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ETIOPIA

Più volte definita “culla dell’umanità” per le scoperte di ominidi avvenute nel suo territorio, l’Etiopia è una terra ricca di fascino, mutevole per la sua costante attività vulcanica e capace di incantare il visitatore con l’infinita varietà dei suoi paesaggi che vanno dai 120 metri sotto il livello del mare della depressione dancala agli oltre 4000 metri delle vette dei monti del Semien. Paese di grandi tradizioni culturali e di intensa religiosità per la compresenza di comunità cristiane, mussulmane e pagane, l’Etiopia è stata sin dall’antichità oggetto di interesse, anche per la sua posizione strategica, da parte di geografi, mercanti, esploratori e studiosi. La bibliografia su questo Paese è pertanto vasta e variegata. Tuttavia Etiopia. Emozioni di viaggio ha un tratto distintivo rispetto alla restante produzione editoriale: è un libro che nasce dall’esperienza viva e diretta dell’Autore e dalla sua curiosità a scoprire e comprendere una terra unica. È il resoconto di tanti viaggi realizzati nel corso degli anni. È il frutto dell’amore per un Paese straordinario.

emozioni di viaggio

ETIOPIA emozioni di viaggio

CONTIENE DVD

CARLO FRANCHINI

Carlo Franchini è nato ad Asmara dove ha vissuto fino al 1980 quando ha lasciato l’Eritrea per trasferirsi in Italia, ritornando frequentemente in quelle terre. Mosso da grande passione, nel corso di questi viaggi, ha visitato anche gran parte degli altri Paesi del continente africano, in modo particolare l’Etiopia, ma anche il Kenya, la Tanzania, il Sudafrica, il Botswana, la Namibia, il Mozambico e lo Zimbabwe, acquisendone un’approfondita conoscenza. Negli ultimi anni la sua curiosità lo ha spinto anche in Paesi del Medio ed Estremo Oriente, dell’America del Nord e del Sud, in Islanda e in Groenlandia e in India, per poi riprendere a viaggiare in Etiopia. Esperto fotografo e video-operatore, in occasione di tutto questo suo girovagare ha sempre tenuto dei diari di viaggio e acquisito una ricca documentazione fotografica. Laureato in Economia presso l’Università di Bologna, nel corso degli studi universitari è stato autore delle monografie Storia delle esplorazioni della Dancalia e Il Diritto del Lavoro in Eritrea. Con l’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato ha pubblicato il suo primo libro Eritrea cose viste (1996) a cui è seguito Attraverso l’Africa Australe (2006). Due opere che raccolgono immagini e resoconti dei diari relativi alle esperienze vissute in quelle terre. Ha collaborato in Italia ed all’estero con riviste specializzate nel settore viaggi ed esplorazioni ed anche con il Museo Civico di Storia Naturale di Milano, sezione Africa. Da tempo segue con interesse e supporta l’attività di ricerca archeologica in Etiopia e Sudan del Dipartimento di Studi e Ricerche su Africa e Paesi Arabi dell’Università degli Studi di Napoli l’Orientale.Vive e lavora a Roma.

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CARLO FRANCHINI

ETIOPIA Emozioni di viaggio

ISTITUTO POLIGRAFICO E ZECCA DELLO STATO LIBRERIA DELLO STATO


CON IL PATROCINIO DELL’AMBASCIATA DELLA REPUBBLICA FEDERALE DEMOCRATICA D’ETIOPIA IN ROMA

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© 2010 ISTITUTO POLIGRAFICO E ZECCA DELLO STATO S.p.A. - ROMA I diritti di traduzione, adattamento, riproduzione con qualsiasi procedimento della presente opera o parti di essa sono riservati per tutti i paesi. Stampato in Italia - Printed in Italy

L’editore si dichiara pienamente disponibile a soddisfare oneri derivanti da diritti di riproduzione per le immagini di cui non sia stato possibile reperire gli aventi diritto. ISBN della prima edizione italiana 978-22-240-1232-4


SOMMARIO RINGRAZIAMENTI 5 PERCHÉ UN LIBRO SULL’ETIOPIA? 7 ETIOPIA EMOZIONI DI UN VIAGGIO NEL PRESENTE E NEL PASSATO 9 DAGLI ALTOPIANI DEL NORD ALLA VALLE DELL’OMO ATTRAVERSO LE TERRE INFUOCATE DELLA DANCALIA 11 ETIOPIA TERRA DI STORIA E DI CONTRASTI 13 TAVOLA CRONOLOGICA 15

CAPITOLO 1 UN “FIORE” SULLE PENDICI DI ENTOTO

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FINALMENTE IN VIAGGIO! 23 ADDIS ABEBA: TRADIZIONE E MODERNITÀ TRA L’ANTICO MERCATO E I GRATTACIELI DI BOLE ROAD 24

CAPITOLO 2 TRA LE MURA DI HARAR

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SULLA STRADA 35 LA BELLA HARAR DALLE CINQUE PORTE 44

CAPITOLO 3 LUNGO LE ROTTE DELL’ETIOPIA CRISTIANA

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LE ANTICHE CHIESE SUL LAGO TANA 63 I CASTELLI DI GONDAR 72 TRA I MONTI DEL SEMIEN 80 AKSUM: TRA STORIA E LEGGENDA 86 YEHA: IL “TEMPIO DELLA LUNA” 97 L’ANTICO MONASTERO DI DEBRE DAMO 99 TRA LE GUGLIE DEL GHERALTA 104 NEL TEMBIEN 127 LALIBELA: LA GERUSALEMME D’ETIOPIA 129

CAPITOLO 4 IN DANCALIA

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PRONTI A RIPARTIRE 147 PERCHÉ UNA SPEDIZIONE IN DANCALIA? 149 IL NUOVO VIAGGIO 151 SULL’ERTA ALE: IL MONTE DI FUMO 159 VERSO IL PIANO DEL SALE 170 I COLORI DI DALLOL 172 LA VIA DEL SALE 180

CAPITOLO 5 PEREGRINANDO A SUD

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LE STELE DI TIYA 189 NELLA REGIONE DEI LAGHI 190 NEL TERRITORIO DEI BORENA: IL SALE DI EL SOD E I POZZI CANTANTI 203 TRA I KONSO 210 NELLA VALLE DELL’OMO 216

BIBLIOGRAFIA

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PERCHÉ UN LIBRO SULL’ETIOPIA? L’Etiopia, la cui superficie si estende per circa 1.133.380 km², è definita “la culla dell’umanità” per le numerose, importanti scoperte di ominidi avvenute sul suo territorio. Una culla che custodisce gelosamente una terra magica, dall’incredibile varietà etnografica e di grande religiosità: cristiana, musulmana ma anche pagana. Una terra che con la sua perenne attività vulcanica testimonia dei continui mutamenti del globo terracqueo. I paesaggi, ricchi di fascino e di grandissimo coinvolgimento emotivo, sono estremamente vari: dai 120 metri sotto il livello del mare della depressione dancala si passa alle sconfinate pianure e savane, quindi agli oltre 4000 metri dei monti del Semien. Paese di grandissime tradizioni e cultura, in Etiopia è emerso, tra il I sec. a.C. e l’VIII sec. d.C. il Regno di Aksum, indicato, in alcuni antichi documenti persiani, come uno dei cinque regni più potenti dell’epoca. Come brillantemente osservava Carlo Conti Rossini1, uno dei più insigni etiopisti del secolo scorso, «… l’Abissinia offre alto interesse per l’antropologo, per l’etnologo, pel filologo, pel cultore della storia del diritto, pel naturalista, pel geologo. Ciò apparisce evidente in alcune regioni. Su aree relativamente ristrette abbondano i più svariati linguaggi, appartenenti a ceppi geneticamente distinti; fiancheggiansi a volte popolazioni, i cui ordinamenti e i cui istituti giuridici rappresentano stadi separati da millenni nella storia dell’evoluzione umana. Ben può dirsi che in talune regioni l’Abissinia è tutta un museo»2. Fin dai tempi antichi l’Etiopia, anche per la sua strategica posizione, è stata oggetto di interesse da parte di geografi, mercanti, esploratori e studiosi. «Le prime conoscenze dei Greci sui paesi a sud dell’Egitto risalgono ad epoche assai remote. Già Omero menziona per ben due volte nell’Iliade e tre nell’Odissea l’Etiopia. L’Etiopia era allora intesa come la terra mitica degli dei dove questi si ritiravano per banchetti e divertimenti […]3. Per questo motivo sull’Etiopia antica e su quella moderna e contemporanea disponiamo di una vasta e variegata bibliografia che comprende testi di carattere storico, geografico o linguistico, resoconti di viaggio, rapporti sul commercio, osservazioni etnografiche e, non meno interessante, una vasta produzione letteraria, tra cui romanzi e poesie, con ampi spazi dedicati alla cultura e alla saggistica. Il tutto ad opera di autori stranieri ed etiopici, questi ultimi in lingua amarica ed in lingua inglese. Inoltre, l’Etiopia, la sua storia, le sue lingue principali e la sua complessa produzione letteraria sono oggetto di studio presso importanti università internazionali, tra cui l’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”. Di fronte a questo scenario, accingersi a scrivere sull’Etiopia cercando di destare nuovo interesse è impresa ardua e difficile! Nutrivo, però, un desiderio: condividere con un vasto pubblico di viaggiatori e non quelle che per me sono state esperienze straordinarie. Episodi di vita quotidiana e avventure di viaggio che ho avuto la fortuna di sperimentare negli oltre trenta anni trascorsi laggiù. Il desiderio di dare, fra le tantissime e certamente molto più autorevoli testimonianze, anche la mia, come fosse un dovuto riconoscimento a quello che questa bellissima terra mi ha dato. La voglia di condividere le tante immagini di questo Paese che ho catturato nel tempo. A compiere l’ultimo passo mi hanno spinto i miei affetti e i tanti amici con i quali, nel corso del tempo, ho avuto occasione di parlare dell’Etiopia, mostrando loro qualche fotografia o filmato. Ogni volta avvertivo tanta ingenua confusione di ordine storico o geografico; talvolta un interesse meramente turistico, una semplice curiosità, che li portava a confondere o paragonare questo Paese, la sua storia e le sue genti, con altre regioni dell’Africa con le quali nulla ha in comune. Accadeva che molte persone avevano voglia di saperne di più. I miei racconti, anche per immagini, suscitavano una grande meraviglia che si trasformava, col tempo, in un interesse crescente, nella voglia di scoprire, di andarci. Sembrava che attraverso le mie parole e le immagini che mostravo loro durante le lunghe serate invernali, scoprissero un mondo relegato in un cassettino della loro memoria perché associato a poche notizie storiche, spesso disordinate, ma che li stupiva ed affascinava moltissimo. Credo di poter dire che molti di loro devono a questi racconti e ai miei filmati il loro primo viaggio in Etiopia, al quale molto spesso ne è seguito un secondo.   Carlo Conti Rossini, geografo e cartografo, nacque a Salerno il 25 aprile 1872. Autodidatta in lingua e letteratura copta, completò la sua formazione orientalistica presso l’Università di Roma. Membro della Società Geografica Italiana, ha lasciato una ricca produzione di testi di grande interesse. Tra i saggi sull’Etiopia si ricordano: Storia d’Etiopia, Bergamo 1928 e Etiopia e Genti d’Etiopia, Firenze 1937, entrambi citati in questo libro. Morì a Roma il 21 agosto 1949. 2   C. Conti Rossini, Storia d’Etiopia, Bergamo 1928, pag. 37. 3   A. Manzo, “Culture ed ambiente. L’Africa nordorientale nei dati archeologici e nella letteratura geografica ellenistica”, Supplemento n. 87 agli Annali dell’IUO, vol. 56 fasc. 2, Istituto Universitario Orientale, Napoli 1996. Circa i riferimenti all’Etiopia nell’Iliade e nell’Odissea si veda: Iliade I, 423, XXIII, 206 e Odissea I 22-23, IV, 84,V, 282-287. Si fa riferimento all’edizione Homer. The Iliad, con trad. ingl. di A.T. Murray, Loeb Classical Library, London e Cambridge Mass., 1957; Homer. The Odissey, con trad. ingl. di A.T. Murray, Loeb Classical Library, London e Cambridge Mass., 1960. 1

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Così, spronato da tanti incoraggiamenti, mi sono deciso ad intraprendere questa nuova avventura ed il mio desiderio di un libro sull’Etiopia, accompagnato da un documentario, è diventato realtà. Quello che mi accingo a fare è semplicemente raccontare, attraverso le immagini e i diari di viaggio, l’Etiopia che ho visto con i miei occhi, le cose che mi sono state raccontate, quelle che ho potuto documentare e che maggiormente mi hanno colpito nel corso delle numerose spedizioni in quei territori. Il lettore esperto troverà certamente delle lacune e potrà, quindi, non ritenersi soddisfatto di quello che legge perché ho tralasciato di raccontare di una regione, di un’etnia o di qualche importante tradizione o momento storico del Paese. Come ho detto, l’Etiopia è una terra antichissima e vasta, particolarmente ricca sotto il profilo storico, etnografico, culturale e ambientale. Pensare di poter parlare di tutto sarebbe impossibile. In ogni caso credo, e mi auguro, che chi avrà la pazienza di seguirmi in questo “viaggio” possa comunque avere una rappresentazione sufficientemente esaustiva di questo straordinario Paese. Il libro non ha, quindi, alcuna pretesa di carattere scientifico. Quanto riportato è semplicemente il frutto della mia curiosità e della mia passione che, oltre a spingermi a viaggiare, hanno generato in me una forte esigenza di ricerca ed approfondimento, portandomi a consultare scritti di vario argomento, opera di illustri studiosi di tutti i tempi. Colgo questa occasione per ringraziarli simbolicamente tutti per avermi dato la possibilità di approfondire la mia conoscenza del Paese, del suo passato e del suo presente, contribuendo ad alimentare il grande fascino che esso esercita su di me. Alcuni richiami alla storia e all’archeologia, che ho ritenuto doverosi, sono arricchiti dallo straordinario contributo di diversi studiosi tra cui il Professor Yaqob Beyene, il Professor Rodolfo Fattovich, il Dottor Andrea Manzo, la Dottoressa Luisa Sernicola dell’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”. Li ringrazio per la professionalità, la disponibilità e l’entusiasmo con cui hanno collaborato a questo mio progetto. Il libro è il frutto dei resoconti dei tanti viaggi che ho effettuato attraverso l’Etiopia nel corso degli anni; solo per motivi editoriali viene presentato come il racconto di un’unica grande spedizione, intervallata da brevi pause e articolata in stagioni diverse. Gli itinerari, le distanze, la condizione delle piste, i dati GPS e le difficoltà di viaggio riportate nel testo devono essere considerate puramente generiche e indicative. Il volume, quindi, non va utilizzato come strumento tecnico per l’organizzazione di un viaggio, nel qual caso si raccomanda la consultazione di agenzie e testi specializzati sull’argomento. I termini in lingua locale sono riportati così come li ho sentiti pronunciare, senza alcuna pretesa di rigore linguistico. Tutti i nomi propri citati, fatta eccezione per i miei familiari, gli studiosi e poche altre persone incontrate, sono nomi di fantasia. Ho scelto di procedere in questo modo per non dover omettere, non potendoli citare tutti, nessuno dei numerosi autisti, accompagnatori, aiutanti e compagni di viaggio che hanno condiviso con me nel tempo queste avventure. Ho inserito, nelle pagine a seguire, una tabella cronologica dettagliata con gli episodi principali della storia dell’Etiopia. La ritengo indispensabile per orientare il lettore nel corso di questa avventura e mi auguro che, insieme ai riferimenti bibliografici riportati in appendice, rappresenti anche un forte stimolo ad approfondire la conoscenza di questo bellissimo Paese. Buon viaggio a tutti. Carlo Franchini

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ETIOPIA EMOZIONI DI UN VIAGGIO NEL PRESENTE E NEL PASSATO Come emerge chiaramente dal titolo, il libro realizzato da Carlo Franchini è essenzialmente il diario di un viaggio attraverso l’Etiopia, dalle guglie dell’altopiano del Tigray, nel nord del Paese, fino alla valle del fiume Omo, nell’estremo sud, attraverso la torrida depressione dancala. Il libro nasce dal desiderio dell’autore di condividere, riunendoli in un unico volume, i racconti e le storie ma anche le immagini, i colori registrati durante i numerosi viaggi effettuati in Etiopia, qui presentati per esigenze narrative come la cronaca di un’unica grande spedizione. Accompagnato, di volta in volta, dalla moglie Marcella, dal figlio Luca e da un gruppo di amici, l’autore, partendo da Addis Abeba, di cui descrive i forti contrasti generati dalle spinte modernizzatrici che si sovrappongono progressivamente allo stile di vita tradizionale, muove in direzione del parco di Awash e quindi di Harar dando una descrizione di quella splendida città, delle sue porte, della sua storia, dei mercati, delle genti che la abitano, per poi tornare indietro e dirigere i fuoristrada verso il lago Tana. Da qui, dopo aver visitato le sorgenti del Nilo ed i principali monasteri, si reca a Gondar per poi raggiungere il massiccio del Semien ed i resti archeologici di Aksum e Yeha, due tra i siti archeologici più importanti del Paese. Il viaggio prosegue quindi attraverso il Tigray, una delle regioni più importanti dell’Etiopia cristiana, dal monastero di Debre Damo alle chiese rupestri del Gheralta, dove visita oltre 10 chiese tra cui la bellissima e di difficile accesso “Guh”, per proseguire nel Tembien. Infine la visita al complesso di chiese monolitiche di Lalibela chiude la prima parte del viaggio. Dopo qualche settimana trascorsa in Addis Abeba per organizzare l’itinerario e l’equipaggiamento necessari alla seconda parte del viaggio, Franchini riparte alla volta della Dancalia e delle sue località più suggestive. L’autore raggiunge il lago Afrera, racconta dell’ascensione al vulcano perennemente attivo, l’Erta Ale, visita Dallol, il Piano del Sale e le sue miniere a cielo aperto, racconta dei Dancali e del loro vivere nel deserto di lava, risalendo sull’altipiano lungo la pista che fiancheggia una delle tradizionali vie del sale. Infine il sud e le sue genti: i Borana, i Konso, gli Arbore, per poi raggiungere il fiume Omo per incontrare i Dessanech, gli Hamer presso i quali documenta, tra l’altro, anche la famosa cerimonia del “salto del toro”, i Benna, gli Tsemay, i Mursi, i Bodi. Durante il viaggio l’autore racconta minuziosamente tutto ciò che incontra lungo il cammino, dalle scene di mercato e di vita domestica ai paesaggi, e ancora rituali e tradizioni locali, la flora, la fauna, i monumenti ed i resti archeologici, questi ultimi descritti utilizzando la finzione letteraria di alcuni archeologi e studiosi presenti sul posto. La visita offre spesso il pretesto per agganciare al luogo leggende e tradizioni ad esso correlate; è il caso, ad esempio, della leggenda sulla scoperta del caffè o dei racconti tradizionali legati alla fondazione di Gondar e alla cattiveria del re Fasilides, o, ancora, alla leggenda del re Serpente, della visita della regina di Saba a Salomone e dell’arrivo ad Aksum dell’Arca dell’Alleanza. Brani tratti dalle opere di importanti etiopisti contemporanei o del passato o dai resoconti dei numerosi viaggiatori ed esploratori europei che nei secoli scorsi attraversarono il Paese arricchiscono, di volta in volta, la narrazione, mentre le immagini catturate con la fotocamera e la videocamera corredano l’opera di un bellissimo repertorio fotografico e di un suggestivo documentario. Infine una tabella cronologica offre un quadro sintetico delle vicende storiche del Paese citate nel corso della narrazione, mentre una bibliografia con testi di carattere divulgativo e scientifico fornisce un riferimento ai lettori che intendono approfondire ulteriormente alcune delle tematiche trattate. In definitiva un’opera di alta qualità e straordinario interesse. Testimonianza di un affetto, certamente legato alle vicende di vita dell’Autore, ma altrettanto certamente rafforzato dalla sua singolare attitudine a penetrare nella cultura e nella storia di un Paese del quale troppo poco noi italiani ci siamo occupati dopo le ferite dell’occupazione e della guerra. Fabio Roversi Monaco

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DAGLI ALTOPIANI DEL NORD ALLA VALLE DELL’OMO ATTRAVERSO LE TERRE INFUOCATE DELLA DANCALIA La stesura di una breve nota prefativa per la pubblicazione Etiopia. “Emozioni di viaggio” di Carlo Franchini costituisce per me un momento di particolare intensità per portare la mia personale testimonianza di arricchimento culturale ed emotivo che l’Africa dona ai suoi figli e a tanti viaggiatori, nonché un’occasione significativa per confermare l’attenzione che la Direzione Generale per le Biblioteche, gli Istituti Culturali e il Diritto d’Autore dedica a quelle tematiche, il viaggio e la letteratura, che da sempre si fondono in un binomio di celebre valenza. In tale circostanza giunge doveroso ricordare il Festival della Letteratura di Viaggio, inevitabilmente patrocinato dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, e il caleidoscopio di iniziative espositive, seminariali ed editoriali che, pur nell’intendimento di promuovere il libro e la lettura, sono state realizzate all’insegna del comune denominatore della letteratura di viaggio quale strumento per la scoperta, per l’approfondimento della conoscenza storica, geografica e soprattutto sociale di nuove terre, per la comprensione dell’altrove e delle diverse culture che arricchiscono il patrimonio dell’umanità. Nel fertile filone della letteratura di viaggio si colloca il meritorio lavoro con il quale Carlo Franchini ha sentito di consacrare la sua terra d’origine. Il progetto editoriale sull’Etiopia scaturisce infatti dall’emergenza di descrivere quei luoghi e le relazioni sociali lì intessute, dall’intimo desiderio di raccontare l’ospitalità assaporata dallo scrittore, dalla sua famiglia e da tutta la sua compagnia durante la permanenza in terra africana, e non dal mero proposito di documentare scientificamente uno scenario variamente ricco di contenuti per naturalisti, geologi, geografi, archeologi, storici, etnologi, filologi, cultori della storia del diritto e tanti altri studiosi. Fissare le suggestioni emotive che l’Etiopia infonde negli animi anche attraverso le numerose immagini e i documentari allegati al volume costituisce un intendimento senza dubbio pubblicamente apprezzato, in segno della condivisione del forte senso di struggente nostalgia che il viaggiatore approdato nel continente africano soffre benignamente: il mal d’Africa, che è un sognante e sempre incombente ricordo, il desiderio di tornare in quei luoghi e la tangibile testimonianza che sarebbe un vero peccato vivere senza esserne contagiati e senza averne assaporato i benefici. Il libro è un’esperienza concreta di emozioni, di stupore che diviene gratificazione, poi di nuovo meraviglia e tranquillità, è una rassegna di colori forti, quello rosso della terra, quello caldo del sole, quelli vivaci della natura, quelli variopinti e forti degli abiti, come la personalità degli abitanti. È una cronaca di giornate di ordinaria quotidianità, di scansioni e avvicendarsi delle stagioni pulsanti di attività che si svolgono nei villaggi; è un racconto di vita domestica vissuta nei mercati, nei campi, nel ripetersi delle attività di pastori e agricoltori, nella celebrazione di tradizioni locali e famose cerimonie, nello svolgimento di rituali di grande religiosità cristiana, musulmana ma anche pagana, ma è anche una narrazione di grande spessore divulgativo che, senza il pretenzioso proposito di scientificità ed esaustività, spalanca un varco sconfinato sulle curiosità, sulle leggende locali, sull’incredibile stratificazione di razze ed etnie, sull’eredità dell’Etiopia cristiana, sui significati del Nilo e sul retroterra culturale, storico, politico, economico e sociale di una terra che semina fortemente l’esigenza di approfondirne la multiformità. Sono certo che il viaggio tra i ricordi dell’autore infonda il gusto autentico dell’esplorazione nella culla dell’umanità, cosiddetta in ragione delle importanti scoperte di ominidi avvenute sul suo territorio, ma anche il sapore nuovo e la curiosità di un percorso dentro un museo a cielo aperto, come è considerata l’Abissinia nell’immaginario collettivo. Maurizio Fallace

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ETIOPIA TERRA DI STORIA E DI CONTRASTI L’Etiopia è una terra di contrasti che si può solo amare o rifiutare, ma mai osservare con semplice curiosità. L’Etiopia infatti non corrisponde ad alcuna immagine che chi la visiti per la prima volta può avere in mente. È Africa, ma non è Africa. È Asia, ma non è Asia. È Mediterraneo, ma non è Mediterraneo. È al tempo stesso Africa, Asia e Mediterraneo mescolati tra loro e qualcosa di completamente diverso, che è ETIOPIA: una regione in cui identità diverse si intrecciano, si sovrappongono e si scontrano, ma alla fine si amalgamano come i pezzi di un mosaico che benché distinti tra loro formano insieme un’unica figura. Questa peculiarità dipende sia dalla storia geologica sia da quella delle popolazioni che la hanno abitata fin dall’alba stessa dell’umanità. Qui sono apparsi oltre tre milioni di anni fa i primi ominidi da cui si sarebbe evoluta la nostra specie. Qui sono attestati i più antichi resti di Homo sapiens e da qui è migrata oltre cinquantamila anni fa una piccola banda di cacciatori che ha dato origine a tutti gli esseri umani oggi sparsi sul pianeta. Nel suo insieme l’Etiopia è un vastissimo altopiano, che supera i 3000 m di altitudine, tagliato al centro da una lunga spaccatura tettonica (la Rift Valley) ed eroso e frazionato da profonde valli fluviali, con clima temperato alle elevazioni maggiori e semiarido o arido nei bassopiani circostanti. Queste condizioni hanno prodotto una notevole diversità ecologica con praterie e foreste sugli altopiani, savana e steppa semidesertica nei bassopiani, cui corrisponde una grande varietà di popolazioni, che comprendono genti parlanti lingue semitiche, cuscitiche, omotiche e nilo-sahariane, dedite in prevalenza all’agricoltura e vegecultura sull’altopiano e all’allevamento del bestiame nei bassopiani. La varietà etnica e culturale della regione è stata anche accentuata dalla sua posizione geografica all’incrocio tra Africa ed Asia e tra Mediterraneo ed Oceano Indiano, per cui le popolazioni qui vissute sono state esposte a contatti culturali con regioni diverse quali la Valle del Nilo, la Penisola Araba, il Vicino e Medio Oriente e l’entroterra dell’Africa orientale, generando società con culture composite, ma al tempo stesso originali. L’effetto di questi contatti è ben testimoniato dalla diffusione del Cristianesimo e dell’Islam, che hanno progressivamente assimilato ma non completamente cancellato le più antiche religioni ‘animiste’ di origine africana. L’Etiopia appare dunque come un complesso molto articolato di regioni con caratteristiche ambientali ed etniche distinte, ciascuna con una sua storia che si riflette nel diverso tipo di popolamento. Tuttavia, le popolazioni che hanno occupato e tuttora occupano le singole regioni hanno sempre interagito tra loro, amalgamandosi, frammentandosi e riamalgamandosi in un processo tuttora in corso che ha prodotto l’Etiopia moderna. Questo processo a sua volta è stato caratterizzato dall’espansione del regno cristiano da nord, la cui prima capitale era ad Aksum nel Tigray dei sultanati mussulmani da est, il cui centro principale era Harar nell’Ogaden, dalle migrazioni oromo da sud e dalla formazione di società complesse, come quella dei Konso, nel sud-ovest. Ma l’Etiopia è anche lo scenario di drammi, quali carestie, epidemie e conflitti, e dove i capricci del clima possono causare gravi danni all’intero ecosistema. È questa l’altra faccia dell’Etiopia che non va mai dimenticata e si contrappone come il lato oscuro della Luna alla luminosità della sua ricchezza culturale. Capire una realtà così complessa come l’Etiopia richiede non soltanto conoscerne le lingue, le culture e la storia, ma anche innanzi tutto assimilarla attraverso i paesaggi, i colori, i suoni, le immagini in un caleidoscopio di sensazioni che solo questo paese riesce a dare e cogliere le contraddizioni che lo caratterizzano. Nella mia ormai lunga carriera di archeologo etiopista ho incontrato numerosi eminenti Etiopisti, che sapevano tutto dell’Etiopia o almeno delle singole popolazioni che la abitano, ma non conoscevano affatto l’Etiopia. Cercare di capire e quindi conoscere l’Etiopia è soprattutto un’esperienza esistenziale, che soltanto chi ha viaggiato in Etiopia con curiosità e apertura mentale può comprendere. Il bel libro di Carlo Franchini, che ho il grande piacere di presentare, ci introduce proprio a questa esperienza. Le numerose foto e il documentario che accompagnano il testo ci guidano alla scoperta di questo Paese attraverso sia la descrizione degli ambienti naturali e della cultura delle popolazioni etiopiche sia dei contrasti tra società tradizionali e modernizzazione che caratterizzano l’Etiopia contemporanea. Mi auguro quindi che questo libro possa stimolare il lettore a conoscere meglio l’Etiopia e ad affrontare un viaggio reale in questo Paese che io come l’autore profondamente amiamo. Rodolfo Fattovich

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UN “FIORE” SULLE PENDICI DI ENTOTO

CAPITOLO 1


Repubblica Federale Democratica d'Etiopia: 1.104.300 km² Capitale: Addis Abeba 2400 m s.l.m. Popolazione: 82.5 milioni Religioni: Cristiana or todossa orientale / Musulmana / Protestante / Cristiana cattolica Le aree geografiche visitate: Etiopia centro orientale Etiopia del nord Dancalia Valle dell’Omo


Un “fiore” sulle pendici di Entoto

Addis Abeba: il leone di Giuda in viale Churchill, il centro economico della città.

FINALMENTE IN VIAGGIO! È circa l’una di una calda notte di luglio quando la responsabile di cabina del volo Ethiopian Airlines ci dà il benvenuto a bordo: «Tena yestillign kburat enna kburan be Ethiopia Air menghed lemebrer enkwan dehna metaccehu yeh yeberera mesmer ke Rom Fiumicino tenesto wede Addis Abeba yemihed new…». Sto partendo con mia moglie Marcella per Addis Abeba. Il cuore batte forte e l’emozione che puntualmente alberga in me diversi giorni prima di partire per l’Etiopia diventa più intensa. Ogni volta sembra che sia la prima; ogni volta è come se stessi per conoscere da vicino un Paese sognato da tempo, al cui solo pensiero mille fantasie e curiosità si affacciano alla mente. Ma non è così, perché sono nato ad Asmara quando questa era ancora una città dell’Etiopia. L’Etiopia ha sempre fatto parte di me e della mia vita familiare. Dovrei quindi, teoricamente, essere più temprato e riuscire a controllare queste emozioni: so benissimo cosa mi aspetta, cosa andrò a vedere o a rivedere. Così non è. Le tante, intense avventure vissute nei lunghi anni trascorsi laggiù e, successivamente, quelle vissute nel corso dei miei frequenti viaggi si sono trasformate in affascinanti esperienze di vita, il mio tesoro nascosto, che si arricchisce di volta in volta e tiene acceso in me l’entusiasmo come quello di chi vi si avventuri per la prima volta. Mi aspettano scenari straordinari per la bellezza dei paesaggi e per la diversità delle popolazioni che li abitano. Scenari coinvolgenti ed appassionanti, che lasciano un segno indelebile nella memoria del viaggiatore e alimentano il desiderio di tornare a rivederli. «Dicono gli Abissini che quando Dio assestò la terra si sia dimenticato del loro Paese, lasciandolo nel disordine primitivo. Terra già fumida di vulcani, di cui alcuni non ancora estinti, scossa da tremiti sismici, da sconvolgimenti tellurici, ha giogaie immense, vasti altipiani di sollevamento troncati da profonde spaccature, quasi enormi ferite della natura non rimarginate né attenuate nei secoli. Regioni freddissime, nevose, come l’alto Goggiam ed il Semien, di cui un monte il Ras Dashan (Capo delle Guardie, n.d.a.) è alto 4510 metri, fanno contrasto con la depressione dancala di 120 metri sotto il livello del mare e con la depressione dell’Aussa, che si calcola a 170 metri, il cui clima è veramente torrido, infuocato. A piane bruciate, aride, deserte seguono a breve distanza numerose fertili, verdi pianure, bagnate da laghi, irrigate da torrenti, ombreggiate da boschi. In un percorso fatto a dorso di mulo si possono ammirare varietà di panorami che inebriano ed esaltano. Sia regioni graziose e ridenti o solenni ed austere che in quella varia natura infondono nel viandante la pace, la sicurezza, ed eccitano talora l’entusiasmo; sia estese solitudini; sia forre anguste, chiuse da rupi scoscese, cime altissime, gigantesche, il colossale cioè della natura che si manifesta nella paurosa grandiosità delle forme, oppure offrendo con lo sconquasso dei grossi macigni neri, basaltici, grigio-lividi rugginosi, i segni d’antica rovina»1.

 Annaratone C., In Abissinia, Enrico Voghera Editore, Roma 1914, tratto da Conti Rossini C., Storia d’Etiopia, Istituto Italiano d’Arti Grafiche, Bergamo 1928, p. 36. Carlo Annaratone (1869-1931), ufficiale medico, soggiornò a lungo in Abissinia terminando la sua carriera come Console Italiano a Dessiè.

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La chiesa di Entoto Maryam.

Addis Abeba: il Mausoleo dove è sepolto Menelik II (1844 -1913).


Addis Abeba (nella pagina precedente): mercato. Una modella di uno dei tanti negozi del quartiere degli orefici indossa il guba gub, gioiello tradizionale caratterizzato da un ciondolo circolare con calotta semisferica. L’Etiopia è famosa per la pregevole lavorazione in filigrana dell’oro a 24 carati. Addis Abeba: una giovane donna si protegge dai raggi del sole con un caratteristico ombrello multicolore.


TRA LE MURA DI HARAR

CAPITOLO 2


Tra le mura di Harar SULLA STRADA Lasciamo Addis Abeba intorno alle 7.00 di un mattino di agosto, nel pieno della stagione delle grandi piogge, a bordo di un moderno fuoristrada. Questa prima parte del viaggio è decisamente semplice, basterà una sola macchina. Al momento di affrontare la Dancalia, invece, si aggiungeranno altri tre veicoli ed un piccolo camioncino di supporto. L’equipaggio è formato, oltre che da me, da Marcella, dalla preziosa guida e da Ghetaciu, il nostro bravissimo autista che conosco da tempo. Il traffico è intenso ma scorrevole. Lungo la strada incontriamo un’interminabile fila di persone che si recano a lavorare in città. Si muovono a piedi, in bicicletta o sui tradizionali carretti trainati da un cavallo. A mano a mano che ci allontaniamo dalla città la fila si allunga mentre le campagne prendono vita, animate dai numerosi contadini che lavorano una terra particolarmente rigogliosa utilizzando spesso strumenti tradizionali come gli aratri di legno trainati dagli zebù, i caratteristici buoi con la gobba. Alcune grosse nubi minacciano un temporale e, in questo momento, la luce e i colori del cielo sono davvero favolosi. Nei pressi dei villaggi, lungo il ciglio della strada, alcuni artigiani hanno messo in mostra i loro mucheccia costituiti da un mortaio di legno e da un lungo bastone ed utilizzati per triturare il caffè o i cereali. Di tanto in tanto dobbiamo fermarci per far passare un gregge o una mandria di zebù. Siamo nel territorio degli Oromo. A questa etnia, che rappresenta circa il 32% della popolazione, si stima che appartengano tra i 18 e i 21 milioni di persone. Chiamati in passato Galla, si ritiene che in origine siano penetrati in Etiopia dalle regioni situate al confine con il Kenya, oggi abitate dai Borena, anch’essi appartenenti all’etnia Oromo. Intorno al XVI secolo, subito dopo l’invasione dell’Etiopia da parte del Gragn, gli Oromo avviarono un processo di migrazione verso nord insediandosi negli attuali territori Arsi, Scioa, Goggiam, Hararghe e Wollo. Gli Oromo si dividono in diverse tribù e sottotribù «legate da una complicata genealogia tramandata oralmente […]. Sono quasi ovunque agricoltori […] il bestiame è sempre la maggiore e più apprezzata ricchezza, e quando una mandria raggiunge i mille capi si fanno cerimonie speciali di allegria e propiziatorie […]. Narra un mito che ad un certo momento della creazione, Dio esclamò: “Ehi uscite fuori, o voi proprietari delle vacche!”»1. Di origine camita, parlano una lingua detta “Oromo”, di ceppo cuscita2. Particolarmente interessante è l’organizzazione sociale degli Oromo, detta “gada”, basata su classi d’età. Renato Biasutti ne parla diffusamente definendolo un sistema assai complicato, finalizzato a garantire a tutti i maschi adulti della comunità l’accesso alle cariche politiche e a ripartire il peso delle responsabilità sociali tra tutti i componenti di un gruppo. Il passaggio da una classe d’età all’altra viene sancito da cerimonie specifiche. «La massima cerimonia dell’ordinamento è quella che si celebra al passaggio al grado di “luba”, nel quale i giovani acquistano potere politico nella tribù a cui appartengono […]. Tale cerimonia prende il nome di buttà e consiste nel sacrificio di un bue del cui sangue il sacrificante si cosparge la faccia. Il capo dei giovani che devono fare il sacrificio si rade tutta la testa e su questa viene versato del latte. Dopo aver scuoiato l’animale lo stesso capo si ricopre la faccia con la pelle e il muso del bovino. Così mascherato, seguito dai giovani, il capo si reca all’acqua corrente più vicina al villaggio, dove fa scongiuri e invocazioni al Dio Waka. Al ritorno del corteo al villaggio […] il capo e la sorella, in una specie di tenzone poetica, enumerano ciascuno i

Awash: pianta di ghindà. Durante la stagione delle piogge la campagna si ricopre di fiori.

Vista dall’alto di un tratto del fiume Awash.

  Biasutti R., Razze e Popoli della Terra, vol. 3, Torino 1955, p. 242. 2  Le lingue parlate in Etiopia appartengono a quattro famiglie linguistiche: semitiche, cuscitiche, nilotiche ed omotiche. Tra le lingue semitiche le principali sono l’Amarico e il Tigrino. Entrambe derivano dal Ge’ez, la lingua etiopica antica, ancora oggi utilizzata nella liturgia. Altre lingue semitiche sono: l’Harari, il Guraghè e l’Argobba.Tra le lingue cuscitiche ricordiamo l’Oromo, l’Afar, il Sidama, il Kambata e l’Adiya, parlate dalle omonime etnie; tra le nilotiche il Berta, il Naar, l’Ainuach e il Beni-Shangul Gumuz; tra le omotiche il Walaita, il Gomo e lo Sheko. 1

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Verso Harar: gli animali vengono condotti al pascolo o al mercato utilizzando la strada asfaltata. Parco dell’Awash: Filwoha, pozza cristallina di acqua termale in mezzo ad un folto palmeto. Parco dell’Awash: una otarda.


ETIOPIA EMOZIONI DI VIAGGIO colori dominanti dei vestiti delle donne. Il vociare è intenso. Nessuno si cura di noi e nessuno è infastidito dalle fotografie che scatto. Sono tutti presi dalle trattative commerciali. Assistiamo ad una scena di grande intensità, vivace e colorata, che si svolge davanti ai nostri occhi lentamente, come se fosse fuori dal tempo… Chiacchieriamo con la gente e tutti ci decantano le proprietà di queste foglie descrivendone gli effetti stimolanti. Qualcuno, ammiccando con un sorriso, ne esalta perfino le proprietà afrodisiache! Ma il tempo vola via veloce e Ghetaciu e Ghebre ci richiamano all’ordine. È tardi, entro questa sera dovremo rientrare a Addis Abeba. Riprendiamo il cammino e, dopo una lunga marcia con pochissime soste, raggiungiamo la capitale. Qualche giorno di riposo e poi cominciamo a pianificare la visita delle regioni a nord di Addis Abeba. Percorreremo la tradizionale rotta storica che toccherà le località più conosciute dell’Etiopia, tutte ricche di fascino ed interesse. Visiteremo Bahar Dar, Gondar, i monti del Semien, Aksum, quindi la regione del Gheralta e, per finire, Lalibela, nel cuore dell’Etiopia cristiana.

Adere: il mercato del chat.

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LUNGO LE ROTTE DELL’ETIOPIA CRISTIANA

CAPITOLO 3


Particolare di un dipinto della chiesa di Ura Kidane Mehret.

Lago Tana: chiesa di Narga Sellassie, la raffigurazione di San Michele.

Dipinto su legno nella chiesa di Ura Kidane Mehret con due Arcangeli nel riquadro superiore. 68


Lungo le rotte dell’Etiopia cristiana

Il castello del re Fasilides.

Castello imperiale di Cusquam: facciata della “Casa di rappresentanza” dell’imperatrice Mentewab. Castello imperiale di Cusquam: particolare della facciata della “Casa di rappresentanza”.

nessuno, nemmeno i pidocchi che la tormentavano. Così, penitente e digiuno, Fasiledes si recò dall’anziana donna. Questa non gli diede l’assoluzione, ma gli disse: «Torna a Gondar! Fra le donne che portano l’acqua dal fiume Angareb al tuo castello c’e una vecchia schiava di tuo padre. La riconoscerai perché, mentre le altre donne portano cinque ombo (giare) d’acqua, lei ne porta dieci e l’undicesima la porta per i poveri». Fasiledes tornò a Gondar e mise in osservazione un giovane servo il quale subito identificò la donna ed il piccolo riparo che utilizzava per un pasto frugale. Il re, vestito umilmente, si recò davanti alla sua capanna, si inginocchiò e chiese perdono per i peccati commessi. La donna era confusa nel vedere il suo re e padrone prostrato davanti a lei ma lo confortò dicendo: «Perché, o imperatore, vi umiliate così davanti ad una vostra schiava? Solo l’Onnipotente condanna o assolve. Ma, se volete, ascoltate le mie indicazioni: il punto in cui la strada attraversa il fiume è pericoloso. Fate costruire un ponte ed emanate un editto che inviti tutti nell’attraversarlo a dire “Possa Dio salvare l’anima di Fasiledes!”. L’Onnipotente certamente ascolterà queste parole ripetute incessantemente da un intero popolo». Fasiledes ascoltò quanto gli disse la donna e

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Lungo le rotte dell’Etiopia cristiana

e un Angabenàwi (=straniero?) di alto grado. I preposti che morirono furono uno Danoco, un altro Dagalé, un altro Anaco, un altro Hauaré, un altro Cercarà. Un loro sacerdote [i soldati] lo ferirono e gli rapinarono vasi d’argento e una scatola d’oro. I preposti che morirono furono 5, i sacerdoti 1. Giunsi ai Casu uccidendoli e riducendoli in servitù, alla confluenza dei fiumi Sidà e Teccazé. All’indomani del mio arrivo inviai lungo il fiume (?) i Sarué Mahazà e i Sarué Harà e i Damaua (?) e i Falhà e gli Tserà su per il Sidà alle città di muratura e di paglia. I nomi delle loro città in muratura sono Aluà una e Daro un’altra. Uccisero, fecero schiavi e gettarono nell’acqua, e salvi rientrarono avendo sgominato i loro nemici e avendo vinto per la possanza del Signore della terra. Di colà inviai i Sarué Halén e i Sarué Lachén e i Sarué Sabaràt e i Falhà e gli Tserà giù per il Sidà, ai villaggi dei Noba in paglia 4, Negùs 1: città in muratura dei Casu che i Noba avevano prese, Tabitò una, Fertoti un’altra. E pervenni sino ai confini dei Noba rossi. E salve rientrarono le mie genti, avendo fatto schiavi e ucciso e fatto bottino, per la possanza del Signore del cielo. E piantai un trono alla confluenza dei fiumi Sidà e Teccazé, di fronte alla città in muratura che trovasi in questa penisola. Ciò che mi dette il Signore del cielo: prigionieri maschi 214, femmine 415, in tutto 629. Uccisione degli uomini 602, uccisione delle donne e dei ragazzi 156, in tutto 758. Prigionieri ed uccisi 1387. Il bottino di bovini 10.560, e di ovini 51.050. Ed innalzai il trono qui, in Sadò, per la possanza del Signore del cielo, che mi assistette e mi dette il regno. Il Signore del cielo rafforzi il mio regno, e, come oggi vinse per me i miei nemici, vinca per me ovunque io vada, siccome oggi vinse per me, e mi rese sottoposti i miei nemici, in giustizia e dirittura, mentre non opprimo i popoli. Ed affidammo questo trono, che eressi, alla tutela del Signore del cielo che mi ha fatto regnare, e che sorregge la terra (oppure: ed alla terra che lo regge). Se qualcuno lo svella, lo danneggi o lo distrugga, egli e la sua stirpe sieno strappati via e svelti dal paese! Sia strappato via! Ed innalzai questo trono per la possanza del Signore del cielo!»42. Resto davvero affascinato da quanto ascolto: questo pezzo di storia antica scolpito nella pietra mi colpisce particolarmente per la grande religiosità che da esso traspare, ma anche per l’aspetto politico che, di fatto, allargava l’influenza del re di Aksum. «La stele – riprende Andrea – è comunemente detta trilingue, ma in realtà il medesimo testo è espresso in due lingue: il greco e l’etiopico antico (Ge’ez). Il testo Ge’ez, però, è reso sia in caratteri etiopici sia in caratteri sudarabici». «Come mai l’uso di questi caratteri?» domanda incuriosita Marcella. «L’uso dei caratteri sudarabici è dovuto al fatto che l’Etiopia ha avuto, nel corso di tutta la sua storia antica, intensi rapporti con l’Arabia meridionale. Gli stessi caratteri etiopici43 derivano da quelli sudarabici e, fin dagli inizi del I millennio a.C., ci sono tracce archeologiche di intensi contatti tra le due sponde del Mar Rosso. Il monumento più famoso di quest’epoca di intensi contatti con l’Arabia meridionale è il tempio di Yeha, a pochi chilometri da Adua, dove andremo dopodomani. Ma anche nel Museo Archeologico di Aksum, che vi farò visitare, potrete ammirare una bella iscrizione in lingua sudarabica di un re etiopico dell’epoca. I rapporti con l’Arabia meridionale sono continuati fino all’epoca aksumita, quando i sovrani etiopici estesero progressivamente la loro influenza sulla sponda orientale del Mar Rosso, fino ad invadere lo Yemen durante il regno del re Kaleb, agli inizi del VI sec. d.C.». «L’uso della lingua greca, invece, come si spiega?» domando a mia volta. «L’uso del greco è legato al fatto che questa fu, fino al VII sec. d.C., la lingua franca del commercio e della diplomazia. Ad Aksum il greco doveva essere scritto e parlato. Anche questa era una lingua prestigiosa, probabilmente perché era stata la lingua dei Tolomei, i sovrani greco-egiziani che avevano dominato il Mar Rosso prima dello sviluppo del Regno di Aksum. Vedete, il Regno di Aksum si sviluppò ultimi a partire dagli ultimi secoli prima di Cristo. Gli scavi della

Aksum: camera sepolcrale all’interno delle cosiddette “Tombe di Kaleb e Ghebre Meskel” (circa VI sec. d.C.). La tomba, realizzata in epoca cristiana, è simile ai martyria bizantini con sepoltura ipogea sotto un edificio a pianta basilicale. Aksum: camera sepolcrale all’interno delle cosiddette “Tombe di Kaleb e Ghebre Meskel” (circa VI sec. d.C.).

  Conti Rossini C., Storia d’Etiopia, Istituto Italiano d’Arti Grafiche, Bergamo 1928, pp. 137138. 43  L’Etiopia è l’unico Paese dell’Africa subsahariana ad avere sviluppato caratteri propri. Questi, derivati dall’alfabeto sudarabico, sono attualmente utilizzati nelle due lingue principali del Paese: l’amarico e il tigrino. Entrambe derivano dal Ge’ez, l’etiopico antico, oggi utilizzato esclusivamente nella liturgia. 42

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ETIOPIA EMOZIONI DI VIAGGIO

Debre Damo: fedeli osservano la vallata sottostante

Salita al monastero di Debre Damo. L’unica via di accesso è da tempi remoti una corda.

 Letteralmente “debr” significa “monte”. Spesso indica una chiesa importante, ma, in stato costrutto, seguito da un nome proprio di luogo o di persona, significa “monastero”. Particolarmente in Etiopia settentrionale e in Eritrea, nella lingua tigrina “debr” è sinonimo di “ghedam”, che, letteralmente, significa “eremo”, “deserto”, “luogo solitario” ma che nell’uso corrente vuol dire “monastero”, “convento”. Yaqob Beyene, comunicazione personale. 68   Nella lingua etiopica antica il toponimo Rom era utilizzato per indicare la città di Bisanzio. 69   Non è certo che Alef e Ots siano la stessa 67

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Il percorso si alterna fra ripidissime salite ed altrettanto ripide discese, con due guadi importanti da affrontare, tra cui quello del fiume May Mercal, dove tradizionalmente vengono battezzati i fedeli. Se dovesse piovere forte rappresenterebbero un problema! La strada in alcuni tratti è sconnessa e bisogna procedere con molta cautela. Lentamente e con prudenza Ghebre ci conduce proprio sotto lo spettacolare massiccio sul quale è stato costruito l’antico monastero. Ancora in macchina, Ghebre comincia a raccontare. «Debre67 Damo fu fondato da uno dei Nove Santi, Mikael Aragawi, nel VI secolo d.C. La storia dei Nove Santi romani68 (così noti nella tradizione della Chiesa ortodossa etiopica), rappresenta un punto cardine nella storia della cristianizzazione dell’Etiopia. Si narra che fra il V e il VI secolo nel Regno di Aksum giunsero nove santi, abuna, provenienti da diverse città dell’Impero Bizantino: ZaMikael Aragawi,Yeshaq o Garima, Pantalewon di Rom, Liqanos di Questenteya


Abuna Yem’ata Guh fu fondata daYem’ata, uno dei Nove Santi che giunsero in Etiopia nel VI secolo da Bisanzio. I dipinti che qui vediamo rappresentano: in alto a sinistra, la raffigurazione di San Paolo; in alto a destra, Abuna Yem’ata che guida una processione a cavallo. Nella volta settentrionale (foto in basso a sinistra) sono raffigurati otto dei Nove Santi. In basso a destra vediamo la raffigurazione di Isacco, Abramo e Giacobbe. L’arte etiopica, in special modo quella sacra, è caratterizzata dalla rappresentazione marcata dei volti e dalla resa macroscopica degli occhi. Questi affreschi risalgono al XV secolo e sono fra i più suggestivi e meglio conservati di tutto il Gheralta.


Gheralta: villaggio di Megab, alcune giovani donne ci sbarrano la strada ballando e cantando allegramente al ritmo di tamburi. Indossano l’ascendà, un’ampia gonna fatta di lunghi fili di erba che copre le gambe fino al ginocchio e celebrano l’omonima festa, dedicata interamente alle donne che dura quattro giorni e termina in occasione dell’Assunta, il 16 agosto del calendario etiopico.


Lungo le rotte dell’Etiopia cristiana

Gheralta: la chiesa di Mikael Amba,VII‑XI secolo.

Gheralta: Mikael Amba (VII‑XI secolo) nei pressi delle chiese venivano spesso ricavate delle piscine per la raccolta dell’acqua piovana. destro alcuni monaci si alternano nel percuotere un grosso tamburo appoggiato per terra, accompagnando così il canto dei partecipanti. I sacerdoti leggono il vangelo alla tenue luce di due sottili candele gialle rette da due giovani religiosi, mentre un prete, facendo ondeggiare un turibolo, cosparge i fedeli con il fumo dell’incenso che brucia. Di tanto in tanto i sacerdoti varcano la tenda che divide la zona occupata dai fedeli dal qeddest qeddusan, il sancta sanctorum, per poi uscire reggendo il Vangelo per leggere il brano del giorno. Nonostante la poca luce (non intendo usare luci artificiali per non disturbare) riesco a catturare delle immagini quanto meno suggestive, sia con la telecamera sia con la macchina fotografica. È una chiesa di tipologia molto antica, senza affreschi ma con bassorilievi a motivi geometrici e formelle ornamentali che decorano i soffitti piatti, tipici dello stile aksumita. I canti e il ritmo del tamburo continuano incessantemente, rimbomban-

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ETIOPIA EMOZIONI DI VIAGGIO

Tembien: il monastero di Abba Yohanni, XIV secolo.

Tembien: monastero di Abba Yohanni. Raffigurazione dei 12 apostoli e del pittore Giyorgis. Uno degli elementi della pittura tradizionale etiopica è l’assenza di qualsiasi soluzione volumetrica e prospettica. 128


ETIOPIA EMOZIONI DI VIAGGIO

Lalibela: la facciata della chiesa di Biete Gabriel.

Lalibela: la chiesa di Biete Medhane Alem. Lo scavo degli edifici procedette dalla superficie verso il basso, creando trincee che già definivano le pareti e le forme esterne delle chiese e lasciando al centro di una specie di ampio cortile il blocco principale isolato. Successivamente le pareti venivano foggiate in forma di cornicioni, pilastri, mensole e bassorilievi, e si aprivano le finestre entro le quali cominciavano a penetrare gli scavatori per liberare l’interno. di croci, astili e pettorali, d’argento o di più umili metalli, che costituiscono un elemento peculiare del folclore etiopico cristiano, tramandato dagli artefici di Lalibela anche nel tufo in cui furono scavate le chiese. L’ingresso principale si apre nel portico ad ovest, su un atrio dal quale, passando sotto un’arcata, si accede alla navata centrale. La volta è a botte, mentre quella delle due navate laterali è liscia. Su queste ultime sono collocati piccoli vani intercomunicanti che formano un ambiente superiore, una specie di galleria corrispondente al nostro matroneo. Nella galleria orientale si aprono alcune finestre dalle quali, dopo essersi arrampicati dalla celletta che dà accesso al piano superiore, si gode una superba vista dell’interno. In fondo alla navata centrale si incastra un alto pilastro oltre il quale si trova, come in tutte le chiese ortodosse d’Etiopia, il qeddest qeddusan con il tabot, la pietra sacra. Il pilastro antistante è coperto da drappi ed è chiamato “and” (“uno” in lingua amarica), a simboleggiare l’unità della fede. «Cristo lo toccò allorchè apparve al re Lalibela, – dice Kebbede – da allora,

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Lungo le rotte dell’Etiopia cristiana

Lalibela: la chiesa di Biete Emanuel. Un religioso con la croce processionale e il caratteristico ombrello. 135


ETIOPIA EMOZIONI DI VIAGGIO

Lalibela: la chiesa di Biete Giyorgis a pianta cruciforme. Questa chiesa meglio rappresenta la tipica tecnica costruttiva utilizzata per la realizzazione del complesso monumentale (circa XII-XIII secolo). Lalibela: la chiesa di Biete Giyorgis.

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IN DANCALIA

CAPITOLO 4


Dancalia: alcune donne afar riempiono d’acqua otri di pelle di pecora.

  Conti Rossini C., Etiopia e Genti d’Etiopia, Firenze 1937. 6   Localmente siano chiamati ghemel. 5

Dal punto di vista etnografico gli Afar appartengono al ceppo cuscitico e, pur essendosi da lungo tempo convertiti alla religione islamica, conservano molte usanze pagane. Le loro condizioni materiali sono state nel passato molto modeste; «… povere tribù in un paese assolutamente inospitale, di deserti, di lave, di vulcani, di grandi giacimenti salini, rese feroci dalla incessante battaglia per vivere, attendono alla pastorizia, principalmente capre e, talvolta, cammelli…»5. Una strenua lotta per la sopravvivenza in un territorio infernale, che ha sempre spinto queste genti, soprattutto quelle che occupano le zone più interne, a battersi e ad essere, pertanto, considerate particolarmente aggressive ed ostili. Ostilità dimostrata anche nei confronti dei numerosi esploratori europei che cercarono di attraversare quei territori. È in questo ambiente che vivono ed errano le tribù della regione. Gli Afar sono in continua peregrinazione da un pozzo all’altro, alla ricerca di magri pascoli per i piccoli armenti di bovini, dromedari6 e capre. Incontrarli non è facile; solo casualmente può capitare di imbattersi in piccoli gruppi o in singoli individui, sempre poco propensi ad un contatto e ad un rapporto anche soltanto momentaneo con gli sconosciuti di passaggio. Tuttavia la loro presenza infonde una nota di colore e una vibrazione di vita alla solitudine del paesaggio e ripropone un esempio tangibile dell’infinita capacità di adattamento del genere umano. Gli Afar si dividono in due gruppi principali, gli Asà Màra (gente rossa) e gli Ado Màra (gente bianca). Sia gli uni che gli altri appartengono al ceppo camitico e più precisamente al ramo orientale di esso, quello che viene definito cuscita. Sono ripartiti in una trentina di tribù suddivise in frazioni, gruppi minori e famiglie, che affermano la propria identità nella discendenza da un capostipite comune. L’organizzazione sociale tradizionale delle tribù Afar, pur con numerose variazioni, segue uno schema comune basato su una distinzione in classi, e principalmente in kadda (grandi), e unda (piccoli), a seconda che la discendenza sia attribuita per linea maschile o femminile. Solo ai kadda spettano le funzioni di comando del clan e la possibilità di prendere decisioni importanti per la sopravvivenza dello stesso. Come abbiamo visto, l’attività economica principale è rappresentata dalla pastorizia (unitamente alla pesca per le tribù della costa e all’estrazione del sale per quelle localizzate nella depressione), dalla quale gli Afar traggono il loro alimento fondamentale, il latte, che le donne trasformano parzialmente in burro. È per questo motivo che allevano in prevalenza capi di sesso femminile, mentre tra i maschi conservano quelli che sono ritenuti più idonei alla riproduzione. Quelli non selezionati sono abbattuti dopo qualche settimana dalla nascita e questi momenti costituiscono importanti occasioni in cui gli Afar si cibano di carne. L’eliminazione precoce degli esemplari maschi risponde, inoltre, alla duplice esigenza di risparmiare il latte delle mucche e delle capre e di ridurre il consumo dei magri foraggi. Le pelli degli animali vengono scambiate sia con le popolazioni limi-


ETIOPIA EMOZIONI DI VIAGGIO

Lago Afrera: all’alba la schiuma sembra un candido manto di neve.

  Tancredi A. M., Nel Piano del Sale, cit., pp. 16566.   Franchetti R., La Dancalia etiopica, Mondadori, Milano 1930, p. 257.

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e boschetti di palme dum. Tra questi, quello più grande era il bosco di Alighenda, sulla sponda occidentale. Per me, nel corso dei numerosi viaggi al lago, la riva occidentale, a differenza di quella orientale che nasconde insidiosi banchi di sabbie mobili, ha sempre rappresentato un punto di sosta provvidenziale e gradito all’ombra delle palme, e un prezioso rifornimento di acqua dolce lungo il faticoso percorso attraverso la depressione. Siamo in una depressione di -114 metri dal livello del mare. Montato l’accampamento ci concediamo un bagno rilassante prima nelle fresche acque del lago, sperimentando la curiosa sensazione di galleggiare anche in pochi centimetri a causa dell’elevata salinità dell’acqua, poi in una pozza d’acqua calda generata da una delle tante sorgenti che sgorgano dal sottosuolo, sotto due grandi palme dum cariche di frutti. Le palme sono piante importanti per gli Afar, che ne intrecciano le foglie per realizzare pregevoli stuoie che utilizzano sia per coprire i tetti delle loro capanne, sia per i giacigli. Dal tronco, seguendo un’antica tradizione, ricavano la duma, una bevanda alcolica particolarmente saporita e gradita ai locali. «Dalla dum […] gli indigeni traggono stuoie, corde, fibra per intessere ceste e vasi domestici, ma principalmente il sugo dello dumà ed anche dmà, nutritizio, appena estratto, inebriante se fermentato […] la palma viene spogliata delle foglie, avendo cura di lasciare intatta qualche cima per gli anni seguenti; la gemma terminale è recisa ed il sugo sprizza fuori spumoso simile al latte. Lo raccolgono disponendo sotto le docce vasi intessuti colle fibre della stessa palma. Una serie di pioli è assicurata ai tronchi lisci della palma per farsene scala per la raccolta del liquore…»11. La luna sale all’orizzonte insieme ad un forte vento che agita le chiome delle palme e muove le acque del lago illuminate dal tenue chiarore lunare. Consumiamo la nostra cena alla luce delle lanterne a petrolio e brindiamo a questo primo traguardo con del buon vino portato dall’Italia per l’occasione. Poi entriamo nelle tende dopo averle rinforzate perché il vento si fa sempre più forte. La notte sembra non passare mai. Dormo poco e mi alzo spesso per fare un giro del campo e verificare che il vento, che continua ad aumentare, non faccia qualche danno. Poco prima dell’alba il vento cala ed assaporo finalmente un’ora di riposo. Al mattino, dopo un altro bagno nelle acque termali, facciamo colazione ammirando l’isola che si staglia nel cuore del lago, proprio dove esso si restringe formando una specie di otto. Ricordo quando la vidi per la prima volta e mio padre mi raccontò la leggenda raccolta dall’esploratore Franchetti. «Quasi al centro di questo lago emerge una piccola isola, a riguardo della quale il capo locale ci raccontò esser tradizione antica che questa zona arida, sconvolta da movimenti tellurici e ricoperta di lava, fosse un tempo regione fertile e alberata, ricca di pascoli di greggi e popolata da numerosi villaggi. Al centro ove attualmente è l’isola, vi era un pozzo coperto da una grande pietra, che un angelo di Dio aveva vietato di rimuovere. Ma un giorno, un triste giorno, la giovine figlia del re che risiedeva in quel luogo, o pensando nella sua innata alterigia niente poterle essere vietato, o per semplice femminile curiosità, volle guardare in quel pozzo vietato trasgredendo all’ordine divino, e l’acqua da quello traboccò così travolgente ed impetuosa che in poco tempo tutta la bassura ne fu inondata, annegando la popolazione e gli armenti. Nessuno di quella stirpe sopravvisse»12. Secondo la leggenda, le rovine del palazzo del re e il suo tesoro rimasero visibili a perenne testimonianza della tragedia, ma nessuno ha mai osato visitarli, poiché, stando alla tradizione, chiunque approdi sull’isola è destinato a morte certa. In realtà il Franchetti visitò l’isola e non trovò nulla di interessante, ma il fatto che ad essa fosse associata una leggenda vuol dire che da sempre ha suscitato una certa curiosità negli abitanti del posto. Chissà, forse dovuta alla necessità di legare ad essa un credo di grande valenza che esaltasse l’importanza del lago incastonato fra le desertiche rocce laviche, delle sue preziose fonti d’acqua dolce e dei ricchi palmeti! Dopo qualche foto di rito fra le candide spume, facciamo una breve riunione con gli autisti perché la pista comincerà ad essere impegnativa. La nostra macchina sarà la prima e quella del cuoco e delle attrezzature, che fino ad oggi ci precedeva per allestire il campo, l’ultima. Nei limiti del possibile ogni macchina dovrà restare in contatto visivo con quella che la segue. Chiedo alla nostra nuova guida, Abu Bakr, di salire nella mia macchina. È un giovane di una trentina d’anni che conosce benissimo la zona e mi ispira subito fiducia e simpatia.


Vulcano Erta Ale: il pit crater è in perenne attività. Vulcano Erta Ale (nella pagina precedente): il pit crater di notte, con la lava che cambia colore a seconda della temperatura.

  Nesbitt L., La Dancalia esplorata, cit., pp. 246249.  Lupi L., Dancalia – L’esplorazione dell’Afar, un’avventura italiana, cit., p. 1539. 22

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[…] raggiungemmo l’orlo del deserto […] ma, cosa che trascendeva ogni orrore, avevamo finita l’acqua. […] Spingemmo intorno lo sguardo per distinguere il cammello […] ma nulla vedemmo. […] Ci mettemmo allora a cercare la pozza […] e finalmente dopo molto girare trovammo una grottaccia dirupata […] ma l’acqua era finita: solo v’era rimasto fango e appena ancora umido. […] La sete prendeva il sopravvento. […] Ci incamminammo mentre le forze scemavano grado a grado e il sole batteva più e più infuocato. […] Marciavamo ancora sotto il sole micidiale sentendoci attorno la morte […] dopo un’altra ora di calvario potemmo scorgere l’accampamento […]. Ci trascinammo per quell’ultimo chilometro e giunti sotto la tenda dopo aver bevuto e ribevuto avemmo poco da dire per spiegare l’accaduto che si compendiava in tre parole: lava, sete e sole»22. Con Saleh, una delle guide, cerco un riparo per affrontare la notte e poi, senza il peso degli zaini, raggiungeremo il pit crater, il pozzo in fondo al quale ribolle la lava. Abu Bakr ci indica un piccolo rifugio fatto con pietre laviche che ci proteggerà dal vento e dalla sabbia. Lo hanno costruito le guide per i numerosi viaggiatori che oggi raggiungono questo vulcano. Anche se è cosa da poco, questo riparo contamina quel senso di solitudine che avevo avvertito la prima volta che lo visitai! Ma è giusto così. È giusto, anche per l’economia del Paese, che il turismo si sviluppi e che molti possano ammirare questi luoghi. Mi auguro che lo facciano mossi sempre da grandissimo rispetto e che, andando via in punta di piedi, non lascino alcuna traccia del loro passaggio, evitando di deturpare l’ambiente, come già purtroppo è accaduto in diverse località del mondo. Controllo la mia attrezzatura fotografica e mentre armeggio per aprire il cavalletto noto, in lontananza, due nitide luci che ondeggiano nell’oceano di oscurità. «Arrivano!» esulta Abu Bakr. Sì, è la carovana, sono i nostri dromedari! Immediatamente avverto un senso di leggerezza e di grande serenità. Adesso sì che potrò godermi la visita senza alcuna preoccupazione! Ibrahim non sarà qui prima di un’ora, così decido di andare subito al cratere per osservare da vicino il ribollire della lava. Lasciamo il nostro riparo con le sole attrezzature fotografiche e le torce a mano e procediamo in fila indiana, sotto il cielo stellato, lungo il bordo della caldera. Il vento sibila sempre più forte sferzando il terreno e sollevando una fitta polvere di lava che si insinua ovunque. Abu Bakr si ferma indicandomi il punto in cui scenderemo all’interno della caldera. Ci muoviamo uno alla volta lungo il ripido sentiero fino a raggiungere il fondo. Qui il vento non si sente più. Proseguiamo avanzando lentamente su grandi lastroni di lava, alcuni dei quali si muovono sotto il nostro peso, altri, particolarmente fragili, cedono al nostro passaggio. «All’interno della caldera le lave hanno spesso una scarsa consistenza, formate da croste molto sottili […] che sprofondano sotto la semplice pressione del piede. Queste lave sono chiamate shelly paheohoe, a forma di conchiglia. All’interno della caldera le lave paheohoe sono cosparse di fili sottili di vetro marrone, chiamati capelli di Pele, prodotti dall’attività del lago di lava»23. Un denso fumo rosso si libera nell’aria dal pozzo ormai poco distante. Finalmente raggiungiamo il bordo! Restiamo estasiati: in fondo al pozzo di circa 130 metri di diametro, a non più di 50 metri di profondità, c’è un lago di lava fusa, nera che ondeggia da una parte all’altra, ornato da decine di rigagnoli di fuoco. Siamo rapiti dallo spettacolo. Osserviamo i rigagnoli che mano a mano prendono vita, tremano, scorrono, si moltiplicano, si ingrandiscono, consentendo al magma incandescente di prendere


Dallol: la presenza di minerali quali potassio, cloruro di ferro e di sodio, genera formazioni dai colori fantastici.


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Carovana di dromedari diretta alla miniera di sale di Assalè.

davvero un regalo senza prezzo. Mentre attendiamo che il cuoco e Marcella preparino la cena, Luca e Renato, guidati dal rumore di un piccolo generatore, si allontanano, per tornare dopo poco carichi di birre freschissime. Un miracolo! Hanno trovato una piccola capanna all’interno della quale è stato realizzato un modesto bar: servono tè, caffè e soprattutto bibite e birra fresca! C’è infatti una vecchia ghiacciaia elettrica che svolge egregiamente il suo compito. Mi sembra di sognare! Alcuni abitanti del villaggio si uniscono a noi. Colgo l’occasione per chiacchierare dei loro costumi e saperne qualcosa di più. «Usate ancora la cerimonia dello zare caltumma?» domando. Mi guardano come se non avessero capito nulla. Forse ho pronunciato male la frase, così la ripeto. Qualcuno intuisce e allora ridono, divertiti del fatto che io sia a conoscenza di questa vecchia tradizione. «Certo!» mi rispondono. Si tratta della cerimonia con la quale si celebra l’ingresso dei maschi nella pubertà. «Raggiungono così la pubertà, che di solito è festeggiatªa non prªesso il padre ma presso lo zio paterno o presso il più prossimo parente maschio, al quale spetta il compito di radere i capelli sulla nuca al festeggiato ed il dovere di fargli un regalo, fra i quali un coltello, eventualmente una lancia, qualche capra o, se ricco, un giovine cammello. […] Questa festa è chiamata zare caltumma, (taglio dei capelli sulla nuca)»39. In seguito a questa cerimonia il giovane assume nuovi compiti all’interno del proprio villaggio, tra cui quello della vigilanza contro i razziatori. A questo scopo i giovani, in gruppi di due o tre individui, o talvolta isolati, si recano per intere giornate di vedetta sui monti. A questa segue la cerimonia del fidanzamento durante la quale, una volta scelta la sposa, il futuro marito ha l’obbligo di versare alla famiglia una sorta di dote costituita principalmente da capi di bestiame. Credo sia interessante ricordare, anche solo sinteticamente, l’esistenza di questi rituali perché ritengo che ormai molti di essi siano in disuso, praticati solo occasionalmente nelle zone più remote dell’interno. Il tempo scorre veloce e, dopo una cena appetitosa, viene il momento di riposare! A causa del gran caldo abbiamo montato soltanto i teli trasparenti delle tende, così possiamo addormentarci contemplando un magnifico cielo stellato, avvolti da un profondo silenzio.

LA VIA DEL SALE   Secondo quanto raccolto da Marcel Chailley e riportato da L. Lupi, (Lupi L., Dancalia – L’esplorazione dell’Afar, un’avventura italiana, Edizioni Tagete - Istituto Geografico Militare 2008-2009, p. 143), la cerimonia, a dispetto del nome, non consisterebbe nel taglio dei capelli bensì nel momento in cui il giovane, che fino ad allora ha dovuto tenere una rasatura circolare sulla parte superiore della testa, può far ricrescere i capelli come un uomo. 39

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Alle prime luci dell’alba siamo già in piedi. Oggi visiteremo la miniera di Assalè. Prima di partire vado a dare un’occhiata alla carovana giunta ieri sera ed in procinto di ripartire per la miniera. Il vociare dei cammellieri, il verso dei dromedari, il ragliare degli asini danno la sensazione di un gran caos ma, in poco tempo, ecco che la carovana è pronta a partire. Accovacciato al suolo inquadro con la telecamera le lunghe zampe che si incrociano e si muovono insieme formando strane figure geometriche in continua evoluzione. La colonna è partita. La lunga fila di animali procede in silenzio, guidata dai cammellieri che marciano a piedi. Raggiunge una piccola collina, una specie di passaggio obbligato. Su un masso tre uomini contano il numero dei dromedari e degli asini diretti alla miniera: è il modo che utilizzano per calcolare le imposte sul sale. Al ritorno, infatti, gli stessi uomini verificheranno il numero di animali che rientrano e, conoscendo il quantitativo di sale trasportato, faranno i dovuti calcoli per il pagamento dell’imposta. A bordo dei fuoristrada ci dirigiamo anche noi verso Assalè sfrecciando sul Piano del Sale, illuminati dalla fantastica luce del mattino. La guida dei veicoli richiede un’estrema attenzione poiché alle distese di sale indurito, dove è possibile procedere a velocità sostenuta, si alternano lunghi tratti insidiosi di sale fradicio, nei quali i veicoli non condotti da mano accorta affondano imponendo estenuanti operazioni di recupero. I nostri autisti, abilissimi e prudenti, ci consentono di assaporare l’ebbrezza di procedere spediti su questo piano. In


PEREGRINANDO A SUD

CAPITOLO 5


Peregrinando a sud

Shashemene: il cuore della cultura “Rasta”. con un gran vibrare di ali si posano dolcemente sull’acqua. Sono pellicani bianchi che vengono dall’isola al centro del lago, detta appunto “l’isola dei pellicani”, che per lunghi anni è stata uno dei loro più importanti insediamenti in Africa. Oggi purtroppo sono meno numerosi e sembra che abbiano spostato altrove la loro dimora prediletta. Prima del tramonto ci rechiamo a visitare anche il lago Abiata. Diversamente dal lago Shala, questo è profondo solo 14 m e le sue acque sono salmastre. Le ombre di centinaia di fenicotteri che camminano lungo la riva, esplorando con il becco ricurvo il fondo paludoso in cerca di cibo, si stagliano nette poco lontano da noi. L’occasione è ghiotta per fare qualche bella ripresa. Di tanto in tanto questi uccelli spiccano il volo in grandi stormi lasciando intravedere il colore purpureo del piumaggio nascosto dalle grandi ali bianche e regalandoci acrobazie aeree. Sullo sfondo le acque del lago, tinte di rosso dai raggi del sole al tramonto, danno vita ad uno spettacolo magnifico, reso ancora più affascinante dal canto di tortore, merli “metallici” ed upupe nascosti fra le acacie del bosco e dalle oche del Nilo dallo straordinario piumaggio di mille colori che starnazzano quando spiccano il volo. Risaliamo sui fuoristrada quando il sole è una palla di fuoco ormai quasi completamente inghiottita dall’acqua. Raggiungiamo il Wenney Lodge. Un po’ appartato rispetto alle altre infrastrutture turistiche presenti lungo le rive del lago Langano, questo albergo è costituito da graziosi bungalow nascosti fra le acacie che permettono di assaporare la quiete della natura. Cosa non da poco se si pensa che il lago è un’ambita meta turistica degli abitanti della capitale che durante il fine settimana si riversano qui in massa. In lingua oromo la parola wenney è il nome dato ad alcune scimmie dalla lunga coda e dal mantello nero e bianco (Colobus guereza). Particolarmente attive al mattino presto e al calar del sole, esse fanno mostra di sé saltando da un ramo all’altro delle alte acacie. Verso le 6.00 del mattino successivo il canto degli uccelli che popolano la foresta ci sveglia. Il sole, appena alto sull’orizzonte, mette in risalto i monti Arsi che circondano il lago. Lungo la strada ci fermiamo diverse volte per riprendere delle belle scene di vita campestre e dei paesaggi mozzafiato! Nel corso di una di queste soste vedo Wussen chiacchierare con alcuni pastori. D’un tratto, con passo veloce, mi raggiunge dicendo: «Carlo, poco lontano da qui c’è un villaggio Hadia dove si festeggia la nascita di un bambino. Potremmo andare a dare un’occhiata, cosa ne pensi?».

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Lago Chamo: i coccodrilli possono raggiungere 6 metri di lunghezza e 1000 kg di peso.


Giovane borena: usano acconciare le capigliature con del burro misto a sostanze vegetali, umbi e abish, dall’odore molto gradevole. Pastori borena, il cui nome significa “figli dell’alba”, ci vengono incontro.


Peregrinando a sud

Villaggio Konso di Mecheke: l’ingresso attraverso il recinto. principale detto kawatapaleda.

Konso: il tetto delle capanne è ornato da otri di terracotta. bambini! Alcuni anziani sono accovacciati al suolo intenti a giocare con il ghebeta, che in konso è detto tomo daghega, mentre il gioco vero e proprio è detto taja. Chiedo al re quale sia il cibo tradizionale della sua gente. Mi risponde che mangiano poca carne, generalmente di manzo, capra, pecora o agnello, e molto pane con vari condimenti. Non usano l’injera e non amano il pesce. Dalla farina di sorgo ricavano il piatto tradizionale, il korkorfa o dama, una specie di gnocchi stufati o cotti in brodo. Diverse sono invece le bevande: le più comuni sono la cheka, ricavata dalla fermentazione di mais e sorgo, che necessita di 5 giorni di preparazione ed è bevuta utilizzando dei bicchieri chiamati annota, la dagusa, ottenuta dalla fermentazione di orzo e frumento, e il katakalla, ottenuto dalla fermentazione di mais, sorgo e steli di gesho (Rhamnus prinoides), utilizzata anche per la talla, la birra tradizionale etiopica.

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Konso: la tavola tomo daghega per giocare il taja, una specie di dama. Questo gioco molto diffuso in Etiopia con il nome di ghebetà, ed in molti altri paesi africani, ha origini molto antiche. Un bambino Konso. Il villaggio Konso di Mecheka protetto dai caratteristici recinti chiamati ohinda. Konso: waqa. Dopo un po’ il re si congeda da noi poiché ha degli impegni, ma ci invita a proseguire la nostra visita. Salutandoci calorosamente dice ad un suo collaboratore di accompagnarci a visitare anche il cimitero, collocato appena fuori dalla sua dimora, per vedere i waqa dei suoi antenati. Al lui infatti non è concesso visitare il cimitero perché potrebbe inimicarsi gli spiriti. Continuiamo a passeggiare ancora un poco tra i viottoli sempre più affollati e poi torniamo al campo per visitare il luogo dei waqa. Ci incamminiamo in mezzo ad un fitto bosco di acacie fin quando vediamo spuntare tra i rami due statue funerarie che incutono un certo timore. Sono alte oltre un metro e mezzo e raffigurano guerrieri nudi, armati di lancia e scudo. Hanno gli occhi bianchi, perché ricavati da gusci di uova di struzzo, così come i denti. Entrambe le statue sono protette da un tetto di paglia; una delle due coperture è crollata ma non viene ricostruita perché, come ci spiega il nostro accompagnatore, secondo i Konso «si nasce e si muore

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Valle dell’Omo (nelle due pagine precedenti): una coppia di giovani e alcune donne erbore. Uomini e donne amano coprirsi di monili. Le braccia sono ornate da numerosi eet, braccialetti di metallo o di osso, gli avambracci da bracciali d’avorio, sempre più rari. Le giovani donne sposate portano anche delle cavigliere. Giovani erbore. Gli Erbore, che non superano le 4000 unità, sono in maggioranza di religione musulmana. Popolo decisamente laborioso, si dedica all’agricoltura, principalmente alla coltivazione di mais e sorgo. Gli Erbore, come tutti i popoli dell’Omo, usano abitualmente dipingersi il volto.


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Villaggio di Uoniarki: i balli si protraggono fino a quando il sole scompare all’orizzonte. Mercato di Dimeka: donne hamer vendono la polvere ferrosa utilizzata per tingere i capelli. Dimeka: bambole di legno in vendita al mercato.

  Si tratta di un rimedio contro gli effetti del tetano che provoca la progressiva contrazione dei muscoli e della bocca. Senza l’apertura ricavata con l’estrazione degli incisivi non sarebbe possibile introdurre alcun medicinale o nutrimento nella bocca del paziente. 15

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L’abbigliamento degli uomini consiste invece in un gonnellino colorato, stretto intorno alla vita, e in una casacca. Il kalascì, la cartucciera, fa ormai parte dell’abbigliamento dato che è molto diffusa. Geltiy nota che sono molto interessato all’argomento e quindi si prodiga nel fornirmi più dettagli possibili. Si aggira fra gli uomini e le donne in cerca di qualche oggetto o caratteristica singolare da mostrarmi. «Carlo, come vedi, tutti gli uomini hanno bracciali e orecchini, anche quattro o cinque su ciascun lobo ed anche sulla parte superiore dell’orecchio. Molti di loro hanno scarificazioni sul corpo. Le scarificazioni che le donne hanno sul ventre e sulle braccia si chiamano pala ed hanno funzione decorativa. I segni che invece recano sulla schiena, chiamati madà, se li procurano durante la cerimonia del salto del toro, come vedrai tra poco. Le cicatrici degli uomini si chiamano sada pala e rappresentano semplici decori oppure simboleggiano l’uccisione di nemici o animali feroci». Fotografo alcune mamme con i piccoli sulla schiena, avvolti nel sara, il marsupio di pelle ornato da conchiglie, dal quale spuntano le piccole teste e le vivaci braccia e gambe. Qualcuna mi sorride, qualche altra, contrariata, pronuncia il suo “Iiihhhh”, seguito da “Eh eh”, ovvero “No no”. Geltiy sorride. «Osserva queste donne», mi dice «al collo portano due grandi anelli di metallo. Si tratta di una collana chiamata ensente, riservata alle donne fidanzate. Durante la cerimonia del matrimonio lo sposo regalerà alla prima moglie una seconda collana, anch’essa di metallo, con al centro una vistosa sporgenza, il bignarè. Essendo gli Hamer poligami, il bignarè non potrà essere indossato da eventuali altre mogli che lo sposo dovesse scegliere in futuro, ma solo dalla prima, e quest’ultima potrà toglierlo alla morte del marito». Noto che molti Hamer non hanno gli incisivi inferiori. «Sì, è vero» prosegue Geltiy «praticano l’avulsione dei due incisivi inferiori intorno ai 15 anni. L’intervento viene eseguito da una specialista chiamata cagica bulè. Lo fanno sia per motivi estetici, ma anche per ragioni di salute, perchè lo spazio tra i denti estratti consente di dare da bere anche a chi si dovesse ammalare»15. Avverto fermento nell’aria e noto che tutti i partecipanti alla cerimonia si radunano intorno ad un giovane: è colui che dovrà saltare sui tori e che viene chiamato naala. Riesco ad avvicinarlo; si chiama Wulde-puni ed è visibilmente emozionato. Con l’aiuto di Geltiy gli chiedo se ha paura. «Paura no, ma non posso sbagliare!», ci risponde. Il salto del toro è, infatti, un momento molto importante nella vita di ogni giovane hamer poichè segna il passaggio all’età adulta. Un eventuale fallimento


Villaggio di Sembele Woro: cerimonia del salto del toro. Al centro dello spiazzo, i maaza hanno posizionato i buoi in fila, uno accanto all’altro. Il giovane naala, completamente nudo, con solo un sottile cordino intorno al petto, simbolo dell’infanzia che sta lasciando, si cimenta nel salto. Il giovane naala, dopo aver corso per quattro volte sulle groppe degli animali senza cadere, termina la prova. La caratteristica pettinatura del naala, il giovane che dovrà affrontare la prova.


Parco del Mago: un gruppo di dik dik. Parco del Mago: antilopi tsessebe. Le splendide acacie del Parco del Mago. Il fiume Omo a Murulle. Murulle: una scimmia goreza dalla folta pelliccia bianca e nera.


Una capanna di pregevole fattura nei pressi di Soddo.

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