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CON LE MONDE DIPLOMATIQUE + EURO 1,50 SPED. IN ABB. POST. - 45% ART.2 COMMA 20/ BL 662/96 - ROMA ISSN 0025-2158

ANNO XLII . N. 41 . SABATO 18 FEBBRAIO 2012

SONO CON VOI

Per la libertà John Landis Quando un giornale con una storia come quella del manifesto chiude, è un giorno molto triste. Una prospettiva diversa viene ridotta al silenzio, e non soltanto per l'ambito della politica e della cronaca, ma anche per la cultura e le scienze. La concentrazione dei media è un fenomeno globale e che si tratti di un Murdoch, di un Berlusconi o di un governo, non è una buona cosa. Mi auguro quindi che non dovremo assistere alla perdita di un'altra voce fuori dal coro, che ci propone articoli, saggi, immagini e idee che sfidano i luoghi comuni.

OGGI CON ALIAS A EURO 2,50

Un giornale da marciapiede

SONO CON VOI

Per il dissenso Luis Bacalov Da quando nel 1956 l'Urss invase l'Ungheria molti comunisti e compagni di strada (tra cui il sottoscritto) cominciarono un percorso di dissenso politico critico e autocritico nei confronti di quella decisione, vista e sentita come un violento atto imperialista. Alcuni anni dopo, la nascita del manifesto, con la netta condanna dell'invasione della Cecoslovacchia aprì finalmente nella sinistra un luogo dove l'indipendenza dai partiti ha permesso una linea editoriale libera e critica che contribuì in maniera notevole a ripensare le scelte ideologiche e le azioni della galassia progressista in Italia e nel mondo. Appoggiare oggi il manifesto è un atto dovuto se non si vuole far tacere la sua voce, con una grave perdita per la democrazia in Italia.

FOTO LUCA CELADA

La foto dei lettori scavalca l’Oceano e lo scatto «radical» conquista anche Beverly Hills. Dustin Hoffman, i «Seventies» e il manifesto, una sceneggiatura di Luca Celada in un click e tre battute. Noi ci siamo ma non basta. Il governo tace. E i giornali chiudono PAGINE 2, 3

UN ANNO DOPO

Ieri Libia oggi Siria Difficile capire Maurizio Matteuzzi

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eri era l’anniversario della rivolta di Bengasi che il 17 febbraio del 2011 fu l’avvio della liberazione della Libia dal regime di Gheddafi. Festa. L’altroieri Amnesty ha diffuso il suo rapporto sulla «nuova Libia». Orrore. Poi c’è la Siria, dove Assad appare decotto come lo era Gheddafi e, in un modo o nell’altro, dovrà finalmente andarsene. Intanto morte e violenze giorno dopo giorno, da mesi, infuriano. In un racconto - narrazione, come si suole dire adesso - troppo semplice e unilaterale, troppo unanime e sicuro. CONTINUA |PAGINA 9

GERMANIA

Si dimette il presidente Christian Wulff Guido Ambrosino BERLINO

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i è dimesso il presidente della repubblica Christian Wulff, dopo che la procura di Hannover aveva chiesto al parlamento di sospendere l’immunità che protegge la massima autorità dello stato per poter avviare un’indagine per corruzione. È un terremoto per la coalizione di centro-destra che aveva sponsorizzato l’elezione del democristiano Wulff il 30 giugno del 2010. Dopo nemmeno 20 mesi, già bisogna trovare un successore. CONTINUA |PAGINA 4

DIMISSIONI A BERLINO

La seconda repubblica tedesca Marco d’Eramo

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revedibile, ma non per questo meno fuori luogo, il ghignetto che ha accompagnato nei vari siti italiani la notizia delle dimissioni del presidente tedesco, Christian Wulff. Prevedibile – e un po’ patetico – dopo gli anni di calvario per le figuracce berlusconiane («guarda da che pulpito…»). Fuori luogo perché si ferma alla superficie delle scorrettezze commesse da Wulff quando era ministro-presidente della Bassa Sassonia (vacanze presso conoscenti, mutui agevolati, curiose sponsorizzazioni). CONTINUA |PAGINA 4

UN ESAME DI NOI STESSI Rossana Rossanda

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ella libertà di stampa al governo Monti non potrebbe importar di meno. Da buon liberista è convinto che un giornale è una merce come un'altra; se vende abbastanza ai lettori e agli inserzionisti di pubblicità, viva, se no muoia. Lo strangolamento è stato bene illustrato l'altro ieri da Valentino Parlato. Ed era visibile dai nostri bilanci. La nostra asfissia è della stessa natura di quella che si tenta di applicare ai beni comuni non meno urgenti. A noi sembra importante anche la presenza di una voce fuori dal coro come la nostra, perché in un paese che ha mandato tre volte Silvio Berlusconi al governo, qualcosa non funziona. Né funziona che tanti amici si rallegrino che al posto d’un faccendiere impresentabile sia venuto un onesto e distinto liberista. Onesto personalmente, s’intende. L'onestà sociale non si sa più bene che cosa sia, e non importa più alla stampa salvo che a noi. Che siamo non solo un pezzo della sinistra, ma addirittura comunisti. Anzi, più che comunisti, nel senso che il comunismo dei “socialismi reali” non ci andava né su né giù. Per questo fummo esclusi dal Pci, ma per non essersi posti le nostre domande sui socialismi reali i partiti comunisti non esistono praticamente più. Che al governo una voce come la nostra non interessi è comprensibile: del manifesto è rimasta l’immagine di un quotidiano di sinistra, anzi di estrema sinistra. Ora è facile giurare sulla libertà di stampa finché questa non è dalla parte di chi ti attacca. E in Italia chi attacca il governo? E noi dove siamo? Come Parlato ricorda, il manifesto vende sempre meno da otto anni a questa parte. Il calo si è accelerato negli ultimi due. La media in cui ci eravamo tenuti nei nostri primi trenta anni è stata, poco più su poco più giù, di trentamila copie, non molto alta, eravamo un giornale di nicchia. Ma solida e rispettata nicchia. Ora si è circa la metà. Dovremmo chiederci perché. Era nostra abitudine fare un punto almeno un paio di volte all’anno. Ma negli ultimi tempi la direzione non ha più convocato un'assemblea che faccia il punto sullo stato del mondo e dell'Italia e sul nostro orientamento in esso. Né la redazione, che può esigerlo, sembra averne sentito il bisogno. Neanche un attimo prima di arrivare a quella forma di liquidazione, non proprio un fallimento ma quasi, cui siamo costretti. CONTINUA |PAGINA 2


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il manifesto

SABATO 18 FEBBRAIO 2012

NOI CI SIAMO E VOI?

Sostienici • mille per mille

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Mille per mille fa un milione. Di euro. La sottoscrizione lanciata venerdì 10 febbraio si affianca alla richiesta di comprare il giornale in edicola e comincia a dare i suoi frutti. I dati per la sottoscrizione sono: bonifico bancario c/o Banca Sella, Iban IT18U032680320005287968766 0; c/c postale 708016. Entrambi intestati a «il manifesto coop. ed. a.r.l.», via A. Bargoni, 8, 00153, Roma. Questi sono i lettori che hanno finora risposto al nostro appello. Stefano Benni Altan Rosario Amodeo Guido Rossi Nicola Cipolla Gad Lerner

Franca Caffa Raffaele Florio Giancarlo Croce Marco Luzzatto Gianni Ferrara Serena Romagnoli Nerio Nesi Maria Carla Barone Giancarlo Aresta Alba Sasso Lino Trentini Pasqualina Napoletano Andrea Amato Franco Virga Daniela Ambrosino Massimo Angrisano Aldo Tortorella Mauro Paissan Elena Comparini

Luigi Chezzi Catherine Leclerq Andrea Camilleri Emilio Orlando Filippo Pogliani Felice Roberto Pizzuti Caterina Graziadei Marco Spezia Paolo Poli Loriano Bonora Giuseppe Cottone Andrea Protopisani Franco Cavalli Giorgio Ruffolo Nino Lisi Associazione Ivan Bonfanti Michele Santoro Giovanni Palombarini Marino Cofier

Ivano Di Cerbo Luigi Cavallaro Maurizio Mori Severino Cesari Paolo Berdini Pier Luigi Parcu Maria Concetta Gubernale Stefania Laurenti Elisabetta Donini Daniela Graziano Roberto Giachetti Marco Doria Mauro Bulgarelli Vincenzo Vita Sergio Job Alberto Fabbri Filippo Maone Valerio Comuzzi Vincenzo M. Siniscalchi

Francesco Vigorito Roberta De Martino Patrizia Colosio Piera Zani Sandro De Toni Pierluigi Panici Carlo Guglielmi Tommaso Frattini Maura Filippini Claudio Longo Vittorio Ercolano Pier Luigi Orsi Paolo Ciofi Giorgio Forti Luciano Canfora Livio Nicolini Piero Gilardi Carla Corti Giancarlo Valtalina

LA STORIA NON È FINITA

Se non possiamo più dirci comunisti allora che cosa siamo? DALLA PRIMA Rossana Rossanda Non è stata una buona scelta. Non è infatti per nulla ovvio che cosa sia oggi un giornale di sinistra, tanto meno uno che, sempre secondo Parlato, dovrebbe ancora definirsi comunista. Nel senso che dicevamo sopra, un comunismo che poco ha a che vedere con i “socialismi reali”, ma che realizzi un cambiamento del vivere e del produrre e che facendolo realizzi un più di libertà politica. Lo abbiamo detto in questi anni ancora? Si poteva dirlo? Si poteva crederlo? Questa è la domanda cui abbiamo smesso di rispondere cessando fra noi persino di farcela. Io tendo a credere che da questa reticenza venga il dimezzamento dei nostri lettori. Ma è una domanda cui non è semplice rispondere. Non è facile essere comunisti oggi, a più di trenta anni dal 1989. E appunto sarebbe nostro compito chiarire che cosa intenderemmo nel dirci comunisti ancora, o perché non si possa dirlo più. Io credo che, almeno nei tempi brevi, non si possa dirlo più. E non perché il sistema mondializzato sia diventato più umano, condiviso e condivisibile, meno feroce, più pacifico perché libero e un po' meno inegualitario, cosa che non vuol dire conformizzato. Non abbiamo mancato di scrivere che dal 1971 non sono soltanto passati molti anni, ma sono cambiate molte cose. Quasi tutte. Ma non ne abbiamo tratto ed esplicitato le conseguenze. In questo la crisi della sinistra non è diversa dalla nostra, almeno – sinistra essendo ormai parola assai vaga - di quella parte della sinistra che si proponeva un cambiamento del modo di produzione. Si può essere anticapitalisti oggi? Il manifesto è nato quando una parte del mondo, sotto l’egemonia degli Stati Uniti, era capitalista e imperialista, e una parte che aveva già abolito la proprietà privata del capitale si diceva socialista ed era sotto l'egemonia dell’Urss. Il mondo si ridefiniva fra due campi e mezzo: perché restava una parte sospesa in un “postcolonialismo”, vago come tutti i post, che chiamavamo paesi terzi. Oggi non è più così; gli Stati Uniti non sono più la indiscussa prima potenza capitalista, e non è sicuro che il loro fine si possa definire, come prima, imperialista. L’Unione Sovietica non esiste più. La Cina ha un governo che si dice comunista ma un sistema produttivo capitalista spinto. Cuba non sembra più affatto socialista. Il terzo mondo ha percorso, tra stati e sotto l'infuenza di potenze diverse, un itinerario mai visto prima. Allo stesso tempo l’Europa ha formato una grande area a moneta

unica e a direzione liberista che da anni è traversata da una crisi, economica e politica, più acerba di quella degli Stati Uniti da cui aveva preso radice. Insoma, è cambiato tutto. È cambiato il capitalismo? Possiamo dire di sì, nel senso che ha articolato le sue forme e non ha più uno stato che ne sia indiscutibilmente la leadership. Dobbiamo dire di no, nel senso che ha mondializzato, appunto articolandolo, il suo modo di produzione. Possiamo, davanti a questo mutamento di scena, conservare gli strumenti di analisi e di proposta che avevamo nel 1971? Non credo. Andrebbero almeno verificati. Anche l’Italia è cambiata. Nel senso che forse nel paese dove il movimento del '68 è stato più lungo e più esteso a vari strati sociali, non solo operai e studenti, ha anche – ha ragione Mario Tronti – più destrutturato le forme

classiche del socialismo e della democrazia di quante forme nuove abbia prodotto. Ha investito nuove figure sociali e anche qualcosa di assai più che una forma sociale, le donne e i femminismi. Questa molteplicità di oggetti ha avuto in comune il rigetto delle forme di potere cui era, visibilmente o invisibilmente, sottomessa, nello stesso tempo dividendosi acerbamente. Risultato, all’ampiezza del rigetto ha risposto una reazione opposta, un individualismo piatto, un rifiuto di ogni cambiamento di società, di ogni collettività che non sia locale o comunitaria. La incomunicabilità delle differenze ha prodotto una crisi della politica, il cui esito è stato il berlusconismo e il crescere del populismo. Ma di questo neanche noi abbiamo dato una mappa e una topografia approfondita e comune. Abbiamo denunciato i limiti del keynesismo post-

283.033 IERI QUARANTAQUATTROMILA EURO La sottoscrizione partita il 10 febbraio si avvicina alla soglia dei 300mila euro.

bellico con l'intento di andare oltre, ma di fatto abbiamo lasciato spazio a spinte liberiste. Meno stato più mercato, è uno slogan che piaceva anche a sinistra. Per un paio di decenni abbiamo messo da parte il rapporto di lavoro, analizzando le nuove soggettività e le molte contraddizioni che ne erano fuori, finendo col dichiarare lo sbiadimento se non addirittura l’irrilevanza della contraddizione fra lavoro e capitale. Fino allo scoppio della crisi e dell'offensiva padronale alla Fiat abbiamo dato poca attenzione alla struttura sociale, come se fosse un problema puramente sindacale. Non siamo stati convinti, e quindi non siamo stati capaci di convincere, che - come ci ricorda il segretario della Fiom - il modo di produzione non investe soltanto la fabbrica ma tutta la società. Il lavoro? Roba del secolo scorso. L’operaio? Non c’è più. Il sindacato? Vecchiume. Del resto non gorgheggiavano ogni giorno i padroni che il lavoro costituiva orami una parte minima del processo di produzione? Oggi i padroni dicono tutto il contrario, strillano che per essere competitivi nella mondializzazione bisogna ridurre i salari italiani a quelli dell’Indonesia o della Cina, un terzo, un quarto del livello che i lavoratori erano riusciti a spuntare da noi. Così siamo arrivati, come il resto del mondo occidentale, a una stretta in cui i redditi si sono divaricati al massimo, il dieci per cento della popolazione guadagna quanto il novanta per cento, e di questo dieci, l’un per centro guadagna più di tutti gli altri. Nella stretta si dibattono anche le nuove soggettività. In questo ribollire di bisogni e nella loro incapacità di trovare un dialogo, il manifesto non è riuscito a suscitare più interesse ma meno. Eppure non c’è giorno che esso non proponga un pezzo interessante e che sarebbe impossibile trovare altrove, un'interpretazione di una notizia che l’altra stampa offusca. Forse che quel che scriviamo non si capisce, non è detto bene? Non è chiaro? Non è rapido e divertente? Qualcosa non ha funzionato neanche da noi. Siamo stanchi, perché – per favore non lo si dimentichi – coloro che ogni giorno hanno confezionato questo foglio e lo hanno spedito in giro non ne possono più di un successo che lentamente viene meno e perdipiù di essere pagati meno che in qualsiasi altro giornale, e a singhiozzo, a volte aspettando il salario per mesi. Affidarsi per anni agli introiti del marito, della moglie, dei genitori, a un altro lavoretto è facile da dire, non facile da vivere. Io insisto perché nel chiedere solidarietà facciamo anche un esame di noi stessi. O pensiamo che la storia sia finita e che “io speriamo che me la cavo” sia divenato il solo slogan veramente popolare?

DUSTIN HOFFMAN E IL MANIFESTO

Lo scatto «radical» di Beverly Hills dios e danno vita allo straordinario fermento sovversivo del cinema anni ’70. our Seasons di Beverly I quattro rivendicano il coHills, l’albergo di Holraggio di quell’anticonformilywood dove avvengono smo, della visione alternativa gli incontri con la stampa e le politica e artistica che oggi vipresentazioni dei film. Al seve appunto in molte serie condo piano è in corso la conficton. ferenza stampa di Luck per la Milch dopotutto è uno che Hollywood Foreign Press (vedi ai tempi dell’università a Yale, articolo su Alias). La nuova sevenne espulso per aver fatto rie della Hbo è l’ultima perla fuoco su dei lampioni per prodi David Milch, uno degli autotesta contro la guerra in Vietri più geniali della «new televinam. Prende la parola Nolte sion» che sulle emittenti cable che con Robert Redford ha apamericane vive un momento pena finito di girare un film felice al punto di sui Weather Unvenire considera«EraStoria di un click derground: ta un’«età delvamo tutti radil’oro» della fic- che ha fatto il giro cal. Gli arruolatotion TV. ri ci dicevano del mondo. La serie è un ‘venite a farvi la «Dammi noir postmodervisita e vi diamo no ambientato un bel fucile’. Ma quel giornale». nel sottobosco a noi non ce ne «Guardi però che fregava nulla di delle scommesse sui cavalli, andare ad amè di sinistra...» una collaboramazzare la gente «Embè? Io non zione di Milch in capo al mondo con Michael per loro». sono mica Mann, fra i più «Il successo per Charlton Heston» noi era l’ultimo visionari registi di Hollywood e pensiero», aggiunun cast corale in cui spiccano ge Hoffman, che mentre freNick Nolte e Dustin Hoffman quentava l’Actors Studio divinei panni del protagonista, il deva un appartamentino con gangster Ace Bernstein. Gene Hackman «anzi farcela La sala stampa è gremita di sarebbe stato diventare vendugiornalisti che interpellano i ti». Insomma c’è aria di «disobquattro autori/interpreti. bedienza» d’altri tempi. Quattro leoni sulla sessantaAl termine della conferenza settantina, reduci di un altra è il momento delle foto. Chieetà dell’oro, la Hollywood dei diamo a Mr. Hoffman se gli diRaging Bull e degli Easy Rider spiace dare un’occhiata al no– per citare Peter Biskind - i stro giornale, «Sure». «Guardi mitici Seventies quando sulche però è un quotidiano di sil’onda della contestazione sonistra..», ci sentiamo in dovere ciale, una generazione di autodi aggiungere…. E lui, Il Laureri anticonformisti, gli Scorseato, Ratso Rizzo, il Piccolo se i Coppola, i Nicholson, Grande Uomo, ci squadra un prendono brevemente il soattimo e poi dice: «Embè?! Io pravvento all’interno del monon sono mica Charlton Hedulo «industriale» degli stuston. Dammi qua». Click. Luca Celada LOS ANGELES

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il manifesto

SABATO 18 FEBBRAIO 2012

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NOI CI SIAMO E VOI?

Mercato puro • I notav fanno da sé e per tre

oltre vent'anni «dalla parte del torto» e anche questo orgoglio ci accomuna a un giornale che non deve morire. Sarà dura per entrambi, ma ce la faremo. Ezio Bertok, per conto dei comitati notav

Dal movimento notav una risposta all'appello 1000 x 1000: ti regaliamo quasi tre di queste «buone azioni». Come comitati notav della Val di Susa, Val Sangone e Torino diciamo da tempo che non ci sono governi amici, ma questa volta vogliamo anche ricordare che tra i quotidiani non abbiamo soltanto nemici. Guardiamo al popolo greco gridando «la Grecia siamo noi»: il Tav contribuisce in modo pesante alla formazione e alla crescita del debito pubblico e noi cerchiamo di impedirlo con la nostra lotta. Aiutare il manifesto a pagare i debiti contratti anche per dar voce alle nostre ragioni è una delle tante nostre scommesse. Tra pochi giorni (sabato 25) in Val di Susa ci sarà una nuova grande manifestazione, promossa unitariamente dal movimento e dalle amministrazioni locali: decine di migliaia di persone saranno nuovamente in piazza per ribadire le ragioni No Tav e per denunciare la criminalizzazione di una protesta civile che governi e procure combattono con la militarizzazione di una valle, con arresti indiscriminati e con la creazione di un clima pesante di tensione. Non occorre essere valsusini per essere notav, basta essere onesti ed informati. Come movimento no tav siamo orgogliosi di essere da

Caro manifesto, sono un tuo fedelissimo lettore da molti anni, e ho anche aderito a tutte le iniziative di questi ultimi anni per farvi (farci!) sopravvivere. Il momento tragico che state (stiamo!) vivendo mi ha spinto a comprare il quotidiano in due copie giornaliere: una la lascio nel bar interno del teatro dove lavoro come violinista in orchestra, e all'ultima assemblea sindacale ho lanciato l'idea di una sottoscrizione per sostenervi attraverso la campagna 1000x1000. Spero a breve di potervi inviare la nostra parte a nome dello spontaneo comitato "laScala x ilManifesto", e proverò anche a organizzare un concerto carnevalesco per raccogliere altri fondi. Speriamo di farcela! In bocca al lupo a tutti voi (noi!) Francesco Lattuada Rsa Slc-Cgil Orchestra Teatro alla Scala Milano Cari e indispensabili compagni, ci siamo anche noi a sostenervi (sostenendo così anche noi stessi). Luciano e Simonetta Tunesi Cari compagni del manifesto, nell’Europa della finanza strangola-stati e dei miliardi di euro versati a fondo perduto alle banche, l’abbonamento sottoscritto e il bonifico di 500 euro versato a favore del vostro giornale rappresentano un investimento sicuro e necessario. Un forte abbraccio, Andrea Cozzolino eurodeputato, vice capodelegazione del Pd al Parlamento Europeo

In un mondo dove è sempre più faticoso riconoscersi, dove si discute sui "modi giusti o accettabili" della precarietà degli altri, ci auguriamo che anche attraverso il nostro sotegno economico (abbonati & mille per mille) e morale (a tempo indeterminato) possiate superare questo duro momento di crisi. Lunga vita a il manifesto! Sindacato autonomo unita' sindacale Banca Nazionale del Lavoro Falcri

La rivista "Il Tetto" di Napoli, che esce dal 1963, vi è vicina in questa battaglia, avendo seguito il manifesto sin dagli inizi con la sottoscrizione dell'abbonamento iniziale e con l'adesione a tante vostre iniziative, così come voi avete sostenuto le nostre vicende, come dimostrano, tra le tante, la partecipazione di Valentino Parlato e di Angelo Mastrandrea a nostre iniziative. Credendo nella libertà d'informazione, importante specialmente in questi tempi difficili, daremo il nostro contributo di solidarietà, convinti che oggi più che mai bisogna "non mollare" e che la vostra significativa voce non deve tacere. Pasquale Colella e l'intera redazione

Sono un lettore della prima ora, a partire dalla rivista nel 1969, subito dopo la radiazione dal Pci nel XII Congresso, e un sostenitore dall'inizio dell'avventura del quotidiano (4 pagine 50 lire), nonché socio della manifesto spa. Un'impresa editoriale e politica di dimensione non solo italiana, nel solco della migliore tradizione culturale della sinistra italiana del ’900. Una storia fatta di ricordi preziosi, indimenticabili, tuttora vivi e in grado di sprigionare idee e progetti per il futuro, anche in questa stagione di depressione duratura. Il manifesto è una vera cooperativa editoriale, un collettivo che scrive un giornale vero, difenderlo e salvarlo oggi vuol dire lottare in prima perso-

Ci siamo ma non basta: il traguardo delle 30mila copie vere in edicola è vicino ma non è ancora stato raggiunto

il manifesto è come il pane Carissimi tutti , la vostra presenza arriva ogni giorno nella mia casa insieme al pane, concreta e indispensabile come lui. Ieri ho partecipato al millexmille e, come sempre, ho comprato il giornale. Non mi sono mai abbonata proprio per questo «sempre», fin dal primo numero, 41 anni fa, per non privarmi del gesto nutritivo di comprare - Manifesto e Pane- a pari merito e sostanza. Sono certa che non ci toglieranno questa Presidio che ci permette di riposizionarci nella nostra identità ogni giorno, con fatica e tanta gioia! vostra Wilma Cipriani

il manifesto per la Palestina Cari compagni, la nostra associazione si occupa da più di venti anni di solidarietà verso il popolo e l’infanzia palestinese, prima a livello nazionale e poi a a Milano. Attualmente, e da più di dieci anni, lavoriamo con un’associazione palestinese di Gaza seguendo un centinaio di affidi a distan-

EDITORIA · Fini rompe il silenzio del parlamento sui contributi

Niente nuove, pessime nuove Il governo tace, i giornali chiudono Matteo Bartocci

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l manifesto è ormai in una «no man’s land». Nella terra di nessuno tra la gestione storica della cooperativa e l’arrivo dei commissari «liquidatori». Grazie a voi in questi giorni abbiamo testardamente bucato molti muri di gomma. Ma il salvataggio e il rilancio di una testata con quarant’anni di storia alle spalle dipendono, purtroppo, da due fattori al di là del nostro controllo. Il primo, il più grave, è il necessario intervento del governo Monti. Senza correzioni rilevanti e immediate al fondo editoria non chiuderemo il bilancio del 2011 (i tagli, lo ricordiamo, sono retroattivi). E dunque le pagine che avete letto in questi giorni sarà come se non fossero mai esistito. Il battere di un tempo che non è mai stato. E’ una situazione critica che non riguarda solo il manifesto. Ieri anche il Secolo d’Italia (storico giornale del Msi prima, di An poi e oggi «nel» Pdl) ha annunciato le sue difficoltà. Da parte del parlamento, a parte pochi sporadici casi (che ovviamente ringraziamo), quasi nessuna voce si è levata contro il suicidio assistito, freddamente certificato, di decine di giornali. Muto Bersani. Silente D’Alema. Distante Casini. Altrove Di Pietro. Fa perciò ancora più rumore la dichiarazione di Gianfranco Fini, presidente della

na per rivendicare il diritto all'informazione, come giustamente sostiene l'Associazione Da Sud. La qualità del giornale è, oggi, molto alta, essendo stato capace, in solitudine, di affrontare tematiche e contraddizioni di sistema ormai sepolte e nascoste dal pensiero unico. La consapevolezza critica delle contraddizioni reali del capitalismo,nella sua storia, il manifesto non l'ha mai smarrita, e la nota pubblicata nel dicembre 1970 sulla rivista, intitolata "Un quotidiano per la sinistra di classe" mantiene un'attualità straordinaria, che sarebbe importante rivisitare. Occorrono una forza e un coraggio per questa ulteriore battaglia, che il manifesto nel corso dei 40 anni che ci separano dal 28 aprile 1971 ha saputo, come collettivo di giornalisti e di lettori, dimostrare. I circoli del manifesto hanno cominciato ad assumere la dimensione locale e la vicinanza problematica e critica con il territorio, come base concreta per uscire dall'isolamento localistico, e rilanciare idee e mobilitazioni praticabili dal basso, anche attraverso la costituzione di osservatorii e lo strumento dell'inchiesta. Lo abbiamo sperimentato con la mobilitazione sui temi referendari dello scorso anno. Il Circolo del manifesto Versilia, di cui faccio parte, ha in programma il lancio di iniziative e di proposte di sostegno attivo e partecipato alla vicenda del quotidiano, e sarà presente all'assemblea nazionale dei circoli che si terrà a Bologna sabato 25 febbraio. Al 1000x1000, possiamo aggiungere la proposta di qualche migliaio di lettori che sottoscrivono l'importo di un abbonamento annuo ordinario di 260 euro. e sui territori organizzare, una tantum, forme di diffusione militante. Nel frattempo, ad un abbona-

camera, in difesa del sostegno pubblico ai giornali. Parole prudenti, quelle dell’ex leader di An, ma difficilmente non condivisibili: «Se il legislatore decidesse di non spendere un solo centesimo per l'editoria, questa scelta sarebbe per molti aspetti comprensibile in questa fase di crisi economica, ma comporterebbe la chiusura di alcune testate che per il ruolo che hanno avuto e in nome del

mento destinato che ho fatto a novembre 2011, aggiungo un contributo di 200 euro. Un abbraccio, consapevole della possibilità di continuare questa avventura. Gabriele Ciucci

Oggi ho sottoscritto per la prima volta 20 euro per il giornale. Sono un sindacalista dello Spi Cgil e per molti anni ha letto il manifesto. Dagli "anni giovanili" della contestazione globale, fino alla fine degli anni ’80, poi l’ho abbandonato, perché lo ritenevo, e lo ritengo tuttora, chiuso nella logica "riserva indiana". Poiché sono fermamente marxiano (nella metodologia d’analisi) ritengo che l’utilità di uno strumento di informazione (socialista o comunista) sia rapportato alla sua diffusione e alla capacità di ampliare consenso e movimento. Il manifesto si è dimostrato strumento élitario e non di massa, contraddicendo quindi tutti i presupposti teorici (marxiani) e di prassi (socialismo o comunismo che dir si voglia). Dunque la mia sottoscrizione è motivata da un unico intento, quello di poter continuare ad avere una voce, quantomeno antagonista, al pensiero unico che sta plasmando le società del capitalismo globalizzato. Il mio sostegno è dunque per lo strumento, ma non mi esime dal continuare a non condividere gran parte delle analisi espresse sul giornale e dalla sua prassi. Bruno Pierozzi Uff. politiche fiscali e di bilancio Spi Cgil naz.

In largo anticipo sulla scadenza ho rinnovato oggi l'abbonamento, annuale sostenitore, con fiducia e speranza: un sacchetto di sabbia aggiunto all'argine... Guglielmo Roversi

za e supportando i loro progetti socio-educativi con i bambini e gli adolescenti, che vivono in quella prigione a cielo aperto che è Gaza. Volevamo ringraziarvi, in particolare Michele Giorgio, per l’ottimo e puntuale lavoro di informazione fatto dal giornale in tutti questi anni e siccome non possiamo permetterci di perdere la quasi unica voce che ancora parla di Palestina abbiamo deciso, anche per questo motivo, di aderire alla campagna millexmille. Con l’augurio che con l’aiuto di tutti la vostra e nostra voce possa continuare a farsi sentire. Salaam Ragazzi dell’Olivo – Comitato di Milano-ONLUS

La dissonanza dell’intelligenza Molti di noi, vecchi lettori e collaboratori di questo giornale, si chiedono con ansia che cosa sarebbe la loro vita se il manifesto (persino il manifesto) scomparisse dalle edicole. E gli altri? Gli altri che cosa pensano, che cosa ne pensano? Eviterò di citare anch’io la troppo evocata poesia di Niemöller-Brecht, ma non si può negare che il problema sia ancora quello: la stupida e gretta e miope indifferenza dei tanti che non riescono a spingere lo sguardo al di là del proprio naso o del recinto del proprio orto. «Non sono mica comunista, io! E poi questi reduci del

’68 o del ’77 hanno proprio rotto. Non vogliono capire che il mondo è cambiato, che la lotta di classe non interessa più a nessuno, che oggi contano soltanto il merito e il mercato. E se il mercato non sa più che farsene del loro piccolo giornale, è ora che si mettano l’animo in pace!». Insomma, la fine del manifesto appare ai più irrilevante, affare altrui. Anche nel mondo dell’informazione. Eppure non dovrebbe essere difficile capire che, se dovesse tacere anche l’ultima voce dissonante, la libertà di tutti sarebbe compromessa. In tutte le redazioni cambierebbero i rapporti di forza, i pochi giornalisti critici sarebbero ancora più soli, le rare voci non allineate si ritroverebbero ancor più isolate, e verrebbe rapidamente meno ogni remora a raccontare le cose nel modo più gradito a chi comanda. Un filosofo molto moderno, benché più antico di noi comunisti, scrisse che per fare una repubblica – uno Stato di diritto democratico – non occorre che tutti siano creature angeliche, basta che i più siano intelligenti: magari diavoli, purché razionali. A volte, di questi tempi, vien fatto di pensare che il problema sia proprio questo, che il nostro sia ormai un paese di sciocchi: magari furbi, efficienti e produttivi, ma disinteressati a capire il mondo in cui viviamo. Alberto Burgio

pluralismo meritano di sopravvivere», ha detto il presidente della camera. Nel garantire i finanziamenti alle testate, ha aggiunto, «si deve partire proprio da queste, che hanno un particolare valore culturale e politico». Non una dichiarazione (nemmeno dal Pd) sui 113 milioni fatti sparire da 5-6 parlamentari del Pdl per finanziare giornali più o meno inesistenti. Milioni che fanno impallidire le «mazzette» di Tangentopoli ricordate in questi giorni. L’informazione nell’era Monti è una storia che somiglia a quella di decine di vertenze di lavoro raccontate su queste pagine. Sali sulla torre o sul tetto, digiuni, lotti. Ma sei solo. La politica è sempre altrove. Il mercato è diventato un «giudizio di dio» al quale nessuno si può sottrarre. Come avete letto grazie al bilancio presentato dal nostro cda e da Valentino Parlato, da diversi mesi non possiamo più contare sull’accesso al credito bancario. Una situazione critica per qualunque impresa, aggravata dall’avvio della liquidazione coatta che ci impedisce anche formalmente un’interlocuzione con le banche. Diciamola così: ormai siamo nel mercato «puro». Viviamo alla giornata. Solo le vendite ci consentono di comprare la carta per stampare il giornale. Ma sono ancora troppo basse. Con voi siamo stati più trasparenti di qualunque altra impresa. Vi abbiamo detto tutto: dai nostri debiti ai nostri stipendi. Le difficoltà e i pregi li conoscete. Nonostante i vostri sforzi (e i nostri per offrirvi un «prodotto» almeno adeguato), il traguardo delle 30mila copie giornaliere in edicola non è ancora stato raggiunto. I dati di vendita sono parziali, resi molto più complicati dalla neve, ma bisogna fare di più. Nei prossimi giorni vi regaleremo molte altre sorprese. L’obiettivo lo vediamo, è lì a un passo. Ma dobbiamo arrivarci. Tutti insieme.

Uno dei motivi per cui non scucirei un euro per il manifesto, a parte quello che tiro fuori ogni giorno per acquistarlo in edicola, è la vergognosa campagna pro-Vendola, e contemporanea censura delle posizioni delle altre forze della sinistra (a proposito, vi informo che il Pd non è di sinistra, per stessa ammissione dei propri dirigenti) di cui siete protagonisti. "Quotidiano comunista", ma fatemi il piacere! Pubblicate questa lettera in mezzo a tutte le sviolinate che mi debbo sorbire ogni giorno, se ne avete il coraggio, ma ne dubito. Mario Barbieri Brogliano (VI) Compro regolarmente il giornale e, dopo una piccola sottoscrizione, ho sottoscritto un abbonamento web, ma lo comprerò in edicola spesso, perché non può sparire, sarebbe una perdita insopportabile per me e per tutti gli altri compagni. Non è carità, ma la speranza di continuare a sognare con voi un mondo migliore. So che sarà una lotta lunga e difficile, ma conforta leggere le parole e la concreta manifestazione di affetto di tanti lettori più o meno fedeli. Sono con voi. Romano Galligani

Il nostro giornale mi accompagna da moltissimi anni, sulle vostre pagine ho fatto colazioni, discussioni e stretto amicizie. Il mondo della sicurezza sui luoghi di lavoro a me caro ha sempre trovato tra le vostre righe grande attenzione e ricchezza di contenuti. In questi giorni vi sto leggendo con un particolare accanimento, sarà perché temo di non potervi leggere più e allora ecco che leggo fino all'ultimo rigo e mi gusto il mio giornale come l'ultimo boccone di un babà

o di una sfogliatella calda. In questi giorni pieni di apprensione, i vostri articoli e quelli di tutti coloro che solidarizzano col manifesto sono meravigliosi, di una particolare qualità, accoglienti, ricchi di affetto e accaniti nel volersi tenere queste poche ma preziose pagine di un giornale che ha fatto storia, che ha già quarantanni compiuti e che vorrei che invecchiasse con me. Mi abbonerò on line ma non rinuncerò a comprarvi comunque tutte le mattine per accompagnare le mie colazioni. Resistiamo! Stella Lanzilotta

NOI E LE TUTE BLU

Assemblea nazionale della Fiom Il momento, per il movimento dei lavoratori, è particolarmente difficile. La riduzione a nulla di diritti e livelli salariali – con strascichi pesanti anche sulla sicurezza delle condizioni in cui si lavora – sembra diventata «luogo comune». Incontestabile. In questa situazione, i metalmeccanici provano a giocare una partita complessa, che tiene insieme la «vertenza Fiat» (i cui dipendenti non possono più scegliersi il sindacato, visto che la Fiom è stata «esclusa» in quanto non firmataria del «modello Pomigliano»); il rinnovo del contratto nazionale di categoria (scaduto il 31 dicembre scorso) e naturalmente la difesa dell’art. 18. Senza il quale ogni singolo lavoratore dipendente sarebbe in balia dei capricci o delle minacce del suo datore di lavoro. Una battaglia di libertà che unisce non solo idealmente la vicenda delle «tute blu» con quella de il manifesto. L’Assemblea nazionale delle delegate, dei delegati e quadri Fiom-Cgil si riunirà stamattina a Roma per discutere la piattaforma e le motivazioni dello sciopero generale dei metalmeccanici Cgil, indetto per l'intera giornata di venerdì 9 marzo, con manifestazione nazionale a Roma. I lavori si svolgeranno presso la struttura «Atlantico», in Viale dell’Oceano Atlantico 271/d (Eur), dalle 10 alle 15,30.


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il manifesto

SABATO 18 FEBBRAIO 2012

EUROCRACK

Germania •

Le dimissioni dopo che la procura di Hannover aveva chiesto al parlamento di sospendere l’immunità che protegge il capo di stato IL PRESIDENTE CHRISTAN WULFF E ANGELA MERKEL/FOTO REUTERS

La repubblica degliamicidiWulff Il presidente tedesco si è dimesso. È scivolato per aver accettato favori «turistici» da un produttore cinematografico, grato per una fideiussione del Land Bassa Sassonia. Ma non pagare le vacanze per lui era un’abitudine radicata DALLA PRIMA Guido Ambrosino da Berlino La cancelliera Merkel, che vede squagliarsi il suo alleato di governo liberale, e forse già si prepara a una grande coalizione, ha proposto all’opposizione socialdemocratica e verde (non ai socialisti) di cercare un candidato consensuale. Presa dalla crisi politica, Merkel ha telefonato ieri a Monti per spiegargli che non avrebbe più potuto venire a Roma come previsto. Mentre la cancelliera si atteggia a moralizzatrice dei costumi europei, il danno di immagine per la Germania è pesante. La procura di Hannover, in un comunicato del 16 febbraio, si riferiva a una vicenda che risale a quando Wulff era ministro-presidente del Land Bassa Sassonia, dal 2003 al 2010. Dal produttore cinematografico David Groenewold, beneficiario di garanzie bancarie del governo regionale per 4 milioni di euro, Wulff si sarebbe fatto pagare due soggiorni in albergo all’isola di Sylt, sul Mare del nord. Groenewold ha anche organizzato un comune soggiorno a Monaco, all’hotel Bayerischer Hof, in occasione dell’Oktoberfest: Wulff avrebbe pagato il pernottamento per lui e la moglie, ma non il supplemento di 400 euro per la suite di lusso. Groenewold gli ha anche „prestato” per diversi mesi un telefonino intestato alla sua ditta.

Piccolezze, dirà un lettore italiano, abituato alle ben più corpose avidità dei nostri politici. Ma nel caso di Wulff l’abitudine a collezionare vantaggi era sistematica. Dal dicembre scorso è stato uno stillicidio di rivelazioni, a cominciare da un prestito a condizioni di favore per comprarsi la casa, ottenuto dall’imprenditore Egon Geerkens per mezzo milione di euro (passati da un conto intestato alla moglie, su cui però Geerkens aveva procura), a un comodo saggio di interesse del 4%. Prestito restituito quando Wulff lo potè rimpiazzare con un credito ancora più vantaggioso, con interessi variabili tra lo 0,9 e il 2,1%, della Landesbank del Baden-Württemberg, controllata dal suo amico democristiano Günther Oettinger. Si è poi appreso di sponsorizzazioni assai poco trasparenti di iniziative politiche, campagne elettorali, feste. Di sei vacanze estive gratis con la moglie Bettina in superville di imprenditori amici in Spagna, a New York, in Italia, in Germania. Di auto concesse a condizioni di favore dalla Volkswagen, quando Wulff sedeva nel suo consiglio di sorveglianza. C’è il fondato sospetto che Wulff abbia mentito al parlamento regionale della Bassa Sassonia nel 2010, quando l’opposizione, già insospettita, gli chiese se intratteneva rapporti d’affari con l’imprenditore Geerkens. L’allora ministro-presiden-

PER RIDERE DEL SESSO... ANCHE IN 3D!

te negò. Ora sostiene che non si trattò di una bugia, perché il prestito gli arrivò, formalmente, dalla moglie di costui. E nel dicembre scorso, quando seppe che la Bild Zeitung stava per rivelare questo prestito “tra amici”, telefonò al direttore del giornale e al presidente della casa editrice Springer per chiedergli di sospendere la pubblicazione, minacciando querele. Che un presidente della repubblica, notaio dei diritti costituzionali, tratti in questo modo berlusconiano la libertà di stampa, è catastrofico. Resta semmai da spiegare perchè la procura di Hannover si sia concentrata soltanto sul legame col

Un terremoto per la coalizione di centro-destra e per la cancelliera Angela Merkel produttore cinematografico, parlando di un “sospetto iniziale contro il presidente della repubblica Christian Wulff e David Groenewold, per aver ricevuto favori, o rispettavamente per averli concessi”. Lo ha fatto perché qui ravvede un plausibile collegamento con un atto d’ufficio, la garanzia bancaria per 4 milioni. Lo stesso Groenewold spiegò in un suo comunicato di aver scelto Hannover come sede della sua ditta perchè Wulff avrebbe dato “importanti impulsi allo sviluppo dell’industria dei media, con molto impegno personale”. Per gli altri episodi Wulff ha sostenuto trattarsi di vicende esclusivamente private. Rivendicando il diritto di chiunque a chiedere soldi in prestito agli “amici” o a farsi ospitare da loro. Il codice penale tedesco distingue tra “accettazione di favori” (Vorteilsannahme), con pene fino a due anni di carcere, quando il pubblico ufficiale accetta una qualche utilità in relazione a un atto d’ufficio, e corruzione passiva (Bestechlicheit), con pene fino a cinque anni, se la contropartita è un atto contrario ai

doveri d’ufficio. Il caso di Wulff è il primo, presumendo che l’aiuto offerto al produttore cinematogafico – senza costi per il Land, perché la garanzia non fu attivata - rientrasse nei programmi di sostegno all’economia regionale. Analoga distinzione si trova nel codice italiano, tra “corruzione per un atto d’ufficio” (con pene fino a tre anni) e ”corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio” (pene fino a cinque anni). La codificazione italiana sembra più pesante, visto che parla in entrambi i casi di “corruzione”. Il termine tedesco “accettazione di favori”, e anche la previsione di pena, suonano meno severi. Ma esplicitando che già accettare “favori” costituisce reato, la norma produce un maggior rigore. Un poliziotto non si farebbe offrire né una birra né un caffè. Molte amministrazioni impongono ai loro impiegati di non accettare regali di valore superiore ai dieci euro, a meno di non chiedere una speciale autorizzazione. Forse solo una penna biro non crea problemi di coscienza. Un mazzo di fiori regalato dai genitori a un’insegnante potrebbe metterla in imbarazzo. Ieri mattina il 52enne Wulff, accompagnato da Bettina, ha convocato la stampa nella sua sede a Schloss Bellevue: “Il nostro paese ha bisogno di un presidente che possa dedicarsi con tutto il suo impegno ai problemi nazionali e alle sfide internazionali. Un presidente sostenuto da una vasta maggioranza (...). Questa fiducia è compromessa”. Di qui le dimissioni, non senza essersi detto sicuro che l’inchiesta giudiziaria – l’autorizzazione parlamentare ora non serve più – lo scagionerà: “Ho commesso errori, ma ho sempre tenuto un comportamento corretto”. E non senza polemizzare con la stampa “che negli ultimi due mesi, con i suoi resoconti, ha ferito me e mia moglie”. Così finisce l’avventura politica di Christian Wulff.

BERLINO

DALLA PRIMA Marco d’Eramo

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AI CINEMA DI MILANO COLOSSEO - ORFEO - PLINIUS THE SPACE CINEMA ODEON UCI CINEMAS BICOCCA UCI CINEMAS CERTOSA

«Marine a Vicenza»

1.800 soldati Usa (800 dei quali con famiglia) attualmente in servizio in Germania saranno trasferiti, a partire dal gennaio 2013, nella nuova base «Dal Molin» di Vicenza che sarà completata entro la fine dell'anno. A confermarlo il programma di riassetto delle forze terrestri in Europa annunciato oggi dal Dipartimento della Difesa Usa nella città tedesca di Heidelberg. «Le nuove strategie - è stato spiegato porteranno alla riduzione del numero complessivo dei militari in Germania del 25%, fino a scendere a circa 30 mila presenze entro il 2017». E in Italia?

L’italico ghignetto ne esce smentito proprio dall’incommensurabilità tra le minuzie che hanno fatto dimettere un presidente tedesco e le enormità che non hanno fatto cadere un premier italiano. L’uscita di Wulff non è episodio isolato: 20 mesi fa anche il suo predecessore Horst Köhler era stato costretto a dimettersi (per intempestive dichiarazioni sul ruolo delle forze armate tedesche nel difendere gli interessi commerciali della Germania). Nel frattempo, l’anno scorso si era dovuto dimettere – stavolta per una tesi di dottorato bell’e copiata – il potente ministro della Difesa Karl-Theodor zu Guttenberg (tanto per capirne l’estrazione sociale, il nome completo è

REAZIONI ITALIANE

«Lezione» nel giorno di Mani pulite

L

a decisione del presidente Wulff ha, in qualche modo coinvolto l’Italia. Non solo perché è avvenuta appena dopo il suo passaggio in Italia. Ma anche perché la cancelliera Angela Merkel ieri avrebbe dovuto incontrare a Roma Monti. E infatti sia il presidente del consiglio che Napolitano ieri mattina hanno ricevuto una telefonata, come dire, di scuse. È bastato questo perché con italico furore il il segretario de La Destra, Francesco Storace, intervenendo a Reggio Calabria ad una manifestazione di partito ha definito la «telefonata» nientemeno che una «trattamento da sudditi». Ben più interessanti le dichiarazioni di Bruno Tabacci (Api), assessore al bilnacio comunale a Milano e quelle di Leoluca Orlando, portavoce dell’Idv. «Tra l'Italia e la Germania c'è un secondo spread: la questione morale», lo ha spiegato Bruno Tabacci intervenendo ad un incontro al teatro Elfo Puccini su Mani Pulite. «Il presidente della repubblica tedesca viene indotto a dimettersi e invece l'ex capo del governo italiano chiede che gli si dia un salvacondotto - ha spiegato - c'è uno spread grande come una casa: ecco gli esiti di quella che doveva essere una campagna di moralizzazione, Mani Pulite, che avrebbe dovuto essere una rivoluzione profonda». Secondo Tabacci, quindi, la crisi profonda di eticità e di cultura civica, «sta nella coscienza del popolo italiano e nessun magistrato può essere nella posizione di fare una rivoluzione morale ha spiegato - ai tempi è stato un errore clamoroso pensare che ciò potesse avvenire attraverso una rivoluzione giudiziaria». «Nel giorno della ricorrenza di Mani Pulite ancora una volta dalla Germania arriva una lezione di democrazia. Infatti, dopo le dimissioni del ministro della difesa Guttenberg, giungono quelle del massimo rappresentante della Repubblica federale di Germania, il presidente Christian Wulff». Lo ha sottolineato il portavoce dell'Italia dei Valori, Leoluca Orlando. «In uno Stato di diritto la legge è uguale per tutti e, coloro che ricoprono pubbliche funzioni, hanno il dovere di adempiere al loro incarico con intransigenza e rigore etico».

Per Bruno Tabacci la questione morale è la vera differenza con la Germania

Karl-Theodor Maria Nikolaus Johann Jacob Philipp Franz Joseph Sylvester Freiherr von und zu Guttenberg), astro nascente (ed eclissato) della Csu bavarese. Nessuna di queste tre pecche scalfirebbe i politici italiani. Ma è proprio il moltiplicarsi delle inezie a definire un trend e, almeno nel caso di Wulff (52 anni) e Guttenberg (42 anni), una generazione di nuovi «rampanti»: Wulff si era distinto per la giovane, avvenente consorte e per prediligere la mondanità festaiola. Qui è l’unico paragone possibile con l’Italia: come lo scandalo per il finanziamento della Cdu fatale a Helmut Kohl (1999) somigliava a Tangentopoli della Prima repubblica, in cui i politici rubavano per il partito, così i comportamenti «impropri» dei nuovi rampanti tedeschi somigliano ai fringe benefits goduti dagli esponenti della Seconda repubblica. Ma in Italia non c’è lo spartiacque religioso che divide la Germania: Wulff e Guttenberg sono ambedue cattolici, mentre la cancel-

liera Angela Merkel è figlia di un pastore protestante. Soprattutto Wulff e Guttenberg sono politici emersi dopo la riunificazione, prodotti di una nuova cultura politica e di un nuovo orizzonte internazionale. Le loro storie ci dicono perciò quanto è difficile il ricambio nella classe politica tedesca. Ma costituiscono anche una buona notizia per chi aspira a un’Europa meno tetragona. La loro caduta esprime la crisi della coalizione liberal-cristianodemocratica al governo dal 2009: ieri Merkel ha proposto a socialdemocratici e verdi di riunirsi per trovare un candidato comune alla presidenza della repubblica (carica largamente simbolica, come in Italia). È una prima apertura verso una Große Koalition chiamata a gestire il rallentamento della locomitiva economica tedesca (se ne sono viste le avvisaglie a dicembre) e soprattutto a pilotare la crisi dell’euro su una rotta che non può restare quella – miope e sostanzialmente autolesionista – seguita finora.


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EUROCRACK

Grecia •

Dopo la scure sulle pensioni del governo tecnico, lunedì l’Eurogruppo dovrebbe dare l’ok al secondo pacchetto di salvataggio da 130 miliardi ATENE · Nella crisi beni archeologici «a ruba»: si dimette il ministro

UNGHERIA/UE

Il memorandum killer

Il governo Orban: la sinistra europea contro il paese

Argiris Panagopoulos ATENE

I

l nuovo memorandum dell’Ue ha fatto il suo primo giro di vite, mentre la Grecia aspetta lunedì la luce verde dell’Eurogruppo per il secondo pacchetto di salvataggio di 130 miliardi, il via per il programma di «tagli» dei bot greci in mano ai privati per 100 miliardi e il nuovo regalo alle banche. Dopo che il governo tecnico di Papadimos ha accettato tra l’altro di tagliare del 12% le pensioni sopra i 1.200 euro e un forte taglio di quelle integrative. La borsa di Atene ha festeggiato con un salto del 4,50%, mentre nel museo archeologico di Olympia due «ladri» armati hanno rubato decine di reperti provocando le dimissioni del ministro socialista della cultura Geroulanos. Con il recente furto alla Pinacoteca di Atene e i tagli alla cultura, il patrimonio artistico del paese è a rischio. Le organizzazioni sindacali di Gsee e Adedy hanno convocato per stamattina una nuova manifestazione a piazza Syntagma sfidando Papadimos la «troika» e la loro polizia. La polizia ieri si è scatenata contro gli studenti delle scuole medie fuori del parlamento, arrestando sette giovani tedeschi e un greco che protestavano contro la politica della Germania davanti all’ambasciata tedesca di Atene. E gli agenti ha disperso con i gas pacifisti che protestavano contro la presenza ad Atene del segretario della Nato Rasmussen. «Che nessun signor Schaeuble insulti il mio paese. Chi è Schaeuble?», così si è scatenato l’altro ieri, contro i ricatti continui dai paesi ricchi del Nord Euro-

PARIGI-LONDRA · Malgrado le tensioni comunitarie tra i due paesi

Vertice Tra Sarkozy e Cameron Anne Marie Pommard PARIGI

M

algrado le tensioni conseguenti al veto britannico sul Fiscal Compact europeo, il no alla tassa sulle transazioni finanziarie sbandierata da Parigi e le frasi sulla Gran Bretagna che meriterebbe, più della Francia, di perdere il rating AAA, Nicolas Sarkozy ha cercato ieri di imbarcare anche David Cameron nella sua campagna per la riconquista dell’Eliseo. In un incontro bilaterale, gli amici della guerra in Libia hanno discusso soprattutto di cooperazione militare (e nucleare), unico terreno di intesa tra Londra e Parigi in questo periodo. Sarkozy ha ottenuto un «buona fortuna» da Cameron, che però è rimasto molto più freddo di Angela Merkel e ha opposto un discreto rifiuto a prendere parte alla campagna elettorale, come invece aveva dichiarato di fare la cancelliera. Sarkozy, che era già in campagna da tempo e aveva già precisato i suoi «valori» (autorità, responsabilità, lavoro), è entrato ufficialmente nella corsa all’Eliseo con una dichiarazio-

ne in tv mercoledì sera. Per difendere «la Francia forte» (il suo slogan, con un manifesto dove è fotografato di fronte a un mare calmo, un’immagine del mare Egeo, scelta bizzarra visto lo stato della Grecia) ha cominciato con gli insulti al rivale socialista.

Su cooperazione militare e nucleare. Ma il presidente francese pensa solo alle presidenziali Senza mai nominare Hollande, Sarkozy afferma che il candidato socialista «mente mattina e sera». Il pretesto è stata la frase infelice pubblicata sul Guardian: per Hollande, «non ci sono più comunisti in Francia. O non molti». Hollande voleva spiegare alla City che non c’è da aver paura, che la situazione è diversa dai tempi di Mitterrand (nell’81 c’era stata una fuga di capitali). Sarkozy coglie una contraddizione plateale con l’affermazione di Hollande che ha detto di considerare la finanza «il ne-

FIAT · Marchionne da Putin per il «settore agri» «Sergio Marchionne, Presidente di Fiat Industrial e di CNH Global, ha incontrato il Primo Ministro Vladimir Putin - insieme a Rustam Minnikhanov, Presidente della Repubblica del Tatarstan, Sergey Chemezov, Direttore Generale di Rostechnologii e Sergej Kogogin, Direttore Generale di Kamaz - per discutere le attività di cooperazione nella Federazione Russa. L'incontro si è svolto in occasione della visita ufficiale della delegazione governativa russa nello stabilimento di produzione delle macchine agricole della joint venture Cnh-Kamaz, totalmente rinnovato e oggi pienamente operativo». È quanto si legge in una nota della Fiat: «Nell’incontro, Marchionne ha confermato il forte impegno di Fiat Industrial per mettere a disposizione le proprie tecnologie avanzate alla Federazione Russa e per soddisfare la richiesta del governo di localizzare la produzione di macchine per l'agricoltura nello stabilimento di Naberezhnye Chelny. Ha inoltre ripercorso i progressi fatti nell'impianto nel corso degli ultimi mesi». «Le attività della joint venture Cnh-Kamaz a Naberezhnye Chelny sono la testimonianza della cooperazione positiva sviluppata con il nostro partner e con il governo», ha commentato Marchionne, confermando l'impegno di lungo periodo di Fiat Industrial in Russia.

mico principale». La frase incriminata ha suscitato molte polemiche anche a sinistra, anche se il Ps afferma che, dopo chiarimenti con il Pcf e il Front de Gauche, «il caso è chiuso». Sarkozy ha scelto il terreno dello scontro violento con Hollande che considera il suo rivale numero uno. Difatti, mentre la presidenziale era iniziata con una corsa a quattro, con il centrista François Bayrou e Marine Le Pen, a meno di due mesi dal primo turno Sarkozy e Hollande si staccano dal gruppo, con il socialista sempre in testa nei sondaggi. Sarkozy ha accusato giovedì Hollande di «indebolire la Francia»: pur essendo il suo governo ad aver perso il rating AAA, per Sarkozy la Francia è indebolita dalle proposte di Hollande (sul voto locale degli immigrati, sulla critica alla riforma delle pensioni, sulla volontà di diminuire la presenza dell’energia nucleare). Sarkozy ha scelto di rivolgersi al «popolo», criticando tutti i corpi intermediari che fanno parte della «casta» e soffocano l’espressione diretta. Il presidente che non ha neppure preso in considerazione di sottomettere a referendum la contestata riforma delle pensioni, che ha bypassato il «no» al trattato costituzionale europeo facendo approvare il Trattato di Lisbona, che ne è la brutta copia, adesso propone dei veri e propri plebisciti. Lo saranno contro delle minoranze, gli immigrati e i disoccupati, messi sotto accusa perché approfitterebbero del welfare alle spalle del «popolo». Sarkozy ha scelto di virare a destra tutta in questa fase della campagna, nella speranza di recuperare parte dei voti dell’estrema destra, che gli sono necessari fin dal primo turno per non farsi distanziare troppo da Hollande. Marine Le Pen rischia del resto di non potersi candidare al primo turno, perché ha difficoltà a riunire le 500 firme di eletti, necessarie per partecipare alla presidenziale.

pa, il moderato presidente della repubblica greca, il socialista Papoulias. Schaeuble era arrivato ad un passo dall’annunciare anche la composizione del prossimo governo tecnico di Papadimos e dal comunicare lui la data delle elezioni del 29 aprile. Ora la «troika» e la Germania devono fare i conti con il crollo dei partiti che sostengono le politiche neoliberiste e con le proteste che ricominciano. La maggioranza di Papandreou e Samaras che sostiene il memorandum Ue, non esiste più. Secondo l’ultimo sondaggio della Vprc per la rivista Epikaira, Nuova Democrazia di

I tagli producono protesta ma anche disperazione: quattro lavoratori si sono suicidati Samaras ha perso 3% per la sua svolta a favore del Memorandum fermandosi al 27,50% dal 30,50% del precedente sondaggio, mentre dopo il voto del parlamento scivola al 22%. Pasok è sceso al 11% dal 12% e rischia di crollare sempre più. La moderata Sinistra Democratica arriva al 16% dal 13%, i comunisti del Kke aumentano invece al 14% dal 12,50%, Syriza al 13,50% dal 12,50%, l’estrema destra di Laos scende al 4,60% dal 6%, pagando il prezzo dalla sua partecipazione al governo di Papadimos, i neofascisti di Xrisi Avghi arrivano al 2,50%, avvicinandosi al 3% che garantirebbe loro l’entrata in parlamento, i Verdi sono al 3%. Le forze di si-

nistra con i Verdi superano il 50%, se si aggiunge anche la percentuale della piccola ed «extraparlamentrare» Antarsya e dei «patrioti» del Epam. Mentre i due «partiti del Memorandum», socialisti e Nuova Democrazia, rischiano ora di trovarsi di fronte a nuove formazioni concorrenti formate dai 43 deputati anti-manovra che hanno espulso. I diktat delle Germania e dei suoi alleati sembrano controproducenti perché alimentano disperazione ma anche forte resistenza contro i tagli assassini. Assassini davvero. Un giornalista della tv pubblica Ert si è suicidato ieri perché non gli hanno rinnovato il contratto a termine scaduto, mentre gli mancava un anno per andare in pensione. Il presidente del sindacato delle amministrazioni locali Poe-Ota Mpalasopoulos ha denunciato che tre impiegati si sono suicidati negli ultimi quindici giorni a causa delle condizioni drammatiche degli enti locali, due nel comune di Atene ed uno di un comune alla periferia di Salonicco, mentre un altro ha perso le gambe in un tentato suicidio. I lavoratori di Poe-Ote hanno scioperato quattro ore, assediando i ministeri di Sanità, Lavoro e Interni. Ha avuto invece un lieto fine la protesta di una coppia di lavoratori dell’ente per le case popolari, cancellato dai tagli, che minacciavano di suicidarsi dalle finestre degli uffici occupati da molti giorni. Intanto centinai di ateniesi hanno fatto la coda al mercato popolare Varvakeio presso l’Acropoli per partecipare al pranzo con 1.000 kg di carne e 200 litri di vino offerti dai macellai «per il carnevale e per solidarietà».

Massimo Congiu BUDAPEST

«L’

Europa ammonisce Orbán» titola il quotidiano Népszava. Il mese scorso l’Ue aveva aperto una procedura di infrazione verso il governo ungherese per questioni riguardanti l’indipendenza di istituzioni chiave da esso. Il riferimento era alla Banca nazionale che il premier vorrebbe sottoporre al diretto controllo dell’esecutivo e sottrarre a quello della Bce. Il ministro degli esteri Mártonyi aveva minimizzato l’accaduto definendolo un «contrasto tecnicogiuridico» da risolvere in poco tempo, mentre le opposizioni lo descrivevano come un segnale estremamente grave che dimostra quanto il paese stia andando nella direzione sbagliata. Secondo il Fidesz, partito di cui Orbán è leader, il responso delle forze di sinistra presenti nel Parlamento europeo corrisponde a una condanna dell’Ungheria e offende il diritto del paese all’autodeterminazione. C’è quindi una prevedibile reazione negativa da parte del governo e dei suoi sostenitori al monito del Parlamento europeo che, mercoledì, ha deciso di avviare un’inchiesta sulle reali condizioni della democrazia in Ungheria. Già all’indomani della decisione dell’Ue di dar luogo a una procedura di infrazione, Budapest era stata teatro di una massiccia dimostrazione filogovernativa, il «Corteo della pace per l’Ungheria». «Il Fidesz ci guida verso il futuro» e «Non saremo una colonia» alcuni slogan sugli striscioni dei manifestanti. Per i sostenitori della linea più antieuropeista del governo quelle dell’Organizzazione sono pesanti intromissioni negli affari di uno stato sovrano che ha il diritto di fare scelte autonome. Negli ambienti più ostili all’Ue si sostiene che l’Ungheria non ha mai avuto modo di scegliere il suo destino, che quattro decenni di dittatura socialista vengono ora sostituiti da una sorta di dittatura europea irrispettosa delle identità nazionale. «Messaggio all’Unione europea – aveva gridato alla folla un manifestante alzando al cielo il testo della Costituzione ungherese – questa è la nostra Costituzione», a sottolineare il diritto ungherese all’autodeterminazione e a dotarsi della carta costituzionale che meglio rispecchia la sua identità. Gli avversari di Orbán non hanno dubbi sul carattere antidemocratico delle scelte fatte dal governo che intende controllare direttamente le istituzioni, il mondo dell’informazione e irreggimentare ogni manifestazione della vita pubblica. Purtroppo il problema è contrastare efficacemente le iniziative dell’esecutivo e il suo orientamento perché l’opposizione è troppo debole e frammentata e ovviamente per via della maggioranza parlamentare di 2/3 di cui godono gli attuali governanti. La critica europea ha avversari assai accaniti nel partito di estrema destra Jobbik che ha 47 membri nel Parlamento. Per questa forza politica, popolare nelle zone depresse del nord-est dove regna la disoccupazione e l’Europa è lontana, il nuovo attacco delle sinistre europee è un motivo in più per uscire dall’Ue. Jobbik ha sempre manifestato aperta ostilità verso l’Europa comunitaria e le organizzazioni politico-economiche internazionali che pretendono di dettare la loro agenda in casa degli ungheresi. Più volte negli ultimi tempi Jobbik ha attaccato Orbán e il suo esecutivo per non aver dato luogo alla tanto promessa svolta rispetto agli otto anni di governo liberalsocialista e per aver aperto le porte del paese alle banche straniere. Di recente l’ex premier Bajnai si è espresso sui rischi corsi dal paese a causa della cattiva politica della maggioranza di destra e sulla necessità di una svolta che riporti l’Ungheria in Europa. Intanto l’Europa progressista stigmatizza l’operato dell’esecutivo magiaro che ora avrà ulteriori spunti per gridare al complotto delle sinistre.


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il manifesto

SABATO 18 FEBBRAIO 2012

LAVORO FUTURO COMMISSIONE EUROPEA · Un «Libro bianco» per aumentare l’età e rafforzare quelle private

La pensione è bella se dura poco Francesco Piccioni

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on finirà mai, finché esisteranno. Se avevato creduto che la distruzione del sistema pensionistico fosse arrivata a conclusione, vi eravate lasciati ingannare. L’altroieri sera, in gran silenzio, la Commissione Europea ha presentato il suo Libro Bianco sulle pensioni nel Vecchio Continente. Con molte accortezze. La «sintesi per i cittadini» e il «comunicato stampa» contengono formulazioni abbastanza generiche e tranquillizzanti («cosa i governi nazionali possono fare per garantire pensioni adeguate a costi ragionevoli e sostenibili»). Ma già nello schema «domande e risposte» si comincia ad entrare in un mondo più hard, dove linguaggio e realtà fanno seriamente a pugni.

RIFORMA · Fornero convoca le parti sociali

Lunedì si parla soltanto di ammortizzatori sociali

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Avvicinare l’età del ritiro alle «attese di vita» e incentivare i fondi integrativi privati Il problema è impostato nei termini astratti ampiamente noti: in Europa «oggi ci sono circa 4 persone in età lavorativa per ogni persona in pensione; tra 50 anni il rapporto sarà di 2 a1». Se è serio disegnare scenari per impostare meccanismi strutturali, pensare di poterlo fare una volta per tutte – come se in questo mezzo secolo non potesse o dovesse accadere nulla di rilevante sul piano sistemico, è una presa in giro. Per esempio, la vita media dovrebbe salire di «sette anni»; e immaginiamo l’incubo di dover sovvenzionare tanti vecchietti «semi-immortali». Ma l’importante era appunto «impostare», prefigurando le soluzioni più gradite al non immenso arco di forze potenti che agisce livello Ue. E quindi: bisogna «incoraggiare tutti a continuare a lavorare più a lungo e a risparmiare di più per la pensione». Ovvero aumentare l’età pensionabile e l’importo dei contributi previdenziali a carico di ogni lavoratore; ma anche gli accontonamenti per i fondi integra-

FOTO TAM TAM

PROTEZIONE SOCIALE

L’Italia perde il confronto con gli altri grandi paesi La cassa integrazione non esiste altrove, ma sistemi di protezione sociale sono numerosi. In sintesi le tutele per chi è senza lavoro. ITALIA: indennità di disoccupazione per chi ha lavorato almeno un anno negli ultimi 2; dura al massimo 8 mesi per chi ha meno di 50 anni, 12 mesi per gli «over»; 60% dello stipendio nei primi 6 mesi, poi al 50% e al 40%, con tetti mensili di 892 e 1.073 euro. In casi di licenziamenti collettivi è prevista l'indennità di mobilità: 24 mesi (36 per chi ha più di 50 anni). Poi le varie forme di cig. REGNO UNITO: indennità di disoccupazione sia per aver perso il lavoro o solo per il basso reddito. Tetti: 67,50 sterline (75 euro) settimanali se si ha più di 25 anni e 53,45 sterline tra i 18 e i 24, per un massimo di 6 mesi; 80,75 sterline se si cerca lavoro (sotto i 18 anni), o 105,95 per i maggiorenni. Non c'è limite di durata per il sussidio. GERMANIA: indennità di disoccupazione per chi ha lavorato almeno 12 mesi negli ultimi 2 anni; 67% dell'ultimo stipendio netto (se si hanno figli) o 60%. Tutele per chi è alla ricerca del primo lavoro (359 euro mese). FRANCIA: sussidio (se si è lavorato per 4 mesi negli ultimi 28); «solidarietà» se per 5 anni negli ultimi 10. Il sussidio può essere erogato, a seconda della durata dei contributi versati, per un periodo variabile tra i 4 mesi e i 2 anni (3 per chi ha più di 50 anni), al 40,4% o il 57,4% del salario giornaliero. Il minimo è 27,66 euro al giorno.

LAVORO MORTALE · La sentenza Eternit apre una speranza di giustizia

E che ora si processi la Marlane ri e un disastro ambientale di enormi proporzioni. L’accusa è che le norme di sicurezza, alla Marlane, non veniuella dell’Eternit è una sentenza epocale. Si stavano applicate, anzi «semplicemente» non esistevano. I bilisce che le malattie professionali hanno una lavoratori venivano considerati «strumenti». Quando si causa e che questa causa è, principalmente, la riammalavano e arrivavano alla fine della loro vita, venicerca del profitto ad ogni costo. Un altro, drammatico va chiesto loro di firmare il proprio licenziamento. Lo si caso, di cui si parla e si scrive poco, è quello della Marlafaceva, dicevano i galoppini dell’azienda, per «favorire» ne-Marzotto di Praia a Mare. Fa riflettere. l’ottenimento della pensione di «reversibilità» da parte Viviamo in una società dove tutto viene asservito al delle future vedove o semplificare l’assunzione dei futuguadagno di pochi. I lavoratori diventano ingranaggi ri orfani nella stessa fabbrica. per accumulare ricchezza. Non sono più persone. La tuTutto questo è documentato con interviste e memotela dell’ambiente e la sicurezza nei luoghi di lavoro sorie raccolte da chi ha iniziato e continuato con ostinaziono costi da abbattere. Con questa logica spaventosa ne a credere nella giustizia. Persone normali, veri e provengono perpetrati i più odiosi delitti. Si mette a rischio pri eroi del nostro tempo come Luigi Pacchiano, ex opela salute di chi lavora, dei loro familiari, di chi vive viciraio della Marlane e uno dei sopravissuti; come lo scritno agli stabilimenti. Si uccide. In nome e per conto del tore ambientalista Francesco Cirillo e la documentaripadrone. Questo è successo alla Eternit. Questo succesta Giulia Zanfino. È grazie a persone come queste se ogde, in maniera più o meno estesa, ogni giorno in ogni gi possiamo conoscere quanto è accaduto alla Marlaneparte d’Italia. Il processo Eternit e la Marzotto. Una storia di «ordinario condanna per disastro doloso accenÈ graUno stabilimento del sfruttamento-avvelenamento». dono una speranza. Quella di chi zie a loro se si è riusciti a costruire un non vuole chinare la testa e con osti«ponte» tra Praia a Mare e Vicenza, Sud, passato per le nazione lotta per ottenere verità e dove è iniziato un costante lavoro di mani dell’Eni e di giustizia nonostante il silenzio, informazione che poche settimane fa l’omertà, i ricatti, le connivenze che prodotto un appello firmato da Marzotto, dove «non ha ci sono quando si mettono in discuspersonalità del mondo della cultura, sione i privilegi di lorsignori. della scienza, dello spettacolo, della esistevano» misure di La Marlane era uno stabilimento politica (ra i tanti: Margherita Hack, sicurezza e tutela tessile di proprietà prima del conte RiGiorgio Nebbia, Franca Rame, Valenvetti, poi dell’Eni (Lanerossi), infine tino Parlato, Oliviero Diliberto, GiuMarzotto; è stato chiuso definitivamente nel 2004. In quseppe Giulietti, Ascanio Celestini), lavoratori in lotta (il sta fabbrica è successo qualcosa di talmente grave che è presidio permanente della IMS SRL – ex Emi di Caronin corso un processo che vede imputati i vertici della no Pertusella), cittadini attivi e, ancor più importante, Marlane, della (ex) Lanerossi, della Marzotto. Doveva parenti delle vittime della Marlane, come Teresa La Neiniziare il 19 aprile 2011. Viene continuamente rinviato ve. Testimonianze «alte» di una politica fatta per passioper cavilli procedurali. La prossima, ennesima, «prima ne da chi riesce ancora ad indignarsi per le ingiustizie e udienza» è fissata al 24 febbraio. Questi continui rinvii l’indifferenza imperante. La sentenza Eternit ha aperto non hanno mosso all’indignazione, sono stati diluiti neluna porta, squarciato un velo, fatto conoscere che di lal’indifferenza dei più. Gli imputati sono «persone che voro si dovrebbe vivere mentre, invece, se ne può moricontano», dirigenti e «grandi imprenditori» accusati di re per pura avidità padronale. Oggi nessuno può chiudeomicidio colposo plurimo, lesioni gravissime e disastro re gli occhi, dire di non sapere. Nessuno può giustificarambientale. Perché, tra le circa 1.000 persone che hansi. Quello che è successo alla Eternit, alla Marlane e in no lavorato nella Marlane di Praia a Mare, oltre cento si tutte gli altri posti dove è «normale» ammalarsi e morire sono ammalate di cancro e decine ne sono morte. Nei (da Vicenza vogliamo ricordare l’esempio della Tricompressi dello stabilimento (nell’ottica per cui il sud è la GalvanicaPM di Tezze sul Brenta) coinvolge tutti. Non pattumiera d’Italia) sono stati sotterrati rifiuti tossici ci si può fermare nella ricerca della verità. È tempo di fache hanno inquinato l’ambiente. Una strage di lavoratore giustizia.

Fosco Giannini – Giorgio Langella

Q

europei, «il governo è impegnato a realizzare la riforma del mercato unedì si ricomincia: è arrivata del lavoro entro marzo con il massiieri mattina alle parti sociali mo possibile del consenso sociale la convocazione ufficiale del del dialogo con le parti sociali». ministro del Lavoro, Elsa Fornero, Il «primo elemento» della riforma per «confermare il proseguimento del mercato del lavoro è il «riordino della riunione sulla riforma del merdei contratti», perché «troppe tipolocato del lavoro in una prospettiva gie negli anni hanno creato precariedi crescita». L'incontro, come era tà diffusa tra i giovani», ha sottolineagià stato annunciato nel corso delto la Fornero. Che poi ha aggiunto: l'ultimo tavolo a Palazzo Chigi, si per il governo, la «lotta alla disoccuterrà nella sede del ministero di via pazione giovanile è una priorità», e Veneto, alle ore 12.15. La convocanel mettere a punto la riforma, l'enzione è indirizzata a nove organizzafasi andrà all'apprendistato per favozioni sindacali e datoriali e al cenrire l'ingresso dei giovani». tro della riunione ci sarà, in particoLa riforma del mercato del lavolare, il capitolo ammortizzatori soro, ha poi aggiunto la Fornero, preciali e politiche attive del lavoro. vederà «sgravi fiscali e nuovi servizi La riforma della Fornero si muove anche sostenuti dal fondo sociale lungo 5 direttrici. Il primo pilastro è Ue», per favorire l'occupazione femla riforma degli ammortizzatori; poi minile e affrontare il problema del c'è la riforma dell'apprendistato per dualismo Nord-Sud. Poi, affrontanaumentare la flessibido altri argomenti, lità in entrata. E ancodetto che il gover«C’è troppa crisi» ha ra: una forte riduziono sta preparando ne del numero e delun regolamento per per toccare ora la le tipologie dei conpoter estendere alle tratti atipici, la rifor- cassa integrazione società pubbliche le ma dei servizi per regole sulle quote (anche in deroga) rosa previste per le l'impiego e – ultimo, si fa per dire – l'ausocietà quotate. Fore la mobilità. mento della flessibilinero ha anche agtà in uscita con la giunto che le stesse L’aveva chiesto «manutenzione» delregole potrebbero Confindustria l'articolo 18. Su tutti essere estese anche questi cinque punti «alle istituzioni polila Fornero, finora, è stata avara di tiche». In Italia, le donne presenti dettagli, anche se – articolo 18 a parnei board delle società quotate te – c'è abbastanza accordo con le orrappresentano solo l'8%, «ma le ganizzazioni sindacali e datoriali. cose cambieranno e anche preAnche ieri, intervenendo al Consisto». Fornero ha citato l'iniziativa glio Affari sociali della Ue a Bruxeldi forze politiche e sociali per porles, la Fornero è stata avara di infortare la quota delle donne nei bomazioni. Ha ripetuto solo che la riard delle società quotate al 30%, forma del mercato del lavoro sarà pena la loro decadenza. realizzata entro marzo e conterrà Affrontando il tema della materniuna «profonda revisione degli amtà, il ministro del lavoro ha ribadito mortizzatori sociali da attuare se«il fermo convincimento che, al netcondo logiche di ampliamento delto di ogni considerazione economila platea dei potenziali beneficiari». ca, non si possa non considerare la Quello che è certo è che almeno per maternità obbligatoria come un diora sarà una riforma «monca». Infatritto irrinunciabile, un principio di ti, visto «l'attuale grave periodo di civiltà». Questa presa di posizione crisi occupazionale e produttiva, la sembra sia stata ribadita in una letcrisi economica», il governo «non intera alle lavoratrici della Fiat di Potende assolutamente mettere in dimigliano che le avevano scritto afscussione il ricorso alla cassa intefermando che il nuovo contratto grazione guadagni, anche in deroFiat discrimina le lavoratrici madri ga, per l'anno corrente». Come ha per quanto riguarda il diritto a perha promesso la Fornero ai colleghi cepire il premio. Roberto Tesi

tivi. La Ue sa bene che le imprese non voglio «anziani» (over 45 anni, ormai) in azienda. E quindi bisogna «sollecitare le parti sociali ad adattare il posto di lavoro e le prassi sul mercato»; il Fondo sociale europeo, dunque, andrà riconvertito per «incentivare le aziende» a prendersi o tenersi qualche vecchietto in più. La parte del leone la dovranno fare però i «sistemi pensionistici privati complementari», cui gli stati membri sono chiamati a fornire agevolazioni fiscali. Sistemi la cui sicurezza è riconosciuta assai bassa (dipendono dalle oscillazioni di borsa, non proprio il massimo della certezza) e che va «potenziata». Si prende poi atto che la libera circolazione delle persone, anche per motivi di lavoro, richiede una normativa che integri le differenze tra i diversi sistemi nazionali. I problemi pratici e istituzionali non sono pochi. «La Ue non ha il potere di legiferare per disegnare i sistemi dei vari stati membri», viene riconosciuto; ma «può farlo sui comportamenti che influiscono sul mercato interno». Ovvero promuovendo «misure soft» dal punto di vista legale, come i «manuali di buona pratica». Standard cui ogni stato, singolarmente, deve poi adeguarsi. Oltre al Fse per promuovere l’« occupabilità» degli anziani, infatti, tutto il «coordinamento delle politiche» comunitarie, nel contesto del «Semestre europeo», può portare a «raccomandazioni specifiche per i vari paesi». Bastone (sanzioni) e carota (fondi comunitari) per «piegare» i sistemi pensionistici nazionali. Gli assi «strutturali» sono in definitiva chiarissimi. I sistemi pensionistici pubblici, in prospettiva, dovranno erogare assegni molto più bassi, per una platea di persone più vasta e per un periodo di tempo notevolmente minore. L’ideale resta quello di Bismarck – il primo a introdurre le pensioni pubbliche, nel 1889! – che fissò l’età del ritiro dal lavoro a un livello che l’Istituto di statistica considerava la durata della «vita media»: 65 anni, ai tempi. Tutto l’argomentare retorico che «consiglia» di implementare la «correlazione tra età della pensione con la speranza di vita» è una funzione diretta del progetto europeo e centralizzato di far coincidere il più possibile le due età. Il secondo pilastro – le pensioni integrative private – è anche un modo di portare i «risparmi» dei lavoratori di un intero continente nella disponibilità immediata, anno dopo anno, dei mercati finanziari. I fondi di investimento (compresi quelli pensionistici, tra i player più importanti su ogni piazza) sono infatti una «macchina speculativa» come tutte le altre, non certo una «cassaforte» dove tener i risparmi al sicuro. Solo al momento dall’uscita dal lavoro – il più tardi possibile, raccomanda la Ue – e a seconda della fase borsistica che si va atrtraversando in quel momento, sapranno se avranno avuto fortuna o meno. Il bello è che questa situazione kafkiana viene decritta nel testo così: «garantire che le persone, una volta pensionate, ricevano quello che si aspettavano». Geniale, come trovata di marketing. Uno sfottò, come previdenza sociale.

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il manifesto

SABATO 18 FEBBRAIO 2012

pagina 7

ITALIA PRIMARIE PALERMO

RIFORME

«No al fango», il Pd smentisce i renziani

C’è intesa, ma non tanto

«Rita Borsellino è una donna straordinaria, un simbolo della lotta contro la mafia, per la legalità e uno sviluppo pulito, per una Sicilia migliore. Essere accusati di aver contribuito alla sua campagna per le primarie non sarebbe di certo una colpa. Tanto meno lo sarebbe per coloro che credono nella politica come impegno civile per cambiare le cose. Ma a Palermo non c’è e non ci sarà alcun manifesto, spot, inserzione e quant’altro pagato dal Pd nazionale a favore di singoli candidati. Punto. Per quanto mi riguarda, la polemica finisce qui». È secca la smentita di Antonio Misiani, tesoriere nazionale Pd, dopo le accuse fatte da Davide Faraone, candidato alle primarie del centrosinistra per la poltrona di sindaco a Palermo. Faraone aveva chiesto le dimissioni di Misiani sostenendo che il Pd aveva dato 40 mila euro per la campagna delle primarie di Rita Borsellino, candidata, europarlamentare ma non iscritta al Pd.

ROMA

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GASBARRA E, A SINISTRA DALL’ALTO, BACHELET E LEONORI, I TRE SFIDANTI DELLE PRIMARIE DEL PD LAZIO

DEMOCRACK · Meta e Bettini: congresso prima delle politiche. Domani le primarie del Lazio

«Al Pd serve un tagliando» Gasbarra in pole position, sfidanti Marta Leonori e Bachelet. «Ricostruire il partito, da qui si parte per la sfida del Campidoglio» Daniela Preziosi

«P

rima delle politiche serve un congresso». Lo aveva detto giovedì sera Goffredo Bettini, già consigliere di Veltroni ai tempi della sua segreteria e da anni (e con alterne vicende) king maker della politica democratica nel Lazio, alla due giorni di confronto che ha organizzato a Roma sul tema di «un solo grande campo del cambiamento, inclusivo, aperto, plurale, democratico». Un congresso entro il 2013: «Per prepararci alle elezioni dobbiamo valutare ciò che è successo e scegliere la linea per dare voce alle forze progressiste». Lo ha ripetuto ieri anche Michele Meta, numero due dell’area Marino. «Per la prima volta, a ridosso di una partita decisiva, non sappiamo quali sono gli schemi di

gioco e quali le squadre che si misureranno. Siamo certi che da qui a quella scadenza non serva al Pd un ’tagliando’ o, meglio ancora, appuntamenti formali per mettere a punto la proposta per una sfida decisiva?». E così la parola «congresso», che circola a mezza bocca da mesi nelle stanze del Nazareno, stavolta viene pronunciata pubblicamente. Bersani, primo destinatario del messaggio, non potrà svicolare a lungo. È difficile che il Pd vada al voto politico senza passare per un congresso e senza fare «il tagliando» al segretario. Certo, prima bisognerà capire con che legge elettorale si voterà, e con quale coalizione. Su questo le differenze non sono sfumature. Il leader mantiene come asse principale se non più «la foto di Vasto» (quella in cui c’erano lui, Di Pietro e Vendola), il campo progressista. Lo ha ripetuto ieri ad un convegno del centro studi del partito. Il suo Pd, ha detto, «non si stacca dalla compagnia dei progressisti, ma nemmeno da quel che è lui. A noi tocca portare un contributo che può non essere banale. Abbiamo una ricchezza di culture che altri non hanno». Allo stesso seminario Massimo D’Alema ha messo spostato il paletto più avanti: «Solo con questo governo

si costruisce il dopo. Contro questo governo non si prepara il dopo». D’Alema esclude la prosecuzione dei ’tecnici’ («la politica deve riguadagnare la possibilità di decidere tra scelte alternative. Comandare»). Ma quanto alle alleanze, le forze che non appoggiano Monti, Idv e Sel per non parlare del Prc, non sono benvenute. L’area ex ppi di Fioroni si spinge oltre, fino a chiedere di cancellare le primarie nelle città per evitare le coalizioni con dipietristi e vendoliani. Quella delle alleanze sta diventando «una vera ossessione», ammette il presidente della provincia di Roma Nicola Zingaretti. Un’ossessione «che spesso ci assale con gli schemini» invece «di scommettere tutto sulla credibilità delle proposte messe in campo». E «gli elettori di centrosinistra spesso sono molto più avanti delle forze politiche del centrosinistra», perché «scelgono giudicando la candidatura, i programmi, i valori che ritengono più forti e più credibili». Zingaretti parla delle primarie di Genova, dove le due candidate Pd sono state sconfitte dall’outsider radical Marco Doria. Ma è chiaro che il tema delle coalizioni si porrà, in concomitanza con le politiche, anche al candidato sindaco di Roma il prossimo an-

no. Cioè a lui, che finora l’unico che ha annunciato la partecipazione alle primarie per il Campidoglio, insieme a Sandro Medici. Ed è tema che già agita le primarie per il candidato segretario del Lazio, domenica 19. Il favorito è Enrico Gasbarra, uscito dal congresso del Pd regionale con il 70 per cento dei consensi, e appoggiato da uno schieramento trasversale da D’Alema, a Veltroni, a Fioroni, diviso in tre liste più una di «sinistra». Lo sfidano Giovanni Bachelet e Marta Leonori, la giovane appoggiata dallo buona parte dell’area Marino e da una bella fetta di bersaniani, non solo coté sinistra. Leonori lamenta troppa timidezza nella pubblicizzazione delle primarie e teme teme «vengano a votare solo amici e parenti». La posta in gioco, anche a Roma e nel Lazio, è troppo grande per essere lasciata ai soli militanti. «C’è da ricostruire un partito e un nuovo progetto per la regione e per la città», dice. E qui si torna al punto. Gasbarra ripete che «prima delle alleanze dobbiamo tenere insieme la nostra piazza democratica». Romana e non. Ma fra i suoi sostenitori ci sono quelli che vogliono federarsi con il Terzo Polo. «Federati con Fini? Proprio no», dice Leonori.

CENTROSINISTRA

Dopo i tecnici super-politici serve un campo largo

I

mposto da uno stato d’eccezione che ha reso difficile una discussione preventiva, cosa rappresenta il governo di Mario Monti, nella sua genesi e nelle sue implicazioni politiche? Non una parentesi «tecnica», bensì una scelta «superpolitica» che produce conseguenze «superpolitiche» e che impone al centrosinistra la necessità di riorganizzarsi come campo del cambiamento (Goffredo Bettini). Il frutto della globalizzazione neocapitalistica, che produce una «sospensione della democrazia» e allude a una «democrazia autoritaria» (Fausto Bertinotti). L’inveramento di un progetto di innovazione che il centrosinistra non ha saputo portare avanti (Giovanna Melandri). In estrema sintesi, queste le posizioni politiche che si sono confrontate nel seminario che si è svolto giovedì e venerdì a Roma a partire da una discussione sul libro di Goffredo Bettini, Oltre i Partiti e intorno all’idea di «un solo grande campo del cambiamento, inclusivo, aperto, plurale, democratico». Nulla di più lontano da una immediata proiezione partitica, per la qualità dei partecipanti e per il tipo di discussione, ma un confronto ravvicinato tra posizioni anche lontanissime e un’ambizione sullo sfondo: costruire dal basso una risposta all’involuzione oligarchica dei partiti (qui si parla del campo del centrosinistra) fondata sulla par-

Carmine Fotia

Andare oltre i partiti, per un’alleanza plurale e aperta. A Roma due giorni di dibattito Per ascoltare i cittadini, che sconfiggono dal basso le oligarchie. A Genova come a Milano tecipazione organizzata delle persone. Dunque una discussione piena di obiezioni e di domande. Dove, come difficilmente accade nelle sedi di partito, ci si confronta direttamente e si affronta di petto una discussione vera, che fa i conti con la presunta ineluttabilità del governo Monti. E ci si interroga sulle risposte non di breve periodo. Per esempio, Mario Tronti critica l’idea di un

«campo di persone»: come si può ricostruire una soggettività politica senza pensare al partito come espressione di una «forza»? Ne nasce un confronto vero tra dirigenti politici diversamente collocati (Migliore, Smeriglio, Civita, Meta, Gasbarra, Brutti, Orlando) che si misurano sull’esaurirsi della forma partito nel momento in cui ci sarebbe maggiormente bisogno di una politica alta e altra e si confrontano

con le analisi di Bonomi che domanda: come si sta in mezzo alla moltitudine esclusa dalla logica del finanzcapitalismo? Oppure con le analisi di Ignazi e Massari sulle dinamiche e le degenerazioni della forma partito. E poi il confronto con sindaci come Zedda (Cagliari) e Balzani (Forlì) o candidati come Petrangeli (Rieti), tutti espressione di primarie che segnano la sconfitta delle ristrette oligarchie di partito e alludono, in carne ed ossa, a un campo largo che esiste già nell’elettorato e chiede solo diritto di cittadinanza e attenzione. Almeno pari a quella dedicata a ogni sospiro della più infinitesimale frazione di uno degli attuali partiti del centrosinistra.

UDC · «Congresso straordinario». Casini lancia il partitone di centro e allarma il Pdl «Ora andremo alle amministrative così, a consumare questo rito, ma alle politiche credo che non ci arriveremo con l’attuale equilibrio». Intervenendo all’esecutivo nazionale allargato della «Rosa per l’Itialia», il leader dell’Udc Pierferedinando Casini annuncia che al prossimo congresso nazionale del partito - che dovrà essere «straordinario, anche nelle decisioni», dice - si parlerà di un nuovo progetto politico, che vada oltre i poli: «Ora è il momento di fare un contenitore con forze diverse. I poli così come sono organizzati non servono più». L’annuncio del congresso straordinario per lanciare il nuovo soggetto politico di centro in vista delle elezioni - un contenitore che mira a attirare una parte del Pdl e una del Pd - preoccupa subito Silvio Berlusconi e Angelino Alfa-

no. Il partito berlusconiano è preso tra mille dissidi, la rottura con la Lega e il caso del tesseramento gonfiato e ora teme anche di perdere altri pezzi in favore del partitone centrista, mentre Alfano spera ancora a fare dell’Udc un alleato minore del Pdl. Oltretutto Casini dice che «è una follia sostenere che chi è nel governo non si deve presentare alle elezioni». E il timore del Cavaliere è che il nuovo partito di centro possa schierare Passera (al quale punta anche l’ex premier) se non addirittura Monti. Per lunedì Berlusconi ha convocato nella sua villa di Lesmo i vertici nazionali e locali del Pdl per parlare delle amministrative e del fururo del partito. Spiazzato da Casini, il Cavaliere starebbe pensando a accelerare il lancio del suo nuovo movimento.

a riforma costituzionale parte, e potrà essere approvata entro l’anno. Lo dicono i leader di Pdl, Pd e Udc, ma non per questo ci credono granché. I tre, Alfano, Bersani e Casini, si incontrano nello studio di Luciano Violante a Montecitorio e poi annunciano alle telecamere, ognuno per conto suo, di aver raggiunto un’intesa sui principi: più poteri al premier, compreso quello di nominare e revocare i ministri, riduzione del numero dei parlamentari (100 deputati e 50 senatori in meno), introduzione della sfiducia costruttiva e superamento del bicameralismo perfetto. Il testo dovrà essere redatto nei prossimi giorni da Luciano Violante, Gaetano Quagliariello, Ferdinando Adornato, Italo Bocchino e Pino Pisicchio, raccogliendo i suggerimenti delle assemblee dei gruppi. Tra due settimane i leader si rivedranno per dare via libera alle proposte che saranno presentate o in forma di nuovo ddl o in quella di emendamento firmato dai capigruppo ai testi già depositati. Tutti insomma vogliono dimostrare buona volontà, ma i tempi sono stretti. Tanto più che di riforma elettorale si dovrebbe cominciare a parlare solo dopo la prima lettura della riforma costituzionale in entrambi i rami del parlamento. Così ha voluto il Pdl e così è stato. E il Pd teme che alla fine non se ne faccia nulla, se non un ritocco al Porcellum. Anche perché sul sistema «italo-tedesco» un’intesa non c’è. E anche sulla riforma della governance Rai - della quale si è brevemente parlato anche durante il vertice di ieri - il Pdl resta disponibile solo a un ritocco della Gasparri. La Federazione nazionale della stampa chiede invece che «l’indispensabile riforma della legge Gasparri avvenga nel segno non solo della efficiente gestione aziendale, ma della necessaria autonomia della Rai da ogni governo. Superando l’anomalia per la quale l’azionista del servizio pubblico è il ministero dell’economia».

SANITÀ

Calabria, indagato il presidente Peppe Scopelliti

C

he la sanità fosse un campo minato per Peppe Scopelliti, presidente della Calabria del Pdl, stava piano piano emergendo. Ora i nodi vengono al pettine e la magistratura inizia a scoperchiare la pentola. E’ stato lui stesso a render noto di aver ricevuto, in qualità di Commissario ad acta per l’attuazione del piano di rientro, un avviso di garanzia dalla Procura di Catanzaro. Gli vengono contestati la stipula del Patto di legislatura tra la regione e l’Aiop, la delibera di giunta relativa al rinnovo del protocollo d’intesa tra la Calabria e l’Università Magna Grecia, l’approvazione del regolamento attuativo sui requisiti minimi per l’autorizzazione al funzionamento dei centri socio riabilitativi per disabili, e la riconversione dei servizi Siad, relativi alla Fondazione Betania Onlus. Una sfilza di provvedimenti assunti senza il preventivo parere del «Tavolo Massicci» (dal nome del dirigente del Tesoro che si occupa di spesa sanitaria), l’organismo a cui partecipano i tecnici dei ministeri con lo scopo di verificare l’attuazione dei piani di rientro. D’altronde, in una regione nei cui ospedali si muore per un cesareo, dove i posti letto per malati acuti scarseggiano, dove si passano notti in pronto soccorso, responsabile, intanto politico, è chi amministra il comparto combinando disastri. Scopelliti, in questi due anni, si è mostrato a suo agio solo nelle assunzioni («215 a tempo determinato e 75 a tempo indeterminato» hanno sentenziato i tecnici del Massicci in barba al decreto che vieta nuove assunzioni), nelle nomine (dei direttori delle Asl che andavano fatte con delibera di giunta e non con decreto commissariale), e negli affari con Formigoni a cui ha affidato la costruzione di 3 nuovi ospedali (Catanzaro, Sibaritide, Gioia Tauro) sebbene la legge vieti accordi interregionali in tema di prestazioni sanitarie. «Chiarirò presto - ha dichiarato Scopelliti - si tratta di atti di indirizzo politico che non hanno prodotto né danno economico per la regione, né vantaggio ad alcuno». S. Mes.

L’UNICO FILM CHE UNISCE L’ITALIA ... A FORZA DI RISATE MEDUSA FILM

PRESENTA

AI CINEMA DI ROMA ADRIANO - ADMIRAL - AMBASSADE - ANDROMEDA DORIA - LUX - MADISON - NUOVO AQUILA STARPLEX GULLIVER - THE SPACE CINEMA MODERNO THE SPACE CINEMA PARCO DE' MEDICI UCI CINEMAS MARCONI - CINEFERONIA (FIANO ROMANO) UCI CINEMAS PARCO LEONARDO (FIUMICINO) UCI CINEMAS (PORTA DI ROMA) - THE SPACE CINEMAS (GUIDONIA) UCI CINEMAS (LUNGHEZZA) POLITEAMA (FRASCATI) - CINELAND (OSTIA)


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il manifesto

SABATO 18 FEBBRAIO 2012

ITALIA NAPOLI · Presidio alla regione, occupati i cantieri dell’America’s cup. Oggi in maschera a Scampia

MILANO

COSTA CONCORDIA

Il carnevale dei movimenti

Dopo l’assassinio del ragazzo cileno Cancellieri intende riorganizzare i vigili

La Protezione civile rassicura: «La nave è stabile. Per ora»

Francesca Pilla NAPOLI

L

a sede della giunta campana è ancora cinta d’assedio. L’avevano promesso e l’hanno fatto, tre giorni di picchetti per tenere il fiato sul collo del governatore Caldoro, il quale chiuso nelle sue stanze non accenna a voler ascoltare le ragioni della protesta. Fuori il caos con slogan, urla di rabbia e anche qualcuna di dolore per le manganellate della celere che in più occasioni, da mercoledì, è intervenuta per tentare di disperdere il presidio. Ieri i disoccupati e gli studenti si sono travestiti con tute isolanti bianche e cartelli appesi al collo con su scritto: «Per lo stato sono un fantasma». Mentre le transenne intorno allo stabile sono state «decorate» con fogli A4 per definirlo in grassetto «Palazzo inutile». Striscioni tra i pali della luce anche lungo la via Santa Lucia, una delle strade più chic della città, hanno testimoniato le istanze di chi contesta i tagli allo stato sociale del governo Monti. C’erano come sempre gli operatori sociali,

CORTEO DELLE MASCHERE A SCAMPIA

quelli dell’Orsa servizi, i tanti licenziati delle ultime crisi, i precari, gli studenti, i centri sociali, i sindacati di base. Le iniziative di protesta sono iniziate di prima mattina, quando i precari Bros hanno invaso i cantieri edili che devono cambiare faccia al golfo per le preselezioni dell’America’s cup. Durante l’occupazione, durata almeno un’ora, un gruppo di senzalavoro è riuscito a piantare la bandiera di Che Guevara sopra il becco di

NO DISCARICA · Strada bloccata, c’è chi tira dritto Corteo con incidente ieri mattina durante l’iniziativa contro la discarica che dovrebbe sorgere tra Quarto e Pozzuoli. Gli abitanti hanno bloccato per due ore l’arteria di collegamento con tangenziali e autostrade. Un automobilista spazientito ha violato il muro di manifestanti e ferito di una donna. Ne è seguito un parapiglia tra le persone ferme in macchina e i no discarica. Qualche parola di troppo poi spintoni e botte, e un attivista ha avuto la peggio. Entrambi sono stati ricoverati. La tensione è altissima anche tra i residenti che non vogliono sul loro territorio il sito, uno degli otto approvati nel piano regionale di Caldoro. «Non può essere aperto tra campagne, coltivazioni e reperti archeologici», dicono. Non si fidano della promessa di depositare al Castagnaro solo umido scelto. Sulla carta infatti si parla di compost fuori specifica, che comprende anche materiali non trattati. Sotto accusa anche il sindaco del Pdl Massimo Caradente Gianrusso che, pur sempre presente alle manifestazioni, per i residenti non sarebbe determinato a livello istituzionale nel suo no alla discarica.

una gru. Ora, salvo incursioni serali delle forze dell’ordine, l’idea del «coordinamento sociale» è quella di passare ancora una notte sotto il palazzo per andare poi tutti insieme al concentramento del corteo cittadino, oggi alle 9.30 davanti alla metropolitana di Montesanto, per unire i fronti di emergenza in occasione della giornata di solidarietà ai No tav e al popolo greco. Ma c’è un altro appuntamento per i movimenti napoletani che non va disertato: il carnevale del Gridas di Scampìa che inizierà domattina alle 10, davanti alla sede del centro sociale. Un momento importante per un quartiere difficile, che spesso si trova ostaggio della camorra, ma anche del degrado di un’area completamente abbandonata. La parata è organizzata puntualmente da 30 anni, ogni volta con un tema nuovo. Quest’anno, con la Grecia che brucia e l’Italia nella mani delle politiche di austerity, il mitico corteo delle maschere di carta pesta si intitola «O la borsa o la vita, ovvero dove va il mondo». Si rinnova la tradizione iniziata da Felice Pignataro, il pittore visionario or-

mai scomparso che ha sostituito il grigio di tanti palazzoni popolari con i suoi graffiti colorati e che per la prima volta nel 1983, con «La vita contro la morte» diede inizio a questo rito atteso da grandi e piccini. Ora il testimone è passato a Mirella, la compagna di una vita che, come da tradizione, fa precedere alla parata la costruzione dei carri allegorici, coinvolgendo il quartiere e i tanti ragazzi strappati così alla strada. Da metà gennaio infatti i volontari si sono incontrati ogni pomeriggio per dare forma alle maschere di cartapesta dedicate ai costumi tradizionali, ma anche inventati dai bambini. La paura però è che quest’anno dopo il polverone - montato per un presunto coprifuoco imposto dai clan, ma smentito da prefettura e questura - la sfilata possa essere meno partecipata. Ma di sicuro ci sarà il movimento OccupyScampìa che dopo il flop della manifestazione lanciata su twitter dalla deputata Pina Picierno, causa maltempo due settimane fa, aveva garantito la propria presenza alle iniziative delle associazioni che lavorano nel rione. Questa è la prima occasione.

DISPERSI · Le famiglie dei ragazzi tunisini scomparsi arrivate a Roma

«Sono sbarcati in Italia, aiutateci» Cinzia Gubbini ROMA

S

ono dossier accurati quelli che hanno messo insieme Noureddine Mbarki, Imed Soltani e Meherzia Raouafi. Si sono dovuti trasformare in investigatori, appoggiati da pochissime persone, guardati con sospetto da molti. Ma in gioco c’è la vita dei loro figli: figli che sperano di poter riabbracciare, che temono essere finiti in qualche brutto guaio. «Aiutateci, aiutateci a risolvere questo mistero», diceva ieri Meherzia davanti all’ambasciata della Tunisia a Roma. Meherzia, Imed, Nourredine sono tunisini, e i loro figli sono partiti a marzo alla volta dell’Italia. Delle barche con cui hanno affrontato il viaggio sanno tutto: il giorno e il porto di partenza, quante persone c’erano a bordo, praticamente tutti i nomi dei passeggeri. E sull’arrivo? L’arrivo è il grande dilemma. Secondo i genitori di questi ragazzi, i loro figli sono sicuramente arrivati. Lo dicono sulla base di alcuni indizi. Meherzia è convinta di riconoscere suo figlio in un video mandato in onda da un tg e così anche Noureddine. E poi ci sono le telefonate che alcuni genitori hanno ricevuto: "Mamma siamo arrivati, vediamo la costa con noi c’ la guardia di finanza". Poi più nulla. I tre parenti sono arrivati in Italia come delega-

zione di un gruppo che rappresenta 250 ragazzi partiti marzo su quattro imbarcazioni (sul sito del manifesto un’intervista video). Ma i "dispersi" sono molti di più. La mobilitazione dei genitori delle "barche di marzo" ha fatto emergere una stima attendibile: sono 800 le famiglie in Tunisia che hanno perso le tracce dei propri figli. Un numero enorme e raccapricciante. Perché è evidente che molti di loro sono morti in naufragi. Naufragi fantasma. Ma se qualcuno di loro fosse effettivamente arrivato? «Chiediamo al governo italiano e a quello tunisino di aiutarci, bastereb-

be che si scambiassero le impronte digitali», dice Nourredine. Già, le impronte digitali. Uno strumento di controllo che sta dimostrando la sua esclusiva funzione di controllo delle frontiere. Perché quando quelle impronte, come in questo caso, potrebbero servire a garantire la sicurezza dei migranti imperscrutabili ragioni di Stato ne impediscono l’utilizzo. Il governo italiano e quello tunisino sono in contatto per cercare di risolvere questa storia, che è diventato uno dei nodi della nuova diplomazia tra i due paesi. La Tunisia tentenna sull’opportunità di fornire le impronte dei propri cittadini, temendo che l’Italia voglia creare un precedente per espellere più facilmente i tunisini. L’Italia non vuole dare le impronte di tutti gli sbarcati alla Tunisia. La trattativa è delicata. Ma in mezzo ci sono le famiglie, a cui non importa nulla di questi discorsi e chiedono solo che venga fatta luce. Martedì saranno ricevuti al Viminale. Una disponibilità molto apprezzata, dopo tre settimane passate in Sicilia a vedersi sbattere le porte in faccia. Perché la delegazione vorrebbe poter entrare nei centri di detenzione per migranti, parlare con chi è rinchiuso lì dentro, mostrare le foto dei ragazzi scomparsi per sapere se qualcuno li ha incontrati a Lampedusa. Ma la porta dei Cie è rimasta chiusa.

Parco Lambro. «Siempre te recordaremo, care loco». Sotto la scritta con lo spray blu, due mazzi di fiori. Non è un pellegrinaggio, non ci sono i fiori di Palazzo Marino. I milanesi, sinistra compresa, continuano a non cogliere la gravità dell’accaduto, eppure qualcuno comincia ad avvicinarsi al luogo dove lunedì scorso Marcelo Valentino Gomez Cortes è stato ucciso come un cane con un colpo di pistola alle spalle. A sparare il vigile del Nucleo speciale Alessandro Amigoni, che ha cercato di inquinare le indagini con una sequela di menzogne in un primo tempo sottoscritte dal capo dei vigili Tullio Mastrangelo. Attualmente è stato spostato nell’ufficio sanzioni, da rambo a passacarte. Ieri, intanto, il ministro degli Interni, Annamaria Cancellieri, ha detto che il Parlamento «affronterà il tema del riordino delle polizie municipali». Cancellieri, sollecitata sul tema delle armi in dotazione ai vigili - «le toglierete?» - non ha risposto come se fosse una follia, diversamente dai sindacati della polizia locale che hanno brillato per la loro assenza: «E’ un tema all’attenzione del Parlamento, siamo anche stati invitati ad affrontarlo presto», ha detto. A pochi giorni dal consiglio comunale di Milano espressamente dedicato alla «sicurezza» in città, finalmente qualche politico ha avuto il coraggio di dire qualcosa di sensato. «Chiedo al comandante dei vigili Mastrangelo - dice Daniele Farina, coordinatore provinciale di Sel - di fare un veloce passo indietro al fine di facilitare il processo di riorganizzazione e la nomina di un nuovo vertice della polizia municipale. I fatti paiono logica conseguenza della cultura e delle modalità organizzative che le precedenti amministrazioni hanno inoculato per anni in specifici settori della polizia municipale». E ancora: «E’ necessario procedere allo scioglimento di buona parte dei cosiddetti nuclei speciali». A questo punto, non si capisce cosa possa impedire al sindaco Pisapia di procedere in questa direzione. Intanto, sul fronte delle indagini, si è fatto vivo il ragazzo che stava scappando con Marcelo. Si è messo in contatto con il pm tramite la compagna del suo amico. Aveva paura. Non si fidava. (l.fa.)

Riccardo Chiari

«F

ra le nostre priorità non c’è la stabilità della nave». Le parole di Franco Gabrielli fanno tirare un sospiro di sollievo ai gigliesi. Perché l’incontro settimanale all’hotel Bahamas fra i residenti dell’isola e il commissario all’emergenza è, se possibile, ancora più atteso del solito, dopo che da alcuni giorni rimbalzano in rete le prime immagini subacquee fatte nell’ultimo mese intorno al relitto della Costa Concordia. Girato sabato scorso dall’Ispra, il video ha provocato più di un allarme, legato a una frattura larga alcuni centimetri in uno dei due spuntoni di granito che ancorano la nave. Di fronte al timore di uno scivolamento della Concordia su un fondale ben più profondo di quello attuale, con il conseguente disastro ambientale, Gabrielli rassicura: «Il video è stato letto positivamente dai tecnici, rimasti casomai stupiti nel vedere quanto il granito sia stato in grado di sopportare l’enorme peso della nave. Quanto alla frattura, l’ipotesi prevalente è che si sia verificata al momento del naufragio. C’è da valutare invece l’aiuto dato alla stabilità complessiva della Concordia dagli speroni di roccia che sono entrati nello scafo, e che la ancorano ulteriormente». Quanto ai movimenti del relitto, soprattutto nella parte di prua, il quotidiano monitoraggio dell’Università di Firenze sta confermando la sostanziale stabilità della nave. A riprova, sono riprese anche le ricerche dei 15 dispersi: «Si è aperta una attività specifica di ricerca sul ponte 4 - annuncia Gabrielli - i vigili del fuoco lavorano in quelli che erano corridoi, e che oggi sono pozzi dove si ritiene possano esserci dei corpi. Finora i soccorritori non avevano le condizioni di sicurezza per operare. Di questa attività abbiamo interessato anche la protezione civile europea, che metterà a disposizione professionalità specifiche». Sono in arrivo squadre francesi, svizzere e svedesi: «Un grande sforzo - sintetizza il capo della Protezione civile – per dare risposte ai familiari dei dispersi». Notizie tranquillizzanti per il centinaio di residenti nell’isola, e per il media locale Giglionews.it, che ascoltano con attenzione per conoscere le attività in corso. Soprattutto quelle legate al defueling, che complici le ottime condizioni meteomarine sta andando avanti a pieno regime. «Ad oggi siamo quasi al 50% del pompaggio del carburante – tira le somme Gabrielli questo vuol dire che in altre tre settimane, se il tempo resta stabile, potrà essere ultimato». Sono già più di mille i metri cubi di combustibile estratti dai grandi serbatoi di prua, e i tecnici di Neri-Smit Salvage hanno calcolato che entro domani i lavori in quella parte della nave dovrebbero essere conclusi. Poi si passerà al lavoro, più complesso, nei serbatoi sommersi di poppa e infine al carburante nei motori e nei circuiti. Infine si parla della rimozione del relitto: il 3 marzo è la data ultima per la presentazione dei progetti di recupero, che i gigliesi chiedono avvenga senza «tagliare» lo scafo.

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il manifesto

SABATO 18 FEBBRAIO 2012

pagina 9

INTERNAZIONALE PERCHÉ NO

Lettera alla Cgil e al Tavolo della pace

C

UN CHECKPOINT DELL’ESERCITO SIRIANO A HARASTA, SOBBORGO DI DAMASCO/FOTO REUTERS

SIRIA · L’Assemblea Onu approva la proposta bocciata in Consiglio di sicurezza da Russia e Cina

Dodici no al «piano» arabo N

ella notte fra mercoledì e giovedì l’Assemblea generale dell’Onu ha approvato a grande maggioranza una risoluzione redatta dai paesi della Lega araba (leggi petro-monarchie del Golfo, Qatar e Arabia saudita in testa) e presentata dall’Egitto, che condanna e chiede l’immediata fine delle violenze in Siria. Violenze che attribuisce però solo al regime del presidente Bashar al Assad, di cui chiede infatti la rinuncia. La risoluzione era la fotocopia di quella presentata una decina di giorni fa al Consiglio di sicurezza e bloccata dal veto congiunto di Russia e Cina per due ragioni precipue - almeno ufficialmente: la prima che il «piano» arabo apriva la porta a un intervento «umanitario» dall’esterno, la seconda che prefigurava un «regime change» imponendo l’immediata riuncia di Assad come pre-condizione. La risoluzione bocciata in Consiglio di sicurezza è passata in Assemblea generale. Se la prima avrebbe avuto valore cogente, la seconda non è vincolante, ma i promotori credevano e credono che porterà a un accentuazione dell’isolamento internazionale di Assad e aumenterà la pressione politica su di lui. E’ pas-

sata con 138 voti contro 12 più 17 astensioni. I no sono stati quelli ancora di Russia e Cina, della stessa Siria e di Bielorussia, Bolivia, Cuba, Ecuador, Iran, Nicaragua, Nord Corea, Venezuela e Zimbabwe. Insomma tutti i «cattivi» del film. Mosca e Pechino ha ribadito il loro voto negativo in quanto la risoluzione era «sbilanciata» puntando il dito solo contro il

Oggi il viceministro degli esteri cinese a Damasco per tentare il rilancio dell’improbabile soluzione diplomatica governo senza alcun cenno all’opposizione, promuovendo un cambio di regime forzato dalla minaccia di un intervento esterno. Nel tentativo - con poche possibilità di successo - di facilitare una soluzione politica interna, ieri il viceministro degli esteri cinese Zhai Jun doveva arrivare a Damasco per incontrare Assad, preceduto da una dichiarazio-

Usa /SCONTRO INCERTO PER LE PROSSIME PRIMARIE

Romney-Santorum: la campagna del Michigan ti hanno però sospettato che il vero motivo del rifiuto di Romney fosse un altro: la pauNEW YORK ra di commettere gaffes dannose alla vigilia itt Romney sta vivendo il momendel Super Tuesday. Dopo di lui hanno poi to più difficile dall’inizio della sua annunciato la propria assenza in Georgia campagna elettorale. Dopo la trianche Rick Santorum e Ron Paul, portando pla sconfitta riportata alle primarie repubcosì all’annullamento del dibattito e facenblicane in Minnesota, Missouri e soprattutdo rientrare il caso. to Colorado lo scorso 7 febbraio, l’ex goverMentre Newt Gingrich, che in principio natore del Massachusetts è stato sorpassasembrava l’alternativa conservatrice a Romto in tutti i sondaggi da Rick Santorum, il ney, vede svanire le proprie possibilità, Sancandidato su cui ultimamente sta puntantorum è invece nel suo momento migliore. do forte il ramo conservatore Dopo la sorprendente e risicaed evangelico del partito. vittoria in Iowa di inizio genA dieci giorni ta In Michigan, a dieci giorni naio, di appena 34 voti, la sua dal voto, l’ex senatore della campagna elettorale era entradal voto nel Pennsylvania è in vantaggio su ta in apnea. La tripla vittoria grande stato del 7 febbraio, ottenuta grazie Romney anche di dieci punti secondo tutti i sondaggi. Se la a un duro lavoro porta a porta industriale sconfitta di dieci giorni fa è stae con pochi fondi, lo ha riportata attutita dal largo vantaggio to di colpo in vetta ai sondaggi. i sondaggi nel numero di delegati necesOra in Michigan Santorum e danno sari per ottenere la nominaRomney si daranno battaglia tion, per il grande favorito del per conquistare il voto della l’out- sider Grand Old Party una disfatta classe operaia. Romney non nello Stato in cui il padre fu un perde occasione per ricordare nettamente popolare governatore fra il il boom dell’industria automoin testa 1963 e il 1969 avrebbe però efbilistica ai tempi del padre, fetti devastanti. Santorum per rievocare le sue Romney ha ancora 123 delegati contro i origini umili. Giocando sulla nostalgia dei 72 di Santorum e i 1.144 necessari per ottebei tempi andati, come ha notato anche il nere la nomination, ma negli ultimi giorni quotidiano Politico, i due candidati cercasi è ritrovato con le spalle al muro e si è scono di guadagnare consensi restituendo speperto costretto a riesaminare per l’ennesiranza a uno Stato e un’industria duramenma volta le proprie strategie elettorali. Prote toccati dalla crisi. Proprio negli ultimi prio per questo motivo giovedì aveva rifiutagiorni, a guastare i piani dei due contendento di prendere parte all’ultimo dibattito teleti, sono arrivati però i risultati annuali e trivisivo in programma prima del Super Tuemestrali dell’industria automobilistica. Olsday, che si sarebbe dovuto tenere in Geortre alle buone prestazioni di Ford e Chrygia il primo marzo. «Quel giorno voteranno sler spiccano i risultati di General Motors, altri otto stati, e saremo impegnati a fare che ha stabilito il proprio record storico su campagna altrove», aveva comunicato la base annuale. E al cui piano di salvataggio portavoce di Romney, Andrea Saul. In molsi opposero sia Romney che Santorum. Andrea Marinelli

M

ne in cui condanna le violenze contro i civili e fa appello al governo a rispettare la «legittima» richiesta di riforme da parte del popolo siriano. Non era chiaro se nei due giorni di visita nella capitale siriana incontrerà anche esponenti dell’opposizione che del resto aveva già ricevuto la settimana scorsa a Pechino dove erano stati invitati per un primo contatto. Intervenendo al Palazzo di vetro l’ambasciatore siriano Bashar Jafaari aveva detto che la risoluzione è un messaggio di sostegno «agli estremisti e terroristi» e che questo porterà «all’approfondimento della crisi e delle violenza in tutta la regione» e non solo in Siria. Anche l’ambasciatore Usa, Susan Rice, ha parlato di «chiaro messaggio» ma «al popolo siriano»: «il mondo è con voi». L’ambasciatore venezuelano ha invece lamentato che la risoluzione «nega la sovranità siriana» e sarà usata da parte di alcuni per «promuovere una guerra civile su larga scala». Prima del voto era intervenuto anche il pallidissimo segretario generale Ban Ki-moon (silente e distratto su quello che sta succedendo nella «nuova» Libia) per chiedere alle autorità siriane di cessare di uccidere civili e di commettere «crimini che quasi certamente» sono crimini contro l’umanità. Per una volta bisogna dire che Russia e Cina hanno ragione: il quadro che esce dalla risoluzione approvata è troppo sbilanciato e semplice, nonché foriero di un intervento esterno. E’ il capo della National Intelligence Usa, James Clapper, a dire che a quanto ne sanno loro gli uomini di al Qaeda «sono riusciti a infiltrarsi all’interno dei gruppi contrari al regime di Assad», che «in molti casi non sono al corrente della loro presenza». E anche il segretario generale della Nato, Rasmussen, sembra confermare l’ipotesi di un intervento esterno: «Non abbiamo alcuna intenzione di intervenire in Siria» anche nel caso di un’eventuale «missione di pace Onu-Lega araba»... s.d.q.

DALLA PRIMA Maurizio Matteuzzi Sui media e fra i politici semba di essere tornati a un anno fa, allora la Libia oggi la Siria. E lo scenario siriano sembra ineluttabilmente andare sul canovaccio di quello libico. Già. Possibile che la «guerra umanitaria» (della Nato) in Libia non abbia insegnato nulla alla luce di quello che noti gruppi sovversivi e faziosi quali Amnesty international, Human Rights Watch, Croce rossa vanno scoprendo (in loco), denunciando e gridando da mesi sul dopo-guerra libico? Grida nel deserto. Prima, durante la guerra, la storia a senso unico. Ora, dopo la guerra, l’assordante silenzio. Silenzioso e distratto - sulla Libia post-Gheddafi, non sulla Siria di Assad - il pallido segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon (d’altra parte è stato scelto e messo lì per questo). Ma come può essere che il presidente della repubblica Giorgio Napolitano, divenuto la coscienza del paese, così attento sulla realtà che lo e ci circonda, lui che fu (forse) il primo e più deciso sostenitore della necessità per l’Italia di scendere in campo a fianco dei «bombardieri umanitari» della Nato, di fronte agli orrori che vengono dalla quarta sponda finora non ha aperto bocca? Il petrolio libico, il business, la necessità di respingere le aggressive intrusioni di Sarkozy in Libia.... Per altri forse si potrebbe pensarlo, non per Napolitano. Idem per il governo del professor Monti e per i partiti politici caduti in afasia. Passi per l’ex ministro Frattini,

on questa lettera aperta intendiamo dissociarci nettamente dalla manifestazione indetta dal CNS a Roma per il 19 febbraio e non possiamo condividere le ragioni di quanti aderiscono a quella piattaforma. Ciò perché non vogliamo assolutamente un'altra guerra «umanitaria» che, come è avvenuto in Libia, sotto la pretesa di proteggere i civili ha scatenato la ferocia dei bombardamenti e dell'intervento Nato e ha aggiunto alla guerra civile sul terreno, un altro bagno di sangue molto, molto più grande. Crediamo che grazie al veto di Russia e Cina la minaccia di un «intervento umanitario» solo per il momento sia stata scongiurata. Pensiamo però che sia necessaria una piattaforma di pace alternativa che, a partire dalla cessazione delle violenze da entrambe le parti (governo e bande armate della cosiddetta opposizione), rivendichi un vero negoziato di pace. Ciò perché il massacro dei civili sul terreno in Siria è frutto di una guerra civile tra due entità armate, come dimostrano il rapporto degli osservatori della Lega araba - censurato dal Qatar - e le violenze sui civili, gli attentati terroristici, il cecchinaggio e numerose efferatezze compiute proprio dall'Esercito siriano di liberazione alleato del Cns. Quest’ultimo attribuisce le violenze solo all'esercito governativo e invoca nel volantino e nella piattaforma del 19 febbraio «le dimissioni di Assad e del suo staff» e «la difesa internazionale dei civili secondo lo statuto dell'Onu», il che equivale a chiedere nei fatti il cambio di regime a mano armata e nuovamente quell'intervento militare internazionale che è stato momentaneamente fermato dal veto in Consiglio di sicurezza. Questa strada porta direttamente alla guerra «umanitaria» della Nato contro la Siria e a legittimare l'intervento militare già in atto in Siria con truppe di Turchia, Qatar, Libia, Arabia saudita e di tutte le petro-monarchie del Golfo che stanno da tempo fomentando la guerra, appoggiando con mezzi militari e mediatici l'opposizione armata in Siria. L'esperienza delle cosiddette guerre umanitarie dell'ultimo quindicennio ci ha insegnato che nessuna retorica dei diritti umani o di «contingenti necessità» può mascherare la realtà della guerra con i suoi lutti e le sue devastazioni senza fine. L'unica strada per fermare il massacro di civili è quella di fermare le violenze, non di amplificarle invocando l'intervento occidentale. Invitiamo pertanto tutte le associazioni che ripudiano la guerra a dissociarsi apertamente dal Cns e dalla sua piattaforma. Alleghiamo alla presente lettera: a) una scheda informativa sul Cns con l'indicazione delle fonti; b) un estratto in italiano del rapporto degli osservatori della Lega araba; c) la piattaforma di pace da noi proposta. Rete Nowar, Peacelink, Wilpfitalia, Unponteper; Statunitensi contro la guerra firenze; U.S. citizens for peace and justice, Rete disarmiamoli, Contropiano; Associazione nazionale di amicizia Italia-Cuba di Roma; Associazione amici della Mezzaluna rossa palestinese.

ritornato nel nulla da cui era fuggevolmente emerso dopo aver dovuto lasciare gli esteri. Ma Bersani e il Pd, anch’essi allineati e coperti al momento di proclamare la «guerra umanitaria» della Nato? E’ difficile capire il perché di tanto silenzio. E’ difficile capire come mai politici e giornalisti navigati e competenti non si rendano conto che un esito come quello libico - guerra e postguerra - è esattamente la ragione per cui oggi l’Onu o la Nato o «la comunità internazionale» sono paralizzati rispetto alla Siria, dove i civili sono presi selvaggiamente fra due fuochi (due fuochi). E’ difficile capire come non si rendano conto che gli «interventi umanitari» sono, purtroppo, una - o «la» - nuova forma di ingerenza esterna, di pressione e di ricatto dei poteri centrali (altro esempio, la «guerra alla droga» degli Usa in America latina) che finisce per deligittimare la salvaguardia dei diritti umani e civili che, in principio, si vorrebbero proteggere. E per dare esiti catastrofici. Basta scorrere a caso l’elenco degli ultimi «interventi umanitari»: la Serbia (il Kosovo è un paese?), la Libia, Haiti, la Somalia di «Restore Hope»... E’ difficile capire come gli intenti «umanitari» dell’Occidente si possano coniugare, ciò che di fatto avviene, con gli intenti di sovversione islamista di al Qaeda. Come gli obiettivi democratici e questi sì umanitari delle primavere arabe possano legarsi con gli obiettivi oscurantisti del Qatar e dell’Arabia saudita. Nel momento in cui l’Occidente e le petro-monarchie del Golfo si toccano, la primavera araba è morta. In Libia e - sperando si sbagliarsi - in Siria.

LIBIA

Primo anniversario dell’insurrezione. Feste e problemi

L

a «nuova» Libia sta celebrando il primo anniversario dell’insurrezione, partita da Bengasi il 17 febbraio 2011, che ha portato alla caduta, il 20 ottobre dopo una sanguinosa guerra civile e il ruolo decisivo dei «bombardamenti umanitari» della Nato, alla caduta del regime di Muammar Gheddafi. Il Colonnello fu catturato quel giorno dai ribelli a Sirte, sua città natale e sua ultima roccaforte a cadere e linciato. Bengasi, «la culla della rivoluzione» e da sempre, anche, la culla dell’opposizione islamista al laico Gheddafi, ha cominciato i festeggiamenti fin da martedì. Popolo per le strade in festa, sventolio di bandiere, raffiche di mitra in cielo, slogan. «La libertà. Gheddafi non c’è più. Incredibile», uno dei tanti commenti raccolti. Anche a Tripoli ieri era festa. Per ieri pomeriggio, a Bengasi (non a caso), era prevista una cerimonia commemorativa speciale a cui doveno presenziare esponenti del governo provvisorio del Cnt. Il suo leader Mustafa Abdel Jalil si era rivolto al paese giovedì sera dagli schermi della tv. Un messaggio che rifletteva chiaramente i problemi in cui si dibatte il paese. Abdel Jalil si è provato a sostenere che il suo governo «ha aperto le braccia a tutti i libici, che fossero sostenitori o no della rivoluzione» e ha cercato di dare garanzie sulla capacità della nuova leadership di mantenere il controllo e la stabilità: «Saremo duri con la gente che minaccia la nostra stabilità», ha detto e le «thuwwar», le centinaia di milizie e brigate armate che scorazzano in lungo e in largo «sono pronte a rispondere a qualsiasi attacco diretto a destabilizzare il paese». Ma, pur nella comprensibile aria di festa, Abdel Jalil non può più incantare nessuno. Il problema principale per la stabilità della «nuova» Libia sono proprio quelle stesse «thuwwar» che il leader del Cnt dice sono pronte a respingere i tentativi di destabilizzazione. Centinaia di milizie, brigate, bande super-armate che non hanno alcuna intenzione di deporre le armi (fino a che...) e che in molti casi non riconoscono l’autorità del Consiglio nazionale transitorio. Il secondo problema principale, conseguenza diretta del primo, è il vuoto istituzionale che nè il Cnt di Jalil né il governo provvisorio di al-Keib riescono a riempire o nascondere. Confidano loro e i loro amici nel mondo arabo e all’estero nelle elezioni di giugno che dovranno eleggere un’assemblea costituente. Una speranza arrischiata. Perché ormai non sono solo più voci maliziose ma dati di fatto che fra queste centinaia di milizie e in questo vuoto istituzionale si sono infiltrati gruppi dell’islamismo più radicale e si sono diffuse pratiche di orrende violazioni dei diritti umani più elementari (basti leggere il rapporto sulla Libia diffuso giovedì sulla Libia da Amnesty). In questo clima ci sono anche voci, da verificare, su una possibile riemersione dei sestenitori del regime di Gheddafi (perché c’erano e non erano neanche pochi) che starebbero per raggrupparsi in un movimento politico fuori dalla Libia. In coincidenza con il primo anniversario della insurrezione, su diversi siti web è apparsa una dichiarazione della «Libia verde» (i colori della vecchia Jamahiriya) che annuncia la nascita di un «Movimento nazionale popolare libico». Il comunicato afferma che in Libia «la situazione peggiora di giorno in giorno» e di fronte «all’infimo interesse da parte dei media internazionali sui molti orrori che stanno verificandosi, noi ci stiamo riorganizzando fuori dalla Libia in un movimento politico inclusivo che comprenda tutti i libici che capiscono quale sia la terribile realtà della Libia». Che risorga la vecchia Libia del gheddafismo è improbabile ma i problemi di della nuova sono grossi. s.d.q.


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il manifesto

SABATO 18 FEBBRAIO 2012

CULTURA

NEL DESERTO DEL REALE Lucia Tozzi

A

rchitetto e teorico dell’architettura e della città, Mirko Zardini dirige dal 2006 il Centre Canadien d’Architecture (Cca), un’istituzione sui generis nel panorama internazionale composta da archivi preziosissimi, una grande biblioteca, il centro studi e il museo, con un’agenda culturale molto forte che ne ha fatto uno dei punti di riferimento internazionali per la cultura urbana e di progetto. Insieme a Giovanna Borasi, Zardini ha curato negli ultimi anni una serie di mostre inusuali, supportate da una ricerca incredibilmente rigorosa e da una ossessiva volontà di portare alla luce le crepe paradigmatiche, i limiti e le contraddizioni dell’architettura. Da Sorry, Out of Gas, la mostra sulla crisi energetica degli anni Settanta, a Sense of the City o Imperfect Health, ancora in corso, emerge una forma di pensiero critico insolitamente chiaro e lontano dalla semplificazione comunicativa diffusa negli ambienti dell’architettura. Quali sono gli obiettivi di questo scarto curatoriale? Il tentativo del Cca è stato quello di costruire mostre che fossero in grado di aprire un discorso, piuttosto che di chiuderlo. Abbiamo selezionato problematiche legate alla realtà quotidiana, come l’energia o la medicina, allo scopo di restituire all’architettura e all’urbanistica una cornice meno angusta di quella strettamente disciplinare, che rischia di confinarle nell’irrilevanza. Volevamo indagare i lati oscuri dell’architettura, ma non nello stile del manifesto politico, come ad esempio alcune mostre del Nai di Ole Bauman. Noi abbiamo cercato di mettere in questione i presupposti su cui operano gli architetti, che spesso ripropongono in modo completamente acritico idee e meccanismi prodotti in altre discipline, senza alcun filtro. In Imperfect Health abbiamo mostrato molti progetti diversi, che per lo più riproducono l’agenda moralistica e neoliberale propria della trasformazione del ruolo della medicina nella nostra società dagli anni settanta a oggi, della fine del welfare. Per esempio, quarant’anni fa l’obesità non era considerata una malattia: si sarebbe parlato di prevenzione, di condizioni socioeconomiche, di educazione, mentre oggi è un problema di responsabilità individuale nei confronti di una società che non è più in grado di sostenere le spese mediche generalizzate. Un edificio come il celebre Cooper Union di Morphosis a New York «risolve» il problema reintroducendo l’attività fisica attraverso dei percorsi antifluidi, inserendo scale al posto degli ascensori e così via. Dispositivi che vanno anche bene, però pensare che l’obesità si riduca a questo e che l’architettura possa avere in questo modo un ruolo determinante è assolutamente superficiale. D’accordo, ma allora con quali strumenti gli architetti possono influire sulla realtà cui in minima parte sono deputati a dare forma? In primo luogo attraverso lo spirito critico. Prendiamo il discorso sull’ambiente: oggi il mantra della sostenibilità è diventato un meccanismo tecnocratico, un greenwashing dell’architettura che, riducendo il problema alla performance energetica di una costruzione, ha eliminato le componenti complesse, tutto ciò che viene prima e dopo l’edificio. Negli anni Settanta, durante la prima vera crisi energetica, moltissimi architetti avevano collegato il problema dell’energia al riciclo, all’uso delle risorse, alle reti sociali, a una critica dello stile di vita e dei modi di produzione. Per la prima volta era crollata la fiducia incondizionata nella tecnologia, nelle sorti progressive. Ma all’epoca prevalse una miope politica di sviluppo dei pannelli solari, che poi venivano usati per riscaldare le piscine dei sobborghi. Oggi abbiamo lo stesso problema: una riscoperta naive della tecnologia, come negli anni Cinquanta. Possiamo risparmiare tutta l’energia del mondo, ma per farne cosa? Se è

Il lato oscuro dell’architettura MOSTRE

Salute imperfetta, controlli e paure «Per una demedicalizzazione dell’architettura» è il titolo scelto da Giovanna Borasi e Mirko Zardini, i curatori di «Imperfect Health» (al Centre Canadien d’Architecture di Montreal fino al primo aprile 2012) per l’introduzione al catalogo della mostra. In una società ossessionata dalla salute, il loro obiettivo consiste nel mettere a nudo la retorica che ha intriso del proprio lessico e dei propri prodotti ideologici il linguaggio e il pensiero architettonico e urbanistico degli ultimi decenni. Tra le decine di progetti esposti, moltissimi sono prodotti esemplari di biopolitica pura, impostati sulla manipolazione e il controllo degli individui che li andranno a usare. Sul fronte opposto, una serie di opere concettuali che denunciano le politiche della sicurezza, della quarantena, della paura cui noi (o gli animali che alleviamo e mangiamo, grandi protagonisti della mostra) siamo sottoposti. Da Bjarke Ingels e Temple Grandin agli Smithson, progettisti di ogni genere si sbizzarriscono su anziani e obesi, giardini antiallergici e «bioremediation», camere asettiche ai raggi gamma e spazi di quarantena.

«IMPERFECT HEALTH: THE MEDICALIZATION OF ARCHITECTURE 2011», ANDY BYERS, «INSTALLAZIONE CON MUCCA», CANADIAN CENTRE FOR ARCHITECTURE. © CCA, MONTRÉAL

Toccando temi come la medicina o l’energia, i progetti del Centre Canadien d’Architecture di Montréal mettono in luce limiti e contraddizioni della disciplina. Parla il direttore, Mirko Zardini per reimmetterla in un sistema di consumo identico a quello in cui abbiamo vissuto non ne vale la pena, è l’equivalente del caffè decaffeinato, della guerra umanitaria, della politica senza politica di cui parlava Zizek in Benvenuti nel deserto del reale. Esistono indizi di un’inversione di rotta? In generale la crisi che la nostra società sta attraversando oggi definisce l’esigenza di elaborare nuove piattaforme di pensiero, e il fenomeno riguarda anche l’architettura e l’urbanistica. Sono molto contento che la bolla iconica che ha afflitto l’architettura degli ultimi trent’anni si sia conclusa, lasciando spazio a nuove problematiche. Le aree più ricche restano conservatrici, ma le cose interessanti avvengono altrove, in una sorta di terzo paesaggio

dell’architettura: non nelle aree forti di intervento, ma in quelle marginali, nel lavoro delle Ong, nei progetti di intervento sociale, in quelli che utilizzano un sistema di partecipazione. Oppure in casi più tradizionali come le abitazioni per homeless di Michael Maltzan a Los Angeles e l’Olympic Sculpture Park di Weiss Manfredi a Seattle, che dissolve l’edificio in una struttura paesaggio, o ancora nei progetti di riparazione ambientale che agiscono in direzione opposta all’eccesso di estetizzazione del paesaggio operato dai progettisti negli ultimi anni. Nel non vitalissimo scenario europeo uno dei discorsi più produttivi, in grado di unire la riappropriazione della sovranità popolare, la partecipazione, a una serie di ripensamenti sulle politiche spazia-

li ed energetiche, è quello dei beni comuni. È vero, anche se non mi piace l’idea di comunità che affiora nel discorso. In architettura era stata elaborata soprattutto da Solà-Morales un’idea molto efficace di spazio collettivo che individuava caratteristiche alternative al binomio pubblico-privato, senza cadere in nostalgie comunitarie. Ma qualunque sia il punto di vista adottato, bisogna tenere a mente i limiti del progetto: pensare che l’architettura possa risolvere tutti i problemi dell’ambiente e del territorio era un’idea modernista. Ne paghiamo ancora i danni, come nel caso dell’eternit. L’architettura era intesa come cura, mentre secondo me dovrebbe prendersi cura delle cose. È necessario approfondire le dinamiche della crisi in at-

to, ma mettendo sempre in evidenza le conseguenze che le nostre azioni producono. L’apparente rozzezza delle prescrizioni d’igiene moderniste, però, rivela forse anche una maggiore libertà rispetto alla manipolazione occulta del contemporaneo: era un’assunzione di responsabilità che conduceva a errori drammatici se si vuole, ma era meno intellettualmente subordinata agli interessi altrui. Se lo compariamo a Le Corbusier, Koolhaas è molto più consapevole dei limiti, ma non ha rinunciato alla postura di guru e attraverso una grande mole di argomentazioni ambigue continua a porsi come il risolutore ideale dei problemi del mondo attraverso i suoi masterplan. Koolhaas ha segnato un periodo, ma il dibattito non può essere egemonizzato dalle stesse persone che hanno dominato la comunicazione negli ultimi vent’anni. Non si può andare avanti nei modi ancora di recente utilizzati da Winy Maas degli Mvrdv: a ogni problema corrisponde una soluzione che, naturalmente, si incarna in un progetto di architettura. Molto spesso la soluzione è non fare niente. Il progetto più bello

degli ultimi anni forse è stato quello di Lacaton e Vassalle per il concorso di «abbellimento» di place Léon Aucoc a Bordeaux. Dopo avere frequentato il posto e parlato con i passanti e gli abitanti, proposero di lasciare tutto così com’era, al di là di qualche intervento di manutenzione, perché la piazza non aveva bisogno di miglioramenti. Uno dei fattori che più incoraggiano il conformismo, almeno qui in Italia, sono le scuole. Nella sua esperienza di insegnamento ha conosciuto università migliori da questo punto di vista? Negli Stati Uniti emergono sempre più diffusamente all’interno delle scuole temi come l’ecological urbanism o le favelas, ma non so quanto possano giovare: quanto questa è realmente l’occasione di ripensare i problemi e quanto è riproposizione degli stessi metodi in un contesto differente? Nel frattempo sta avvenendo una rivoluzione nei meccanismi di produzione dell’architettura: urge una riflessione sulle nuove regole sulla responsabilità civile e la proprietà intellettuale del progetto. Oppure sul digitale e i modi in cui viene incorporato nell’architettura, sui rendering che vengono per lo più prodotti in Cina o in India. Insomma è un periodo interessante, ma non saprei dire dove andiamo. Noi cerchiamo solo di costruire prospettive diverse. Il fatto che il Cca sia un centro di ricerca oltre che un museo ha favorito questo tipo di approfondimento? Non tanto, perché la ricerca è ancora parecchio convenzionale, basata sui phd programs, sugli scholars, mentre il nuovo approccio è dovuto soprattutto a un’idea diversa del ruolo curatoriale e della responsabilità intellettuale di un’istituzione. La posizione periferica di Montreal permette di sperimentare delle cose senza la pressione che avremmo a New York. Sarebbe bello che anche le istituzioni di qui approfittassero della condizione marginale italiana per sviluppare una strategia analoga: se si pensa alla filosofia, c’è una delle scene più interessanti a livello mondiale – anche se sembra che gli architetti non se ne siano accorti. La mia impressione è che, esaurito l’entusiasmo per l’architettura iconica, sui nostri media l’architettura e il discorso sulla città sono spariti o banalizzati. In questo momento ad esempio in Italia è stata montata una improbabile campagna mediatica contro l’Ex Enel, uno tra i mille brutti progetti milanesi, e su blog e giornali non si parla d’altro che di bellezza e scempio. Quando sento parlare di bellezza mi preoccupo sempre. È fondamentale impostare il discorso del territorio e dell’urbano su altri presupposti: il consumo di suolo, la mobilità, le infrastrutture, i servizi sociali, l’accesso ai servizi, il diritto all’abitare. Nessuno è ovviamente a favore dei brutti progetti, ma il discorso estetico sull’architettura è deviante e dannoso. Tanto per fare un esempio, il progetto abortito dell’orto planetario per l’Expo (premesso che le Expo sono inutili, a mio parere), non era significativo in quanto bello o brutto, ma perché simbolicamente era importantissimo come progetto a volume zero – o quasi. L’ultima esperienza che ebbi a Milano furono i Giardini di Porta Nuova: il progetto originale incorporava il giardino in un discorso sullo spazio pubblico, tentando di inserire gli edifici in un sistema di relazioni urbane con l’intera area, che comprendeva la stazione, le strade, le piazze, tenendo in gran conto l’interesse dei cittadini. Invece si è parcellizzato il problema, i privati hanno fatto quel che hanno voluto, poi quanto è rimasto è diventato un giardino. Si è sempre parlato di contrattazione, ma la contrattazione di fatto non c’è stata. In Italia non ci sono neppure i luoghi deputati alla discussione: data per persa l’accademia, il Maxxi o la Triennale dovrebbero diventare i luoghi del dibattito, ma non mi pare che le scelte recenti nelle nomine vadano in questa direzione.


il manifesto

SABATO 18 FEBBRAIO 2012

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CULTURA CHIUDE LIBRARY.NU Una campagna da parte di molte associazioni degli editori - Stati Uniti, Italia, Germania, Inghilterra, Francia - ha portato alla chiusura del sito Library.nu, noto per la condivisione di ebooks «piratati». Ma i gestori non hanno aspettato che l’ordine di chiusura venisse dalla polizia; lo hanno deciso autonomamente.

oltre tutto

CRESCE IL DISSENSO VERSO ACTA Centinaia di persone per le strade con le maschere di Guy Fawkes, noto per il film «V per Vendetta», una valanga di firme raccolta in Rete e alcuni governi - Germania in testa - che non lo vogliono ratificare. Nell’ultima settimana il trattato anticontraffazione Acta ha fatto il pieno di dissenso.

STORIA · Le «Memorie di Giulio Bonnot» autenticate dal giornalista Paolo Valera e pubblicate da DeriveApprodi

Una banda dal grilletto facile Valerio Evangelisti

LA COPERTINA DEL POPOLARE GIORNALE FRANCESE «LE PETITE JOURNAL» CHE RAFFIGURA UNA RAPINA, CON TANTO DI UCCISIONE DI UN FUNZIONARIO, DELLA BANDA BONNOT

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urioso testo, quello che ci propone Derive Approdi (Memorie di Giulio Bonnot, pp. 114, euro 12). Mai delle Memorie di Giulio Bonnot sono apparse in Francia. Dal libretto apprendiamo che l’edizione originaria italiana è del 1913 (ne esiste un’altra del 1921). Non si pretende che Bonnot in persona abbia scritto il libro. Si tratterebbe di confessioni e dichiarazioni raccolte da un non meglio precisato copain, e «autenticate da Paolo Valera». Chi era Valera? Un militante socialista, ex garibaldino, e un giornalista e scrittore, autore di molti volumi in bilico tra il feuilleton, la cronaca e la storia. Amico del Mussolini direttore dell’Avanti!, ne scrisse nel 1924 una biografia in cui si augurava che il Duce tornasse all’originario radicalismo di sinistra. Non fu ascoltato. Restano di lui interessanti bozzetti della vita milanese, vista dall’angolo visuale delle classi subalterne. A queste fu sempre fedele. Basta la garanzia di Paolo Valera ad autenticare le memorie di Jules Bonnot, o del suo presunto copain? Temo di no, soprattutto quando lo stile letterario è quello del Valera stesso. Iperbolico, infarcito di affermazioni apodittiche, quasi dannunziano. È il vero Bonnot che parla? Non credo. Nemmeno credo in un suo ipotetico copain, che se mai fosse esistito, gli avrebbe forse somigliato. Jules Bonnot non fu mai un teorico – a differenza di Marius Jacob, suo collega nell’illegalismo (in veste di presunto «ladro gentiluomo», dubbio antesignano di Arsè-

Un libro forse fasullo. Ma comunque utile per capire il contesto in cui operarono i «banditi tragici» ne Lupin), che ha lasciato tanti scritti da riempire due volumi. Bonnot fu essenzialmente uomo d’azione. Meccanico sfortunato, finì alla testa di un gruppo di anarchici illegalisti decisi a far pagare alla società le ferite che questa aveva loro inflitto. L’organo che li ispirava era L’anarchie, un settimanale inizialmente diretto da Albert Libertad. In seguito alla morte di quest’ultimo, massacrato dalla polizia nel 1909, ne prese le redini Victor Kil’balchich – destinato a diventare celebre, quale partecipante alla Rivoluzione russa, sotto il nome di Victor Serge, segretario di Trockij in Messico.

Una stagione di fuoco Jules Bonnot e la sua banda hanno avuto ampia fortuna mediatica. Nel 1968 uscì il bel film di Philippe Fourastié La Bande à Bonnot, che ne semplificava la vicenda, però ebbe il suo impatto. Quasi simultaneamente appariva il libro di Bernard Thomas La banda Bonnot, romanzato, però su consistente base documentaria. Molto recente è il romanzo di Pino Cacucci In ogni caso nessun rimorso, estremo e riuscito omaggio ai «banditi tragici» (furono così definiti dalla stampa scandalistica di allora, ma è anche il titolo del saggio del giornalista Victor Méric: un successo del 1926 che fu alla base dei successivi recuperi). Ma chi erano questi «banditi tragici»? Il teorico era soprannominato Raymond-la-Science, tuttavia il nome vero era Raymond Callemin, amico d’infanzia di Kil’balchich a Bruxelles. C’erano poi il temibile Garnier, Valet, Carouy, il giovanissimo Soudy e una ventina d’altri, in-

martello). Il terrore che sparsero questi episodi fu dovuto all’estrema facilità con cui i banditi facevano fuoco. Fino a uccidere un fattorino poco più che adolescente, ad abbattere un qualsiasi agente, a freddare due funzionari di polizia (l’unico caso in cui si trattò, grosso modo, di autodifesa), a sparare a casaccio sulla folla. Divenuto, a torto o a ragione, il «pericolo pubblico numero uno», Bonnot fu assediato nel suo rifugio addirittura dall’esercito, mentre una folla di escursionisti della domenica banchettava e si godeva la scena. Per avere ragione di lui dovettero usare esplosivi e mitragliatrici. Sorte simile toccò poco dopo a Garnier e a Valet.

Anarchici illegali

cluso lo sfortunato Dieudonné (condannato alla Caienna per crimini che, con tutta probabilità, non aveva mai commesso). Alcune donne conquistate alla causa. E Bonnot, naturalmente, uomo pratico e rude, approdato all’anarchismo con molto ritardo. Nutriva una vocazione di meccanico che lo indusse dapprima a darsi alle rapine in automobile e, nei suoi ultimi giorni, a progettarne una in aeroplano. Furono principalmente le prime a colpire l’opinione pubblica, e ad allertare le autorità. Fino al fatale 1911, anno che vide le gesta più clamorose della banda, la poli-

zia si era mossa in bicicletta. Immediatamente dopo fu costretta ad adottare le auto (qualcuno ricorderà la serie televisiva francese Le Brigate del Tigre, che narra appunto le gesta iniziali delle compagnie mobili). La stagione di fuoco della «banda Bonnot» fu consumata nell’arco di pochi mesi, e tuttavia fu sanguinosa. L’uccisione di un portavalori, un furto d’auto conclusosi con l’assassinio del proprietario e del suo autista, lo svaligiamento di una sede della «Société Génerale» a Chantilly, delitti minori (uno dei quali consumato atrocemente a colpi di

La popolarità della banda, durante la sua breve vita, fu la pubblicizzazione delle sue gesta, con comunicati ai giornali o irruzioni nelle loro sedi. Lo stesso processo ai sopravvissuti fu un momento di propaganda. I colpevoli certi, tra cui Raymond Callemin, si videro condannati alla ghigliottina. Quelli incerti alla deportazione. Tra questi l’infelice Dieudonné. Si spense lì la breve stagione dell’«anarchismo illegalista», una corrente che ebbe un suo peso in Francia tra l’ultimo decennio del XIX secolo e i primi del XX. Con un’appendice italiana, rappresentata dagli anarchici Pini e Parmeggiani. Le sue basi teoriche, disparate (da Max Stirner ad Albert Libertad), spiegano perché i «banditi tragici» sparassero sul mucchio. Secondo le teorizzazioni de L’anarchie, l’operaio remissivo era di fatto complice. Di conseguenza poteva essere

bersaglio allo stesso titolo dei borghesi. C’è, molto minoritario, chi coltiva ancora simile idiozia. Non si creda di poter trovare, in queste presunte Memorie, una cronologia delle gesta della «banda tragica» (ribattezzata «I clamorosi rossi dell’automobile grigia») e degli eventi che ho riassunto. Fino a metà libro è tutto un susseguirsi di dubbie riflessioni. Tipo elogi della «bella morte», o pagine quasi lombrosiane sugli effetti fisici della povertà. Apprendiamo dati che non collimano troppo con la biografia del Jules Bonnot che conosciamo. Sarebbe stato un lettore appassionato di Anatole France e di Balzac. Fine intellettuale, avrebbe frequentato con assiduità le biblioteche. Quando si passa all’azione, l’accento è posto sull’assedio agli anarchici di Sidney Street (1909), a cui Bonnot non partecipò, o alla morte dello stesso Bonnot, di cui certo non poté fare la cronaca. Tutto il resto è vago o appena accennato. Certe considerazioni sulle donne, fortemente dispregiative, nessun anarchico, individualista o meno, le avrebbe usate: né ai primi del ‘900, né oggi. Valera sì, i suoi libri ne abbondano. Risibili sono poi le molte pagine sul gergo utilizzato dagli anarchici. Sono tratte da un comune dizionario di argot della malavita o delle periferie. Fra l’altro, gli anarchici francesi si chiamano tra loro, da sempre, compagnons, contro il camarades usato dai marxisti. Copain è un semplice amico. Insomma, un libro fasullo? Sì, non ho dubbi. Inutile? Niente affatto. Offre un ritratto d’epoca, e ci fa conoscere meglio l’opera di Paolo Valera.

ON LINE · Google accusata di spiare gli utenti di Apple

La privacy cotta al forno BenOld

I

l «Wall Street Journal» è un giornale ritenuto altamente attendibile. E quando dà una notizia su un’impresa c’è da essere sicuri che non si riferisce a «boatos», cioè a voci di corridoio, bensì a fatti verificati. Così ieri il giornale economico, ritenuto la quintessenza della visione neoliberista, ha informato i suoi lettori che Google ha «tracciato» gli utenti di Safari, il programma di navigazione sviluppato da Apple e usato dai possessori di iPhone per stare in Rete. Detto più semplicemente Google avrebbe «spiato» gli utenti di Safari attraverso alcuni programmi chiamati in gergo «cookies». Questa la versione del «Wall Street Journal». Per alcune ore, dal quartiere generale della Google non sono arrivate né conferme, né smentite. Le reazioni ufficiale è infine arrivata ed è un piccolo gioiello di machiavellismo, se con questo termine si intende la capacità di volgere una difficoltà in un punto di forza. Nella nota di Google, infatti, si legge che effettivamente gli utenti che usano Safari sono stati tracciati, ma solo per capire quale applicazioni utilizzavano al fine di favorire gli utenti Google che ne erano sprovvisti. Il riferimento è agli utenti di iPhone della Apple e agli utenti di Android di Google, cioè i due telefoni cellulari di ultima generazione che si contendo l’egemonia sul mercato. Google sostiene però che i dati personali non sono stati registrati nel rispetto della privacy individuale. Rispetto a questo tema, Google ha molti nervi scoperti. Da anni, infatti, la società del motore di ricerca

è stata più volte accusata di violare sistematicamente la privacy di chi usava il motore di ricerca al fine di «produrre i profili» da «offrire» alle imprese pubblicitarie per le loro strategie di inserzioni. Inoltre, la società di Larry Page e Sergej Brin ha recentemente deciso di uniformare tutte le regole sulla privacy dei suoi molti prodotti, da quelle inerenti la posta elettronica a quelle di YouTube a quelle relative alle «mappe», del programma di navigazione, degli ebooks, solo per citare quelli più usati e noti. In questo caso le accuse a Google hanno sottolineato che l’omogeneità della policy avrebbe in-

Indice puntato contro il motore di ricerca, che replica: «Nessuna appropriazione di dati personali» debolito le difesa della privacy. Per il momento, c’è da dire che l’articolo del «Wall Street Journal» è stato usato da uno storico avversario di Google, la Microsoft, che ha ironizzato sia sulle «debolezze» dei sistemi di protezione di Apple che della volontà di potere della società del motore di ricerca. Diverso, invece, il tenore della presa di posizione della «Electronic Frontier Foundation», la storica organizzazione dei diritti civili nella Rete, che ha puntato l’indice contro Google, ricordando però che il rispetto della privacy è merce rara per tutte le imprese internettiane. Infine, c’è da registrare il fatto che è stato il giornale che più di altri ha

tessuto, in passato, gli elogi di Google a pubblicare l’articolo. Non è certo una novità che negli Stati Uniti i mass media non guardano in faccia a nessuno quando si tratta di dare una notizia. Non a caso sono definiti il «quarto potere». Sta di fatto, tuttavia, che il Wall Street Journal è il giornale che, dopo l'entusiasmo iniziale, ha spesso criticato Google per il suo «aggregatore di notizie» (Google News), considerato un parassita del lavoro giornalistico svolto da altri, con l’aggravante che Google non ha mai pagato i contenuti che diffondeva. E qui nasce il sospetto che una verità per molti nota - l’uso dei cookies per tracciare la navigazione in Rete - diventi degna di attenzione. Certo Google lo avrebbe fatto per gli utenti di un software di un concorrente, ma anche questa è una pratica che sempre più spesso è messa in opera nella Rete. C’è il sospetto che il potere di Google cominci a dare fastidio. Il «Wall Street Journal» è un giornale che non nasconde la sua ostilità a qualsiasi forma di monopolio. E Google viene spesso accusata di comportamento monopolistico. Ma c’è anche un altro aspetto che emerge da questa vicenda. Il giornale economico è di proprietà della News Corporation, cioè dell’impero mediatico di Rupert Murdoch, che nei mesi scorsi ha condotto una violenta campagna contro Google, colpevole per il «boss» australiano di sfruttare appunto i suoi media per fare profitti con la pubblicità. Sta di fatto che la vicenda mette in evidenza il fatto che nella Rete la privacy è appunto sempre più una merce rara.

EX PRESS

Quello che Wikipedia considera la verità Maria Teresa Carbone

I

l mestiere dello storico può essere inaspettatamente duro, soprattutto quando si ha a che fare con un colosso dotato di milioni di teste, come Wikipedia. Lo ha scoperto di recente Timothy Messer-Kruse, studioso di storia del movimento operaio e docente presso la Bowling Green State University nell’Ohio, nonché autore di due libri, The Trial of the Haymarket Anarchists: Terrorism and Justice in the Gilded Age (Palgrave Macmillan, 2011) e The Haymarket Conspiracy: Transatlantic Anarchist Networks, di prossima pubblicazione per la University of Illinois Press. Due libri, va detto, in cui MesserKruse fornisce, sulla base di studi durati oltre dieci anni, una lettura nuova – e, per impiegare un termine abusato, «scomoda» – di un episodio fondativo nella storia del movimento operaio americano, e non solo: la rivolta di Haymarket del 1886. Per citare lo stesso storico in un articolo appena uscito su «The Chronicle of Higher Education», «la bomba gettata durante un raduno anarchico a Chicago diede avvio in America al primo Terrore Rosso, a un processo seguitissimo e a un movimento di pressione mondiale per la clemenza ai sette condannati». Tuttavia il processo, secondo Messer-Kruse, che ha analizzato scrupolosamente tutti gli atti e le testimonianze, non fu una semplice farsa, come sostengono quasi tutti i manuali, ma (citiamo dalla scheda editoriale di Macmillan) «un suicidio giudiziario, dato che la difesa scelse di usare il processo come tribuna per l’anarchismo invece di sfoderare una linea difensiva coerente». Una rilettura che la casa editrice definisce (prudentemente) «controversa», ma che merita di essere approfondita e comunque presa in considerazione. Quando però MesserKruse ha provato a inserire alla voce «Haymarket» di Wikipedia dati provenienti dalle sue ricerche, si è trovato di fronte un muro di gomma: le sue correzioni sono state più volte rigettate, sebbene lo storico avesse citato puntigliosamente le fonti a cui aveva attinto, con questa motivazione: «Non si eliminano informazioni sostenute dalla maggioranza delle fonti per sostituirle con dati che esprimono punti di vista minoritari». Anche se questi dati dovessero corrispondere a verità, ha spiegato garbatamente uno dei «custodi» di Wikipedia al frustratissimo Messer-Kruse.

L’UNICO FILM CHE UNISCE L’ITALIA ... A FORZA DI RISATE MEDUSA FILM

PRESENTA

AI CINEMA DI MILANO COLOSSEO - DUCALE - GLORIA - PLINIUS THE SPACE CINEMA ODEON UCI CINEMAS BICOCCA - UCI CINEMAS CERTOSA


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il manifesto

SABATO 18 FEBBRAIO 2012

VISIONI

teatro le novità SCENA NAPOLETANA

De Fusco, unico artista in città G. Cap.

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roprio vedendo in scena Toni Servillo nel suo grandioso percorso negli abissi di Napoli, non si può fare a meno di pensare alla contraddizione sempre più lacerante che ferisce la scena napoletana. Non tanto e non solo perché Servillo sarebbe una egregia immagine per rappresentarla ufficialmente, ma per il paradosso che la città si trova invece a vivere, in quella sorta di «ministero unico per lo spettacolo» che pare risiedere nelle mani di Luca De Fusco, imposto «gradualmente» (si fa per dire) dal centrodestra alla città affidandogli via via la guida di tutte le istituzioni del settore. Dallo stabile pubblico del Mercadante e dal Napoli Teatro Festival (con azioni cruente che non basta mascherare da spoil system) fino alla cattedra all’Accademia di Belle Arti. Ma che è arrivato alla farsa di questi giorni di millantare il governo anche dell’unico spicchio di scena che gli sfuggiva, la direzione del Forum delle culture promosso dal comune di De Magistris, attorno al quale si era già consumato l’infortunio di Roberto Vecchioni, nominato e dimesso in poco tempo. A quella manifestazione, De Fusco ha invitato a partecipare i grandi nomi della scena internazionale, chiedendo in cambio attenzione per la sua ultima fatica artistica, la molto chiacchierata e costosa Opera da tre soldi, che con buona pace di Brecht non per meriti artistici ha guadagnato una certa «celebrità». Ora è toccato all’agente che doveva vendere lo spettacolo addossarsi la responsabilità della «svista» e della colossale bugia, ma gli agenti, si sa, fanno il loro mestiere, più o meno nobilmente, e con l’occhio attento principalmente alle percentuali da guadagnare. Resta il caso, davvero politico e degno di intervento, di questa illusione fuori del tempo (e della storia e dei risultati elettorali) del pensiero e del gusto unico che evidentemente ispira De Fusco e la destra, a Napoli e a Roma. Il voto per De Magistris ha espresso chiaramente il desiderio di cambiamento dei napoletani, compresi gli spettatori dei suoi teatri. Neanche se Berlusconi sedesse ancora a palazzo Chigi sarebbe pensabile e possibile un tale accentramento di potere culturale nelle mani di una sola persona, o del suo entourage. Figurarsi ora che anche il governo è cambiato. È vero che continuano a Napoli paradossi e gaffe politiche. Dall’assessora regionale che si autonomina e si perpetua come presidente della fondazione che amministra il festival e altre istituzioni, e nomina un consiglio direttivo pauroso per incompetenza, dall’enciclopedica Anselma Dell’Olio a Buttafuoco che già presiede lo stabile di Catania, fino all’improvvida segretaria Pd cui hanno dovuto ricordare essere questo partito all’opposizione in Campania, con successive dimissioni. Per non parlare del Madre e del Pan. Nell’agenda già fitta di De Magistris, rispetto a quella «sfacciataggine» anche la cultura e i suoi amministratori dovrebbero conquistare un ruolo di maggiore centralità ed attenzione.

ARGENTINA · Toni Servillo «solo», un viaggio attraverso testi disparati degli ultimi due secoli

Napoli umana fragilità Gianfranco Capitta

CONCERTI

ROMA

T

oni Servillo è un attore universalmente riconosciuto e ammirato in tutta Europa. E in tutto il mondo, come dimostrano le immagini di 394-Trilogia nel mondo, il film di Massimiliano Pacifico sulle altrettante tappe della Villeggiatura goldoniana, in particolare sulle molte ai quattro capi del pianeta. Un attore di cinema e di teatro di solida preparazione e di altrettanta consapevolezza, pluripremiato e osannato da molti pubblici differenti (oltre che dagli attori, con i quali condivide anche per anni la fatica sulla scena di uno spettacolo in crescita continua). È abbastanza raro vederlo solo, ma non è un monologo neppure quello che sta ora portando in tournée: Toni Servillo legge Napoli (all’Argentina fino al 26 febbraio). Si può parlare di performance, ma non basterebbe neanche quella definizione. Con tutto il bagaglio di tecnica e sensibilità, l’attore compie piuttosto un viaggio, divertente e pensoso, tragico ed esaltante, privatissimo eppure molto «politico», dentro quella città di cui si sente profondamente parte. Un viaggio compiuto attraverso testi disparati degli ultimi due secoli di autori partenopei. Un viaggio insieme teologico e teleologico, perché la sua struttura ascende (o si sprofonda, fa lo stesso) da un «paradiso» a un purgatorio a un inferno. Viaggio per lo più in versi, ma sempre attraverso parole fulminanti e visioni ad alto tasso di combustione. Davanti a un leggìo, a fianco a una sedia che funge da domestico archivio, Servillo sfoglia le tappe che ha scelto, primi tra tutti il prediletto Viviani, e Eduardo di cui ricostruisce il fulminante, melmoso personaggio di Vincenzo De Pretore, mariuolo sapiente che arriva a confrontarsi con il vertice celeste. Quasi una scoperta per molti, il poemetto edoardiano, che basterebbe da solo a giustificare lo spettacolo. Ma perfino Salvatore Di Giacomo, poeta riconosciuto e amato dai poeti e dai professori, fa riscoprire con Lassammo fa’ Dio riflessi nuovi, in questa galleria «non illuminata» eppure abbagliante, verso il ventre di una città che qui si spoglia della retorica e del suo fascino tradizionale. Una città che grida e bestemmia, come nella perturbante giaculatoria esorcistica composta da Mimmo Borrelli, giovanissimo eppure incontrovertibile aedo di una cultura che ha perso pudore e paure, giunta al grado zero della esistenza mentre tocca il culmine della sua carnalità. È l’alternanza tra testi già noti ed amati con quelle che possono essere per lo spettatore scoperte assolute,

L’UNICO FILM CHE UNISCE L’ITALIA ... A FORZA DI RISATE MEDUSA FILM

LE CIRQUE INVISIBLE Da stasera al 22 febbraio al Piccolo teatro Strehler di Milano arriva «Le cirque invisibile» di Jean Baptiste Thierrée e Victoria Chaplin. Clown diversisissimi e complementari, propongono uno spettacolo tra marionette e marchingegni divertenti.

CARLO CECCHI Debutto il 23 febbraio per il dittico di Carlo Cecchi al teatro Vascello di Roma (ore 21, domenica ore 17), con gli spettacoli «Abbastanza sbronzo da dire ti amo?» di Caryl Churchill e «Prodotto» di Mark Ravenhill.

PRESENTA

AI CINEMA DI FIRENZE THE SPACE UCI - MARCONI

Musica per archi l’arcadia del jazz Mario Gamba ROMA

C

TONI SERVILLO/FOTO DI MARCO CASELLI NIRMAL. SOTTO QUADRO DA «SUIVRONT MILLE ANS DE CALME»/ FOTO DI GIANPAOLO GUARNERI

l’elemento principale che connota il percorso di Servillo come un vero progetto intellettuale, una indicazione di percorso senza facili illusioni ma concretamente terragna, solidamente immersa in quell’inferno/paradiso che Napoli è per i suoi abitanti e per chi la conosce. Servillo non «legge»: introietta, si fa carico, passa ai raggi x e al filtro del suo cuore e della sua ragione, quel fiume di parole. Per ogni riga trova un’espressione diversa e originale, si confronta con ogni testo in un corpo a corpo che non vede mai in anticipo il risultato dello scontro. Si spende senza riserve, si diverte e si commuove lui

per primo, anche se un’amica che aveva assistito alla stessa performance a Milano, coglie un filtro di contenuta tristezza sul volto dell’attore. Che nel frattempo ha vissuto la tragedia non facilmente rimarginabile di veder morire un maestro del cinema come Theo Anghelopoulos durante le riprese ad Atene del film che insieme stavano girando. Mentre già lo aspettano tra pochi giorni le riprese del film delicatissimo di Bellocchio sulla morte scelta o assistita. È anche un catalogo, questo racconto di Napoli, di possibilità di linguaggi teatrali, e non sarebbe il suo aspetto principale, se da ognuna di

quelle angolazioni, rese senza scene né costumi, non giungessero allo spettatore stimoli elettrici, suggestioni che proseguono anche fuori del teatro la loro azione di stimolo, di sorriso come di rabbia. Ovvero quello che il teatro dovrebbe sempre fare, per costituzione. Con la poesia di autori non a tutti noti come Maurizio De Giovanni o Giuseppe Montesano, o con l’esplosione linguistica, meravigliosa e barocca, come la Litoranea di Enzo Moscato, un autore molto importante per la Napoli di oggi, che forse nessuno riesce come Servillo a moltiplicare di senso e di potenza. Una esperienza unica.

Danza/ NUOVA COREOGRAFIA PER ANGELIN PRELJOCAJ

L’Apocalisse fra angeli e demoni accompagnata da suoni techno Francesca Pedroni CREMONA

È

l’Apocalisse attribuita a San Giovanni il testo ispiratore di Suivront mille ans de calme, spettacolo nutrito di visioni, firmato dal coreografo francoalbanese Angelin Preljocaj, maestro della danza d’oltralpe dai primi anni Ottanta. 140 minuti di danza, un lungo viaggio per quadri che entra nei nostri giorni attraverso un fluire di apparizioni. Nato nel 2010 per una compagnia mista formata da ballerini del Bolshoi e dai danzatori del Ballet Preljocaj di Aix-en Provence, Suivront mille ans de calme è stato rimontato dal coreografo per i soli interpreti della sua compagnia ed è in questa veste che ha debuttato in prima italiana mercoledì al teatro Ponchielli di Cremona nella stagione «La Danza» per approdare ieri con replica stasera agli Arcimboldi di Milano. Un racconto per immagini che non narra una storia ma che traduce in un linguaggio prettamente coreografico il contrasto tra il buio e la luce, tra la foga di esistere e di combattere e l’anelito a una pace futura. Preljocaj affonda il suo sguardo nell’Apocalisse a partire dal significato etimologico della parola stessa, dal greco «apokalyptein», rivelare, far luce su qualcosa di nascosto. Un punto di vista che per il coreografo ha comportato un pensiero sul corpo danzante come svelatore dell’umano travaglio, un corpo che dà voce alla carne e allo spirito. Musica techno di Laurent Garnier, scenografie che trasformano oggetti presi dal quotidiano dell’artista indiano Subodh Gupta, costumi dello stilista Igor Chapurin, Suivront mille ans de calme inizia con un quadro al femminile, danzatrici in reggiseno e mutande color carne, corpi battenti, agguerriti, che finiranno per scivola-

re a terra sotto coperte di cellophane. Da questa sorta di glaciali tombe trasparenti, gli uomini, novelli Adamo, risveglieranno le compagne con una delicata danza d’amore. Il quadro successivo è un balletto ancora di donne: si appropriano dello spazio con segno geometrico, tagliente, quasi asettico, pronte a duettare di nuovo con i maschi in un confronto battagliero di opposti. Preljocaj alterna in tutto lo spettacolo quadri di gruppo a passi a due, ora angelici, come spesso quelli femminili, ora più terreni, come quelli maschili, ora pieni di voracità sessuale, come il duo uomo-donna danzato contro il muro. Questa mobilità di segno e di sentire si arricchisce visivamente di cambi di ambientazione e costume che proiettano lo spettatore non in un viaggio cronologico dai tempi biblici a oggi, ma in un andare avanti e indietro tra le ere. Andamento che emerge lampante nel contrasto tra la coreografia in corta gonna purpurea dove tutti danzano con un libro tra le labbra (rimando al libriccino dell’angelo di cui parla il testo) e il pezzo frenetico, ballato da uomini e donne dal gesto automatizzato. Suivront mille ans de calme non lancia profezie, ma è indubbio che l’Apocalisse, basta rileggerla, palpita davvero nei quadri più potenti dello spettacolo: i danzatori avvolti dalla bandiere degli Stati del mondo ci riportano al «canto della vittoria«, come il quadro finale, meraviglioso, del lavaggio delle stesse bandiere, accusa collettiva alle guerre tra i popoli, si lega a quel «beati coloro che lavano le loro vesti» della parte finale. Preljocaj riscrive nel nostro tempo drammatico l’epilogo del testo, chiudendo lo spettacolo con due agnellini in scena che camminano sopra le bandiere stese a terra. Un’immagine senz’altro spirituale, ma che può leggersi anche solo laicamente, in modo terreno e concreto, come messaggio al mondo di pace e rinascita.

ome una voluttà celebrativa. Di umori e modi di vita «originari» o comunitari. Il deep south degli Usa, la classe media creola, la chiesa dei neri. Anche altro: vecchia Irlanda e vecchia Inghilterra. In un clima di affermazione del melos e dell’intimità. Tre stelle del jazz, di un genere, cioè, che ha talmente superato ogni connotato di genere da approdare all’indefinibile (e potrebbe essere un bene), si mettono assieme sulla base acustica della musica per archi. Violino, violoncello contrabbasso. Retroterra classico cameristico ma, soprattutto, una gran voglia di nostalgie-benelaborate, s’intende– di sapori folk+gospel+blues. Con raccoglimento e toni soft. Mazz Swift è la violinista, Tomeka Reid la violoncellista, Silvia Bolognesi (nella foto) la contrabbassista. Fusione di anime tra due afroamericane e un’italiana. Swift l’abbiamo ascoltata con l’orchestra Burnt Sugar (soul-rockfree e altro) senza potercene fare un’idea precisa. Probabile che il suo vissuto musicale doni al trio una certa unità di stile. Ha suonato con band irish-rock e ha tra i suoi amori musicali quel Simon Jeffes fondatore della Penguin Cafe Orchestra che sedusse e divise i musicofili nei tardi ’70 con raffinatezze tra l’etnico e il minimal. Ovviamente ha un background classico e ampie conoscenze della musica nera e del jazz. Reid fa parte dell’Aacm di Chicago, è improvvisatrice free di vaglia e compositrice di esili trame piuttosto romantiche. Bolognesi ha un magnifico temperamento di solista e conduttrice, innamorata di Mingus, di Ellington, di Hodges, esperta di avant-garde. Il trio ha esordito con un cd della Rudi Records intitolato Hear in Now e ora è in tournée in Italia. A Roma si esibisce al Blutopia, un nuovo locale del Pigneto. L’avvio del concerto è «informale» educato. Poi ci si inoltra in un territorio che si rivelerà tra i preferiti: unisono scandito, come di danza o di rito gentile, breve assolo piuttosto gospel del violino. Non si può dire che ci sia differenza tra le tracce tematiche firmate Swift o Reid o Bolognesi. La comunione delle tre strumentiste-autrici intorno a questa idea di musica da camera post-jazzistica con ricorso a lontane memorie, al folclore, all’armonia classica europea, al ritmo jazz mai troppo accentuato, è totale. In un altro brano l’apertura è cantabile e il sapore gospel assai forte, il finale è invece in una polifonia free molto calcolata, con tutti i frammenti ben predisposti, lievi, disciplinati. È sempre Swift a dare il mood quando unisce al violino un canto dolcissimo, evocativo di campi di cotone senza drammi e senza fatica, solo nostalgia. In assolo raddoppia le linee dei suoni un po’ come faceva Slam Stewart. C’è spazio per semplicissimi fugati, morbidi pizzicati e per sortite un po’ più profondamente blues di Bolognesi. Originali. Persino arcadiche, però.


il manifesto

SABATO 18 FEBBRAIO 2012

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VISIONI WHITNEY HOUSTON I funerali della cantante americana si terranno oggi in una chiesa battista di Newark nel New Jersey. Interverranno Clive Davis, lo scopritore e produttore storico di Whitney Houston, Dionne Warwick, Alicia Keys, l’ex marito Bobby Brown e Kevin Costner, che girò con lei The Bodyguard. Alla cerimonia canteranno Aretha Franklin e Stevie Wonder. Diretta tv e streaming su web.

INTERVISTA · Dopo il duetto con Patti Smith

SANREMO 62

Orgoglio e divertimento, ecco i Marlene Kuntz

Celentano arriva a passo di cumbia. Nella serata finale la favorita è Emma

Roberto Peciola

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UNA SCENA DA «FLYING SWORDS OF DRAGON GATE» DI TSUI HARK

BERLINALE · Fuori concorso il nuovo Tsui Hark. Questa sera le premiazioni

Se il western cappa e spada incontra l’epica del 3d Cristina Piccino BERLINO

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ei corridoi della Berlinale, dove lo sponsor Oreal distribuisce smalti e lucidalabbra. non si parla d’altro: le dimissioni del presidente tedesco Wulff, hanno oscurato il gioco del «chi vincerà?» l’Orso d’oro. Il festival finisce oggi, con un prolungamento di repliche domenicali per il pubblico, la giuria presieduta dal regista britannico Mike Leigh, assegnerà in giornata i premi. Che Berlinale è stata questa 2012, la sessantaduesima? Quali tendenze e indicazioni a venite sono emerse (se lo sono) dal primo dell’anno tra i festival europei più importanti (Cannes, Venezia)? La necessità «politica» intanto di un racconto del presente, e la ricerca di immagini anche oblique che sappiano renderlo immaginario. E soprattutto una fortissima presenza «animale», di un’animalità (che non è bestialità) come rappresentazione del mondo. Pensiamo a Postcard from the Zoo di Edwin (in concorso), in cui nella cattività la condizione di uomini e animali si specchia. Fino all’estatico Bestiaire di Denise Coté – al Forum - contemplazione un po’ stucchevole per la verità degli animali nel quotidiano domestico. E Francine – ancora Forum – uno degli hit della sezione (sempre sold out) nel quale i due registi, Brian M. Cassidy e Melanie Shatzky, al primo film, si muovono nel paesaggio della provincia nord americana del cinema indipendente, di «bianchi» poveri/ trash, innestandovi la follia di Francine, la protagonista, la premio Oscar Melissa Leo, in un corpo a corpo con un personaggio senza appigli sorprendente. Francine è una donna che vive nelle case prefabbricate, che è stata in carcere, la vediamo nella prima scena sotto la doccia con la secondina che le chiude l’acqua, e che raccoglie cani e gatti e criceti tenendoli chiusi tra le mura domestiche. Lavora

con gli animali, e lei stessa agisce seguendo l’istinto, sesso veloce, l’amore la spaventa, non sappiamo niente se non questa sua follia, e non lo sapremo mai, la narrazione si ferma su questo momento della sua vita, non c’è un prima né un dopo, un passato da raccontare o un futuro da intuire. Il che è anche la cosa più interessante del film (nella selezione del Forum). C’è dunque in questo bestiario una sorta di analogia in cui si supera il confine umano/animale nello spazio domestico di una repressione, di un controllo, della marginalità, della psicosi. Di rituali collettivi più o meno necessari, assimilati e assimilabili, della comunità sociale fuori dalla quale si diventa a rischio. E insieme una riflessione sull’addomesticamento del pensiero

Nella sfida dei ribelli nell Cina dei Ming, il regista distilla una filosofia del mondo fuori dal tempo nella logica di scambio economico che comincia dal corpo – lavoro clandestino ecc – da un suo valore di mercato scisso da emozioni e individualità. In chiusura è arrivato Flying Swords of Dragon Gate (fuori concorso) che ha conquistato il mercato cinese – dieci milioni di dollari ai botteghini - e sette Asian Awards, in cui Tsui Hark riprende New Dragon Gate Inn, un film del 92 ma come ha detto non si tratta di un remake - sperimentando per la prima volta il 3D. E con grande eleganza controlla l’incontro tra la tecnologia e la visualità dinamica del suo cinema, calibrando azione e movimento in modo perfetto. Le spade di Tsui Hark, e l’acrobazia antica dei combattimenti di cappa e spada hanno nel suo cinema una fisicità già quasi tridimensionale, il rischio poteva essere quello di un

Subsonica story alla radio Le origini dei Subsonica raccontata dai suoi protagonisti: Samuel Romano e Max Casacci diventano conduttori radiofonici per Radio2 e in «SubStory», on air dal 20 febbraio al 2 marzo, dal lunedì al venerdì alle 19.50, ricordano, tra beat e torrenti elettrici, i luoghi (la Torino in piena trasformazione degli anni ’90), il percorso discografico, le passioni musicali, i retroscena della vita in studio di registrazione… Ed ancora, il pulsare della nuova elettronica e il palco nazionalpopolare del Festival, il rock alternativo, i concerti, le feste, le esperienze all’estero della band, e l’ultimo album, «Eden». Con uno sguardo che si allunga al futuro, ad altri 15 anni possibili di questa bellissima storia musicale. I due artisti, dagli studi Rai di via Asiago, raccontano con parole e musica la storia dei Subsonica dagli inizi negli anni ’90 ad oggi, ripercorrendo gli aneddoti, le curiosità, il presente e il futuro di un gruppo che ha saputo toccare nuovi territori di ricerca, conservando un gusto spiccato per la comunicazione spontanea tipica del pop. Per festeggiare questa grande storia la band sarà in tour dal 21 aprile nei principali palazzetti italiani (Mantova, Milano, Torino, Bologna, Roma) per una serie di concerti-evento che mescoleranno i più recenti successi con le canzoni del primo lavoro uscito esattamente 15 anni fa.

eccesso con l’effetto contrario, la perdita cioè della magia sensuale di quel movimento controllatissimo e intimamente cinematico. Invece, appunto, Tsui Hark, che ha voluto la collaborazione di Chuck Comisky, supervisore degli effetti visivi in Avatar, «piega» il 3D alla danza delle sue spade, di gambe, occhi, dita, del nervosismo intimo che pervade qualsiasi oggetto nelle sue inquadrature, e ci cattura quasi rendendo visibile l’essenza stessa del movimento (cinema?). Non è questione di «effetto speciale».che è nella natura stessa del filmare di Tsu Hark, nell’invenzione di un «genere» fuori dai generi, in cui il western incontra l’epica orientale, sincretismo magnifico di politica degli immaginari, sulla cui scacchiera il piacere della vista, l’ «avventura» disegnano la trama di una filosofia del mondo fuori dal tempo. Siamo alla fine della dinastia Ming, un gruppo di eunuchi corrotti terrorizza il paese alleandosi con il Western Office, Jet Li, è il capo dei ribelli che combattono gli usurpatori. Bene e male, amori e tradimenti corrono sul filo delle spade la cui sfida riflette il mondo. Potere, economie, conquista, alleanze, i secoli remoti si mischiano al presente, sono l’attualità delle manipolazioni rischio di ogni rivolta e guerra interna. Sontuoso e insieme essenziale, questo nuovo lavoro di Tsui Hark distilla il pensiero del contemporaneo. Davanti al Palazzo della Berlinale, dal primo giorno, il viso sorridente di Jafar Panahi ricordava il regista imprigionato dal regime iraniano. Sul sito della Berlinale c’è invece l’appello dei cineasti ungheresi, in forma di film collettivo, firmato da Bela Tarr, un forte gesto di resistenza contro il governo di destra che sta distruggendo il cinema e la cultura: «Solo così possiamo non diventare completamente invisibili» dice Bela Tarr che lo scorso anno ha vinto l’Orso d’argento con Il cavallo di Torino.

Marlene Kuntz a Sanremo... Forse più che un azzardo solo una sorpresa, ma una piacevole sorpresa. Cristiano Godano, Luca Bergia e Riccardo Tesio, i tre membri della rock band piemontese hanno infatti regalato il brano migliore a un festival sempre troppo poco incline alle novità e agli azzardi, appunto, almeno quelli musicali, e soprattutto hanno regalato al pubblico che ha seguito la kermesse giovedì sera uno dei momenti più toccanti e artisticamente elevati nella storia del Festival. La loro esibizione al fianco di Patti Smith, con la quale hanno presentato la loro versione di Impressioni di settembre della Pfm (con un testo in inglese scritto appositamente dalla «Sacerdotessa del rock») e accompagnato la grande artista americana in quello che forse è il suo brano più celebre, Because the Night. «Per noi è stato bellissimo e importante il duetto con Patti Smith - ci ha detto al telefono Cristiano Godano, vocalist, chitarrista e autore dei testi della band -. Crediamo di aver regalato al festival un momento davvero emozionante, ma innanzitutto siamo riusciti a regalare a noi stessi una soddisfazione grandissima. In pratica abbiamo raccolto i frutti di vent'anni di carriera; qualcuno mi ha detto che in questi anni abbiamo lavorato bene come musicisti, questo duetto evidentemente sta lì a confermarlo, ed è un motivo di grande orgoglio». I Marlene Kuntz non ce l'hanno fatta a superare la fase eliminatoria e la loro Canzone per un figlio non è stata ripescata, ma per il gruppo il problema non si pone: «Abbiamo preso la nostra partecipazione a Sanremo come un divertissement, ci siamo goduti tutti gli aspetti che girano intorno a un evento come il festival, anche quelli folkloristici. Ma non in maniera snob, tutt'altro. Ci siamo immersi in questa situazione con il massimo della serenità, e della rilassatezza. Mentre molti nostri colleghi so-

no tesi perché sentono molto la competizione, per noi non è così, noi ce la godiamo e la prendiamo come un modo per farci conoscere da un pubblico più ampio di quello cui siamo abituati. Qui ci si diverte molto, si incontrano personaggi incredibili, eccentrici al massimo, addirittura famiglie intere che arrivano da ogni parte d'Italia per 'essere al festival!'. Per farti capire il nostro spirito, un fonico che lavora qui da vent'anni ci ha detto di non aver mai visto nessuno più sereno e rilassato di noi...». Il brano, una ballata delicata che si apre - nel classico stile Marlene Kuntz - in una botta elettrica e tesa, a dispetto del titolo però non è una vera e propria dedica a un figlio, il testo infatti prende spunto da altro: «In effetti il mio intento non era di dedicare una canzone a un figlio. Tutto nasce sull'onda coinvolgente di quello che stavo facendo, ossia un libro, un'opera narrativa sul senso della felicità che si intitola appunto Un incantevole sogno di felicità. Mentre scrivevo immaginavo potesse essere un ottimo insegnamento per un ragazzo e per la sua educazione sentimentale alla vita, da lì è nato il testo del brano. Si può essere felici con quello che si ha e non andando alla ricerca di status symbol o di beni materiali».

BILLIE HOLIDAY · Bycicle Music rileva i diritti La musica di Lady Day trova casa; la Bicycle Music Company, società editoriale indipendente con uffici a New York e Los Angeles, ha infatti acquisito insieme alle sue affiliate una parte importante degli interessi editoriali e discografici di Billie Holiday. E non si tratta nonostante dei pezzi interpretati nel corso della carriera della cantante (tra cui standard come «Strange fruit», «Lady sings the blues» o «Don’t explain») ma anche i diritti concernenti lo sfruttamento del nome, del marchio e dell'immagine della cantante. In un comunicato il copresidente della società Steven Salm promette che la «Bicycle si impegnerà per trovare le opportunità più appropriate di diffusione della sua intera opera nel mondo». Creata nel 1974, Bicycle Music amministra i copyright di artisti come Nine Inch Nails, Marilyn Manson, Jefferson Airplane/Jefferson Starship, Cyndi Lauper, Glen Ballard e Tammy Wynette.

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Sanremo ha già un vincitore, Patti Smith che insieme ai Marlene Kuntz ha illuminato giovedì sera l’Ariston e dimostrato ancora una volta la distanza abissale, musicalmente parlando, fra «paese reale» e «festival dei fiori». L’altro vincitore morale è sicuramente Celentano, che ha diviso come non mai - basta farsi un giro in rete per rendersene conto, ma ha movimentato di fatto un edizione un po’ ingessata. Stasera farà il bis, prove blindate come di consueto, nulla è trapelato sul nuovo intervento solo il titolo di qualche canzone, come «La cumbia», scritta da Jovanotti per l’ultimo album dell’ex molleggiato, probabile anche un duetto con Morandi. Prevista «Svalutation», state certi allora che si tornerà a parlare di spread e default. E non ci sarà argine a tenerlo, anche perché Morandi (che non è più tanto sicuro di candidarsi per la terza volta alla conduzione...) sa che le fortune (Auditel) del festival dipendono proprio da Celentano. Marazzo - «inviato» da Lorenza Lei - ha promesso di limitarsi a «controllare». Vedremo. Chi invece minaccia un vero e proprio blitz sono i lavoratori dello spettacolo del Valle di Roma che accogliendo «l’appello» di Rocco Papaleo, annunciano l’intenzione di marciare sull’Ariston. In un video postato su web spiegano che «sta per accadere l’impensabile». Più composto Emiliano Zaino, presidente del comitato Bologna Pride 2012 che chiude la polemica dell’Arcigay contro gli sketch dei Soliti Idioti e le battute di Morandi, invitando il conduttore a intervenire al Gay Pride: «A Morandi non chiediamo adorazioni dal palco dell’Ariston, ma una mano concreta per la parità di diritti delle persone omosessuali: a giugno, partecipi insieme a noi al gay pride nazionale di Bologna». Cala il sipario su questa 62esima edizione con i dieci artisti rimasti in gara - ieri gli altri due bocciati a far compagnia a Marlene Kuntz e Irene Fornaciari - a contendersi la vittoria finale. I bookmakers prevedono l’affermazione della ruggente Emma griffata De Filippi che nella passata edizione - insieme ai Modà - ci era andata vicino, ma non si escludono sorprese. E sempre gli scommettitori «consigliano» di prestare attenzione alle due coppie ripescate: Bertè/ D’Alessio e Dalla/Carone. Oltre al secondo atto della Celentaneide, arrivano anche Geppi Cucciari e gli irlandesi Cranberries della rediviva Dolores O’Riordan. stefano crippa

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SABATO 18 FEBBRAIO 2012

sbilanciamoci.INFO Crisi economica, il caso Marcegaglia e le imprese italiane

CAMPANIA

Vincenzo Comito*

T

ra le molte conseguenze, la crisi in atto ha avuto anche quella di aumentare le difficoltà in cui si dibatteva già da tempo il sistema della grande e medio-grande impresa italiana. Così diversi gruppi nazionali sono stati acquisiti dal capitale straniero, mentre altri minacciano di esserlo, altri ancora stanno passando attraverso faticosi processi di ristrutturazione[...]. Infine, qualcuno, come la Marcegaglia, ha visto bloccata all’improvviso una marcia alla crescita che sembrava inarrestabile […]. La Marcegaglia, nel periodo 1998-2007, ha visto le sue dimensioni crescere rapidamente, sino a raggiungere sostanzialmente, almeno come livello del fatturato, la taglia delle principali protagoniste del settore […]. Tale crescita è a suo tempo avvenuta sia attraverso dei processi di espansione dall’interno, sia soprattutto con una rilevante attività di acquisizione di imprese del settore che gettavano progressivamente la spugna […]. Così nel 2007 la sua cifra d’affari aveva raggiunto i 4,2 miliardi di euro circa, con una crescita media del 18% all’anno nel periodo 2002-2007, mentre anche il numero degli addetti e i profitti aumentavano senza posa […]. Ma la crisi ha subito rivelato la fragilità di tale andamento. Così nel 2009 il fatturato è crollato a 2,7 miliardi, mentre il 2010 ha visto una ripresa anche se la cifra d’affari, a 3,8 miliardi di euro, era ancora inferiore a quella del 2007. Il crollo è da mettere in relazione sia con una riduzione delle quantità vendute che dei prezzi relativi […].Le difficoltà strategiche dell’azienda si riflettono sulla struttura dei suoi costi e dei suoi ricavi e più in generale sui suoi risultati economici e finanziari. Il gruppo, dopo che nel periodo precedente otteneva utili significativi, dal 2008 in poi non guadagna più […]. Tra le cause delle difficoltà, stanno, da una parte, la maggiore incidenza dei costi fissi sul risultato finale di fronte ad un fatturato ridotto, dall’altra certamente l’aumento dei costi delle materie prime, che non si è riusciti a scaricare interamente sui prezzi dei prodotti finali […]. Con l’avvio della crisi, in particolare dal 2010 in poi, anche il clima interno all’azienda si è deteriorato e l’impresa ha cominciato a dialogare con le sole rappresentanze sindacali di livello aziendale, trascurando quelle a livello di coordinamento sindacale, passando poi a richiedere di inquadrare i nuovi assunti di vari stabilimenti del gruppo, e per un periodo di sei anni e mezzo, con salari di ingresso molto più ridotti rispetto a quelli normali. La Fiom ha rifiutato tale ipotesi mentre gli altri sindacati si sono dichiarati alla fine d’accordo. L’impresa mostra così di tendere a dividere le rappresentanze dei lavoratori e a cercare di concentrare l’attenzione sul problema del costo del lavoro, quando in realtà i temi di fondo posti dalla crisi sono ben altri […]. Le vicende della Marcegaglia appaiono abbastanza rappresentative di quelle di tante altre imprese nazionali di dimensioni produttive più o meno rilevanti. Cresciute molto negli anni “facili”, esse si ritrovano ora, con la crisi, da una parte con una presenza internazionale largamente insufficiente, dall’altra con le difficoltà ad inserirsi nelle fasce di mercato più ricche ed avanzate, mentre mostrano anche un management di frequente non adeguato ai compiti nuovi […]. Invece di affrontare tali problemi, molte imprese trovano più semplice prendersela con i lavoratori e le loro rappresentanze, apparendo ossessionate in particolare dalla questione del costo del lavoro, quando le loro difficoltà si trovano invece dal lato dei ricavi piuttosto che da quelli dei costi… (Versione integrale su www.sbilanciamoci. info) * Vincenzo Comito è autore di Gruppo Marcegaglia. Un’analisi critica (Edizioni dell’Asino 2012)

il manifesto CAPOREDATTORI marco boccitto, micaela bongi, michelangelo cocco, sara farolfi, massimo giannetti, giulia sbarigia, roberto zanini, giuliana poletto (ufficio grafico) il manifesto coop editrice a r.l. REDAZIONE, AMMINISTRAZIONE, 00153 Roma via A. Bargoni 8 FAX 06 68719573, TEL. 06 687191 E-MAIL REDAZIONE redazione@ilmanifesto.it E-MAIL AMMINISTRAZIONE manamm@ilmanifesto.it SITO WEB: www.ilmanifesto.it TELEFONI INTERNI SEGRETERIA 576, 579 - ECONOMIA 580 AMMINISTRAZIONE 690 - ARCHIVIO 310 POLITICA 530 - MONDO 520 - CULTURE 540 TALPALIBRI 549 - VISIONI 550 - SOCIETÀ 590 LE MONDE DIPLOMATIQUE 545 - LETTERE 578 SEDE MILANO REDAZIONE: via ollearo, 5 20155 REDAZIONE: tutti 0245072104 Luca Fazio 024521071405 Giorgio Salvetti 0245072106 redmi@ilmanifesto.it AMMINISTRAZIONE-ABBONAMENTI: 02 45071452 SEDE FIRENZE via Maragliano, 31a TEL. 055 363263, FAX 055 354634 iscritto al n.13812 del registro stampa del tribunale di roma autorizzazione a giornale murale registro tribunale di roma n.13812 ilmanifesto fruisce dei contributi statali diretti di cui alla legge 07-08-1990 n.250 ABBONAMENTI POSTALI PER L’ITALIA annuo 260€ semestrale 135€ i versamenti c/c n.00708016 intestato a “il manifesto” via A. Bargoni 8, 00153 Roma

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chiuso in redazione ore 21.30

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Sabato 18 febbraio, ore 18.30 IL RITO RITROVATO Presentazione de «I vesuviani», un racconto per immagini di Pino Miraglia e Lucia Patalano con l’introduzione di Pietro Gargano e letture di Alessandra Borgia tratte da «Napucalisse» di Mimmo Borrelli. ■ Biblioteca di Villa Bruno Via Cavalli di Bronzo 20 San Giorgio a Cremano (Na)

EMILIA Sabato 18 febbraio, ore 17.30 NO AL CARBONE In occasione della mobilitazione nazionale contro il carbone, e delle iniziative a favore del protocollo di Kyoto, Legambiente organizza a Ferrara, l'Aperitivo «No al Carbone»!: un momento di confronto sui motivi dell’opposizione alla strategia energetica basata su fonti fossili. In quest'ottica è indispensabile fermare il progetto di riconversione a carbone della centrale di Porto Tolle, situata all'interno del Parco del Delta, puntando sulla produzione di energia elettrica da fonti pulite e rinnovabili. Se ne parla insieme a cittadini, amministrazioni ed esperti del settore. ■ Bar Tiffany, piazza del Municipio 24 Ferrara

LOMBARDIA Lunedì 20 febbraio, ore 18 GIUSTIZIA Presentazione del libro «Assalto alla giustizia» di Gian Carlo Caselli. Insieme all’autore intervengono: Nando Dalla Chiesa, Armando Spataro. Coordina Lorenzo Frigerio, referente Libera Lombardia. Ingresso libero ■ Libreria Feltrinelli, piazza Duomo, Milano

PUGLIA Sabato 18 febbraio, ore 18.30 PICCOLI PROFUGHI Arci Biblioteca di Sarajevo di Maglie e Arci Liberi Cantieri di Muro Leccese presentano il libro «Piccoli profughi. Narrazioni di esclusioni e accoglienze» di Alessandro Santoro ed Edison Duraj. Gli autori dialogheranno con la giornalista Giuliana Coppola; sarà presente anche l'editore Antonio Rollo, delle Oistros Edizioni. Presenterà e coordinerà il dibattito Paola Cillo, presidente di Arci Biblioteca di Sarajevo. Durante l’incontro saranno anche illustrati i nuovi progetti editoriali di Oistros Edizioni. ■ Palazzo del Principe, piazza del Popolo, Muro Leccese (Le)

SICILIA Sabato 18 febbraio, ore 17 MITO E FEDERALISMO Tavola Rotonda sul tema «Autonomia Siciliana tra Mito e Federalismo», organizzata dall’Associazione Culturale Iconos presieduta dalla Professoressa Laura Pulejo, in collaborazione con il Comune di Spadafora gestore del Castello, il Sindaco Giuseppe Pappalardo e l’Assessore alla Cultura Antonio D’Amico. ■ Castello Spadafora, Messina

TOSCANA Sabato 18 febbraio, ore 15 LA VERITÀ NASCOSTA A due mesi di distanza dall'incidente del cargo Venezia, continua il balletto delle versioni fornite dalla compagnia e dalle autorità. L'unica cosa certa è che nel nostro mare ci sono almeno 40 tonnellate di rifiuti tossici che se non verranno recuperati provocheranno un disastro. Per chiedere la verità su quanto avvenuto a bordo del cargo, l’immediata rimozione dei bidoni tossici a totale carico della Grimaldi e le dimissioni dei funzionari incapaci e del sindaco di Livorno, viene promossa una manifestazione oggi a Livorno. ■ Ritrovo in piazza Civica, Livorno Le segnalazioni vanno tutte inviate all’indirizzo e-mail: eventiweb@ilmanifesto.it, altri appuntamenti li trovate cliccando su www.ilmanifesto.it/eventi/

Un tribunale francese (Lille) ha condannato Sophie Robert, regista di un documentario sull'autismo, a risarcire tre psicoanalisti da lei intervistati e ha messo al bando l'opera nel territorio francese. Il 12 febbraio, Gilberto Corbellini su "Il Sole-24" ore ha definito la decisione «verosimilmente un atto politico», «un odioso attacco alla libertà di espressione». Secondo Corbellini, la lobby psicoanalitica impedisce con la sua influenza, culturale e politica, una cura adeguata dell'autismo «disturbo neurologico con basi genetiche che dipende da un'organizzazione disfunzionale del cervello». Del potere politico degli psicoanalisti, in Francia o altrove, non se n'è accorto nessuno e, inoltre, i giudici francesi hanno condannato Robert perché aveva tagliato e manipolato le interviste. Corbellini difende dichiaratamente la psico-

le lettere

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in prossimità del Gran Sasso vide l'orrore, un intero territorio devastato, una splendida città sconvolta. Velocemente riuniti in un’agorà decretarono la rinascita immediata della città e del suo territorio (i commissari scomparvero insieme ai candidati sindaci). Una democrazia assembleare e popolare fu incaricata di gestire le immense risorse. Il cantiere più grande d'Europa ebbe inizio. Subì un piccolo rallentamento per una copiosa nevicata. W il manifesto di Marx-Engels e...Pintor. Giuro che vi aiutiamo anche noi sfigati dell'Aquila. Alfonso De Amicis Tempera

Ho fatto un sogno Una moltitudine di nomadi greci capitanati da Platone sono partiti da Patrasso per sbarcare a Brindisi. In quel porto migliaia di lavoratori, migranti nuovi proletari accolsero entusiasti il saggio, opportunamente ritornato tra noi, "scortato" da un esercito senza armi ma tenacemente convinto delle sue ragioni. L'orda attraversa l'Italia fino a giungere sul Reno. Nelle rive del fiume europeo si raccolsero tutti i nuovi proletari cresciuti a dismisura, frutto dei provvedimenti monetaristi e classisti delle nuove élites europee e germaniche. Prima in Grecia poi in tutta Europa in nome del patto di stabilità queste politiche si trasformarono in una guerra sociale. Il tasso di disoccupazione toccò punte mai viste in tempi di pace. I vecchi fatti morire nelle proprie case perché l'assistenza era "un lusso". Migranti rimpatriati a proprie spese. Il lavoro ormai merce si poteva "comprare" nei market appositamente creati. In Italia si poteva e doveva abolire l'art.18 in nome dell'equità e di una maggiore occupazione. Ma perché Platone? Beninteso il filosofo greco aveva capito che per salvare le città greche e la sua democrazia aveva l'urgente necessità di "riconquistare" la democrazia europea. Il "nuovo popolo europeo" arrivato a Bruxelles ebbe facile gioco di banchieri, prezzolati e politicanti. Essi non furono licenziati né furono vittime di inutili e odiose violenze. La "malasorte" li portò tutti ad essere dipendenti con contratti a tempo inderminato (comprensivo di art. 18) con stipendio a 1.000 euro al mese, "vitto e allaggio" ma senza stiratura. I vecchi prepotenti accolsero felici le decisioni:contenti loro! Il ritorno delle masse vittoriose nei rispettivi paesi avvenne in aereo. L'esercito greco (sempre senza munizioni) forte di un sapere antico sorvolò gli Appennini e

Felice di non essere matta Cari compagni, ho appena terminato di leggere l'articolo di Guido Viale di ieri. Sono molto felice, in questa valle di lacrime, di avere, ancora una volta, la conferma che non sono "matta" e che ci sono, ci sono veramente alternative a questo modo tutto "capitalistico" di governare il sistema. Grazie ancora per i vostri articoli, non dovranno mai mancarci. In bocca al lupo per la campagna 1000X1000 e per tutte le possibilità che ancora restano! Patrizia Paci

Strano paese il nostro Il parlamento ieri ha di nuovo votato contro l’arresto di un suo deputato che dovrebbe rappresentare le istituzioni, la legalità; nei giorni scorsi la corte di Cassazione ha stabilito che per i procedimenti per violenza sessuale di gruppo, il giudice non è più obbligato a disporre o a mantenere la custodia in carcere dell’indagato: intanto dal 26 gennaio scorso nella casa circondariale di Marassi è detenuto un giovane ligure, residente a Genova, accusato degli scontri avvenuti il 3 luglio in Val di Susa in occasione di una manifestazione indetta dal movimento No Tav. Non voglio parlare dell’assurdità dell’arresto, a distanza di sette mesi, con una irruzione all’alba nella sua abitazione, come fosse un pericoloso affiliato delle cosche mafiose che imperversano nella nostra Regione, da levante a ponente, e neppure delle qualità di Gabriele, del suo spirito di solidarietà verso i più deboli e delle passioni che lo accomunano ad altri giovani, spesso considerati “cattivi"perché si fanno sentire ogni qualvolta ritengano di vedere nella società delle ingiustizie, e non voglio neppure parlare di questa forsennata determinazione

da parte del giudice Caselli nel perseguire il movimento nato attorno alle popolazioni della Val di Susa piuttosto che nel verificare, lui giudice anti mafia, infiltrazioni mafiose negli appalti che ruotano attorno ai cantieri, senza peraltro valutare se la reazione così violenta è stata proprio per “reazione” ad attacchi indiscriminati di lacrimogeni e gas (visto l’alto numero di forze dell’ordine ricoverate per autointossicazione); vorrei solo chiedere alla stampa cittadina: qual è il meccanismo che ha fatto scattare il silenzio tombale sulla detenzione del giovane Filippi? Eppure le testate locali sono sempre così prodighe ad informarci su furtarelli, gossip, calcio mercato e chi più ne ha più ne metta ma non una parola (a parte un’edizione locale del levante on line) sulla conferma del riesame all’arresto. E, caso strano, lo stesso giorno esce la sentenza del Tribunale di Torino che condanna ben 26 persone per aver manifestato (nel 2009!) contro il G8 dell'Università: è da sottolineare che nella sentenza è specificato che gli stessi non sono imputati nel procedimento degli scontri, ma avevano il volto coperto (forse per evitare di respirare gas?). Qui prodest? Non sarà un tentativo di spaventare con l’intento di reprimere la libertà a manifestare? L'ignoranza fa sempre paura ed il silenzio è uguale alla morte. Gabriella Boero Genova

Alluvionati doc e no Al Festival di Sanremo, nota manifestazione canora italiana, viene istituito un numero di raccolta fondi solo per gli alluvionati di Genova e la Spezia, senza minimamente ricordare o menzionare, anche con una sola parola, quelli che hanno subito l'alluvione della provincia di Messina e delle altre città. Si tratta di una discriminazione e la vorrei denunciare pubblicamente. Serena Leotta

Sosteniamo Atene Grazie a Marco d'Eramo per il senso umano ancora prima che politico del suo articolo ("Atene è sola", il manifesto 14/2). E grazie al manifesto. Da tempo mi angoscio da solo per la tragedia del popolo greco. Stante la situazione, non potrebbe il manifesto farsi promotore di una campagna di solidarietà? Forse il popolo di sinistra (ma sì) non è così sordo e cieco come le sue direzioni. Luigi Viglino Torino

VERITÀ NASCOSTE

Sulla pelle dei bambini Sarantis Thanopulos logia cognitivo-comportamentale statunitense che vorrebbe che desideri, emozioni, affetti, sentimenti fossero codificati secondo parametri di funzionamento cerebrale e curati con la somministrazione di schemi comportamentali. Il suo è un intervento piuttosto scomposto (se la prende in modo sguaiato anche con la cultura francese) che poco si interessa dei bambini autistici, usati strumentalmente per attaccare coloro che non si allineano al "mondo anglosassone", entità fantastica nella quale vive. In realtà nessuno sa cos'è esattamente l'autismo. Non esiste prova, degna di

questo nome, che sia un disturbo neurologico di natura genetica (il che non esclude che nel futuro ci possa essere). Nel campo psicoanalitico fenomeni autistici in pazienti non autistici sono stati studiati in modo approfondito ma l'approccio diretto alla questione è problematico e le ipotesi avanzate sono inferenze (come quelle neurologiche). Resta un fatto sconcertante: questa menomazione della possibilitá di essere in relazione con il mondo è piuttosto irreparabile sia se la consideriamo di natura psichica (perché il danno sarebbe molto precoce) sia se le attribuiamo

un'eziologia genetica o mista. Ciò dovrebbe suggerire un po' di modestia per non farsi la guerra sulla pelle dei bambini e delle loro famiglie ma l'esercizio del dubbio (a cui il contatto con la sofferenza obbliga) è poca cosa per chi associa ad ogni vissuto umano un dato cromosomico. L'attenzione al dolore dei genitori è importante. L'accusa che gli analisti colpevolizzano i genitori è grossolana e ingiusta. I fallimenti dei genitori sono inevitabil. Servono ai figli per crescere ma li fanno anche, a loro volta, fallire. L'origine del dolore che ci abita è il prodotto di situazioni non in-

L’incendio della Grecia Vivo in un villaggio del Peloponneso e qui l'incendio non è ancora arrivato, anche perché tutti hanno un orto, bestie, ulivi e possono sopravvivere male - ma sopravvivono. Come nelle altre zone rurali (ma metà della popolazione è nelle poche grandi città, dove, senza lavoro, fa la fame o quasi). L'incendio della Grecia è molto più vasto degli edifici incendiati di Atene (è riduttivo e fuorviante il discorso sulle violenze dei black bloc come fatto marginale). La rivolta sociale generale è vicina, molto vicina, nonostante la grande tolleranza e sopportazione dei greci. È un popolo intero che reagisce (male, inevitabilmente) alle umiliazioni, alla prepotenza della Germania "uber alles", all'insipienza o al disegno economico degli "aiuti" europei (meglio chiamarli col loro nome "strozzinaggio"). Senza ignorare che da Maastricht in poi, i governi greci (soprattutto di destra) hanno truccato i conti, senza tacere che l'Europa ha dato soldi senza controlli, abituando i greci a vivere al di sopra delle loro possibilità, a cementificare e svendere le loro coste, gli uliveti, ecc.. Ma deve essere chiaro che la responsabilità più grande è della Germania (e dei cosiddetti stati virtuosi Olanda, Finlandia, Francia): voglio vederli venire qui questa estate, a farsi le vacanze quasi gratis. Mi sa che tanti turisti nord-europei si fermeranno in Croazia o in Italia, per il clima ostile che si respira qui verso di loro. A sinistra dicono basta, usciamo (se non dall'Europa, dall'euro) e questo sta entrando anche nella testa della gente non schierata (alle elezioni di aprile - se ci si arriva - ci sarà certamente una grande avanzata delle sinistre). Anche perché non c'è alternativa, se continua l'atteggiamento dei tedeschi, per pagare un minimo di stipendi, pensioni, medicine, in mancanza di euro, lo stato sarà costretto a battere altra moneta, la dracma. Infine non va sottovalutato il rischio per la democrazia (già denunciato, mesi fa, dal presidente della Repubblica ellenica) per un paese che ha ancora vicino il ricordo della Junta dei colonnelli (con molte simpatie nella polizia e nell'esercito) magari con una riedizione camuffata. Anche per questo il Kke se ne sta attento e separato da altre manifestazioni più o meno spontanee, più o meno infiltrate. Marzio Campanini Grecia

– tenzionali, anonime, di congiunture e di coincidenze. Inquadrare i luoghi interni del nostro malessere non serve a distribuire colpe improbabili ai nostri genitori ma per poterlo curare. I genitori dei bambini autistici si sentono in colpa perché è difficile accettarli e vivere con loro. Aiutarli a trasformare il senso di colpa e l'odio (che sono componenti dell'amore) in senso di responsabilità profondo e autentico nei confronti dell'umanità irriducibile di questi figli speciali è la condizione necessaria per il lavoro di cura. Perché anche se il contatto con l'ambiente è problematico, il sentire dei bambini autistici può essere ricco e se gli operatori (di cultura psicoanalitica e non) riescono a fare del loro meglio, lontano da assunti ideologici, almeno un po' di gioia di vivere riescono a consentirla.


il manifesto

SABATO 18 FEBBRAIO 2012

pagina 15

COMMUNITY VIOLENZA SESSUALE

GARANTISMO VERSUS GIUSTIZIALISMO Milli Virgilio

R

itorniamo sulla sentenza di Cassazione n. 4377 (violenza sessuale di gruppo e misure cautelari coercitive che limitano la libertà personale prima della sentenza definitiva) e sui relativi commenti.La prospettazione che avete ospitato ("Violenze sessuali e mafiose" di Sarantis Thanopulos il manifesto 11/2) esige prima una precisazione e poi un rilancio. Non vi è qui contrapposizione tra Cassazione e Corte costituzionale. Se la Consulta (sentenza 265/2010) non conteneva alcun riferimento alla violenza di gruppo è perché la questione non le era stata sottoposta, e non perché nella decisione tale forma di delitto fosse stata differenziata rispetto alla violenza individuale e monosoggettiva. D’altronde la prospettazione di cause, modi e effetti della violenza sessuale, in quanto volta a dimostrare la validità di una assimilazione tra violenze sessuali e violenze mafiose per la loro pericolosità sociale, porta ben oltre il discusso tema del trattamento cautelare carcerario (prima della sentenza definitiva di condanna) e investe tutti i casi di violenza maschile, non solo sessuale e non solo di gruppo. Ma il problema è proprio qui: in termini di politica del diritto e di libertà femminile. Il Governo, per rendere più duro il trattamento per gli autori di violenze sessuali non aveva messo mano a una riforma specifica e dedicata, ma, col pacchetto sicurezza Maroni-Carfagna, aveva operato all’interno delle norme speciali previste per i delitti di mafia. Aveva così dovuto operare una doppia parificazione, la prima tra la violenza sessuale base e la violenza di gruppo (e altri reati a sfondo sessuale) e la seconda tra questi e i delitti di mafia (associazione di tipo mafioso e delitti posti in essere con metodi o per finalità mafiose). Pertanto stupro semplice, stupro di gruppo, prostituzione minorile, pornografia minorile, turismo sessuale assunsero il trattamento severo riservato alla mafia. Ma in nome del bene collettivo “sicurezza pubblica”. Infatti tutte le novità legislative del provvedimento Maroni-Carfagna (tra cui lo stalking) furono intitolate alla sicurezza “pubblica”, giustificando la “straordinaria necessità e urgenza” indispensabili per scavalcare il Parlamento - con “l’allarmante crescita di episodi collegati alla violenza sessuale” (assunto indimostrato per mancanza di un Osservatorio nazionale). E pensare che faticosamente avevamo spostato la collocazione della violenza sessuale entro il bene giuridico individuale della “persona”, sganciandolo dal bene collettivo della moralità pubblica e del buon costume! Non possiamo allora meravigliarci che fosse poi dichiarata costituzionalmente illegittima la norma che applica obbligatoriamente sempre e solo la custodia cautelare in carcere, senza più poter scegliere nel ventaglio delle varie misure previste dal codice di procedura penale e senza più graduare secondo il criterio della adeguatezza al caso concreto. Né stupirci che la Cassazione abbia esteso la garanzia dai casi di prostituzione minorile, violenza sessuale individuale e atti sessuali con minorenni alla violenza sessuale di gruppo. La sentenza ha fatto polemizzare, spesso confondendo diritti e desideri. Ma con quale risultato a favore della libertà femminile? Ancora una volta l’attenzione è stata focalizzata sui delitti di violenza sessuale di strada, che è statisticamente minoritaria rispetto al ben più vasto ambito della violenza maschile sulle donne: la violenza maschile (“di genere”) non è solo sessuale, bensì fisica, psicologica, economica e alligna prevalentemente nelle relazioni di prossimità e intimità, nonché trova origine nei rapporti di potere uomo/donna che nella famiglia trovano il luogo privilegiato di costruzione. La violenza maschile sulle donne esige di trovare modi nuovi per essere affrontata, svincolandosi dalla contrapposizione tra uguaglianza e differenza, liberandosi dalla strettoia tra garantismo e giustizialismo e intraprendendo strade ad oggi inedite che sappiano contenere assieme libertà femminile e diritto.

Il liberismo che uccide la democrazia A

tene brucia, borse in rialzo, spread in diminuzione, euro si rafforza. Questa la sequenza che scorreva freddamente nei sommari dei giornali on line e nei banner dei notiziari all’indomani della domenica di fuoco in Grecia. Qualcuno precisava: i violenti scontri di Atene non preoccupano i mercati, né i funzionari della Troika che, neanche per un solo giorno, usano la prudenza di tacere il fatto che presto esigeranno ancora e ancora di più. Il bastone si abbatte, colpo dopo colpo, sul cane che affoga. Disoccupazione alle stelle, crollo degli introiti fiscali dello Stato ellenico (la sola Iva ha perso il 18,7%), decine di migliaia di licenziamenti, pensioni e salari minimi da fame, servizi falcidiati, anni di spaventosa recessione di fronte, è questa la lieta novella attesa dai mercati finanziari: il denaro va lì dove deve andare, a remunerare le rendite, pagare gli interessi. Non solo non preoccupano i roghi di Atene, tutt’altro, rabbia e disperazione stanno semmai a dimostrare che il governo greco fa sul serio nell’eseguire gli ordini europei. Tanto da non escludere che qualche decina di morti possa addirittura spingere ulteriormente in alto i listini della borsa, rafforzare la moneta europea e favorire la rielezione della cancelliera Merkel. Che l’accumulazione del capitale passasse attraverso immani processi di distruzione (guerre comprese) non è certo una novità. La Grecia, tuttavia, ci mostra in tempo di pace, in presa diretta e in forma, per così dire concentrata, il procedere parallelo della distruzione delle condizioni di vita di una intera popolazione con la salvaguardia della redditività dei capitali. Ed esplicita, senza equivoci, come questo non possa avvenire che attraverso un dispiego estremo di violenza. Quella che detta le condizioni di vita e quella che reprime coloro che le rifiutano. Mentre si è fatta ormai opinione diffusa tra gli stessi cantori della disciplina economica che il giogo imposto ai cittadini greci non potrà scongiurare la bancarotta, semmai consentirà di guadagnare tempo. Quale tempo e per chi? Il tempo di minimizzare il danno per gli investimenti speculativi sul debito sovrano di Atene, di mettere in sicurezza gli istituti bancari e di terrorizzare a dovere le economie meno virtuose dell’eurozona. Non per tutti il tempo è denaro. Per i cittadini greci il default cessa di rappresentare un evento, catastrofico o liberatorio che sia, per divenire una condizione di vita permanente, una lunga e lucrosa agonia a vantaggio dei mercati finanziari. Di fronte a questo agghiacciante scenario, due stucchevoli ritornelli, non privi di un certo seguito popolare soprattutto in Germania, accompagnano lo strangolamento della Grecia. Il primo recita: «vivevano al di sopra del-

Nei fuochi di Atene emerge l’indisponibilità dei greci a seguire senza reagire le ricette della Troika europea. Ma i mercati hanno già condannato alla povertà un intero paese

Marco Bascetta le proprie possibilità ed era inevitabile che prima o poi dovessero saldare il conto». Che cosa significa vivere «al di sopra delle proprie possibilità»? Forse i 461 euro mensili oggi ridotti a 359 del sussidio di disoccupazione percepito da non più di un terzo dei senza lavoro? Forse i miseri salari minimi garantiti, oggi ridotti del 20 per cento, o gli scadenti servizi sociali ellenici? Laddove esista un enorme divario tra la ricchezza di pochi e l’immiserimento dei molti affermare che una popolazione vive al di sopra delle proprie possibilità è una vera e propria infamia. Il clientelismo, il sommerso, la corruzione sono strettamente connessi con questo divario, con il potere di ricatto esercitato dal potere finanziario. E non è certo un mistero che tra gli effetti della crisi, e della sua terapia secondo la Troika, figuri ai primi posti proprio l’inasprimento di questa polarizzazione. Converrebbe piutto-

VUOTI DI MEMORIA

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Albino Alberto Piccinini Lei dimostrò la sua ammirazione per papa Giovanni Paolo I già nel '79, inserendo una sua foto all'interno della copertina di «Wave», è religiosa? «Non ho una religione perché penso che la religione ponga troppi confini ma ho la mia religiosità nei confronti di Dio, prego, vado in chiesa. Ho amato papa Luciani come essere umano non come una persona di una religione. Lui fu papa per soli 33 giorni ma fece una grande impressione in me, era un uomo pieno di amore: un vero messaggero di Cristo. E' stato un papa veramente rivoluzionario, capiva ed amava i giovani e i poveri. Fu anche uno splendido scrittore, il suo "Illustrissimi" è un gran bel libro». (...) Il suo trasporto per il Papa allora scandalizzò l’opinione pubblica italiana. «Era l’uomo ad avermi colpito, non il Papa: una persona speciale, buona. La mia reazione è stata di amore a prima vista. Come quando ho incontrato mio marito: sapevo che l’avrei sposato. Quando ho visto Luciani, ho provato amore per lui e so che lui ha provato amore per me. L’ho guardato in tv mentre salutava i fedeli e ho pensato fosse meraviglioso. È stato Papa troppo poco per parlarne da questo punto di vista. Ma per me conta l’essere umano. E Albino amava il prossimo. Io oggi vedo il male della Chiesa, di tutte le chiese. Vedo com’è stata travisata la parola di Dio, vedo il Vaticano e penso a cosa direbbe Cristo se ci mettesse piede oggi: credo che rovescerebbe parecchi tavoli». (Patti Smith, interviste a La Nuova Venezia e Rolling Stone; 2010)

sto cominciare a chiedersi se non siano invece le rendite finanziarie (nazionali e internazionali) a gonfiarsi aldilà da ogni logica possibilità. Se insomma non siano i mercati , misura e giudici di ogni cosa, a pretendere l’impossibile. Non è bastata la ricchezza immaginaria dei titoli tossici a chiarire chi vive «al di sopra delle proprie possibilità»? A meno di rassegnarsi a riconoscere al capitale finanziario possibilità illimitate. E se abbiamo a che fare con l’Onnipotente tanto vale alzare le mani. Il secondo ritornello salmodia: «Avete eletto una classe politica corrotta e truffaldina che truccava i conti ed elargiva favori. Ora ne pagate le conseguenze». Un discorso non dissimile da quello indirizzato all’Italia del Cavaliere. Fatto sta che è con quella stessa classe politica e politico-affaristica, affiancata per il momento da tecnocrati fedeli alle ragioni della rendita, che i poteri forti europei trattano e si accordano. Con una classe politica geneticamente più vicina alla logica dei mercati finanziari e al rispetto della gerarchia dei poteri che alle ragioni dei cittadini greci in rivolta. Mantenuta in vita, aldilà da ogni residuo di rappresentanza ormai travolto dall’esaurirsi del carburante della corruzione, dagli stessi funzionari globali che mostrano di volerla bacchettare. In realtà è solo la fonte della corruzione a distinguere, neanche troppo nettamente, la casta dei politici da quella dei banchieri e dei professori. La prima risponde ai bisogni di un potere clientelare e manipolatore e a un’idea dello stato come sorgente di ruoli immarcescibili e relativi privilegi, la seconda alle pretese di redditività e assoluta libertà di movimento di un capitale finanziario del quale si nutre e dal quale dipende in tutto e per tutto, in termini di potere e di identità. I più abili transitano dall’una all’altra o mantengono il piede in due staffe. Bruxelles e Francoforte non predicano certo la rivoluzione, né le istituzioni europee hanno mai inteso seriamente contrastare l’autoritarismo, talvolta non privo di tratti fascistoidi, che va affermandosi (vedi il caso dell’Ungheria, rea tutt’al più di voler mettere le mani della politica sulla Banca nazionale) in alcuni paesi europei. Al contrario. Quando si tratta di imporre politiche di austerità l’autoritarismo torna sempre comodo così come una sovranità nazionale dedita alla repressione. Salvo aprire l’oscura prospettiva di una uscita da destra dall’Unione europea e dai suoi non eccelsi standard democratici sotto il segno di un torvo nazionalismo. Pazienza. Che il liberismo non abbia più nulla a che spartire non solo con i diritti sociali ma neanche con le libertà politiche è una evidenza talmente ovvia da render tedioso il doverla ancora una volta ricordare.

IL BENPENSANTE

Sto girando la provincia italiana per lavoro. Per provincia italiana intendo piccoli paesi che non avevo mai sentito nominare. Sono posti orribili, poveri, invivibili, freddi, pieni di vecchi, perché i giovani o sono scappati da tempo o non nascono più. Appena scendo dal treno, o dall’autobus, vengo aggredito. «Allora?», mi domandano due vecchi inferociti. E io: «Allora che?». «Ci deve dire subito se le piace il nostro paese. E la cucina, le piace? Qui c’è un clima magnifico, sa? E ci sono le ragazze più belle che lei abbia mai visto! E noi, non siamo simpatici?». C’è un freddo della madonna e, trascinando la valigia, domando: «Scusate, per favore, sapete dov’è l’albergo?». «No, no! Prima deve rispondere alle domande!». Io traccheggio: «Datemi

MUSICA

INSEGNAMENTO JAZZ, COME DARGLI DIGNITÀ E FUTURO Luigi Onori

N

on so quanti sappiano che in Italia centinaia di studenti di musica frequentano i corsi di jazz nei conservatori (corsi equiparati all’università, con trienni e bienni), che pagano rette a partire dagli ottocento euro annui e che la loro presenza (ed il loro gettito) ha immesso nuova linfa ed attenuato la crisi di numerose istituzioni musicali, peraltro alle prese con un problematico “nuovo ordinamento”. L’iter che ha portato il jazz nei conservatori è stato complesso, più che ventennale: è partito dalla consultazione di tre “saggi” (Giorgio Gaslini, Gerardo Iacoucci, Ettore Ballotta) nel 1990 da parte del Ministero della pubblica istruzione per discutere su un corso jazzistico riconosciuto e gestito dallo stato. Dalla proposta originaria (settembre ’90) ci sono stati numerosi passaggi legislativoamministrativi: nel ‘95 erano diciannove i conservatori con cattedre di musica jazz, oggi sono molti di più e, in alcuni casi, funzionano dei dipartimenti. Quello che ancor meno si sa è che la maggior parte dei docenti sono esterni e a contratto e costituiscono una forza lavoro artistico-intellettuale precaria che dal gennaio 2011 si è, almeno in una sua parte, organizzata nel Coordinamento nazionale docenti jazz (Cndj) il cui animatore e segretario è il batterista e compositore napoletano Salvatore Tranchini. Dopo altri incontri a Napoli e Ferrara, il Cndj si è dato appuntamento il 15 febbraio scorso a Roma (presso il jazz club Be-bop) per discutere una serie di punti con Giorgio Civello, direttore generale dell’Afam (Alta formazione musicale e coreutica, nell’ambito del Miur). L’incontro è saltato, verrà ricevuta dal direttore una delegazione del Cndj ma è comunque servito per mettere a punto esigenze e strategie. Le quattro aree generali che il Cndj vorrebbe discutere riguardano i docenti a contratto (assenza di criteri generali per la valutazione uniforme dei titoli artistici; mancanza di contratti triennali e quinquennali che salvaguarderebbero la continuità didattica; tendenza al ribasso nel pagamento ed inserimento di regimi forfettari); supplenze annuali (il blocco degli organici dei conservatori rischia di trasformarsi in “precariato a vita”); autonomia dipartimentale (jazz e musiche ‘altre’ come in varie nazioni europee); titoli (oggi il titolo di strumento jazz non permette l’inserimento nelle graduatorie di strumento nelle scuole medie). Il Coordinamento, inoltre, vorrebbe avere maggiore visibilità (si stimano almeno duecento tra militanti e simpatizzanti) ed andare in un prossimo futuro ad un incontro con il Cnam (Consiglio nazionale per l’alta formazione artistica e musicale) e con la Conferenza dei direttori dei conservatori. La materia e la partita sono complesse e andrebbero inserite in una riflessione/strategia generale, vista l’assenza di un’adeguata (ed aggiornata) legge sulla musica, la mancanza di provvedimenti favorevoli alla musica dal vivo, l’assimilazione dell’Enpals (ente previdenziale per “lavoratori dello spettacolo”) da parte dell’Inps, la ridefinizione attuale dei compiti di Siae e nuovo Imaie (in tema dei diritti di autori ed interpreti). Il tutto alla luce di una verifica sulla reale presenza della formazione musicale nell’insieme della scuola italiana. Intanto il Cndj ed il suo segretario reagiscono a scetticismo ed isolamento nel tentativo di mettere a fuoco problemi e definire obiettivi di “lavoratori atipici”, fare richieste sindacali e politiche, dare al jazz - ai suoi docenti ed allievi - piena dignità ed un futuro meno incerto.

tempo, sono appena arrivato…». Li lascio delusi, e mi gridano dietro: «Guardi che si sbaglia! Guardi che non ha capito niente! Fra un po’ passiamo sotto al suo albergo…». E io: «No, no, per pietà! Voglio riposarmi». E loro, implacabili: «Non occorre che scenda in strada, ce lo può dire dalla finestra!». Neppure 100 metri e vedo un vigile: «Mi scusi, sa dirmi per favore…». Quello s’illumina: «Ah, è lei! Le piace qui?». A notte fonda, dalla finestra di una topaia devo urlare: «È vero, questo è di gran lunga il paese più bello del mondo!».


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il manifesto

SABATO 18 FEBBRAIO 2012

L’ULTIMA

storie Mauro Palma

I

l divieto assoluto di ricorrere alla tortura trova in Italia un’estrema chiarezza teorica ma, di contro, nessuna corrispondenza pratica. Quando nell’aprile 2005 le Nazioni unite decisero di istituire uno speciale Rapporteur con il compito di proteggere i diritti umani nella lotta contro il terrorismo internazionale, gli stati europei salutarono positivamente un elemento ulteriore di analisi che si affiancava agli strumenti di controllo già da tempo in vigore, in particolare attraverso l’azione del Comitato per la prevenzione della tortura. Si riaffermò così il principio che nessuna situazione d’eccezione può far derogare dal divieto assoluto di ricorrere alla tortura: inaccettabile sul piano della comune percezione di civiltà giuridica, inammissibile nella simmetria che stabiliscono tra azione dello stato di diritto e pratiche delle organizzazioni criminali, foriera di gravi distorsioni dell’azione di giustizia, tale è la forza verso l’adesione a qualsiasi ipotesi dell’accusa che la sofferenza determina. Il divieto assoluto era già del resto in convenzioni e patti internazionali su cui i paesi democratici hanno ricostruito la propria legalità ordinamentale dopo le tragedie della prima metà del secolo scorso. L’Italia, spesso inadempiente sul piano degli impegni conseguenti, quali per esempio la previsione dello specifico reato di tortura, ha sempre dichiarato la sua ferma adesione ai principi in essi contenuti. Eppure, solo negli ultimi quindici giorni sono emersi ben tre casi - diversi nel tempo e nella specificiDISEGNO tà dei corpi di forze dell’ordine che hanno CON IL FERRO. operato - che fanno capire tale distanza. OPERA DELLO SCULTORE AMERICANO FRANK PLANT

Asti, 2012

L’Italia TORTURA

Ad Asti, il tribunale ha emesso il 30 gennaio una sentenza in cui, qualificando i maltrattamenti inferti da agenti della polizia penitenziaria nei confronti di due detenuti come «abuso di autorità contro arrestati e detenuti» ha dichiarato prescritto il reato. L’esito non stupisce perché non è il primo in tale direzione; colpisce però la chiarezza con cui il giudice scrive nella sentenza che «i fatti in esame potrebbero agevolmente essere qualificati come tortura» (risparmio ai lettori la descrizione puntuale dei maltrattamenti subiti dai detenuti), ma che il reato non è previsto nel codice e, quindi, il tribunale non può che far ricorso ad altre inadeguate tipologie di reato. Nessun dubbio, quindi, sugli atti commessi e provati in processo, peraltro confermati da intercettazioni di chiacchierate telefoniche tra gli imputati.Ad Asti la tortura è avvenuta, ma non è perseguibile adeguatamente.

Calabria, 1976 Dall’altro capo della penisola, in Calabria, la Corte d’Appello tre giorni fa ha assolto, in un processo di revisione, Giuseppe Gulotta dopo ventidue anni di carcere, trascorsi sulla base di un processo centrato sulla testimonianza di un presunto correo, che aveva portato all’incriminazione anche di altri due giovani. Il fatto era del lontano gennaio 1976, Gulotta aveva allora 18 anni, e il processo ha avuto la revisione solo perché un ex brigadiere dei carabinieri, all’epoca in servizio al reparto antiterrorismo di Napoli, ha raccontato quattro anni fa che la testimonianza era stata estorta con tortura. E con torture erano state estorte anche le confessioni dello stesso Gulotta: il sistema doveva essere stato ben convincente (lo stesso ex brigadiere li definisce «metodi persuasivi eccessivi») ed era maturato all’interno dell’Arma nel tentativo d’incastrare esponenti della sinistra – si diceva allora extraparlamentare – nella morte di due carabinieri. La vicenda ha avuto anche un altro esito inquietante: perché il presun-

Il caso di «De Tormentis» e dei torturatori speciali degli anni ’70; la sentenza del tribunale di Asti che riconosce i maltrattamenti sui detenuti ma non ha strumenti di punizione adeguata. E la vita perduta di Giuseppe Gulotta, in carcere per 22 anni e liberato solo dopo che un ex brigadiere dei carabinieri ha raccontato come vennero estorte le finte ammissioni di colpevolezza. Tre casi in un Paese dove si violano i diritti umani

to correo, che aveva poi cercato di scagionare gli accusati, venne trovato impiccato in cella in una situazione che definire opaca vuol dire eufemizzare; gli altri due accusati nel frattempo erano riusciti a riparare in Brasile.

Il caso «De Tormentis», 1978 Mercoledì scorso, la ricerca di scavare in casi non risolti che viene condotta da Chi l’ha visto? ha portato nella calma atmosfera serale delle famiglie la drammatica e torbida vicenda di gruppi speciali che operavano gli interrogatori verso la fine degli anni Settanta di appartenenti o simpatizzanti della lotta armata. Enrico Triaca ha raccontato la sua storia e le torture subite nel maggio 1978, dopo il suo arresto in una tipografia romana come fiancheggiatore delle Br: le torture vennero inflitte non da un agitato poliziotto a cui la situazione sfuggì di controllo ma da un gruppetto all’uopo predisposto, coordinato da questo signore delle tenebre che veniva nominato con il nickname «De tormentis», osceno come il suo operare. Triaca, sparito per una ventina di giorni dopo il suo arresto, aveva denunciato immediatamente le torture subite, ma il giorno successivo alla denuncia aveva ricevuto il mandato di cattura per calunnia – l’allora capo dell’ufficio istruzione Achille Gallucci era un tipo veloce – e la conseguente condanna. Sarebbe una bella occasione la riapertura del processo per calunnia, ora che si sa chi si cela dietro quel nickname. Si sa

che questi si definisce un nobile servo dello stato, che non nega ma inserisce il tutto in una sorta di necessitata situazione. Egli, sia pure con qualche successivo passo indietro, conferma. Così come già qualche anno fa un altro superpoliziotto, Salvatore Genova, in un’intervista al Secolo XIX, aveva confermato che torture erano state inflitte alle persone arrestate nell’ambito dell’indagine sul sequestro Dozier, operato in Veneto dalle Br qualche anno dopo. Allora Genova era stato indicato come oggetto di calunnia, qualcuno (il Partito Socialdemocratico, strano esito dei nomi) gli aveva dato l’immediato salvacondotto della candidatura in Parlamento, e anche se in quel caso un’inchiesta aveva, contrariamente al solito, accertato fatti e responsabilità, nessuno aveva pagato; anche perché il reato che non c’è oggi non c’era ovviamente neppure allora. Ma, il tutto era stato sempre riportato al caso isolato, alla sbavatura in un contesto in cui si affermava e si ripeteva che la lotta armata era stata affrontata e sconfitta senza mai debordare dal binario del rigoroso rispetto della legalità. Questo riandare indietro di qualche anno, dal caso Dozier al caso Moro, e ritrova-

CARCERI · Schifani a Poggioreale: «Cartina di tornasole del Paese» Nel giorno in cui il presidente del Senato Renato Schifani fa visita al carcere napoletano di Poggioreale verificando una «situazione inaccettabile e insostenibile a cui bisogna porre rimedio» che rappresenta «una cartina di tornasole del Paese», giunge la notizia dell’ottavo suicidio dall’inizio dell’anno nei carceri italiani. Un detenuto di 58 anni, secondo quanto riferito dal Sappe, si è ucciso lunedì scorso nel penitenziario milanese di Opera. Intanto ieri il gup romano Nicola Di Grazia, accogliendo la richiesta del pm Eugenio Albamonte, ha rinviato a giudizio tre medici del reparto sanitario di Regina Coeli per la morte del 32enne Simone La Penna, avvenuta in cella il 26 novembre 2009. Secondo l'accusa, i tre non si sarebbero accorti del progressivo deperimento del giovane. Rinchiuso il 27 gennaio del 2009 nel carcere Mammagialla di Viterbo per scontare una condanna definitiva a due anni e cinque mesi, La Penna, che all'epoca pesava 79 kg per 1,73 m di altezza, cominciò a manifestare subito disturbi psichici con problemi dell’alimentazione fino a perdere 34 kg nel corso dei tanti trasferimenti e dopo un rifiuto dei domiciliari da parte del tribunale di sorveglianza romano. Per il pm, i tre imputati avrebbero omesso di «improntare un tempestivo approccio specialistico di natura psichiatrica».

re stesse pratiche, stessi nomi, un gruppetto all’uopo utilizzato – «prestato» alla bisogna da Napoli al nord – ben noto a chi aveva allora alte responsabilità, dà un’altra luce al tutto.

La tortura è una pratica «sistemica» Del resto i tre fatti riportati, proprio perché hanno diverse determinazioni di territorio, di tempi in cui sono avvenute, di corpi che hanno operato, forniscono uno scenario inquietante nel rapporto che il nostro paese ha con la tortura: chi ha pratica di ricerca scientifica o sociale sa che l’ampiezza di più parametri fa passare la valutazione di quanto osservato da «episodico» a «sistemico» e cambia quindi la modalità con cui valutare il fenomeno. Interroga per esempio, in questo caso, sulle culture formative di chi opera in nome dello stato, sulle coperture che vengono offerte, sull’assenza infine, da parte delle forze politiche e culturali del paese, di una riflessione più ampia su come questi fatti siano indicatori della qualità della democrazia. L’atteggiamento della loro negazione o della loro riduzione a fatti marginali è di fatto complice del loro perpetuarsi e dell’affermarsi implicito di un principio autoritario come costruttore dell’aggregato sociale a totale detrimento dello stato di diritto. Per questo va rifiutata l’impostazione che da sempre alcuni politici e alcuni procuratori hanno avuto nell’affermare senza velo di dubbio che l’Italia, anche in anni drammatici, non ha operato alcuna rottura della legalità: per questo già trent’anni fa alcuni di noi – penso all’esperienza della rivista Antigone che uscì come supplemento a questo giornale - avviarono una serrata critica alla logica e alla cultura, oltre che alle pratiche, di quella che allora era definita «legislazione d’emergenza».

Spataro, Battisti e la magistratura Anche recentemente – esattamente un anno fa, il 19 febbraio, in occasione del di-

battito attorno alla estradibilità di Battisti – il procuratore Spataro si fece carico di riaffermare su queste pagine che «l’Italia non ha conosciuto derive antidemocratiche nella lotta al terrorismo» e che «è falso che l’Italia e il suo sistema giudiziario non siano stati in grado di garantire i diritti delle persone accusate di terrorismo negli anni di piombo». Oggi, credo, che tali asserzioni, figlie della negazione della politicità del fenomeno di allora, debbano essere riviste. Perché non è possibile che ciò che avveniva e avviene nel segreto non sia noto a chi poi interroga un fermato o lo visita in cella. Non era possibile allora e non è possibile nei casi di maltrattamento di oggi. Il tribunale di Asti, per esempio, è severo con il direttore di quel carcere, le cui dichiarazioni sono definite a tratti «inverosimili». E il magistrato che raccolse le testimonianze accusatrici di Gulotta come indagò sulle modalità con cui esse erano state ottenute? Così come i magistrati che videro Triaca e ascoltarono le sue affermazioni, non appena ricomparso dai giorni opachi, quale azione svolsero per comprenderne la fondatezza? La responsabilità, almeno in senso lato, non è solo di chi opera, ma anche di chi non vede e ancor più di chi non vuole vedere. Perché la negazione dell’esistenza di un problema non aiuta certamente a rimuovere ciò che lo ha determinato e apre inoltre la possibilità di mettere sotto una luce sinistra ogni altra operazione, anche quelle di chi – fortunatamente la larga maggioranza – ha agito e agisce nella piena correttezza. In un articolo di ieri su Repubblica, Adriano Sofri ricordava come molte di queste storie fossero note, almeno sfogliando i rapporti per esempio di Amnesty o anche le stesse denunce avvenute in Parlamento. È vero, ma credo che tra un «io so» detto secondo la pasoliniana memoria e una esibita dichiarazione da parte di chi in tal senso operò, ci sia una distinzione sostanziale: una distinzione tale da rendere inaccettabile il silenzio o il perdurare in una logica che nulla è accaduto e nulla accada. Oggi il continuare a negare il problema non aiuta a chiudere il passato in modo politicamente ed eticamente accettabile e utile, né a capire quali antidoti assumere per il suo non perpetuarsi.


Un giornale da marciapiede