi. Poi mi ricordo i panini meravigliosi con le melanzane impanate! Ti ho mandato la foto di mia figlia davanti alla fontana Da Ponte. Scommetto che anche tuo padre te ne avrà scattata qualcuna nello stesso punto… Certo, ho un sacco di foto di quella fontana. La prima impressione che ho avuto vedendo la tua foto mi son detta »Ma come è piccola!«. Io avevo l’impressione che fosse una fontana grandissima e invece non è tanto grande. Devo proprio tornare a Capodistria per rivederla. Tuo padre è stato quello che oggi chiameremmo un fotocronista o un fotoreporter. Ha ripreso anche manifestazioni politiche sia durante il fascismo che dopo la guerra. Lui politicamente che idee aveva? Lui era e si è sempre sentito italiano e quindi a lui è dispiaciuto tanto che la sua terra diventasse una terra straniera. Io ho tutto questo pezzo di settore che lui ha chiamato »Era fascista« ed »Era partigiana«, che sono fra virgolette le foto politiche e documentano tutto quello che è stato il passaggio da un regime all’altro: ad esempio, prima lo sposalizio di un capetto fascista con tutte le presentazioni delle armi e quello che passava sotto con la moglie eccetera…e poi dopo la guerra quando andavano a tirare giù le insegne fasciste, i vari comizi, le feste popolari e via dicendo. Mi racconti l’esodo della tua famiglia? Per anni e anni non sono mai riuscita a focalizzare quei momenti perchè, quando pensavo a sta cosa mi veniva sempre da piangere. Perchè l’ho vissuto proprio come un momento di dolore della mia famiglia e quindi l’ho proprio interioriz24

zato questo dolore. Quello che ricordo è una notte, buio, al blocco, con un sacco di luci intorno a noi…e questa tristezza infinita da parte di tutti.

ze slovene, e poi naturalmente gli sloveni diventati maggioranza non si sono comportati bene con gli italiani. Peccato che a soffrire di queste situazioni è sempre gen-

“Io penso che internet sia l’unico modo perchè queste foto possano raggiungere tutti i nostri connazionali sparsi per il mondo.” Dove siete andati? Papà non ha voluto farci fare il campo profughi per cui ci ha distribuiti, fi nchè papà non si è traferito a Milano a far l’insegnante, e ci ha messo da parenti. L’unica cosa, che io ho scoperto pochi anni fa dopo che è morta la mia mamma leggendo le lettere che si erano mandati: io avevo vissuto questa cosa come se mi avessero abbandonato, come se mi avessero lasciato per mesi…invece il distacco non c’è mai stato fra me e la mia famiglia, perchè papà era sempre con noi, solo che io non lo vedevo perchè aveva preso servizio a scuola e andava avanti indietro, da Milano a Cividate al Piano dove eravamo ospiti di una sorella di mamma, per cui la sera non lo vedevo. Ma questo è durato una settimana e io l’ho vissuto come se fosse stato chissà quanti anni. E mi ha un po’ rovinato la vita questa cosa… Che anno era quando siete andati via da Capodistria? Era l’inverno del 1956. Papà ha cercato di star lì fino alla fine, solo che non è stato più possibile. Non ce la faceva. Sai che cosa penso? Che nei popoli di frontiera xe chi le ciapa e chi le dà. Prima le dà un popolo poi le dà l’altro popolo. C’è il popolo che subisce angherie per scelte fatte a livelli più alti di noi, insomma. Perchè io so che tanti italiani prima non si erano comportati bene con le minoran-

te che non centra, bambini come me. Poi penso che le mie sorelle più grandi abbiano sofferto molto più di me, perchè erano già delle adolescenti. Per cui vivono in maniera diversa questo ricordo? Credo di sì. Ma sai, per noi è un po’ un tabù parlare di Capodistria…anche perchè di solito si evita di parlare di cose che hanno procurato sofferenza. Cerchi di non parlarne. Se non sbaglio, una delle tue sorelle è diventata suora. Grazia! E’ una persona eccezionale e le voglio molto bene. Sono molto legata anche alle altre due mie sorelle: Gioia che è la più grande ed Aurora che è la più piccola; peccato che viviamo lontane. Mi racconti Gabriella, come vi siete inseriti nell’ambiente bergamasco? L’ambiente bergamasco è un ambiente abbastanza duro. Non so se tu hai visto »L’albero degli zoccoli« di Ermanno Olmi…è un film splendido che racconta appunto come si viveva in un paese della bergamasca a fi ne ottocento. Anch’io ho vissuto le sere nella stalla, il momento comunitario societario di allora era quello di trovarsi in stalla nel posto più caldo che c’era, dove si diceva il rosario e poi raccontavano tutte le storie, la tradizione. Io a sei anni d’età,


mi sono abituata subito, giocando con gli altri bambini, con gli animali. Non immagino però come possa essere stato per mia mamma e per mio papà, come possano aver vissuto quell’ambiente. Immagina: dentro il paese le case avevano un cortile, in basso la

coincidenza non è un caso, capisci? E’ che son tornata perchè probabilmente dovevo fare qualcosa in questo posto. Questo cognome è a Capodistria da secoli, ma suona meridionale Infatti, papà aveva fatto fare delle ricerche. Sembra che noi siamo di

che in questa grande casa dove viviamo – che è la foresteria del castello, una casa di 30 stanze e di 30 metri quadrati per stanza – c’è una laurea assegnata al capostipite della famiglia di mio marito che, anche lui, si chiama Gian Battista (Ianniello, ndr).

Barche - Il porticciolo di Bossedraga in una foto di Libero Pizzarello.

stanza del giorno e sopra la stanza della notte, con un unico gabinetto in cortile, vicino alla concimaia, per tutti. Quindi non posso immaginare come loro due, abituati a Capodistria, possano aver subito questa cosa, poveretti. E in Basilicata come ci sei capitata, Gabriella? La cosa strana è che io sono »tornata« a vivere in una casa che sorge in località Pizzariello, che era il cognome dei miei avi prima di trasformarsi in Pizzarello. Questa

origini appulo-lucane, tarantine. Tutti i nomi che terminano in – ello e –iello sono dei nomi di origine appulo-lucana. E quando siete venuti a Capodistria? C’e’ stato qualcuno gentilissimo da Capodistria, che io ho interpellato ma non so più chi è, che mi ha mandato tutto l’albero genealogico dei miei fino al 1718. Per cui siamo lì almeno da quell’anno. I capostipiti sarebbero Marianna Barbaz e Giovan Battista Pizzarello. L’altra strana coincidenza è

Quali sono i vantaggi e gli svantaggi di vivere in Basilicata rispetto alla Lombardia? Ci sono solo vantaggi. Perchè qui siamo ancora in un posto dove la natura grossomodo è incontaminata. Siccome non ci sono stati mai tanti soldi, non è stata fatta cementificazione a raffica; la tradizione, culinaria e non, è ancora sentita: io per esempio, quando facciamo scuola in fattoria, ho due nonne ottantenni che assieme a noi fanno il pane, la pasta, filano la Giugno 2012, n.34, 17° anno

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Intervista d’autore

Cancellara - Il pittoresco borgo di Cancellara in provincia di Potenzaendis.

lana, insegnano a fare un sacco di cose e, praticamente è una cosa normale qui nelle famiglie, tramandare queste conoscenze. Che cosa avete organizzato, una sorta di agri-turismo? E’ un agriturismo, una fattoria didattica: abbiamo gli animali, i cavalli, un laboratorio di autoproduzione…è importantissimo secondo me insegnare alla gente a non perdere i saperi che avevamo una volta. Io ad esempio mi faccio il sapone, tutte le marmellate, ho imparato a fare il formaggio, mio figlio fa un pane eccezionale. Cerchiamo di produrre il più possibile cose con quello che la natura ci dà. Facciamo un sacco di riciclo per esempio: fra poco avremo un’iniziativa molto bella dove insegneremo a creare giocattoli con materiale riciclato e avremo la pizzeria delle fate in cui mio figlio Emiliano farà

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tutte le pizze, focacce, torte salate con fiori e verdure che vi sono adesso. Anche qua ghe xe i dàmi (dàmeni=varietà di asparago spontaneo, ndr), che non qui conoscono, quindi me li posso raccogliere tutti io! Ma devi avere molto spazio lì per tutti questi prodotti della terra e l’archivio di tuo padre. Te l’ho detto che vivo in una casa di trenta stanze. Adesso abbiamo due ospiti della California, perchè siamo anche iscritti al WWOOF, non so se c’è anche dai voi: è un’associazione internazionale di scambio…in cambio di vitto e alloggio vengono da noi, imparano a fare le cose che facciamo noi da tutto il mondo. C’è una ragazza che è il terzo anno che arriva da Buffalo, ho avuto ragazzi giapponesi, dall’Australia… Se vengono da così lontano, vuol dire che si sta bene a Cancellara

Ma infatti, io vi invito a venire a trovarci. Tra l’altro i costi qui in agriturismo sono bassissimi. L’azienda si chiama »BioAgriSalute«, abbiamo un sito www.bioagrisalute.it, che così potete vedere le immagini, le fotografie, tutto quello che facciamo. Vorrei concludere con le foto capodistriane. Qualche anno fa vennero da voi l’ex direttore del Museo regionale Salvator Žitko e lo storico dell’arte Edvilijo Gardina. Ricordo che rimasero stupefatti dal materiale fotografico che videro. Ci sarebbe secondo te un modo per valorizzarlo? Io, da capodistriano, non le nascondo che mi piacerebbe tantissimo poter vedere queste foto… A me piacerebbe tanto…e penso che vorrei farlo prima di lasciare questa terra…mi piacerebbe tantissimo che diventasse patrimonio europeo. In che modo? Pubblicarle su


qualche libro, in versione digitale su internet? Io penso che internet sia l’unico modo perchè queste foto possano raggiungere tutti i nostri connazionali sparsi per il mondo.

quello dove la gente moriva dopo i 90 anni. Ti giuro nel paesino in cui vivo ci sono parecchi ultracentenari. Vedi, ho scelto bene. Ma posso fare io una domanda a te?

da Cicerone per spiegarti come è cambiata la città in questi anni… Ma poi facciamo in modo che anche un po’ di istriani vengano a passare le vacanze in questo posto che assomiglia peraltro parecchio all’Istria. L’unica cosa che non c’è il mare. Tantissime cose sono simili: persino la pasta, i gnocheti che fasseva mia nona. Ho addirittura delle fotografie di cerimonie religiose fatte qui a Cancellara negli anni ‘30 – che le fotografava mio suocero – e cerimonie religiose fatte a Capodistria nello stesso periodo dove si possono notare abiti quasi identici! Poi tante robe che mi raccontava mia nonna che le ritrovo qua in Basilicata…

Certo. Io quando vedo o sento qualcuno che è della mia terra – qui ne ho trovati alcuni nati qua, ma con i genitori istriani – quando sento che c’è qualcuno della mia terra mi si allarga il cuore, non hai idea che bella sensazione che provo. Hai una mappa di dove siamo finiti, almeno qua in Italia…state mappando questa cosa, il nostro Il prof. Žitko propose pure l’i- esodo? stituzione di un premio internazionale di fotografia intitolato a C’è una mappa dei 109 campi profughi giuliano-dalmati che Libero Pizzarello. Questa era una cosa eccezionale vennero allestiti in tutta Italia che mi era piaciuta tantissimo, sul sito del Centro documentasolo che allora non abbiamo potu- zione multimediale (arcipelago- Gabriella Pizzarello, grazie di to proseguire su questa cosa qui. adriatico.it). Gabriella, quando averci concesso questa intervista. Il mio obiettivo è quello di riuscire ci vieni a trovare? Grazie anche a voi di avermi a fare in modo che questo archi- Io spero presto. L’unica cosa è che dato questa opportunità vio diventi davvero un patrimonio quando vengo lì dell’umanità, perchè potrebbe es- non mi ci trovo. sere l’unico modo per valorizzare Siccome io ho le mio papà, per quello che ha fatto foto degli anni e per fare in modo che la mag- ‘30, io mi immagior parte delle persone che sono gino Capodistria in giro per il mondo, come me e com’era in quel come tanti altri, possano vedere in periodo. Quaninternet tutti questi luoghi, queste do arrivo trovo tutte le macchicose, queste ricchezze. città Una cosa che mi era parsa un po’ ne…una strana sono tutti i cognomi sul- »normale« come le tombe. Ci sono tantissime foto tutte le altre e con le tombe e con i cognomi. Un dico »Oddio che ricercatore m’ha detto che sono roba!«. Senza’alimportanti queste cose, perchè da tro voglio venire lì si riusciva a capire il passaggio perchè vorrei vedelle popolazioni, cioè gli italiani, dere tanto anche i sloveni...fotografare i nomi sulle il professor Žitko tombe era proprio dare l’idea della che non vedo più da allora. E’ stapopolazione presente sul confi ne. to gentilissimo Infatti, quando vado a vistare un e mi piacerebbe villaggio passo spesso per il cimi- proprio venirvi a tero, perchè è un luogo che raccon- trovare. Siccome ta molto. A Briz, presso Momiano, giro spessissimo, oltre a Vigini trovi i cognomi Fer- adesso vado a vedere per un volo mo, Stanco e Malattia… O Signùr!! Non so quale poeta Ba r i-Ronch i…e francese per stabilire dove passare poi ci sentiamo. i suoi ultimi anni, è andato a visiGabriella - Gabriella Pizzarello con il marito Mariano Ianniello sulla cattedrale tare tanti cimiteri e si è fermato in Bene. Ti farò io di Acerenza. Quante sono queste foto? Sono 4800, quasi cinquemila, tutte catalogate. Stavo pensando a una roba di questo tipo, però io vorrei che anche le mie sorelle fossero daccordo. Tutto il lavoro di catalogazione e archiviazione l’ho fatto io, però sono cose che appartengono a tutte e quattro.

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Il Santuario del Santissimo Crocifisso dell’Ospedale in Capodistria

Continuiamo la riproduzione di vecchi testi riguardanti le chiese della nostra città. In questo numero vi proponiamo quello pubblicato nel 1933 dallo Stabilimento tipografico Giuliano sul Santuario di S. Basso. IL RICONOSCIMENTO DEL SANTUARIO

L’OSPEDALE DI S. NAZARIO

La devozione più volte centenaria verso il miracoloso Crocifisso, a cui la pietà dei fedeli si rivolgeva sin dal secolo decimoterzo, ebbe il suo degno suggello: la chiesa si S. Basso, dove il Crocifisso ha pubblico culto, fu riconosciuta ufficialmente dall’autorità ecclesiastica come Santuario, il quale in omaggio alla tradizione popolare fu denominato del SS.mo Crocifisso dell’Ospedale (…).

Nell’anno 1262 i consoli di Capodistria deliberarono di erigere “iuxta Pontem lapideum et viam publicam super mare, cioè sulla piazza del Ponte, presso la Porta della Muda, un ospizio che accogliesse i poveri della città e i pellegrini forestieri. Per impegnare più facilmente la pietà dei cittadini a contribuire all’opera con abbondanti soccorsi, fu presentata supplica al vescovo Corrado e al Capitolo, perché l’erigendo pio luogo fosse esonerato da ogni servitù e dipendenza dalla Chiesa. La richiesta dei consoli venne esaudita, e il 7 febbraio 1262 nella Chiesa Cattedrale con apparato di grande pompa fu steso l’atto con cui si concedeva il privilegio desiderato in questi termini: “Nos memoratus Episcopo

LA STORIA DEL MIRACOLOSO CROCIFISSO

La storia del miracoloso Crocifisso che diede origine al nostro Santuario si ricollega alla storia dell’antico ospedale della città, detto di S. Nazario, dal nome del santo patrono del luogo. 28


set Canonici supradicti per Nos, nostrosque Successores in refrigerium Pauperum proprie duximus conferendam cum omnibus Bonis, Possessionibus praesentibus et futuris liberalem exemptionem ad omni Ecclesiae, nostrae Iugo, Famulatibusque, et Servitute”. In breve tempo, grazie all’appoggio del clero, alle cure del pubblico Consiglio e alle elargizioni di persone private, l’ospedale che dapprima si chiamò Casa di Dio e più tardi fu detto di S. Nazario, potè aprire i suoi battenti ai bisognosi della città. Col trascorrere degli anni l’opera andò prendendo sempre maggiore sviluppo soprattutto per le larghe sovvenzioni e i cospicui legati di ricchi e caritatevoli cittadini. A reggere il pio luogo e a vigilarne il patrimonio furono eletti due provveditori, mentre la cura interna e la direzione dell’istituto fu data a un priore, la cui nomina seguiva per scrutinio nel Consiglio e doveva essere confermata dal vescovo. Più tardi con ducale apposita il Serenissimo Principe e il veneto senato davano la loro sanzione alla pia opera che veniva in seguito munita di municipali statuti. Nel 1454, dopo quasi due secoli di esistenza e di varie vicende, l’ospedale di S. Nazario venne a trovarsi in condizioni alquanto critiche causa le malversazioni dei provveditori. Fu allora che il Maggiore Consiglio con l’approvazione del senato della Serenissima Repubblica affidò l’ospedale alla Confraternita di Sant’Antonio Abate.

verno napoleonico nel 1808. IL CROCIFISSO MIRACOLOSO

Assunta nel 1454 l’amministrazione e la direzione dell’ospedale di S. Nazario, la Confraternita riuscì in breve a sollevare le sorti della pia istituzione con saggi provvedimenti che valsero ad eliminare tutte le malversazioni del passato. Intorno a questo tempo, resosi necessario un ampliamento dell’edificio, i locali destinati in origine al ricovero dei poveri vennero in parte rifatti e ingranditi. Fu appunto in tale occasione che nella sala maggiore del pio luogo, adibita a dormitorio, fu appeso a una parete un Crocifisso di legno che sin dalla fondazione dell’ospedale si trovava in altra stanza. A questo Crocifisso cominciarono a rivolgersi i poveri ammalati languenti nel loro letto di dolore e ben presto la fama delle grazie ottenute si sparse per la città e i luoghi vicini. Per cura della Confraternita che coltivava in modo speciale la devozione al Crocifisso e poneva ogni cura anche nell’assistenza sprirituale dei ricoverati, fu posto sotto la miracolosa effigie un altare di legno con la pietra sacra per la celebrazione della santa messa a comodità degli infermi. Un documento del 9 marzo 1539 ci attesta la grande devozione che si aveva verso il Crocifisso, dinanzi al quale ardeva giorno e notte una lampada ad olio. L’atto è un verbale di seduta della Confraternita di S. AntoLA CONFRATERNITA DI SAN’ANTONIO ABATE nio e contiene, fra le altre cose, la decisione di Questa Confraternita, come afferma anche il dare al priore dell’ospedale, oltre allo stipendio, Naldini nella sua Corografia ecclesiastica stam“un’orna e mezza d’oglio col quale abia alumipata nel 1700, fu una delle più antiche e delle nar zorno e note il Cisendel nella Cappella dapiù importanti della città. Dalla sua “Mariegola” vanti il Corpo del nostro Signor Gesù Cristo et o statuto compilato da un certo presbiter Franil Crocifisso quale è nella sala”. Tale devozione ciscus al principio del ‘400, si rileva che il sodaandò sempre più aumentando e diffondendosi lizio aveva tutte quelle finalità che erano proprie a mano a mano che si facevano più frequenti delle confraternite medievali. Difatti oltre l’increle grazie ottenute. Il dormimento del culto pubblico torio intanto dopo il 1660 e gli esercizi di pietà e di S.Basso-Cristo in croce - Analisi al radiocarbonio fissano la realizzazione di religione, essa promove- questo Crocifisso tra gli anni 1060 e 1180. Recentemente l’opera è stata restaurata. In venne trasformato in capva anche la concordia fra San Basso ne è stata collocata una copia, mentre l’originale si trova ora nella Rotonda pella interna dell’istituto e per devozione dei fedeli, le varie classi di cittadi- del Carmine, accanto al Duomo. che vi accorrevano numeni, l’affratellamento degli A sinistra - la chiesa di San Basso, detta anche del Cristo in Ponte. rosi, all’altare del Crocifisso iscritti per la tutela e gli venne celebrata la s. messa aiuti reciproci e le opere di carità e di assistenza verso i bisognosi e gli infermi. A dal cappellano dell’ospedale tutti i venerdì di marzo e queste provvedeva con le rendite del ricco patrimonio nelle due festività della Croce. che era costituito dai generosi lasciti di persone pie e Nel 1700 il Crocifisso fu collocato nella chiesa di S. veniva amministrato con la massima scrupolosità dal Basso, che faceva parte dell’ampliato Ospedale di S. gastaldo della Confraternita e da tre provveditori, due Nazario. Numerosi documenti di questo tempo fanno popolani e un nobile, eletti annualmente nella festa di menzione del così detto “Miracoloso Crocifisso dell’HoSant’Antonio Abate. Data l’esemplare organizzazione spitale”, e di diverse guarigioni prodigiose fa fede una del sodalizio e la correttezza sempre dimostrata dai incisione di rame eseguita a Venezia nell’anno 1710 suoi reggitori, il Maggior Consiglio commise ad esso (vedi poster centrale, ndR). Speciale importanza assuanche l’amministrazione delle altre opere di pubblica me in tale riguardo un documento del 30 luglio 1713 beneficenza. Così tanto queste quanto l’ospedale di S. in cui don Giorgio Marsia, da dieci anni cappellano Nazario rimasero alle dipendenze della Confraternita dell’Ospedale, dice di avere atteso “non solo alla cura sino a quando questa fu soppressa e i suoi beni furono spirituale degli Infermi, ma ancora al culto et onoreassorbiti dalla Congregazione di carità, istituita dal go- volezza maggiore della Chiesa, in cui i molti e continui Giugno 2012, n.34, 17° anno

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Miracoli dell’adorata Imagine del Salvatore chiamano affollati i Devoti a frequentar li Sacramenti”. La fama del miracoloso Crocifisso e la devozione verso di esso passò i confini della città e del contado, e arrivò sino a Venezia, da dove un certo Giovanni Giuriati nel 1716 in ringraziamento per una grazia ricevuta, faceva costruire a sue spese l’attuale altare di marmo, che con bolla del 12 settembre 1716 veniva dichiarato dal pontefice Clemente XI altare privilegiato in perpetuo. Nello stesso anno il vescovo di Capodistria Antonio Borromeo, per soddisfare la pietà dei fedeli, curava l’erezione canonica della Confraternita del SS.mo Crocifisso, che dal medesimo pontefice veniva arricchita di speciali indulgenze. D’allora in poi la devozione verso il Crocifisso continuò ininterrotta sino ai nostri giorni e continuarono pure le grazie ottenute dai fedeli invocando la miracolosa effigie, come lo attestano i numerosi ex voto di cui si fregiano le pareti del Santuario.

dini consacrava, a lavori compiuti, l’ampliato tempio e fissava l’anniversario della consacrazione alla quarta domenica di quaresima, che d’allora in poi fu sempre solennizzata dal popolo come “festa del Cristo in Ponte”. L’avvenimento è ricordato dalla seguente iscrizione di una lapide che fu levata, non si sa perché, dal suo posto primitivo ed ora giace nel corridoio dietro l’altar maggiore:

CENNI STORICI SULLA CHIESA DI S. BASSO

La forma attuale fu data alla Chiesa nel 1731 coll’ultimo ampliamento dovuto alle cure del provveditore conte Luigi de Tarsia e del già ricordato don Giorgio Marsia, come si rileva da altra epigrafe visibile nella sacrestia del Santuario. Nel 1742 il provveditore Giacomo de Belli, a cui si deve anche un ulteriore ampliamento dell’Ospedale, dotò la Chiesa di varia e ricca suppellettile necessaria ai bisogni del culto. L’atto munifico è ricordato dal cappellano Biagio Riccobon in una lapide che si trova immurata, pure nella sacrestia, accanto a quella precedentemente menzionata. Come già fu detto più sopra, all’ufficiatura ordinaria della chiesa provvedeva il cappellano dell’Ospedale che attendeva alla cura spirituale dei ricoverati e a tutte le funzioni pubbliche, meno quella in onore del santo titolare, riservata al Capitolo della Cattedrale. Dagli ultimi anni del 1600 fino alla soppressione dell’Ospedale avvenuta nel 1810, la chiesa, per concessione del vescovo Naldini, aveva anche il privilegio del “Sacro Fonte”, e qui venivano battezzati i bambini esposti che da tutta l’Istria veneta erano mandati prima a Capodistria e poi a Venezia per essere accolti in speciali ospizi di carità. Facendosi forti di questo privilegio e più ancora di quello concesso all’Ospedale nel 1262 dal vescovo Corrado, i cappellani con l’andare del tempo si arrogarono addirittura diritti parrocchiali, tanto da provocare nel 1739 una controversia tra il Capitolo della Cattedrale e la Confraternita di Sant’Antonio Abate. Tale controversia che si protrasse fino al 1790, venne finalmente definita dal vescovo Bonifacio da Ponte, il quale con una sentenza promulgata il 20 maggio di quell’anno in sede di tribunale ecclesiastico, fissò i diritti giurisdizionali spettanti al cappellano e quelli riservati al Capitolo. Propagatasi sempre più la divozione verso il Crocifisso, la chiesa di S. Basso fu, in tutto il secolo XVIII, una delle più frequentate della città. Grandissimo era specialmente il concorso dei fedeli della città e del contado alle funzioni solenni che con pompa particolare si celebravano nelle festività di S. Basso, di S. Antonio Abate, di S. Gaetano, di S. Valentino e in quelle del SS.mo Crocifisso. La miracolosa effigie di quest’ultimo, racchiusa in una nicchia protetta da cristallo, come si vede ancor oggi, era velata quasi sempre da un prezioso velo

La chiesa di S. Basso, dove dal 1700 in poi ha pubblico culto il miracoloso Crocifisso, è detta comunemente dal popolo “Chiesa dell’Ospedale”. Tale denominazione ricorda appunto la dipendenza del sacro luogo da quell’istituto e il servizio speciale a cui sino al principio dell’ottocento la chiesa era destinata. Originariamente al posto dell’attuale Santuario sorgeva una modesta chiesa dedicata a S. Basso, della quale non è possibile determinare l’anno di erezione. Il Pusterla nel suo libro “I Rettori di Egida” parla di un monastero di S. Basso fondato nel 1550 e abitato da Misericorditi che avevano la cura dell’Ospedale. La notizia però non ha alcun fondamento storico, perché sta in pieno contrasto con quanto si rileva dai documenti della Confraternita di S.Antonio Abate e con quello che scrive in proposito il Naldini, che è di due secoli anteriore al suddetto autore. La cura dell’Ospedale fu sempre affidata a persone laiche della città, per cui l’esistenza del monastero non può essere che una delle solite supposizioni del Pusterla, spiegabile probabilmente col fatto che l’ordine dei Misericorditi aveva per scopo precipuo la cura ospedaliera. È certo invece che la chiesa primitiva esisteva già verso la metà del cinquecento e che sin dal principio del secolo susseguente veniva ufficiata dal cappellano dell’Ospedale di S. Nazario. Nel corso degli essa subì vari restauri e nel 1593 per cura del provveditore Pietro Zarotti fu ampliata alquanto, in modo da comunicare direttamente con l’edificio dell’Ospedale. Difatti dal corridoio superiore di questo, i ricoverati potevano assistere alle sacre funzioni attraverso le grate di due finestroni, che davano sulla chiesa verso la parete di destra. L’importanza del sacro luogo crebbe dall’anno 1700 in poi, quando il miracoloso Crocifisso dalla cappella interna dell’Ospedale fu trasportato nel pubblico tempio e posto sull’altare laterale di sinistra, dove si trova tuttora. Il merito di questa iniziativa spetta tutto a don Giorgio Marsia che fu cappellano per oltre un ventennio. Al suo zelo infaticabile si deve pure un successivo ampliamento della chiesa, fatto nel 1713 in parte a spese dell’Ospedale e in parte con le offerte dei cittadini. Il 24 marzo dello stesso anno il vescovo Paolo Nal32

CROCIFIXO DEI FILIO CVIVS VEL. SACRA EFFIGIES NOS BEAT TEMPLV HOC AD NOME S. BASSI OLIM ERECTV ET AVXILIO FIDELV LATIVS CONSTRVCT PAVLUS NALDINI EPORVM OPTIMVS XXIV MARTY. MDCCXIII CONSECRAVIT ANIVERS. AD IV. DOMIN. QVADRAG. FIXO AVSPICE MARCO MAGNO PRAETOR BENEFICENTISSIMO


L’interno della chiesa con, alla sinistra, l’altare del Crocifisso.

e si soleva scoprire solennemente due volte all’anno, il giorno di S. Mattia Apostolo e la quarta domenica di quaresima. Altre “scoverte” straordinarie si facevano anche negli altri giorni dell’anno durante le messe fatte celebrare dalla pietà dei fedeli per impetrare qualche grazia o per suffragare le anime dei defunti. Nel 1869, per ordine del vescovo Bartolomeo Legat, il velo che toglieva il Crocifisso allo sguardo dei devoti, fu levato, e con ciò venne conseguentemente a cessare anche l’uso delle cosiddette “scoverte”. La parola continuò però a vivere sempre presso il popolo, conservatore tenace delle vecchie tradizioni e delle antiche usanze; e ancor oggi “scoverta” è detta la messa speciale che i fedeli fanno celebrare, secondo la loro pia intenzione, all’altare del Crocifisso. L’ARTE NEL SANTUARIO

Seppure la nostra chiesa non costituisca un cospicuo museo d’arte, né possieda dei lavori di straordinario interesse, tuttavia riuscirà gradito ai devoti del Santuario conoscere quanto l’interno di questo racchiude. Trattasi d’opere in parte anteriori e in parte posteriori all’ampliamento della vecchia Chiesa di S. Basso; alcune, anzi, non è improbabile siano uscite dalle mani di artisti locali. È ad ogni modo evidente l’intento, da parte dei committenti, di completare con pezzi nuovi l’ornamentazione maggiore, della quale, dopo le trasformazioni, il nuovo tempio abbisognava. L’ESTERNO

La facciata, assai sobria di linee, ebbe l’attuale forma, a quanto si può ragionevolmente dedurre, non prima delle ricordate mutazioni, che valsero ad ampliare la primitiva chiesa bassiana. La porta si trova tra due alte finestre, che servono ad una sufficiente ma non felice

illuminazione dell’interno, - data anche la loro posizione verso occidente, - in mancanza d’un rosone meglio adatto all’uopo. Nel timpano del frontone triangolare, che sormonta la facciata, fu collocato un orologio, al tempo del cappellano dell’Ospedale don Giovanni Gavardo (1738). Sopra il tetto, verso il fondo della chiesa, vedesi il campanile con cinque vani per le campane. L’INTERNO

L’interno è a una sola navata rivestita lateralmente in basso con lignei dorsali di panche, e in alto con quadri, che formano coi loro soggetti un armonico insieme. Come in varie altre chiese sono illustrati in diversi dipinti i miracoli del Santo titolare, così nel nostro Santuario sono rappresentati i momenti più salienti della vita e della passione del Redentore. Per questa unità d’argomento fra i quadri ornamentali, - di cui alcuni appaiono del Sei, altri del Settecento, - si può formulare l’ipotesi, ch’essi, se anche compiuti in due epoche diverse, siano stati ideati fin da principio come ciclo completo. Salendo a mano destra vediamo dapprima due grandi tele; quella superiore rappresenta la Caduta di Gesù sotto la croce, quella inferiore, di stile e sapore alquanto diversi, l’Ultima cena. Segue l’altare di San Gaetano, con pala d’autore sconosciuto, dove, sotto alla Vergine, è raffigurato il giovane Santo, accompagnato dal vescovo San Basso; davanti alle due figure si scorge un giglio, simbolo della purezza del Beato. Oltrepassato l’altare, vedonsi altre due tele: nella soprastante appare Gesù deposto dalla croce, nella sottostante Gesù mostrato alla folla, quando da questa fu gridato reo e degno di morte. Giungiamo così al piccolo presbiterio, con l’altare maggiore, riccamente lavorato in marmo, secondo gli ultimi dettami del tardo barocco. La pala rappresenta San Nazario, che colla destra regGiugno 2012, n.34, 17° anno

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ge uno sviluppato modello di Capodistria, la città sotto la sua protezione, e San Basso, l’antico titolare della chiesa, i quali innalzano preci alla Santissima Trinità, raffigurata in alto. Ai piedi della tela, a destra, leggesi questa scritta: Aloysius Comes de Tarsia Xenodo chy Prouisor Eleemo synis Emendicatis Hanc Divis Nazario et Basso Dicauit Un’altra scritta minore, a sinistra, completa così la prima: et Natalis Bertolini pinxit Ano Dni MDCCXXXII Risulta dai libri della Confraternita di Sant’Antonio Abate che l’esecuzione della pala dell’altare maggiore doveva essere commessa al noto pittore capodistriano Francesco Trevisani, detto dal suo luogo di abituale dimora il “Romano”. Andata in discussione la proposta nel Capitolo della Confraternita, e fatto il ballottaggio, con 57 voti contrari, il progetto fu respinto. In seguito, il lavoro fu affidato al Bertolini, artista non certo eccellente e di cui non possediamo notizia; il suo lavoro ci darebbe ragione, se volessimo qualificarlo dilettante. Proseguendo la visita alla chiesa, scendiamo lungo l’altra parete e troviamo i due quadri di Gesù coronato di spine e del Redentore davanti a Caifa, che continuano la serie incominciata nella parete opposta. L’ALTARE DEL SS.MO CROCIFISSO

Segue l’altare del Santissimo Crocifisso. Di questo devesi ricercare il nucleo primigenio nella Cappella dell’Ospedale, dove veneravasi il miracoloso Crocifisso, oggi qui esposto alla pietà dei fedeli. Ed è proprio questo Crocifisso anche l’oggetto più interessante della chiesa dal lato artistico. Esso nella testa sproporzionata alle rimanenti membra, nelle braccia eccessivamente piccole, nel costato righettato a solchi centrali, nello sguardo vivamente gotico, si palesa per opera della seconda metà del Duecento. Non può essere considerato invece nell’esame stilistico il particolare, che attrae l’attenzione dei meno esperti, dei piedi uniti, a punte chiuse, non sovrapposti, perché tale elemento è comune a opere consimili dei primi secoli fino al decimo quarto compreso, né mancò d’apparire anche più tardi, ed è ripreso dall’arte moderna. Nel 1716 in ringraziamento per grazia ricevuta il veneziano Giovanni Giuriati sostenne le spese per l’erezione dell’altare, conservatosi nella forma tuttora esistente. Infine, ecco le due ultime tele della serie della Passione, rappresentanti la Flagellazione del Signore e il Bacio di Giuda Iscariota. Lungo le pareti ed intorno agli altari, vedonsi appesi molti quadretti “ex voto”, attestanti i prodigi operati dal taumaturgico simulacro di Gesù; fra questi doni trovasi uno veramente apprezzabile, costituito da un ricamo antico di notevole valore. Sul soffitto, tre grandi dipinti continuano la narrazione pittorica della vita 34

di Gesù, due dei quali rappresentano gli avvenimenti più importanti succeduti alla Passione. Nel centro vedesi, a colori vivaci, la Resurrezione di Cristo, lavoro di buon effetto e con apparenza di grandiosità. Verso la porta poi, in un altro dipinto, ecco la Trasfigurazione di Gesù, e, infine, verso il presbiterio, l’Ascensione di nostro Signore al Cielo. Tutti e tre questi lavori sembrano opere di mano esperta di decoratore e s’impongono all’osservatore colla loro forza cromatica e colla robustezza delle forme. LA SACRESTIA

Resta a dire ancora della sacrestia la quale, di per sé, nulla ha di rimarchevole. Ma essa ospita, oltre alle due lapidi che ci parlano dell’ampliamento settecentesco della chiesetta di San Basso e oltre a due armadi del secolo decimottavo, un Crocifisso, in argilla opera notevole del secolo decimo quinto, che, insieme al lavoro consimile di cui si è parlato prima, costituisce quanto di artisticamente più prezioso si conservi nel nostro Santuario, se anche nel corso dei secoli siasi guastato non poco e non ci sia possibile ammirarlo nella sua primitiva bellezza. LA CONFRATERNITA DEL SS.MO CROCIFISSO

Nel nostro Santuario ha sede presentemente la Confraternita del SS.mo Crocifisso, detta dal popolo anche “delle Anime”, perché, oltre a promuovere il culto e la devozione del Crocifisso venerato nella chiesa, ha lo scopo di suffragare le anime sante del Purgatorio. L’ANTICA CONFRATERNITA

L’origine prima di questa associazione risale al 1716. In questo anno per cura del vescovo di Capodistria Antonio Borromeo, che come il suo predecessore Naldini zelò in ogni modo la devozione del Crocifisso dell’Ospedale, fu istituita canonicamente nella chiesa di S. Basso la Confraternita del Crocifisso, avente scopi identici a quelli della presente. Con Breve Apostolico del 12 settembre dello stesso anno il Pontefice Clemente XI arricchiva il sodalizio di speciali indulgenze plenarie e parziali, e dichiarava privilegiato in perpetuo l’altare della confraternita che era, come è anche oggidì, quello del nostro Crocifisso. La pia unione in progresso di tempo andò sempre più sviluppandosi sì da diventare una delle più fiorenti confraternite della città. Nel 1726 il suddetto vescovo Borromeo, che mostrava una particolare benevolenza verso la confraternita da lui eretta, concesse all’istituzione il privilegio di costruire sepolcri per i confratelli defunti nella chiesa di S. Basso. Il primo che usufruì di questo privilegio fu, secondo i documenti, un certo Giuseppe Bianchi, morto in quell’anno. La Confraternita continuò a sussistere rigogliosa per tutto il settecento ed anche nella prima metà dell’ottocento. Nella seconda metà del secolo scorso, per molteplici ragioni, dovute in parte all’incuria degli stessi dirigenti, l’associazione andò a mano a mano decadendo finchè poi venne a cessare completamente ogni sua attività. Continuarono però sempre ad essere celebrate nella chiesa di S. Basso quelle funzioni pubbliche che in suffragio dei defunti erano state introdotte dalla confraternita stessa e ormai erano divenute tradizionali

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Firenze, forse l’ultima escursione UI-UPT A colloquio con l’accompagnatore Alessandro Machnich

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Alberto Cernaz

uella che si è svolta dal 27 al 29 aprile a Firenze è stata probabilmente l’ultima gita in collaborazione tra Unione italiana e Università popolare di Trieste che ha visto coinvolta la nostra Comunità. Le ristrettezze finanziarie delle due istituzioni hanno reso necessari provvedimenti volti al risparmio, tra cui appunto anche l’eliminazione delle escursioni guidate in Italia a scadenza annuale. Ne parliamo con Alessandro Machnich, triestino ma con lontane origini di Pivka, che per decenni ha seguito le varie comitive, compresa quella di capodistriani e isolani che hanno visitato il capoluogo toscano.

Machnich, prima di tutto, come le è sembrata la gita a Firenze? È stata un’esperienza veramente bella, anche perchè ho incontrato nuovamente alcune persone che non vedevo da anni. Ho avuto anche tanto piacere perchè sono rimasti tutti soddifatti. Quante volte è stato a Firenze? A parte le volte che ci sono stato in forma privata, ci sono stato una novantina di volte. Visitare tante volte lo stesso posto non è che ci si stufa? Per me assolutamente no. Firenze rimane una delle città più belle

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sia per cultura che per arte, e c’è sempre qualcosa da scoprire. Visitando i luoghi danteschi mi capita di recitare qualche strofa della Divina commedia e provo sempre una certa emozione. Quando cominciarono queste gite d’istruzione? Il primo viaggio in assoluto venne organizzato il 29-30 maggio del 1965. A quei tempi era presidente dell’UIIF, il professor Antonio Borme. L’escursione venne organizzata in collaborazione con l’UPT proprio in occasione del settimo centenario della nascita di Dante Alighieri.

All’epoca queste escursioni duravano più a lungo. Sì, però erano circoscritte ai funzionari, ai direttori delle scuole. Poi si sono allargate agli alunni delle scuole e duravano abbastanza. Nel luglio del 1972 ad esempio ricordo che ho fatto una gita con le scuole ottennali di Pola e Rovigno che durò 12 giorni. Era intitolata »Dalle Alpi occidentali alla riviera dei fiori«, dove si visitava la Val d’Aosta e una parte della Riviera ligure. Poi si è passati a escursioni di una settimana e infine a un fine settimana. Questo perchè evidentemente una volta le Comunità, anzi i Circoli Italiani di Cultura, erano pochi… una ventina. Adesso il loro numero è più che raddoppiato. Comunque che importanza hanno avuto queste escursioni per i connazionali? Guardi, secondo me un’importanza enorme. A parte perchè prima dell’escursione venivano fatte delle lezioni di preparazione con dia-


positive. Si apprendeva la storia e l’arte delle città che si andava a visitare. Le persone che partecipavano a questi corsi erano in genere molto interessate. Io vedevo in queste persone un enorme desiderio di vedere l’Italia. Sia i giovani che gli anziani. Sono esperienze che hanno dato molto ai connazionali, ma a voi che ci avete lavorato, a lei personalmente, che cosa ha dato il rapporto instaurato con gli escursionisti provenienti dall’Istria e da Fiume? In quel viaggio del luglio ‘72 trattanevo i ragazzi la sera…imitando Mike Bongiorno facevo con loro »Lascia o raddoppia«. I premi per le risposte giuste erano gelati o caramelle. Ancora adesso, 40 anni dopo, ricevo lettere da quegli ex ragazzi. Ancora mi ringraziano. Sono esperienze che hanno arricchito anche noi che le organizzavamo. Qualche aneddoto particolare? Una delle gite col professor Molesi a Ferrara. Eravamo a visitare il castello estense, siamo andati giù a visitare l’imbarcadero e mi ricordo che andai per primo per vedere se questo imbarcadero teneva. Son caduto nell’acqua e ne sono uscito…tra fragorosi applau-

In alto - Firenze, San Miniato. In Basso - La comitiva della CI »Santorio« di Capodistria e della »Alighieri« di Isola a Firenze. Al centro, con il libro in mano, Alessandro Machnich.

si. Questo episodio il prof. Molesi lo raccontava a tutte le Comunità che andavano a Ferrara, come fossi io il responsabile della caduta di questo ponte che per anni non è stato riparato. C’e’ qualche ricordo della sua lunga carriera che la lega a Capodistria?

Tanti. Conservo ad esempio una cartolina mandatami dai connazionali di Capodistria nel 1978. Dice: »A Machnich Alessandro poeta delle Dolomiti«, perchè in questa gita non avevo una guida tecnica o scientifica e avevo spiegato qualcosa io. »A piè veloce e gamba lesta, un ringraziamento dai Tori seduti«. E tutte le firme dei partecipanti alla gita Rosanna, Roberta, Marina eccetera. Le circostanze sono tali per cui le gite UI-UPT non si potranno più fare. Che ne pensa? Adesso non sono più all’UPT perchè sono andato via nel 2000, ma parlando con soci di varie Comunità ho sentito dire »Noi, facendo anche qualche sforzo potremmo contribuire a coprire parte delle spese, pur di vedere la Nazione madre«. Perchè queste gite, non solo sono organizzate molto bene, ma ci danno il modo di vedere in modo tangente la nostra Nazione d’origine. Quindi io auspico che in seguito qualcosa si faccia

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Cultura e Società di Isabella Flego Tradizioni e Patrimonio locale

Rinasce l’Accademia dei Risorti Prima associazione nata in collaborazione tra esuli e rimasti capodistriani

Conservare la memoria di chi si è, da dove si viene è molto importante per mantenere la propria identità. L’Associazione Accademia dei Risorti è nata non perché tutto è ancora da dire e fare o da ricominciare, bensì come espressione di una nuova stagione, quasi un atto di fede verso Capodistria. Sin dai primi incontri preparatori alla registrazione della stessa, avvenuta nel novembre del 2011, analizzando il presente, favorevole a tali iniziative, e le possibili implicazioni nel futuro in forza di una importante eredità culturale, esodati e capodistriani rimasti, con le stesse memorie trasparenti e in egual misura alla nostra terra, con la tenacia delle radici di quercia, abbiamo capito di poter diventare la stessa cosa. I ri-fondatori dell’Accademia dei Risorti e coloro che hanno già manifestato la volontà di associar visi non intendono cristallizzarsi nei ricordi di tempi tristi e lontani, ma collocarsi nella nuova storia europea che ha imboccato perco0rsi che portano ad un pensiero aperto e cosciente, il quale identifica nella libertà e nell’unione l’aspirazione dei suoi cittadini. Con umiltà, semplicità e pienezza vitale vogliamo impostare un rapporto attraverso la memoria e avere un ruolo rispetto all’dentità nazionale a fianco della CNI, per rafforzarla e per aiutarla nel cammino del recupero della Storia di Capodistria e dei suoi illustri cittadini, nonché delle tradizioni. Ho accettato di presiederla perché ho in me una forza aliena da pregiudizi di parte. Sono legata alle esperienze concrete, quelle che le parole non

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possono smentire e che portano la speranza verso un domani migliore, anche nei più piccoli angoli di vita. Tra i nomi che contribuirono a fare grande la Storia di Capodistria abbiamo scelto e messo in programma da portare a conoscenza dei cittadini: 1) Carlo Nobile (abitava a Prade): antifascista, amico di Turati, cittadino italiano e svizzero, uno

dei promotori della Prima mostra provinciale (1910). 2) Umberto Urbanaz: slavista, traduttore e poeta. 3) Bruno Maier: letterato e critico. 4) Pino Corradini: scultore (possibile mostra). 5) Don Edoardo Marzari: presidente del CLN della Venezia Giulia.

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Inoltre si cercherà di ripristinare la processione di S. Anna

Isabella Flego - durante la presentazione del suo libro »Oltre le pupille«.


La Città... e Dintorni Notizie dalle Comunità periferiche

Concerti e recite alla Comunità di Bertocchi Le iniziative dell’ultimo semestre UN NUOVO PALCOSCENICO

Da diversi anni la Comunità degli Italiani di Bertocchi, con il supporto della Comunità locale di Bertocchi, ha sostenuto la necessità di attrezzare la sala nella locale Casa di cultura in modo tale da renderla idonea per eventi culturali e grazie al finanziamento della Comunità Autogestita della nazionalità Italiana di Capodistria e della sensibilità del Comune città di Capodistria, tra il 2011 ed 2012 è stato possibile realizzare tutto ciò. Per celebrare l’evento è stato organizzato un concerto dell’Orchestra da camera del Litorale diretta dal maestro Patrik Greblo.

L’Orchestra da camera del Litorale sul nuovo palcoscenico.

SALUTO ALLA PRIMAVERA

IN VISITA LA CI DI S. LORENZO-BABICI

In aprile la CI di Bertocchi ha organizzato il tradizionale “Saluto alla primavera”. Alla rassegna di quest’anno hanno partecipato: il coro misto di casa Brnistra-Ginestra, il gruppo vocale Ad libitum e la Filodrammatica giovani della Comunità degli Italiani di Verteneglio, il Coro della Comunità degli Italiani di Villanova ed il Gruppo corale Ars Musica di Poggio Terza Armata in provincia di Gorizia.

Sabato, 26 maggio il sodalizio di Bertocchi ha ospitato la Comunità degli Italiani di San Lorenzo-Babici per una serata culturale in loro compagnia. Per l’occasione si sono esibiti tre gruppi attivi presso tale Comunità, vale a dire i minicantanti guidati da Roberto Grassi, il gruppo di filodrammatica ed il gruppo strumentale “Giovani speranze.

Il coro della Comunità degli italiani di Villanova.

GIOVANI ATTORI IN ERBA

I giovani attori del gruppo filodrammatico della SE “Pier Paolo Vergerio il Vecchio” sezione periferica di Bertocchi si sono esibiti per la Festa della donna. In scena “Arriva la primavera”. La commedia è stata riproposta il 12 aprile presso il ridotto del Teatro cittadino di In scena i giovani attori della Pier Paolo Vergerio. Capodistria.

Il gruppo “Giovani speranze” della CI di S. Lorenzo-Babici.

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Girolamo Muzio Justinopolitano e la questione della lingua Intervista con il prof. Carmelo Scavuzzo dell’Università di Messina

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di Ornella Rossetto

i sono recentemente concluse le celebrazioni per i 150 anni dell’unità d’Italia. E quanto alla lingua nazionale sappiamo quanta strada abbia compiuto l’italiano in questo secolo e mezzo di storia comune; da lingua prevalentemente scritta e letteraria, lingua anche parlata dalla quasi totalità della popolazione italiana, usata nelle diverse situazioni della vita quotidiana. L’esistenza finalmente di questa lingua viva e vera, per usare un’espressione cara ad Alessandro Manzoni, ha posto fine a quel dibattito durato secoli sulla norma grammaticale d’italiano che va sotto il nome di »questione della lingua«. Disputa che nel Cinquecento, quando le discussioni intorno alla lingua letteraria furono particolarmente vivaci, ebbe tra i suoi partecipanti anche un letterato istriano: Girolamo Muzio detto Giustinopolitano, cioè di Capodistria. Benchè nato a Padova nel 1496, benchè vissuto quasi sempre lontano da quella che era la città di origine del padre, Girolamo Muzio volle considerare sempre Capodistria la sua patria ideale, tanto da aggiungere al cognome quell’aggettivo che appunto rimanda l’antico nome della nostra città. E’ della figura di Girolamo Muzio e del suo ruolo nel dibattito linguistico del ‘500 che vogliamo qui ricordare assieme ad uno storico che se ne è occupato nel corso della sua carriera di studioso: il professor Carmelo Scavuzzo, Ordinario di Storia della lingua italiana all’Università di Messina.

Un protagonista se non proprio di primissimo piano, certamente di rilievo nelle discussioni linguistiche del ‘500 questo nostro antico e illustre concittadino che fu letterato, cortigiano presso varie corti italiane ed europee. Conferma professor Scavuzzo? Senz’altro. Un dei principali rappresentanti della cosiddetta corrente italiana che ebbe il principale esponente nel vicentino Giangiorgio Trissino. 40

Sua, professore, è un’edizione critica degli scritti linguistici di Girolamo Muzio. Sono le »Battaglie per diffesa dell’italica lingua«. Possiamo partire da questo titolo per tracciare un po’ i contorni, di quella che fu nel ‘500 la questione della lingua? Sì. La questione della lingua nel ‘500 si origina dall’incertezza della norma linguistica. Essenzialmente si possono individuare tre correnti fondamentali: quella

arcaizzante, destinata a prevalere, che fa capo a Pietro Bembo; una toscana che ebbe a modello il fiorentino moderno e una eclettica che guardava prevalentemente alla koiné delle corti, e che viene definita anche »italiana«, nella quale possiamo far rientrare tranquillamente Girolamo Muzio. Ha lasciato scritto Girolamo Muzio della sua arte poetica »La beltà, la nettezza della lingua si


Muzio - Portale di Via Kette (ex Via Muzio).

conosce tra i libri e da scrittori scriver si impara e non dal vulgo errante«. C’era quindi anche questa polemica contro i sostenitori del fiorentino o più genericamente del toscano vivo e moderno. Sì. La tesi di Muzio ha come punto di riferimento Pietro Bembo: la lingua si impara soltanto dai libri e non dal volgo, una posizione che oggi potremmo definire puristica

tant’è vero che contesta addidittura al Petrarca alcune trasgressioni grammaticali, non risparmiando neanche Dante e i plebeismi, ovvero sia quelle forme idiomatiche che Dante qua e là inserisce nella Divina commedia. Sostanzialmente la fede di Muzio è solo nella lingua letteraria e le regole sono ricavabili soltanto da quella lingua. Pur dimostrandosi Muzio, in parecchie occasioni, consapevole

dei vari livelli di uso della lingua. Va precisato tuttavia che alla lingua viva, all’uso vivo non assegna valore normativo. Vale la pena sottolineare che l’interesse di questi letterati, anche di Muzio, è rivolto prevalentemente alla lingua da scrivere, da usare nelle opere letterarie. La sua è un’ottica essenzialmente Giugno 2012, n.34, 17° anno

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erudita, com’è piuttosto comune nel ‘500. A suo parere sono degne di accogliemento solo quelle parole che abbiano documentazione letteraria. In questo senso è in linea con le posizioni del Bembo, perchè intravede le opere da prendere a modello esclusivamente nel Canzoniere petrarchesco e nel Decameron boccacciano. Va detto in questo senso che sarà proprio la proposta del dotto veneziano Pietro Bembo, che aveva appunto proposto una norma basata sul fiorentino antico trecentesco quella che si rivelerà vincente e definitiva. Il modello che da quel momento in poi avrebbe esercitato la sua forza unificatrice sulla lingua degli scrittori. Sì. In questo senso Girolamo Muzio appare, ripeto, in linea con Pietro Bembo. Dimostra qua e là forse anche una certa sudditanza all’autorità bembesca. Aggiunge, come ho notato anche nel mio volume, qua e là qualche pedanteria sottoponendo a critiche serrate addirittura il Petrarca. Cioè l’autore che lo stesso Muzio aveva eletto a canone. Come teorico della lingua, che ruolo attribuirebbe al Muzio, professor Scavuzzo? Attribuirei una funzione positiva per il grande rispetto che nutriva verso la lingua e soprattutto per avere difeso l’italianità della lingua; dando una spinta ulteriore alle posizioni bembiane, per esempio, dimostrando una notevole insofferenza per tutto ciò che gli suonava popolare o dialettale. E che il Muzio addebitava unicamente ai fiorentini, soprattutto ai fiorentini del suo tempo. Quando si proporrà invece una lingua anche parlata, che superasse la frammentazione dialettale, l’uso dei dialetti che erano poi lo strumento di comunicazione normale e quotidiano per la grandissima maggioranza degli italiani fino a non molti decenni fa? Mi accennava lei in esordio della nostra chiacchierata…la lingua italiana è stata fondamentalmente

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una lingua che è esistita nei libri. Più scritta che parlata. Per questa ragione è stata una lingua essenzialmente stabile e poco esposta ai mutamenti. Questo ha provocato a lungo l’esistenza di un’abbondantissima polimorfia. L’italiano si caratterizzava per la coesistenza di molte forme sostanzialmente equivalenti. Il processo di semplificazione è stato messo in moto prepotentemente da Alessandro Manzoni. E oggi, professore, esiste ancora una questione della lingua, magari in termini diversi da quelli tradizionali che attraversano tutta la storia linguistica italiana da Dante a Manzoni e anche oltre forse? Oggi non esiste più il problema della norma linguistica da cui scaturiva la vecchia questione della lingua. Forse l’ultimo intervento significativo si deve a Pier Paolo Pasolini, ma in ogni caso le tesi esposte nel ‘900 in molti casi non hanno un carattere normativo, appaiono piuttosto degli esami socio-linguistici. Pier Paolo Pasolini nel 1973, se non erro, aprì una discussione dicendo che il tramonto del dialetto equivaleva all’abbandono dell’età dell’innocenza, l’entrata nella civiltà dei consumi e in quella della corruzione. E gli fu risposto che la conquista dell’italiano da parte delle classi subalterne, come si diceva allora, era piuttosto la premessa e la promessa della loro promozione sociale… Pasolini in realtà delineava alcune caratteristiche che si sarebbero imposte nell’italiano successivo. Per esempio notava un processo di semplificazione sintattica, notava un ridimensionamento delle forme idiomatiche, una diminuzione sensibile dei latinismi. In sostanza intravedeva quello che poi si sarebbe imposto più fortemente, la prevalenza di un linguaggio tecnico rispetto al linguaggio letterario. Aveva previsto una minore letterarietà nel nostro italiano. Rimanendo in argomento, qual è il suo giudizio sull’italiano contemporaneo, su quest’italiano medio che comunemente parlia-

mo e scriviamo? L’italiano dell’uso medio a cui allude lei è una nozione che si deve ad un illustre storico della lingua italiana, Francesco Sabatini. Si caratterizza per la presenza di alcuni tratti morfosintattici ma anche lessicali che in realtà non sono nuovi ma che sono stati banditi dalle nostre grammatiche. Fenomeni che in realtà sono oggi diffusi sia nel parlato sia anche in qualche tipo di scritto. Alludo ad esempio a lui o lei soggetto, oppure alla cosiddetta frase scissa… fenomeni che a lungo sono stati messi al bando dalla tradizione grammatico-grafica, che oggi invece circolano sia nel parlato comune e sia anche in qualche tipo di scritto magari non formale. Parliamo di semplificazione o sciatteria? L’italiano è davvero impoverito, come si dice, o è un allarme sproporzionato quello che arriva pressochè quotidianamente da più parti? No, direi che l’italiano non è impoverito. Direi che si è imposta una nuova varietà di italiano. Abbiamo oggi una gamma di varietà superiore a quella esistente nel passato. In altri termini, oggi non basta il riferimento alla cosiddetta lingua standard, ovvero sia alla lingua corretta. Abbiamo la possibilità di riferirci a una gamma di varietà più ampia. E i dati allarmanti dell’analfabetismo di ritorno, quel 70 per cento di italiani che riesce a decifrare – leggo - soltanto testi elementari. Cosa ne pensa? Non condivido un certo allarmismo. Credo che all’italiano standard si contrappongano, oltre ai dialetti, altre varietà che sono tutto sommato una ricchezza. Dall’italiano regionale, all’italiano popolare all’italiano colloquiale… credo che la preferenza del parlante vada in molti casi a fenomeni che mettono in risalto il suo egocentrismo, di conseguenza preferisce giri sintattici che trova più comodi. Non condivido l’allarmismo di alcuni sulla scomparsa del congiuntivo e altri. Ritengo che la lingua abbia gli anticorpi per difendersi abbondantemente

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Belle Lettere Eventi letterari e attività bibliotecaria

Scrittura e traduzione nel segno del dialogo fra la cultura italiana e slovena Gašper Malej e Marco Apollonio presentati alla sezione italiana della Biblioteca centrale

Gašpar Malej, Elis Deghenghi Olujić e Marco Apollonio.

Questi i temi al centro, il 16 marzo scorso a Capodistria, di un incontro organizzato dalla Biblioteca centrale che ha visto protagonisti due autori-traduttori che operano in città, l’uno di lingua italiana, l’altro di lingua slovena. Oscuri cottimisti della mediazione culturale, “autori invisibili”. Sono i traduttori, “coloro che ci hanno permesso di comprendere - ha scritto l’americano Paul Auster - che tutti noi, in ogni luogo della terra, viviamo in un unico mondo”. Opera, la loro, tanto più preziosa quando serve ad incrementare l’ interesse - a volte modesto - che riscuotono in Slovenia gli autori italiani. E’ il caso di Gašper Malej, sloveno di Capodistria, apprezzato traduttore di scrittori come Pier Paolo Pasolini e Dario Fo, Cesare Pavese e Antonio Tabucchi ma anche del friulano Pierluigi Cappello. Da anni Malej, autore in proprio di alcune raccolte di versi, ha instaurato una felice collaborazione con Marco Apollonio, scrittore capodistriano di lingua italiana e a sua volta traduttore, ma in primis, com’egli stesso dichiara, gran lettore, che firma la prefazione delle traduzioni. Da qui l’occasione of-

ferta dalla Biblioteca centrale di conoscere più da vicino il loro lavoro e la loro attività creativa, i progetti già realizzati e quelli in corso, come la traduzione - supportata dall’Unione Italiana - della polese Nelida Milani, di prossima uscita. L’attrice Jessica Acquavita ha letto alcuni testi di Marco Apollonio; Elis Deghenghi Olujic´, dell’Università di

Pola, ne ha tracciato un profilo critico, ricordando in particolare i racconti gialli riuniti nel volume Edit “L’altra parte del cielo”, che, insieme alle prove precedenti, collocano Apollonio fra i nuovi autori della letteratura italiana dell’Istria. Gašper Malej ha proposto un saggio delle sue traduzioni di poesia ed ha affermato che i traduttori sono un po’ come i musicisti, degli interpreti dei loro autori, condividendo con Elis Deghenghi Olujic´ l’idea che la traduzione sia un fatto empirico e non teorico, essenzialmente perché “la lingua è una questione viva”

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IN CALEGARIA

Il servizio e-book La Biblioteca centrale “Srecˇko Vilhar” di Capodistria ha stipulato un contratto con la società italiana “Media library” che consente ai suoi utenti di accedere a un vasto assortimento di libri diffusi nella versione e-book dalle principale case editrici in Italia. Attraverso il portale della “Vilhar” è possibile scaricare gratuitamente la versione digitale delle opere, per un periodo di due settimane. Il servizio di prestito è fruibile comodamente dal proprio PC senza presentarsi fisicamente in biblioteca. Basta rivolgersi al Settore italiano della biblioteca - per telefono o email (amalia.petronio@kp.sik.si) - dando i propri dati per ricevere una password con la quale si accede al sistema. Nella foto Amalia Petronio.

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Il libro più prezioso in biblioteca

Acquistato il De ingenuis moribus di Pier Paolo Vergerio il Seniore. La Biblioteca civica di Capodistria possiede un ricco fondo di libri rari e pregiati ordinati in varie raccolte e gelosamente custodite nel Reparto di storia patria. Antifonari provenienti da ex biblioteche conventuali, manoscritti, codici greci, lasciti di famiglie nobiliari ecc. Manca però qualcosa. Manca la polpa, mancano le opere dei capodistriani più illustri, mancano i loro libri, i loro manoscritti, le prime edizioni, mancano insomma in biblioteca i documenti del prestigioso passato letterario e culturale della città. C’è naturalmente qualcosa, un’edizione settecentesca della Medicina statica del Santorio, l’edizione in opera omnia di Gian Rinaldo Carli curata dallo stesso, alcune opere di Girolamo Muzio e siamo quasi alla fine. Nessuna opera del Vergerio, nè del Seniore nè dello Iuniore, nessun loro manoscritto, e lo stesso vale per tanti altri autori. Non è in questa occasione che voglio ricercare la causa di tale situazione, per il momento mi basta prenderne atto e ripartire da zero.

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ome ricercatore, bibliotecario e, non per ultimo, cittadino “interessato”, trovo tale stato di cose inaccettabile oltreché indecoroso per la Biblioteca. Per questo, forte dell’autorità datami, ho istituito, nell’ambito di un documento ufficiale dell’ente pubblico a cui sono attualmente preposto, la cosiddetta “Carta delle collezioni della Biblioteca”, una nuova raccolta che ho intitolato “Memoria patriae”, con lo scopo precipuo di ovviare alla lacuna appena indicata. La raccolta Memoria patriae infatti, si propone di curare l’acquisizione, la tutela e la promozione delle opere che più hanno distinto il passato letterario e culturale della Città. Il materiale per formare la raccolta verrà acquistato soprattutto agli antiquariati, fiere ecc. Per l’acquisizione di tali cimeli la Bibliote-

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ca metterà annualmente a disposizione fino al 3% dei mezzi per l’acquisto libri stanziati dal suo fondatore, il Comune città di Capodistria. Il materiale verrà elaborato e conservato in un’apposita raccolta, Memoria patriae appunto, entro appositi armadi ubicati nel Reparto di storia patria della biblioteca. Della raccolta faranno parte, in un secondo momento, anche eventuali facsimili nonché scannerizzazioni digitali delle opere (soprattutto manoscritti, ma anche edizioni rare e importanti e quant’altro) dei libri che la Biblioteca non sarà in grado o non avrà modo di reperire sul mercato. Desidero ribadire, che la raccolta si finanzia con una percentuale variabile (fino 3%) dei finanziamenti stanziati pre l’acquisto libri dal fondatore, il Comune città di Capodistria, proprio per garantire un finanziamento


duraturo e sicuro nel tempo e soprassedere all’annoso problema della ricerca di fondi straordinari per libri altrettanto “straordinari”. Sbrigate le formalità burocratiche, mi sono dedicato poi alla parte più bella, la parte più prettamente bibliotecaria del mio lavoro, alla quale purtroppo nel mio ruolo attuale, non riesco a dedicare il tempo che vorrei. Naturalmente volevo iniziare con qualcosa di veramente importante. La ricerca si limitava quindi alle opere, prime edizioni manoscritti ecc. di autori rigorosamente capodistriani di calibro europeo e precisamente: Santorio Santorio, Pier Paolo Vergerio il Vecchio, Pier Paolo Vergerio il Giovane, Girolamo Muzio e Gian Rinaldo Carli, gli altri, con tutto il dovuto rispetto, verranno a turno in un secondo momento; direte ma ci vorranno anni, naturalmente, ma le biblioteche sono istituzioni fatte per “durare nel tempo” e quindi non c’è fretta alcuna. Non c’era che l’imbarazzo della scelta. Poi la scoperta, straordinaria: un Vergerio, un incunabolo, il De ingenuis moribus, la sua opera maggiore, in vendita presso la libreria Ex Libris s.r.l. di Roma al “modico” prezzo di 11.500,00 euro. Peccato, cerchiamo avanti. Ci sono tante altre cose a prezzi più umani. Ma ormai la pulce era entrata nell’orecchio, e dopo qualche notte insonne, era maturata la decisione: il Vergerio a tutti i costi! Quando mai si ripresenterà un’occasione del genere? Per la raccolta dei fondi, rimando il lettore al capitolo dei ringraziamenti agli sponsor.

Vergerio, che consentono non solo di arricchire l’anima ma anche di apprendere il rispetto del valore altrui e l’aspirazione a costruire una società più nobile e giusta. Il Vergerio in pratica esprime i nuovi valori educativi degli umanisti fiorentini, che consideravano gli studia humanitatis come i soli degni di un uomo libero e della sua vocazione mondana e civile. Il suo libro ha avuto da subito un grande successo editoriale, come diremmo oggi. Il Vergerio è insomma ritenuto il padre della pedagogia umanistica italiana ed europea, è menzionato in ogni antologia della letteratura italiana che si rispetti, è insomma uno degli “grandi” della letteratura italiana. E scusatemi se è poco. E in più, la nostra edizione è un incunabolo. GLI INCUNABOLI

Il termine incunaboli è il plurale della parola latina incunabulum e significa “fasce del neonato” oggi diremmo pannolino. Il termine si è evoluto dal suo significato originale e oggi generalmente indica “il luogo di nascita o l’inizio”. Nel mondo dei libri, il termine incunabolo indica i libri che sono stati stampati con caratteri mobili e di metallo fino all’anno 1500. L’anno 1500 è più una demarcazione di comodo che indica la transizione da un secolo all’altro che non un significativo e definitivo cambiamento dell’apparenza del libro dal 1501 in poi. È infatti appena attorno al 1530 che la trasformazione dell’apparenza dei libri può ritenersi completata. L’invenzione della tecnologia della stampa a caratteri mobili in metallo è attribuita a Johann Gutenberg (c.1400 - 1468). Al mondo vi sono circa 450.000 incunaboli (di molti testi esistono svariate copie), di questi circa 110.000 si trovano in Italia e un migliaio in Slovenia. Gli incunaboli, i primi libri prodotti grazie all’introduzione della stampa a caratteri mobili, sono i più preziosi tra i libri non solo perché prodotti ancora in numero relativamente ridotto rispetto alla più ampia produzione seriale che si afferma a partire dal secolo seguente, ma perché ogni esemplare ha caratteristiche peculiari, derivanti dallo stretto legame che conservano con i manoscritti. IDENTIFICAZIONE DEL DE INGENUIS MORIBUS

In alto - La presentazione dell’incunabolo vergeriano a palazzo Pretorio. Peter Štoka, Alessandra Favero, Andrej Bertok, Adriano Papo e Ivan Markovič. A lato - La facciata di palazzo Brutti a Capodistria, attuale sede della Biblioteca centrale »Srečko Vilhar«. L’INCUNABULO DE INGENUIS MORIBUS ET LIBERALIBUS STUDIIS DI PIER PAOLO VERGERIO IL SENIORE

L’incunabolo De ingenuis moribus et liberalibus studiis di Pier Paolo Vergerio il Seniore, è importante essenzialmente per due motivi: in primo luogo perché si tratta dell’opera principale del Vergerio e in secondo luogo perché è un incunabolo. Il De ingenuis moribus et liberalibus studiis adulescentiae (Il comportamento corretto e l’educazione liberale degli adolescenti, 14001402), è in pratica il manifesto della nuova educazione umanistica italiana, le humanae litterae sostiene il

La raccolta non contiene note tipografiche, ma si ritiene che sia stata curata dall’umanista bresciano Giovanni Calfurnio e stampata a Padova nel 1475 ca. dallo stampatore mantovano Domenico Siliprandi. L’opera è stata da noi acquistata dalla Libreria antiquaria Ex Libris di Roma. L’antiquario ha a sua volta acquistato il libro ad un’asta organizzata in seguito alla chiusura della Biblioteca Orano nel rione romano di Testaccio. Il libro è in ottimo stato di conservazione. Rilegato in piatti di legno con dorso rifatto in pelle scura. Ringraziamenti Desidero ringraziare sentitamente gli sponsor e gli amici che hanno reso possibile l’acquisto del volume: l’Unione italiana, le aziende KIG d.d. e 3M nonché la Società di assicurazioni Adriatic Slovenica unità di Capodistria

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Ivan Markovič

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Freschi di Stampa di Stefano Lusa Novità editoriali e recensioni librarie

L’economia della Zona B in un libro A cura di Deborah Rogoznica dell’Archivio Regionale di Capodistria Deborah Rogoznica ha conseguito in dottorato in storia, lavora all’Archivio regionale di Capodistria e ci svela con il libro »Dal capitalismo al socialismo. L’economia nel territorio della Zona B del Territorio libero di Trieste, dal 1947 al 1954« un aspetto nuovo nella storiografia del dopoguerra: molto si è parlato di aspetti etnici, di spostamenti di popolazioni, di cambio di struttura sociale, ma poco ci si è occupati dell’aspetto puramente economico.

Tra il 1947 e il 1954 in questo territorio che andava da Capodistria a Cittanova furono introdotte misure che portavano quelli che erano i valori della »rivoluzione socialista« che allora aveva corso in Jugoslavia e si cercava di attuare in Zona B anche se questa formalmente non ne faceva ancora parte. Deborah Rogoznica, cosa cambia in questi anni? I vari provvedimenti introdotti all’interno dello stato jugoslavo a partire dal ‘45 venivano mutuati poi in questo territorio, ma con una 46

certa prudenza. Venivano emanati degli Atti di legge, non Leggi vere e proprie, che prevedevano una serie di misure restrittive soprattutto per quel che riguarda la proprietà privata che però, al contrario della Jugoslavia dove venivano attuate in massa e con conseguenze nell’economia dello stato che portavano poi alla statalizzazione, alla nazionalizzazione di tutta la proprietà privata praticamente fra il ‘46 e il ‘58 - in questo territorio queste misure furono adottate, come dicevo con più prudenza, pur attraverso tutta una serie di sequestri e confische. Questo per ragioni anche di politica internazionale… Per ragioni di politica internazionale, poichè almeno formalmente venivano rispettati i vari trattati internazionali, specialmente quello dell’Aja che non prevedeva la possibilità di espropiare i beni privati, ma solo di requisire quelli pubblici o di interesse pubblico per scopi di interesse dell’amministrazione. Quali furono i provvedimenti che incisero maggiormente sulla popolazione in quel periodo? Sicuramente la Riforma agraria fu uno di quei provvedimenti che anche in questo territorio fu attuato in modo esteso e quindi ebbe ripercussioni su tutta l’economia, perchè questo territorio non aveva grandi risorse di materie prime o altro che potesse venir sfruttato nell’economia, ma era soprattutto la produzione agricola quella che caratterizzava tutta la zona. Dal suo punto di vista, questi provvedimenti vennero accolti dalla popolazione con riluttanza, fastidio, oppure ci fu anche un certo consenso? Diciamo che le autorità mirava-

no ad ottenere il consenso, specialmente con la riforma agraria. Però non ci fu questo consenso. Chi avrà modo di leggere il libro, specialmente nella parte dedicata alla Riforma agraria, vedrà che le autorità si sforzarono in ogni modo di ottenere il consenso, ma la popolazione era riluttante perchè si trattava di cambiamenti che incidevano su quelle che erano tradizioni molto radicate nella società. Un altro provvedimento colpì anche i pescatori. I proprietari di barche, a un certo punto ce ne furono sempre di meno e sparirono… Fu un provvedimento adottato dall’Amministrazione militare alla vigilia dell’entrata in vigore del Trattato di pace. Fu confiscata e portata fuori dalla Zona B la gran parte della flotta pescherecci delle principali aziende isolane, che poi rappresentava la gran parte di tutta la flotta presente su questo territorio. Ciò colpì notevolmente le industrie e praticamente anche la popolazione di Isola che in gran parte era occupata in queste industrie e sulla quale le autorità contavano fortemente, poichè rappresentava un nucleo operaio sul quale le autorità contavano per un consenso alla nuova politica socialista o sociale. Operai che si videro espropriati dei mezzi con cui poter poi produrre… Si videro in una situazione per cui la loro vita divenne precaria, poichè videro portar via quelli che erano i mezzi di lavoro, del loro sostentamento e quindi ci fu una determinata presa di posizione. Si può parlare di prima rottura, specialmente per quella che era la po-


Freschi di Stampa di Stefano Lusa Novità editoriali e recensioni librarie

Deborah Rogoznica con la sua collega dell’Archivio regionale capodistriano Zdenka Bonin. Quest’ultima ha pubblicato recentemente il libro dal titolo » Le Confraternite dell’Istria nord-occidentale ai tempi della Repubblica di Venezia«. Si tratta dello studio più approfondito su questo argomento che avremo certamente modo di trattare in uno dei prossimi numeri del giornalino. (Foto Maja Pertič Gombač – Primorske novice). A lato - Manifestazione dei primi anni ‘50. Archivio regionale Capodistria (SI PAK KP. 344, te 5).

polazione di Isola nei confronti dei »poteri popolari«. Provvedimenti economici in Zona B, diceva lei, applicati coi guanti e non con lo stesso fervore rivoluzionario che questi giovanotti che avevano preso il potere applicarono nel resto della Jugoslavia, ma che – almeno dal punto di vista di una certa storiografia italiana, anche maggioritaria – ebbero i connotati di colpire la popolazione italiana. Chi ha studiato la nazionalizzazione dei beni all’interno della Slovenia, della Jugoslavia o l’attuazione della Riforma agraria saprà perfettamente che questi vennero applicati nei confronti di tutta la popolazione. Logicamente in questo territorio l’economia era concentrata nelle mani di imprenditori italiani. Quindi questi interventi

furono subiti da loro in modo più diretto. Se noi guardiamo la storia da un’ottica nazionale italiana possiamo leggere questi provvedimenti come anti-italiani, perchè andarono a colpire soprattutto la popolazione italiana di questo territorio. Se la guardiamo da un’ottica jugoslava vediamo invece che erano applicati su vasta scala in tutta la Jugoslavia. Possiamo forse concludere che per capire la complessa storia di questi territori, oggettivamente le storiografie nazionali non sono chiavi di lettura sufficienti? Certo. Perchè il fenomeno va contestualizzato e quindi per riuscire a porre una contestualizzazione è necessario conoscere la storia, non

solamente di una parte nazionale, ma anche la storia degli stati e delle istituzioni che in quel periodo venivano coinvolte da vari cambiamenti sia a livello nazionale che internazionale. Perchè poi va interpretata non solo dal punti di vista della storia nazionale slovena, ma forse anche di tutto quello che stava accadendo all’interno di quello che in quel periodo veniva chiamato »blocco socialista«. Il titolo originale del libro è »Iz kapitalizma v socijalizem. Gospodarstvo Cone B Tržaškega svobodnega ozemlja«. A quando l’edizione italiana? Beh, vediamo. Il libro nasce come tesi di dottorato presso la Facoltà di filosofia di Lubiana e quindi è stato scritto in sloveno. Ma ci faremo un pensierino

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Brevi Scuola di Katja Dellore Notizie dagli Asili Infantili

»JEZIKLINGUA« negli asili del Capodistriano Attività didattica del progetto di cooperazione transfrontaliera Tra gli enti coinvolti nell’attività didattica del Progetto Strategico »JEZIKLINGUA« del Programma di Cooperazione Transfrontaliera Italia-Slovenia 20072013 sono gli asili con lingua di insegnamento italiana del Capodistriano, più precisamente La Coccinella di Pirano, L’Aquilone di Isola e Il Delfino Blu di Capodistria, con le rispettive sezioni periferiche (Bertocchi, Crevatini, Semedella, Lucia, Sicciole, Strugnano, Pirano). Il filo conduttore degli incontri didattici, tenuti dalla pedagoga Katja Dellore, è il racconto fantastico di »Lina la fatina nel magico mondo di Alfabetolandia«, attività promossa dall’Unione Italiana, in qualità di partner del sopraccitato progetto. Lina coinvolge i bambini con la magia delle letterine, stimolando la creatività e contribuendo all’apprendimento di vocaboli nuovi. Familiarizzando e giocando con le lettere i bambini sperimentano esperienze nuove e innovative sia sul piano dello sviluppo psicofisico, sia su quello intellettuale. Il progetto prevede alcuni incontri durante i quali si svolgono attività ludico-didattiche

Jeziklingua - Katja Dellore con i bambini dell’asilo.

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Jezik lingua - Giochi bilingui con le lettere dell’alfabeto.

mirate e specifiche, programmate e adatte allo sviluppo psico-motorio e cognitivo di bimbi dell’età di 4 -6 anni. L’obiettivo generale del progetto è la collaborazione e lo scambio di contenuti pedagogici ed esperienze professionali tra gli educatori dell’asilo e l’esperto pedagogista. Si tratta, più precisamente, di una cooperazione in team durante la quale si sono programmate e progettate le attività didattiche in maniera tale da offrire agli educatori l’opportunità di sperimentare in prima persona nuove tecniche, metodologie e strategie di insegnamento della lingua italiana, mettendole in seguito in pratica in un contesto multiculturale particolare e specifico come quello del territorio transfrontaliero nel quale viviamo

e operiamo, dove due lingue convivono in simbiosi in un continuo scambio sinergico. Accanto a tale importante obiettivo si aggiunge quello di contribuire in maniera costruttiva e interattiva all’apprendimento della lingua italiana, dando la possibilità ai bambini di esprimersi in tutto il loro essere creativo. Ciò è reso possibile grazie all’inclusione di attività di supporto che oltre al campo linguistico ricoprono anche altri settori e contenuti, quali ad esempio l’attività motoria, la sfera logico-matematica, il campo artistico. Si tratta infatti di un progetto linguistico che attraverso il linguaggio, l’espressione verbale, la creazione e l’apprendimento della parola mira allo sviluppo psico-fisico globale del bambino. I riscontri sia dei piccoli partecipanti, sia delle stesse educatrici è stato ottimo e si auspica di poter continuare anche in futuro con attività affini

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Brevi Scuola Notizie dalle Scuole Elementari

Progetto “Pasavcˇek-Armadillo” Viaggiate sempre sicuri, allacciati! Iniziativa ospitata dalla »Pier Paolo Vergerio il Vecchio« La SEI Pier Paolo Vergerio il Vecchio di Capodistria ha aderito alla realizzazione del progetto “Pasavšek-Armadillo” per conoscere e approfondire le regole del corretto trasporto dei bambini ed evitare gravi conseguenze in caso di incidenti.

Per la realizzazione del progetto si sono impegnati gli alunni del primo triennio della sede cen- Progetto Armadillo - L’agente di polizia Diego Samsa spiega ad alunni e genitori l’uso corretto delle cinture di sicurezza. trale di Capodistria, delle succursali di Semedella, Bertoc- Moto Club i cui rappresentanti, Nel mese di aprile, alla conclusiochi e la prima classe di Creva- i sign.Trbižan specializzati nel- ne del progetto, gli alunni hanno tini. Nell’ambito del progetto la prevenzione stradale, hanno presentato ai genitori tutto il laabbiamo fatto richiesta di avere presentato ai genitori il progetto voro svolto durante la realizzain dotazione i cosiddetti “demo” nonchè l’uso corretto dei seggio- zione del progetto. All’incontro seggiolini al fine di dare una di- lini e delle cinture di sicurezza. è intervenuto pure il poliziotto mostrazione pratica del loro uso A loro va un ringraziamento per sig.Diego Samsa che con estrema e per sensibilizzare soprattutto la disponibilità e professionalità professionalità ha illustrato ai gei genitori all’acquisto di seggio- nella sensibilizzazione dei pre- nitori l’importanza dell’uso delle lini adeguati per un corretto e senti all’importanza della sicu- cinture di sicurezza e dei seggiopiù sicuro trasporto dei bambini. rezza in strada durante il viaggio. lini adeguati durante i tragitti in Abbiamo avuto in gestione i seg- Infatti i seggiolini rappresentano macchina. giolini per praticarne l’utilizzo e un aspetto fondamentale nel tra- L’auspicio è che il messaggio vencapire l’importanza di allacciar- sporto sicuro dei viaggiatori più ga recepito soprattutto dagli adulsi le cinture di sicurezza in modo piccoli. L’iniziativa ci ha visti at- ti perchè in base al sondaggio non adeguato. Le statistiche rivelano tivi nei laboratori creativi, nella tutti usano regolarmente i seggioche la maggior parte degli inci- realizzazione di questionari per lini omologati e le cinture di sicudenti, con il coinvolgimento dei alunni e genitori nonchè la pre- rezza. Già a soli 30 km all’ora in bambini, avviene in strada du- sentazione della mascotte l’Ar- caso di impatto, le conseguenze rante i tragitti locali, ad esempio madillo. Da rilevare che il pro- possono essere gravi. Siamo certi casa-scuola. Nella fretta spesso si getto è proseguito sino al mese di della consapevolezza di ogni adultende a sottovalutare le regole del aprile con lavori di ricerca, di ap- to l’importanza di dover garantire profondimento e con la creazione ai nostri viaggiatori più piccoli un viaggiare sicuro. In merito è intervenuto l’Auto di oggetti relativi all’argomento. trasporto sicuro e adeguato

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Brevi Scuola Istruzione ed Educazione Civica

Quando il Presidente scrisse ai nostri alunni Oscar Luigi Scalfaro (1918-2012) Il 29 gennaio è scomparso l’ex presidente italiano Oscar Luigi Scalfaro. Da sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri nel biennio ‘54-’55 si adoperò per l’accoglienza dei profughi istriani. Da Capo dello Stato nel ’97 pose la prima pietra per la costruzione della SMSI a Pola, mentre a giugno dello stesso anno si incontrò con i rappresentanti della CNI di Slovenia, presso la CI »Giuseppe Tartini« di Pirano. Nel ‘98, insieme al presidente sloveno Milan Kucˇan, inaugura a Isola la nuova sede della SEI “Dante Alighieri”. Nel suo discorso Scalfaro invitò gli italiani che vivono in Slovenia a »essere cittadini fedeli di questo Stato, mantenendo vive le radici della cultura italiana, sapendo in questo modo rispettare gli altri«. Nei primi anni Novanta la Scuola elementare italiana di Capodistria ospitò un gruppo di bambini profughi dalla Bosnia. La preside Isabella Flego mise a disposizione alcune aule in cui poterono continuare a frequentare le lezioni. E si organizzò anche uno spettacolo dal titolo »Inno alla vita«, in cui gli alunni della »Vergerio« e i bimbi bosniaci si esibirono insieme con canti e recite. Venutone a conoscenza, il presidente Scalfaro inviò alla nostra scuola il seguente messaggio autografo: Cari bambini delle Scuole Italiane del Capodistriano, sono con voi alla bellissima manifestazione di fraternità con i vostri coetanei della Bosnia Erzegovina. Sono con voi per partecipare a questa bella solidarietà con chi soffre gli orrori della

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guerra, della violenza, dell’odio. Questi vostri amici, conosciuti o no, hanno bisogno di tutto, ma hanno soprattutto bisogno di amore. E’ l’amore che si è spento nel cuore di tanti uomini e ha portato sofferenza e desolazione in tante case,

in tante famiglie. Solo ritornando ad amarsi tra di loro, gli uomini riprenderanno la via della pace. Voi bambini date il via a questa ripresa. Vi dico grazie con tutto il cuore. Oscar Luigi Scalfaro


Brevi Scuola Come eravamo

Quant’è bello ritrovarsi Rimpatriate di ex alunni della Scuola elementare italiana di Capodistria Sono trascorsi 40 anni dal giugno 1972 quando abbiamo terminato la scuola elementare. Ci siamo ritrovati per ricordare innumerevoli eventi degli anni trascorsi insieme. Abbiamo iniziato nel 1964 in undici ed abbiamo terminato in venti, con gli alunni delle periferiche di Semedella, Bertocchi e Crevatini uniti a tutti i ripetenti. Una capoclasse meravigliosa, Lidia Molassi, che è stata per noi non solamente »LA maestra« ma anche una mamma che ci ha educati porgendoci i primi insegnamenti per affrontare con più sicurezza e serenità la vita. Tra un aneddoto e l’altro il pensiero è andato pure agli altri insegnanti: Nives Mandicˇ, Ljudmila Bevk, Gianfranco Siljan, Isabella Flego, Graziella Ponis, Nerone Olivieri, sign. Kolenc, Eda Hocˇevar, il nostro capoclasse Giulio Bonifacio ed il direttore Leo Fusilli che con tanta fatica e pazienza ci hanno portato verso il primo importante traguardo della nostra vita. Un pensiero particolare è andato ad

Aredo Bertok che ci ha lasciato giovanissimo ma è rimasto sempre nei nostri cuori

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DEDICATO AI MIEI COMPAGNI DI CLASSE

Quaranta ani ga pasa, no ve gave dismentega? So che xe tanti ani fa ma noi no vemo mai cesa de ricordar quei giorni bei co ierimo putele e putei. Iera altri tempi, tempi che no xe più, tempi de alegria, de gioventù. E si, perchè adeso diventemo veci, none e noni de sti nostri pici, e anca se ne par de eser in gamba asai no semo come quando i maestri vemo lasai. Ma dixe quel che vole xe bel vederse co el tempo ga pasa; veder i segni che la vita ga lasa e ritrovarse duti ancora qua. E i segni dela vita no xe pochi, basta saverli veder, leger, indovinar: un cavel grigio qua e là, do sotooci per vardar e no dismentegar,

veder ‘sta nostra amicizia che ne liga che el bel e el bruto dela vita sfida. E alora, fra altri diese se vedemo fra scolari se ritrovemo, per star ancora un fia in compagnia per un’altra festa in alegria. da Silvia

Venerdì, 1 giugno ritrovatisi per una bella ed emozionante rimpatriata, le alunne e gli alunni dei primi anni Settanta non hanno mancato di fare una puntata alla loro vecchia scuola. In posa, da sinistra: Ornella Rossetto, Ada Božič, Rita Riosa, Luciana Vivoda, Gianni Katonar, Paolo Onorati (giunto appositamente da Camerino), Marina Benčič e Arianna Markučič. VIII classe del 1972 - In piedi da sinistra a destra: Tanit Vovk, Ondina Auber- Viler, Silvia Fusilli – Skok, Silveria Sudoli, Silvia Vidmar – Furlanič, Lorena Pacor – Vadnav, Laura Auber – Cah, Giulio Bonifacio, Fulvia Bordon, Onorina Riosa – Rušnjak, Aredo Bertok, Edi Krmac, Pino Marković. In basso da sinistra a destra: Emanuela Revere, Edo Zanco, Nevio Brainich, Mario Chersicla, Alberto Zetto, Aldo Jurman, Giuliano Vivoda. Assente Giordano Rovina.

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Brevi Scuola Notizie dalle Scuole Medie

News dal Ginnasio Gian Rinaldo Carli Riconoscimenti a livello internazionale per gli allievi Da anni gli allievi della nostra scuola partecipano a gare organizzate a livello nazionale ed internazionale. Annualmente partecipiamo a gare scientifiche organizzate dal gruppo DMFA (matematica, fisica), ZOTKS (logica, chimica, biologia) e, dal 2010, alle olimpiadi di neuroscienze organizzate dall’università di Trieste. Nel campo linguistico-umanistico le terze classi possono accedere alle competizioni di lingua italiana, inglese, francese e spagnolo nonché alle gare di storia. In più, sempre dal 2010, tutte le classi possono partecipare alle Olimpiadi di italiano organizzate dall’Accademia della Crusca. A queste si aggiungono altre competizioni, come il concorso internazionale di poesia organizzato dal Collegio

del mondo unito dell’Adriatico e altre ancora. Quest’anno, essendo in terza, ho partecipato alle gare di inglese organizzate dall’associazione IATEFL Slovenia, ottenendo il riconoscimento d’oro con il terzo miglior punteggio in Slovenia. Teo Sirotić Olimpiadi di Italiano 2012. Mi sono ritrovata a Firenze il 4 e il 5 maggio per le »finalissime« conoscendo persone stupende unite dall’amore per la lingua italiana. Abbiamo passato due giornate intense, con presentazioni al Palazzo Vecchio di Firenze, dove in seguito il 5 maggio abbiamo anche svolto la gara ufficiale. Non mi sarei mai aspettata il secondo posto. Sono esperienze importanti: fanno conoscere persone, luoghi e cultu-

Allievi eccellenti - Stefania Strain, Teo Sirotič e Urška Frančula.

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re differenti. Rappresentano un’ apertura mentale che ci aiuta a capire pensieri differenti, ci arricchiscono e mettere alla prova noi stessi e le nostre capacità. Un’esperienza che non la dimenticherò mai. Urška Frančula Il francese è una lingua che mi è piaciuta fin da quando ero piccola. Ho fatto diversi viaggi in Francia, un paese che mi è sempre sembrato affascinante, forse anche a causa della sua storia travagliata. Sono molto lieta di aver ottenuto questo risultato, soprattutto perché ho affrontato la competizione serenamente e tranquillamente ed è questo che mi ha fatto capire che con maggiore consapevolezza e sicurezza in se stessi, si affronta meglio qualsiasi cosa Stefania Strain

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Brevi Sport di Roberto Richter Attività sportivo-ricreativa della C.N.I.

Nuova stagione per l’Associazione Sportiva Comunità Italiana Tra le prime iniziative, un torneo di calcetto. Dopo anni di buio e incertezze, finalmente con il 9 novembre 2011 l’Associazione Sportiva Comunità Italiana di Capodistria ha ristrutturato la sua dirigenza con l’intento di ritornare agli antichi splendori o almeno avvicinarcisi. Da novembre ad oggi sono stati fatti passi da gigante. Già con la nomina del nuovo direttivo si sono presi i primi provvedimenti: si sono ridotti i membri della presidenza da 5 a 3, il mandato della presidenza è stato prolungato da 2 a 4 anni e agli accordi presi con la dirigenza della Comunità autogestita della nazionalità italiana di Capodistria hanno permesso di ottenere i finanziamenti necessari allo sviluppo delle infrastrutture e alla crescita delle attività sportive programmate. Dapprima si sono saldati i conti arretrati ancora aperti, poi si sono sviluppate le attività già avviate ed infine si sono aperti nuovi progetti per il coinvolgimento di un sempre maggior numero di soci dell’A.S.C.I. La tribolata stagione calcistica si è conclusa con affanno, ponendo però le basi per un ringiovanimento della rosa. A tal proposito, a maggio si è organizzato il torneo internazionale di futsal, con lo scopo di riallacciare i rapporti con le altre Comunità degli Italiani dell’I-

stria, che si erano persi negli ultimi anni. All’invito hanno risposto con entusiasmo le squadre di Isola Dante Alighieri, Buie e Jagodje. A maggio poi abbiamo avviato il tennis presso l’impianto sportivo di Strugnano. Quest’anno tale attività è ancora in fase embrionale anche perchè dobbiamo prima verificare quale possa essere l’interesse dei soci a mantenere tale sport fra quelli offerti, ma contiamo di renderla una costante con gli anni a venire, confortati anche dalla presenza crescente di soci negli ultimi mesi. A luglio contiamo di organizzare una gita in rafting sulle rapide dell’Isonzo, ma dipenderà dalla richiesta e dall’interesse che riscontreremo.

A settembre riprenderemo con la pallavolo nella palestra di Livade e con il tennis tavolo presso la palestra della scuola elementare Pier Paolo Vergerio il Vecchio di Capodistria. Con questi propositi, non possiamo che ritenerci soddisfatti per il lavoro svolto. Molto abbiamo ancora da fare e ci rendiamo conto che a livello organizzativo presentiamo ancora qualche lacuna, ma con l’aiuto ed i suggerimenti di tutti i soci, cresceremo e ci evolveremo. Per ora gli avvisi vengono trasmessi solo nella bacheca della C.I. di Capodistria, ma a breve ripristineremo il database dei soci in forma elettronica e renderemo più accessibile la comunicazione tra la presidenza e i soci

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La Juve al Bonifica - Roberto Siljan, telecronista di Tele capodistria, con Alessandro del Piero, storico capitano della Juventus, in allenamento di rifinitura allo stadio Bonifica di Capodistria alla vigilia della partita di Trieste con il Cagliari, che ha poi sancito la conquista del 28esimo scudetto dei bianconeri. Giugno 2012, n.34, 17° anno

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Son sta a vendemar in Tailandia Caro Alberto, come l’ano passà, in aprile, e come za te vevo scrito, son sta a vendemar. Sì, perché anca in Tailandia se vendema. La stessa frase che te vevo scrito, la vevo scrita, a la mia amiga Vitoria, che insegna a Firenze. Naturalmente per inquadrar ben la risposta de la mia amiga Vitoria, bisogna anca saver che la organizza mostre, la xe spesso in Tailandia e la ospita artisti tailandesi che ven a espor in Italia. Con queste premesse se pol dir che la conossi quindi ben no solo la Tailandia, ma anca i Tailandesi. Ben, bon, la sua risposta xe stada de pura maraveja: “C’è uva in Tailandia? Fanno anche il vino?” 54


La esprimeva maraveja, ma a mi, le sue dimande no Per andar a parlar del vin, dovemo trasferirse verso me ga sorpreso par gnente. Perché in questo campo nord. E se pol parlar de vin tailandese solo da poco perfin i tailandesi, serte robe che capita, dixemo, a tempo. Cioè i lo fasseva anca prima, ma con metodi casa de lori, no i le sa. Tanto xe lontan la cultura e diletantistici e el risultato jera che, una volta, andai la mentalità de lori, dala cultura de l’ua e del vin. co la scola in una tenuda, dove i veva scominsià a Epur!! La Vitoria se maravejava, apunto, perché, in produr vin, i ne ga oferto el pranzo (bon) ma “baTailandia, no i li vedeva mai che i beveva vin, ma gnà” col vin fato de lori. Sa quanta gente ga optà per la “coca cola”? Mi, prudentemente me son dichiarà quando che i andava in Italia, i beveva come pirie. Oviamente la coltivasion de la vide, no la xe estesa, astemio. Go gustà un jozzo dal bicier de una colega... come de noi. El clima, ma anca le teren, no i xe sem- imbevibile! Ma questo jera tanti ani fa. pre adati a far cresser ben l’ua e a darghe le oportune Desso xe sai diverso ma, come sempre, ghe vol l’inicarateristiche perché da quela ua se tiri fora un vin ziativa de un che vol e assolutamente al vol (e che bevibile. Ma ga dei grandi vantagi: Intanto se vende- comunque ga anca i mezi) de far qualcossa che al ma tre volte a l’ano! El prezo de vendita xe piutosto s’à messo in testa. I lo ciapava, infati, per mato, quealto e anca sensa una granda produsion, el guadagno sto sior Chaijudh Karnasuta. Ma lu al parlava semno xe indiferente. No cori conservar el fruto a lungo, pre (un poco come el “eppur si muove” de Galilei) se pol tirarla su, volendo, anca praticamente duto che: “epur in serte zone de la Tailandia el vin, al dovaria vignir ben”. Naturalmente no jera queste le l’ano. La coltivassion dell’ua ga anca svantagi: intanto la difidensa dei thai verso prodoti che no ven de la cultura locale, po’ el clima che, essendo caldo per squasi duto l’ano, nol xe adato, ma in serti posti, verso le montagne, dove le noti le xe piutosto fresche, serti tipi de ua (esclusivamente da tavola) le ven ben. In una de queste son sta a vendemar. Oviamente, vista la rarità del prodoto, le vigne le xe cintade con alte redi de sbaramento e come se no bastassi ghe xe de ogni parte cartei che i te ‘verti che le xe stade apena irorade con anticritogamici, per pau- In alto - nela Monsoon Valley, se vendema in barca. ra che qualchidun meti in A lato - mi a vendemar in compagnia de una bela “vignaiuola”. boca qualche gran. Natuprecise parole (lu, nol parlava cavresan e nol veva ralmente no xe vero, ma xe un bon dissuasor. Devo dir che me ga sorpreso sia el modo come le gnanca mai bevù la malvasia istriana - pecà), ma in vigne le xe curade, la belessa dei graspi e, no per compenso l’andava spesso in Francia e in Califorultimo, anca la bontà del fruto. Lori no i riva a capir nia, dove el vin xe sai aprezzà e prodotto in grandi perché noi, la ua, la ciamemo “bianca” o “nera”. E quantità. No vojo dir che al andava in Francia per per el vin qualche volta “rosso”. Lori la ciama “ver- bever el vin, ma ghe piaxeva l’ambiente, la campagna, specie quela de l’Ovest de la Francia, e al ga finì de” e “viola” E forsi no i ga duti i torti. La produssion xe sempre però in quantità limitade. per inamorarse de un vin meraviglioso che cressi de Anca la racolta la xe fata con metodi “famigliari”, no quele parti, verso el fiume Loira: el “chenin blanc”. come da noi che duti partecipa al racolto. La se fa in Po’ un’altra volta, andando in California al ga visto genere coi famigliari, con quei che lavora stabilmen- che sto vin (el chenin blanc, apunto) al jera coltivà te ne la vigna e con pochi amighi (come mi) che se fa in grandi quantità anca in California. El ga po anca vivi, più per magnar l’ua che per dar una man. Ma savesto che in California, sto vin francese al vigniva con questa ua, no se fa vin. No ga el contenuto zuc- prodoto in quantità ancora più grandi che in Francherino necessario e alora la resta come ua da tavola, cia. Al ga visto che quel tipo de teren che se trovava sia in California che in quela zona de la Francia, che de alta qualità, ma solo per magnar.

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lu al conosseva ben, jera sai simile a serte zone de la che al saria andà a far el vin in Tailandia, duti la ciaTailandia del Nord-Est, al confin col Laos. Xe l’unica pava come una barzeleta. Invesse adesso la produszona de la Tailandia dove, in inverno, se pol trovar sion xe rivada oltre un milion de botiglie con 1200 la brina. Ricordo un ano, particolarmente fredo che dipendenti fissi. la brina de quele parti se ga formà in abondansa e Questo Monsieur Laurent, che i amighi ciapava per la television la ga mostrada per giorni e giorni: una mato, ga fato de le robe incredibili e visto che i tereni vera e propria rarità, in quele quantità. Ma, magari che pareva più adati i jera stai ocupai da altri, al ga poca, la rivava duti i ani. E alora el sior Chaijudh se fato un altro passo da mato. Invesse de trovar terega deciso: provo qua coi vitigni del “chenin blanc”. ni adati ai vitigni esistenti, ga creà atraverso incrosi Xe una storia interessante, che me piasaria contar de vitigni locali, una pianta che fasseva vin speciale, nei particolari, ma el spazio (dixi el diretor, un vero anca in tereni e climi che nissun gavessi scomesso tiranno) xe quel che xe e alora bisogna “stringere”. gnanca una lira sbusada. La sua convinsion (del signor Chaijudh, no del di- E la scomessa al la ga vinta. A bù anca fortuna retor) ga portà fruti, sia in senso reale (bei graspi (come sempre capita ai omini de successo, altrimenti de ua) sia in senso metaforico (risultati tangibili). ti pol esser bravo fin che ti vol, ma…), la fortuna de Za nel 1995 el primo vin tailandese de qualità se incontrar el sior Chalerm Yoovidhya, un omo che se ga afermà sul mercato. Al lo ga ciamà “Chateau de interessava da tempo ai vitigni autoctoni tailandesi, ma che al ga una gran nomea nel Loei”. Qua in Tailandia, no ghe mondo, no proprio per i vitigni. No xe Castei (Chateau), ma al lo ga lo conossé? Xe qualchidun de voi che ciamà cussì in omagio ai chateaux se interessa de automobili e in parti(castei) che xe ne la zona de la colare de la Formula 1? Nissun se ga Loira, la patria apunto del chenin dimandà perché quela scuderia, vinblanc, mentre Loei xe el nome de cente da un per de ani, se ciama “Red la provincia dove lu al ga piantà i Bull”? Xe el nome de una bevanda vigneti. Come emblema al ga mesenergetica, a base de taurina (un so un galo, dato che lu al xe nato aminoacido che servi specialmente ne l’ano che, secondo el zodiaco ciper aiutar contro la depression) e el nese, i ciama l’ano del gallo. Cussior Chalerm, o mejo so pare, xe l’insì, solo a titolo de curiosità, i nati ventor de sta bevanda energetica, che nell’anno del gallo i xe particolarse ciamava Krating Daeng (che vol mente testardi e par proprio che lu dir apunto “toro rosso”). I xe andai al sia un de quei e al fassa massia produrla, per l’Europa, in Austria, mo onor al suo “segno zodiacale”. in cubia con l’impresario austriaco Tanto che el suo vin xe sta el primo Dietrich Mateschitz, e là i ga messo vin tailandese esportado con sucsu la scuderia de automobili (quela cesso in Europa. Qua in Tailandia del campion del mondo Vettel, per oramai se lo trova in duti i ristointenderse). ranti de nome e comunque in duti In alto - Una botiglia de Chateau de Loei In Tailandia, invese, Chalerm al s’à i alberghi a 5 stelle. A lato - L’ua bianca pronta per esser ingrumada messo insieme con sto enologo franQuanto a la testardagine dei imprenditori tailandesi, la xe veramente proverbiale. cese e i ga tirà fora una roba straordinaria, che duti Per inciso ve conto che la birra “Singha”, una bira va a vederla, oltre che a gustarla. veramente bona (de tipo lager, col 6% de gradasion I ga fato una infinità de incrosi, tentativi andadi a alcoolica), i tailandesi i xe rivadi a produrla anca in mal, fin che i ga intivà un vitigno (el Pakdum) che Germania (in Sassonia per la precision) e, far la bira perfin nele zone sempre calde del delta del fiume in Germania (no solo venderla), no xe roba de duti (quindi con tre vendemie a l’ano) riva a dar un vin ecezionale. I lo ga lancià per la prima volta a Loni giorni. Tornemo al vin: ‘desso a Loei, ma anca in altre loca- dra e, za dopo una decina de ani, la produssion veva lità de la Tailandia, i ga introdoto anche altre qualità ragiunto le 300.000 botiglie. La roba de “veder”, xe che fa vin rosso e rosé ma, restando sul bianco ori- che ste vigne le cressi su l’acqua del delta del Chao ginale, i tipi prodoti xe tre: quel normale (gradasion Phaya (che in Europa al xe conossu come Menam), alcoolica 12 - 12.5), l’extra seco e quel de dessert, un poco come su quei isoloti che se trova in laguna amabile. El sior Chaijudh xe sta l’iniziatore, ma po’ de Grado o de Venessia, ma sai più fissi, e se se movi lo ga seguì vari altri, e adesso le grandi cantine a li- in barca. La zona i la ciama infati “la valle dei monvello internazionale, le xe ben sette. In una de queste soni” e produsi vini sia bianchi che rossi, ma ricchi xe andà a lavorar, come enologo, perfin un francese, e secchi che va perfetamente d’acordo co le pietanze un certo Laurent-Metge Toppin (de la Scuola Nazio- picanti de la cusina tailandese. nale Superiore di Agronomia de Montpellier), che al La racolta se fa de preferenza a l’alba, giusto prima conta che, quando che al ga scominsià a dir in giro che spunti el sol, perchè l’ua possi restar fresca fin a

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l’arivo sul logo de produssion. Vin esotico in duti i sensi, sia per el gusto che per el modo de coltivassion. Lassemo spiegar a Monsieur Laurent: «Quando per la prima volta, go visto le vigne su l’acqua, go subito capì che me trovavo de fronte a una sfida professional no de poco conto. El nostro obietivo jera quel de far un vin diferente per esaltar una cusina esotica e speziata, come la tailandese. Credo che, a quel obietivo, ghe semo perfetamente arivai». Interessante el vin rosso, ma el “malaga bianco” par che al convinsi de più per acompagnar una cusina speziada. Al xe seco e no tropo acido, dà come una senssasion de fresco al palato. E dopo, al sviluppa come un profumo de persighi e armelini che a un certo punto fa sentir meno in boca el fogo dele spezie. Al se compagna perfettamente anca coi piatti a base de curry e de nose de cocco. Ma xe probabil-

mente con la famosa zuppa “Tom Yam Gung” (zuppa piccante a base de gamberoni e le fragranze de la citronella e de la galanga) che il bianco malaga se armonizza nel mejo dei modi. In ogni caso, a scanso de equivoci, xe vini che se devi consumar zovini, no i xe per l’inveciamento. Ma no xe finì. La ricerca de altre ue che podaria esser coltivade in Tailandia la continua con boni risultati. A la stassion de ricerca agricola Reale de Hua Hin sta vignindo testade una ventina de nove varietà de ua, in modo che el vecio Pokdum podaria trovar compagnia de altri fradei su le tavole nei ani che ven. I xe in un giro de ricerche ormai inarrestabile e, adesso, quando Laurent torna in Francia e parla de vin tailendese nissun dei suoi amighi ridi soto i mostaci o lo ciapa per mato Lucio Nalesini nalesini@anet.net.th

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Giugno 2012, n.34, 17° anno

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In memoriam In ricordo dei nostri cari

Il 12 maggio scorso una delegazione dell’Unione italiana e di esuli giulianodalmati ha reso omaggio a alcuni monumenti ai caduti. Un percorso che ha inteso rendere omaggio alle vittime degli opposti totalitarismi scontratisi in modo cruento in queste terre nella prima metà del Secolo scorso. A Capodistria le delegazioni hanno sostato di fronte alla tomba che racchiude i resti umani raccolti in alcune grotte del Capodistriano e ivi sepolte nel 2005. Nella pagina precedente il discorso pronunciato nell’occasione dal presidente della Giunta Ui, Tremul.

Francesco Sponza (1937) Nato a Rovigno nel 1937. Soprannome di famiglia “Vantaso”. La moglie Elena, pure rovignese, viene a Capodistria per lavoro nel 1959. Cesco la segue un anno dopo. Il loro amore ed affetto durerà una vita, sempre insieme e sempre a braccetto. Ha lavorato come elettrauto presso l’Intereuropa, formando alcuni dei più bravi meccanici del capodistriano. La pallanuoto, sua grande passione fin dai primi anni, lo vede tra i fondatori del club di pallanuoto di Rovigno. In seguito, trasferitosi a Capodistria, contribuisce alla fondaazione del club di pallanuoto capodistriano. Amava lo sci, che ha praticato fi no a un paio d’anni fa con passione e grande divertimento. Capodistria lo ricorderà sempre in bicicletta, in maniche corte praticamente in tutte le stagioni, con un sorriso disarmante che metteva tutti di buon umore. Grande padre di famiglia, schietto e severo, ma sincero, positivo e bonario all’inverosimile, con un grande ascendente sui figli Patrizia e Sandi e sui nipoti Manuel, Tea, Mattia e Marco, cui manca tanto. 58

Lucilla Pizzarello Gravisi (1911) Nell’ultimo numero de La Città avevamo pubblicato la notizia del suo centesimo compleanno compiuto il 28 agosto 2011. Lucilla Pizzarello Gravisi è mancata lo scorso febbraio all’ospizio di Isola. Discendente di una delle più antiche famiglie capodistriane, quella dei Gravisi, era tra l’altro anche cugina del fotografo Libero Pizzarello.

Guido Argenti (1934) Quest’anno ci ha lasciati anche Guido Argenti di Valmarin. Nato e vissuto nella cosiddetta »casa del vescovo« al Bivio, il signor Argenti ha sempre lavorato come agricoltore sui suoi campi nella bassa valle del Risano. Lascia la moglie Graziella e la figlia Marinella.


Repertorio italiano di corrispondenza alle voci dialettali capodistriane Tratto dall’appendice al Dizionario storico fraseologico etimologico del dialetto di Capodistria di Giulio Manzini Smembrare – desfar, far in tochi Smettere – no far più Smilzo – magrolin Smorfia – smorfiesso Smorto – crepalin Smorzare – calmar; destuar Smulto – suto, scalmo, scarmo Sobbarcarsi – ciorse ‘dosso Sobillare – stussegar Sobrio - sinsièr Socchiudere – meter (verzer, serar) a dun Soccorrere – jutar Sodalizio – conpania Soddisfare – contentar Sodo – duro Sofferente – sbasì Sofferenza – patimento, pena, dolor Soffiare – sufiar, supiar Soffice – tenero, molisin Soffitta – sufita Soffitto – plafon Soffocare – sofegar Soffriggere – desfriser Soggiogare – meter soto (la savata) Soggiornare – star Soggiorno (stanza) – tinelo Soglia – soièr, scalin Sogliola (pesce) – sfoia Sognare – insognar(se) Solaio – sufita Solatio – in batuda de sol Solatura – sioladura Solcare – taiar Solco – taio, aguar, (dell’aratro) brasda Soldo – soldo, boro, besso Soldoni – borassi Solerte – pronto, (a)tento Sollazzo – divertimento, bàgolo Sollecitamente – presto, in furia Sollecitudine – furia Solleone – bresèra Solleticare – far grìssole Solletico – grìssoli Sollevare – alsar, issar, levar Soltanto – solo, noma che Somaro – aseno, mùss(o) Sommaco (veg.) – foiaròla, scòdeno Sommariamente – a la bona Sommergere – subissàr, ficar soto aqua Sommergibile – sotomarin Sommità – sima, colmo Sonda – scandàio Sonnolenza – guàgnera Soppiatto (di s.) – (de) scondòn Sopportare – soportar, guantar Sopprimere – copàr Sopra – sora Sopracoperta – covertòr Soqquadro – sotosòra, sbratavèro Sorbire – sorbir, bever, ciuciar Sorbo (veg.) – sorboler Sorcio – sorzo Sorgere – nasser, alsarse Sornione – bronsa coverta Sorprendere – becar, ciapar; far colpo Sorpresa – improvisàda Sorreggere – tegnir drito, su Sorsata – sorsada, gorgada Sorta – sorte Sorteggio – lotarìa Sortilegio – strigaria Sorvegliar – tegnir de ocio, far la sguàita, badar, vardar Sorvolare – lassar de bando Sospendere – picar, inpicar Sospingere – sburtar Sosta – fermada

Sostegno – soponta Sostentare – mantegnir Sostituire – ganbiar Sottacere – no dir Sottana – cotola Sottile – sutìl, fin Sottocoda – croco Sottrarre – cior, cavar, rubar Sottrazione – ladrarìa Sovrano – paron Spaghetto (alim.) – bigolo Spago – spago, (ritorto) sforsìn Spalmare – destirar, onzer Spanciata – magnada, incoconada Spappolare – mandar in paparela o in sansarèle Sparare – sbarar, tirar Sparlare – parlar mal Sparo – tiro Sparviere (ucc.) – sparavièr, falconèto Spassarsi – bagolar, blangiarse Spassoso – che diverti, macia Spatola – mescola Spauracchio – babàu Spaventato – stremì Spavento – paura Spayioso – grando, largo, ‘verto Spazzare – scovar Spazzatura – scovassa (al plur.) Spazzino – scovassin Spazzola – scartassa, (dura) bruschin) Spazzolare – scartassàr Spedito – svelto Spegnere – distudar Spelonca – caverna Spendere male – danar Spennare – spelar Spento – destudà Spenzolante – a pindolòn Spenzolare – pindolàr Sperduto – perso Spericolato – mato Spettare – patrigni Spezzare – ronper, spacar Spezzatino – sguasseto Spia – spion, portapeti Spiacevole – bruto Spiaggia – spiaza, riva, marina Spianare – drissar, lissar Spiantare – cavar Spiattellare – ciacolar, contar duto Spicchio – spigo, spiga Spiccicare – despetolar Spicciolo – moneda Spiffero – fil de aria Spigo – lavanda Spigola (itt.) – bransin Spigolo – canton Spillare – cavar, (dalla botte) trar Spillo – ago de pomola Spilorcio – tegna, tegnoso, caìa Spilungone – stangon Spina – spin Spinarolo (itt.) – asià Spintone – sburtòn Spinta – sprenta, sburtada Splendente – che lusi Splendido – (a)sai bel Sponda – banda, or(l)o Spontaneo – s’cieto Sporadicamente – oni quel tanto, de ciaro Sporcizia – cragna, rafa Sporco – sporco, cragnoso, onto Sportello – portela, lanta Sporto (di finestra) – sburto Sposalizio – nòsse Sposare – maridar

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Sposa (-a) – novisso (-a) Spossare – scunìr, descunìr Spostare – mover Spranga – stanga Sprangaio – consapignate Spremere – strucar, torciar Sprigionare – mandar fora Sprizzare – chissà Sprizzo – schisso, schisson, schissada Sprofondare – fondarse, andar a fondi Spronare – insitar, sburtar Spropositare – stranbotar Sproposito – stranboto, falo, falopa Spruzzare – schissar, sbruffar Spruzzo – sbrufada, schissada Spudoratezza – musoroto Spugna – sponga Spuma – spiuma Spuntare – zimàr; nasser; cucar; vegnir fora Spuntino – marenda, rebechin Squadra – squara Squallido – misero Squama – s’ciama Squarcio – sbrego Squassamento – scorlada Squattrinato – cista Squilla (artrop.) – canòcia Squillare – sonàr Squincio (di s.) – per tresso, per sbiego Squisito – ‘sai bon Sragionare – bassilàr Srotolare – disvoltisàr Staccare – destacàr Stacciare – tamisàr Staccio – tamiso, criel Staccionata – seraio Staffile – scuria, nervo Stagione – stajon Stagnaio – bandèr Stagno (sost.) – busa, palù Staio – ster (plur. –i e –a) Stamane – stamatina Stamberga – tiguor, baliverna Stanca (di marea) – fele Stancare – stracar Stanchezza – fiaca Stantio – rispio, ranzido Stanza – (da letto) camara, (da pranzo) tinèl(o) Starna (ucc.) – pernìsa Starnutire – stranudar Stelo – ganba, manego, fusto Storno (ucc.) – stornel Storpiare – rovinar Storpio – stropià, despossente Stoviglia – crèpo (i crepi) Strabico – lùsco Strabigliare – incantar Stracciare – sbregar Stracciatella – sansarela Straccio – strassa, canevassa, (se logoro) zundro Strada – strada, stradon, stradela Strage – straie Stramazzare – cascar Straniero – foresto Strascicare – remenar Strascico – coda; strassino Strazio – dolor Strega – striga Stregare – insinganàr Strepitare – sigalar Strepito – confusion, ciasso, strepedo Strepitoso – che fa sbrego Stretta (sost.) – strenta, strucon, strucada Stridente – che siga, che crica Stringato – curto, strento


La Città  

La Città è il periodico semestrale della Comunità degli Italiani Santorio Santorio di Capodistria. Viene pubblicato nell’ambito dell’attivit...

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