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La traversata delle Alpi selvagge

Un progetto ambizioso che vede come cornice le Alpi Apuane: 40 vette, 160 chilometri e 12mila metri di dislivello complessivi in 11 giorni, senza mezzi meccanici e in modo autosufficiente. È l’impresa senza tempo che ci racconta il sedicenne Francesco Bruschi, che con Francesco Tomè, vent’anni, è andato alla ricerca di una storia da sognare, da vivere e da ricordare

di Francesco Bruschi foto di Francesco Tomè

Ènoto che l’ozio sia il padre dei vizi e così è stato anche per tutti noi negli interminabili mesi di lockdown causati dalla pandemia da Covid-19; tuttavia è stata anche l’opportunità per prendersi del tempo per sé e volare con la fantasia. Per noi, giovani Soci Cai, sono stati mesi e mesi trascorsi a pensare a ogni dettaglio del nostro progetto, poiché niente o quasi doveva essere lasciato al caso; lassù ogni errore e ogni distrazione si paga a caro prezzo e noi non potevamo permettercelo. Non è mai mancata la consapevolezza dei rischi e dei pericoli che si corrono, così come – spero – anche il buon senso, ma devo ammettere che non è mancato neanche quel pizzico di sregolatezza e intraprendenza che contraddistinguono gli animi

A sinistra, i due protagonisti della traversata in posa, il pomeriggio prima della partenza, con tutto il materiale alpinistico e videofotografico da portare durante il viaggio. Sopra, all’imbrunire presso la sensazionale Finestra Vandelli, circa a metà percorso. Sullo sfondo, alcune delle 14 cime già raggiunte: da sinistra a destra, la Punta Forbice, la coda del Monte Cavallo e i pendii scoscesi della vicina vetta del Monte Tambura di due giovani ragazzi. La preparazione del materiale alpinistico è stata anch’essa meticolosa: ore e ore trascorse a riempire e svuotare i due zaini affinché diminuisse il peso di tutta l’attrezzatura. Una tenda, due sacchi a peli, due caschi, due imbraghi, due daisy-chain, due piastrine, due moschettoni ovali, sei moschettoni a ghiera, una mezza corda di 8 millimetri da 60 metri, sei fettucce, cinque cordini in kevlar di 5 e di 6 millimetri, due sacche dell’acqua e due borracce senza dimenticarsi dell’abbigliamento tecnico e delle altre cose per la cura personale, qualche snack e qualche energizzante. Inoltre una GoPro Hero 8, una Sony A7S, un drone DJI Mavic 2 Pro e tutte le attrezzature di ricarica affinché si riuscisse a girare un film, Alpi Apuane-Terre Selvagge, che narrasse la nostra avventura alpinistica e la storia delle persone che dimorano queste terre uniche, che abbiamo intenzione di inviare alle selezioni dei festival nazionali e internazionali del mondo outdoor. UN VIAGGIO INDIMENTICABILE La partenza è avvenuta presso la località di Campocecina (MS), una zona sopraelevata della città di Carrara, mentre l’arrivo è avvenuto presso la magica frazione di Candalla (LU), dove dopo lunghi giorni senza avere la possibilità e la pretesa di lavarsi, abbiamo potuto rinfrescarci in una pozza incantevole a ridosso di un vecchio mulino e abbiamo potuto rivedere anche tutte le persone care, che lì ci hanno atteso e accolto con un calore senza eguali. Lungo il nostro indimenticabile viaggio abbiamo percorso, oltre agli innumerevoli sentieri Cai e alle altrettante innumerevoli tracce di sentiero, anche la storica via ferrata del Monte Procinto. Inoltre, più di una volta abbiamo dovuto affrontare delle ripidissime vie di lizza, cioè le antiche vie adoperate in passato per far sì che i blocchi di marmo estratti dalle cave in montagna scendessero fino a valle con il metodo della lizzatura; ripercorrerle è stato davvero emozionante, perché non sono poche le storie andate perdute di uomini che, spossati dalla fatica

Sopra, all'alba lungo la lunga ed esposta cresta di Nattapiana. Sotto, al tramonto sempre sulle roccette della cresta di Nattapiana, di fronte a un paesaggio indescrivibile del duro lavoro, finivano per cadere e per abbondarsi a urla disperate. La traversata è stata vissuta costantemente sul filo di cresta fra il mare e il cielo. Quando ci si trova lassù si comprende davvero quanto sia intima e profonda la connessione che lega l’uomo alla montagna, e dunque alla vita.

LA GRANDEZZA DELLA NATURA Tutte le creste affrontate – con coraggio e con paura – costituiscono la poco frequentata Cresta Nord del Monte Maggiore; la ripida cresta di roccia dello Spallone; la lunga ed esposta cresta di Nattapiana, che con i suoi 2,2 chilometri e le 3 calate in corda doppia (da noi effettuate in solitudine, nella nostra prima volta in montagna) giunge fino alla vetta del Pizzo d’Uccello; la breve e strapiombante Cresta Ovest ed Est del Monte Contrario; la traversata da nord a sud sulle

A sinistra, dalla vetta del Monte Corchia, il panorama sulla cima del Monte Corchia Ovest e, in lontananza, sulle Cinque Terre e sulla costa del Mar Ligure. Sotto, qualche mese prima della traversata, sulla cresta di Capradossa al cospetto della suggestiva parete Nord del Pizzo d'Uccello. In basso, dentro allo storico Bivacco Aronte, nei pressi del Passo della Focolaccia

ALCOTRA

Fondo europeo di sviluppo regionale

insidiose e scoscese gobbe del Monte Cavallo; la ripida cresta di lastroni della Roccandagia; la Cresta Nord-Est del monte Tambura; la Cresta Est del monte Fiocca; la Cresta Ovest e SudEst del Monte Altissimo; la Est-Nord-Est del Monte Freddone e, ancora, la cresta sommitale Sud-Sud-Est del Pizzo delle Saette. Lassù tutti si diventa davvero piccoli di fronte alla grandezza della natura e non si può pensare di sfidarla solamente per presunzione e arroganza, o per gratificare il proprio ego. Perciò non lasciamo certo andare al vento la consapevolezza di essere tornati ancora più vivi e ancora più amici. Senza dubbio la fine di un viaggio porta con sé l’inizio di uno nuovo: in fondo non dobbiamo fare altro che cercare e trovare ancora una volta un’avventura, già ancora una volta, ancora un’ultima volta.