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cambiaILMONDO

2/3 anno 1 - marzo aprile 2012


cambiailmondo N° 2-3 MARZO APRILE 2012

IN QUESTO NUMERO: CAMBIAILMONDO - EDITORIALE MARZO APRILE 2012 di Rodolfo Ricci

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CHI CONTROLLA IL CAPITALISMO? di Alfiero Grandi

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IL NUOVO PATTO FISCALE EUROPEO: FINE DELLA DEMOCRAZIA di Franco Russo

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VOGLIONO UN POPOLO DI CONFORMISTI E DI LAVORATORI SOTTO RICATTO di Francesco Berrettini

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“SHOCK ECONOMY” ALL'ITALIANA di Guglielmo Zanetta

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UN PUNTO DI COORDINAMENTO PER RESISTERE ALL'AGGRESSIONE NEOLIBERISTA di Rodolfo Ricci

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LA CRISI EUROPEA E ITALIANA VISTA DALL’ARGENTINA: FINE DEL MITO EUROPEO di Adriana Bernardotti

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GLI ASSASSINI DEL PROGETTO SOCIALDEMOCRATICO EUROPEO di J. Carlos de Assis

28

URUGUAY. INTERVISTA A EDUARDO BRENTA: DALLA CRISI SI ESCE SOLO CON PIÙ INVESTIMENTI SOCIALI di Hugo Bazzi 30 MYANMAR: IN UN PASSAGGIO CRUCIALE SULLA STRADA DELLA DEMOCRAZIA di Silvana Cappuccio

34

VENEZUELA. CHI È H. CAPRILES RADONSKY di Tito Pulsinelli

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ARGENTINA: IL BANCO CENTRALE È PATRIMONIO PUBBLICO di Adriana Bernardotti 44 Le foto che illustrano questo numero sono state tratte dalla rete. Desideriamo ringraziare tutti gli autori i cui nomi non siamo stati in grado di reperire.

2 CAMBIAILMONDO, marzo l aprile 2012

ARGENTINA. LA TRAGEDIA FERROVIARIA DI BUENOS AIRES: UNA STRAGE DEL NEOLIBERISMO di Adriana Bernardotti 47


USA. 6 PREMI NOBEL SCRIVONO A OBAMA: “FOLLIA” IL PAREGGIO DI BILANCIO IN COSTITUZIONE

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EGITTO. NAWAL EL SAADAWI PARLA DELLA LOTTA DELLE DONNE E DEGLI UOMINI EGIZIANI

54

DOVE VA LA SINISTRA EUROPEA? di Roberto Musacchio

56

FRANCIA. L'ASCESA DEL CANDIDATO DEL FRONT DE GAUCHE, MÉLENCHON di Paola Giaculli

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GERMANIA. ETERNA GUERRA FREDDA di Paola Giaculli

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BERLINO. I SINDACATI TEDESCHI CHIEDONO AUMENTI DEL 6,5 PER CENTO di Massimo Demontis

64

GERMANIA. TRA GLI ULTIMI BASTIONI EUROPEI SENZA SALARIO MINIMO di Massimo Demontis

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BERLINO 8 MARZO di Paola Giaculli

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RUSSIA. OSTACOLO AL MILITARISMO GLOBALISTA di Tito Pulsinelli

70

FRANCIA. LA LEZIONE DEL CONSIGLIO COSTITUZIONALE NEL CONTENZIOSO FRANCO-TURCO SUL GENOCIDIO ARMENO di G.Z. Karl

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CRISI ULTIMO AVVISO AI NAVIGANTI

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SALVIAMO LA GRECIA DAI SUOI SALVATORI!

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L'ISOLA DEI FAMOSI. UN POVERO PROGRAMMA IN UN PAESE POVERO. LA LETTERA DEL DEPUTATO GINO BUCCHINO 84 segnalazioni PRETROLIO, IL SANGUE DELLA TERRA. DA BAGDAD A TRIPOLI: LO STESSO DISEGNO NEOCOLONIALE IL LIBRO DI AGOSTINO SPATARO

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cambiailmondo

L'11

MARZO APRILE

aprile ultimo scorso, un dispaccio dell'FMI ha chiarito, oltre alla certificazione della recessione e a vari ammonimenti sull'instabilità globale, che la vera spada di Damocle che pende sulla testa del mondo è costituita dall'eccessiva longevità degli anziani nell'Occidente sviluppato. In pratica, l'età media della popolazione, europea in particolare, sta mettendo a serio rischio la sostenibilità del welfare (quindi dei conti pubblici, quindi della finanza mondiale) e dunque bisogna correre ai ripari: non, come il buon senso ci indurrebbe a pensare, reperendo nuove risorse per il rafforzamento dei modelli di welfare, ma, al contrario, legiferando misure che riducano le prestazioni sociali; in tal modo, l'allungamento della vita nell'occidente, sarebbe contrastato con l'allontanamento progressivo dell'età pensionabile, con la diminuzione degli importi pensionistici, insomma con tutta una serie di norme che, strada facendo, consentano di riportare la vita media sotto standard accettabili: assolutamente non oltre gli 80 anni, così pare di capire. Ho ascoltato la notizia per radio, mentre tornavo dal lavoro, all'interno di una trasmissione radiofonica della sera, “Tornando a casa”, diretta da una cortese conduttrice Enrica Bonaccorti, ben nota al pubblico italiano, la quale, complice il suo avvicinarsi alla terza età, non ha resistito e ha sbottato: “Ma che vogliono? ammazzarci tutti?” In effetti le argomentazioni fornite dall'FMI, a prescindere dallo scontato suggerimento “tecnico” di demandare la protezione sociale sempre più ai “mercati” e sempre meno al pubblico (parte sostanziale del suo ricettario già fallito miseramente dall'Argentina agli USA e che ha lasciato sul lastrico decine di milioni di pensionati), stimola ben altre riflessioni: gli anziani, come i bambini, gli handycappati, i malati cronici, insomma tutti coloro che sono fuori o ai margini dell'attività lavorativa, costituiscono un vero e proprio peso, la cui

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Rodolfo Ricci sostenibilità, all'interno dei parametri del pensiero unico, è in contraddizione, anzi in opposizione, con gli elementi di competitività e profitto sistemico. La popolazione non attiva, fatta eccezione per i bambini che costituiscono la futura forza produttiva e per quella che serve alla riproduzione della stessa forza lavorativa (massaie, madri, casalinghe, badanti varie) costituisce un oggettivo elemento di abbassamento dell'efficienza e della competitività. Quindi deve essere ridotta o, se ci fosse la possibilità, gradualmente abolita. Una sorta di olocausto graduale e universale, insomma riformistico, che evitando possibilmente elementi di reazione popolare, sempre da scongiurare, consenta tuttavia di addivenire all'obiettivo nei tempi medi previsti dalla progettazione sistemica: diciamo entro i prossimi 20-30 anni. Infatti la situazione parossistica citata dall'autorevole organismo internazionale dovrebbe verificarsi intorno al 2050. Di fronte a questo rischio immane, si può provvedere per via legislativa, con una serie di provvedimenti approntati ad hoc dai parlamenti nazionali e di cui, la riforma pensionistica italiana recentemente varata, pare costituire per l'FMI un esempio da perseguire con convinzione a livello mondiale. In pratica il suggerimento (già operativo nel nostro paese) è il seguente: durante l'età lavorativa, la singola persona è invitata ad aderire il più possibile ad assicurazioni previdenziali private (la cui redditività si è dimostrata estremamente rischiosa) parallelamente ai versamenti verso il sistema pubblico (che stranamente, non possono e non debbono assolutamente essere eliminati). Ciò consentirà infatti che fiumi di denaro vadano a rimpolpare i deficit “derivati” di banche, assicurazioni, ecc, e così a rimettere in equilibrio la finanza privata, mentre, allo stesso tempo, per la parte di contribuzione pubblica versata, buona parte di quei soldi andranno a sanare, all'occorrenza, l'equilibrio di


editoriale

Ci propongono un olocausto graduale, una “morte lenta”: bisogna cacciarli via nel migliore dei modi possibili bilancio dei diversi paesi, garantendo il pagamento degli interessi. A chi? Sempre, rigorosamente, ai mercati, e alle stesse banche, fondi e assicurazioni presso cui, grazie ai trattati europei e alla natura dell'Euro (moneta non sovrana), siamo costretti a chiedere prestiti. Per essere più sicuri che la ricetta funzioni, tuttavia, è opportuno che l'età media della popolazione decresca; ne saranno così alleviati sia i bilanci pubblici, sia quelli dei secondi pilastri contributivi, ovvero sempre e solo dei grandi rentiers della finanza. Questa architettura degna di un nuovo Hitler più cauto e riformista, ma ben più lungimirante, va di pari passo con il resto dell'armamentario fatto di pareggio di bilancio in Costituzione, di riforma del mercato del lavoro, ecc. che ingabbierà in una botte di ferro le elites post-capitaliste e neofeudali, mentre 500 milioni di europei di diverse generazioni e nazionalità, chi più chi meno, si troveranno sostanzialmente immersi in una nuova vita, di merda. (suggerisco, al proposito, la lettura di un racconto breve di J. L.Borges: “Deutsches Requiem” , nella raccolta “El Aleph” molto utile per capire l'ordine degli eventi). Ora, l'uscita dell'FMI, che avevamo già sentito un decennio fa dire le stesse cose in Argentina (fu varata una legge, secondo la quale lo Stato avrebbe pagato le pensioni solo nella misura in cui disponeva di sufficiente denaro, cioè di pesos dollarizzati, vale a dire di una moneta non sovrana, simile all'Euro), rende evidente che il quadretto che hanno in mente lor signori, è propriamente quello di una nuova dittatura tecnocratico-finanziaria continentale (supportata a mo' di vassallaggio dall'impresa produttiva a cui in cambio si elargisce più precarietà e capacità di licenziare i lavoratori), in cui gli Stati non hanno più il compito di far cresce ed armonizzare il benessere collettivo, ma al contrario di rendere praticabili e sostenibili i loro pro-

grammi di lunga durata. In questo senso, il re non è solo nudo, ma è ridotto all'osso. Come quando si alzano per legge i tassi percentuali di veleni nell'acqua per considerarla potabile anziché provvedere a purificare le fonti, così, si tenta di modificare la biologia e la vita quotidiana di miliardi di persone, pur di mantenere sostenibile e immodificabile il sistema di sfruttamento globale. Tutto questo conferma anche che siamo ormai entrati in un mondo oggettivamente post democratico e forse, come io penso, anche post capitalistico. Nel corso della storia tentativi di questa natura si sono ripetuti in forme diverse in diverse occasioni; ma forse è la prima volta che l'esperimento viene ora tentato su scala globale, dopo quello continentale, ancorché in una situazione di relativa arretratezza, attuato in America Latina tra gli anni '70 e gli anni '90. Il caso italiano, in questo senso, vale ben più della Grecia. L'Italia è un grande paese, la sua risorsa umana è tra le più pregiate, culturalmente e in termini di competenze, al mondo. Purtroppo lo è anche anche il saper vivere, magari arrangiandosi, magari con la dieta mediterranea, così che l'età media è sconvenientemente lunga. Se dunque riescono a inglobare l'Italia nel reticolo del loro olocausto programmato, non vi è più alcun limite al loro dominio. In Argentina, fatta per metà di popolazione di origine italiana, li mandarono via a calci nel sedere definitivamente. Il rigoroso presidente De La Rua, succeduto all'orgiastico e fraudolento Menem, lo andarono a prelevare in elicottero sul tetto de La Casa Rosada per salvarlo dall'insurrezione popolare. In Italia vedremo se i recenti fasti possano essere replicati. Per il bene dell'umanità, non solo degli italiani.

marzo l aprile 2012, CAMBIAILMONDO

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Italia

CHI CONTROLLA IL CAPITALISMO? di Alfiero Grandi

Visco ha ripreso la discussione sulla crisi del capitalismo (l’Unità, 13 febbraio 2012). Crisi non vuol dire crollo ma incapacità di rispondere agli obiettivi di una società moderna. Il capitalismo ha preteso di essere il supporto economico della democrazia. Oggi è in corso un pericoloso divorzio: la democrazia non è più un obbligo, come dimostra la malcelata invidia verso l'autoritarismo cinese.

V

engono proposti commissari che dovrebbero sostituirsi a Governi legittimi. Va di moda il Governo dei tecnici che non risponde agli elettori ma presume di sapere cosa è bene per loro.

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La crisi del capitalismo si scarica sulla democrazia. La delegittimazione della politica, se non trova alternative positive, può aprire scenari preoccupanti. Per questo occorre ricostruire le ragioni della sinistra partendo

dalla crisi. Non si può attendere la fine della tempesta, occorre indicare una via d'uscita democratica dalla crisi del capitalismo. Viene sottovalutata la dimensione dei problemi finanziari. La crisi del 1929 aveva una dimen-


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sione finanziaria incomparabilmente inferiore. La massa di capitali che si muovono oggi è tale che, senza argine, può travolgere Stati e forse continenti. Il rapporto tra la massa dei prodotti finanziari e il Pil mondiale è almeno 10 a 1. Anche la scommessa sulla morte è diventata possibile. A questo si è arrivati anche perché alcune delle regole auree adottate dopo la crisi del 1929 sono state abbandonate e per di più la Sec ha concesso ai derivati piena libertà. Le banche, che oggi possono fare tutto, raccolgono il denaro dei cittadini per finanziare le speculazioni. Se va male lo Stato deve intervenire per evitare conseguenze sull'economia ancora più gravi. Non ha paragoni neppure la dimensione di massa degli interessi coinvolti, basta pensare ai fondi pensione che partecipano allegramente a questo casinò. Alla finanza si affiancano grandi soggetti economici negli armamenti, nell'energia, ecc. che vogliono mano libera, con l'effetto di distorcere l'uso delle risorse e in questo sono alleati del mondo finanziario. Finanza e lobbies economiche blocccano ogni tentativo di ragionamento collettivo sul futuro, sulle priorità, sugli obiettivi, sulle indispensabili riconversioni economiche che ci impone il cambiamento climatico. Il guadagno a breve e ad ogni costo non ha bisogno di regole democratiche ma solo della certezza di incassare i guadagni. Solo il progetto è a medio/lungo periodo e richiede regole demo-

cratiche per il suo raggiungimento. Pensare di tornare a prima della crisi è un errore. Questa non è una pausa. La situazione sarà comunque molto diversa. Ne sono un preannuncio le sofferenze imposte alla Grecia che ormai ha assunto il ruolo di untore, nello stile colpirne uno per educarne cento. La divaricazione sociale è destinata a battere ogni record, tanto più che i vari manager hanno ripreso allegramento ad aumentarsi il reddito. La crisi non è un fenomeno naturale inevitabile, ma occorre porsi il problema di un sistema di regole per controllare, scoraggiare, vietare, prima che sia troppo tardi. Torna il bisogno di un'area di definizione pubblica delle regole, che non può essere modellata solo sui vecchi Stati. Anche. Obama ha fatto approvare una normativa interessante sulla finanza (poco attuata) ma riguarda solo gli Usa, non i mercati mondiali, sui quali anzi i capitali con base negli Usa si sono sentiti liberi di agire. La Cina ha posto il problema di una nuova moneta internazionale per gli scambi, ora di fronte al silenzio punta ad un patto a 2 tra il grande debitore e il grande creditore. L'Europa è stata afona. Ora si riparla di Tobin tax che è uno strumento necessario per controllare e disincentivare le speculazioni, per far pagare il conto anche alla finanza. Un'analista di Milano ha detto che a volte tratta un titolo anche 70 volte al giorno, con la Tobin questa compulsione verrebbe scorag-

giata, ma se si continua ad aspettare l'accordo di tutti non se ne farà nulla. La Tobin non basta, occorre che le banche tornino al loro mestiere e va definito un quadro di regole e divieti che diano la certezza dei prodotti finanziari incapsulati in un titolo. Altrimenti avremo ancora crisi finanziaria, intervento degli Stati, attacco ai debiti sovrani, conseguenze scaricate sulle popolazioni sempre più impoverite e schiacciate tra rivolta e rassegnazione. Le ricette neoliberali oggi dominanti sono dello stesso segno di quelle che hanno portato alla crisi. La sinistra deve offrire un'altra via d'uscita dalla crisi, partendo dall'analisi della crisi del capitalismo, indicando una società e un'economia più giuste, solidali e rispettose dell'ambiente, respingendo le derive totalitarie e contrastando i focolai di guerra.

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Europa

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IL NUOVO PATTO FISCALE EUROPEO:

di Franco Russo

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FINE DELLA DEMOCRAZIA

Il

senso del Trattato è espresso dal Titolo III, che porta a sua intestazione Fiscal Compact ('Patto fiscale'), chiesto esplicitamente dal Presidente della BCE, Mario Draghi, nel suo discorso al Parlamento Europeo il 1° dicembre 2011. Le modalità autoritarie non sono dovute solo al fatto che una banca centrale, la BCE, chieda e ottenga dai governi la definizione di un nuovo patto fiscale; è che, a differenza delle stesse rivoluzioni borghesi del 1688-89, del 1776 e del 1789, i governi siglano un patto fra di loro al posto dei cittadini. Nelle rivoluzioni borghesi si conveniva un patto tra cittadini e monarchi affinché il potere fiscale fosse di competenza dei parlamenti, della rappresentanza. Ora i governi si auto-conferiscono il potere fiscale per imporre, per gli anni a venire, le politiche di austerità in modo da scaricare i costi della crisi economico-finanziaria sui popoli europei. Il secondo fatto, che colpisce al cuore i principi democratici, è l'obbligo di inserire in Costituzione il 'pareggio di bilancio', ciò che impone una nuova 'costituzione economica' comportando la cancellazione della possibilità da parte delle istituzioni pubbliche di intervenire nella gestione dell'economia con provvedimenti anticiclici, che hanno caratterizzato i paesi capitalistici del Secondo dopoguerra dove si è accettato il 'compromesso keynesiano' con la gestione della domanda pubblica e la costruzione del Welfare State. Si afferma all'art. 3, comma 2, che le regole del pareggio di bilancio: «devono avere effetto nelle leggi nazionali delle Parti contraenti al massimo entro un anno dall'entrata in vigore del Trattato attraverso


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previsioni con forza vincolante e di carattere permanente, preferibilmente costituzionale». Con un Trattato di carattere internazionale si interviene per modificare le Costituzioni così da legittimare nella legge fondamentale, la prima nella gerarchia delle fonti, il liberismo con le sue politiche dell'offerta tese all'espansione del mercato e dell'impresa privata. Il Parlamento italiano ha già votato, in prima lettura, la modifica dell'articolo 81 per imporre una camicia di forza alle politiche di bilancio. Sarà la Corte di Giustizia dell'UE a verificare l'avvenuto inserimento e a comminare eventuali sanzioni (art. 8): la Costituzione è resa vassalla delle esigenze di bilancio dettate dai mercati finanziari. Il terzo fatto, che mina alla radice la stessa democrazia rappresentativa, è che a decidere le politiche fiscali non saranno più le rappresentanze elette ma la tecnocrazia della BCE e dei governi riuniti nel Consiglio europeo con la collaborazione della Commissione e del Vertice Euro. Infatti saranno questi organismi, seguendo le procedure definite dal Patto Euro Plus e i parametri indicati dal Six Pack, a decidere 'la sostenibilità delle finanze pubbliche' dei paesi membri per garantire anno dopo anno il consolidamento fiscale. Siamo oltre il Trattato di Maastricht perché questo prevedeva il limite del 3% del deficit annuale e il 60% del PIL come limite massimo del debito; prevedeva sì le procedure di disavanzo eccessivo, ma non l'accentramento delle decisioni delle politiche fiscali, che ora si è creato. Entrate

e spese sono sottoposte al vaglio del Consiglio Europeo, della Commissione e del Vertice Euro, con l'attiva partecipazione della BCE, in modo che il deficit annuale strutturale non oltrepassi lo 0.5% del PIL. Nel caso si oltrepassi questo limite, afferma sempre l'art. 3, interviene la Commissione per imporre un'azione correttiva. Azione correttiva che viene letteralmente imposta altrimenti scattano non solo pressioni ma sanzioni come previsto dalle procedure del 'semestre europeo'. Intanto, per spingere gli Stati a ratificare questo nuovo Trattato si afferma, in un 'considerando', che il sostegno finanziario previsto dal Meccanismo europeo di Stabilità (noto con la sigla inglese ESM) scatterà solo se sarà approvato dai rispettivi Parlamenti. L'articolo 4 impone l'abbattimento del debito pubblico, per la quota che eccede il 60% del PIL, un ventesimo all'anno. Per l'Italia ciò significa un abbattimento di circa 47 miliardi l'anno, quasi il 3% del PIL! L'articolo 5 prevede l'attuazione, in partnership con l'UE, di un programma relativo sia al bilancio sia alla politica economica che 'includa una descrizione dettagliata di riforme strutturali'. Intendendo con 'riforme strutturali' quelle del mercato del lavoro, dei servizi pubblici, della previdenza. È il programma che sta realizzando il governo Monti: prima il taglio alla previdenza con l'allungamento della stessa età pensionabile, poi le liberalizzazioni e privatizzazione dei servizi partire

da quelli a rete, poi il mercato del lavoro, per facilitare ancor di più licenziamenti e flessibilità. L'articolo 6 prevede che la stessa programmazione della collocazione dei titoli di debito pubblico deve essere comunicata ex ante all'UE per coordinarla a livello europeo. Inutile ricordare che l'emissione dei titoli è una delle 'prerogative' più incisive dei ministeri del Tesoro, che ora di fatto viene spostata a Bruxelles. Le procedure di governance previste dal Titolo V del Trattato sono la razionalizzazione di quelle già assunte con il 'semestre europeo', che voglio rapidamente ricordare. Il Consiglio ECOFIN del 7 settembre 2010, ha modificato il Codice di condotta per l'attuazione del Patto di stabilità e crescita mediante le procedure del 'semestre europeo', avviato nel gennaio 2011. La loro novità è nella discussione e nell'indicazione ex ante delle politiche di bilancio, le cui fasi principali sono: a metà aprile quando gli Stati membri sottopongono i Piani nazionali di riforma (PNR, elaborati nell'ambito della nuova Strategia UE 2020) e contestualmente i Piani di stabilità e convergenza (PSC, elaborati nell'ambito del Patto di stabilità e crescita), tenendo conto delle lineeguida dettate dal Consiglio europeo; a inizio giugno quando, sulla base dei PNR e dei PSC, la Commissione europea elabora le Raccomandazioni di politica economica e di bilancio rivolte ai singoli Stati membri; nella seconda metà dell'anno quando gli Stati membri approvano le rispettive leggi di bilancio, sulla marzo l aprile 2012, CAMBIAILMONDO

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Europa

base delle Raccomandazioni ricevute. In un'indagine annuale la Commissione dà conto dei progressi conseguiti dai paesi membri nell'attuazione delle Raccomandazioni stesse. L'impianto procedurale del semestre europeo ha, dunque, già prodotto scelte operative e atti legislativi costituendo il modus operandi della governance economica europea. Questa, con il Consiglio europeo del 2425 marzo 2011, si è arricchita del Patto Euro Plus, che lo stesso governo italiano ha riconosciuto essere un 'momento di innovazione costituzionale': «Gli effetti del Patto non sono e non saranno limitati alla dimensione economica […] ma esteso alla dimensione politica. Effetti destinati a prendere la forma di una sistematica e sempre più intensa devoluzione di potere dagli Stati-nazione ad una comune nuova e sempre più politica 10 CAMBIAILMONDO, marzo l aprile 2012

entità europea» . Approvato il 4 ottobre 2011, il Six pack prevede un deposito dello 0.2% del PIL per lo Stato che infrange le regole del limite del deficit annuale del 3% trasformabile in una multa, prescrivendo altresì il rientro del debito nel limite del 60% del PIL nell'ordine di un ventesimo ogni tre anni (previsione ripresa dal nuovo Trattato). Se messe insieme queste regole inserimento in Costituzione del pareggio di bilancio, deficit annuale allo 0.5% del PIL, abbattimento dello stock del debito per riportarlo al 60% del PIL, 'riforme strutturali' per ampliare il ruolo del mercato -, ci accorgiamo che l'altro pilastro che mancava all'euro, la gestione delle politiche fiscal ed economiche, è stato costruito. I bilanci dei paesi membri saranno definiti e gestiti dall'oligarchia di Bruxelles e la moneta dalla BCE,

con l'obiettivo della stabilità finanziaria per rendere certi e promuovere gli scambi di mercato e gli investimenti privati a livello continentale . Abbattimento della rappresentanza politica e distruzione dei diritti sociali sono i figli gemelli del nuovo 'patto fiscale', per questo l'opposizione alla sua ratifica fino alla richiesta di un referendum di indirizzo per sottoporlo al giudizio popolare, come quello tenutosi nel 1989, è un passaggio cruciale per dare forza alla resistenza contro le misure di austerità e per porre le basi di un'altra Europa, l'Europa democratica dei/delle cittadini/e. Franco Russo, Membro del Comitato No Debito e animatore del Forum Diritti/Lavoro Fonte:http://www.contropiano.org/it/archivionews/documenti/item/6526-il-nuovo-pattofiscale-europeo-fine-della-democrazia


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Vogliono un popolo di conformisti e di lavoratori sotto ricatto di Francesco Berrettini

È

indubbio che la nuova normativa sul lavoro che si sta approntando introduce dei miglioramenti e delle aperture. Però non ci siamo. Le modifiche previste per l'art. 18 dello statuto dei lavoratori peggiorano gravemente la situazione del lavoro, nel momento in cui prevedono i licenziamenti individuali per ragioni economiche; cioè , solo se il giudice dimostra che non esiste un giustificato motivo economico per licenziare uno o più lavoratori, interviene l'indennizzo al posto del reintegro. In tale ipotesi (licenziamento per cause economiche senza giustificato motivo) il datore di lavoro ha commesso un abuso, poiché lo scopo del licenziamento era un altro e diverso da quello addotto; e tuttavia il datore di lavoro se la cava con un esborso ma ottiene il suo scopo; cioè, in sostanza la nuova normativa sancisce e legalizza un abuso. Io datore di lavoro ti licenzio, adducendo motivi economici, fondati o meno; se mi vale tu dipendente, solo dopo avermi fatto causa ed ottenuta una sentenza favorevole, avrai un po' di soldi di indennizzo. Non so se, come paventano alcuni, ci saranno licenziamenti in massa; siamo in Italia, il Paese dei furbi, ed è verosimile che si farà ricorso a licenziamenti

per motivi economici dubbi o inconsistenti o inesistenti; certo è che il lavoratore licenziato, per far valere le sue ragioni, deve adire il tribunale del lavoro, sostenere spese e solo se vince la causa avrà un minimo di ristoro; se la perde alla beffa aggiungerà il danno (licenziato e con le spese legali da pagare); siamo sempre in Italia, dove ci sono circa 9 milioni di cause civili pendenti e dove i tempi della giustizia sono biblici. In tali condizioni solo una testarda minoranza ricorrerà al tribunale. La maggioranza non lo farà; ma, per evitare di trovarsi in quella spiacevole situazione, subirà e si adeguerà ad un comportamento che non desti sospetto, che non lo metta

sotto la lente di ingrandimento. Insomma il provvedimento tenderà a far scomparire dipendenti sindacalizzati che si battono per la tutela dei diritti dei lavoratori. Il messaggio è chiaro: fatevi i fatti vostri, non vi impicciate, state allineati e coperti, abbozzate, subìte, diventate dei perfetti tartufi, se no vi succede come quei tre operai della FIAT che, nonostante una doppia sentenza del tribunale, non sono stati riammessi in fabbrica, solo perché attivisti di un sindacato sgradito, come dimostra la sentenza d'appello. È questo che si vuole? Un popolo bue? È questo il lavoro su cui si fonda la nostra Costituzione?

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Italia

“SHOCK ECONOMY” ALL'ITALIANA: ovvero come operano i nipotini di M. Friedman nel nostro paese di Guglielmo Zanetta

La

distruzione di posti di lavoro in Italia ed in Europa Meridionale non è solo a causa della globalizzazione, non è casuale, non è irrazionale; è la distruzione sistematica di una “parte sostanziale”, “dei diritti” della comunità, allo scopo di trasformarla e ridefinire il modo di essere, le relazioni sociali e il nostro futuro. Questo governo agisce come altri autoritarismi del passato, coprendo gli errori e le ingiustizie di chi ha rubato; non c'è spazio per altre idee e tipologie di pensiero e di persone; indicative sono le dichiarazioni di Monti al parlamento ed alla stampa. Le persone che non rientrano nel nuovo ordine sono quelle “collocate nei settori che intralciano la configurazione della nuova Italia”, vedi i lavoratori della FIOM e il loro sindacato. Così Berlusconi e Marchionne hanno fatto da apripista a Monti, con la complicità di parte di un

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parlamento che ha rappresentato solo i poteri forti in questi ultimi 20 anni. Queste persone sono complici del disastro italiano ed oggi pontificano e fanno pagare il prezzo alla classe lavoratrice, non a chi la ha generata, creando solo paura ed insicurezza. Il centro destra (e non solo) dopo aver infangato l'Italia, deriso la classe lavoratrice e sostenuto che eravamo fuori dalla crisi, oggi concorre alla distruzione dello stato sociale. Il modello Italia, nella sua relativa autonomia, dava fastidio alla Europa e al mondo occidentale era di cattivo esempio per i paesi emergenti dell'America Meridionale e del terzo mondo. Allora andava fatto scomparire con una bella dose di Shock Economy alla M. Friedman che, ha già operato in tutto il mondo con successo a partire dall'America, gestendo i colpi di stato dell'America centro-meridionale, dell'Africa, del SudestAsiatico, e del ex blocco comunista. Sono gli stessi “nipotini” che hanno operato nelle istituzioni, nel FMI, nelle varie Banche del consenso, nella BCE, ecc. Come il Washington Consensus scriveva i programma per questi paesi, così la Bce (vedi la famosa lettera di agosto, impone una trasformazione fulminea dell'economia: tagli fiscali - eccetto che per i lavorato-

ri e i pensionati - , il mercato come unica ragione, privatizzazione dei servizi, tagli alla spesa sociale, e deregulation), lo ha fatto per la Grecia e oggi per l'Italia. In che modo: vi facciamo il prestito, vi restituiamo il vostro credito internazionale e voi privatizzate tutto, ecco la questione che agli italiani non si vuol far conoscere. Il prezzo è rendere i cittadini più poveri - alienando i beni comuni, le aziende di stato, il patrimonio artistico ed ambientale - facendo pagare a loro il debito, non a chi lo ha creato e a chi ha governato e gestito l'economia italiana, abolendo di fatto la democrazia partecipativa (e riducendo drasticamente quella parlamentare). Così si è demandato ai cosiddetti “tecnici” il lavoro sporco e avremo, nel 2013, le stesse persone in parlamento che, di fatto hanno portato il paese in questa situazione. Come reagiranno gli italiani alle prossime elezioni, staremo a vedere. Non ci si crede come riescano a dire in modo anche spudorato quello che stanno facendo, senza generare dissenso nei cittadini; incredibile questo nostro paese ”senza memoria“; dopo 20 anni di Berlusconi si è riusciti a cancellare la nostra storia. Come è stato preparato lo shock: è bastato dire per alcuni anni che tutto andava bene, che la sinistra era solo capace di


criticare, per poi far calare la mannaia sulla testa degli italiani e lasciarli senza respiro, tecnica consigliata e usata in tutti paesi dove hanno operato i suggerimenti della scuola di Chicago. In uno dei suoi saggi M. Friedman formulò la panacea tattica che costituirà il nucleo del capitalismo contemporaneo, e che definisce “la dottrina dello shock”. Osservava che soltanto una crisi reale o percepita - produce il vero cambiamento. Quando la crisi colpisce - reale o indotta, vedi il nostro debito interno - è fondamentale agire in fretta, “non far pensare”, imporre il mutamento rapido e irreversibile prima che la società tormentata dalla crisi torni a pensare. La teoria è che, “una nuova amministrazione dispone di un periodo di sei - nove mesi in cui realizzare i principali cambiamenti; se non coglie, l'opportunità di agire incisivamente in quel periodo, non avrà altra occasione del genere”. Variazione sul tema machiavelliano per cui i danni andavano inflitti tutti insieme, questa si sta dimostrando una delle eredità strategiche di M. Friedman più durature. E così nel lavoro, è stato per il nuovo modello FIAT, ascari sulla strada se ne trovano sempre, in politica non sempre bisogna creare, basta utilizzare il materiale esi-

stente. Ecco uno dei motivo per cui Monti non si presenterà alle elezioni, ma è stato per questo eletto Senatore a vita. Così è stato: “creare il debito interno, nei paesi dell'America Meridionale e Africa; gli armamenti per lo stato di polizia; in Europa meridionale il finanziamento dello stato sociale senza il dovuto rigido controllo”, per cancellare i diritti e la democrazia. Nello stato, la partecipazione dei cittadini non è più richiesta (vedi la legge elettorale) e nelle aziende è la dirigenza che decide gli accordi ed i rappresentati dei lavoratori. Il problema è esteso e profondo, si attaccano gli anelli più deboli per cancellare le conquiste, i diritti e la democrazia. Nulla deve essere più sicuro, si cancella tutto quello che è normale; se la rivoluzione neo liberista deve funzionare devono fare ciò che prima sembrava impossibile “abolizione dello stato sociale e dei diritti”, estirpare definitivamente il seme che aveva generato la svolta “delle conquiste sociali” in Europa Meridionale anche come monito per quelle nazioni che avessero intenzione di sviluppare il modello europeo. Non avevano sperato così tanto i fautori della P2. Sull'onda del debito si costruisce il consenso sulla paura; “un po' come per gli ebrei prima

dell'Olocausto”, non era pensabile che potesse succedere; ebbene l'Europa meridionale ancora non crede e non vuol vedere quello che sta per succedergli, “la cancellazione dell'identità”, e una nuova forma di subalternità. “Un conflitto armato tra nazioni ci riempie di orrore. Ma la guerra economica non è migliore di un conflitto armato. Quest'ultimo è come un operazione chirurgica; la guerra economica è una tortura prolungata. E la devastazione che produce non è meno terribile di quella scritta nella letteratura sulla guerra propriamente detta. Non pensiamo all'altra guerra perché siamo abituati ai suoi nefasti effetti… Il movimento contro la guerra è giusto. Prego perché abbia successo. Ma non posso evitare il lancinante terrore che quel movimento fallirà nel suo intento se non arriverà a toccare le radici di tutti i mali, l'avidità umana”. Queste le parole di Gandhi, era il 1926 (Non Violence - The Greatest Force). Nulla è cambiato dal 1926, sono passati quasi cent'anni e non abbiamo imparato la lezione del secolo passato. I nipotini di Friedman oggi governano il nostro paese; occupiamoci seriamente dei nostri interessi prima che sia troppo tardi, visto che gran parte del parlamento ha abdicato al suo ruolo... marzo l aprile 2012, CAMBIAILMONDO

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Un punto di coordinamento per resistere all'aggressione neoliberista di Rodolfo Ricci

Le

dichiarazioni di Monti delle ore 20,20 del 2 marzo 2012, alla fine del Consiglio dei Ministri convocato appositamente per decidere sulla TAV, costituiscono una riconferma ineccepibile della concezione politica del governo dei professori, o dei tecnici: l'espressione più significativa, a parte diverse banalità a sostegno della presunta validità tecnica dell'opera, è la seguente: “Il nostro governo - ha detto Monti - è impegnato nella lotta ogni resistenza corporativa, seppur legittima, che intralci il libero sviluppo della competitività nel paese; ciò che sarà fatto da questo governo per sconfiggere la resistenza dei NO-TAV, è da intendersi in questa chiave”. La chiave di lettura che dunque il Prof. Monti offre all'opinione pubblica è che le lotte sociali vengono derubricate a mere manifestazioni corporative di gruppi sociali limitati e parziali e, proprio in quanto tali, non riconoscibili all'interno dell'”interesse nazionale”, cioè del paese, il quale, al contrario, è rappresentato, in una sorta di esaustività amministrativa globale, dai dati e dalle funzioni matematiche di cui è depositaria l'elite tecnocratica supportata dai media: nuovi scriba e nuove cattedrali per una nuova e duratura egemonia sui sudditi e sui credenti.

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Sotto la teoria cardinalizia dei professori depositari dell'unico sapere, si stanno rapidamente riassestando a mò di legione, gli esegeti composti da pseudo intellettuali e annessi volgarizzatori ad uso delle masse e, allo stesso tempo, si prefigurano rinnovati circuiti di inquisizione (la magistratura è richiamata alla sua indispensabile funzione “teoremica”) e di repressione (i cui apparati vengono ridipinti di antichi quanto improbabili abiti pasoliniani). Le eresie del “nuovo mondo possibile” vanno annientate. Annientare il movimento No-Tav (e magari la FIOM) sono passaggi indispensabili e


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»».

obbligati. Non vi è proprio nulla da “concertare” o da “partecipare”. Tutti debbono comprenderlo e imprimerlo nel profondo del proprio subcosciente. Poiché il sovrano, per definizione, non discute con i sudditi, li rappresenta globalmente ed esaustivamente. O, se si tratta di supremo sacerdote, è il mediatore tra il divino (rappresentato dalle leggi di mercato) e i credenti. Atei e mis-credenti, o si convertono, o sono fuori dall'ecumene. Monti può permettersi di dire le cose che va dicendo, solo per un motivo: tutto ciò che gli si oppone è frastagliato e atomizzato. I partiti, quel che ne resta, come i sondaggi finalmente confermano, non hanno alcuna legittimità: il loro indice di gradimento è al 3% e quindi non lo molleranno, perché se lo mollano, vanno definitivamente nel precipizio. In queste condizioni, se la lotta sociale non vuole ridursi a jacquerie e a collezioni pluridecennali di sconfitte sotto il segno dell'emergente e novello

sorvegliare e punire, bisogna rapidamente convincersi che la costruzione di un magari post-moderno principe comincia ad imporsi, come necessità; sappiamo che non siamo in grado di sintetizzarlo al momento; ma alcune sue proto-funzioni possono e debbono essere svolte: chiamare a raccolta, ricollegare e tenere insieme tutti i movimenti sociali e i pezzi sparsi di politica. C'è bisogno di qualcosa che somigli ad una Convention nazionale (e magari tra qualche mese europea) per varare un ampio fronte che, se non ancora in grado di definire unitariamente le prospettive di futuro (cosa che rientra nella costruzione stessa di nuova soggettività politica), abbia almeno ben chiare quali siano le linee di resistenza e sappia mobilitare le forze in campo a solidarietà dei soggetti più esposti. Il social intellect, ha bisogno di un punto di coordinamento riconoscibile. Chi è in grado di dare una mano in questa direzione, si muova ora.

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La crisi europea e italiana vista dall’Argentina:

FINE DEL MITO EUROPEO di Adriana Bernardotti (Buenos Aires)

«

L' Europa è in declino economico e la spingono ogni giorno di più in quella direzione. Ce la gettano le sue principali autorità, con le politiche di “austerity” che sollecitano licenziamenti e tagli alla spesa pubblica. Ce la gettano - consapevolmente - le agenzie di rating, in un sistematico boicottaggio di qualsiasi recupero oggettivo o soggettivo. Ce la getta la principale potenza regionale, la Germania, con una notevole miopia e ce la getta anche la passività della popolazione europea, che in maggioranza non si accorge ancora dove la stanno portando gli orientamenti neoliberisti dei suoi governanti. In Grecia la coperta è diventata ormai socialmente troppo corta

»

Questa dura caratterizzazione della situazione europea apre il supplemento economico di domenica 5 febbraio del quotidiano «Pagina 12», intitolato “La divina commedia”. L'articolo è di Ricardo Aronskind, un economista e accademico che collabora spesso con «Pagina 12», la testata progressista pubblicata a Buenos Aires in un formato simile al quotidiano italiano «Il Manifesto». Comunque, salvo qualche eccezione, non è molto diverso il 16 CAMBIAILMONDO, marzo l aprile 2012

tono generale dei principali giornali argentini, come se la memoria dell'esperienza della crisi argentina della fine degli anni '90 e gli insegnamenti tratti da questi anni di ripresa, portassero alla comune convinzione che l’Europa è sull’orlo della catastrofe e che le soluzioni proposte dagli europei non faranno altro che accelerarla. A questa conclusione si arriva facendo un rapido escursus tra gli articoli pubblicati sull’argomento dai tre principali quotidiani negli ultimi mesi: «La

Nación», giornale conservatoreliberale più attento alla politica internazionale tra i quotidiani argentini; il «Clarin», la pubblicazione di maggiore diffusione con una vasta profusione di notizie di cronaca e d’informazione locale, oggi fortemente antigovernativo e il menzionato «Pagina 12», quotidiano d’opinione orientato a sinistra e simpatizzante del governo di Cristina Kirchner. Cominciamo dal quotidiano «La Nación»: dalla cronaca degli avvenimenti politici ed economi-


ci tracciata dai collaboratori e corrispondenti internazionali, emerge un'Europa sottomessa al diktat della Germania e della “troika costituita dai rappresentanti della Commissione Europea, la Banca Centrale Europea e il Fondo Monetario Internazionale”, che esigono politiche di aggiustamento strutturale che si traducono in una crisi politica che minaccia lo stesso disegno dell'Unione Europea e aggrava le condizione sociali e le sofferenze delle popolazioni. Riportiamo alcuni titoli: “Para Sarkosy Merkel lleva a Europa a la catástrofe” (1/12/2011); “Presionan a la UE el Foro de Davos y el FMI” (29/1/2012) “Polémico plan alemán para Grecia” (29/1/2012); “Grecia vuelve a causar una fractura en la UE. Fuerte rechazo al plan alemán de supervisión” di Luisa Corradini (31/1/2012); “El descontento en Europa del Este, una bomba de tiempo” (31/1/2012); “Temor en Europa, Grecia otra vez cerca

del default” (6/2/2012); “La germanización de la UE despierta fantasmas en París” di L. Corradini (6/2/2012). Sfogliando il «Clarin» non ci sono dubbi sul fatto che in Europa stanno vincendo i mercati mentre è sconfitta la politica e i cittadini. Vediamo i titoli: “Un acuerdo que profundiza el ajuste y refuerza a los bancos” (10/12/2011); “Otro golpe a Europa: rebajan la calificación al Fondo de Rescate” (17/1/2012, su come le agenzie di rating comandano sulla politica economica); “Cae otro premier en Europa y ya son quince arrasados por la crisis” (7/2/2012, sulla caduta del governo di Romania, il 15° governo europeo spazzato “da quando è scoppiata la crisi greca e la UE ha imposto politiche di aggiustamento”). Un altro tema ricorrente è quello dell'Europa governata dai banchieri. “A causa della crisi il mercato arriva al potere politico”, sintetizza un'intestazione di «Clarin» del 22 dicembre che si

sofferma sul fatto che “la crisi del debito ha portato al potere tecnocrati, banchieri ed economisti”, in particolare a figure collegate alla Goldman Sachs come il premier greco Lucas Papademos, il presidente della BCE Mario Draghi e lo stesso Mario Monti, tutti uomini che in passato si sono occupati di “aprire le porte” del potere europeo a vantaggio di Goldman Sachs. (“Por la crisis, el mercado llega al poder político” - “Attraverso la crisi il mercato arriva al potere politico”, Cl., 22/12/11). D'altra parte è la stessa moneta europea, l' euro che ha perso affidabilità, come descritto dal corrispondente del «Clarín» a Madrid come “quell'entità europea proclamata come essenziale dai politici dei paesi dove è in corso di circolazione, il cui futuro è messo in dubbio da molti economisti e della quale vogliono disfarsi la maggior parte dei cittadini che l'hanno in tasca” in occasione della celebrazione del suo decennale (“Sin festejos y en marzo l aprile 2012, CAMBIAILMONDO

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su momento más crítico, el euro cumplió 10 años”, di J. C. Argañaraz , Cl., 2/1/2012). Gli stessi concetti, con un accento ancora più critico, compaiono nelle intestazioni di «Pagina 12». Europa è una “provetta per le ricette neoliberali” e l'euro è “una gogna” per i paesi in crisi. “El cepo del euro”, di D. Rubinzal, sottolinea come “la debacle dell' Europa si aggrava con le misure di aggiustamento strutturale” (P12, 24/12/2011). “In Europa il potere è di Goldman Sachs” titola senza indugi un altro collaboratore di «Pagina 12», il servizio dove commenta i casi di Papademos, Monti e Draghi, che “appartengono alla rete che tesseva Sachs nel Vecchio Mondo e, in misura diversa, hanno partecipato alle più raccapriccianti operazioni illegali orchestrate da parte dall'organizzazione statunitense” (“En Europa el poder es de Goldman Sachs”, di E. Febbro, P12, 23/11/2011). Il quotidiano progressista si fa eco dei punti di vista della sinistra europea, che allertano sulla situazione politica ed economica che vive il continente. “La 18 CAMBIAILMONDO, marzo l aprile 2012

democrazia sta scomparendo”, è il titolo dell'intervista al deputato tedesco Michael Schlecht, del partito Die Linke, che denuncia il ruolo del capitalismo tedesco nell'indebitamento del resto dell'Europa. “Il 50 o 60% del debito è creato dalla politica tedesca” che ha costituito enormi eccedenze esportabili grazie a una politica di dumping salariale senza precedenti “che equivale a dare una mitraglietta in mano ai capitalisti tedeschi” per annichilire l'Europa, come hanno fatto il secolo scorso “i panzer tedeschi”, dichiara il deputato utilizzando una immagine molto evocativa. (“La democrazia está desapareciendo”, di E. Febbro,

P12, 13/11/2011). In un'altra intervista al deputato della sinistra greca Panagiotis Lafazanis (“Tutto questo ci porta in un tunnel senza luce”), si afferma che la Grecia ha vissuto un “colpo di stato” che ha portato “la tecnocrazia al governo, come in Italia” e che “questo golpe non si fermerà in Grecia, ma si amplierà a tutta l'Europa” perché “il Fondo Monetario Internazionale è il costruttore di quest'idea”. (“Todo esto nos conduce por un túnel sin luz”, P12, 13/11/2011). In ogni caso, non solo «Pagina 12» mette in risalto le voci dell'opposizione europea. «La Nación» riporta un'intervista al candidato socialista francese


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François Hollande in cui sostiene che il suo “nemico è il mondo delle finanze” e che s'impegnerà in una politica di crescita per la quale occorre modificare il sistema bancario e cambiare i rapporti politici con la Germania. (“Hollande. “Mi enemigo es el mundo financiero”, L. N., 23/1/2012). In realtà, in termini quantitativi e considerando i quotidiani nell'insieme, le tipologie di articoli che appaiono con più frequenza rientrano nella cronaca della vita quotidiana in tempi di crisi e nella cronaca dei problemi sociali, con temi come la crescita della disoccupazione, l'aumento della povertà, i movimenti di resistenza della popolazione. Il fantasma delle esperienze quotidiane vissute dieci anni fa, in piena crisi argentina, aleggia nei servizi inviati quasi ogni giorno dai corrispondenti nelle principali capitali europee sull'impatto della crisi sui cittadini. La situazione spagnola, in ragione della vicinanza culturale, è seguita con particolare attenzione: “Fuga de jóvenes profesionales en España”, sull'emigrazione di giovani professionisti verso la

Germania, il Regno Unito e l'America Latina come principali destinazioni (L.N., 3/2/12); “España aplica más ajustes y congela el salario mínimo”, sulle misure che colpiscono i lavoratori (Cl., 29/12/11); “Escala la crisis social en España: cada día se pierden 9000 empleos”, sulla perdita di posti di lavoro (Cl., 6/2/2012); “En el gran mercado de Madrid, comen lo que otros tiran”, sulla povertà estrema e la gente che mangia dai contenitori

1/12/2011); “Adiós al paraíso laboral europeo”, sulle riforme nel mercato del lavoro e la fine del modello sociale europeo (L.N., 25/1/2012); “Advierten que será 'inevitable' en 2012 la recesión en la zona euro. Lo dijo el titular del Banco Central Europeo, Mario Draghi. Italia es el más complicado”, sulla recessione in Italia (Cl., 16/12/2011); “Europa en crisis: los barrios de Londres donde reina la pobreza y la frustración”, sulla povertà a

di spazzatura, un'immagine che richiama fortemente alla memoria le vicende argentine (Cl., 30/12/11). Ciò non significa un disinteresse per il resto dei paesi, tutto il contrario: i quotidiani vogliono mettere in risalto il cambiamento sociale che impone la crisi nelle società europee un tempo i paesi del benessere, concentrandosi su alcuni particolari. “Record de desempleo en la eurozona. Una de cada diez personas sin trabajo”, sulla disoccupazione europea (L. N., 1/2/2012); “Masivo paro contra el ajuste de Cameron”, sugli scioperi nel Regno Unito, “il più importante in 30 anni”, (L.N.,

Londra (Cl, 16/12/2011); “Desempleo y desesperanza en el centro y en la periferia de Paris”, sulla situazione sociale a Parigi (Cl., 17/12/2011); “Crece la brecha entre ricos y pobres en los países de la UE. Trepó a su máximo en 30 años, aún en los países más igualitarios, advirtió la OCDE”, sull'incremento della disuguaglianza evidenziato nelle statistiche europee (Cl., 6/12/2011); “Una huelga de estatales contra el ajuste paralizó al Reino Unido”, sugli scioperi inglesi (Cl., 1/12/2011); “Record en la zona euro. Hay 23,6 millones de desocupados”, i dati europei sulla disoccupazione (Cl.,1/12/2011); “Un tubo de marzo l aprile 2012, CAMBIAILMONDO

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»» ensayo para recetas neoliberales”, sulla povertà estrema ad Atene e le “centinaia di persone che fanno la fila per avere una misera razione di alimenti in un contenitore di plastica: una porzione di purè di patate e Coca Cola light come unica consolazione” (P12, 5/2/2012). Abbiamo volutamente lasciato alla fine l'Italia perché vorremmo dedicare qualche paragrafo al trattamento che le riservano i quotidiani argentini. Anche in questo caso e nonostante le profonde differenze ideologiche dei tre quotidiani, il tenore dei contenuti dei pezzi di cronaca e dei servizi dei corrispondenti a Roma è sostanzialmente uniforme, con qualche prevedibile differenza di accentuazione. Come per gli altri paesi, sono molto numerosi gli articoli riferiti alla questione sociale, in generale prodotti dagli inviati o corrispondenti. Ne citiamo alcuni: “Una fábrica de pobres que no 20 CAMBIAILMONDO, marzo l aprile 2012

pueden ver un futuro mejor” (Cl., 3/12/2011 - servizio con interviste nella mensa dei poveri della Comunitá Sant'Egidio); articoli sullo sciopero di dicembre in tutti i quotidiani: “Primera huelga contra el ajuste de Monti en Italia” (L.N., 13/12/2011); “Masiva huelga general en Italia contra el plan de ajuste de Monti”(Cl., 13/12/2011); “Paro y marcha contra los recortes” (P12.,13/12/2011, dove si informa che “il tema che piú preoccupa a Monti è la riforma delle pensioni e l'applicazione di tributi regressivi”); “Orient Express. Final de viaje en una Venecia golpeada por la crisis”, (Cl.,14/12/2011, di P. Lugones turismo di lusso in un contesto di crisi e sofferenza popolare); “Italia, triste, pobre y endeudada a fin de año”, (P12, 29/12/2011, di E. Llorente - un compendio dei problemi sociali degli italiani alla fine del 2011: disoccupazione, inflazione, razzismo); “Para impulsar la economía reforma-

ron el sistema de pensiones e incorporaron impuestos” (L.N, 28/1/2012- sulle riforme Monti e le proteste delle corporazione di tassisti, farmacie e dei sindacati); “Los que más apuestan en Italia son jubilados y jóvenes desocupados” (P12., 31/1/2012 - sul gioco in tempi di crisi: la diffusione delle slot machines e la dipendenza dai diversi giochi tra i pensionati e i giovani disoccupati). Se ci soffermiamo sulla cronaca degli eventi politici ed economici, spicca la durezza con la quale sono affrontati i fatti italiani. Si tratta sicuramente in parte di un residuo della cattiva immagine internazionale guadagnata dall'Italia nell'era berlusconiana. Senza dubbio hanno anche contribuito le tensioni trascinate a lungo attorno ai cosiddetti “tango bond”, che sono stati vissuti dall'Argentina come l'ultimo ostacolo per concludere con successo la ristrutturazione del debito e l'unico caso nel quale


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prodotti finanziari dello Stato sudamericano - emessi esclusivamente per investitori istituzionali - sono stati venduti ai privati cittadini, in una vicenda poco trasparente da imputare alle banche italiane. Con questi antecedenti e l'esperienza della crisi argentina ancora fresca, l'Italia è dipinta negli articoli dei quotidiani locali come un paese sull'orlo del baratro economico e sociale, governata adesso da un “tecnocrate” che arriva ad applicare le ricette dei mercati e delle organizzazioni multilaterali a loro affini, a cominciare dal Fondo Monetario Internazionale di triste memoria in Argentina. “Scelgono un tecnocrate per salvare l'Italia: Monti”, intitola il quotidiano liberale-conservatore «La Nación» il 14/11/2011 il servizio della corrispondente Elisabetta Piqué, che presenta a Mario Monti come “un riconosciuto economista di 69 anni sul quale scommettono i mercati, l'establishment, l'Unione Europea e il Fondo Monetario Internazionale”. “Il Parlamento italiano approva il severo programma di aggiustamento strutturale di Monti” informa un mese dopo lo stesso giornale, in riferimento alla “prima riforma di peso promossa dal governo tecnocratico da quando è arrivato al potere” (L.N., 23/12/2011). “Italia riceve elogi per i tagli mentre i politici sperperano lusso”, scrive il corrispondente di «Clarin» da Roma, J. Argañaraz, in riferimento alle vacanze di alcuni rappresentanti della classe politica nelle Maldive (Cl., 13/1/2012). “Italia fa i tagli

e si prepara per la recessione” dice «Pagina 12» il 23/12/2011, soffermandosi sulla perdita di potere d'acquisto degli stipendi degli italiani che si preparano a vivere “il peggior Natale dalla Seconda Guerra Mondiale”. Il tono critico degli articoli sull'Italia ha addirittura creato un incidente diplomatico, quando l'Ambasciatore d'Italia ha preso la decisione di inviare una lettera di protesta al periodico «La Nación». Il motivo scatenante è stato un servizio della corrispondente E. Piqué sul tragico incidente della nave di crociera Costa Concordia pubblicato il 19 di gennaio scorso. Nell'articolo intitolato “Il naufragio, un drammatico specchio dell'Italia di oggi”, la giornalista sintetizza la situazione italiana con queste durissime frasi: “Un Italia debole, in galoppante crisi economica, sull'orlo del default, appena uscita dal lungo e controverso regno dell’ex premier Silvio Berlusconi - lo zimbello d'Europa per il suo harem e il bunga-bunga - , che iniziava a recuperare qualcosa della sua buona immagine con il noioso e poco carismatico governo tecnico del professore Mario Monti, è tornata ancora ad annegare negli abissi assieme al Costa Concordia. (…) Se l'immagine del tragico naufragio del Costa Concordia sembra una metafora della povera Italia attuale, gravata dal debito, con le sue arretratezze strutturali, gli scandali di corruzione, i malcostumi, le due sue facce sono Francesco Schettino e Gregorio De Falco”. (“El naufragio, un dramático reflejo de la Italia de hoy”, di E.

Piqué, L.N., 19/01/2012). L'Ambasciatore Guido La Tella riferisce nella sua lettera che nei due anni trascorsi nell'incarico nel paese è stato “un lettore attento di «La Nación»” che “molto spesso è rimasto colpito dell'asprezza dei commenti sull'Italia”; spiega che sempre si è astenuto di intervenire fino alla pubblicazione di questo articolo dove “la giornalista si permette il lusso di definire 'noioso e poco carismatico' un governo come quello di Mario Monti, che riceve unanimi testimonianze di rispetto, apprezzo e considerazione per lo straordinario lavoro che sta portando avanti” e “si azzarda a identificare nel tragico disastro della nave Costa Concordia 'una metafora della povera Italia attuale' ”. Di seguito il rappresentante d'Italia prende le difese del Governo Monti, che “nella difficile congiuntura economica internazionale (…) si distingue per la sua sobrietà, rigore, impegno” chiedendo “sacrifici che la maggioranza degli italiani accetta con grande senso di responsabilità”. “Mi piacerebbe leggere - termina l'Ambasciatore - qualche volta articoli che tratteggino alcuni di questi argomenti positivi, che evidentemente annoiano la signora Piqué”. La lettera della diplomazia italiana è stata diffusa dalle agenzie di stampa locali e l'insolito episodio ha avuto in qualche modo un seguito. «Pagina 12» intitola ironicamente “La gaffe di un tecnocrate noioso” il pezzo pubblicato agli inizi di febbraio nel quale vengono riportate le dichiarazioni di marzo l aprile 2012, CAMBIAILMONDO

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Monti sulla “monotonia del posto fisso” (“El furcio de un tecnócrate aburrido”, P.12, 4/2/2012) Un altro episodio da segnalare in questi mesi è stato la visita della Viceministro degli Affari Esteri, Marta Dassu, arrivata a capo della delegazione italiana invitata alla cerimonia per l'assunzione del secondo mandato di Cristina Kirchner lo scorso dicembre. I tre giornali passati in rassegna hanno intervistato la rappresentante del governo e pubblicato articoli che, con diversi accenni, rivelano che il dialogo tra la funzionaria e la stampa locale non è stato facile. «La Nación», più attenta al suo pubblico d'investitori, focalizza l'attenzione sugli aspetti economici e sul rischio che porrebbe un default italiano: “ 'lo scenario del collasso dell'euro non è realistico. Questo non succederà ', ha affermato convinta la viceministro italiana”- racconta il giornalista - “e ha ripetuto questa premessa diverse volte 22 CAMBIAILMONDO, marzo l aprile 2012

durante l'intervista con «La Nación». 'Italia non considera che è a rischio la sopravivenza dell'euro', ha insistito” (“Para Italia no está en juego la supervivencia del euro”, di M. P. Markous (L. N., 11/12/2011). «Clarin» riprende nel titolo l'argomento della “morte dell'euro”, tuttavia si sofferma nell'intervista sugli aspetti politici e sul consenso interno alle riforme: “L'aggiustamento strutturale è rifiutato dai principali sindacati, che convocano scioperi e proteste - riconosce la funzionaria -. La caratteristica di questo governo e che ha dietro di se una maggioranza molto solida, che speriamo duri abbastanza per fare tutte le riforme necessarie. Come punto di partenza i sondaggi rilevano che il governo è appoggiato da una buona maggioranza del paese e gode della fiducia delle persone. È ovvio che su alcune misure specifiche ci saranno scioperi, proteste, ma sono inevitabili”. (“Italia no tiene ninguna

»»

intención de matar al euro”, da D. Vittar , Cl., 11/12/2011). «Pagina 12» polemizza apertamente con la rappresentante della Farnesina, della quale traccia il profilo per porre in evidenza che “fino a tre settimane fa, era direttrice generale delle Attività Internazionali dell'Aspen Institute Italia, un influente centro di studi internazionali con sede a Washington finanziato dalle fondazioni americane Ford, Carnegie e Rockefeller”. L'approccio critico sull'efficacia delle politiche adottate in Italia e Europa manifestato dal giornalista, portano la Dassu a dichiarare in tono indispettito: “Io non sono un'esperta. Non sono il ministro d'Economia. Sono la viceministro degli Affari Esteri. So che ci sono critiche tuttavia la disciplina fiscale è imprescindibile per costituire un'unione fiscale, che è un passo importante. È chiaro che abbiamo bisogno di crescere. Non abbiamo bisogno che Stiglitz ce lo ricordi. Ciò che


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non accetto, è che dopo aver guardato all'Unione Europea come uno specchio, repentinamente tutto il mondo possa dirci ciò che dobbiamo fare. Non siamo stupidi. Possiamo vedere la situazione e cerchiamo di fare il meglio. È chiaro che occorre crescere, ma non mi domandare con quali strumenti. (Ride. L'ambasciatore avverte che c'è il tempo per un'ultima domanda)”. Conclude così la trascrizione del giornalista argentino, che riprende proprio la frase “Non siamo stupidi” come titolo del servizio. (“No somos estúpidos”, por S. O'Donnell, P.12, 11/12/2011). Fin qui abbiamo rilevato una sostanziale - e sorprendente omogeneità tra i tre giornali nel trattamento del tema della crisi

europea. Gli unici pezzi dove le posizioni dei quotidiani si discosta in forma netta è negli articoli d'opinioni. Dobbiamo premettere che - ad eccezione di «Pagina 12» - il tema della crisi è affrontato in forma prevalente attraverso articoli di cronaca. Questo risulta abbastanza insolito nel caso di «La Nación», considerando che il prestigio del giornale è fondato giustamente sul numero di firme di peso e l'ampia copertura internazionale. Si deve inoltre precisare che questa differenziazione di punti di vista si rende evidente negli articoli dei collaboratori ed esperti locali ed inviati, mentre non si verifica con le opinioni e contributi raccolti e tradotti da firme o figure internazionali.

«La Nación», ad esempio, riporta un articolo di George Soros fortemente critico con le decisioni della BCE e l'Operazione Rifinanziamento a Lungo Termine (ORLT), una soluzione che - secondo l'economista e finanziere internazionale - “lascia metà della zona euro relegata alla condizione di paesi del Terzo Mondo profondamente indebitati in valuta straniera”, con la Germania “al posto del Fondo Monetario Internazionale (FMI)” che adotta “un atteggiamento implacabile al imporli una rigida disciplina fiscale, che provocherà tensioni economiche e politiche che potrebbero distruggere l'Unione Europea” . Soros difende le ragioni della sua ricetta alternativa per salvare l'Europa - che ha denominato Tommaso Padoa-Schioppa - che, se presa in considerazione, concederebbe all'Italia e alla Spagna un istantaneo sollievo attraverso il rifinanziamento del debito. (“La crisis europea con una solución a medias” L.N., 29/1/2012). In altri pezzi, il quotidiano si fa eco delle opinioni di altri eterodossi come l'economista Nouriel Roubini, che prevede un 50% di probabilitá di disintegrazione dell'eurozona entro tre o cinque anni e insiste sul fatto che le politiche di austerità adottate affonderanno l'Europa nella recessione. Tra le collaborazioni internazionali, «Clarin» pubblica un articolo dell'ex presidente di Spagna Felipe Gonzalez, fortemente critico della politica applicata nel vecchio continente perché “pone in crisi la coesione sociale che ha definito l'Europa dalla Seconda Guerra Mondiale”. Denuncia marzo l aprile 2012, CAMBIAILMONDO

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d'altra parte “l'abilità dei neoconservatori, degli attori delle finanze, delle agenzie di rating, che consiste nel farci dimenticare le correzioni di fondo che richiede il modello di economia delle finanze, senza regolazione e piena di fumo, che ci ha portato a questa catastrofe”. (“Hay que recordar la crisis”, Cl., 28/1/2012). Se ci concentriamo invece sugli articoli di opinione di collaboratori locali, oltre a manifestarsi differenze tra le linee editoriali dei diversi quotidiani, la questione europea offre un'occasione per spostare il dibattito sullo scenario della politica locale. Orlando Ferreres, un liberale ortodosso opinionista di «La Nación», rappresenta la voce più oltranzista. Dal suo punto di vista l'origine di tutti i mali è da imputare allo stato sociale europeo. “In questo periodo - afferma - stiamo vivendo una crisi del capitalismo europeo (…), si potrebbe dire una crisi del capitalismo gerontologico, ricco e anchilosato, fondato su uno Stato che deve occuparsi della felicità di tutti: lavorare soltanto 35 ore alla settimana, andare in pensione prima dei 60 anni e vivere sulle spalle degli altri fino gli 85 o 100 anni”. L'analista traccia una sua particolare storia del Welfare: “All'inizio tasse alte affinché lo Stato dia successivamente ad ognuno quanto gli ha tolto, ma ridistribuendolo verso quelli che non lo hanno prodotto. In una fase successiva, per evitare lamentele, la crescita della spesa pubblica, aumentando ancora le tasse e, quando esse raggiungono un limite intollera24 CAMBIAILMONDO, marzo l aprile 2012

bile, ricorrendo all'incremento del debito pubblico aldilà d'ogni ragionevole limite, mediante la collocazione di titoli dello Stato o prendendo prestiti dalle banche. (…) In una tale situazione le istituzioni finanziarie preferiscono prestare allo Stato o disporre di agenti per la collocazione dei titoli dello Stato Sociale, ben classificati dalle agenzie di rating (la classificazione delle aziende private e delle banche è sempre inferiore a quella del debito sovrano dello Stato dove agiscono). Finalmente arriva un momento in cui lo Stato non è in grado di restituire i soldi o pagare i titoli, quindi, molto tardi, è declassato dalle agenzie di rating, con il risultato che il meccanismo arriva alla fine in questo modo caotico.” Per l'analista tutto ciò dimostra “che non è praticabile il capitalismo statalista dello Stato Sociale, principalmente europeo” e mette in guardia contro le illusioni degli “attuali seguaci del marxismo-leninismo o delle sue varianti ideologiche” che vogliono vedere la crisi finale del sistema, quando al contrario si tratta di “una delle regolari fluttuazioni che migliorano il funzionamento pratico del capitalismo”, in questo caso superando “alcuni eccessi di questo sistema nei paesi più sviluppati”. (“Crisis final del capitalismo?”, L.N., 6/2/2012). In un articolo precedente lo stesso autore polemizzava apertamente contro il giudizio condiviso da gran parte della stampa riguardo i nuovi governanti europei emersi in questa crisi, considerati tecnocrati vincolati ai capitali finanziari transnazionali.

“Tecnocrati o policrati?”, si domanda nel titolo, utilizzando un gioco di parole per definire questi ultimi come “un'altra classe di politici: gente preparata per governare anche in tempi difficili”. Gli esempi sono “Monti e Papademos che chiamano tecnocrati con una connotazione negativa”, nonostante loro siano arrivati per salvare i paesi della crisi del debito pubblico sopraggiunta per gli “errori dei politici e burocrati dei governi di Grecia e Italia”. Finalmente arriva la lezione per l'Argentina, che vive una fase politica di espansione della spesa pubblica e sociale: “Noi possiamo guardare e imparare in salute dall'esperienza europea - si augura Ferreres- per non arrivare a simili eccessi di spesa che a un certo punto diventa ingestibile”. (Tecnocratas o policratas?, L.N., 21/11/2012). Posizioni come quella dell'autore precedente, comunque, rappresentano un caso isolato anche per la testata della destra argentina. È troppo recente la memoria dei risultati delle ricette neoliberali in Argentina così come l'esperienza di crisi sociale conseguente alla distruzione dello Stato mediante politiche selvagge di privatizzazione dei beni e servizi pubblici. Un altro collaboratore assiduo di «La Nación», Juan Lasch, un liberale originariamente cattolico che è stato funzionario dei governi degli anni novanta 1, offre un’analisi molto diversa della situazione internazionale, ma sempre con uno sguardo critico rivolto alla politica locale.


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L'autore si domanda perché, nell'attuale congiuntura internazionale, va meglio ai paesi emergenti che agli sviluppati e risponde che la ragione è soltanto che i primi applicano “politiche che non possono essere catalogate né come ortodosse né come eterodosse, bensì come politiche di senso comune”, politiche analoghe, paradossalmente, a quelle che “sono state attuate nei paesi europei nei due o tre decenni successivi alla Seconda Guerra e che gli avevano consentito di crescere in modo più veloce e sostenuto rispetto agli emergenti”. Se gli ortodossi non hanno avvertito la crisi europea e dei paesi del Nord, prigionieri del loro presupposto “che il mercato e i suoi agenti economici razionali mai sbagliano” e “che i problemi si aggiustano da soli se i governi non interferiscono troppo”, l'errore degli eterodossi, specialmente i più keynesiani, è considerare “politicamente scorretto avvertire pubblicamente nei periodi di auge che è necessario mettere in pratica politiche fiscali meno espansive o perfino restrittive”. C’è un'ammonizione per i paesi europei arruolati nell'ortodossia “che oggi avrebbero bisogno di politiche fiscali espansive ma non possono farlo per il peso del loro debito - malgrado Krugman o Stiglitz -, il che non implica giustificare gli erronei aggiustamenti strutturali che oggi si cercano d'applicare”. C’è anche un insegnamento per un paese eterodosso come l'Argentina: “Queste lezioni sono lontane da essere state imparate nell'Argentina degli

ultimi anni, dove continuano ad applicarsi politiche espansive quando si sta crescendo all'8%”. (“Las razones de la crisis global”, L.N., 4/1/2012). Non abbiamo trovato invece in «Clarin» un utilizzo simile del tema europeo per intervenire criticamente nella politica locale nonostante il quotidiano e il gruppo economico multimedia del quale fa parte sono il principale “partito dell'opposizione” in Argentina. Questo ruolo obbedisce più alla difesa di interessi privati e corporativi che a posizioni politiche o ideologiche, visto che il quotidiano ha dimostrato, nella sua lunga storia, di saper allinearsi ogni volta al potere di turno; infatti, il nuovo giro ha avuto origine nel momento in cui il Governo ha promosso leggi e altre azioni antimonopolistiche nell'area dell'informazione e delle telecomunicazioni. D’altra parte dobbiamo ricordare la scelta editoriale del «Clarin»: una profusione di articoli di cronaca, informazione locale, servizi (ricerca lavoro, compra-vendita immobili, ecc), sport e intrattenimento mentre sono abbastanza rari gli articoli di fondo e di opinione. Aldilà di tutto, riteniamo che sarebbe molto difficile e sconveniente per “il quotidiano argentino di maggiore diffusione” come recita il suo slogan - promuovere idee e opinioni a favore delle politiche di tagli e aggiustamento strutturale, che questa volta toccano all'Europa, davanti al suo ampio pubblico di diversi ceti sociali. I pochi articoli firmati da analisti locali sull'argomento si limitano generalmente ad informare

senza assumere posizione. L'unico articolo trovato che si discosta relativamente da quest'orientamento appartiene ad un altro ex funzionario di Menem, l'analista politico Julio Castro, che sostiene le ragioni della politica dal governo Monti in Italia. Il contributo segnala che “il superamento della crisi europea non è a Bruxelles ma a Roma” e afferma che l'origine del problema è la tendenza negativa della produttività italiana determinata dall'incremento del costo del lavoro e della spesa pubblica, per arrivare alla conclusione che “lo Stato italiano è il maggior ostacolo per la crescita del paese” e che il problema italiano, non è tanto finanziario né di debito pubblico ma “deriva della sua incapacità di crescere nelle nuovi condizioni globali di accumulazione” (“La crisis europea se resuelve en el rumbo político de Italia”, Cl., 11/12/2011). La situazione europea offre molti spunti ad una pubblicazione come «Pagina 12», che ha scelto i lunghi articoli e le interviste, privilegiando l'analisi e l'opinione rispetto alla cronaca degli avvenimenti. Oltre allo staff di giornalisti specializzati nelle diverse aree, un'altra caratteristica del quotidiano è la pubblicazione di articoli di esperti, generalmente dell'ambito accademico. I collaboratori abituali esprimono posizioni nette e concordanti sull'inadeguatezza degli interventi propiziati in Europa. “Chi salva chi?” si domanda Santiago O'Donnell, prendendo nota di come uno dietro l'altro i diversi governi europei - Berlusconi, Papandreu, Socrates, Zapatero marzo l aprile 2012, CAMBIAILMONDO

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sono “sostituiti da manager della destra che promettono durezza ed efficienza per drenare le ultime risorse delle loro economie, risorse che migrano alle banche francesi e tedesche che loro stessi avevano contribuito a salvare non più di un paio d'anni fa tramite i piani di salvataggio finanziari dell'Unione Europea”. (“Salvados”, P.12, 13/1/2011). Il giornale progressista e vicino al Governo, è particolarmente interessato ad accostare e confrontare i fatti europei con l'esperienza della crisi in Argentina, cercando di fare emergere nelle analisi le similitudini e di valutare la possibilità di trasferire alcune strategie adoperate localmente con successo. “Igual que con Menem” s'intitola l'intervista a un giornalista greco che è stato corrispondente in Argentina all'epoca della crisi del 2001 (P12, 12/11/2011). Anche l'economista Marshall Auerback del Levy Economics Institute degli Stati Uniti, è interpellato dal giornale sullo stesso argomento; l'intervistato, anche se mette in rilievo differenze fondamentali tra le due situazioni,

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afferma quello che è il valore esemplare dell'esperienza argentina: “l'Argentina ha dimostrato che le minacce della comunità finanziaria internazionale sul fatto che mai più avrebbe recuperato la fiducia dei mercati non avevano senso. Il Governo ha fatto un'offerta ai mercati del tipo “prendere o lasciare e ha sfidato il FMI. Questa è una lezione che tutti i paesi dovrebbero assumere” (“La solución es una ruptura ordenada de la Unión”, P12, 31/12/2011). I fatti dell'Ungheria e la polemica riguardo al ruolo delle banche centrali sono l'argomento di un contributo firmato da Umberto Mazzei che se da una parte tocca un tema sensibile al dibattito politico locale, dall'altra si colloca agli antipodi dalle posizioni condivise nell'Unione Europea. L'autore - dottore di ricerca dell'Università di Firenze e direttore dell'Istituto di Rapporti Economici Internazionali in G i n e v r a (www.vantanaglobal.info) - prende le difese delle autorità ungheresi e della riforma costituzionale approvata dal Parlamento, che

sancisce “una maggiore supervisione del governo sulla Banca Centrale, sfidando il criterio di 'indipendenza' imposto dal neoliberalismo”. Nell'articolo le diverse esternazioni dei paesi europei e della stessa UE sui rischi di una deriva autoritaria in questo paese, sono definiti come “pura ipocrisia” perché “ciò che disturba è che l'Ungheria controlli la sua Banca Centrale”. “È stata commovente - ironizza l'unanimità dei parlamentari della sinistra europea per difendere l'indipendenza delle banche centrali, per dare libertà ai 'tecnocrati' imposti dal settore finanziario privato. Nel suo discorso, Daniel Cohn Bendit è arrivato ad ammonire contro deviazioni autoritarie alla Chavez”. Il dibattito sul ruolo della Banca Centrale, si diceva, ha forti risonanze interne e l'analista ricorda gli avvenimenti di due anni fa che hanno destato un ampio conflitto politico, quando la Presidente ha deciso di utilizzare riserve dell'erario per cancellare direttamente il debito dello Stato con i creditori (la cosiddetta politica di


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SULLA CRISI E IL DEFAULT ARGENTINO DI 10 ANNI FA, IL DOCUMENTARIO DI ROBERTO TORELLI “ARGENTINA ARDE”. (produzione FILEF), CAMBIAILMONDO.ORG

“disindebitamento” ), senza percorrere le strade proposte dagli organismi multilaterali di credito. (“Hungría en la mira”, di U. Mazzei, P12, 12/02/2012). Nei diversi dossier e supplementi speciali dedicati al tema della crisi europea sono pubblicati analisi di accademici e gruppi di ricerca specializzati che convergono nella necessità di politiche di espansione della domanda, dell'occupazione e del consumo per porre un freno alla recessione. Due ricercatori del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Conicet) e degli atenei di Buenos Aires (UBA) e San Martin (Unsam), giudicano “l'approfondimento delle misure di aggiustamento strutturale e delle politiche neoliberali” annunciate dall'UE come “la sentenza di morte per le economie più deboli della regione”. Le politiche applicate, a beneficio della grande banca europea e della Germania, sono funzionali al “modello neomercantilista che ha permesso al 'nucleo' europeo di continuare a collocare i suoi eccedenti”, perciò “regolare le finanze o salvare le banche non sarà la soluzione al problema”. E concludono: “l'obiettivo della politica economica dovrebbe essere salvare la gente, così da poter salvare l'economia”. (“Una muerte anunciada”, da Andrés Lazzarini e Margarita Olivera, P. 12., 23/1/2012).

Altri analisti avvertono sul rischio che rappresenta per la democrazia europea l'applicazione delle politiche neoliberali. Uno studioso della Facoltà Latinoamericana di Scienze Sociali (Flacso), Enrique Arceo, descrive la crisi internazionale come il risultato dell'espansione finanziaria negli Stati Uniti e del “progetto tedesco” che è suo correlato. Quest’ultimo consiste nel fare dell’Europa una grande “piattaforma per l’esportazione” e pone come requisito l’indebolimento dei sistemi di welfare e il consolidamento dell'euro come “disciplinante sociale”. “Credo che questo progetto si riveli progressivamente incompatibile con la democrazia”, afferma l'autore. “Perciò la conservazione dell'euro rappresenta il successo dell'aggiustamento strutturale tedesco. Se ci riescono - continua - ci sarà tra dieci anni un'Europa molto più diseguale, orientata verso l'esportazione e più slegata dagli Stati Uniti, con i quali entrerà in concorrenza” (“La construcción europea es neoliberal”, P12, 31/12/2011). Alla fine di questa rassegna dei quotidiani locali ci rimane una sensazione, quasi una convinzione, che qualcosa stia morendo in Argentina. Sta scomparendo il mito d'Europa nelle sue diverse sfaccettature. Il mito dell'Europa delle istituzioni e dei grandi stati-

sti che le classi di intellettuali e operatori dell'informazione hanno sempre messo a confronto con la pochezza dei politici e delle figure locali. L'Europa dello sviluppo con coesione sociale che è stato il modello seguito dalla generazione progressista fin dagli inizi della stagione democratica, dopo la dittatura. L'Europa dove il più forte movimento operaio e i grandi partiti della sinistra erano riusciti a creare società più giuste che altrove con le loro battaglie e le loro conquiste. L'Europa dei nostri avi, infine, quella terra delle origini alla quale un giorno dovevamo tornare. Che ci ha fatto eternamente nostalgici, e che ci ha fatto sempre considerare diversi dal resto dei latinoamericani. La Storia ora ha fatto un gran salto e forse noi argentini (italo e non) siamo, finalmente, riapprodati qui. [1] Juan J. Lasch è stato Segretario di Programmazione Economica nel governo di Carlos S. Menem e Ministro della Educazione nel governo di Fernando de la Rua. In questo ultimo ruolo promuoveva le esperienze di scuole-charter e dei voucher educativi, apprezzate dalle gerarchie cattoliche e dai sostenitori della privatizzazione dell'educazione.

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GLI ASSASSINI DEL PROGETTO SOCIALDEMOCRATICO EUROPEO di J. Carlos de Assis * - (Paraiba-Brasile)

La

destra delle due sponde dell'Atlantico non ha mai accettato il progetto socialdemocratico, da un lato, nè quello politicamente liberale, dall'altro. In effetti, non ha mai avuto prima d'ora, il potere politico assoluto per fermarli o invertirli. Adesso, il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, dà la più chiara dimostrazione che il suo mandato è politico, non tecnico, osando dichiarare la necessità della morte del progetto socialdemocratico per salvare la produttività europea. Si deve al progetto socialdemocratico la paternità dell'equilibrio sociale e politico dell'Europa nel corso degli anni della ricostruzione postbellica e per più di quattro decenni di guerra fredda. Oggi, con il pretesto della crisi fiscale, viene intenzionalmente distrutto dalla destra politica del continente che è riuscita a imporre nei posti chiave dell'Unione europea e degli organismi di mediazione finanziaria multilaterali, dei veri e propri killer dell'ordine sociale progressista che, più delle diverse divisioni di carri armati posizionati in Europa occidentale, era stata la forza di contenimento del comunismo in Europa, nel periodo di presenza della minaccia sovietica. Ricordo il tempo in cui Berlino Ovest era la vetrina attraverso la quale la propaganda capitalista esponeva i grandi vantaggi dell'ordine sociale ed economico dell'Occidente in confronto con quello relativamente arretrato dell'Europa orientale. Nonostante il grande progresso materiale dell'America del Nord, non erano gli Stati Uniti, ma gli Stati socialdemocratici, socialisti o laburisti europei che rappresentavano i modelli di società alternativi al regime sovietico. L'aggressività intrinseca della società americana, con il suo ritmo esasperato di competizione, non era qualcosa da emulare. La generosa Svezia, sì. 28 CAMBIAILMONDO, marzo l aprile 2012

È proprio questo intero edificio socialdemocratico che ora viene demolito dalla destra che ha assunto il potere nei principali paesi della Comunità europea. Politicamente, non si è mai visto niente di simile prima d'ora. Le società europee, simultaneamente, portano al potere la destra in Germania, Francia, Inghilterra e Italia, per non parlare dei paesi più piccoli. Hanno spazzato via dalla mappa, letteralmente, i progressisti. Ciò che mi stupisce di più, in questa convergenza, è l'incompetenza straordinaria delle sinistre e dei progressisti nell'incapacità di presentare un'alternativa politica al disastro che si sta approfondendo. Gli assassini dell'ordine socialdemocratico hanno messo assieme tecnocrati e politici per eliminare le poche misure che lo Stato nord-americano, la più arretrata delle democrazie sociali, ha cercato di costruire da molto tempo a questa parte - ivi inclusa la legge di protezione sanitaria a favore di una maggiore numero di poveri - che Barak Obama, con estrema difficoltà, fece approvare all'inizio del suo mandato. Il passaggio di questa legge ha suscitato l'odio dei ricchi e molti repubblicani mantengono all'ordine del giorno della loro agenda, l'obiettivo di eliminarla. Interessante notare che, se guardiamo le notizie e commenti dai mass media brasiliani, il problema esiste ancora. Non è un fatto giornalistico. Obama è stato anche sconfitto in un secondo tentativo di rilanciare l'economia con strumenti fiscali di tipo keynesiano, che avrebbero prodotto un beneficio per le fasce più deboli (disoccupati) e una spinta per la ripresa economica. I nostri media non vedono questo come un fatto economicosociale, ma puramente politico. Registrano che i repubblicani non vogliono stimoli fiscali, ma non analizzano perché i repubblicani non li vogliono. Lo scopo, qui come in Europa, è chiaro: distrug-


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gere lo Stato politico liberale (da non confondere con l'economia liberale) ereditato dal New Deal. La destra delle due sponde dell'Atlantico non ha mai accettato né il progetto socialdemocratico, da un lato, né quello liberal, dall'altro. In effetti, nessuno ha mai avuto prima, un potere politico così assoluto per bloccarlo o controriformarlo. Al tempo di Reagan e della Thatcher, per esempio, la destra cristiano democratica era salita al potere in Germania, ma i socialdemocratici e socialisti erano al potere in Francia e in Italia. I suoi leader si sarebbero convertiti al neoliberismo, ma siccome esisteva l'Unione Sovietica, la destra continentale non osava smantellare lo stato sociale, se non ai margini, come avvenne in Inghilterra. Ora, il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, nella più chiara dimostrazione che il suo mandato è politico e non tecnico, osa dichiarare la necessità della morte del progetto socialdemocratico per salvare la produttività europea. Solo il conforto e la certezza di vedersi sostenuto dalla destra politica che domina l'Europa può pienamente giustificare una simile arroganza. È chiaro, tuttavia, che questa non è la fine della storia. Per molto meno l'Europa si incendiò nel '68. Ciò che può ritardare l'estensione del fuoco dalla Grecia vero il resto d'Europa è la mancanza di alternative rappresentata dalla sinistra tradizionale. Tuttavia, più che le contraddizioni sul piano strettamente politico, saranno quelle a livello delle forze produttive a trascinare, in ultima analisi, l'Europa, in una soluzione della crisi secondo il corso delle leggi dialettiche così ben descritte da Marx. È che non esiste, nella crisi attuale, una nazione egemone (come gli Stati Uniti nel dopo guerra), che possa imporre all'Europa e al mondo i propri dettami. Qualsiasi soluzione, per quanto tardi ad arrivare, deve venire dalla ridefinizione di una cooperazione interna ed internazionale, probabilmente dal G-20. In caso contrario, ci sarà instabilità permanente, e questa è una situazione molto dannosa anche per i ricchi e i potenti. (Si noti che il potente presidente della Federazione

dell'industria tedesca propone un Piano Marshall per la Grecia. Significativamente, i nostri media non ne fanno menzione.) Il progetto socialdemocratico sotto l'egida del Mercato comune europeo, era buono per i poveri e per i ricchi. Ma non è mai stato accettato dalla destra. Nata principalmente da una coalizione di centro (Democratici-cristiani in Germania e in Italia) con i socialisti (Francia), tenne fuori la sinistra rivoluzionaria (comunisti). Ora, sotto l'egida di un'Unione europea regressiva, il centro europeo (Democratici-cristiani) si è inchinato alla destra (liberale e liberista) in tutta Europa, creando un'egemonia perversa che oggettivamente non è buona per i poveri (per ovvi motivi), ma neanche per i ricchi, a causa della instabilità che ne deriva. (In Brasile, il progetto socialdemocratico non ha mai preso piede: l'antico PSD è stato sempre dominato dalle oligarchie e il PSDB di Cardoso non si è mai emancipato dall'essere una grossolana mistificazione neoliberista.) Le prossime elezioni americane sono cruciali. Se Obama viene rieletto e riconquista una maggioranza democratica nel Congresso, forse il progetto socialdemocratico in Europa si può salvare per la pressione americana. Se viene rieletto, ma senza una maggioranza al Congresso, non può fare nulla. Se perde, è possibile che il processo dialettico venga accelerato, e che le società, in un momento successivo, reagiscano al neoliberismo e scalzino fuori, negli Stati Uniti come in Europa, i loro rappresentanti politici per inaugurare un nuovo ordine. Nell'intervallo, avremo un grande caos. E nel caos, possono accadere cose così stupide come il bombardamento di Israele all'Iran! (Traduzione di R. Ricci) (*) Economista, professore di UEPB, presidente Intersul e co-autore, insieme al matematico Francisco Antonio Doria, de “L'Universo neoliberista nel disincanto”, pubblicato dall'editrice “Civilizzazione Brasiliana. Questo articolo è stato pubblicato contemporaneamente dal sito «Rumos do Brasil» e dal quotidiano «Monitor Mercantil». Fonte: CARTA MAJOR, periodico brasiliano http://www.cartamaior.com.br/templates/materiaMostrar.cfm?materia_id=19 662

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EDUARDO BRENTA DALLA CRISI SI ESCE SOLO CON PIÙ INVESTIMENTI SOCIALI di Hugo Bazzi (Montevideo)

La crescita sociale ed economica dell’America Latina e dell’Uruguay, le politiche per l’occupazione, di ridistribuzione della ricchezza, l’emergere del continente in cui si sperimentano politiche di intervento pubblico che hanno permesso di superare la crisi economica dei primi anni 2000 nel Cono Sud; le indicazioni che ce ne vengono per affrontare la crisi italiana ed europea, in un’intervista di Hugo Bazzi al Ministro del Lavoro e Sicurezza Sociale dell’Uruguay, ospite a Zurigo, in un incontro organizzato dalla Fondazione Ecap e da Cambiailmondo.org Signor Ministro, l’Uruguay, come gran parte dei paesi del continente latinoamericano, sta attraversando un momento di rapido sviluppo economico e sociale; quali ne sono le basi e le caratteristiche? Le fondamenta per l’avanzamento dello sviluppo economico e sociale dei nostri popoli hanno

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consistito essenzialmente in un rafforzamento del mercato interno; con l’obiettivo di ottenere una migliore capitalizzazione del commercio internazionale, sono state varate misure attive per l’occupazione che hanno permesso di raggiungere il livello più basso di disoccupazione di sempre,

almeno da quando ne esiste un monitoraggio ed inoltre si sono ampliate e rafforzate le politiche di inclusione sociale; allo stesso tempo sono state aumentate le prestazioni sociali (pensioni di vecchiaia e lavorative, per esempio). Senza dubbio, fattori come l’aumento dei prezzi delle com-


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modities hanno avuto un’influenza positiva, così come la certezza giuridica che è stata conseguita nel paese, che ha permesso di conseguire maggiori investimenti diretti dall’ estero. Il nostro paese registra sette anni di crescita sostenuta e sta aumentando la distribuzione dei redditi, contrariamente a quanto avvenuto durante i governi anteriori che applicavano la teoria del “derrame”, elemento basilare delle politiche neoliberiste (secondo la quale, la crescita fluirebbe automaticamente dalla cima della piramide sociale verso il basso, senza alcuna necessità di un intervento statale per una migliore ripartizione della ricchezza n.d.r.) In quale modo la politica del Governo del Frente Amplio cerca di conciliare sviluppo economico e crescita sociale e quindi in cosa si distingue dai precedenti governi? La nostra forza politica, il Frente Amplio, ha distinto nettamente la differenza che c’è tra sviluppo e crescita: in questo senso, si è differenziato dai precedenti governi nella messa in atto di politiche sociali che implichino una migliore redistribuzione. Nel primo Governo progressista, diretto da Tabaré Vasquez, la nostra forza politica dovette far fronte alla più grave crisi sociale ed economica che l’Uruguay non attraversava da molti anni; se questa crisi non sconfinò anche sul piano politico, durante l’ultimo periodo del governo “colorado” (dal nome del Partito Colorado di Jorge Battle, ndr), lo si dovette solo al fatto che le forze pro-

gressiste, in nessun momento, misero in gioco la stabilità istituzionale e il pronunciamento democratico. Il Fronte Ampio, si trovò di fronte ad un paese con un alto livello di disoccupazione, con industrie paralizzate, salari con bassissimo potere di acquisto, un alto livello di mortalità infantile ed un grande e diffuso sentimento di disperazione. Quindi la prima questione è con quale situazione si è dovuto confrontare il progressismo, una volta al governo. Una seconda differenza consiste nella serie di misure che sono state applicate e che hanno avuto come obiettivo l’inclusione sociale e lavorativa della popolazione. Sono stati realizzati piani di occupazione e di lavoro in tutti i settori, è stato creato il MIDES (Ministero dello Sviluppo Sociale), si sono implementate più di 40 leggi per il lavoro per conferire diritti che i lavoratori aveva perduto e che non avevano mai avuto. Quali sono i vostri obiettivi per i prossimi anni? L’Uruguay ha obiettivi e speranze: nell’ambito del lavoro, ottenere una maggiore produttività, migliorare la formazione professionale, costruire catene e filiere produttive nazionali e/o regionali nell’ambito del Mercosur. Nell’ambito dell’educazione, riconquistare la posizione che storicamente lo ha contraddistinto come un esempio per tutta l’America Latina, avanzare nell’ambito della scienza, nella tecnologia e nelle comunicazioni.

Sul piano sociale, continuare con l’estensione della democrazia e sviluppare sempre più i processi di partecipazione sociale. Come ha ricordato, circa dieci anni fa, l’Uruguay ha subito una gravissima crisi economica. Rispetto alle modalità con cui ne siete usciti, quale lettura danno, oggi, le forze progressiste uruguayane, della grande crisi che sta attraversando l’Europa? La crisi fu superata grazie a una corretta lettura dei nuovi governi della regione che non accettarono le direttive di applicare le note “ricette” di aggiustamento strutturale condivise invece dai governi neoliberisti nelle epoche precedenti. Al contrario, si decise che a maggior crisi si risponde con maggiori investimenti in politiche sociali. A livello regionale, le affinità dei governi progressisti dell’area permisero di coordinare le politiche con il convincimento che “dalla crisi nessuno esce da solo”; questo coordinamento si ebbe anche nel campo delle organizzazioni sociali, in particolare in ambito sindacale. Rispetto alla crisi europea, riteniamo che abbia diverse sfaccettature; il processo politico dell’Unione Europea è andato in senso opposto a quello del Mercosur; quando cominciammo a negoziare l’Accordo tra i due blocchi, la UE era in maggioranza diretta da governi progressisti e aveva una forte struttura istituzionale, mentre il Mercosur manifestava debolezze istituzionali e era governato da compagini neoliberiste. Oggi ci troviamo di fronte ad

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una UE con un numero maggiore di paesi associati, con più problemi, di quanti fossero prevedibili, per approvare la sua Costituzione, con forti critiche rispetto all’azione della Commissione Europea e con governi in grande maggioranza neoliberisti. Pensiamo che questi punti incidano molto nella crisi europea, che è una crisi di modello, più che una crisi economica: il crollo del welfare state in alcuni paesi, le bolle finanziarie e immobiliari hanno finito per dare il colpo di grazia. Quali scenari globali abbiamo di fronte, quali rischi e quali opportunità? Quali nuove relazioni sono auspicabili tra America Latina ed Europa? Se analizziamo l’America Latina per blocchi regionali, ci rendiamo conto che essa è divisa in tre blocchi sub regionali: la prima, è la regione Andina, con differenti ispirazioni ideologiche tra i suoi governi eletti democraticamente, 32 CAMBIAILMONDO, marzo l aprile 2012

che si traduce in una azione lenta e burocratica della Comunità Andina di Nazioni (CAN). Mentre l’Ecuador, il Perù e la Bolivia tentano di sostenere politiche sociali che riducano le disuguaglianze e le disparità, Colombia e Cile mantengono invece modelli neoliberisti, o perlomeno non così progressisti come per il resto di tutto il SudAmerica ed inoltre continuano ad avere una relazione fluida con gli Stati Uniti. La seconda area, è quella dell’America Centrale: è la regione più povera e di minore sviluppo delle istituzioni democratiche, al di là delle celebrazioni delle elezioni: quest’area subisce una forte dipendenza politico-ideologica dagli Stati Uniti, però, allo stesso tempo, soffre delle vicissitudini e delle relazioni con l’Unione Europea, avendo firmato con entrambi (USA ed EU) degli accordi commerciali che la vedono in situazione svantaggiata.

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La terza area, il Mercosur, ha, in quanto tale, una configurazione istituzionale in formazione, con un Parlamento molto giovane e con deficienze nell’implementazione della libera circolazione di persone e di beni, che lo fanno più assomigliare, tecnicamente, ad una unione doganale “imperfetta”. La sua forza maggiore sta nella coincidenza ideologica dei governi progressisti nell’affrontare i problemi interni e la politica estera, sebbene si deve evidenziare una forte impronta di leadership del Brasile, tanto più dopo aver raggiunto la posizione di quinta economia mondiale. Il Mercosur, che agisce attraverso il consenso unanime nell’ambito della sua politica internazionale, non ha firmato né l’ALCA, proposto dagli USA, né l’Accordo proposto dall’Unione Europea, che si sta negoziando da oltre un decennio. Sebbene questo sia lo scenario


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diversificato all’interno del continente, l’America può emergere nel corso del decennio che stiamo vivendo, in considerazione della situazione che stanno attraversando l’Europa e gli USA, del forte peso delle commodities nel mercato, dell’incidenza delle stesse risorse per le nostre economie e la nostra produzione. Per ciò che riguarda gli scenari globali, ci troviamo di fronte ad una Unione Europea in crisi economica e politica. Gli USA, nell’anno delle elezioni presidenziali, si trovano anch’essi con problemi occupazionali e di recessione. Mentre la Cina, anche se con un tasso meno rapido a causa della crisi, continua tuttavia a crescere assieme al gruppo dei BRICS, i paesi emergenti; della situazione del Mercosur ho già detto. Ritengo che per l’America siano maggiori le opportunità rispetto ai rischi: la creazione e l’ascesa dell’UNASUR ha approfondito e

rafforzato la sua azione politica; gli intenti di una maggiore interazione produttiva e la stabilità democratica conquistata, determinano la possibilità di implementare politiche a medio e lungo termine. Parliamo infine, di relazioni auspicabili: auspichiamo un Accordo con l’Unione Europea, però deve essere un accordo giusto, equo, con un piano comune di diritti e doveri che permetta di avanzare ad entrambi i blocchi. È fondamentale migliorare il nostro livello di interscambio in tutti gli ambiti, non solo in quello commerciale. Sebbene la storia delle nostre relazioni con l’Unione Europea si concentrino essenzialmente nei paesi con i quali abbiamo un passato comune, come Italia e Spagna e, dagli anni ’90 anche con Germania e Francia poiché le loro imprese hanno investito molto nella nostra regione, è necessario che tutto il blocco

europeo partecipi a questo nuovo ambito di relazioni internazionali. Il suo nome ricorda un’origine italiana… quale messaggio si sente di dare al popolo italiano in questo particolare momento ? Il popolo italiano, nella sua lunga e ricca storia ha mostrato di possedere capacità, coraggio e cultura politica in tempi anche molto difficili. Sono certo che uscirà indenne anche da questo momento critico con gli strumenti che lo hanno sempre caratterizzato: con la lotta, con la solidarietà e con uno sforzo congiunto per la ricerca di un progetto politico, economico e sociale che dia possibilità e opportunità a tutte le italiane e a tutti gli italiani.

(Traduzione di Rodolfo Ricci)

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MYANMAR

IN UN PASSAGGIO CRUCIALE SULLA STRADA DELLA DEMOCRAZIA di Silvana Cappuccio

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La popolazione birmana vive giorni cruciali, alla vigilia di un appuntamento elettorale che potrebbe segnare una trasformazione epocale e democratica del suo martoriato Paese. Il 1° aprile 2012 avranno luogo le elezioni suppletive riguardanti 48 nuovi parlamentari.

Questi sostituiranno quelli che, eletti nell'ultima tornata elettorale del 2010, hanno poi accettato di ricoprire delle posizioni nel Governo, dato che l'ordinamento birmano prevede il divieto di doppio incarico. Allo stato, il partito che sostiene la giunta militare e che paradossalmente si definisce Partito Unione Solidarietà e Sviluppo (Union Solidarity and Development Party , USDP), vanta una larga maggioranza in entrambe le assemblee parlamentari. Considerato che il 25% dei seggi è riservato ai militari, secondo quanto prevede la Costituzione del 2008, di fatto il regime controlla così più dell'80% dell'assemblea. Le prime elezioni “democratiche” furono tenute in Birmania nel 1990, dopo quasi trent'anni di regime militare. Furono vinte con più del 60% dei voti dalla Lega nazionale per la democrazia (LND), guidata da Aung San Suu Kyi, paladina dei diritti umani, premio Nobel per la pace nel 1991 e figlia del padre dell'indipendenza birmana. I militari invalidarono i risultati e imposero ancora una volta una loro giunta al comando del paese, calpestando così la volontà popolare. Il regime perseguitò e ripetutamente arrestò San Suu Kyi, lasciandola agli arresti domiciliari fino al 2010, quando venne liberata solo subito dopo le elezioni di novembre. Queste costituirono un'altra farsa organizzata dal regime per darsi legittimità: i partiti di vera opposizione furono esclusi e i votanti sottoposti a ricatti e a pesanti intimidazioni. La Birmania è oggi uno dei dieci maggiori esportatori di gas naturale al mondo, il più importante in Asia. Il gas è la principale marzo l aprile 2012, CAMBIAILMONDO

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fonte di reddito, rappresentando il 12,5% del pil e oltre il 40% dell'export. Il paese è ricco di materie prime, con riserve petrolifere, un oleodotto che collega i pozzi di Syriam e Rangoon per più di 400 kilometri, estrazioni di piombo, zinco, stagno e tungsteno. Ciononostante, è anche uno dei paesi più poveri al mondo. L'economia è instabile e l'inflazione alta. La gente vive in miseria. La speranza di vita media è una delle più basse dell'Asia. Secondo Transparency International, in quanto a corruzione la Birmania è seconda solo alla Corea del nord e alla Somalia. Quasi la metà della spesa pubblica finisce in armamenti e la spesa sanitaria è ridottissima, cosicché la mortalità 36 CAMBIAILMONDO, marzo l aprile 2012

infantile raggiunge il 50‰ e più del 30% dei bambini al di sotto dei cinque anni soffre di malnutrizione; i tassi di mortalità per malaria e tubercolosi rimangono molto elevati, l'Hiv/Aids si è diffuso a livello di tutta la popolazione e molti bambini non vanno a scuola. Sono tante e diffuse le violazioni del diritto umanitario internazionale con mine antipersone, esecuzioni stragiudiziali, pratiche di lavoro forzato, traffico di esseri umani, sfruttamento di lavoro minorile, torture, saccheggi, pestaggi, bambini soldato (il maggior numero al mondo), violenze sulle donne, confisca delle terre e controllo dei mezzi di stampa e di comunicazione. La Birmania è anche il primo produttore di metanfeta-

mine al mondo e il secondo per l'oppio. Di fatto non esiste un ordine giurisdizionale indipendente e l'accesso a internet è sottoposto a censura. La violenza sessuale sulle donne, con rapimenti e riduzione in schiavitù, è sistematica tra i militari. A difesa dei diritti umani delle donne si è formato un movimento internazionale in crescente espansione. Questo include una forte rete di donne per la democrazia in esilio, soprattutto lungo il confine con la Thailandia e in Chiang Mai. Durante il loro lungo potere, i militari hanno consumato feroci atti di repressione verso ogni forma di dissenso: sono ancora impresse nella memoria le immagini dei monaci buddisti


che diedero vita alla rivoluzione di zafferano, cioè alle pacifiche proteste di piazza del 2007. Atrocità sono state commesse anche verso i numerosi gruppi etnici, che costituiscono un terzo della popolazione birmana e che sono stati costretti a spostarsi all'interno del paese o a migrare altrove. Ancora all'inizio di febbraio 2012 oltre diecimila persone provenienti dalle regioni più remote hanno cercato rifugio in Cina, oltrepassando il confine nella regione sudoccidentale dello Yunnan, per sfuggire agli scontri tra l'esercito birmano e l'esercito per l'indipendenza del Kachin (Kia), uno dei maggiori gruppi ribelli del paese. Gli Stati Uniti e l'Unione Europea hanno posto la demo-

cratizzazione del paese come condizione preventiva per la progressiva eliminazione delle sanzioni imposte alla Birmania. Questa condizione parte proprio dallo svolgimento delle prossime libere elezioni, dalla liberazione di tutti i detenuti per ragioni politiche e dalla conclusione di accordi di pace con le etnie ribelli. A marzo 2011 la giunta militare, ormai al potere da mezzo secolo, ha costituito un Governo “civile”, di fatto da lei stessa controllato e ancora oggi in carica. Da allora si sono moltiplicate importanti novità in termini di riforme e decisioni, con rilevante impatto anche in termini di miglioramento dell'immagine del paese. Sono state apportate delle

modifiche sulla legge elettorale e introdotto delle aperture sulle libertà civili. È tornata in politica Aung San, candidata per la LND ad occupare un seggio in Parlamento e che si è dichiarata “pronta ad assumere un ruolo nel Governo”. Queste elezioni saranno un test e diranno se dietro a questi cambiamenti c'è la volontà autentica di proseguire sulla strada della democratizzazione o se invece si tratta dell'ennesima operazione di facciata. È un appuntamento a cui guardano con speranza e preoccupazione il popolo birmano, l'Asia e il resto del mondo. Il Governo birmano sembra impegnato sulla strada di una lenta ma progressiva trasformazione democratica. A gennaio 2012 è marzo l aprile 2012, CAMBIAILMONDO

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stata concessa un'amnistia e sono stati rimessi in libertà circa 600 prigionieri politici, tra cui i leader della rivolta popolare del 1988 e quelli della rivoluzione di zafferano del 2007. Adesso vengono rilasciati anche dei visti ufficiali ai giornalisti occidentali. Negli ultimi mesi sono stati firmati degli accordi di cessate-ilfuoco con i ribelli Shan, Karen e Mon e sta negoziando con i Kachins. Il Presidente Thein Sein a dicembre 2011 ha inoltre dato l'ordine di non attaccare più i ribelli, in tutte le zone. Gli attacchi dell'esercito birmano contro le minoranze etniche non si fermano però e in realtà igno38 CAMBIAILMONDO, marzo l aprile 2012

rano l'ordine di Thein Sein, come ancora da ultimo si è verificato contro l'esercito di indipendenza del Kachin. A gennaio 2012 per la prima volta una delegazione ufficiale birmana, guidata dal Ministro dell'industria U Soe Thane, è stata invitata al Forum economico mondiale a Davos. I messaggi lanciati in questa sede sono inequivocabili: il paese mira ad una crescita del 6% del pil nel 2012 e vorrebbe soprattutto attirare gli investimenti nei settori “che occupano molta manodopera, in particolare nell'agricoltura”, con la sottolineatura peraltro di avere anche “due coste, dei porti, la pesca, il gas, un gasdotto, una popolazione giovane e anglofona..” (così U Soe Thane). Non a caso prossimamente verrà approvata una legislazione

più favorevole agli investimenti stranieri, con un'esenzione fiscale di otto anni per le imprese interessate. Dalla fine del 2011 sono inoltre riprese le relazioni diplomatiche tra Birmania e Stati Uniti ed Unione Europea. Quest'ultima aprirà a breve una propria rappresentanza in Birmania. L'evulozione dei diritti sindacali La Costituzione birmana sancisce che i diritti del lavoro devono essere regolati tutelati da una legge ad hoc. In ottemperanza a quest'articolo, ad ottobre 2011 finalmente è stata approvata una legge, che ha abrogato e sostituito il Trade Unions Act del 1962 che aveva messo fuori legge i sindacati. È chiaro l'intento delle forze governative di recuperare sul piano della visibilità internazio-


nale, molto più che su quello del rispetto dei diritti e della democrazia, come emerge nettamente dalle parole del vice-ministro del lavoro Myint Thein, il quale afferma che la nuova legislazione “….aiuterà ad avere maggiori benefici economici, perché la trasparenza del nostro Governo attrarrà i paesi stranieri e di conseguenza gli investimenti stranieri circoleranno liberamente”. Adesso però, sebbene con una corposa serie di limitazioni, le lavoratrici ed i lavoratori birmani possono iscriversi al sindacato e scioperare legalmente, se appartengono al settore privato e danno tre giorni di preavviso o invece quattordici se svolgono un pubblico servizio. Chi lavora in servizi considerati essenziali non può comunque scioperare, così come non può farlo chi può

causare danno alla salute o alla vita delle persone. È riconosciuto il diritto di manifestare per i diritti del lavoro, purchè non vengano intralciati i trasporti o le infrastrutture di sicurezza. I sindacati possono essere costituiti se hanno almeno 30 iscritti e se sono registrati in un registro nazionale, presso un'agenzia di nomina governativa. Questa iscrizione al registro non è un atto formale, ma viene sottoposto ad una valutazione che fondatamente preoccupa la Federazione dei sindacati della Birmania (FTUB, affiliata alla Confederazione dei sindacati internazionali), anche perché vi è il concreto pericolo che il Governo dia vita a propri sindacati di comodo che saranno poi riconosciuti come i “legittimi” rappresentanti.

Vi sono delle sanzioni severe (fino a 120 dollari e/o un anno di detenzione) contro i datori di lavoro che violeranno le norme di questa legge, inclusa quella sul divieto di licenziamento di un lavoratore in ragione della sua appartenenza al sindacato, per lo svolgimento di attività sindacali o per la partecipazione ad uno sciopero in conformità di quanto prescritto dalla legge. Ovviamente da adesso molto dipenderà da come applicherà queste norme la magistratura, che tra le altre cose non ha mai protetto fino ad oggi i bambini dall'arruolamento militare, nonostante la Birmania abbia ratificato la Convenzione ONU sui diritti del bambino. Un grave vulnus rimane l'immunità giurisdizionale dei militari, garantita dalla Costituzione marzo l aprile 2012, CAMBIAILMONDO

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Dal Mondo

La nuova legge del lavoro è certamente un passo in avanti, ma non basta ancora a garantire i lavoratori birmani. Altre riforme sono necessarie come quelle su un salario minimo che assicuri una vita dignitosa ai lavoratori ed alle loro famiglie e sulla tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro. Se queste norme non sono espressamente previste dalla legge, anche se i lavoratori intraprendono un'azione collettiva, di fatto non possono servirsi di una base legale cui fare riferimento per le loro rivendicazioni. Tutta l'impalcatura della legge sarà poi difficilmente applicabile dalla gente più emarginata e priva di assistenza legale, come nelle comunità più lontane dai centri urbani.

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U Maung Maung, segretario generale del FTUB, ha ripetutamente evidenziato che i diritti di organizzazione sindacale e di contrattazione collettiva non sono ancora adeguatamente garantiti e che è sempre essenziale l'attenzione del movimento internazionale del lavoro. Nell'ultimo anno i lavoratori hanno spontaneamente lanciato delle iniziative e organizzato scioperi in molte aziende in diversi punti del paese, mostrando una crescente capacità di mobilitazione, come nel caso delle lavoratrici dello stabilimento coreano di lavorazione del pesce Hlaing Tharyar della più grande zona industriale di Yangoon che a settembre hanno protestato per il mancato pagamento delle retribuzioni. A molti

scioperi il Governo ha reagito con la forza. In alcuni casi invece si è cercato un accordo tra i lavoratori e le aziende, come alla fabbrica di bibite Grand Royal, nelle fabbriche di abbigliamento Super Garment e Kaunggyi Minglar della Shwepyithar Township di Rangoon o nei due stabilimenti di confezioni di proprietà SGI nella zona industriale di South Dagon Township.


REPUBBLICA DELL'UNIONE DELLA BIRMANIA Popolazione:

53,5 milioni (luglio 2011)

Composizione della popolazione:

età 0-14:

27,5 %

età 5-64:

67,5 %

età 65 e oltre:

5%

Aspettativa di vita alla nascita:

64,88

Tasso di mortalità materna:

240 / 100.000

Medici per abitanti:

0,457 / 1000

P o s t i l e t t o o s p e d a l i e r i p e r a b i t a n t i : 0,6 /1000 Principali città: Gruppi etnici:

Naypyitaw (la capitale, 200.000 abitanti); Rangoon (la città più grande, 5,8 milioni) Bamar (69%), Shan (8,5%), Karen (6,2%),Rakhine (4,5%), Mon (2,4%), Chin (2,2%), Kachin (1,4%), Karrenni (0,4%), altri indigeni (0,1%) e nazionalità straniere, soprattutto di origine indiana e cinese (5.3%)

Lingue:

Birmano come lingua ufficiale; inglese. Numerose altre lingue parlate da minoranze etniche

Religioni:

buddismo (predominante), cristianesimo, islam e animismo

Valuta:

Kyat (1euro = 8,6 Kyat)

Forma di governo:

Repubblica presidenziale

Capo di Stato:

U Thein Sein (dal 4 febbraio 2011)

Indipendenza:

4 gennaio 1948

Tasso di incremento PIL:

+ 5,3% (2010)

Inflazione:

9,6% (2010)

Attività principali:

agricoltura 42,2%, industria 18,9%, servizi 38,7%

Esportazioni principali:

gas, legno, legumi, fagioli, pesce, riso, abbigliamento, giada e gioielli

Principali partners commerciali:

Thailandia, Cina, Singapore, India


Dal Mondo

Al centro del suo programma l'apertura totale dell'economia venezuelana in sei anni - Il variegato cartello delle opposizioni ha scelto H.Capriles Radonsky, attuale governatore della regione Miranda, come suo candidato per strappare la presidenza a Chávez. Dopo 13 anni di sconfitte elettorali ininterrotte, il bloco sociale liberista volta pagina. Chiude porta e portafogli ai vecchi residuali partiti e politici che ricordavano troppo il passato, in cui il FMI e Casa Bianca era l'unico ed autentico governo del Venezuela. Scegliendo il giovane rampollo reazionario, d'una poderosa famiglia d'origine ebrea polacca, cerca di dare maggiore credibilità a scenari diversi. Non immediatamente identificabili come nostalgie del passato o riportare meccanicamente le lancette dell'orologio al 1998. A tale scopo, il pool formato dal poderoso gruppo finanziario Capriles, settore bancario privato, gruppo Mendoza, blocco mediatico, polo sionista, e i loro

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VENEZUELA. Il potere economico ha scelto il suo candidato presidenziale anti Chavez.

CHI È H. CAPRILES RADONSKY di Tito Pulsinelli (Valencia)

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cambiailmondo

alleati politici ed economici internazionali, si affidano alla sua gestualità modernizzata ed al nuovo lessico politico rifondato, sterilizzato ed etereo. In pubblico ed in TV, promette progresso, si dichiara “progressista” che guarda avanti e supera il passato, che propugna il “reincontro” e l'armonia. Nel suo programma scritto, invece, è detto chiaramente che libererà lo Stato da ogni funzione in campo economico. Ciò include anche PDVSA, che è la quarta multinazionale petrolifera mondiale e i giacimenti della Fascia dell'Orinoco. Il giovane rampollo bada di non pronunciare mai la parola “privatizzazione” e si affida al catalogo di sinonimi, eufemismi e allusioni sfumate confezionato dallo staff di esperti internazionali. In sei anni, è deciso ad aprire totalmente l'economia venezuelana. Lo giurerà davanti ad un notaio. A buon intenditore.. Con Capriles Radonsky l'elite economica e della finanza privata tenta di riconquistare quel

potere politico sottrattogli dall'insurrezione urbana di massa del caracazo e da Chávez. Non hanno ancora dato una risposta razionale al perchè persero il potere politico, ma sono già pronti a dare un nuovo assalto alla diligenza. La “razza oligarchica” punta su di un esponente che proviene geneticamente dal suo seno. È letteralmente uno di loro, ha sempre mostrato di che pasta è fatto. Dai primi passi adolescenziali nella setta reazionaria “Patria, tradizione e famiglia”. Poi nei circoli influenzati dall'Opus dei e dal neofranchismo spagnolo. Infine, da sindaco d'una circoscrizione di Caracas, durante il fallito golpe del 2002, la sua prova di virilità: promosse l'assalto alla sede diplomatica cubana, mise le manette all'allora ministro degli interni Rodriguez Chacìn ed altri deputati. Nel dicembre del 2010, Wikileaks pubblicò documenti dell'ambasciata USA di Caracas in cui si evidenziano gli stretti legami intrattenuti con il neo-candidato

presidenziale “progressista” , e il ruolo svolto nell'operazione contro l'ambasciata cubana. Deve rimontare un pronostico avverso che attribuisce a Chávez il 63% delle preferenze eettorali, e dimostrare che è negativa un'economia che è cresciuta del 4% nel 2011. Deve convincere i settori popolari che sentono i benefici d¡una politica che destina il 43% del bilancio annuale alla previdenza sociale, istruzione e salute. Senza sfondare in questo settore maggioritario, a Capriles Radonsky non bastano solo i voti della classe media e medioalta urbana, e delle enclaves mercantili legate al commercio internazionale. Storicamente, si attesta attorno al 30% dei suffragi.

FONTE: http://selvasorg.blogspot.com/2012/02/ven ezuela-potere-economico-ha-scelto-il.html

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Dal Mondo

Argentina: cambiano le regole

IL BANCO CENTRALE È PATRIMONIO PUBBLICO E SOCIALE. SI TORNA ALL'ECONOMIA REALE di Adriana Bernardotti (Buenos Aires)

L'Argentina ha abbattuto un altro pilastro delle politiche neoliberiste sancendo la fine dell'autonomia della Banca Centrale dalla politica. Questa settimana è prevista la conferma al Senato della Repubblica del nuovo Regolamento Organico della BCRA, approvato lo scorso mercoledì alla Camera de Deputati. La modifica dello status dell'istituzione era stato il principale annuncio politico fatto dalla presidente Cristina Kirchner nell'inaugurazione dell'anno legislativo del 2012, agli 44 CAMBIAILMONDO, marzo l aprile 2012

inizi del mese di marzo. L'autonomia delle banche centrali è stata uno dei capisaldi delle politiche imposte dal FMI e dagli organismi internazionali negli anni '90, sotto il paradigma del Consenso di Washington in America Latina. Riforme in questa direzione sono state promulgate in Cile (1989), Argentina (1992), Venezuela (1992), Messico (1994), con l'argomento che la politica monetaria - ovvero la preservazione del valore della moneta - è una funzione emi-


nentemente tecnica che deve essere staccata dalla politica economica di un paese e lasciata in mano dei tecnici. In Argentina la norma seguiva e completava la “legge sulla convertibilità” (1991), che aveva stabilito la parità cambiaria del peso con il dollaro e l'obbligo di mantenere delle riserve in valuta statunitense equivalenti alla massa monetaria circolante, conducendo in pratica alla dollarizazzione dell'economia. Entrambe le leggi nascevano con la finalità di stabilizzare l'economia e mettere fine all'enorme inflazione che creava nere prospettive per la giovane democrazia riconquistata negli anni 80. Non occorre soffermarci sui risultati delle politiche di aggiustamento strutturale e deflazione promosse dal FMI, che hanno avuto come sbocco la enorme crisi finanziaria del 2001 in Argentina e episodi similari nel resto dei paesi dell'America Latina. D'ora in poi, dunque, la missione primaria e fondamentale della Banca Centrale argentina non sarà soltanto “preservare il valore della moneta” ma includerà anche “lo sviluppo economico con giustizia sociale, l'occupazione e la stabilità finanziaria”. Finalità analoghe hanno le banche centrali di diversi altri paesi, a cominciare degli Stati Uniti, e abbondano anche gli esempi internazionali sull'uso di riserve per investimenti produttivi. Lo ha fatto il Brasile nel 2008-2009 per soccorrere imprese in difficoltà e per finanziare le esportazioni; la Cina per creare nel 2007 un grande fondo sovrano per gli investimenti; l'Ecuador nel 2009 per riattivare l'economia mediante la creazione di opere pubbliche e programmi d'impiego; il Giappone per aiutare la Toyota a altre sue imprese nel 2009. Una novità importante è la capacità che avrà l'organismo, di orientare e promuovere il credito, che oggi rappresenta soltanto il 14% del PIL (il livello più basso a livello regionale) ed è concentrato nel consumo e nel commercio estero. Si cerca così di incidere su uno dei fianchi deboli dell'economia, promuovendo lo sviluppo produttivo mediante la regolazione dei tassi d'interesse e il sostegno alle imprese per accedere al credito. Si incorporano anche nuove funzioni in riferimento alla regolazione e supervisione del sistema finanziario e alla protezione degli utenti. “L'attuale Carta Organica della Banca Centrale è dissociata dal modello produttivo. La nuova norma sancisce

ciò che si sta facendo negli ultimi anni”, ha spiegato la presidente della BCRA Mercedes Marcò del Pont. Due sono i punti contestati dall'opposizione ed entrambi riguardano la quantità di riserve trasferibili all'Erario e i vincoli all'utilizzo di fondi da parte del Governo. Le nuove regole sanciscono nella Carta Organica - ma al contempo modificano - disposizioni promulgate durante il governo di Nestor Kirchner . L'ex presidente aveva inaugurato l'uso di riserve da parte dello Stato allo scopo esclusivo di saldare il debito con gli organismi di credito internazionali, quando introdusse, mediante un decreto del 2005, il concetto di “riserve di libera disponibilità” che stabiliva che quando le riserve superassero il 100% della base monetaria, in condizioni di surplus della bilancia commerciale, gli eccedenti potevano essere utilizzati con questo fine. In questo modo sono stati rimborsati 10.000 milioni di dollari al FMI e cancellato il debito con questo organismo, seguendo la politica di “desindebitamento” portata avanti pure dal Brasile nello stesso periodo. La Riforma attuale incrementa i fondi disponibili per lo Stato. Per fare ciò abolisce l'obbligo del 100% di copertura in dollari - retaggio della politica di convertibilità - e stabilisce che è competenza delle autorità monetarie fissare nuovi parametri fondati sul livello di riserve ottimale alla politica economica e al modello di sviluppo attuale. In aggiunta - ma soltanto in condizioni eccezionali per l'economia nazionale o internazionale - si duplica l'ammontare che il Banco può anticipare in marzo l aprile 2012, CAMBIAILMONDO

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forma transitoria al Governo e si prolungano i tempi per il suo reintegro (dal 10 al 20% delle entrate fiscali del precedente anno e da 12 a 18 mesi). L'opposizione di centro-destra mette in guardia sul rischio di un innalzamento dell' inflazione vista la discrezionalità con la quale l'Esecutivo potrebbe ricorrere all' emissione monetaria. Il Governo affermano - cerca soltanto di aumentare gli introiti in previsione della crisi e del termine della fase di crescita e di risultati positivi nell'interscambio commerciale, in modo di continuare ad incrementare la spesa pubblica e pagare i debito estero. Questo ultimo punto è il bersaglio delle critiche dell'opposizione di centro-sinistra, dal momento che lo scopo principale della misura ufficiale non sembra tanto essere l'ampliamento della capacità produttiva del paese quanto piuttosto la negoziazione del debito con i paesi creditori riuniti nel forum conosciuto come “Club di Parigi”, un tema che ha subito diverse dilazioni e che la Presidente

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vuole concludere entro il 2012. E' requisito indispensabile per il Governo disporre di dollari per avanzare nella politica adottata dai tempi di Kirchner riguardo al debito estero: pagare sì, ma alle proprie condizioni, in primo luogo con l'esclusione del FMI nelle negoziazioni. Comunque sia, è indubbio che la riforma rappresenta un cambiamento di paradigma e implica un ritorno alla politica e all'economia reale. La sovranità della politica economica torna allo Stato, che recupera la guida delle variabili macroeconomiche indispensabili per orientare qualsiasi strategia di sviluppo. Perché, come ha sostenuto un'analista locale[1], “separare le riserve accumulate da un popolo, grazie al suo lavoro, dal resto delle risorse nazionali e lasciarle alla volontà di un gruppo di tecnocrati senza voti è uno sproposito ed è antidemocratico”, si guardi come si guardi. [1] Mario Wainfeld, “Movidas en el Congreso”, Pagina 12, 11 marzo 2012.


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LA TRAGEDIA FERROVIARIA DI BUENOS AIRES:

UNA STRAGE DEL NEOLIBERISMO di Adriana Bernardotti (Buenos Aires)

»» Lo

scorso mercoledì 22 febbraio un incidente ferroviario nella stazione di Once, in una centralissima zona di Buenos Aires, ha lasciato il tragico saldo di 51 morti e più di 670 feriti. Si tratta dell'ennesima tragedia che ha come scenario il disastrato sistema ferroviario argentino, un caso esemplare delle fallimentari e vergognose esperienze di privatizzazione degli anni Novanta. “Linea che sciopera, linea che chiude” (“ramal que para, ramal que cierra”), aveva avvertito con un' ottimo senso del ricatto, il presidente Menem ai lavoratori protagonisti dei grandi scioperi ferroviari del 1991 e 1992, a difesa dei loro posti di lavoro e del

sistema pubblico di trasporto. Le minacce si sono avverate: 80 mila lavoratori sono stati licenziati e la rete ferroviaria argentina è stata ridotta da 37.000 a 7.000 km. Quello che era stato il più esteso sistema ferroviario in Sudamerica - oltre che il mezzo più economico, sicuro e ambientalmente sostenibile per collegare il vasto territorio - è stato mezzo all'asta all'insegna dell'efficienza dei privati! Ma purtroppo ai privati interessava il guadagno, quindi soltanto i tratti redditizi. Il sistema è stato frantumato ed è sopravvissuta in pratica soltanto qualche linea di trasporto merce commercialmente redditizia ed un minimo delle linee passeggeri, tra cui la

rete suburbana della megalopoli di Buenos Aires. Lunghi tratti di rotaie sono stati smantellati, tagliando fuori d'ogni via di comunicazione innumerevoli territori e piccole località della campagna che sono diventati “paesi fantasma”. Una conseguenza diretta è stata l'incremento esponenziale degli incidenti stradali, che in poco tempo sono diventati la terza causa di morte nel paese e la prima per i giovani sotto i 35 anni. L'ex ferrovia Sarmiento è passata alla gestione privata nel 1994. L'impresa TBA (Trenes de Buenos Aires) è stata l'aggiudicataria dell'appalto che includeva anche la ferrovia Roca e stipulava

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altresì l'assegnazione di consistenti risorse economiche da parte dello Stato, per un periodo di dieci anni, in cambio della sistemazione e modernizzazione delle linee. I beneficiari sono stati i fratelli Cirigliano, tipici esponenti del “capitalismo degli amici” nato e cresciuto attorno ai vantaggi dei rapporti con i governi di turno. Da proprietari di due linee d'autobus urbano nella capitale, i fratelli sono diventati i titolari di una potente holding che include il quasi monopolio nell'area del trasporto stradale locale e di lunga percorrenza di passeggeri, la produzione di carrozzerie e di materiale ferroviario, ramificazioni nell'area delle assicurazioni e perfino il tentativo di acquisto di una compagnia di voli domestici. I Cirigliano posseggono partecipazioni anche a livello internazionale, nella gestione della metro di Rio de Janeiro (Opportrans) e nella concessione della ferrovia che collegherà l'Argentina con l'Uruguay. Un esempio lungimirante di come i denari pubblici possono servire per finanziare l'accumulazione di privati vicini al potere.

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All'inadempienza degli obblighi contrattuali da parte dell'impresa si aggiungeva, con la crisi del 2001, la dichiarazione dell'emergenza economica dello Stato con la conseguente sospensione dei programmi di investimento nel settore - che apporta un altro ingrediente per l'abbandono del patrimonio esistente. Trascorsi 10 anni dalla concessione l'impresa registrava 1.198 incidenti nella ferrovia Sarmiento, con 818 morti, e 879 nella ferrovia Mitre con 554 vittime “fatali”, secondo quanto informava la Commissione Nazionale di Regolazione del Trasporto. Il caso della TBA non è isolato, al contrario, si replica nelle altre imprese appaltatrici, situazione che è stata denunciata in diverse occasioni dagli organismi di controllo senza che nessun governo s'impegnasse a fondo per modificare lo stato di cose. Una speranza, rimasta delusa, si era aperta quando Nestor Kirchner annullava nel 2004 un'altra delle concessioni - sempre per malfunzionamento - procedendo nel tentativo di creare un sistema ferroviario misto, cioè mantenendo la gestione privata,

ma introducendo un maggiore intervento dello Stato. Nel 2007, dopo gravissimi incidenti in un'altra stazione del capoluogo, sono state revocate le concessioni di altre due linee, che sono passate alla gestione statale. Il fallimento dell'esperienza della UGOFE (Unidad de Gestión Operativa Ferroviaria de Emergencia), l'ente misto del quale fa parte anche la TBA, è oggi di fronte agli occhi di tutti. L'altra innovazione della politica kirchnerista - il ri-orientamento e incremento progressivo dei sussidi pubblici, con l'obiettivo di abbassare i costi del trasporto costituendo una sorta di salario indiretto a supporto della nuova fase di riattivazione economica e crescita dell'occupazione - nella pratica ha moltiplicato i guadagni delle imprese. E' venuto fuori nel dibattito di questi giorni che il 75% dei loro utili proviene dei sussidi pubblici. Sostanzialmente tutto è proseguito come prima. La mancanza di manutenzione, il deplorevole stato dei binari, l'affollamento disumano delle carrozze sono responsabili delle varie disgrazie che hanno come vittime esclusi-


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vamente i lavoratori e i gruppi più svantaggiati della popolazione che ogni giorno raggiungono come pendolari il capoluogo. Il treno dei lavoratori che alle 8:32, entrando nella stazione terminale, ha rotto i freni e provocato la morte delle 51 persone stipate nella prima carrozza, caricava soltanto operai che correvano in fabbrica, impiegate del basso terziario e colf occupate presso famiglie dei ceti agiati della città. Alcuni giornali, sfruttando con toni melodrammatici la tragedia, hanno evidenziato che soltanto una delle vittime fatali aveva la laurea e che 9 dei 51 deceduti erano immigrati dei paesi vicini. Le vittime sono loro, i lavoratori che ogni mattina vanno di fretta perché un minuto di ritardo significa la perdita del “premio di presentismo”, un altro residuo del neoliberalismo nella normativa sul lavoro, vale a dire la clausola contrattuale che fa dipendere dalla puntualità e mancate assenze una parte cospicua delle buste paghe. Ciò spiega la calca inumana delle prime carrozze ed è alla base delle sfortunatissime dichiarazioni del Segretario dei Trasporti che, nelle sue prime

dichiarazioni nel giorno della tragedia, ha affermato “che l'incidente non sarebbe stato così grave se succedeva ieri”, in riferimento alla festività del martedì grasso. La tragedia di questi giorni è il corollario di una lunga serie d'incidenti ferroviari di diversa entità, che molto spesso hanno avuto come protagonista la furia dei passeggeri disperati per arrivare in orario al lavoro. Nel novembre del 2005, i ritardi a causa di un deragliamento nella stessa ferrovia di Once sono stati la scintilla per una sommossa popolare che ha avuto per saldo l'incendio di carrozze in tre stazioni, 20 persone ferite e 113 detenute. Episodi similari si sono verificati nel settembre del 2008, quando sono stati incendiati treni in due stazioni della stessa linea come prodotto di altri “inconvenienti” e ai quali hanno partecipato gli utenti. La stazione Costituzione, la terminale dei treni che arrivano dal sud alla città di Buenos Aires, è stata in pratica incendiata e sommersa dal caos nel 2007 a causa dell'indignazione dei passeggeri. Allora il Governo reagì rescindendo la concessione ai

privati. Un altro protagonista di primo piano è il movimento sindacale, diviso tra i sindacati tradizionali coinvolti direttamente nei processi di privatizzazione e corruzione - e i nuovi raggruppamenti di sinistra che denunciano i disservizi ricavando molti aderenti tra i lavoratori del settore. Il giovane militante Mariano Ferreyra ha perso la vita sulle rotaie il 20 ottobre del 2010, assassinato da una banda criminale assoldata, pare, dal segretario generale dell'Unione Ferroviaria Jose Pedraza, quando appoggiava, assieme ai suoi compagni, la lotta per l'assunzione dei precari reclutati attraverso cooperative, intestate a familiari dello stesso dirigente sindacale e create ad hoc per gestire servizi terziarizzati dell'impresa ferroviaria. Il dolore procurato da questo grave episodio sarebbe stata la causa dell'indisposizione che ha portato alla morte l'ex presidente pochi giorni dopo, secondo una versione allora circolata e in qualche modo avallata dalla stessa Cristina. Comunque sia, il Governo accumula errori madornali e gaffe

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sciocche sui binari delle ferrovie. Il precedente Segretario di Trasporti, Ricardo Jaime, è sotto processo penale per corruzione in una causa che coinvolge anche l'impresa dei Cirigliano. Attivisti sindacali della sinistra sono stati in passato, prima degli avvenimenti di Mariano Ferreyra, accusati di essere gli istigatori delle ribellione di passeggeri e in alcuni anche casi arrestati senza rispetto delle garanzie di legge. Davanti ai fatti di questi giorni, critiche da molti i settori sono piovute sulla Presidente, che ha cercato di tenersi lontana dei riflettori e ha parlato alla cittadinanza soltanto sei giorni dopo la tragedia. Neanche è parsa accertata la decisione di costituirsi come parte civile per accompagnare i familiari delle vittime, viste le responsabilità penali e amministrative che competono allo Stato trattandosi sempre di un servizio pubblico. Non piace soprattutto il rinvio d'ogni decisione di Governo riguardo all'impresa TBA e alla concessione alla fine delle indagini giudiziarie, anche se la Presidente ha sollecitato la conclusione delle stesse entro 15 giorni. A peggiorare le cose, una gravissima svista nei lavori di riscatto dei corpi delle vittime ha commosso la popolazione e può avere conseguenze imprevedibili per il Governo. Due giorni dopo la chiusura dell'operativo d'emergenza sui resti del treno, peraltro giudicato positivamente per la celerità d'azioni, è stato ritrovato il corpo di Lucas Menghini nascosto in un comparto macchine tra le lamiere del treno. La commovente conferenza stampa 50 CAMBIAILMONDO, marzo l aprile 2012

convocata dai genitori e la sorella della vittima in un teatro della città è stato un atto di accusa per il Governo. Si concludeva così la dolorosa ricerca del ragazzo ventenne da parte dei familiari e amici, seguita da vicino dai media e da un intero paese in ansia. Il Governo non può ritardare una decisa pressa di posizione sulla politica ferroviaria. Da più voci, fuori e anche vicino al governo, si sollecita l'urgente fine della concessione con la TBA. Dentro il palazzo non è chiaro però il giorno dopo. Settori che promuovono un approfondimento in senso progressista del modello kirchnerista, sostengono che è arrivata l'ora di ritornare al sistema pubblico attraverso la nazionalizzazione delle ferrovie. Lo stessa soluzione si è evidenziata qualche settimana fa per quella che era stata l'impresa nazionale di idrocarburi - l'YPF oggi in mano di un consorzio privato di capitali spagnoli e argentini, accusata pubblicamente dalla Presidente di mettere a rischio la sicurezza energetica del paese per la mancanza di adeguati investimenti. Per quanto possa sembrare inconsueto in questi tempi, scelte di questo tipo sono state già realizzate in altri settori, con sorti diverse. Nel 2006 è stata recuperata allo Stato l'azienda per i servizi di somministrazione di acqua (AySA). Nel 2009 è toccato il turno alla compagnia di bandiera, Aerolineas Argentinas. Il dibattito è in corso e lo scenario è aperto.


USA. 6 Premi Nobel scrivono a Obama:

“FOLLIA” IL PAREGGIO DI BILANCIO IN COSTITUZIONE

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Sei premi nobel per l'economia ed altri esperti scrivono una lettera al Presidente Obama contro la proposta di inserire nella Costituzione americana una norma che costringa rigidamente al pareggio di bilancio. È la stessa norma che hanno concordato gli Stati europei su input francotedesco e che a breve si approverà pure per la Costituzione italiana. “È una follia” dicono i nobel. Sul piano tecnico-economico impedirebbe quelle che il grande economista inglese lord Keynes chiamava politiche “anticicliche”: sostenere la domanda pubblica e i consumi popolari per uscire dalla recessione. Più in generale e in sintesi i sottoscrittori della lettera denunciano con convinzione che sarebbe una camicia di forza per la crescita, un sistema irresponsabile per addossare sugli enti locali e sui cittadini, specie quelli più poveri, qualsiasi spesa in più, un invito aperto a svendere le proprietà dello Stato con manovre dubbie e opache e una iattura nel caso che eventi imprevisti richiedessero massicci stanziamenti. Di sicuro in un momento in cui gli enormi tassi d'interesse della speculazione finanziaria caricano il debito pubblico, parlare rigidamente di pareggio di bilancio senza mettere in discussione queste uscite, significa una politica sociale lacrime e sangue! In ultima istanza quindi un grave rischio per la democrazia e per la possibilità dei cittadini di decidere quale politica economica adottare.


Dal Mondo

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Cari presidente Obama, presidente Boehner, capogruppo della minoranza Pelosi, capogruppo della maggioranza Reid, capogruppo della minoranza al Senato McConnell,

noi sottoscritti economisti sollecitiamo che venga respinta qualunque proposta volta ad emendare la Costituzione degli Stati Uniti inserendo un vincolo in materia di pareggio del bilancio. Vero è che il Paese è alle prese con gravi problemi sul fronte dei conti pubblici, problemi che vanno affrontati con misure che comincino a dispiegare i loro effetti una volta che l'economia sia forte abbastanza da poterle assorbire, ma inserire nella Costituzione il vincolo di pareggio del bilancio rappresenterebbe una scelta politica estremamente improvvida. Aggiungere ulteriori restrizioni, cosa che avverrebbe nel caso fosse approvato un emendamento sul pareggio del bilancio, quale un tetto rigido della spesa pubblica, non farebbe che peggiorare le cose. 1. Un emendamento sul pareggio di bilancio avrebbe effetti perversi in caso di recessione. Nei momenti di difficoltà economica diminuisce il gettito fiscale e aumentano alcune spese tra cui i sussidi di disoccupazione. Questi ammortizzatori sociali fanno aumentare il deficit, ma limitano la contrazione del reddito disponibile e del potere di acquisto. Chiudere ogni anno il bilancio in pareggio aggraverebbe le eventuali recessioni. 2. A differenza delle costituzioni di molti stati che consentono di ricorrere al credito per finanziare la spesa in conto capitale, il bilancio federale non prevede alcuna differenza tra investimenti e spesa corrente. Le aziende private e le famiglie ricorrono continuamente al credito per finanziare le loro spese. Un emendamento che introducesse il vincolo del pareggio di bilancio impe-

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direbbe al governo federale di ricorrere al credito per finanziare il costo delle infrastrutture, dell'istruzione, della ricerca e sviluppo, della tutela dell'ambiente e di altri investimenti vitali per il futuro benessere della nazione. 3. Un emendamento che introducesse il vincolo del pareggio di bilancio incoraggerebbe il Congresso ad approvare provvedimenti privi di copertura finanziaria delegando gli stati, gli enti locali e le aziende private trovare le risorse finanziarie al posto del governo federale. Inoltre favorirebbe dubbie manovre finanziarie (quali la vendita di terreni demaniali e di altri beni pubblici contabilizzando i ricavi come introiti destinati alla riduzione del deficit) e altri espedienti contabili. Le controversie derivanti dall'interpretazione del concetto di pareggio di bilancio finirebbero probabilmente dinanzi ai tribunali con il risultato di affidare alla magistratura il compito di decidere la politica economica. E altrettanto si verificherebbe in caso di controversie riguardanti il modo in cui rimettere in equilibrio un bilancio dissestato nei casi in cui il Congresso non disponesse dei voti necessari per approvare tagli dolorosi. 4. Quasi sempre le proposte di introduzione per via costituzionale del vincolo di pareggio di bilancio prevedono delle scappatoie, ma in tempo di pace sono necessarie in entrambi i rami del Congresso maggioranze molto ampie per approvare un bilancio non in ordine o per innalzare il tetto del debito. Sono disposizioni che tendono a paralizzare l'attività dell'esecutivo. 5. Un tetto di spesa, previsto da alcune delle pro-


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poste di emendamento, limiterebbe ulteriormente la capacita' del Congresso di contrastare eventuali recessioni vuoi con gli ammortizzatori gia' previsti vuoi con apposite modifiche della politica in materia di bilancio. Anche nei periodi di espansione dell'economia, un tetto rigido di spesa potrebbe danneggiare la crescita economica perche' gli incrementi degli investimenti ad elevata remunerazione - anche quelli interamente finanziati dall'aumento del gettito sarebbero ritenuti incostituzionali se non controbilanciati da riduzioni della spesa di pari importo. Un tetto vincolante di spesa comporterebbe la necessita', in caso di spese di emergenza (per esempio in caso di disastri naturali), di tagliare altri capitoli del bilancio mettendo in pericolo il finanziamento dei programmi non di emergenza. 6. Per pareggiare il bilancio non è necessario un emendamento costituzionale. Il bilancio non solo si chiuse in pareggio, ma fece registrare un avanzo e una riduzione del debito per quattro anni consecutivi dopo l'approvazione da parte del Congresso negli anni '90 di alcuni provvedimenti che riducevano la crescita della spesa pubblica e incrementavano le entrate. Lo si fece con l'attuale Costituzione e senza modificarla e lo si può fare ancora. Nessun altro Paese importante ostacola la propria economia con il vincolo di pareggio di bilancio. Non c'e' alcuna necessità di mettere al Paese una camicia di forza economica. Lasciamo che presidente e Congresso adottino le politiche monetarie, economiche e di bilancio idonee a far fronte ai

bisogni e alle priorità, così come saggiamente previsto dai nostri padri costituenti. 7. Nell'attuale fase dell'economia è pericoloso tentare di riportare il bilancio in pareggio troppo rapidamente. I grossi tagli di spesa e/o gli incrementi della pressione fiscale necessari per raggiungere questo scopo, danneggerebbero una ripresa già di per sé debole.

KENNETH ARROW, premio Nobel per l'economia 1972

PETER DIAMOND, premio Nobel per l'economia 2010

WILLIAM SHARPE, premio Nobel per l'economia 1990

CHARLES SCHULTZE, consigliere economico di J.F. Kennedy e Lindon Johnson, animatore della Great Society Agenda

ALAN BLINDER, direttore del Centro per le ricerche economiche della Princeton University

ERIC MASKIN, premio Nobel per l'economia 2007

ROBERT SOLOW, premio Nobel per l'economia 1987

LAURA TYSON, ex direttrice del Natonal Economic Council

Tito Pulsinelli Fonte: selvasorg.blogspot.com

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Dal Mondo

NAWAL EL SAADAWI PARLA DELLA LOTTA DELLE DONNE E DEGLI UOMINI EGIZIANI Celebre scrittrice, psichiatra e attivista egiziana, Nawal El Saadawi, è autrice di oltre 40 libri ed ha avuto una vita molto difficile. La sua principale battaglia è stata contro la mutilazione genitale femminile, contro la quale ha lottato per oltre cinquant'anni, con il libro “Donne e Sesso” pubblicato nel 1969 e vietato dalle autorità politiche e religiose. Ha fondato un'Associazione di Solidarietà con le Donne Arabe che è stata chiusa dal governo nel 1991. È stata accusata, per una sua pubblicazione, di apostasia e di eresia dall'università Al Azhar nel 2007, verso la quale intenta causa che vince nel 2008. Ha ricevuto diversi premi letterari, tenuto conferenze in molte università e ha partecipato a numerose conferenze internazionali e nazionali. In occasione della Giornata Internazionale delle Donne ha rilasciato questa dichiarazione.

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La nuova Unione delle Donne Egiziane, formata in piazza Tahrir da giovani donne e giovani uomini rivoluzionari, ha lottato dalla rivoluzione del gennaio 2011 per unire i gruppi femministi e progressisti in Egitto, e lottato collettivamente per un nuovo sistema in Egitto, basato sulla vera libertà (non sulla falsa democrazia del capitalismo patriarcale), sulla vera dignità, sulla giustizia socio54 CAMBIAILMONDO, marzo l aprile 2012

economica e sull'uguaglianza per tutti, a prescindere dal sesso, dalla religione, dalla classe e dalla razza. Siamo stati in grado, attraverso il potere di milioni di persone unite, a rimuovere la testa del regime (Hosni Mubarak) l'11 febbraio 2011, ma il corpo del regime è ancora al potere, sostenuto dal governo coloniale americano e dai suoi alleati egiziani nell'Alto Consiglio Militare, nel


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governo post rivoluzionario, nelle grandi e ricchissime elites commerciali, nei grandi media, nei vecchi partiti politici liberali e nei nuovi gruppi religiosi fanatici che hanno accresciuto il loro potere nel periodo di “Sadat” durante gli anni settanta, e la sua sottomissione al regime israeliano e all'aiuto militare ed economico americano. Da allora la povertà e l'oppressione delle donne è aumentata sotto il potere crescente del fondamentalismo religioso e dello sfruttamento di classe. Le donne sono la metà della società. Non possono essere liberate in un paese che non è liberato. Associamo la nostra liberazione dal patriarcato alla liberazione del nostro paese dal colonialismo e dall'oppressione religiosa, nel nome di Dio, dell'amore, della pace e della democrazia. Bin Laden e George Bush hanno lavorato insieme contro i poveri e contro le donne, poi hanno avuto interessi conflittuali e hanno cercato di uccidersi l'un l'altro. Oggi, Barak Obama e i Fratelli Musulmani sono amici, trattano i loro interessi comuni. Non ci

sono principi in questa politica e interessi che cambiamo. Oggi la maggior parte delle persone nel mondo, nel nord e nel sud, si stanno ribellando contro il sistema capitalista patriarcale, da piazza Tahrir al Cairo a Occupy Wall Street a New York e in tutto il mondo. Le donne e gli uomini stanno lottando insieme in Egitto come in altri paesi. Non è abbastanza essere donna, essere contro il patriarcato e non è abbastanza essere liberale o socialista, essere contro il capitalismo e il colonialismo. Non è abbastanza essere atei per combattere l'oppressione religiosa. Abbiamo donne che sono più patriarcali degli uomini, abbiamo uomini socialisti che sono più capitalisti dei leaders di estrema destra, e abbiamo atei che sono più fanatici dei fondamentalisti. La contro rivoluzione in Egitto sta ancora uccidendo giovani uomini e giovani donne rivoluzionare. Da gennaio 2011, migliaia sono stati uccisi, migliaia sono stati mutilati, migliaia sono stati imprigionati, ma la rivoluzione continua. Non abbiamo perso la

speranza nonostante il duro contraccolpo contro di noi. Le donne in Egitto sono sempre più escluse dai poteri controrivoluzionari, dai posti importanti, dalle attività politiche e dai consigli superiori, formati dopo la rivoluzione. Le cosiddette elezioni democratiche in Egitto dopo la rivoluzione hanno portato in parlamento il 2% di parlamentari donne e una buona maggioranza dei Fratelli Musulmani e di gruppi salafiti che sono più arretrati di altri gruppi fanatici religiosi. Ma la lotta in Egitto continua. Dobbiamo unire le forze a livello mondiale e locale per combattere. Non dobbiamo separarci in una lotta di livello globale, locale e “glocale”. Viviamo in un mondo (non in tre mondi) dominato dallo stesso sistema oppressivo; il sistema capilista, imperialista, religioso, razzista, militare e patriarcale. Prima o poi ci libereremo. Non perderemo mai la speranza perché la speranza è potere». Nawal El Sadawi Il Cairo, Egitto Traduzione di Maria Teresa Polico marzo l aprile 2012, CAMBIAILMONDO

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Dall’Europa

DOVE VA LA SINISTRA EUROPEA? di Roberto Musacchio

Visto che ormai è evidente a tutti che le scelte politiche si fanno a dimensione europea, sarebbe necessario provare a capire se c'è una sinistra europea e che cosa fa.

Quando si parla di sinistra europea la mente va naturalmente subito al suo aggregato più grande e corposo, quello che si ritrova nel Partito Socialista Europeo. Difficile prescindere dal dato che i socialisti sono stati una parte fondamentale della costruzione dell'Unione Europea, avendo tra l'altro, ai tempi della Commissione Delors, socialista, e quindi del momento decisivo di sua concretizzazione, una presenza in 13 governi su 15 dell'allora consesso di Stati partecipanti. Come è difficile sfuggire all'altrettanto concreta constatazione

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che oggi la presenza socialista nei governi della UE a 27 è ridotta ai minimi termini. Per questo la riflessione aperta in quel campo è di grande interesse. Da ultimo sta circolando un documento dal titolo “ Per una alternativa socialista europea “, firmato da molte figure del PSE con l'esclusione dei leader di primissimo piano operativo. Il testo ne segue altri che hanno visto la luce in questi mesi passati. Dall'appello “ Change Europe “, che provava a raccogliere adesioni più a tutto campo, e dunque anche in altri settori verdi e di

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sinistre radicali. Ad appelli franco - tedeschi, legati all'ambito socialista e verde, prefiguranti cioè una qualche ipotesi di governo di centro sinistra per quei due Paesi e una qualche possibile relazione tra le loro possibili politiche future. Partiamo però dall'ultimo, che è tutto in casa socialista. “ Per una alternativa socialista europea “ può essere letto in tre parti. Una critica molto forte e radicale alle politiche di austerità, la cui responsabilità viene consegnata sostanzialmente alle destre. Una autocritica, ma anche una


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critica, sugli errori socialisti e in particolare sulla cosiddetta terza via. La proposizione di indicazioni alternative programmatiche, spesso per altro note, ma interessanti, dagli eurobond in giù, per una diversa idea d'Europa. Quello che però colpisce dell'appello è che manca il qui e oggi nella sua dimensione concreta e nella valutazione della sua portata. Mi spiego. La domanda: “ come mai stanno passando provvedimenti di enorme portata che rendono strutturale la politica di austerità e modificano radicalmente di segno la natura della

democrazia europea “ - fatica ad essere formulata e a trovare risposte. Eppure è una domanda ineludibile per chi critica a fondo l'austerità, si autocritica per il passato, prospetta un futuro diverso e intanto non riesce a fermare ciò che accade. Anzi, di più, in buona parte vi contribuisce ancora. Se vediamo all'insieme delle misure prese dalla governance europea, da Europlus, al Six pack, al Fiscal Compact, alle modifiche dettate per inserire nelle Costituzioni nazionali l'obbligo al pareggio di bilancio, al nuovo Two pack sulle

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Dall’Europa

regole per l'uso del “ salva stati “, è difficile ritrovare in atto una vera opposizione socialista. Distingui verbali, anche forti, nel Parlamento europeo, ma poi via via più flebili nella articolazione concreta delle posizioni sui provvedimenti attuativi. Una internità a queste scelte operata da Zapatero in punto mortis del suo governo,con il pareggio di bilancio inserito in Costituzione. Via libera dai governi di grande intesa in Grecia e Italia. Si fa ora molto affidamento ai possibili cambi di governo in Francia e in Germania. Ma è davvero così? In Francia Hollande ha realmente preso una posizione critica sul Trattato ma essa è però circoscritta ad una sua rinegoziazione, la cui natura è assai poco chiara. Intanto i socialisti francesi si astengono, e c'era anche un imput a votare a favore, all'Assemblea Nazionale sul

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cosiddetto salva stati. La situazione francese poi è diversa da quella cui si era pensato con i documenti socialisti e verdi di qualche mese va. La lotta contro Sarkozy è molto dura; c'è una variante populista che incombe. Non a caso riemerge la classica union de gauche, con i comunisti che ritrovano slancio nella candidatura a presidente della repubblica dell'ex socialista Melanchon, capace di toni di sinistra che incontrano umori nazionali e popolari. In Germania poi la situazione va vista per quello che è e non per ciò che si vorrebbe. Partiamo dai sondaggi elettorali che danno la CDU al 38 % abbastanza stabilmente, l'SPD al 26 %, i grunen alti, al 14%, ma assai meno del dopo Fukushima, la Linke al 9%, i liberali sotto lo sbarramento e i Pirati , vera novità della politica tedesca e non solo, invece stabilmente ben sopra. E il gradimento per la Merkel sta al 65%! Difficile pensare che vi siano le condizioni per una alternativa di centro sinistra che per giunta negli intenti di socialdemocratici e verdi dovrebbe escludere Linke e Pirati. A Berlino per il governo del Land è tornata la coalizione CDU-SPD. Il nuovo presidente della repubblica dovrebbe essere votato dagli stessi due partiti più liberali e verdi e, francamente, non è una figura particolarmente progressista. Soprattutto tutta la politica concreta, il rapporto


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con l'opinione pubblica non vede un grande contrasto rispetto alla vulgata dominante che la crisi è colpa dei “ fannulloni “ siano essi Greci o altri. Difficile trovare una vera volontà di cambiare quel patto corporativo tedesco che alimenta esportazioni invasive e di fatto distrugge l'idea stessa della armonizzazione della UE, risultando una delle vera cause della crisi. Per chi pensa che sarà il cambio di governo in Francia e in Germania a permettere un cambio più generale, queste considerazioni dovrebbero invitare a qualche riflessione in più. Anche perché le misure di governance prese sono difficilmente riconducibili ad una parentesi. Si è stabilizzata una forma di gestione che non è solo intergovernativa ma è fatta di un intergovernativismo separato da ogni relazione parlamentare, interconnesso con le strutture di governance della finanza, e che rende tendenzialmente irrevocabili le scelte fatte. Ciò che accade per la Grecia, l'imposizione di scelte, la richiesta a tutti i soggetti greci di dichiararle permanenti, la creazione di canali di gestione dei fondi e delle scelte fuori del controllo delle istituzioni greche, non è solo per la Grecia ma vale per tutti. Nel Two pack, ora in approvazione, si prevede che le finanziarie vengano riviste dalla governance prima dell'approvazione parlamentare. Tutte funzioni per altro fuori dal metodo comunita-

rio e dentro il nuovo metodo postdemocratico. Che in ballo ci sia la fine del modello sociale europeo del resto lo scrive chiaramente, e sul Wall Street Journal, Mario Draghi. Il punto è che le borghesie europee sembrano aver raggiunto un loro punto di compromesso, intorno alla leadership tedesca, e subordinato al capitale finanziario. Naturalmente sono aperti punti non da poco. Si pensi alla lettera dei 12 per la crescita, ispirata dal duo Cameron-Monti, tutta filo liberalizzazioni, con cui per altro Monti si autonomizza dal mandato più mercantilista iscritto nel testo della risoluzione unitaria con cui la maggioranza in Italia aveva sdoganato la politica europea. Probabilmente vi sarà una diversa impostazione franco- tedesca ma resta il fatto che il gioco è tutto nel campo borghese. Perché si è costruita una politica borghese nella crisi europea e nel rapporto con la globalizzazione e una capacità di unità dei soggetti che questa borghesia vuole rappresentare. Niente di tutto ciò si vede a sinistra, dove la riunificazioni dei rappresentati, a partire dai soggetti del lavoro, non è neanche tematizzata. Ancora una volta si pensa di potersi affidare a soluzioni governiste senza porsi il tema del rovesciamento dei rapporti di forza reali. Lo stesso errore dei tempi in cui si pensò di governare la globalizzazione, senza comprenderne la natura. Ora il

rischio è peggiore perché nella crisi la partita aperta è la scomparsa tout court del modello sociale e democratico europeo. Per altro le potenzialità di soluzioni governiste appaiono anche ridotte e probabilmente più circoscritte a compartecipazioni a grandi coalizioni. Questo naturalmente non significa per me l'espunsione del tema governo dall'orizzonte della sinistra, ma la sua ricollocazione nell'ambito in cui storicamente è stato appunto a sinistra e cioè in quello di una costruzione di un nuovo rapporto di forza sociale, della ricerca di una egemonia che in questo caso è necessariamente a livello europeo. Per altro è il tema posto dai movimenti, che sono tornati a manifestarsi ad esempio in Spagna, dove qualcuno li aveva accusati di “ non morire per Zapatero “, che sembrano essere più avanti della politica. Poche righe, perché richiederebbe un altro articolo, sulle altre sinistre. Solo per dire che sarà interessante vedere cosa accade loro in questa crisi, a partire dal voto in Grecia, se lo lasceranno fare, dove sono accreditate addirittura del 40%. Ma sapranno unirsi? Sapranno darsi una politica efficace, capace di parlare anche alla discussione aperta nel campo socialista? Tutte domande che cercano risposte all'altezza.

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Dall’Europa

La

FRANCIA

L'ASCESA DEL CANDIDATO DEL FRONT DE GAUCHE, MÉLENCHON, NEI SONDAGGI PER LE PRESIDENZIALI di Paola Giaculli

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campagna per le presidenziali in Francia sembra avere una marcia in più: è il fattore Mélenchon a incidere nella dinamica della competizione. Secondo il nuovo sondaggio CSA il candidato comune del Front de Gauche, alleanza tra Pcf e Parti de Gauche, il partito di Melenchon, è nuovamente in ascesa all'11 percento ( 6 in autunno e 8-9 tra gennaio e febbraio). Tanto che Le Monde apre con un titolo in prima pagina: “L'ascesa di Mélenchon, una sfida per Hollande”, dedicando al “fenomeno” Mélenchon, le prime due pagine all'interno del giornale. Il suo successo si ripercuote non solo nei sondaggi, ma anche nelle proposte degli altri candidati, sia del candidato socialista Hollande che di Sarkozy. Il primo propone la tassazione al 75 percento dei patrimoni oltre un milione e il secondo vuole, secondo il modello statunitense, tassare i cosiddetti “esiliati del fisco”, cioè i francesi che, per non pagare le tasse al fisco francese, risiedono nei paradisi fiscali all'estero. “Sono entusiasta”, dice Mélenchon, nel constatare quella che definisce “melenchonizzazione” della campagna, cioè come i temi posti al centro della proposta politica della gauche, stiano condizionando le elezioni presidenziali e quindi la politica francese tout court. Il successo è dovuto al nuovo entusiasmo che la candidatura di Mélenchon ha generato e che negli ultimi tempi ha galvanizzato simpatizzanti e militanti di sinistra, anche quelli che, tra i comunisti, all'inizio erano diffidenti sulla sua candidatura, la prima di un “esterno” al


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Pcf dal 1972, anno del “programme commun”, cioè dell'alleanza a sinistra tra socialisti, comunisti e radicali di sinistra, che porterà poi nel 1981 all'elezione di FrançoisMitterand. Ora, gli stessi militanti tradizionali, il grosso dei gruppi di sostegno, riconoscono che, come si legge nell'inchiesta di Le Monde, grazie al carisma e all'eloquenza di Mélenchon, “la campagna ha saputo trovare una dinamica, un sostegno e un entusiasmo che ricordano i grandi momenti del comunismo francese”. E dopo le delusioni concenti delle precedenti candidature di Robert Hue (2002 - 3,37%) e Marie-George Buffet (2007 - 1,93%), entrambi ex segretari del Pcf, “si è ripreso gusto alla politica”, coinvolgendo settori esterni agli ambienti tradizionali della gauche, stando ai sondaggi. I reportages sulle iniziative elettorali con migliaia di persone parlano di un pubblico giovane, “non solo i soliti attempati o pensionati”. “È già una grande vittoria che Melenchon abbia saputo coinvolgere i giovani”, è il commento di un'attivista comunista. E Gilles Poux sindaco comunista de la Courneuve, alla periferia nord di Parigi, conferma: “in questa campagna si ha la netta impressione che si vada molto al di là del sostegno tradizionale”. Non solo gli strati popolari, strappati al voto dell'estrema destra, possono giocare un ruolo importante nel successo di Mélenchon, ma anche gli studenti, addirittura quelli che studiano nei licei d'élite. Secondo Charlotte, al tavolo di un caffè per un incontro tra studenti e il segretario di un circolo comuni-

sta, “la nostra generazione, quando guarda al futuro, si accorge di avere un grande problema con il capitalismo, che non ci offre nessuna prospettiva: c'è solo precarietà e nessuno può dire per esempio che, sì, le politiche neoliberiste sono per me vantaggiose”. E si constata che “c'è bisogno di radicalità, è come un vulcano che erutta magma rivoluzionario”. I giovani e le giovani parlano di “nuove speranze” legate alla gauche attuale, un dinamismo svecchiato, un nuovo modo di affrontare la politica. Per loro Mélenchon parla in modo semplice, diretto, ma non in maniera semplicistica e “non tratta da ignorante chi lo ascolta”, facendo appello non all'ideologia, ma all'intelligenza delle persone, spiegando i meccanismi della crisi finanziaria e dell'Unione europea. Secondo un altro studente “i socialisti non mettono in discussione l'idea di debito, ma partono da un ordine di idee legittimate da anni di politica di destra”. L'effetto Mélenchon si fa senza dubbio sentire anche tra i socialisti: Hollande, probabilmente messo in guardia dagli ultimi sondaggi che lo danno alla pari con Sarkozy (28 percento) o in un caso addirittura sotto (26,5 contro 28 di Sarkozy), fa appello al voto utile a partire dal primo

turno, nonostante Melenchon abbia assicurato il suo sostegno al secondo. Secondo Hollande “è al primo turno che si crea la dinamica per la vittoria”, com'è successo nel 1988, nel 2002 e nel 2007, ma Mélenchon controbatte affermando che “il risultato del primo turno non incide sulla vittoria”, ricordando invece le elezioni del 1981 e del 1995 quando vinsero i secondi del primo turno, Giscard D'Estaing e Lionel Jospin. Sul voto utile il candidato di sinistra afferma che non è giustificabile se la candidata del Front National, l'estrema destra, Marine Le Pen, è a dieci punti dietro Hollande e Sarkozy. Sul versante dei sondaggi, secondo il segretario del Partito comunista Pierre Laurent, l'11 percento rilevato giovedì, a soli due punti dal candidato centrista Bayrou (13) e a cinque (16) da Le Pen, potrebbe tenere in serbo anche un potenziale pari al 15 percento. A detta di molti la spinta dei consensi a Mélenchon sarebbe un buon segnale anche per le elezioni dell'Assemblée Nationale, il parlamento francese, che si svolgeranno a giugno. Mentre per la candidata ecologista Eva Joly le cose non vanno troppo bene (dal 3 all'1 percento). Come anche nel caso di Hollande molti ecologisti potrebbero votare Melenchon al primo turno, delusi per l'accordo di scambio con i socialisti: ritardare l'uscita dal nucleare” in cambio di qualche posto”al governo. Allora meglio il programma ecologista e il referendum contro il nucleare che ha proposto Mélenchon, fanno sapere i verdi delusi.

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Dall’Europa

GERMANIA ETERNA GUERRA FREDDA di Paola Giaculli (Berlino)

La

guerra fredda in Germania sembra non finire mai. A più di ventidue anni dalla caduta del muro di Berlino, stupisce trovare ancora argomentazioni che fanno riferimento a questa cultura per colpire gli avversari politici. Negli ultimi giorni è stata Die Welt, il pendant “raffinato” della populista Bild-Zeitung, tra l'altro proprietà dello stesso gruppo editoriale, a scatenare una battaglia tutta calcata sullo schema amico-nemico, tipico degli anni in cui la Germania era divisa tra i brutti e cattivi alleati dell'Unione Sovietica e i buoni e i giusti del “mondo libero” occidentale. Stavolta il bersaglio è Beate Klarsfeld, la candidata alla Presidenza della repubblica nominata dalla Linke, il partito della sinistra tedesca. L'accusa è di avere incassato la somma di 2000 Deutsche Mark nel 1968 dalla Sed, il partito di regime della Ddr, a ricompensa per lo schiaffo di Klarsfeld al cancelliere Kiesinger durante un congresso della Cdu. Per il giornale conservatore è assolutamente vergognoso che si presenti una candidata alla presidenza in passato al soldo dell'altra dittatura tedesca, come molti non veramente interessati all'ap-

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profondimento storico, amano definire la Ddr, mettendola sullo stesso piano del Führerstaat, il regime nazista. È risaputo ormai che la Repubblica federale tedesca è stata a dir poco reticente sul suo passato nazista e che nel dopoguerra non si contavano i “riciclati” anche in posti di assoluto prestigio, come università e tribunali, o negli stessi partiti come Cdu e Liberali. Il merito di Klarsfeld è stato senza dubbio quello di ostinarsi nella ricerca dei criminali nazisti che vivevano indisturbati all'estero o addirittura in casa propria in Germania, e di volerli consegnare alla giustizia, nonostante tutte le difficoltà mosse dalle autorità tedesche e le coperture dei servizi segreti come poi si è dimostrato. La Ddr, sicuramente per motivi

di propaganda, ha sostenuto, a differenza della Germania dell'ovest, queste ricerche, mettendo a disposizione anche i propri archivi come nel caso di Klarsfeld che assicura di aver agito per conto proprio e mai al servizio dei “concorrenti” dell'altro blocco. Anzi, dalla Repubblica federale si sarebbe aspettata un aiuto nelle indagini sui criminali nazisti che hanno in realtà goduto delle coperture delle autorità. Invece, fino ai giorni nostri, lo dimostrano gli attacchi della stampa, il passato nazista è coperto da molti tabù e si fa fatica a dover ammettere che il “cattivo” non era solo Hitler. Insomma la continuità a ovest delle classi dirigenti nelle istituzioni e nei servizi segreti, nati nel 1946 da una branchia del comando della Wehrmacht sul fronte orientale e finanziati dalle autorità americane di occupazione, ha sempre inibito un serio ripensamento sulla catastrofe del nazismo, e alcuni storici volenterosi si sono fatti strada tra mille difficoltà e non in ultimo le diffidenze dell'opinione pubblica, contraria da sempre a rivangare il passato. Ora Die Welt si chiede perché Beate Klarsfeld non ha persegui-


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to con la stessa ostinazione i criminali che si erano nascosti, nella Ddr, o non abbia schiaffeggiato pubblicamente Ulbricht, il capo del governo della Ddr. Alle accuse della stampa conservatrice hanno fatto eco quelle dei politici della Cdu, il partito di Merkel, di cui il numero due Gröhe ha dichiarato che Klarsfeld “non è degna di essere candidata alla presidenza e la Linke dovrebbe ritirare la sua candidatura”. Ancora più oltraggioso Dobrindt, numero due del partito gemello di Cdu alla sua destra, la bavarese Csu, che definisce Klarsfeld “marionetta della Sed” e la sua candidatura “espressione del disprezzo dei comunisti di sinistra per la nostra democrazia e lo stato liberale”. Per fortuna ci sono quotidiani indipendenti come Frankfurter Rundschau che condannano la campagna mediatica contro Klarsfeld e non si scandalizzano per il compenso della Sed a Klarsfeld: “al contrario di Cdu e Csu di quegli anni Beate Klarsfeld si è attivata contro i nazisti “sommersi” nella Germania ovest (…) ha dovuto cercarsi sostegno dove l'ha trovato, senza farsi strumentalizzare (…) è stata un esempio contro il

far finta di niente, assunta come ragione di stato tedesco-occidentale dalla Cdu. La sua rozza reazione dice quanto lo schiaffo di allora si faccia sentire ancor oggi”. La Taz di Berlino ricorda inoltre che Hans Globke, ex nazista a capo della cancelleria di Adenauer, fece in modo di togliere il passaporto tedesco a un'altra personalità, Thomas Harlan, a causa delle sue ricerche d'archivio in Polonia volte a raccogliere materiale sui crimini nazisti qui commessi. Anche se Beate Klarsfeld nel voto di domenica prossima non ha chance contro il candidato unico Joachim Gauck, per alcuni suoi compagni di percorso paladino dell'ultim'ora dei diritti civili a est, il dibattito sollecitato dalla sua candidatura rivela una volta di più le contraddizioni storiche e politiche della Germania, e si dimostra sempre più attuale per la drammatica ripresa del neonazismo criminale. A votare nella sala plenaria del Bundestag saranno in 1240, una metà composta dai deputati del Bundestag e l'altra dai rappresentanti regionali designati dai gruppi parlamentari dei Länder. Per la Linke voteranno in 124. Oltre che in Saarland, al confine con la Francia e in SchleswigHolstein, vicino alla Danimarca, si svolgeranno elezioni anticipate anche nella Renania settentrionale-Westfalia, dove il governo di minoranza Spd-Verdi non è riuscito a far passare il bilancio. Nei due anni della sua esistenza questo governo si è avvalso in alternanza dei voti liberali o di quelli della sinistra di Linke. Quest'ultima non è riuscita a far passare nel bilancio l'introduzio-

ne di un ticket sociale per i mezzi di trasporto pubblici. I Liberali contavano in una terza lettura, che non c'è stata, e per questa svista hanno invece fatto cadere il governo, anticipare le elezioni che potrebbero decretare la loro fine anche in questo Land, visti i sondaggi che li danno stabilmente al di sotto della soglia del 5 percento. Secondo l'ultimo sondaggio nazionale il partito della cancelliera Merkel, la Cdu, è ancora forte al 36 percento, con la Spd ancora al 26, i Verdi al 15, Linke e Pirati rispettivamente al 9 e al 7, con il fanalino di coda dei Liberali al 3. Secondo un altro istituto demoscopico Cdu sarebbe al 37, Spd al 30, mentre i Verdi al 13, Linke al 7. Ancora troppo poco per un'alleanza rosso-verde. L'eventualità invece di un governo di sinistra anche con la Linke viene ormai decisamente scartata dai vertici Spd e Verdi. Nei Länder potrebbero verificarsi altri trends, come in Renania, dove Spd e Verdi sarebbero in maggioranza, in forte ripresa la Spd anche in Saarland e in Schleswig-Holstein, per la delusione dei governi conservatori.

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Dall’Europa

BERLINO I SINDACATI TEDESCHI CHIEDONO AUMENTI DEL 6,5 PER CENTO I premi “stellari” delle case automobilistiche di Massimo Demontis (Berlino)

Tra

pochi giorni si apre in Germania la nuova stagione delle vertenze contrattuali. E potrebbe diventare una stagione di trattative roventi se, come dicono i sindacati, non saranno accolte le loro richieste. I due maggiori sindacati tedeschi, IG Metall, il sindacato dei metalmeccanici, e Ver.di, unione di diverse organizzazioni che copre centinaia di comparti, dal pubblico al privato, dai servizi all'elettronica, chiedono un aumento del 6,5% di salari e stipendi e l'assunzione a tempo indeterminato degli apprendisti.

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Dopo lunghi anni di crescita moderata o addirittura di crescita zero delle retribuzioni, è un segnale deciso e inequivocabile quello che inviano i due più rappresentativi, e potenti, sindacati tedeschi - insieme contano oltre 4 milioni di iscritti- chiedendo all'industria privata e al settore pubblico forti aumenti delle retribuzioni. Una richiesta spropositata secondo gli industriali, che per controbattere alle richieste sindacali si rifanno da un lato a dati economici congiunturali, sostenendo che una crescita dei salari così marcata non rispecchia l'anda-

mento reale dell'economia in un anno in cui probabilmente ci sarà una diminuzione delle esportazioni e un indebolimento del quadro economico, dall'altro ai dati sull'inflazione, attualmente del 2,3 per cento circa. Anche i Comuni e tutti gli enti pubblici statali criticano le richieste sindacali giudicandole avulse dalla realtà perché le casse del settore pubblico, colpite negli ultimi anni dai tagli del governo per far quadrare il bilancio dello stato, sarebbero vuote. Intervistato da ARD, il primo canale televisivo pubblico tedesco, Frank Bsirske, leader del sin-


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dacato Ver.di, ha dichiarato che i “dipendenti del settore pubblico hanno bisogno di retribuzioni nettamente più alte anche perché l'andamento dei salari nei due anni passati non ha coperto il tasso d'inflazione con una perdita del salario reale dello 0,6 per cento”. Per Bsirske l'aumento richiesto è un “segno non solo di equità sociale,ma anche di raziocinio economico” se si pensa alla recessione che avvolge l'Europa. Insomma, per i sindacati gli aumenti non farebbero altro che far bene all'economia dando un impulso alla domanda interna. Anche per il sindacato dei metalmeccanici ci sono i margini per aumenti salariali del 6,5 per cento. Berthold Huber, leader dell'IG Metall, con un tono piuttosto battagliero ha mandato a dire agli industriali che la richiesta per i datori di lavoro “non solo è finanziabile, ma è anche economicamente dovuta”. L'aumento salariale, dice Huber, “garantirebbe ai dipendenti una quota partecipativa corretta allo sviluppo economico”. La confindustria tedesca ha attaccato l'IG Metall accusando-

lo di “leggerezza” e giudicandone le richieste come eccessive e pericolose in ragione del ristagno economico. “Una richiesta di queste dimensioni per noi non è immaginabile”, ha affermato Martin Kannegiesser leader degli industriali del metallo. Secondo Kannegiesser, ” numeri alla mano, è motivabile un aumento del 3 per cento. Il restante 3,5 non ha alcun solido fondamento”. Difficile se non impossibile capire quale sia il ristagno economico di cui parlano gli industriali considerando che l'economia tedesca l'anno scroso è cresciuta del 3 per cento e che ancora oggi la gran parte delle industrie quasi non riescono a evadere gli ordinativi come vorrebbero. La decisione delle più grandi case automobilistiche tedesche, Volkswagen, Mercedes e Audi, grazie ai successi ottenuti nei mercati mondiali, di pagare ai propri dipendenti premi mai ottenuti sinora, tra i 5.000 e i 10.000 euro, sembrerebbe dare ragione ai sindacati e allo loro richieste. marzo l aprile 2012, CAMBIAILMONDO

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Dall’Europa

GERMANIA

TRA GLI ULTIMI BASTIONI IN EUROPA SENZA SALARIO MINIMO ORARIO Un occupato ogni quattro riceve un salario ai limiti della sussistenza

di Massimo Demontis (Berlino)

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La

Germania è nota come un paese dove si guadagna „bene“. Tuttavia il metro per misurare il guadagnare “bene” è spesso relativo. Uno studio rivela che anche qui aumenta il numero dei lavoratori sottopagati: 8 milioni gli occupati che guadagnano meno di 9,15 euro all'ora. Una ricerca dell'Istituto per il lavoro e la qualificazione dell'università di Duisburg-Essen (Nordreno Westfalia) conferma una tendenza del mercato del lavoro tedesco: circa il 23 per cento degli occupati è impiegato nel settore dei salari più bassi. Sono quasi 8 milioni gli occupati

che guadagnano meno di 9,15 euro all'ora. Tendenza in aumento. Dal 1995 al 2010 il numero degli occupati nel settore degli stipendi più bassi è cresciuto di 2,3 milioni. Per il sondaggio i ricercatori hanno analizzato, sulla base di un paniere socio-economico, i dati di oltre 12.000 famiglie prendendo in considerazione per la prima volta anche alunni, studenti e pensionati a bassa retribuzione sebbene spesso queste categorie siano occupate in lavori occasionali e stagionali. Dalla ricerca è merso che nel 2010 gli occupati nel settore dei salari più bassi hanno guadagna-


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to in media 6,60 euro all'ovest e 6,56 euro all'est (cioè i Laender della ex Germania dell'est). Degli 8 milioni che non guadagnano oltre la soglia dei 9 euro all'ora, 4 milioni percepivano un salario orario di meno di sette euro, 2,5 milioni meno di 6 euro e 1,4 milioni addirittura meno di cinque euro all'ora. Il quadro drammatico si completa tenendo presente che la metà di queste persone lavora a tempo pieno (generalmente 40 ore alla settimana, ndr.) 800.000 occupati a tempo pieno costretti dunque a vivere con meno di 1000 euro lordi al mese. La ricerca sembra dare ragione a chi da anni chiede l'introduzione su tutto il territorio nazionale del cosiddetto Mindestlohn, un salario orario minimo di 8,50 euro. Il Mindestlohn è un vecchio cavallo di battaglia di istituzioni a carattere sociale, del Die Linke e dei sindacati Ver.di e IG Metall, al quale via via si sono associati anche l'SPD e gli ecologisti tedeschi Die Grünen. Uno slogan del sindacato Ver.di a favore del salario orario minimo, “Armut trotz Arbeit” (pove-

ro nonstante abbia un lavoro) fa capire quale è l'obiettivo di chi ne richiede l'introduzione a livello nazionale: ricevere un corrispettivo adeguato per il lavoro svolto e vivere una vita dignitosa. Il salario orario minimo non è una novità perché è già stato introdotto negli Stati Uniti e in 20 dei 27 paesi dell'Unione europea seppur con alcune differenze. Così si passa dai 7,01 euro della Gran Bretagna, ai 9,22 euro della Francia, ai 10,41 Euro del Lussemburgo. In Germania, osteggiato non solo dagli industriali, dai liberali dell'FDP, dai democristiani della CDU e dai cristiano sociali bavaresi della CSU, il Mindestlohn si è comunque imposto negli ultimi anni in alcune categorie raggiungendo raramente il salario orario di 8,50 euro. Solo recentemente, e precisamente in un congresso tenutosi nel novembre dell'anno scorso, CDU e CSU si sono espressi per la prima volta a favore di una soglia minima per il salario orario senza però sbilanciasi sull'importo esatto. CDU e CSU continuano a dirsi contrari a un salario orario minimo impo-

sto per legge su tutto il terriotorio nazionale. Non deve essere la politica a stabilire il confine della soglia minima di salario orario, sostengono CDU e CSU, bensì le parti sociali tenendo conto di specificità regionali, di categoria, aziendali. Purtroppo, in alcuni casi, nelle categorie in cui il salario orario minimo è stato introdotto, per legge o sulla base di un accordo tra le parti sociali (azienda - sindacato), talvolta è stato aggirato o non rispettato dai datori di lavoro. Le associazioni degli industriali e dei commercianti continuano a rifiutare l'introduzione del salario orario minimo con la motivazione che distruggerebbe posti di lavoro in massa. I ricercatori dell'Istituto per il lavoro e la qualificazione dell'università di Duisburg-Essen, come i sostenitori del Mindestlohn, ritengono invece un occupato ogni cinque potrebbe trarre profitto dall'introduzione di un salario orario minimo di 8,50 euro.

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BERLINO 8 MARZO

In

Germania governa una donna, ma è davvero un'eccezione: secondo il recente studio dell'OCSE su cento dirigenti solo quattro sono donne contro la media del 10% dei paesi industrializzati. Mentre il divario nelle retribuzioni tedesche è, tra i paesi dell'Ue il più alto, con il 22% di differenza tra la busta paga di una donna e quella di un uomo. Inoltre un quinto delle donne che lavorano percepiscono salari infimi contro un decimo degli uomini. 68 CAMBIAILMONDO, marzo l aprile 2012

Questa rivelazione desta abbastanza stupore nell'opinione pubblica tedesca, così avvezza a bacchettare i paesi del sud dell'Europa, che oltre alla fama di essere economicamente negligenti, sono considerati estremamente maschilisti (in Italia e in Spagna il divario è invece pari al 12 percento). Ma qui, anche se non è diffusa come in Italia la cultura dell'ammiccamento sessuale, il messaggio mediatico e anche il sentire comune tende a immaginare la donna nel ruolo di moglie e

di Paola Giaculli

madre. In effetti è quasi sempre lei a occuparsi dei figli e per il 70 percento si fa carico del lavoro in casa, anche se tra le giovani generazioni si nota un primo miglioramento e circa un quarto degli uomini va in congedo paternità (di solito per un periodo molto inferiore alla donna). Circa l'82 percento delle donne che si sposano, secondo un sondaggio del 2010, assumono il cognome del marito, nonostante il diritto di famiglia sia stato modificato più volte e ci sia


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ormai la possibilità di mantenere il proprio nome (e in comune accordo eventualmente trasmetterlo ai figli), e non sia più obbligatorio, come fino al 1976 adottare il nome del marito. Quindi anche le più giovani rinunciano volentieri alla propria identità a partire dal nome, un fatto qui del tutto normale e giustificabile con: “almeno si vede che mi sono sposata” oppure “così nel colloquio con gli insegnanti sanno subito di chi sono madre”. La propensione ai lavori part-time (46% delle donne con un lavoro che in Germania sono il 66%) è responsabile per due terzi del divario retributivo, e come è noto i lavori part-time richiedono raramente responsabilità dirigenziali. Resta un ulteriore 8% di divario, dovuto a pura discriminazione sessuale. Del resto anche la propensione al part-time è in qualche modo obbligata, vista la scarsa diffusione, soprattutto a ovest, di asili nido, che tra l'altro sono chiusi il pomeriggio e costringono quindi a orari di lavoro ridotti o a rinunciare del tutto alla vita professionale. A est si è conservata ancora la tradizione della ex Ddr che garantiva il lavoro sia a donne che uomini, e la cura dei bambini veniva affidata agli asili presenti spesso sul luogo di lavoro. Insomma con l'annessione della Ddr alla Rft molti diritti sociali sono andati perduti e con essi molte conquiste delle donne. Forse non tutti sanno che, fino al 1957 nella Germania dell'ovest il marito doveva dare la propria autorizzazione affinché il con-

tratto di lavoro della moglie fosse valido. E fino al 1976 poteva far licenziare la moglie, se questa trascurava, per motivi di lavoro, il focolare e la famiglia, ovviamente a giudizio del marito. L'art. 1 della Costituzione tedesca (1949) non recita che la Germania (ovest) è una repubblica fondata sul lavoro, bensì che la dignità delle persone è inviolabile. Viene da chiedersi se le donne venivano considerate persone. Del resto la repubblica del dopoguerra governata dal conservatore Adenauer era quanto di più reazionario e bigotto ci si possa immaginare: questo era l'avamposto della civiltà occidentale da difendere contro i comunisti e gli atei dell'est. Il nuovo diritto di famiglia del 1976 è frutto del nuovo vento che soffia dal '68 in poi, con lo sviluppo del movimento delle donne, la Ostpolitik di Willy Brandt e i governi della Spd. La nuova legge metterà fine al modello giuridico della famiglia monoreddito istituito alla fine dell'800 e ripreso senza soluzione di continuità dalla Repubblica federale tedesca nel 1949, in cui è l'uomo a mantenere la famiglia, di cui la donna si prende cura. Nel terzo millennio è tanto più doloroso constatare una ripresa della misoginia anche in paesi come la Germania: l'aggressione verbale tipica di un periodo di crisi che si accanisce sui più deboli, prende di mira anche le donne. Come già due anni fa l'esponente socialdemocratico Thilo Sarrazin se la prendeva coi musulmani, secondo lui biologi-

camente inferiori, “buoni soli a produrre tante ragazzine col velo e economicamente inefficienti, buoni soli a vendere frutta e verdura”, è in uscita un libro decisamente misogino dal titolo: “Il sesso disonorato: il necessario manifesto per l'uomo”. Tale Ralf Bönts, il suo esecrabile autore, sostiene che “l'attuale femminismo non serve a nient'altro che a continuare l'oppressione sugli uomini”. In altre parole “il femminismo, che dopo la fine della guerra fredda sembra dissolversi come zucchero nel succo di limone caldo in cui non ci sono più vitamine, non serve più alla costruzione della società del XXI secolo”. Oppure “per le donne tutte le scuse sono buone per aderire alla contrapposizione tra vittima e carnefice, passivo e attivo”. E sul pene: “Il membro maschile anche da eretto rimane così morbido che è difficile che possa arrecare lesioni a un corpo (…) nei confronti dell'uomo e del suo membro bisognerebbe portare più rispetto”. Detto ciò, non sembra poi tanto strano che in Germania, Merkel e la ministra per la famiglia, le donne, i giovani e gli anziani (qui non esiste il ministero per le pari opportunità e il linguaggio conta), tale Kristina Schröder (34 anni) siano contro le quote nei consigli di amministrazione delle imprese. Del resto anche la ministra, appena un mese dopo essere stata nominata, ha cambiato nome: si era sposata.

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Dall’Europa

RUSSIA

OSTACOLO AL MILITARISMO GLOBALISTA di Tito Pulsinelli (Caracas)

L'

unico presidente gradito ai globalisti fu Eltsin - Sovranismo e multipolarismo rafforzati - Si complica l'aggressione all'Iran 13 ufficiali francesi fatti prigionieri in Siria. Eh sì, non resta che abbozzare. “L'ex “spia” del KGB è saldamente al comando nel suo ufficio del Cremlino, a poco sono servite le ingiurie ed il rumore mediatico di quanti non ebbero mai nulla da ridire quando Bush senior - il “capo delle spie” della CIA - si istallò alla Casa Bianca. Il rituale coro di voci bianche contro la ”frode elettorale”, è l'inno della confraternita dei cieco-muti che si inchinarono al “golpe elettorale” di baby Bush. Unico presidente per decreto 70 CAMBIAILMONDO, marzo l aprile 2012

giudiziario, non per volonta degli elettori. Deveno mettersi il cuore in pace, anche l'apparato militarmediatico ha i suoi limiti. L'ultimo presidente russo applaudito da questa gente si chiamava Eltsin, e lo sostennero persino quando prese a cannonate la Duma. “Putin III” scarabocchiano senza vergogna gli scrivani che dissero “está bien señor” a Felipe Gonzalez durante i 13,5 anni in cui governò la Spagna. Idem per Helmut Kohl (16 anni al governo in Germania Federale nrd). Impotenti per evitare che l'uomo che più temevano diriga la Russia. Putin, ovvero un “sovranista”, un deciso sostenitore del multipolarismo, è nella cabina di regia. Per le oligarchie finanzia-

rie - interne ed internazionali - è un ostacolo insormontabile per appropriarsi del potere politico. Nel grande Paese eurasiatico, il potere economico e quello politico rimarranno separati, come una barriera solida contro l'alleanza bellica tra gli anemici USA e la boccheggiante rete vassalla europea. Pazienza, dovranno aspettare i posseduti dalla fregola di “aprire” mercati (altrui) e fare man bassa di risorse, imprese, economie e governi (altrui). La Russia non è una “zona geografica” dove la banca internazionale può governare designando un proprio manager (Grecia, Italia). Le elezioni russe sanciscono che il “fascino indiscreto” del globalismo esce malconcio. Dietro


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Putin, si piazza il comunista Ziuganov, poi l'ultranazionalsita Zirinosky e - buon ultimo - l'oligarca sponsorizzato da Bruxelles e Washington. Tutti costoro - meno il primo - si sono riuniti con Putin, riconoscendo la legittimità della sua leadership. La Russia sceglie la continuità di un ciclo che l'ha traghettata fuori dall'epoca buia di mafie giunte al potere sull'onda del furore privatizzatore, dello strapotere dei monopoli stranieri e della servitù all'occidente. Difesa del recupero delle risorse primarie dichiarate beni strategici nazionali, riedificazione dell'istituzionalità e di un contratto sociale distrutto da Gorbaciov e da Eltsin. Rinascita di una forza armata indispensabile per difendere la sovranità. Il multipolarismo si rafforza e con esso - un muro di contenzione all'avventurismo globalista che ha dato piena prova di sè con la disintegrazione della Libia, dove la riedizione dell'antica politica delle cannoniere si basa oggi su “diritti umani” ad estensione variabile. Atti a garantire le nuove depredazioni dei Paesi Industrializzati Altamente Indebitati (PIAI). L'affrettata e meccanica ripetizione in Siria è fallita perchè Pechino e Mosca si sono messe di traverso, fornendo sostegno diplomatico, commer-

ciale ed economico. Putin ha fornito la tecnologia militare che ha reso impossibile all'aviazione “dirittoumanista” straniera bombardare impunemente; ha potenziato la base navale mediterranea e il centro radaristico già pienamente operativo in epoca sovietica. L'aviazione siriana è rimasta intatta. Nonostante l'invio di kommandos USA, inglesi, francesi, giordani, turchi e libici, a Damasco fallisce il ricambio di governo forzato. Tredici ufficiali francesi sono stati catturati, e sono oggetto di una trattativa sotterranea tra i siriani e Sarkozy, ormai sull'orlo del collasso. Il vertice Obama-Netaniahu, fatta la tara dei comunicati altisonanti, ha indicato che gli Stati Uniti si ritrovano nell'inedito ruolo di “guardaspalle” di Israele. Gli interessi elettorali tra i due alleati sono contrastanti, e confermano che Tel Aviv non può continuare con il grottesco “gli spacco la faccia o fermatelo voi”. Se agisce, dovrà farlo da solo, ma Israele non può vincere una guerra contro l'intero Medio oriente, perchè perse l'ultima contro Hezbollah. La questione iraniana non si risolve con un semplice bombardamento, nè con dieci mesi di

bombardamenti in “stile libico”, e coinvolge direttamente la Cina e l'India come acquirenti di petrolio. E il resto delle nazioni del BRIC, allarmate dai seriali attentati alla sovranità e dalla militarizzzazione delle rotte marittime che mettono in pericolo gli scambi internazionali. L'ombra di Putin si staglia minacciosa sul ciclotimico orizzonte vieppiù immediatista dei PIAI. Nel frattempo, la Francia rispedisce a Damasco l'ambasciatore Eric Chevallier, a mercanteggaire la liberazione degli ufficiali, e fa riflettere tutti quelli che chiusero precipitosamente le loro sedi diplomatiche. Se l'Europa avesse una geopolitica, cioè se non fosse ostaggio d'un gruppo dirigente fallimentare, si preoccuperebbe di quale posto occupare nel nuovo quadro multipolare. Purtroppo, non è così, e rimane legata al carro dell'ex potenza egemonica, ormai manifestamente incapace di dettare la propria legge al mondo. Siamo nelle mani della britannica signorina Ashton, alla testa della politica estera europea per volontà dell'elite atlantista e della regina. FONTE: selvasorg.blogspot.com

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Dall’Europa

FRANCIA LA LEZIONE DEL CONSIGLIO COSTITUZIONALE NEL CONTENZIOSO FRANCO-TURCO SUL GENOCIDIO ARMENO di G.Z. Karl

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egli ultimi mesi, ha sollevato molta tensione nei rapporti bilaterali franco-turchi la volontà francese, segnatamente del Presidente Sarkozy, di approvare una legge che punisse coloro i quali intendano negare la realtà storica del genocidio degli armeni. È chiaro come, dietro una simile legge, vi fossero in gioco interessi attuali di vario tipo, soprattutto di tipo politico. Vi era, difatti, l'interesse di Sarkozy a ottenere, in vista delle prossime presidenziali, il voto dei cittadini francesi di origine armena, la cui comunità in Francia è particolarmente numerosa. Vi era, al contrario, l'interesse dalla Turchia a far in modo che il genocidio degli armeni non fosse riconosciuto. Ciò avrebbe in pratica comportato, da un lato, l'impossibilità per i politici turchi, qualora si fossero recati in Francia, di esprimersi pubblicamente sull'argomento là dove in proposito fossero 72 CAMBIAILMONDO, marzo l aprile 2012

stati interrogati, ad esempio, dai giornalisti. Dall'altro lato, una simile legge avrebbe potuto, forse, aprire la strada a citazioni in giudizio in Francia contro la Turchia per risarcimenti danni da parte dei discendenti degli armeni vittime del genocidio. Mesi di polemiche hanno costellato le relazioni tra i due paesi, tanto che la Turchia ha finito per richiamare in patria il proprio Ambasciatore una volta che la legge era stata approvata dall'Assemblea Nazionale francese lo scorso gennaio. È interessante, tuttavia, notare, anche ai fini del dibattito politico italiano, il modo in cui è stato risolto tutto il contenzioso (intenso anche in senso lato) all'interno del sistema francese. La Costituzione francese prevede, infatti, che 60 parlamentari possano, nell'ipotesi in cui si sospetti che una legge approvata dall'Assemblea Nazionale sia


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incostituzionale, rinviare pregiudizialmente tale legge all'esame del Consiglio Costituzionale, prima cioè che venga promulgata dal Presidente della Repubblica. Il Consiglio Costituzionale francese ha considerato, a sua volta, incostituzionale la legge sulla negazione del genocidio armeno, impedendone così l'entrata in vigore. Sui mezzi d'informazione, si è dato unicamente risalto alla parte della decisione del Consiglio Costituzionale relativa alla censura delle legge per contrasto col principio della libertà di espressione del pensiero. A ben vedere, tuttavia, il Consiglio Costituzionale non si è limitato a questa motivazione, ma ha censurato la legge in questione richiamandosi ad alcuni princìpi fondamentali del sistema francese e risalenti peraltro alla Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo e del Cittadino del 1789. In primo luogo, la legge è stata censurata in quanto è stato ritenuto che essa non sia “espressione della volontà generale”. Ciò vuol dire che la legge in questione si configurava come un provvedimento di amministrazione e non aveva una portata normativa generale, ossia non era rivolta a disciplinare situazioni generali e astratte bensì situazione singole, concrete e determinate. In secondo luogo, è stato rilevato che la legge censurata violava il riparto di competenze stabilito dalla Costituzione francese. In sostanza, la legge invadeva le sfere di competenza assegnate dalla Costituzione principalmente al potere giudiziario. Pensiamo ora a cosa sarebbe successo se in Italia

fosse stato riconosciuto ai gruppi di opposizione di rivolgersi preventivamente alla Corte Costituzionale denunciando i provvedimenti ad personam di Berlusconi e della sua maggioranza. E pensiamo anche a quante numerose leggi prive di portata generale e astratta verrebbero normalmente censurate dalla Corte Costituzionale, grazie a un simile meccanismo e ove il nostro sistema costituzionale prevedesse al pari di quello francese alcune più stringenti garanzie in tema di formazione delle leggi e separazione dei poteri. Pensiamo, infine, a quale effetto benefico ha avuto la decisione del Consiglio Costituzionale finendo per affievolire una situazione di tensione molto forte che si era creata tra Francia e Turchia. Basta questo semplice specchio riassuntivo della situazione appena descritta per capire quanta pochezza politica e di studio promani dal testo di riforma costituzionale a cui sta lavorando la maggioranza che sostiene il Governo Monti, in cui come di consueto l'unica preoccupazione è quella di ridurre la rappresentanza democratica, di diminuire le già scarne garanzie costituzionali vigenti, di aumentare i poteri di arbitrio di singole persone (ad esempio, il Presidente del Consiglio), anziché preoccuparsi di studiare e proporre meccanismi come quello appena descritto che, a prescindere dal merito del contenzioso franco-turco, consentirebbero, finalmente, di avere una buona e rigorosa amministrazione anche nel nostro Paese.

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CRISI ULTIMO AVVISO AI NAVIGANTI Lettera aperta sulla crisi dell'Europa: cambiare strada per sconfiggere la recessione, cambiare strada finché c'è ancora tempo.

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il Parlamento Europeo la Commissione Europea il Consiglio d'Europa il Presidente della Banca Centrale Europea il Governo e il Parlamento della Repubblica Italiana - i rappresentanti italiani presso le istituzioni dell'Unione europea - i rappresentanti delle forze politiche e sociali e per opportuna conoscenza: - il Presidente della Repubblica Italiana "Nel quinto anno della crisi globale più grave da quella del 1929, una drammatica prospettiva di recessione incombe sull'Europa mettendone a rischio non solo l'Euro ma anche il modello sociale e l'ideale della “piena e buona occupazione”, pur sancito in tutte le strategie europee, a partire dall'Agenda di Lisbona. È proprio nel Vecchio Continente infatti che si stanno ostinatamente portando avanti politiche economiche fortemente depressive che minacciano un aumento della disoccupazione, specialmente giovanile e femminile. Non a caso il FMI afferma che, anche a causa di 74 CAMBIAILMONDO, marzo l aprile 2012

ciò, il mondo corre il rischio di una nuova “grande depressione” stile anni '30. Eppure, si è scelta la linea dell'austerità, del rigore di bilancio - a cominciare dal Patto di Stabilità e Crescita, passando per il Patto Euro Plus, per arrivare all'attuale “Fiscal Compact” - con l'idea di contrarre il perimetro statale continuando a sperare che i privati aumentino investimenti e consumi, sulla base della fiducia indotta dalle immissioni di liquidità nel circuito bancario, a sua volta “sollecitato” ad acquistare titoli di stato europei. Si è, dunque, deliberatamente optato per la non-correzione delle distorsioni strutturali di un modello di sviluppo economico basato sui consumi individuali, sull'ipertrofia della finanza, sul sovrautilizzo delle risorse naturali e sull'indebitamento, in contraddizione con il modello sociale europeo. Si è nuovamente scelta una politica monetarista e liberista. Si è pensato di contrarre i deficit pubblici - e con essi spesa e investimenti pubblici - per ridurre il ricorso all'indebitamento, nel tentativo di arginare gli attacchi speculativi sui debiti sovrani, sperando così di salvare l'Euro e i precari equilibri economici tra gli Stati Membri. Ma non sta funzionando, perché non può funzionare. Non basta scommettere sulle aspettative dei mercati finanziari, degli investitori privati, delle banche, dei consumatori. Non è sufficiente puntare sulla “credibilità” dei governi. In Europa, ne sono cambiati ben cinque in 18 mesi


(Irlanda, Portogallo, Spagna, Grecia e Italia), addirittura con due governi tecnici sostenuti da larghe maggioranze. La “crisi dei governi nazionali” è solo una delle tre crisi che si sovrappongono: restano da affrontare la “crisi delle economie nazionali” e la “crisi dell'economia sovranazionale”. Solo così, peraltro, si possono risolvere le debolezze strutturali delle democrazie nazionali piegate dagli interessi economico-finanziari costituiti. L'attuale quadro europeo rappresenta il frutto di una serie impressionante di errori: il mancato salvataggio iniziale della Grecia, che ha portato al dramma odierno di quel Paese, a cui è seguito il contagio degli altri debiti sovrani, con l'aggravante delle politiche deflattive imposte indiscriminatamente a tutti i Paesi dell'Unione monetaria. Le principali fonti statistiche istituzionali prefigurano per il 2012 un'Europa divisa fra paesi in stagnazione e paesi in recessione, senza alcuna ripresa dell'occupazione. Tutto questo si sommerà alla prosecuzione delle tensioni sugli interessi dei titoli di lungo periodo della maggioranza degli Stati che inevitabilmente proseguirà. La disoccupazione ha assunto carattere strutturale. Il commercio internazionale registra un'imponente flessione e aumentano le misure protezionistiche. I Paesi emergenti rallentano vistosamente la crescita. Aumentano i poveri e le disuguaglianze sociali. Crollano le produzioni, i consumi, i risparmi e gli

investimenti. Eppure, è evidente che tutte le linee di politica economica e di finanza pubblica adottate sinora non sono altro che una risposta alle sole conseguenze della crisi globale scoppiata nel 2008, ma non alle cause alla radice della stessa, in questo modo acuendone e persino moltiplicandone gli effetti. Il double dip e il fendente speculativo sui debiti sovrani europei rappresentano un continuum della crisi scoppiata nel 2008 dovuto anche alla sottovalutazione scientifica della natura strutturale della recessione globale. È ormai noto che la crisi finanziaria è scaturita dal debito privato e che l'attuale stress dei bilanci pubblici è solo conseguenza e non causa della stessa crisi, anche se ciò sta ora creando un rischio di default per alcuni Paesi. La crisi finanziaria ha avuto inizio nella seconda metà del 2007 e la sequenza è stata: scoppio della bolla immobiliare, crisi finanziaria, credit crunch, recessione, aumento dei disavanzi e dei debiti (per stabilizzatori automatici, manovre di sostegno all'economia reale e soprattutto salvataggi delle banche), attacco ai debiti sovrani, risposte sbagliate delle politiche economiche a partire dal 2009. Le cause della crisi - identificate anche dal FMI, dalla Commissione europea, dall'ILO e da molte altre istituzioni internazionali - sono riscontrabili nell'aumento delle disuguaglianze, nel formarsi di squilibri strutturali nei rapporti commerciali tra i diversi Paesi e nella degenerazione della finanza. marzo l aprile 2012, CAMBIAILMONDO

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Questa è una crisi di modello e occorre una riforma del modello per ritrovare la ripresa. Bisogna assumere uno sguardo più vasto, una prospettiva di lungo periodo. Nemmeno i paesi europei in avanzo commerciale, nei prossimi anni, potranno contare su una “locomotiva” americana o cinese, tanto meno sulla capacità di assorbimento degli altri paesi europei. Anzi, proprio la divergenza competitiva dei Paesi dell'Area Euro impedisce la risoluzione della crisi. Inutile spostare la svalutazione competitiva dalla moneta ai costi della produzione e, più precisamente, al costo del lavoro. Inutile ridurre le pensioni, i beni collettivi e lo stato sociale. Questa è una crisi di domanda. La lezione che viene dalla crisi è chiara. Il nodo che oggi si pone in Europa sta nel decidere se il riequilibrio inevitabile avverrà attraverso la “depressione” (con una ricaduta regressiva e democraticamente pericolosa) oppure con lungimiranti scelte di cooperazione, rilanciando l'origi76 CAMBIAILMONDO, marzo l aprile 2012

naria “spinta” europeista, evitando che i paesi in disavanzo non intervengano sui propri squilibri e, allo stesso tempo, che i paesi che hanno approfittato dell'Euro (come la Germania) accumulino surplus invece di svolgere la funzione di locomotiva a cui sono tenuti in un contesto di moneta unica. La partita non è ancora chiusa ma la risorsa tempo è drammaticamente scarsa. Occorre un salto di qualità nel promuovere e organizzare una proposta alternativa. In questo quadro, le iniziative dei governi nazionali, comprese quelle del governo dei tecnici in Italia, non sono in grado di scongiurare il rischio di default finanziario di alcuni Paesi, rischio aggravato dall'effetto depressivo delle politiche europee e delle conseguenti politiche degli stessi governi. Abbiamo bisogno di nuova crescita economica ma questa non può che essere una crescita “nuova”, anche in direzione di un'economia della conoscenza e di un'economia sostenibile in termini ambientali, distributivi e sociali.


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Oggi più che mai “cosa produrre” è importante almeno quanto “come produrre”. Ci vuole un nuovo modello in cui lo Stato e le istituzioni sovranazionali orientino i risparmi, gli investimenti e lo sviluppo. È necessario dunque un programma di riforme appoggiato sui lineamenti di una nuova politica economica, ispirata da una nuova idea di sostenibilità di lungo periodo, economica, sociale, ambientale e intergenerazionale, fondata, in primo luogo, su investimenti e consumi collettivi. L'equità è la frontiera su cui orientare le scelte politiche nazionali e internazionali. Ridurre le disuguaglianze vuol dire crescere e crescere bene. Ridurle fra popoli, fra nazioni e all'interno degli stati. Non a caso i paesi europei con minori diseguaglianze - e quindi con gli indici di concentrazione del reddito e della ricchezza più bassi - sono anche quelli che stanno soffrendo meno la crisi e che si sono sviluppati meglio, con più PIL pro-capite e benessere diffuso (per limitarci all'Europa: Danimarca, Francia, Germania, Finlandia, Olanda, Svezia, Norvegia). Per questo, all'interno di un progetto di armonizzazione fiscale europea, ci vuole un riequilibrio dei singoli sistemi fiscali nazionali per aumentare la tassazione sulle grandi concentrazioni di reddito e di rendita, tassare le grandi ricchezze parassitarie e liberare le risorse private tenute imprigionate, aumentare la spesa e gli investimenti pubblici. In sintesi, bisogna ripartire dal lavoro. Bisogna realizzare piani di spesa pubblica diretta per il lavoro e per gli investimenti - a partire da quelli verdi, infrastrutturali, ad alta intensità tecnologica e di conoscenza - finanziati con una tassazione ad hoc e anche in disavanzo, se necessario, tenendo insieme domanda e offerta. In altre parole: “socializzare gli investimenti e l'occupazione” per riqualificare l'offerta e aumentarne la produttività, sostenendo la domanda e, al tempo stesso, contenendo l'inflazione e il rapporto debito/PIL nel medio-lungo periodo. La capacità dello Stato di elaborare strategie di investimento per realizzare questi obbiettivi può essere una leva anche per la mobilitazione del risparmio privato. L'imprescindibile disciplina di bilancio, in ragione del consolidamento strutturale nel lungo periodo, va realizzata in modo lungimirante ma coerente con la scelta della via alta della competitività, della

ricerca della piena occupazione e della qualità delle produzioni, con l'aiuto e lo stimolo dell'intervento pubblico, coordinato a livello europeo. È proprio l'inadeguata architettura dell'Euro che offre l'opportunità alla speculazione di agire. Il disegno istituzionale dell'Euro priva i singoli paesi della possibilità di emettere moneta e di svalutare. Ma non garantisce il debito pubblico. Qualunque paese può essere aggredito, con successo, in queste condizioni. Chi specula, infatti, non dovrà temere né la svalutazione, né l'acquisto di titoli da parte della Banca Centrale. L'attuale configurazione della BCE mette gli stati dell'Euro in soggezione dei mercati. Condizione necessaria alla realizzazione di politiche alternative diventa il rafforzamento della governance democratica europea, attraverso innanzitutto l'europeizzazione del debito dei Paesi dell'Unione monetaria e la modifica dei trattati europei affinché la BCE possa emettere moneta a garanzia dei debiti pubblici e diventare a tutti gli effetti “prestatore di ultima istanza”. Numerose le proposte in tal senso; come quella presentata dai “cinque saggi” tedeschi che pensano ad un fondo che smaltisca nel lunghissimo periodo la parte di debiti pubblici europei che eccede il 60%. Basterebbe prendere le proposte in considerazione e non derubricarle ideologicamente. L'Europa non è stabile e non cresce. Il Patto di Stabilità e Crescita è certamente fallito, non perché non sia stato ben applicato, semplicemente perché non poteva funzionare. Il Patto di stabilità andrebbe non rafforzato, ma cambiato. Invece del solo indebitamento pubblico, i parametri vincolanti di riferimento dovrebbero comprendere il debito totale - somma del debito pubblico e privato -, il debito sull'estero e il saldo della bilancia dei pagamenti di ciascun Paese. È necessario inoltre includere tra i parametri un obbiettivo di crescita e un obbiettivo occupazionale perché l'Europa deve tornare a porsi la finalità della piena occupazione. Bisognerebbe, appunto, partire dalla crescita e non dalla stabilità, per regolare su di essa la politica macroeconomica, definendo poi il tasso di inflazione e il livello dei deficit pubblici accettabili in una determinata fase, articolando il tutto tra i vari paesi dell'Unione anche con l'obbiettivo di ridurne le divergenze di competitività. Occorre recuperare una politica industriale, euromarzo l aprile 2012, CAMBIAILMONDO

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pea e dei singoli Stati, in grado di sostenere e riorganizzare i fattori per una “nuova crescita”, anche imponendo un modello redistributivo funzionale alla sua implementazione ed alla sua qualità. D'altra parte, la crisi può essere scongiurata solo se il peso del riequilibrio commerciale e finanziario graverà oltre che sulle spalle dei paesi debitori anche su quelle dei paesi creditori, attraverso un'espansione della domanda da parte di questi ultimi. In questa prospettiva è necessaria una politica dei redditi europea fondata sulla leva fiscale, sul welfare e, soprattutto, su uno “standard retributivo europeo” che garantisca, a livello di area e con le differenze coerenti con l'obbiettivo della convergenza dei livelli di competitività, una crescita delle retribuzioni reali almeno uguale alla crescita della produttività. Tutto ciò significa avere una strategia di crescita a livello europeo e far compiere sia pure gradualmente un salto all'unità politica. Queste sono le prerogative per l'avvio di una vera unificazione fiscale, distinguendo il “debito buono” dal “debito cattivo” come condizione per politiche di sviluppo di dimensione europea, stimolando la definanziarizzazione delle economie avanzate e il controllo dei movimenti di capitale (cominciando con la separazione delle banche commerciali e da quelle di investimento e con l'introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie internazionali che può servire a limitare la libertà di movimento speculativo dei capitali) in funzione delle prospettive dell'economia reale, riaprendo

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così una prospettiva di futuro per le nuove generazioni. Le istituzioni europee vanno, per questo, democratizzate rafforzando il Parlamento europeo e introducendo il voto a maggioranza qualificata ed il peso dei diversi Stati secondo la loro popolazione. Il presente appello vuole proporre un ultimo “avviso ai naviganti”. Pur consapevoli delle difficoltà e delle spinte diverse che portano le istituzioni europee e i governi nazionali ad adottare politiche di corto respiro strategico e riformatore, crediamo che la visione dei conservatori europei non possa costituire una soluzione alla crisi. Le politiche europee attuali insistono su un approccio sbagliato. A tutti coloro che - in buona fede - continuano a credere nei presupposti scientifici in base ai quali si ritiene che attraverso le politiche in atto si possa migliorare la situazione economica e finanziaria globale, europea e nazionale (compresa quella italiana), suggeriamo di “dubitare” delle loro posizioni. A tutti coloro, invece, più consapevoli dell'impatto economico e sociale che la politica delle disuguaglianze e dell'austerità incentrata sul mantra “meno Stato, più mercato” sta generando sull'umanità, chiediamo di assumere un atto di denuncia e di responsabilità per correggere una traiettoria altrimenti irrimediabilmente segnata. Occorrono il coraggio e la visione per imporre una nuova politica economica. A tutti coloro che dispongono di questo coraggio e di questa visione, chiediamo di usarli per cambiare la storia.


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Prime Adesioni Acocella Nicola Università' di Roma "La Sapienza", Amato Massimo Università Bocconi, Andriani Silvano Presidente CESPI, Antonelli Cristiano Università di Torino, Arachi Giampaolo Università del Salento, Artoni Roberto Università Bocconi, Baranes Andrea Economista, Biasco Salvatore Università La Sapienza Roma, Bosi Paolo Università di Modena , Brancaccio Emiliano Università del Sannio, Cacace Nicola Presidente Onesis di Roma, Canale Rosaria Rita Università di Napoli "Parthenope", Carlo Giannone Università del Sannio, Carra Aldo Economista, Caselli Gian Paolo Università di Modena e Reggio E., Cesaratto Sergio Università di Siena, Clericetti Carlo Giornalista Economico, De Marzo Giuseppe Portavoce Associazione A Sud, De Vivo Giancarlo Università di Napoli "Federico II", Devillanova Carlo Università Bocconi, Di Maio Amedeo Università di Napoli L'Orientale, Eboli Maria Giuseppina Università La Sapienza Roma, Fantacci Luca Università Bocconi, Ferrari Sergio già Direttore Generale ENEA, Franzini Maurizio Università' di Roma "La Sapienza", Gianni Alfonso già Sottosegretario di Stato Tesoro e Bilancio, Ginzburg Andrea Università di Modena e Reggio E., Gnesutta Claudio Università La Sapienza Roma, Gottardi Donata Università di Verona, Granaglia Elena Università Roma Tre, Grillo Michele Università Cattolica di Milano, Leon Paolo Università Roma Tre, Leoni Riccardo Università di Bergamo, Lettieri Antonio Presidente Centro Internazionale di Studi Sociali, Lucarelli Stefano Università di Bergamo, Macciotta Giorgio già Sottosegretario di Stato tesoro e bilancio, Marcon Giulio Portavoce della campagna Sbilanciamoci, Masina Pietro Università di Napoli L'Orientale, Merletto Gerardo Università di Sassari, Militello Giacintogià com-

ponente Comm. Antitrust, Montebugnoli Alessandro Università' di Roma "La Sapienza", Paladini Ruggero Università' di Roma "La Sapienza", Palma Daniela ENEA, Pennacchi Laura Fondazione Basso, Petri Fabio Università di Siena, Pini Paolo Università di Ferrara, Pizzuti Felice Roberto Università La Sapienza Roma, Pochini Silvia Universita di Pisa, Raitano Michele Università' di Roma "La Sapienza", Ramazzotti Paolo Università di Macerata, Ricci Andrea Economista ISFOL, Ricci Gilberto Economista, Ricottilli Massimo Università di Bologna, Romano Roberto Economista, Ruffolo Giorgio Presidente Centro Europa Ricerche, Russo Vincenzo Università La Sapienza Roma, Scacciati Francesco Università di Torino, Sdogati Fabio Politecnico di Milano, Solari Stefano Università di Padova, Stirati Antonella Università Roma Tre, Stroffolini Francesca Università di Napoli "Federico II", Sylos Labini Stefano Ricercatore ENEA, Tamborini Roberto Università di Trento, Tiberi Mario Università La Sapienza Roma, Tomassi Federico Università' di Roma "La Sapienza", Travaglini Giuseppe Università di Urbino Carlo Bo, Visco Vincenzo Presidente NENS, già Ministro delle Finanze Per aderire alla petizione: http://www.cgil.it/petizione/

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appello SALVIAMO LA GRECIA DAI SUOI SALVATORI! “Nel momento in cui un giovane greco su due è disoccupato, 25.000 persone senza tetto vagano per le strade di Atene, il 30 per cento della popolazione è ormai sotto la soglia della povertà, migliaia di famiglie sono costrette a dare in affidamento i bambini perché non crepino di fame e di freddo e i nuovi poveri e i rifugiati si contendono l'immondizia nelle discariche pubbliche, i “salvatori” della Grecia, col pretesto che i Greci “non fanno abbastanza sforzi”, impongono un nuovo piano di aiuti che raddoppia la dose letale già somministrata. Un piano che abolisce il diritto del lavoro e riduce i poveri alla miseria estrema, facendo contemporaneamente scomparire dal quadro le classi medie. L'obiettivo non è il “salvataggio”della Grecia: su questo punto tutti gli economisti degni di questo nome concordano. Si tratta di guadagnare tempo per salvare i creditori, portando nel frattempo il Paese a un fallimento differito.Si tratta soprattutto di fare della Grecia il laboratorio di un cambiamento sociale che in un secondo momento verrà generalizzato a tutta l'Europa. Il modello sperimentato sulla pelle dei Greci è quello di una società senza

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servizi pubblici, in cui le scuole, gli ospedali e i dispensari cadono in rovina, la salute diventa privilegio dei ricchi e la parte più vulnerabile della popolazione è destinata a un'eliminazione programmata, mentre coloro che ancora lavorano sono condannati a forme estreme di impoverimento e di precarizzazione. Ma perché questa offensiva neoliberista possa andare a segno, bisogna instaurare un regime che metta fra parentesi i diritti democratici più elementari. Su ingiunzione dei salvatori, vediamo quindi insediarsi in Europa dei governi di tecnocrati in spregio della sovranità popolare. Si tratta di una svolta nei regimi parlamentari, dove si vedono i “rappresentanti del popolo” dare carta bianca agli esperti e ai banchieri, abdicando dal loro supposto potere decisionale. Una sorta di colpo di stato parlamentare, che fa anche ricorso a un arsenale repressivo amplificato di fronte alle proteste popolari. Così, dal momento che i parlamentari avranno ratificato la Convenzione imposta dalla Troika (Ue, Bce, Fmi), diametralmente opposta al mandato che avevano ricevuto, un potere privo di legittimità


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democratica avrà ipotecato l'avvenire del Paese per 30 o 40 anni. Parallelamente, l'Unione europea si appresta a istituire un conto bloccato dove verrà direttamente versato l'aiuto alla Grecia, perché venga impiegato unicamente al servizio del debito. Le entrate del Paese dovranno essere “in priorità assoluta” devolute al rimborso dei creditori e, se necessario, versate direttamente su questo conto gestito dalla Ue. La Convenzione stipula che ogni nuova obbligazione emessa in questo quadro sarà regolata dal diritto anglosassone, che implica garanzie materiali, mentre le vertenze verranno giudicate dai tribunali del Lussemburgo, avendo la Grecia rinunciato anticipatamente a qualsiasi diritto di ricorso contro sequestri e pignoramenti decisi dai creditori. Per completare il quadro, le privatizzazioni vengono affidate a una cassa gestita dalla Troika, dove saranno depositati i titoli di proprietà dei beni pubblici.. In altri termini, si tratta di un saccheggio generalizzato, caratteristica propria del capitalismo finanziario che si dà qui una bella consacrazione istituzionale.

Poiché venditori e compratori siederanno dalla stessa parte del tavolo, non vi è dubbio alcuno che questa impresa di privatizzazione sarà un vero festino per chi comprerà. Ora, tutte le misure prese fino a ora non hanno fatto che accrescere il debito sovrano greco, che, con il soccorso dei salvatori che fanno prestiti a tassi di usura, è letteralmente esploso sfiorando il 170% di un Pil in caduta libera, mentre nel 2009 era ancora al 120%. C'è da scommettere che questa coorte di piani di salvataggio - ogni volta presentati come 'ultimi'- non ha altro scopo che indebolire sempre di più la posizione della Grecia, in modo che, privata di qualsiasi possibilità di proporre da parte sua i termini di una ristrutturazione, sia costretta a cedere tutto ai creditori, sotto il ricatto “austerità o catastrofe”. L'aggravamento artificiale e coercitivo del problema del debito è stato utilizzato come un'arma per prendere d'assalto una società intera. E non è un caso che usiamo qui dei termini militare: si tratta propriamente di una guerra, condotta con i mezzi della finanza, della politica e del diritto, una guerra

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di classe contro un'intera società. E il bottino che la classe finanziaria conta di strappare al 'nemico' sono le conquiste sociali e i diritti democratici, ma, alla fine dei conti, è la stessa possibilità di una vita umana. La vita di coloro che agli occhi delle strategie di massimizzazione del profitto non producono o non consumano abbastanza non dev'essere più preservata. E così la debolezza di un paese preso nella morsa fra speculazione senza limiti e piani di salvataggio devastanti diviene la porta d'entrata mascherata attraverso la quale fa irruzione un nuovo modello di società conforme alle esigenze del fondamentalismo neoliberista. Un modello destinato all'Europa intera e anche oltre. È questa la vera questione in gioco. Ed è per questo che difendere il popolo greco non si riduce solo a un gesto di solidarietà o di umanità: in gioco ci sono l'avvenire della democrazia e le sorti del popolo europeo. Dappertutto la “necessità imperiosa” di un'austerità dolorosa ma salutare ci viene presentata come il mezzo per sfuggire al destino greco, mentre vi conduce dritto. Di fronte a questo attacco in piena regola contro la società, di fronte alla distruzione delle ultime isole di democrazia, chiediamo ai nostri concittadini, ai nostri amici francesi e europei di prendere posizione con voce chiara e forte. Non bisogna lasciare il

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monopolio della parola agli esperti e ai politici. Il fatto che, su richiesta dei governanti tedeschi e francesi in particolare, alla Grecia siano ormai impedite le elezioni può lasciarci indifferenti? La stigmatizzazione e la denigrazione sistematica di un popolo europeo non meritano una presa di posizione? È possibile non alzare la voce contro l'assassinio istituzionale del popolo greco? Possiamo rimanere in silenzio di fronte all'instaurazione a tappe forzate di un sistema che mette fuori legge l'idea stessa di solidarietà sociale? Siamo a un punto di non ritorno. È urgente condurre la battaglia di cifre e la guerra delle parole per contrastare la retorica ultra-liberista della paura e della disinformazione. È urgente decostruire le lezioni di morale che occultano il processo reale in atto nella società. E diviene più che urgente demistificare l'insistenza razzista sulla “specificità greca” che pretende di fare del supposto carattere nazionale di un popolo (parassitismo e ostentazione a volontà) la causa prima di una crisi in realtà mondiale. Ciò che conta oggi non sono le particolarità, reali o immaginari, ma il comune: la sorte di un popolo che contagerà tutti gli altri. Molte soluzioni tecniche sono state proposte per uscire dall'alternativa “o la distruzione della società o il fallimento” (che vuol dire, lo vediamo oggi, sia


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la distruzione sia il fallimento). Tutte vanno prese in considerazione come elementi di riflessione per la costruzione di un'altra Europa. P rima di tutto però bisogna denunciare il crimine, portare alla luce la situazione nella quale si trova il popolo greco a causa dei “piani d'aiuto” concepiti dagli speculatori e i creditori a proprio vantaggio. Mentre nel mondo si tesse un movimento di sostegno e Internet ribolle di iniziative di solidarietà, gli intellettuali saranno gli ultimi ad alzare la loro voce per la Grecia? Senza attendere ancora, moltiplichiamo gli articoli, gli interventi, i dibattiti, le petizioni, le manifestazioni. Ogni iniziativa è la benvenuta, ogni iniziativa è urgente. Da parte nostra ecco che cosa proponiamo: andare velocemente verso la formazione di un comitato europeo di intellettuali e di artisti per la solidarietà con il popolo greco che resiste. Se non lo facciamo noi, chi lo farà? Se non adesso, quando?”

Prime adesioni: Daniel Alvaro, Alain Badiou, Jean-Christophe Bailly, Etienne Balibar, Fernanda Bernardo, Barbara Cassin, Bruno Clement, Danièle Cohen-Levinas, Yannick Courtel, Claire Denis, Georges Didi-Hubermann, Ida Dominijanni, Roberto Esposito, Francesca Isidori, PierrePhilippe Jandin, Jérome Lebre, Jean-Clet Martin, Jean-Luc Nancy, Jacques Ranciere, Judith Revel, Elisabeth Rigal, Jacob Rogozinski, Avital Ronell, Ugo Santiago, Beppe Sebaste, Michèle Sinapi, Enzo Traverso

Vicky Skoumbi, redattrice della rivista Aletheia, Atene, FONTE: Dimitris Vergetis, direttore di Aletheia, Michel Surya, http://www.editions-lignes.com/sauvons-le-peuple-grec-de-ses.html Traduzione: TLAXCALA comunità di traduttori direttore della rivista Lignes, Parigi.


Lettere

L'ISOLA DEI FAMOSI UN POVERO PROGRAMMA IN UN PAESE POVERO E OPPRESSO DALLA DITTATURA Gino Bucchino scrive alla Rai e riporta la lettera di un missionario comboniano in Honduras. Il reality show della RAI si svolge in un isola di un Paese, l'Honduras, molto povero, sfruttato da imprese transazionali, governato da un regime dittatoriale e violento, abitato da milioni di diseredati. Un Paese le cui risorse e la cui economia sono prerogative delle brame e degli interessi di potentati economici alieni e dei detentori del potere politico.

Roma, 28 febbraio 2012 Lettera aperta a: - Presidente RAI, Dottor Paolo Garimberti - Direttore generale RAI, Dottoressa Lorenza Lei - Direttore RAI2, Dottor Pasquale D'Alessandro - Presidente della Commissione parlamentare per l'indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisi, Sen. Sergio Zavoli Ho ricevuto, come credo anche altri parlamentari e gli stessi dirigenti della RAI, una lettera del missionario comboniano Manuel Ceola che mi ha commosso e turbato. La lettera stigmatizza insensibilità, cinismo e ipocrisie della trasmissione della RAI “L'isola dei famosi”. Si dirà: critiche effimere e 84 CAMBIAILMONDO, marzo l aprile 2012

infondate, che ignorano la legge del mercato e le richieste degli utenti, quindi non rompete. Credo invece che le riflessioni del missionario non siano affatto impertinenti ma, obiettivamente, molto condivisibili, e più apprezzabili in un periodo in cui si sta cercando, con grande fatica, di ritrovare quel decoro, quella dignità e quel senso di ragione che si erano persi in questi ultimi anni. Cosa ci dice il sacerdote comboniano che già non sappiamo o che facciamo finta di non sapere? Riassumo: che il reality show della RAI si svolge in un isola di un Paese, l'Honduras, molto povero, sfruttato da imprese transazionali, governato da un regime dittatoriale e violento, abitato da milioni di diseredati. Un Paese le cui risorse e la cui economia sono prerogative delle brame e degli interessi di


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potentati economici alieni e dei detentori del potere politico. Riproduco alcuni efficaci passaggi della lettera. “Il contadino viene spinto, con metodi legali e illegali, a deforestare selvaggiamente. L'impoverimento a lungo termine dell'ambiente avrà ovviamente conseguenze pesanti per lui. Dopo il golpe la situazione è peggiorata perché il potere delle transazionali è enormemente cresciuto. Il Paese sta sanguinando, ferito a morte dalla violenza, dalla povertà crescente, dalla mancanza di rispetto per la vita e dalla corruzione tra le forze dell'ordine”. E tra l'indifferenza, aggiungo io, dei popoli “civili”. Così indifferenti che non hanno altro di meglio da fare che organizzare in questi Paesi poveri e sfruttati - come fa la RAI - reality di dubbio valore morale e culturale solo perché fanno audience e sono possibili attrazioni e facili catalizzatori di interesse, esponendo in televisione il peggio della razza umana. E i nostri famosi? Come dice la lettera del comboniano “non sono altro che delle persone a cui nel loro Paese non manca nulla e che si prendo-

no il lusso di fingerefame in un Paese dove la fame c'è davvero, di fingere lotte per la sopravvivenza dove gente lotta e muore per davvero, di fingere urla di dolore o di rabbia dove più di 350 uomini hanno gridato, urlato la loro disperazione, il loro dolore nel vedersi intrappolati dalle fiamme”. “Come uomo, cristiano, missionario e abbonato RAI sento il diritto e il dovere di gridare: BASTA!!! Chiedo a chi può di intervenire e di smettere di prendere in giro milioni di persone che, non solo in Honduras, ma in tantissimi altri Paesi sono stanchi di essere sfruttati, umiliati, uccisi. Sono stanchi di vedersi sbattere in faccia la nostra ipocrisia, la nostra ricchezza, la nostra “cultura”. Cosa dire di più e di meglio. Potrebbe e dovrebbe partire dalla RAI un rinnovamento della moralità e dei costumi, una rivoluzione culturale dopo anni di imbarbarimento che ci faccia godere finalmente una televisione meno volgare, meno inutile, più seria, più pulita, e perché no, anche più colta. Gino Bucchino, Deputato marzo l aprile 2012, CAMBIAILMONDO

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AGOSTINO SPATARO PRETROLIO, IL SANGUE DELLA TERRA. DA BAGDAD A TRIPOLI: LO STESSO DISEGNO NEOCOLONIALE Il libro, partendo dall'invasione dell'Iraq, si snoda lungo un filo conduttore che evidenzia un inquietante disegno occidentale, della Nato in particolare, di “riconquista” neocoloniale di taluni paesi del Medio Oriente e della sponda sud del Mediterraneo. Dall' introduzione del nuovo libro di Agostino Spataro: Così la penso e così la dico. Un punto di vista, intimamente, da molti condiviso ma solo da pochi dichiarato. In realtà, il punto di svolta è stato l'orribile attentato alle “torri gemelle” di New York col quale i suoi autori, dichiarati o presunti, hanno inteso inaugurare il nuovo secolo. Il 9/11 bisogna ricordarlo per la morte di tremila vittime innocenti e anche perché ha aperto un'altra fase della tenebrosa regressione “liberista” che sta mettendo a rischio le conquiste di libertà e di democrazia e la stessa convivenza pacifica fra le nazioni. Con la scusa di esportare (con gli F16 e con i “drone”) la democrazia, i diritti umani, ecc, le più forti potenze della Nato, (alcune ex coloniali: Francia, Inghilterra e- in seconda fila- Spagna, Italia, Belgio, Portogallo), si vogliono impadronire delle aree più pregiate del mondo arabo e islamico, specie di quelle che sfuggono alla loro influenza politica ed economica. Sono stati perpetrati interventi politici e militari gravissimi che, fino a qualche anno fa, il Consiglio di sicurezza dell'Onu condannava come inammissibili ingerenze negli affari interni di Stati sovrani. Oggi, invece, stranamente, li ratifica, li autorizza. Evidentemente, al Palazzo di Vetro c'è qualcosa che non sta funzio86 CAMBIAILMONDO, marzo l aprile 2012


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nando secondo la prassi e lo Statuto. Per gli arabi non c'è pace E' inutile fingere. Gli obiettivi sono il petrolio, questo maledetto petrolio che sta avvelenando gli uomini, l'aria e la Terra, e il controllo strategico delle grandi vie commerciali e dei nuovi mercati, delle infrastrutture di approvvigionamento e delle enormi risorse finanziarie dei Paesi arabi. Perciò per gli arabi non ci sarà pace. Sembra che a questi popoli sia negato il diritto a vivere in pace! Il principale conflitto che li tormenta, quello arabo-israeliano, dura da 63 anni e non s'intravvede una conclusione a breve. Liberatisi dal colonialismo europeo nel secondo dopoguerra, i popoli arabi rischiano di passare dalla padella di regimi militaristi illiberali e, talvolta, perfino tribali, alla brace di potenze straniere promotrici di un neo-colonialismo che non esclude- come si è visto in Afghanistan, in Iraq, in Somalia, in Libia, ecc. l'intervento militare diretto e/o eterodiretto. Tale condotta evidenzia una tendenza allarmante: il ricorso, sempre più frequente, da parte delle “potenze” occidentali all'intrigo politico e all'opzione militare per risolvere le controversie internazionali. In realtà, il colonialismo, la guerra sono scelte disperate operate da gruppi di potere dominanti che non riescono a vedere altre vie di soluzione dei problemi. Scelte, dunque, irresponsabili, inquietanti che stanno cambiando i termini dello scambio fra Occidente e Oriente islamico,

fra Europa e Mediterraneo. Si sta passando, infatti, dall'auspicato rapporto paritario per il co-sviluppo a una nuova dipendenza dei paesi produttori da quelli consumatori d'idrocarburi. Quello che abbiamo temuto sta accadendo Quello che abbiamo temuto sta accadendo: invece del dialogo, della cooperazione euro- araba e mediterranea, sta tornando la guerra, comunque camuffata e combattuta, per il controllo delle risorse energetiche e finanziarie. Una guerra asimmetrica, crudele che ha già mietuto centinaia di migliaia di vittime e distrutto culture e Paesi, che le potenze occidentali vogliono vincere in fretta poiché la Cina si avvicina, sempre più minacciosa, a quest' area vitale del mondo. La madre di tutte le battaglie (speriamo solo politiche e commerciali) è, per il momento, rinviata. Forse, si combatterà fra qualche anno, nell'area del Pacifico. A tale, tenebroso appuntamento sembrano prepararsi Usa e Cina, i due principali protagonisti del confronto che- non è escluso- si possa concludere con un accordo spartitorio globale. All'orizzonte del futuro del mondo, si profila un nuovo dualismo egemonico che non sopporta un terzo soggetto primario qual è l'Unione europea, così come si va configurando: una entità politica dotata di una moneta forte (com'è l'euro) e di una politica di scambi e di cooperazione che guarda al mondo arabo, all'Africa e alle altre regioni emergenti. Sembra che nei programmi degli

strateghi Usa e cinesi non ci sia posto per questa “vecchia” Europa autonoma, democratica che si rinnova e rilancia la sfida. Sarebbe d'ostacolo e soprattutto una concorrente forte e con le carte in regola. Perciò, deve essere indebolita, divisa e riallineata al potente alleato d'oltre Atlantico. Attacco all'euro e riconquista neocoloniale Da qui, il micidiale attacco all'euro, muovendo dai punti più deboli della catena (Grecia, Spagna, Italia, ecc). Ironia della logica, della buona finanza: l'euro è sotto attacco non per la sua debolezza ma per la sua forza. Fa paura, perciò, devono fiaccarlo, degradarlo, possibilmente estrometterlo dal paniere delle monete che contano. Devono farlo oggi, prima che si completi il processo di unione politica da cui nasceranno un nuovo governo europeo e la prima potenza economica del Pianeta. Domani sarebbe davvero imbarazzante, impossibile. L'attacco all'Europa e la “reconquista” del mondo arabo costituiscono, pertanto, due tassellichiave nella più generale lotta per la nuova egemonia mondiale. In ogni caso, servono a salvaguardare la traballante primazia del dollaro e a garantire alle multinazionali (in gran parte Usa) affari colossali e una quota rilevante dell'approvvigionamento d'idrocarburi e un flusso di petro- capitali indispensabili per le dissestate finanze occidentali. Sotto tiro i principali partner marzo l aprile 2012, CAMBIAILMONDO

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dell'Italia L'Italia, e la Sicilia, sono state trascinate in questa “nuova avventura” un po' controvoglia. Anche perché, stranamente, queste guerre e/o “primavere”, scoppiate in pieno inverno, si stanno scatenando soltanto contro i regimi di quei paesi di cui l'Italia è il primo o il secondo partner commerciale, con pesanti conseguenze per l'interscambio italiano. A conferma segnalo alcuni dati recenti riguardanti gli scambi fra Italia e i 5 Paesi arabi in crisi, elaborati dalla Camera di commercio italo araba (su base Istat) e relativi al periodo gennaio-settembre 2010-2011. Vi sono da considerare anche i danni indiretti provocati dall'aumento dei prezzi degli idrocarburi a causa degli interventi in Libia e delle crisi in altri Paesi. Nello stesso periodo, infatti, le importazioni italiane d'idrocarburi dal mondo arabo sono diminuite (in volume) rispetti-vamente del 7,4 e del 3,5%, ma l'esborso in valuta è aumen-tato del 20,5% (da 39 a 47 miliardi di euro). Insomma, un affarone per l'Italia! L'Italia e la Sicilia, usate come avamposti strategici Casualità o c'è dell'altro? La risposta potrebbe venire da chi tiene l'agenda politica e i conti dell'Italia. Non vogliamo gridare al complotto, ma nemmeno ignorare la realtà dei dati derivati dalla sequenza degli avvenimenti: Iraq, Libia, Tunisia, Egitto, Yemen e domani, forse, anche Siria e Iran, tutti principali clienti e fornitori dell'Italia. Per altro, quasi tutti 88 CAMBIAILMONDO, marzo l aprile 2012

Paesi poveri, mentre la calma regna sovrana nelle più ricche e illiberali dittature petrolifere del Golfo: dall'Arabia saudita al Qatar. Una doppiezza arrogante che evidenzia una sensibilità democratica a senso unico che non si applica- per esempio- alla dittatura dello sceicco del Bahrein impegnato, da quasi un anno e con l'aiuto diretto dell'esercito saudita, a reprimere nel sangue una rivolta popolare che chiede libertà di voto e di espressione. Nessuno parla e scrive di questa tragica “primavera”. Forse perché il Bahrein ospita le sedi di grandi banche e una potente flotta Usa? Perciò, sarebbe tempo che gli interventisti nostrani spiegassero al popolo italiano le vere ragioni per le quali hanno schierato le nostre Forze Armate in operazioni politico-militari che, oltre a violare i principi di non ingerenza e di sovranità di paesi esteri, danneggiano gli interessi nazionali del nostro Paese. L'Italia e la Sicilia sono territori strategici, al centro di questo Mediterraneo turbolento e attraversato da conflitti vecchi e nuovi, perciò devono essere politicamente normalizzate e militarmente pronte per svolgere al meglio il loro ruolo. Questo parrebbe il “programma”. Tuttavia, non tutto è scontato. Tra il dire e il fare c'è di mezzo il…mare. C'è il nostro Mediterraneo delle grandiose civiltà che, certo, non accetterà di essere ridotto a mero ricetto di traffici e di materiali altamente inquinanti e a zona

nevralgica di una strategia aggressiva contro popoli e Paesi che, con noi della sponda nord, hanno dato vita alla filosofia, alla scienza, alla democrazia. Inoltre, la militarizzazione delle relazioni intra-mediterranee vanificherebbe l'ipotesi, che da tempo immaginiamo, di trasformare l'area mediterranea in uno dei principali poli dello sviluppo mondiale, per riportarla al ruolo antecedente al 1492. Insomma, un disegno troppo sbrigativo, brutale e inaccettabile anche per le masse di giovani internauti. La risposta neocolonialista potrebbe non funzionare. L'errore è sempre in agguato. Come abbiamo visto in anni recenti, gli strateghi dell'interventismo non sono infallibili, anzi, più volte, hanno sbagliato analisi e alleanze, tempi e modi d'intervento. Unire l'Europa, unire il Mediterraneo Nel mondo, anche in quello arabo, persino negli Usa, c'è tanta gente che rifiuta questa oscura prospettiva; che lotta e spera in un avvenire diverso, di pace e di fratellanza universale. Cito per tutti l'esempio più chiaro: l'America del Sud, dove è nata una grande speranza per il mondo intero. Qui, infatti, governi e movimenti democratici, progressisti stanno lottando, con successo, per liberarsi dalla perniciosa influenza delle multinazionali, per affermare la loro sovranità e libertà, il loro diritto all'indipendenza economica, al benessere condiviso, alla vita. Lottano anche per noi che non


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riusciamo a vedere oltre il telefonino e l'automobile. E' tempo che i cittadini arabi ed europei facciano, insieme, la loro parte per riaffermare le loro autonomie e diversità culturali, i loro stili di vita, per unire l'Europa e il Mediterraneo. A tal fine, bisognerebbe ri-orientare i movimenti dei giovani e dei lavoratori verso un grande progetto di co-sviluppo euro-mediterraneo, alternativo al fallimentare modello sedicente “liberista” e bellicista delle relazioni economiche e commerciali internazionali. Denunciando tale disegno, non ho inteso difendere dittatori e satrapi, già abbattuti o ancora al comando, con i quali i capi delle potenze “castigatrici” hanno fatto affari scandalosi, anche privati, ma riaffermare i principi (sanciti nella vigente Carta dell'Onu e nella Costituzione italiana), di non ingerenza e di rispetto della sovranità nazionale degli Stati. Ed anche la necessità di una lotta popolare per la democrazia vera e per la pace e il benessere condiviso, per salvare l'umanità da una prospettiva tragica e miserabile. Si può fare! Ma ci vorrebbero idee nuove e soggetti politici ben orientati e determinati. Il libro di Agostisno Spataro sarà p r e s e n t a t o d a l l ' a u t o r e , i n c o l l aborazione con la FILEF, a Buenos Aires, Rosario, Montevideo e Porto Alegre, tra fine aprile e inizio maggio.

INDICE DEL VOLUME Capitolo primo DELLA GUERRA E D'ALTRI ACCIDENTI Le vere ragioni della guerra di Bush - Iraq: le stesse potenze per lo stesso petrolio Verso un impero americano?- Armi chimiche, attenti al marchio - La guerra è anche contro l'Europa - Attentati suicidi: una terrificante novità Capitolo secondo GUERRA AL TERRORISMO O A CHI? Bin Laden come l'Araba fenice - Oriente e Occidente: la grande incomprensione Saddam Hussein: il prima e il dopo - Saddam Hussein e l'Italia - Moro è caduto per aver troppo capito e troppo osato Capitolo Terzo MEDIO ORIENTE: IL CONFLITTO INFINITO Per una vera pace in Medio Oriente - Dopo Arafat, arriverà la pace? - Andreotti terrorista? - Fermare il massacro israeliano a Gaza - Gerusalemme, la solitudine d'Israele - 1988. Gli israeliani fanno saltare la “Nave del ritorno” dei palestinesi L'Italia riconosca lo Stato palestinese Capitolo quarto GUERRA ALLA LIBIA Si può ancora trattare col regime libico? - Petrolio e dittature - Libia: Italia de nuevo en guerra - Sicilia-Libia, un'illusione mediterranea - L'Italia e la crisi libica - Libia: la Nato può vincere la guerra, ma perdere il dopoguerra Capitolo quinto MONDO ARABO, FASCINO E CONTRADDIZIONI Fondamentalismo islamico o islam politico? - Yemen, paese di Bin Laden o della regina di Saba - Quando un sultano sbarca a Palermo - Le mutilazioni genitali femminili Una lettera da Damasco - Primavera araba: rivolta o rivoluzione? Capitolo sesto EUROPA SOTTO ATTACCO L'uovo del serpente - La dittatura degli investimenti - Attacco all'euro, attacco all'Europa - Crisi europea: finirà come in Argentina? Capitolo settimo LA SICILIA FRA TENSIONI E COOPERAZIONE La Sicilia fra Europa e Mediterraneo - L'Isola al centro di un sistema agro-alimentare mediterraneo - Mediterraneo, la centralità ritrovata - Da Sigonella la guerra al terrorismo - Basi militari: patti segreti e finti bisticci - Esiste ancora la questione meridionale? - La Sicilia al tempo della globalizzazione - Portaerei e hub energetico: i due poli del futuro siciliano Capitolo ottavo L'IMMIGRAZIONE COME RISORSA Quando i clandestini siciliani sbarcavano in Tunisia - L'immigrazione come risorsa - Le strane rotte che portano gli immigrati in Sicilia - Morte sotto la luna - Oltre Lampedusa - La moderna schiavitù

Il libro (316 pagg, prezzo 18,50 euro) è venduto solo via internet nei siti www.ilmiolibro.it e www.lafeltrinelli.it e anche nelle librerie Feltrinelli.

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Rivista Cambiailmondo n.2/3 Marzo Aprile 2012

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