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LA VOCE DI CARMAGNOLA - Aprile 2009 - Mensile d’informazione e cultura

Quesito e dibattito sul mistero dell’Incavallicata. di Carmine F. Petrungaro rico, rendendo giustizia all’Elefante e alla storia di Campana. Oltre a ricostruire come meglio ho potuto la storia e l’interpretazione il più possibile convincente, con questo lavoro mi sono posto un altro obiettivo. Per

Cari amici, è arduo interpretare ed illustrare le idee degli Antichi con un linguaggio moderno e razionale. Volendo indagare il senso dei loro miti e culti, con la visione e i concetti del mondo di oggi, non ci si dovrà attendere una risposta univoca. Questo vale anche per il sito dell’Incavallicata, con le sue rocce e le sue grotte, scolpite sicuramente più a scopo sacrale che propagandistico. Probabilmente nessuno dei monumenti storici di Campana offre tanto materiale per gli appassionati e i ricercatori di storia quanto l’Elefante di Campana e il gigante seduto... Dopo aver iniziato le mie ricerche, esitai, davanti a quella che intuivo come una storia così affascinante, ma accaduta realmente, circa 2300 anni fa. La passione per la storia in me, divenne parola scritta. Mi auguro infine che, al di là di tutto, la lettura della teoria che sto per presentarvi, risulti trasparente e che possa dare delle risposte a tutti. Sarebbe forse questa la migliore gratificazione dello sforzo fatto e ancora da fare, attraverso tante ricerche e notti senza sonno. Ciò che segue è un tentativo di comprendere, attraverso la ricostruzione narrativa, questo avvenimento sto-

capire cos’è successo il lettore sarà chiamato a far parte della giuria - e a partecipare attivamente al processo di valutazione e di sintesi delle va-

tempi non erano ancora maturi. Quell’elefante era sempre lì ad aspettare il giorno del suo riscatto. Intanto le amministrazioni continuarono ad ignorarlo, come hanno sempre fatto per la ormai consueta abitudine, di ignorare ciò che è caro al cittadino campanese e, il migliore esempio lo si può osservare nel centro storico greco/normanno e nella Cavesea...la speranza resta nei giovani che su larga scala stanno già dando segno di reagire a livello politico, sociale e culturale. Di conseguenza saranno più illuminate le future amministrazioni, se il loro “modus operandi” attiverà una politica per non far scappare questi giovani all’estero o nel Nord Italia. Tornando però all’elefante, fortunatamente tutto cambiò nel Dicembre 2002. Peccato che è toccato ad un forestiero a strappare il gigante dall’incantesimo. Durante un’escursione archeologica nella Sila il cosentino Domenico Canino che ha già partecipato agli scavi di Sibari e Pompei, s’imbatte nell’elefante di Campana e, a lui spetta il merito della scoperta, o meglio detto “del risveglio” e, tutta la nostra personale gratitudine.

rie teorie. La struttura stessa del testo incoraggia un simile approccio: non è semplicemente la narrazione della storia della scolpitura delle rocce, ma anche un’indagine analitica che può risultare anche divertente per il lettore appassionato. In fondo, quella dell’Elefante di Campana non è soltanto una storia realmente accaduta, bensì una storia affascinante, che potrebbe offrire tanta ispirazione e suggestione e tanto materiale per romanzi e film colossali... L’incavallicata: noi Campanesi abbiamo sentito parlare delle rocce dell’Incavallicata fin dalla nostra infanzia. Le toccavamo con le nostre mani, al ritorno dalla campagna e, qualche coppia di sposi ha scattato delle foto per il suo album matrimoniale. I nostri nonni ci raccontavano storie di briganti e tesori nascosti o si limitavano semplicemente a dire che furono gli “Antichi” a scolpirle, per cercare riparo dalle intemperie. Gli “Antichi” e basta? Qualcuno che conosceva la storia si era già posto delle domande nei decenni trascorsi, ma fu deriso o non ascoltato dalla gente che sosteneva e sostiene ancora oggi che, si trattasse soltanto di rocce scolpite dal vento e dall’acqua piovana. I

(continua)

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LA VOCE DI CARMAGNOLA - Maggio 2009 - Mensile d’informazione e cultura

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Quesito e dibattito sul mistero dell’Incavallicata. di Carmine F. Petrungaro

Da quel giorno il gigante è ritornato nella nostra coscienza e, adesso tutti vogliono “cavalcarlo”. E’ diventato il dibattito per tutto il paese. Perfino i Mass Media s’interessano, dedicandogli delle trasmissioni e articoli non insignificanti e, la roccia è diventata una discreta meta del turismo culturale. Ma nonostante tutto è stata creata solo tanta confusione. Alcune teorie sono approssimativamente logiche e altre prive di fondo. Con tutto il rispetto per l’amico Domenico Canino, a nessuna di queste

che terminò con l’ultima glaciazione (12000 anni fa), indicata con il nome di Wurms. Appunto in quest’ultimo periodo del “Pleistocene” nell’America Settentrionale i ghiacciai ricoprivano interamente il Canada orientale e si spingevano a sud, fino a lambire quella parte di costa degli odierni USA, dove oggi è collocata New York. In Europa un’unica calotta copriva la penisola scandinava, il Baltico, il Mare del Nord, gran parte della Gran Bretagna, la Germania, la Polonia e la Russia, spingendosi più

ipotesi voglio associarmi. Credo che non centrino né il Pleistocene né il periodo delle culture megalitiche. E comunque certi canali televisivi regionali o nazionali non dovrebbero avanzare delle ipotesi frettolose, solo per fare odiens e attirare l’attenzione per aumentare il numero degli spettatori. E poi il “Pleistocene” vuol dire tanto e niente, dato che si tratta di un’era iniziata milioni d’anni fa e,

a sud ancora. Anche sul nostro territorio erano visibili le tracce di questa glaciazione: le Alpi erano un immenso ghiacciaio ramificato che scendeva sino alle valli circostanti. In quasi tutti i continenti, il livello delle nevi perenni era situato a circa 1500 metri più in basso dell’attuale. Persino in Australia e in Tasmania era possibile osservare ghiacciai. Lo stesso vale anche per il livello del mare, che era

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di 150 m più basso di quello attuale. Quindi anche la Sila e gli Appennini si trovavano in zone più alte, fredde e lontane dal mare e si può pensare che queste zone erano coperte da Permafrost e, ciò vale anche per il sito dell’elefante di Campana. Domanda: “Quale sarebbe stata la motivazione che avrebbe spinto i nostri antenati primitivi a scolpire l’elefante in una zona inabitabile e coperta di ghiaccio? Cosa c’era di particolare in quel luogo, in quell’epoca”? Risposta: “Niente”! E’ molto probabile che i signori dei canali televisivi si riferivano al “Neolitico”, facendo un pò di confusione con le varie epoche. Il Neolitico sarebbe stato un ragionamento più razionale e obiettivo, tenendo conto delle culture megalitiche e che in quest’epoca le capacità artistiche, mentali, culturali e dell’uomo avevano fatto grandi passi, rispetto al Pleistocene. Ma facciamo attenzione! Anche qui abbiamo soltanto delle ipotesi. Domenico Canino ipotizza in base all’anatomia dell’elefante

scolpito e sostiene che, possa trattarsi dell’Elephas Antiquus. Ma anche qui non abbiamo nessuna vera prova. Esistevano molte altre specie di proboscidati che vivevano contemporaneamente nell’area. Potrebbe trattarsi ad esempio anche di un proboscidato della specie “Mammutus Meridionalis”, oppure “Anancus Avernensis”. Quest’ultima ha raggiunto l’Europa nel Pliocene inferiore e in Italia anche questa specie è persistita fino alla fine del Pleistocene. La sua anatomia è molto simile. Quindi il discorso sarebbe molto più ampio. Ma di certo questa è la via sbagliata per risolvere il quesito dell’incavallicata. Come potete leggere, si è ipotizzato tanto, senza avere delle prove, ma solo in base alla presunta somiglianza anatomica. Detto ironizzando, dobbiamo meravigliarci che ancora non ci si è spinti ad attribuire l’opera ad Atlantide. Non vogliamo creare l’enigma delle piramidi o della tomba di Alarico anche a Campana, bensì risolvere il quesito con razionalità.

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L'elefante di Campana apparso sul giornale "La voce di Carmagnola"  

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