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12 Cultura manzoni

GIORNALEdelPOPOLO SABATO 10 OTTOBRE 2015

Interventi di Carlo Ossola, Gianmarco Gaspari (sui “Promessi sposi”) e Luca Serianni

Asperità di Fermo e Lucia e spessore del capolavoro Nei giorni scorsi si è concluso il ciclo “Da Carlo a Carlo. La linea lombarda”. Le ultime conferenze sono state dedicate alla prima stesura dell’opera e alla sua collocazione in chiave europea. di federica alziati

L’interessante ciclo di incontri Da Carlo a Carlo. La linea lombarda, promosso dalla RSI e dall’Istituto di Studi italiani dell’USI, si è chiuso con la sfida più impegnativa. La formula consueta delle serate (presentazione di un autore attraverso la lettura e il commento di testi esemplificativi) e l’intento di calibrare approfondimento e divulgazione si sono infatti rivelati una soluzione efficace soprattutto per le personalità meno frequentate da pubblico e critica: Dossi, Tessa, ma anche Porta e Gadda. Il nome di Manzoni, campeggiante sullo sfondo degli ultimi due appuntamenti, ha invece inevitabilmente alterato gli equilibri, imponendo la necessità di districarsi nel confronto insidioso con un’eredità immensa e al contempo straordinariamente vulgata. Ne è conseguita la scelta giustificata ma prevedibile di concentrarsi sul romanzo, che ha offerto a relatori e ascoltatori un sostrato di partenza più o meno condiviso. L’incontro inaugurale del 15 settembre, affidato a Carlo Ossola, si è allora focalizzato sulla prima stesura dell’opera, il cosiddetto Fermo e Lucia, composto dall’autore tra la primavera del 1821 e l’autunno del 1823. L’intervento non è andato, tuttavia, ripercorrendo la complessa vicenda editoriale che dall’abbozzo ha condotto, in uno stretto giro di anni, alla prima edizione del romanzo (stampata tra il 1825 e il 1827), scegliendo piuttosto di sposare la linea critica che rivendica la relativa autonomia della redazione iniziale. Sono stati dunque posti in risalto quei tratti caratteristici del Fermo in seguito riassorbiti nel corso delle riscritture: le asperità dei toni, le accensioni patetiche, le concessioni al gusto romantico e gli sconfinamenti in direzione del romanzo gotico. La lettura di Ossola ha quindi spiegato la sensibilità sottesa a questi elementi alla luce dell’esigenza manzoniana di fare i conti con la severità dell’insegnamento giansenista e della lezione di Pascal, frequentati assiduamente dopo la conversione.

Una puntuale selezione di brani esemplificativi ha infine corredato la disamina: dall’immagine del male serpeggiante nella versione originaria dell’Addio ai monti sino all’estremo delirio di don Rodrigo, che nella prima stesura inforca un cavallo e nel mezzo del lazzaretto, va incontro alla morte lanciandosi in una fuga disperata. Quest’ultima scena, in particolare, è stata proposta come emblema della ribellione del personaggio del Fermo al morso costrittivo dell’autore, destinato a piegare sempre più alla propria volontà, di redazione in redazione, le personalità sulla scena. Il rischio di una simile interpretazione, tuttavia, è di non rendere giustizia alla maturità di pensiero e all’equilibrio stilistico conquistati dalla prosa dei Promessi sposi; la composta grandezza del romanzo definitivo risalta infatti con singolare evidenza proprio nell’episodio corrispondente del perdono finale di Renzo al suo antagonista, quando infine né l’autorità del narratore né la voce dei protagonisti pretendono di risolvere il mistero celato nell’intimità del morente: «Può esser gastigo, può esser misericordia». Per il secondo appuntamento del 22 settembre, Gianmarco Gaspari ha invece adottato una prospettiva più ampia: una visione d’insieme tesa a mettere a fuoco lo spessore europeo del capolavoro manzoniano. Si è avuta così l’occasione di saggiare la pluralità delle suggestioni derivate a Manzoni dal confronto con la cultura dell’Europa contemporanea e al contempo, di verificare l’importanza del modello manzoniano per gli sviluppi della letteratura romanzesca (non solo

Ascona Music Festival

première Applaudito

Brahms rivive nel talento di Daniel Levy Le note di Johannes Brahms cuore e tema portante della sesta edizione dell’Ascona Music Festival. Un programma che svela il filo conduttore dell’Ispirazione elevata, capace di commuovere e di trasformare chi ascolta. Ad esibirsi in un recital al pianoforte di profonda bellezza e suggestività, oggi, 10 ottobre alle ore 20.30, alla chiesa di San Pietro e Paolo, Daniel Levy, talento acclamato dalla critica internazionale come uno dei pianisti più importanti del nostro tempo che, con il dolce e delicato suono prodotto da tasti bianchi e neri, invita l’uditorio a condividere un’esperienza di uno dei più amati e suonati musicisti al mondo, che ci ha lasciato parole precise e chiare sul misterioso tema dell’ispirazione.

Illustrazione originale della Quarantana con la scena del perdono a don Rodrigo.

italiana) del secondo Ottocento. Non sono mancati, allora, i doverosi riferimenti al nascente genere del romanzo storico, imposto a livello europeo dalla fortuna di Walter Scott, o alle suggestioni gotiche della narrativa di autori di successo come Anne Radcliffe o Eugène Sue. Accanto ad essi, si è però ricordato anche il magistero dell’illuminismo lombardo e francese, nei quali affondano le radici l’aderenza al reale e l’attenta definizione dei personaggi costantemente inseguite dalla prosa dei Promessi sposi, ben evidenti in passaggi come quelli dedicati alla formazione del carattere di Gertrude o alla fuga di Ren-

zo verso l’Adda. Il tormento notturno dell’innominato e alcuni stralci della descrizione della Milano appestata hanno inoltre permesso di riaffermare, più in generale, i profondi legami manzoniani con la più nobile tradizione europea, da Shakespeare a Goethe. Proiettando lo sguardo in avanti, la lettura di alcuni scampoli delle avventure di Renzo ha contribuito infine a ridisegnare agli occhi del pubblico il profilo straordinario del romanzo di Manzoni: un capolavoro della letteratura realista e di formazione in grado di dialogare con le prove future di Dickens, Stendhal o Dostoevskij.

Visita guidata alla casa milanese A compimento del ciclo di conferenze Da Carlo a Carlo. La linea lombarda, sabato 17 ottobre si svolgerà una visita organizzata dal Club di Rete Due della RSI alla casa di Alessandro Manzoni in Via Morone a Milano, (recentemente restaurata), lì dove l’autore dei Promessi sposi ha vissuto insieme alla sua famiglia a partire dal 1814 ospitando anche numerosi amici e conoscenti. Non mancherà una tappa alla parte museale con i quadri, le stampe e le incisioni relative a Renzo e Lucia, ai personaggi e agli episodi del celebre scritto oltre ad una visita presso gli spazi che accolgono le attività del Centro Studi Manzoniani. Un’occasione per entrare nel mondo del grande scrittore ma

anche per scoprire da vicino una tipica dimora borghese dell’Ottocento, diventata ancora più attraente dopo gli accurati lavori di restauro guidati dallo storico d’arte Fernando Mazzocca. L’uscita sarà guidata dal prof. Gianmarco Gaspari e dalla dott.ssa Jone Riva. Il programma della giornata vede la partenza alle ore 8.30 da Besso (parcheggio RSI) con arrivo a Milano alle ore 10 e visita alla casa di Manzoni fino alle ore 12. Rientro previsto alle ore 18.30. La quota di partecipazione è di 75 franchi per i soci, 85 franchi per i non soci. È possibile iscriversi all’iniziativa inviando una e-mail all’indirizzo: clubretedue@rsi.ch oppure telefonando al numero 091/803.56.60.

Spaccato di riflessione linguistica L’agenda culturale luganese delle ultime settimane non ha sfiorato l’ambito manzoniano soltanto dalla prospettiva diacronica degli appuntamenti dedicati alla tradizione letteraria lombarda, ma si è accostata all’attività dell’autore anche da un punto di vista molto più ravvicinato. L’occasione di questo confronto più puntuale si è avuta, il primo ottobre scorso, con la presentazione presso la Biblioteca Salita dei Frati di un nuovo volume dell’Edizione nazionale delle opere di Manzoni, curiosamente dedicato alle Postille di Luigi Rossari al Dizionario universale enciclopedico critico di Francesco D’Alberti di Villanuova (Milano, 1825). Varrà forse la pena di rimettere ordine nella confusione dei nomi e delle opere. Luigi Rossari, di professione insegnante e intellettuale per passione, fu uno dei più intimi collaboratori ed amici di Alessandro Manzoni; Francesco D’Alberti, da parte sua, è ricordato tra gli esponenti di spicco della lessicografia settecentesca. Le annotazioni del primo al Dizionario del secondo, redatte sull’arco di mezzo secolo e ora pazientemente edite dalla giovane studiosa Sara Pacaccio, rivelano allora un prezioso spaccato della costante riflessione linguistica che ha animato il cenacolo intellettuale radunato attorno all’abitazione milanese della famiglia Manzoni. Come ha illustrato Luca Serianni, intervenuto a presentare lo studio, gli appunti presi da Rossari accanto ai lemmi del dizionario a partire dal 1825 integrano in particolare l’intenso spoglio del Vocabolario milanese-italiano del Cherubini e del Vocabolario della Crusca (nella versione del 1806 curata dall’abate Cesari) contemporaneamente portato avanti dal romanziere. Anche gli autori citati nelle postille, ad oggi per lo più sconosciuti ma riconducibili alla tradizione comica toscana dal Cinquecento al Settecento (Berni, Cecchi, Fagiuoli…), vanno ad affiancarsi alle consultazioni letterarie manzoniane di quegli anni. L’impegno di Rossari s’inserisce quindi a pieno diritto nella ricerca di una nuova veste linguistica per l’edizione ventisettana dei Promessi sposi, in cui potessero idealmente convergere il sostrato lombardo di partenza e il modello fiorentino sfrondato dagli eccessi dei puristi: «Quella lingua toscano-milanese che vagheggiamo insieme», avrebbe scritto Manzoni all’amico in una lettera dell’estate del 1825. Gli interventi sul Dizionario del D’Alberti testimoniano inoltre, sin da subito, un interesse già orientato in direzione della lingua d’uso e della dimensione più quotidiana e colloquiale della comunicazione. Dimostrando una partecipazione attiva, talvolta persino polemica, alla lettura del dizionario, Rossari insegue infatti l’espressione viva e la soluzione fraseologica, con esiti che trovano puntuale riscontro negli sviluppi della prosa manzoniana. Al magistero del fiorentino comico e parlato (quest’ultimo destinato ad imporsi nella proposta linguistica elaborata da Manzoni) continuano tuttavia a contrapporsi il persistente prestigio della tradizione letteraria e l’influenza del dialetto nativo. L’orizzonte linguistico descritto dalle note di lavoro di Rossari restituisce, insomma, l’immagine di un ideale di lingua ancora in formazione e al contempo, anticipa quell’incontro tra il modello toscano e gli usi settentrionali sul quale si sarebbe infine calibrato l’italiano della nuova Italia unita. (F.A.)

“L’arco di San Marco” con Cainero & figli

Narrazione, danza e musica per scardinare l’omologazione di margherita coldesina

Difficile negare che oggi l’intrattenimento televisivo non utilizzi ogni mezzo più o meno lecito per colonizzare l’attenzione del consumatore. Con contenuti di facile fruizione che favoriscono l’allineamento del pensiero a scapito della pluralità di opinione. La TV e la società dei consumi - di cui è veicolo principale - a fronte di ogni situazione, sembrano dirci: «Pensala così, pensala come tutti, è più facile e meno pericoloso». Invece è molto pericoloso: il rischio è quello di allontanarsi, per paura e pigrizia, da ciò che è naturale, reale, da ciò che è stato soprattutto. Se Ferruccio Cainero facesse televisione, sicuramente opterebbe per una formula assai poco popolare. Racconterebbe storie di cui nessuno sa nulla. Incontrando il disagio che questa condizione sfavorevole

di partenza agisce sul consumatore. Pretenderebbe dal telespettatore un’attenzione che rasenta la partecipazione. Non lo inonderebbe di simpatiche (?) allusioni a fatti di cui si parla a ogni ora del giorno, ovunque. E così ha fatto giovedì sera al Teatro Sociale di Bellinzona, dove ha debuttato con L’arco di San Marco, uno spettacolo di narrazione, danza e musica di oltre due ore coprodotto dal teatro cittadino. Mica i tre quarti d’ora con cui stiamo imparando a confrontarci ultimamente; perché è faticoso - abituati al multitasking e alla fibra ottica restare concentrati su un unico uomo, neanche vestito in maniera bizzarra, che sul palco tenta di trasportarci in luoghi inesplorati grazie al solo potere della fantasia. La scena si apre con un’autentica incursione sul palco dei due figli del narratore, Neda e Juri

Cainero e dalla moglie danzatrice di quest’ultimo, perché fondatore del gruppo Agricantus. Irrompono dalle quinte coi loro strani tamburi, si presentano avvolti da stoffe color corda e catturano la platea con sguardi selvatici e intensi. Poi arriva Ferruccio Cainero e parte il racconto. Si svela la prima curiosità, ovvero che il patrono di Udine, San Ermacora, è temuto ancor oggi perché porta sfortuna. No, anzi, peggio, «fa cadere». Sì, ma in estasi, capiremo via via che il raccontastorie friulano narra i retroscena di piccole storie che oggi possiamo leggere grazie al racconto dei vincitori. Cainero però non ci sta e nella storia trova un varco per infilarci le ragioni dei vinti. Impossibile non perdersi, piacevolmente, fra le decine di personaggi che vengono rievocati. Dal prete ballerino al San Girolamo, dall’amico

d’infanzia Giovanni al contadino recalcitrante secondo cui le sue cinque mucche son parenti, non lavoro. Un’ubriacatura da cui si riemerge grazie alla simpatia del protagonista, che mette in relazione tradizioni lontane due millenni con episodi che hanno gettato le basi del suo essere uomo. Con abilità e assoluta padronanza del palco, Cainero tenta uno scardinamento dall’omologazione che attanaglia il nostro presente.

Lo spettacolo sarà replicato il 17 ottobre, Aula Magna, scuola media di Stabio, ore 20.30.

GdP 10.10.2015


22. Cainero GdP 10.10.2015