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CADILLAC MAGAZINE Numero Tre - Anno Primo Luglio 2012 Pubblicazione Trimestrale Riservata Associazione Culturale Cadillac Society Milano Direttore responsabile Alvise Moncretona

Redazione Natan Mondin, Michele Crescenzo, Giulio D’Antona

Collaborano Alessandra Montrasio, Roberta Venditti, Mauro Maraschi, Marco Candida, Andrea Ferrari, Francesco Gallone

Hanno partecipato a questo numero Andrea Ferrari, Alain Mabanckou, Agnese Manfrin, Julia Binfield, Marco Marsullo, Manfredi Damasco, Claudia Durastanti, Matteo Ferrario, Flavia D’Anna, Angelantonio Citro, Francesco Bevilacqua, Chiara Criniti Grafica e impaginazione Giulio D’Antona, Mauro Maraschi

Illustrazione e grafica di copertina Manfredi Damasco Abbonamento www.rivistacadillac.com

www.rivistacadillac.com redazione@rivistacadillac.com


S

QUATTRO MOSCOW MULE

iete in vacanza? Siete fortunati, privilegiati che hanno un lavoro. In questo periodo non è scontato. Così come non è banale né casuale trovare sui quotidiani online articoli che parlano di caldo record, calo delle presenze delle località balneari e foto di calciatori sul bagnasciuga. Per un po’ non sentiremo parlare di nazionale, dopo la delusione dell’Europeo. Chi di voi ha avuto il coraggio di prenotare una vacanza in Spagna? Un paese tramortito con l’orgoglio e il futuro rinchiusi in una sfera di cuoio che nessuna fattucchiera riesce leggere. Nemmeno quella nera con scarpini, tacchetti e cresta da moicano. Sfoglio giornali online, il mio tablet suda. L’estate più calda degli ultimi sesssant’anni. Suda il bicchiere, il Moskow Mule si annacqua. La cameriera mi porta una ciotola di arachidi. Non è stato il sole a ridurla del colore della sposa etrusca di Villa Giulia. Non può essere stato il sole. Suda anche lei, entra nel bar e ritorna con il vassoio pieno per il tavolo numero quattro. Turisti, dall’accento devono essere del Mid-West. Sto cincischiando, lo so. Non ho voglia di parlarvi del numero tre, per scaramanzia. Il tre non mi ha mai portato fortuna. A tre anni sono caduto in un pozzo, sono rimasto in coma fino a quando mia madre non ha deciso di smetterla di consumare le ginocchia sul marmo del santuario della Vergine del Bosco. Quando mi sono svegliato ho stupito i medici che davano per scontato avessi perso l’uso della parola. Parlavo correttamente altre quattro lingue, oltre l’italiano, e ho letto la diagnosi della cartella clinica. Questo ha aiutato mia madre a non perdere del tutto la fede. I primi tempi, a Detroit, avevo una casa in affitto al terzo miglio. In mattoni, stile coloniale, quattro stanze da letto, cucina, salone, due bagni, giardino all’inglese. Ho deciso di cambiare, spostarmi a Birmingham quando mi hanno ferito a una spalla, durante l’ennesima rapina. L’ho vista in vendita di recente, su internet, allo stesso prezzo di una berlina di media cilindrata. Trentatremila dollari. Sono stato lasciato dalla mia terza moglie per un pilota della Pan Am. Prima di lei ero stato io ad abbandonare tutte le mie donne.

editoriale di Alvise Moncretona

Tre le volte che ho perso il lavoro. Tre gli anni passati alla direzione dell’ufficio Corporate Communication. Tre i figli. Tre le nazioni d’adozione. E il fatto che la redazione sia composta da tre persone, per quanto brave e professionali, non mi fa stare tranquillo. Anche questa volta mi affido a loro con un certo timore. Perché è giusto così, perché alla mia età bisogna mettere in conto che si è utili soltanto per il conto in banca e per dare consigli che non verranno seguiti. Sto finendo il terzo drink della serata, mi brucia lo stomaco, ma la sfortuna in questo caso non c’entra. È da un po’ di tempo che la combinazione alcol-cetriolo-arachide mi fa acidità. Devo rassegnarmi, con l’età anche il fisico la smette di darti retta, di assecondare i tuoi vizi. Faccio portare via la ciotola di noccioline e ordino un altro bicchiere. Il mio drink preferito. La cameriera mi sorride, non è una bellezza, ma ha fatto colpo sul più grasso degli americani. Apro la fotogallery del tizio che con una volvo ha fatto cinque milioni di chilometri. C’è sul Corriere, su Repubblica, sulla Stampa. Non è interessante quanto il bikini dell’Ambrosio, o il topless di Caterina Siviero. “Ama ragazza, ama perdutamente , e se ti dicono l’amore è peccato… Ama il peccato e sarai innocente”. Ho conosciuto Jim Morrison a Sunset Strip il 3 marzo del 1966. •

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IN QUESTO NUMERO NON FIORDI, MA OPERE DI BENE

PHILIP MARLOWE

Ovvero: Gunnar Staalesen ONCE YOU GO BLACK

RITORNO IN AFRICA

Intervista a Alain Mabanckou

p.6 p.10

UNA COSA PICCOLA CHE STA PER ESPLODERE

MY NAME IS BORUSSIA di Marco Marsullo

LINCOLN’S CORNER NEWS

CHI RACCOGLIE I COCCI di Claudia Durastanti

p.16

p.21 P.23

CHIAMARE UNA COSA COL SUO NOME di Matteo Ferrario

p.26

di Angelantonio Citro

p.30

COME OGNI ESTATE SE FOSSIMO NATI MORTI

OLIVETTI LETTERA 32

La storia di Charles D’Ambrosio

p.34


NON FIORDI, MA OPERE DI BENE a cura di Andrea Ferrari illustrazione di Mathias Matthiesen

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NON FIORDI, MA OPERE DI BENE

C

PHILIP MARLOWE

ari amici di Non fiordi per rinfrescarvi le idee da questa torrida estate popolata da redivivi Scipioni e mai morti Caronte, vi parlerò di uno dei più grandi noiristi scandinavi di sempre: Gunnar Staalesen.

MANGIA MERLUZZO E BEVE ACQUAVITE DA QUANDO SI È TRASFERITO IN NORVEGIA

Staalesen nasce a Bergen nel 1947, se vi viene di fare la classica battutona (de sota o de sura) tenetevela fra i denti e sogghignate tronfi, ma non esplicitatela che sarebbe davvero troppo. Dicevamo Staalesen è un autore di genere che inizia a scrivere un decennio dopo la pubblicazione dei romanzi di Maj Sjowall e Per Wahloo, e si distingue subito per essere una specie di innovatore del panorama scandinavo. I suoi libri gialli, perché di quelli parliamo, hanno il pregio di portare nella Norvegia profonda la figura del detective privato di chandleriana memoria. Insomma, fatti saldi i presupposti cari alla letteratura di genere del grande nord, ossia attaccamento al sociale, rappresentazione fedele della realtà, Gunnar Staalesen decide di mettere in campo un personaggio tutto sommato nuovo e con caratteristiche tutte particolari. il detective privato Varg Veum (leggetelo come un arcaismo, che vuole significare un lupo solitario, letteralmente la traduzione si avvicina a varg i veum, ossia lupo che va (a morire) nel luogo sacro), è un uomo tutto d’un pezzo con un debole per le donne e l’acquavite, ex operatore sociale ed ex di troppe cose per non essere subito accattivante per qualunque lettore. Varg Veum è protagonista a tutt’oggi di ben sedici romanzi, tre dei quali editi in Italia da Iperborea e vanta svariate trasposizioni cinematografiche. Le sue storie abbracciano un ventennio buono e rappresentano tutti i cambiamenti della società norvegese in primis ed europea in seconda battuta. Leggendo l’opera di Staalesen dedicata a Varg Veum si può comprendere come il grande Nord fosse distante da noi negli anni ottanta e come invece sia così vicino adesso. Varg Veum è personaggio autonomo, ormai, e forte di questa autonomia riesce a trovarsi a suo agio in tutti i tipi di indagine in cui il suo autore si diverte a ficcarlo. Una cosa gustosa è che fra Gunnar Staalesen e Trond Espen Seim, l’atto-

Ovvero: Gunnar Staalesen

re norvegese che interpreta Varg Veum, si è instaurata una certa complicità e spesso i due appaiono in televisione o si sentono via radio mentre si esibiscono in interviste dove l’autore pone domande dirette al proprio personaggio. Gunnar Staalesen in patria è considerato un po’ come il nostro Camilleri, ha vinto svariati premi letterari fra i quali il prestigiosissimo Riverton Prize, e come Camilleri ha scritto numerosi romanzi non di genere, fra i quali una storia completa della città di Bergen dalla fondazione ad oggi. E’ noto al punto che se vi capiterà di andare a Bergen, proprio nell’androne del palazzo in cui Varg Veum ha lo studio, ci troverete una statua in bronzo a misura d’uo-

“L’ufficio di un detective privato può essere un luogo deprimente. E la situazione non migliora quando la pioggia batte sui vetri, il diluvio universale è cominciato e il numero di biglietti per l’arca è di nuovo limitato.” - Satelliti della morte 7


mo che raffigura il personaggio mentre sorride beffardo. La cifra stilistica di Staalesen è certamente l’ironia, caustica e fiera compagna di ciascuna frase dei suoi libri. I suoi romanzi sono disincantati, fallibili e soprattutto, oserei dire, falliti, perché Varg Veum difficilmente vince e meno che mai trionfa. La critica sociale di Staalesen al welfare norvegese è spietata, i servizi sociali soprattutto quelli rivolti ai minori (campo in cui il detective operava prima di essere cacciato per un alterco con un superiore) sono messi sulla graticola per la loro impotenza di fronte alle massive domande di aiuto della popolazione. Il benessere dei più nella ricca Bergen, è chiaramente stigmatizzato e sottolineato dalle storture che si ripercuotono sugli abitanti delle periferie che tirano avanti con i sussidi e con innumerevoli bottiglie di liquore. Staalesen con la figura di Varg Veum, pone all’attenzione del grande panorama letterario la questione sociale della Scandinavia, da troppo tempo considerata una sorta di paese idilliaco e del ben godi. La Scandinavia è gretta, materialista e feroce con chi non si uniforma, e Staalesen ha il pregio di non nascondere tutto sotto il tappeto, ma di fare emergere il brutto e di dargli ancora più forza accostandolo alla maestosità di una natura mozzafiato, qual è la regione dei fiordi. •

Gunnar Staalesen ha pubblicato in Italia: Satelliti della morte (Iperborea, 2009); Tuo fino alla morte (Iperborea, 2010); La donna nel frigo (Iperborea, 2011); 8


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ONCE YOU GO BLACK a cura di Agnese Manfrin e Giulio D’Antona illustrazioni di Julia Binfield

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ONCE YOU GO BLACK

A

RITORNO IN AFRICA

lain Mabanckou nasce nel 1966 nella Repubblica del Congo e trascorre l’infanzia a Pointe-Noire, capitale economica del paese. Si trasferisce in Francia a ventidue anni per completare gli studi e rimane a Parigi fino al 2002, quando ottiene una cattedra come professore di letterature francofone all’Università del Michigan. Attualmente vive a Los Angeles e insegna alla UCLA. Primo autore francofono dell’Africa sub-sahariana a essere pubblicato nella prestigiosa collana La Blanche di Gallimard, ha ricevuto numerosi riconoscimenti per i suoi romanzi, tradotti in quindici lingue, tra cui nel 2006 il premio Renaudot per Memorie di un porcospino. Domani avrò vent’anni, vincitore del premio Georges Brassens, è il suo secondo romanzo pubblicato da 66thand2nd dopo Black bazar (2010). L’autore è stato di recente insignito del titolo di Cavaliere della Legion d’onore per decreto del presidente della Repubblica francese. Partecipa, insieme ad altri dodici scrittori africani, al progetto Pilgrimages promosso dal Chinua Achebe Center for African Writers and Artists per il rilancio della cultura africana nel continente. La relativa collana vedrà la luce nel 2012 e promette di rappresentare il più importante arricchimento per l’archivio letterario dell’Africa dai tempi delle African Writers Series degli anni Sessanta.

Intervista a Alain Mabanckou

qualsiasi cosa venisse dal sistema, in particolar modo dall’Unione Sovietica. Un ragazzo come me a dieci anni imparava a leggere la letteratura russa e i testi di indottrinamento, che mandava a memoria e declamava. Allo stesso tempo, però, ho cercato di avere una vita mia, con la mia famiglia, mia madre, mio padre, quello che mi piaceva leggere e le relazioni che si stavano sviluppando tra me e gli altri bambini. Non posso dire che sia stato facile avere una vita al di fuori di quella che lo stato ci imDomani avrò vent’anni è un romanzo che poneva, dovevamo fare i conti con la situazioparla della ricerca da parte di un giovane afri- ne politica. Era impossibile separare se stessi cano di un suo posto nel mondo, ma parla an- dalle dinamiche politiche, dall’ideologia in cui che di un periodo difficile per un continente che tutti eravamo coinvolti e quindi ogni forma di di periodi difficili ne ha visti non pochi. Le due espressione artistica doveva rapportarsi al sivicende, quella di Michel e quella dell’Africa, stema comunista. sembrano muoversi in contemporanea anche Quindi si rifletteva effettivamente sulla tua se in direzioni non sempre convergenti. Per un africano, cresciuto negli anni settanta, quanto vita, anche se eri un bambino? è stato possibile separare la propria vita e le Anche se ero piccolo tutto era ricondotto al proprie esperienze private, il suo destino, dal destino del proprio paese e più in generale del comunismo, le prime pagine del libro trattano proprio di questo (la religione come oppio dei proprio continente? popoli). Ecco perché ho deciso di cominciare il È stato molto difficile separare la mia vita libro con un tocco di comunismo. dall’ideologia comunista, perché il Congo, il La tua esperienza di scrittore ti ha portato mio paese, a quei tempi era un paese comunista e l’ideologia era molto forte e molto senti- fuori dall’Africa a parlare di Africa. Quanto è ta. Era come se fossimo abituati ad assimilare stato difficile? Quanto hai scoperto del tuo con11


tinente riflesso nelle opinioni dei non-africani e Sì. È stata una decisione molto sentita. Sapequanto invece hai dovuto “insegnare”? vo che avrei dovuto testimoniare la mia Africa, con tutte le persone che ho incontrato, tutte le Per molto tempo sono stato considerato uno strade che ho attraversato e quelle che ho inscrittore in esilio, ma non è così. Mi sono tra- crociato. sferito in Francia di mia iniziativa. Volevo andare all’estero, volevo andare in Francia per Qualcuno ha definito la tua scrittura una completare gli studi, andare all’università, ma “scrittura di rivendicazione”, verso i colonizallo stesso tempo capisco come la gente possa zatori bianchi, verso tutti i tiranni che hanno pensare che gli africani scrivano solo di argo- ammorbato non solo il Congo, ma l’intero contimenti politici o da esiliati. Il fatto di aver lascia- nente africano. Ti ritrovi in questa definizione? to il mio continente, il mio paese, mi fa male, ma la mia idea è quella di sviluppare un modo Non direi che si tratti proprio di una rivendifferente di scrivere dell’Africa, acquisendo le dicazione. È certamente una risposta a tutto influenze provenienti dal resto del mondo. In quello che i colonizzatori hanno fatto al mio questo modo spero di poter trasmettere una continente e al mio paese. Anche se sto scrinuova visione del continente. In ogni caso non vendo qualcosa di personale, una storia priè possibile comprendere l’Africa senza consi- vata, il contesto riflette necessariamente la derare tutti coloro che dall’Africa se ne sono storia e il passato, fatto di colonizzatori e coloandati, le popolazioni dei Caraibi, gli afroa- nizzati. È molto difficile per uno scrittore afrimericani, dispersi per il mondo a causa della cano scrivere senza includere questa storta di schiavitù. È impossibile spiegare l’Africa par- rabbia, questa rivendicazione. Anche se scrivo lando solo del continente, di chi ci è rimasto, in francese, il mio uso della lingua trasmette il bisogna parlare della diaspora, includere tutti mio risentimento, cerco di mantenere uno sticoloro che se ne sono andati. Tutte le vittime le che restituisca un sentimento di rivoluziodella storia. Scrivendo penso a un’Africa scon- ne letteraria. Ma non voglio che sia tutto qui, finata, che arrivi ovunque vivano gli africani, voglio che questa rabbia sia in qualche modo con le loro vite differenti. I miei romanzi de- creativa, propositiva, qualcosa di ispirato. Vovono fare i conti allo stesso tempo con il con- glio superare il sentimento di rivendicazione e tinente e con un altra Africa, che vive fuori dai trasformarlo in un inno universale così che chi suoi stessi confini. soffre in Francia, in Italia, in Grecia, ovunque nel mondo, e legge i miei libri si riconosca in Quindi fu una tua effettiva decisione quella di quello che scrivo. parlare e scrivere di Africa. Avresti potuto scrivere di qualsiasi altra cosa, per esempio storie Il tuo romanzo è stato definito anche come un dell’orrore, solo per citare un genere ben defi- “romanzo di speranza”. Ci potresti dire come la nito, e invece hai preferito scrivere di Africa da scelta di ambientare la storia di Michel nel pasafricano. sato, anche se non troppo lontano, negli anni ’70 e ’80 del secolo scorso, potrebbe essere vista come un messaggio stimolante e che dia speranza per il futuro - quindi come effettivamente il passato si collega al futuro in questo caso? Credo che esista una connessione molto forte tra passato e futuro. Senza considerare il proprio passato non è possibile costruirsi una speranza. È necessario pensare agli anni ‘70 e ‘80 e a quanto sono stati influenti nella storia africana. È stato il periodo delle dittature, del comunismo, della guerra del golfo, dell’ucci12


ONCE YOU GO BLACK sione di molto capi di stato. Trovo che parlare di quel periodo possa aiutare a comprendere il presente, il mondo come lo conosciamo oggi che è indubbiamente il risultato del proprio passato. Per costruirsi una speranza occorre conoscere la propria storia, quello che è successo prima di noi, da questa consapevolezza è possibile procedere ed evolvere senza cadere negli stessi errori e incappare negli stessi rischi del passato. Ecco perché il romanzo è allo stesso tempo un dipinto storico e politico e una scoperta personale. In questo modo la mia vita diventa la vita dei lettori, e credo che questo possa trasmettere speranza. Contemporaneamente penso che questa speranza possa essere distrutta se le persone che leggono il libro non arrivano a comprendere da dove provengo.

considerata come qualcosa da evitare perché scontata e banale. L’inserimento e la citazione di questo autore nel tuo ultimo libro potrebbe quindi forse definirsi una cosa effettivamente voluta e mirata ad ottenere una sorta si sottofondo musicale che accompagna Michel nelle sue scoperte e utilizza lo stesso suo linguaggio (metaforicamente parlando) semplice ma acuto per descrivere il mondo?

Brassens è molto importante per me, è stato il primo cantante francese che ho ascoltato. Avevo dieci anni e mio padre lo ascoltava (o lo suonava??). Crescendo ho capito che Brassens era importante anche perché ha saputo capire e trasmettere il modo in cui la società stava - e sta - evolvendo. È stato come un nonno spirituale per me. Cantava con questa voce piena in francese, che mi sovrastava e che mi ha aiuRecentemente sei stato ribattezzato dall’E- tato a capire la ricchezza della lingua. Lui parconomist come il “Beckett Africano”. Dato che lava del suo paese, e io cercavo di parlare del proprio Beckett però utilizzava nei suoi scritti mio. Michel e Brassens sono molto legati, ecco la parola come mezzo per dimostrare una qual perché sono stato molto contento di ricevere sorta di impotenza a trarre un senso compiuto il premio che porta il suo nome, in Francia. dalla realtà, pensi che questa definizione ti si Per me è stato una sorta di riconoscimento, la addica, soprattutto in riferimento al tuo ultimo conferma di quello che è stata la mia infanzia, passata leggendo e ascoltando Brassens. Scrilibro? vendo ho ascoltato molto Brassens, per rivivePer me è stato strano. Forse perché non re l’atmosfera di quegli anni, posso dire che mi sono una persona statica ma cerco di muover- abbia aiutato a tornare indietro nel tempo e a mi il più possibile. Ascolto il suono e la furia fissare il punto. del mondo e cerco di ricordarmi che non esiste una sola lingua. Il mondo non è un villaggio, è un’aggregazione di tantissimi villaggi. Amo Samuel Beckett ma non mi sarei mai immaginato che un giorno sarei stato paragonato a lui, ma è una cosa che succede nella letteratura occidentale. Gli scrittori africani vengono paragonati alla norma, a quelli che dagli europei e dagli statunitensi vengono considerati modelli, “monumenti” letterari. Cercano sempre termini di paragone. In ogni caso è stato un bel complimento e spero che i lettori la pensino allo stesso modo. Nelle sue canzoni George Brassens descrive solitamente momenti di vita comune, di uomini, di donne, di mercati, una poesia semplice e quotidiana di oggetti, azioni e persone, che sempre troppo spesso passa inosservata o viene

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Quest’intervista inaugurerà sulla nostra rivista una rubrica che si premette di conoscere, far conoscere, e approfondire la letteratura africana. Tu fai parte del Chinua Achebe Center for African Writers and Artists. Vuoi dirci due parole in merito?

Alain Mabanckou ha pubblicato in Italia: African psycho (Morellini, 2007); Verre cassé (Morellini, 2008); Memorie di un porcospino (Morellini, 2009); Black bazar (66th&2nd, 2010); Domani avrò vent’anni (66th&2nd, 2011);

La Chinua Achebe Association è molto importante. L’obbiettivo dell’associazione è quello di scrivere dell’Africa in un modo diverso da quanto è stato fatto fin ora. Quello che abbiamo letto fin ora è stato scritto da bianchi, persone che hanno conosciuto l’Africa da viaggiatori. L’associazione promuove il ritorno degli scrittori africani nel continente, per passarci due o tre settimane e scrivere qualcosa che venga dalla loro terra. È importante riportare l’origine in Africa, così che gli scrittori africani non scrivano più del continente vivendo al di fuori. Ecco perché ho accettato di fare parte di questo progetto. Sono tornato in Nigeria nel 2010, e ora voglio scrivere di come le persone si comportano, cooperano, vivono, come vedono l’Europa, come descrivono la propria vita. Possiamo chiamare questo progetto Back to Africa, che restituisce tutta l’intenzione dell’associazione, legata a doppio filo al mio continente. •

“Io mi sento figlio di Pointe-Noire. È qui che ho imparato a camminare e a parlare. È qui che ho visto la pioggia cadere per la prima volta, e il posto da cui provieni è quello dove hai preso le prime gocce di pioggia.” Le illustrazioni compaiono per gentile concessione dell’autrice e di 66th&2nd.

- Domani avrò vent’anni -

www.juliabinfield.com

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UNA COSA PICCOLA CHE STA PER ESPLODERE a cura di Mauro Maraschi

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MY NAME IS BORUSSIA

Non importa quanto corri, ma dove corri e perché corri

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- Zdenek Zeman -

uando mi venne il terremoto in testa è stato otto anni fa. Pioveva forte, mi ricordo. Il terremoto in testa ti viene così, per un fatto che ti succede. Io avevo uno studio insieme a un altro avvocato, Ermanno Baronissa, da ragazzi studiavamo insieme all’università. Poi, un giorno Baronissa se ne esce che tiene per le mani il caso di una donna di Matera che si era rifatta le tette e le avevano impiantato una protesi di silicio, invece che di silicone, una cosa così, non mi aveva fatto capire un cazzo quel rincoglionito. Perché Baronissa un difetto vero lo teneva: parlava veloce e se gli chiedevi di ripetere tentava di menarti in faccia. Era fatto così, però era un penalista coi controcazzi. Io mi occupavo del civile, invece. Eravamo lo studio legale Sibaldi&Baronissa, la gente veniva fino da Salerno per noi. Guadagnavamo bene, c’erano mesi che fatturavamo cifre blu. Io vivevo alla grande; moglie bionda con collana di perle, un figlio, maschio, casa in centro panoramica, casa al mare in Versilia, il conto corrente, i BOT, la carta American Express. Andava tutto bene così, poi un giorno viene la Polizia allo studio e mi arresta, dice che c’era tutta una questione con Grazia Interrante, la tipa delle tette al silicio. Baronissa era scappato in Kenia con lei, avevano rubato i soldi di non ho capito bene cosa, forse di un’assicurazione medica fasulla. Insomma, m’avevano fottuto. Mi sono fatto due anni dentro. Se poi, quando esci, vai a vivere alla stazione Termini nei cartoni il motivo è questo.

di Marco Marsullo illustrazione della locandina di Carmine Di Giandomenico, progetto grafico di Andrea Parisi, logo di Ale Giorgini

A me il terremoto in testa mi ha fatto perdere, oltre la pelle, i pensieri e i capelli, anche la moglie, che si era stancata di tenere vicino uno col terremoto in testa. Giustamente, eh, non sto qui a dire che lei è una cessa puttana zoccola maledetta. Cioè, lo è, ma non per questo. Il terremoto in testa mi ha fatto perdere la città. Io avevo una casa bellissima nel cuore di Napoli, un terrazzo che dava sul mare. E tutte queste cose si guadagnano con anni di lavoro, fatica e sacrifici. Io col terremoto in testa c’ho perso anche il nome. Ma non vi voglio nemmeno dire come mi chiamavo prima, non ha importanza più. Però vi dico come mi chiamo ora, che è un nome bellissimo, il più bello che c’è. Borussia, così mi chiamo. E mi ci chiamo perché ho addosso sempre la maglia del Borussia Dortmund, col numero 7, che era di un giocatore fortissimo di cui ora non mi ricordo il nome ma che tirava delle castagne infuocate. Forse però mi sto confondendo con un altro calciatore (dato che c’ho il terremoto in testa). Il terremoto in testa ti mischia le cose, guardi le persone e non capisci più perché si vesto* no bene la mattina se poi si devono spogliare Il terremoto, non quello in testa, il terremo- la sera, non capisci nemmeno più perché comto in generale dico, è una cosa brutta che fa prano sempre l’ultimo modello dei cellulari, tremare le case e le fa crollare. Crolla tutto. Ma quando un cellulare è semplicemente un teil terremoto in testa è simile, è che ti cade tutto lefono ed è inutile vantarsi di avere l’ultimo quello che c’hai dentro; ti crollano le certezze, modello di telefono perché il telefono a casa lo ti crollano le cose belle, ma quelle brutte no. A tengono tutti. E quasi sempre lo maledicono. me sono crollati anche i capelli e alcuni pezzi Quando hai il terremoto in testa a volte urli, di pelle, che a furia di grattarli sono diventati così, a cazzo. Come Bracardi il pianista del Coprima bianchicci, poi rossi rossi e poi gialli. Poi stanzo Show. Quello sì che era uno che teneva sono crollati. il terremoto in testa, però aveva capito pure 16


UNA COSA PICCOLA CHE STA PER ESPLODERE come farci i quattrini. Si metteva gli smoking color pastello, suonava quando cazzo gli pareva a lui ed era felice, felice di stare lì, e non che gliene fottesse della tivù, di essere famoso. Quello voleva suonare, e ‘fanculo: suonava. E ogni tanto strillava. Ecco cos’è la libertà: suonare e strillare quando te lo dice il cervello. Mi ricordo che quando morì piansi per dieci minuti. Poi urlai forte dal balcone, glielo dedicai. Forse già allora tenevo il terremoto in testa, solo che non lo sapevo. O forse chissà, era la primavera. Quando il terremoto in testa fa la sua comparsa all’inizio è brutto, pensi che devi andare a farti curare, ma poi diventa bello e, vaffanculo, ti togli pure delle soddisfazioni. Come, per esempio, urinare agli angoli di via così, senza fottertene di niente. Tanto, tieni il terremoto in testa, che ti possono dire. Più di girare a largo ed evitarti, scuotere un po’ la testa, non è che possono fare altro. Una volta una signora ha strillato forte, io me ne sono fottuto.

da lei, e lei gli legge le carte. A volte ci indovina pure, come quando disse a Ciquita, un trans di Genova, che avrebbe incontrato il suo principe azzurro. E ora quella sta con un ingegnere di Bassano del Grappa che era suo cliente, vive lì in un villone con i cani nel giardino e le palme altissime, come piacevano a lei. Ma il mio preferito, che poi è anche il mio migliore amico, è Cosmo. Cosmo guidava i camion sull’Autostrada del Sole, e poi fino alla Svizzera, aveva la foto di Padre Pio sul parabrezza e a volte faceva pure turni di sedici, diciassette ore. A guidare, sempre, faceva un sacco di straordinari. Aveva una moglie, malata, si chiamava Immacolata. Lui guidava per pagarle le medicine, ogni cento chilometri in più erano nove euro di medicine guadagnati. Quando è morta lui ha smesso di parlare. Poi ha smesso di guidare e ha perso il lavoro. Cosmo dice una parola all’anno, solo una volta, ogni sedici di aprile, la data di morte della moglie. Mi guarda, socchiude gli occhi e sussurra, piano, “Roncobilaccio”. Poi tace per un altro anno. Io so che lui dice così per farmi capire che mi vuole bene, è il suo modo per dirmi che sono il suo migliore amico. È fatto così, le persone le devi capire se le vuoi amare, non c’è una bibbia delle dimostrazioni amorose che uno può consultare per confrontare i comportamenti di chi lo ama. No, non c’è proprio. L’amore è un po’ come i tubi dell’acqua. Ci sono, ti portano l’acqua fino a casa, ma non li vedi. Cosmo fa così con me, mi porta l’acqua a casa, e io gli voglio bene.

* Ho molti amici alla stazione, tutti hanno il terremoto in testa ma un tempo erano normali. Ci sta uno, si chiama Bernardo, ma tutti lo chiamiamo Ugo Tognazzi (fa l’imitazione del conte Mascetti con la supercazzola… doveste vederlo), che una volta era un pezzo grosso. Faceva il capo di un’azienda ricchissima di telefoni, forse la Sip. Poi gli è venuto il terremoto in testa e bam!, fottuto. Per sempre, senza se e senza ma. Perché una cosa c’è da dirla: il terremoto in testa è per sempre. Una volta che ti crolla tutto non si rimette in piedi niente. E questa è una differenza sostanziale con il terremoto reale, dove in caso di crolli puoi pure ricostruire (ma tanto manco lì ricostruiscono un cazzo di niente, stai sicuro). Poi c’è Lunanera, una specie di zingara che ci legge i tarocchi. Lunanera pure teneva una famiglia e una carriera avviata, faceva la parrucchiera, poi una mattina ha cominciato a sentire le voci. Diceva che sentiva Mara Venier dirle di fare le cose; una volta si è spogliata in metropolitana solo perché gliel’aveva detto (in veneto) la Venier. I figli l’hanno fatta internare, poi lei è scappata ed è venuta a stare con noi. Ogni volta che qualcuno ha un dubbio va

* Alla stazione ci dividiamo i compiti. Patty e Gimondi sono gli addetti agli scarti alimentari dei bar e ristoranti. In pratica, vanno lì ed elemosinano le cose avanzate dal giorno prima che non si possono più vendere. Ci sono giorni che trovano da mangiare per trenta persone, e allora è festa grande. Gli danno anche le cose andate a male, scadute, che le persone “normali” non comprerebbero. La verità, ho imparato qui alla stazione, che la data di scadenza è una truffa bella e buona per vendere più cose, per insinuare nelle persone il germe della precarietà. Mi ci è voluto il ter17


remoto in testa per capirlo ma alla fine ci sono riuscito. Controllano le nostre menti con una data di scadenza. Figli di puttana. Lunanera fa i tarocchi ai turisti tedeschi, che sono i più scemi, più scemi perfino dei giapponesi che non capiscono un cazzo e fanno solo foto come degli autovelox umani. Il Bulgaro, che è il più giovane di noi, fa la scena di quello che gli mancano solo cinque euro per apparare il biglietto per Bari, dove c’è sua nonna che deve operarsi alla colecisti e lui ci deve andare per forza. Non immaginate quanto funzioni ‘sta cosa. È quello che si alza i meglio soldi, ma lui dice che li mette da parte perché deve tornare in Ucraina (perché il Bulgaro non è bulgaro, ma ucraino) dalla nonna malata… Chissà se poi è vero. Biagio il Notaio è il writer. Lui scrive poesie sui muri della stazione, sulle colonne dei binari dove la gente aspetta i treni. Una volta ne ha scritta una bellissima: “Ti aspetto, o treno, ti aspetto ma non passi, la gente mi guarda e tremo, o treno, appena vieni ti getto i sassi”. Cioè, un genio! Ah, poi ce n’era un’altra bellissima pure, mi pare facesse: “Signora con i capelli rossi, ma vattelo a pigliare nel culo, io puzzo e non mi vuoi vicino? Ma vattelo a pigliare nel culo, semmai tu, che puzzi di aghi di pino”. Monti e Molinari sono due ex calciatori, dicono, di una squadra di Serie B. Giocavano negli anni ’90, si sono ritirati insieme e sono finiti prima a fare gli assicuratori e poi sono finiti qui. Quasi ogni sera ci intrattengono con aneddoti sui più famosi calciatori dell’epoca. Molinari ci ha raccontato che una volta ha fatto gol a Pagliuca in amichevole, con un tiro da fuori. Io chiedo l’elemosina fuori ai bagni nuovi, quelli che per entrare ci vogliono i soldi. A volte cambio anche le monete alle signore che tengono i pezzi interi. È un buon lavoro, sicuro. Prima di me lo faceva Zampa, che poi è morto saltando in un incendio a Campo de’ Fiori. Una volta mi sono fatto anche la foto con Mexes, il calciatore della Roma, che doveva pisciare urgente. Solo che me la sono fatta con il suo cellulare, quindi non la tengo a portata di mano. Ma è vero. E pure che c’ho il terremoto in testa questa volta vi prego di credermi. Le palle non le dico.

* Una volta il terremoto, quello vero, non quello in testa, quello che scassa tutto e fa tremare i palazzi, l’abbiamo sentito. È stato di notte, alle 3.32, questa cosa me la ricordo bene. Stavamo tutti alla stazione, chi dormiva, chi parlava, chi invece urlava cose ai treni che partivano; i notturni verso Bari, Torino, l’Austria. Io me ne stavo a leggere un volantino di McDonald’s, di quelli con le offerte per i Big Mac e i Big Tasty, quando ho sentito un rombo, da lontano, mille moto che partivano insieme e puntavano la stazione. Incazzate come uno sciame di api a cui avevano inchiappettato la regina. Cosmo ha increspato le sopracciglia e ha annuito. Io non ho capito subito, poi Lunanera mi ha detto che era il terremoto vero, non quello in testa, che lei lo aveva già sentito una volta insieme alla Venier. La scossa sarà durata un minuto, qualcosa in più, qualcosa in meno. Ma in quel minuto tutti noi ci siamo guardati. Avevamo luci diverse negli occhi. Io mi sono ricordato delle pratiche dello studio, Lunanera delle sue tinture e dei colpi di sole, Cosmo ha persino fatto il gesto di cambiare una marcia. È stato strano, a pensarci ora. Era come non avere più il terremoto in testa, tutti quanti, non solo io. Era come tornare normali per un po’, come se il fatto che il terremoto fosse fuori ce l’avesse fatto andare via da dentro, dalla testa. Incredibile. Poi, finita la scossa, siamo tornati i soliti. E abbiamo riso di gioia. * Mio figlio non lo vedo da quasi otto anni, da quando mia moglie mi ha cacciato di casa. C’è una restrizione del tribunale che indica in cinquanta metri il limite massimo di avvicinamento ad entrambi. Io non voglio dire niente, per carità, se i giudici hanno deciso così un motivo ci sarà. Però io come faccio a parlarci da cinquanta metri? Devo urlare? Non si può. E non è giusto. Non è che se a uno gli viene il terremoto in testa non può più vedere suo figlio. O no? Quando voglio sapere come sta, vado da Lu18


UNA COSA PICCOLA CHE STA PER ESPLODERE nanera e mi faccio fare i tarocchi. Lei mi dice che sta bene, cresce, studia, gioca a pallone, si fidanza. Ora dovrebbe avere diciassette anni, l’ultima volta che l’ho visto è stato due anni fa, fuori alla sua scuola. Aveva una maglietta gialla. Di più, non mi ricordo. Secondo me è perché c’ho il terremoto in testa, e i ricordi se ne vanno via come treni senza più destinazioni. Si chiama Primo, l’abbiamo chiamato così perché ci sembrava originale. Ora che c’ho il terremoto in testa, sinceramente, mi pare una cacata di nome, ma tant’è. Se devo essere sincero, lui è la cosa più bella che il terremoto in testa mi ha fatto crollare. Ogni tanto, di notte, vado ad una cabina del telefono e chiamo quella che una volta era casa mia. Spero sempre risponda lui. Non capita quasi mai.

consigli utili per la causa: 1)Non mangiate le cose da terra. 2)Ricordatevi che dormire all’aria aperta fa venire i dolori alla schiena e alle chiappe. 3)Non c’è niente di meglio che una cacata nei giardinetti la domenica mattina. 4)Non mangiate le cose da terra. I punti fondamentali sono questi, il resto è pura fantasia.

My name is Borussia (con tutto il terremoto in testa so pure l’inglese!), ho cinquanta, sessanta, settanta, nonmeloricordonemmenopiù anni. Ho imparato che non sempre tutti i mali vengono per nuocere. Tranne la lesmaniosi. Quella sì, per forza di cose. E quando tu passi e mi guardi dall’alto al basso, a fingerti indaffarato col cellulare, ricor* dati sempre che… che… Nonostante il terremoto in testa sono feliSì, il terremoto in testa, a volte, ti fa dimentice, ho svariate erezioni giornaliere, e sì: posso care le cose. • dire di essere una persona per bene. Faccio gli auguri a mia mamma a Natale, Pasqua e Capodanno. Non ho mai rubato niente, dico grazie a tutti, e prego sempre Dio. Lo prego chiedendogli di far star bene mio figlio. L’unica cosa che ho da chiedere a una cosa così spaventosa come Dio è questa. Null’altro. Non m’importa dei soldi, degli oggetti, io senza Marco Marsullo (Napoli, 1985) è prepossedere niente sto bene, la verità. Che poi sente nelle antologie Napoli per le strade, ho tagliato pure i rapporti con quella latrina (Azimut), Presente indicativo (Ad est del mio commercialista, Zamboni, che tenevo dell’equatore), Toilet n. 17 (80144 ediziopure il sospetto che si teneva mia moglie. ni) e Trema la terra (NEO Edizioni), e Sono libero come il vento caldo che esce dalha pubblicato la raccolta di racconti Ho le grate sui marciapiedi, come una libellula in Magalli in testa ma non riesco a dirlo un deserto. Più libero della libertà. (Noubs, 2009). Frizzante e indomabile, ha Non escludo un clamoroso ritorno alla vita una predilezione tematica per il calcio e normale, certo, dipende dal terremoto in testa, certo trash televisivo. Si attende, a breve, il che secondo me non se ne andrà mai. Anche suo primo Einaudi Stile Libero. perché, onesto, io mi ci trovo bene a tenerlo. Anzi, mi auguro di avere il prima possibile qualche scossa di assestamento. Un giorno ci voglio scrivere un libro sulla mia storia, lo chiamerò “Il terremoto in testa”, e sarà un successo di vendite. La prefazione me la faccio fare da Biagio il Notaio, mi faccio mettere una bella poesia delle sue. Ah, una cosa. Se mai dovesse venirvi pure a voi il terremoto in testa vi lascio una lista di 19


LINCOLN’S CORNER NEWS editoriale di Giulio D’Antona

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cqua sopra e sotto. Umidità, che ce n’è tanto bisogno. Freschezza. La banalità dell’estate, che è sempre esattamente come ce la si aspetta. Calda, caldabagnata a Milano, calda-secca a Roma, caldasoffocante col vento al sud. Rallenta le cose e le semplifica. Ecco perché abbiamo scelto i racconti che trovate di seguito, avevamo bisogno di semplicità. Una semplicità complessa che passi attraverso l’acqua, per uscire dalla parte opposta freschi e rigenerati. La semplicità di Angelantonio, che d’estate parla d’estate come se non ci fosse altro di cui parlare. Gli anziani che fuori dal baretto si lamentano dell’afa, la cosa più attesa e al contempo più rassicurante che esista. La semplicità di Matteo, che mette le cose sul piatto così come sono, senza fronzoli, senza vezzi narrativi, senza girarci attorno. L’acqua che è acqua pure quando non sembra, e rinfresca pure quando è calda. La semplicità di Claudia, che non vede niente oltre l’evidenza, che non si gioca la facciata di naturalezza per analizzare una relazione buttata via. L’estate che inizia a giugno, e finisce a settembre. Sempre così, mai una sorpresa. La linea stilistica che collega i racconti è pulita, fine. Le illustrazioni che abbiamo scelto sono pulite e fini. Vanno al nocciolo, direttamente al centro del bersaglio e non si perdono in strani giri come sto facendo io per cercare di passarvi il concetto. Manfredi, Flavia e Francesco. Col tratto semplice che volevamo, l’immagine diretta di cui avevamo disperatamente bisogno. Insomma, è tutto qui. Beveteli, che vanno giù d’un fiato. •

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LINCOLN’S CORNER NEWS: RACCONTI INEDITI

CHI RACCOGLIE I COCCI

nne Dam aveva perlustrato i corridoi del dipartimento con furia, ogni bacheca la scusa per uno sbuffo, nel tentativo di individuare il proprio nome tra quelli nell’elenco degli esaminati finché non aveva bussato alla porta dello studio del docente e quando Richard aveva aperto gli aveva chiesto «E tu saresti?». Richard l’aveva guardata, questa ragazza dall’ossatura nordica e il seno costretto da un reggiseno di una taglia più piccolo, la pelle che perdeva scaglie di abbronzatura della stagione appena chiusa. L’aveva fissata dall’alto in basso, soffermandosi sul suo petto qualche secondo di troppo, tanto che Anne lo aveva raggelato serrando le braccia contro le costole con il risultato di metterlo in risalto ancora di più. A quel punto Richard le aveva risposto che lui sarebbe stato l’assistente del docente, che stava per appendere la restante parte dell’elenco proprio in quell’istante e che se lei si chiamava Anne Dam allora doveva sapere che aveva preso una A con l’asterisco, e quell’asterisco significava che sarebbe stata convocata quanto prima perché c’era un’antologia di poesie da mettere insieme e qualche studente doveva pure occuparsene. Anne aveva sorriso, correggendo il suo naturale balbettio con toni di scherno, prima di scarabocchiare il suo numero di telefono sull’agenda di Richard Lowe. E poi l’assistente del corso di Poesia Inglese del terzo anno le aveva telefonato con la scusa di parlare della raccolta– nessun’altra ragione, ovvio– e Anne si era presentata al colloquio successivo con i pantaloni a campana che le lasciavano scoperto il ventre arrotondato (niente reggiseno) soffiandogli il fumo in faccia e parlando con il tono volutamente basso per costringerlo ad avvicinarsi. «Scrivo poesie», gli aveva detto. «Dovrei finirci io dentro quella raccolta». Richard le aveva lette durante una pausa dai corsi, stremato dallo sforzo di decifrare quella calligrafia levigata con austerità che si disperdeva nelle pagine di un quadernino. Aveva telefonato di nuovo, di notte, aspettando che lei scendesse al piano di sotto; con la voce spessa dal sonno e le sinapsi rallentate Anne aveva chiesto «A quest’ora?» e lui aveva recitato i versi che aveva letto, rendendosi ridicolo probabilmente. Lei non aveva fatto com-

di Claudia Durastanti illustrazione di Manfredi Damasco

menti. Si era sentito in dovere di rilanciare: «Ne ho scelte due, le useremo per la raccolta». Anne non aveva risposto neanche allora. «Ho sonno, torno a dormire», e aveva riagganciato. Il giorno dopo era appoggiata alla parete accanto allo studio di Richard, con gli occhiali che le coprivano tre quarti del volto. «Quali hai scelto?», e poi aveva commentato che non erano le migliori. «Posso fare di più». Questa volta non era riuscita a correggere il suo balbettio, e la cenere della sigaretta scrollata le era finita sugli stivali procurandole un gemito di frustrazione. «Forse sì. Però useremo queste». L’aveva portata alle riunioni del dipartimento, le aveva presentato i direttori delle riviste, l’aveva vista sporgere il busto in avanti mentre abbassava la voce oltre le soglie del tollerabile accanto al tavolo dei liquori, l’aveva sentita esplodere in risate squillanti che imbarazzavano gli interlocutori. Il professore a cui Richard faceva da assistente aveva cercato di dirgli, con simpatia, che Anne Dam somigliava molto a una donna in procinto di spaccarsi e che raccogliere i cocci sarebbe stata un’occupazione più noiosa del previsto. Richard, col naso troppo lungo nascosto in un whisky e soda annacquato, aveva annuito. Aveva lasciato una ragazza in Carolina che era solita trionfare nelle competizioni sportive, debole di seno e forte di costituzione; gli aveva garantito che gli avrebbe dato tutti i figli che avesse voluto quando sarebbe rientrato dall’università. Anche se era ben lontano dal tornare, lei non aveva smesso di provare il vestito che avrebbe indossato durante la cerimonia nunziale. Ma durante una conversazione telefonica avvenuta di recente sua madre gli aveva detto che la ragazza in Carolina non avrebbe aspettato per sempre. 23


Quando incrociava lo sguardo di Anne durante le feste o le riunioni, intuiva con precisione sempre maggiore che non sarebbe mai riuscito ad addomesticarla. L’ipotesi lo allettava. Le era scivolato accanto durante un reading nell’appartamento di uno dei suoi allievi e lei si era scostata infastidita, non voleva farsi vedere insieme all’assistente in pubblico, la gente avrebbe equivocato. Richard intanto le si era avvicinato ancora di più alle spalle e le aveva infilato la mano dietro la maglietta raccogliendo piccole gocce di sudore con le dita– la stanza era piena di candele che risucchiavano l’aria– mentre con l’altra mano cercava di ubriacarsi. Mezz’ora dopo, le stava bisbigliando qualcosa di osceno nell’orecchio e Anne ridacchiava in modo stupido, inghiottendo saliva con una frequenza superiore al normale. «Non posso. Sul serio, non posso». Aveva sbattuto le palpebre per dissolvere la patina biancastra che le copriva la pupilla e aveva indicato un ragazzo allampanato vicino alla finestra, fissandolo come se significasse qualcosa. Richard lo conosceva, era un poeta minore, ma non per questo non le aveva tolto le mani da sotto la maglietta o aveva smesso di dirle certe cose. Così alla fine se ne erano andati via insieme e Anne si era lasciata baciare solo una volta fuori dal portone del palazzo, schiacciandogli la schiena contro il muro con le ossa da ragazza che potrebbe ingrassare, e ingrassare male, mentre al piano di sopra il poeta minore non si sarebbe mai spostato dalla finestra per continuare a spiare le cisterne arrampicate sui tetti. Richard aveva pensato alla ragazza in Carolina solo per qualche istante mentre Anne gli nascondeva le mani nel cappotto e se lo tirava dietro, prima di sbattergli la testa contro le pareti di mattoni dell’Ottava– la ragazza in Carolina non prendeva mai l’iniziativa, e gemeva solo come pensava convenisse a una signora. Anne, invece, glielo aveva preso in bocca all’incrocio con la Sesta, e lui era rimasto talmente spiazzato che non se l’era goduta fino in fondo perché continuava a riflettere sulle conseguenze di quel gesto sulla sua vita. Non c’erano state conseguenze: Anne non aveva nessuna intenzione di lasciare il poeta, anzi. Avevano iniziato a girare mano nella mano

nei corridoi dell’università, e quando avevano festeggiato l’uscita dell’antologia– non c’era niente da fare, Anne era l’unica rivelazione di quella tornata– se l’era trascinato dietro come se fosse il garante della sua credibilità come autrice. Il poeta minore non parlava e questo aiutava, il suo tormento pareva quasi onesto. Dal canto suo era convinto che Anne facesse troppo rumore ma poteva tollerarlo. Sarebbe diventata famosa, e lui voleva finire in qualche fotografia. Richard Lowe era solo un’assistente, e non aveva mai scritto niente di decente in vita sua; Anne non poteva perdonarglielo. Tra l’altro nel frattempo aveva iniziato a ubriacarsi più del solito, sfuggendo alle occhiate dei divertite dei colleghi; panni larghi e camicie ingiallite, la inseguiva durante i reading nelle chiese sconsacrate cercando sempre di toccarle le tette mentre le sistemava il cappotto. «Ti stai rendendo ridicolo» aveva sbottato lei un giorno mentre condividevano una sigaretta seduti su dei gradini in attesta di una giornalista che l’avrebbe intervistata per l’uscita della sua prima raccolta di poesie. Richard le aveva posato una mano sul ginocchio, massaggiandoglielo con intenzione.

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LINCOLN’S CORNER NEWS: RACCONTI INEDITI

«Ti sposerò» «Di cosa stai parlando?» «Ti sposerò, lo giuro» «Be’, buona fortuna». Anne lo aveva liquidato schiacciando il mozzicone sotto gli stivali prima di andare incontro alla giornalista che nello speciale del fine settimana l’avrebbe definita «Un’autentica deflagrazione: a soli 23 anni Anne Dam ha schiuso l’inferno delle cucine e delle camere da letto con una lingua che nessuna delle sue colleghe ha il coraggio di usare», in un articolo corredato da una foto che la ritraeva con gli occhiali calati sul naso e il sorriso di sbieco, l’incisivo destro più corto di quello sinistro. Quel riquadro si trova tutt’oggi nel portafoglio di Richard, protetto da un velo di scotch giallastro. E poi Anne aveva iniziato a viaggiare, ad andare a letto con amici del poeta minore, a piangere dopo le letture in pubblico, a evitare la gente che l’annoiava e a perseguitare quella che la evitava, e ogni volta che era in città telefonava a Richard e andavano a bere un caffè e lui le teneva le mani basse sul tavolo, costringendole i polsi quando iniziava a grattarsi le guance e i capelli lamentando pruriti che la facevano dannare di notte. Finché un giorno Anne non si decideva ad alzarsi dopo che avevano saldato già il conto e Richard le aveva ruotato la mascella in modo da guardarla in faccia, prima di toglierle le lenti da sole per capire quanti cocci c’erano da raccattare. Si erano sposati con una cerimonia civile il 17 settembre del 1981. Quel giorno Anne indossava un abito di pizzo cucito in casa dalla madre e aveva presentato Richard a tutta una serie di sconosciuti ridendo ad alta voce. Alla festa che era seguita si erano ubriacati entrambi, e non erano usciti di casa per una settimana. •

Claudia Durastanti è nata a Brooklyn nel 1984. Cresciuta in Italia, nel 2010 ha pubblicato Un giorno verrò a lanciare sassi alla tua finestra (Marsilio). Scrive di musica su Indieforbunnies e cura una rubrica sul Mucchio Selvaggio. Attualmente vive a Londra. 25


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CHIAMARE UNA COSA COL SUO NOME

rano passate da poco le sette quando squillò il telefono nella casa sul promontorio. Il cielo oltre le vetrate aperte del soggiorno era una sfumata di arancioni e rossi, e dalla spiaggia di sotto arrivavano solo le strida degli uccelli. Il ragazzo era ancora chiuso nella sua stanza. Ci aveva passato l’intera giornata, così come le precedenti. Di mattina dormiva fino a tardi, rimandando il più possibile il momento di aprire le imposte e lasciar entrare la luce. Per gran parte del pomeriggio restava a torso nudo sul letto, con la musica accesa e il vociare dei bagnanti che entrava dalle finestre. I bagliori dell’acqua, le folate improvvise di vento, ogni cosa gli arrivava filtrata da tende bianche come garze. Solo umidità e salsedine non trovavano ostacoli. La stanza ne era impregnata. Avvolta in sudari sventolanti, dava l’impressione di aver bisogno come poche altre d’aria e luce, ma di ostinarsi a non riceverne. Lo zio del ragazzo andò a rispondere. Pochi istanti dopo, la porta della stanza si aprì e il ragazzo comparve sulla soglia, pallido e avvolto da una patina di debolezza. «Guarda, sarò sincero - stava dicendo lo zio. - Se non era per portare lui ci rimettevo la caparra e ce ne stavamo anche noi a... Aspetta, è qui. Ora te lo passo.» Il ragazzo prese il ricevitore dalla sua mano e, dopo un’esitazione appena percettibile, lo accostò all’orecchio. La zia si affacciò dall’angolo cucina, dove stava preparando la cena. «Ciao, papà» disse il ragazzo.

di Matteo Ferrario illustrazione di Flavia D’Anna

caustica. «Solo io non servivo.» Nuovo fruscio all’altra estremità della linea, stavolta più intenso, come un improvviso soffio di vento. «Tra neanche un mese ricomincia la scuola, un po’ di vacanza la dovevi pur fare. E poi hanno aumentato di parecchio i dosaggi. Anche restando qui non si può fare granché. Nemmeno parlare.» «Parlare - borbottò il ragazzo, quasi tra sé. Aveva iniziato a farlo durante quei lunghi pomeriggi passati sul letto. Una specie di riflessione ad alta voce. - Non è un po’ tardi?» «Come hai detto? Scusa ma la linea è un po’ disturbata.» «Niente. Cosa intendevi, prima, con “sempre uguale”?» «Nessun miglioramento - rispose il padre, stizzito.» Il ragazzo rimase in silenzio. «Ascolta, campione. È la cosa giusta quella che hai fatto, ti sei comportato da uomo.» «Facendomi spedire qui?» La voce all’altro capo gli giunse con un leg«Dai, siamo tutti d’accordo che è stato megero ritardo, preceduta da qualche attimo in glio così. Un pensiero in meno.» cui si sentì solo il vuoto della linea. «Per chi?» «Allora, campione, cosa mi racconti?» «Ecco, anche adesso ti sento male - alzò la «Boh. E lì come sta andando?» voce il padre. - Ascolta. Lascia fare a me. Ti fidi Qualche altro secondo di silenzio telefonico, di me? » poi il frusciare di un sospiro dalle narici. Il ragazzo abbassò gli occhi sul telefono. «Sempre uguale.» «Ehi, però lo zio dice che non ti muovi spes«Stai tornando a casa?» so - insisté il padre. - Potresti anche uscire ogni «No, stasera rimango dentro in clinica. Così tanto.» almeno se... se ci fosse bisogno... » Lo sguardo del ragazzo si spinse oltre la veNel tono del ragazzo affiorò una sfumatura trata e la terrazza, verso la stessa spiaggia che 26


LINCOLN’S CORNER NEWS: RACCONTI INEDITI fino a poche ore prima ribolliva di caldo e risate. «Per andare dove?»

guardarlo come faceva sempre. Come se da lui non si aspettasse altro che gesti da eroe. Come se ci fosse un qualche segreto da carpirgli per essere anche lei così, un giorno. Anche se in fondo non ci teneva poi così tanto. Quello che le piaceva davvero era che ci pensasse lui. Per ogni pericolo che le veniva in mente, ogni brutto sogno o bambola rotta da aggiustare, c’era sempre il suo papà, lì apposta per lei, pronto a riportare tutto come prima. «Quante ore ci vorranno? - gli disse, aggrappandosi alla sua camicia.» L’uomo mascherò la stanchezza riaggiustandosi una manica con un gesto impeccabile, proprio come avrebbe fatto il capitano di una nave. «Se una certa signorina non comincia a distrarmi come al solito, domani mattina ci siamo.» «Siiiiì! - esultò la bambina, combattuta fra la felicità per quel momento e l’impazienza di arrivare in un posto sconosciuto.»

Con la vela ammainata e i motori accesi come imponeva il regolamento del porto, la barca uscì in mare. L’acqua sembrava uno strano liquore dorato sotto la luce del tramonto. L’uomo di mezza età al timone aveva un’espressione rilassata mentre si dedicava a compiere una dopo l’altra le manovre necessarie. Era stato lui a insistere per fare la traversata di notte. «Che problema c’è? - aveva detto alla moglie, una sera in cui la famiglia era riunita a tavola su quella stessa barca. - Voi due non dovete fare altro che scendere sottocoperta e dormire.» «Ma tu? Tu dovrai stare sempre sveglio. Te la senti?» «Se la sente eccome.» La bambina era circondata dai giocattoli, come ogni volta che la madre cercava di farla Lo zio raggiunse il ragazzo sulla soglia della mangiare. vetrata scorrevole. «Vero che te la senti, papà?» «Vai - gli disse. - Vai a farti una nuotata. È «Certo, tesoro.» estate, non puoi rimanere chiuso in casa tutto L’uomo aveva sorriso, prendendo una delle il tempo.» molle colorate che teneva vicine al piatto. «Ce la faccio tranquillamente. E lo sai perché?» «Perché il mio papà è capace di fare tutto!» «E-sat-to!» Senza far caso a un’occhiataccia della moglie, aveva lasciato rimbalzare la molla oltre il tavolo, tra le risatine della bimba. Da allora lei era così eccitata per la partenza che mangiava e dormiva ancora più a fatica. Ma adesso il viaggio era iniziato. Dopo una breve disputa con la madre, la bambina si infilò di malavoglia una minuscola felpa col cappuccio. Andarono insieme a prua. Per un po’ seguì con lo sguardo il dito della donna che le indicava le stelle. Poi iniziò a voltarsi verso la cabina, dove il padre era ritto al timone. Dopo averla sorpresa per tre volte, lì intenta a guardarlo come un capitano da fiaba pronto a ogni impresa, la madre sospirò e le chiese se volesse tornare dentro da lui. Pochi minuti dopo era seduta al suo fianco, a 27


Il ragazzo si voltò a guardarlo. «Tengo d’occhio io il telefono, promesso. Lo incoraggiò con un cenno del capo. «Non ti preoccupare. Se non mi vedi uscire sulla terrazza vuol dire che non ci sono novità importanti.» «Novità importanti - ripeté il ragazzo, con un filo di voce.» «Che cosa stai bisbigliando? - sorrise lo zio. - Non sei un po’ grande per parlare con l’amico immaginario?» Il ragazzo ignorò la battuta e lo guardò socchiudendo gli occhi come a volte facevano certi estranei, convinti che lui e la moglie fossero davvero i suoi zii e non solo amici di vecchia data dei genitori, di quelli che un bambino vede così spesso girare per casa nei primi anni di vita da iniziare a chiamarli così, eleggendoli a surrogato di una famiglia vera. «Lo sai - disse - tu e papà sembrate proprio fratelli. Una mano dello zio gli si posò sulla spalla. «Beh, è naturale che ci somigliamo. - Gli si arrossarono gli occhi. - Siamo cresciuti insieme. Abbiamo imparato così tanto l’uno dall’altro. Quasi tutto, direi.» «Tranne chiamare una cosa col suo nome sogghignò il ragazzo.» Si voltò verso la zia. Lei smise di trafficare nervosamente dietro ai fornelli e si sforzò di sorridergli. Appena fu abbastanza vicino, il ragazzo accennò a sporgersi sopra il mobile a penisola, come se volesse darle un bacio o confidarle qualcosa. All’ultimo parve ripensarci. Dopo aver abbozzato a propria volta un sorriso, uscì sulla terrazza e imboccò la lunga scala di pietra che portava giù alla spiaggia. Raggiunta la battigia, camminò nelle onde piatte di schiuma che si allungavano sulla sabbia. Entrò in acqua fino al mento, e subito alzò lo sguardo verso la casa arroccata sugli scogli. Sulla terrazza non c’era nessuno. Nell’interno illuminato, la zia aveva ripreso a cucinare e lo zio preparava la tavola. Non un minimo accenno di concitazione. Niente di diverso dalle altre sere. Da quella scena di normalità, lo sguardo

del ragazzo corse lungo il bordo frastagliato dell’insenatura, la sottile striscia di sabbia restituita al silenzio dopo le grida della giornata, rievocate solo dal vociare lontano di un ristorante. I fronti vetrati degli alberghi scintillavano lungo il bordo dell’insenatura, spettrali come stelle. Tutte ancorate ai moli dopo le escursioni del pomeriggio, le barche si stagliavano immobili contro il cielo rosato. Assunta la posizione del morto, si lasciò galleggiare anche lui e chiuse gli occhi. Lo costrinse a riaprirli un’onda sbucata come dal nulla, di cui finì per ingoiare un fiotto salato. Tossicchiando e sputando per il sapore che gli era rimasto in bocca, si rimise in piedi e alzò gli occhi verso la casa. In quello stesso istante si accorse dello zio al telefono. La zia lo guardava, mantenendosi a una certa distanza. Dopo aver riattaccato, lui crollò il capo. Ci fu un breve conciliabolo tra le due figure che si stagliavano scure nell’interno illuminato. Poi quella dello zio si avvicinò allo scorrevole aperto. Un fremito scosse il corpo del ragazzo, facendolo contrarre nell’acqua come se l’attendesse uno sforzo immenso. Aveva provato per giorni a immaginarsi quel momento, l’aveva preparato, per non esser colto alla sprovvista. Eppure adesso non ricordava niente. Cosa doveva fare? Non c’era un solo pensiero abbastanza forte da poter dettare un’azione, o almeno controllarla. La mente aveva perso. Era solo un corpo, ora, che si rifiutava di obbedire. Non aspettò nemmeno che la sagoma umana uscisse sulla terrazza. Si voltò di scatto un attimo prima, per ritrovarsi faccia a faccia col disco rosso del sole, affondato a metà dietro l’orizzonte. Lo zio gridò più volte il suo nome per richiamarlo indietro, ma fu inutile. Lui aveva già iniziato a nuotare. «Ma che diavolo...» L’uomo al timone lo vide all’ultimo. Poco più di una testa e un paio di braccia sopra il pelo dell’acqua. 28


LINCOLN’S CORNER NEWS: RACCONTI INEDITI Lasciata la cabina, si tuffò e gli cinse il torace con un braccio. Lo aiutò a salire a bordo, sotto gli occhi spaventati della donna e della bambina. «E allora, che cosa stavi cercando di fare?» Gli diede uno schiaffetto in faccia. «Papà! - lo rimproverò la bambina, e lo schiaffetto sfumò in qualcos’altro, una specie di rude carezza.» «Ma che cosa ti dice la testa, eh?» L’uomo guardò a lungo il ragazzo, come per sottolineare che gran spavento avesse appena fatto prendere a tutti quanti. Il ragazzo non rispose. Si avvolse nella coperta ricevuta dalle sue mani, si lasciò andare sul fondo della barca e chiuse gli occhi. «Grazie a Dio - sentì dire dalla donna.» «Non è stato Dio a salvarlo - protestò la bambina. - È stato il mio papà.» La donna mormorò un rimprovero. «Ma che ci faceva qui? - disse l’uomo. - Che ci faceva qui, a quest’ora, da solo in mare aperto? Dove voleva andare?» «Magari pensava di tornare indietro, ma poi non c’è riuscito» disse la donna. «Sì ma, per la miseria, perché quando ha visto la barca avvicinarsi non ha nemmeno agitato un braccio per chiedere aiuto?» «Mia madre è morta.» disse il ragazzo, riaprendo gli occhi per un istante. Poi li richiuse, e tutto quello che sentì oltre al rumore dello scafo che galleggiava fu il pianto sommesso della bambina. •

Matteo Ferrario è nato nel 1975 in provincia di Milano. Architetto e giornalista tecnico freelance, collabora con riviste di costruzioni e di edilizia sostenibile. Il suo racconto Habitat è stato pubblicato nell’antologia Via dei matti numero zero (Terre di Mezzo). Negli anni seguenti ha pubblicato vari racconti sulla rivista online FaM, nell’antologia Racconti diversi di Stampa Alternativa (2004). Nel 2009 è stato tra i vincitori di Subway con il racconto Buia. Nel 2011 ha pubblicato il racconto Come loro sulla rivista Fernandel. Sedia a sdraio è comparso sul blog Le parole necessarie di Davide Musso nel 2012. Chiamare una cosa col suo nome fa parte di una raccolta terminata di recente. Attualmente sta lavorando al suo primo romanzo. 29


I

COME OGNI ESTATE

colori, come ogni estate, erano il bianco e l’azzurro. Al largo di Capri sullo yacht Margherita II un ragazzo magro dai capelli ricci e neri si spalmava di crema con gesti delicati e lenti. Sua sorella, stesa su una sdraio accanto a lui, si tirò su il costume e voltò pagina della rivista che stava leggendo. Dalla cabina di comando uscì una ragazza dalle gambe lunghissime e nere di sole. Portava un grosso cappello di paglia con un nastro azzurro. La ragazza sulla sdraio ritirò le gambe per farle posto. La ragazza abbronzata si sedette e le accarezzò i piedi con le sue lunghe dita. Disse che aveva bisogno di rifarsi lo smalto. La ragazza continuò a leggere. L’altra chiese al ragazzo di prenderle un astuccio dalla borsa lì accanto. Il ragazzo disse sì e glielo passò. Lei lo prese e fece una smorfia quando si accorse che glielo aveva unto di crema. Cominciò a metterle lo smalto sui piedi. Disse vostro padre vuole pranzare da Luigi.

di Angelantonio Citro illustrazione di Francesco Bevilacqua

mano al ragazzo e alla ragazza abbronzata. “Ah com’è bello il mio ragazzo. Com’è bella la sua fidanzata. Che matrimonio che sarà. Che bella giornata”. Poi l’uomo tirò fuori un cellulare. Disse “Pronto. Che bel mare che c’è qua”.

Ordinarono. Il tavolo e le sedie erano di vimini. La tovaglia color sabbia. Anche i cuscini erano sabbia e le spalliere rivestite perché sulla schiena non rimanessero segni. Erano all’ombra. Il ristorante era un’unica sala aperta sulla scogliera. Da una parte c’era la roccia con la scalinatella che portava su all’isola, dall’altra gli ombrelloni bianchi e azzurri sulla spiaggetta gialla e il mare luccicante con i faraglioni grigi venati di verde. Presero gli antipasti. L’uomo mise una mano sul microfono del cellulare e disse al cameriere che dovevano assolutamente portargli spaghetti con scampi e calamari come li aveva mangiati l’anno prima e l’anno prima ancora ed erano i migliori spaghetti scampi e calamari che avesse mai mangiato. Li ordinò per tutti e ritornò al telefono. Il ragazzo ne mangiò metà piatto. Sua sorella non li toccò neanche. La ragazza abbronzata giusto due forchettate. L’uomo interruppe di nuovo la chiamata per dirle “Non sono i migliori spaghetti scampi e calamari che tu abbia mai mangiato?” Lei disse sì, ma sono proprio piena. L’uomo chiamò un cameriere dai capelli biondi e dal volto delicato. Ordinò un’altra porzione. Il cameriere chiese se poteva togliere i piatti. Sua sorella chiese un’insalata che poi si limitò appena a rimestare con la forchetta. Il cameriere prese nota. Il ragazzo si mise gli occhiali da sole e lo guardò attraversare tutta la sala e sparire in cucina. La ragazza abbronzata gli mise una mano tra i ricci. “Hai una pagliuzza” disse e gliela tolse. Poi

Due camerieri con camicia bianca e calzoni corti e neri legarono la cima del gommone. Il primo a scendere sulla banchina fu un uomo dalla faccia rossa e larga. Vestiva abiti di lino bianchi e leggeri che ondeggiavano a ogni suo movimento. Salutò i camerieri per nome. “Ah che bella giornata” disse “Ah che bel sole. Che bella giornata. Che mare che avete qua, che fortunati. Come vivete bene. Ah che bella giornata”. I camerieri abbassarono leggermente la testa. Dissero buongiorno e che erano tutti felici di rivederlo anche quest’anno. “Ma sono felice io. Ah che bel mare”. Si avvicinò a uno dei due. Gli infilò una banconota nel taschino e poi gli diede una pacca sulla spalla che lo fece barcollare. “Dateci un tavolo su questo bel mare”. L’altro cameriere aiutò il ragazzo a scendere. Il ragazzo aveva solo il costume, una camicia aperta e occhiali da sole tra i ricci. Poi tesero la mano a sua sorella e alla ragazza abbronzata. Indossavano tutti sandali sottili. Loro, sua sorella e la ragazza abbronzata, avevano parei svolazzanti sui costumi a due pezzi e grossi occhiali da sole. “Ah che bella giornata. Quest’anno dobbiamo festeggiare. Ah che bell’anno. Mio figlio si sposa”. I camerieri dissero auguri e strinsero la

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LINCOLN’S CORNER NEWS: RACCONTI INEDITI gli prese la mano intrecciandogli le dita.

La ragazza uscì dal mare e si sedette sul lettino. Strizzò i capelli e si stese a pancia in su. Suo fratello e la ragazza abbronzata erano stesi accanto lei. Tutti gli ombrelloni erano aperti. Sotto quello alla loro destra c’erano due ragazze lunghe, dinoccolate e rosse di sole che parlavano inglese. Ridevano spesso mostrando denti larghi e bianchi. Più in là c’era un signore obeso coi baffi seduto a fissare il mare con un cocktail in mano. Sotto l’ombrellone davanti c’erano due lettini vuoti coperti da asciugamani. Uno blu scuro, l’altro rosa fosforescente con un coniglio bianco dagli occhi graziosi. Attaccati all’ombrellone c’erano camicie, pantaloncini, una sacca sportiva e una grossa borsa di paglia. Dietro, una vecchia con un foulard in testa, occhiali verdi e una bocca piccolissima e grinzosa cercava di abbronzarsi il collo mentre un vecchio con la faccia già cotta dal sole leggeva il giornale all’ombra. La ragazza abbronzata disse che le piacevano molto quella borsa di paglia. Il ragazzo si girò di schiena e le voltò la testa. Lei allora andò a sedersi sul suo lettino e prese a spalmarlo di crema. Lui si irrigidì e disse che voleva abbronzarsi. “Ti bruci, caro. Hai la pelle così delicata”. “Sono le cinque”, disse. Si alzò. A riva suo padre stava coi piedi piantati nel bagnasciuga con le onde che andavano e venivano sulle caviglie. “È un brutto periodo. Che brutto periodo” parlava a telefono. “Non è tempo per inserirsi in una nuova attività. Se abbiamo perso? Noi non abbiamo perso. È un brutto periodo. Che brutto periodo. Noi non abbiamo perso. Che bel mare che c’è qui. Devo portarti a mangiare spaghetti scampi e calamari. No, non abbiamo perso. Ci sono modi per non perdere. Mio figlio si sposa. Che bella ragazza. Come sono belli”. Il ragazzo camminò in acqua finché non gli arrivò al costume. Si tuffò e nuotò a grandi bracciate prima verso il largo poi lungo la costa. C’erano lui, il mare e gli yacht poggiati sull’orizzonte come piccole torte nuziali. Quando fu stanco cercò un’insenatura, uno scoglio abbordabile per tirarsi su e riposare. Più era sotto la roccia, più il mare era mosso e sporco di schiuma e altri piccoli detriti. 31


Il ragazzo sapeva nuotare bene e riuscì a trovare un posto. Si issò. Il mare faceva un rumore strusciante e di piccoli tonfi. Riusciva a vedere la spiaggia e un’insenatura più grande nella roccia con dei bagnanti che si arrampicavano. Alcuni si lanciavano in acqua (si concentrò e credette di riuscire a sentirli ridere) altri erano seduti a piccoli gruppi. Quando si fu riposato rientrò in acqua. Nuotò per raggiungerli ma a un certo punto una corrente fece il mare più pesante. Si sentì spingere indietro e in giù. Arrivò stremato. Sentiva le gambe molli e respirò a fondo per smettere di battere i denti. Si tirò su una parte di scoglio più piatto verde di alghe e di umidità. Un gruppo di ragazzi con sandali di gomma entravano e uscivano dall’acqua o si chinavano per acchiappare granchi. Una ragazza scattava foto con una macchinetta compatta e quelli facevano smorfie e pose sempre diverse, mostravano i denti e si spingevano. Dietro di lei un’altra ragazza diede un bacio a un giovane che le sedeva accanto. Molto più in là era seduto, solo, un uomo bruno dal petto largo. Guardava fisso verso il ragazzo dai capelli ricci ma lui non distolse lo sguardo perché era troppo lontano per sapere se guardava lui o semplicemente il mare. Poi nel gruppo che cercava granchi successe qualcosa e un ragazzo scivolò in acqua. L’uomo bruno ora guardava in quella direzione. Fece per alzarsi ma subito tornò a sedersi. Tutti gli altri del gruppo si precipitarono, alcuni si tuffarono anche. Il ragazzo che era caduto però riemerse e lo aiutarono a risalire. Gli diedero delle pacche sulle spalle e lo canzonarono. Il ragazzo che era caduto stette al gioco poi si staccò dal gruppo e andò a piazzarsi a gambe larghe e con le mani sui fianchi di fronte all’uomo bruno. L’uomo aveva un costume blu scuro, quello del ragazzo era rosa fosforescente. Si dissero qualcosa. Il ragazzo dal costume rosa gesticolava frenetico indicando dove era

caduto mentre l’uomo restava impassibile. Poi l’uomo si alzò e gli diede uno schiaffo. Il ragazzo barcollò, si mise una mano sulla guancia e scappò a sedersi sullo scoglio più lontano. Per un po’ l’uomo bruno rimase fermo a guardarlo, poi si voltò e cominciò ad allontanarsi a passi lenti. Il ragazzo dal costume rosa si passò le mani sulla faccia. Guardò il mare di fronte a sé. Guardò in direzione del ragazzo coi capelli ricci o forse ancora semplicemente il mare. Poi si alzò, corse verso l’uomo e lo abbracciò da dietro. Per non cadere, l’uomo si aggrappò alle braccia del ragazzo che gli arrivavano poco sopra la vita. Le sciolse, si voltò e prese il ragazzo per il mento. Con l’altra mano gli scompigliò i capelli e gli accarezzò tutta la schiena. C’era il mare e c’erano loro. Poi camminando sparirono alla vista. Il ragazzo dai capelli ricci scese tra i ragazzi che acchiappavano granchi e si sedette a osservarli. La ragazza con la macchina compatta gli fece una foto. Gli sorrise. Disse che le piaceva molto venire al mare e che lui era davvero fotogenico. Gli passò la macchinetta. Nella foto il ragazzo dai capelli ricci era un po’ curvo con gli occhi stretti per ripararsi dal sole. Dallo scoglio al quale era appoggiato cascavano alghe secche e grigie come dita morte. Dietro non si vedeva il mare. •

Angelantonio Citro è nato a Salerno nel 1988. Laureato in Lettere, ha partecipato a diversi corsi e concorsi di scrittura che includono una breve puntata alla Holden e la selezione alla manifestazione Esor-dire a Cuneo. Di recente ha seguito il corso sul lavoro editoriale di minimum fax. Suoi racconti si trovano in internet pubblicati sulle riviste Colla (La versione dell’agnello) e GQ (Babarb). Vive a Roma precariamente. 32


SE FOSSIMO NATI MORTI a cura di Michele Crescenzo illustrazione di Chiara Criniti

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O

OLIVETTI LETTERA 32

livetti Lettera 32. Charles D’Ambrosio la usa quando lavora a una nuova storia. La stessa macchina da scrivere che riparano i protagonisti del suo racconto Drummond e figlio. Certo, utilizza anche il computer. Comincia da lì, segna qualche frase, appunta qualche idea. Ma quando inizia a scrivere per davvero, il computer non è lo strumento adatto. E’ troppo ordinato, impostato. Usare un foglio word è come scrivere giù nel vuoto, un vuoto smisurato. Quando si sbaglia basta premere un tasto per far ricomparire una riga bianca. Con la sua Olivetti Lettera 32 no. Con lei bisogna sfilare il foglio e cancellare a penna, scrivere appunti di lato, incurvare le parole per il poco spazio. Evidenziandole, ricalcandole, ignorando gli errori ortografici e tutta quella roba che il computer esegue per noi, che è sia fastidioso che scostante. Quando le annotazioni diventano troppe, prende un altro foglio e ricomincia da capo. Riscrivendo tutti i periodi, ripensando all’uso e al suono delle parole. Questo è il lungo e analitico lavoro di riscrittura che rende la sua prosa densa e precisa. Il Seattle Time l’ha definita fluida, addirittura insinuante. Una frase segue l’altra con un ritmo irrefrenabile che sembra imitare la logica alterata della follia, i piccoli passi e le svolte improvvise che portano la gente dai viali illuminati ai vicoli bui. Charles D’Ambrosio, cresciuto a Seattle ma che oggi vive a Portland, scrive solo racconti. Quasi tutti apparsi in testate prestigiose come il New Yorker, The Stranger, The Paris Review, All-Story. Forse è perché nel racconto sento tutto dentro di me in una sola volta. Come una fiamma. Un romanzo ha bisogno di un respiro più ampio, di una strutturata mappatura della storia, un’analisi precisa. Io non sono così. A me piacciono i particolari, rincorro un’idea in senso concettuale, come un’immagine che galleggia fuori là all’orizzonte, non so cosa significhi ma io la inseguo, non avendo idea di cosa effettivamente succederà. Questo con un romanzo è impossibile. I personaggi dei suoi racconti sono falegnami sul set di un film porno, uno sceneggiatore di successo finito in un ospedale psichiatrico, un ragazzo malinconico che cuoce due patate

Ovvero: Charles D’Ambrosio

al forno e le porta con sé in una notte di neve per condividerle, infine, con un perfetto sconosciuto. Tutti hanno una ferita, causata da amori finiti male, lutti prematuri, famiglie poco presenti. Ma vengono raccontati quasi sempre quando ormai è cicatrizzata. Quando il dolore è consuetudine. In questo modo D’Ambrosio porta agli occhi del lettore storie di personaggi che si muovono ai bordi di un fallimento o di una sofferenza con un inconsueto equilibrio. Come un tavolo con tre gambe che non cade mai. Nel 1995 è stata pubblicata negli Stati Uniti la sua prima raccolta, The Point. La punta. Titolo di un racconto che mostra l’America ferita del dopo-Vietnam attraverso gli occhi di un tredicenne che ha l’inusuale compito di riaccompagnare a casa amici della madre, troppo ubriachi dopo le feste. A differenza dell’editore americano, minimum fax ha deciso di intitolare questa raccolta Il suo vero nome, rendendo omaggio a un altro racconto, la storia di un viaggio tra due sconosciuti. Un amore inaspettato, intenso e tragico. Il New York Times ha citato il finale di questo racconto come uno dei più memorabili della narrativa recente.  Nel 2006 è stata pubblicata in Italia, sempre da minimum fax, la seconda raccolta, Il mu34


SE FOSSIMO NATI MORTI seo dei pesci morti. Perifrasi usata da un immigrato salvadoregno, personaggio del racconto omonimo, per indicare il frigorifero per venire incontro a un difetto di pronuncia. È questa l’America raccontata da Charles D’Ambrosio, marginale e malconcia che, per motivi diversi, chiama le cose con altri nomi, attribuendo loro valori inaspettati. Amore, lavoro e famiglia acquisiscono nuovi significati, definizioni costruite dal loro contesto. Proprio come l’ Olivetti Lettera 32 che per tanti rappresenta solo il residuo di un tempo passato, un oggetto lasciato a impolverarsi in qualche casa arredata in stile retrò, ma per l’autore è un prezioso e insostituibile strumento di lavoro. •

“Piegammo la testa all’indietro e aprimmo la bocca come uccellini che aspettano l’imbeccata. Il fumo dava all’aria fresca un leggero sapore di abbrustolito, un retrogusto di cenere. Un singolo fiocco cadde sulle ciglia di mia moglie, un cristallo a stella, gelido e intricato.” - Su al nord - Il museo dei pesci morti -

Raccolte pubblicate in Italia: Il suo vero nome (minimum fax, 2008); Il museo dei pesci morti (minimum fax, 2006); Le citazioni sono tratte da: Quarterly Conversation - The Charles D’Ambrosio interview (www.quarterlyconversation.com) e Bookslut - An iterview with Charles D’Ambrosio (www. bookslut.com)

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DOBBIAMO RINGRAZIARE (IN ORDINE SPARSO) Angelo Biasella, Sibilla Caprini, Laura Casciotti, Francesco Coscioni, Valentina Griner, Fernando Quartaro, Manuela Paonessa, Alessandro Grazioli, Tiziano Buffoli, Elisa Mangiola, Gaspare Baglio e i quattrocento, quasi cinquecento tra Milano, Roma, Torino, Bologna, Viterbo e Napoli, senza i quali magari avremmo fatto il numero ugualmente, ma di sicuro non sarebbe venuto così bello. NOTA SULLA LOCANDINA A p.20. Comics 4 Emilia è un programma di raccolta fondi per le vittime del terremoto in Emilia Romagna. L’iniziativa, senza fini di lucro, nasce dall’impegno volontaristico di 5 persone e dal supporto di tantissimi autori e artisti del mondo del fumetto. Ideato da Alessio Fortunato (disegnatore presso Bonelli Editore), il progetto è organizzato da Fortunato assieme a Carlo Bocchio, Valentina Griner, Stefania Bertucci e Elonora Susanna. Andate sul sito a scoprire come funziona, potreste accaparrarvi una tavola originale del vostro autore preferito. www.comics4emilia.org

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CON IL SUPPORTO E IL SOSTEGNO DI

via Carlo Forlanini, 76C Garbagnate Milanese (MI)

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CADILLAC SOCIETY Associazione Culturale via Giuseppe di Vittorio, 8 20021 - Bresso (MI) CF. 07620310157 DIVENTA SOCIO E ABBONATI A CADILLAC Leggi come fare all’indirizzo: www.rivistacadillac.com o scrivici: redazione@rivistacadillac.com



Cadillac 3 [luglio 2012]