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ore 20:30

presso il CSA “I Boschi” - Puianello

Pesciolata dei Cani Sciolti

anno XV - numero I (pubb. n° 32)

marzo 2012

inter

Sabato 17 marzo 2012

Per prenotazioni è possibile rivolgersi a:

Claudio Castagnetti 340.4675812 Paolo Bedogni 339.8416731 Elio Pelli 340.7273977

Supplemento a “Paese Nostro” - Periodico bimestrale dell’Amministrazione comunale di Cavriago Direttore responsabile Giuseppe Guidetti - AUT. TRIB. REGGIO EMILIA N. 288 DEL 16/10/1970

Periodico di cultura e curiosità sull’ambiente montano della Sottosezione CAI “Cani Sciolti” di Cavriago (RE)

Ricominciamo da qui

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Oriana Torelli

O

ggi, 22 gennaio 2012, all’apertura ufficiale dell’anno escursionistico 2012 dei Cani Sciolti, siamo in 44 a percorrere il sentiero che da Camogli (località San Rocco) ci porterà prima a San Fruttuoso, poi a Portofino. E’ una mattinata non fredda ed il cielo è coperto. Col trascorrere del tempo, le schiarite si fanno sempre più ampie e la pausa-pranzo nella cala di San Fruttuoso ci regala un piacevole tepore. San Fruttuoso è un luogo isolato che per 15 ore e mezzo ogni giorno perde i contattti col mondo. L’ultimo traghetto parte alle 17:00 e il primo del giorno successivo arriva alle 08:30. La ricettività è limitata a 7 camere messe a disposizione dalla famiglia Bozzo, stirpe pulricentenaria di albergatori. San Fruttuoso è una cala con una spiaggia lunga venti metri formatasi dopo la devastante alluvione del 1915. Oggi c’è un’Abbazia trasformata in museo, una chiesa, un chiostro ed una cripta con le tombe dei Doria. Isolata si trova la torre di guardia fatta costruire dall’ammiraglio Andrea Doria nel XVI secolo a protezione dell’Abbazia. La nascita del cenobio si perde nella leggenda: traslazione di San Fruttuoso dalla Spagna avvenuta in un periodo incerto, sospeso tra il III e il VII secolo. La storia dice che in questo luogo intorno al Mille c’è un convento, una chiesa e un chiostro tenuto dai Benedettini. continua a pag. 2 >

Montagna e storia Elio Pelli - Giovanni Ferroni

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Breithorn e Zebrù Piero Sassi - Alberto Fangareggi

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I “Mille” sono 101 Paolo Bedogni

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Internos

Qui Cani Sciolti - Notizie dalla Sottosezione

Diamo i numeri...

Redazione a cura di Oriana Torelli tel. 0522.363814 torelli.oriana@gmail.com Internos è nato nel 1998 da un’idea di Paolo Bedogni Pubblicazione n° 32 Marzo 2012 Sottosezione CAI “Cani Sciolti” via Roma, 14 - Cavriago (RE) www.caicavriago.altervista.org

Questo numero di Internos è dedicato ad un amico.

> segue dalla prima pagina Nel XIII secolo l’Abbazia ha l’aspetto che vediamo ora e l’Abate è diventato un potente feudatario, grazie a donazioni importanti. Questo perchè l’eremo sorge su un luogo di potere: c’è una sorgente ancora attiva presente nelle carte dei naviganti fin dal Medio Evo. Qui si approvvigionavano d’acqua le imbarcazioni che solcavano il Mar Tirreno. Allora ini-ziano le lotte per impossessarsene: i pirati, i saraceni... Andrea Doria si fa così protettore del luogo. La famiglia riceverà come compenso la commenda sull’abbazia e molti saranno gli abati Doria. Nel 1855 la famiglia Doria acquista San Fruttuoso dallo Stato italiano. Nel 1982, i principi Doria Pamphili donano il complesso al Fai, che restaura gli edifici riportandoli alla struttura del XIII secolo. Un luogo affascinante, dalla storia affascinante: spero che queste righe inducano chi ancora non lo conosce a farsi una lunga e faticosa scarpinata per scoprirlo. La sorpresa ripagherà ampiamente la fatica.

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Non fraintendetemi: non stiamo dando di testa. I numeri che vogliamo darvi sono quelli che riassumono la nostra attività nel 2011. Vedrete che non saranno solo aride e sterili cifre, ma vi racconteranno di tanto impegno e tanta passione. Naturalmente non abbiamo la presunzione di essere perfetti. Guai a noi. Tutto può essere migliorato e nuove idee possono trovare realizzazione. Per questo è necessario il contributo del maggior numero di persone possibili. Per questo la nostra Sottosezione ha scelto di darsi un Consiglio (per le Sottosezioni non sarebbe richiesto) e di rinnovarlo ogni tre anni con l’elezione dei consiglieri da parte dei soci. Crediamo sia il modo migliore per dare all’associazione la necessaria continuità ma anche il necessario rinnovamento. Siamo convinti della validità di questa scelta e credo che i risultati fin qui raggiunti ci diano ragione.

di Cinemontagna del 17 e 24 maggio - 170 i partecipanti alla gnoccata del 21 luglio - 63 i convenuti al pranzo di chiusura dell’anno escursionistico il 13 novembre - 100 circa i partecipanti alla serata con l’alpinista Fabrizio Molignoni il 18 novembre - 2 i numeri finora pubblicati del nuovo Internos. Potrebbe sembrare un dato insignificante, ma riveste grande importanza perchè segna la rinascita del nostro periodico, dopo la costituzione di una vera e propria redazione, l’ideazione di una nuova veste grafica e l’utilizzo di Internet per la divulgazione ai soci. Naturalmente la redazione sarà ben felice di ricevere da tanti di noi articoli e contributi da pubblicare - 2.757 sono stati i contatti sul nostro sito Web (caicavriago.altervista.org) - 7.192 le pagine consultate - 10 gli sponsor che hanno accettato di sostenerci ed ai quali va il nostro ringraziamento

I numeri, dunque. I primi dati riguardano le escursioni: - 27 erano in programma - 22 sono state effettuate - 420 i partecipanti totali

Come dicevo all’inizio, numeri che parlano. Ma ne manca ancora uno, forse quello che chiude più degnamente questa serie di cifre, quello che corona tutti i nostri sforzi e che ci inorgoglisce anche un po’: 246. E’ il numero dei nostri soci. E’ il numero che pone la nostra Sottosezione al primo posto tra tutte quelle del CAI di Reggio Emilia.

Oltre a quelle in calendario è poi stata organizzata un’escursione per bambini e famiglie che ha visto la presenza di 7 bambini e 7 genitori, oltre agli accompagnatori. E’ l’inizio di una nuova esperienza, che ci auguriamo si sviluppi e dia ottimi frutti nel tempo. Se vogliamo raccogliere, bisogna pur cominciare a seminare. Veniamo agli altri eventi che abbiamo organizzato (anche se in alcuni casi non abbiamo che una stima approssimativa della partecipazione): - 300 circa sono stati i visitatori della mostra fotografica “Gli orizzonti verticali di Tonino Zanghieri” che abbiamo allestito nella nostra sede tra il 26 marzo ed il 4 aprile - 200 circa gli spettatori alle serate

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Quindi un sentito grazie a tutti, dal primo all’ultimo. E grazie, soprattutto, a tutti coloro che danno un po’ del loro tempo, della loro intelligenza e della loro passione a beneficio di tutti. E, se possibile, auguriamoci che il 2012 vada anche meglio. Le premesse non mancano. Un caro saluto, Paolo Fontana Reggente della Sottosezione CAI “Cani Sciolti” di Cavriago


Valle dei Cavalieri e Via Parmesana Elio Pelli

Tutto inizia nel 950 d.C., con la concessione da parte di Ugo Marchese di Toscana dei terreni dell’alta valle dell’Enza ai suoi fedeli Cavalieri Vassalli e confermata e anzi allargata ai suoi Visconti da Bernardo Conte di Parma nel 1015. Da qui risalirebbe la denominazione di “Valle dei Cavalieri”. L’antica Pieve di San Vincenzo, citata in una carta del 1197, è stata per vari secoli il centro spirituale più importante della “Valle”. L’illustre studioso Riccardo Finzi la annovera tra le Pievi matildiche (o forse prematildiche) ormai ridotte in pessime condizioni (Finzi annotò che il terremoto del 1920 non distruggeva che un rudere). Nel 1943, tramite sottoscrizione, fu possibile provve-

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Foto: reggioemiliaturismo.provincia.re.it

U

na delle ragioni che spinge la Commissione Sentieri ad aprire nuovi tracciati non è un raptus di megalomania autolesionista (poi ci vuole chi faccia manutenzione!), ma una vocazione naturale a recuperare gli antichi percorsi dei pellegrini, dei commercianti, dei briganti, degli eserciti e degli abitanti della montagna, ora ridotti a tracce di sentieri o sfruttati come forestali. Una di queste strade sarà ripristinata in primavera ed è l’antichissima Via Parmesana, la direttrice che, partendo da Sassalbo, arrivava al Passo della Scalucchia per poi dividersi in alcuni rami: da Vallisnera-Collagna (ramo “Resano”), a Pieve San Vincenzo e Ramiseto, quindi a Parma. Tale via è stata per secoli strada di confine tra il ducato di Parma e quello Estense, e per questo fu motivo di innumerevoli attriti: una volta per una mera questione di cippi di confine, un’altra per i pascoli, il fienaggio, il legnatico o lo sfruttamento delle acque. Addirittura, la stessa località veniva chiamata in due modi diversi adducendo ulteriori occasioni di conflitti e incertezza della ragione. Ma procediamo con ordine.

Foto: it.wikipedia.org

Montagna e storia

dere alla sua ricostruzione. Con la riapertura nel 1946, dato che la località era considerata il “Centro per l’emigrazione delle domestiche di tutto il mondo”, la Pieve venne elevata a Santuario Nazionale delle Domestiche. Su questa Via si incontra un altro sito di rilevanza storica: il Monte Ledo. Secondo lo storico Prof. Giulio Cavalieri, stando a quanto riferito da Tito Livio, proprio nei pressi del monte (Mons Letus), sopra il Passo Scalucchia sulla via Parmesana, si svolse nel 176 a.C. l’ultima battaglia tra i Liguri Montani dell’Appennino Reggiano e i Romani del Console Quinto Petilio. In seguito a questa sconfitta una parte dei Liguri venne portata schiava in Roma, mentre un’altra parte riuscì a fuggire isolandosi in Sassalbo e in altri paesini della Lunigiana. Il “nuovo” sentiero che ripercorre l’antica via, nella nuova cartografia CAI, prenderà il numero 677. Partendo da Ramiseto, passerà per il centro di Montemiscoso poi, attraversato la Bandita, toccherà il Rifugio Pratizzano, quindi il Monte Ledo, il Passo Scalucchia, le sorgenti di Capiola e il Passo dell’Ospedalaccio, per terminare il percorso giù a Sassalbo. Bibliografia

www.valledeicavalieri.it www.vallideicavalieri.it it.wikipedia.org/wiki/Valle_dei_Cavalieri

G. Bortolotti: Guida dell’Alto Appennino Parmense e Lunigianese, 1996

G. Micheli: Le Valli dei Cavalieri, 1977

G. Cavalieri: La conquista romana della montagna reggiana, 1991

R. Finzi: La vecchia e la nuova chiesa di Pieve San Vincenzo, 1963

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Montagna e storia

Un canale importante come un fiume Giovanni Ferroni

L’acqua è il bene più prezioso che le montagne forniscono all’uomo, specialmente agli abitanti delle pianure. Ho ritenuto quindi interessante socializzare queste note relative all’opera che per più di mille anni ha fornito alla nostra città questo bene, non senza qualche difficoltà: il Canale di Secchia, già citato nel trattato della Pace di Costanza del 1183 e rimasto in uso fino al XX secolo. Reggio Emilia, fondata e alimentata sul conoide del vecchio Crostolo, è stata per secoli - dall’alto Medio Evo, alla fine dell’Ottocento - condizionata per il proprio sviluppo e la sopravvivenza dall’accesso all’acqua proveniente dal fiume Secchia. Nel 1720, il cronista reggiano Banzoli - canonico della Cattedrale e autore dell’”Atlante Storico Reggiano” - dichiara che «senza questa acqua non si potrebbe mantenere questo popolo». Intorno all’anno Mille, era già attivo il Canale di Secchia: portava l’acqua alla pianura sud-orientale prima di arrivare alla città, nella quale era spesso insufficiente l’acqua torrentizia del solo Crostolo e che quindi per secoli si alimentò, crebbe e sopravvisse solo grazie al canale (detto anche “Canale Grande”). La distribuzione della sua acqua nel reticolo della città fu, sempre secondo il Banzoli, una «mirabilia di efficienza». Dall’entrata nella zona di Porta Castello, il Canale si divideva in quattro rami principali, dai quali se ne dipartivano altri secondari, utilizzati da tutta la cittadinanza per lo svolgimento di molteplici funzioni. L’acqua serviva innanzitutto a convogliare le acque derivanti da piogge o neve, gli scoli delle case private e degli opifici, scoli che ristagnando ammorbavano l’aria, dal momento che tutta la rete era a cielo aperto. Col tempo, all’interno del perimetro cittadino e sul reticolo dei canali, giunsero ad essere in funzione una settantina di opifici: mulini per macinare cereali e le sostanze vegetali necessarie per le concerie; laboratori artigianali che sfruttavano la forza idrica del Canale per azionare magli e mole per l’affilatura dei metalli; segherie e cartiere; impianti per la follatura dei tessuti (per renderli morbidi e compatti, venivano immersi nell’acqua

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e battuti da un meccanismo composto di mazze azionato con la forza idrica) e per l’indotto tessile. L’industria della lana era già fiorente nel 1200, mentre quella della seta iniziò nel 1502 grazie ad un setaiolo genovese. Il più grande filatoio di seta sorse a Porta Santa Croce ed è l’edificio in cui oggi ha sede la Camera del Lavoro. Nel 1847, il Consigliere di Stato Conte Ippolito Malaguzzi, presidente della Società Agraria, riferisce che all’epoca il Canale di Secchia «metteva in moto 147 ruote da mulino, una ferriera, una cartiera, cinque pile da riso ed altri opifizi, insieme 31 di numero, ed inoltre bagnava in totale 12.969 biolche di terra». Già prima, a seguito del grande sviluppo manifatturiero e alla crescita del fabbisogno idrico, sorsero spesso conflitti tra i mugnai ed i setaioli. Dovette più volte intervenire il governo cittadino, a privilegiare prima di tutto il prelievo dell’acqua per il consumo umano, per cause di sanità e per l’alimentazione del bestiame: è il caso dell’agosto 1657, quando di fronte all’emergenza si decise, di autorità, la chiusura delle bocche per i filatoi, al fine di consentire il funzionamento dei mulini (ai quali spettava comunque la precedenza). E’ del 1466, invece, la concessione del Consiglio Cittadino al Signore di San Martino Sigismondo d’Este (fratello del Duca Borso D’Este, ed in suo nome Governatore della città) di derivare dal Canale di Secchia un canale secondario, ad Est della città, aperto tutto l’anno per alimentare un mulino (che poi divennero cinque, più una cartiera) con il solo obbligo di restituire le acque al collettore a valle. Questa derivazione, effettuata al “Buco del Signore”, consentì il sorgere di parecchi opifici, ma spesso e volentieri “assetava” la città. In seguito a nuove trattative gli Este accettarono che nei giorni in cui il mulino era fermo l’acqua tornasse a disposizione degli abitanti. Già dieci anni prima, il Duca Borso d’Este aveva provveduto al riordino del Canale di Secchia e alla costruzione della “Botte meravigliosa”, cioè al passaggio in muratura sotto al Tresinaro a Fellegara.

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A fianco: Il Canale di Secchia ed il Canale del Buco del Signore in una planimetria tardo-ottocentesca (1882, Archivio storico del Comune di Reggio Emilia)

Nell’agosto 1456 iniziarono i lavori, coordinati da un comitato cittadino di 30 persone, con 4.310 fra sterratori, muratori e garzoni; da San Martino in Rio giunsero 460 uomini, da Scandiano vennero «mille barocci di ghiaia e cento moggi di calcina». Tra le belle Tavole Illustrate del Banzoli figura quella del corso del Canale a monte della città: vi sono indicate le “botti”, le “navi” e le “chiaviche” per l’attraversamento (da sotto o da sopra) dei torrenti e canali intersecati. Questi manufatti, in gran parte in legno, necessitavano di un’assidua ed onerosa manutenzione alla quale si doveva continuamente provvedere da parte del Comune (da sempre l’unico proprietario), con disposizioni ad hoc, che coinvolgevano e responsabilizzavano anche chi poteva usufruire dell’acqua. Ma il governo cittadino aveva dovuto già prima (ed in modo ben più impegnativo) interessarsi all’acqua del Canale ed alla sua captazione nel Secchia, a Castellarano. Nel 1201, infatti, i Modenesi rivendicarono il possesso esclusivo del fiume in quella zona (dove il fiume, arrivato alla pianura, devia inesorabilmente all’interno della pianura modenese): ne sorse un conflitto armato, terminato con la battaglia vinta dai Reggiani a Formigine, a seguito della quale fu concordata un’equa spartizione delle acque. Non mancarono dissidi anche nei secoli successivi, con interventi a tutela degli interessi di Modena (sede del Ducato): l’immissione in Secchia a sud di Magreta del Rio di Spezzano (tramite la Fossa di Corlo-Magreta) determinò nel tempo una propensione della corrente principale del Secchia verso la sponda reggiana con relativo danneggiamento, al quale si provvide in seguito con la costruzione di una muraglia. Con l’arrivo della energia elettrica e la realizzazione della rete acquedottistica ad uso civile, la funzione industriale e sociale del Canale declinò velocemente. Nel frattempo, si era provveduto alla copertura della rete dei canali all’interno del perimetro cittadino: i condotti tuttora attraversano Reggio sotto il piano stradale.

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Dopo aver “servito” la città, alla sua uscita verso Nord l’acqua del Canale veniva convogliata assieme a quella proveniente dal Rodano e altri torrenti nel Canalazzo, che serviva anche da idrovia per il Po (con biforcazione da “Le Rotte“, con un canale verso Bagnolo-Novellara ed un altro verso Guastalla): data l’incostante quantità di acqua disponibile, la navigazione su tali canali fu sempre abbastanza sofferta, ma comunque di primaria importanza per le comunicazioni verso una pianura ancora in gran parte coperta da paludi ed acquitrini. Nella gestione del Canale importantissima fu la figura del dugarolo, incaricato della distribuzione delle acque per l’irrigazione e della repressione dei frequenti abusi e furti: un mestiere duro e difficile, mal pagato e spesso fatto oggetto di tentativi di “accomodamento”. Un’altra presenza quotidiana sul Canale fu quella delle lavandaie: il loro durissimo lavoro, specie d’inverno, causava gravi malattie polmonari. Spiace che questa opera che ha “servito“ la città per tanti secoli versi ora nel disuso e nell’oblio, specie dopo l’interramento proprio nella zona del Buco del Signore. Va dato atto alla ex Circoscrizione 5 di aver recentemente provveduto ad un’iniziativa di riqualificazione, sistemandone il tratto scoperto e allestendo un percorso con pannelli lungo la pista da Via Maiella a via Benedetto Croce. Un’opportuna occasione di visita anche per gli amanti della nostra montagna, di cui questa opera può essere considerata parte integrante. Bibliografia G. A. Banzoli Atlante Storico Reggiano, 1985 AA. VV. La Pianura. Caratteri ed evoluzione dell’ambiente naturale della pianura reggiana, 1988 Municipio di Reggio Emilia (a cura di) I Canali di Secchia e d’Enza, 1881-1885

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Aspettando l’estate e l’alpinistica nel cuore del Monte Rosa

Breithorn, storia di una conquista Piero Sassi

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ella storia dell’alpinismo, conclusasi la grande epopea del Monte Bianco, seguì un certo periodo di stasi: quasi una sorta di ripensamento e valutazione degli accadimenti dovuti all’infrangersi di tutti i grandi tabù legati fino ad allora a questi luoghi così isolati dai territori circostanti, avvolti da misteri e leggende di ogni tipo, fino ad essere ritenuti sedi di presenze maligne. Tra la fine del XVIII secolo e l’inizio del XIX, il seme della curiosità, unito al desiderio di emulare il coraggio e l’intraprendenza di H. B. de Saussure, spinse gli spiriti irrequieti a guardarsi intorno per cercare altri obiettivi degni di interesse. Da Torino e da Milano nelle giornate serene si vedeva il versante Sud del Monte Rosa, già notato e descritto in parecchie relazioni di viaggio anche molto antiche. Lo stesso Leonardo da Vinci lo pose da sfondo in alcuni ritratti eseguiti durante il suo soggiorno a Milano. Non poteva, quindi, che essere il Monte Rosa la meta di questi spiriti inquieti.

23-24 giugno 2012 Escursione alpinistica al

Breithorn Occidentale (4.165 mt.)

Per informazioni è possibile rivolgersi a:

Paolo Fontana 333.3306244 Alberto Fangareggi 335.6417639

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Dopo qualche tentativo malcombinato, Pietro Giordani, medico di Alagna, raggiunse nel 1801 un’importante punta dell’acrocoro, oggi nota come Punta Giordani. Nel 1817, fu la volta del Dr. Parrot. Nel 1819, J. N. Vincent raggiunse la famosa Piramide Vincent. Arrivò poi la Punta Zumstein, vinta da J. Zumstein, un piemontese che la salì in compagnia di Vincent sempre nel 1819. Il Breithorn fu salito per la prima volta nel 1813 (siamo quindi in vista del bicentenario) dal francese Henry Maynard, del quale non si ebbe più alcuna notizia. Nel 1821, arriva Sir John Harscel con un amico ed una guida di Chamonix Joseph Marie Couttet. Il gruppo è ospite del curato di Zermatt, col quale ebbe modo di lamentarsi per l’indesiderata compagnia di milioni di “parassiti”. Nel 1830, Lord Minto organizzò un’altra ripetizione. Fu una vera svolta tecnica, in quanto la salita venne concepita secondo un approccio del tutto rivoluzionario: per la prima volta si utilizzò il sistema della cordata.

A sinistra: Il Breithorn e il Piccolo Cervino dal Colle del Teodulo. Illustrazione pittorica inserita nella guida “Italian Valleys”, redatta dal reverendo S. W. King e pubblicata a Londra nel 1858 A destra in alto: Foto da it.wikipedia.org A destra in basso: Foto di Antonio Giani (summitpost.org)

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Cani Sciolti (questa volta ben legati tra loro) ancora in vetta

Ascesa al Monte Zebrù Alberto Fangareggi

I

l Monte Zebrù è una delle cime più importanti del gruppo Ortles-Cevedale. E’ una cima meno conosciuta e meno frequentata dei più famosi Ortles e Gran Zebrù fra i quali è situato, ma comunque una bella montagna da scalare con livello di difficoltà PD.

siamo passati. Vista sull’Ortles di cui si distringue il percorso della via Hintergrat. Sopra di noi la salita che porta alla vetta del Monte Zebrù.

Siamo un gruppo di quindici Cani Sciolti con due guide: Giulio e Luca. Alla sera con Giulio facciamo un ripasso di nodi, manovre di corda e progressione su ghiacciaio. Buona la cena al rifugio molto ben gestito.

Inizia la parte più impegnativa della scalata. Formiamo ora tre sole cordate e accorciamo le distanze. Iniziamo a salire. La pendenza arriva a 35°-40° ma la neve è ottima, quindi si procede bene, almeno fino alla crepaccia terminale. Oltre questa la pendenza arriva fino a 45° e la neve è molto più dura e ghiacciata in quanto ci spostiamo un poco su un altro lato della montagna. Giulio predispone un pezzo di corda fissa che ci fa salire con più sicurezza. Progressione fantastica, bellissima salita. Finalmente siamo in vetta, a 3.740 metri, dopo ben 4 ore e mezza di ascensione. La vista sulla parete nord del Gran Zebrù è fantastica. Poi Ortles, Thurwieser e tutte le tredici Cime dal Tresero al Cevedale.

La sveglia il giorno dopo è alle 4:00. Alle 5:15 siamo pronti per partire, dopo una sostanziosa colazione. Il tempo è buono e dovrebbe essere stabile per tutta la giornata. Una breve salita ci porta al limite del ghiacciaio. Ci leghiamo in quatto cordate. Procediamo in progressione sul ghiacciaio con ramponi e piccozza. Il ghiacciaio è dapprima scoperto, quindi i crepacci si vedono molto bene e non è un problema evitarli. Più avanti c’è più neve e si deve prestare attenzione per vedere dove si aprono i numerosi orridi. Dopo tre ore di salita arriviamo al Giogo Alto, a 3.527 metri, dove si trova un bivacco. Davvero bellissima la vetta rocciosa e aguzza della Thurwieser, sotto la quale

Rimaniamo un poco in vetta per goderci il panorama e fare fotografie, poi inizia la discesa fino alla crepaccia terminale. Si procede piantando le punte dei ramponi e facendo sicurezza con la becca della picozza. Sempre la corda fissa come aiuto nel tratto più ripido. Dopo la crepaccia scendiamo tranquillamente al Giogo Alto. Qui ci fermiamo per rifocillarci e riposarci un poco. Il tempo si mantiene bello stabile e non abbiamo alcuna fretta. Poi discesa lungo il ghiacciaio crepacciato. Arriviamo al Rifugio “V°Alpini”, dove sostiamo per poi proseguire la discesa giù alla Baita Pastore: lì ci raccolgono le fuoristrada per riportarci in Valfurva.

Dalla Valfurva andiamo lungo la bellissima e selvaggia Val Zebrù fino alla Baita Pastore. Da qui iniziamo a salire verso il Rifugio “V°Alpini”. Acceleriamo l’andatura per evitare il temporale che si sta avvicinando: già si sente tuonare nella valle. Più tardi, fulmini e pioggia a dirotto per alcune ore. Arriviamo infine al Rifugio, a 2.878 metri di quota.

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’elenco che segue è quello delle 101 cime del nostro Appennino che superano quota 1.000.

Le normali guide ai sentieri non vi si soffermano spesso, limitandosi a ripercorrere le piste bianco-rosse: l’anima dell’esploratore dentro ognuno di noi ci spinge però ad uscire da quanto “seminato” dai Pelli e dai Soncini nelle loro tracciature...

Da qui scaturisce l’idea di stimolare i nostri lettori a raccontarci qualcosa di più su queste cime, anche le più sconosciute. L’elenco (rimasto nel cassetto più di dieci anni) è già stato aggiornato secondo le carte geografiche del CAI, ma è aperto ad altre annotazioni. Vorremmo derivarne un’associazione (I “Mille“ dell’Appennino Reggiano), un po’ sulla falsariga del Club dei 4.000 di Macugnaga.

Cu Monte Cusna (2.121) +

Si

Monte Asinara (1.750)

Cu Monte La Piella (2.077)

Nu Vetta del Forame (1.742)

Cu Sasso del Morto (2.076)

Nu Monte Ischia (1.732)

Pr

Monte Prado (2.054) +

Su

La nostra montagna è stata suddivisa in 8 gruppi, cui fanno capo le cime più significative, individuate secondo criterio personale. Cu

Monte Cusna

Pr

Monte Prado

Su

Alpe di Succiso

Nu Monte La Nuda Si

Monte Sillano

Ca

Monte Cavalbianco

Ve

Monte Ventasso

Pm Monte Prampa Pm Monte Torricella (1.262) Nu Colle del Lupo (1.261) -

Monte Penna (1.261) *

Cu Monte La Contessa (1.731)

Su

Monte Alpicella (1.248)

Alpe di Succiso (2.017) +

Ve Monte Ventasso (1.727) +

Ve La Tesa (1.237)

Pr

Monte Vecchio (1.982)

Nu Monte Scalocchi (1.727)

Ve Costa dei Ronchi (1.236)

Su

Monte Casarola (1.978)

Pm Monte Cisa (1.699)

Ve Le Orsarecce (1.216)

Pr

Monte Cipolla (1.961)

Pm Monte Prampa (1.698) +

Nu Poggio Colombara (1.208)

Pr

Sassofratto (1.950)

Cu Monte Mangiardonda (1.696)

Su

Pr

Monte Cella (1.942)

Su

Monte Ramiseto (1.685)

Ve Pietra di Pratizzano (1.124)

Pr

Monte Castellino (1.922)

Si

La Paduletta (1.676)

Ve Le Scalette (1.203)

Su

Monte Alto (1.904)

Nu Il Puntone (1.645)

Pm Monte Mezzano (1.188)

Cu Alpe di Vallestrina (1.904)

Su

Pm Poggio di Sologno (1.178)

Nu Monte La Nuda (1.895) +

Nu Il Forame (1.617)

Su

Cu Monte Ravino (1.882)

Ve Punta di Salteria (1.525)

Pm Monte Rimondatino (1.164)

Su

Punta Buffanaro (1.878)

Ve Monte Pastorale (1.502)

Nu Il Monte (1.158)

Si

Monte Sillano (1.874) +

Pm Il Botrio (1.502)

Pm Pietra Fosca (1.148 )

Ca Monte Cavalbianco (1.855) +

Ve Il Corno (1.492)

Si

Il Groppo (1.147)

Si

Monte di Soraggio (1.850)

Cu La Penna di Civago (1.464)

Su

Costa del Magnano (1.137)

Si

Le Porraie (1.835)

Su

Ve Monte Segalari (1.139)

Pr

Le Forbici (1.818)

Ve Monte Campastrino (1.439)

Pm Monte Giardonda (1.135)

Nu Cima Belfiore (1.815)

Su

Ve Monte Ferrarino (1.134)

Su

Nu Monte Maccagnino (1.396)

Su

Colle Ceredo (1.119)

Cu Cima Battisti (1.803)

Ve Monte Groppo (1.395)

Si

Monte di Ligonchio (1.099)

Cu Spicchio Abetia (1.785)

Cu Monte Beccara (1.368)

Su

Monte Lungo (1.097)

Si

Su

Monte Ospedalaccio (1.361)

Ca Colle Albuceto (1.089)

Nu Torrione Tre Potenze (1.771)

Su

Monte Fugacciaro (1.356)

Ve Monte Alto (1.084)

Pr

Ve Monte Giovagallo (1.355)

-

Ca Colle Brancia (1.764)

Ve Monte Volparino (1.337)

Su

Pr

Monte Giovarello (1.760)

Si

Monte Segale (1.328)

Pm Monte delle Forche (1.051)

Si

Monte Belfiore (1.760)

Su

Monte Ledo (1.318)

Cu Monte Bagioletto (1.758)

Su

Corno del Becco (1.277)

Su

Nu Monte Zuccalone (1.276)

Il Torrione (1.814)

Il Monte (1.782) Monte Ravaianda (1.759)

Monte Acuto (1.756)

Su

8

La Tecchia dei Corvi (1.621)

Monte Ramiceto (1.441) Monte Piano (1.419)

La Sparavara (1.271)

Internos - Marzo 2012

-

La Borellaccia (1.207)

Monte Guardia (1.169)

Poggio Faggiola (1.076) Castellonchio (1.052) Pietra di Bismantova (1.047)

Ve Il Poggione (1.034) Pm Monte Regnolo (1.028) -

Monte Fiorino (1.017)

Internos marzo 2012 (n° 32)  

Periodico di cultura e curiosità sull’ambiente montano della Sottosezione CAI “Cani Sciolti” di Cavriago (RE)

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