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CARLO FRANCHINI

Attraverso l’Africa Australe

D I A R I

D I

V I A G G I O

LIBRERIA DELLO STATO

ISTITUTO POLIGRAFICO E ZECCA DELLO STATO


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M A R M E D I T E R R A N E O

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E Q U A T O R E

TANZANIA

O C E A N O A T L A N T I C O

O C E A N O I N D I A N O

ZIMBAWE NAMIBIA BOTSWANA

SUDAFRICA

PREFAZIONE

on si tratta di un reportage su uomini e paesi esotici scritto da un giornalista tentato dal desiderio di passare dalla cronaca alla letteratura. Non si tratta di uno studio etnografico ed antropologico realizzato da un accademico dopo una fase di ricerca in loco. E non è neppure un saggio geografico o politico o sociale realizzato da un esperto del settore, magari su incarico di qualche Agenzia internazionale interessata alle condizioni dei paesi africani. Molto più semplicemente si tratta di un libro di un viaggiatore, che è esperto, colto, preparato e soprattutto innamorato della propria Africa, ma che rimane e vuole rimanere sempre e soltanto un viaggiatore. Questa caratteristica non rappresenta un limite. Al contrario, costituisce una peculiarità ed anche un grande merito. Non siamo più abituati ai racconti di viaggi, genere letterario che ha avuto un grandissimo successo fino agli anni ’60 e ’70. Viviamo ormai nell’epoca della globalizzazione delle immagini e delle idee che azzera i vecchi limiti del tempo e dello spazio ma che costringe ciascun individuo a vivere in un clima di sostanziale irrealtà. Come se il pianeta fosse il set di un gigantesco “reality show” in cui tutto ciò che appare è solo finzione. Per questo costituisce una significativa peculiarità la scelta di tornare a viaggiare come avveniva in passato. E diventa un merito raccontare le emozioni e le immagini del viaggio con lo stesso entusiasmo e stupore che potevano avere gli esploratori del secolo scorso e di quello precedente. Non per descrivere la finzione ma per testimoniare pezzi di verità, magari le poche rimaste in un ambiente dove la pialla di un mal inteso progresso azzera di anno in anno le mille diversità che lo rendevano una delle grandi meraviglie del pianeta. In questo giudizio sono ovviamente condizionato dal fatto di conoscere da lunghissimo tempo Carlo Franchini, e di essere testimone, insieme ai tanti comuni amici, della sua profonda e reale passione per la sua Africa. Nato in Eritrea ed educato dal padre ad amare la terra che gli ha dato i natali, Carlo Franchini non ha mai tradito questo suo primo amore. Da quando, nel 1980, è stato costretto dalle tumultuose vicende politiche del paese africano a trasferirsi in Italia, Carlo non ha mai reciso il cordone di sentimenti, di affetti, di ricordi che lo legano alla terra natia. Prima è tornato in Eritrea ogni volta che ha potuto, dedicando le sue vacanze alla riscoperta dei luoghi dell’infanzia e della giovinezza. Poi, non appena le condizioni politiche dell’area lo hanno consentito, ha dato il via ad un vero e proprio programma di viaggi teso non solo ad appagare la nostalgia ed a curare il proprio personale “mal d’Africa” ma anche a ricercare le testimonianze di autenticità che resistono allo sviluppo ed al turismo di massa. Sia nei paesi del Corno d’Africa, sia nella parte australe del continente nero. Il risultato è rappresentato da racconti di viaggi vissuti. Fatti da solo o con alcuni amici, ma spesso con la sua famiglia o con il figlio Luca, con il chiaro proposito di rinnovare la tradizione d’amore per le terre africane appresa a suo tempo dal padre Vincenzo. Racconti che hanno il taglio dei diari degli esploratori e che nell’epoca del turismo massificato e spersonalizzato rappresentano un modello ed un esempio di come si possa viaggiare in maniera diversa. Come nei bei tempi andati. Quelli del “Mister Livingston, I presume!”. ARTURO DIACONALE

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INTRODUZIONE

INTRODUZIONE

Un incendio nella savana mette in fuga gli animali (J. W. Buel: Heroes of the Dark Continent, 1890).

TANZANIA

OCEANO INDIANO

OCEANO AT L A N T I C O

ZIMBABWE NAMIBIA BOTSWANA

SUDAFRICA

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PERCHÉ UN LIBRO SULL’AFRICA AUSTRALE o trascorso i primi ventott’anni della mia vita in Africa e nel corso di questo lungo periodo ho avuto la fortuna di seguire mio padre alla ricerca di siti archeologici di arte rupestre. Sono nato e ho vissuto in Eritrea fino al 1980, quando a causa degli eventi politici locali sono stato costretto a rimpatriare. Da allora sono sempre ritornato in quei luoghi a me cari ed ho, un po’ alla volta, esteso le mie esplorazioni alle terre più a sud. Sempre mosso dalla passione che magistralmente mio padre 1 mi ha trasmesso. È a lui che devo il mio grande amore per queste terre, per le sue genti e per le loro tradizioni. Un amore che mi ha subito contagiato dando un senso profondo e completamente diverso alla mia vita. Incoraggiato dall’interesse suscitato dal mio ultimo libro Eritrea Cose Viste, ho deciso di riprendere a scrivere per far conoscere ad un pubblico più vasto un altro scorcio di terre africane che tanto mi affascinano. Le terre dell’Africa Australe. In analogia all’opera sull’Eritrea, anche questi racconti e le immagini che li accompagnano sono frutto di “cose viste”, vissute, vere. I miei diari sono infatti soltanto note di un viaggiatore attento che ama profondamente questa terra. Racconterò, senza alcuna pretesa, ciò che ho osservato con i miei occhi, scoperto con la mia curiosità e raccolto con il mio interesse. Un lavoro non facile in un contesto geografico così vasto e in un ambiente in continua trasformazione. Negli ultimi undici anni ho visitato ripetutamente la Tanzania, il Botswana, la Namibia, lo Zimbabwe ed il Sudafrica ed ho potuto constatare che questi Paesi hanno una fama più che meritata per il loro grande patrimonio naturalistico, etnografico e culturale. È questa la ragione per cui il turismo è in continuo incremento. Una crescita che se da una parte è provvidenziale sotto il profilo economico dall’altra presenta come risvolto della medaglia la graduale e progressiva contaminazione dell’aspetto più vero di queste terre. Di anno in anno l’offerta turistica aumenta e così oltre alla costruzione e all’ampliamento di infrastrutture come alberghi, campeggi, strade, aeroporti, a rendere meno autentico il contesto tipico di questi paesi contribuiscono anche nuove attrazioni turistiche. Bungee jumping dal ponte sul fiume Zambesi a pochi metri dalle favolose cascate Vittoria, rafting con gommoni lungo i più famosi fiumi di queste regioni, cavalcate in sella a motociclette da sabbia fra le dune della Namibia: sono solo alcune delle attività offerte. Attività che potrebbero essere esercitate ovunque nel mondo e che proprio per questo non hanno nulla a che fare con lo scopo e lo spirito che dovrebbero spingere le persone a visitare queste aree geografiche. Ma così è! A tutto ciò va aggiunto il continuo incremento della popolazione che comporta un’intensificazione dell’agricoltura e la conseguente trasformazione di vaste aree da habitat naturali a campi agricoli. Così, nel corso delle mie peregrinazioni, avendo ben presente cosa stesse accadendo in Africa, ho cercato sempre di scegliere itinerari che, sotto il profilo naturalistico ed etnografico, fossero tra i più interessanti ed affascinanti ma soprattutto tra i più integri.

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PAESI AFRICANI OGGETTO DEL VIAGGIO

Alcuni dei luoghi che ho visitato sono certamente fra i più coinvolgenti d’Africa. Ma è qui che, paradossalmente, il mio compito di raccontarli, anche con le immagini, è stato più difficile. Per evitare che il mio racconto riportasse una visione costruita ed effimera dell’ambiente, ho dovuto infatti combattere con la forte influenza esercitata dal turismo. Ho cercato quindi di ritrovare quella atmosfera che tanto mi attira dei posti incontaminati dell’ “Africa vera” dove il tempo sembra essersi fermato, spingendomi sempre più lontano, scegliendo itinerari alternativi e più complessi. Con questo spirito ho raccolto centinaia di immagini scegliendo poi, con cura particolare, quelle da pubblicare. Volevo che fossero testimonianza dell’ambiente e della vita d’un tempo prima che questi potessero andare perduti o modificarsi per sempre. Cosa che purtroppo sarà fatale non solo a causa di un turismo in molte zone già definibile di massa, ma anche per l’affannosa e inevitabile ricerca di uno sviluppo complessivo reso difficile da delicati equilibri politici e dai grandi problemi endemici di questo continente. Molte delle immagini del libro sono quindi un vero e proprio documento di un patrimonio naturalistico che si è già modificato e in alcuni casi sopravvive con enormi difficoltà. Le esperienze che ho vissuto sono frutto come dicevo, di molti viaggi effettuati nel corso di undici anni, ma le racconto come se fossero parte di un unico grande viaggio scegliendo quelle più interessanti ma rispettando fedelmente quanto riportato giorno per giorno nei miei diari. Nei miei viaggi sono stato accompagnato talvolta anche da alcuni amici, e per non fare torto a nessuno indicherò dei nomi di fantasia. Ho trascritto i nomi etnici e delle località meno note (spesso non presenti sulle carte), non con rigore scientifico, ma affidandomi alla trascrizione del suono delle parole, così come le ho sentite, per renderle comprensibili. Un grande viaggio che vi porta nelle terre dell’Africa Australe partendo, per la sua grande valenza simbolica, da Zanzibar, in Tanzania. È proprio da qui, infatti, che i grandi esploratori iniziarono il loro peregrinare nell’Africa nera, facendo scoprire al resto del mondo la sua maestosità e la sua bellezza. Da questa isola comincia la mia avventura nella quale mi accompagnano mia moglie Marcella e mio figlio Luca, anche loro ormai esperti viaggiatori in Africa, miei inseparabili compagni di viaggio e di grande conforto nelle situazioni più difficili. Sono loro i miei preziosi assistenti sia per la raccolta delle informazioni, prima del viaggio e sul posto, che per le riprese e per l’aspetto organizzativo. Da Zanzibar proseguiamo poi per l’interno della Tanzania e successivamente ci trasferiamo in Sudafrica. Una volta lì si aggiungono a noi Jason, Robert, Federico e Marco, carissimi amici sin dall’infanzia e grandi esperti di viaggio. Tra l’altro Jason e Robert sono due medici, il primo specializzato in chirurgia generale ed il secondo anestesista: una presenza di enorme importanza nelle nostre spedizioni. Anche Federico e Marco con il loro passato di cacciatori, oggi pentiti, hanno girato in lungo e in largo molti paesi africani. Abbandonato il fucile si sono specializzati in cartografia. È con tutti loro che, quando vivevamo in Africa, abbiamo cominciato le prime timide avventure rimanendo subito stregati dalla magia di questa terra. Una magia che, anche se viviamo in paesi diversi e lontani, ci spinge periodicamente ad incontrarci nel cuore di questo continente. 7


Figure stilizzate, dai colori vivaci dei tipici animali africani costituiscono l’elemento base dei dipinti moderni di Zanzibar, che divennero famosi grazie al pittore Saidi Tingatinga negli anni ‘60.


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CAPITOLO

UNGUJA, LA PORTA DELL’AFRICA MAL D’AFRICA

Sono circa le sei di un sabato pomeriggio di primavera romana. Una giornata piovosa e ancora fredda. Da qualche ora, seduto alla mia scrivania, sto consultando le carte geografiche ed alcuni testi di esploratori del continente africano. Ho deciso di dar vita a questo nuovo lungo viaggio partendo dall’isola di Zanzibar. Un’isola che da sempre esercita su di me un grande fascino. È a Zanzibar infatti che dimorarono Livingstone, Burton, Speke, Baker, Grant, Stanley ed altri grandi dell’esplorazione africana, prima di procedere con le loro spedizioni dirette nel cuore dell’Africa nera. Potrò così visitare la celebre città di Stone Town per lunghi secoli importante crocevia commerciale di genti provenienti dall’Arabia, dall’Asia, dall’India, dall’Europa. Ogni tanto i miei pensieri sono interrotti da roboanti tuoni preceduti da bagliori intensi che filtrano fra le tende della finestra. Anche a Zanzibar troverò la pioggia, penso; quella generata dalle code dei monsoni che nel mese di agosto smettono lentamente di tormentare l’oceano Indiano. Poi da li proseguirò in aereo per il Sudafrica e quindi, nuovamente in fuoristrada, arriverò a Città del Capo per risalire fino alla Namibia, al Botswana, allo Zimbabwe. L’emozione è forte. Potrò rivedere ancora una volta i fiori del Namaqualand, il parco Kruger, le dune di Sossusvlei, Etosha, e poi ancora i graffiti di Twyfelfontein, rivivrò l’incantesimo di Kubu Island, potrò soggiornare con i boscimani del Kalahari, navigare sullo Zambesi! All’improvviso avverto una presenza. È mio figlio Luca, fradicio e coperto di fango: «Papà, è da un po’ che ti osservo. Non mi hai nemmeno sentito entrare, ma a cosa stai pensando?». Gli accenno ciò che ho in mente. Gli occhi gli si illuminano di gioia e di preoccupazione insieme. Sa quanto tenga a realizzare questo viaggio, sa che verrà con me anche questa volta, è entusiasta.

La spiaggia di Pwani Mchangani. I bilancieri sono comunemente usati per dare stabilità alle piccole imbarcazioni dei pescatori di Zanzibar.

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ATTRAVERSO L’AFRICA AUSTRALE

UNGUJA, LA PORTA DELL’AFRICA

“L’approdo a Zanzibar” alla fine del 1800. (Robert Brown: Storia dell’Africa, 1897).

Ma si starà anche chiedendo quanto durerà e se dovrà stare troppo a lungo lontano dai suoi amici e dal suo amatissimo rugby. Togliendosi le scarpe infangate, si avvicina e con aria seria e incuriosita insieme mi chiede: «Papà, ti manca l’Africa eh? Ma come mai quella terra ti attira così tanto? È vero che è bellissima ma tu quando affronti questo argomento cambi espressione». Rispondo cercando di cogliere celermente nel segno: «È il grande amore e la passione per quella terra a trasformarmi. È qualcosa di simile a quello che spinge te ad affrontare i durissimi allenamenti di rugby noncurante né delle condizioni atmosferiche né di allettanti deroghe. Guarda! Sei ricoperto di fango ma nonostante la pioggia e il freddo hai fatto il tuo allenamento… e non ci avresti rinunciato per nulla al mondo! A me accade qualcosa di simile». «Certo, la passione!» – risponde, ma è ancora perplesso. Gli ricordo allora le nostre bellissime chiacchierate che a questo proposito tante volte abbiamo fatto insieme proprio in Africa, sotto un cielo stellato o davanti a un fiume o alla luce del fuoco dei nostri accampamenti. Le volte in cui mi ha detto: «Qui mi sento libero». Ho sempre capito cosa intendesse dire! È il senso di libertà magicamente trasmesso da un luogo dove non c’è posto per i cosiddetti doveri, nella maggior parte dei casi puramente effimeri, imposti dal nostro vivere quotidiano in un mondo frenetico. Un senso di libertà che si associa allo splendore e alla semplicità della natura e che permette di assaporare ogni attimo della giornata che scorre intensa. Un’emozione che viene trasmessa dal quieto vivere degli animali, dalle popolazioni che si incontrano, da una terra dove solo i beni primari hanno valore. Tutte sensazioni che la sua grande sensibilità gli ha permesso di condividere ma che poi fatalmente, data la giovane età, rientrati a Roma diventano un bel ricordo lontano: i suoi mille impegni quotidiani prendono il sopravvento. Sorride. Colgo l’attimo di disponibilità manifestato dal sorriso e ne approfitto per prendere uno dei miei libri sui viaggi in Africa a cui tengo di più, Nella Dancalia Etiopica, di Raimondo Franchetti. Voglio leggergli la dedica che questo grande esploratore scrisse per i suoi figli, una dedica fra le più belle che io conosca. «Luca — gli dico sorridendo — questa è una dedica che mi ha sempre fatto un grande effetto. Avevo l’abitudine di leggerla, quando vivevo in Etiopia, in occasione dei vari viaggi in Dancalia che ho avuto la fortuna di fare… prova ad ascoltare queste bellissime parole, fai conto che siano mie e che le dedichi a te, forse capirai ancora meglio»: Figliuoli, a voi dedico questo libro: oggi siete piccoli eppure ogni qualvolta ritorno dai miei pellegrinaggi mi chiedete che vi parli dell’Africa e volete sapere tante cose. Aspettate piccoli miei, quando potrete leggere questo volume comprenderete perché vostro padre al cader delle foglie autunnali sentiva la necessità di partire e dirigersi verso il sud. Vorrei che di questo mio male che mi perseguita da circa quattordici anni, foste anche voi un po’ intaccati. Vi ho chiamato con tre nomi di quei paese; Simba, Lorian, Nanucki: ognuno di questi nomi ha un significato. Viaggiate, state più che potete vicino alla natura, al contatto del sole e della luce: il vostro carattere, i vostri pensieri risentiranno di queste tre magnifiche creazioni di Dio, perché purtroppo un giorno, e ve lo auguro il più tardi possibile, dovrete anche voi per necessità di cose frequentare quell’esistenza convenzionale a base di arrivismi, mondana, dove non troverete che luci artificiose, buone per abbagliare i deboli. Ma allora voi sarete temprati, perché la via del sud vi avrà insegnato a distinguere ciò che è vero da ciò ch’è menzogna.Vostro Padre2. Raimondo Franchetti - Nella Dancalia etiopica Mondadori 1930. 2

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Sì, forse ho colto nel segno!

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Zanzibar: delle piante tropicali fanno da cornice a rudimentali impalcature utilizzate per essiccare le alghe che sono poi vendute sui mercati asiatici.

Zanzibar: una giovane tumbatu avvolta in un vivace kanga, l’abito tradizionale, torna a casa dopo gli acquisti al mercato di Stone Town.

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ATTRAVERSO L’AFRICA AUSTRALE

Una via di Zanzibar. (Alla ricerca delle sorgenti del Nilo – Viaggi di Burton, Speke, Grant, Baker – 1887).

Zanzibar: costruito nel 1860, quest’edificio ospitò Livingstone ed altri esploratori diretti all’interno dell’Africa.

3 Henry Stanley - Viaggi alla ricerca di Livingstone - Milano Fratelli Treves editori 1888.

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UNGUJA, LA PORTA DELL’AFRICA

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TAN (GANYIKA) ZAN (ZIBAR) IA

Alle undici di sera di un giorno d’agosto, dopo il solito prevedibile ritardo, finalmente siamo a bordo di un aereo che ci riporterà ancora una volta in Africa. Mia moglie Marcella e mio figlio Luca hanno un bel da fare nel sistemare le attrezzature fotografiche nelle cappelliere o sotto il sedile di fronte. Poco dopo l’aereo rulla sulla pista di Fiumicino. In pochi secondi Roma è un insieme di luci confuse. Ecco la costa sulla nostra sinistra, siamo diretti a sud. All’alba del giorno dopo atterriamo a Zanzibar. Il nome Zanzibar, con il quale oltre all’isola principale si identifica tutto l’arcipelago trae origine dall’arabo. Zanj ovvero nero, era il nome con il quale gli storici chiamavano le coste orientali dell’Africa e le genti bantù che incontravano. Mentre bar significa semplicemente costa. Letteralmente quindi costa nera e Zanguebar era anche il tratto di costa indicato nelle mappe più recenti, che andava dal Sudan al Mozambico, isole comprese. Per altri però il nome potrebbe derivare dal latino zingiber che significa ginger una spezie di cui l’isola è ricchissima. Mi ricordo di quello che scrisse Stanley. «Era l’alba quando veleggiavo nel canale che separa Zanzibar dall’Africa… L’isola giaceva alla nostra sinistra, a un miglio solo di distanza, ed usciva dal suo lenzuolo di nebbia a poco a poco, a misura che il giorno avanzava, sino a tanto che ci apparve come una delle più belle gemme della creazione» 3. L’inconfondibile profumo lasciato dalla pioggia tropicale che è appena finita di cadere invade l’aereo non appena il portellone viene aperto. Sì, sono di nuovo in Africa! Espletate le pratiche doganali saliamo a bordo del fuoristrada che ci attende e ci dirigiamo a Mapenzi sulla costa nord orientale dell’isola, dove faremo base per le nostre escursioni. La strada asfaltata si snoda attraverso una serie di capanne e piccoli villaggi di fango. È l’ora in cui gli studenti tornano a casa. In Tanzania l’istruzione è obbligatoria a partire dai sette anni di età e l’alfabetizzazione del Paese rasenta il 95%. Gruppi di ragazze vestite di nero con il chador bianco (la maggior parte della popolazione è di religione musulmana) camminano in fila ai bordi della strada dove ha inizio la fitta e prorompente foresta tropicale. Giganteschi alberi di mango si alternano a papaie e banani. Poi, quasi all’improvviso, all’orizzonte si stagliano maestosi baobab illuminati da alcuni raggi di sole che riescono a squarciare minacciose nubi nere. Giunti a Bububu ci fermiamo per un controllo di polizia. Alcuni attribuiscono il nome singolare di questo villaggio, quasi comico per noi, al rumore del treno a vapore che si poteva udire nelle vicinanze, altri al suono emesso da una vicina sorgente d’acqua. Le guardie controllano i documenti, ci lasciano ripartire. Proseguiamo verso la costa orientale dell’isola. La lussureggiante foresta non ci abbandona. Passiamo davanti a qualche capanna che ha il tipico cortile, antistante alla casa, cosparso di spezie messe ad asciugare al sole. Zanzibar è infatti l’isola delle spezie: chiodi di garofano, cannella, vaniglia, zafferano sono quelle più comuni che hanno da sempre costituito una risorsa fondamentale dell’isola. Finisce l’asfalto e dopo otto chilometri di pista davvero terribile, anche a causa della pioggia,

I tatuaggi sono molto diffusi fra le donne di Zanzibar.

arriviamo a Mapenzi. L’albergo si affaccia su una spiaggia infinita accompagnata da una fila di palme che delimitano la fitta boscaglia. Il profumo del mare è intenso. La marea è bassa e trecento metri ci separano dal reef. Che meraviglia! Camminando lungo la battigia raggiungiamo il villaggio di pescatori Pwani Mchangani (che vuol dire spiaggia di sabbia). Veniamo subito circondati da bambini sorridenti e festosi che ci offrono frutti e conchiglie. Lì attendiamo il tramonto sotto gli occhi indagatori di alcune donne che intrecciano stuoie e di altre che stendono al sole delle alghe rossastre destinate ai mercati asiatici. Il rombo del mare adesso è più intenso, la marea sta salendo.

STONE TOWN

Ci svegliamo in tempo per ammirare l’alba che si preannuncia spettacolare. La marea è di nuovo bassa, il rombo dell’oceano lontano. All’orizzonte piccole figure si muovono sull’acqua. Sono i pescatori che, armati di fiocina e rete, sfruttano la bassa marea in cerca di qualche preda a ridosso del reef. Per pochi secondi i colori del cielo sembrano rincorrersi. Adesso è il rosso a dominare la scena, per poi far prendere il sopravvento al giallo quindi al blu. Tutto dura poco meno di un minuto, poi la palla di fuoco fa, orgogliosamente, mostra di sé: a Zanzibar è nato un nuovo giorno. Lasciamo Mapenzi diretti a Nungwi un villaggio molto grande localizzato sull’estremità nord dove verificherò se sarà opportuno preventivare un’immersione prima di proseguire per Stone Town. Nei pressi di Nungui ci imbattiamo in un piccolo cantiere dove vengono costruiti i dhow, le tipiche barche a vela in legno che si possono osservare ancorate un po’ dovunque nell’isola. 15


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ATTRAVERSO L’AFRICA AUSTRALE

Zanzibar: la popolazione è in prevalenza di religione musulmana.

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UNGUJA, LA PORTA DELL’AFRICA

Esperti artigiani, con estrema perizia, scavano un solo tronco fino a ricavarne un piccolo guscio armato di albero maestro e vela, ai cui lati viene applicato un bilanciere. La tecnica e gli strumenti sono sempre quelli d’un tempo. Piove. Peccato! Ma anche se ricco di nubi il cielo è complice di affascinanti giochi di luce. Raggiunto il villaggio di Nungui visitiamo l’incantevole spiaggia di sabbia bianchissima, ornata da faraglioni e dopo una rapida occhiata verso la barriera corallina, mi rendo conto che la zona è poco adatta ad un’escursione subacquea. Dopo una breve sosta dirigiamo su Stone Town. Lungo la strada incrociamo alcune donne che rientrano dal mercato portando sul capo pesanti carichi. Sembrano indifferenti al peso e ci sorridono cordialmente. La strada è pessima e siamo costretti, nel primo tratto, a muoverci a passo d’uomo ma poi finalmente raggiungiamo l’asfalto ed in poco tempo siamo a Stone Town. Entrando in città fermo il fuoristrada davanti a quella che fu per lungo tempo la residenza di Livingstone. Sono emozionato. La casa, anche se sede di un ufficio governativo del turismo, è purtroppo fatiscente e abbandonata a sé stessa. All’interno c’è soltanto una trasandata vetrina nella quale sono custodite vecchie fotografie dei diari dell’esploratore. Nonostante ciò si respira un’aria di grande fascino: il caldo, le mura segnate dal tempo. Regna la solita grande calma africana. Mentre fotografo questo edificio mi si affacciano alla mente le pagine dei diari di Livingstone, di Stanley. Immagino le voci concitate per definire gli ultimi dettagli della spedizione, per assoldare gli ultimi uomini di scorta, portatori che in gran numero saranno accorsi qui in cerca di lavoro. Il ragliare degli asini, le merci distribuite per terra davanti ai cammelli, la folla disordinata e curiosa, gli odori delle cotonine, delle spezie, del burro: la confusione nel cortile interno regna sovrana. Penso al lavoro delle guide che fornivano informazioni preziose sulla situazione politica del momento, sulla presenza delle temute carovane di schiavi. Una sorta di intelligence moderna. Immagino la meticolo-

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Al mercato di Stone Town si mescolano tradizione e modernità.

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ATTRAVERSO L’AFRICA AUSTRALE

Stone Town: venditori di frutta al mercato all’aperto.

sa e snervante attività di provvedere alle armi, ai medicinali, alle tende nonché alle regalie, per lo più stoffe, da offrire per poter attraversare un territorio in sicurezza: Finii per rivolgermi ad un negoziante arabo, uomo ricco e reputato […] egli era allora giunto precisamente dall’interno dell’Africa ove erasi recato pel commercio dell’avorio. Seppi da lui che per nutrire cento uomini abbisognavano, al giorno, dieci doti o quaranta iarde di stoffe […] venivano in seguito le cotonerie che sono la moneta corrente in parecchie province, dove sfortunatamente, i gusti non sono gli stessi: tale tribù vuole le perle bianche, talaltra preferisce le scure o le verdi […] Dopo le cotonerie, il filo metallico […] che rappresenta la moneta d’oro […] Occorrevano ancora provvigioni da bocca, utensili da cucina, sacchi, tende, funi, asini, tela, catrame, aghi, arnesi, armi, munizioni, medicamenti, coperte […] Mi occupai poscia di prendere al mio servizio venti uomini di scorta, armarli ed equipaggiarli […] Ciascuno ricevette un moschetto, una fiaschetta di polvere, una tasca per le palle, un’ascia, un coltello e delle munizioni per duecento colpi4.

Immagino quale fosse l’animo degli esploratori che arrivati in questa terra lontana erano ormai a un passo dal vivere la loro grande avventura attraverso quel misterioso e sconosciuto continente che intravedevano all’orizzonte. Un continente che avrebbe riservato loro grandi emozioni, nuove scoperte ma anche pericoli, fatica, rinunce e malattie. Talvolta addirittura la morte. Ma il desiderio di conoscere prevaleva su tutto. In questi diari non si legge mai una sola riga di rimpianto, di titubanza o di paura. Anche lo scoramento che talvolta traspare lascia subito il posto a qualche forte volontà che li portava ad andare avanti ed ancora avanti, magicamente attratti dall’ignoto. Riprendiamo il fuoristrada e dopo qualche chilometro raggiungiamo la parte vecchia della città recentemente dichiarata dall’Unesco patrimonio dell’umanità. È un luogo composto da vicoli ventosi, vivaci bazar, austere moschee, grandi case arabe. Lo stile architettonico e la struttura urbanistica di Stone Town sono una eccezionale testimonianza del ruolo vitale che la città aveva quale principale centro commerciale dell’oceano Indiano: Un caratteristico portone di legno intagliato a Stone Town. Oggi ci sono ancora circa 500 di queste opere d’arte che costituiscono un importante esempio dell’architettura di Zanzibar.

Henry Stanley - Viaggi alla ricerca di Livingstone op. cit. 5 Henry Stanley - Viaggi alla ricerca di Livingstone op. cit. 4

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Era Zanzibar, la capitale dell’isola che si presentò ben presto come una bella e vasta città avente tutti i caratteri dell’architettura araba […] percorsi la città e di questa passeggiata mi rimase un’impressione generale di viali tortuosi, di case bianche, di strade dal ciottolato calcareo […] di alcove con profondi recessi aventi suddinanzi uomini dai turbanti rossi […] di angoli oscuri pieni di cotone greggio, di vasellame […] ricordo grandi case dall’aspetto solido, dai tetti piatti con grandi porte scolpite […] Zanzibar vende inoltre chiodi di garofano, pepe, sesamo, oli di cocco5.

Gran parte degli edifici furono costruiti nel 1800. Per costruirli vennero utilizzati materiali come il corallino ed il legno certamente adatti ad edificare ma anche soggetti a facile corrosione, motivo per cui, oggi, molti palazzi sono in pessime condizioni. Grazie all’Unesco però

Foto in alto. Zanzibar: giovani pescatrici lungo la spiaggia di Nungwi. Tradizionalmente le donne pescano a ridosso della riva, su fondali sabbiosi, utilizzando delle reti dalle maglie molto piccole adatte alla cattura delle sardine.

Foto in basso. Il villaggio di Pwani Mchangani (Zanzibar).


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ATTRAVERSO L’AFRICA AUSTRALE

UNGUJA, LA PORTA DELL’AFRICA

attualmente sono in atto una serie di importanti restauri e mi auguro che Stone Town possa recuperare lo splendore d’un tempo. La principale caratteristica di alcuni di questi edifici sono i portoni intagliati, un vero spettacolo per la loro originalità. Oggi ne esistono ancora cinquecento circa ed in alcuni di essi, simbolo di ricchezza e potere del proprietario della casa, sono riprodotti versi del corano o immagini raffiguranti persone od animali che abitano quelle mura. Alcune di queste porte sono adornate da sporgenti coni metallici, una singolare decorazione di chiara influenza indiana. È infatti in India che queste porte venivano costruite ed esattamente per evitare che gli elefanti cercassero di abbatterle con la testa. Un noto ritornello, hakuna matata (nessun problema), mi incuriosisce. Seguo le note e mi ritrovo davanti ad un negozio di dischi costituito da una piccola stanzetta con un bancone impolverato ed un vecchio stereo a tutto volume. Poco più in là un mercato all’aperto. Il vociare è intenso. Come in ogni mercato tropicale che si rispetti prevalgono i banchi di frutta e verdura, tripudio di fragranze e colori, dove si possono ammirare le infinite varietà di frutta ed in particolar modo di banane. Non mancano i banchi di pesce e di carne di fronte ai quali occorre uno stomaco particolarmente forte, che io non ho. Numerosi sono i venditori ambulanti: offrono scarpe (ricavate dai copertoni delle gomme di autocarro) scope, canne da zucchero, spezie. La popolazione è in prevalenza di religione musulmana e ad un’attenta osservazione non sfugge la loro origine, sono in prevalenza bantù, arabi ed indiani. Ecco quella che una volta fu la piazza del mercato degli schiavi e che oggi è sede di una chiesa cattolica. Quanta sofferenza, quanto orrore deve aver visto questo luogo! Ma Zanzibar, come nota l’Unesco, ha simbolicamente l’importanza di essere stato il luogo della soppressione dello schiavismo. Infatti dal più importante mercato di schiavi in Africa, l’isola divenne poi la base di David Livingstone, colui che attraverso la sua personale campagna contro gli schiavisti contribuì all’abolizione di tale vile commercio. Si è fatto tardi. Ci rinfreschiamo all’African House, un bar che fu anche luogo di ritrovo per gli esploratori d’un tempo. Molti di loro hanno descritto l’incantevole tramonto che era possibile ammirare da qui e noi ne approfittiamo per godercelo tutto. Il tramonto è una delle tante magie dell’Africa. In pochi minuti il cielo è rosso fuoco, all’orizzonte si stagliano diversi sambuchi a vele spiegate che sembrano diretti verso l’ignoto, poi il buio.

ZANZIBAR: CROCEVIA DI “COMMERCI” E DI GRANDI SPEDIZIONI

“Arabi neri di Zanzibar” (Alla ricerca delle sorgenti del Nilo – Viaggi di Burton, Speke, Grant, Baker – 1887).

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L’isola di Zanzibar nota anche come Unguia (letteralmente transito), ha sempre avuto un ruolo dominate nel controllo delle vie del commercio che dal cuore dell’Africa nera portavano in India, Asia, Arabia, ma ha avuto anche il triste primato di essere per lunghi anni uno dei più fiorenti mercati di schiavi del mondo.

La storia di questa isola, ricca di avvenimenti è davvero particolare. Zanzibar è infatti stata riscoperta più volte, scomparsa e ricomparsa dalle carte geografiche di un tempo; un‘isola di grandissimo interesse per gli abitanti originari: i bantù, poi per gli arabi, i portoghesi, gli inglesi nonché per i mercanti indiani e asiatici. Sappiamo che gli egiziani dal 1107 al 1200 a.C. fecero numerose spedizioni alla Terra di Punt, portando carichi d’avorio, d’oro, di animali esotici e di schiavi. Era la mitica costa sul Mar Rosso che va dall’attuale Sudan a Gibuti, un territorio di grande interesse per la sua rilevanza strategica quale via commerciale tra l’Arabia e l’Africa Orientale; così scriveva Conti Rossini: «Il nome di Punt sembra designasse in origine terre ad oriente d’Egitto; a mano a mano si estese a tutta la costa africana a sud dei porti egiziani, segnatamente a sud di Saàu, che sembra fosse l’attuale Cosseir […] Nei tempi della maggiore espansione egiziana designò probabilmente anche Terre al di là dello stretto di Bab el Mandeb» 6 Ed all’epoca l’isola di Zanzibar era chiaramente indicata nelle mappe che utilizzavano. Cessate le attività degli egizi in queste terre l’isola scomparve dalle carte. Ci vollero circa mille anni prima che i fenici iniziassero a navigare intorno all’Africa ed a riscoprire l’isola, ma è solo nel II secolo a.C. che gli arabi ripresero il commercio con l’isola. Per circa cinquecento anni quindi arabi e persiani dominarono questa area geografica creando diverse città-stato. Era l’epoca in cui gli arabi controllavano pressoché tutto il flusso delle merci destinate all’India ed alla lontana Cina, ma anche quello che, attraverso la Via della seta, portava in Europa preziosi carichi di ogni genere di merci esigendo tributi sempre più onerosi. Così, nel 1498, a seguito del ritrovamento di carte geografiche fenice, i portoghesi decisero che era il momento di esplorare l’Africa allo scopo di cercare una Via del mare alternativa appunto alla ‘Via della Seta’, affidando tale impresa a Vasco da Gama. Quando i portoghesi arrivarono nell’oceano Indiano rimasero estremamente sorpresi del livello di civilizzazione che incontrarono. Le loro navi apparivano modeste rispetto a quelle arabe che solcavano questi mari. Il conflitto fu inevitabile e presto comunque i portoghesi ebbero la meglio. Per duecento anni i portoghesi, posizionatisi in Zanzibar, dominarono le coste africane dell’oceano Indiano. Ma un impero così vasto era difficile da governare. Gli arabi omaniti presero il sopravvento e nel 1698 tornarono a controllare l’isola che di fatto divenne un sultanato dell’Oman. Zanzibar divenne sempre di più un importante centro commerciale. Intorno al 1800 il grande sultano Busaid Said spinse le sue carovane sempre più all’interno dell’Africa nera sviluppando principalmente il commercio dell’avorio e degli schiavi. Nel 1811, proprio mentre nel mondo veniva bandita la schiavitù, Said aprì a Zanzibar il grande mercato degli schiavi ancora oggi visibile. Si calcola che da questo mercato passassero non meno di 30.000 schiavi all’anno. Schiavi destinati ai paesi arabi e al Medio Oriente, catturati da famigerate bande che si spingevano non solo nella vicina terraferma ma anche più lontano, come nel Malaui e nel Congo. Gli schiavi, nella marcia verso la costa, erano costretti a trasportare pesanti carichi d’avorio. Le condizioni in cui vivevano erano a dir poco disumane e spesso i più deboli

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Zanzibar: dalle poche alture dell’isola è possibile ammirare un paesaggio dai colori straordinari. All’orizzonte si scorge la terraferma del continente africano.

Carlo Conti Rossini - Storia d’Etiopia - parte prima - Istituto Italiano d’Arti Grafiche - Bergamo 1928.

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Un’immagine simbolo, che rappresenta un mercante di schiavi (G. Schweinfurth: Au coeur de l’Afrique – 1868/1871). Nel 1811, a Zanzibar fu aperto il “grande mercato degli schiavi” che sarebbe durato fino al 1873. Si calcola che da questo mercato siano transitati non meno di 30.000 schiavi l’anno.

venivano uccisi. Si dice che le piste utilizzate da queste carovane fossero riconoscibili dai corpi di coloro che venivano trucidati perché troppo stanchi per proseguire. L’isola divenne così importante che nel 1840 Busaid trasferì la sua corte dall’Oman a Zanzibar. Ed è in questo periodo che viene introdotta la coltivazione dei chiodi di garofano che diventeranno poi uno dei principali oggetti di commercio. Il sultanato dell’Oman fu smembrato nel 1862. Zanzibar divenne indipendente ed i singoli sultani continuarono a governare sotto un protettorato britannico. Nel 1873 fu definitivamente proibito il commercio degli schiavi ed a Zanzibar chiuse il grande mercato. Il protettorato britannico durò fino al 1963 quando l’isola divenne indipendente. Nel gennaio del 1964 nacque la Repubblica Unita della Tanzania (nome coniato dall’unione di Tanganica e di Zanzibar). Tutti questi avvenimenti di grande importanza che si sono succeduti nel tempo in un territorio piccolo ma così strategico, hanno lasciato dei segni indelebili ancora tangibili nella capitale, Stone Town. Ma Zanzibar, oltre ad essere una straordinaria testimonianza di epoche storiche in grande fermento, è stata anche una ricorrente base di partenza delle più significative esplorazioni del XIX secolo dirette nell’Africa nera. Il 1800 è il secolo in cui è molto forte per l’Europa l’esigenza di conoscere meglio il continente africano. La ricerca di grandi laghi, delle sorgenti del Nilo, la scoperta di nuove specie della flora e della fauna costituiscono lo scopo principale delle Società Geografiche, in primis quello della Società Geografica Reale di Londra. Quasi tutti gli esploratori, come dicevo, hanno soggiornato a Zanzibar. Era in questa isola infatti che potevano acclimatarsi, completare i rifornimenti, scegliere le guide giuste, essere informati delle varie situazioni politiche prima di fare il grande balzo sulla terra ferma. La prima spedizione di grande rilievo fu quella di Krapf e Rebmann che, su incarico della English Church Missionary Society partendo da Zanzibar attraversarono gran parte dell’attuale Tanzania e Kenia. Sull’onda del successo di questa spedizione, fu la Royal Geographical Society di 22

Londra ad inviare Burton e Speke. I due esploratori partirono da questa isola allo scopo di scoprire le sorgenti del Nilo. Seguirono la pista degli schiavi verso il lago Tanganica, che però fu raggiunto solo dallo Speke che lo chiamò Lago Vittoria in omaggio alla regina. Speke era convinto di aver trovato nel lago le sorgenti del Nilo senza però poterlo dimostrare; ma fu soltanto nel corso della seconda spedizione nel 1860, questa volta con Grant, che i due esploratori scoprirono le cascate Ripon da cui le acque del grande fiume, il Nilo, iniziano la loro corsa verso il Mediterraneo. Ma certamente i più famosi esploratori che soggiornarono sull’isola furono David Livingstone e Henry Stanley. Dopo aver effettuato diverse spedizioni in Sudafrica, nel Kalahari ed aver scoperto le Cascate dello Zambesi, Livingstone, nel 1858, accompagnato dal naturalista John Kirk, esplorò il basso corso dello Zambesi. Al loro rientro sostarono a Zanzibar un’ isola cara a Livingstone: «Il posto più bello che abbia conosciuto in tutta l’Africa dove posso riposarmi prima di iniziare il mio ultimo viaggio. Un luogo immaginario dove nulla è come sembra essere. Sono ipnotizzato!». Due anni dopo Livingstone intraprese un’altra spedizione sempre alla ricerca delle sorgenti del Nilo. Organizzò il viaggio da Zanzibar risiedendo per diversi anni nell’isola. Poche erano le notizie che riusciva a far pervenire in Europa, fin quando il New York Herald chiese a Henry Stanley di partire alla ricerca di Livingstone. Così anche Stanley soggiornò a Zanzibar per diverso tempo, quello necessario ad avere informazioni più precise sul dove fosse finito Livingstone che successivamente trovò. «Dr. Livingstone, I presume» – sono le note ed indimenticabili parole che Stanley disse al cospetto dell’esploratore. Nel corso dei suoi quaranta anni di viaggi in Africa, Livingstone aveva percorso circa cinquantamila chilometri, tracciato oltre un milione e mezzo di chilometri sulle carte geografiche, indicato il corso del fiume Zambesi, scoperto le cascate Vittoria, il lago Ngami, disegnato la mappa del sistema fluviale del Centro-Africa. Ed ancora altro. Un’avventura a dir poco straordinaria. Deciso a visitare i fondali di quest’isola, la scelta dell’immersione ricade su Mnemba, un’isoletta poco lontana da Zanzibar, circondata da una barriera corallina che sprofonda ad una quarantina di metri.

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Zanzibar: diffusa è la pesca effettuata con reti da lancio e tramagli.

Frequenti sono le esposizioni di dipinti che gli artisti moderni offrono ai turisti lungo le spiagge di Zanzibar.

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Raggiungiamo il punto dell’isola più a ridosso del vento a bordo di una piccola imbarcazione a vela condotta da due giovani pescatori del luogo. Ancoriamo sul basso fondale e indossata l’attrezzatura ci immergiamo. Siamo rapidamente sul punto dove la barriera scende a picco verso il blu. La visibilità è poca e c’è molto plancton. Ma intorno ai diciotto metri, per un gioco di correnti, l’acqua diventa limpida. Davanti a noi si apre in tutta la sua spettacolarità il fondale di Mnemba. Numerose attinie dai colori particolarmente intensi ospitano indaffarati pesci pagliaccio che si affacciano curiosi a guardarci. È un’esplosione di vita avvolta dal silenzio. Dal blu compaiono branchi di carangidi in cerca di una preda. Speriamo di imbatterci in uno squalo balena avvistato in zona proprio pochi giorni prima. In genere questo animale nuota per lunghi periodi nella stessa porzione di mare, ma la speranza resta vana. Raggiungiamo i quaranta metri. L’acqua è molto fredda almeno per le nostre mute di tre millimetri. Non ci sono più scogli e il fondo sabbioso degrada rapidamente. Riprendiamo quota e ci fermiamo intorno ai trenta metri. Un grosso squalo passa non distante da noi ma l’acqua è nuovamente torbida e lo intravedo appena. Ammiriamo la ricchissima fauna della barriera corallina che, a questa profondità, è particolarmente attiva e vivace. Siamo circondati da pesci balestra dai colori sgargianti, pesci chirurgo e una miriade di altre creature dalle forme e dai colori di rara bellezza, oltre ogni immaginazione. Non mancano vistose antenne di aragoste che si agitano al nostro passaggio mentre un grosso polpo dà sfogo a tutta la sua maestria per mimetizzarsi. Cambia colore repentinamente ma resta immobile. Lo accarezzo ed il contatto con il guanto lo induce nuovamente a cambiare colore. Poi mi inonda la mano di un liquido nero e scompare. Mentre risaliamo abbiamo la fortuna di imbatterci in un magnifico esemplare di tartaruga che nuota indisturbata e che seguiamo per un pò nelle sue evoluzione. La sosta cautelativa prima di riemergere è molto piacevole perché siamo proprio davanti a due belle cipree. Ci tengono compagnia fin quando il computer non ci indica che possiamo risalire. I pescatori hanno seguito le bolle dell’aria e sono sopra di noi. Saliamo in barca. Accompagnati dalla brezza rientriamo in assoluto silenzio, ascoltando solo il delicato suono dell’acqua solcata dalla chiglia che si fonde con quello delle vele investite dal vento. Lasciamo Zanzibar a bordo di un piccolo aereo diretti ad Arusha, sulla terra ferma. Sono le prime ore del mattino. L’isola sotto di noi è una macchia verde orlata dal bianco delle spiagge nel grande blu dell’oceano. Vediamo distintamente l’isola di Mnemba, le spiagge di Bububu e Stone Town. E un’ora dopo, siamo ad Arusha. La nostra avventura continua: ci porterà alle piane del Serengeti, al cratere del Ngorongoro e quindi in Africa Australe. Avremo due fuoristrada, di cui uno adibito al trasporto dell’attrezzatura, per avere un margine di sicurezza in più. Dopo i convenevoli d’uso pianifichiamo il viaggio. Dirigeremo verso la Ngorongoro Conservation Area visitando il parco del Serengeti e il cratere del Ngorongoro. In questo itinerario ho previsto la visita ad un villaggio masai fuori dalle rotte turistiche. Le guide che sono con noi non riescono a capire perché vogliamo andare a vedere un villaggio che comporta una deviazione rispetto al nostro itinerario quando «potrete trovare tanti masai sulla strada». No, sulla strada no! Voglio evitare le genti avvezze al turismo augurandomi di poter così cogliere almeno in parte lo spirito più genuino di questo popolo.

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I fondali dell’isola di Mnemba (arcipelago di Zanzibar).

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DOVE NACQUE L’UOMO

Per chi vuole saperne di più: Leakey M.D.- Oulduvai Gorge - Cambridge 1971. Leakey M.D.- Fossil hominids from the Laetoli beds- in Nature 1976. Leakey M.D.- Olduvai Gorge: Cambridge University Press, Cambridge - 1972. Leakey M.D.- Foot Prints in The Ashes of Time - National Geographic Magazine aprile 1979. 8 Fossili ominoidei africani scoperti dal 1924 al 1985: 1924: Bambino di Taung, Australopithecus africanus; ca. 1,2 milioni di anni fa (Sudafrica). 1959: Zinj, Australopithecus boisei; ca. 1,75 milioni di anni fa (Tanzania). 1972: 1470, Homo habilis; ca. 1,9 milioni di anni fa (Kenia). 1974: Lucy, Australopithecus afarensis; ca. 3 milioni di anni fa (Etiopia). 1975: La Prima Famiglia, Australopithecus afarensis; ca. 3 milioni di anni fa (Etiopia). 1978: Impronte di Laetoli; ca. 3,5 - 3,7 milioni di anni fa (Tanzania). 1984: Fanciullo di Homo erectus; ca. 1,6 milioni di anni fa (Tanzania). 1985: il Cranio Nero Australopithecus aethiopicus; ca. 2,6 milioni di anni fa (Kenia). Da: Donald Johanson e James Shreeve - I figli di Lucy - Arnoldo Mondadori Editore 1989. 7

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Partiamo che è ancora buio diretti a ovest. Dopo qualche ora siamo nella Ngorongoro Conservation Area dove certamente visse l’antenato dell’uomo. La ricchezza dei fossili ritrovati ed in modo particolare le scoperte effettuate nelle gole dell’Olduvai ed a Laetoli hanno fatto sì che la zona fosse definita la culla del genere umano. Decido di visitare questo sito. Lo raggiungiamo percorrendo una strada sterrata ma in buone condizioni. Lo spettacolo è incredibile. Alla nostra vista si apre un lungo canyon dominato da un torrione di roccia con pareti scoscese al termine delle quali si notano resti di scavi. Il colore verde delle conifere e delle acacie si alterna con quello rossastro delle rocce. Pietre che parlano, che ci raccontano la storia di un tempo remoto attraverso il quale l’uomo si è evoluto. È qui che nel 1959 Mary Leakey, famosa antropologa, scoprì il teschio chiamato Australopithecus boisei detto anche zinjanthropus (uomo schiaccianoci) per la presenza di molari particolarmente sviluppati, la cui età è stata stimata in 1,8 milioni di anni 7. Poi nel 1972, una cinquantina di chilometri a sud di Laetoli, furono rinvenute le famosissime impronte di ominidi datate fra i 3.5 ed i 3.7 milioni di anni 8. Queste scoperte, congiuntamente a fossili di primordiali (elefanti, leoni, rinoceronti giraffe ed altri animali) furono possibili grazie ad una eccezionale combinazione di fattori ambientali. Eruzioni vulcaniche, depositi di ceneri, la nascita e la successiva scomparsa del Lago Olduvai, hanno contribuito a preservare, nel corso di quasi due milioni di anni, questi resti rendendo altresì possibile una datazione precisa: Uno straordinario sito archeologico soggetto ad una continua trasformazione nel corso dei millenni dove la storia dell’uomo ha lasciato la sua indelebile traccia …. All’inizio del Pleistocene l’Olduvai non era affatto una gola, bensì una pianura aperta attorno a un lago […] Doveva essere un luogo assai frequentato brulicante di elefanti e di altri erbivori […] Attratti dall’abbondanza di vegetazione palustre […] popolato anche da leoni, iene e altri carnivori. E tutti questi animali hanno lasciato le loro ossa sulle rive dello scomparso lago Olduvai […] e ne hanno lasciate anche ominidi […] Una delle chiavi più valide per la comprensione dell’antica ecologia dell’Olduvai è costituita dall’abbondanza di fauna preservata nei suoi accumulati strati temporali. Poco più di un milione e mezzo di anni fa, il profilo dei tipici abitatori dell’Olduvai mutò. Animali che vivevano esclusivamente in habitat palustri, come l’ippopotamo, all’improvviso scomparvero per essere sostituiti da un maggior numero di specie adatte alle condizioni più aride della savana. Questa “frattura faunistica” rispecchiata dai tipi di polline conservati negli strati e dalla testimonianza dei componenti i depositi, “lavorati” dal vento e dall’acqua, coincise con

l’inizio di una vasta fagliatura della regione. Forse coadiuvate da cambiamenti globali del clima, le imponenti perturbazioni crostali ridussero il lago ad un terzo delle dimensioni originarie e diedero il via a un graduale spostamento verso est della sua zona paludosa di drenaggio […] il mutato quadro di raccolta e drenaggio dell’acqua aveva un’incidenza ben più che accademica dal momento che quasi tutti gli animali, ominidi compresi, hanno bisogno di fonti d’acqua […] Individuate i prevalenti corsi d’acqua e lì troverete ossami e siti archeologici […] Alla fine di una stagione secca, circa tre milioni e mezzo di anni fa il vulcano Sadiman (oggi una semplice collina non lontano dal cratere del Ngorongoro) aveva eruttato ceneri per qualche giorno. Poi c’era stato un acquazzone, e su quelle molli superfici avevano camminato, saltato e strisciato tutti gli animali viventi nella zona, dagli elefanti ai millepiedi. Mescolato ai materiali eruttivi, c’era una rarissima cenere intrusiva, la cosiddetta carbonatite, che è solubile in acqua; quando questa evapora, il residuo è un minerale cristallizzato, detto trona o anche uaro, che si indurisce e diventa compatto come il cemento. La pioggia caduta era bastata appena a inumidire la cenere, e la conservazione delle impronte si spiega con il fatto che c’era poi stata un’altra eruzione del Sadiman, con conseguente deposizione di un protettivo strato di nuova cenere, fenomeno che si ripetè più volte prima che cominciassero i diluvi della stagione delle piogge. Altri tre milioni e mezzo di anni di depositi, fagliature ed erosioni, e le impronte erano tornate allo scoperto, nuovamente vulnerabili […] Le impronte di Laetoli sono probabilmente la scoperta più importante che sia stata fatta in questa disciplina scientifica e che mai sarà fatta […] A permetterla è stata una serie di circostanze quanto mai improbabili. Siamo giunti sul posto durante un intervallo temporale minuscolo, un istante prima che fossero cancellate per sempre […]9.

Ripresi i fuoristrada siamo immediatamente avvolti dalla polvere della pista sterrata. Ci muoviamo attraverso uno spazio senza fine, una delle magie dell’Africa. Incontriamo i primi masai. Le guide parlano con loro e ci dicono che vengono proprio dal villaggio verso il quale siamo diretti. Sono cinque giovani alti e slanciati avvolti dai loro mantelli rossi ed armati di lunghe lance. Hanno grandi orecchini di metallo ed ornamenti sulla fronte. Siamo abituati a vedere i masai in ogni depliant pubblicitario che riguardi il Kenia o la Tanzania e nella maggior parte dei film sull’Africa prodotti da Hollywood. E’ facile incontrarli vestiti in abiti tradizionali nei villaggi turistici sparsi per il territorio e non c’è safari che si rispetti il cui programma non preveda una danza masai. E’ il frutto della macchina del turismo. Ci sembra così di conoscere a fondo questo popolo ma in realtà conosciamo solo i loro abiti colorati ed i vistosi

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Ngorongoro Conservation Area: la gola dell’Olduvai. E’ in questa zona che furono scoperti lo “zinjanthropus – uomo schiaccia noci”, la cui età è stata stimata in 1,8 milioni di anni e le impronte di ominidi datate 3.7 milioni di anni.

Donald Johanson e James Shreeve - I figli di Lucy - op. cit.

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Ngorongoro Conservation Area: gli uomini masai portano pesanti orecchini di metallo che deformano i lobi, monili per ornare il capo e bracciali.

ornamenti. Un popolo sempre più attratto dal turismo, dagli stili di vita moderni e che rischia di perdere la propria identità. Credo che si debba invece conoscerli più da vicino per contribuire a tenere vive almeno alcune delle loro ancestrali tradizioni. A tutt’oggi infatti, per fortuna, ancora esistono masai che vivono in villaggi lontani dalle rotte turistiche o dalle città, tenacemente legati alle loro tradizioni che rispettano rigorosamente nell’affascinante stile di vita quotidiano. Ed è di loro che voglio parlare. Lasciamo la strada principale e attraverso una pista, a tratti difficile dirigiamo verso sud. La strada si snoda attraverso delle acacie e raggiunta la cima di una collina siamo in vista del villaggio che, localizzato in una posizione strategica, consente di controllare il territorio circostante. Un alto recinto di siepi irto di spine protegge il villaggio da intrusioni di animali predatori. Entriamo dall’unica via di accesso. Le capanne, dette inganghi o magnata sono ben allineate e costruite con rami e frasche interamente ricoperti d’argilla e di sterco di bue. Hanno una forma rettangolare ed è possibile accedervi soltanto chinati attraverso una parte sporgente, a gomito, in cui è praticata la porta. Il capo villaggio ci invita ad entrare nella sua capanna. Siamo letteralmente accerchiati da bambini e da alcuni giovani armati di lancia. Vedo Luca titubante, questa diversità che lo circonda lo intimorisce. Vuol capire perché dei suoi coetanei siano armati. La guida lo rassicura spiegandogli che a quei giovani è quotidianamente affidata la responsabilità di portare al pascolo il bestiame del villaggio, la risorsa più importante per i masai. La lancia quindi è un strumento fondamentale per proteggere la loro ricchezza dagli attacchi dei predatori ma anche per

Foto a sinistra. Ngorongoro Conservation Area: le armi tradizionali masai sono principalmente costituite dall’arco e da una lancia con la lama lunghissima, fino ad un metro.

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Ngorongoro Conservation Area: un momento di riposo.

difendersi dai temibili naia, velenosissimi serpenti mortali molto comuni in questa zona. Ma anche i giovani masai osservano Luca incuriositi, due mondi s’incrociano nei loro sguardi. Oltrepassata la porta ci troviamo in un unico locale ai cui lati sono stati ricavati dei giacigli in fango alti da terra una trentina di centimetri, sui quali sono riposte delle coperte e delle pelli. La parte centrale è destinata alla cucina e al fuoco, quasi sempre acceso, il cui fumo fuoriesce da una rudimentale minuscola apertura che permette all’aria di circolare. L’odore di fumo è molto forte. Ovunque sono riposte stoviglie, ciotole in terracotta e legno. Noto anche un otre in terracotta al cui interno c’è una scorta di grano. Con l’aiuto dell’interprete rivolgo una serie di domande al padrone di casa che sorride nel vedermi prendere nota di tutto. Lasciamo la capanna seguiti da una schiera di bambini. Alcune donne si avvicinano a mia moglie e, incuriosite, le toccano i capelli meravigliandosi che siano lunghi e lisci. Resto colpito perché un episodio analogo si era già verificato in Etiopia, visitando i benna sulle rive del fiume Omo. Anche in quel caso i capelli suscitarono un grande interesse in particolar modo da parte delle donne giovani. Il capo villaggio ci invita a rimanere per qualche giorno. Decidiamo di non perdere questa occasione unica. Giorni in cui partecipo al lento scandire della vita quotidiana di questo popolo cordiale e socievole. La sveglia all’alba, il villaggio che prende vita, il pianto dei bambini più piccoli, il bestiame che custodito all’interno di un recinto si fa sentire rumorosamente. Un frugale pasto intorno al fuoco e i giovani maschi lasciano il villaggio per condurre il bestiame al pascolo, mentre le donne, terminate le incombenze legate alla propria capanna ed alla preparazione del cibo, lavorano a pregevoli prodotti di artigianato. Il tardo pomeriggio, prima che il sole tramonti, è il momento in cui i giovani rientrano al villaggio con gli armenti e, seduti intorno al fuoco, scambiano qualche chiacchiera sulla giornata o formulano al capo le loro esigenze o problematiche. Calata la notte tutto tace o quasi. Il crepitare del fuoco e il sinistro verso di qualche iena sono gli unici rumori che disturbano la quiete del villaggio che si è addormentato. Il clima è allegro e festoso ma il tempo passa in fretta e purtroppo è arrivato il momento di ripartire. Ci attendono ancora diversi chilometri prima di poter raggiungere il Corridoio nord del grande parco del Serengeti. Fa caldo e siamo avvolti dalla polvere. La stanchezza si fa sentire ed è bene stare attenti, anche un solo piccolo errore alla guida potrebbe costarci caro. Molti, più di quanti si possa immaginare, sono gli incidenti che avvengono lungo le piste africane. Il fondo sterrato, la poca visibilità dovuta alla polvere, le immense distese dritte che invitano a correre, la scarsa affidabilità dei mezzi locali che transitano lungo le piste impongono una guida attenta e prudente. Il sole comincia a nascondersi dietro le colline e la luce diventa magica. Poco prima del tramonto arriviamo a tre chilometri dall’ingresso del parco, vicino al villaggio di Robanda nel territorio dei waicoma, dove decidiamo di fermarci. Le tende sono state montate proprio sotto gli 30

ombrelli di grandi acacie, in una radura circondata da colline puntellate di rocce rossastre che contrastano con il colore giallo oro dell’erba che le avvolge. Raggiungo la cima della collina più vicina giusto in tempo per assistere al variare dei colori della radura che si distende davanti ai miei occhi: uno spettacolo che il sole mi regala prima di scomparire. Le tende hanno tutti i comfort possibili e finalmente, visto che trascorreremo qualche giorno qui, avremo l’opportunità di poter lavare qualcosa. È un vero lusso avere l’acqua qui in Africa, specie durante il periodo invernale quando le piogge scompaiono per lunghi mesi e l’aridità s’impadronisce di queste terre. Ed è per questo che le scorte sono rigidamente selezionate per i vari usi. Dopo aver cenato assaporiamo i profumi della boscaglia accompagnati da un magico silenzio interrotto solo dal crepitare del fuoco e dal ruggito di un leone lontano. Ecco, questa è una delle tante cause del mal d’Africa quel male che ti prende dentro e che difficilmente puoi spiegare. È ora di andare a dormire ma, una volta in branda, ho quasi timore di addormentarmi e perdere questi magici e irripetibili attimi.

Ngorongoro Conservation Area: i masai, indicati come nilotici meridionali, sono uno dei popoli più conosciuti dell’Africa Orientale. Tutt’oggi vivono seguendo usi e costumi di un tempo.

IL POPOLO MASAI

I maasai (masai) sono uno dei popoli più conosciuti dell’Africa Orientale indicati come nilotici meridionali. Al tempo della loro massima potenza, intorno al 1880, occupavano un territorio molto vasto (circa 800 km per 150 di larghezza massima) che si estendeva dal sud del 31


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Ngorongoro Conservation Area: una giovane mamma masai.

Ngorongoro Conservation Area: le donne masai usano radere il capo, sopracciglia e ciglia.

Foto a destra. Ngorongoro Conservation Area: il volto assonnato di un piccolo masai.

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Kenya al nord della Tanzania. Uno spazio oggi ridotto a poco più della metà in seguito alle perdite e alle restrizioni causate in gran parte dalla colonizzazione agricola europea e Kikuyo che hanno privato le popolazioni masai di gran parte dei pascoli del Kenya. Nonostante queste perdite, le alterazioni e restrizioni introdotte dalla dominazione europea, i masai offrono ancora il quadro di una cultura ricca di elementi originali e di un economia prettamente pastorale anche se hanno tradizione di grandi guerrieri. Il bestiame dei masai è principalmente costituito da bovini gibbosi, gli zebù, da pecore, capre e asini. L’allevamento di questi animali fornisce gli alimenti base della dieta dei giovani guerrieri. Essi infatti si cibano quasi esclusivamente di latte, carne e sangue bovino. Quest’ultimo viene estratto procurando all’animale, con una freccia, un salasso e viene poi bevuto caldo da solo o mescolato a latte. La carne bovina generalmente viene riservata per feste rituali. I vecchi e le donne si nutrono invece anche di burro, legumi e farina. Tutti consumano molto miele. Il tabacco è proibito ai guerrieri mentre è concesso alle donne e ai vecchi. L’abbigliamento prevede oggi un mantello rosso per gli uomini e blu per le donne ma in passato questi indumenti erano principalmente di pelle. Entrambi portano pesanti orecchini di metallo che deformano i lobi, monili per ornare il capo, bracciali, cavi-


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Ngorongoro Conservation Area: il girocollo a forma di piatto, ornato da perline colorate costituisce l’ornamento più diffuso e tradizionale delle donne masai.

gliere e le donne l’inconfondibile girocollo a forma di piatto ornato da perline colorate. Come ho detto i masai ancora oggi cercano di mantenere tradizioni, costumi e abitudini apparendo molto conservatori e gelosi nei confronti delle loro strutture socio-culturali. Il corpo dei masai è unto di grasso e dipinto di rosso o di bianco. Comune è l’avulsione dei due incisivi inferiori e entrambi i sessi usano depilarsi accuratamente il viso e il corpo, mentre le donne si radono anche sopracciglia e ciglia. Il capo è rasato nelle donne, nei bambini e negli uomini che non appartengono più alla classe sociale dei guerrieri. Solo a questi ultimi è infatti concesso lasciare crescere i capelli che, impastati con ocra rossa e grasso di montone sono raccolti in ciocche compatte che scendono a coda sul dorso e sulla fronte. Le armi tradizionali masai sono costituite dall’arco a doppia curvatura, da un bastone di legno con la parte terminale più grossa che usano come clava o come arma da lancio (specie per difendersi dai serpenti) e dalle famose lance: quella corta con la lama molto piatta e quella con la lama lunghissima, fino ad un metro. Secondo il sistema sociale dei masai, i maschi sono suddivisi in giovani, guerrieri (moran) e anziani. Il primo stadio dura fino alla circoncisione che può essere eseguita tra i tredici e i sedici anni. La circoncisione maschile (emurata) avviene tramite una cerimonia che vede coinvolta tutta la comunità. Essa viene compiuta solo in periodi particolari e secondo le decisioni 34

del capo villaggio, che spesso è anche l’uomo medicina (il-oi-boni). I ragazzi vengono isolati in capanne appositamente costruite e le cerimonie sono caratterizzate da danze, prove di coraggio e vitto in abbondanza. Prima che un ragazzo possa essere circonciso, suo padre deve compiere un ritiro di quattro giorni, ornato e armato come un guerriero, in una piccola capanna posta all’esterno della siepe di arbusti che cinge il villaggio. Passati i quattro giorni gli anziani gli fanno visita e lo invitano a deporre le armi perché passi fra gli anziani acquisendo uno status di maggior importanza all’interno della comunità. Dopo i festeggiamenti di rito gli adolescenti lasciano il villaggio per sei mesi durante i quali dovranno dedicarsi alla caccia, oggi limitata a piccoli roditori, antilopi ed uccelli con le cui piume si adornano il capo. Sono inconfondibili: indossano una mantella nera intrisa di burro animale per renderla impermeabile ed hanno il viso tatuato di bianco. Una volta circoncisi, i ragazzi entrano nella classe dei guerrieri (moran) regolamentata da una speciale organizzazione e disciplina. Prima che i colonizzatori europei vietassero l’attività bellica tra le varie tribù, i guerrieri costituivano una comunità separata dal resto del gruppo. Tutti gli individui abili, maschi, dai quattordici ai trenta anni vivevano in campi isolati detti manyata. Ogni campo costituiva un’unità militare e poteva raggiungere anche trecento guerrieri armati che venivano addestrati per un lungo periodo. Di questa comunità facevano parte, oltre al bestiame necessario per il loro sostentamento, anche alcune donne anziane che si occupavano principalmente della cucina e di lavori domestici e soprattutto giovanissime ragazze scelte dai guerrieri prima di separarsi dal resto del gruppo e tenute come concubine. Una precisa regola impediva infatti ai guerrieri il matrimonio fino a quando fossero stati abili al combattimento. I campi di guerrieri furono aboliti dalle autorità coloniali, anche se persiste il periodo dell’addestramento per i giovani guerrieri, che dura non più di tre anni mentre persiste la secolare tradizione di coppie giovani che vivono in concubinato. Fra le varie usanze dei masai, particolarmente caratteristica è quella di cambiare nome ad ogni passaggio nelle varie fasi della vita, dall’infanzia alla vecchiaia. Così un individuo assume un determinato nome durante l’infanzia, per poi cambiarlo durante il periodo in cui è un guerriero e infine, dopo circa dieci anni da quando rientra nella vita quotidiana della comunità, prendere quello da anziano. Il cambiamento di nome per un anziano avviene attraverso una cerimonia collettiva che riguarda tutti coloro che hanno fatto parte dello stesso gruppo guerriero. Al termine della cerimonia viene eletto fra di essi colui che sarà da quel momento il nuovo rappresentante del gruppo. Il nuovo eletto assume il titolo di olosurutia (l’uomo dagli orecchini) e da quel momento fino al termine della sua vita dovrà indossare un paio di orecchini necessari ad identificarne il titolo. L’individuo che si avvicina maggiormente a rivestire un’autorità superiore tra i masai pastori è l’uomo medicina (il-oi-boni) che spesso riveste anche la carica di capo villaggio. Tutti gli uomini medicina discendono secondo la tradizione dalla famiglia Kidongi del clan Aiser. I racconti orali dei masai narrano che questa famiglia risale genealogicamente ad un personaggio chiamato Ol-le-mweiya il quale, fu trovato proprio dagli Aiser sulla vetta del monte Ngong dove era disceso dal cielo. Il prestigio dell’ uomo medicina (oltre al ruolo di guaritore) è legato soprattutto al possesso, riconosciutogli da tutto il gruppo, di poteri carismatici particolari che gli garantiscono la capacità di effettuare profezie e divinazioni attraverso riti quali il lancio delle pietre, l’ispezione delle viscere animali, l’interpretazione dei sogni e l’interrogazione dell’oracolo. Le credenze religiose dei masai sono legate principalmente alla figura di un’entità divina superiore denominata con il nome Ngai e identificata con la volta celeste. Tuttavia questo termine viene normalmente usato anche per indicare o giustificare particolari fenomeni naturali (ad esempio la pioggia, le eruzioni vulcaniche) e talvolta altri esseri sovrumani. Tutte queste figure di esseri sovrumani sono oggetto di offerte sacrificali, invocazioni e rituali propiziatori, specie in occasione di gravi calamità. Importante il valore simbolico assegnato alla comune erba, intesa nel suo significato generico che, non viene utilizzata generalmente nelle pratiche magiche o di stregoneria propriamente dette, ma in quelle di carattere religioso. Alfred Claude Hollis riporta in proposito il pensiero dei masai riguardo l’importanza anche rituale dell’erba: «I masai amano molto l’erba, poiché essi dicono: Ngai ci ha dato bestiame ed erba, e noi non separiamo le cose che Ngai ci ha date» 10. L’erba viene usata ritualmente nelle riunioni di preghiera e nelle invocazioni a Ngai a carattere propiziatorio. Secondo la descrizione di Meritz Merker: «[…] Durante la preghiera, la donna tende le braccia al cielo. Essa tiene in entrambe le mani ciuffi d’erba, oppure ne tiene uno nella mano sinistra, mentre intorno all’avambraccio destro essa ha legati molti fasci d’erba. A ogni preghiera e invocazione, la donna sacrifica a Ngai un pò di latte» 11.

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10 A.C. Hollis - The Masai. Their Language and Folklore - Oxford 1905. 11 M. Merker - Die Masai: ethnographisce Monographie eines ostafrikanischen Semitenvolkes Berlino 1910.

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Serengeti: il tramonto fra le acacie è una magia dell’Africa che si ripete ogni giorno. Foto a destra. Ngorongoro Conservation Area: l’interno di una capanna masai. La parte centrale è destinata alla cucina.


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Ngorongoro Conservation Area: i giovani masai appena circoncisi sono inconfondibili, indossano una mantella nera ed hanno il viso tatuato di bianco.

Anche al di fuori dell’ambito rituale l’offerta d’erba mantiene un forte valore simbolico. Ne troviamo testimonianza sempre in Alfred Claude Hollis: «[…] Se un guerriero percuote un ragazzo sulla terra da pascolo, il ragazzo strappa un ciuffo d’erba e quando il guerriero vede che il ragazzo ha dell’erba in mano, smette di percuoterlo. Ancora, se i masai combattono un nemico e desiderano far pace, porgono dell’erba come segno di distensione» 12. L’erba viene usata ritualmente anche nelle cerimonie funebri. È usanza che i familiari del defunto e chiunque si trovi a passare sul luogo della sepoltura ne gettino alcune manciate sulla salma. Gli usi funerari dei masai prevedono tradizionalmente che i capi del villaggio e gli uomini medicina hanno diritto ad una particolare sepoltura. I loro cadaveri vengono cuciti in una pelle e posti in tombe di pietra. Ogni individuo passando nei pressi della sepoltura getta sassi sul tumulo in segno di venerazione. Sputare è per un masai di buon augurio: sputano per invocare la fortuna o come forma di saluto verso le persone che incontrano 13.

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Ngorongoro Conservation Area: i tatuaggi sul volto hanno sempre forme geometriche.

A.C.Hollis- op.cit. Notizie sul popolo Masai estratte da R. Biasutti Razze e popoli della terra - vol. 3 Unione tipografico Editrice torinese 1955. 12 13

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ATTRAVERSO L’AFRICA AUSTRALE

Serengeti: animale solitario, il leopardo ama riposare e consumare le sue prede sugli alberi, al riparo dagli altri predatori.

Foto a destra in alto. Serengeti: ghepardi a riposo. Questo straordinario animale che può superare i 100 chilometri orari, è considerato il più veloce al mondo. Foto a destra in basso. Serengeti: l’acqua nella savana è sempre fonte di vita ma anche un luogo ideale per i coccodrilli che trascorrono intere giornate nell’attesa di una preda che venga ad abbeverarsi o che cerchi di guadare il fiume.

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CORRIDOIO NORD DEL SERENGETI

Il verso di una iena mi fa alzare di scatto. È molto vicina. Guardo l’ora: sono le quattro e mezzo del mattino. Esco dalla tenda appena in tempo per vedere l’animale che si allontana e osservando le impronte capisco che più di una iena ha visitato il campo. Quando ci si accampa in aperta savana è buona norma avere l’accortezza di lasciare sempre un fuoco acceso e di predisporre turni di guardia per evitare che qualche animale, attratto anche dal più flebile odore di cibo, si avvicini. È una delle regole fondamentali utile per preservare non solo l’incolumità personale ma anche quella degli animali. Ormai sono le cinque e mezzo ed il delizioso canto delle tortore comincia a farsi sentire. È il segnale che la savana si sta svegliando. Preparo l’attrezzatura per filmare l’alba e attendo in silenzio assaporando la magia offerta da questa terra d’Africa. Il campo comincia ad animarsi e dal profumo del caffè capisco che la colazione ormai è pronta. Controlliamo carburante, olio e sgonfiamo leggermente le gomme per avere una maggiore aderenza al terreno e minore probabilità di insabbiarci nei lunghi tratti di strada sterrata che dovremo attraversare. Prendo contatto con una guida che ci accompagnerà permettendoci di muoversi più liberamente. Nei parchi nazionali è opportuno infatti seguire rigorosamente le regole previste e distribuite all’ingresso. Regole che talvolta possono essere anche non condivise o prese con superficialità. Ma bisogna considerare che sono dettate da due ragioni fondamentali: la protezione dell’ambiente naturale, degli animali e la sicurezza del visitatore. Il rispetto di queste regole è l’unica forma possibile perché questi parchi possano sopportare, senza danni, la gran quantità di turisti proveniente annualmente da tutte le parti del mondo. 41


UNGUJA, LA PORTA DELL’AFRICA

Entriamo nel parco e subito ci imbattiamo in tre magnifici ghepardi che riposano sotto una grande acacia. La maestosità del Serengeti è difficilmente descrivibile! Con una estensione di circa 14.000 km2 questo parco è fra i più grandi d’Africa. Sterminate radure nelle quali spiccano isolati sicomori o acacie si alternano a colline di pietra ricche di euforbie candelabro che sono disseminate qua e là nello spazio infinito. Rigogliose macchie verdi brillano di tanto in tanto: sono le pozze d’acqua circondate da una fitta vegetazione composta da erba, papiri e basse acacie. Un ecosistema eccezionale che comprende anche il parco del Masai Mara in Kenya. È proprio fra questi due parchi che avviene, in Africa, una delle più imponenti migrazioni di animali: oltre 15 milioni di gnu, 300.000 gazzelle di Thompson, 250.000 zebre, in cerca di verdi pascoli lasciano il Serengeti, intorno al mese di luglio, diretti nel Masai Mara dove si fermeranno fino al mese di ottobre per poi riprendere il cammino inverso. Raggiungiamo una pozza dove vicino alla riva, in mezzo all’erba, notiamo le inconfondibili corna di un grosso bufalo. Possiamo quasi sentirlo soffiare. Ci osserva con i suoi occhi dal fondo rossastro. Sembra infastidito. Ma una volta che si è accertato di non correre pericolo viene allo scoperto facendosi ammirare in tutta la sua maestosità. Procediamo ed oltrepassato il crinale di una collina ci troviamo davanti ad una radura infinita. In lontananza si vede una magnifica, enorme, solitaria acacia. Scrutando con il binocolo Luca si accorge che ai piedi dell’albero c’è una grande macchia bianca. A mano a mano che ci avviciniamo si distingue una massa di corpi: ma non capiamo ancora di cosa si tratti. Arrivati a pochi metri vediamo davanti a noi ben diciannove leonesse che dormono sdraiate una sull’altra. Non si curano assolutamente di noi e continuano a riposare e di tanto in tanto, per cambiare posizione, spostano con le zampe la compagna più vicina. I frequenti sbadigli lasciano intravedere i micidiali denti di questi fantastici predatori apparentemente così docili. Continuiamo a girovagare per diversi giorni nella speranza di poter fare altri stimolanti incontri, cosa non facile in un ambiente così vasto e dove gli animali si spostano di continuo. Ma siamo fortunati ed alla fine riesco ad immortalare elefanti, giraffe, zebre, gnu, antilopi, leopardi nonché ippopotami e coccodrilli. Decidiamo di trascorrere ancora due giorni nel Corridoio Nord del Serengeti dopodiché ci spostiamo nel famosissimo parco del Ngorongoro.

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Serengeti: comunemente considerato come un animale docile, l’ippopotamo è in realtà estremamente aggressivo e pericoloso per l’uomo.

Foto a sinistra in alto. Serengeti: antilopi tsessebe. Questi animali talvolta si raggruppano in grandi branchi composti da centinaia di capi. Foto a sinistra in basso. Serengeti: l’ozio di undici leonesse.

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