Page 1

Mondo Cagliostrino (titolo e copertina provvisori)

capitolo 2

1 serena pieruccini


Questa è un’opera di pura fantasia, riferimenti a persone o fatti sono del tutto casuali, quelli verso i pupazzi no, se li avete in casa fate loro una carezza da parte mia.

Serena Pieruccini www.cagliostrino.com

Copyright Quest’opera è protette ai sensi della Legge n. 663 del 22.04.1941 (“Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio”), così come modificata ed integrata dalla Legge n. 128 del 22.05.2004. E’ pertanto vietato riprodurre abusivamente, con qualsiasi procedimento, l’insieme o parti della creazione senza il consenso scritto ed esplicito dell’autore.

2


Lucca, maggio 2014 Questo romanzo è dedicato a tutti coloro che, affacciandosi al mio mondo di pupazzi e non, ne rimangono in qualche modo affascinati. Prendetela come una fiaba scritta con ingenuità, affetto e riconoscenza, con la quale spero di mostrarvi alcuni dei personaggi che trovate fuori e dentro dai miei bauli. O chissà, magari avete già adottato e tenete in casa vostra... Fra queste pagine ci sono i miei adorati Linchetti, i Miciomicio che fanno strage di cuori, il Gattomammone nella sua duplice essenza e poi troverete le fatine, sia cupe che solari, i folletti dei boschi e chissà cos’altro. Ancora sto scrivendo. Sarà una sorta di work in progress, metterò un capitolo ogni tot, forse ogni mese, forse prima, così avrete sempre qualcosa di nuovo da parte mia. Non essendoci al momento un editing professionale, ma venendo scritto di getto (anche se cercherò di correggerlo il più possibile in tempi umani e se riesco, a farlo leggere ad amici, di volta in volta, prima di pubblicare il capitolo successivo) probabilmente vi parrà un po’ casalingo, un poco grezzo, come una pietra non lavorata... ma anche i sassi hanno il loro fascino, no? I protagonisti sono 3 fratelli, ma potrebbe essere chiunque, seguendoli nella loro avventura che, dall’isola di Esmeralda li porta alla magica città di Lucentia, incontrerete i più strambi personaggi, creature inventate di sana pianta o prese da leggende e racconti (quelli di mia nonna per lo più) e filtrati dalle mie sinapsi colorate, certi mi seguono da anni e sono felice di potergli dare una voce fra queste pagine un po’ anarchiche.

3


4


CAPITOLO 2 Lucentia, città di maghi e di mercanti, di borghesi, nobili e mendicanti, d’operai, contadini e marinai, pastori, alchimisti e librai. Dell’antica fonte segui lo sguardo, padrona, dalle vette al mar ti stendi, sorniona. D’arcaico culto seme sbocciato, città di supremo intelletto e operato. Riluci Lucentia, capitale del regno, apri il tuo Borgo sol a chi n’è degno.

Casa Mandragola

L

o strano gruppetto percorse a ritroso il corridoio fino al vano delle scale e discese al piano di sotto, Morgan valutò che dovevano essere al quinto piano, ma non ne era certo. Le scale terminavano in un grande pianerottolo che si apriva su di un’ampia saletta. Qui facevano bella mostra divanetti di broccato azzurro, poggiati a pareti rivestite di una preziosa carta da parati rosso tramonto, tavolinetti messi qua e là, qualche colonna libreria e quadri con paesaggi lagunari, sicuramente scorci paesaggistici della costa nelle zone più selvagge, dove il porto di Lucentia ancora non aveva allungato i suoi tentacoli di pietra e calcestruzzo. Un quadro particolarmente bello raffigurava lo sbarco dei pescatori all’alba che trascinavano sulla battigia le loro reti ricolme, con matrone ad attenderli col borsello alla mano e gli occhi rapaci. La stanza aveva una porta per lato e si rivelò essere un’anticamera, Clarence oltrepassò la soglia di fronte, indicando un ampio salone. «Questa è la vostra saletta comune per la prima colazione», disse, accennando al vasto spazio arredato con gusto ed eleganza. Il centro

5


era occupato da tavoli rotondi, in legno pesante e scuro, dal bordo intarsiato e i piedi di leone. Sedie imbottite dall’alto schienale li circondavano come in una formazione di ballo. Le pareti, vestite di preziosa carta da parati turchese, sfoggiavano quadri paesaggistici e qualche natura morta dalle enormi ceste di frutta. Ma la cosa più spettacolare era l’imponente portafinestra di fronte a loro. Le tende tirate sui due lati lasciavano libere le vetrate, rivelando l’incredibile vista sulla piazza, dove il Duomo svettava in tutta la sua bellezza architettonica e cromatica. Morgan si avvicinò alla portafinestra e trovandola aperta, si avventurò sulla terrazza, non accostandosi troppo alla balaustra di colonne di marmo, per non mettere in pericolo Babu che teneva ancora in braccio. Memoshe lo seguì come un’ombra e la sentì trasalire, ammirata dalla maestosa vista. «Da togliere il fiato» commentò Mammo dopo un attimo, balzando sulla balaustra, incurante della tremenda altezza. I ragazzi si voltarono per un attimo verso di lui, la testa piena di domande che aspettavano solo il primo momento di intimità per crivellarlo come una raffica di mitragliatrice. Avrebbe dovuto rispondere per tutti i sedici anni di silenzio. Mammo distolse lo sguardo e i ragazzi tornarono ad ammirare ciò che avevano osservato solo nelle foto o nei dipinti dei libri di scuola. Un nugolo di piccioni si alzava dalla piazza a intervalli, riempendo il cielo prima di posarsi di nuovo al suolo. Rondini e altri uccellini piroettavano sulla città, fermandosi sotto i cornicioni dei palazzi. Il Duomo sorgeva nel punto più alto del colle su cui era situato Borgo Vecchio, il nucleo più antico di Lucentia, per non dire quello originario. Era stato costruito in tempi meno remoti, inglobando il primitivo Tempietto della Dea, integro tutt’oggi all’interno della struttura, in fondo alla navata centrale. La leggenda narrava che maghi provenienti da diversi angoli del regno si trovarono sul colle, rispondendo al richiamo della Dea e lì fondarono il suo tempio, un cerchio di pietre all’inizio, circondato da capanne che abbracciava-

6


no come una mezza luna la fonte. Nel tempo le capanne si erano moltiplicate, attirando sull’altura sempre più persone. Le primitive abitazioni si erano alzate su mattoni di pietra, creando strade fra loro. La città creata dai maghi aveva preso il nome di Lucentia e dominava, protetta dai monti a nord-est e dal mare a sud-ovest, sulla vallata che la fonte inzuppava, rendendola incredibilmente fertile. La posizione strategica della città era stata vitale, in quei tempi remoti di perenni conflitti, devastazioni cicliche, naturali o umane, e predoni pronti a razziare ogni centro abitato in cui riuscivano a imbattersi. Le enormi e antiche mura, che racchiudevano il centro, testimoniavano quell’epoca così conflittuale, quando la parte antica di Lucentia, oggi chiamata Borgo Vecchio, era un paese neonato, che andava crescendo sia dentro sia fuori la cinta muraria, fino a estendersi come una macchia d’olio dal mare ai monti. Il Duomo svettava verso le nubi al centro esatto della piazza, che poi era pure il punto centrale del borgo e, di conseguenza, del colle. Dall’anello di palazzi che lo proteggevano circondandolo, come una spirale, le case si dipartivano in modo concentrico verso le mura. La piazza, che separava il Duomo dai palazzi, era grande e formava un cerchio di circa seicento metri di diametro, dove, la costruzione centrale si ergeva maestosa, immensa, imponente, fittamente decorata. Ai suoi piedi la vita brulicava di persone che si muovevano in modo quasi ordinato, nella loro passeggiata pomeridiana. Chi andava più veloce e attraversava la piazza verso altre mete, e chi vi sostava o passeggiava con noncuranza, quasi esasperando la propria lentezza, segno del non dover far niente in virtù di un prestigio economico assodato. Alcuni chioschi deliziosamente ornati, aprivano gazebo di ferro battuto dai teloni decorati che, dall’alto della terrazza, parevano fiori preziosi. Attorno ai chioschi, circondati da tavolini e sedie, panchine di ferro e ombrelloni per riparare i propri clienti, correvano i bambini nei loro costosi abiti immacolati. Di fronte all’entrata del Duomo, a circa metà tragitto fino al pa-

7


lazzo del Municipio, che ne delimitava frontalmente il perimetro, assieme agli altri palazzi, zampillava la famosa Fontana delle Chiare Acque. Morgan l’aveva studiata a scuola, quando avevano esaminato la storia della capitale della nazione: Lucentia, di cui Borgo Vecchio era cuore pulsante, sia storico sia politico. La fontana dal vivo era meravigliosa, di forma circolare e avente un diametro di oltre dieci metri, con grandi statue che parevano irrompere assieme al getto cristallino dal centro, dove Tritone in un movimento di marmo flessuoso s’inarcava puntando il suo tridente verso sud-ovest, in direzione del porto, che poi era la direzione che aveva l’antico fiume che nasceva da quella fonte, andando a gettarsi in mare e imbevendo, anticamente, le campagne sottostanti tramutandole in una palude selvaggia. Della palude adesso rimaneva solo il ricordo nel verde delle culture e del nome della zona, Mareverde, dopo esser stata sanata incanalando le acque nel fiume Sirio. La valle era divenuta la zona agricola di Lucentia, da cui erano passati proprio quel giorno, prima di essere fagocitati dalla zona industriale, Urbania, che si stringeva come un enorme anello fumante alla base del colle. Lucentia si estendeva dai monti al mare, circondata da verdi colli che si tramutavano in vette con bianchi cappucci, e si scorgevano a nord est, lontani, sopra i tetti della città. Morgan tornò ad ammirare la fontana, di cui tanto aveva letto nei libri della piccola biblioteca della scuola. Tre esseri metà cavallo e metà pesce circondavano Tritone, cavalcati da eteree fanciulle con i seni scoperti e con sguardo fiero, a raffigurazione delle tre virtù del fiume: Fertilità era quella a destra con i fiori nei lunghi capelli; Vita, centrale, con piccoli animali arrampicati sul corpo; Dominio, a sinistra, con un bastone completo di radici e foglie, nel pugno destro, alzato. Dietro di loro veniva gobba Distruzione, una dea da temere, raffigurata come una vecchia bagnata, dal volto stravolto e che pareva quasi arrancare, cavalcando

8


una sorta di ciocco, dietro ai tre cavalli-pesce-onda delle belle statue bianche. Sul bordo esterno della vasca putti e fanciulli di entrambi i sessi, parevano emergere e intrattenersi a pochi metri dai passanti. Quella fontana racchiudeva la storia della città. Un tempo, al suo posto, vi era la fonte imponente che sgorgava direttamente dal suolo, dando vita a un fiume maestoso che, con una serie di spettacolari cascate, scendeva il colle. All’inizio la città di Lucentia non aveva avuto forma circolare e, le sue possenti mura, che le leggende descrivevano d’oro puro, avevano la forma della mezzaluna, aprendosi a semicerchio verso il mare, come ad abbracciare il paesaggio. Il fiume tortuoso e le cascate ne avevano impedito l’assalto, da quel lato. Quando la popolazione era divenuta insostenibile, la città si era allargata fino alla base del colle, l’antica fonte era stata incanalata e costretta in una serie di tubi alla sua origine, e diretta nel letto di un fiume che ne guidasse le acque a valle, fino al mare. Sotto il suolo cittadino l’acqua era imprigionata in un dedalo di tubature sotterranee che le ripartiva a tutte le case del Borgo Vecchio. Togliendo il pavimento della piazza (e Morgan aveva visto un disegno sul suo libro di storia) avremmo visto una sorta di raggiera di fossati sotterranei, che partivano dalla fontana verso i cerchi di case più esterne, alcuni diretti alle abitazioni, altri ai mascheroni in pietra delle piccole fontane a uso cittadino. Le fontanelle della città seguivano il decorso di un largo fossato in pietra, protetto da un muricciolo in cui solevano sedersi i bambini nelle pause dei loro giochi pomeridiani, mentre, di notte, divenivano il bordo del cielo per i ratti che vi si affacciavano, sbucando dagli anfratti e dai canali di scolo. Il fossato divideva in mezzo la strada principale, Via delle Acque; formava una sorta di spirale, seguendo l’andatura architettonica della città, passando sotto ad archi fra i palazzi che lasciavano in ombra dedali di stradine secondarie. Un nastro azzurro che andava a sovrapporsi a intervalli a quello della pavimentazione stradale, compiendo sei cerchi e uscendo impetuoso dalle mura, per percor-

9


rere un ultimo tratto nei prati attorno ad esse, prima di divenire fiume e procedere attraversando la zona industriale, poi verso quella rurale e sfociando finalmente libero in mare. Questo sistema era stato concepito in epoca remota per mantenere mite il continuo flusso della fonte, che raccoglieva vari fiumi sotterranei. Nel Borgo Vecchio, sotto le tubature di acqua potabile scorrevano quelle fognare. I due circoli si dividevano nella parte industriale, dove stava il centro di depurazione, che riusciva a tramutare in energia quel marasma. Morgan a scuola aveva studiato pure questo, durante la lezione di ambiente. Non ricordava bene come funzionasse la faccenda poiché, all’epoca, aveva passato gran parte del suo tempo a spasimare dietro ad Anima, sua compagna di classe e amore non corrisposto. Ma questa era un’altra storia, appartenente a un mondo che adesso gli pareva tanto lontano quanto Lucentia a quei tempi…solo pochi mesi prima. Morgan sentì Clarence tossicchiare impaziente dietro di loro e Memo sobbalzare appena. Babu sembrava assorto e rapito, con quella sua incredibile espressione senile stampata sul volto. Stavano per voltarsi a seguire il maggiordomo, quando Mammo si rizzò con un balzo sulla balaustra, «non posso crederci!» esclamò, con gli occhi spalancati, verso la fontana «è sempre là!». Memo si affacciò aggrappandosi al marmo e sporgendosi per vedere meglio. «Chi? Cosa?» chiese cercando di capire dove guardava quel felino strambo, che d’improvviso le pareva quasi sconosciuto. «Laggiù, sul bordo della fontana. Lei!» precisò aiutandosi con l’artiglio sfoderato come una prolunga del dito nero e peloso. Da quella distanza pareva uno straccetto nero e peloso ma era chiaro che si trattava di un gatto. Una gatta per la precisione, giacché Mammo pareva conoscerla. Stava sdraiata sulla fontana, crogiolandosi spudorata sotto il sole. «Non riesco a crederci, è sempre uguale! Non è invecchiata di un

10


giorno!» Morgan e Memo si voltarono all’unisono verso il gatto. «Oddio, non verrà fuori che è pure fidanzato oltre che parlante!» sbottò Memo, voleva essere una battuta ma le uscì un tono di voce un poco amaro. «Beh», continuò Morgan, «è primavera, andrà a cantarle serenate miagolanti sotto la finestra e, se tutto va bene, avremo dei bei gattini per casa!» disse, facendo l’occhiolino alla sorella, sforzandosi di sorridere. Babu scuoteva la testa piano, in direzione della gatta, come contrariato. Mammo fece un’espressione scandalizzata, poi commentò: «beh, è una bellissima ragazza ma non credo sia interessata a quelli come me...». Detto ciò saltò dalla balaustra, raggiungendo Clarence che aspettava vicino a un’altra porta. «Che avrà voluto dire?» chiese Morgan a Memo. «Mah, forse i gatti stregati non vanno con le gatte comuni?» rispose lei alzando le spalle. Morgan si voltò di nuovo verso la fontana, la gatta aveva alzato lo sguardo verso loro, nonostante la lontananza, lui giurò che lei lo stesse osservando, con enormi e inquietanti occhi gialli. Affrettò il passo dietro a Clarence, che indicava i battenti chiusi sulla parete a sinistra della vetrata, dall’altro lato della sala, spiegando che portava alle cucine del piano, prima di voltare le spalle e immettersi nel corridoio di fronte al quale li aspettava. Una lunga sfilza di porte, a notevole distanza l’una dall’altra, li attendeva nella penombra. Aprì la prima porta e i ragazzi lo seguirono. «Questa è una delle camere che vi sono state assegnate, qui risiederà il signorino Morgan». Erano entrati in un’anticamera arredata come un salottino, con poltrone rivestite di velluto scuro. Una porta si apriva su ogni parete, Clarence le aprì tutte, iniziando da destra. «Questa è la sua cabina armadio, ha due accessi, l’altro è nella stanza da letto». Continuò aprendo quella sulla parete opposta, «a sinistra è ubicato il suo

11


bagno personale…», Morgan e Memo erano ancora affacciati alla stanza adibita ad armadio, in cui file di grucce, cassetti e ripiani erano già ricolmi di abiti e scarpe. «Ehm, di chi sono questi abiti?» chiese Morgan con voce strozzata. «Abbiamo provveduto a rifornirvi di un nuovo guardaroba, con abiti appropriati alla vostra attuale situazione», rispose il maggiordomo. Adesso capì perché, durante la breve permanenza nell’orfanotrofio, avevano preso loro le misure, prima di venirli a prendere. Clarence attendeva sulla porta del bagno, Memo corse a sbirciare e si fermò imprecando: «per tutte le miserie!». Non c’erano parole meno adatte a descrivere l’ampio bagno personale con finiture dorate, marmo, stucchi e stoffe preziose. Clarence stava aprendo la porta centrale rivelando l’ampia stanza da letto. Pareva quasi divisa in due, a sinistra un grande letto a baldacchino con due imponenti comodini di legno ai lati, tappeti spessi sul pavimento di marmo a scacchi e due librerie a colonna sempre ai lati del letto, dove, notò, erano stati riposti i suoi oggetti. Di fronte al letto, nell’altra metà della stanza, un divano che pareva una lettiga era ricolmo di cuscini, posto di fronte a un’imponente libreria di legno scuro, in coordinato col resto del mobilio e ricolma di libri rilegati. Un tavolo con sedie imbottite divideva lo spazio fino alla scrivania intarsiata, che guardava verso una delle due grandi portefinestre, affacciate anch’esse su di una terrazza, come quelle della saletta della colazione e, presumibilmente, come tutte le stanze del piano. In effetti, aveva notato prima dal balcone, la facciata era un susseguirsi di balconi, dal terzo al settimo piano, quello sotto alle soffitte. Morgan si guardò attorno spaesato, la sua camera da letto era tanto grande da superare in dimensione quasi l’intera loro vecchia casetta. I tre ragazzi erano ammutoliti. Mammo ruppe il silenzio con una battuta: «metteremo delle bricioline di pane per non farvi perdere», i tre ragazzi non colsero l’ironia, erano troppo spiazzati e assentirono come se quella cosa fosse una possibilità. Seguirono Clarence nella seconda camera, quella di Memoshe.

12


Una stanza pressoché speculare alla prima, con più cuscini e merletti, e nelle tonalità dell’acqua marina, il colore preferito da lei. Memo osservò sgomenta l’ampio spazio, sentendosi già sola. La camera di Babu era attrezzata di tutto ciò che poteva servire a un bimbo piccolo con, accanto al letto, una poltrona con poggiapiedi e un delizioso comodino con abat-jour, sicuramente per la balia. «Ma Babu non può stare qua da solo!» sbottò Memo, Morgan già rifletteva che quell’arredo presagiva alle cure continue che il piccolo avrebbe ricevuto e, non sarebbero state di certo di loro competenza. Una nuova persona si sarebbe presa cura del fratellino, così come corsi e mansioni diverse avrebbero diviso lui e Memo, ne era sicuro. Quelle camere non erano solo prigioni dorate ma anche una sorta di esilio forzato dal loro stretto legame fraterno. Per un attimo si sentì sconfitto, non sapendo bene come reagire e quale fosse il reale bene dei fratelli. I loro genitori li avevano educati all’unione, alla semplicità e in qualche modo, alla terra. In quel palazzo erano talmente lontani dalla terra, dai fiori, dai campi da sembrare sospesi nel cielo, in un limbo asettico e lussuoso, con pesanti pareti di pietra che potevano chiudersi tanto strette attorno a loro da soffocarli. Mammo lo osservava attento, col solito largo ghigno stampato sul muso, «vedo che inizi ad avere una visione d’insieme…» «Oddio, adesso leggi anche nel pensiero?» si lasciò sfuggire Morgan, il tono voleva essere divertito ma uscì stanco. «Chissà» fece il gatto con aria maliziosa, «ma non credo mi serva leggerti nella mente, mi basta vedere la tua faccia! Ricorda che vi ho cresciuto e vi conosco meglio di voi stessi!». Sia Memoshe che Morgan lo osservarono, nei loro occhi era chiaro il biasimo per aver loro taciuto la sua capacità oratoria. Il maggiordomo attendeva rigido e un po’ a disagio. «Vai pure, Clarence» lo liberò dall’impaccio il gatto. Compì una sorta di inchino col capo e se ne andò senza ribattere. Era chiaro che il felino era tenuto in gran conto se aveva potere d’ordinare il da farsi al maggior-

13


domo. Morgan non aveva difficoltà ad immaginarsi Clarence che allontanava qualsiasi altro gatto a pedate, senza neppure scomporsi. Ma Mammo poteva essere definito un gatto? Cosa sapeva lui dei gattimammoni? Sull’isola era solo il loro strambo gatto, in grado di cambiare dimensione, da quella di micio pachidermico a quella di enorme pantera. La mamma aveva detto loro di tenere nascosto questo potere agli altri, di non rivelarlo a nessuno dei loro amici e così avevano fatto. Sull’isola non sembrava esserci nessun altro gatto come il loro adorato Mammo. I loro genitori avevano molti segreti e adesso, Morgan sapeva che non tutti erano condivisi coi loro figli. «Non è male come sembra, dovreste conoscerlo dopo due bicchierini di rum!» disse il gatto rivolto al maggiordomo, non appena questo se ne fu andato. Salì sul letto con un balzo, facendo segno ai ragazzi di seguirlo. Morgan e Memo quasi sprofondarono in quella vaporosità e Babu rischiò di rimbalzare fuori. «Ragazzi, inutile dirvi che questa è tutta un’altra vita, ma non credo che al momento ci siano alternative migliori», sospirò. «Io non riesco a credere in quello che succede, mi pare di essere a teatro e recitare un copione…» sbottò Morgan. Mammo fece un’espressione afflitta, «Lo so» commentò, poi sgranando gli occhi che si accesero come lampadine, «però voi sapete che, oltre ad essere magico, sono un incredibile ottimista?» chiese rivolto loro. «Io non so proprio niente di te!» si sfogò Memo, incrociando le braccia e guardandolo in tralice; «tanto per cominciare potevi parlare prima!», lo biasimò. Il gatto rispose con gli occhi languidi, «ci ho provato, ma proprio le parole non mi venivano, i gattimammoni parlano solo a casa propria, dove il loro potere è grande. Altrove si attorciglia la lingua. Non ricordi quando da piccola ti raccontavo le fiabe per farti addormentare?» Memo strabuzzò gli occhi al ricordo e Morgan ridacchiò, ma fu lei a commentare «cosa??? Quelle incredibili lagne senza senso??».

14


Morgan aggiunse impietoso «Pensavamo tu fossi in calore!». Risero tutti, pure Babu sogghignò e l’atmosfera si fece d’improvviso più leggera, Mammo ne approfittò per sollevare ulteriormente gli animi, «abbiamo un’incredibile avventura da vivere qui, ragazzi, siamo a Borgo Vecchio! Il centro storico di Lucentia!! La città creata dai maghi! E abitiamo in uno dei palazzi più imponenti con vostro nonno che, beh, è…è un… come dire… va beh, questo lo scoprirete da soli.» Babu d’improvviso fece un largo sorriso sornione come a dire «oh, ma io lo so cos’è il nonno!» ma non lo disse, era solo la sua espressione. Morgan e Memo si guardarono, era come se avessero un cappotto fradicio sulle spalle, ma raddrizzarono la schiena, sorridendo appena l’uno verso l’altra. «Vediamo come vanno le cose prima di abbatterci troppo» ribadì Mammo, e Memo lo abbracciò forte. Aveva già dimenticato la rabbia per il mutismo del gatto. Era vero che magari non poteva parlare se non a casa propria ma, almeno, poteva far capire loro che era più intelligente di quando dava a vedere. Decisero di fare un giro per ispezionare la grande casa che Mammo conosceva alla perfezione, dato che il vecchio non aveva fatto nessuna modifica in quegli anni. «E’ proprio vero che non gli piacciono i cambiamenti» mormorò il gatto, a sottolineare la cosa. Il corridoio sul quale si affacciavano le loro camere proseguiva con una breve fila di porte ben distanziate fra loro. L’ultima, sulla parete di fondo, attirò l’attenzione di Memo. «Quella porta?» chiese indicandola, occupava da sola la parete d’angolo che chiudeva il lungo vano e rimaneva un poco in ombra. Mammo parve in difficoltà per qualche istante, poi sospirando disse «quella era la camera di vostra madre…». Memo a quelle parole si lanciò verso essa, finendo la corsa sbattendoci e afferrando la maniglia con entrambe le mani. Ma ahimè, per quanta forza facesse le ante non cedettero. «E’ chiusa dal giorno in cui lei è partita» disse Mammo, che l’aveva raggiunta e con la zampa toccava il legno incorniciato con eleganza.

15


«Come lo sai?» chiese la ragazzina, gli occhi lucidi. «Lo sento, me lo dice la polvere e il legno…sono cose da gatti», rispose lui. «Vedremo di trovare le chiavi, magari vostro nonno ci permetterà di entrare…» disse con poca convinzione. Memo osservava le ante chiuse con bramosia, Morgan la capiva, oltre a esse c’era il mondo di fanciulla della mamma. Entrandovi magari avrebbero potuto sentirla ancora vicina, percepirne la presenza. Sospirò. Babu pareva rattristato e osservava la ragazzina con espressione amara. Quando proseguirono lungo i corridoi, Morgan notò che il fratellino si guardava attorno come se soppesasse ogni complemento d’arredo e ne facesse una stima. Giunti sulle scale Mammo, rimasto un poco taciturno, fece loro un bel sorriso e chiese «giù o su?» nell’indecisione che passò sui volti decise lui: «giù, così passiamo anche dalle cucine!» Inutile elencare lo sfarzo e l’infinità della dimora dei Mandragola. I piani si alternavano solo per mostrare stanze vuote arredate lussuosamente, interi piani dove il silenzio faceva a gara con la solitudine. Sopra quella palese dimostrazione di potere e prestigio sociale spiccava l’eleganza degli arredi e una sorta di rigore regnava su tutto, come se la severità del nonno si fosse posata sui mobili al posto della polvere, riuscendo persino a smorzare i toni pastello degli arredi più barocchi. Visitarono i due piani sottostanti, interamente adibiti a camere per gli ospiti. Ospiti che dovevano essere assenti da molto, così come non doveva venir usato da parecchio il piano sotto a quelle camere, dove stavano diversi salotti, sale musica e un grande salone da ballo. Al secondo piano dimorava e lavorava invece la servitù, che doveva essere stata davvero numerosa in un’epoca passata, intenta a sfaccendare meticolosa in quell’immensa casa. Mammo aveva fretta di portarli in cucina e non appena vi giunsero

16


capirono il perchĂŠ.

Fine secondo capitolo (continua)

17

Mondo Cagliostrino - Capitolo Due  

Prendetela come una fiaba scritta con ingenuità, affetto e riconoscenza, con la quale spero di mostrarvi alcuni dei personaggi che trovate...

Read more
Read more
Similar to
Popular now
Just for you