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STR ACT

edel

semestraledi praticacristallina

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CHI COMUNICA CHE COSA A CHI robertabertozzi

la dittatura

diermes

H e r m e s ’ dictatorship La vacuità di ogni parola va a braccetto con l’ipertrofia della comunicazione. O altrimenti: oggi non vi è nulla che non sia comunicabile, ergo nulla, ma proprio nulla, di cui valga la pena parlare. Da quando, nelle nostre società iperinformatizzate, il discorso è diventato un nastro, replicabile all’infinito, neutro e senza destinazione, si è dissolta ogni possibilità comunicativa. Il discorso parla, ma senza intesa. Si svolge, ma senza inizio né termine. Dice, ma non si riferisce a qualche cosa da dire, a qualche cosa che lo precede garantendone il senso (Blanchot). La sua forma consiste soltanto nella dispersione orizzontale, nel raggiungimento del maggior numero di uditori, nel picco di share. Conquistarsi il diritto di parola, ossia parlare di ciò che si possiede, di ciò ha deciso della nostra stessa esistenza. Ormai un criterio del tutto superfluo. Chiunque ha facoltà di parlare, solo per il fatto di usare il linguaggio, di disporne, di prenderlo tranquillamente a prestito. Questa cosa porta oggi il nome di democrazia. Beckett ha fatto alle parole la stessa cosa che Duchamp ha fatto alle immagini. Nel momento in cui tutto diviene letterale non c’è più posto per il senso. Con l’esito che ciò che resta è solo della materia di vita in quanto tale. [...] The emptiness of every word goes hand in hand with the hypertrophy of communication. In other words: today there is nothing that cannot be communicated, ergo nothing, literally nothing that is worth being talked about. Every chance for communication has simply dissolved ever since, in the context of our hyper-digitized societies, discourse has turned into a neutral tape that can be perpetually replayed, one with no destination.

A discourse does speak, yet without any conformity. It unfolds, yet has neither beginning nor end. It does say, yet does not refer to something to say, or to something that precedes the discourse itself and guarantees its significance (Blanchot). Its form merely results in a horizontal dispersion, in the achievement of the biggest number of listeners, in the peak of an audience share. To earn the right to speak, that is, the right to talk about what one possesses, about what has affected our very existence. Today, this is an entirely unnecessary criterion. Anybody has the power to speak; if nothing else, it is so because anybody can use language, anybody has language at his/her disposal, and may decide to borrow it. Today, this is called democracy. Beckett did with words what Duchamp did with images. As soon as everything becomes literal, there is no more room for meaning. As a consequence, what remains is only the very matter of life. [...]

pasqualedipalmo

aforismi

su

dialogoe s i l e n z io A p ho r i s m s on d i a l o g ue a n d

s i l e nc e Kafka era geniale anche nella vita di tutti i giorni. Chiedeva una corona di resto a un mendicante a cui aveva fatto l’elemosina e a un bambino, mortificato per essere inciampato di fronte a tutti, diceva: «Come sei caduto bene! E come ti sei rialzato in maniera elegante!». Si rifanno seno, labbra, glutei, si fanno tirare la pelle. Poi predicano con veemenza un ritorno alla naturalezza. Il linguaggio osceno dei blog, dei social forum, degli SMS. La tecnologia al servizio della più bieca ignoranza.

La poesia sempre più massacrata da burocrati e accademici.

NUMERO 1

AB

ANNO 2 APRILE 2014

La traduzione concepita come riappropriazione di un testo. Artaud modificava a proprio piacimento passi del Monaco di Lewis e accusava Lewis Carroll di plagio nei suoi confronti, pur sapendo che l’autore di Alice era morto nel 1898, appena due anni dopo la sua nascita; Bianciardi, distrutto dall’alcool, inseriva frasi deliranti all’interno delle sue ultime versioni, come se stesse continuando un monologo interrotto. [...] Kafka was a genius even in his everyday life. He would give a handout to a beggar, and then ask him to return a crown coin for change; also, to a kid who was feeling humiliated after having tripped and fallen over in front of everyone, he would say: “You have fallen so nicely! And you’ve got back on your feet so elegantly!” They get a lot of plastic surgery done, their breasts, their lips, their buttocks, they get their skin tightened. Then they eagerly call for a return to simplicity. The obscene language used in blogs, social forums, text messages. Technology being put at the service of the worst ignorance. Poetry gets more and more massacred by bureaucrats and academics. Translation conceived as the appropriation of a text. Artaud would modify excerpts of Lewis’ novel The Monk to his liking, while accusing Lewis Carrol of plagiarism, although he knew that the author of Alice had died in 1898, i.e. barely two years after Artaud’s own birth; Bianciardi, destroyed by alcohol, would write delirious sentences in his latest versions, as if he were resuming some interrupted monologue. [...]

La tirannide dei giornali è la più abietta, la più infame di tutte. Rapportare questa massima di Kierkegaard al mondo attuale dei media. Of all tyrannies the tyranny of the daily press is the most wretched and mean. Try to apply Kierkegaard’s motto to our contemporary media world.


c h i a r a l a g a n i

colo r e per

discorso

A colour for a

discourse

Il progetto teatrale Discorsi di F&A indaga una forma retorica che procede per sette trasformazioni intime del colore. GRIGIO è la mescolanza perfetta tra bianco e nero. Hanno perduto tensione oppositiva: l’attenzione s’appunta sulle loro relazioni, mai sulla sostanzialità. Il discorso è un movimento, un riecheggiare dell’uno nell’altro, come in un tessuto mimetico. C’è un personaggio al fondo del grigio: in polimorfa solitudine pronuncia un discorso sgranato, melassa magnetica, viscosa mucillagine sfaldata nella qualità del gorgo, fino al silenzio. È nel silenzio la chiave: apostrofe muta, terreno nuovo che non presuppone appoggio. Ci possiamo, per un attimo infinito, mantener saldi in bilico, ed è proprio questo, forse, a creare l’idea del discorso come futuro terreno. GIALLO coercizione: il cartellino dell’arbitro, le strisce che interdicono. Semaforo: attesa, limbo. Acido e luce. Nel discorso è un bagliore: a tratti inonda la stanza buia in

Il colore finale del discorso è viola: duraturo, un verdetto. Nel giudizio finale, ogni

sprofondamento. Il mondo vi si manifesta, greve e terrigno, sotto forma di sottile analogia. Non viene pronunciato: accade, come un fulmine, semplice, evidente. Più che discorso è mossa trascendente. [...] Conceived by the Ravenna-based theatre group Fanny & Alexander, Discorsi is a drama project that investigates a rhetorical form proceeding by seven intimate transformations of colour. GREY is the perfect mix between black and white. Both have lost their opposing tension: there is a focus on their relationships, while no attention is paid to their substantiveness. Discourse is a movement, an echo of one inside the other, just like a mimetic fabric. At the bottom of grey we see a character: with his polymorphic solitude, he speaks out a shelled discourse, of magnetic molasses, of a sticky slime flaking in the quality of a whirlpool, till silence falls. Silence is the key: a mute apostrophe, a new terrain that does not presume any support. For an infinite moment, we can hold up while hanging in balance, and this is precisely what, perhaps, creates the idea of discourse as a future terrain.

danieletorcellini

sel f i e O d e l f e t ici s m o dell’ autoscatto

sel f i e O r o n thefetishism

o f sel f - t i m e r

discorso si compone nel viola. The final colour of a discourse is purple: long-lasting, like a verdict. In the final judgment, every discourse conceives itself in the colour purple. cui versano le parole. Il discorso, se giallo, comporta un processo: fantasia evolutiva. Nelle sue profondità mediane luce e decomposizione convivono e si cela lo scacco del divenire. Al suo confine due creature radenti si osservano: una bambina, l’altra adulta. Le due non son ferme né vanno: verso l’alto, né all’indietro o in avanti. Più che un colore CELESTE è il tentativo di approssimare la luce del cielo. In senso figurato allude a ciò che è divino. Si dice anche di ciò che è eccellente, di una grande virtù. Si avverte una tensione antigravitazionale e il suo contrario, una pulsione allo

Oppongo un’inutile resistenza, a tratti disperata, all’abuso di comunicazione che si compie quotidianamente attraverso i social network. Cerco di non condividere opinioni, motti arguti, film o musiche apprezzate, gattini o gattine, tanto meno immagini che mi ritraggano. Non che abbia l’inattuabile e inattuale pretesa di curare la mia privacy. È più una questione di insicurezza. Il pavido timore che il contenuto condiviso finisca per dare di me un profilo incoerente, incompleto, fuorviante, difficilmente controllabile. Negli ultimi tempi mi è capitato di imbattermi da più parti, con ricorrenza crescente e insidiosa, in questo neologismo anglofono: selfie. Inizialmente non ne capivo nemmeno bene il significato, dedicando poca attenzione alle immagini illustrative dei vari titoli, nelle colonne laterali dei giornali che ne riportavano notizia. Immagini così confusamente attuali e decontestualizzate, di pose stereotipate e sfacciatamente ammiccanti, sfocature,

YELLOW for coercion: it is the referee’s card, a sign of interdiction. Traffic light: the act of waiting, a limbo. Acid and light. Inside the discourse there is a glare: at times it floods the dark room in which words are being poured. If yellow, any discourse involves a process: evolutionary reverie. Inside its middle depths, both light and decomposition co-exist, while the checkmate of existence in flux is concealed. On its borderline, two hedgehopping figures observe each other: one is a child, the other an adult. None of them is still or moving: upwards, backwards or forward. More than a colour, CELESTIAL is an attempt to approximate the light of the sky. Figuratively speaking, it alludes to everything that is divine. It is also said of what is excellent, of a great virtue. One perceives an antigravitational tension and its opposite, an impulse to sinking. The world manifests itself in it, heavy and earthlike, in the shape of a subtle analogy. It is not outspoken: it just occurs, similar to a lightning, simple, evident. More than a discourse, it is a transcendent move. [...]

filtri da pellicole d’epoca, casualità o finte casualità. Poi il dubbio, affiorato leggendo il tema proposto da Edel. Che sia un grado zero della comunicazione di oggi? Sempre affascinato dai gradi zero di tutto ciò che può essere espresso in gradi, ho pensato di farne argomento di riflessione. [...] I offer a useless, sometimes even desperate, resistance to the daily abuse of communication that is carried out through social networks. I try not to share opinions, witty mottoes, appreciated films or music tracks, kittens or pussy cats, least of all pictures of myself. It’s not that I insist on the anachronistic and impracticable idea of protecting my own privacy. It is rather a matter of insecurity. It is a wimp fear that any shared contents will end up showing my profile as inconsistent, incomplete, misleading, and hardly verifiable. As of late, I have frequently run in the English neologism selfie, which has been imposing itself to my attention with a rather growing and insidious recurrence. At first I did not understand its meaning, and was paying very little attention to the explanatory pictures accompanying the numerous headlines about it, or to newspapers’ sidecolumns reporting its existence. These images were so bewilderingly up-to-date and out-of-context, as they would show shamelessly inviting and stereotyped poses, blurry pictures, and filters from ancient photographic films, real or fake contingencies. Then I started having doubts when I read the topic proposed by Edel. What if the selfie is the zero grade of today’s communication? As I have always been fascinated by the zero grades of anything that can be expressed in grades, I chose to make it a subject for reflection. [...]


Hanno collaborato alla realizzazione di questo numero | The following people have contributed to this issue

s e m e s t r a l e d i p r at i c a c r i s t a l l i n a

anno 2 ı aprile 2014

Roberta Bertozzi, Francesco Bocchini, Daniele Casadio, Alessandro Ceni, Pasquale Di Palmo, Massimiliano Fabbri, Federico Guerri, Chiara Lagani, Massimo Proli, Salvatore Ritrovato, Mirco Tarsi, Daniele Torcellini, Marco Hazo Zavalloni

Traduzioni | Translations Serena Todesco L’opera manifesto è di Massimiliano Fabbri Della stessa opera sono stati realizzati per Edel 10 monotipi firmati dall’artista e una serie di stampe formato 23x33, originali e firmate dall’artista

numero 1

The manifesto work is by Massimiliano Fabbri

Whocommunicateswhattowhom

The same work has been replicated into 10 monotypes specifically made for Edel, as well as into a series of original etchings (format 23x33) signed by the artist

C H I C O M U N ICA CHE COSA A CHI

Edel è il bollettino di | Edel is the official journal issued by Associazione Calligraphie www.calligraphie.it e-mail: calligraphie@calligraphie.it © Tutti i diritti riservati | © All rights reserved

Con il patrocinio di | With the support of Comune di Cesena – Assessorato alla Pubblica Istruzione e Cultura Provincia di Forlì-Cesena – Assessorato alle Politiche per l’Istruzione e Culturali Si ringrazia | Thanks to Ferramenta Moreno & Co. – Gambettola Progetto grafico e impaginazione | Graphic design and layout LampeStudio – Cesena e-mail: lampestudio@calligraphie.it Stampa | Printed at Sicograf – Cesenatico Euro 5,00

Edel abstract n 1  
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Edel is the official journal issued by Associazione Calligraphie www.calligraphie.it The following people have contributed to this issue: Ro...

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