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CALCIo2000 L’enciclopedia del calcio diretto da Fabrizio Ponciroli

Edizione speciale

con le figu della UEFA CHAMPIONS LEAGUE® STICKER COLLECTION

n.192 dicembre 2013

Miracolo Sassuolo

Terranova punta in alto...

pag.18

Speciale plurimarcatori

Da Sivori a Klose, gli uomini del record

pag.22

Esclusiva DIAMANTI

“IN BRASILE

PER VINCERE!!!” pag.8

miti del calcio

Zidane, che spettacolo... pag.34 pag.52 pag.56

pag.42

“Sogno la A col Varese” dove sono finiti Tricella, mister eleganza... ai miei tempi allenavo così Il maestro Galeone esclusiva pavoletti


di Fabrizio Ponciroli

editoriale

BEN VENGA

L’EQUILIBRIO... CALCIo2000 L’enciclopedia del calcio diretto da Fabrizio Ponciroli

n.192 dicembre 2013

esclusiva diamanti

“IN BRASILE

PER VINCERE!!!” pag.8

I

n estate la maggior parte degli addetti ai lavori non aveva alcun dubbio sull’esito del campionato: Juventus Regina e pure a mani basse. Ma, si sa, il calcio è strano. Non v’è certezza attorno ad un pallone e, per fortuna, la nostra amata Serie A si sta rivelando uno spasso assoluto. Non ce ne vogliano i tifosi bianediZione speciaLe coneri ma è davvero una goduria vedere così tante squadre in lotta per il vertice. con Le figu deLLa uefa champions League Un sano equilibrio che all’estero si scordano… Non so come andrà a finire e, sticKer coLLection da appassionato di calcio, adoro non saperlo a priori. Quello che mi stuzzica è stare in poltrona ed assistere a questa “mattanza sportiva” da cui una squadra e una soltanto raggiungerà l’agognato paradiso denominato scudetto. Intanto, abbiamo il tempo per godere di mille spunti, come il buon Diamanti. In estate sembrava destinato ad un grande club, invece è rimasto, convinto e determimiracoLo sassuoLo pag.18 terranova punta in aLto... nato, a Bologna, la città che lo adottato e che lo guarderà in azione ai prossimi Mondiali. Un bel personaggio, genuino e sincero e con due piedi divini, da leccarsi i baffi… Ma in questo numero ne troverete molte di storie curiose. Ad esempio andremo a scovare tutti quei giocatori che, bontà loro, sono riusciti speciaLe pLurimarcatori a segnare gol a grappoli in un singolo match. Dai noti Sivori a Klose sino a da sivori a KLose, pag.22 gLi uomini deL record Thompson, uomo da 13 gol in una gara. Scopriremo i segreti della neopromossa Sassuolo e ci delizieremo a ripercorrere l’entusiasmante carriera di un certo Zidane… Solo alcuni assaggi di un numero importante. Ma, come sapete, in queste poche righe mi piace anche parlare d’altro. Non sono rimasto insensimiti deL caLcio pag.42 bile alle tante, troppe parole che si sono spese attorno al ragazzo mediatico che Zidane, che spettacoLo... risponde al nome di Balotelli. Discuto spesso con ex calciatori, personaggi che, “sogno La a coL varese” triceLLa, mister eLeganZa... ogni giorno, davano l’anima per poche lire. Sui giornali non avevano tanto spaiL maestro gaLeone zio, non sapevano cose fosse la “pressione mediatica”. Eppure anche loro erano sotto la luce dei riflettori, una luce forse ancor più forte di quella odierna visto che, un tempo, le critiche non erano velate e anestetizzate come quelle odierne. Quando si è dei campioni (e Mario lo è), bisogna saper stare al gioco, a qualsiasi prezzo. Non si può pensare di diventare un numero uno e di essere, nel contempo, tutelati come un re senza macchia. La “pressione” fa parte del gioco, se uno punta a tranquillità e pace dei sensi (o, detto volgarmente, vuole essere lasciato stare), non gioca a San Siro davanti a 50.000 tifosi e 13 telecamere che trasmettono le immagini in tutto il globo… È il mio pensiero, tutto qua ma ci tenevo ad esprimerlo… ®

pag.34

escLusiva pavoLetti

pag.52

dove sono finiti

pag.56

ai miei tempi aLLenavo così

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sommario192 serie A

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serie a

La bocca del leone di Fabrizio Ponciroli Intervista Esclusiva Diamanti di Sergio Stanco Intervista Esclusiva Terranova di Thomas Saccani Calcio dei record – I Plurimarcatori di Fabrizio Ponciroli Matti per il calcio di Paolo Camedda Speciale Procuratori di Pasquale Romano

altri campionati italia 34 Serie B – Pavoletti di Carlo Tagliagambe 36 Rubrica LegaPro - L’Aquila di Carlo Tagliagambe 40 Rubrica Serie D – Pordenone di Francesco Scabar

il calcio racconta 42 I miti del calcio - Zidane di Luca Gandini 46 Accade a Dicembre di Simone Quesiti 48 Speciale Champions League di Gabriele Porri 52 Dove sono finiti? Tricella di Paolo Camedda 54 A un passo dalla gloria - Maiellaro di Alfonso Scinti Roger 56 Ai miei tempi allenavo così - Galeone di Stefano Benetazzo 58 Top 11 – Polonia di Antonio Vespasiano

TOP CALCIO 62 64 68 72 76

Calcio Altrove – Emirati di Sergio Stanco Spagna - Oriundi di Spagna Inghilterra - Reds da titolo? Germania - I nuovi puledri Francia - A volte ritornano

ETO DI STATISTICHE SE VUOI IL NUMERO COMP CORRI IN EDICOLA

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editore Action Group s.r.l. Via Londonio, 22 20154 Milano Tel: 02 345.38.338 Fax: 02 34.93.76.91

calcio2000

Registrazione del Tribunale di Milano n.362 del 21/06/97

Direttore Responsabile Alfonso Giambelli Direttore Editoriale Fabrizio Ponciroli redazione@calcio2000.it Responsabile Iniziative Speciali Riccardo Fiorina rfiorina@calcio2000.it Caporedattore Sergio Stanco redazione@calcio2000.it Redazione Tania Esposito redazione@calcio2000.it Giancarlo Boschi Hanno collaborato Daniele Chiti, Renato Maisani, Antonio Longo, Deborah Bassi, Luca Gandini, Alvise Cagnazzo, Gianpiero Versace, Luca Manes, Flavio Sirna, Paolo Mandarà, Stefano De Martino, Antonio Giusto, Nicola Pagano, Eleonora Ronchetti, Simone Grassi, Gianluigi Bagnulo, Antonio Vespasiano, Matteo Perri, Francesco Del Vecchio, Antonio Modaffari, Gabriele Porri, Paolo Camedda, Alessandro Basile, Francesco Schirru, Pasquale Romano, Elvio Gnecco, Dario Lisi, Francesco Ippolito, Roberto Zerbini, Andrea Rosati, Silvia Saccani, Lorenzo Stillitano, Riccardo Cavassi, Antonello Schiavello, Alfonso Scinti Roger, Elmar Bergonzini, Alessandro Casaglia, Simone Quesiti, Pierfrancesco Trocchi, Stefano Benetazzo, Nicolò Bonazzi, Gianni Bellini, Francesco Scabar, Daniele Berrone, Irene Calonaci, Simone Beltrambini, Gabriele Cantella Realizzazione Grafica Francesca Crespi Fotografie Agenzia fotografica Liverani Statistiche ACTION GROUP srl Concessionaria esclusiva per la pubblicità ACTION GROUP srl Via Londonio 22 2O154 Milano Tel. 02.345.38.338 Cell. 338.900.53.33 e-mail: media@calcio2000.it

Numero chiuso il 30 ottobre 2013 Il prossimo numero sarà in edicola il

15 dicembre 2013

calcio2000 5 dic 2013 calcio2000 5 dic 2013


Per scriverci – media@calcio2000.it

BALOTELLI NON SARA’ MAI UN CAMPIONE…

Gentile Redazione, mi chiamo Alfio, ho 58 anni e ho visto tanti grandi campioni nel Milan. Oggi, a 54 anni suonati, mi devo beccare Balotelli. Che sia un buon giocatore non lo metto in discussione ma che sia un campione proprio non lo accetto. I campioni sono i Rivera, Baresi, Van Basten, quelli che sanno come ci si comporta in campo e fuori. Questo Balotelli è un ragazzo viziato che ha tutto dalla vita ma non sa capirlo. È sempre arrabbiato, come se fosse una vittima e non un privilegiato. Direttore, lei ama il calcio e vorrei proprio sapere che ne pensa di Balotelli e del mio Milan in generale. Complimenti per la Guida Serie A, ben fatta e aggiornata. Alfio, lettera firmata Caro Alfio, innanzitutto grazie per i complimenti, sempre graditi. Passiamo a SuperMario. La mia idea è tanto semplice quanto banale: Balotelli è un giocatore di primissima fascia. A mio avviso, rispetto ai tempi dell’Inter, ha perso qualcosa in esplosività e scatto ma resta un top player. Purtroppo è schiavo della sua immagine. Sia che faccia bene o male in campo, è Balotelli e, quindi, finisce in prima pagina a prescindere. Non credo che sia auspicabile pensare che possa diventare, a livello di immagine, come i campionissimi che ha citato. Ribelle e maledetto, è il suo destino e lo sarà per sempre ma uno come lui, in squadra, io lo vorrei sempre, almeno per quei 90’ + recupero in cui si deve correre dietro ad un pallone…

TOTTI AL MONDIALE?

Direttore, le piace la Roma di Garcia? Non se l’aspettava, vero? Stiamo ammazzando il campionato, quest’anno si va fino in fondo, glielo garantisco. E poi sto Totti così non ce l’ha nessuno. Lei lo porterebbe al Mondiale? Domanda secca, mi risponda la prego, son curioso di sapere che ne pensa. PS Ma un giallorosso in cover mai, vero? Paolo, mail firmata

RICEVIAMO & PUBBLICHIAMO

Egr. Direttore, desidero formularle i complimenti per il suo mensile. La prego vivamente di pubblicare la presente, compreso il ps, unitamente alla fotografia che le allego nell’ambito della rubrica “La bocca del Leone”. Ho 56 anni e sono tifoso dell’Inter. La “mia” Inter è, in riferimento alla Coppa dei Campioni, riuscita a diventare regina d’Europa senza perdere una partita (1963/64), impresa non riuscita al Real Madrid, pertanto la nominata squadra spagnola va considerata meno importante della “mia” Inter per quel che riguarda la Coppa dei Campioni, perché è riuscita a diventare Campione d’Europa “immacolata”, contro una squadra che ha vinto il più prestigioso trofeo (Coppa Campioni) nove volte, contro le tre della “mia” Inter. Concorda? Resto in attesa di un suo gradito cenno di riscontro formale… Sergio, Cavalese (Trento) Caro Sergio, come hai visto ti ho pubblicato la tua lettera… Scusa se non ho potuto inserire foto e ps ma gli spazi sono limitati… Per quanto concerne il tuo quesito, ritengo che la Grande Inter del 1963/64 fosse una squadra speciale. Suarez, Corso, Mazzola, Jair, Facchetti, insomma una rosa da applausi. È sempre complicato fare dei paragoni tra grandissime squadre. Vero, quell’Inter non perse neppure una partita in quell’edizione della Coppa Campioni ma giocò, finale compresa, “solo” nove gare, pareggiandone due (con Everton e Borussia Dortmund) e, in alcuni turni, non incontrò squadre irresistibili (Monaco e Partizan ad esempio). Adoro quella squadra ma ogni annata fa storia a sé. Inter, Real Madrid, Milan, Juventus, Barcellona, Manchester United, Bayern Monaco, come si fa a scegliere la più “forte” di sempre? Credo sia impossibile…

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di Fabrizio Ponciroli

Caro Paolo, noto una tua flebile passione per la Roma… A parte le battute, la Roma di questa prima fetta di stagione è stata una goduria per gli occhi. Veloce e compatta nello stesso tempo, impenetrabile in difesa e con ripartenze fulminee, oltre ad un centrocampo di qualità assoluta. Uno spasso, lo ammetto. Credo che possa arrivare fino in fondo, a patto che sappia gestire al meglio la prima crisi che avrà e che, dati alla mano, tutti hanno sempre avuto, anche il Tottenham dei primi anni Sessanta, capace di vincere 11 gare di fila ad inizio stagione (e poi a laurearsi campione d’Inghilterra). Su Totti, mi spiace ma io sono per lasciarlo a casa. Ha già vinto un Mondiale, ha fatto il suo tempo in Azzurro, ora è tempo che siano altri a prendere in mano la nostra Nazionale. Se facesse male, sarebbe una macchia pesante sulla sua carriera, meglio godersi il Totti fantastico in maglia giallorossa. Per l’azzurro lascerei perdere…

CANNAVARO ALLA JUVE

Redazione di Calcio2000, ho una domanda per il Direttore Ponciroli: Cannavaro al Napoli non gioca più, a gennaio lo vedrebbe bene alla Juventus? Grazie, saluti Mauro, mail firmata Domanda veloce, risposta veloce: no, non me lo vedo alla Juventus. Troppo legato ai colori azzurri e non più giovanissimo. Credo che resterà a Napoli o, al massimo, emigrerà all’estero…

CHE SPETTACOLO L’NBA… Direttore, spero di non aver fatto una gaffe. Ho scoperto che lei è un grande appassionato di NBA. Io sono cresciuto con due miti: Ronaldo e Jordan, quindi capisce bene quali siano i miei sport preferiti. Oggi ho 33 anni ma non mi perdo una gara NBA e tutto quello che riguarda il basket americano, Bulls in primis. Recentemente ho letto di un sondaggio su chi sia meglio tra Jordan e LeBron James. Io vado per MJ ma sarei curioso di sapere il suo pensiero, anche sulla squadra che l’ha fatta divertire di più. Matteo, mail firmata Ciao Matteo, nessuna gaffe, ho un debole per il basket e, in particolare, per il mondo NBA. Io ho qualche anno in più di te e, infatti, avevo un debole per Magic Johnson. Non ho l’anima Lakers, tifo, da sempre, Houston Rockets e, quando ho tempo, pure io mi incollo davanti alla TV a vedermi gare NBA. Ora mi sto divertendo anche a collezionare l’album NBA Sticker Collection 2013-14 Panini. Come saprai, gli album di figurine sono un’altra mia priorità… Impossibile rispondere a domande come quella che mi sottoponi. Personalmente ritengo Jordan il giocatore perfetto ma LeBron ha tecnica e fisico. La squadra che mi ha fatto divertire maggiormente sono stati i Denver Nuggets di Doug Moe, squadra che segnava punti in quantità industriale nei favolosi anni ’80. Per la squadra che mi ha impressionato maggiormente, dico i”tuoi” Bulls, quelli del secondo Three-Peat. Impressionanti…

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intervista - alessandro diamanti

di Sergio Stanco

Genio e... basta! Intervista al fantasista e capitano del Bologna, che ormai fa parte del gruppo azzurro di Prandelli in pianta stabile.

“O

h, falla molto low profile eh, non esagerare e non mi far fare il fenomeno. Sai che io parlo una volta all’anno, perché non mi piace apparire. Alla fine, dici una cosa, poi sbagli una partita e te la fanno pagare cara. Io lo so come funziona, per questo cerco di starne fuori. Le parole se le porta via il vento, quello che conta è il campo”. Alino Diamanti, ci licenzia così e questo dovrebbe già chiarire il “personaggio”: uno schietto, semplice, concreto, diretto, che non crede alle favole, perché per arrivare ha dovuto lottare tanto, fare tutta la gavetta, sof8 calcio2000 dic 2013

frendo nelle categorie inferiori. È facile fare il gioco di parole col suo cognome: Ale è grezzo, nel senso di vero, puro, non lavorato, non rifinito, non auto-costruito come tanti giocatori con i quali c’è capitato di parlare e che si sono creati un copione che ormai recitano a memoria. Lui è genuino, vivaddio, un caso raro in un calcio sempre più patinato: “Non sono un paraculo – ci dice durante l’intervista – sono fatto così e non riesco, e - soprattutto - non voglio cambiare per far piacere a qualcuno”. È nato e cresciuto in provincia, lì s’è fatto le ossa, come si diceva una volta, e non ha mai mollato, fino ad arrivare in

Nazionale. Se l’è sudata quella maglia azzurra e, ora, non la mollerà facilmente. Col Brasile alle porte, sono in tanti a sperare nella chiamata, ma per Diamanti rappresenta qualcosa di più di un dato statistico: “Per uno che, come me, viene dall’Interregionale, andare in Nazionale è davvero come coronare un sogno”. E arrivarci giocando nel Bologna, con tutto il rispetto, aumenta i meriti del trequartista rossoblù. Con la maglia bianconera, o rossonera, o nerazzurra, sarebbe stato sicuramente più facile, ma - controcorrente come sempre - Alino ha detto “No, grazie” alle prestigiose e munifiche offerte, perché


Si ringrazia Panini per la gentile concessione delle immagini

“I soldi non sono tutto, cosa te ne fai se li guadagni in un posto dove non stai bene? Io qui sto bene e mi accontento dei miei”. Allora Ale, partiamo proprio dalle tante voci di mercato di quest’estate: un giorno eri alla Juve, l’altro al Milan e il terzo all’Inter, alla fine sei rimasto a Bologna e hai addirittura prolungato. Perché questa scelta? “Innanzitutto, molto semplicemente, perché avevo già un contratto. A Bologna sto bene e, quindi, analizzando i pro e i contro e parlando con la società, abbiamo preso questa decisione”. Ma quanto sei stato vicino davvero ad una grande squadra? “A giudicare da quello che si leggeva sui giornali, molto. Ogni giorno mi davate ad una squadra diversa (ride, ndr). A parte gli scherzi, però, le offerte sono arrivate, ma non sono mai state prese in considerazione perché, appunto, c’era

la voglia di continuare insieme”. Quanto ha influito l’opinione della tua famiglia sulla tua scelta? “Molto, perché comunque tutte le decisioni che ho preso sono state comuni. È inevitabile quando hai una moglie e tre figli. A Bologna si sta molto bene, è una città vivibilissima, ma ovviamente non è solo per questo che sono rimasto”. Bologna ha accolto e spesso rilanciato grandi giocatori come Baggio, Signori, Di Vaio e molti altri: cos’ha di speciale? “È un ambiente molto tranquillo che ti consente di lavorare senza stress, credo che questo sia il suo maggior punto di forza, quello che ti fa rendere al meglio”. Che effetto ti fa essere entrato nel cuore dei tifosi del Bologna al pari di gente come Bulgarelli, Signori e Baggio?

Santa Lucia ci vede benissimo

di Antonio Giusto

Santa Lucia. Ma la patrona della vista non c’entra. Santa Lucia, o meglio l’Associazione Calcio Santa Lucia, è un’irresistibile calamita per i goleador pratesi. Paolo Rossi prima, Bobo Vieri poi. Quest’ultimo, svezzato da Luciano Diamanti. Che, per Alino, è semplicemente “babbo”. Mentre il nonno materno, Rodolfo Becheri, è il presidente. Inizia qui la parabola calcistica di Alessandro Diamanti, “genio e sregolatezza” abbinati perfettamente sino a qualche anno fa. Poi la sua metà sregolata si è sgretolata: il merito, probabilmente, è di Silvia Chiayi Hsieh. Sposata il 6 luglio 2008, madre di Aileen, Olivia e Taddeo. Particolare non trascurabile: la consorte del 23 bolognese non è propriamente una velina - senza nulla togliere alla categoria, anzi! - ma una giramondo (nata a Taiwan da genitori cinesi, cresciuta tra Bologna e Faenza) con tanto di prestigiosa laurea conseguita presso un altrettanto rinomato ateneo milanese. Ridicolo, però, passare da uno stereotipo all’altro: né genio e sregolatezza, né casa e famiglia. Perché Diamanti offre molti altri argomenti su cui focalizzare l’attenzione. Non i tatuaggi, perché ormai li han tutti - anche se lui ne ha davvero tanti - ed è un argomento per cui si è speso più inchiostro di quanto ne abbia Alino sottopelle, ma la 500 rosa con cui scorrazza per Bologna sì. E poi la passione per il cibo e il buon vino, il burraco, ma anche il coraggio di rimettersi continuamente in gioco: via da Livorno per sfondare, e rimpinguare il conto in banca; il West Ham, la Premier League e la fame d’azzurro che Lippi non ha mai saziato; il ritorno in Italia, a Brescia, per prendersi la Nazionale, poi il Bologna e qualche soldo in meno in busta paga, perché una grande squadra si può anche rifiutare, se ormai ci si sente a casa.

Dopo aver giocato in Confederation Cup, Diamanti punta ad essere protagonista al Mondiale

“Ovviamente è un grande onore per me essere accostato a nomi così importanti, ora spero solo di ripagare la fiducia di tutti nell’unico modo di cui sono capace, cioè dando come sempre tutto in campo”. Avrai ricevuto molte attestazioni di stima dopo aver firmato: qual è stata quella che ti ha fatto più piacere? “In realtà non è che ne abbia ricevute poi tante (ride, ndr), ma va bene così. Come detto, io e la mia famiglia stiamo bene a Bologna, credo di aver fatto un gesto importante per la città e spero solo che venga apprezzato. Tutto il resto non è così importante”. Le sensazioni dopo aver appoggiato la penna che hai usato per firmare il rinnovo? Senso di responsabilità, un po’ di timore, gioia o un pizzico di rimorso? “No, rimorso sicuramente no, perché ero convinto di quello che facevo. Mi sono legato per tanto tempo a Bologna e l’ho fatto consapevolmente. Ero felice perché era quello che tutti volevamo”. Pur avendo giocato in tante squadre, potresti comunque diventare la bancalcio2000 dic 2013

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Intervista - alessandro diamanti

Bandiere “straniere”

di Antonio Giusto

Una bandiera, che però sventola lontano da casa. In Serie A ce ne son molte. Caso emblematico, quello di Totò Di Natale e Giampiero Pinzi: ad Udine, città di transito per molti mestieranti del pallone, loro han messo radici. Ma se l’odierno capitano non s’è mai mosso, al collega è toccato un biennio al Chievo: lì Sergio Pellissier, nato ad Aosta e cresciuto nel Toro, è il simbolo indiscusso della società. E poi c’è Lorenzo Squizzi, “musso volante” dal 2005. Un’occhiata, di sfuggita, anche alle strisciate: Juventus, Milan ed Inter, Zanetti e Cambiasso e Samuel, Abbiati e Bonera, Buffon e Chiellini. Che non sian prodotti del vivaio, ormai non lo ricorda più nessuno: indossano quella maglia, e si parla quotidianamente di loro, da anni. Anziché dedicar loro spazio prezioso per propinarvi informazioni note alla stragrande maggioranza dei calciofili, poniamo doverosamente l’attenzione sul Sassuolo: Pomini, Masucci e Magnanelli vestono il neroverde da quasi un decennio, approdati in Emilia quando ancora la squadra annaspava in C2. Vicenda simile a quella di Rafael de Andrade Bittencourt Pinheiro, “goleiro” del Verona giunto all’ombra dell’Arena nel 2007: parava in C1, para ancora oggi nella massima serie. La capitale, Roma, offre invece uno scenario particolareggiato: a Totti, De Rossi e Florenzi, giallorossi da quand’erano pupi o poco più, fa da contraltare Rodrigo Taddei. Esterno paulista, sfoggia il lupacchiotto sul petto dal 2005. La Lazio risponde con Mauri, e Ledesma: che dell’Italia ha anche indossato la maglia, il 17 novembre 2010 contro la Romania. Rimanendo in tema, proprio l’Urbe ha visto debuttare il figlio d’arte Daniele Conti, che quest’anno ha superato anche Gigi Riva per quanto concerne le presenze in A coi sardi: “La mia Nazionale”, dice lui, che l’azzurro non l’ha mai indossato. Manuel Pasqual l’ha invece riassaporato di recente, dopo quasi sette anni d’assenza, trascorsi a fare avanti e indietro sulla fascia sinistra della Fiorentina. E, proprio in Nazionale, Pasqual ha incrociato Angelo Palombo: 15 novembre 2006, Italia-Turchia termina 1-1. Palombo che, con Gastaldello, è rimasto fedele alla Sampdoria anche in B. Chi invece l’azzurro difficilmente lo indosserà, è Mariano Izco: argentino, ma con un passaporto italiano che può sempre rivelarsi utile, è il capitano del Catania, di cui difende i colori del 2006.

La prima convocazione in Nazionale risale al novembre del 2010, ora è una colonna di Prandelli

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diera del Bologna... “Piano con le parole. Io non credo alla storia delle bandiere, l’ho sempre detto. Il calcio è davvero imponderabile, quello che vale oggi, domani può essere irrimediabilmente cancellato. In un mondo in cui girano così tanti soldi, non si può mai sapere quello che può succedere. Le bandiere se le possono permettere i grandi club, che se le comprano o se le possono tenere perché anche se arriva un’offerta, possono anche rifiutarla. E, ovviamente, aumentano l’ingaggio...”. A proposito: per te cosa sono o cosa non sono i soldi? “Sono importanti, soprattutto in un mestiere come il nostro in cui ne girano molti e devi farne tanti il più presto possibile perché la carriera è corta. Ma non sono tutto. Io non starei mai in un posto dove mi pagano tanto ma non sto bene. Che te ne fai dei soldi se devi stare male? Andando via da Bologna avrei sicuramente guadagnato di più, ma sarei stato altrettanto bene? E, poi, mi sono adeguato agli standard della società, ma comunque io dei miei mi

accontento (ride, ndr)”. A chi, dopo il tuo rinnovo, ha detto che hai perso l’ultimo treno per dimostrare di poter essere un grande giocatore, cosa rispondi? “Non rispondo nulla, perché rispetto le opinioni di tutti. Comunque, come dicevo prima, nel calcio non si sa mai, magari l’ultimo treno ripassa (sorride, ndr). In ogni caso, ripeto, era quello che volevo e il futuro nessuno lo conosce. Per ora vivo il presente, che tra l’altro mi piace molto”. L’impressione è che ti sottovaluti: c’è gente molto meno dotata di te nel calcio che si vende molto meglio... “Non so se mi sottovaluto o no, magari si sopravvalutano gli altri (ride, ndr). Di certo c’è che non sono un paraculo e questo ogni tanto l’ho pagato. Ma sono fatto così, proprio non mi riesce di fingere, dirò sempre quello che penso. Il paraculaggio non mi appartiene, ma credo che questa sia una qualità non un difetto”. Qualcuno in passato di te parlava di “genio e sregolatezza”... “Mah, io mi sono sempre considerato


Genio e... basta!

una persona normale. Comunque, tutti i geni sono un po’ pazzi, no (ride, ndr)?”. Se dovessi immaginarti fra dieci anni: vivi a Bologna? E a fare cosa? “No, non ci ho mai pensato, davvero. Come dicevo nel calcio cambia tutto così rapidamente che non puoi fare programmi a breve scadenza, figurati pensare da qui a dieci anni. Anzi, scusa, nel calcio italiano...”. Perché all’estero è diverso? “Sì, è tutto molto diverso, tutto vissuto molto più serenamente, senza eccessive tensioni”. Hai giocato una stagione in Inghilterra, in Premier nel West Ham: che esperienza è stata? “Bellissima, davvero, la consiglio a tutti, proprio per quello che dicevo prima,

diamanti nelle figurine panini

perché puoi fare il tuo lavoro con serietà e professionalità, ma sei anche libero di vivere la tua vita. Infatti, io non ho molti rimpianti nella mia carriera, forse l’unico è proprio quello di aver lasciato così presto Londra. Tornassi indietro non so se lo rifarei...”. Per affermarti, sei dovuto andare all’estero: non sei la dimostrazione

di un calcio un po’ miope che non vede i suoi talenti ma saccheggia il Sudamerica? “Non so se il calcio italiano sia miope, secondo me ci sono tanti direttori sportivi senza palle (in realtà il termine era molto più colorito, ndr). Preferiscono rincorrere i nomi, invece che guardare alle qualità dei giocatori. Nella mia

Diamanti ha sperimentato anche la Premier League con la casacca del West Ham

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Intervista - alessandro diamanti

carriera ci sono state società che non mi hanno preso quando per me chiedevano due lire perché secondo loro costavo troppo, e poi mi hanno ricomprato a sei, sette milioni di euro un anno dopo...”. Tra l’altro, se sei dove sei, lo devi a Galante, che ti “raccomandò” al Livorno quando giocavi in C2. Gliel’hai offerta una cena? “Gliela dovrebbe offrire Spinelli la cena, visto che mi ha comprato a 400mila euro e mi ha rivenduto a 8 milioni (ride, ndr). Il vero affare lo ha fatto Spinelli. Comunque è chiaro che sono riconoscente a Galante, ma lui mi ha consigliato non perché fossimo amici, ma perché mi aveva visto giocare e sapeva che tipo di giocatore e persona fossi. Non è che gli ha fatto prendere uno scarso, eh (ride, ndr)?”. A proposito delle tue qualità, ormai per te le punizioni sono rigori da lontano... “Seee, magari (ride, ndr). In questo periodo mi sta andando bene, ma io le ho sempre calciate, fin da ragazzino. Credo sia una dote naturale, perché non è che stia le ore lì a provarle”.

Bandierina a chi?

La gavetta è stata lunga, nel 2004 la sua prima esperienza in B con l’Albinoleffe

di Antonio Giusto

Henrik Rydström. Chi? Non esattamente Ryan Giggs. Eppure, stiamo parlando della stessa cosa: una carriera, una vita intera, con indosso la stessa maglia. Che sia quella del Manchester United, o del Kalmar FF, in Svezia, poco importa. O, meglio, importa relativamente: perché l’intenzione è quella di porre l’attenzione su queste bandiere non ancora ammainate, che sventolano fieramente in luoghi dimenticati anche dai calciofagi. Rydström, dal ‘93 al Kalmar, non è infatti solo: è semplicemente il primo nome di una lista di illustri sconosciuti - alle nostre latitudini, almeno - che hanno scelto di legare indissolubilmente il proprio nome a quello di una singola squadra. A Malta, tra i pali dell’Hibernians di Paola, c’è Mario Muscat: nato e cresciuto lì, para da vent’anni. Medesimo discorso per Colin Nixon, un figlio di Belfast che con la maglia del Glentoran orbita attorno alle 800 presenze. Cipro, invece, regala addirittura un’accoppiata: Marinos Satsias dell’APOEL di Nicosia, la città in cui è venuto al mondo, e Christos Poyiatzis dell’Ethnikos Achna. Con Georgi Stoychev, a Sevlievo (Bulgaria) col Vidima-Rakovski, ripercorriamo per l’ennesima volta un tragitto ormai ben chiaro: nascita e crescita, umana e calcistica, all’interno del medesimo agglomerato abitativo. Come l’appena citato bulgaro, anche Jamie Fowler è un mediano: al Kilmarnock da sempre, ha vinto il primo trofeo nel 2012, dopo quasi 400 partite con la squadra. Zsolt Szilágyi, romeno, ha indossato la maglia dell’Universitatea Cluj per la prima volta nel 1991, a dieci anni: ce l’ha ancora addosso. Sempre Malta, sempre Hibernians: Andrew Cohen, dal ‘99. Medesimo anno d’esordio per Hayrettin Yerlikaya, Sivas e Sivasspor le coordinate della sua esistenza. Curioso il caso di Kevin O’Connor, irlandese, una carriera spesa tra League One e League Two con la maglia del Brentford. Ultime chicche: Andrei Finonchenko, nato a Karagandy e da sempre in forza alla sorpresa estiva Shakhter; Tony Hibbert, risposta dell’Everton a Gerrard e Carragher; Diederik Boer, che para per conto del P.E.C. Zwolle anche se ha solo nove dita; Alan Dunne, nel Millwall da quando aveva 8 anni; Sabri Sarıoğlu, che nelle giovanili del Galatasaray è arrivato nello scorso millennio; e infine il delizioso Xabi Prieto, piedi caramellati di cui ha goduto solo e sempre la Real Sociedad.

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Genio e... basta! Nonostante le tante offerte ricevute, Diamanti ha voluto proseguire il rapporto con il Bologna

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Genio e... basta!

Intervista - alessandro diamanti

Il paragone con Baggio viene inevitabile visto che c’è il Bologna di mezzo, ma forse sono più simili a quelle di Mihajlovic: tu ti ispiri a qualcuno? “No, anche perché non mi piace fare paragoni e poi non è che abbia mai guardato molto come calcino gli altri. Non ho mai cercato di imitare nessuno, ma piuttosto di giocare nel modo più naturale possibile”. Non avevi neanche un idolo da ragazzino? “No, se per idoli intendi Van Basten o giocatori di quel livello. Non sono mai stato uno pazzo dei grandi calciatori, i miei idoli erano i giocatori del Prato che vedevo giocare in Serie C quando mio padre mi portava allo stadio o quando facevo il raccattapalle. Godeas o Califano, ad esempio, erano i miei miti e per me valevano quanto Van Basten”. Per uno come te che, appunto, è partito da Prato, che effetto fa vestire la maglia della Nazionale? “Eh, che effetto fa? Fa un bellissimo effetto. Quando ti ricordi i campetti dell’Interregionale te ne fa ancora di più (ride, ndr)”. Che ricordo hai del tuo esordio in Azzurro? “Vaghi, devo dire la verità. Anche perché prima dell’esordio ho vomitato per tre giorni dalla tensione (ride, ndr). A volte sento dire che la Nazionale è il coronamento del sogno, ma per me è proprio così”. Dopo la qualificazione ai Mondiali ottenuta dominando il girone, un paio di partite storte nelle ultime uscite:

Nel 2007, dopo tanta attesa, l’esordio nella massima serie con il Livorno, il club che lo renderà grande

14 calcio2000 dic 2013

Le scarpe di Diamanti… Ci vogliono scarpe da fuoriclasse per un fuoriclasse… Diamanti si affida a Puma, azienda leader nella produzione delle scarpe da calcio. Il nuovo scarpino da calcio PUMA evoSPEED 1.2 FG, calzato da Sergio Agüero, Radamel Falcao, Marco Verratti, Olivier Giroud e molti altri giocatori PUMA è stato progettato per permettere ai calciatori che la indossano di raggiungere la massima velocità senza sacrificare stabilità e comfort, grazie ad una costruzione innovativa e tecnologie all’avanguardia. La tomaia in sottile e morbida microfibra monostrato aiuta a ridurre il peso e aumentare la flessibilità, la speciale gabbia interna EVERFIT offre una calzata straordinariamente aderente e la suola in PEBAX riconfigurata con tacchetti conici più piccoli consentono al giocatore una migliore presa sul terreno e facilitano i continui cambi di direzione. La schiuma Everfoam sulla parte interna del tallone, il supporto esterno in TPU che aiuta a ridurre la pressione sul tendine di Achille, i rinforzi in gomma sulla punta, la linguetta più piccola con inserti in mesh traspirante e la soletta interna anatomica e removibile, che aiuta a distribuire la pressione del piede in modo uniforme, offrono un comfort ottimale, una vestibilità eccellente e una calzata su misura. Per la prima volta in assoluto il marchio PUMA è visibile sul lato interno dello scarpino al posto del classico Formstripe - simbolo iconico del brand. Ispirata alla forma dei muscoli e alle curve sinuose delle auto da corsa, la nuova evoSPEED 1.2 FG ha una grafica curata, caratterizzata da piccoli fili neri lucidi laterali e dettagli in blu fluorescente che arricchiscono le stampe giallo fluo mentre i fori trasparenti in rilievo sulla tomaia permettono una migliore aderenza e controllo di palla su terreni bagnati. Le nuove scarpe da calcio PUMA evoSPEED 1.2 FG sono acquistabili in tutti i migliori negozi di articoli sportivi. Per maggiori informazioni visitare il sito www.puma.com/football

c’è da preoccuparsi? “No, non c’è nulla di cui preoccuparsi, perché il gruppo che si è formato in Nazionale è davvero speciale. Quando ci ritroviamo è come se andassimo nel nostro secondo club: siamo molto uniti e, poi, comunque, la qualità dei giocatori mi sembra evidente”.

Dunque in Brasile si va per... “Per vincere. Se no che ci andiamo a fare (ride, ndr)? L’Italia per definizione deve sempre puntare al massimo”. Per uno che è partito dall’Interregionale è arrivato in Nazionale nessun obiettivo è precluso. E questa è anche la speranza di tutti i tifosi Azzurri...


LA CHAMPIONS IN STILE PANINI

In edicola la nuova collezione Panini “Uefa Champions League 2013-2014” con tantissime novità… Un appuntamento ormai tradizionale… La collezione “UEFA Champions League 2013-2014”, ovviamente griffata Panini, è nuovamente in edicola, pronta a soddisfare i palati più fini degli amanti del calcio internazionale (l’album è venduto in più di 60 Paesi, a conferma dell’importanza del prodotto). Questa nuova collezione è articolata in ben 630 figurine adesive, di cui 70 in speciale materiale olografico metal, che possono essere raccolte in un elegante album di 96 pagine. Presenti tutte le 32 squadre europee che quest’anno prendono parte alla fase a gironi della più prestigiosa competizione per club, tra cui ovviamente le tre italiane Juventus, Milan e Napoli. Nella collezione “UEFA Champions League 2013-2014”, ogni club ha una doppia pagina con i propri dati storici e statistici, comprensivi del numero di eventuali UEFA Champions League vinte in passato, le partite vinte, pareggiate e perse, i piazzamenti nelle ultime cinque edizioni della Champions League e nella rispettiva Lega di appartenenza, il palmares nazionale e continentale. Ciascuna squadra è rappresentata dal logo del club in speciale ma-

teriale olografico e dalle figurine dei 17 giocatori principali i quali, incollati sull’album, vanno a comporre lo schieramento di gioco preferito dai rispettivi allenatori. Inoltre le 544 figurine dedicate ai calciatori sono “doppie” e composte dalla foto del giocatore, da incollare nella sezione della squadra di appartenenza, e da una mini-figurina con statistiche e dati anagrafici, da attaccare nella sezione speciale che precede le squadre di ogni girone… La raccolta “UEFA Champions League 2013-2014” presenta varie sezioni. All’inizio dell’album, la parte istituzionale, con 3 figurine (logo della competizione, pallone ufficiale e alla Star Ball, oltre alla speciale figurina “00” con logo Panini). Vi è poi la sezione riservata all’Albo d’Oro e al cammino verso la finale 2014, con una doppia figurina olografica dedicata al trofeo e 2 figurine con i poster di Lisbona 2014. Nella parte centrale dell’album, 4 pagine sono riservate alle Stelle del torneo in azione, con le 32 figurine in materiale olografico dei più grandi giocatori di questa edizione. Vi è poi la sezione Legends, dedicata ai giocatori “leggenda” di questo torneo, con 4 figurine sulla finale di Wembley 2013 e altre 8 sulle squadre vincitrici delle otto edizioni precedenti. Chiude la collezione la pagina dedicata alla UEFA Women’s Champions League, con Albo d’Oro e 2 figurine, una sulla finale femminile di Londra 2013 vinta dal Wolfsburg, l’altra con la locandina della prossima finale che si terrà a Lisbona. “La collezione ufficiale UEFA Champions League, ormai un grande classico Panini, si presenta rinnovata e più ricca che mai per la stagione 20132014”, ha dichiarato Antonio Allegra, direttore Mercato Italia di Panini. “Le nuove figurine ‘doppie’ consentono di aggiungere, all’esperienza

tradizionale del collezionare i giocatori di tutte le squadre, la possibilità di confrontare rapidamente le statistiche dei campioni. Un’evoluzione che, assieme alle coordinate social di ogni club, risponde alla naturali necessità di ogni moderno collezionista”. calcio2000 15 dic 2013


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intervista - emanuele terranova

di Thomas Saccani

LA TERRAPROMESSA DI TERRANOVA

Con il suo Sassuolo è arrivato all’agognata Serie A e non sarà un infortunio a metterlo fuori gioco…

L

a Serie A l’aveva intravista con il Palermo, ai tempi della Primavera, nel biennio dal 2005 al 2007, senza, tuttavia, metterci mai piede. Poi, dopo tante fatiche, il sogno è diventato realtà. L’esordio nella massima serie, con il Torino, ha ripagato Emanuele Terranova di tanti sacrifici. Neppure il brutto infortunio occorso, in allenamento, gli ha fatto perdere l’entusiasmo e la felicità di essere, finalmente, un giocatore da Serie A. Calcio2000 lo ha incontrato, per saperne di più su questo ragazzo dallo spirito mai domo… Ciao Emanuele, non si vedeva un difensore goleador come te dai tempi di Materazzi: ti piace il paragone? 18 calcio2000 dic 2013

“Il paragone con Materazzi è alquanto lusinghiero e mi inorgoglisce, mi piacerebbe percorrere la Sua carriera e vincere magari la metà di quello che ha vinto Lui (“S” e “L” maiuscole per volontà dello stesso Terranova ndr)”. Come Matrix, calci anche i rigori: come hai imparato? “Ho imparato sin da piccolo provando e riprovando in allenamento e li ho sempre calciati nei campionati giovanili ed in Primavera con il Palermo”. Sempre stato difensore in carriera o chi ti ha trasformato? “Visto il mio fisico ben sviluppato e la mia alta statura, fin dai campionati giovanili, gli allenatori che ho avuto mi hanno affidato il ruolo di difensore

anche se a me come tutti i ragazzini piaceva giocare in attacco e fare goal…”. Ti sei imposto nel grande calcio piuttosto tardi (tua migliore stagione l’anno scorso a 25 anni): qualche rimpianto, qualche scelta sbagliata? “Si, sono arrivato tardi al grande calcio per vari motivi, avrò fatto qualche scelta sbagliata ma odio i compromessi e quindi non ho avuto santi in paradiso”. Dispiaciuto che tu, da siciliano, non sia riuscito ad affermarti al Palermo? Cosa non ha funzionato? “Il Palermo non ha mai puntato sui giovani locali in particolar modo quelli provenienti dalla Primavera, cercavano i nomi ad effetto per far presa sul pubblico e quindi non c’è stato mai spazio


per me ed ogni anno venivo dato in prestito a squadre di Serie B fin quando non sono stato acquistato in modo definitivo dal Sassuolo”. Il Sassuolo ha puntato forte su di te: come li hai conquistati secondo te? “È vero, il Sassuolo ha puntato forte su di me ed io li ringrazio per la fiducia. Li ho conquistati con il lavoro, con la serietà e con la professionalità dimostrata in campo e fuori dal campo”. Si parla benissimo del giovane Berardi, già per metà della Juventus: secondo te dove può arrivare? “Berardi è un ragazzo validissimo, salta

l’uomo con una facilità irrisoria, ha un calcio potente e preciso e sarà un Top player”. Ha avuto qualche problemino caratteriale: con la tua esperienza, cosa potresti consigliargli? “È un ragazzo umile, semplice, educato e rispettoso. Ha solo 18 anni ed il futuro è suo. Non ha problemi caratteriali e sa come comportarsi per diventare un campione. Accetta i consigli che gli vengono dati da quelli più esperti”. Dopo tante fatiche, sei arrivato in Serie A e hai esordito con il Torino… “L’esordio in A è stato emozionante, mi

Causa un brutto infortunio, Terranova ha potuto solo assaggiare la Serie A ma è pronto a tornare

terranova sempre di corsa Classe 1987, Terranova ha iniziato a giocare nel Mazara, in terra siciliana. Dotato, sin da giovane, di un fisico imponente, si è subito messo in luce. Il Palermo lo acquista nel 2005 ma non gli dà mai una chance, lasciandolo sempre ai bordi della Prima squadra. Inevitabile il passaggio di casacca. Nell’estate del 2007 va, in prestito, al Vicenza. Al suo primo vero anno da professionista, si ritaglia subito uno spazio importante, collezionando, con i biancorossi, 20 presenze in serie cadetta, con la soddisfazione di mettere a segno anche due reti (contro Rimini e Frosinone). Nuova stagione e nuovo prestito, questa volta al Livorno. Ancora buone prestazioni (culminate con la promozione dei labronici in Serie A), tanto che, l’estate successiva, pari finalmente pronto per lasciare il segno nel Palermo ma, ancora una volta, finisce in prestito, al Lecce. Con i salentini vince nuovamente il torneo cadetto, da titolare (27 presenze finali) ma non riesce a scollarsi dalla B. La stagione 2010/11, infatti, la gioca con il Frosinone, con 35 presenze e tre gol totali. Nell’estate del 2011 la svolta. Il Sassuolo lo acquista, a titolo definitivo, dal Palermo per circa 450.000 euro. La prima stagione è spumeggiante, la seconda ancor di più, con tanto di nuova promozione in Serie A e titolo di miglior difensore della cadetteria (11 gol in campionato). Questa volta non perde il treno per la A. Fa il suo esordio, in Serie A, contro il Torino. Il 18 settembre s’infortuna al legamento crociato ma è già al lavoro per tornare e fare la differenza nel campionato che ha sempre sognato, sin dai tempi in cui giocava nel Mazara…

calcio2000 19 dic 2013


intervista - emanuele terranova

sentivo come un bambino al primo giorno di scuola. Ho provato belle sensazioni, indescrivibili anche se purtroppo il risultato non ci ha arriso…”. Purtroppo è arrivato questo brutto infortunio… “Si, la Serie A, a causa di questo grave infortunio, al momento l’ho solo potuta assaggiare, non l’ho potuta gustare per come era nei miei pensieri. L’infortunio è capitato nel momento meno adatto ed è stato come un fulmine a ciel sereno. Dovrò restare fuori parecchi mesi, saranno mesi duri, ma io non demordo, lavorerò duramente per fare in modo di ritornare nella pienezza dell’efficienza fisica e di riconquistare il mio posto in squadra”. Come si torna, al 100%, da un infortunio come il tuo? “Per ritornare più forte di prima dell’infortunio, non dovrò fare altro che osservare scrupolosamente tutte le prescrizioni mediche e consigli del Prof. Mariani e che dovrò quotidianamente mettere in pratica sotto la sicura e competente guida dell’equipe medica e dei fisioterapisti del Sassuolo Calcio. Sarà dura ma io sono pronto a lavorare duramente e a sopportare le sofferenze sia fisiche che psicologiche per tornare a calcare il più presto possibile i campi in erba della Serie A…”.

Nel frattempo, avrai modo di goderti qualche tua passione extra calcistica, no? “No, non avrò più tempo per godermi delle passioni extra calcio perché il mio pensiero, in ogni istante della giornata, è rivolto sempre al mio ginocchio, a lavorare bene per recuperare la funzionalità motoria ed agonistica. La musica mi sta aiutando nel lungo e difficile percorso che mi dovrà condurre a respirare a pieni polmoni tutto ciò che si vive prima e dopo una partita di calcio. Niente mi potrà distogliere dal lavorare assiduamente e con scrupolo per il raggiungimento di una perfetta guarigione. Approfitto dell’occasione per ringraziare quanti mi sono stati e mi sono tutt’ora vicini e mi aiutano in questo momento per me difficile con i loro incoraggiamenti”. Beh, raccontaci comunque cosa ti piace fare fuori dal campo… “Fuori dal campo mi piace ascoltare musica, vedere dei film e passeggiare in centro”. Un film in cui ti sarebbe piaciuto recitare? “Direi che non mi sarebbe dispiaciuto esserci ne L’Ultimo dei Mohicani…”. Un piatto per cui vai pazzo? “Il piatto per cui vado pazzo è il sushi, non ci sono dubbi in proposito…”. Prima di salutarci, ci dici chi, a tuo

MAGLIA CHE VINCE NON SI CAMBIA… Per il debutto in Serie A sono state confermate le maglie della vittoria, con un minimo restayling i nero verdi giocano con la storica prima maglia rigata, l’azzurro Mapei per la seconda e per la terza fondo bianco con le caratteristiche strisce a punta nero e verde sulle spalle. Sportika, per onorare questo splendido risultato, ha voluto poi sviluppare una linea di prodotti esclusivi per l’allenamento e la rappresentanza con un design coordinato con l’apprezzatissima terza maglia… elegante e originale. É possibile trovare tutti i prodotti ufficiali U.S. Sassuolo presso tutti i rivenditori Sportika. info@sportika.it - www.sportika.it

20 calcio2000 dic 2013

la terrapromessa di terranova

parere, vincerà il campionato e la classifica cannonieri di Serie A? “A mio parere, il campionato se lo porterà a casa la Juventus e il capocannoniere sarà uno juventino, ovvero Tevez…”. Ci rivediamo in Serie A… “Contaci…”. Disponibile e determinato, Terranova ha quella sana voglia di emergere che ti permette di conquistare qualsiasi traguardo, come riprendersi da un brutto infortunio e tornare a giocare dove hai meritato di esserci da tempo…

Non particolarmente positiva la parentesi con il Palermo che poco ha creduto nelle sue potenzialità


di Antonio Longo

Il calcio raccontato da un...infiltrato Il calcio di oggi raccontato dal punto di vista, certamente privilegiato, di un “infiltrato”. I retroscena, spesso inconfessati o inconfessabili, che si celano dietro le quinte del dorato mondo dell’arte pedatoria: a svelarli è un calciatore ricco e affermato della Premier League inglese, rimasto sino ad oggi nel più totale anonimato. Prima ha avviato e curato, con notevole successo e ampi favorevoli riscontri da parte dei lettori, una rubrica ad hoc sulle pagine del prestigioso quotidiano The Guardian. Poi ha deciso di raccogliere le sue piccanti e irriverenti riflessioni in un libro “Io sono il calciatore misterioso”, pubblicato in Italia da Isbn Edizioni, con prefazione affidata a Gianluca Vialli che, nell’incipit del suo contributo, seppur riconoscendo il grande coraggio dimostrato dal collega dichiara immediatamente “Questo è il genere di libro che non scriverò mai”. Nel susseguirsi dei mesi tante ipotesi sono state elaborate sulla sua reale identità, tante congetture hanno preso vita per cercare di capire chi possa avere trovato la forza e il coraggio di svelare la reale essenza dello sport più amato nel mondo. Una testimonianza “forte” ed incisiva che non concede sconti a nessuno. Un viaggio nei meandri dell’universo calcio che porta sul palcoscenico aneddoti, episodi avvenuti in campo e negli spogliatoi passati inosservati agli occhi dei più, vizi e virtù di presidenti, calciatori, arbitri, procuratori sportivi. “Questo libro è meglio di qualsiasi biografia calcistica sugli scaffali delle librerie” ha sentenziato il Sunday Business Post. Un racconto intrigante e mai scontato che prende le mosse dagli esordi del calciatore misterioso, rivelando fatti e misfatti del gioco più bello del mondo che riguardano anche il calcio giovanile.

L’autore non risparmia nessuno, la lettura dei capitoli che compongono il libro diviene, pagina dopo pagina, sempre più stuzzicante e coinvolgente. Si va dall’analisi dei comportamenti, più o meno ortodossi, dei manager al delicato rapporto con le tifoserie, da lucidi e “scientifici” ragionamenti su schemi e tattiche al luccicante mondo dei mass – media, dai tanti, forse troppi, soldi che ruotano attorno al calcio al ruolo rivestito da agenti e procuratori, spesso senza troppi scrupoli. Una vera e propria inchiesta, condotta con metodi e strumenti tipici dei giorna-

listi più controcorrente e non asserviti al sistema, che può contare su un vantaggio senza eguali: la testimonianza diretta, non filtrata, proveniente direttamente dall’interno del mondo del calcio.

calcio2000 21 dic 2013


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speciale plurimarcatori

di Fabrizio Ponciroli

CI SONO PARTITE CHE…

L’ultimo è stato Klose, autore di una cinquina, ma la lista dei plurimarcatori per single match ha una lunga storia…

I

l gol, l’anima del calcio, la linfa vitale di ogni calciatore, in primis gli attaccanti. Non c’è emozione più forte. Vedere il pallone gonfiare la rete, è una di quelle sensazioni a cui non ci si abitua mai. Nella storia del calcio, di reti importanti ce ne sono state a bizzeffe ma sono pochi quei fenomeni del pallone che hanno insaccato cinque o più volte la palla in rete nella stessa gara. Sono i cosiddetti plurimarcatori, una ristretta cerchia di uomini, baciati dal dio pallone, che hanno, in soli 90’ di gioco, realizzato il sogno di ogni calciatore, di qualsiasi nazionalità, razza o categoria. L’ultimo a riuscire in questa titanica impresa, almeno per quanto riguarda il calcio di casa nostra, è stato un certo Klose, non proprio l’ultimo della pista. 22 calcio2000 dic 2013

Lo scorso maggio, all’Olimpico, il tedesco si è portato il pallottoliere, infilzando, per ben cinque volte, il Bologna (6-0 il finale). Una prestazione da leggenda, ben 27 anni dopo l’ultima cinquina in A segnata, curiosamente sempre all’Olimpico, da un romanista di notevole valore, ovvero Pruzzo (cinque gol, il 16 febbraio 1986, ai danni dell’Avellino). Mai, prima dell’exploit di Klose, un laziale aveva segnato tanto in una singola gara. E, in generale, non un fatto che accade di sovente. Tolti Klose e Pruzzo, solo altri 11 giocatori, nel campionato italiano a girone unico, dal 1929/30, hanno messo a segno il pokerissimo. Chi? Eccoli in ordine cronologico: Italo Rossi (Pro Patria-Roma 6-1, 19 gennaio 1930), Giovanni Vecchina (Padova-Pro Patria

7-0, 30 marzo 1930), Cesare Augusto Fasanelli (Roma-Livorno 7-1, 7 maggio 1931), Giuseppe Meazza (Ambrosiana Inter-Bari 9-2, 9 gennaio 1938), Guglielmo Gabetto (Juventus-Bari 6-2, 17 dicembre 1939), Istvan Mayer ‘Mikè (Bologna-Livorno 6-2, 6 febbraio 1949), Bruno Ispiro (Triestina-Padova 9-1, 8 maggio 1949), Emanuele Del Vecchio (Verona-Sampdoria 5-3, 9 febbraio 1958), Carlo Galli (Milan-Lazio 6-1, 13 aprile 1958), Antonio Valentin Angellillo (Inter-Spal 8-0, 12 ottobre 1958), Kurt Hamrin (Atalanta-Fiorentina 1-7, 2 febbraio 1964). Fantastico? Sì, ma c’è anche chi ha fatto meglio. Parliamo di due “mostri sacri” come Piola e Sivori, gli unici ad essere riusciti a metterne sei in fondo alla rete. Il primo, massimo golea-


dor di sempre, ha esagerato Pro VercelliFiorentina 7-2 del 28 ottobre 1933 mentre il fuoriclasse bianconero si è divertito assai nella storica Juventus-Inter 9-1 del 10 giugno 1961, gara nota per la presenza, in maglia nerazzurra, di “ragazzini”. Ragazzini o meno, i record sono record, a prescindere dal livello dell’avversario. Ma i plurimarcatori non sono una prerogativa solo del Bel Paese… L’EXPLOIT DI ARCHIE… 11 aprile 2001, l’Australia, impegnata nelle qualificazioni ai Mondiali del 2002 contro la nazionale delle Samoa Americane, vince con un esorbitante 31-0. Un risultato anche criticato a livello etico/ sportivo. Giudizi morali a parte, in quella gara è Archie Thompson a scrivere la storia del gioco, mettendo a segno ben 13 reti. Per l’ex stella di Marconi Stallons e Lierse, quella gara è il sacro Graal. Di colpo, il libro dei record gli appartiene, visto che nessuno era mai riuscito a segnare tanti gol in un match ufficiale internazionale (il precedente record, di 10 gol, apparteneva al duo formato da Sophus Nielsen, danese, e da Gottfried Fuchs, tedesco, stelle di inizio Novecento). Se Thompson è l’eroe in assoluto, Oleg Salenko è comunque un nome altrettanto prestigioso. Il russo è l’unico giocatore ad aver segnato una cinquina in una fase finale di un Mondiale. Il lieto evento risale al 28 giugno 1994 quando la Russia si sbarazzò del Camerun (61), con cinque gol dell’allora attaccante del Logrones. Curioso come Salenko, in quel Mondiale, dopo quella meraviglio-

Fonseca è entrato nella storia del Napoli con la cinquina rifilata al Valencia in Coppa Uefa

sa cinquina, segnò solo un altro gol, per giunta su rigore, contro la Svezia. GLI EROI DELLE GRANDI LEGHE… Risolta la pratica “internazionale”, focalizziamo ora l’attenzione sugli altri campionati europei di prima fascia. Nell’attuale Premier League inglese, sono quattro i giocatori che hanno avuto l’onore di segnare cinque gol in una singola gara. Tutti i quattro nomi sono ben noti al grande pubblico, visto che parliamo di Andy Cole, Alan Shearer, Jermain Defoe e Dimitar Berbatov. Il bulgaro, in passato cercato anche dalla Fiorentina, è stato l’ultimo a centrare il colpaccio, segnando il suo personale pokerissimo il

IL RICORDO DI FONSECA Coppa Uefa 1992/93, Daniel Fonseca si veste da Superman nella sfida, in trasferta, sul campo del Valencia. L’uruguaiano è il re della partita. Segna cinque gol (5-0 il finale per i partenopei), lasciando tutti a bocca aperta. Una prestazione monster che, ancora oggi, è viva nei ricordi dello stesso attaccante uruguaiano: “Devo ammettere che quella serata fu davvero incredibile, direi indimenticabile – racconta – Segnare non è mai facile, segnarne cinque in una sola partita, per giunta fuori casa e in Europa, è davvero difficilissimo. Direi che è stato un bel modo per entrare nella storia del club azzurro… Ricordo che fu tutto magico, una di quelle serate che capitano una volta nella vita, per fortuna ne ho approfittato al meglio”.

Anche Pruzzo ha segnato una cinquina, contro l’Avellino nel lontano 1986

calcio2000 23 dic 2013


CI SONO PARTITE CHE…

speciale - plurimarcatori

L’ultimo a segnare cinque gol in Serie A è stato Klose contro il Bologna lo scorso anno

27 novembre 2010, in Manchester United-Blackburn Rovers 7-1. In Bundesliga, il recordman di gol in singolo match è un Muller ma non ci stiamo riferendo né al leggendario Gerd, né all’ex interista Hansi. Il nome corretto è Dieter. Ex stella del Colonia (ci ha giocato dal 1973 al 1981), il 17 agosto 1977 il buon Dieter Muller decide di umiliare il Werder Brema, mettendo a referto bei sei delle sette reti che chiudono i conti (7-2 il finale). Un record che va di traverso allo stesso Gerd Muller che, in carriera, non era mai andato oltre alla cinquina (raggiunta quattro volte). Una curiosità sul campionato tedesco. Il record di gol in singola partita, relativo alla Coppa di Germania, appartiene ad un giocatore che ha militato, con poca fortuna, in Italia: Carsten Jancker, capace di segnare sei reti in un match contro i dilettanti dello Schonberg 95 il 21 agosto del 1994. Stranezze della vita calcistica. Si deve tornare agli anni Trenta e Cinquanta per stringere la mano agli eroi di Spagna. Due i giocatori che detengono il record della Liga, entrambi a quota sette gol!!! Il primo, tale Agustin Sauto Arana, è stato uno dei più prolifici 24 calcio2000 dic 2013

goleador del calcio spagnolo, con 108 gol in 118 presenze nella Liga. Il suo capolavoro lo ha realizzato l’8 febbraio 1931, segnando sette reti nella sfida Athletic Bilbao-Barcellona, finita 12-1 per i baschi di Arana. L’altro ad entrare, dalla porta principale, nel palazzo degli immortali del pallone iberico è stato Laszlo Kubala, storico marcatore che, il 10 febbraio 1952, ha brindato, con sette gol, al successo del suo Barcellona sul malcapitato Sporting Gijon (9-0 il finale).

Sette è anche il numero che contraddistingue il calcio francese. Nella Ligue 1, due artigiani del calcio si contendono il prezioso record, entrambi sono figli del calcio anni Trenta. Il primo, Jean Nicolas, ne fece sette, con il suo amato Rouen, al Valenciennes nel 1938, l’altro, André Abegglen (nazionale svizzero), tre anni prima, con la casacca del Sochaux, incredibilmente sempre contro il Valenciennes (in quella stagione fu capocannoniere con 30 reti in 28 presenze).

IL POKERISSIMO DI CHAMPIONS…

Nella moderna Champions League, solo un giocatore ha segnato cinque gol in una singola gara e il suo nome è Leo Messi. Nella stagione 2011/12, la Pulce ha preso il volo nella gara tra Barcellona e Bayer Leverkusen, vinta dai blaugrana per 7-1. In quella sfida, l’argentino ha segnato il pokerissimo, impresa mai riuscita a nessun altro nell’era Champions League. Per trovare cinque gol in una gara di Coppa Campioni bisogna tornare all’annata di grazia 1979/80 con il pokerissimo di Soren Lerby, allora all’Ajax, nella partita vinta dai lanceri per 10-0 con l’Omonia. Prima di Lerby, altri nove giocatori avevano centrato la cinquina, tra cui anche Josè Altafini, con la casacca del Milan, nei preliminari di Coppa Campioni 1962/63 contro l’Union Lussemburgo (8-0 per i rossoneri).


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altrove - matti per il calcio

di Paolo Camedda

matti per il calcio Quando il pallone sconfigge il disagio mentale e il pregiudizio…

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egli ultimi anni non in pochi appassionati si sono disinnamorati del ‘calcio che conta’, plurimilionario e sempre più legato agli aspetti economici e commerciali. Al di là del professionismo, il pallone è tuttavia ancora in grado di regalare emozioni forti e persino di rivelarsi una terapia vincente contro la malattia. Lo dimostra concretamente il successo di ‘Matti per il Calcio 2013’, la manifestazione nazionale di Calcio a 7 della Uisp, l’Unione Italiana sport per Tutti, giunta alla sua settima edizione. A Montalto di Castro, dal 12 al 14 settembre, 16 squadre, provenienti da 15 regioni italiane, e composte da utenti, medici, infermieri, educatori e volontari dei Centri di Salute Mentale della penisola, si sono ritrovate su un campo per dare un calcio alla malattia 26 calcio2000 dic 2013

psichica. E i nomi stessi delle partecipanti rispecchiano in pieno il senso della manifestazione: Vivere insieme (Arezzo), Colpi di Testa (Torino), Kaylè Rovato (Brescia), Fuori di testa (Fabriano), Insieme Sport (Foligno), Una Ragione in più (Oristano), Va pensiero (Parma), L’Airone (Pescara), Insieme per sport (Genova), Olimpia (Milano), Gi.a.re (Reggio Calabria), Real…mente (Roma), Araba Felice (Rovigo), Rappresentativa Uisp (Taranto), Coordinamento disagio (Trentino) e Centro Serapide (Napoli). La competizione non è stata in questo caso l’aspetto più importante, come accade solitamente. Lo sport, il calcio in particolare, diventa infatti in questo caso uno straordinario strumento sociale di aggregazione e riabilitazione della persona, che attraverso la pratica sportiva, riacquista la consapevolez-

za delle proprie capacità e migliora sensibilmente le proprie condizioni di salute. “Il progetto di sport terapia – spiega Francesca Cappai, educatrice del Centro di Salute Mentale di Oristano – è mirato a restituire al gioco del calcio la sua valenza di aggregatore sociale in un contesto dove la marginalità è la regola. Anche partecipare a un torneo di calcio significa creare una valida e importante occasione di contatto con la realtà esterna per le persone con disagio mentale. La pratica sportiva può diventare infatti un fattore di recupero e di socializzazione capace di abbattere il pregiudizio culturale che affligge le persone che vivono una sofferenza psichica”. A dimostrarlo sono gli studi di settore e la ricerca scientifica, che attesta come i disagiati mentali che praticano un’attività sportiva abbiano


netti miglioramenti nel decorso della loro patologia, e come questo significhi un minor bisogno di farmaci, e, in un’epoca in cui impera la cosiddetta ‘spending review’, anche un risparmio per lo Stato e le Asl sotto il profilo della spesa sanitaria. “Se le mura cronicizzano manie e fissazioni, – afferma ancora l’educatrice – il calcio insegna ad uscire dall’isolamento, a giocare in squadra, a stare insieme agli altri, a rispettare le regole”. In manifestazioni come ‘Matti per il Calcio’, insomma, il gioco del pallone torna alla sua essenza, e si tramuta nella più potente delle terapie contro il disagio mentale: “Abbiamo riscontrato un entusiasmo incredibile da parte dei ragazzi e degli operatori, – ha detto Massimo Maietto, presidente della Polisportiva Montalto, fra gli ideatori della manifestazione, nonché membro del comitato organizzatore e presidente provinciale della Uisp di Viterbo – a noi questo ha dato una carica straordinaria. Quando vedi una simile gioia nel volto dei ragazzi, sei ripagato del lavoro e dei sacrifici che facciamo quotidianamente come operatori volontari. Anche quest’anno abbiamo riscontrato uno scambio costante e positivo fra i partecipanti, spesso fra persone di diversa provenienza geografica e di differenti realtà. A dimostrazione che lo sport, il calcio in particolare, può aiutare i ragazzi che soffrono di un disagio mentale a riscattare la propria condizione socia-

Matti per il calcio, quando il calcio diventa terapia

La testimonianza Quella di Montalto per me è stata un’esperienza unica e indescrivibile. Con i miei compagni siamo arrivati terzi nella competizione, ma primi per lo spirito di squadra che ha sempre caratterizzato il nostro gruppo. Mi ha entusiasmato l’energia positiva messa da tutti nell’affrontare questa esperienza e in generale le varie partite. Sono stato sempre il capitano di una squadra composta da 15 leoni che hanno dato l’anima in ogni partita e da 4 dirigenti fra educatori e operatori del CSM, che ci hanno sempre sostenuto e aiutato. Mi sono sentito a mio agio con loro; in più ho sviluppato un senso di unione e compartecipazione con gli avversari, che sentivo non come dei rivali, ma come fratelli. L’esperienza di Matti per il Calcio 2013 mi ha aiutato a crescere sotto ogni punto di vista, da quello esteriore a quello interiore. Per questo rivolgo un grazie a tutti quelli che mi hanno accompagnato in questa bellissima avventura. Silvio Tolu, ‘Una Ragione in Più’ Oristano

le e a spezzare l’isolamento in cui talvolta si chiudono”. L’avventura per tutti è iniziata con il viaggio, il giovedì 12, di buon mattino, e per alcuni già raggiungere la cittadina del Viterbese è stato un successo: c’è infatti chi ha preso per la prima volta un aereo, chi da tempo ormai non usciva dalla propria città… Luca ha vinto la sua fobia per il viaggio in aereo, e nonostante tante difficoltà a convincerlo a venire, alla fine ce l’ha fatta, e per non lasciare la squadra da sola, ha superato la sua grande paura. Marco ha quarant’anni, ed è in cura presso la Asl Umbria 2 di Foligno. Nella vita quotidiana unisce la passione del calcio a quella per la musica.

Dalla perdita del padre, all’età di soli 15 anni, è in cerca di pace dentro sé stesso e con gli altri. La sua malattia è la schizofrenia, ma il calcio gli permette di riacquistare sul campo il suo equilibrio, e di sentirsi in armonia con il suo corpo. Come loro tanti altri dei partecipanti. Una volta arrivati a Montalto di Castro, la Uisp ha provveduto per tutte le squadre all’assegnazione degli alloggi. Il pernottamento in città è stato uno straordinario momento di condivisione e socializzazione fra gli atleti, vista la decisione dell’organizzazione di ospitare le diverse partecipanti nelle stesse strutture. “Molte squadre sono state ospitate nel Camping California,

Sconfiggere ogni pregiudizio questo l’obiettivo principale della manifestazione

calcio2000 27 dic 2013


altrove - matti per il calcio

Roma caput mundi La competizione non era sicuramente la componente più importante di ‘Matti per il Calcio’ 2013, ma il torneo che si è svolto sui campi dello Stadio ‘Incotti’ di Montalto di Castro non ha sicuramente deluso le attese degli organizzatori per l’impegno profuso dalle squadre partecipanti. Il bel calcio, seppure a livello amatoriale, e il confronto sportivo, non sono mancati, con il livello tecnico che sta crescendo di edizione in edizione. Le 16 squadre iscritte, provenienti da 15 regioni diverse, sono state suddivise in 4 gironi, e le vincenti dei vari gruppi si sono qualificate per le semifinali. Ad aggiudicarsi il primo posto è stata Real…mente Roma, che ha superato nella finalissima il Coordinamento Disagio Trentino per 3-0. Sul podio si sono posizionati poi i ‘Fenicotteri’, dell’Associazione Una Ragione in più di Oristano’, squadra rivelazione, che ha superato nella finale per il 3° posto i ‘Colpi di Testa’ di Torino imponendosi per 5-4 ai rigori, dopo che i tempi regolamentari si erano chiusi sull’1-1. Per tutte partecipanti è stata un’occasione unica per confrontarsi nella pratica sportiva e socializzare.

ed è stata una scelta bella e vincente”, ha dichiarato Massimo Maietto. Nel pomeriggio ha preso il via la competizione sportiva. Tutte le partite si sono giocate all’insegna del massimo fair play fra gli atleti partecipanti, con il terzo tempo che non è mai mancato. Il confronto con gli avversari è stato acceso, a tratti anche duro, ma sempre all’insegna della lealtà e della correttezza, e ha permesso a tanti disabili mentali di riscoprire le loro potenzialità fisiche e non solo, che la malattia aveva sottratto loro. “L’attenzione che crea Matti per il calcio e l’interesse dei

media ci aiutano a rompere l’isolamento che genera la malattia, – ha spiegato Simone Pacciani, presidente Lega calcio Uisp – ad allargare la consapevolezza nell’opinione pubblica del valore sociale di questa iniziativa sportiva”. Sotto il profilo emozionale uno dei momenti ‘più forti’ dell’edizione 2013 è stato quello della cerimonia di premiazione di tutte le partecipanti, tenutasi la sera di venerdì 13 settembre nel Palazzetto dello sport di Montalto. Prima della consegna di coppe e medaglie, tutte le squadre, dalle tribune, hanno cantato, seguendo la musica,

l’inno di Mameli. Poi hanno preso la parola gli organizzatori, che hanno spiegato il significato della manifestazione. Il vicepresidente nazionale della Uisp, Simone Pacciani, nel salutare e ringraziare tutti ha annunciato, con un po’ di commozione, che questa è stata per lui l’ultima edizione da presidente nazionale della Lega calcio Uisp. Sette anni fa era fra gli ideatori di ‘Matti per il Calcio’. Con lui il sindaco di Montalto, Sergio Caci, Massimo Maietto, anch’egli fra ‘i padri’ dell’iniziativa, e l’ospite d’onore, il giornalista di ‘Rai Sport’ Carlo Paris, che ha condiviso

La formazione Una ragione in più di Oristano si è aggiudicata il podio, giungendo al terzo posto in classifica

28 calcio2000 dic 2013


matti per il calcio

GIRONE A

Squadra COLPI DI TESTA KAYLE’ ROVATO CSC GI.A.RE CENTRO SERAPIDE

GIRONE b

Squadra REAL… MENTE OLIMPIA ARABA FELICE G.S. ‘VA PENSIERO’

GIRONE C

Squadra COORD. DISAGIO UISP TRENTINO FUORI DI TESTA G.S. INSIEME PER SPORT SALUTE MENTALE UISP TARANTO

GIRONE D

Squadra UNA RAGIONE IN PIU’ INSIEME SPORT W M CLUB COOP L’AIRONE VIVERE INSIEME

P.Ti 9 5 3 1

G 3 3 3 3

V 3 1 1 0

Vr 0 1 0 0

Pr 0 0 0 1

P 0 1 2 2

RF 29 7 12 6

RS 6 11 17 20

DR 23 -4 -5 -14

CD 0 0 0 0

P.Ti 8 6 4 0

G 3 3 3 3

V 2 2 1 0

Vr 1 0 0 0

Pr 0 0 1 0

P 0 1 1 3

RF 21 11 11 4

RS 7 9 12 19

DR 14 2 -1 -15

CD 0 0 0 0

P.Ti 8 7 3 0

G 3 3 3 3

V 2 2 1 0

Vr 1 0 0 0

Pr 0 1 0 0

P 0 0 2 3

RF 8 16 7 3

RS 2 4 6 22

DR 6 12 1 -19

CD 0 0 0 2

P.Ti 9 6 3 0

G 3 3 3 3

V 3 2 1 0

Vr 0 0 0 0

Pr 0 0 0 0

P 0 1 2 3

RF 12 4 6 7

RS 4 6 8 11

DR 8 -2 -2 -4

CD 1 0 0 0

SEMIFINALE

Squadre Risultato COLPI DI TESTA – COORD. DISAGIO UISP TRENTINO 1 - 2 REAL…MENTE – UNA RAGIONE IN PIU’ 5 - 1

FINALI

Squadre 1°-2° Posto REAL…MENTE – COORD. DISAGIO UISP TRENTINO 3°-4° Posto UNA RAGIONE IN PIU’ – COLPI DI TESTA

con tutti i presenti la sua testimonianza personale. E’ seguita la consegna dei premi a tutte le squadre, eccetto quelli per le prime quattro classificate, distribuiti sul campo dopo le finali il sabato mattina. Infine un momento di condivisione, con il grande rinfresco. “Le premiazioni e la festa di quest’anno sono state le migliori di sempre. – ha commentato Massimo Maietto – Quello è un momento importante della manifestazione, perché ci si ritrova tutti quanti assieme”. All’indomani delle premiazioni si sono svolte le finali, che hanno visto il successo sul campo di Real…mente Roma, ma la vittoria più importante è stata sicuramente un’altra, quella sulla malattia mentale. “Se dovessi dire cosa mi ha colpito di più in ‘Matti per

Risultato 1-2 5 – 4 ai rigori (1-1)

il Calcio 2013’ – ha affermato Maietto – direi sicuramente la solidarietà, che è sempre stata al primo posto, dall’inizio alla fine”. Per tutti coloro che a vario titolo hanno partecipato a questa manifestazione, i giorni vissuti a Montalto saranno ricordati come bellissimi e indimenticabili. “Mi aspettavo di vivere un’esperienza dove lo sport, il calcio, la facesse da padrone, seppur con una lettura molteplice. – ha raccontato Francesco Secchi, alla sua seconda partecipazione nel doppio ruolo di psicologo e calciatore – Ma, come spesso accade, la realtà va al di là delle aspettative. Le emozioni sono state tante e forti. Tutto quello che ho appreso a Montalto mi permette di crescere dal punto di vista professionale e personale. Più cresco come persona, più questo mi

fa crescere sul lavoro, è impossibile scindere i due campi”. Quindi un messaggio per tutti i ragazzi che devono convivere ogni giorno con la malattia mentale. “Vorrei che capissero che il calcio è un po’ una metafora della vita. Le difficoltà che incontrano sul campo sono come quelle che incontrano nella loro quotidianità, ma meno dure, e quindi possono essere superate allo stesso modo”. Calato il sipario sull’edizione 2013, la Uisp inizia già a progettare quella successiva. “L’obiettivo è quello di migliorarci sempre, di crescere di anno in anno”, assicura Maietto. E visto il successo che da sette anni a questa parte ‘Matti per il Calcio’ riscuote, non c’è alcuna ragione per non credergli. calcio2000 29 dic 2013


S

speciale procuratori - Eugenio Ascari

di Pasquale Romano

ascari, l’uomo del brasile

Ha iniziato grazie a Caliendo, oggi è un’istituzione nel mondo dei procuratori…

F

iuto da segugio, perseveranza del mastino. Nel mare torbido e denso del mercato calcistico italiano si muove con esperienza Eugenio Ascari, da circa vent’anni presente nel folto gruppo di procuratori. La memoria corre a ritroso, sino ad esprimere gratitudine verso chi lo ha instradato in questo mondo: “Devo ringraziare Caliendo, colui che forse ha inventato la figura del procuratore. Iniziai con lui, nei primi anni 90’. Assisteva i migliori giocatori del nostro campionato, Dunga e Baggio su tutti. Dopo 30 calcio2000 dic 2013

qualche anno di apprendistato nella sua agenzia, ho intrapreso il mio percorso”. Quando si deve arrivare prima degli altri nella scoperta di un giovane talento, è obbligatorio monitorare costantemente il mercato, alla ricerca di possibili ‘crack’. Ascari si fida ad occhi chiusi della sua squadra: “Ho dei preziosi collaboratori. Andrea Bagnoli, Emanuele e Massimo Ricci, l’avvocato Casciani. Siamo un team affiatato, lavoriamo a stretto contatto dividendoci le competenze”. La figura del procuratore, negli ultimi dieci anni, si è evoluta e diversificata. Forse troppo, a giudizio

di qualche presidente che lamenta ingerenze e pressioni eccessive: “Non bisogna generalizzare. È vero che alcuni procuratori, Raiola e Mendes ad esempio, sono piuttosto influenti, ma non è vero che siamo noi a fare il mercato delle società. Casomai succede il contrario, ovvero che alcuni presidenti si lasciano aiutare tanto dai procuratori e trascurano le figure che dovrebbero utilizzare, ovvero i direttori sportivi”. La professione si è ramificata, conoscendo strade nuove... e cambiando nome: “Non a caso oggi si parla di agenti di calciatori, e non di procura-


tori. Sino a qualche anno fa eravamo le figure di riferimento per un giocatore. Ci occupavamo a 360 gradi di un trasferimento, degli aspetti legali e burocratici all’inserimento in una nuova realtà. Oggi è tutto diverso. Si cambia procura molto più spesso, si hanno rapporti privilegiati con le società e questo orienta i trasferimenti in un club piuttosto che in un altro, a seconda dei rapporti che intercorrono tra le due parti”. Eder e Paulinho gli assistiti di spicco di Ascari, della stessa scuderia fanno parte Emerson del Livorno e Baldanzeddu dello Spezia. Proprio le trattative legate ai due attaccanti brasiliani, per motivi diversi, sono stampati nella memoria di Ascari: “Il passaggio di Paulihno dalla Juventude al Livorno stava per saltare. Il presidente e il vice-presidente della società carioca entrarono in conflitto, causa un gioco al rialzo del massimo dirigente. Spinelli stava perdendo la pazienza, dopo sue settimane di tira e molla decise di alzare l’offerta per il prestito e arrivò la fumata bianca. Eder siamo stati bravi a scovarlo nelle giovanili del Criciuma, arrivò all’Empoli a soli 18 anni. Dopo un paio di stagio-

ni complicate con Brescia e Cesena, in maglia blucerchiata ha ritrovato la fiducia nei propri mezzi”. Negli ultimi anni il calcio brasiliano è in continuo sviluppo, il fermento aumenta se si pensa ai prossimi mondiali: “Sino a qualche anno si tendeva a considerare il campionato brasiliano come minore rispetto a quelli Europei, adesso non è più cosi. Se prima si trattava di un mercato quasi esclusivamente d’esportazione, ora le cose sono cambiate. Neymar è rimasto a maturare prima del trasferimento al Barcellona, Pato è tornato e a breve potrebbe fare lo stesso percorso Robihno. San Paolo e Cruzeiro stanno resistendo ad offerte importanti per Ganso e Dedè “. I 57 milioni di euro sborsati dal Barcellona per Neymar invece hanno rappresentato un richiamo irresistibile per il Santos, ma si tratta di un fuoriclasse? Ascari risponde convinto: “Forse oggi no, ma negli anni lo diventerà anche perchè al fianco di fenomeni come Messi e Iniesta potrà apprendere tanto. Era il fiore all’occhiello di un Brasile under 20 riconosciuto da tutti come una generazione di talenti incredibili. Della stessa

Tra i tanti giocatori gestiti da Ascari c’è anche Eder della Sampdoria

squadra infatti facevano parte Lucas, Coutihno, Oscar e Casemiro, oltre agli ‘italiani’ Juan Jesus e Gabriel”. Infinite le ragnatele tessute in vent’anni di trattative. Obiettivi concreti poi sfumati, blitz improvvisi seguiti da una fumata bianca. Qualche rimpianto, uno in particolare...: “Eravamo a un passo dalla procura di Berbatov, allora militava nel Cska di Sofia. Incontrammo il giocatore una prima volta in Bulgaria, accompagnato dal padre. Ci fu un successivo summit a Milano, eravamo d’accordo praticamente su tutto, la firma saltò per un’inezia, dettagli facilmente risolvibili. Da lì a qualche settimana passò al Bayer Leverkusen e la sua carriera iniziò a prendere il volo, penso con rammarico a quella trattativa non andata in porto”. Uno sguardo particolare al calcio brasiliano, mittente di giocatori come Eder, Paulihno ed Emerson, ma non solo. Chi i prossimi talenti destinati a brillare? Ascari ne nomina due in particolare: “Credo che Souleymane Coulibaly e Maicon Da Silva sono da seguire con attenzione. Il primo è un attaccante classe 94’, ivoriano. Gioca nel Tottenham, nella scorsa stagione era in prestito al Grosseto. Il secondo è un esterno destro, esattamente come l’omonimo giocatore della Roma. Brasiliano classe 93’, milita nella Reggina e si sta imponendo all’attenzione generale degli osservatori”. Difficile per i club italiani arrivare ai campioni già affermati, il gap con le superpotenze europee obbliga a chinare il capo. Per questa ragione Ascari vede di buon occhio l’arrivo di imprenditori stranieri come Pallotta e Thoir: “Bisogna allinearsi alla tendenza generale. Si va verso un’economia del calcio globale, si deve guardare con attenzione ai mercati poco sfruttati come quello cinese, russo, arabo. Questo tipo di imprenditori faranno il bene del nostro calcio, perché permetteranno investimenti nettamente superiori rispetto a quanto ci possiamo permettere. Inoltre, faranno conoscere maggiormente il campionato italiano negli altri continenti, anche in questo paghiamo la differenza con Liga e Premier”.


S

salumeria garetti

DA SEMPRE AL SERVIZIO... ANCHE DELLA MAMMA DI INZAGHI

La Salumeria Garetti, nel centro di Piacenza, è un’istituzione, anche per chi ama il calcio…

N

on è da tutti avere una salumeria nel centro di Piacenza, anzi, ad essere sincero, è un privilegio (meritato) che appartiene, da sempre, solo alla famiglia Garetti. Un cognome, quello dei Garetti, che è sinonimo di cortesia e affidabilità: “La mia famiglia ha sempre svolto questo mestiere – ci racconta Riccardo, titolare della Salumeria Garetti - Il negozio è stato fondato dai miei nonni, inizialmente si trovava in provincia di Piacenza, poi, prima della Seconda Guerra Mondiale, si sono spostati sotto i portici, in Piazza Duomo. Quel negozio, durante la Seconda Guerra Mondiale, è stato bombardato

ed è andato distrutto completamente. Ecco allora che i miei genitori lo hanno ricostruito dove si trova adesso e io ho cominciato proprio qui, all’età di 15 anni, nel lontano 1965. In teoria dovrei già essere in pensione ma sa come vanno le cose al giorno oggi (Ride ndr)”. Riccardo, tifoso del Piacenza doc, sa come trattare i propri clienti, una dote affinata nel corso di tanti decenni al di là del bancone: “Diciamo che ci piace cercare sempre qualcosa di nuovo da proporre, anche perché ci piace che i nostri clienti siano sempre soddisfatti di quello che offriamo. Anche perché tutto quanto è cambiato nel corso degli ultimi 20 anni. Prima tutti cucinavano


in casa e, di conseguenza, venivano a comprare gli ingredienti necessari, oggi non accade più. Magari comprano piatti già pronti o vanno in trattoria, quindi anche la nostra offerta è cambiata”. Sui salumi, Riccardo confida: “Chi vuole il proprio affettato, torna sempre dove si trova bene. Difficile che, trovato un negozio in cui ci si trova bene con gli affettati, si decida di cambiare…”. Tra i tanti affezionati clienti della Salumeria Garetti, spiccano gli sportivi: “Beh, diciamo che per me, tifoso vero del Piacenza, è sempre stata una soddisfazione servire i giocatori biancorossi. Mi ricordo di tanti, di Hubner, De Vitis, Vierchowood, ad esempio, dei tanti allenatori che abbiamo avuto, anche della mamma dei due Inzaghi che sono di Piacenza…”. L’aneddoto della mamma dei due Inzaghi è intrigante: “Si è sempre servita da noi, diciamo che è una di famiglia. Abita a Piacenza e, quando non è via per impegni, non manca mai di farci visita”. Insomma, Simone e Filippo (quest’ultimo grande amante di prosciutto crudo e bresaola), sono stati “cresciuti” da Riccardo che, dal canto suo, ha una speranza: “Sono sempre stato abbonato al Piacenza Calcio e non vedo l’ora di rivedere la squadra in Serie A. Ci manca tantissimo quel palcoscenico. Dopo le ultime delusioni, devo dire che la nuova proprietà si sta comportando bene, quindi spero proprio di poter presto tornare allo stadio e godermi partite importanti, magari contro la Juventus, l’altra squadra per cui simpatizzo”. È l’assist per paragonare qualche salume a qualche stella di oggi: “Beh, Conte è un sanguigno, è uno che ha vigore, come lo speck,

per il salame penso a Tevez, uno che ci dà sempre tutto e va bene ovunque. Per il prestigio e la qualità di Pirlo, dico il prosciutto crudo…”. Salame, prosciutto crudo, Riccardo conosce benissimo le necessità dei suoi clienti: “Direi che il prosciutto cotto e il prosciutto crudo sono tra i prodotti più venduti in assoluto, questo non è mai cambiato nel corso degli anni…”. Importante il rapporto con Negroni: “Beh, un rapporto infinito, da sempre oserei direi. Negroni è stato sempre al nostro fianco, ha vissuto tutti i cambiamenti insieme a noi. Ricordo, ad esempio, quando i prosciutti cotti arrivavano, liberi, nelle ceste, poi è giunto il momento delle latte e ora del sottovuoto, insomma un bel po’ di cambiamenti”. Inevitabilmente si torna a parlare di

calcio, l’altra passione di Riccardo: “Sono stato allo Juventus Stadium, impianto davvero meraviglioso, e devo ammettere che è bello vedere il calcio in questo modo. La speranza è che questa Juve faccia bene in Europa, per il bene dell’Italia. Noi siamo gente che sa lavorare e fa bene il proprio mestiere ed è importante che il nostro modo di fare sia amato anche all’estero. Lo vedo quando arrivano degli stranieri da noi, restano sempre sorpresi dai nostri prodotti ma non li conoscono come dovrebbero. Un po’ come il calcio. Il nostro calcio è bello ma all’estero non è amatissimo, dobbiamo lavorare per far cambiare questa opinione”. Riccardo, nella sua splendida salumeria, lo fa dal 1965 e non ha nessuna intenzione di smettere…

cortesia e qualità Nella Salumeria Garetti è presente un documento che rivela come, dal 1939, la famiglia Garetti sia in prima fila. Un’istituzione a Piacenza tanto che, oggi come oggi, entrare nel negozio Garetti evoca ricordi antichi, oltre a quella sana e piacevole sensazione di essere in un luogo unico, dove i sapori si mischiano con la cortesia. Tutti si conoscono, i clienti si sentono a proprio agio, l’ambiente è, appunto, famigliare… In bella vista anche la targa Prestigiosa Salumeria Negroni, uno dei tanti attestati che sottolinea la notevole affidabilità della Salumeria Garetti, un punto di ritrovo per tutti, da sempre… “I tempi cambiano, ma noi siamo sempre qui”, conferma Riccardo. Come dargli torto? Se poi il Piacenza dovesse risalire in Serie A, ecco che il piatto sarebbe perfetto e completo…


B

serie B - Leonardo pavoletti

di Carlo Tagliagambe

A VARESE PER RIPRENDERMI LA A...

Faccia a faccia con Pavoletti del Varese, uno degli attaccanti più efficaci del torneo cadetto…

L

eonardo Pavoletti ci riprova: dopo la promozione conquistata con il Sassuolo pochi mesi fa, e la Serie A soltanto sfiorata, il bomber livornese riparte da Varese per riprendersi il sogno di calcare i campi del massimo campionato… Calcio2000 lo ha incontrato per parlare con lui di questo strepitoso impatto con la maglia biancorossa… Ci racconti come ti sei avvicinato al mondo del calcio? Quali sono stati i tuoi primi passi? “Ho cominciato a 10 anni, quindi un po’ più tardi rispetto alla norma perchè, avendo un babbo maestro di tennis, mi ero in un primo momento avvicinato a quello sport piuttosto che al calcio. Poi, accorgendomi che coi piedi non me la cavavo male, decisi di provare 34 calcio2000 dic 2013

e da lì iniziò la mia cavalcata”. Chi era il tuo idolo da bambino? Per chi stravedevi? “Venendo da una famiglia milanista, sono cresciuto nel mito del grande Marco Van Basten”. Quando hai capito che avevi la stoffa per diventare un giocatore professionista? “L’ho capito tardi, perchè son sempre stato bravino, ma non un fenomeno. Tanto è vero che, da ragazzo, ho fatto parecchia panchina, ma non ho mai mollato. Così, al termine della seconda stagione in serie D, dopo aver realizzato 13 gol e aver conquistato i play off, compresi che avrei potuto giocarmi le mie carte”. A Pavia, nel 2009/10, hai iniziato a metterti in mostra a suon di gol, a chi devi dire grazie?

“Se devo ringraziare qualcuno, quella persona è Stefano Brondi, il mio allenatore di allora all’Armando Picchi, che mi aprì gli occhi sulle mie qualità. Se oggi sono qui è anche merito suo”. Cosa non ha funzionato con la Juve Stabia? “L’avventura con la Juve Stabia partì subito male, perchè mi infortunai in ritiro, rimasi fuori un mese e mezzo e quando un giocatore della mia stazza salta tutta la preparazione estiva poi fa fatica a rientrare. Così alla fine decisi di andare via, ma senza rancore”. Dal 2011 hai iniziato a segnare gol a grappoli, di quale vai più fiero? “Sicuramente il gol al Trapani nella finale Play off quando militavo nel Lanciano, perchè da quella rete partì la rimonta che ci portò poi a vincere 3-1 e a conquistare la promozione”.


IL CECCHINO DA LIVORNO Nato a Livorno, Pavoletti ha sempre avuto un feeling speciale con il gol. Ovunque è stato, ha trovato la via della rete con incredibile naturalezza, tanto che pare strano non vederlo ancora calcare i campi della massima serie italiana. Cresciuto nell’Armando Picchi (16 reti in 59 gare), nel 2008, a soli 20 anni, è approdato al Viareggio, segnando 7 reti in stagione. L’anno seguente, al Pavia, altri nove, prima dell’unica annata in affanno, alla Juve Stabia prima e al Casale da gennaio, con soli tre gol stagionali. Crisi? Tutt’altro, nel 2011/12 riprende a marciare a numeri importanti, segnando 16 reti con la casacca del Lanciano. Non sbaglia neppure con il Sassuolo: 11 gol fondamentali per la conquista della massima serie. Massima serie che Pavoletti spera di agguantare con il Varese. L’inizio, a suon di gol come al solito, è stato da urlo…

E come mai uno come te cambia spesso squadra? “È quello che mi chiedo anch’io (ride n.d.r.), forse perchè sono antipatico. Scherzi a parte, tutti gli anni ho cambiato squadra ed è bello conoscere ambienti e persone nuove, però adesso mi piacerebbe rimanere a lungo nella stessa squadra, minimo un paio d’anni”. A Varese sei già un idolo, è la piazza giusta per te per fare l’ultimo salto di qualità? “Spero di sì. Io mi trovo davvero bene a Varese, mi hanno accolto benissimo fin dal primo giorno e qui mi sento a casa. Spero di rimanere a lungo e di portare la squadra più in alto possibile”. Che tipo di allenatore è Sottil? Un difensore che insegna ad un attaccante, come vi capite in campo? “Il mister è una persona davvero preparata su tutte le fasi di gioco, quindi mi trovo bene con lui…Ci stimola molto a migliorare, sottoponendoci ad esercizi specifici durante l’allenamento a seconda dei ruoli.” In cosa pensi di dover migliorare ancora? “In tante cose... Non sono un giocatore con i piedi raffinati e quindi mi esercito ogni giorno per migliorare la tecnica ed il tocco di palla. D’altronde, quando un giocatore si sente ‘completo’, può esserci un grande rischio di appagamento, un pericolo da scongiurare…” Come vivi la realtà della città? Cosa fai quando non sei impegnato con il calcio? “Più che altro esco con i compagni,

A Varese sono tutti pazzi per Pavoletti, attaccante letale in area di rigore

calcio2000 35 dic 2013


serie B - leonardo pavoletti

dal momento che siamo un ottimo gruppo e si sta molto bene insieme… Non faccio cose particolari, cerco di condurre una vita sana, di mangiare il giusto e riposarmi compatibilmente con la mia vita da atleta. Poi, chiaro, ho 25 anni e mi piace anche divertirmi, però sempre nei limiti”. Un piatto di cui sei ghiotto e un’attrice che porteresti a cena… “Sul piatto, da livornese, non posso che dire il caciucco! Per quanto riguarda l’attrice, che dire, tanto vale sognare in grande: Angelina Jolie!” Il film che ti sarebbe piaciuto interpretare? “Non avevo mai pensato ad una cosa del genere! (ride, ndr). Quando ero un ragazzino mi piacevano tantissimo le commedie del genere ‘American Pie’, perché mi sarebbe piaciuta un’esperienza ‘da college americano’… Però poi, crescendo, mi sono reso conto che sono un po’ delle ‘bischerate’! “ Tre domande secche: chi vince il campionato di A, chi quello di B e chi la Champions League? “La Serie A credo che alla fine la vincerà la Juve, anche se ho un debole per la Roma di Rudi Garcia; la serie B dovrebbe vincerla il Palermo perché è una piazza da A; e per quanto riguarda la Champions, spero la vinca il Real Ma-

le scarpe di pavoletti Sono le Asics Tigreor le scarpe impiegate da Pavoletti. Modello di successo della gamma calcio ASICS con alti contenuti tecnici ripresi dai modelli del Track&Field; realizzato per giocatori professionisti che ricercano comfort ed ammortizzione. Caratteristiche tecniche: EXTERNAL HEEL COUNTER Contrafforte esterno che si estende fino alla parte mediale e laterale per ottimizzare il controllo del movimento del piede. Fodera interna in materiale antiscalzamento ECSAIN LEATHER che garantisce un confort eccellente. Soletta estraibile in espanso per migliorare confort ed ammortizzazione; sagomata anatomicamente. Tomaia interamente in microfibra con tecnologia DUO SOLE UPPER (PU) sul puntale per garantire un ottimo controllo di palla. Disponibile nelle versioni suola IT come da foto (290 grammi) e suola ST (320 grammi) per le differenti condizioni di terreno, ed oltre che nel colore Cultura Gold/Italian Blue usato da Pavoletti, anche nella colorazione Brillant Blue/White e nella nuova Black/Neon Yellow/Silver.

drid di un grande allenatore come Carlo Ancelotti”. Sei livornese: Livorno è terra di grandi bomber, su tutti Cristiano Lucarelli. Rinunceresti anche tu al ‘famoso’ miliardo, pur di indossare la maglia amaranto? “Dipende… se mi fossi già tolto delle belle soddisfazioni nel corso della carriera… Bisogna tenere conto che noi

Livornese doc, Pavoletti non esclude di poter un giorno giocare con la maglia amaranto

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a varese per riprendermi la a...

calciatori viviamo di questi dieci/quindici anni di attività, poi, a fine carriera, senza aver lavorato e studiato, bisogna fare le giuste valutazioni, anche economiche… Però, via, la maglia del Livorno per un labronico come me, è tutto: diciamo che ci potrei anche pensare…” Cosa ti è rimasto dell’esperienza a Sassuolo: una grande cavalcata conclusasi con la promozione in serie A, un passo importante per il tuo palmarès… “Certo, peccato solo che ho dovuto combattere contro il ‘mio’ Livorno! (ride,ndr) Però è stata una grande stagione, dove ho lavorato con compagni meravigliosi e un grande staff tecnico e sono cresciuto molto dal punto di vista professionale”. Ultima domanda: Toni è arrivato stabilmente in A a 28 anni, vincendo poi il Mondiale l’anno dopo. Tu hai solo 25 anni… Sogni nel cassetto? “Certo, la Serie A è il mio sogno perché l’ho conquistata, sfiorata e la sento lì ad un passo…Cercherò in tutti i modi di guadagnarla per essere protagonista e giocarmi le mie carte, poi si vedrà… Toni è un grande esempio, metterei una firma col sangue per ripetere le sue imprese…”


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LP

lega pro - l’aquila

di Carlo Tagliagambe

PROVE DI VOLO… Pagliari sta riportando l’Aquila a livelli davvero interessanti…

L

a rinascita sportiva dell’Aquila porta in calce la firma di Giovanni Pagliari, vero e proprio ‘specialista’ delle promozioni, che ha fatto spiccare il volo alla società abruzzese riportandola in Prima Divisione dieci anni dopo l’ultima apparizione. Dopo i campionati vinti a Macerata, Foligno e proprio all’Aquila, il tecnico marchigiano ha sposato il progetto del presidente Chiodi di riportare i rossoblù nel calcio che conta in breve tempo. Missione difficile, ma non certo impossibile per un uomo concreto e vincente come Pagliari che, plasmato il gruppo a sua imma38 calcio2000 dic 2013

gine e somiglianza, è pronto all’ennesima sfida della sua carriera… Buongiorno mister, qual è l’obiettivo stagionale della sua squadra? “Il sogno, non mi nascondo, è riuscire ad arrivare tra le prime nove in classifica per giocarsi i playoff e questo, essendo noi una neopromossa, sarebbe un traguardo incredibile per questa piazza. L’obiettivo, più realisticamente parlando, è dare sempre il massimo”. Lei è un esperto di promozioni, su tutte quelle conquistate proprio con L’Aquila lo scorso anno e con il Foligno nel 2006/07: vede lo spirito giusto per centrare il traguardo anche

quest’anno? “Con questi ragazzi abbiamo già conquistato la promozione dalla Seconda alla Prima Divisione, che è stata già una grande soddisfazione: il segreto è un gruppo di uomini straordinari, che hanno voglia di allenarsi e hanno una grande fame, come, del resto, il sottoscritto… Sì, i presupposti per un’altra grande impresa ci sono…” Che tipo di ambiente è L’Aquila sotto il profilo sportivo: come si lavora? “Si lavora benissimo perché c’è una società seria e ben organizzata; con il direttore sportivo Di Nicola ho un rapporto straordinario, dal momento che


mi ha supportato sia nella costruzione della squadra, che in tutte le altre scelte importanti. Per quanto riguarda l’ambiente, L’Aquila è una piazza particolare, ancora un po’ depressa e triste per il terremoto e noi, nel nostro piccolo, stiamo facendo vivere alla nostra gente qualcosa che va al di là dell’aspetto calcistico. Ed è proprio questa la soddisfazione più grande…” Si sente il calore dei tifosi intorno a questa squadra? “Decisamente! I nostri tifosi sono straordinari e rispondono alla grande alle nostre buone prestazioni. La curva, poi, ci è sempre vicina: anche nelle trasferte più lontane abbiamo sempre tantissimi tifosi al seguito, e questo ci sprona a dare sempre il massimo. La città intera si è stretta intorno alla squadra, e ora sta a noi ripagare tutto questo affetto…” Nelle prime partite stagionali ha sfoderato un pimpante 4-3-3: sarà il modulo base per il resto della stagione o pensa di cambiare in base alle caratteristiche degli avversari? “Se, nel corso della mia carriera, ho cambiato qualcosa dal punto di vista tattico, è soltanto in base alle caratteristiche dei miei giocatori: gli avversari non condizionano mai quello che è il nostro lavoro settimanale. Il modulo è studiato in base alle caratteristiche dei ragazzi che io alleno, e mira ad esaltarne le qualità”. La sua squadra è composta da giocatori esperti (su tutti Dallamano) e da giovani davvero interessanti (Ciciretti e Frediani per fare due nomi), e poi c’è De Sousa, valore aggiunto sotto porta: questo mix può essere l’arma in più per vincere il campionato? “Abbiamo un organico di grande valore, che unisce elementi di esperienza e di prospettiva. Sono convinto che, se alcuni dei nostri giovani seguiteranno a lavorare con grande umiltà e grande voglia, allora avranno una carriera luminosa. Per quanto concerne De Sousa, stiamo parlando di un terminale offensivo come pochi in questa categoria, dove può fare la differenza”.

L’impatto con la Prima Divisione è stato ottimo: le prime tre trasferte sono coincise con altrettante vittorie, arrivate in campi particolarmente difficili come Lecce, Ascoli e Salerno. Possiamo parlare di un’ Aquila ‘formato trasferta’? Qual è il segreto per affrontare al meglio le gare lontano dal Gran Sasso? “Quello che ci dà la marcia in più è il gruppo, che lavora in perfetta sintonia anche con lo staff, applicandosi sempre con grande dedizione: questo crea una particolare convinzione nella testa dei ragazzi, che si allenano bene e, di conseguenza, esprimono un buon calcio sul campo che gli permette di partire alla pari contro tutti, anche in ambienti difficili”. Mister Pagliari quanto crede alla promozione? Quali sono le rivali più accreditate per la lotta finale? “Io alla promozione non ci penso, almeno per ora… In quanto allenatore, devo pensare a programmare il lavoro di partita in partita. Se poi, verso marzo/aprile, saremo ancora in corsa, allora ce la giocheremo fino alla fine, ma per ora dobbiamo pensare soltanto a stare con i piedi per terra perché ci sono squadre come Perugia, Frosinone, Benevento, Catanzaro e lo stesso Lecce che hanno un organico fortissimo che, alla lunga, farà la differenza”.

Lei ha istituito anche una scuola calcio insieme a suo fratello Dino: quanto è gratificante trasmettere ai giovani le sue esperienze accumulate in carriera? “Penso che sia fondamentale che chi ha esperienza nel mondo del calcio offra il proprio sapere anche ai giovani… In Italia, purtroppo, abbiamo dimenticato l’importanza dei settori giovanili, dove si guarda in maniera ossessiva ai risultati: secondo me, invece, l’unico risultato da perseguire è la crescita dei ragazzi durante l’anno. Ecco perché ho deciso di aprire la mia scuola calcio: sono convinto che vincere un campionato giovanile giocando un pessimo calcio e senza una crescita dei giocatori equivalga ad un fallimento”. Quanto il calcio può essere importante per risollevare e dare visibilità ad una città ancora ferita per il terremoto del 2009? “Tantissimo! Io ho un rapporto meraviglioso con la città e con i tifosi e più di una volta ho ricevuto attestati di grande stima dalla gente, cui abbiamo fatto rivedere un po’ di luce in fondo ad un tunnel lungo e buio... Noi, come squadra, abbiamo dato un briciolo di speranza all’Aquila, anche se il nostro contributo non basta di certo per risolvere i problemi delle persone…”

Pagliari come gli aquilani ha fame di vittore

calcio2000 39 dic 2013


D

SERIE D - pordenone

di Francesco Scabar

VOGLIA DI GRANDEZZA

C’è una squadra, in Serie D, che punta a fare le cose in grande, parliamo del Pordenone Calcio…

I

l Pordenone Calcio ha la seria intenzione di disputare un campionato di vertice: in estate la società presieduta da Mauro Lovisa, dopo la semifinale di play-off persa lo scorso anno contro il Real Vicenza, ha deciso di voltare pagina puntando tutto su un nuovo tecnico, Carmine Parlato, reduce da due ottime annate con i vicini della Sacilese. Il direttore sportivo dei “ramarri” Pinzin d’altro canto ha deciso di intervenire in maniera massiccia sul mercato acquistando giocatori del calibro degli ex professionisti Mattielig (dal Mantova) e Maccan (dall’Andria), oltre ad altri validi elementi per la categoria come Zanardo e Stocco (entrambi 40 calcio2000 dic 2013

dal Delta Porto Tolle) o Florean (dalla Sanvitese). Il Pordenone è certamente la candidata più accreditata a centrare l’agognata promozione tra i professionisti. Per conoscere tutti i segreti di questa realtà del calcio nordestino abbiamo sentito il tecnico Carmine Parlato ed il bomber Emil Zubin. Iniziamo con Carmine Parlato, napoletano di quarantatré anni che da calciatore vanta un discreto passato in C con le maglie di Latina, Padova, Avellino, Nocerina; nel 2005 ha iniziato la sua carriera di allenatore con il Rovigo. Il Pordenone parte con tutti i favori degli addetti ai lavori, il mister è comunque sicuro che i suoi ce la faranno a sopportare il peso delle

aspettative: “Fa piacere essere inseriti tra le favorite ma sappiamo che la partite vanno sempre giocate, se non ci diamo da fare rischiamo”. Nel Girone C della Serie D, che comprende tutte le squadre del Triveneto, l’allenatore dei ramarri vede così la lotta per il primo posto, l’unico che porta al Paradiso della Serie C: “Oltre a noi c’è il Marano, che è una sorpresa fino ad un certo punto dato che ha allestito una rosa fatta da giocatori di grande qualità ed esperienza. Per la terza e la quarta piazza è ancora presto per giudicare, io penso che, aldilà delle difficoltà incontrate fino ad ora, la Triestina potrebbe risalire la classifica”. Quella neroverde è una squadra composta da


Credit Photo: Antonio Ros

un giusto mix di giovani e vecchi, ecco gli uomini cardine reparto per reparto secondo le parole del tecnico: “Con la società di comune accordo abbiamo valutato ogni singolo giocatore, le scelte ci stanno dando ragione perché i ragazzi si stanno impegnando alla morte, io dovrò sempre ricordare loro che comunque nel calcio bisogna sempre lottare e tirar fuori le proprie armi migliori. Non mi è mai piaciuto parlare dei singoli. Però, partendo dal portiere, un uomo, una persona speciale che è Gianni Careri, abbiamo posto una base già molto importante. Poi come difensori centrali all’inizio c’erano Niccolini e Stocco, tuttavia Stocco ha avuto un infortunio alla prima amichevole e sta giocando Dionisi che assieme a Niccolini sono sei anni che viaggiano assieme a me, non so se è un bene o un male…Non posso comunque nascondere l’esperienza di Mattielig, di Nichele, la qualità di Casella, la dinamicità dei giovani come Migliorini o Buratto che possono dare sostegno alla squadra. Davanti abbiamo quattro elementi di categoria superiore: Maccan, Zubin, Zanardo Florean che s’integrano bene, uniti a giovani che devono ancora fare un salto importante come Novati e Bearzotti”. Il Pordenone vanta, tra le altre cose, anche un ottimo settore giovanile, la società e l’allenatore, nonostante gli obiettivi ambiziosi non trascurano l’apporto di forze fresche per la Prima Squadra: “Nelle prime sette giornate hanno già esordito quattro/cinque ‘95 più Bearzotti che è un ‘96. È anche vero che ai giovani non si possono dare troppe responsabilità, quindi bisogna inserirli gradualmente e farli anche respirare”. Sono finiti i tempi dei santoni del 4-4-2 o del 4-3-3, la parola d’ordine è “flessibilità” ed è un termine che Carmine Parlato conosce bene, sentiamo come gioca il suo Pordenone: “Fino ad ora abbiamo sempre fatto un paio di moduli che possono essere il 4-3-3 o in alternativa il 4-3-1-2, però io dico sempre ai ragazzi che non conta il modulo, la differenza è come lo interpreti. In funzione di questo, assieme al ds Pinzin, abbiamo deciso di prendere giocatori che conoscevo e che allo stesso tempo potessero essere polivalenti.

Il ds Pinzin ha deciso di puntare sull’esperienza di Mattielig, proveniente dal Mantova

Questo fa sì che io possa modificare con facilità l’assetto tattico”. Veniamo ora ad Emil Zubin, attaccante italo-croato classe 1977, una vita spesa tra C1, C2 e Serie D con le maglie di Albinoleffe, Lumezzane, Ivrea, Carpenedolo, Bassano, Itala San Marco, Venezia. Gli abbiamo chiesto che tipo di campionato è l’attuale Serie D e se c’è molta differenza con la Lega Pro: “È qualche anno che non la faccio, l’ultima stagione in C l’ho disputata con l’Itala San Marco nel 2010, diciamo che con le regole nuove tanti giocatori esperti si sono catapultati in Serie D che è diventato un campionato di buon livello mentre tra l’Eccellenza è la Serie D c’è ancora un bel gradino di differenza”. Le ultime stagioni Zubin le ha spese interamente nel Triveneto (Itala San Marco, Venezia, Pordenone), il bomber vede così analogie e differenze tra importanti piazze del Triveneto: “L’Italia San Marco era una piccola realtà che poi tra l’altro è fallita, Venezia è una piazza importantissima, merita la Se-

rie B per il suo pubblico e la sua storia. Adesso il mio compito qui a Pordenone è di raggiungere in C il Venezia”. È dalla stagione 2003/04 che Zubin va sempre ininterrottamente in doppia cifra, qual è il segreto? “Il segreto è sempre la continuità delle prestazioni – e poi aggiunge – nel 2003 segnai solo un gol perché nel Lumezzane giocavo troppo defilato nel 4-5-1 di mister D’Astoli”. Con la regola dei fuoriquota, la Serie D è diventato un campionato particolare, per il capitano comunque i giovani sono sempre una risorsa e non un peso: “Chi possiede i migliori fuoriquota è già su una buona base, comunque bisogna sempre adattare i giovani ai vecchi e non viceversa!”. I tifosi pordenonesi sperano che con Zubin si possa ripetere la cosiddetta “regola del due”: nella sua prima stagione al Venezia il trentaseienne attaccante centrò il secondo posto mentre l’anno dopo arrivò la promozione in Lega Pro, inutile dire che lo scorso anno il Pordenone si classificò secondo… calcio2000 41 dic 2013


miti del calcio - zinedine zidane

di Luca Gandini

Lunga e tortuosa è stata la sua rincorsa alla gloria. Ma, una volta esplosa, la stella di Zinedine Zidane non ha più smesso di brillare…

INNO AL MARSIGLIESE

T

ra i tanti campionissimi presi in esame finora, Zinedine Zidane da Marsiglia è colui al quale il ruolo di superstar si addice meno. Non tanto, chiariamolo subito, perché madre natura non lo abbia dotato di qualità tecniche o artistiche di prim’ordine, bensì per quell’indole schiva che fece e continua a fare di lui l’anti-divo per antonomasia. Per intenderci: “Zizou” non è mai stato un trascinatore di uomini come

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Diego Armando Maradona o come il suo connazionale Michel Platini, né il fenomeno di costume in grado di dettare le mode quale fu Johan Cruijff. Raramente lo abbiamo visto apparire sulle prime pagine delle riviste patinate, al contrario degli incorreggibili George Best o Garrincha, o farsi portabandiera di correnti di pensiero o ideali vari, vedi ad esempio le crociate di Gianni Rivera contro il difensivismo imperante all’epoca o il coraggio con

cui Ferenc Puskás scelse la via dell’esilio piuttosto che continuare a vivere in un Paese soggiogato dai carri armati. Zinedine Zidane fu il ritratto della semplicità. Sia sul campo, con quello stile di gioco raffinato eppure essenziale e sempre al servizio della squadra, sia nella vita. Semplicità che, a volte, poteva far rima con spontaneità e, di conseguenza, con l’incapacità di tenere a freno i propri sentimenti. Nel bene e nel male. I tanti falli di reazio-


ne di cui si rese protagonista furono anch’essi un tratto distintivo della sua personalità, che lo spingeva a ribellarsi alle provocazioni o alle ingiustizie. “Provengo da un quartiere difficile di Marsiglia - ripeté più volte - Laggiù non si cerca mai la bagarre, ma se vieni provocato, non lasci correre”. Ecco la sua filosofia di vita. Rinnegarla avrebbe significato rinnegare una parte di se stesso. SORSI DI BORDEAUX Nato a Marsiglia il 23 giugno 1972 e cresciuto nel sobborgo di La Castellane, Zinedine Yazid Zidane è l’ultimo arrivato di una famiglia di origini algerine. Tifoso dell’Olympique Marsiglia e appassionato di calcio sin da bambino, iniziò a mettersi in mostra nel Cannes, con cui fece tutta la trafila delle giovanili, fino a debuttare tra i professionisti il 20 maggio del 1989, in una gara di campionato contro il Nantes. E, ironia della sorte, fu proprio contro il Nantes che realizzò il primo gol in carriera, sempre in campionato, ma il 10 febbraio 1991: un bel pallonetto preceduto da un delizioso controllo di tacco. In breve, un palcoscenico come Cannes cominciò a stare stretto al giovane talento, così, dopo una stagione sfortunata culminata nella retrocessione, il suo nome finì sul taccuino di alcune tra le più prestigiose società di Francia. Alla fine, a spuntarla fu il Bordeaux di Rolland Courbis, tecnico che sin da subito instaurò un rapporto di stima reciproca con il promettente pupillo. Fu proprio lui ad inventare il soprannome “Zizou” che avrebbe accompagnato Zidane per tutto il resto della vita. Rinfrancato dalla fiducia riposta su di lui, l’asso transalpino iniziò a mietere i primi successi. Esordì in Nazionale il 17 agosto 1994, segnando le due reti con cui la Francia pareggiò contro la Repubblica Ceca, vinse a suon di gol la Coppa Intertoto e prese parte, da grande protagonista, alla Coppa UEFA 1995/96, dove trascinò il Bordeaux a una strepitosa rimonta contro il Milan di Fabio Capello. Approdati in finale,

i Girondini non poterono però nulla al cospetto del blasone del Bayern Monaco trionfatore. Con il volto segnato dalla delusione, Zidane poté comunque guardare al futuro con gli occhi pieni di speranza. L’ARTE DI VINCERE Futuro immediato che significava Europeo. In Inghilterra, la Francia arrivò con buone credenziali, raggiungendo addirittura la semifinale, ma il suo uomo più atteso, fisicamente a terra dopo una stagione lunga e massacrante, deluse in pieno. Fu quindi con mille perplessità che venne accolto il suo sbarco alla Juventus, la regina d’Europa in carica e la stessa squadra che, anni e anni prima, aveva cantato le lodi di un altro sovrano di Francia, Roi Michel Platini. Come furono difficili, gli esordi di Zidane in bianconero! Marcello Lippi lo confinò in un ruolo non suo (mediano davanti alla difesa), ingabbiandolo in rigide consegne tattiche. Lui faticò e non poco ad assorbire i carichi di lavoro del nostro calcio e per un po’ se ne persero le tracce. Poi, grazie al buon senso del tecnico che spostò il campione qualche metro più avanti, libero di inventare, tutto andò alla grande. Il francese aiutò la squadra a vincere lo Scudetto

con eccellenti picchi di rendimento e bissò il successo la stagione seguente. Unico, pesantissimo neo, le due finali di Champions League perse contro Borussia Dortmund e Real Madrid, nelle quali Zinedine non seppe incidere come avrebbe voluto. Si tuffò allora nell’avventura più importante della carriera, il Mondiale davanti al pubblico amico. Un’occasione da non fallire. La Francia era forte, fortissima. I due terzini Lilian Thuram e Bixente Lizarazu erano un’iradiddio, i centrali Laurent Blanc e Marcel Desailly due baluardi insuperabili, mentre a centrocampo le geometrie di Didier Deschamps, la corsa di Emmanuel Petit e l’estro di Youri Djorkaeff si sposavano alla grande con la vena di uno Zidane che, sin dalla partita d’esordio contro il Sudafrica, fece capire di essere l’uomo da battere. Giocò bene anche nella seconda sfida, contro l’Arabia Saudita, ma un brutto fallo di reazione su un avversario gli costò l’espulsione e la squalifica di due giornate. E di nuovo ci fu chi tornò a parlare di Zidane come del perdente di successo, come del personaggio che decideva le partite, ma in senso negativo, e altre amenità di questo genere. Lui, Galletto sulla cresta... dell’onta, si chiuse in se stesso, attendendo il momento del riscatto.

Zidane ha iniziato a mettersi in luce con la casacca del Bordeaux

calcio2000 43 dic 2013


Miti del calcio - zinedine zidane

12 luglio 1998: finale Francia-Brasile. Ronaldo non si reggeva in piedi; Zizou, al contrario, volava. Suoi i due colpi di testa che decisero gara e titolo mondiale. Sue le lacrime di gioia impugnando la Coppa più ambita. Allons enfants de la Patrie: le jour de gloire est arrivé! TENTAZIONE REAL I Galletti ce l’avevano fatta, regalando al Paese il trionfo più grande, sfuggito in passato persino a Roi Michel. Non stanchi di ciò, Zidane e compagni ripeterono il brindisi due anni dopo, a Euro 2000. Con la stessa ossatura iridata, più l’aggiunta di due giovani cannonieri in rampa di lancio (David Trezeguet e Thierry Henry), la Francia si prese anche il trono d’Europa sconfiggendo l’Italia in quell’epica finale di Rotterdam, segnata dal pareggio di Sylvain Wiltord a pochi secondi dal termine e dal golden goal di Trezeguet nei supplementari. Zidane, ancora tra i protagonisti, avrebbe potuto benissimo vincere il secondo Pallone d’Oro della carriera (il primo, ovviamente, se lo aggiudicò nel ‘98), ma finì secondo alle spalle di Figo e dovette “accontentarsi” del FIFA World Player. In-

Zidane ha vinto il Pallone d’Oro nel 1998 con la casacca della Juventus

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tanto, si levarono sempre più insistenti le voci di un forte interessamento del Real Madrid. Zizou, alla Juventus, era stato più volte vicino a conquistare la Champions League, l’unico “vuoto” nella sua bacheca, ma, per un motivo o per l’altro, aveva sempre dovuto riporre il sogno nel cassetto. Clamorosa, a questo proposito, una sua espulsione in un match contro il Panathinaikos dopo una tremenda zuccata a un avversario in quella che fu la sua ultima stagione in bianconero. Nell’estate del 2001, infatti, la corte serrata del Real Madrid andò a buon fine: 150 miliardi al club torinese, 12 al campione francese e tutti felici e contenti. Zidane divenne l’idolo merengue e subito al primo anno conquistò la Coppa dalle grandi orecchie. Memorabile il suo capolavoro nella finale di Glasgow, con quel sinistro al volo che entrò di diritto nella galleria dei suoi gol più belli. Negli anni successivi, forti dei soldoni spesi da Florentino Pérez, i Galácticos si riempirono di campioni (ricorderete i Ronaldo, i Beckham, gli Owen), ma non di allori, e così la caccia alla “décima” Coppa dei Campioni divenne sempre più tabù. Non certo per demeriti del nostro Zizou, vera bandiera della squadra per talento e serietà. UN MALINCONICO ADDIO Per la Nazionale di Francia, il Mondiale del 2006 rappresentò l’ultima recita di molti suoi eroi. Lo disse chiaramente lo stesso Zinedine, annunciando l’addio al calcio per la fine della manifestazione. Aveva 34 anni ed era ancora al massimo della vena creativa, ma decise che quello sarebbe stato il momento più giusto per lasciare. Partì male, così come i compagni, con un girone eliminatorio sofferto e scandito da prestazioni incolori. Poi, dagli ottavi, si scatenò, dipingendo, da autentico pittore del calcio, giocate che altri avrebbero avuto difficoltà solo a pensare. Lui e i fieri scudieri Franck Ribéry e Titì Henry furono i grandi protagonisti di quei giorni in bleu, eliminando prima l’insidiosa Spagna,

inno al marsigliese

E’ stato il protagonista assoluto dell’ultima Champions League vinta dal Real Madrid.

poi il Brasile degli artisti e infine il miglior Portogallo degli ultimi anni. Ora, ad attendere i transalpini in una finale thrilling, c’era l’Italia, la rivale di mille battaglie. Fu proprio di Zidane il gol che sbloccò la gara: un rigore calciato a cucchiaio che mise a dura prova le coronarie di milioni di suoi connazionali. Il cammino che separava il marsigliese dalla seconda Coupe du Monde si incrociò però con quello di Marco Materazzi, che prima insaccò il pareggio e poi costrinse Zizou a quell’incredibile fallo di reazione. Già, la testata sullo sterno del difensore italiano e la mesta uscita dal campo del capitano bleu furono l’emblema di Germania 2006. A quel punto, restavano i rigori a decidere il grande evento, e l’Italia, con un pizzico di fortuna, seppe aver la meglio. Sulla storia calcistica del campione francese calò invece un malinconico sipario, anche se l’ultimo suo “colpo di testa” non riuscirà mai a scalfire il ricordo delle altre due, ben più prodigiose, incornate: quelle del 12 luglio 1998, che iscrissero il nome di Zinedine Zidane nel libro d’oro degli immortali di questo sport.


calcio2000 45 dic 2013


accadde a... - dicembre 1992

di Simone Quesiti

Dal 1992 al 1994 le Christmas Stars sfidano le stelle rossonere a scopo benefico...

STELLE DI NATALE

“A

Natale siamo tutti più buoni”. È quello che devono aver pensato in quel lontano dicembre del 1992, alla sede del Milan, in via Turati, a Milano. In una città che pochi mesi prima era stata bruscamente colpita dallo scoppio dello scandalo di Tangentopoli, i dirigenti rossoneri ebbero l’idea di coniugare il calcio alla solidarietà. Nacque così l’idea di disputare un’amichevole con fini di beneficenza, invitando una selezione di campioni stranieri, molti dei quali militanti nel massimo campionato italiano. 46 calcio2000 dic 2013

Proprio perché l’incontro si sarebbe disputato nel periodo natalizio, con l’intento di aiutare i bisognosi, l’avversario avrebbe avuto un nome all’altezza della circostanza: Christmas Stars. CRISI SOMALA Prima dell’incontro viene deciso che l’incasso di questa sfida decisamente insolita sia devoluto alle popolazioni della Somalia: il paese è infatti dilaniato da una sanguinosa guerra intestina per la successione a Siad Barre, il comandante che, grazie a un golpe, aveva preso il potere nel 1969, mantenendolo tra le

proprie mani sino agli inizi degli anni Novanta. La situazione è talmente instabile da rendere necessario un intervento da parte dell’ONU attraverso le due operazioni UNOSOM, alle quali prende parte anche un contingente italiano. TUTTI IN CAMPO Il 30 dicembre 1992 Milan e Christmas Stars scendono in campo a San Siro con biglietti a prezzi popolari (appena mille lire) per bambini e donne. L’organizzazione dell’evento è affidata alla Motta, sponsor della squadra rossonera. La risposta del pubblico milanese, nono-


stante la contemporanea diretta sulle reti televisive, va oltre ogni più ragionevole aspettativa: l’incasso ammonta a oltre 280 milioni di lire, con i quali il Milan invia più di cento tonnellate di beni alimentari al villaggio di Baidoa. Sul campo escono vincitori i rossoneri che, per la prima frazione, prestano all’avversario i propri stranieri. È proprio una bellissima azione orchestrata da Savicevic e finalizzata da Papin che permette alle Christmas Stars, guidate da Nils Liedholm, di andare al riposo in vantaggio di una rete. Nella ripresa però emergono i veri valori ed il Milan va in vantaggio grazie ai gol di Evani e Massaro. Le Christmas Stars non si danno per vinte e il parmense Sergio Berti sigla il temporaneo pareggio avversario, ma Massaro prima e Serena poi ristabiliscono la gerarchia e consentono alla squadra di Capello di chiudere con una vittoria un anno solare colmo di soddisfazioni. FORMULA VINCENTE L’esperimento, che aveva portato i suoi frutti, viene dunque riproposto l’anno seguente. Questa volta la Motta decide di destinare l’incasso dell’amichevole a Telethon. Su un manto erboso impresentabile, è ancora il Milan ad imporsi per 5-3 sulla selezione di stranieri, allenata dal colombiano Francisco Maturana. La partita è soprattutto caratterizzata dalla contestazione dei tifosi rossoneri a Ruud Gullit, in campo con le Christmas Stars con tanto di fascia di capitano, bersagliato di fischi per il suo passaggio alla Sampdoria. Dopo un quarto d’ora è Savicevic a portare in vantaggio i padroni di casa, ma si tratta di una gioia effimera perché due minuti dopo il messicano Hugo Sanchez pareggia il conto. Il genio montenegrino dimostra di essere l’arma in più del Milan con un assist per Angelo Carbone e con il suo secondo gol personale, prima dell’acuto di Papin. Nella ripresa il cagliaritano Oliveira accorcia le distanze ma, con il risultato già in ghiaccio, il secondo tempo è pura accademia. A segnare il quinto gol milanista è Orlando mentre nel finale è il marocchino

Tante le stelle in campo con le Christmas Stars, tra cui il variopinto Campos

Daoudi, su rigore, a portare ad otto le reti dell’incontro. Nella multinazionale delle stelle di Natale figurano numerosi calciatori che nell’estate successiva saranno stati protagonisti ai mondiali di Usa 94: dall’eccentrico portiere messicano Campos allo svedese Brolin, dal rumeno Dumitrescu al greco Machlas. Altri, poi, giocheranno in Serie A: è il caso di Milan Rapajc, Freddy Rincon, Mario Stanic. IL SUCCESSO E LA FINE Nel 1994 l’impegno delle stelle calcistiche di Natale raddoppia: l’organizzazione delle amichevoli a scopo benefico passa nelle mani della Sport Events che decide di allestire due partite a distanza di un giorno: il 28 dicembre allo stadio Olimpico contro la Roma, il 30 dicembre a San Siro, avversario il Milan. Nella capitale l’accoglienza è tiepida: a nulla serve l’annuncio di Falcao sulla panchina delle Christmas Stars per richiamare il pubblico delle grandi occasioni. Il modesto incasso (circa 80 milioni) viene devoluto al Comune di Alessandria, colpito assieme ad altre città piemontesi dall’alluvione, per l’acquisto di nuovi scuolabus. A uscire vincitrice è la Roma grazie alle reti

messe a segno da Moriero e Statuto. Le Christmas Stars, che schierano Kazu Mira, attaccante giapponese del Genoa nonché primo giocatore del Sol levante in serie A, segnano il gol della bandiera con Vlaovic. Due giorni dopo, le Stelle di Natale sfidano per il terzo anno consecutivo il Milan. Al posto di Falcao viene chiamato ancora una volta Liedholm, così come vengono altri giocatori rispetto all’esibizione di Roma: tra tutti spicca il bulgaro Stoichkov, vincitore del Pallone d’Oro. Alla Scala del calcio la formazione delle Stelle di Natale scende in campo con lo sponsor delle Ferrovie dello Stato sulla propria maglia, mentre il Milan, fresco del nuovo sponsor Opel (organizzatore tra l’altro dell’evento) indossa un insolito completo giallo. Dopo il gol di Boban nel finale di primo tempo, la partita si fa più vibrante nella ripresa. Dopo pochi minuti le Christmas Stars pareggiano i conti con Ramos e poi trovano il vantaggio con Machlas. Una sforbiciata di Di Canio riapre l’incontro ma nei minuti di recupero è la sfortunata deviazione di Sordo su un tiro di Machlas a regalare il successo alle Stelle di Natale. Che, dall’anno successivo, si spengono definitivamente. calcio2000 47 dic 2013


SPECIALE COPPA CAMPIONI 1958/1959

di Gabriele Porri 

Quattro su quattro per i blancos mentre la Vecchia Signora sprofonda al Prater di Vienna…

FAR WEST JUVE E ANCORA REAL

I

l disastro aereo di Monaco ha colpito duramente il Manchester United, crollato nel finale di stagione col nono posto nella First Division, vinta dal Wolverhampton. La UEFA invita i Busby Babes all’edizione 1958-59, in cui vengono sorteggiati contro lo Young Boys Berna. Tuttavia, la FA e la Football League impediscono allo United di partecipare in quanto il diritto spetta solo ai campioni in carica. La doppia sfida amichevole che le due squadre disputano comunque, viene vinta dal Manchester, 3-2 nel totale. Per inciso, gli svizzeri si fermeranno a un solo passo dalla finale della Coppa Campioni 1958-59. Nel preliminare, il sorteggio per aree geografiche vede 24 squadre coinvolte più tre (Wolves, HPS Hel-

sinki e CDNA Sofia) esentate insieme ai campioni del Real Madrid. Ad esse si aggiungerà il Besiktas: le tensioni tra Grecia e Turchia per il controllo di Cipro inducono l’Olympiakos a rinunciare al confronto. Il 1958 segna l’esordio della Juventus, suo avversario il Wiener Sport-Klub, squadra del quartiere viennese di Donbach, che ha interrotto il dominio domestico del Rapid. Davanti ai 40.000 del Comunale la Juve trova il vantaggio alla prima azione con Sivori, assistito da Charles che si porta via tutta la difesa danubiana. Ma dura poco il vantaggio bianconero: un errore di Mattrel dà il via libera a Horak. Nella ripresa, ancora una volta Charles attira a sé gli avversari, lasciando a Sivori l’occasione di calciare a rete: palo e gol del

Tutte le statistiche della Champions 48 calcio2000 su www.soccerdataweb.it dic 2013

2-1. Anche il terzo gol è opera dell’argentino. Con maggior impegno e fortuna la Juve avrebbe potuto ottenere un punteggio più largo, ma l’avversario non preoccupa, le recenti sfide tra italiane e austriache sono nettamente a favore delle nostre squadre. La Juve però si trova un Prater dal clima infuocato, Sivori è beccato dal pubblico fin dal suo ingresso in campo. Il gioco duro dei viennesi unito alla loro velocità fanno sì che il gap venga colmato dopo 34’, poi altri 4’ e i viennesi sono avanti anche nel totale. Dopo il 4-0 di inizio ripresa la Juve crolla e la partita finisce 7-0. Josef Hamerl, con un poker di gol, è il mattatore. Alla fine gli austriaci irridono gli avversari e scatta una rissa stile Far West, con intervento della polizia. La Juve paga


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Semifinali YOUNG BOYS-STADE REIMS 1-0 (1-0)

STADE REIMS-YOUNG BOYS 3-0 (1-0)

Young Boys Walter Eich Niklaus Zahnd Willy Steffen Heinz Bigler Anton Schnyder Heinz Schneiter Gilbert Rey Ernst Wechselberger Anton Allemann Eugen Meier (Cap.) Marcel Flückiger Ct: Albert Sing

Stade Reims Dominique Colonna Bruno Rodzik Robert Jonquet (Cap.) Raoul Giraudo Armand Penverne Robert Berard Michel Leblond René Bliard Just Fontaine Jean Vincent Roger Piantoni Ct: Albert Batteux

Stade Reims Dominique Colonna Bruno Rodzik Robert Jonquet (Cap.) Raoul Giraudo Armand Penverne Raymond Baratto Michel Leblond Roger Piantoni Just Fontaine Jean Vincent Robert Lamartine Ct: Albert Batteux

Young Boys Walter Eich Robert Bäriswyl Willy Steffen Anton Schnyder Heinz Bigler Heinz Schneiter Gilbert Rey Ernst Wechselberger Anton Allemann Eugen Meier (Cap.) Heinz Geiser Ct: Albert Sing

Mercoledì 15 aprile 1959 - BERNA (Stadio “Wankdorf”) Arbitro: Lucien VAN NUFFEL (BEL) - Spettatori: 60.000 Reti: 15’ Meier

Mercoledì 13 maggio 1959 - PARIGI (Stadio “Parco dei Principi”) Arbitro: Pieter Paulus ROOMER (NED) - Spettatori: 35.898 Reti: 41’-72’ Piantoni, 54’ Penverne

REAL MADRID-ATLETICO MADRID 2-1 (2-1)

ATLETICO MADRID-REAL MADRID 1-0 (1-0)

Real Madrid Rogelio Dominguez Miche José Emilio Santamaria Rafael Lesmes Juan Santisteban Antonio Ruiz Enrique Mateos José Hector Rial Alfredo Di Stefano (Cap.) Ferenc Puskas Francisco Gento Ct: Luis Antonio Carniglia

Atletico Madrid Manuel Pazos Feliciano Rivilla Alberto Callejo (Cap.) José Maria Mendiondo Chuzo Isacio Calleja Miguel Agustin Vavá Joaquin Peiró Enrique Collar Ct: Ferdinand Daucik

Atletico Madrid Manuel Pazos Feliciano Rivilla Alberto Callejo (Cap.) José Maria Mendiondo Chuzo Isacio Calleja Miguel Jorge Alberto Mendonça Vavá Joaquin Peiró Enrique Collar Ct: Ferdinand Daucik

Giovedì 23 aprile 1959, ore 20:30 - MADRID (Stadio “Santiago Bernabeu”) Arbitro: John Alexander MOWATT (SCO) - Spettatori: 120.000 Reti: 13’ Chuzo, 15’ Rial, 33’ Rig. Puskas Note: 35’ rigore sbagliato da Vavà (parato)

spareggio

Real Madrid Rogelio Dominguez Miche José Emilio Santamaria Rafael Lesmes Juan Santisteban Antonio Ruiz Raymond Kopa Enrique Mateos Alfredo Di Stefano (Cap.) José Hector Rial Francisco Gento Ct: Luis Antonio Carniglia

Giovedì 7 maggio 1959, ore 17 - MADRID (Stadio “Metropolitano”) Arbitro: Reginald LEAFE (ENG) - Spettatori: 50.000 Reti: 43’ Collar

finale

REAL MADRID-ATLETICO MADRID 2-1 (2-1)

REAL MADRID-STADE REIMS 2-0 (1-0)

Real Madrid Rogelio Dominguez Miche José Emilio Santamaria Rafael Lesmes José Maria Zarraga (Cap.) Antonio Ruiz Raymond Kopa Enrique Mateos Alfredo Di Stefano Ferenc Puskas Francisco Gento Ct: Luis Antonio Carniglia

Real Madrid Rogelio Dominguez Marquitos José Emilio Santamaria José Maria Zarraga (Cap.) Juan Santisteban Antonio Ruiz Raymond Kopa Enrique Mateos Alfredo Di Stefano José Hector Rial Francisco Gento Ct: Luis Antonio Carniglia

Atletico Madrid Manuel Pazos Feliciano Rivilla Alberto Callejo (Cap.) José Maria Mendiondo Chuzo Isacio Calleja Miguel Agustin Vavá Joaquin Peiró Enrique Collar Ct: Ferdinand Daucik

Mercoledì 13 maggio 1959, ore 17 - SARAGOZZA (Stadio “La Romareda”) Arbitro: Arthur ELLIS (ENG) - Spettatori: 20.000 Reti: 16’ Di Stefano, 18’ Collar, 42’ Puskas

Stade Reims Dominique Colonna Bruno Rodzik Robert Jonquet (Cap.) Raoul Giraudo Armand Penverne Robert Lamartine René Bliard Michel Leblond Just Fontaine Roger Piantoni Jean Vincent Ct: Albert Batteux

Mercoledì 3 giugno 1959, ore 19 - STOCCARDA (Stadio “Neckar”) Arbitro: Albert DUSCH (GER) - Spettatori: 72.000 Reti: 1’ Mateos, 47’ Di Stefano Note: 16’ Rig. sbagliato da Mateos (parato)

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calcio2000 49 dic 2013


speciale coppa campioni 1958/1959 COPPA CAMPIONI 1958/59

REAL MADRID

coppa campioni 1958/59 - real madrid Giocatore

Data Nascita

Naz

Ruolo

Presenze

Reti

Juan ALONSO

13.12.1927

ESP

Portiere

4

-2

Rogelio DOMINGUEZ

09.03.1931

ARG

Portiere

4

-3

José Emilio SANTAMARIA

31.07.1929

ESP

Difensore

8

0

Rafael LESMES

09.11.1926

ESP

Difensore

7

0

José Maria ZARRAGA

15.08.1930

ESP

Difensore

6

0

MARQUITOS (Marcos Alonso Imaz)

16.04.1933

ESP

Difensore

5

0

MICHE (Miguel García Martín)

19.05.1935

ESP

Difensore

3

0

Juan SANTISTEBAN

08.12.1936

ESP

Centrocampista

7

2

José Hector RIAL

14.10.1928

ESP

Centrocampista

6

2

Enrique MATEOS

15.07.1934

ESP

Centrocampista

5

2

Antonio RUIZ

31.01.1937

ESP

Centrocampista

5

0

JOSEITO (José Iglesias Fernandes)

23.12.1926

ESP

Centrocampista

1

0

Francisco GENTO

21.10.1933

ESP

Attaccante

8

1

Alfredo DI STEFANO

04.07.1926

ESP

Attaccante

7

6

Raymond KOPA

13.10.1931

FRA

Attaccante

7

1

Ferenc PUSKAS

02.04.1927

HUN

Attaccante

5

2

Luis Antonio CARNIGLIA

04.10.1917

ARG

Allenatore

8

Miguel MUÑOZ

19.01.1922

ESP

Allenatore

2

classifica cannonieri CLASSIFICA MARCATORI Giocatore Just FONTAINE (Stade Reims)

Reti Ogni

Rig.

Rig. Falliti N° %

Max Reti

Partite Giocate N° Minuti Titol.

10

63'

0

0

0,0

4

7

630

7

VAVÁ (Atletico Madrid)

8

116'

1

2

66,6

2

10

930

10

Alfredo DI STEFANO (Real Madrid)

6

104'

0

0

0,0

4

7

625

7

Joaquin PEIRÓ (Atletico Madrid)

6

155'

0

0

0,0

2

10

930

10

Enrique COLLAR (Atletico Madrid)

5

186'

0

0

0,0

2

10

930

10

Josef HAMERL (Wiener SC)

5

108'

0

0

0,0

4

6

540

6

Roger PIANTONI (Stade Reims)

5

162'

0

1

100,0

2

9

810

9

5

108'

0

0

0,0

2

6

540

6

Klaus ZINK (Wismut Aue)

anche tensioniLisbona) tra Sivori e il mister, IVSON le (Sporting Ljubisa Brocic, che a novembre sarà esonerato. Visti gli avversari che accedono agli ottavi, difficile capire chi possa impensierire il Real Madrid, oltretutto rinforzato dall’arrivo di Ferenc Puskas. L’ungherese è una scommessa: fermo da due anni, squalificato dalla FIFA per non essere rientrato in patria dopo i fatti del 1956, over 30 e sovrappeso, ma sarà ampiamente vinta. Negli ottavi la squadra di Luis Carniglia ha la meglio sul Besiktas, allenato da Leandro Remondini, ex giocatore di Milan, Napoli e Lazio. Il

2-0 del Bernabeu è firmato4 da Santial titolo 68' 0 fronte 0 allo 0,0Schalke 2 04,3 tornato 270 3 steban e Kopa, con Di Stefano espulso dopo i fasti del decennio 1933-1942, dall’arbitro Bonetto insieme ad Altay gli inglesi vengono beffati in casa da Münir. Koslowski al 90’ e perdono di misuIl ritorno finisce 1-1 e il Real accede ra in terra teutonica. Passano ai quarti senza problemi ai quarti. A fargli com- anche il Wiener Sport-Club, vincitopagnia i cugini dell’Atletico, che de- re del Dukla Praga, lo Young Boys vono spareggiare per avere la meglio (6-2 sull’MTK Budapest), il Wismut del CDNA Sofia, e il Reims, tornato Karl-Marx-Stadt e lo Standard Liegi, sulla scena europea dopo la perdita di a spese rispettivamente di Göteborg e Kopa, grazie ai gol del capocannoniere HPS Helsinki. Proprio al Real tocca del mondiale svedese, l’ex del Nizza eliminare i giustizieri della Juventus, Just Fontaine. Non vanno bene le cose che riescono a limitare i danni solo in al Wolverhampton, definiti solo tre casa, anche grazie all’espulsione di anni prima i “migliori del mondo”. Di Puskas per un fallaccio su Berschand.

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FAR WEST JUVE E ANCORA REAL

L’Atletico travolge lo Schalke: dopo un primo tempo senza reti, segnano Vavá su assist di Agustin, poi Peiró manda a rete Miguel e il rigore di Collar (fallo su Vavá) fissa il risultato sul 3-0. I tedeschi finiscono in dieci, espulso Borutta. Al ritorno l’Altetico subisce gol al primo giro di orologio, ma non si scompone e pareggia al 90’. Purtroppo il sorteggio, effettuato prima dei quarti, mette di fronte in semifinale le 2 squadre di Madrid, negando il derby in finale. Passano il turno anche lo Young Boys, che vince al play-off con il Wismut dopo due pareggi e il Reims che ribalta lo 0-2 di Liegi in casa dello Standard, con la rete di Piantoni e la doppietta di Fontaine al ritorno. L’andata della semifinale “nobile” si disputa nel boato dei 120.000 del Bernabeu. Il primo tempo, bello e roboante, è equilibrato e il risultato dà ragione al Real solo perché dal dischetto Vavá sbaglia e Puskas no. In precedenza era passato l’Atletico con Chuzo, gol pareggiato

dal rasoterra di Rial. Il secondo tempo, bloccato e col Real penalizzato dall’infortunio di Santisteban, non riserva emozioni. Anche al Metropolitano, al ritorno, la partita è bloccata ed è decisa da un errore della retroguardia delle “Merengues” di cui approfitta Collar. Non resta che giocare altri 90’, a La Romareda di Saragozza, per decidere chi volerà a Stoccarda. Il botta e risposta iniziale non sposta gli equilibri ed è Puskas, sul finire del tempo, a dare la finale. Sebbene ancora in dieci per l’infortunio di Lesmes, il Real conquista un 2-1 sofferto. L’altra finalista è ancora lo Stade Reims, come nella prima edizione e, come nelle prime tre, tornano ad affrontarsi due squadre latine. I francesi perdono la semifinale d’andata con lo Young Boys (1-0, Meier su assist di Flückiger), ma al ritorno a Parigi una doppietta di Piantoni e il gol di Penverne fanno staccare anche alla squadra di Batteux il biglietto per Stoccarda. Finisce il sogno dei ber-

nesi, che resistono fin quasi all’intervallo. A Stoccarda, il Real deve fare i conti con l’infortunio di Puskas, ma non si fa in tempo a iniziare che gli spagnoli sono già avanti, con Mateos che batte Colonna con un diagonale di esterno destro. Il risultato potrebbe presto ampliarsi. È sempre Mateos protagonista, nel bene e nel male: si procura un rigore e se lo fa parare da Colonna. Il Reims è meno forte di quello della prima finale e non riesce a pungere. A inizio ripresa Di Stefano mette il sigillo con un rasoterra da fuori area, angolatissimo. Kopa si fa male, si fa curare, rientra in campo, ma solo come comparsa. La partita scivola verso la fine senza sussulti, con un gol annullato a Gento, che calcia benissimo una punizione, dimenticandosi che fosse indiretta. L’arbitro Dusch fischia la fine, i bianchi di Madrid alzano la Coppa e l’Europa continua a domandarsi chi sarà, e quando, a mettere fine alla loro egemonia.


dove sono finiti?- Roberto Tricella

di Paolo Camedda

Intervista a Roberto Tricella, uno degli ultimi grandi “liberi” della storia del calcio italiano.

L’erede del Grande Scirea

N

ato a Cernusco sul Naviglio, il ‘paese dei liberi’, il 18 marzo 1959, Roberto Tricella cresce nel mito di Gaetano Scirea, che diventa il suo modello di riferimento. “Da ragazzo mi ispiravo a lui, – ammette ai microfoni di Calcio2000 – era intelligente, rapido e forte di testa. Alla Juventus ho avuto persino la fortuna di giocarci insieme”. Come ‘Gai’ e Galbiati, entrambi suoi concittadini che giocavano nel ruolo di libero, Tricella, decide di intraprendere la carriera di calciatore. “A 14 anni sono entrato nelle Giovanili dell’Inter, – racconta – e ho fatto tutta la trafila fino alla Prima squadra, dove approdai nella stagione 1977-78. Nel mio ruolo

52 calcio2000 dic 2013

c’era il capitano Bini, per cui per me le possibilità di scendere in campo erano poche”. Il giovane è spesso dirottato a centrocampo, così, dopo appena due stagioni in nerazzurro con 5 presenze, nel 1979 passa al Verona, in B, pur di giocare titolare. “A Verona ho vissuto 7 anni fantastici della mia carriera, che porterò per sempre con me – afferma l’ex difensore – Il primo fu molto impegnativo per i tanti spostamenti che dovevo fare: avevo preso casa a Bologna perché dovevo adempiere al servizio di leva sportiva, e da lì viaggiavo in macchina. Servivano costanza e dedizione al lavoro, in quei frangenti era più semplice mollare che andare avanti. Per me però allenarmi non è mai stato

un problema, e quella fu un’esperienza che mi fece crescere”. Capelli ricci al vento e volto da bravo ragazzo, Tricella dimostra con gli Scaligeri il suo talento e si afferma come un titolare inamovibile. Pur non velocissimo, aveva una tempistica perfetta nell’arte dell’anticipo, piedi buoni, che gli permettevano di essere il primo giocatore a impostare l’azione in fase di possesso palla, e visione di gioco. Alla sua terza stagione in gialloblu, con Bagnoli in panchina, gli Scaligeri vincono il campionato di Serie B. Tornati in Serie A, continuano a stupire. “L’impatto fu un po’ traumatico – sottolinea Tricella – perché perdemmo le prime 2 partite. Alla seconda andammo all’Olimpico, contro la Roma, e per l’occasione fummo ricevuti da Papa Wojtyla. Lì per lì sembrò che la sua benedizione non ci portasse fortuna, perché perdemmo con un calcio di rigore assegnato ai giallorossi al 90’. Poi però mettemmo in fila 5 vittorie consecutive e alla fine arrivammo a contendere lo Scudetto alla Roma, rilassandoci solo nel finale di campionato e piazzandoci al 4° posto”. Nel 1983-84 un 6° posto, che vale la partecipazione alla Coppa Uefa, ma è nel 1984-85 che la squadra di Bagnoli si supera conquistando uno storico Scudetto. “Fu l’anno del sorteggio arbitrale integrale – racconta Tricella – Per noi è stato come vivere un sogno, una cavalcata magica. Difficile renderci conto di quello che stava accadendo. Ancora oggi ricordo quella strana sensazione che provai andando allo stadio prima


Si ringrazia Panini per la gentile concessione delle immagini

della gara decisiva di Bergamo contro l’Atalanta. Portavo con me un biglietto che mi aveva scritto mia moglie”. Tricella è il capitano e uno dei leader silenziosi di quella squadra. “Con il Verona ho giocato 5 campionati di Serie A, ho fatto la Coppa dei Campioni e tre volte la Coppa Uefa. Per me è stata un’esperienza bellissima, l’unica nota negativa era che ogni anno si dovevano vendere un paio di buoni giocatori per rimpiazzarli con altri per esigenze di bilancio”. Nel 1988 anche per il capitano gialloblu arriva il momento della cessione. “Quell’anno io e De Agostini fummo venduti alla Juventus, io ero anche molto tifoso, nonostante da giovane avessi giocato nell’Inter. Andavo in una grande squadra, ma lasciavo una realtà dove ero stato benissimo. Ero contrastato, ma dovevo cogliere l’occasione”. I bianconeri cercavano l’erede di Scirea, proprio il modello di Tri-

cella, ormai a fine carriera. “A Torino andai con il magone, ma poi mi sono trovato molto bene – spiega – In quel momento la squadra era inferiore a Milan e Napoli, nonostante tutto abbiamo fatto 3 buone stagioni, vincendo una Coppa Italia e una Coppa Uefa. Il mio unico rimpianto è stato di non essere riuscito a dare tutto quello che volevo alla squadra”. Intanto il Verona dopo soli 5 anni dal titolo nel 1990 retrocede in Serie B. Lo stesso anno Tricella passa al Bologna. “Con i rossoblu fu una stagione sfortunata, terminata con la retrocessione in Serie B, l’unica della mia carriera. L’anno seguente cercavo una squadra di A, ma non arrivò l’offerta giusta e così a 32 anni decisi di ritirarmi”. In Nazionale Tricella trova poco spazio solo perché ha davanti a sé due mostri sacri come Scirea e Franco Baresi. “È vero, ho fatto un po’ da cuscinetto fra due grandi campioni –

Elegante e dotato di grande classe, Tricella è stato un libero modello

tricella nelle figurine panini

ammette – Io considero Scirea il più grande nel mio ruolo. Era un giocatore straordinario, ma per 2-3 anni, quando la sua carriera volgeva al termine, sono stato lì lì per giocarmela con lui. Baresi invece all’inizio era un gradino sotto perché un po’ troppo irruento nelle entrate. Quando ha capito dove sbagliava è diventato un campione straordinario e per me il discorso Nazionale si è chiuso, ma non mi lamento”. Nella sua intensa carriera, Tricella ha affrontato i più grandi: “Il più forte in assoluto era Maradona, – assicura – ma il più intelligente senza dubbio Platini. Il primo era tutto istinto, si vedeva che era nato per giocare a calcio, il secondo univa al talento la testa e per questo risultava micidiale”. Appese le scarpette al chiodo, Tricella intraprende una nuova attività. “Sono 20 anni che opero nel campo immobiliare, con un’altra vita e altri interessi che mi piacciono. Nel mio lavoro sono io stesso artefice del mio futuro, senza dover dipendere da nessuno”. La passione per il pallone però non si è mai assopita. “Quando vedo un campo verde – confessa – mi fermo sempre. Guardo le partite, anche se sono diventato più critico di prima, e spesso do delle spiegazioni ai miei figli, avendo vissuto in prima persona certe situazioni”. Quest’anno il Verona è tornato in Serie A e l’avvio di stagione è stato molto promettente. “Mi sembra che la squadra si sia rinforzata bene, facendo dei buoni innesti. La partenza è stata buona e le impressioni sono ottime, anche se la strada è ancora molto lunga”. Tricella e il Verona, un binomio che resta indissolubile.

calcio2000 53 dic 2013


A un passo dalla gloria - pietro maiellaro

di Alfonso Scinti Roger

Storia di un fenomeno dai colpi sublimi ma dalla scarsa continuità…

LA CADUTA DELLO ZAR

M

ai soprannome si dimostrò tanto impegnativo quanto profetico. Pietro Gerardo Maiellaro è noto ai calciofili come “lo zar di tutte le Puglie” e ancora oggi resta vivo nella memoria dei tifosi che ne hanno ammirato i preziosismi stilistici il ricordo della classe di cui il dio del calcio ha dotato generosamente questo centrocampista offensivo. Nato a Candela nel 1963, lascia giovanissimo il Lucera e la provincia foggiana per militare nella primavera dell’Avellino (anno 1981-1982), dove matura con altre belle speranze come Giovanni Cervone, Nando De Napoli e Gigi Marulla. Per il torneo seguente milita nel Varese e, secondo la consolidata tradizione del club lombardo, trova lo spazio per farsi notare, avvantaggiandosi delle cure benefiche di un vero perfezionatore di talenti come Eugenio Fascetti. Tra tante promesse deve accontentarsi del ruolo di comprimario (17 presenze e 1 rete), ma ciò basta per tornare in Irpinia per il campionato ’83-’84. Allenati da Fernando Veneranda, prima, e da Ottavio Bianchi, poi, i lupi centrano la salvezza ben orchestrati in campo dal classico regista Franco Colomba e forti, sotto rete, di un duo d’attacco tutto sudamericano, composto dall’argentino Ramon Diaz e dal peruviano Geronimo Barbadillo. Maiellaro esordisce in A alla settima giornata, al Partenio, per un pari ad occhiali contro il Catania, di seguito trova una maglia da titolare (la n. 9) tre turni dopo nella disfatta di Verona (3-0), che

54 calcio2000 dic 2013

costa la panchina a Veneranda. Dopo, il fantasista pugliese subentra altre due volte come sostituto (alla dodicesima e tredicesima giornata), quindi scompare, sommando solo 6 apparizioni. La stagione successiva scende nel girone B della C1, a Palermo, figurando tra i protagonisti della promozione tra i ca-

detti (25 volte in campo e 2 gol), ma ha appena il tempo di vestire in altre quattro occasioni i colori rosanero, perché si rituffa in terza serie accettando il trasferimento al Taranto e centrando, anche stavolta, da primattore (7 reti in 26 gare) la promozione in B, dove finalmente disputa il torneo 1986-1987 sempre con gli


Si ringrazia Panini per la gentile concessione delle immagini

ionici, senza però brillare (31 presenze, 3 segnature ed una salvezza in extremis). L’anno dopo Maiellaro resta in B e nella sua Puglia, ma passa al Bari e qui inizia la sua seconda giovinezza: in due campionati prende forma quel collettivo che conquisterà l’ascesa nella massima serie, praticamente scontata se, agli ordini del tecnico Gaetano Salvemini, oltre al buon Pietro, i galletti potevano contare sulla regia dell’ex nazionale Antonio Di Gennaro e sulla vena realizzativa di due punte navigate come Paolo Monelli e Lorenzo Scarafoni. Con 9 gol in 34 incontri il fantasista foggiano si consacra trascinatore di quella squadra, insostituibile anche in A, per le stagioni ’89-’90 e ’90-‘91, quando il sodalizio caro ai fratelli Matarrese scrive indimenticabili pagine di bel calcio grazie ai gol del brasiliano tascabile João Paulo e del guizzante romeno Florin Raducioiu. Ma il vero faro della manovra è lui, il n. 10 che nel biennio colleziona 54 presenze e figura per 13 volte nel tabellino dei marcatori. È questo il tempo del regno di «Pietro lo zar», che mette in vetrina tutto il suo campionario di prodezze, dai dribbling vertiginosi alle serpentine funamboliche ed alle finte mozzafiato, con gol di destro, di sinistro, su punizione e rigore, sotto misura e dalla lunga distanza. Incancellabili nella memoria dei supporters baresi una cannonata dal limite nell’incrocio dei pali difesi da Ferron (con la quale inaugura un sonoro 4-0 casalingo contro l’Atalanta), un pallonetto sublime a superare l’estremo cagliaritano Ielpo, dopo un tunnel al marcatore di

maiellaro nelle figurine panini

turno (Bari-Cagliari 4-1), ed una splendida doppietta contro il Bologna in casa (4-0), con tanto di eurogol da distanza siderale per la seconda rete che inebetisce il felsineo Valleriani. Senza dimenticare che il genietto di Candela mise da solo al tappeto la Juve-champagne di Roby Baggio e Totò Schillaci una domenica di novembre del 1990, propiziando entrambi i gol che stesero per 2-0 l’undici allenato da Maifredi e mandarono in visibilio la platea del S. Nicola. Ce n’era d’avanzo per destare l’attenzione degli addetti ai lavori e per giocarsi, alle soglie dei trent’anni, la chance con un club di maggior blasone, così Maiellaro firma per la Fiorentina di Mario Cecchi Gori e si aggrega a compagni del valore di Gabriel Batistuta, Stefano Borgonovo e Carlos Dunga. Pietro – che in organico rileva il cecoslovacco Luboš Kubik, ceduto al Metz sebbene perfino Indro Montanelli si fosse scomodato perché restasse – inizia la sua nuova avventura nella città gigliata nel migliore dei modi e nei primi quattro turni centra per due volte il bersaglio, poi qualcosa s’inceppa e non incide più come saprebbe, non figurando sempre nell’undici-base di Gigi Radice; quando poi vi fa ritorno perde pure la sua n. 10 a beneficio di un’altra promessa non mantenuta del nostro football, l’ex juventino Massimo Orlando, molto più giovane di lui e già affermatosi in maglia viola con un’ottima stagione precedente. Chiude con 25 apparizioni e solo quattro volte va a bersaglio.L’arrivo lungo le sponde dell’Arno dell’argentino Diego Latorre (l’ennesimo di un’interminabile fila di pretendenti all’eredità dell’inarrivabile Diego Maradona) e la conferma di Orlando spingono Pietro a far le valigie, durante il mercato di riparazione nell’autunno del ’92, ed a cercar fortuna altrove, purtroppo senza successo. Fa tappa per un anno sia a Cosenza che a Palermo (in B), emigra perfino nel lontano Messico per un’altra stagione, poi chiude di nuovo in Italia a Benevento e Campobasso. Finisce con questo finale poco glorioso la storia di un piccolo idolo, che non ha saputo trarre profitto dalla sua perma-

Ancora oggi i piedi di Maiellaro sono vellutati, come ai tempi d’oro

nenza fiorentina per compiere il definitivo salto di qualità. Oberato dal peso dell’ancora recente e schiacciante eredità del «putto» Giancarlo Antognoni, magari non abituato alla concorrenza interna, lui che nel capoluogo pugliese dominava indiscusso, lo zar Maiellaro ha abdicato in fretta e ha chiuso la sua storia agonistica nell’esilio, tutt’altro che dorato, delle serie inferiori. Chi aveva incantato Bari e l’intera penisola, contribuendo a scrivere alcune delle più esaltanti pagine della storia del club pugliese, non ha saputo ripetersi lontano dalla sua terra natale, nella quale nessuno avrebbe mai potuto immaginare, ammirando le meraviglie di cui è stato capace, di trovarsi dinanzi ad un’altra stella cadente del nostro calcio.

calcio2000 55 dic 2013


ai miei tempi allenavo così - giovanni galeone

di Stefano Benetazzo

Intervista a Giovanni Galeone, profeta del calcio offensivo negli Anni ‘8O e ‘9O.

Nemo propheta in Patria

U

na vita spesa sui campi da calcio da nord a sud, il Pescara nel cuore, i ricordi del Supercorso di Coverciano e i tanti allievi lanciati nel corso degli anni. Pensieri e parole di Mister Giovanni Galeone, intervistato in esclusiva per Calcio2000 tra un meritato riposo e dei giretti in spiaggia. Mister, da calciatore ha militato nella Ponziana, nel Monza e nell’Udinese, affiancando compagni del calibro di Albertosi, Salvadore e Facchetti. Come mai ha smesso così presto? “All’epoca non si giocava per tanto tempo, io ho smesso a 31 anni nell’Udinese per una scommessa: dissi che se non avessimo vinto il campionato e non sa-

56 calcio2000 dic 2013

remmo stati promossi mi sarei ritirato, e così è stato”. Quali sono le differenze dal calcio dei suoi inizi a quello attuale? “Una su tutte: ai miei tempi gli allenatori che ho avuto puntavano moltissimo sulla tecnica e meno alla tattica. Inoltre la preparazione fisica non esisteva”. Dal campo alla panchina: gli inizi come vice nell’Udinese e le prime esperienze con Pordenone e Adriese prima di frequentare il Supercorso di Coverciano. Cosa ricorda di quel periodo? “Erano squadre che giocavano molto bene al calcio, il livello era superiore e le differenze molto marcate; l’Adriese che allenavo io potrebbe tranquillamente giocare in Serie B. Ricordo un Super-

corso fantastico e di assoluta avanguardia, allenatori sia italiani che stranieri venivano a dare il loro contributo; inoltre stava nascendo la figura del preparatore atletico”. A seguire le panchine della Cremonese, della Sangiovannese e del Grosseto. Che esperienze sono state? “Belle e molto positive; la Sangiovannese era composta da giovani tra i quali figurava Franco Baldini, bravissimo e intelligente ragazzo oltre che grande calciatore. Mi piace lavorare con i giovani perché assorbono tutto e apprendono bene, ti capiscono e danno molte idee. Il Grosseto invece l’ho preso penultimo e siamo arrivati settimi con una bella squadra”.


L’Udinese nel destino: l’inizio da allenatore, il ritorno nelle giovanili e le esperienze in prima squadra, in due diversi momenti, l’ultima delle quali condita dalla promozione in Serie A. “Ero stato richiamato da Dal Cin, colui che nel 1975 mi aveva mandato via; successivamente aveva cominciato a richiamare tutti, me compreso. È stata una bella esperienza, tra le più significative. La seconda volta venni chiamato da Sogliano, la proposta economica che mi fece nella sua villa di Varese fu quasi irrisoria; presi la squadra settima in classifica ma con i giocatori che c’erano era impossibile non essere promossi, quegli stessi calciatori che fecero poi la fortuna di Zaccheroni”. Bianconeri e biancazzurri, un’altra squadra importante è stata il Pescara, allenata tre volte. È questa la società che più è rimasta nel cuore? “La più importante in assoluto: pochi giorni fa ho preso un’onorificenza a Pescara assieme a persone che hanno fatto la storia della città. Mi vogliono bene e la cosa è reciproca, gli abruzzesi mi hanno fatto conoscere al calcio. La prima promozione è una cosa irripetibile, nessuno ha fatto quello che facemmo noi, andando in ritiro con 14 giocatori e senza sapere quale categoria disputare. Il ripescaggio in Serie B, una cavalcata pazzesca e la promozione in Serie A assieme al Pisa…bellissimo”. A completare il suo curriculum le esperienze con SPAL, Como, Perugia, Napoli e Ancona. “Como è stata un’esperienza triste, tecnicamente era una buona squadra ma c’erano grandi problemi; a Perugia è stato fantastico, mi convinse Pieroni, presi una squadra penultima in classifica e risalimmo fino alla promozione in Serie A; il Napoli fu l’unica esperienza negativa, la peggiore di tutte perché arrivai quando l’epopea di Ferlaino stava finendo”. A marzo ha rifiutato il ritorno sulla panchina del Pescara: come mai? “Non mi piace più l’ambiente, i calciatori hanno troppo potere, non mi interessa più. Dentro lo spogliatoio ci vuole rispetto, ma i giocatori non rie-

Galeone non ha mai interferito con la vita privata dei giocatori, a patto che rendessero in campo

scono a capirlo, comandano loro, fanno quello che vogliono e sono cose che non concepisco”. Lei ha utilizzato spesso il 4-3-3, privilegiando la fase offensiva a quella difensiva: all’epoca era più facile adottare lo stesso modulo rispetto ad oggi? “Io giocavo a zona e ritengo che quel modulo mi abbia dato dei vantaggi. Allora andavano di moda il tornante, il fluidificante e le due punte che si incrociavano mettendo in difficoltà chi giocava a uomo. Chi adottò questo modulo negli anni ha avuto dei vantaggi”. Ritiene giusto adottare moduli diversi adattandolo all’avversario oppure è corretto portare avanti le proprie idee? “Rimasi folgorato quando vidi per la prima volta il 4-2-3-1, era l’11 Settembre del 2001 e la Roma ospitava il Real Madrid che giocava proprio con questo modulo. Oggi chi vince lo utilizza spesso, ritengo quindi che avere un sistema di gioco e una propria identità sia la cosa migliore”. Come impostava il rapporto con i giocatori? Cosa non tollerava, in campo e fuori?

“Non ho mai avuto problemi con i giocatori, a parte qualche piccolo dissidio negli ultimi anni. Con me sono stati tutti liberi di fare quello che volevano della loro vita privata, io pretendevo un certo comportamento negli spogliatoi e soprattutto in campo, poi al di fuori erano affari loro”. Tra i suoi allievi conta nomi di prestigio quali Allegri, Gasperini e Giampaolo; chi le somiglia di più? “Camplone (allenatore del Perugia, ndr) fa giocare bene la squadra, tra tutti coloro che privilegiano la fase offensiva è l’unico che mi somiglia di più. Anche in Allegri ritrovo alcuni aspetti mentre Gasperini non l’ho mai visto allenare. Mi somiglia molto Garcia della Roma, anche se non è stato mio allievo”. Molti allenatori ultimamente siedono in panchina senza esperienza. Quanto conta la gavetta? “Bisogna chiederlo ai presidenti, tutti cavalcano l’onda della positiva esperienza di Guardiola; qualche ex giocatore che diventa allenatore rivelandosi bravo da subito ci può stare, ma non può essere una regola. Una volta era un po’ più dura di oggi”. calcio2000 57 dic 2013


top 11 - polonia

di Antonio Vespasiano

Nazionale di talento, anche se i risultati non sono sempre stati all’altezza delle aspettative…

IL “LATO” POLACCO...

N

onostante il calcio in Polonia affondi le proprie radici sin dall’inizio del secolo scorso, quando ingegneri minerari inglesi ne avevano diffuso la pratica, lento è stato il suo sviluppo. Vero è che la Federazione nacque nel 1919 e che l’affiliazione alla FIFA avvenne quattro anni dopo, ciononostante per poter godere dei primi successi internazionali c’è stato bisogno di attendere gli anni ’70, periodo di massimo splendore del calcio polacco. I motivi di questo incredibile ritardo sono facilmente rintracciabili nella tribolata situazione in cui la Polonia si è venuta a trovare durante e dopo lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, con l’annes-

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sione al Terzo Reich, seguita dal lungo martirio della operazioni belliche e poi dalla riorganizzazione socio-culturale del comunismo. Solo quando il Paese s’è assestato al di là della Cortina di ferro è stato possibile lavorare ad un modello di calcio che seppe trarre il meglio da tre elementi: la cultura del lavoro e dell’organizzazione tattica (tale da permettere un fortunato connubio tra rigore difensivo e fantasia offensiva), una preparazione fisica all’avanguardia e la compresenza di una irripetibile generazione di talenti. Ingredienti questi sapientemente mixati dal leggendario Kazimierz Górski, C.T. polacco durante i fantastici anni ’70. Unico acuto prima di allora era stato lo straordinario otta-

vo di finale perso 6-5 ai supplementari con il Brasile di Leȏnidas ai Mondiali del 1938. L’epoca d’oro del calcio polacco ha inizio con i Giochi Olimpici di Monaco nel 1972, nei quali, contro ogni pronostico, la squadra guidata in campo da Lubański sconfisse 2-1 la favorita Ungheria e vinse la medaglia d’Oro. Due anni dopo si qualificò ai Mondiali tedeschi a discapito dell’Inghilterra centrando un incredibile terzo posto (1-0 al Brasile), dopo aver fatto paura ai futuri Campioni del Mondo della Germania Ovest. Nel 1976 ancora una medaglia olimpica impreziosì il palmares polacco, questa volta però d’Argento visto il 3-1 patito ai danni della Germania dell’Est. Grazie a questi successi la Polonia divenne una delle squadre da battere a livello mondiale, ed è con questa etichetta che si presentò a Spagna ’82 centrando un altro terzo posto (3-2 alla Francia). Spentasi la generazione d’oro, dalla metà degli anni ’80 è iniziato un lento declino. E non inganni l’argento olimpico del 1992; il serbatoio delle giovanili del calcio polacco ha smesso di sfornare talenti. Dopo aver raggiunto i Mondiali del 1986 la Polonia ha dovuto aspettare sedici lunghi anni prima di qualificarsi di nuovo per un Campionato del Mondo (Corea & Giappone 2002) per giunta grazie soprattutto alla naturalizzazione del nigeriano Olisadebe. Solo nel 2008, invece, ha fatto l’esordio assoluto ad in un Campionato Europeo. Per tradizione, infatti, la Polonia ha sempre offerto il meglio di sé sul palcoscenico


Mondiale; c’è da dire però che l’ottima impressione fatta, soprattutto a livello infrastrutturale, durante gli Europei dello scorso anno lascia ben sperare per un riscatto futuro del calcio polacco, a patto però che il settore giovanile mostri segnali di risveglio. LA FORMAZIONE DI SEMPRE UNA DIFESA BUNKER Il titolo quale miglior portiere polacco di tutti i tempi spetta a JAN TOMASZEWSKI. Nonostante i diversi successi internazionali (terzo posto ai Mondiali del ’74, medaglia d’Argento alle Olimpiadi del ’76 e ben 59 presenze in Nazionale), indimenticabile nella sua carriera resta il 17 ottobre 1973 quando a Wembley la Polonia fece lo sgambetto ai Maestri inglesi pareggiando 1-1 ed estromettendoli per la prima volta nella loro storia da un Mondiale. Eroe della serata con le sue strepitose parate fu proprio Tomaszewski, che chiuse la porta ai disperati assalti inglesi spazzando via i pregiudizi sul suo conto che lo dipingevano come poco affidabile e senza personalità. Si confermò poi al Mondiale tedesco, durante il quale parò ben due rigori. Peccato che il regime comunista gli impedì di trasferirsi all’estero prima dei trent’anni, precludendogli di fatto maggiori fortune. Come secondo preferiamo alle bizzarrie di Jerzy Dudek l’affidabilità del baffuto JÓZEF MŁYNARCZYK, portiere titolare nella fortunata spedizione Mondiale del 1982 così come in quella del 1986. Dopo i successi in Patria, dove vinse due Campionati consecutivi e il titolo quale miglior giocatore polacco nel 1983, s’impose sul palcoscenico internazionale con la maglia del Porto, indossata per tre stagioni durante le quali vinse Campionato, Coppa dei Campioni, Coppa Intercontinentale e Supercoppa Europea. Come terzino destro merita il posto ANTONI SZYMANOWSKI. Dall’Oro olimpico del ’72 fino ai Campionati del Mondo del ’78 la fascia destra della Nazionale, la cui maglia ha vestito 82 volte, è stata di sua proprietà. Brillante nella fase difensiva, esprimeva il meglio

Tra i nuovi assi, il nome più brillante è quello di Lewandowski, stella del Borussia

di sé però quando s’involava sulla fascia come un’ala. Sportivo del secolo per i tifosi del Wisla Cracovia, club di cui è rimasto un idolo. Professionista serio e carismatico, secondo Alf Ramsey era il miglio terzino europeo del suo tempo. A sinistra ZYGMUNT ANCZOK, dopo il precoce esordio in Nazionale a 19 anni, confermò le sue qualità nel ’66 (stagione in cui fu nominato calciatore dell’anno) in una tournée della Polonia in Sudamerica, dove seppe tener testa a giocatori del calibro di Pelè e Garrincha. Mai prima di allora in Polonia s’era visto un giocatore con le sue caratteristi-

che, “Ana” infatti faceva della velocità e dell’agilità le sue armi migliori. L’anno prima di vincere la medaglia olimpica a Monaco era in campo nell’All Star Team FIFA per la partita di addio di Lev Yashin. Il ruolo di stopper calza a pennello a JERZY GORGOŃ, fisico statuario, “il gigante biondo” lo chiamavano, ciononostante non era un giocatore monodimensionale. Bravo in marcatura ma anche nel controllo di palla e nei movimenti difensivi. Temuto e rispettato, non solo per la sua stazza, era il pilastro della retroguardia della Polonia durante il periodo d’oro degli anni ’70. Oro olimpico nel ’72, Argento nel ’76. Ha preso parte a tre Mondiali, tra cui quelli del ’74 chiusi al terzo posto. Con il Górnik Zabrze vinse due Campionati e cinque Coppe Nazionali, sfiorando anche la vittoria in Coppa delle Coppe nel ’70. Libero WŁADYSŁAW ŻMUDA leader difensivo della Polonia di Górski, che, nonostante i suoi 20 anni, gli affidò le chiavi del reparto al Mondiale del ’74, quello chiuso con un clamoroso terzo posto e il riconoscimento di miglior giovane della manifestazione. A causa del divieto per i calciatori polacchi di trasferirsi all’estero, se non dopo una certa età, Żmuda mostrò tutte le sue qualità sempre ai Campionati del Mondo. Ne giocò

Anczok Boniek

Gadocha

Żmuda

Tomaszewski

Kasperczak

Lubański

Gorgoń Deyna

LATO

Szymanowski

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top 11 - polonia

ben quattro. È in Spagna, nel 1982, che raggiunse il picco della sua carriera tanto che il C.T. brasiliano Santana ebbe a dire: “Se avessi avuto nella mia squadra una coppia come Janas e Żmuda, tutte le altre nazioni avrebbe solo bisogno di concentrarsi sulla lotta per il secondo posto”. Dopo i successi con il Widzew Łódź venne a giocare anche al Verona, ma la sua fu una parentesi sfortunata. La coppia di terzini in riserva è composta da WŁADYSŁAW SZCZEPANIAK, capitano della Polonia ai Mondiali del ’36, dopo gli inizi come attaccante si trasferì in difesa, diventando uno dei pilastri della Nazionale,

Zmuda, ex fuoriclasse della Polonia visto anche in Italia con la Cremonese e Verona

con la quale giocò 34 partite nell’arco della sua ventennale carriera, durante la quale colse un quarto posto alle Olimpiadi di Berlino nel ’36. Destro di piede ma schierato sempre a sinistra ADAM MUSIAŁ era un difensore irriducibile, un vero leone in campo. Fumantino nel carattere, talvolta persino irresponsabile, ma idolo dei tifosi per la sua combattività. Bronzo ai Mondiali del ’74. Al centro PAWEŁ JANAS centrale affidabile, sempre corretto e pulito negli interventi, compose con Żmuda una fenomenale coppia difensiva ai Mondiali del 1982, chiusi al terzo posto. In Patria era uno dei più apprezzati stopper e quando si trasferì all’Auxerre fu nominato miglior difensore della Ligue 1 nel 1986. Libero di riserva STANISŁAW OŚLIZŁO, altro grande difensore della scuola polacca. Capitano del Górnik Zabrze, finalista in Coppa delle Coppe nel 1970, sconfitto 2-1 dal Manchester City (suo il gol della bandiera). 57 presenze in Nazionale e quattro volte miglior giocatore polacco. DEYNA SI NASCE Nel centrocampo a tre prezioso è il contributo di HENRYK KASPERCZAK, giocatore indispensabile per gli equilibri della squadra, mediano “olandese”

Vecchia Polonia e nuovi Polacchi

in quella Polonia che stupì tutti, Italia compresa, piazzandosi terza ai Mondiali del ’74. Complemento ideale di Deyna, visto il dinamismo e la vivace aggressività del suo gioco che non si limitava a compiti di sola rottura viste le frequenti incursioni offensive. Argento alle Olimpiadi del ’76 anno in cui fu nominato calciatore polacco dell’anno. Regista della Polonia è KAZIMIERZ DEYNA campionissimo e uomo simbolo di una generazione d’oro che negli anni ’70 sbalordì l’Europa e il Mondo. Tecnica da fuoriclasse, visione di gioco impareggiabile, passo compassato ma tocco morbidissimo. In campo era un collettore di gioco e idee, il suo era un calcio di sentimento e poesia calato nel cuore della macchina da gioco di Górski. Uno di quei talenti che nascono una volta ogni cent’anni. Oro alle Olimpiadi del ’72 (in cui fu anche capocannoniere), Argento in quelle del ’76, in mezzo il terzo posto ai Mondiali di Germania dove Pelè lo incoronò miglior giocatore della manifestazione, con tanto di terzo posto nella graduatoria del Pallone d’Oro. Completa il trio ZBIGNIEW BONIEK, probabilmente il giocatore polacco più conosciuto, vuoi per le sue indiscutibili qualità tecniche, vuoi per la vetrina che seppe offrirgli la Juve nei primi anni

di Antonio Vespasiano

Anche la fredda e grande Polonia ha avuto nella sua storia calcistica, soprattutto recente, un buon numero di giocatori naturalizzati. Naturalizzazioni che spesso non hanno goduto dei favori della critica, soprattutto perché ai giocatori in questione si è imputato di aver fatto una scelta “di comodo”, grazie alla quale hanno potuto calcare palcoscenici internazionali altrimenti difficilmente raggiungibili. Glaciale è stato al riguardo il grande Tomaszewski (che pure ha origini lituane) che ha chiosato: “Giocano con il nostro passaporto perché rifiutati a casa loro”. Due i francesi naturalizzati: il difensore del Betis Siviglia Damien Perquis e il centrocampista del Bordeaux Ludovic Obraniak. Altrettanti i tedeschi: Sebastian Boenisch e Eugen Polanski, entrambi nati in Polonia ma cresciuti in Germania, salvo però scegliere di giocare per la Nazionale polacca non prima però di aver indossato la maglia dell’under 21 tedesca, di cui Polanski è stato anche capitano (Boenisch addirittura ha vinto l’Europeo under 21 nel 2009). Ernest Wilimowski, uno dei migliori giocatori polacchi di sempre, nacque nel 1916 a Katowice, cittadina della Slesia (lui si è sempre definito slesiano) attualmente in territorio polacco ma all’epoca governata dalla Germania. Indimenticabile resta la naturalizzazione del nigeriano Emmanuel Olisadebe, non solo per il colore della sua pelle, ma anche per l’impatto che ebbe: 25 presenze e 11 reti, con tanto di partecipazione al Mondiale del 2002 agguantato proprio grazie ai suoi gol nelle qualificazioni. Dopo Olisadebe un altro colored ha vestito la maglia della Polonia, si tratta del centrocampista brasiliano Roger Guerreiro, che ha accumulato 25 presenze e 4 gol e la partecipazione agli Europei del 2008. Tempo fa anche Robert Acquafresca (polacco da parte di madre) è stato vicino ad indossare la maglia della Polonia, salvo però rinunciarvi.

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IL “LATO” POLACCO…

i top 11 polacchi nelle figurine panini

’80, quella di Platini e dei successi internazionali nei quali c’era sempre il suo zampino tanto da guadagnarsi l’appellativo di “bello di notte”, in virtù delle sue prestazioni in campo europeo dove si giocava in notturna appunto. Centrocampista offensivo dall’innata duttilità e dall’esplosiva falcata che sprigionava in fulminee progressioni. In Nazionale ha giocato tre Mondiali tra cui quelli del 1982 terminati al terzo posto. Tra le riserve ZYGMUNT MASZCZYK, infaticabile podista della linea mediana. Pilastro del Ruch Chorzów club nel quale militò 14 stagioni, vincendo tre Campionati e una Coppa di Polonia. Con la Nazionale “Zyga” vinse le Olimpiadi del ’72 e fu Argento nel ’76. Ai Mondiali del ’74 faceva coppia con Kasperczak nel cuore del centrocampo biancorosso. Degno di menzione è anche ZYGRFRYD SZOŁTYSIK, imprendibile folletto (162 cm) del cuore grande e dalla tecnica raffinata. Astuzia, velocità, scaltrezza erano queste le qualità grazie alle quali teneva testa ad avversari ben più dotati atleticamente. Proverbiale la sua intesa con Lubański nello Górnik Zabrze, più volte portato al successo, e in Nazionale dov’è stato tra i protagonisti dell’Oro olimpico del ’72. Tra i grandi centrocampisti polacchi merita di essere citato anche MIROSŁAW OKOŃSKI, professione trequartista, è stato un grandissimo talento anche se mai del tutto all’altezza delle sue potenzialità. Popolare tra i tifosi non solo per i suoi gol ed i suoi dribbling ma anche per il suo carattere da showman.

TRIDENTE MONDIALE L’attacco non poteva che essere schierato col tridente. Sulla destra GRZEGORZ LATO, capocannoniere con 7 gol del Mondiale del ’74. Giocatore tanto imprevedibile quanto indisciplinato. Scatto bruciante, artista del dribbling, aveva il gol nel sangue. Fu la stella dello Stal Mielec con il quale vinse due Campionati. 100 le sue presenze in Nazionale con uno score di 45 gol che lo collocano al secondo posto in entrambe le graduatorie. La maglia numero 9 spetta a WŁODZIMIERZ LUBAŃSKI, centravanti di straordinario impatto, in assoluto uno dei migliori giocatori polacchi di sempre. Negli anni ’60, quando col Górnik Zabrze andò in Sudamerica per una tournée i giornalisti brasiliani scrissero “arriva il Pelè bianco”. Attaccante che mixava forza ed eleganza, istinto del gol e raffinatezza. Miglior marcatore di sempre della Nazionale (con la quale aveva esordito appena sedicenne) con 48 gol, era il punto di riferimento offensivo degli schemi di Górski. Medaglia d’Oro alle Olimpiadi del ’72, un intervento killer di Alan Ball gli costò il Mondiale del ’74 ma la sua assenza spalancò le porte a Lato. Incubo delle difese avversarie, la Federcalcio lo ha eletto quale giocatore simbolo della Polonia. Ala sinistra il funambolico ROBERT GADOCHA, imprendibile e irriverente esterno offensivo. Sopraffino controllo di palla, dribbling mortifero e cross millimetrico, era questa la sequenza

con la quale metteva sistematicamente a sedere gli avversari. Protagonista alle Olimpiadi del ’72, tanto che perfino il Real Madrid s’era mosso per acquistarlo dal Legia Varsavia. S’impose al Mondiale del ’74 dopo il quale divenne il primo giocatore polacco ad attraversare la Cortina per giocare in un club occidentale. Primo tra le riserve ERNEST WILIMOWSKI, il più forte giocatore polacco d’anteguerra e probabilmente uno dei più forti di sempre. Grande atletismo, impareggiabile fiuto del gol (in una gara ne mise a segno addirittura 10!). Clamoroso il suo score con la Nazionale: 22 presenze e 21 gol di cui ben 4 nella sconfitta 6-5 contro il Brasile ai Mondiali del ’36. Altro grande centravanti polacco è stato il “diavolo” ANDRZEJ SZARMACH. Agile, veloce, l’area di rigore era il suo terreno di caccia. Fantastico nel gioco aereo, si diceva che era pronto a mettere la testa là dove gli altri avevano paura di mettere le gambe. L’infortunio di Lubański gli permise di giocare titolare nel Mondiale del ’74, chiuso con 5 gol, due anni dopo, invece, fu capocannoniere alle Olimpiadi di Montréal. L’eredità dei grandi bomber polacchi del passato pesa ora sulle spalle di ROBERT LEWANDOWSKI, centravanti del Borussia Dortmund. Giocatore completo in grado di fare la differenza ad altissimi livelli, capace di rifilare quattro gol al Real Madrid nella semifinale di Champions dell’anno scorso. Tra i migliori bomber europei attualmente in circolazione.

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altrove - Fellype Gabriel

di Sergio Stanco

Samba negli Emirati Intervista a Fellype Gabriel, trequartista brasiliano che dal Botafogo si è trasferito all’Al Sharjah.

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e gli italiani sono un popolo di “mammoni”, i brasiliani sono l’esatto contrario. Soprattutto nel calcio. I giovani verdeoro non hanno paura di trasferirsi anche in campionati meno “tele-esposti” ma comunque in grado di regalare emozioni dentro e fuori del campo e, soprattutto, esperienze di vita. Conosciamo Fellype Gabriel, 27enne trequartista brasiliano che da faro del Botafogo è andato ad illuminare gli Emirati Arabi. Hai lasciato il Botafogo per trasferirti in Arabia: è stata una scelta sofferta? La rifaresti? “Il cambiamento, in generale, compor62 calcio2000 dic 2013

ta difficoltà più che sofferenza. Diciamo che in Brasile la mia vita era strutturata: i bambini a scuola, mia moglie aveva la sua routine. Ma i cambi sono parte della vita da atleta. Fosse ancora per il bene della mia famiglia lo rifarei ancora”. Com’è stato l’ambientamento? Qual è stata la cosa che ti ha sorpreso di più quando sei arrivato, a cosa ti sei abituato subito, a cosa non riesci ad abituarti? “All’inizio si avverte subito il cambio di cultura. Sono arrivato durante il Ramadan e non c’era un ristorante aperto, dato che i musulmani praticanti devono astenersi dal bere e dal man-

giare dall’alba al tramonto. Quello che mi ha sorpreso maggiormente è stato il caldo. Quando sono uscito dall’aeroporto il mio primo istinto è stato quello di rientrare subito dentro (ride, ndr) ma mi abituerò. Mi sono abituato subito invece al lavoro quotidiano con la squadra. Pensavo sarebbe stato più difficile, invece tutto è andato liscio e tra di noi si parla e si scherza tanto”. La vita deve essere molto differente rispetto al Brasile: cosa ti manca della tua terra? “Sì, è un po’ diverso. In Brasile tutto ha dei ritmi più veloci. Basti pensare che ci sono talmente tante partite da giocare che non c’è tempo per altro.


Credit Photo: Ufficio Stampa Al Sharjah

Quello che mi manca è la vita sociale con i miei cari e i miei amici”. Non ti spaventano le scelte difficili visto che nel 2010 hai scelto il Giappone: che ricordi hai di quella esperienza? “Non mi spaventano assolutamente. Sono sempre stato in grado di adattarmi bene ai posti dove ho vissuto e così sarà per i posti dove vivrò. Il Giappone è stata una bella esperienza, sia dal punto di vista personale che professionale. È un paese molto organizzato e strutturato che ti permette di lavorare bene. Inoltre è molto ospitale e rispettoso nei confronti degli stranieri, anche perché ci sono tanti brasiliani che vivono lì”. Com’è il calcio negli Emirati? Pro e contro? “Il calcio è in evoluzione. Ogni anno si cerca di aggiungere professionalità al movimento, migliorando le strutture, ma si è ancora qualche passo indietro rispetto ad altri paesi. Il calendario è un fattore positivo, perché non c’è lo stesso numero di partite come in Brasile. In questo modo i calciatori possono prepararsi al meglio per l’incontro successivo. L’aspetto negativo continua ad essere il caldo (ride, ndr)”. Sei già diventato il faro della squadra e l’idolo dei tifosi: che effetto ti fa? “Un bell’effetto, anche perché tutto è accaduto molto naturalmente. Sono orgoglioso che il mio lavoro venga apprezzato e riconosciuto. C’è un rapporto di profondo rispetto all’interno del club e ho sempre detto ai miei compagni che non sono qui in vacanza. Sono qui per lavorare duramente per il team, fare un’ottima stagione e migliorare di anno in anno e lottare per i prossimi trofei”. Chi era il tuo idolo da ragazzino? Chi ha caratteristiche simili alle tue? “Il mio idolo è stato Zico. Per quanto riguarda le mie caratteristiche, è difficile fare paragoni anche perché ho giocato in maniera differente in tutte le squadre per le quali ho militato, adattando il mio gioco a quello prati-

cato dalla squadra. Non faccio adattare la squadra al mio modo di giocare”. Quali sono i tuoi obiettivi stagionali? “Il primo è sicuramente quello di non retrocedere. Se riuscissimo ad arrivare tra le prime sei sarebbe un risultato fantastico per il club, considerando anche gli investimenti e la potenza delle altre società. Sono convinto che possiamo sorprendere e forse giocare una finale di uno dei tornei quest’anno, magari vincendola. Dobbiamo avere la mentalità e la convinzione di pensare in grande”. Sei stato un giocatore del Brasile U20: chi dei tuoi compagni ha avuto successo? “Diversi giocatori stanno facendo bene! Rafinha gioca al Bayern, Diego Alves al Valencia, poi Diego Tardelli. Diego Souza, Arouca, Rafael Sobis e molti altri stanno facendo bene”. Sei stato chiamato anche dalla Seleçao: che emozioni hai provato? Qual è il compagno che ti ha impressionato di più in quei giorni? “Pur avendo fatto parte della nazionale U-20, essere convocato dalla nazionale maggiore fa un altro effetto. È stato molto emozionante. Il gruppo mi ha accolto molto bene. Conoscevo già molti dei giocatori per averci giocato contro e avevamo un buon rapporto. Neymar è il calciatore che mi ha sorpreso maggiormente, un ragazzo semplice e solare, che scherza con tutti. È stato un piacere conoscerlo”. Al Botafogo giocavi con una vecchia conoscenza del calcio italiano, cioè Seedorf: che impressione ti ha fatto? Cosa gli “ruberesti”? “Ho avuto il piacere di lavorare con un professionista che ha giocato nei più grandi club d’Europa e ha vinto tutto. Lui vuole trasmettere ai suoi compagni tutto ciò che ha appreso, specialmente ai più giovani affinché non si sbagli durante la partita. La sua motivazione mi ha impressionato. Lui ha già avuto dalla sua carriera tutto ciò che poteva avere ma nonostante questo arrivava ogni giorno al lavoro più motivato di prima. Parlavo spesso con lui perché volevo apprendere, non

solo sul campo ma anche dal punto di vista personale. È molto intelligente, competente e ho cercato di sfruttare al massimo questa opportunità quando lavoravo con lui”. A proposito di calcio italiano: lo segui? Cosa o chi conosci ed apprezzi del nostro calcio? “Sono un appassionato di calcio e cerco di non perdere mai i “classici” e di tenermi aggiornato su alcuni amici che giocano in Italia come Maicosuel e Jadson dell’Udinese o Jonathan dell’Inter. Il calcio italiano continua a mantenere il suo fascino”. Come vedi il Brasile e l’Italia ai prossimi Mondiali? “Penso siano due delle squadre favorite, assieme a Germania e Spagna”. Se dovessi presentarti ad un pubblico italiano che non ti conosce, come ti descriveresti? “È sempre difficile parlare di se stessi. Sono un centrocampista tecnico, con una buona lettura tattica del gioco e abile negli inserimenti per finalizzare la giocata. Sebbene non sia un giocatore alto, ho un buon tempo d’inserimento anche per quanto riguarda il colpo di testa”. Ti piacerebbe un giorno giocare in Italia? Qual è la squadra in cui secondo te potresti rendere al meglio? “Sarebbe un piacere giocare in Italia, giocare un nuovo tipo di calcio e conoscere una nuova cultura. Ci sono grandi squadre in Italia, sarebbe bello giocare per una di queste”. Il tuo tempo libero come ti piace spenderlo? “Con la mia famiglia e i miei bambini. Ci piace fare delle lunghe passeggiate, andare al cinema, nei parchi, in spiaggia e a fare shopping”. Qual è il sogno che ancora vorresti realizzare come calciatore e come uomo? “Come calciatore vorrei giocare la Champions League e i Mondiali. Come uomo, spero di poter insegnare ai miei bambini tutto ciò che ho imparato durante la mia vita e anche quello che imparerò”. calcio2000 63 dic 2013


liga spagna

Oriundi

di Spagna

Diego Costa al centro della “guerra” tra Brasile e Spagna che lo vorrebbero nelle rispettive Nazionali. Lui, brasiliano, ha già dato l’ok a Del Bosque...

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L

a Liga è un campionato difficile, formativo, che tiene a battesimo alcuni grandi talenti, guidandoli nella maturazione e portandoli alla definitiva consacrazione. È un campionato che costringe a migliorarsi e a crescere tatticamente, come ha fatto Diego Costa, stella dell’Atletico Madrid, raccogliendo nottetempo l’eredità di Falcão e seguendo i consigli di Diego Pablo Simeone e di David Villa. FALCAO CHI? In poche settimane Diego Da Silva Costa è esploso definitivamente, diventando uno degli attaccanti più prolifici del pano-

rama mondiale e candidandosi seriamente a un posto ai prossimi mondiali. Incredibile che il brasiliano naturalizzato spagnolo, dal fisico possente e longilineo, sia riuscito a far dimenticare subito ai propri tifosi l’ingombrante assenza del bomber Falcão. Sposandosi alla perfezione con “el Guaje” Villa, e mettendosi alle spalle la sana concorrenza di un ottimo attaccante come Adrián López, a ogni partita il 24enne di San Paolo dà l’impressione di essere ancora più continuo, esponenzialmente cresciuto in personalità ed efficacia. Una progressione potente, grandi doti nel gioco aereo, ottima coordinazione e tecnica di tiro, un’agilità notevole


di Daniele Chiti

per la sua stazza. Segna sempre lui, con naturalezza, semplicità, a coronamento di prestazioni generose e di grande sostanza, sempre al servizio della squadra. Il gol storico al Real Madrid è il premio a una crescita continua, che lo ha portato a diventare un bomber inarrestabile dalle quotazioni in vertiginosa ascesa. Al Vicente Calderón sono abituati ai grandi bomber, Enrique Cerezo è un magnate del cinema e sa bene che un gol da cineteca vale spesso il prezzo del biglietto. Motivo per cui non ha mai badato a spese quando si è trattato di scegliere gli attaccanti: da Fernando Torres a Diego Forlán a Sergio Aguero, da Radamel Falcão a David Villa. Oggi Diego Costa rischia di travolgerli tutti a suon di gol. Nella stagione 1988-89 in riva al Manzanarre esplose un altro attaccante prodigioso, il cui nome ancora oggi fa sobbalzare sulla sedia i tifosi dell’Atlético: il brasiliano Baltazar Maria de Morais Junior, classe ’59, reduce da tre stagioni al Celta, dove si era imposto come

il “pichichi” più prolifico della storia della seconda divisione spagnola. La somiglianza fisica e tecnica con Diego Costa è impressionante: con la bellezza di 35 gol in una sola stagione, Baltazar si confermò in stato di grazia anche a Madrid, dove lo conobbero come un bomber infallibile, formidabile negli smarcamenti e con un incredibile fiuto del gol. L’anno dopo si confermò con 18 reti ma l’arrivo di Schuster fece optare la proprietà per la cessione al Porto. Proprio il 7 ottobre di 25 anni fa, in quella stagione formidabile, nasceva a Lagarto in Brasile Diego Costa… LA LUNGA GAVETTA Eppure la gavetta se l’è fatta tutta, il “Lagarto” Costa (che in spagnolo vuol dire “lucertola”, gioco di parole con la sua città natale in Brasile): partito dalle strade di San Paolo il ragazzino iniziò a giocare nel Barcelona Esportivo Capela prima di firmare il primo contratto da professionista con i portoghesi dello Sporting Bra-

ga nel 2006-07. Messosi in luce in prestito al Penafiel, nella seconda divisione portoghese, fu acquistato giovanissimo dall’Atletico Madrid nel gennaio del 2007. Da allora è stato girato in prestito a tante squadre: Sporting Braga, prima divisione portoghese; Celta Vigo e Albacete, seconda divisione spagnola, dove inizia ad accumulare presenze e a prendere confidenza col gol; nel 2009-10 infine il salto in Primera División e la bellezza di 9 gol a Valladolid. Il 2010-11 poteva essere l’anno giusto per la definitiva affermazione con la maglia dei “colchoneros” ma Quique Sánchez Flores tarda a stravolgere le gerarchie in attacco e per il ragazzone di belle speranze si rivela un anno di transizione. L’arrivo di Radamel Falcão lo costringe ad un altro anno in prestito, al neopromosso Rayo: qui conquista tutti e segna fino al gennaio 2012, quando un infortunio al ginocchio lo mette ko fino a fine stagione. Il “Lagarto” Costa rientra alla base e si allena per un anno a fianco calcio2000 65 dic 2013


liga spagna di Falcão, carpendogli i segreti del mestiere e sviluppando a pieno le sue doti. In doppia cifra per il secondo anno consecutivo, ha contribuito con 8 reti alla conquista della storica Coppa del Re in casa del Real Madrid. Quest’anno dopo un mese e mezzo ha già raggiunto la doppia cifra, e promette di superare tutti i suoi record. Naturalizzato spagnolo si è informato con Koké in merito all’aria che si respira nel ritiro della Selección. Cresciuto calcisticamente in Spagna, avrebbe lasciato trapelare di tenere di più ad una convocazione di Del Bosque che non a quella della Seleção di Felipe Scolari, ed è parso determinato a completare l’iter burocratico per presentarsi con la maglietta della “Roja” ai mondiali in Brasile. Il trasfer però ci mette un po’ ad arrivare d’oltreoceano: che Scolari ci abbia ripensato? L’ARMA SEGRETA DEL “CHOLO” L’altra grande rivelazione di questo avvio di stagione è stato Jorge Merodio Resurrección, detto “Koké”, più che mai continuo ed efficace nella tessitura del gioco dei “materassai”. Madrileno “doc”, Simeone gli ha affidato chiavi in mano la guida del centrocampo dei “Colchoneros”, con licenza di inventare. Lui se l’è cavata alla grande, contribuendo in modo sostanziale al filotto di vittorie che ha di fatto scalzato le abituali gerarchie del calcio spagnolo: il suo assist d’esterno destro per Diego Costa è stato il momento clou del derby di Madrid, vinto dall’Atlético

classifica

marcatori

pt

G

V

N

P

GF GS DR

Giocatore Squadra Gol

Barcellona

25

9

8

1

0

28

6

22

Lionel Messi

Barcellona

Atlético Madrid

24

9

8

0

1

21

7

14

Diego Costa

Atletico Madrid 5

Real Madrid

22

9

7

1

1

19

9

10

Pedro

Barcellona

5

Villarreal

17

9

5

2

2

15

9

6

Ronaldo

Real Madrid

4

Getafe

16

9

5

1

3

14

11

3

Isco

Real Madrid

4

Athletic Club

16

9

5

1

3

15

13

2

Rodri

Almería

4

Espanyol

14

9

4

2

3

12

11

1

Charles

Celta Vigo

3

Valencia

13

9

4

1

4

12

13

-1

Hélder Postiga Valencia

3

Levante

13

9

3

4

2

9

14

-5

Kevin Gameiro Siviglia

3

Elche

12

9

3

3

3

10

12

-2

Dos Santos

Villarreal

3

Siviglia

10

9

2

4

3

15

16

-1

El Hamdaoui

Málaga

3

Real Sociedad

10

9

2

4

3

8

10

-2

V.Sánchez

Espanyol

3

Málaga

9

9

2

3

4

11

9

2

Raúl García

Atlético Madrid 3

Rayo Vallecano

9

9

3

0

6

7

21

-14

Ricardo Costa Valencia

3

Betis Siviglia

8

9

2

2

5

9

12

-3

Cani

Villarreal

3

Granada CF

8

9

2

2

5

5

10

-5

Dani Alves

Barcellona

3

Valladolid

7

9

1

4

4

9

15

-6

Thievy

Espanyol

3

Osasuna

7

9

2

1

6

6

13

-7

Benzema

Real Madrid

3

Celta Vigo

6

9

1

3

5

8

13

-5

Sanchez Barcellona 3

Almería

3

9

0

3

6

11

20

-9

De Marcos

Classifiche aggiornate al 20/10/13

al Santiago Bernabeu dopo un digiuno in campionato di quasi 14 anni: l’ultima vittoria, proprio al Bernabeu, risaliva al secolo scorso, al 30 ottobre del 1999 (sulla panchina dell’Atletico all’epoca

6

Athletic Bilbao 3

| Tabellini nella Sezione Statistiche

sedeva Claudio Ranieri). Non è detto che questa brutta sconfitta porti male a Carlo Ancelotti, dato che quella alla fine fu un’ottima annata per il Real Madrid, vincitore dell’ottava Champions League

SPAGNOLE ALLA CONQUISTA DELL’EUROPA La Champions League si conferma la manifestazione preferita da Ronaldo e Messi. Due attaccanti così non si erano mai visti nella storia del calcio europeo, per la continuità realizzativa e per la velocità con cui stanno rincorrendo il record di 71 reti in Champions League attualmente detenuto da Raúl González Blanco. Debuttando nel torneo con una tripletta a testa hanno trascinato le rispettive squadre alla vittoria di goleada (rispettivamente contro Galatasaray e Ajax), spianando subito la strada alla qualificazione. Trascinato da una doppietta di Cristiano Ronaldo il Real Madrid ha poi asfaltato il Copenhagen mentre il Barça ha dovuto faticare non poco per sbloccare il risultato all’Hampden Park di Glasgow contro il coriaceo Celtic, grazie a un colpo di testa di Cesc Fábregas. Si è avvertita e non poco l’assenza di Lionel Messi, infortunatosi alla coscia destra il 28 settembre, mentre calciava in rete il pallone del vantaggio ad Almería. La settima vittoria consecutiva è stata pertanto agrodolce e ha messo in apprensione l’ambiente culé, che si è ricompattato attorno alla figura totemica del “Tata” Martino. Con l’estro, la classe e la velocità di Neymar, Alexis Sánchez e Pedro Rodríguez là davanti i blaugrana sono in grado di sopperire anche all’assenza di Leo. Assieme al Bayern Monaco Real Madrid e Barça sono due delle pretendenti più accreditate ad alzare il trofeo dalle grandi orecchie: tra le outsider però non commettiamo l’errore di dimenticare l’Atlético Madrid di Simeone, partito a spron battuto con due vittorie sullo Zenit e in casa del Porto.

66 calcio2000 dic 2013


della sua storia. Il 2013 è stato invece un anno da ricordare soprattutto per i biancorossi, specialmente per quanto riguarda gli scontri diretti con la “Casa Blanca”, considerando che l’Atlético ha già espugnato il Bernabeu al termine della scorsa stagione conquistando una storica Coppa del Re; non solo, così facendo ha infranto un tabù, interrompendo una striscia di ben nove sconfitte consecutive nei derby di campionato. Uno dei protagonisti di questo doppio exploit è stato proprio Koké, lucido come un veterano nello smistare il gioco e dal piede vellutato sui calci piazzati. È lui il faro della squadra, e pare già pronto a raccogliere l’eredità dei mostri sacri della Selección. Almeno a sentire Del Bosque, che stravede per lui. GIOVANI TALENTI CHE GIOCANO D’ANTICIPO Fin dalle prime giornate i fari sono tutti puntati sugli attaccanti, ma sarebbe sbagliato ignorare quanto di buono fatto vedere da alcuni giovani difensori fino ad oggi. Dani Carvajal, difensore esterno destro del Real Madrid, ha già conquistato tutti (tifosi e addetti ai lavori) grazie alla sua generosità, intraprendenza e applicazione: un jolly da plasmare che Ancelotti ha già dimostrato di apprezzare moltissimo, anche perché di eccellenze in quel ruolo in questo momento non ce ne sono molte. Il Real Madrid lo aveva ceduto al Bayer Leverkusen per 5 milioni nell’estate del 2012, ma dopo la sua definitiva affermazione nella Bundesliga lo ha richiamato alla casa madre sfruttando una clausola di riacquisto con prezzo bloccato a 6 milioni e mezzo. Per farlo giocare don Carlo ha spesso dirottato Arbeloa a sinistra. Sta lavorando per affermarsi anche José Ignacio Fernández Iglesias, detto “Nacho”, scoperto e molto apprezzato da Mourinho che però non è riuscito a dargli troppi minuti nonostante le sue frequenti apparizioni nei finali di gara. Ancelotti ne è rimasto impressionato ma per ora non ha trovato il modo di impiegare con continuità questa grande promessa delle giovanili merengue, precocemente approdato alla Selección, in cui ha debuttato a settembre in amichevole contro il Cile: molto duttile, si sa disimpegnare da centrale difensi-

vo o sulla sinistra. In difesa l’esperienza conta molto, e giocare con la sicurezza del veterano è un privilegio di pochi, ma ha sostituito degnamente sia Marcelo sia Fabio Coentrão quando sono rimasti ai box per guai muscolari. Un impatto propositivo e carismatico lo ha avuto Carlos Henrique Casemiro, che ha colpito tutti nel corso del precampionato confermando le buone impressioni anche all’inizio della stagione. Grazie alla sua tecnica può impostare l’azione dalle retrovie, proporsi davanti alla difesa o stare sulla linea dei mediani. Riscattato dopo mezza stagione in prestito dal San Paolo, è un giocatore polivalente che ha dimostrato di poter bruciare le tappe, debuttando in Primera già con Mourinho nella scorsa stagione. Prendiamo la metro dall’Avenida de Concha Espina al Paseo Vírgen del Puerto, dal barrio di Chamartín a quello di Arganzuela: la difesa più forte si conferma quella biancorossa del “Cholo” Simeone. A difendere l’area dello “zamora”, il gigante belga Thibaut Courtois, una linea a quattro esperta e collaudatissima: Juanfran, Miranda, Godín e Luís Filipe. Simeone non ama molto il turnover e preferisce dare riposo a un solo titolare per volta, motivo per cui giovani promettenti come il diciottenne centrale uruguagio José Giménez e il diciannovenne esterno Javier Manquillo Gaitán sono stati impiegati raramente e l’argentino Emiliano Insua ha trovato poco spazio. Anche a Barcellona la distanza tra il Miniestadi e il Camp Nou sembra maggiore da quando a Les Corts comanda “Tata” Martino: solo gli infortuni di Jordi Alba e Mascherano hanno aperto uno spiraglio di titolarità a Martín Montoya e al centrale Marc Bartra (che ne ha approfittato segnando contro la Real Sociedad e guadagnandosi i galloni da titolare). A 22 anni questi talenti continuano a fare panchina dietro campioni affermati: ne vale la pena? La loro sorte rischia di diventare quella della Sagrada Familia: belli ma incompiuti. Sempre tra i difensori spicca l’inizio di stagione di Mikel San José, centrale mancino che incarna lo spirito battagliero dell’Athletic di Bilbao di Ernesto Valverde: ha già tenuto a battesimo il nuovo San Mamés segnando dei gol pesanti contro Celta e Betis.

BARÇA E ATLETICO, INIZIO DA RECORD Barcellona e Atlético si sono sfidate a colpi di record. Nelle prime dodici partite hanno pareggiato solo quando si sono incontrate, nelle due sfide di Supercoppa, trofeo vinto dal Barcellona dopo un sofferto pareggio a occhiali, con cui la squadra del “Tata” Martino ha difeso l’1-1 del Vicente Calderón (con il primo gol ufficiale di Villa in maglia biancorossa e di Neymar in maglia blaugrana). Con la settima vittoria consecutiva il Barcellona ad Almería e l’Atlético al Santiago Bernabeu hanno stabilito la più lunga striscia di vittorie iniziali nella storia dei rispettivi club (senza contare le due vittorie in Champions League). Le due squadre non si sono fermate, presentandosi al turno di riposo di ottobre per le gare delle nazionali ancora imbattute e a punteggio pieno, con otto vittorie a testa: il Barcellona ha battuto 4-1 il Valladolid senza Lionel Messi mentre l’Atletico ha avuto ragione del Celta Vigo grazie a una doppietta del solito Diego Costa, alla decima rete in stagione. Una duplice partenza in tromba che non si era mai verificata nella storia del calcio spagnolo, e che ha permesso alle due squadre di inseguire il record di 9 vittorie consecutive iniziali detenuto dal leggendario Real Madrid ’68-69. Quella squadra era allenata dal grande Miguel Muñoz e finì per vincere il 14esimo titolo di Liga, l’ottavo sui nove campionati precedenti, con un ampio distacco dalla seconda. Il record generale di 16 vittorie consecutive appartiene invece al Barcellona di Pep Guardiola, edizione 2010-11. La sfida è appassionante: che possa essere intaccata anche la soglia limite dei cento punti

calcio2000 67 dic 2013


premier league inghilterra

REDS DA TITOLO?

Dopo anni di vacche magre, il Liverpool sogna di tornare in vetta alla Premier League…

68 calcio2000 dic 2013

U

n’attesa infinita. Ben 23 anni senza mai essere campioni d’Inghilterra. Un affronto per un club che dalla metà degli anni Sessanta alla fine degli Ottanta ha dominato in lungo e in largo l’agone nazionale. Oltre il danno, pure la beffa: il record di 19 campionati vinti prima eguagliato e poi addirittura superato dagli storici rivali del Manchester United, che da quando è nata la Premier League, sotto la sapiente guida di Alex Ferguson, hanno fatto 13 – ovviamente non alla schedina, ma nel nu-

mero titoli conquistati. Certo, il Liverpool si è consolato con una bella scorpacciata di coppe, nazionali e internazionali. Tra queste spiccano l’incredibile Champions League di Istanbul 2005 – che ancora popola gli incubi dei tifosi milanisti – e la Coppa Uefa del 2001. Entrambe vinte con Rafa Benitez in panchina. Successi che hanno fatto dello spagnolo l’ennesimo allenatore di culto dalle parti di Anfield Road. Una popolarità che però, verso la fine dei suoi sei anni di regno, l’attuale tecnico del Napoli ha visto diminuire


di Luca Manes

in maniera esponenziale. In tanti sulle rive della Mersey gli addebitavano i troppi fallimenti in Premier. Nonostante onerose campagne acquisti, i Reds non sono quasi mai riusciti ad arrivare alle decisive settimane primaverili con qualche chance di vittoria finale. Nel 2005, 37 punti dietro il Chelsea, solo nel 2009 secondi a quattro punti dal Manchester United. Poi le cose sono addirittura peggiorate, visto che negli ultimi tre anni il Liverpool ha fallito per ben due volte la qualificazione in Europa. Almeno con Benitez un posto in Champions League era quasi sempre certo...Il mancato accesso alle coppe costituisce un vero oltraggio, per una società dal blasone e dal curriculum nelle competizioni continentali come il Liverpool. Ma ora, finalmente, sembra iniziare a vedersi la luce alla fine del tunnel. La

scelta della nuova proprietà americana – a proposito, il Fenwey Group garantisce una stabilità impensabile con il precedente duo a stelle strisce Gillett & Hicks – di puntare forte sul giovane allenatore emergente Brendan Rodgers sta pagando i suoi dividendi. Il nordirlandese, che tanto bene aveva fatto già con Watford, Reading e Swansea City, ha pagato lo scotto del passaggio a un club di altissimo profilo, per altro reduce da stagioni deludenti. Rodgers non ha rinunciato ai suoi capisaldi: gioco offensivo molto improntato sul possesso palla, grande valorizzazione dei giocatori tecnici e soprattutto dei giovani. Nel 3-4-1-2 della versione attuale dei Reds trovano spesso spazio under 21 come Andre Wisdom e Raheem Sterling, più di una promessa, tanto da aver già debuttato in nazionale. A centrocampo sta tornando ai livelli mo-

strati a Sunderland Jordan Henderson, pagato tantissimo (circa 20 milioni di euro) nel 2011 ma che, almeno dopo questo primo scorcio di stagione, non sembra più l’oggetto misterioso degli esordi nella città dei Beatles. Avanti, appena dietro le punte, c’è una vecchia conoscenza del calcio italiano, che forse l’Inter ha venduto troppo frettolosamente: Coutinho. Uno che ha già mostrato buone cose in Premier e si trova alla perfezione nella squadra disegnata da Rodgers. E poi ci sono i pezzi forti: Daniel Sturridge e Luis Suarez. Il primo da quando è giunto al Liverpool è rinato. Segna goal a raffica, spesso e volentieri decisivi, distribuisce assist e tiene costantemente in ambasce le difese avversarie. Roy Hodgson ormai lo considera il titolare della maglia numero nove dei Tre Leoni, da anni in attesa di un degno erede di Alan Shearer. Procalcio2000 69 dic 2013


premier lEAgue inghilterra prio l’ex Liverpool Andy Carroll aveva illuso in tanti, ma ora Sturridge sembra fornire ben altre garanzie, visto che il suo gioco è tornato ad essere quello degli esordi brillanti con il Manchester City e non a corrente alternata al Chelsea. Sulle doti tecniche di Suarez non c’è nemmeno da stare a discutere. Purtroppo nemmeno su quanto sia poco affidabile dal punto di vista caratteriale, come dimostra la vagonata di giornate di squalifica rimediata per gli insulti razzisti a Patrice Evra e il morso a Branislav Ivanovic, episodi che lo rendono uno dei giocatori più “odiati” di tutta la Premier. Parecchi osservatori li ritenevano incompatibili: o gioca uno, o gioca l’altro, mai insieme, si diceva. Per adesso quando tutti e due sono entrati in campo dal primo minuto hanno deliziato i supporter, scambiandosi assist e dialogando con estrema eleganza. Alla

lunga uscirà fuori qualche magagna? Oppure semplicemente vedremo Suarez altrove? Radio mercato spiffera di un Real Madrid disposto a vendere a prezzo di saldo (una ventina di milioni) Karim Benzema all’Arsenal pur di regalare a Carlo Ancelotti il bizzoso uruguayano fin da gennaio. Piccolo particolare: visto che il Liverpool non partecipa nemmeno all’Europa League, Suarez potrebbe disputare tutte le gare decisive della Champions. Staremo a vedere. Certo non è un mistero che l’estate scorsa il buon Luis volesse approdare altrove, proprio per misurarsi sul palcoscenico internazionale più prestigioso. A un certo punto l’ipotesi Arsenal è apparsa molto concreta, poi la dirigenza, Rodgers e Steven Gerrard lo hanno convinto a rimanere. La Kop lo ha perdonato e con il Liverpool in vetta alla classifica, o comunque nelle posizioni di vertice, c’è da credere che

classifica

marcatori

pt

G

V

N

P

GF GS DR

Giocatore Squadra Gol

Arsenal

19

8

6

1

1

18

9

9

Daniel Sturridge Liverpool

7

Chelsea

17

8

5

2

1

14

5

9

Sergio Agüero Man.City

6

Liverpool

17

8

5

2

1

13

7

6

Aaron Ramsey Arsenal

5

Manchester City 16

8

5

1

2

20

9

11

Loïc Rémy

Newcastle

5

Tottenham

16

8

5

1

2

8

5

3

Yaya Touré

Man.City

4

Southampton

15

8

4

3

1

8

3

5

van Persie

Man. United

4

Everton

15

8

4

3

1

12

10

2

Olivier Giroud Arsenal

Man. United

11

8

3

2

3

11

10

1

Oscar

Hull City

11

8

3

2

3

7

9

-2

Romelu Lukaku Everton

4

Newcastle

11

8

3

2

3

11

14

-3

Benteke

4

Swansea City

10

8

3

1

4

12

11

1

Sigurdsson Tottenham 3

4

Chelsea 4

Aston Villa

W. B. Albion

10

8

2

4

2

7

6

1

Luis Suarez

Liverpool

3

Aston Villa

10

8

3

1

4

9

10

-1

Negredo

Man. City

3

Fulham

10

8

3

1

4

9

10

-1

Robert Brady

Hull City

3

West Ham

8

8

2

2

4

8

8

0

Eden Hazard

Chelsea

3

Stoke City

8

8

2

2

4

4

7

-3

Wayne Rooney Man.United

Cardiff City

8

8

2

2

4

8

13

-5

Soldado

Tottenham 3

Norwich City

7

8

2

1

5

6

13

-7

Darren Bent

Fulham

Crystal Palace

3

8

1

0

7

6

17

-11

Samir Nasri

Man. City

2

Sunderland

1

8

0

1

7

5

20

-15

Amalfitano

W. B. Albion

2

Classifiche aggiornate al 22/10/13

70 calcio2000 dic 2013

| Tabellini nella Sezione Statistiche

3

2

Il Liverpool non vince il campionato inglese dal 1989-90, quando Rush era implacabile

strapparlo ai Reds sarà una vera e propria impresa. Ma in attacco c’è anche un altro transfuga del Chelsea – per il momento solo in prestito – come Victor Moses. Un giocatore multidimensionale, rapido e anche con un discreto fiuto del goal che Rodgers può piazzare esterno di centrocampo o seconda punta. Insomma, rimasti i veterani Gerrard, Leiva, Agger e Skrtel (nonostante il forte interesse del Napoli), la squadra si è indubbiamente rafforzata, dal momento che il portiere belga Simon Mignolet e l’ex centrale difensivo del Paris Saint Germain Mamadou Sakho sono dei buoni innesti nel reparto arretrato. Il punto interrogativo più grande rimane la continuità. In passato si sono sprecate le prestazioni abuliche come quella fatta registrare in casa a settembre contro il Southampton, prima, meritatissima, sconfitta dei ragazzi allenati da Rodgers. Come già segnalato, il non giocare le coppe può costituire un elemento a favore della crescita di una squadra dal potenziale considerevole, che ha bisogno di risultati in serie e dosi massicce di fiducia per fare il definitivo salto di qualità. Un


commissione fa Nel 1992, anno di nascita della Premier League, si attestarono al 73 per cento. Nella stagione in corso sono scesi a un misero 34. Sono i calciatori di passaporto inglese schierati tra i titolari nella prima giornata di campionato. È ormai un dato di fatto incontrovertibile: i giocatori stranieri sono sempre di più. La Football Association teme che a pagare le conseguenze di questa situazione anomala possa essere la nazionale. I Tre Leoni, è bene ricordarlo, hanno vinto un solo Mondiale, nel lontano 1966, e non raggiungono una semifinale da Italia 90. Il nuovo presidente della FA, Greg Dyke, è così pessimista che si è detto certo che almeno per le prossime due edizioni della Coppa del Mondo l’Inghilterra non potrà sollevare l’ambito trofeo. Intanto l’ex direttore generale della BBC ha istituito una commissione guidata, tra gli altri, dall’ex CT della nazionale Glenn Hoddle, dall’esperto manager Dario Gradi (grande scopritore di talenti nella sua esperienza ultra-ventennale al Crewe Alexandra) e Danny Mills (già difensore del Leeds e dei Tre Leoni). Il suo obiettivo è di studiare correttivi per la situazione attuale e favorire la crescita del livello dei giocatori inglesi. Purtroppo per Dyke, nella commissione ci sono rappresentanti del sindacato calciatori, della Football League e di tutte le istituzioni calcistiche del Paese, tranne che della Premier. Ovvero la realtà che potrebbe e dovrebbe cambiare il trend attuale e regalare più spazio ai calciatori sudditi di Elisabetta II. Anche Dyke ha ammesso di star ancora provando a tirare a bordo i dirigenti del massimo campionato inglese, mentre sono arrivati già i primi giudizi negativi sulla creatura ideata dal presidente della FA. Gary Linecker, per esempio, non ha usato perifrasi: “è profondamente inutile”, ha dichiarato.

inaspettato quanto clamoroso titolo in Premier sarebbe il modo migliore per omaggiare il personaggio più importante della storia del Liverpool: Bill Shankly. Non fosse stato stroncato da un infarto nel 1981, quest’anno avrebbe compiuto 100 anni. Nella Merseyside, sponda Reds, è tutt’ora un simbolo, un’icona immortale, una divinità oggetto di una sorta di culto della personalità. Con la sua etica del lavoro, Shankly ha fatto sì che una squadra e una società allo sbando spiccassero il volo per diventare uno dei club più conosciuti e vincenti al mondo. Quando fu nominato manager dei Reds l’allenatore scozzese affermò che avrebbe plasmato “una squadra invincibile, così dovranno mandare un team da Marte per batterci”. Peccato che all’epoca, era il 1959, il Liverpool fosse tutt’altro che invincibile. Nel 1954 era retrocesso in Second Division e durante cinque stagioni passate nel campionato cadetto le sue prestazioni avevano lasciato molto a desiderare. L’esordio di Shankly non fu dei migliori: un rotondo 0-4 interno contro il Cardiff City. Il tecnico scozzese ci mise tre anni per riportare i Reds in prima divisione, ma solo una stagione per vincere un titolo atteso da quasi

20 anni. La sua prima grande squadra aveva raggiunto i vertici del calcio inglese grazie al gruppo e al gioco “palla a terra”. Shankly fu uno dei primi a curare la componente psicologica

Il navigato Gerrard non vede l’ora di tornare ad alzare un trofeo importante

dei giocatori, sapendo gestire alla perfezione i suoi ragazzi anche fuori del campo di allenamento di Melwood. La base del suo ragionamento era che quando uno degli undici mandati in campo si trovava in difficoltà, spettava ai suoi compagni aiutarlo e sostenerlo. Un altro dei suoi grandi meriti fu quello di contornarsi di assistenti di grande valore: Bob Paisley e Joe Fagan, ovvero i suoi successori sulla panchina dei Reds e coloro che raccolsero i frutti di quanto da lui seminato. La messe di vittorie della metà degli anni Sessanta continuò con una FA Cup (la prima nella storia del Liverpool) nel 1965 e un altro campionato nel 1966. Allora la Kop, la gradinata più famosa del pianeta, poteva ospitare ben 28mila tifosi, tutti in piedi e stipati in pochi metri quadrati di spazio. Tra quei 28mila e Shankly si instaurò subito un rapporto di amore incondizionato. L’empatia con il popolo biancorosso continuò anche nei sette anni in cui i Reds rimasero a bocca asciutta, prima di centrare una doppietta campionatoCoppa Uefa nel 1973 e una Coppa d’Inghilterra l’anno successivo. Poi passò il testimone ad altri. Ora anche Rodgers sembra pronto per raccoglierlo e rinverdire i fasti di un passato carico di gloria. calcio2000 71 dic 2013


bundesliga germania

i nuovi

puledri Il Gladbach di oggi “rinverdisce” i fasti di un tempo. Scopriamo i ragazzi terribili di Mister Favre.

72 calcio2000 dic 2013

C’

erano una volta undici giovani Puledri. Impetuosi, travolgenti, dalla falcata elegante e inarrestabile. Erano i Fohlen di Hennes Weisweiler: Netzer, Vogts, Heynckes. Generazione di fenomeni che avrebbe fatto le fortune della Nazionale tedesca, campione d’Europa nel ‘72 e del Mondo appena due anni più tardi. È il 1965, i Beatles pubblicano “Rubber Soul”, Vittorio De

Sica vince il suo terzo Oscar per “Ieri, oggi e domani”, un modesto club del Land della Renania SettentrionaleWestfalia, poco noto ai più, si affaccia per la prima volta in Bundesliga, la neonata massima serie calcistica tedesca. Un fuoco di paglia per molti, una squadra ineluttabilmente destinata a una pronta retrocessione in Regionalliga. E invece il Borussia Monchengladbach in Bundesliga affonderà solide radici e


di Gabriele Cantella

scriverà alcune tra le pagine più affascinanti e spettacolari della storia del football made in Germany. L’impatto con la categoria superiore si rivelerà infatti assai meno traumatico di quanto si potesse immaginare e i ragazzi di mister Weisweiler riusciranno a centrare, senza troppi patemi, l’obiettivo salvezza per due stagioni di fila. Arriveranno poi due terzi posti consecutivi, che imporranno il Gladbach come realtà emergente del calcio tedesco. Le basi per i trionfi del decennio successivo sono state gettate. Gli anni ‘70 si aprono con il Borussia che alza al cielo il suo primo Meisterschale, successo bissato l’anno dopo ai danni di un Bayern Monaco clamorosamente sconfitto a Duisburg all’ultima giornata. Il Gladbach entra così nella storia come la prima

squadra ad esser riuscita nell’impresa di laurearsi campione di Germania per due stagioni consecutive. I ragazzi terribili di Weisweiler, guidati dal trio delle meraviglie Vogts-Netzer-Heynckes, verranno ribattezzati Fohlen, i Puledri, per la freschezza della loro beata gioventù e per il loro calcio offensivo, dinamico e divertente. L’eco delle loro gesta valicherà le frontiere tedesche, sconfinando in Europa. La rinascita Oggi, dopo anni difficili e due retrocessioni in Zweite Liga, il Borussia Monchengladbach si riaffaccia sulla ribalta del calcio tedesco, con un mix di gioventù ed esperienza, amalgamato con mano sapiente dal tecnico svizzero Lucien Favre, che pare aver trovato la

ricetta giusta per un calcio non soltanto redditizio, ma, spesso e volentieri, anche spettacolare. Lo chef consiglia una fase difensiva attenta e ordinata, una ricerca quasi ossessiva della verticalizzazione e qualità in quantità. Da quando, a dicembre 2010, Favre ha raccolto i cocci di un Gladbach ultimo in classifica, con appena 10 punti all’attivo in tutto il girone d’andata, quelli che sembravano ormai dei ciuchini vecchi e logori, sono tornati ad essere dei Puledri di razza, giovani e forti, impetuosi e travolgenti. Dalla salvezza ottenuta in extremis nello spareggio col Duisburg al preliminare di Champions il passo è stato breve, merito di Favre e di una rosa competitiva, allestita con intelligenza e inventiva, a dimostrazione che si possono ottenere calcio2000 73 dic 2013


bundesliga germania risultati anche a costi contenuti. Calciatori come il venezuelano Arango, piedi raffinati e visione di gioco panoramica, e il giovane portiere Marc-Andrè ter Stegen rappresentano soltanto alcune delle illuminate intuizioni della dirigenza bianconeroverde. Entrambi si sono rivelati dei veri e propri affari di mercato, dal momento che il primo è stato prelevato dal Mallorca a prezzo di saldo, vista l’ormai imminente scadenza di contratto, e il secondo non è costato nulla, trattandosi di un prodotto del vivaio. Non bisogna poi dimenticare che un campione oggi affermato come Marco Reus è stato lanciato e valorizzato a Monchengladbach, prima di venire acquistato a peso d’oro dal Borussia Dortmund. Nuovi idoli Orfani di Reus, i sostenitori dei Fohlen, hanno accolto ed eletto a nuovo idolo il promettente Max Kruse, sulle cui spalle è finita la maglia numero 10 che fu del grande Netzer. Approdato a Monchengladbach quest’anno, dopo un’ottima stagione a Friburgo, coronata dalla prima convocazione nella Nazionale maggiore, il venticinquenne originario di Reinbek è partito forte, realizzando 5 gol nelle prime 8 giornate di Bundesliga e contribuendo in modo determinante al positivo avvio di campionato del Gladbach, che occupa al momento la quarta piazza, alle spalle del trio Bayern Monaco-Borussia DortmundBayer Leverkusen. Certo l’esordio non è stato dei più incoraggianti, ma c’è da dire che il calendario non ha dato una mano ai Puledri, che alla prima giornata si sono trovati di fronte i campioni di Germania e d’Europa in carica del Bayern. All’Allianz Arena finisce 3-1 per gli uomini di Pep Guardiola al termine di una gara mai davvero in discussione, ma la sconfitta ha effetti benefici sul Gladbach, che, nel turno successivo travolge il malcapitato Hannover per 3-0 al Borussia Park. Ad aprire le danze per la squadra di casa è proprio Max Kruse, che fredda il portiere avversario con un sinistro chirurgico nell’angolino, spianando la strada alla prima 74 calcio2000 dic 2013

di Flavio Sirna

Lothar Matthaus, un ‘morto vivente’ Incredibile quello che è successo all’ex-stella del Bayern Monaco, dell’Inter e della nazionale tedesca Lothar Matthaus. Secondo quanto affermato da un tribunale tedesco il duttile centrocampista (che verso la fine della sua carriera ha saputo diventare anche un eccellente difensore centrale, che lo ha portato a giocare sino a 39 anni con la maglia della squadra statunitense dei New York Metrostars) sarebbe deceduto; circostanza non affatto vera in quanto al momento Lothar gode di ottima salute e si accompagna, oramai dal 2011, alla bellissima modella polacca Joanna Tuczynska. Una conclusione alla quale il tribunale è arrivata dopo che il legale della sua ex-moglie, non essendo riuscito ad inviargli dei documenti relativi alla controversia in atto, ha preteso l’annotazione sul fascicolo ufficiale della sua presunta morte. Ecco come il diretto interessato, che al momento non occupa il ruolo di allenatore in alcun club o nazionale (l’ultimo incarico è stato quello come selezionatore della nazionale bulgara, incarico che ha abbandonato nel settembre del 2011; in passato ha però raccolto successi in Austria con il Salisburgo), ha voluto commentare quanto accaduto: “Quello che è successo rappresenta un vero e proprio oltraggio alla mia persona, sono vivo, tutti possono vederlo, anche perché compaio spesso in tv o sui campi di calcio. Nel momento in cui qualcuno vorrà sapere qualcosa da me non sarà affatto difficile potermi contattare”.

di Flavio Sirna

Il Bayern Monaco festeggia all’Oktoberfest Domenica di festa quella passata dai giocatori del Bayern Monaco e dalle loro ‘Wags’ alla 180esima edizione dell’Oktoberfest. Vestiti di tutto punto coi tradizionali pantaloni di cuoio e scarpe alla bavarese, i ragazzi di Pep Guardiola (vestito anche lui ‘a festa’ per l’occasione con tanto di cappello) hanno dimostrato di saperci fare anche tra wurstel e birra. Tra i più attivi da segnalare l’ex-Barcellona nonché nuovo arrivato Thiago Alcantara, che ha sorpreso tutti per la naturalezza con la quale ha indossato pantaloni e camicia a quadri di provenienza tutta tedesca. È chiaro che prima di fare festa la squadra abbia chiesto ed ottenuto il permesso da parte del direttore sportivo Mathias Sammer, che ha concesso una giornata di riposo e di divertimento dopo aver esclamato “Per una volta è ammesso anche fare baldoria”. La giornata si è conclusa con un brindisi richiesto espressamente dal capitano Philipp Lahm, che ha auspicato di poter nuovamente conquistare perlomeno il titolo della Bundesliga, il tanto agognato Meisterchale. La presenza del Bayern Monaco è stata giustificata anche da una ragione commerciale: la Paulaner, produttrice della famosa birra, è sponsor partnership della squadra. Un binomio che fa bene anche ai tifosi, che in occasione delle partite casalinghe all’Allianz Arena o dei raduni si vedono versare gratuitamente fiumi di birra, visto l’accordo che prevede la donazione da parte del birrificio di 100 litri ad ogni segnatura di Ribery e compagni.


vittoria in campionato dei Fohlen, alla quale, però, seguirà un’altra pesante battuta d’arresto, questa volta per mano del Bayer Leverkusen di Sami Hyypia. L’andamento del Gladbach somiglia tanto a un ascensore, perché allo stop con le Aspirine, i ragazzi di Favre risponderanno con una goleada al Werder Brema e un Kruse ancora sugli scudi. Il 4-1 finale è frutto di un gioco dinamico e altamente spettacolare, che ricorda a tratti quello espresso dai Puledri di Weisweiler in quei meravigliosi anni ’70. Sali e scendi Ma un ascensore, una volta salito, prima o dopo, dovrà per forza ridiscendere e infatti, alla quinta giornata, il Borussia torna al piano terra perdendo di misura sul campo dell’Hoffenheim, che s’impone per 2-1. I Puledri sembrano di colpo tornati dei ciuchini e il ricordo dei Fohlen di Weisweiler si smarrisce come una goccia nell’oceano. E via di nuovo tutti sull’ascensore per un’altra salita verso i piani alti: Gladbach a valanga sul neo promosso Braunschweig e Max Kruse nuovamente a segno. Tornano i gol, torna il bel gioco. Tornano i Puledri, scompaiono i ciuchini. Ma l’ascensore non si ferma mai ed ecco subito un’altra discesa, stavolta contro l’Augsburg, che riesce a raggiungere il pareggio in extremis, a due minuti dalla fine. Il quarto centro di Kruse in 7 gare di Bundesliga non vale i tre punti, ma dà a molti la netta sensazione che l’acquisto del fantasista classe ’88 all’irrisoria cifra di 2,5 milioni di euro da parte del Gladbach possa rivelarsi l’affare dell’anno. L’ascensore riparte e comincia risalire. Sale in alto, tanto in alto che i Puledri imbizzarriti si sbizzarriscono con due gol ai vice campioni d’Europa del Dortmund. Borussia batte Borussia, ma a vincere è il Monchengladbach, come negli anni ’70. Kruse apre le marcature, Raffael chiude i giochi. Lo chef Lucien Favre si guadagna la stella cuocendo a puntino le stelle di Jurgen Klopp, che perde il confronto con il collega e soprattutto tre punti che gli costano la testa della classifica.

Sogni verdi Per il Gladbach è un trionfo forse alla vigilia inatteso, ma sicuramente meritato, che vale il quarto posto e qualcosa di più. Cosa? La consapevolezza di potersi ritagliare un posto al sole nel panorama calcistico tedesco. Un posto che per tanto, troppo tempo è stato nulla di più che un miraggio lontano. Per anni il Borussia ha vissuto di ricordi e nel ricordo di quei cavalli di razza che travolgevano tutto e tutti, non soltanto in Germania, ma anche in Europa. Per anni a Monchengladbach si è guardato indietro invece di guardare avanti, ma da oggi, guardare avanti si può. Con fiducia, ottimismo e quell’impeto inarrestabile dei veri purosangue. Lucien Favre è l’auriga giusto per condurre questi Puledri a traguardi importanti, con lui la biga del Gladbach è in mani sicure. Favre novello Ben Hur. Come il protagonista del capolavoro di Wallace sfidò la potenza di Roma, così il tecnico elvetico è pronto

a sfidare Guardiola e Klopp, conscio che non sempre Golia schiaccia Davide. Anzi, la storia insegna l’esatto contrario: il piccolo Davide abbatte il gigante Golia con la forza delle idee. Le idee del piccolo Gladbach contro i soldi dei colossi Bayern e Dortmund. Chi la spunterà? Davide o Golia? Parafrasando il grande Lucio Battisti, “lo scopriremo solo vivendo”. Anzi, in questo caso giocando. Mantenere fino a maggio l’attuale posizione in classifica vorrebbe dire per i Fohlen tornare sul palcoscenico europeo più prestigioso, quello scintillante della Champions. Non sarà semplice, ma i tifosi, l’ambiente, la città ci credono. Con un Kruse così, tutto diventa più facile. Forse un nuovo Fohlen è nato e a Monchengladbach si ritorna a udire, come un eco dal passato, lo scalpitare degli zoccoli di un Puledro di razza, dall’incedere elegante e impetuoso al tempo stesso. Un Puledro di nome Max. Un Puledro da Gladbach.

classifica

marcatori

pt

G

V

N

P

GF GS DR

Giocatore Squadra Gol

Bayern Monaco

23

9

7

2

0

19

4

15

Sidney Sam

B. Dortmund

22

9

7

1

1

22

7

15

Lewandowski B. Dortmund

6

B.Leverkusen

22

9

7

1

1

20

9

11

Nicolai Müller Mainz 05

6

Hertha Berlino

15

9

4

3

2

15

9

6

Stefan Kießling B. Leverkusen 6

Schalke 04

14

9

4

2

3

17

19

-2

Vedad Ibisevic Stoccarda

6

B. M'Gladbach

13

9

4

1

4

19

14

5

Modeste

Hoffenheim

6

B. M’Gladbach 5

B. Leverkusen 7

Hannover 96

13

9

4

1

4

11

12

-1

Max Kruse

Stoccarda

12

9

3

3

3

19

13

6

van der Vaart Amburgo

Wolfsburg

12

9

4

0

5

11

12

-1

Sami Allagui

Hertha Berlino 5

Werder Brema

12

9

3

3

3

9

12

-3

Marco Reus

B. Dortmund

5

Hoffenheim

10

9

2

4

3

21

22

-1

Aubameyang B. Dortmund

5

E. Francoforte

10

9

2

4

3

12

14

-2

Mandžukic

B. Monaco

5

FC Augsburg

10

9

3

1

5

10

17

-7

Lasogga

Amburgo

5

Mainz 05

10

9

3

1

5

13

21

-8

Volland

Hoffenheim

5

Amburgo

9

9

2

3

4

20

22

-2

Firmino

Hoffenheim

5

Norimberga

6

9

0

6

3

10

18

-8

Maxim

Stoccarda

4

Friburgo

5

9

0

5

4

9

18

-9

Kadlec

E. Francoforte 4

Braunschweig

4

9

1

1

7

7

21

-14

Adrian Ramos Hertha Berlino 4

Classifiche aggiornate al 20/10/13

5

| Tabellini nella Sezione Statistiche

calcio2000 75 dic 2013


ligue 1 francia

a volte

ritornano

Dopo l’exploit del 2OO1, il Nantes è nuovamente protagonista nel massimo campionato francese…

76 calcio2000 dic 2013

S

correndo la classifica della Ligue 1, nelle prime posizioni si scorge il neopromosso Nantes, matricola che nessuno avrebbe mai immaginato capace di tener testa alle ‘grandi’. Il lavoro certosino di Der Zakarian ed un organico costruito con attenzione già lo scorso anno, in Ligue 2, sono le ragioni del brillante avvio di stagione della squadra che, a dispetto delle ‘solite’, stavolta merita la nostra copertina.

DAL 2001 AL 2013: IL NANTES TORNA A FAR SOGNARE Correva la stagione 2000-2001 quando, tra lo stupore generale, il Nantes si laureava per l’ottava volta Campione di Francia. Nonostante il titolo conquistato appena due anni prima, ai gialloverdi nessuno dava reali chance di successo dopo il 12° posto ottenuto nel corso della stagione precedente. Per molti, tuttora, il Nantes 2000-2001 è una delle squadre più deboli in assoluto ad aver conquistato il titolo. Fu una vera


di Renato Maisani

sorpresa, forse non paragonabile addirittura al trionfo del Verona di Bagnoli, ma sicuramente più clamoroso del Tricolore conquistato dalla Sampdoria di Vialli e Mancini, per restare nel territorio nostrano. A guidare quel Nantes c’era Raynald Denoueix, un tecnico il cui nome dirà poco o nulla alla maggior parte degli appassionati di calcio, persino gli esterofili. La sua carriera da tecnico durò appena 6 stagioni, quattro delle quali trascorse al Nantes e due alla Real Sociedad. Basta questo dato per rendersi conto di come quel Nantes abbia fatto la storia. Landreau, Fabbri, Armand, Gillet, Laspalles, Berson, Da Rocha, Carriere, Ziani, Monterrubio, Moldovan: era questo l’undici tipo. Davvero poca cosa, senza dubbio. Partito in sordina, il Nantes conquistò la vetta dell’allora

Division 1 soltanto nel girone di ritorno, spuntandola poi allo sprint sul Lione che, l’anno dopo, si porterà a casa il primo dei 7 titoli consecutivi. Una vera e propria impresa quella dei gialloverdi, rievocata in Francia già diverse volte dopo il brillante avvio di stagione della squadra di Michel Der Zakarian. Un altro ‘Carneade’ del calcio, al pari di Denoueix. Difensore armeno cresciuto proprio nel Nantes, club nel quale ha trascorso la metà della propria carriera prima di trasferirsi a Montpellier, Der Zakarian aveva già guidato il Nantes alla promozione nella stagione 2007-2008 prima di vivere tre stagioni al Clermont, in Ligue 2, e tornare alla guida del Nantes lo scorso anno, quando ha riportato in Ligue 1 il club. Due annate sulla panchina del Nantes e due promozioni: numeri da applausi.

Vittorie su vittorie, dunque, ma solo quest’anno il debutto in massima serie. E nel momento in cui vi scriviamo, la squadra gialloverde sta tenendo testa alle big del calcio francese, trovandosi in una posizione di classifica migliore rispetto a Marsiglia, Lione e Saint Etienne e al passo con Lille e, soprattutto, Monaco e PSG, club costruiti a suon di milioni. LA FORZA DEL GRUPPO “La forza del Nantes sta nel gruppo”. Lo scrivono in tanti ed è difficile pensarla diversamente. Se si pensa che la stella più brillante della squadra è Filip Djordjevic, attaccante serbo con appena 19 presenze all’attivo in Ligue 1 prima della stagione attuale, si capisce come la squadra stia compiendo un vero e proprio miracolo. Trascinatore a suon calcio2000 77 dic 2013


ligue 1 francia

francia nazionale

Venerdì 15 novembre l’andata, in Ucraina. Quattro giorni dopo il ritorno, allo ‘Stade de France’. Passerà dai 180 minuti che opporranno la Francia all’Ucraina la qualificazione ai Mondiali della Nazionale di Didier Deschamps. L’impresa di conquistare l’accesso a Brasile 2014 direttamente dalla fase a gironi è stata resa ardua dal sorteggio che ha opposto i ‘Galletti’ ai campioni del Mondo e d’Europa della Spagna, ma nonostante tutto – specie grazie al pareggio di Madrid – i francesi hanno potuto sperare fino alla fine. A compromettere tutto è stato sicuramente il passo falso rimediato contro gli spagnoli nel match di ritorno, deciso da un goal di Pedro. Il pareggio raccolto in Georgia ha definitivamente spento i sogni di gloria e costretto dunque Ribery e compagni a passare dai playoff. Stavolta, però, l’urna è stata benevola con i ‘galletti’ che, non inseriti tra le teste di serie, avrebbero potuto trovarsi opposti anche al Portogallo di Cristiano Ronaldo e che invece dovranno fronteggiare un’Ucraina da non sottovalutare, ma sicuramente non paragonabile a quella degli anni d’oro di Andriy Schevchenko. Il calcio ucraino è in netta ascesa, ma le motivazioni vanno fin qui ricercate nei milioni investiti da ricchi proprietari, bravi

di goal della squadra di Der Zakarian, ‘Transfermarkt’ – noto sito che raccoglie dati sul calcio a 360° - lo valuta appena 2,5 milioni di euro nonostante l’età non certo avanzata (ha appena compiuto 26 anni). Ben 141 calciatori della Ligue 1 hanno una valutazione indicativa superiore alla sua. Un dato che non può non fare riflettere. Tra i 141 ritenuti ‘superiori’ a Djordjevic, c’è anche il compagno di squadra Jordan Veretout, centrocampista valutato 3 milioni di euro anche in virtù della sua giovane età. L’organico del Nantes, nel complesso, viene valutato circa 25 milioni di euro, meno della metà della valutazione attribuita al solo Cavani. Soltanto il Guingamp ha una valutazione inferiore e, per rendersi conto ancor più dell’abisso che separa il Nantes dalle ‘big’ basta citare le valutazioni complessive delle rose a disposizione del PSG (361 milioni) e del Monaco (209 milioni). Insomma, un vero e proprio miracolo quello messo fin qui in piedi dal club bretone. DJORDJEVIC E I SUOI ‘FRATELLI’ Detto di Djordjevic, analizziamo al microscopio i restanti 10/11 della formazione tipo del Nantes. La parola d’ordine di Der Zakarian è “duttilità”: 4-4-2, 3-5-2, 4-2-3-1 e 4-2-1-3: ben quattro sono gli schemi adottati dal tecnico in appena 10 partite di campionato. Numeri alla mano, nonostante i moduli non prettamente ‘difensivisti’, il Nantes vanta una delle migliori difese. La guida 78 calcio2000 dic 2013

del reparto è Remy Riou, portiere affermatosi con l’Auxerre e protagonista della cavalcata promozione. In difesa, gli intoccabili sono il senegalese Papy Djilobodji e il gigante venezuelano Vizcarrondo. A destra è Issa Cissokho a dare solidità a un reparto completato da giocatori di sicura affidabilità come

il capitano Veigneau e l’altro venezuelano, con passaporto italiano, Cichero. In mezzo al campo, detto del giovane e talentuoso Veretout, la stella è Lucas Deaux, 24enne apprezzato dalle donne e al suo debutto assoluto in Ligue 1. L’esperienza di Vincent Bessat e dello statunitense Alejandro Bedoya sta permet-

classifica

marcatori

pt

G

V

N

P

GF GS DR

Giocatore Squadra Gol

PSG

24

10

7

3

0

18

5

13

Falcao

Monaco

22

10

6

4

0

18

7

11

Filip Djordjevic Nantes

6

Lille

20

10

6

2

2

12

4

8

Riviere

6

Nantes

19

10

6

1

3

15

8

7

Darío Cvitanich Nizza

6

Marsiglia

17

10

5

2

3

13

8

5

Cavani

6

Nizza

17

10

5

2

3

12

10

2

Kevin Berigaud Évian

6

Monaco

Monaco

PSG

7

Saint-Etienne

16

10

5

1

4

15

13

2

Cabella

Montpellier

5

Tolosa

15

10

4

3

3

9

11

-2

Yatabaré

Guingamp

5

Guingamp

14

10

4

2

4

14

11

3

Diabaté

Bordeaux

5

Rennes

13

10

3

4

3

10

11

-1

Ibrahimovic

PSG

5

Lione

12

10

3

3

4

14

13

1

Víctor Montaño Montpellier

4

Montpellier

12

10

2

6

2

14

13

1

Foued Kadir

Rennes

4

Stade de Reims

12

10

2

6

2

8

8

0

Lacazette

Lione

4

Bastia

12

10

3

3

4

11

15

-4

Nélson Oliveira Rennes

Bordeaux

11

10

2

5

3

12

13

-1

Hamouma

Saint-Etienne 4

Évian T. G. FC

9

10

2

3

5

11

19

-8

Aboubakar

Lorient

4

Ajaccio

7

10

1

4

5

6

13

-7

Braithwaite

Tolosa

4

Lorient

7

10

2

1

7

9

18

-9

Bakambu

Sochaux

3

Sochaux

6

10

1

3

6

9

20

-11

Carrasco

Monaco

3

Valenciennes

5

10

1

2

7

7

17

-10

Corgnet

Saint-Etienne 3

Classifiche aggiornate al 20/10/13

| Tabellini nella Sezione Statistiche

4


ad individuare – specialmente in Sudamerica – calciatori di primissimo livello. Affinché l’influenza possa riguardare l’intero movimento calcistico ucraino, e di conseguenza la Nazionale, c’è bisogno di qualche altro anno. Tuttavia, a disposizione di mister Fomenko, storico centrale della Dinamo Kiev, non mancano giocatori di ottimo livello. Capitan Tymoschchuk è la guida, Yehven Konoplyanka il talentino più brillante. Husyev e Yarmolenko portano avanti la ‘carretta’ da anni, Pyatov continua a difendere la porta con profitto. Anche la difesa, nella quale non si scorgono giocatori di primissimo livello, si è dimostrata un reparto parecchio affidabile. Ciò che manca all’Ucraina, però, è un bomber. Seleznyov e Devic sono buoni giocatori, ma in Nazionale fanno fatica a trovare la via del goal. La Francia, dunque, non può non essere considerata la favorita, a dispetto del Ranking Fifa. Ribery, Benzema e compagni non possono certo permettersi di mancare al Mondiale più atteso di tutti i tempi. Il calcio francese, rigenerato dalla rinascita di PSG e Monaco, sta pian piano tornando ai vertici e non accetterebbe certo di buon grado un fallimento simile. Il calcio, però, è imprevedibile e 180 minuti sono talmente pochi da non poter certo assicurare al più forte la certezza di imporsi.

tendo di crescere a Veretout – appunto – e al giovane maliano Birama Tourè. Il togolese Gakpè e un altro venezuelano, Aristeguieta, completano con Djordjevic un tridente che lo scorso anno seminò vittime in Ligue 2. Virtualmente fuori rosa, inoltre, c’è Ismael Bangoura, attaccante rientrato dal prestito in Qatar e con importanti trascorsi alla Dinamo Kiev e al Rennes.

Tra i giocatori più interessanti in maglia Nantes, occhio al senegalese Papy Djilobodji

PIEDI PER TERRA: SARÀ DURA RESTARE IN ALTO Immaginare un Nantes a ridosso delle prime fino al termine della stagione sarebbe eccessivamente pretenzioso così come folle sarebbe sognare il bis dell’impresa compiuta nel 2001. Tredici anni fa, infatti, era un altro calcio, un’altra Ligue 1. Non c’erano i milioni di Al-Khelaifi e Rybolovlev, riuscire a spuntarla su squadre più competitive ma

“dello stesso pianeta” era impresa possibile. Adesso non lo è. A Nantes predicano prudenza, l’obiettivo rimane quella quota 40 punti che permetterebbe al club la permanenza in massima serie. Dati alla mano, anche sognare un piazzamento in Europa League appare utopistico, tenuto conto del fatto che in Francia 2 dei 3 posti a disposizione vengono assegnati attraverso il trionfo nelle Coppe. Marsiglia e Lione, inoltre, difficilmente rimarranno nelle posizioni attualmente occupate e la loro ‘rinascita’ è attesa da un momento all’altro. Sognare, però, non costa nulla e finché la classifica sorriderà al Nantes, sarà bello rievocare i numeri di Ziani e i goal di Moldovan che nel 2001 portarono il club gialloverde sul tetto di Francia. E qualcuno, sotto sotto, nel bis ci spera davvero.

MONACO CONSACRA FERREIRA-CARRASCO Al Monaco non mancavano certo i 20 o i 30 milioni che sarebbero serviti per portarsi a casa un esterno d’attacco di assicura affidabilità in grado di aggiungere ulteriore qualità all’organico a disposizione di Claudio Ranieri. Adem Ljajic, Erik Lamela, Stevan Jovetic... soltanto per citare alcuni esterni offensivi che hanno cambiato maglia in estate e che il Monaco, qualora avesse voluto, avrebbe potuto assicurarsi senza eccessive difficoltà. Il club monegasco, però, ha deciso di puntare su un giovane belga classe 1993 e a secco di esperienza, se non in Ligue 2. Yannick Ferreira-Carrasco fino a qualche mese fa era per molti uno sconosciuto, adesso è uno dei talenti più lucenti dell’intero calcio internazionale. Esterno d’attacco molto duttile, ricorda per caratteristiche il Cristiano Ronaldo di Manchester: leve lunghe, rapidità nello stretto e straordinaria qualità nelle ripartenze. Ranieri e la società hanno riposto sin da subito tanta fiducia in lui e nel giovane argentino Ocampos e, fin qui, sono stati ripagati a suon di goal e prestazioni da incorniciare. Il Monaco avrebbe potuto investire ulteriormente sul mercato – avendo un budget praticamente ‘illimitato’ – ma ha preferito dar fiducia a due talentini poco più che 18enni. Largo ai giovani e non soltanto per questioni di bilancio: un esempio che dovrebbero seguire in molti.

calcio2000 79 dic 2013


di Elisa Palmieri

Le verità di Carletto

Figo vs Florentino Perez

“Di tutti i giocatori che ho allenato nella mia carriera lui è quello che mi ha sorpreso di più, soprattutto per la sua professionalità dentro e fuori dal campo. È molto serio e attento ai dettagli, non fa solo gol, ma motiva e aiuta i suoi compagni di squadra”.

“Arrivato ad un certo punto non ce la facevo più a restare nel Real Madrid, perché lì mi sentivo come un giocatore che il presidente non voleva per davvero. Andavo sempre in panchina senza mai ottenere una spiegazione, e questo era solo un modo per farmi del male”.

Così Ancelotti sul suo pupillo Cristiano Ronaldo – Cadena Ser

“Conosco Diego Lopez dal 2006. Dida aveva un problema nel Milan e provammo a prendere Diego che giocava nel Villareal. Mentre la cessione di Ozil è stata una scelta mia. Ho scelto Di Maria per un discorso di equilibrio di squadra. Ha meno qualità di Ozil ma io lo preferisco. Inoltre, con l’arrivo di Bale era più importante Di Maria che Ozil”. Sempre mister Ancelotti – Cadena Ser

L’11 morattiano “In porta metto Zenga, terzini Brehme e Roberto Carlos, al centro metterei Cordoba, Bergomi e Passerella. In mediana Ince e Matthaeus. In attacco sono troppi. Senza dubbio Ronaldo e Ibrahimovic. E poi per non offendere nessuno mettiamo Recoba, per il quale tutti sanno che ho una mania...”. Così l’ex patron dell’Inter Massimo Moratti – Inter Channel

De Laurentiis boccia l’Europa League “Spero in una Champions ancor più appetibile, che porti sul tavolo 5 milioni di euro, invece di uno. Penso alle prime cinque o sei squadre delle cinque nazioni più importanti d’Europa che facciano un torneo parallelo al campionato. L’Europa League, così com’è, è in contraddizione con il fair play finanziario, per il quale occorre fare un certo fatturato. Ha dei costi superiori ai ricavi perchè bisogna comunque allestire due squadre, ma non può essere finanziariamente interessante per dei club di un certo livello, ai quali sottrae soltanto energie utili per il campionato nazionale”. Aurelio De Laurentiis – L’Equipe

Luis Figo e la sua esperienza con le merengues – Grada360

Mino tifa Ibrahomovic “Se Zlatan non vince il premio, questo non farà che rafforzare l’immagine di un premio politico e corrotto. Se volete che questo premio venga preso sul serio, allora Zlatan deve vincerlo” Così Mino Raiola – Expressen

Robinho e l’amico Ricky “È vero. Sto bene, la mia forma è ormai quella ideale, sono felice perchè gioco a calcio. È poi è tornato mio fratello Ricky. Ci conosciamo da quando lui era nelle squadre giovanili del San Paolo e io in quelle del Santos (...) Io e Ricky siamo stati sempre in contatto in questi anni, non ci siamo persi di vista. Io ho fatto il possibile per riportarlo al Milan. Sono contento che sia ancora qui con noi. Rappresenta molto per noi, ha una qualità incredibile, è sempre un esempio, anche nella vita privata. Se sta bene fisicamente e torna com’era prima di andare al Real Madrid può rivincere il Pallone d’Oro”. Robinho – Il Corriere della sera Siamo certi l’amico Kakà ringrazia...

Keane vs Ferguson “Ferguson parla tanto dell’importanza della devozione allo United, ma lui non sa neanche cosa siano devozione, lealtà, amicizia. Ho parlato con lui diverse volte di lealtà, ma non sembra conoscere proprio questa parola. Parla male di giocatori come me, Beckham e altri che hanno dato anni della loro vita allo United e hanno contribuito a fargli vincere un sacco di trofei. Chissà cosa avrebbe detto di noi, se non avessimo vinto niente...”. Roy Keane – Ansa.it

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