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2015

notiziario d’informazione sezionale

club alpino italiano sezione di ivrea sottosezione di sparone

ALPINISMO CANAVESANO a

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Tesseramento 2016 Come da verbale dell’Assemblea Ordinaria dei Soci del 20 marzo 2015, le quote sociali per il tesseramento 2016 sono: Soci ordinari: Soci familiari: Soci giovani: Soci Juniores (sono i soci ordinari tra i 18 e i 25 anni): Soci giovani (a partire dal secondogenito con socio ordinario di riferimento):

€ 45,00 € 25,00 € 20,00 € 25,00 € 9,00

I nuovi soci potranno associarsi esclusivamente in sede. Le quote sono maggiorate di € 1,00 per coloro che rinnoveranno presso la “Galleria del Libro”. Le quote sono maggiorate di € 1,00 per coloro che rinnoveranno con bonifico bancario (IBAN IT68W0326831650053858461820 e chiederanno l’invio del bollino al proprio domicilio.

Importante:

Tutti i nuovi soci, oltre a portare una foto formato tessera, dovranno: • Prendere visione dell’informativa sulla privacy e dare l’assenso al trattamento dei dati personali •Si ricorda Comunicare fiscale, essere data escaricati luogo preventivamente di nascita, domicilio, telefono che tutti i codice moduli possono dal sito www.caiivrea.it (Download - > Moduli).

In mancanza di questi requisiti non sarà possibile procedere al tesseramento. Si ricorda che tutti i moduli possono essere scaricati preventivamente dal sito www.caiivrea.it (Download - > Moduli).

Convenzioni sci 2016 Breuil Cervinia - Valtournenche: Rilascio di tessera strettamente personale presso l’ufficio informazioni adiacente le biglietterie, con una cauzione del 5 € (il rimborso della cauzione, con la restituzione del tesserino, va poi richiesto entro il 30 Settembre). KEY-CARD e D-CARD con sconti nella parte italiana. SKI festivo: -10% SKI Feriale: -20% SKI 6 giorni:-15% Menù dello sciatore nei locali convenzionati: -20% Affitto noleggi convenzionati: -10%. Monterosa 2000 Giornaliero Monterosa ski dal lunedì al venerdì, festività escluse: 37 € anzichè 41 €. Offerte valide presentando la tessera CAI con bollino in corso di validità

5 X 1000 Dona il 5 x 1000 alla tua sezione del CAI di Ivrea apponendo il seguente codice nella tua dichiarazione dei redditi: 84004230011 In questo modo aiuti la tua sezione a rendere viva la montagna finanziando la manutenzione dei nostri rifugi.


A n nu a r i o A l pi n i s m o C a n av e s a n o 2 0 1 5 2

Verbale Assemblea ordinaria dei soci 2015 7

In ricordo di Renata Bottan di Amedeo Dagna 9

Un anno di Alpinismo Giovanile di Renzo Ruggia 13

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Trekking a Madeira di Dorina Albertin 38

Sentiero Matilde di Piera Crotta 41

Una bianca cappella

Testo e foto di Massimiliano Fornero

Alpinismo Giovanile -Attività con le Scuole

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di Alessandro Massa

di Luigi Giachetto

Acqua, Acquolina (in bocca), Fuochino, Fuoco di Gabriele Guabello 18

Concorso “...la montagna dei nostri sogni...” di Luca Gera 19

Si sa non è ancor nato di Gabriele Guabello 21

In cammino sulle tracce di mori e Walser di Roberto Pasquino 24

Parco Nazionale del Cilento di Rosanna Ambrogio 27

Neve sui capelli e primavera nel cuore! di Amedeo Dagna 30

Il Cervino 150 (in vetta alla storia dell’alpinismo) 49

Ciao mamma! di Giulio Conta 51

Dent Blanche

di Alessandro Massa e Stefano Bertino 52

Cerro Torre

di Marino Pasqualone 54

Willy Jervis – Uomo Alpinista Partigiano della Sottosezione CAI di Sparone 55

Giornata mondiale dell’ambiente di Giancarlo Tarrone 58

Africano a chi?

di Michele Pregliasco

Tre giorni sul Pasubio

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di Amedeo Dagna

di Amedeo Dagna

Momenti magici a Madeira di Angela e Sara

Sommario

Sono tornati i lupi sulle Alpi ! Si può convivere? 68

Convocazione Assemblea dei Soci 1


Verbale Assemblea ordinaria dei soci 2015 Sezione di Ivrea

I

l XX marzo 2015, nei locali della sede sociale in via Jervis 8 a Ivrea, andata deserta la prima convocazione alle ore 20:30, si riunisce alle h.21:00 in seconda convocazione l’Assemblea generale dei soci del Club Alpino Italiano sezione di Ivrea con il seguente ordine del giorno: 1) Nomina del Presidente dell’Assemblea e della Commissione elettorale 2) Consegna distintivi ai soci venticinquennali, cinquantennali e sessantennali 3) Relazione attività 2014 4) Lavori ai rifugi B. Piazza e G. Jervis 5) Determinazione della quota massima di adesione alla sezione per il tesseramento 2016 6) Approvazione bilancio consuntivo 2014 e presentazione bilancio preventivo 2015 7) Elezione cariche sociali: elezione di quattro consiglieri (uscenti Piera Crotta, Alberto Giovine, Alessandro Massa, Giacomo Quagliotti) 8) Elezione di un Revisore dei conti (uscente Carlo Fortina) 9) Elezione di due Delegati all’Assemblea Generale del C.A.I. (uscenti: Amedeo Dagna, Giuseppe Franza) 10)Varie ed eventuali 1)Nomina del Presidente dell’Assemblea e della Commissione elettorale Aldo Pagani è nominato Presidente dell’assemblea. Flora Mozzo ed Elisabetta Sanna sono gli scrutatori. Plinio Sperotto è nominato Presidente della Commissione Elettorale. Nicola Baggetta è il rappresentante del Consiglio direttivo nella Commissione elettorale. Marisa Arborio è nominata segretaria dell’Assemblea. 2)Consegna distintivi ai soci venticinquennali, cinquantennali e sessantennali Soci venticinquennali: Gilberto Airoldi, Marisa Arborio, Maria Balice, Riccardo Benso, Renzo Boglino, Giorgio Bolgan, Roberta Chiaro, Maria Rita Dalla Pozza, Piero Valter Di Bari, Marco Durando, Ernesto Ferrando, Stefano Ghirardo, Gerolama Irene Maduli, Maria Fiorenza Maffeis, Angelo Mancuso, Andrea Marinone, Andrea Franco Meinero, Domenico Nicolotti, Daniele Peraga, Giacomo Raffa, Mauro Rivetti, Daniele Sanna, Giancar2

lo Savino, Laura Savino, Daniela Scalco, Giacomo Spadacini, Marco Alberto Spadacini, Igor Tonino, Luca Tonino, Chiara Maria Vesco, Francesco Vigna. Soci cinquantennali: Cesare Borrini, Anna Maria Gnavi, Gustavo Gnavi. Soci sessantennali: Mario Piazza. Il Presidente consegna i distintivi ai soci venticinquennali, cinquantennali e sessantennali presenti in Assemblea. I soci che non sono presenti potranno ritirare il distintivo in sede durante l’apertura del venerdì. 3)Relazione attività 2014 Alpinismo. Nicola Raimo – segretario della Scuola di Alpinismo e Scialpinismo. Corsi: da alcuni anni non viene più effettuato il corso di Sci-Alpinismo. Si sono svolti con successo i tre corsi previsti (Ghiaccio, Alpinismo, Roccia) per un totale di 19 iscritti. Il corso di roccia ha avuto ben 12 iscritti, ed è stato il migliore degli ultimi anni dal punto di vista tecnico e fisico. Gite: sono state organizzate tre gite di Sci-Alpinismo, ben riuscite e con numerosi iscritti, che fanno ben sperare in una ripresa di questa attività a Ivrea. Si è invece effettuata una sola gita di Alpinismo, anche per le condizioni meteo avverse di quest’anno. Istruttori: la Scuola può contare su 32/34 istruttori, dieci titolati più gli aiuti. Il 2014 ha visto l’ingresso di due neo-istruttori regionali, Alessandro Massa e Giulio Conta, che hanno superato gli esami finali del Corso regionale. Progetti per il 2015: si è già svolto il corso di Arrampicata su Ghiaccio che ha avuto numerosi iscritti, tra poco si effettuerà il corso di Alpinismo e in autunno il corso di Roccia. Ci saranno inoltre numerose gite di Alpinismo e Sci-Alpinismo, ed anche un evento di due giorni sulle vie storiche della Palestra di Roccia di Traversella, con un concerto Rock in serata. Nicola invita tutti i presenti a diffondere le informazioni che si trovano anche sul libretto delle attività e su Facebook. Soccorso Alpino. Stefano Bertino – Capo Stazione Soccorso Alpino di Ivrea


Sezione di Ivrea Mandato capostazione e vice: a fine 2014 c’è stato l’avvicendamento dei Capostazione e dei loro Vice in tutte le stazioni per la scadenza del mandato triennale. I nuovi responsabili delle quattro stazioni della XII Delegazione sono: Ivrea Capo Stazione: Stefano Bertino Vice Capo Stazione Vicario:Massimo Lacchio Vice Capo Stazione: Ilario Bertino Ceresole Reale Capo Stazione: Stefano Oberto Vice Capo Stazione Vicario:Marco Blanchetti Vice Capo Stazione: Davide Blanchetti Locana Capo Stazione: Fabrizio Riva Vice Capo Stazione Vicario:Renzo Vottero Vice Capo Stazione: Roberto Coggiola Valprato Soana Capo Stazione: Diego Gallo Vice Capo Stazione Vicario:Franco Gallo Vice Capo Stazione: Daniele Savin Interventi: nell’anno sono stati effettuati 60 interventi di cui 12 nella Stazione di Ivrea, 19 nella Stazione di Ceresole Reale, 13 nella Stazione di Locana e 16 nella Stazione di Valprato. Prevenzione: nonostante le condizioni meteo non favorevoli, si è svolta con successo la giornata dedicata alla prevenzione “sicuri con la neve”, grazie anche alla collaborazione della Scuola di Scialpinismo del CAI Valle Orco. Esercitazioni: sono state organizzate diverse esercitazioni con altre Stazioni di Soccorso e con altri Enti operanti in ambito di emergenza. C’è stata anche la partecipazione, con due squadre, alla corsa in montagna “Dolomiti Rescue Race” riservata ai volontari del Corpo Nazionale Soccorso Alpino, che prevede lo svolgimento di prove tecniche specifiche di soccorso durante la corsa. Applicativo GeoResQ: è stato implementato, a livello nazionale, un importante servizio di tracciamento in tempo reale delle escursioni e archiviazione su portale dedicato dei dati degli utenti. Questo servizio permette al Soccorso Alpino di abbattere notevolmente i tempi di intervento con l’inoltro diretto della richiesta di soccorso e delle coordinate GPS alla Centrale Operativa. Il servizio è a pagamento, e per i soci CAI è previsto uno sconto del 50%. Sede Stazione di Ivrea: la sede è stata rinnovata per rendere più funzionale e agevole lo spazio dedica-

to al Soccorso. Bertino ringrazia il volontario Carlo Lana che è uscito dal Soccorso per raggiunti limiti di età dopo ben 50 anni di onorato servizio, e segnala l’inizio del percorso di affiancamento di un nuovo volontario: Federick Lissolo. Ricorda la prematura scomparsa, ad inizio 2015, di Giovanna Autino, responsabile ufficio stampa XII Delegazione, che si è sempre prodigata con estrema passione per far conoscere l’operato del Soccorso Alpino. Escursionismo. Oddone Albertin – Coordinatore Escursionismo Le attività di Escursionismo, Ciaspole e Trekking hanno avuto un notevole aumento complessivo dei partecipanti e del numero di gite effettuate, nonostante le condizioni meteo siano state spesso sfavorevoli. Albertin ringrazia tutti i soci volontari che hanno contribuito alla buona riuscita delle attività, e rivolge un ringraziamento particolare a Roberto Sgubin per l’assistenza prestata alla gite con ciaspole. Manifestazioni ed eventi. Barbara Fontanelli – Comitato eventi Sono state organizzate alcune iniziative che hanno avuto molta partecipazione: una gita al rifugio Jervis con letture sulla figura di G. Jervis, La Festa degli Auguri a fine anno 2013, il pranzo dei senior, la presentazione del programma 2015 con gara delle torte e intrattenimento musicale, la Festa della Donna con la presenza di due atlete famose: Carmela Vergura e Gabriela Monti. Durante la Festa degli Auguri e nelle gite dei Seniores, sempre disponibili e generosi, sono state raccolte donazioni per la sezione. Alpinismo Giovanile. Renzo Ruggia – Accompagnatore Tutte le attività previste dal programma si sono svolte regolarmente, anche se non sempre sotto un sole pieno. In totale hanno partecipato alle attività 31 ragazzi con l’assistenza di 10 accompagnatori. Corso primaverile: al corso di avvicinamento alla montagna hanno partecipato 13 ragazzi tra gli 8 e i 14 anni, con alcuni nuovi iscritti. Sono state effettuate cinque uscite: una giornata di arrampicata a Traversella e quattro facili escursioni, l’ultima al rifugio Jervis. Soggiorno estivo: alla settimana al Pian di Verra hanno partecipato 27 ragazzi, alcuni dei quali alla prima esperienza, con l’appoggio di 5 accom3


Sezione di Ivrea pagnatori. Se il tempo incerto ha condizionato in parte la programmazione delle uscite, non ha però intaccato il buonumore e il divertimento dei ragazzi. Si è svolta inoltre la consueta attività di formazione con nozioni di cartografia e orientamento e dei primi rudimenti sulle tecniche di assicurazione per l’arrampicata. Uscite autunnali: il programma dell’Alpinismo Giovanile si è chiuso con una giornata di arrampicata a Montestrutto e la partecipazione alla castagnata sezionale al B. Piazza, dopo una escursione ai Piani di Cappia. Ruggia conclude l’intervento esprimendo la soddisfazione e la gioia che gli vengono trasmesse dall’entusiasmo contagioso dei ragazzi durante le attività. Baby aquilotti. Nicola Baggetta – Coordinatore Concorso per le scuole: si è svolta la 2° edizione del concorso rivolto alle scuole dell’infanzia e dei primi due anni delle elementari, con buona partecipazione, e con la premiazione in sala S. Marta. L’iniziativa sarà ripetuta per il 2015 con la 3° edizione. L’attività dei “Baby aquilotti” prosegue con successo con gite e iniziative varie. Sentieri. Valter Di Bari L’attività di tracciatura e manutenzione sentieri continua in collaborazione con la Regione Piemonte. Gli operatori CAI provvedono alla segnalazione di eventuali frane o altri problemi su sentieri esistenti e poi la regione finanzia gli interventi. Di Bari rivolge un appello a tutti i soci per avere la disponibilità di altri volontari. Si tratta di una attività di tre o quattro giornate all’anno. Per il 2015 si dovrà provvedere a modificare il sentiero di salita al Nel e continuare ad occuparsi dell’Alta Via Canavesana. Il Presidente Giovanni Lenti relaziona su altre attività della sezione. Sede sociale. Sono state cambiate alcune tegole del tetto della sede per risolvere i problemi di umidità nei locali al primo piano. E’ stata cambiata la trave di sostegno della tettoia davanti ai garage. Si provvederà alla tinteggiatura esterna utilizzando i fondi appositamente raccolti. Cicloescursionismo. Nella grande famiglia dell’escursionismo è compresa anche l’attività con mountain bike, che ha avuto un notevole incremento negli ultimi tempi con gite organizzate du4

rante tutto l’anno. Eventi culturali. In ottemperanza all’art. 1 dello statuto sociale sono state organizzate serate di divulgazione della cultura di montagna: si è già svolto un breve ciclo di conferenze allo ZAC per la presentazione di libri di De Rossi e Camanni, e prossimamente sarà effettuata la proiezione di filmati sulla prima ascensione del Cervino, in occasione del 150° anniversario di tale ascensione. Sono previste inoltre proiezioni sulla civiltà contadina e sulla transumanza, mentre in autunno ci sarà un incontro con i responsabili dell’ ARPA Piemonte sui cambiamenti del clima. Segreteria. Da quest’anno abbiamo di nuovo una segretaria, Marisa Arborio, che si occupa regolarmente della stesura dei verbali e che provvede ad inviare a tutti i soci e-mail di informazione sulle iniziative che vengono organizzate dalla sezione. Annuario. La rivista semestrale Alpinismo Canavesano è stata trasformata in un numero unico che riguarda solo la sezione di Ivrea e non più quella di Cuorgnè. L’annuario viene distribuito ai soci al momento del tesseramento. Nuovi Titolati. Il socio Massimo Bigo ha conseguito la qualifica di Operatore Naturalistico e Culturale. Assemblea GR a Ivrea. In occasione del 140° anniversario della fondazione la sezione di Ivrea ospiterà la 10° Assemblea Regionale dei Delegati delle Sezioni Piemontesi che si svolgerà Domenica 29 marzo 2015 presso il Polo Universitario Officina H. Tesseramento. I soci nel 2014 sono stati 1045, una decina in meno rispetto al 2013. Nei primi mesi del 2015 i numeri del tesseramento sono in linea con l’anno passato. Il Presidente termina il suo intervento ricordando a tutti che è possibile devolvere il 5 per mille alla sezione, che ha bisogno del sostegno dei suoi soci. 4)Lavori ai rifugi B. Piazza e G. Jervis In assenza del coordinatore Beppe franza, relaziona Giovanni Lenti. Il rifugio Jervis avrà nuovi gestori: sono tre giovani lombardi, selezionati tra i partecipanti al bando che è stato indetto dopo la rinuncia degli ex-gestori. La nuova gestione inizierà a giugno. Saranno eseguiti alcuni lavori per adeguamenti a normative regionali e nazionali e a disposizioni dell’ASL, tra i quali la sostituzione della porta del


Sezione di Ivrea dormitorio. Al rifugio Piazza è stata sostituita nell’inverno la fossa biologica e dovranno essere eseguiti altri lavori prossimamente. 5)Determinazione della quota massima di adesione alla sezione per il tesseramento 2016 La proposta del Consiglio Direttivo è di mantenere per il 2016 le stesse quote di iscrizione del 2015, salvo allineamento ai valori minimi che saranno stabiliti nell’Assemblea Generale dei delegati del maggio prossimo. Pertanto le quote proposte sono le seguenti: Soci Ordinari € 45.00 Soci Familiari € 25.00 Soci Giovani € 20.00 Soci juniores € 25.00 L’Assemblea approva all’unanimità. 6)Approvazione bilancio consuntivo 2014 e presentazione bilancio preventivo 2015 Il tesoriere Giacomo Quagliotti illustra il bilancio consuntivo. Spiega la variazione di alcune voci della Situazione Patrimoniale: la diminuzione dell’importo dei “Materiali in conto vendita” è stata approvata dal Consiglio Direttivo per il deterioramento di alcuni materiali in magazzino; l’aumento del valore delle “Macchine d’ufficio” è dovuto al PC e alla Stampante che sono stati donati alla sezione; nella voce “ Attrezzi Tecnici” è stato inserito il valore della sedia Joelette oltre a quello di corde e materiali per arrampicata acquistati. Tra le voci del Rendiconto il tesoriere segnala che il costo della rivista Alpinismo Canavesano è relativo al secondo numero del 2013. L’Assemblea approva il bilancio consuntivo 2014 all’unanimità. Il tesoriere presenta poi il bilancio preventivo per il 2015. Il risultato negativo del conto rifugi è dovuto alle rilevanti spese di manutenzione dei nostri rifugi, già effettuate o in corso di esecuzione, che dovranno essere saldate nel 2015. Inoltre una considerevole perdita di acqua al rifugio Piazza, dovuta alla rottura di un tubo esterno, ha generato una bolletta molto alta che si sta cercando di ridimensionare con un patteggiamento. Per contenere il forte disavanzo si è deciso di risparmiare su alcune voci di spesa. Alla domanda di Irene Maduli sulla possibilità di stipulare una assicurazione per la tubazione

dell’acqua al Piazza, il Presidente risponde che non è possibile assicurare un tubo che non è interrato e soggetto al gelo. Si cercherà comunque di applicare una protezione. Enzo Ramella chiede invece se ci sarà quest’anno la possibilità di richiedere un finanziamento del CAI per i rifugi, visto che l’anno scorso non c’è stata nessuna erogazione. Il presidente risponde che nel 2014 non sono stati erogati nuovi finanziamenti perché dovevano essere ancora evasi quelli richiesti nel 2013 per una cifra doppia di quella disponibile. Ora le sezioni versano un euro per ogni socio ordinario allo scopo di finanziare un fondo rifugi, e dovrebbe essere emesso un bando nel mese di aprile. Faremo sicuramente richiesta alla Commissione Regionale Rifugi per accedere ad eventuali finanziamenti. Si passa poi alla votazione, e l’Assemblea approva il Bilancio Preventivo 2015 con la sola astensione del socio Renzo Ruggia. Il motivo dell’astensione non riguarda il merito della previsione di spesa, ma il fatto che consuntivo e preventivo dovrebbero avere la stessa struttura. 7)Elezione cariche sociali: elezione di quattro consiglieri I soci presenti in Assemblea hanno votato e sono terminate le operazioni di scrutinio dei voti. I soci con diritto al voto sono 965 – i votanti sono stati 61, di cui 10 per delega – schede valide 61 – schede bianche 0 – schede nulle 0. I risultati delle votazioni per il Consiglio Direttivo sono i seguenti: Ornella Cerutti 46 Giulio Conta 44 Giacomo Quagliotti 43 Franco Grosso Sategna 43 I candidati risultano tutti eletti. 8)Elezione di un Revisore dei conti (uscente Carlo Fortina) Fortina Carlo 54 Risulta eletto. 9)Elezione di due Delegati all’Assemblea Generale del C.A.I. (uscenti: Amedeo Dagna, Giuseppe Franza) Amedeo Dagna 51 Giuseppe Franza 45 Risultano eletti. 5


Sezione di Ivrea 10)Varie ed eventuali Assicurazioni. Interviene il Dott. Spagna, che si occupa dei contratti di assicurazione stipulati dal CAI Centrale e validi per tutti i soci CAI, per illustrare la nuova polizza infortuni in attività personale. E’ una polizza a cui possono aderire i soci per avere una copertura in tutte le attività di montagna svolte individualmente, valida per attività svolte in tutto il mondo e con pochissime esclusioni (abuso di sostanze nocive, alcoolismo, ecc.). La socia Maria Balice chiede se sono coperte anche le persone affette da malattie quali il diabete; Spagna risponde di sì, ma con alcune limitazioni. Nicola Baggetta si informa sulla copertura per attività di cicloescursionismo; Spagna risponde che

Lago Dres (foto di Eva Volpato)

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l’attività è coperta se svolta in montagna, ma non è coperta se svolta in pianura. Ricorda poi all’Assemblea che tutte le informazioni e le condizioni della polizza sono riportate sul sito internet del CAI, e dichiara la propria disponibilità a risolvere eventuali problemi e dubbi, e a rispondere a tutte le domande che i soci vorranno inoltrargli tramite il Presidente Lenti. Non essendoci altre domande e neppure altri interventi, il Presidente dichiara chiusa l’Assemblea alle ore 23:45. Il Presidente (Aldo Pagani)

La segretaria (Marisa Arborio)


In ricordo di Renata Bottan di Ame de o D ag na

E

anche Renata ha voluto “andare avanti” su quei sentieri sopra le nuvole, dove ci attenderà, per riprendere con noi, il tranquillo camminare con cui ci siamo accompagnati tante volte in questa vita... Apro queste note in ricordo di Renata con le commosse parole che le ha voluto dedicare un altro nostro comune grande amico, Pietro Tonino, compagno di tante escursioni:

Renata Bottan

Direttore, e Sauro Malaspina, Presidente ed anima della Sezione, riuscii a sopravvivere ed a superarlo senza fare troppo schifo. Ma nell’estate del 1995 un altro personaggio mitologico del CAI eporediese, Giorgio Cavallo, aveva organizzato un trekking sul percorso Macugnaga – Ivrea in sette tappe. Mi sentii subito attirato e mi

Un ricordo, di Pietro Tonino: “Renata, se n’è andata alla chetichella, senza disturbare nessuno. La nostra prima reazione è stata di incredulità e stupore. Sì, stupore: perchè solo otto mesi prima avevamo condotto insieme la gita sociale al Monte Crabun, e non è una gita per persone in difficoltà. Quelli che l’hanno frequentata sanno che era una roccia, competente ed organizzata, ma attenta e sensibile anche alle cose che sembrano di poco conto e, spesso, fanno la differenza. Per lunghi anni si è prodigata generosamente per le attività della nostra Sezione, sia dal lato pratico che con interventi che erano vere lezioni di vita. Il nostro grato ricordo l’accompagni in sentieri che non percorrerà più con noi.” Ed anche io vorrei ricordare il percorso escursionistico che per un ventennio ci ha visto procedere, Renata ed io, parallelamente sui sentieri, prima partecipando e poi organizzando e guidando alcuni trekking che, senza enfatizzare, sono rimasti nella storia della nostra Sezione. Tutto iniziò nell’estate del 1995. Mi ero appena iscritto al CAI poiché Rosanna, mia moglie, preoccupata di vedermi andar per sentieri da solo, mi aveva voluto regalare per l’ormai lontano compleanno sia l’iscrizione al sodalizio che al Corso di Alpinismo organizzato dalla Sezione in quella primavera. Sul Corso non avevamo le idee chiare, né lei né io, pensavamo piuttosto a quello che oggi chiameremmo “corso di avviamento all’escursionismo”, ma grazie alla pazienza di Gianni Predan,

Renata che sale al Crabun (foto di Michele Parola)

iscrissi. Fu durante questa avventura che conobbi ed iniziai ad apprezzare quella piccola, paziente e tosta signora che era Renata, ovviamente insieme agli altri indimenticabili compagni: Gianni, Vittorio, Giacomo, Ezio, Toni, Augusta, Franco e mi scuso con chi ho dimenticato, ma il mio unico neurone a volte sonnecchia. Lasciamo perdere i numeri da circo che riuscii a farmi io, che da brava recluta ne combinai davvero di tutti i colori, ma questo sarà magari oggetto di future chiaccherate, però ebbi modo di apprezzare la vera atmosfera dell’andare in montagna insieme, del condividere per diversi giorni ogni istante di vita, dalle banalità del quotidiano ai momenti 7


Renata Bottan di più intenso essere uniti. E Renata da subito mi si palesò con le sue grandi doti umane, di pazienza, tolleranza, tranquilla bonomia, disponibilità ad aiutare, ma unita ad una grande determinazione nell’affrontare tutti i problemi del muoversi in montagna. Dopo questa prima gratificante esperienza di muoversi in gruppo per sentieri e per rifugi, iniziò con Renata un affiancamento destinato a durare per parecchi anni e che ci ha portati a condividere belle esperienze su tanti sentieri delle nostre montagne: ...Vorrei ricordare: • 1995 Da Macugnaga ad Ivrea • 1996 Giro del Monterosa • 1997 Giro del Monte Bianco • 1998 Sentiero delle Orobie • 1999 Alta Via numero uno delle Dolomiti • 2000 AltaVia numero due della valle d’Aosta – da Champorcher a Courmayeur • 2001 Alta via numero uno della Valle d’Aosta – Da Gressoney a Courmayeur • 2002 Valtellina – Da St Moritz a Bormio • 2003 Val Malenco • in vari anni – con il ritmo di due settimane all’anno - l’Alta Via dei Monti Liguri da Ventimiglia a La Spezia • Trekking dell’Etna, in questo caso non come conduttori ma come partecipanti. E poi le decine di gite giornaliere a cui abbiamo partecipato negli anni, e che hanno cementato la nostra amicizia ed il nostro senso del collaborare per poter sempre cogliere in ognuna delle escursioni il vero spirito dell’andare tutti insieme in montagna. Vi risparmio altri elenchi di camminate e di eventi ma non posso fare a meno di citare alcuni piccoli, per i più di voi, insignificanti e banali episodi, ma che oltre alla tenerezza del ricordo possono dare un miglior senso della tranquilla personalità di questa piccola grande signora dei sentieri. Durante una delle settimane in cui percorrevamo un tratto dell’Alta Via dei monti Liguri, aveva notato che un partecipante, a dire il vero occasionale ed estraneo al nostro nucleo storico, la faceva oggetto di una corte tanto ingenua quanto infantile. 8

Ovviamente sapeva gestire il problema con discrezione ed efficacia ma capitò l’imprevisto che in uno dei posti tappa non era attrezzato con il solito camerone collettivo da rifugio, ma con camerette a due letti. Ebbene, sfoderando la grinta del consumato capo gita mi si rivolse imponendomi: “questa sera dormi tu con me! E se non hai capito non mi chiedere il perché!” Con questa frase, seguita poi dal rispetto del suo programma, ottenne tre risultati: risolvere il problema del noioso spasimante – darmi prova della sua fiducia in me – sancire definitivamente e pubblicamente il fatto che io ero assolutamente innocuo! Percorrendo l’Alta via delle Dolomiti, sostammo una sera nel bel Rifugio Cinque Torri, gestito dal favoloso Berto, uno dei “Lupi di La Thuile” (formazione che apparteneva alla Scuola Militare Alpina di Aosta) che ci accolse con grande simpatia, e col quale in seguito durante numerose soste abbiamo stabilito un grande rapporto umano. Finita la cena il buon Berto, con aria sorniona ci propose un brindisi con le sue grappe: in breve sul bancone si allinearono un numero imprecisato ed impressionante di bottiglie, ognuna con un delizioso nettare. Graziella ne assaggiò pochissime, Aldo era notoriamente e ferocemente astemio (ma era simpatico lo stesso!) per cui gli onori li dovemmo fare Renata, Franco ed io. E ci facemmo onore guadagnandoci stima ed ammirazione da parte di Berto, che di bevitori se ne intendeva. Ma Renata aveva in serbo il colpo da 90: andò a pescare nel fondo del suo minuscolo zaino una preziosa bottiglia della grappa prodotta in quel di Montestrutto da suo marito: una eccellenza, con meravigliosi sapori ottenuti da infusioni di varie erbe alpine aggiunte, tra cui spiccava il genepy! Fu una serata mitica e abbiamo ottenuto plauso stima ed ammirazione dal grande Berto, ma abbiamo fatto un po’ di fatica a ritirarci nelle nostre cuccette! Un giorno ci rivedremo tra le nuvole, per qualche buon trekking, magari sulla Via Lattea. E fino ad allora sarai sempre nel nostro ricordo e nei nostri cuori! Ciao Renata!


Un anno di Alpinismo Giovanile di R enzo Rug g i a

Alpinismo Giovanile

Rifugio Jervis (foto di Renzo Ruggia)

A

nche quest’anno, come sempre, l’attività dell’Alpinismo Giovanile di Ivrea si è sviluppata con un ricco e articolato programma di uscite, con la consueta entusiastica partecipazione dei giovani soci della Sezione. Le buone condizioni meteo di questa estate hanno consentito di svolgere regolarmente tutte le attività previste dal programma, anche se non sempre sotto il sole pieno. Corso primaverile Al corso primaverile di avvicinamento alla montagna, articolato su sei uscite domenicali, dal 3 maggio al 7 giugno, hanno partecipato 14 ragazzi con un’età compresa tra gli 8 e i 14 anni, coadiuvati da 6 accompagnatori. Anche quest’anno la presenza tra gli iscritti di alcune new-entry dimostra come l’interesse per l’attività continui a restare vivo all’interno della sezione e a diffondersi tra i ragazzi.

La prima uscita, coma da tradizione dedicata all’arrampicata, per le condizioni instabili del tempo si è svolta a Montestrutto, anziché al nostro Rifugio B. Piazza. La mattinata è dedicata a riprendere confidenza con la roccia, approfittando delle solide placche di gneiss della Turna, e il pomeriggio, sotto il sole tornato a splendere, una lunga escursione tra i vigneti si chiude, come d’obbligo, con un “gelato di gruppo”, a suggello di una giornata lieta e festosa che ha consentito ai ragazzi, vecchi e nuovi, di ricreare quei legami di amicizia che caratterizzano tutto il nostro gruppo. Un immenso mare di ciottoli accatastati come dune del deserto, immensi cumuli separati da lunghi valloni ricoperti di folta vegetazione. Questa è la Bessa, che con il suo aspetto inconsueto, talvolta quasi lunare, ci accoglie domenica 10 maggio. Una lunga escursione tra i sentieri del Parco consente di scoprire le tracce della secolare attività 9


Alpinismo Giovanile estrattiva che ai tempi di Roma aveva fatto della Bessa uno dei punti nevralgici del dominio romano, con l’utilizzo di migliaia di schiavi nella faticosa ricerca dell’oro. Il 17 maggio, invece, partendo da Sommarese saliamo, in una strepitosa giornata primaverile, alla Testa di Comagna, splendido belvedere su tutta la Valle d’Ayas. Il percorso, semplice ma ripido, si sviluppa tra boschi e prati fioriti fino a raggiungere la lunga e panoramica cresta finale, ed è un’ideale preparazione per le gite in quota che ci attenderanno nelle prossime domeniche. La quarta uscita, domenica 24 maggio, si svolge in Val di Gressoney, tra i boschi di larici e i prativi che portano alla Cappella del Kiry, da cui proseguiamo fino alle Case Nantrey. Le nuvole si abbassano minacciose, e scendiamo in tutta fretta. A Fontainemore, sotto un cielo di nuovo sereno, una lunga sosta al parco chiudeva tra giochi e risate una nuova giornata tutta da ricordare. L’estate sta arrivando, la neve incomincia ad abbandonare le praterie alpine, dove si affacciano le prime marmotte, e possiamo incominciare a salire di quota. Domenica 31 maggio raggiungiamo i Laghi di Thoules, sopra Ollomont, in Valpelline. Qui l’inverno è passato da poco, e la conca su cui i due laghi sbocciano come grandi fiori blu è ancora coperta da ampie tracce di neve. Nelle limpide acque si specchia la lunga cresta dei Morion, e in fondo il pianoro si apre invitante verso la Fenêtre Durand. Infine, l’ultima domenica, il 7 giugno, saliamo al Colle Sià, da Ceresole Reale, attraverso pascoli e boschi di larici. Ancora una volta lo spettacolare panorama che si gode dal colle, le Levanne, il Courmaon, la Becca di Monciair, il Ciarforon, ripaga ampiamente della fatica fatta. 10

Soggiorno estivo Una pausa di un paio di mesi, e ad agosto inizia il consueto soggiorno estivo dei ragazzi dell’A.G. del CAI di Ivrea, dal 16 al 22 agosto, con la partecipazione di 28 ragazzi, alcuni dei quali alla prima esperienza, con l’appoggio di 5 accompagnatori. Come lo scorso anno la sede del soggiorno è stata la casa vacanza della Parrocchia di Angera al Pian di Verra Inferiore, in Val d’Ayas, il lungo e ampio pianoro ai piedi dei ghiacciai del Monte Rosa a un’altitudine di 2050 metri. Domenica 16 Appuntamento a St. Jacques, al posteggio di Frachey. Carichiamo i bagagli sul camion di Alberto, e dopo un ultimo saluto ai genitori, via, tutti in fila, per il Pian di Verra. Il tempo non è granché, ma le previsioni sono buone, e un po’ di ottimismo non guasta mai…… Appena arrivati ci sistemiamo nelle camerate e prendiamo confidenza con quella che sarà la nostra casa per i prossimi giorni. Nel frattempo noi accompagnatori verifichiamo che tutto funzioni regolarmente; la cantina è quasi completamente allagata, a causa dei temporali della settimana precedente, e dobbiamo sistemare le cassette di frutta e verdura lungo la scala di accesso. Nel pomeriggio tutti nel salone con Iesse, a ripassare le nostre nozioni sui nodi. Lunedì 17 Il mattino ci sveglia con una splendida giornata di sole, con un cielo azzurro e sgombro di nubi. Saliamo al Palon di Resy, passando dal rif. Ferraro. Qualche fatica, il pendio finale è davvero ripido, e poi siamo tutti in cima, al cospetto dei ghiacciai del Rosa. Lo spettacolo ci ripaga ampiamente dello sforzo fatto, e dopo aver consumato con appetito i panini del nostro pranzo torniamo al Pian di Verra, fermandoci al Ferraro per una prima lezione di cartografia e orientamento. Le nuvole incominciano ad addensarsi minacciose sul Gran Tournalin, e ci avviamo rapidamente per rientrare al Pian di Verra.


Alpinismo Giovanile Martedì 18 Al mattino, il tempo si presenta molto instabile, e decidiamo di dedicare la mattinata al gioco, anche per recuperare la fatica fatta il giorno precedente. Per fortuna il tempo migliora rapidamente, e nel pomeriggio riusciamo a fare una piccola escursione al Lago Blu. Al rientro abbiamo ancora il tempo per una lezione di cartografia, e poi tutti a cena: stasera pizza!!!! Mercoledì 19 Una fredda e grigia mattina, quasi autunnale, ci accoglie al risveglio. Il Rosa è coperto da una coltre di nubi minacciose, che non promettono nulla di buono. Il meteo però è in miglioramento; decidiamo di scendere a Fiery in mattinata, per una breve passeggiata, sperando che nel frattempo il tempo si metta al bello, e ci incamminiamo sotto qualche goccia di pioggia, che per fortuna cessa presto. Dopo pranzo, un’occhiata al cielo: i primi squarci

di azzurro incominciano a farsi largo tra le nuvole, e allora rimettiamo gli scarponi e saliamo fino al Pian di Verra superiore, con un giro ad anello sui due versanti del vallone. Giovedì 20 E’ la giornata dedicata all’arrampicata. Una mattina spettacolare, con un cielo azzurro senza nuvole, ci accoglie al risveglio, ripagandoci del tempo mutevole dei giorni scorsi. Iesse e Roberto attrezzano il roccione all’inizio del Pian di Verra; un po’ di teoria, e poi tutti a provare ad arrampicare. A mezzogiorno, pranzo speciale con la tradizionale polentata all’aperto, e subito dopo riprendiamo le nostre imbragature. La sera, dopo cena, abbiamo ancora il tempo per l’ormai tradizionale e attesissima tombolata, e poi tutti a nanna, per smaltire le emozioni e le fatiche. Domani c’è il Mezzalama, il nostro 3000……

Rifugio Mezzalama (foto di Renzo Ruggia) 11


Alpinismo Giovanile Venerdì 21 Il tempo non è bellissimo, ma speriamo nell’esattezza del meteo, che prevede un miglioramento della situazione. Partiamo di buon mattina, e man mano che saliamo lungo la morena che porta al Mezzalama il cielo si schiarisce sempre di più e il sole prende ad affacciarsi deciso tra le nuvole. La salita diventa via via più ripida e faticosa, ma continuiamo di buon passo il nostro cammino. Arriviamo al rifugio, e le nuvole d’improvviso si aprono lasciandoci ammirare la bellezza abbagliante dei ghiacciai. L’aria è gelida, nonostante il sole, e consumiamo rapidamente il pranzo. Un’ultima foto di gruppo e poi iniziamo a scendere, stanchi ma felici per essere riusciti a finire nel migliore dei modi la nostra settimana di vacanza. Sabato 22 E’ l’ultimo giorno, anche quest’anno….. Le nuvole dell’alba si dissolvono rapidamente in un’altra giornata di sole. Il Rosa risplende alla luce del mattino, in tutta la sua bellezza, quasi a volerci salutare. Dopo colazione i ragazzi si scatenano negli ultimi giochi fuori delle baite, e poi tutti nelle camerate a preparare zaini e valige. Arriva Alberto con il camion; si caricano i bagagli e poi tutti a pranzo. E’ l’ora della partenza: un saluto a Norma, alla sua bimba, a Elvis e a tutti i nostri vicini, e poi ammainiamo la nostra bandiera, che scende sventolando al vento un’ultima volta. Il camion di Alberto parte con i nostri bagagli, e ci incamminiamo lungo il sentiero del ritorno. E’ proprio finita, ma ci resta ancora il tempo di una lunga sosta a Fiery, per giocare a “alce rosso”. Ci giriamo un’ultima volta indietro, a salutare il Pian di Verra che ci ha regalato ancora una volta una settimana indimenticabile, e scendiamo tra chiacchere e risate fino al piazzale di St. Jacques, portando nel cuore tutti i nostri ricordi.

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Uscite autunnali Il programma dell’Alpinismo Giovanile continua in autunno con un’uscita al Rifugio Jervis e con la partecipazione alla castagnata della Sezione al B. Piazza. Domenica 20 settembre una splendida giornata di fine estate, calda e luminosa, ci accoglie a Chiapili, da dove saliamo con 16 ragazzi al nostro rifugio. Andiamo ad ammirare i laghetti del Pian del Nel e poi tutti a tavola per una buona polenta, sotto lo sguardo delle Levanne imbiancate dalla prima neve. Domenica 18 ottobre l’ultima uscita, con 15 ragazzi. Ci troviamo al mattino a Traversella, per una breve escursione sul versante delle miniere. Una breve sosta per il pranzo, e dopo aver dato fondo ai nostri panini, tra chiacchere e risate, saliamo al B. Piazza, in tempo per partecipare come di consueto alla castagnata sezionale.

E qui si chiude la nostra stagione, nel nostro rifugio di Traversella. Una stagione molto positiva, per le attività svolte, per il tempo clemente che ci ha accompagnato, e soprattutto per la partecipazione attenta ed entusiasta dei ragazzi, che costituiscono ormai un gruppo consolidato da un processo di maturazione collettiva.

Un anno da ricordare, che ci consente di guardare al 2016 con ottimismo e con l’impegno di proseguire ancora il nostro cammino.


Alpinismo Giovanile -Attività con le Scuole di Luig i Gi achetto

Alpinismo Giovanile

E

’ proseguita nel 2015 a cura di chi scrive e di Albertina Zamboni l’attività di accompagnamento delle classi delle scuole primarie alla scoperta del nostro bel territorio. Gli interventi sono stati ben apprezzati dalle insegnanti che in alcuni casi hanno pubblicato le relazioni e le impressioni delle/gli allieve/i su Face Book. La proposta della nostra sezione comprende 8 diversi itinerari: dalla traversata Carema Settimo Vittone, alla salita a Nomaglio da Montestrutto o da S. Germano, al giro dei laghi intramorenici, alla salita a Brosso per la strada delle “vote” e fino alla Parej Auta di Pavone.

Le gite, di una giornata con pranzo al sacco, sono tutte raggiungibili con mezzi pubblici, con un sensibile risparmio sul costo del trasporti. Le Scuole che hanno aderito sono state: S.Bernardo, Pavone, Samone, Nigra, Olivetti per un totale di 7 uscite e 245 alunni partecipanti. Grazie ai volontari Lenti, Agnoletto e Albertin è stata anche usata la Jolette per consentire a un bambino disabile la traversata dalla Bacciana a Montalto. Nelle scuole Nigra e S.Bernardo è anche stata presentata l’attività di Alpinismo Giovanile della sezione.

Laghi di Thoules (foto di Renzo Ruggia)

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Acqua, Acquolina (in bocca), Fuochino, Fuoco di Gabr iele Gu ab el lo

Baby Aquilotti

In giro col giro (foto archivio baby aquilotti)

N

ella sindrome da foglio bianco che mi ha preso nello scrivere questo articolo decido di ascoltare un po’ di musica: “magari le parole di altri ispireranno le mie” infatti… “È questa la vita che sognavo da bambino” canta Jovanotti e poi ancora “Non c’è montagna più alta di quella che non scalerò, non c’è scommessa più persa di quella che non giocherò”. La scommessa è stata quella di portare una ciurma di bambini a scalare la loro montagna e a giocare la loro scommessa a volte anche contro le loro stesse forze, a suon di sfide. Lo so “ciurma” è un termine marinaro ma mica posso solo accentrare tutto sulla montagna perché si parla di tante attività organizzate per i più piccoli e…si è andati anche sull’acqua e vi assicuro che in questo caso il termine utilizzato è più che adeguato. La prima “acqua” come nelle migliori lezioni di scienze apprese (si spera) a scuola, arriva dal cielo sotto forma di neve per la prima attività invernale che vede come meta l’Alpe Cavanna il 22 febbraio. La gita all’Alpe Cavanna è stata caratterizzata dalla fitta nevicata della notte precedente, la neve era 14

presente in abbondanza già da Andrate. Lasciate le macchine prima del Trecciolino, siamo saliti fino a Pian Bres (partenza abituale per la Cavanna) e lì abbiamo attrezzato un campo bob e scavato un tunnel sotto la neve per il divertimento di grandi (sì anche loro) e di piccini. Per il resto tutto bene, non è venuto a mancare il momento del pranzo al sacco ma degna di nota la megacaffettiera di Tina! La giornata era comunque fredda ed un buon caffè caldo (ahimè solo per gli adulti) è stato molto confortante. La stessa neve speravamo fosse copiosa anche nella successiva attività che prevedeva un weekend all’Ostello Lavesè in Val Tournenche, nel fine settimana de 14 e 15 marzo purtroppo così non è stato e gli scarponi sono stati più che sufficienti per giungere a destinazione senza l’utilizzo delle previste ciaspole. Purtroppo il ghiaccio non mancava e la camminata lungo la dorsale che partiva dal Colle del Saint Pantaleon non ha visto la sua conclusione direttamente all’Ostello, che si trova in una radura sotto uno strapiombo, ma alla chiesetta di Saint Evance luogo in cui ci siamo


Baby Aquilotti fermati per un pranzo al sacco dove la parte del leone l’ha fatta il bagnetto della mitica mamma di “Bizzo” gustato con tutti gli abbinamenti possibili e, soprattutto, con quelli che sembrano impossibili. Rifocillati e riposati abbiamo fatto ritorno sullo stesso sentiero fino alle autovetture per giungere, attraverso la strada asfaltata, all’imbocco del sentiero più in basso che portava all’Ostello, giusto in tempo per riposarsi, lavarsi e mettere i bambini affamati come un branco di squali (ve l’ho detto il tema è acquatico, inutile insistere!) a mangiare quanto preparato dai gestori della struttura. Finita la cena dei bambini li abbiamo intrattenuti con un film d’animazione mentre anche gli adulti si rifocillavano con una pantagruelica cena a base di polenta, spezzatino e Zuppa alla Valpellinese il tutto innaffiato da abbondante vino rosso. Il giorno seguente bambini e adulti si sono divertiti con bob e slitte sulla neve, quella sì rimasta in buone quantità, attorno al rifugio prima di fare pranzo al sacco (Salutare soprattutto per lo stomaco degli adulti già soddisfatto la sera precedente) e tornare alle automobili lasciate la sera prima e dunque a casa. Con l’arrivo del caldo sono iniziate le escursioni che quest’anno hanno avuto un comune denominatore: l’Anfiteatro Morenico creato dal Ghiacciaio Balteo (neve, ghiaccio sempre acqua…). La prima, il 12 aprile, sulla mulattiera che collega il fondovalle della cerulea Dora, partendo da Settimo Vittone, con Nomaglio. Una bella salita che ha messo a dura prova soprattutto i più piccoli ma che attraverso i soliti espedienti di storie, qualche tappa di riposo e caramelle, sono riusciti ad arrivare fino ai piedi del paese vicino al mulino (ad acqua, cosa se no) che serviva per fare la farine di castagne, unico mezzo di sostentamento per la popolazione locale fino all’inizio del secolo scorso. Anche in questo caso il meritato riposo è stato allietato da un pranzo al sacco non senza che uscisse l’immancabile bottiglia di vino (l’acqua la si usa per lavarsi o irrigare no?). Dopo pranzo, poi, un piccolo giretto in paese (con gli adulti che si sono presi un caffè al bar) prima di fare ritorno a Settimo Vittone nella frazione Montestrutto presa d’assalto da tantissima gente vista la splendida giornata di sole. Prima di congedarsi una breve passeggiata ci ha portato alla vicina agrigelateria

che ha concluso dolcemente la giornata: gelato per tutti! Nell’ultimo weekend di maggio, con il passaggio del Giro d’Italia ad Ivrea, abbiamo atteso gli atleti in Via Torino prima mangiare qualcosa velocemente e inforcare a nostra volta le biciclette e pedalare verso nord in direzione Settimo Vittone. Questa volta con noi c’erano anche i ragazzi della scuola di mountain bike di Pagliughi che avevano organizzato un percorso per i più piccoli in piazza Lamarmora prima di aggregarsi nella pedalata attraverso le strade sterrate che costeggiavano l’autostrada e la SS 26 fino a giungere a Monte Strutto. C’è da dire che tenere unito il gruppo è stato parecchio difficile data la “differente preparazione atletica” tra i ragazzi della scuola ben allenati ed abituati ad andare in bicicletta ed il resto del gruppo formato da bambini più piccoli ma anche da adulti non altrettanto allenati. Difficoltà che ha colto anche Maurizio, un vigile del Comando di Ivrea che ci ha accompagnati e scortati nel pomeriggio dopo aver lavorato al mattino in città. Nonostante la muta di predatori da pedali che spingeva siamo giunti tutti quanti a destinazione ed anche in questo caso abbiamo avuto modo di riposarci e rifocillarci grazie a quanto preparato della mitica Tina (E chi se no!) prima di fare ritorno, sempre in bicicletta, a Ivrea. Questa attività è stata una sorta di allenamento per la biciclettata di due giorni che nel weekend seguente ha visto i piccoli ciclisti affrontare un percorso che da Ivrea li ha portati fino a Viverone. Fondamentali, dal punto di vista logistico e non solo, in questo caso sono state le “ammiraglie” formate dal camper di “Tina” e dal furgone di “Peppino” che hanno fornito assistenza ma soprattutto hanno permesso ai ciclisti di scaricare le tende e le vettovaglie e viaggiare così “leggeri” verso la parte più orientale del Anfiteatro Morenico fino al Lago di Viverone (ve l’ho detto che l’acqua era il tema dominante!). Dopo un’ora di pedalata (e una personale arrabbiatura con un automobilista particolarmente insensibile al fatto che cinquanta ciclisti stessero attraversando la strada) siamo giunti alla prima breve sosta al parco giochi di Bollengo, sosta salutare per stoppare i primi segni di fame e sete e gli inevitabili bisogni fisiologici. Ripartiti la pedalata si è snodata sulla 15


Baby Aquilotti vecchia strada statale fino a Palazzo C.se e poi, attraverso le stradi poderali, perlopiù sterrate, fino ad Azeglio luogo designato per il pranzo. Dopo una pausa ristoratrice abbiamo ricominciato a pedalare verso Viverone e la nostra meta: il Camping “Sole” dove abbiamo montato le tende, ci siamo lavati nelle docce della struttura (ecco a cosa serve l’acqua!!) ed abbiamo lasciato i bambini giocare mentre gli adulti preparavano i tavoli per la cena che, in realtà, si è trasformata in una lunga Merenda Sinoira che ci ha portati a mangiare e bere fino quasi al tramonto quando abbiamo iniziato a notare intorno a noi dei lampi che qualcuno credeva “di calore” e che in realtà si sono dimostrati un vero e proprio temporale che ha messo a dura prova, con la complicità del vento, le nostre tende creando anche qualche disagio ad alcuni di noi che, purtroppo, si sono trovati con la tenda bagnata nella notte. Tutto questo ha influito non poco sulla tenuta fisica di alcuni di loro soprattutto il giorno seguente nella pedalata ma non, per fortuna, nell’umore complice anche il sole che ci ha accolti. L’appuntamento importante era fissato per le 10.00 quando siamo saliti sul battello che ci ha portati a fare il giro del lago osservando dal centro dello stesso i diversi ambienti e soprattutto la fauna. I più fortunati (o forse svegli) di noi hanno anche potuto vedere un cormorano che si è immerso in acqua uscendone con un pesce. Terminato il tour abbiamo nuovamente ripreso le biciclette e siamo arrivati fino alla chiesetta di S. Antonio dove le ammiraglie ci stavano aspettando e stavano preparando la tavolata per il pranzo. Come sempre la tavola ha unito la ciurma (ormai da definire così dopo l’esperienza da capitani coraggiosi dei piccoli marinai alla conduzione del battello) che è riuscita a dimenticare le fatiche del giorno precedente e, per qualcuno, anche quelle della notte. Ripartiti per tornare a Ivrea il viaggio è proseguito senza problemi e, per fortuna soprattutto del sottoscritto, senza incidenti meccanici e quindi la tappa alla chiesa di Pobbia è servita solo per un ultimo ristoro prima di affrontare l’ultima parte del tragitto ed è servita anche per i soliti bisogni fisiologici espletati in un bagno vero grazie anche alla disponibilità del parroco che ci ha aperto i locali della parrocchia giungendo a casa nello 16

stesso momento in cui giungevamo noi. Arrivati a destinazione la stanchezza palese per la due giorni sui pedali è stata mascherata bene dai sorrisi di piccoli e grandi per la soddisfazione di essere giunti al termine dell’impresa senza problemi e con le proprie forze. Nell’ultimo weekend di giugno si è svolto quello che, senza dubbio, è l’evento più atteso da tutti: il Camping dei papà. Se pensate che quest’affermazione sia esagerata vi sbagliate. È attesa dai padri e dai bambini che finalmente possono passare due giorni insieme ma anche dalle madri che finalmente si liberano dei mariti e dei figli (o almeno da parte di loro), anzi, aggiungo che stanno arrivando richieste dalla parte femminile della coppia genitoriale di organizzare qualcosa di simile senza i mariti nello stesso luogo o di organizzare in proprio un evento più consono alle loro esigenze e attitudini. C’è poi un altro aspetto che lo rende importante: è stato l’evento che ha dato il via ai Baby Aquilotti a Ivrea. Come ormai tradizione i padri e i figli si sono ritrovati ad Ivrea nel piazzale di un noto Discount per poi partire alla volta del Camping Nosy di Settimo Vittone gestito dal mitico “Ciarlino” e dalla moglie e figli. Giunti a destinazione si è subito provveduto a montare le tende per la notte prima di radunare le vettovaglie utili per l’aperitivo (ben più che) antipasto della cena a base di carne e polenta previste per gli adulti. Anche i bambini hanno utilizzato a fondo le loro mandibole per la ginnastica facciale intervallata dalle corse nel prato e le “scalate” all’escavatore presente in un angolo dello stesso vicino alle tende. A noi si è unito anche un gruppo proveniente da Pavia ospite dello stesso camping. La cena, come da copione collaudato, ha visto mangiare prima i bambini e poi il desco, immancabilmente abbondante, è stato preparato anche per gli adulti. Successivamente l’evento importante è stata la cerimonia di “incoronazione” dei nuovi alpinisti del futuro e il rinnovo dei “vecchi” prima di radunarsi davanti al fuoco per una storia letta con la solita maestria del mitico “Carloski” e successivamente tutti (o quasi) in tenda per dormire. Il giorno seguente, complice la bella giornata, si è svolta una passeggiata fino all’Alpe Maletto, affrontata senza problemi dagli “alpinisti del futuro”, seguita dal


Baby Aquilotti pranzo al sacco e momenti di gioco per i bambini prima dalla discesa al campeggio, lo smontaggio tende (per chi non lo aveva fatto di prima mattina) e il ritorno a Ivrea non prima di essersi augurati “buone vacanze”. Di ritorno dalle vacanze “si chiude il cerchio” con Anfiteatro Morenico del Ghiacciaio Balteo con una camminata sul suo versante occidentale sul sentiero che da Calea sale fino a Brosso, su quel sentiero utilizzato anche dai minatori per l’estrazione e la lavorazione del ferro delle miniere presenti su quella direttrice. Una camminata non lunghissima ma con una forte pendenza che ha impegnato non poco i più piccoli che hanno superato le difficoltà perché “distratti” da quest’ultime in quanto intenti a ricercare le tracce lasciate dai minatori stessi. La ricerca dei binari, delle fornaci, delle vasche di raffreddamento ci hanno comunque portati in vetta fino alla Chiesa di S. Michele Arcangelo di Brosso che è ben visibile anche da Ivrea. Fermati nel vicino parco giochi i bambini hanno subito dimenticato la stanchezza (ed in parte anche la fame) per buttarsi sui giochi presenti. Dopo pranzo siamo saliti fino alla Chiesa per ammirare il panorama e l’Anfiteatro prima di fare ritorno a valle. In discesa abbiamo fatto tappa alla cascata detta del “Pisun” (ancora acqua! Ve l’ho detto che era il tema dell’articolo se no i titoli che li scrivo a fare!) e da qui siamo scesi, assieme a qualche goccia di pioggia dal cielo (non dico niente…), fino alle automobili lasciate a Calea in mattinata. Approfittando, infine, della doppia occasione: la Castagnata organizzata dalla Sottosezione del CAI di Sparone e la splendida giornata offerta dall’estate di S. Martino un gruppo ormai consolidato di circa 45 persone l’8 novembre, si è recata nella vicina Valle Orco per una passeggiata che da Sparone si inerpica fino a Frachiamo un gruppo di case raggiungibile in automobile ma anche, come nel nostro caso, da una mulattiera con passaggi spettacolari tra pietraie e boschi di castagni che, solo nell’ultimo tratto, si ricongiunge con la strada asfaltata. La camminata ci ha permesso di conoscere i luoghi in cui le castagne che avremmo mangiato nel pomeriggio erano cresciute. Arrivati nella frazione il pranzo al sacco ha rifocillato i presenti prima di fare ritorno a Sparone per gu-

stare le castagne, le frittelle di mele preparate dei mitici cuochi. Successivamente si è svolta la lotteria che metteva in palio come primo premio delle ciaspole, oltre ad altri graditi premi. Ebbene con grande soddisfazione ad aggiudicarsi il premio è stato “il nostro” Nicola Baggetta, un premio per gli sforzi che negli anni ne hanno fatto l’anima del gruppo Baby Aquilotti. Al termine vorrei ringraziare i tanti che hanno reso possibili e attività di questo 2015: il già citato Nicola Baggetta, vera anima del gruppo per l’entusiasmo con cui propone le attività, Luca Gera che si è molto prodigato per il concorso con le scuole e i contatti con l’amministrazione comunale nonché per organizzare le gite premio e poi tutti gli accompagnatori in ordine alfabetico: Aldo Lucca Barbero al quale dobbiamo la “gita” in battello sul Lago di Viverone nonché la scoperta di nuovi itinerari sempre nella zona di Viverone, Paola “Paolina” Arcuri che ci accompagna durante le gite in bicicletta e non solo, ci aiuta nel concorso con le scuole a gestire i rapporti con le maestre, e suo marito Peppino che ci ha messo a disposizione la casa per le riunioni e soprattutto il furgone per la biciclettata, Luigi Cardillo e sua moglie Tina per l’entusiasmo con cui ci accompagnano (nonostante potrebbero godersi la meritata pensione) senza mai risparmiarsi, perché anche loro ci offrono la mitica tavernetta per le riunioni senza che manchino mai libagioni ma soprattutto il calore dell’ospitalità, Alberto Gambella e Bruno Garda per l’entusiasmo e la disponibilità con cui si buttano in ogni attività ed aiutano sempre nell’organizzazione e la gestione delle stesse sacrificando parte del tempo che potrebbero dedicare alla rispettive famiglie. Vorrei ringraziare poi anche Andrea Marinone, Ludovico Nolfo, Massimo Sereno Garino e Nicola Tonso che con lo stesso entusiasmo si sono offerti di accompagnare tutti i bambini nelle gite proposte e organizzate anche grazie al loro aiuto ed infine un ringraziamento a Giovanni Lenti che ci permette di svolgere le nostre attività. L’ultimo ringraziamento va, infine, a tutti i genitori (a partire dalle mogli dei sopracitati che “ci lasciano” i loro mariti) che accettano le nostre proposte e ci stimolano ad andare avanti e migliorare ulteriormente le nostre attività. Arrivederci al 2016!! 17


Concorso “...la montagna dei nostri sogni...” di Luc a G era

Baby Aquilotti

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na bella giornata di sole ha salutato il 20 maggio 2015 l’attesa gita premio per le scuole dell’infanzia del concorso “ … la montagna dei nostri sogni…” , promosso dalla Sezione CAI di Ivrea con la partecipazione dell’Assessorato ai Sistemi Educativi del Comune di Ivrea, presso l’area della Turna, con la camminata sulle mulattiere intorno al castello di Montestrutto. Il concorso era stato indetto nel mese di Settembre 2014 con l’obiettivo di avvicinare i nostri bambini alla montagna, con curiosità, rispetto, attività didattiche e divertimento, ed era aperto a tutte le sezioni della Scuola dell’Infanzia, alle classi della Scuola Primaria del Comune di Ivrea facenti parte dei due Istituti. Il concorso, giunto alla terza edizione, frutto della collaborazione fra il Club Alpino Italiano e il Comune di Ivrea, ha prodotto elaborati finali di alta qualità (disegni, cartelloni, sculture, collage) che sono stati analizzati e giudicati da una giuria di operatori qualificati - a cui va il nostro sentito ringraziamento – come la (ex) dirigente scolastica Elsa Rei Rosa, l’attuale Presidente del CAI sez. Ivrea Giovanni Lenti, il Responsabile dell’Asilo

Nido Dr. Giovanni Repetto, la ex maestra della Scuola d’Infanzia Anna Borga, l’autrice ed illustratrice di libri per bambini Lucia Panzieri. La classifica, dopo approfondite riflessioni ed analisi, ha visto prevalere per la sezione Scuola d’Infanzia l’istituto di San Giovanni, guidata dal responsabile Stefano Ferrero Aprato; e per la sezione Scuola Primaria la classe 2° della Scuola di San Bernardo diretta dalla responsabile Paola Saccuman. Un folto pubblico ha letteralmente riempito la Sala Santa Marta sabato 11 Aprile 2015 per visionare i vari lavori e per assistere alla premiazione in trepidante attesa. Cogliamo l’occasione per ringraziare l’assessore Augusto Vino e tutto il suo staff per il costante appoggio, e nell’aver permesso di avere a disposizione la prestigiosa sala per la premiazione e lo scuola-bus per accompagnare le classi vincitrici alla gita. Tutto il team dei Baby Aquilotti (gruppo di genitori e bambini dai 3 ai 7 anni della Sezione CAI di Ivrea) ringrazia i partecipanti per l’entusiasmo trasmesso e vi aspetta per le prossime iniziative!

La gita premio (foto archivio baby aquilotti)

I vincitori! (foto archivio baby aquilotti)

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Si sa non è ancor nato di Gabr iele Gu ab el lo

Baby Aquilotti

Si sa non è ancor nato, chi goda l’avventura, guardando il mondo dietro al buco della serratura

Il ponte sui tronchi (foto archivio baby aquilotti)

C’è un canto scout che ha ormai più di 25 anni che si intitola “Cenerentola” che prende in considerazione tutta una serie di fatti storici e non, più o meno noti, che non sarebbero avvenuti se non ci si fosse messi in gioco tra cui la povera e nota Cenerentola che se si fosse rassegnata al ruolo di serva imposto dalle sorelle non sarebbe andata al ballo e non avrebbe conosciuto il principe…insomma la storia la conoscete tutti, ma è il ritornello che è significativo, dice così: “Si sa non è ancor nato, chi goda l’avventura, guardando il mondo dietro al buco della serratura”. Ecco cos’è un’avventura: buttarsi e giocarsi fino in fondo, non rassegnarsi al ruolo imposto ma mettersi continuamente in gioco. Se poi ci si trova a che fare con dei bambini è inevitabile: ci si deve mettere in gioco e costruire con loro e per loro tante avventure. Avventure che non devono per forza essere pericolose o portare in posti sperduti e lontani ma che mettano in gioco quel pizzico di imprevedibilità che metta pepe alla semplice esperienza, se a tutto questo

si aggiunge la certezza del posto tutto diventa più semplice. Il posto, ovviamente, è un Parco Avventura. Il “nostro” si trova a Montestrutto, frazione di Settimo Vittone e si snoda sopra le falesie, meta di arrampicatori più o meno esperti ma anche di semplici famiglie che vogliono trascorrere una giornata alternativa dato l’ampio prato a disposizione e la disponibilità di Ilario e Manuela gestori dell’intera struttura. La sicurezza è garantita dal fatto che nei due percorsi, differenziati per età e altezza degli utenti, si può entrare ed uscire in un unico punto e si è sempre vincolati ed assicurati da potenti cavi d’acciaio e da moschettoni. C’è anche la possibilità di riposarsi deviando in alcuni punti sicuri per far passare chi segue senza comunque mai staccarsi dai cavi di sicurezza. L’adrenalina, invece, è data dai passaggi sui cavi sospesi, sui tronchi mobili, sulle reti ma soprattutto sui passaggi nel vuoto superati attraverso le carrucole anch’esse molto sicure. Se pensate che dica tutto questo solo per fare pubblicità vi assicuro che, mio malgrado,

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ho visto una bambina non del nostro gruppo, che ha mancato il punto di presa con la corda a fine percorso della carrucola, è rimbalzata sui materassi e si è trovata a metà percorso senza poter fare nulla ma, visti i miei inutili sforzi di raggiungerla per spingerla verso il fondo ho dovuto chiamare Ilario che è intervenuto prontamente senza che ci fossero conseguenze per la bambina che, tra l’altro, aspettava divertita. Se volessimo, poi, aggiungere avventura ad avventura, beh, da Ivrea il modo migliore per giungere a destinazione è quello di dimenticarsi della scatola di lamiera a motore e di salire su una bicicletta e iniziare a pedalare per raggiungere la meta passando attraverso le strade

Il ponte tibetano (foto archivio baby aquilotti)

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poderali che, parallele alla Statale 26 e all’autostrada giungono a destinazione. Anche questo è un modo avventuroso di fare le cose, i nostri Baby Aquilotti ormai ci sono abituati e stanno diventando sempre più abili ciclisti e se la città non offre loro gli spazi per muoversi e giocare la loro avventura è necessario trovare nuovi modi e nuovi spazi di avventura soprattutto all’aria aperta senza paura delle previsioni atmosferiche perché come diceva Lord Baden Powell, fondatore degli scout, “Non esiste buono o cattivo tempo, ma buono o cattivo equipaggiamento” e se l’equipaggiamento prevede un sano entusiasmo ed un giusto spirito d’avventura allora si ha già tutto l’occorrente.


In cammino sulle tracce di mori e Walser di R ob er to Pas quino

Escursionismo

Grazie Aldo, Lucia, Loretta, Irene, Piera, Valter, Piero, Elisabetta, Piero Tonino e Mariella, per aver condiviso una splendida giornata in Valle Anzasca tra storia e natura.

“Guarda di qui come si vede bene la Margherita….” (foto di Roberto Pasquino)

Domenica 30 Agosto - Alpe Bill (m 1703): l’ennesimo anticiclone africano di quest’estate è garanzia di tempo buono. Una volta salutato Aldo, che proseguirà in funivia e ci aspetterà più in alto, intorno alle 10 siamo pronti per iniziare l’escursione verso i 2868 metri del Passo di Monte Moro. Dopo il primo piacevole tratto nel bosco il sentiero sale a lato di un torrentello per poi contornare una barra rocciosa; oltrepassata la pista da sci i larici iniziano a lasciare spazio al rado pascolo; i ciuffi di erica fiorita appaiono qua e là tra le macchie di rododendro. La presenza dei piloni ed altri manufatti del comprensorio sciistico tende a snaturare la dimensione storica del percorso, così descritta dal famoso alpinista Edward Whimper: “Si dice che il passo abbia preso il nome dai Mori che in epoca alto medievale si sono spinti a controllare i passi alpini fino a questi luoghi remoti (i nomi di Mischabel, Almagell, Alphubel, Allalin sarebbero di

origine moresca). Il camminatore ordinario segue questa strada per raggiungere la valle del Rodano o la valle di Zermatt, attraverso i paesi di Saas e Stalden. Il montanaro più avventuroso potrebbe tentare il passaggio attraverso il Weissthorn. E’ un passo che non presenta particolari difficoltà per l’arrampicatore esperto, ma è una prova severa per i camminatori non allenati.” Intanto il Monte Rosa si mostra con tutta l’imponenza della sua parete orientale, la più alta delle Alpi: 2500 metri di dislivello per 3 Km di larghezza. Proprio su questa montagna ha mosso i suoi primi passi l’alpinismo moderno. Il 14 Agosto 1778 sette ragazzi di Gressoney, inseguendo il mito della Valle Perduta dei loro antenati Walser, raggiungono un isolotto roccioso denominato Entdeckunsfelsen (Roccia della Scoperta) poco sopra il colle del Lys alla base dell’attuale via normale al 21


Escursionismo Lyskamm Orientale. Inutile dire che si tratta di un’impresa eccezionale da tutti i punti di vista: per la prima volta viene superata la quota di 4000 metri utilizzando dei primitivi attrezzi alpinistici; si cominciano a scoprire e descrivere gli effetti del mal di montagna: tutto questo 8 anni prima dell’ascensione al Monte Bianco di Balmat e Paccard.

di Varese; il traguardo del VII grado raggiunto da un gruppo di arrampicatori sloveni che si stavano allenando per delle spedizioni extra-europee, fino alle ultime ascensioni del famoso scalatore francese Patrick Gabarrou a cavallo dei primi anni 2000, portate a termine nonostante i primi pesanti effetti sulla montagna causati dal cambiamento climatico.

I tempi per l’esplorazione della parete Est sono ormai maturi: un’avventura iniziata con i primi tentativi pionierisitici nell’estate 1787 del conte torinese Carlo Lodovico Morozzo della Rocca durante la sua campagna di rilievi cartografici, passando poi al 1789 con la salita all’anticima del Pizzo Bianco da parte del famoso naturalista svizzero Horace Benedict de Saussure che giudicava troppo difficile impegnarsi con il Rosa, per arrivare alla prima ascensione della punta Dufour il 22 luglio 1872 grazie all’intraprendenza del reverendo inglese Charles Taylor ed alla caparbietà della guida Ferdinand Imseng, abilissimo nel condurre la cordata tra notevoli pericoli oggettivi e l’incognita di una lunga serie di passaggi su roccia che sfiorano il IV grado. La prima tragedia dell’alpinismo italiano legata allo sfortunato tentativo di ripetizione della via alla Dufour l’8 Agosto 1881 da parte di Damiano Marinelli con le sue guide Imseng e Pedranzini non frena il desiderio dei migliori alpinisti dell’epoca di confrontarsi con la grande parete. Achille Ratti, il futuro papa Pio XI, compie la prima traversata da Macugnaga a Zermatt via Colle Zumstein nel 1889, i due specialisti del Monte Bianco Jacques Lagarde e Lucien Devies, senza alcun mezzo artificiale e fidando solo in una tecnica perfetta di “cramponnage” il 17 Luglio 1931 aprono una via diretta alla punta Gnifetti ancor oggi annoverata tra le grandi classiche delle Alpi. La storia della Est si arricchisce di nuovi capitoli: le solitarie ai limiti dell’impossibile dell’alpinista-musicista Ettore Zapparoli tra il 1934 ed il 1948, le grandi salite invernali in condizioni climatiche estremamente difficili realizzate negli anni ‘60 dalle guide alpine ossolane Armando Chiò, Luciano Bettineschi, Michele Pala e Lino Pironi; gli accademici del CAI

Dopo un paio d’ore di marcia raggiungiamo il tratto più ripido dell’itinerario in corrispondenza della conca detritica sottostante il rifugio ObertoMaroli; l’ascesa è facilitata da una serie di gradinate in pietra che, seppur deteriorate in vari punti, rendono l’idea dell’antico cammino. In un documento del 1267, citando il “passo di Macugnaga”, viene attribuito al conte Gotofredo di Biandrate il merito di aver ricostruito la mulattiera che risaliva il Monte Moro; secondo altre fonti nel 1403 i valligiani di Saas si erano impegnati a mantenere in ordine la strada sul loro versante e altrettanto quelli di Anzasca per il tratto che correva attraverso la loro valle. Reso praticabile ai muli ed alle bestie da soma, il sentiero fu molto frequentato fino al XVI secolo; a fine ‘700 De Saussure racconta che: ”sopravvivono i resti di una strada lastricata con grande cura che, però, le frane hanno reso impraticabile alle bestie da soma e molto difficoltosa per gli uomini”. Difficoltà con cui si misureranno ancora i viaggiatori inglesi di metà Ottocento attratti dalle vallate delle Alpi Occidentali, i contrabbandieri in cerca di una fonte di sostentamento ed in tempi abbastanza recenti i profughi ebrei vittime delle leggi razziali, gli ex prigionieri di guerra inglesi provenienti dai colli Valsesiani ed i partigiani della Repubblica dell’Ossola che necessitavano una via sicura per il trasferimento dei feriti; il mondo in fin dei conti non è molto cambiato!

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Al termine di un breve canalino, la sagoma del rifugio: il successivo tratto di sfasciumi conduce all’inizio della “ferrata” oltre la quale si esce sulla cresta di frontiera vicino alla grande statua della Madonna delle Nevi che da alcuni anni ha sostituito come meta finale il piccolo intaglio del passo. Nonostante l’affollamento dei gitanti domenicali


Escursionismo giunti direttamente in funivia da Macugnaga risaliamo rapidamente la serie di gradini in legno ancorati alle placche rocciose; dopo un centinaio di metri, accolti da un vento assai fastidioso possiamo finalmente affacciarci sul versante svizzero al cospetto di uno splendido panorama a 360°. Sono circa le 13,30: la stretta di mano di rito, qualche foto mentre Aldo, forte dei suoi ricordi di alpinista navigato, aiuta a mettere ordine tra i nomi delle vette circostanti. Il freddo pungente consiglia di non indugiare troppo; rapidamente discendiamo fino alla sponda del lago Smeraldo in modo da trovare un posto riparato per la pausa pranzo. Qui ci incontriamo con Elisabetta, Mariella e Piero Tonino rimasti un po’attardati; insieme a Valter risalgo nuovamente alla Madonna per accompagnare Mariella, che, nonostante un po’ di stanchezza nella gambe, desidera concludere la salita in bellezza. Una volta in cima mi hanno colpito le sue parole: ”in questo momento mi stanno uscendo tutte le emozioni che ho dentro”; non lo nascondo, dopo

tanti anni di montagna è stata una grande lezione….. La bellezza del luogo inviterebbe a prolungare la sosta ma purtroppo occorre fare i conti con le ferree tempistiche degli impianti a fune. La prospettiva di aggiungere altri 400 metri di dislivello per raggiungere Macugnaga ci sprona ad iniziare la discesa verso l’alpe Bill, conclusa agevolmente nel giro di un paio d’ore, in perfetto orario per l’ultima corsa delle 16,30 e la meritata merenda al rientro in paese. Ogni anno la Commissione Sezionale di Escursionismo propone in calendario due o tre uscite domenicali al di fuori delle montagne più prossime ad Ivrea con l’intento di fare conoscere altre zone interessanti dal punto di vista tecnico e paesaggistico: è veramente un peccato non riscuotano molto successo in termini di partecipazione. Con la speranza di maggiori consensi, arrivederci all’anno prossimo.

OTUGN AN VAL CIUSELA

AUTUNNO IN VALCHIUSELLA

Un ragg ëd sol ch’as pòsa sle montagne già bianche ‘d fiòca neuva tut antorn a cangia an ôr le feuje dle castagne, ma ‘nt ij pra ancora verd dla Val Ciusela andoa j’ariss as mes-cio al giàun dle feuje i l’hai ancor trovà na gensianela.

Un raggio di sole che si posa sulle montagne già bianche di neve nuova tutt’intorno muta in oro le foglie delle castagne, ma nei prati ancora verdi della Valchiusella dove i ricci si mescolano al giallo delle foglie ho ancora trovato una genzianella.

D’otugn an Val Ciusela ël sol a fà pi bianche le casòte cite ‘d pera rijente ‘nt ij pogieuj tuti anfiorà e ‘nt ël silensi pasi dla natura, an mes un pra, su d’un tapiss dë vlù a-i é në strop ëd fèje ch’a pastura.

In Autunno in Valchiusella il sole fà più bianche le casette piccole di pietra ridenti nei balconi tutti infiorati e nel quieto silenzio della natura, in mezzo a un prato, su di un tappeto di velluto c’è un gregge di pecore che pastura.

A randa d’un vej mur coatà d’urtìa a canta l’eva ciàira al fontanin e ‘nt l’aria a va seren-a un’armonìa ch’a sà ël frisson dle feuje. Pï lontan-a, ant ël Ciusela, l’onda trasparenta a smija ch’as fërma lagiù an fond dla piana.

Presso un vecchio muro coperto d’ortiche canta l’acqua chiara del fontanino e nell’aria va serena un’armonia che il frisone delle foglie intende. Più lontana, nel Chiusella, l’onda trasparente sembra fermarsi laggiù in fondo alla piana. Giovanni Calchera

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Parco Nazionale del Cilento di R os anna Ambrog io

TREKKING

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al 23 al 30 maggio il nostro viaggio in Cilento, a parere dello scrivente, si è svolto nel migliore modo immaginabile in armonia con i luoghi, la natura, le persone. Ben 47 i partecipanti più l’organizzatore Beppe Franza, a cui dobbiamo un grazie riconoscente per la scelta del luogo e per l’organizzazione. Tra chi già si conosceva e nuove conoscenze la simpatia è stata immediata e così l’affiatamento, per cui i sei giorni sono scivolati in fretta con vero spirito di cameratismo. E poi i luoghi, la natura, l’ospitalità degli abitanti, la gentilezza e il garbo degli accompagnatori locali hanno reso questo viaggio gradevole e rilassante. Arrivati a Napoli sono state necessarie circa due ore di pulmann per arrivare nel parco del Cilento e subito il nostro primo riferimento è stato Castellabate, comune capoluogo, tranquillo e ordina24

to paesino a 4-5 km dal mare. Lì ci hanno accolto le viuzze, le strade tranquille, il silenzio interrotto da una celebrazione liturgica in inglese (?), si trattava di un matrimonio, a metà pomeriggio, con una quarantina di invitati (troppo pochi per il Sud)e troppo pallidi, sposi e invitati. Si trattava di un matrimonio di Irlandesi con parenti che avevano evidentemente scelto questo luogo pieno del calore mediterraneo e della luce calda del Sud Italia. Come è facile capire quanto l’Italia è per gli stranieri il luogo della bellezza e dell’arte, un luogo unico. Quanti di noi prima del viaggio avevano idea di Castellabate, così lontano dalle grandi vie di comunicazione, così tranquillo e poco turistico, ma……noto agli Irlandesi.. Scesi a piedi dal paese si è raggiunto il mare di S.Maria, frazione di Castellabate e l’albergo che per tre giorni ci ha deliziato con una cucina ot-


TREKKING tima e, vista la sua ubicazione, con tramonti da grande schermo, che erano diventati per tutti noi un appuntamento fisso con il sole che tramontava dietro l’isola d’Ischia e sorvegliato in lontananza da Capri. L’essenzialità della bellezza dei luoghi, il mare trasparente e pulito, lo scorrere tranquillo del tempo credo siano stati per tutti noi una rigenerazione della mente e del corpo. Sono stati percorsi luoghi che richiamano i miti omerici, ad es. Punta Licosa dal nome della sirena Leucosia, una delle tre incontrate da Omero. Questi luoghi furono abitati sin dal Paleolitico, poi occupati dai Greci e dai Romani; non lontano da qui sorgeva la colonia greca di Elea,(circa 2550 anni fa) sede di una delle prime e importanti scuole filosofiche e altrettanto vicina la più conosciuta Paestum, di circa 100 anni più antica di Elea, importante colonia greca dedicata al dio del mare Poseidone. A Paestum siamo andati nel pomeriggio di do-

menica. Di fronte ai templi, alle loro crepe non si respira la decadenza, ma il senso dell’eternità. La maestosità delle costruzioni in questo meraviglioso parco archeologico, lontani da ogni contatto di modernità, tranne qualche fugace squillo di telefonino, ha tracciato un filo sottile tra noi e un lontanissimo passato, la consapevolezza che quello che noi siamo è dovuto anche a quel lontano passato, che le nostre radici sono qui, nel Mediterraneo, che da sempre è un crocevia di popoli. Paestum è una delle immagini forti che restano nella mente del viaggiatore, come accadde a Goethe nel corso del suo Gran Tour. Le camminate, dal monte Stella al monte Bulgaria hanno coniugato alture e mare, con spettacolare viste sulla costa , sulle insenature e sui golfi. A Pertosa, nelle grotte dell’Angelo, sotto il massiccio dei monti Alburni, oltre ad ammirare il fenomeno carsico creato dagli sgocciolamenti, abbiamo sperimentato la navigazione, quasi novelle

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TREKKING

anime guidate da Caronte, sul fiume Nigro, in un ambiente interno e soprattutto esterno molto curato ed accogliente, dove ci hanno raggiunte le nostre vivandiere, dispensatrici, quasi ogni giorno di bontà culinarie locali e anche questo ha di molto allietato il trek e i loro pic-nic sono diventati un appuntamento atteso quasi ogni giorno. Nel pomeriggio, percorrendo le strade tortuose e ormai di altura, con una densità abitativa pari quasi a zero, abbiamo potuto immaginare come potevano essere quei luoghi nel passato, come, a parte una strada impervia, ma asfaltata, poco era cambiato. Il paesaggio aspro è un tutt’uno con il paesaggio lucano, in linea d’aria non molti km oltre troviamo infatti le Dolomiti lucane, oggetto di un altro appuntamento Cai pochi anni fa. Siamo giunti alla Certosa di S. Lorenzo, nel comune di Padula, la più grande certosa in Italia, fondata agli inizi del 1330 dalla famiglia dei Sandeverino, signori del Vallo di Diana. La sua struttura ricorda una graticola in onore del santo cui è dedicata, s.Lorenzo bruciato vivo su una graticola. Si estende per 51.500 mq e possiede ben 320 stanze, una grande comunità abitata nel passato dai monaci certosini, un ordine monastico fondato in Francia 26

da S. Bruno ai piedi del Massif de la Chartreuse in val d’Isère. Attualmente l’immensa struttura è disabitata e in attesa di interventi manutentivi e di un eventuale utilizzo. Purtroppo il martedì è chiusa per cui abbiamo potuto visitare solo l’esterno e immaginare ad occhi aperti gli interni e il chiostro gigantesco. Nel tardo pomeriggio siamo ritornati sul mare e a Marina di Camerota abbiamo avuto la nuova sistemazione nelle camere del camping “ l’Isola”, gradevolmente sulla spiaggia e dove siamo stati nuovamente trattati in modo eccellente e ospitale. I giorni sono trascorsi con escursioni piacevoli, qualche bagno per i meno freddolosi in un mare d’incanto, abbiamo visitato Palinuro e il suo Capo, prima località del Cilento resa famosa in anni lontani dal Club Méditerranée, cala degli Infreschi, monte Bulgaria, in una giornata purtroppo nuvolosa. Ahimè i giorni sono trascorsi rapidi nella loro piacevolezza e siamo arrivati alla partenza con un po’ di rimpianto. Abbiamo goduto di giorni tranquilli, i turisti non erano ancora arrivati e i luoghi erano tutti per noi, la compagnia affiatata e simpatica, tutto è stato eccellente.


Neve sui capelli e primavera nel cuore! Siamo i “diversamente giovani” del mercoledì! di Ame de o D ag na

Escursionismo Senior

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a qualche anno chi transita al mercoledì mattina intorno alle otto, dalle parti del supermercato sito in Via Circonvallazione, di fronte al Castello dalle Rosse Torri, vede con un certo stupore il radunarsi di gruppetti di persone, abbigliate in tenuta sportiva, con zaini e bastoncini al seguito, che si salutano con grande entusiasmo e poi, raggruppati in un piccolo corteo di macchine, lasciano il parcheggio e se ne vanno verso la periferia della città, in direzione delle montagne. Ma chi saranno mai? Sono i “diversamente giovani” del Cai di Ivrea, ossia quegli escursionisti che, in genere, avendo concluso la loro vita lavorativa, dispongono del tempo da dedicare alla passione dell’andare a camminare sui monti anche nei giorni feriali della settimana. Ma ovviamente non si tratta solo di felici dipendenti INPS (cioè pensionati) ma spesso si aggregano a questo già nutrito gruppetto di escursionisti anche altri amici che possono disporre, a volte saltuariamente ed occasionalmente della giornata del mercoledì. Da una felice intuizione della nostra carissima Barbara è nata la consuetudine di andar per sentieri ogni settimana, al mercoledì, organizzando di volta in volta delle camminate che siano appaganti come interesse escursionistico e paesaggistico e nello stesso tempo siano abbastanza dolci per i notri muscoli già con qualche piccola ragnatela (ma non è mica vero!). Le escursioni sono adatte a tutti e tutti vi partecipano con la frequenza che gli impegni del quotidiano permettono, magari spostando, dove possibile, altre incombenze ed incastrandole in qualche altro momento. Pare che alcuni predicatori, simpatizzanti, abbiano raccomandato dai pulpiti: “Cari Fedeli ricordatevi di santificare le feste e voi – penne bianche del Cai – ricordatevi di camminare al mercoledì!” Barbara, ideatrice ed anima di questa iniziativa escursionistica, ha voluto intitolare le camminate del mercoledì come “Escursioni Senior”, poiché come già detto i principali fruitori sono persone

che per vari motivi dispongono con relativa facilità del loro tempo durante la settimana. Le escursioni dei Senior non si pongono in competizione con le varie uscite programmate dalla nostra (od altre) Sezione Cai, calendarizzate alla domenica, anzi, bisogna riconoscere che in genere parecchi Senior partecipano numerosi anche alle escursioni programmate nei fine settimana. Si avvale della collaborazione tecnico logistica di bravi e competenti Soci, come Roberto Sgubin e Oddone Albertin, ma sovente individua, ed incoraggia, tutti coloro che possono essere buoni conoscitori di particolari percorsi ad assumere la responsabilità di organizzare e condurre a turno sui terreni di loro competenza e conoscenza. Ed allora ecco che la formula ideata e messa a punto dal nostro “Caschetto d’oro” si è rivelata vincente sia per le soddisfazioni che può dare il fare della buona attività, sia per lo spirito di coesione e di integrazione che il Gruppo Senior ha progressivamente e costantemente acquisito ed aumentato. Dalle prime dozzine di partecipanti delle prime escursioni si è arrivati, direi abbastanza velocemente, a numeri importanti, che si incrementano ad ogni uscita, e che forse francamente non erano attesi. Ognuno porta nel gruppo la propria personalità, la propria capacità di stare assieme, il proprio spirito di adattarsi al progredire di tutti sul terreno, senza prevaricare e senza dare sciocchi ed inopportuni episodi di “io sono il meglio!” (qualcuno magari ci tenta, poiché è stato morso in fasce dal morbo del “quanto sono bravo io!, ma si tratta di episodi molto isolati ed infantili). Anzi bisogna riconoscere che vi è una grossa integrazione fra tutti che porta a genuine manifestazioni di autentico piacere nel ritrovarsi alla partenza della gita. L’occhio, tranquillamente vigile di Barbara e dei suoi collaboratori, fa in modo che la coesione e compattezza del gruppo sia sempre sotto controllo, pronti ad intervenire per consigliare ed aiutare qualora il terreno o le situazioni personali lo richiedano. 27


Escursionismo Senior Nel 2015, l’anno sociale appena concluso, il Gruppo Senior ha svolto una attività di tutto rispetto, divisa tra escursioni con “ciaspole” nel periodo invernale e quindi le camminate sul terreno non innevato per il resto dell’anno: Ecco in breve alcuni numeri delle attività nel corso del 2015: • 9 uscite con “ciaspole” per un totale di 164 partecipanti – media per uscita 18 persone • 32 uscite escursionistiche per un totale di 750 partecipanti – media per uscita 24 persone • 41 uscite totali nel 2015 con 914 partecipanti e media per uscita 23 persone A fine anno, a conclusione delle attività, Barbara ha voluto organizzare una serata nella sede Cai di Ivrea dove si è rivista la documentazione fotografica delle varie uscite ma soprattutto si sono premiati i partecipanti più assidui e fedeli con una simpatica cerimonia. I premiati, non si aspettavano questo evento che li ha visti protagonisti, si sono piacevolmente commossi; l’elenco-classifica è riportato nella tabella allegata, ma vorrei commentare che alcuni di loro non hanno potuto trattenere lacrime di gioia e soddisfazione: Alberto Boidi, primo classificato Senior del 2015, aveva il volto rigato da lacrime verdi, sicuramente la linfa botanica che circola nelle sue vene. Ma come non ricordare le gradevoli soste, in ogni escursione, per la pausa spuntino dove dagli zaini spuntavano piacevoli sorprese enogastronomiche: le torte che spesso Lady M. ci serviva con grazia (tanto da meritarsi il titolo di Lady Torta Valdostana), i graditissimi caffè di Clelia, i biscotti di tanti altri cari amici, la cotognata di Dino (lui distributore ma Donatella valente ed assente cuoca). Tino (Gusto) mai avaro nell’offrirmi un sorso del

suo vino! E tuuto questo in fraterna e piacevole amicizia. Ma sempre durante le camminate abbiamo apprezzato lo spirito gogliardico di Roberto, sempre attento a consigliare ed aiutare tutti, ma altrettanto pronto ad allietarci con le sue battute sulla mitica “Global” che include un gradito apprezzamento per le sue “Global-girls” (un po’ meno apprezzati i Global-Boys, ma è meglio così!).

LA MADÒN-A DËL ZERBIÒN Una Madôn-a ch’a smija d’argent, coma ‘nt una preghiera a slarga ij brass a protession dla Val e dla soa gent ant una eterna invocassion ëd pas.

LA MADONNA DELLO ZERBION Una Madonna che sembra d’argento, come in una preghiera allarga le braccia a protezione della Valle e della sua gente in una eterna invocazione di pace.

Mi preme, prima di concludere queste note, ricordare che Barbara aveva già in passato organizzato una serie di uscite, guarda caso quasi sempre di mercoledì, dove supportata anche dal mitico Aldo Pagani, anticipava questa idea dei Senior, adesso realizzata con grande successo e maestria. Avevamo fatto una lunga serie di escursioni, e ne ricordo alcune: Testa Bernarda sopra Courmayeur Testa di Comagna Alta Luce da Staffal, passando dal Colle di Salza. Mi fermo perchè il mio povero unico neurone non deve essere sottoposto a sforzi mnemonici troppo intensi. E partecipavamo, allora, oltre ai già citati Barbara ed Aldo (splendidi organizzatori) di volta in volta Gianni Cobetto, Ottin, Giorgio Cavallo, Berruto, Dante Ceresa, la Dada, Ofelia, e modestamente anche io (ovviamente ne ho dimenticati un sacco e mi scuso!) Concludo con un grosso grazie a Barbara, a Roberto ed Oddone per la cura e l’entusiasmo messo nell’accompagnarci, nell’individuare, provare con ricognizioni i vari percorsi e nel supportarci (e per quanto mi riguarda anche nel sopportarmi). Grazie!

Giovanni Calchera

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Escursionismo Senior CLASSIFICHE SENIOR 2015 N° GITE 1° MADULI TERESA COPPA 1° CLASSIFICATA SENIOR 2015 28 1° BOIDI ALBERTO COPPA 1° CLASSIFICATO SENIOR 2015 28 2° TAPPERO AGOSTINO COPPA 2° CLASSIFICATO SENIOR 2015 25 3° GARBO LORETTA COPPA 3° CLASSIFICATA SENIOR 2015 24 4° VALLOMY CLELIA MEDAGLIA SENIOR 2015 20 5° GARELLA IDA “ 20 6° DEROSSI MARISA “ 19 6° CARDILLO LUCIA “ 19 6° CAVALLERO MARISA “ 19 7° CENA ALFONSINA “ 17 8° CROTTA PIERA “ 16 8° REGGIANI ANNA MARIA “ 16 9° ENDRIZZI MARIANGELA “ 15 10° MADULI GEROLAMA “ 14 10° GIAGHINO MARIA RITA “ 14 MEDAGLIA D’ORO: MARGHERITA PELLEREY SUPERSENIOR LADY 2015 ALDO PAGANI SUPERSENIOR MAN 2015

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Tre giorni sul Pasubio di Ame de o D ag na

TREKKING

Le sette croci del Pasubio (foto di Amedeo Dagna)

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a martedì 16 a giovedì 18 giugno un nutrito gruppo di escursionisti delle Sezioni Canavesane, essenzialmente Ivrea e Cuorgnè, ha voluto rendere omaggio ad una delle zone che furono teatro per oltre tre lunghi anni della prima Guerra mondiale, di aspri e sanguinosi combattimenti, tanto da meritarsi dopo il 1922 la denominazione di “Zona Sacra del Pasubio”. La visita rientrava nel programma delle celebrazione del centenario dell’entrata in guerra dell’Italia nel maggio 1915. Il Monte Pasubio, o meglio quel complesso di territorio che viene ormai comunemente chiamato Pasubio si trova nelle Prealpi Vicentine, ai confini tra le province di Vicenza e di Trento, ed è compreso tra la Val Leogra, Passo del Pian delle Fugazze, Vallarsa, Val Terragnolo, Passo della Borcola, Val Posina e Colle Xomo, congiungendo le Piccole Dolomiti all’Altopiano di Folgaria.

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Si tratta di un altopiano che si sviluppa intorno ai 2000 metri con conche prative, bassi boschi di pini mughi, delimitato da crinali e che ai suoi margini scende rapidamente con valli spesso ripide e scoscese. Il paesaggio è tipicamente dolomitico, rocce calcaree, colonizzate sull’esteso altopiano da prati e boschi. Tutto il territorio ha mostrato dal punto di vista archeologico, numerose frequentazioni umane che si fanno risalire al periodo mesolitico (tra i 10000 e 8000 anni fa) dovute al passaggio dei cacciatori-raccoglitori. Parecchi reperti, in particolare strumenti di caccia e di uso domestico, in materiale litico in selce, sono stati ritrovati nella parte che oggi si trova amministrativamente nella Provincia di Trento (Alpi Pozze, Monte Roite e Col Santo) e sono visitabili presso il Museo di Scienze Naturali di Trento.


TREKKING L’intera zona del Pasubio è stata teatro per tre anni e mezzo di aspri combattimenti che ne ha sconvolto il territorio, segnandone in modo cruento la superficie ed anche le profondità. Ancora oggi, grazie anche alla cura con cui si è voluto conservare questo pezzo martoriato della nostra storia, i numerosi sentieri che lo percorrono si snodano tra trincee, crateri di bombe, camminamenti, ricoveri e gallerie. E’ con profonda commozione, ma lungi da me il cadere nella retorica, che ognuno di noi ha camminato su questi sentieri per tre giorni. E non potevi fare a meno di pensare che ogni passo che facevi era stato segnato dal sangue di tanti fratelli che ci hanno preceduti, di qualunque colore fosse la loro divisa, forse a volte ignari, o poco convinti, del motivo di essere lì, del perchè del combattere e morire così lontano da casa, così crudelmente. Ed allora il passo si faceva più lieve, posavi il piede con delicatezza, avevi timore che il tuo scarpone potesse far male a qualcuno, quei tanti qualcuno che tu non vedevi più, ma che erano morti lì ed avevano bagnato di sangue quelle rade zolle, ma-

gari sotto una nevicata avendo come ultima visione il mare della Sicilia od i vigneti delle Langhe. E la montagna orna, ancora oggi in questo splendido giugno della nostra escursione, quel paesaggio cruento e crudele con i piccoli, umili ma meravigliosi fiori spontanei, rendendo omaggio a tutti i caduti, che la vita aveva voluto nemici e la morte reso fratelli. Il nostro programma, messo a punto con la solita cura, diligenza e competenza dal buon Beppe Franza, prevedeva inizialmente di raggiungere con il nostro bus il Passo Xomo, Bocchetta di Campiglia (m 1216) e poi percorrendo la Strada delle 52 gallerie arrivare al Rifugio Papa (m 1928), che sarebbe stata la nostra base per la durata del trekking. Le avverse condizioni meteo dei giorni immediatamente precedenti l’escursione hanno reso difficoltoso il procedere nelle gallerie, rese scivolose dall’acqua penetrata dopo le abbondanti piogge e, non solo, ma alcune impraticabili a causa di frane che costringevano a problematici aggiramenti dall’esterno.

Lungo la Strada delle 52 gallerie (foto di Amedeo Dagna) 31


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Cresta del Palon (foto di Amedeo Dagna)

Pertanto, assunte le doverose informazioni in loco, il nostro Beppe metteva rapidamente in atto un programma alternativo che ci ha permesso di raggiungere il Rifugio percorrendo la “Strada degli Eroi”. Ed ora il vostro cronista farà in modo da far venire a galla (possibilmente senza annoiarvi troppo) i ricordi dei partecipanti, e solleticare la curiosità di chi non ha potuto essere con noi, raccontandovi le piccole e grandi emozioni del nostro camminare e vivere questa esperienza. Il nostro percorso inizia con la visita all’Ossario del Pasubio, monumento eretto in posizione panoramica che raccoglie i resti di molti dei Caduti. Raggiunto poi Pian delle Fugazze (m 1162) abbiamo imboccato, prima su ripido sentiero e poi su comoda sterrata, la via che ci ha portati alla Galleria d’Havet dove inizia il tratto della Strada degli Eroi. Su questa strada, che attraverso le Porte del Pasubio arriva sino al Rifugio Papa, sono collocate le lapidi a ricordo dei quindici decorati di Medaglia d’Oro. Ricordo in particolare i trentini Cesare Battisti, Fabio Filzi, Damiano Chiesa. Paesaggio 32

bellissimo, coinvolgente, con qualche tratto in galleria, ripidi versanti sulle valli sottostanti; macchine fotografiche che scattavano a mitraglia per catturare quei ricordi da rivedersi, con emozione e commozione, poi a casa. Alberto Boidi scatenato a confrontare (e, gran birichino! A raccogliere semi e fiori endemici, con la scusa che “mi a Vialfrè ed susì i n’hai pa!”) le varie specie di piante e di fiori, avendo anche un orgasmo botanico alla scoperta, e successiva cattura, di una pianta di lino. Il giorno successivo, dopo una bella serata nella accogliente ospitalità del Rifugio Papa, abbiamo compiuto una escursione di largo respiro raggiungendo il punto più alto del Pasubio, ossia Cima Palon (m 2239)salendo sul crinale principale che si sviluppa in direzione nord-sud dal Cogolo Alto. Accurata e commossa visita a trincee, camminamenti e ricoveri fino al Dente Italiano ed al Dente Austriaco, dove erano attestati gli opposti schieramenti. Con un lungo e panoramico traverso, in mezzo ai bassi cespugli di pini mughi, abbiamo poi raggiunto il Rifugio Lancia (m1825) dove abbiamo


TREKKING rifocillato il corpo con prelibatezze locali e ritemprato lo spirito con lo spettacolare panorama. Ottima la coesione del gruppo di escursionisti, ognuno arricchisce con le proprie particolarità il bello dell’essere insieme. In particolare notato un sodalizio di nuova composizione, messo rapidamente insieme per l’occasione, denominato CAA (Cecilia-Alberto-Amedeo; incorporato ma distinto, nel CAI) per passare in piacevoli ciacole il pestar pietre sui sentieri. Si è chiuso l’anello tornando dal Lancia al Papa sul percorso alternativo attraverso Sella dei Campiluzzi, Malga Buse Bistorte, Sette Croci. Il terzo giorno, si affrontava la Strada dell 52 gallerie, rassicurati dalla ispezione condotta da Beppe sulla percorribilità, per rientrare a Bocchetta di Campiglia. Buon pranzo di chiusura e rientro a casa. A conclusione di queste poche righe vi vorrei descrivere brevemente le caratteristiche di questa famosa “Strada delle 52 gallerie” (detta anche Strada della Prima Armata) che collega, come già detto Bocchetta Campiglia (m 1216) alle Porte del Pasubio (m 1934) con una lunghezza di 6555 metri, di cui ben 2235 metri suddivisi nelle cinquantadue gallerie. E’ stata voluta principalmente per rifornire la prima linea sul Pasubio e costruita nel 1917, da febbraio a novembre, sul versante meridionale del monte, al riparo dai tiri dell’artiglieria austroungarica, e comunque percorribile tutto l’anno, in alternativa alla rotabile degli Scarubbi, esposta al tiro nemico e percorribile, è vero anche dai mezzi motorizzati, ma solo nel periodo estivo. La particolare conformazione del terreno ha reso indispensabile costruire i lunghi tratti in galleria, vuoi per proteggere maggiormente i rifornimenti da eventuali esposizioni al tiro nemico, (quando ho fatto l’Ufficiale io mi hanno insegnato che “l’inimico non è mai fesso!” E per quanto furbi noi si possa sembrare troverà sempre il modo di aggirare le nostre difese!) ma soprattutto per renderla percorribile in tutto l’anno ed in tutte le condizioni meteo. La larghezza minima era prevista in metri 2,20 (ma con raggio esterno in curva di almeno 3 metri) in modo da permettere il transito contemporaneo di due muli con relativo carico (salmerie). La pendenza della strada è di media del 12 per

cento con punta massima del 22 per cento. Alcune curiosità: Tutte le gallerie sono numerate ed hanno un nome, che viene riportato su di una targa posta all’inizio di ognuna. Sono intitolate agli eroi del Pasubio, ai realizzatori dell’opera (Ten. Zappa) ai reparti che vi hanno lavorato, alle Brigate militari Italiane che hanno operato sul territorio. • La galleria più lunga è la 19ma (320 m), intitolata al Re Vittorio Emanuele III, con un tracciato elicoidale a quattro tornanti scavata in un torrione roccioso. • La 20ma, lunga 86 metri, intitolata al Gen Luigi Cadorna, si avvita su se stessa come un cavatappi per superare un notevole dislivello. • Quando si esce dalla 47ma (22 m ed intitolata al Reggimento Fanteria “Pallanza”) si raggiunge il punto più elevato a quota 2000m con un panorama spettacolare. Un ultimo ricordo che però risale alla mia prima escursione sul Pasubio, col Cai di Ivrea credo almeno dieci anni fa, mi riporta alla memoria una di quelle bislacche battute goliardiche che ogni tanto, chi ha la disgrazia di trovarsi vicino a me durante una escursione deve inevitabilmente sorbirsi. Stavamo salendo al Rifugio Papa lungo la Strada delle 52 gallerie e qualcuno, più attento a dove metteva i piedi che agli ostacoli del soffitto basso (le gallerie furono in parte scavate dai meravigliosi soldati sardi del genio Militare della Brigata Sassari, appena un pelo più alti di un nostro attuale uomo politico le cui incazzature sono inversamente proporzionali alla statura - ma sono naturalmente affari suoi) riportava, una volta uscito all’aperto, sulla fronte i segni del duro scontro con l’altrettanto duro soffitto. Inutile dire che i segni erano più evidenti per coloro che hanno la fronte ampia, tanto per capirci, quelle fronti che vanno dalle sopracciglie al colletto del pile sulla schiena. Mi venne naturale esclamare, in presenza delle legittime consorti degli infortunati: “Ma santo Cielo, le vostre mogli ci mettono tempo ed impegno a farvi le corna e voi le rompete subito!” E’ un altro modo per farsi degli amici! Un grazie a Beppe per la solita ineccepibile conduzione dell’escursione ed un arrivederci a tutti al più presto! 33


Momenti magici a Madeira di Angel a e Sara

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ei giorni passati a fare trekking sull’isola che si è rivelata un tesoro in mezzo l’Atlantico Quest’anno a febbraio, mentre stavo camminando su per via Palestro in Ivrea ho dato uno sguardo alla bacheca del CAI, sempre curiosa di sapere cosa facevano e dove andavano. Vedo le parole ‘trekking’ e ‘Madeira’ e senza proprio capire cosa mi prende faccio la foto del manifesto. Raggiungo l’amica Angela per pranzo nel bel mezzo di una giornata piena di lavoro e le faccio vedere la foto dicendo ‘ci vado’. Pochi giorni dopo mi manda un messaggio lei ‘ci vengo anch’io’. Poi sorgono i dubbi del tipo ‘saremo all’altezza, saranno tutti più bravi di noi a camminare, ci sarà da arrampicare, saranno degli alpinisti …?’ La presentazione della gita era già stata fatta per cui abbiamo raggiunto Madeira un po’ alla cieca. Sapevo del vino Madeira e ho scoperto che ce ne 34

sono quattro varietà e addirittura un’altra bevanda, la poncha. Avevo immaginato frutta in abbondanza ma mai il sapore così diverso e intenso delle banane. Mi avevano parlato delle levadas ma finché non le vedi non riesci ad immaginare quei lunghi stretti canali di acqua limpidi in costante movimento che scorrono giù dall’alta montagna costeggiate da fiori in abbondanza e da piccoli sentieri stretti, la cui costruzione deve essere stata una bell’impresa circa cento anni fa senza alcun mezzo meccanizzato per arrivare in alto. E la lingua, sì, portoghese ma piena di suoni strani e affascinanti. E le camminate … una diversa dell’altro per la maggior parte nella parte centrale est dell’isola. Il primo giorno nella montagna semi tropicale verso Ribeira Frio, il secondo lungo la costa a Sao Lourenco in mezzo ad una specie di deserto che scende drammaticamente nel mare, il terzo in


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alta montagna con viste mozzafiato a Pico Ruivo e Arreiro, il quarto sotto la pioggia verso la cascata incredibilmente lunga del Calderao, il quinto di nuovo in montagna con discese e salite, una passeggiata più breve questa volta perché essendo l’ultimo giorno siamo poi andati un po’ in gita con il pullman verso la parte ovest dell’isola. Che mare spettacolare dove spuntano delle rocce vulcaniche e dove si formano delle piscine naturali di acqua e si può fare il bagno – favoloso e neanche tanto freddo per essere l’Atlantico. Poi una visita in un tunnel di un vulcano a São Vincente dove abbiamo potuto vedere come si è creata l’isola di Madeira nel tempo e osservare e riconoscere i tanti luoghi in cui eravamo stati nei giorni precedenti. E siamo riusciti a stare al passo con gli altri per

ben 5 giorni! Che bel gruppo. Forse c’erano degli alpinisti o arrampicatori ma in quel luogo magico eravamo tutti dei ‘trekkers’. Tanti si sono presentati a noi già il primo giorno e nelle passeggiate c’era sempre la possibilità di chiacchierare con l’uno o con l’altro. C’era chi andava veloce e chi andava piano ma mai la fretta di arrivare. Al contrario si poteva sempre gustare il percorso – fantastico. Le sorelle austriache, Christine e Andrea ci hanno fatto da guida e da accompagnatori mentre l’autista Ivo è riuscito a portare noi e il pullman su per delle salite ripidissime con tutta calma. E Barbara e Oddone che con tutta calma ci facevano un po’ da angeli custodi. Con una gita pianificata in ogni dettaglio così non poteva che essere un successone!

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Trekking a Madeira di D or ina A lb er t in

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Foto di gruppo a Madeira (foto di Dorina Albertin)

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’ finalmente arrivato il grande giorno! Nel cuore della notte siamo partiti per Malpensa. Dopo uno scalo a Lisbona siamo arrivati a Funchal, trasferimento per Garajau. Primo contatto con le nostre simpatiche guide Cristina e Silvia, le quali, dopo una breve sosta in albergo per prendere possesso delle camere, ci hanno portato ad una breve passeggiata nei dintorni di Garajau: non solo una passeggiata con tanto di funivia, ma un primo e molto piacevole spuntino di prelibatezze locali. A dire il vero non mi era mai capitato di scendere al mare in funivia! Di solito salgo! La prima escursione inizia dal paesino di Portela a circa 600 m. di altitudine e sale, fiancheggiando la levada do Furado, una delle più antiche, alla Montagna di Ribeiro Frio. Scopriamo così l’umidissima Foresta di Laurisilva, la foresta che “produce acqua” perché le foglie delle sue piante condensano una grande quantità di vapore, di36

chiarata dall’UNESCO “patrimonio dell’umanità”. Ammiriamo inoltre fiori bellissimi di tutti i colori, che giustificano l’appellativo di Madeira “isola dei fiori”. Al termine una meritata pausa rilassante con bevuta di Poncha (e non solo) in un simpatico localino. Il giorno dopo, alla Ponta de Sao Lourenco, il paesaggio cambia completamente: grandi scogli colorati, caldi colori delle rocce vulcaniche e variopinte falesie in un ambiente arido e selvaggio. Per i temerari, ci scappa anche un fresco bagno nelle acque cristalline dell’oceano. Ed ecco, per me, il giorno più bello con l’escursione più interessante: Pico do Areiro, Pico Ruivo e Achada do Teixeira. Ripidissimi saliscendi, sentieri scolpiti nella roccia, scalinate artificiali, stretti passaggi, gallerie. Lo sforzo è però ricompensato dalle viste meravigliose che questi monti ci offrono con colonne naturali di basalto. Indimenticabile! Serata movimentata a Funchal, dove un gruppetto


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Il promontorio di São Lourenço (foto di Oddone Albertin)

si è avventurato per ammirare la capitale by night, non sapendo cosa l’avrebbe aspettato al ritorno: un pazzo autista dell’autobus, a folle velocità, affrontando le numerose curve in accelerazione, sballonzolandolo, l’ha riportato in hotel con i capelli dritti e gli occhi fuori dalle orbite: esperienza da dimenticare. Il giorno dopo abbiamo visitato Funchal con tranquillità: le viuzze, le porte dipinte, le chiese, la piazza ed il mercato, festa di colori. E poi il Parco di Santa Catarina con alberi tropicali ed un grande numero di fiori, con sculture ed un laghetto. Completo relax con meravigliosi scorci sulla baia. Ed ancora la chiesa di “Nossa Senhora do Monte” dove si trova la tomba dell’ultimo imperatore d’Austria Carlo I d’Asburgo. Da lassù partono delle slitte di legno con turisti a bordo, spinte da uomini con particolari calzature che, su strada asfaltata, scendono a valle. Uno spettacolo strano ed inconsueto! Un’altra escursione: al Parc Forestal das Queimadas con le case col tetto di paglia della zona di Santana. Situato a 900 m. di altezza, è il luogo ideale per osservare la flora tipica della foresta originaria di Madeira. Seguiamo rigorosamente una levada che attraversa ponti, ruscelli e 4 tunnel fino ad una cascata spettacolare di 300 m.: la Caldeirao Verde con altissime pareti ricoperte da muschi e felci

in un ambiente di primordiale bellezza. Le nostre guide ed un solo coraggiosissimo “collega” hanno fatto il bagno nell’acqua gelida del laghetto. Ammirevoli! L’ultimo giorno facciamo il giro della parte nord dell’isola e poi, seguendo un cordolo lastricato adiacente ad una levada e protetto, nei punti più aerei, dai cavi metallici raggiungiamo il piccolo bacino delle 25 Fonti dove, da un’alta parete a semicerchio, ricadono da ogni parte rivoli d’acqua provenienti dal grande altopiano di Paùl da Serra. Pic-nic, come al solito, e poi si prosegue fino a Porto Moniz, dove alcuni più volenterosi fanno il bagno nelle piscine naturali di lava nera, mentre altri, seduti al tavolino di un bar, si dissetano allegramente. Ma non è finita! Arriviamo a Sao Vincente dove visitiamo un tunnel vulcanico molto interessante con filmato sulla creazione dell’Arcipelago di Madeira. Purtroppo arriva il giorno del ritorno. Salutiamo con calore ed amicizia le nostre brave guide e riprendiamo l’aereo sulla pista, sorretta da moltissimi alti piloni, che abbiamo ammirato più volte nei nostri spostamenti. A Malpensa lento recupero dei bagagli e triste ritorno a casa! 37


Sentiero Matilde di Piera Crott a

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(foto di Sergio Cagna)

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athilde von Tuszien (1046-1115) granduchessa di Canossa, fu una potente feudataria, fervente sostenitrice del Papato nella lotta per le investiture; nel 1076, dopo numerose e travagliate vicende familiari Matilde diventa a 30 anni l’unica sovrana incontrastata di tutte le terre che vanno da Tarquinia al lago di Garda. I suoi resti si trovano nella Basilica di San Pietro in Roma nella tomba scolpita dal Bernini. Il “ Sentiero Matilde” fa parte dei percorsi turistico culturali valorizzati dal progetto di cooperazione “Cammini d’Europa”. Il percorso si snoda nella provincia reggiana sviluppandosi da nord a sud in territori ricchi di bellezze ambientali e di testimonianze storiche seguendo l’antico percorso alto medievale, che dallo sbocco dell’ Enza, porta nel cuore del dominio dei Canossa, incontra i castelli di Rossena, Canossa, Carpineti, raggiunge Toano per dirigersi in seguito verso il crinale al Passo di San Pellegrino in 38

Alpe. L’antico percorso proseguiva poi verso la Toscana, attraversando Lucca per arrivare fino a Roma. Complessivamente il dislivello totale in salita è di 4860 m. e in discesa di 3620 m; si snoda in un paesaggio in cui è molto ricco il patrimonio degli antichi borghi con le tradizionali case di sasso, un territorio ricco di storia, di tradizioni, di biodiversità sia faunistica che vegetativa; non dimentichiamo, infatti, che l’appennino tosco-emiliano può essere considerato uno dei paesaggi più complessi e meglio conservati dell’intera nazione. A seguito di un diffuso abbandono colturale di questi ultimi decenni, l’appennino è stato interessato dal ripopolamento di una ricca fauna vertebrata ed invertebrata. Inoltre è bene non dimenticare che attraverso l’appennino si svilupparono le vie di comunicazione che dalla pianura Padana portano al Tirreno: commerci, immigrazioni, transumanza, pellegrinaggi; i valichi sono stati testimoni di quelle integrazioni culturali ed etniche che hanno


TREKKING formato l’attuale società. Ricostituita Compagnia di Santiago : Siamo partiti in cinque, un gruppetto di soci che aveva avuto modo di conoscersi e di affiatarsi lungo il Cammino di Santiago nel 2010; i chilometri percorsi sono stati quasi un centinaio e mediamente abbiamo camminato otto ore al giorno tenendo conto di qualche variante fatta a causa di errata interpretazione dei segnali da parte dei partecipanti. Per fortuna gli amici del CAI di Reggio mi avevano messo in guardia dal sottovalutare il cammino perchè, essendo abituati ad altitudini più elevate, noi tendiamo a sminuire un percorso che si snoda ad altitudini più basse; ma vi assicuro che quel continuo saliscenti da una collina fino a scendere a valle guadare il torrente e poi nuovamente risalire quindi ridiscendere ripetuto svariate volte al giorno è davvero una cosa che stronca le gambe. Purtroppo per le prime quattro tappe del cammino, contrariamente alle previsioni, non abbiamo avuto le guide del Cai di Reggio Emilia, che nel frattempo avevano avuto problemi familiari; ma noi coraggiosamente abbiamo affrontato e superato gli inghippi (pochi e non gravi, per nostra fortuna) concordi, solidali, insomma, in modo egregio. Anche il tempo che ci ha accompagnato per tutti i cinque giorni di cammino è stato sempre bello e, questo, come sa chi ha fatto dei cammini spostandosi di giorno in giorno con lo zaino pesante sulle spalle, è un elemento importantissimo. Nella quinta tappa, l’ultimo giorno, è stato tutto molto più semplice perchè abbiamo camminato assieme a un gruppo di 26 reggiani gentili, socievoli e forse desiderosi di farsi perdonare il bidone dei giorni precedenti. Le tappe sono state le seguenti: 1a tappa: Sentiero molto bello tra calanchi e boschi, saliscendi meravigliosi dove era possibile ammirare una vegetazione in piena fioritura. Abbiamo raggiunto il castello di Rossena in posizione elevata che permette di ammirare uno splendido panorama; abbiamo poi attraversato il Borgo antico di Canossa con antistante all’ingresso la statua di Matilde e dopo aver guadato vari torrenti, aver raggiunto Bergogno, siamo finalmente arrivati al nostro B&B a Crocicchio.

2a tappa: da Crocicchio a San Vitale Inizialmente abbiamo seguito l’asfalto della settencesca via Militare di Ludigiana poi imboccata una sterrata siamo passati presso i resti di una torre di avvistamento , raggiunto Monchio dei Ferri siamo poi risaliti al castello di Sarzano (una delle sedi più importanti del potere matildico) e raggiunto Casina, paese abbastanza grande dove è stato possibile fare rifornimento alimentare. In seguito abbiamo continuato il nostro percorso tra campi aperti in completa fioritura, continui saliscendi con relativi guadi di ruscelli. In lontananza abbiamo visto l’imponente “castello” naturale della Pietra di Bismantova; talvolta incontravamo le “case a torre”: edifici a metà tra residenze e castelli che evocano il ricordo di piccoli feudatari. Nei pressi di Croveglia abbiamo abbandonato il sentiero matildico e siamo passati sullo Spallanzani che dopo traversie varie ci ha condotto all’ isolata antica Pieve di San Vitale in cui è situato l’ostello. 3a tappa: da San Vitale a Toano Camminando lunga una cresta abbiamo raggiunto poco dopo il Castello di Carpineti ; in seguito su un sentiero molto bello tra boschi e prati allietati da saltellanti caprioli e, dopo aver attraversato Savognatica , Cavola e fatte le nostre ormai solite otto ore di cammino siamo giunti a Toano: hotel Miramonti ( il nome non delude infatti dall’albergo abbiamo ammirato in lontananza le Apuane ) dove, unici clienti , siamo stati come sempre accolti con molta cordialità. 4a tappa: da Toano a Civago Percorsi gli immancabili sali-scendi siamo arrivati alle sorgenti del Quara, raggiunto Castagnola e superato il fosso Malpasso; abbiamo poi proseguito su un sentiero messo in sicurezza con tronchi e cavi d’acciaio passando alto sulle gole del Dolo: uno dei più emozionanti sentieri dell’appennino reggiano. Raggiunto Cadignano, Romanoro, superata Diga eccoci finalmente a Civago, luogo di passaggio lungo le strade di valico da e per la Toscana. Arrivati in albergo abbiamo dovuto dedicarci ad un lavoro ingrato: eravamo pieni di zecche; questi posti forse al massimo della loro bellezza e con quella fauna così graziosa: caprioli, lepri, gipeti e altra di varie specie ci avevano lasciato un ricordi-

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TREKKING no. Ripuliti e rifocillati dalla ottima cena siamo andati a dormire ormai tranquilli perchè il giorno seguente avremmo avuto tutto il supporto e la compagnia dei soci del Cai di Reggio. 5a tappa: da Civago a San Pellegrino in Alpe Abbiamo svuotato lo zaino e messo le cose non indispensabili al percorso nel pullman dei nostri supporters; le avremmo recuperate al nostro arrivo a S. Pellegrino. Qui ho finalmente potuto incontrare Giorgia, giovane responsabile dell’escursionismo della sezione del Cai di Reggio, con la quale mi ero sentita moltissime volte durante i mesi precedenti per definire la logistica del percorso. Abbiamo conosciuto Giuseppe che in quella tappa ci ha fatto da guida e prima di incamminarci ha dato delle spiegazioni sul territorio, sulle tradizioni e sul sentiero. Dopo aver attraversato un bosco leggermente in salita siamo arrivati al passo delle Forbici e raggiunto il monte Giovanello, proseguendo quasi in cresta abbiamo raggiunto il Passo delle Radici: un panorama splendido, la vista spazia dalle Apuane fino al monte Cimone. Ed ora, a partire dalla pausa pranzo, comincia a esplodere la rinomata ospitalità reggiana: ci hanno offerto di tutto: dolciumi, torte, caffè, grappa.... Nel pomeriggio abbiamo raggiunto San Pellegrino in Alpe, dove ad attenderci c’era il pullman; ma

I cinque partecipanti al trekking a colazione 40

prima di risalire ci hanno offerto ancora una “merenda” con tutti i prodotti tipici della loro terra e della loro tradizione e ancora un dono da portare con noi. Tornati a Reggio Emilia in pullman, Giorgia e Giuseppe ci hanno poi accompagnati con la loro macchina a recuperare la nostra che avevamo lasciata nei pressi della stazione di Ciano d’Enza, dove aveva avuto inizio il nostro cammino. Un unico commento: il “Sentiero Matilde” fatto nella stagione giusta e con tempo bello è un trekking magnifico; noi l’abbiamo fatto molto concentrato, forse qualche giorno in più avrebbe permesso di godere maggiomente sia della storicità dei luoghi sia della bellezza dei posti. L’esperienza fatta mi trova molto contenta perchè quel contatto casuale con il Cai di Reggio cercato e trovato un anno e mezzo fa avrà un seguito: i nostri amici reggiani verranno a trovarci il 7 e 8 di Maggio del 2016 affinchè, così come noi abbiamo ammirato il loro splendido ambiente, loro possano ammirare le bellezze, l’ambiente e le tradizioni canavesane. Li accompagneremo per due tratti della via Francigena: il 1° giorno da Pont San Martin ad Ivrea e il 2° fino a Cavaglià, avendo loro espresso il desiderio di conoscere la Serra morenica. Sarete i benvenuti cari soci del Cai di Reggio !!


Una bianca cappella

Testo e foto di Massimi li ano For nero

Alpinismo e meditazione

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Lo strano è che ci esercitavamo a inalare il paradiso filtrato attraverso il cielo azzurro e le tenebre e le cappelle bianche. Prima che chiudessero! “La parola di Dio è così sincera che è argento”, proclama un salmo. Il puro spazio dopo la morte si apre all’immaginario e la fede gli conferisce una dimensione che oltrepassa le nostre piccolezze confuse con gli abissi. Maurice Chappaz

icordo che da bambino, nelle domeniche di primavera, quando ormai la neve s’era ritirata sulle vette più alte, salivamo io e la mia famiglia ad una piccola cappella in mezzo ai pascoli. Una di quelle costruzioni semplici con le pareti intonacate di calce bianca; sulla facciata un portone di legno scheggiato con ai lati due piccole finestre, al di sotto una panca traballante su cui poter meditare. Ve ne saranno a centinaia sulle alpi di cappelle come questa, ma a quella in particolare ero e sono ancora oggi affezionato, tanto che in alcuni momenti della mia vita non ho mancato di farle visita: quando c’era bisogno di una boccata d’ossigeno dai pesi che opprimono l’anima o anche soltanto per ammirare gli orizzonti della mia infanzia e riscoprire la spensieratezza e l’ingenuità di un tempo. Oggi vi sono tornato, spinto da un desiderio di ricerca circa i tanti interrogativi che occupano la mia mente, come questa nebbia autunnale distesa sul fondovalle. Tante domande, dubbi e certezze sul significato autentico della vita, non un’avventura passeggera priva di una meta, ma qualcosa di più grande e profondo che nutre l’anima e arricchisce lo spirito. Ho desiderato quest’attimo di pausa, di distacco dalla vita quotidiana per lasciarmi avvolgere da quella solitudine che oggi l’umanità in gran parte rifugge, attratta dal fascino illusorio di vane certezze dispensate come slogan pubblicitari. Un tempo la solitudine si ricercava nella natura, nei boschi, tra le montagne, oggi, senza muoverci di casa, la troviamo nella realtà virtuale, in un tablet o in uno smartphone... Viviamo un’epoca contraddittoria sempre in bilico tra ansia e desiderio; la meta domenicale non è più la cappella solitaria tra il verde dei prati e l’azzurro del cielo, ma il caotico parcheggio di un centro commerciale. Cambio di prospettiva, abbiamo

annegato la nostra libertà di scelta nel mare del conformismo. Osservo la maestosa corona alpina, di fronte a quest’orizzonte irto di vette è naturale scavare nel profondo dell’anima, indagare sui misteri che avvolgono l’esistenza umana, trovare una base su cui edificare le proprie certezze. L’immobilità delle montagne è forse l’aspetto che più di ogni altro m’invita a quest’esercizio spirituale, anche se molti quesiti assumono spesso i contorni di picchi inaccessibili o di baratri spaventosi, il solo sforzo nel tentativo di trovare una risposta mi è di grande conforto. Nello zaino è riposto un libro che ho quasi finito di leggere. E’ qui che vorrei giungere all’ultima pagina, ma non per finirlo, per andare oltre, al di là di ogni conclusione ed esplorare le parole non scritte di un Vangelo misterioso ed enigmatico: Il Vangelo secondo Giuda, uno di quelli denominati “apocrifi”, perché non inclusi nel Canone. Questo Evangile selon Judas non è il testo originale, ma la versione proposta da Chappaz, un volume che prende le mosse da quello gnostico del II secolo riscritto sullo sfondo di un Canton Vallese che si fonde con la terra giudaica. E’ proprio tra le montagne svizzere di quell’impervia regione che vivono e si muovono i personaggi della storia più affascinante e rivoluzionaria di ogni tempo. Sorprendente la metamorfosi: Giuda, l’Iscariota, è il proprietario di un bar sulle Alpi e Gesù, il Nazareno, capita spesso da lui per bere il tè. C’è un legame fatale tra i due, entrambi predestinati, un legame che Chappaz reinterpreta alla luce del proprio mondo, delle tradizioni e della storia che hanno reso celebre la sua terra. Una regione serrata tra valli profonde e maestose montagne: in basso la geometrica e ordinata presenza dei vigneti, in alto il minaccioso e irregolare aspetto dei ghiacci eterni. Un angolo di Svizzera in cui emergono 41


Alpinismo e meditazione evidenti le contraddizioni del progresso, le stesse che Chappaz profetizzò nel suo Maquereaux des cimes blanches, un grido di dolore per denunciare la “prostituzione della terra” ad opera di imprenditori e politici corrotti. Mi sono chiesto, perché riscrivere un Vangelo ambientandolo in montagna? Mi è bastato alzare gli occhi e guardarmi intorno per avere la risposta. Dove, se non in montagna, l’opera dell’uomo sonda in profondità il mistero: questa cappella sorge in mezzo al nulla, è come un grande punto esclamativo, una certezza costruita dalle fedeli e infaticabili braccia dei montanari. Penso a loro, a ciò che mi hanno insegnato, alla loro fede arcaica, forse un po’ ingenua, ma fresca come quel mazzetto di fiori legato con un filo rosso di lana appoggiato delicatamente sull’altare di questa candida cappella. Infatti, come scrive Chappaz: “...se soltanto la gente di montagna custodisce il segreto dell’umanità, Gesù non può che essere un montanaro” . Ho ancora davanti agli occhi l’immagine dei margari che in estate incontravo quand’ero bambino: il passo lento e le spalle ricurve sotto il peso della gerla, avevano un modo di fare gentile, le parole misurate, ma negli occhi un lampo di

Grand Cornier e Dent Blanche 42

astuzia precedeva sempre una battuta ironica o un commento in grado di spiazzare anche il più fine intellettuale. Li guardavo falciare i pascoli a picco sulla valle o liberare a fatica i prati dalle rocce per guadagnare qualche centimetro di erba. A volte, un fischio riempiva i lunghi spazi di silenzio tra una parola e l’altra, un suono di campani irrompeva gioioso, portato dal vento per poi scomparire inghiottito nelle pieghe della montagna. Così trascorrevano i giorni e la stagione dei pascoli, per ore tenacemente aggrappati ad un impervio fazzoletto di terra strappato alle rocce, stretti l’uno all’altro in un abbraccio solidale come coppie di betulle ingiallite. Appoggio le spalle al muro tiepido, è così bello godere il tepore del sole in questi giorni d’autunno. Le montagne oggi hanno un volto particolare, la prima neve scintilla sullo sfondo azzurro del cielo e disegna un netto confine con i pascoli bruciati dal primo gelo. Vedo in lontananza le familiari sagome del Velan e del Combin avvolte in una luce dorata, immobili guardiani di un regno incantato. Penso al Vallese ed i ricordi emergono prepotentemente e con essi le emozioni, chiare e limpide come questa luce trasparente che inonda la valle.


Alpinismo e meditazione

Grand Cornier

La settimana scorsa ero là, in una valle deserta e solitaria, alla ricerca di una splendida montagna semisconosciuta, scartata dalle folle di alpinisti soltanto perché di poco inferiore a quattromila metri: il Grand Cornier. Chiudo gli occhi, respiro forte, e in un attimo mi ritrovo nella valle di Moiry... L’idea di salire quella vetta m’era venuta per caso guardando le condizioni trasmesse dall’Office de Haute Montagne, nel clima ormai autunnale di un’estate anomala fatta di cieli grigi, temporali e nevicate fuori programma. Ora invece risplendeva una luce dorata che incendiava i pascoli tinta cammello su cui era iniettato il rosso scuro delle piantine di mirtillo. C’eravamo attardati sulle rive del lago di Moiry, sopra un masso riscaldato dal sole avevamo pranzato con gli occhi rivolti alla grande seraccata in fondo alla valle. Risalimmo la grande morena a lato del ghiacciaio fino alle pendici della

Pigne de la Lè. Man mano che salivamo vedevo il lago rimpicciolirsi e in fondo la grande diga, più in basso il Rodano sulle cui rive tutto giace accatastato: condomini, autostrade e cassette di albicocche in offerta sulle piazzole asfaltate. Eccola qui la patria di Chappaz, di Bille di Ramuz, i ricordi, le testimonianze, i segni di un passato nemmeno troppo lontano travolto dai cambiamenti: chilometri di canali d’irrigazione, muretti a secco e strette mulattiere che attraversano gli impervi versanti da uno chalet all’altro; le molte contraddizioni del presente. In alto la Cabane de Moiry giaceva sospesa sul ghiacciaio: la vecchia costruzione romantica e quella nuova di vetro e d’acciaio, ecosostenibile e confortevole. Salimmo fin sotto le pendici della Pigne de la Lè per cercare un po’ d’acqua e godere la bellezza del tramonto. L’aria fresca della sera discese dalle sovrastanti seraccate spinta dalla brezza di monte. 43


Alpinismo e meditazione Rientrammo nel rifugio e cenammo in allegria. Le lunghe pause di silenzio, che intervallavano i nostri intricati discorsi, erano riempite dallo scoppiettio della legna che ardeva nella stufa. Discutemmo fino a tardi e quando il fuoco si spense, ci pensò il calore dell’amicizia a scaldare l’ambiente, quell’amicizia schietta e sincera che qui in montagna diventa un fatto spontaneo, come recitano le “Annotazioni per una preghiera” della Giovane Montagna. Prima di coricarmi uscii un attimo per il silenzio della sera. Un chiarore lattiginoso disegnava i profili delle montagne mentre il ghiacciaio, solcato da numerosi crepacci, mi apparve ancora più enigmatico. Pensai ai pionieri dell’alpinismo, a chi ebbe il coraggio di superare le paure e le incertezze per esplorare queste terre sconosciute che l’immaginario popolava di draghi e presenze soprannaturali. Pensai all’alpinismo, alla sua dimensione

Panorama dalla vetta del Grand Cornier 44

esplorativa oggi troppe volte messa da parte. Rientrai e la notte trascorse tranquilla, dormimmo cullati dalle sommesse note di un torrente glaciale. A mezzanotte uscii per rimirare le stelle, guardai l’universo ruotare lentamente sulla mia testa e pensai alle pagine delle Scritture, a quel Vangelo anomalo e complesso che stavo per terminare, allo scandalo e alla scommessa di un Dio sceso in terra per venire incontro agli uomini, caso unico nella storia. Mi sentii coinvolto in prima persona, interrogato dalla volta celeste, un po’ come accadde a Dante nella Divina Commedia, cercai una scusa, un’uscita di sicurezza, ma il cielo era troppo grande per sfuggire alle domande… Volsi gli occhi a terra e tra i massi accatastati della morena cercai di dare un senso a quel caotico disordine. Nella penombra emergevano figure fantastiche dall’aspetto minaccioso, improvvise riaffiorarono incertezze e paure, vidi fuggire il


Alpinismo e meditazione tempo con la velocità di una lepre. Forse la Giudea non era poi così lontana da quei luoghi. Ripensai ai fatti, agli eventi che duemila anni fa cambiarono il corso della storia: la passione, la morte e la Resurrezione di Cristo. In cielo una stella brillò più delle altre e finalmente mi sentii meno solo, non più abbandonato. Forse fu proprio in una sera come questa che tutto ebbe inizio. Pensai a Giuda descritto come: uno di quei contadini abbastanza religiosi da farsi benedire la pallottola con cui potrebbe uccidersi. Sotto quel cielo stellato percepivo fino in fondo la portata cosmica del tradimento. Per un attimo me li immaginai, il Maestro e il suo discepolo, seduti di spalle, l’uno accanto all’altro, sul ciglio di un burrone, così vicini, eppure così lontani. Di fronte a loro gli enigmi della notte, il grande mistero. Il suono di una parola attraversa lo spazio, un lungo attimo di silenzio, poi il bacio e gli eventi precipitano rapidi come sassi scagliati nel baratro , ciò che pareva la fine non fu che l’inizio… Alzai lo sguardo verso il cielo per avere una conferma. Pensai alla resurrezione, al miracolo che tutti contiene. Che mette alla prova ognuno di noi, il suo senso letterale ci travalica, tutti i misteri vi sono legati. Conclusi: ecco il punto su cui tutto sta o tutto cede. Rientrando nel rifugio mi domandai: Qual’é la nostra meta? Domani saliremo il Grand Cornier, ma dopodomani, e più oltre? - L’abbiate fede - risuonò imperativo nella mia mente. Ricordai le parole di Chappaz: “La fede è una grazia che ci travalica, simile alla poesia (...) Si avvicina, come l’ombra del suono di una campana. L’universo vuole essere colto in noi: il Verbo che l’ha creato.” Pensai alla fede di quand’ero bambino, alle certezze cui ero legato. Quella fede che sempre ricercai tra le montagne, nella nuda croce di legno scuro piantata in mezzo ad un pascolo, negli altari barocchi carichi di dorature o ancora nel policromo disordine di un Giudizio Universale. Ma i tempi sono cambiati... “Abbiamo scosso molte civiltà; come si sbatacchiano dei vecchi susini. La mia epoca è stata spazzata via.” Cosa resterà di noi, di quest’epoca pronta a seppellire il passato per vivere libera da ogni memoria, naufraga di ogni tempo? Alzai gli occhi e la luce del sole ci sorprese tra i

corni rocciosi dei Bouquetin nell’aria frizzante di un’alba limpida e fresca. La neve recente copriva le tracce sul ghiacciaio, tutto era nuovo, pulito come appena creato. Ricordo quel mattino come uno dei più chiari e belli che abbia mai visto. In breve raggiungemmo la base del triangolo nevoso che difende l’aerea cresta. Salimmo in conserva mentre gradualmente la pendenza aumentava fino a sbucare in prossimità delle roccette sommitali. Da lì ebbe inizio l’ultimo tratto affilato ed irto di gendarmi e cornici. Man mano tutto intorno sorgevano, incendiate dal sole, le più alte vette delle Alpi: dal Monte Bianco al Combin, dall’Obergabelhorn allo Zinalrothorn passando per la Wellenkuppe. Aggirammo il primo torrione sulla destra, poi una successione di salti ci costrinse a qualche passaggio non difficile, ma vertiginoso, a picco sulla parete nord della montagna. Un ultimo esile filo di neve ci separava dalla vetta, procedemmo salendo rispettivamente sui due lati per farci vicendevolmente contrappeso in caso di caduta. Pochi passi e giungemmo al culmine estremo della montagna. L’allegro suono dei campanacci rompe il silenzio. – Già, è ora della desnalpà - dico a me stesso. Il tempo è trascorso come un lampo e questo ritorno a valle segna l’inizio del periodo invernale. A breve tutte le baite verranno abbandonate, resteranno i prati e i boschi deserti e silenziosi, furtivamente attraversati dal passo leggero dei caprioli. Raramente salirà qualcuno a fare visita alla cappella. In una settimana la montagna si è spogliata come gli alberi dalle foglie. Così anche io mi accingo a scendere dove la vita di tutti i giorni mi attende, tra mille impegni che si perdono in un groviglio di strade. Alla sera però, nell’ora del tramonto, dopo una lunga giornata di lavoro, alzerò gli occhi verso le vette ancora illuminate dal sole e cercherò con lo sguardo quella piccola costruzione bianca e solitaria in mezzo al prato, con due piccole finestre e un portone di legno scheggiato. Nei riflessi infuocati di un tramonto invernale m’immaginerò nuovamente seduto su questa panca traballante, la schiena appoggiata al muro tiepido e i pensieri rivolti a quei giorni di vento e di sole, ai tanti ricordi raccolti e legati con un filo rosso di lana, che memore lascio sui gradini di quest’altare. 45


Il Cervino 150 (in vetta alla storia dell’alpinismo) di A less andro Mass a

Alpinismo

difficoltà: Desposizione prevalente: Ovest quota partenza (m): 2004 quota vetta (m): 4478 dislivello complessivo (m): 2474 località partenza: Cervinia (Valtournenche , AO ) punti appoggio: Capanna J.A. Carrel 3835 m

I

l monte Cervino, dai valligiani chiamato la “ Gran Becca “, è da sempre una delle montagne che suscita negli alpinisti un fascino ipnotico. La sua posizione isolata dalle altre vette circostanti e la sua forma piramidale è lì che sovrasta Breuil Cervinia, e chiunque arrivi sotto la sua parete non può che ammirarlo e farsi rapire dalla voglia di voler provare a salirlo. Considerato per lungo tempo inviolabile dal 1800, vide l’avvicendarsi di molti alpinisti nel vano tentativo di salirlo. Fu così fino al 1865. Quando Jean-Antoine Carrel e Jean-Batiste Bich il 17 Luglio, seguendo quella che oggi è considerata la via normale italiana, riuscirono nell’impresa che ancora oggi ha scritto una tra le più belle pagine di storia dell’alpinismo. Quella cordata, voluta fortemente da Quintino Sella e il Club Alpino Italiano, riuscì con quell’impresa a portare avanti di vent’anni l’alpinismo che non fu più considerato solo per studio scientifico, la cima fu conquistata il 14 Luglio per la via 46

oggi considerata la normale svizzera da Whymper e un gruppo di compatrioti: Lord Francis Douglas, D. Hadow, ed il reverendo Charles Hudson, accompagnati da tre guide: Peter Taugwalder padre e figlio, e Michel Croz, ma puramente sportivo solo per primato. Oggi chi affronta quest’ascensione può immaginare, respirare quell’incredibile impresa consapevole però di non essere il pioniere. Al posto delle giacche in lana dell’ottocento abbiamo comodi e leggeri gusci, anzichè scarpe chiodate usiamo scarponi in materiale moderno e ramponi, l’Alpenstock è stato sostituito dalla picozza che ha la metà del peso e dimensione e la corda in canapa è diventata in nylon, molto più sottile e dinamica. Ci sono il Rifugio Duca degli Abbruzzi e il Bivacco Capanna Carrel come punti di appoggio al posto del nulla. E portarsi il vino in ascensione è considerato sbagliato… Oggi dove sorge il Rifugio Duca degli Abbruzzi all’Oriondè ci puoi arrivare in jeep e sulla salita


Alpinismo ci trovi canaponi, spit, cavi, catene e scale, però il magnetismo che la Gran Becca genera nell’uomo, penso sia rimasto invariato. Mi ricordo che tutte le volte che sono passato sotto di lui camminando o sciando non vi è stata volta che non mi sia voltato a guardarlo con ammirazione e, che subito dentro di me, sorgesse sempre la stessa domanda “ chissà che emozione vedere Cervinia da lassù “. E la mia domanda ha trovato risposta nel suo 150° anniversario. Erano un paio di anni che provavo a organizzare quest’ascensione, ma i vari impegni mi portavano sempre a rimandare. Poi a Luglio dopo la Dent Blanche, Stefano mi propone la salita, per la Cresta del Leone, in Agosto. Io senza esitare rispondo “ assolutamente sì “. Quest’anno il Corso IA appena terminato mi ha risvegliato quella sana voglia di montagna che l’arrampicata sportiva aveva un po’ assopito. Ho trovato un compagno di cordata. E poi la Gran Becca mi ha attirato a se quando vidi, dalla cima della Dent Blanche, la sua imponente parete nord striata dal tricolore disegnato in cielo dalla PAN in occasione della sua commemorazione. Fui completamente preso nel cuore e nella mente: questo era il giusto presagio! Arriva Agosto, e un meteo inclemente caratterizzato da alte temperature costringe il sindaco di Valtournenche a emettere un’ordinanza che vieta le ascensioni sul Cervino per via delle continue scariche di massi che hanno ferito già alcuni alpinisti. A quel punto appresa la notizia dai TG mentre mi trovavo in Puglia per lavoro, ho pensato “ anche stavolta nulla “ e la mia mente era passata direttamente agli impegni prossimi (Corso Roccia, Corso Tecnico Soccorso Alpino). A Settembre, mentre sto rientrando dal lavoro, Stefano mi telefona e mi dice “ Ho una proposta da farti, il cervino è in condizione, andiamo? “.Io resto un attimo senza parlare, penso e dico “ Non so, dammi un’ora per capire se riesco ad organizzarmi! “ Lui allora risponde “ Ok. Fammi sapere al più presto! “. Quando arrivo al magazzino le uniche parole che riesco a dire al capo, sono “ Mercoledì e Giovedì non ci sono “ e la sua risposta è “ Ok “. A quel punto in testa ho solo la montagna. La sera stessa, mi vedo con Stefano per pianificare l’ascensione:

Saremo due cordate e partiremo di notte da Cervinia, andremo direttamente in cima e dormiremo al bivacco nel rientro. A quel punto l’emozione sale ma un dubbio mi attanaglia “ Fare il Cervino in giornata?”, “ Sarò in grado? “. Preparo lo zaino molto leggero ramponi, picozza, imbrago e un paio di preparati. Se lo vogliamo salire in giornata dopo la Capanna Carrel voglio lo zaino vuoto! Poi guardo il meteo, due giorni di tempo sereno con zero termico a 2900 m, preparo un thermos di thè che male non farà. Mercoledì 9 Settembre alle 3:00 del mattino sono sotto casa di Stefano. Oltre a noi ci sono Renzo e Marco. Caricata la macchina di Renzo, partiamo per Cervinia. Alle 4:30 partiamo a piedi dalla strada sopra gli impianti di Cretaz per il sentiero che porta sopra all’Oriondè. A quest’ora la Gran Becca non si vede, la notte la nasconde ancora, ma alle 5:30, ormai sopra la Croce Carrel, una scia di luce fatta dalle lampade frontali di altri alpinisti, partiti dalla capanna Carrel, incomincia a disegnare i suoi tratti inconfondibili. Alle 6:30, diretti verso la Capanna Carrel, l’alba lo illumina di una luce spettacolare! Verso il Colle del Leone un vento gelido ci attraversa e sostiamo per coprirci un po’, visto che siamo vestiti leggerissimi. Arrivati sotto i ripidi canaponi che hanno sostituito l’estetico passaggio della Cheminèe, crollata nella calda estate del 2003, però sorgono i primi problemi. Stefano ha qualcosa che non va (probabile congestione) e rallentiamo un sacco. Arrivati alla Capanna Carrel siamo costretti a fermarci, per noi la giornata termina qui. La cordata di Renzo e Marco invece sta proseguendo l’ascensione. Dopo un salutare riposo di Stefano parliamo sul da fare. Andiamo a casa? Stiamo qui? Decidiamo di rimanere, anche se non abbiamo cibo, le nostre vivande sono giusto un paio di barrette ma non ci importa, siamo qui e vogliamo provarci! Quando il gruppo si riunisce scopriamo che Renzo e Marco sono arrivati al Pic Tyndall e a quel punto hanno deciso di fermarsi e tornare indietro. Raccontiamo a loro la nostra disavventura e che vogliamo rimanere per tentare la cima il giorno dopo. Loro decidono di rientrare. Nel mentre 47


Alpinismo giunge in Bivacco la Guida Alpina Marco Appino che, salutatoci e scambiate due parole, ci dice che sta scendendo e ha avanzato una scatola di minestra e un vassoio di prosciutto e ce lo dona volentieri. Io e Stefano ci guardiamo e diciamo “ Beh eravamo partiti che si stava a digiuno, questo è un lusso ”! La cena dura pochi istanti ma meglio un solo cucchiaio di minestra calda nello stomaco che solo aria fredda e viziata dalla latrina del Bivacco… Il mattino seguente alle 4:45 partiamo per la vetta, ci mettiamo in coda ad un paio di cordate di Guide Alpine con clienti. Tutti saliamo la “ corda della sveglia “ e sotto la “ Gran Torre “ gli altri sbagliano il canale d’ingresso quindi noi li superiamo agilmente. Ora riusciamo a vedere solo ciò che riescono ad illuminare le nostre lampade frontali. In breve tempo riusciamo a passare la “ cresta Coq “ , il “ Mauvais Pas “, la “ Rocher des Ecritures”, attraversiamo il ghiacciaio del Linceul e ci troviamo

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sotto la “ Gran Corda “. All’albeggiare siamo sul filo di cresta e, infilati i ramponi e presa la picozza in mano, ci dirigiamo verso il Pic Tyndall. Qui superiamo altre cordate senza perdere tempo, arrivati a Pic Tyndall scorgiamo “ Col Felicitè” che si trova successivamente a “ l’Enjambèe ”. Dal “ Col Felicitè “ prendiamo la seconda parte di canapone che ci porta ai 25 pioli della famosa “ Scala Jordan “, poi la “ Corda Piovano “ e la “ Gite Wentworth “, ancora un piccolo diedro e finalmente siamo in vetta! Il tempo di una stretta di mano, le foto di rito e finalmente lo sguardo chino verso Cervinia. Ci rimettiamo subito in marcia per il rientro. Nel pomeriggio siamo a Cervinia, stanchi ma soddisfatti. E finalmente con la risposta che attendevo da tempo ma non ve la posso raccontare, solo guardando da lassù con i propri occhi si può capire… Un grazie a Stefano per la tenacia e aver tenuto i denti stretti!


Ciao mamma! di Giu lio C ont a

Soccorso Alpino

Giovanna Autino(foto di Giulio Conta)

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ualcuno glielo deve pur dire, non si può vestire come un pastore sardo, è il Delegato della Dodicesima Delegazione Canavesana, tuo padre, Responsabile della Base di Elisoccorso di Torino, sui Media non possiamo apparire cosi” Addetto stampa della delegazione di cui sopra, Giovanna Autino, collaboratrice del Soccorso Alpino della Stazione di Ivrea, era la mia mamma. Come per molte Delegazioni Piemontesi e Italiane, fino a non molti anni addietro, la figura dell’addetto stampa risultava inesistente o timorosa, insufficienti di fronte al mondo dei Media. In pochi sapevano che cosa era il Soccorso, che cosa faceva, dove interveniva, e poi ancora, era efficiente questo Corpo sconosciuto? Lei, con la sua voglia di fare, la sua energia, spes-

so il suo sorriso, dal 2012 intraprese una via quasi mai facile, esternabile come il far trasparire l’operato del Soccorso Alpino al di fuori del Soccorso stesso, sia stata essa una stazione confinante o il General du Peloton d’Haute Montagne della Gendarmerie di Briançon, sia stata la redazione di un giornale locale piuttosto che tenere una conferenza sul Soccorso Alpino in Inglese all’ambasciata Danese di Torino. Maggio 2014, Vallone del Carro, esami per il passaggio a Tecnico di Elisoccorso, parte invernale: tenendosi sotto la nostra giurisdizione, Luca Prochet fu felice di invitarla per provare a far conoscere al di fuori della struttura i percorsi formativi della scuola nazionale tecnici, le difficoltà, ma provare anche a far trasparire gli stati d’animo di quei ragazzi che arrivando dal cielo non possono permettersi di sbagliare. 49


Soccorso Alpino Con Luca ancora, in Valle Stretta alla prima esercitazione ufficiale italo – francese, tra l’élite della Gendarmeria e l’élite dei Tecnici Italiani. E poi le collaborazioni con molti altri enti, Protezione Civile, il Corpo dei Carabinieri, e tra tutti i Vigili del Fuoco, da cui è nata una bella amicizia, motivo in più per volersi trovare nelle esercitazioni, motivo in più per fidarsi reciprocamente durante gli interventi. Ricordiamo la difficile esercitazione congiunta sulla cascata di Pissapolla a Tavagnasco. Con il correre degli anni, Giò, diventava conosciuta nei diversi ambienti, entrando con il suo sorriso nelle stazioni più chiuse, aiutando, insieme a papà, lo sciogliersi di quel campanilismo che esiste dove esistono valli, volontariato e difficoltà. Ad oggi le quattro stazioni della Dodicesima, Ceresole, Ivrea, Locana e Valprato si può dire siano unite da un legame che prima non c’era, e collaborare in un intervento o in un esercitazione, trovarsi ad una riunione o meglio magari ad una cena, è spunto prima di tutto della voglia di fare bene insieme. La Dolomiti Rescue Race, raduno prima Nazionale e poi Internazionale, è una gara di corsa a squadre che si tiene ogni anno a Pieve di Cadore, nel Bellunese. Durante il primo anno di partecipazione la XII arrivò seconda classificata, e da allora, ogni anno, capitanata da Andrea Pe combatte per il podio. Nell’edizione del 2015, è stato dedicato a lei il discorso di apertura, lei che come ha detto Marco Da Col, capostazione di Cadore, aveva capito più di molti l’essenza dell’essere parte del Soccorso Alpino.

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Patrocinato dal SASP era il Progetto Nepal “Mario Vallesi”, che la vide appassionarsi ad una terra così lontana e magica, così povera di beni materiali ma ricca di cultura e di fascino, di persone straordinarie. Non posso non citare Lakpa Sherpa, gestore della Monviso Trek, compagnia di Trekking e spedizioni in Nepal, che durante le stagioni estive lavora al rifugio Quintino Sella sul Monviso. Persona squisita, diverse volte sull’Everest con clienti e non, durante gli anni divenne amico di famiglia, erano dolci le cene che ci vedevano tutti, quando da Katmandu transitava nel Canavese prima di prender posto al Rifugio. Nei diversi viaggi che la mamma fece in Nepal, lui si occupava della logistica, dell’organizzazione, ma come piace pensare a me, di far sorridere chi viaggiava e cercava un po’ di pace. Non è luogo per indicare gli aiuti che l’organizzazione ha portato in Nepal, il sito della stessa ne è esauriente indicatore. E non è luogo per indicare chi ha provato cosa, i sentimenti di ognuno lo sono stati e lo saranno. E allora, ciao Mamma, grazie. “, ancora un piccolo diedro e finalmente siamo in vetta! Il tempo di una stretta di mano, le foto di rito e finalmente lo sguardo chino verso Cervinia. Ci rimettiamo subito in marcia per il rientro. Nel pomeriggio siamo a Cervinia, stanchi ma soddisfatti. E finalmente con la risposta che attendevo da tempo ma non ve la posso raccontare, solo guardando da lassù con i propri occhi si può capire… Un grazie a Stefano per la tenacia e aver tenuto i denti stretti!


Dent Blanche

di A less andro Mass a e Stefano B er t ino

Alpinismo

difficoltà: AD esposizione prevalente: Sud quota partenza (m): 3507 quota vetta (m): 4356 dislivello complessivo (m): 849

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on Stefano era da un po’ che si parlava di organizzare un’uscita in montagna assieme. Ma lavoro, scuola e soccorso ci portavano sempre a rimandare. Ma finalmente riusciamo a ritagliarci uno spazio per noi e decidiamo di andare a salire la Dent Blanche. Giovedì arriviamo a Ferpècle ( circa 1900 m ) all’ora di pranzo, un panino e via si sale a Bricola, si traversa fino al ghiacciaio des Manzette, poi per dorsale rocciosa ed infine con nevaio fino al rifugio, Cabane de la Dent Blanche situato a 3507 m dove arriviamo intorno alle 15. L’ospitalità è stupenda, all’arrivo, un buon bicchiere di thè offerto dalla gestrice che ci dice orari per la cena e la colazione. Dopo un attimo di riposo sistemiamo l’attrezzatura e la prepariamo per il giorno seguente. Venerdì alle 4.30 si parte il meteo di questi giorni ci permette di partire vestiti leggeri ed il cielo è limpido come non mai. La neve presenta un buon rigelo e con i ramponi si cammina comodamen-

te. Alle 7 siamo sotto il Gran Gendarme ed incomincia la cresta molto aerea e varia. Anche se le difficoltà non sono mai sostenute tecnicamente è richiesta buona capacità di lettura della linea di salita, che richiede molti cambi di assetto. Alle 9 con grande soddisfazione siamo in vetta, stretta di mano, foto di rito e si parte per il rientro. Il tragitto è uguale a quello della salita, anche il tempo. Alle 16 siamo al rifugio e dopo una breve pausa, prepariamo gli zaini e ripartiamo per il rientro. Con grande soddisfazione e molta stanchezza ritorniamo a casa. Il giorno dopo si ritorna alla solita routine. Io alle 9 parto per l’uscita del corso di alpinismo sul Mont Dolent. Ma come sempre torniamo con qualcosa in più. Un nuovo compagno di cordata. Una cima nuova con le splendide vedute del Cervino, Dent d’Herans e tutto il gruppo del Rosa. Aver conosciuto persone nuove che hanno allietato e divertito la serata. E la voglia di organizzare una nuova ascensione. 51


Cerro Torre

di Mar ino Pas qu a lone

Alpinismo

Massimo Lucco nel “Gotha “ dell’alpinismo Exploit del vigile-alpinista di Pont con la salita al mitico “Cerro Torre” in Patagonia

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aggiungere la vetta del Cerro Torre, una delle montagne più difficili da scalare dell’intero pianeta, ha significato realizzare il sogno della mia vita”: ha ancora gli occhi che brillano il pontese Massimo Lucco Castello mentre racconta la sua ultima eccezionale avventura alpinistica, quasi che in essi fosse rimasto imprigionato qualche frammento delle immense distese ghiacciate dello Hielo patagonico argentino, da cui si alzano verticali contro il cielo numerose vette che hanno segnato la storia dell’alpinismo mondiale dell’ultimo mezzo secolo. E, tra queste, il posto d’onore spetta senz’altro proprio al Cerro Torre, soprannominato l’Urlo di Pietra, che a dispetto di un’altezza tutto sommato non eccelsa (3.133 metri), sia per il suo isolamento che per l’estrema difficoltà delle sue pareti verticali incrostate di ghiaccio e quasi sempre flagellate da furiose tormente, sormontate sulla vetta da un impressionante “fungo” di ghiaccio e neve alto alcune decine di metri, è stato scalato per la prima volta solo nel 1974 da una cordata italiana lunga la 52

via poi denominata dei “Ragni di Lecco”. Ed è proprio lungo la stessa via, tracciata giusto 40 anni or sono sulla parete ovest del Cerro Torre, che sono saliti il trentottenne Massimo Lucco, di professione vigile urbano nel suo paese di Pont Canavese, insieme ai compagni di cordata Marcello Cominetti e Francesco Salvaterra, raggiungendo la vetta lo scorso 14 dicembre 2014 dopo ben sei giornate passate in un ambiente di montagna che ha pochi eguali al mondo. “ Siamo partiti lo scorso 12 dicembre dal paese di El Chaltèn, con la previsione di una “finestra” di quattro giorni di bel tempo (un’occasione da non perdere su una montagna famosa per le sue condizioni meteorologiche spesso proibitive, ndr) – racconta Massimo – e per raggiungere la base della parete abbiamo dovuto effettuare due bivacchi, inoltrandoci in un mondo surreale ed inimmaginabile come quello dello Hielo Patagonico Sur, il terzo ghiacciaio più grande del mondo dopo quelli dell’Antartide e dell’Alaska, che si estende per oltre 400 chilometri”.


Alpinismo Una salita, quella di Massimo e dei suoi due compagni di avventura, sulle orme di alpinisti leggendari come Walter Bonatti e Carlo Mauri, che già nel 1958 tentarono senza successo di scalare questa montagna dopo che, nel 1952, il famoso alpinista francese Lionel Terray aveva dichiarato che il Cerro Torre era impossibile da conquistare. Ci furono poi le scalate, nel 1959 e nel 1970, dell’alpinista trentino Cesare Maestri, che tra i dubbi sull’effettivo raggiungimento della cima ed i mezzi utilizzati nel secondo tentativo (un compressore), suscitarono polemiche a non finire nell’ambiente alpinistico e, di fatto, non vennero mai riconosciute ufficialmente. Poi, come detto, nel 1974 arriva la prima salita ufficiale e completa della vetta sudamericana da parte della cordata italiana dei “Ragni di Lecco”, lungo il cui itinerario si è svolta l’impresa dei tre alpinisti tra cui il pontese Massimo Lucco: “ E’ stata una salita dura, impegnativa ma anche divertente con i miei compagni Marcello e Francesco, che ci ha portati a gridare e piangere di gioia sulla montagna, dopo tanti anni di sacrifici e di passione – racconta ancora emozionato il vigile alpinista pontese – Siamo partiti alle due del mattino del 14

dicembre e dopo dodici ore di scalata siamo arrivati sulla vetta, superando anche l’enorme “fungo” sommitale di neve e ghiaccio alto circa 50 metri, uno dei punti più difficili e pericolosi con pendenze superiori ai 90 gradi”. Ed ora, al di là delle statistiche le quali annotano che sono stati finora solo poco più di venti gli alpinisti italiani a salire integralmente questa cima leggendaria della Patagonia, per Massimo Lucco resta l’immensa gioia, dopo le pur già numerose ed importanti imprese alpinistiche compiute sia sul Monte Bianco che su molte altre montagne famose nel mondo, di aver finalmente coronato quello che lui stesso ha definito “il sogno della sua vita”. Ma, ne siamo sicuri, anche dopo questa fondamentale realizzazione Massimo non smetterà certo di immaginare altre avventure: d’altronde crediamo sia impossibile non farlo, dopo aver vissuto giornate indimenticabili in quei luoghi ai confini del mondo, dove la natura regna ancora sovrana incontrastata e l’uomo altro non è che un piccolo e fragile granello di polvere nell’immensità di rocce e ghiaccio.

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Willy Jervis – Uomo Alpinista Partigiano (1901-1944) del l a S ottos e zione CAI di Sp arone

Sottosezione di Sparone - Iniziative 2015

L

a Sottosezione CAI di Sparone è stata costituita nel gennaio 1980. Sono passati 35 anni dall’adesione al CAI e ben 40 anni dal lontano luglio 1975, quando in forma autonoma ed indipendente vennero mossi i primi passi con la nascita di un’associazione che aveva come scopo l’attività inerente la montagna. Per celebrare questo importante traguardo, sono state programmate, nell’anno 2015, alcune manifestazioni.

La prima iniziativa in programma per sabato 11 aprile 2015, é avvenuta in prossimità della ricorrenza del 25 aprile che segna un traguardo significativo : 70 anni dalla fine della seconda guerra mondiale . Siamo stati particolarmente lieti di ospitare gli amici del CAI di Ivrea, che hanno accettato il nostro invito di poter rappresentare, anche qui a Sparone, il ricordo di Willy Jervis. Un racconto a più voci, costituito dalle letture delle memorie e dei ricordi di chi lo ha conosciuto da vicino ( familiari e amici). Gli amici di Ivrea hanno ricordato la figura di Willy Jervis a oltre 70 anni dalla morte avvenuta nel 1944. Un uomo normale, con una famiglia e dei figli, ingegnere alla Olivetti, abile alpinista, non esitò a entrare nella lotta partigiana per senso del “dovere morale”. Nasce a Napoli il 31 dicembre 1901, trasferitosi a Torino con la famiglia, si laurea il 26 ottobre 1925. Nel 1934 l’Ing. Jervis è assunto da Adriano Olivetti. Nel 1935 si trasferisce a Ivrea e vi rimane fino al 1943. Catturato dai fascisti l’11 marzo 1944, viene impiccato a Villar Pellice il 05 Agosto 1944. La sua storia, è ben rappresentata dal libro di Lorenzo Tibaldo “Una Vita per la libertà”. Ne emerge la figura di un personaggio del dovere morale, come lo ricorda Giovanni Miegge: era un uomo di azione, che in presenza di un chiaro dovere indi54

catogli dalle circostanze, non esitava, lo faceva e lo faceva fino in fondo, con una coscienza dell’assoluto che era frutto della sua fede cristiana. Come mai un uomo normale, con una famiglia, una vita professionale realizzata, impiegato in un’industria che lo esonerava da ogni impiego bellico, decide di fare il Partigiano? Sono i suoi legami, la sua cultura a spingerlo a entrare nella resistenza, senza tuttavia aver mai sparato, mai portato armi. Entra nella lotta partigiana senza un attimo di esitazione, senza porsi troppe domande, senza scaltrezze, con la consapevolezza di fare la scelta giusta. Sul suo cadavere, sotto la camicia, viene ritrovato un pacchetto di lettere, su di esse, un messaggio di libertà e sacrificio per un ideale. “ Muoio per aver servito un’idea – L’ultimo pensiero sarà per voi miei cari – La fede non mi abbandona – Ci troveremo certo di là – Non compiangermi e non chiamarmi povero “ Il senso dell’impegno partigiano di Jervis è riassunto dal “Pioniere”, il giornale partigiano della Val Pellice, quando, poche settimane dopo la sua morte, indica le motivazioni della scelta di diventare partigiani: “Bisogna premettere che davanti alle palesi ingiustizie dei nazifascisti, non occorre chiedersi tanto se sia utile o no ribellarsi : è un dovere, e in questo senso del dovere Willy si è riconosciuto e identificato.” Jervis amava la montagna, era una parte importante della sua vita. Oltre a essere stato socio del CAI della sezione di Ivrea è stato anche alpinista accademico. Jervis considerava l’esperienza alpinistica come fattore importante per la formazione del carattere, e, in modo particolare, quello dei giovani, forgiandoli alla tenacia, alla pazienza, all’autocontrollo, sopportando dolore e avversità, abituando a vincere la debolezza e la fatica. Ma la montagna è anche libertà, intima gioia da condividere con chi ti è accanto in spirito di amicizia. In Val Pellice, nella Conca del Prà e in Valle Orco, al Pian del Nel, due Rifugi portano il suo nome.


Giornata mondiale dell’ambiente di Gi anc arlo Tar rone

Sottosezione di Sparone - Iniziative 2015

5 Giugno 2015 CAI - CONFERENZA SUI CAMBIAMENTI CLIMATICI Relatore: Daniele Cat Berro (Ricercatore presso la Società Meteorologica Italiana- redattore della rivista “Nimbus”).

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enerdì 05 giugno 2015, è stata la giornata Mondiale dell’Ambiente, una festività proclamata nel 1972 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e che viene celebrata ogni anno il 05 giugno. La giornata – che rientrava tra le iniziative programmate per il 2015 - ha avuto una triplice articolazione : al mattino con due gruppi di ragazzi di oltre 80 ragazzi cadauno delle Scuole e alla sera con la partecipazione libera, aperta a tutti . Siamo stati particolarmente lieti, di avere come nostri ospiti i ragazzi delle Scuole Medie di Pont e Locana e per questo, ringraziamo la sensibilità della Direzione Didattica, nella persona della Dott.ssa Fantone e di tutti gli insegnanti, unitamente al l’Amministrazione Comunale, nella persona del Sindaco Anna Bonino e di Laura Nugai, per la fattiva collaborazione e per averci permesso di utilizzare il Salone Polifunzionale . Un ringraziamento particolare a Daniele Cat Berro, relatore della conferenza, per l’attenzione che da sempre rivolge per questo genere di iniziative. Nella locandina di presentazione, abbiamo inserito una fotografia, nella quale si evidenzia il contrasto tra un terreno arido, asciutto e la “forza” di una piantina che tenta di germogliare. Un segno di “speranza” che deve essere sempre presente in ciascuno di noi, soprattutto nei confronti della natura e dell’ambiente nel quale viviamo. Anche se ci sono dei significativi cambiamenti in corso, soprattutto meteorologici, con i quali dovremo imparare sempre più a convivere. E’ importante capire che anche noi, nel nostro “piccolo”, possiamo fare qualche cosa. Daniele ci ha aiutato in questo percorso di avvicinamento che poi dovremo continuare ad approfondire. Di seguito alcuni spunti rivolti all’attenzione dei ragazzi: “ Siate sempre “curiosi”, siete sicuramente molto bravi nell’utilizzare il computer, il cellulare, bene, quando tornerete a casa, provate a leggere con attenzione il foglio che vi abbiamo consegnato,

troverete alcuni spunti e dei siti internet dai quali potrete trovare molte informazioni utili per approfondire gli argomenti di cui tratteremo oggi .” “ Provate a pensare che, molto dipende dal “modo in cui vi comportate”, anche per quanto riguarda l’ambiente. Ad esempio, pensate a come utilizzate l’acqua, per cercare di non sprecarla, a quanti rifiuti producete, a come potete ridurli e come potete fare una corretta raccolta differenziata. “ “ L’opportunità che vi da la Scuola, attraverso i vostri insegnanti, è anche quella di fornirvi gli strumenti di conoscenza per farvi crescere più “consapevoli” del vostro futuro. ” Pur con gli opportuni cambiamenti che le nostre conoscenze ci consentono di apportare, le “radici del futuro” trovano ragione nell’esperienza e nella saggezza millenaria delle culture che hanno saputo stabilire un rapporto più armonico con la natura. Le leggi del mercato, molto spesso, escludono qualunque valutazione dei numerosissimi servizi vitali offerti dagli ecosistemi naturali (stabilità climatica, ciclo dell’acqua, depurazione dell’aria e dell’acqua, etc.); occorre una profonda e progressiva revisione del mito della crescita economica, che permetta di giungere ad una riformulazione dell’economia in grado di tenere conto dei limiti ambientali e di valutare correttamente l’utilizzo delle risorse naturali. Negli ultimi anni, si sta affermando l’idea che i provvedimenti volti allo sviluppo sostenibile di un territorio, non possano prescindere dall’attivo impegno da parte dei cittadini, oltre che dalla ovvia necessità di permettere a tutti la comprensione delle problematiche ambientali. A titolo esemplificativo, le risultanze di un recente convegno sul cambiamento climatico, rischio idrogeologico e pianificazione urbanistica tenutosi all’Università di Firenze. Il meteorologo Andrea Corigliano, ha notato che “dei 74 eventi alluvionali totali italiani che si sono verificati dal 1951, 55 si sono manifestati dopo il 1990 e ben 26 solo ne55


Sottosezione di Sparone - Iniziative 2015 gli ultimi quattro anni”. In altre parole, gli effetti dell’immissione di anidride carbonica nell’atmosfera (nel 2014 la più elevata da migliaia di anni) si stanno sommando a quelli del sigillamento del terreno: e tra le conseguenze, ci sono le devastanti alluvioni urbane e un dissesto idrogeologico sempre più marcato su un territorio, anche montano, sempre più fragile. In tutto questo contesto, come si colloca e quale ruolo riveste il CAI? La mia personale opinione è quella che sin ora ci sia stata una formale adesione alle politiche ambientali, ma che si sia rimasti spesso, solo nell’ambito di tutto ciò che riguarda la montagna. Le problematiche ambientali, dovrebbero essere di tutti e come associazione si potrebbe cercare un maggiore confronto con le istituzioni per portare il nostro contributo su questi temi e su scelte che riguardano il nostro territorio . Inviterei gli amici del CAI a rileggere la pubblicazione “ Il CAI e la sfida Ambientale”, che racchiude gli atti del 1° convegno nazionale tenutosi ad Ivrea il 05-06 Aprile 1986, molti gli spunti di riflessione che ritengo ancora molto attuali a circa 30 anni di distanza. Tra i numerosi autorevoli interventi, riporto alcuni spunti di Carlo Alberto Pinelli: “Il sistema socio-culturale in cui viviamo, tende ad appiattire sempre di più l’uomo, a preselezionare i suoi bisogni, a rendere sempre più prevedibili i suoi comportamenti, a soffocare ogni capacità di decisione autonoma,..”. Parlando del ruolo del CAI, evidenziava un’incapacità culturale (ritengo solo in parte superata), di approdare a una visione globale del problema ecologico-ambientale e di fondare su quella visione una politica coerente. In conclusione, ritengo che le finalità generali e specifiche che dovremmo porci, si potrebbero riassumere in questi punti: - Elaborare azioni e interventi volti a creare una coscienza ambientale reale. - Promuovere cambiamenti nelle abitudini e nei comportamenti degli individui per un concreto rispetto dell’ambiente. - Coinvolgere le persone nella scoperta del territorio circostante, valorizzando tutti gli aspetti naturalistici e paesaggistici locali. 56

- Creare sinergie fra turismo, promozione del proprio territorio e rispetto dell’ambiente, in questo senso qualche passo avanti si è iniziato ad intravedere. Occorre acquisire consapevolezza dei nostri “comportamenti”, iniziando a rispettare maggiormente il territorio in cui viviamo, non dando per scontato che ci sarà sempre qualcuno ad occuparsene. Ma rendendoci attenti e partecipi protagonisti del nostro futuro. CAMBIAMENTI CLIMATICI IN CORSO E’ possibile concretamente, provare a mettere in atto azioni efficaci di contrasto ai cambiamenti climatici in termini di prevenzione, mitigazione, adattamento e ricerca? Finché le esigenze dell’economia prevarranno su quelle dell’ambiente, difficilmente si riuscirà ad invertire questa tendenza! Il primo passo per vincere questa sfida epocale, la cui posta in gioco è il benessere dell’intera Umanità, sta nella formazione di una “consapevolezza” dalla quale derivino scelte razionali tanto nella politica d’alto livello quanto nella vita quotidiana di ogni persona: di ognuno di noi Oggi preoccupa il rapido riscaldamento atmosferico, come risulta dalle osservazioni dell’incremento delle temperature medie dell’aria e degli oceani, dal diffuso regresso delle superfici coperte da neve e ghiacciai e dall’aumento dei livelli medi del mare. Secondo i climatologi di tutto il mondo il netto e rapido aumento della temperatura globale osservato negli ultimi decenni non è più spiegabile considerando solo i fattori naturali, e molto probabilmente è frutto dell’emissione di gas serra da parte delle attività umane degli ultimi due secoli. Il cambiamento climatico è già avviato ( ve ne siete accorti ?) e non è più possibile arrestarlo del tutto: i gas serra hanno tempi di permanenza nell’atmosfera anche superiori al secolo (120 anni per il CO2) e gli oceani rilasciano lentamente il calore accumulato. L’obiettivo prioritario è dunque la sua MITIGAZIONE, contenendo il riscaldamento su livelli meno pericolosi possibile per gli ecosistemi e


Sottosezione di Sparone - Iniziative 2015 l’uomo, vale a dire entro i 2°C circa rispetto all’era preindustriale. Di fronte ai problemi ambientali, di cui il riscaldamento globale è solo l’aspetto più vasto e complesso, economia, industria e singoli individui sono chiamati a cambiare abitudini e obiettivi, costruendo un mondo più sostenibile, attraverso l’efficienza nell’uso delle risorse e dell’energia, la riduzione degli sprechi, la diffusione delle energie rinnovabili. Dosare con saggezza i nostri consumi, evitare gli

sprechi di tutti i tipi, ridurre la produzione di rifiuti aiutano a risparmiare molta energia e dunque a limitare le emissioni di gas a effetto serra. La montagna e l’Ambiente in cui viviamo riguardano tutti. Il nostro auspicio è che parta dal basso (dalla gente) e dall’alto (dai governanti) una presa di coscienza e attenzione per l’Ambiente, per la Montagna, per la Natura per tutelare il territorio sempre più fragile eppure così importante non soltanto per noi, ma anche per le generazioni future.

A L’HA FIOCÀ... A l’ha fiocà an sël Zerbiôn. Da lontan la fiòca a smija na pugnà ‘d farin-a spantià con deuit da la Madòn-a fin-a al Portòla. Ij pra së stendo con ëd mace viòla, an mes a l’erba ràira. As sent pi nen ël sonajé dle ciòche dle fèje ch’a pasturo an sël coston. Ant ij valon pi creus ël brèch a meuir ai pé dle ròche.

É NEVICATO... É nevicato sullo Zerbiôn. Da lontano la neve sembra un pugno di farina sparso con garbo dalla Madonna fino al Portòla. I prati si stendono con delle macchie viola, in mezzo all’erba rara. Non si sente più il sonagliare dei campanacci delle pecore al pascolo sulla costa. Nei valloni più profondi il brèch muore ai piedi delle rocce. Giovanni Calchera

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Africano a chi? di Michele Preg li as co

Storia geologica delle Alpi

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ire che le Dolomiti sono africane può sembrare bizzarro, eppure, l’intera Catena Alpina è un susseguirsi di rocce esotiche che si prendono gioco dei confini geografici tracciati dall’uomo nei suoi 6000 anni di storia, un istante se paragonato agli oltre 200 milioni di anni di storia geologica delle nostre montagne. Le Alpi sono fatte di antichissime rocce africane ed europee e di ciò che rimane di quanto, all’epoca dei dinosauri, separava l’Africa dall’Europa: l’Oceano Ligure-Piemontese. Il destino degli oceani è quello delle montagne

la catena del Lagorai. Con il passaggio al periodo Triassico si compiva il più grande delitto della storia, un’estinzione di massa uccideva il novanta percento delle specie conosciute, un’occasione unica che alcuni sopravvissuti colsero per impadronirsi del pianeta. Il clima torrido favoriva i rettili, che hanno bisogno del calore del sole per essere attivi (eterotermi) ed essi non persero l’occasione per ripopolare la terra con nuove specie. Non si trattava ancora dei grandi dinosauri che seguiranno da qui a poco, erano più piccoli, ma molto diversificati perché la natura

Impronte dei dinosauri a Lavini di Marco

Le onde del mare sui terreni triassici della Valle-Maira

sono legati insieme: per ogni oceano che scompare una nuova catena montuosa nasce. A questa regola non fa eccezione l’oceano dei dinosauri, ma per raccontare la sua storia dobbiamo fare un salto nel passato e portarci al periodo precedente il dominio dei grandi rettili e più precisamente a 250 milioni di anni fa. A quel tempo la Terra vista dallo spazio ci sarebbe apparsa incredibilmente diversa: un unico super-continente, la Pangea, includeva tutte le terre emerse. Questa configurazione del pianeta comportava un clima caldo e arido e gli animali terrestri potevano spostarsi da un capo all’altro della Pangea senza incontrare mari o oceani da attraversare; una bella comodità! Era appena terminato ”l’esplosivo” periodo Permiano funestato da intensi e grandiosi fenomeni vulcanici che rigurgitarono quelle ceneri e quelle lave che oggi costituiscono i giacimenti di porfido altoatesini e

cominciò a fare esperimenti: c’era che si evolveva per correre, chi per camminare, chi per nuotare e ogni adattamento era lecito per sopravvivere nella competizione tra preda e predatore. I fossili dei rettili triassici si ritrovano oggi nelle Dolomiti (gola del Bletterbach) ma non mancano le impronte del loro passaggio lasciate in Piemonte (Passo della Gardetta) su antiche spiagge fangose solcate dalle onde del mare. Il Triassico avrebbe fatto la fortuna degli stabilimenti balneari: un mare tropicale (chiamato golfo della Tetide) lambiva le coste europee e africane all’altezza dell’equatore, dal basso fondale emergevano isolotti vulcanici, atolli e scogliere coralline tra i quali si aggiravano i grandi rettili marini, come gli Ittiosauri conservati nel museo di Besano (VA). Peccato che l’Italia non ci fosse, o meglio non era ancora stata “assemblata”; le Dolomiti, così come alcune delle montagne più belle della

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Storia geologica delle Alpi val Maira, sono il ricordo di quel mare basso e caldo, nel quale gessi, anidridi, calcari e dolomie sedimentavano turbati, di tanto in tanto, dalle eruzioni vulcaniche. Alla fine del Triassico due fatti inaspettati mischiarono nuovamente le carte: una nuova piccola estinzione si consumò e una profonda lacerazione s’insinuò proprio al centro della Pangea. Questi eventi portarono nel Giurassico (200 milioni di anni fa) al dominio dei Dinosauri e alla

Monviso, nelle Alpi Liguri e in Val d’Aosta trasformati in altre rocce dal tipico colore verde chiamate ofioliti, testimoni dei fondi oceanici in espansione. Con la fine del Cretaceo una nuova estinzione decreta la fine dei dinosauri, cosa che fece molto piacere ai mammiferi che, complice l’evoluzione, si apprestarono a diventare i dominatori della Terra. Nessuno sa dire se e in che misura vulcani, meteore e carestie abbiano avuto un ruolo nella caduta dell’impero dei rettili, quello che è sicuro e che an-

frammentazione della Pangea: Africa ed Europa si allontanarono l’una dall’altra e in mezzo nacque l’Oceano Ligure-Piemontese. All’epoca dei dinosauri buona parte dell’Italia era sotto il livello del mare, ma è certo che i dinosauri passeggiarono sulle alcune spiagge giurassiche italiane come testimoniano i Lavini di Marco (TN) per fare l’esempio più famoso nelle Alpi. La nascita di un oceano è il risultato della lacerazione della crosta terrestre dovuta a due placche, quella africana e quella europea nel nostro caso, che si allontanarono con una velocità di un paio di centimetri ogni anno. Con questo ritmo, nell’arco di milioni di anni, l’Oceano Ligure-Piemontese si espanse raggiungendo un’estensione di circa mille chilometri. Man mano che le placche si allontanavano, i materiali vulcanici fuoriuscivano dalla lacerazione formando nuovo fondale oceanico di tipo basaltico. Sono gli stessi basalti che oggi troviamo in alcuni tratti della catena alpina, sul

che il pianeta cambiò la sua configurazione geografica. Africa ed Europa invertirono il loro senso di marcia e, anziché allontanarsi, cominciarono ad avvicinarsi. Più esattamente fu l’Europa a muovere verso l’Africa e in questo viaggio si crearono i presupposti per la nascita delle Alpi. Vi ricordo che tra Africa ed Europa c’era l’Oceano LigurePiemontese che, assieme al continente europeo, avanzava verso la placca africana per sprofondare sotto di essa. Il margine Africano agì come un bulldozer raschiando i sedimenti sulla superficie del fondo oceanico che gli scorreva sotto, accumulandoli ai suoi piedi (i geologi lo chiamano cuneo di accrezione). Quando tutto l’Oceano Ligure-Piemontese sparì sotto la placca africana, nulla più si frapponeva tra Africa ed Europa (ad eccezione del cuneo di accrezione) e i due continenti entrarono in collisione dando il via all’orogenesi Alpina. L’effetto fu come spremere una caramella mou

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Storia geologica delle Alpi tra le dita. Le rocce cominciarono a piegarsi e ad avanzare sul continente europeo formando pieghe e falde che si sovrapponevano le une alle altre allo stesso modo in cui si formerebbero spingendo l’estremità di un tappeto. I terreni africani andarono a occupare le quote più elevate di questo edificio mentre la placca europea si incuneava sotto a quella africana. In mezzo ai due continenti rimasero “pinzati” e “stritolati” i sedimenti oceanici che, dopo essere stati portati a notevole pro-

è uno scoglio africano in mezzo ad un antico oceano. In effetti, i più attenti avranno capito che l’edificio alpino è una sorta di tramezzino: la placca europea sta sotto, sopra c’è quella africana e in mezzo ci sono i sedimenti oceanici. Oggi dello scontro tra Africa ed Europa rimane nelle Alpi una profonda cicatrice che separa due catene alpine che si sono propagate in senso opposte. Si tratta della Linea Insubrica, una serie di faglie ben visibili da satellite che costituiscono una

fondità, ritornarono in superficie completamente trasformati dalle alte pressioni e temperature alle quali erano stati sottoposti. Si formarono così le rocce metamorfiche (calcescisti e micascisti) che caratterizzano la dorsale della catena alpina che si estende dalla Liguria alla Valle d’Aosta lungo quello che i geologi chiamano Dominio Pennidico. Non è raro trovare in questi terreni porzioni del fondo oceanico basaltico, anch’esso pesantemente trasformato dal metamorfismo di alta pressione a costituire le metaofioliti. Lo scontro comportò un inspessimento della crosta terrestre che, compressa tra Africa ed Europa si sollevò di alcuni chilometri: erano nate le Alpi, ma anche l’Himalaya stava sorgendo sotto la spinta di India e Asia. Il sollevamento espose le cime delle montagne agli agenti atmosferici che cominciarono a smantellare la catena, in un’eterna lotta tra la velocità di sollevamento e l’azione disgregatrice del clima. Il Cervino, ottimo esempio dell’efficienza della disgregazione meteorica, è ciò che resta della falda africana totalmente asportata nel corso del tempo, fino a riesumare i sottostanti sedimenti oceanici. E’ questa la ragione per la quale oggi il Cervino

linea continua che da Torino passa nel Canavese, in Valtellina, piega a nord al passo del Tonale, per passare a Merano fino ad arrivare nel Bacino Pannonico. A Nord della Linea Insubrica le Alpi si sono propagate e piegate verso l’Europa, e pertanto sono state definite nord vergenti. Nel settore occidentale-centrale troviamo il continente europeo (Dominio Elvetico) magnificamente rappresentato dal Gruppo del Monte Bianco, confinante con i sedimenti oceanici, piegati e sottoposti a metamorfismo, del Dominio Pennidico nel quale svetta il Monviso. Non manca un pezzo del continente africano (dominio Austroalpino) che, giungendo da sud, si è staccato dalla placca di provenienza e ha “varcato” il confine della Linea Insubrica sovrapponendosi al Pennidico, dove, come spiegato per il Cervino, l’erosione ha lasciato solamente alcuni lembi: Dent-Blanche e zona Sesia Lanzo. Al contrario nel settore delle Alpi Orientali il minore sollevamento ha preservato l’Austroalpino, con buona pace di svizzeri e austriaci che oggi si trovano sotto i piedi terreni africani, interrotti da due “finestre” di erosione (Engadina e Alti Tauri) nelle quali affiora il Pennidico sottostante.

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Storia geologica delle Alpi A sud della Linea Insubrica invece le Alpi Meridionali (dominio Sudalpino), tutte africane, sono state le ultime a essere state traslate e piegate, e puntando decisamene verso la Pianura Padana (sud vergenti) hanno finito per infilarvisi sotto. Prive di rocce metamorfiche di epoca alpina (non sono state trascinate in profondità dall’orogenesi), non mancano di fascino e bellezza come testimoniano le Dolomiti, dove sono magnificamente

Altrettanto suggestivi sono gli ambienti sedimentari triassici-giurassici della micro placca Brianzonese che si alternano agli eventi vulcani Permiani che dalle Alpi Liguri vanno fino ai Grigioni e che sono meravigliosamente esposti in Val Maira. Il Brianzonese è un piccolo continente che nel Cretaceo (140 milioni di anni fa) fu separato dall’Europa dal nascente Oceano Vallesano e si trovò a essere un’isola a cavallo tra l’Oceano Vallesano e

esposti quei terreni triassici e permiani che abbiamo raccontato all’inizio della nostra storia, in un’alternanza di rocce vulcaniche e sedimentarie. Sud Alpino è anche il super vulcano della Valsesia, balzato all’onore delle cronache geologiche per esser stato messo completamente a nudo nelle sue profondità dall’Orogenesi Alpina, un caso forse unico al mondo. La Linea Insubrica non è la sola testimonianza dello scontro Europa-Africa, altri segni sono stati impressi nelle montagne e ci restituiscono un quadro più completo di quanto avviene nelle profondità della Terra. Chi provenendo dalla conca di Courmayeur giunge ai piedi della maestosa catena del Monte Bianco si trova innanzi al Fronte Pennidico, una lunga faglia, qui sottolineata dalle valli Ferret e Vény, che separa il continente europeo dalla confinante falda oceanica pennidica. Lungo il Fronte pennidico, la placca europea s’immerge sotto la catena alpina per poi incontrare, in profondità, la placca Africana. Niente di nuovo rispetto a quanto narrato nella nostra storia delle Alpi, ma qui la faglia, inserita nel panorama del massiccio del Monte Bianco, assume connotati davvero suggestivi.

l’Oceano Ligure-Piemontese. I frequenti inabissamenti e le conseguenti emersioni conferirono a questo territorio una particolarità: le rocce sedimentarie furono erose durante i periodi di emersione per cui, pur avendo banchi di limitato spessore, documentano nell’insieme la sedimentazione di periodi molto lunghi. Inserito all’interno del Pennidico, il Brianzonese è caratterizzato dal metamorfismo che ha trasformato le rocce in porfiroidi, quarziti e marmi, cancellando molte testimonianze fossili. Abbiamo così condensato 250 milioni di anni di storia geologica delle Alpi in poco più di 1500 parole, i geologi mi perdoneranno, spero, se ho usato termini imprecisi e attinto abbondantemente dal vocabolario popolare, molte cose sarebbero ancora da dire e da illustrare altre sono state terribilmente semplificate ma, spero, di aver dato all’escursionista qualche spunto per percorrere i sentieri delle nostre Alpi con maggiore consapevolezza geologica. Colore che fossero particolarmente curiosi e volessero approfondire le loro conoscenze geologiche e naturalistiche possono ricorrere al sito degli Operatori Naturalistici e Culturali: www.digilands.it

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Sono tornati i lupi sulle Alpi ! Si può convivere? di Ame de o D ag na

Sono tornati i lupi

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remessa Il Comitato scientifico del CAI, ed in particolare la Commissione scientifica competente per Piemonte – Liguria e Valle d’Aosta, ha affrontato questo delicato ed affascinante argomento che tratta del lupo, animale che a metà del secolo scorso era praticamente estinto sul territorio nazionale, e che ora sta ripopolando vaste aree del Paese, in una serie di convegni ed in particolare nell’autunno scorso a Savona durante i tre giorni di “La scienza nello zaino”. In qualità di titolato ONC mi sono sentito attratto ed affascinato da quanto esposto nei convegni e pensando di fare cosa gradita a tanti di voi, ho scelto le pagine del nostro annuario per tentare la divulgazione di notizie relative a questo predatore, da sempre considerato “il cattivo”, cercando di analizzare serenamente se quanto gli si attribuisce di ferocia e pericolosità corrisponda a realtà e quanto a leggenda.

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Ho chiesto, ed ottenuto, l’autorizzazione a Michele Pregliasco, Presidente fino a tutto il 2015 del Comitato scientifico LPV, di ispirarmi ai suoi scritti sull’argomento ed ai dati emersi nei convegni (e saccheggiare a man bassa tutte le notizie da trasmettervi). In calce all’articoletto che vi accingete a leggere vi darò i riferimenti degli autori degli interventi più significativi ed i siti su cui approfondire eventuali vostre curiosità. Ho immaginato di dialogare con Stefan, il mio nipotino di sette anni dalle mille curiosità, rispondendo alle probabili (ed a volte improbabili) sue domande sul lupo: pertanto avviso i miei abituali, e soli, tre lettori (spero di non aver esagerato sulla quantità e di non aver ceduto alla tentazione di millantare credito) di aspettarsi una lettura ancora più bislacca del solito. Inoltre, sempre i miei tre lettori che usano a scopo terapeutico i miei articoli, per addormentarsi alla sera al posto della ca-


Sono tornati i lupi momilla e del valium, sappiano che parlare di lupi potrebbe avere come effetto collaterale un certo ritardo nel cadere addormentati. Stefan – Senti, nonno, mi spieghi che animali sono i lupi? Nonno - Ho timore, mio caro Stefan, che alcune delle notizie che ti darò potranno sembrarti noiose ma fingiamo di fare una ricerca per un compito assegnato dalla tua maestra, ed allora dobbiamo fare bella figura cercando di essere precisi: Che animale è il lupo?: Classe – mammiferi Ordine – carnivori Famiglia – Canidae Sottofamiglia – Caninae Genere – canis Specie – canis lupus Aggiungo che è un predatore, carnivoro, è presente sulla terra almeno da 11000 anni, e la sua area di espansione comprendeva tutta l’Europa e l’America settentrionale. In pratica dove esistevano gli ungulati da cacciare lì c’era anche il lupo. Man mano che l’uomo ha cominciato ad insediarsi sul territorio è entrato in competizione col lupo riducendone l’area di espansione fino ad arrivare alla situazione odierna che comunque, in piccole quantità, ed i zone ben delimitate, vede i lupi presenti in tutto il mondo, dai monti dell’Europa, ai deserti dell’Arabia, nel continente americano ed in quello asiatico. St - Ma il lupo è una specie di cane (due miei compagni di scuola possiedono un canelupo)? N - La natura ha portato nel corso dei millenni a contatti tra i cani ed i lupi dando così origine a degli ibridi, cioè delle nuove tipologie di animali, fecondi e quindi in grado di riprodursi, con caratteristiche tipiche dei capostipiti. Anche l’uomo, in maniera prima un po’ casuale ed in seguito con criteri scientifici e selettivi, ha favorito il nascere e svilupparsi di “razze canine” che possiamo ricondurre al lupo: il pastore tedesco è uno di questi sviluppi. Ma il lupo selvatico, ha conservato delle sue ca-

ratteristiche particolari, sia morfologiche che comportamentali, che lo distinguono molto bene da quelli che possono essere gli ibridi realizzati dall’uomo. Alcune delle principali differenze fra lupo e cane possono essere così descritte: Il lupo ha la coda penzolante e non arricciata. Le sue zampe anteriori e posteriori si muovono su una stessa linea, mentre quelle del cane procedono in maniera più disordinata e scomposta. Il lupo ha muso lungo, fronte sfuggente, collo corto e robusto con folta criniera. Attualmente, sul territorio italiano è presente quello che viene chiamato “lupo italico” (o “lupo appenninico”) che è di taglia più piccola del suo corrispondente lupo europeo (lupo grigio – canis lupus lupus) con due evidenti bande scure verticali sulle zampe anteriori. La differenziazione, fra animali dello stesso tipo, si è sviluppata in seguito alla forte diminuzione della loro distribuzione sul territorio; in pratica non venendo più in contatto fra di loro hanno nel corso dei secoli assunto caratteristiche diverse. St – Ma perché il lupo si stava estinguendo? N – Con il progressivo impadronirsi da parte dell’uomo del territorio, sia destinato a coltivazione o, peggio, all’espansione industriale, sono venuti a mancare gli spazi favorevoli alla presenza del lupo, vuoi perché si è limitato il numero delle prede che poteva cacciare ed anche perché dove è entrato in competizione con l’uomo, minacciando i suoi spazi ed i suoi animali domestici, è stato oggetto di una caccia spietata. Tagliole, bocconi avvelenati, uccisioni con le armi, il lupo è stato oggetto quasi di una persecuzione. In tutto il mondo il lupo è stato considerato pericoloso, nocivo, malvagio e per questo oggetto di caccia indiscriminata. Anche nelle fiabe, nei libri di lettura per l’infanzia il lupo è sempre “cattivo” più di ogni altro tipo di animale. Tutto questo ha portato come conseguenza una forte diminuzione di individui sui territori, in particolare europei ed italiani. Sulle Alpi gli ultimi lupi furono catturati ed uccisi intorno agli anni ‘20 del secolo scorso, e fino agli anni ‘70 erano ridotti

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Sono tornati i lupi a un misero centinaio di esemplari sui rilievi appenninici degli Abruzzi e della Campania. Proprio negli anni ‘70 si è però risvegliata in Europa una coscienza ecologico-animalista che ha portato a prendere provvedimenti quali, ad esempio, vietare l’uso dei bocconi avvelenati, e poi arrivare a dichiarare (1976) il lupo specie protetta e quindi vietarne assolutamente la caccia. E’ iniziata quindi la fase di rinascita della specie e la partenza della sua nuova espansione. Gli esemplari, prima confinati nelle aree ben delimitate degli Appennini, hanno incominciato a risalire il territorio italiano giungendo sulle Alpi Liguri prima e sulle Alpi Occidentali poi. Si sono poi aggiunti esemplari provenienti dalla Slovenia, per quanto riguarda le Alpi Orientali, mentre per quelle Occidentali si sono avuti contributi anche dalla Francia.

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Ma, ovviamente, non bastano le leggi a spiegare la nuova fase di espansione della specie; si sono anche verificate condizioni ambientali decisamente favorevoli. Il progressivo abbandono da parte degli uomini delle zone di montagna, il ridursi delle zone coltivate e delle attività agro pastorali, il naturale aumento delle zone boschive ha permesso il progressivo espandersi degli ungulati selvatici: cinghiali, cervi, caprioli, daini, camosci, ossia quelle che sono le prede del lupo. Direi che oggi il lupo riprende la sua funzione di regolatore ecologico nell’ambito della regolamentazione e della diffusione delle specie selvatiche. St – Ma allora il lupo non è malvagio? N – Il lupo, come e più di molte altre specie di animali selvatici, è intelligente e persegue la cattura delle prede allo scopo di sfamarsi, quindi non


Sono tornati i lupi attacca indiscriminatamente ma sceglie le sue vittime con la cura con cui la tua mamma sceglie il cibo, in particolare la carne, sul bancone del macellaio o al supermercato. E’ un animale generalmente meno veloce della maggioranza delle sue prede, ma molto resistente ed ha sviluppata la tecnica della caccia “in branco”, in modo da seguire anche per parecchio tempo le prede stancandole ed attaccandole al momento più opportuno. La situazione odierna in pratica vede molti allevatori che operano ai margini delle zone ricolonizzate dal lupo non più abituati a proteggere i loro greggi come nei secoli scorsi, in quanto la lunga assenza del lupo non richiedeva più alcun tipo di protezione. Quindi può capitare che un branco di lupi assalga animali domestici; era consuetudine, fino a pochi anni fa, di lasciare ad esempio greggi nelle zone di pascolo in altura senza custodia ed il lupo, che non sa leggere, che non ha frequentato nessun corso di preparazione alla caccia (non ha il patentino come i cacciatori umani – i quali poi a volte ignorano ogni tipo di etica e si comportano peggio dei selvatici) considera i domestici come preda facile e si serve come al supermercato! Infatti, e te lo dirò più avanti, oggi si sta correndo ai ripari ponendo in essere tecniche di protezione delle greggi e degli animali domestici. Mi hai chiesto se il lupo è malvagio. No, non è malvagio! E’ soltanto un animale che caccia per se e per i suoi cuccioli al solo scopo di sopravvivere. La malvagità è una cosa diversa, tipicamente umana! Io non ho mai avuto notizia di lupi che abbiano messo bombe in una discoteca, che abbiano assalito al solo scopo di uccidere, non esistono lupi-kamikaze ma solo lupi affamati. E il lupo non assale l’uomo! Magari in epoche passate, in condizioni ambientali diverse, è sicuramente successo, ma oggi non si ha notizia di aggressioni da parte di lupi a uomini; gli ultimi attacchi risalgono ai tempi della seconda guerra mondiale. Come ti ho già detto il lupo è un carnivoro intelligente ed anche opportunista, non riconosce l’uomo come sua preda ma come antagonista pericoloso da cui fuggire rapidamente. Fino a quando la terribile piaga della “rabbia” era una minaccia per i selvatici presenti sul nostro territorio (e questa malattia è stata debellata con le

vaccinazioni in particolare delle volpi) si possono far risalire gli sporadici assalti di lupi a uomini a soggetti affetti da questo morbo. St – Ma se il lupo non trova le sue prede selvatiche e cerca di assalire il bestiame domestico come ci si difende? N – Oggi si stanno diffondendo alcuni metodi di difesa del bestiame che sono già collaudati e se sperimentano altri. Gli enti pubblici che si occupano di supportare gli operatori delle attività agro pastorali cercano di sensibilizzare gli allevatori ad utilizzare i metodi di difesa delle proprie aziende agricole con mezzi che siano il più efficaci possibili per la tipologia e le dimensioni delle stesse. I due sistemi più diffusi sono i cani da guardia del gregge e le recinzioni, in particolare quelle elettrificate. I cani da guardia, in genere razze di grossa taglia dall’indole particolarmente protettiva nei confronti del gregge che hanno in custodia (maremmani – pastori dei Pirenei – abruzzesi) non temono né il lupo né gli altri predatori, ma ovviamente devono essere in numero sufficiente a garantire la sicurezza del gregge a loro affidato. Inoltre devono essere addestrati, devono riconoscere il pastore come il loro “capo branco” ed obbedirgli, per evitare di diventare pericolosi per gli ignari escursionisti che transitino in prossimità delle loro aree di protezione. Ovviamente gli escursionisti devono essere informati sui comportamenti da tenere in caso di incontri con questi severi guardiani del gregge, per evitare, con comportamenti errati, di mettersi nei guai e questo te lo spiegherò più avanti. Le recinzioni elettrificate, sia per la protezione diurna delle zone di pascolo che dei ricoveri notturni del gregge, sono ovviamente un grande deterrente ed ostacolo per i predatori in genere ed il lupo in particolare; il loro impiego ed il loro costo è proporzionale alle dimensioni delle aree da proteggere. Inoltre la messa in opera, sia diurna che notturna, richiede un maggior lavoro da parte del pastore che non la pratica di lasciare il bestiame libero nella zona di pascolo. Non esiste il metodo assoluto di protezione del bestiame ma in genere si combinano insieme più metodi: recinzioni, cani da guardia e sempre la 65


Sono tornati i lupi presenza del pastore. Si stanno sperimentando altri sistemi la cui efficacia è ancora da verificare: sistemi basati su dissuasori acustici (rumori di fucilate, riproduzione sonore dell’ abbaiare di cani, grida umane, ecc...) ma occorre ricordare che la loro efficacia è limitata nel tempo in quanto né il lupo né gli altri predatori sono scemi e dopo un po’ si accorgono della finzione. Lo stesso vale per barriere fatte da bandierine rosse (“fladry”), o altri sistemi. St – Ma dimmi un po’, nonno, cosa devo fare se incontro un cane da guardia che mi viene incontro? N – Sì, potrebbe capitare durante le nostre escursioni di incontrare un gregge custodito da cani da guardia, in particolare da maremmani, grossi e bei cagnoni dal pelo tutto bianco con la sola punta del naso nera, ed a volte dal carattere aggressivo. Bisogna assolutamente mantenere la calma, comportarsi in modo tranquillo facendo loro capire che noi non siamo un potenziale assalitore del gregge da lui protetto. Evitiamo di avvicinarci agli animali custoditi, tanto meno di accarezzarli, anche se si tratta di teneri agnellini o vitellini: attendiamo che il pastore si renda conto della nostra presenza e della situazione in cui il suo cane ci ha messi e lo richiami. In ogni caso mai voltargli le spalle né tanto meno mettersi in fuga: questo scatenerebbe il suo istinto di custode del gregge e lo renderebbe estremamente pericoloso. Quando si avvisti per tempo un gregge protetto dai cani meglio fare un po’ di percorso in più ma, dove possibile, evitare di avvicinarsi. La mia prima esperienza coi cani maremmani è stata in alta Val Pellice, dove sorge il Rifugio Jervis e vi è un lungo piano completamente occupato da pascoli e greggi di bovini della pregiata razza piemontese: ci siamo guardati in viso con i cani ed abbiamo deciso, di silente e reciproco accordo di rispettarci. Forse mi hanno considerato troppo grosso anche per loro! St – Nonno, raccontami ancora dei lupi! Hai detto che vivono in branco! Perché? e che cosa è il branco? N - La necessità di procurarsi il cibo ha sviluppato 66

nel lupo metodi di caccia che a causa delle dimensioni delle prede, i veloci ungulati di grossa taglia, richiedono di essere condotti non da un individuo isolato ma dalla coordinazione di più individui: il branco appunto. Puoi considerarlo una specie di famiglia dove si stabilisce una rigida gerarchia a cui tutti i componenti si assoggettano (agli inizi più o meno volentieri, ma poi con disciplina, pena l’espulsione cruenta dal branco). Si parte da una coppia (maschio e femmina alfa) dominante, che è anche l’unica autorizzata a riprodursi fino ad ad arrivare al componente omega (il più “gnugnu” del branco). La limitazione degli accoppiamenti è una specie di controllo delle nascite dovuta alle dure condizioni di vita che non permette ai lupi di avere grandi cucciolate a cui badare, ma garantire comunque sopravvivenza e successione. I lupi hanno sviluppato una serie di segnali di minaccia e di sottomissione che regolano rigidamente i rapporti gerarchici: solo ai cuccioli è permesso di sfuggire a questi rigidi cerimoniali. Naso arricciato, denti bene in vista sono un segnale di minaccia che il dominante usa per sottolineare la propria posizione e scoraggiare tentativi di sovvertimento dell’ordine sociale. Muso abbassato, orecchie bene indietro, coda tra le gambe, sono i segnali di sottomissione. Ma esistono anche segnali di amicizia come leccatine sul muso, scodinzolamenti (la coda è il sorriso dei cani e quindi anche dei lupi). Ci si accosta al cibo, quindi una volta catturata la preda si va a tavola, nel rispetto della gerarchia: prima i dominanti ed infine i “gnugnu” che non si possono sfamare fino a quando gli altri non sono sazi. Sono rigide ed a volte crudeli leggi di natura. St – Hai detto che sono tornati i lupi. Ma quanti sono ora, in Italia, e dove si trovano? N – Dai miseri cento individui che erano sopravvissuti fino agli anni ‘70, dopo le misure protettive hanno iniziato ad aumentare. Una stima del 1983 vedeva 220 esemplari saliti a 600 nel 2003. Inoltre il lupo dalle zone montuose degli appennini meridionali ha cominciato a risalire l’intero settore appenninico ricolonizzandolo fino ad arrivare nei primi anni ‘90 nelle Alpi Occidentali.


Sono tornati i lupi

Già negli anni 80, a seguito di alcuni episodi di predazioni di bestiame, si segnalava la presenza di branchi nell’ Appennino Ligure, proseguendo poi verso le Alpi Occidentali (prime segnalazioni nella zona del Colle di Tenda nel 1987) nelle valli Pesio e Stura a cavallo del confine francese. Nel 2009 sono stati censiti 32 branchi di lupi tra Francia e Piemonte, segno indiscutibile di una presenza ormai stabile. Ma l’espansione continua, si danno cauti segnali di avvistamento a cavallo dei confini con la Svizzera e verso est, grazie anche ad individui provenienti dalla Slovenia. St – Allora, nonno, quando mi porti a vedere i lupi? N – Ma Stefan, vedere i lupi non è così facile! Ci sono ricercatori che per professione o passione seguono i branchi per parecchio tempo senza avvistarli: si devono accontentare di trovare le loro tracce, resti di carcasse di prede e soprattutto escrementi (i lupi fortunatamente non usano né carta igienica né lo sciacquone, per cui le tracce ben visibili appaiono sul terreno e sono preziosi indicatori della loro presenza). In ogni caso, credimi, il tuo nonno non è così ansioso di incontrare un lupo, né tanto meno un branco di lupi sul sentiero, specialmente durante una escursione con te. Brave bestie, come avrai capito mi sono pure simpatiche, ma da trattarsi con grande rispetto. Però possiamo andare un giorno, col permesso di

mamma e papà, al Centro faunistico di Entracque, in provincia di Cuneo, dove vivono, vengono allevati e custoditi alcuni esemplari che possono essere avvistati, con relativa facilità, stando in apposite postazioni, e dove il personale di custodia ci metterà a disposizione notizie e materiale divulgativo estremamente interessante. St – Grazie nonno. Ci conto! Notizie utili: Ringrazio in particolare Michele Pregliasco, ONC del Cai di Savona, e Presidente del Comitato scientifico LPV fino a dicembre 2015, per avermi permesso di utilizzare materiale frutto delle sue ricerche e di quelle dei convegni scientifici. Vi segnalo in particolare: “Il lupo da vicino” di Michele Pregliasco – gennaio 2011 atti del convegno “Il lupo è tornato” tenuto a Savona nell’autunno 2015 nell’ambito dell’incontro “La scienza nello zaino” con gli interventi di: L. Boitani – Biologia e storia del lupo F. Marucco – Il lupo nelle Alpi e nel Piemonte G. Dinacco – Il lupo in Liguria A. Salsa – Il lupo e l’uomo. Una convivenza possibile? Tutto questo potete trovarlo visitando il sito della Commissione scientifica LPV “www.digilands.it” 67


Convocazione Assemblea dei Soci Sezione di Ivrea

VENERDI 18 MARZO 2016 alle ore 20,30 in prima convocazione e alle ore 21 in seconda con-

vocazione, nei locali della sede sociale in Via Jervis 8 ad IVREA, è convocata l’Assemblea Ordinaria dei Soci con il seguente ordine del giorno: 1) Nomina del Presidente dell’ Assemblea e di due scrutatori. 2) Consegna dei distintivi ai: Soci VENTICINQUENNALI: Albertin Dorina, Ambrosi Nicola, Cametti Gianfranco, Cavallo Perin Maria, Groia Francesca Margherita, Mannella Giuseppe, Mino Renzo Giuseppe, Molon Milena, Piazza Lino, Ponsetti Roberto, Ponsetti Tiziano, Roncaglione Ester, Vannone Giovanni, Zanat Guido, Zaretto Sergio Soci CINQUANTENNALI: Alberghino Fulvio, Barbero Francesco, Brucco Antonio, Goddio Adriano Piergiovanni Soci SESSANTENNALI: Cavoretto Walter, De Martini Martino. 3) Relazione attività dell’anno 2015 4) Lavori ai rifugi B.Piazza e G.Jervis 5) Determinazione della quota massima di adesione alla sezione per il tesseramento 2017 6) Approvazione Bilancio consuntivo 2015 e presentazione del Bilancio preventivo 2016 7) Elezione cariche sociali • Elezione di quattro Consiglieri (uscenti: Baggetta Nicola, Fontanelli Barbara, Franza Giuseppe, Pera Carlotta) • Elezione di un Revisore dei conti (uscente: Sperotto Plinio). • Elezione di due Delegati all’Assemblea Generale del C.A.I. (uscenti: Dagna Amedeo e Franza Giuseppe). 8) Varie ed eventuali. Per le votazioni in Assemblea si ricorda che, in base al Regolamento Sezionale: • tutti gli uscenti sono rieleggibili; • tutte le cariche sociali sono a titolo gratuito e non possono essere affidate che a Soci maggiorenni iscritti al C.A.I. da almeno due anni compiuti. Nelle nomine alle cariche sociali, a parità di voti, è eletto il Socio più anziano di iscrizione al C.A.I.; • hanno diritto al voto i Soci, di qualunque categoria, purché di età superiore ai 18 anni; • ogni Socio avente diritto al voto può rappresentare per delega scritta uno, e uno solo, altro Socio.

Avviso:

I Soci che intendono candidarsi alle cariche sociali devono segnalarlo in segreteria entro Venerdì 11 marzo 2016. Non saranno accettate candidature dopo tale data. L’elenco dei candidati sarà affisso nelle bacheche prima dell’Assemblea.

Sottosezione di Sparone

L

’assemblea annuale dei soci è convocata per VENERDÌ 26 FEBBRAIO 2016 alle ore 21 presso la sede sociale di Vicolo Faletti 2 in Sparone per deliberare i seguenti punti all’ordine del giorno:

1. relazione sulla gestione dell’anno 2015 a cura del Reggente 2. relazione sulla situazione finanziaria a cura del Cassiere 3. elezione di tre consiglieri per il periodo 2016 / 2017 ( uscenti : Faustino Bertoldo, Graziano Foglietta e Giancarlo Tarrone ) 4. programmazione iniziative e manifestazioni per l’anno 2016 5. varie Tutti i soci sono invitati ad intervenire all’assemblea annuale .

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Incarichi sezionali Pagani Aldo

Presidente Onorario Presidenza

Presidente

Lenti Giovanni

Vicepresidente

Di Bari Valter

Tesoriere

Quagliotti Giacomo

Agnoletto Dino

Consiglieri

Albertin Oddone

Commissione Escursionismo Coordinatore

Albertin Oddone Dagna Amedeo

Di Bari Valter

Giorgi Ezio

Parola Michele

Volpato Giovanni

Albertin Oddone

Fontanelli Barbara

Escursionismo seniores AttivitĂ Alpinistiche

Baggetta Nicola

Cerutti Ornella

Coordinatore

Raimo Nicola

Conta Giulio

Di Bari Valter

De Marchi Giovanni

Meriggi Riccardo

Fontanelli Barbara

Franza Giuseppe

Riva Marco

Trucchi Massimiliano

Grosso Sategna Franco

Lenti Giovanni

Pera Carlotta

Quagliotti Giacomo

Arborio Marisa

Segretaria

Revisori dei conti

Groia Piero

Fortina Carlo

Sperotto Plinio

Delegati assemblee LPV e nazionali

Lenti Giovanni

Dagna Amedeo

Franza Giuseppe

Incarichi CAI Centrale

Vice Presidente Comm. Centr.T.A.M.

Ruggia Renzo

Coordinatore

Agnoletto Dino

Albertin Oddone

Arborio Marisa

Mozzo Flora

Schenoni Erika

Segreteria tesseramento archivio

Traversa Enrica

Commissione AttivitĂ Editoriali

Coordinatore

Dagna Amedeo

Coordinatore libretto

Di Bari Valter

Agnoletto Dino

Volpato Giovanni

Foglietta Graziano

Rifugi

Ispettore Rifugio Piazza

Demarchi Giovanni

Ispettore Rifugio Jervis

Riva Marco

Franza Giuseppe

Ramella Votta Enzo

Bordet Ines

Pasquino Roberto

Turcato Iesse

Alpinismo Giovanile

Scuola di Alpinismo e Scialpinismo Direttore

Conta Fulvio

Segreteria

Raimo Nicola

Delegato

Conta Fulvio

Capo Stazione Ivrea

Bertino Stefano

Capo Staz. Valprato

Gallo Balma Diego

Capo Staz. Ceresole

Oberto Stefano

Capo Staz. Locana

Riva Fabrizio

Consigliere di riferimento

Di Bari Valter

Bigo Massimo

Cardillo Luigi

Ollearo Ezio

Parola Michele

Soccorso Alpino - 12a zona

Commissione Sentieri

Sede Sociale e prenotazione sale Agnoletto Dino

Biblioteca, archivio storico, sito web

Lenti Giovanni

Mozzo Flora

Sartorio Massimo

Ramella Votta Enzo

Volpato Giovanni

Baby Aquilotti

Consigliere di riferimento

Baggetta Nicola

Gera Luca

Marinone Andrea

Nolfo Ludovico Reggente

Sottosezione Sparone

Foglietta Graziano

Addetto tesseramento

Bertoldo Faustino

Segretario Cassiere

Costa Giovanni

Blessent Raffaella

Tarrone Giancarlo

Vernetti Luciano

Sandretto Gianfranco


0124.953140

0125.749233

0125.45065 Club Alpino Italiano - Sezione di Ivrea - www.caiivrea.it PUBBLICAZIONE GRATUITA RISERVATA AI SOCI Redazione: Amedeo Dagna, Giovanni Volpato Progetto grafico: Nicola Baggetta

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