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CON LE MONDE DIPLOMATIQUE + EURO 1,50 SPED. IN ABB. POST. - 45% ART.2 COMMA 20/ BL 662/96 - ROMA ISSN 0025-2158

ANNO XLII . N. 47 . SABATO 25 FEBBRAIO 2012

Abdelhakim Belhadj: «No, non sono il nuovo re di Tripoli» INTERVISTA Amedeo Ricucci a pagina 9

LA STRADA PER LA SIRIA

OGGI CON ALIAS A EURO 2,50

Agli arresti domiciliari SERGIO’S CHOICE

Gian Paolo Calchi Novati

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n Siria c’è un sistema personale, dinastico e autoritario. Il regime ha reagito con spietatezza alle manifestazioni di protesta di alcuni settori della società coinvolgendo senza scrupoli i civili e intere città nella repressione. Il numero dei caduti è probabilmente più basso delle cifre esagerate fornite da fonti esterne non controllabili, ma anche una sola vittima in un processo di riforma politica volto a introdurre una maggiore libertà è già troppo. La Siria, a parte i suoi più che illustri precedenti storici, occupa uno spazio di grande rilevanza geopolitica nel Medio Oriente ed esercita un’alta influenza su una vasta zona che include il Libano, la Giordania e finché possibile la Palestina. Se questo, approssimativamente, è il contesto la domanda è: la strada migliore per una soluzione della crisi è incentivare l’opposizione in armi o mettere in campo tutti gli strumenti della politica delegittimando o almeno scoraggiando la violenza di tutti? L’esperienza dovrebbe aver dimostrato a sufficienza quali e quante siano le distruzioni fisiche e morali che si lasciano dietro le guerre «umanitarie». Non è bastato, prescindendo qui dalle motivazioni reali delle guerre, il massacro di un intero popolo in Iraq e Afghanistan che richiederà anni per sanare tutte le ferite? L’assurdo di un simile sviluppo sta nel fatto che la globalizzazione prevede l’inclusione e non la separazione propria della guerra fredda (con un blocco o con l’altro): le fiammate di ritorno di questi incendi investono intere regioni, provocano migliaia di profughi e vendette incrociate, inceppano quelle forme di democrazia e governance che a parole si dice essere funzionali alla stabilità e al progresso generale. Ci sono purtroppo tutte le condizioni per una ripetizione della fattispecie libica, che sarebbe completa se Homs, come verosimilmente cercano di ottenere i ribelli, divenisse una «città libera» trasformandosi in una Bengasi siriana. CONTINUA |PAGINA 9

AFGHANISTAN | PAGINA 8

Francesco Paternò

S

La Fiat intima di restare a casa ai tre operai di Melfi reintegrati dalla sentenza della Corte di appello di Potenza. Marchionne: «Se non si esporta negli Stati uniti a costi competitivi, due stabilimenti italiani su cinque sono a rischio di chiusura» PAGINA 8

ul ring della vita quotidiana di milioni di lavoratori, l'intervista di Sergio Marchionne al Corriere della Sera di ieri e quella di Mario Draghi al Wall Street Journal il giorno precedente sono il classico uno-due. Colpi che vogliono stendere. Il presidente della Bce dice alla bibbia del liberismo che il modello sociale europeo di garanzie per i più deboli è superato, l'amministratore delegato di Fiat-Chrysler rivendica di aver già fatto quel che per cui Draghi spinge. Tempo fa, Time paragonò il manager italiano a Steve Jobs, ma il verbo dell'uomo di Cupertino è stato l'opposto dell'operato di Marchionne: «La cura per Apple non è il taglio dei costi. La cura per Apple è innovare uscendo fuori dal predicato». Con il Corriere della sera, Marchionne non parla dei tre operai della Fiom reintegrati al lavoro a Melfi. Che oggi la Fiat vuole lasciare a casa, nonostante la sentenza del tribunale. Un'arroganza che si copre di ridicolo alla Magneti Marelli (gruppo Fiat) di Bologna, dove viene espulsa perfino la bacheca dell'Unità. CONTINUA |PAGINA 8

SIRIA | PAGINA 8

ICI ALLA CHIESA | PAGINA 4

EUROCRACK | PAGINA 6

Vertice degli «amici» a Tunisi. La Lega araba e l’Onu nominano Kofi Annan «mediatore»

L’esecutivo presenta l’emendamento, ma mancano le cifre degli immobili vaticani

In Portogallo il governo fa saltare l’equo canone e inonda di aiuti il sistema bancario

Non sono bastate le scuse di Obama dopo il rogo nella base di Bagram. In tutto il paese sotto tiro americani e occidentali in genere

Risposta a Rossana Rossanda. Il comunismo è per dopodomani. Oggi servono un soggetto politico e un giornale unico, di popolo e di cultura, contro il liberismo SENZA FINE

Un pensiero contro la legge del più forte Frei Betto *

Il manifesto non può morire! Nel momento in cui il neo-liberismo entra in una crisi acuta in Europa, in cui i governi dell’Unione europea si prostrano davanti alla dittatura economica dell’Fmi, in cui l’Italia finisce sotto il governo della tecnocrazia bancaria, è necessario che i lettori fruiscano di una visione critica della realtà, un punto di vista che sfugga al pensiero unico neo-liberista. Questa è l’importanza del manifesto! Si tratta di un giornale che non si fa eco dei precetti del capitale e offre le sue pagine e ai suoi lettori le vere cause dall’attuale crisi finanziaria e le prospettive per il suo superamento. Leggere il manifesto è una questione di intelligenza! * Teologo e scrittore brasiliano

NOI CI SIAMO E VOI?

Il manifesto sulla torre al binario 21 Giuliana Sgrena

S. D. Q.

MATTEO BARTOCCI

GOFFREDO ADINOLFI

OGGI IL MOVIMENTO RIPARTE DA BUSSOLENO

Il diritto alla resistenza, da Dossetti ai No Tav

Corano bruciato, la rivolta divampa Ieri 12 morti

DOMANI L’ARTICOLO Mario Tronti

Un clima di odio. Ha ragione al rovescio, il procuratore capo di Torino, Giancarlo Caselli, che in una delle tante interviste di questi giorni (alla Repubblica, questa volta) denuncia una persecuzione nei suoi confronti. Il Tg3 dell’altra sera ha, con tono allarmato, raccontato che una presentazione del libro di Caselli è stata rinviata a causa dei pericoli per la sicurezza: i No Tav, ha detto il tg, hanno esposto striscioni, gridato insulti e «lanciato fumogeni». È da questo genere di episodi che si ricava il "clima di odio". Ne ha già scritto su queste pagine Guglielmo Ragozzino e non mi dilungo, se non per notare che un clima di odio, o quanto meno di astio e di provocazione c’è, ed è quello contro i No Tav. Il mio amico Ezio Bertok, del comitato

Pierluigi Sullo No Tav di Torino, ha citato una proposta di Giuseppe Dossetti, nella discussione della Costituente, che sembra fantascienza. Quell’articolo recitava: «La resistenza individuale e collettiva agli atti dei poteri pubblici che violino le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla Costituzione è diritto e dovere di ogni cittadino». Approfondendo un poco, si legge che il 3 dicembre del 1946 la prima Sottocommissione della Commissione per la Costituzione affrontò la questione. Tra gli altri intervenne un trentenne di Bari, eletto con la Democrazia cristiana, Aldo Moro, per sostenere la tesi del suo compagno di partito, ossia «sancire il di-

ritto alla rivoluzione, dandogli una giustificazione etico-giuridica». Parlò anche un eminente membro della Sottocommissione, Palmiro Togliatti, il quale, con il realismo tipico dei comunisti dell’epoca, disse, secondo il verbale della riunione, che «può accettare l’articolo in esame, quantunque annetta poca importanza alla giustificazione legale di una rivoluzione, perché, a suo avviso, ciò che legittima una rivoluzione è la vittoria». Si passò al voto: «L’articolo è approvato con 10 voti favorevoli, 2 astenuti e 1 contrario». La proposta di Dossetti non riuscì poi ad approdare alla stesura finale della Costituzione, ma un segno lo aveva lasciato. CONTINUA |PAGINA 5

È dal binario 21 di Milano centrale che arriva al manifesto il messaggio di solidarietà: resistete, resistiamo. Oliviero è sceso da quel nido di ferro, ma la battaglia contro la soppressione dei treni notturni Nord-Sud non si ferma. Ieri siamo saliti anche noi per un saluto. |PAGINA 2


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il manifesto

SABATO 25 FEBBRAIO 2012

NOI CI SIAMO E VOI?

Senza fine • mille per mille

Reportage in alta quota, incontro con i lavoratori che per primi hanno risposto al nostro appello. Oggi a Bologna riunione dei nostri circoli

La presidenza nazionale dell’Arci Cari Norma e Valentino, come sapete l'Arci è al vostro fianco nella difficile battaglia per far vivere il manifesto. E' troppo importante, è una sfida per tutti noi, per la sinistra e anche per la qualità della democrazia nel nostro paese. Intanto, come primo risultato della nostra sottoscrizione interna, vi invio questi 1.000 euro che ho raccolto fra i compagni e le compagne della presidenza nazionale. Non sono molti, ma tutto fa... In bocca al lupo e un grande abbraccio. Paolo Beni

Stavolta sono proprio io Cari Compagni, ho aderito all’appello di sostegno con un paio di abbonamenti (oltre ovviamente al mio di sostenitore «storico») piuttosto che al mille per mille, perché mi sembra che sia utile provare a far leggere il giornale (gratis) a non tradizionali lettori. Non figurerò nell’elenco dei sostenitori, pazienza. Nei primi anni ’70 nell’elenco dei sostenitori risultavo come R.Moscati e un cugino di mio padre (Ruggero Moscati, docente di storia moderna alla Sapienza e liberale convinto) mi invitò a smetterla o a cambiare denominazione perché i

MILANO · Il manifesto sale sulla torre occupata dall’8 dicembre

Binario 21, con Stanislao e un piatto di pasta al tonno DALLA PRIMA Giuliana Sgrena Stanislao Focarelli è rimasto da solo sulla torre del Binario 21 alla stazione centrale di Milano. Ieri mattina, alle 5 e 30, Oliviero Cassini è scesodal quel nido di ferro sul quale era salito l’8 dicembre. La notizia della sua discesa ha attirato diversi giornalisti, che parlano con Stanislao via telefono. Per il manifesto fa un’eccezione. Attraverso una ripida scaletta ci arrampichiamo sulla torre, fino al primo stadio: 2 metri per 2, ma lo spazio agibile tolto quello occupato dalla tenda e dall’accesso alla scaletta è molto più limitato. Provo un senso di claustrofobia, ma subito mi riprendo di fronte alla dignità dimostrata da Stanislao, che vive qui sopra da tre settimane. La discesa di Oliviero – «è normale dopo tanto tempo, deve rivedere sua figlia» – non ha minimamente fiaccato la volontà di resistere né di Stanislao né dei suoi compagni, che sostano nella piattaforma sul Binario 21. Altri compagni sono pronti a prendere il posto di Oliviero,ma prima di salire occorre una preparazione psicologica. Effettivamente le condizioni di vita ora migliori rispetto a quando il gelo e la neve rendevano la situazione ancor più proibitiva - in questo piccolo bivacco sono estremamente difficili. Ma Stanislao, che una mattina – racconta – si è svegliato coperto di neve, non si lascia intimorire, nemmeno dalle ultime notizie che circolano sull’intenzione dalla Wagon lits di tagliare il Tfr per i lavoratori. La lotta è riuscita a mobilitare la cittadinanza in modo sorprendente. C’è chi porta viveri, legna, vino, e solidarietà. «Perché la nostra non è la lotta di 800 lavoratori per la difesa del proprio impiego, ma è una battaglia in difesa dei diritti dei cittadini, soprattutto migranti, ad avere un servizio pubblico e sociale: i treni che permettono loro di viaggiare in cuccetta dal nord al sud». E poi quella dei lavoratori della Wagon lits è una iniziativa esemplare, portata avanti in condizioni estreme, senza mai scadere in infrazioni dell’ordine pubblico, come sarebbe stata l’occupazione di binari. «Prima la polizia ci osservava 24 ore su 24, poi si è accorta che non creavamo nessun problema di ordine pubblico e ora viene qualche poliziotto di tanto in tanto», spiega Stanislao. Eppure, la Cgil si è mostrata tiepida verso questo presidio, sebbene Camusso sia venuta in visita al Binario 21. «Il sindacato voleva farci scendere dalla torre, ma noi non vogliamo fare la fine degli operai di Pomigliano», sostiene

Stanislao. Come altri suoi compagni, è iscritto alla Cgil, che non ha firmato l’accordo con la regione Lombardia, sottoscritto invece da Cisl, Ugl e Uil, che avrebbe dovuto portare alla ricollocazione dei 120 lavoratori del comparto lombardo. Finora nessuno è stato però assunto dalle aziende che sembrava si fossero rese disponibili. Passa un treno, il macchinista saluta, ma i ferrovieri, in maggioranza nella Filt, «non hanno fatto nemmeno un quarto d’ora di sciopero», sottolinea Stanislao. Perché non c’è stata solidarietà? «Perché i circa 900 esuberi che si sono verificati in Trenitalia a causa del taglio dei treni per il sud sono stati riassorbiti dall’Amministratore delegato Moretti nelle stesse ferrovie», commenta con amarezza Focarelli. Nessuno spiraglio dopo una lotta così dura? Eppure sul telo di cellophane che avvolge la torre per riparare i «resistenti» alle intemperie spiccano i nomi di vari «visitatori» famosi. «L’unico che ha mantenuto la promessa fatta quando è stato qui è il presidente della Puglia Vendola: ha incontrato il ministro Passera e ha ottenuto l’impegno a creare un tavolo tecnico per discutere della ripresa dei servizi per il Mezzogiorno. Vedremo se il ministro manterrà la promessa, questa è una questione che va trattata con il Ministro dei trasporti e non con l’Amministratore delegato di Trenitalia», sostiene Stanislao. Sotto la torre intanto gli altri compagni si attrezzano per preparare il pranzo che viene issato in un cestello. «Pasta con il tonno ti va bene?». A Stanislao va benissimo, è un ragazzo giovane, 37 anni, calabrese, pieno di vita e di voglia di lottare. Non si lamenta per il disagio, il poco spazio, l’isolamento, è fiducioso nel successo della loro lotta. Come lo sono gli altri e soprattutto quelli che l’hanno preceduto sulla torre: Carmine Rotatore, Giuseppe Gison e Oliviero Cassini. «Ma certo Oliviero è il più preparato di tutti, è figlio di un partigiano!», spiega Stanislao Focarelli.

suoi studenti – evidentemente lettori de il manifesto - lo guardavano sbalorditi! Questo anche per dire che mi sono formato politicamente frequentando di straforo le riunioni della redazione di un giornale al quale ho collaborato per una quindicina d’anni. Anche perché faccio il sociologo (nessuno è perfetto) credo sia molto importante il periodo che il giornale sta attraversando. La reazione collettiva all’appello per evitarne la chiusura mi sembra abbastanza straordinaria (e benemerita, ovviamente). E anche da capire e da non lasciar perdere comunque. Quando passerà la nottata bisogna ripensarci e coglierne le implicazioni in positivo. Credo in questo di essere d’accordo con Rossana e con l’articolo di Pierluigi Ciocca. Ma anche pensiamo ai molti che scrivono «non sono d’accordo con molte cose che dite, ma penso che dovete continuare ad esistere»: con quali cose e perché esistere ? Insomma rifacciamo (non «la fiaccolata, sor Donofrio»: questa la capisce solo Valentino) ma le due riunioni di riflessione collettiva ogni anno? Hasta la victoria! Roberto Moscati

Stay strong! Auguri. Siate forti e non mollate

Però dovete rinnovarvi moltissimo

Marco Tamburella

Un bonifico da San Marino Come si addice ad un vecchio sostenitore, aderisco alla campagna di sottoscrizione 1000x1000. Ho effettuato il versamento a mezzo bonifico bancario di cui allego copia. Auguri e saluti. Antonio Carattoni

Dalla parte dell’editoria pura Aderisco con convinzione. Tenete duro. La libertà di opinione non ha prezzo e lo stato deve garantire l’uguaglianza delle condizioni, soprattutto agli editori puri che fanno controinformazione. Angelo Proserpio

Dai «No Dal Molin» Caro manifesto, siamo una cordata mista di 10 amici del No Dal molin e No pedemontana di Vicenza per sostenere il giornale in difficoltà, memori del sostegno che il giornale ha dato al movimento contro la base Usa e a quello che ancora ci darà per questa e altre battaglie. Enrico, Barbara, Nereo, Flavio, Mauro, Lele, Lanfranco S, Lanfranco T, Francesco M, Elio

Caro Manifesto, ho deciso di sostenerti attraverso la campagna «1000x1000». Ma ci sono molte perplessità che vorrei porre alla redazione. Rossana Rossanda ha scritto con acume quali siano i problemi della testata che, perdendo lettori da otto anni di fila, è passata da riserva indiana a specie in via di estinzione. E poi aggiungiamo la foliazione sempre più ridotta, il numero della domenica che - invece di dar da leggere di più per la mancata uscita di lunedì - si è ridotto a uno scarno bollettino, gli errori di stampa diffusi e irritanti (es. Alelanno per Alemanno pochi giorni fa in un titolo), il prezzo del quotidiano eccessivo, la linea editoriale farraginosa e senza coraggio... Propongo quindi un’idea un po’ utopistica: siamo i primi a parlare di Keynes, di investimenti, di ricerca per il nostro paese. Bene allora, per il nostro giornale i lettori non chiedono solo la conservazione del presente, ma uno strumento rinnovato e finalmente nuovo, che sappia indicare le vie politiche da seguire per il XXI secolo, che imponga la linea alla sinistra (parlamentare e non), che diventi laboratorio di idee e confronti. Il tutto mollando quell’inutile zavorra del PD, per esempio; in molti ve lo chie-

Personalmente mi “sento” e mi “penso” comunista. Ma ha assolutamente senso porsi la questione di come definirci (come fa Rossanda il 18/2) sia che si ragioni sul manifesto, che più in generale sulla sinistra. Negli oltre vent’anni che ci dividono dall'89, data simbolo del fallimento dei paesi (e dei partiti) del socialismo reale, abbiamo trascorso diverse epoche e stati d'animo. Spaesamento, confusione e, in non pochi casi, debolezza/cedimento culturale nei confronti dell'ideologia liberista dominante. Conseguenti abiure, non solo e non tanto ideologiche, ma concrete nelle analisi economiche e sociali (fine del lavoro salariato e conseguentemente della contraddizione di classe) e nelle proposte politiche e sindacali (scioglimento dei partiti della sinistra, accettazione della rottura dell'unità sindacale e dell'isolamento emarginazione del sindacato di classe). Dagli anni 2000, però, riprende vigore e forma un pensiero critico in Italia, in Europa e, per fortuna, nel mondo. Molto di questo pensiero nasce dal manifestarsi palese delle contraddizioni del capitalismo globale e/o capitalismo finanziario. Contraddizioni che riguardano tutto: dall’economia, alle condizioni sociali di interi popoli e paesi, alla contraddizione ambientale che esplode in tutta la sua virulenza, fino a quella della democrazia con la fine (?) del ruolo degli stati borghesi nazionali, ma anche degli strumenti internazionali e mondiali di governo del mondo, sempre più incapaci di controllare le decisioni e gli atti delle holding finanziarie. Ma la ripresa di questo pensiero critico è dovuto molto anche alla azione di alcune forze e di individui della sinistra nazionale, europea e mondiale. Azione che ha pazientemente ricostruito una analisi e una visione del mondo. Questo pensiero critico non riesce ancora ad avanzare un proposta unitaria e forte per l'umanità, ma ha avuto un innegabile ruolo e successo nello stimolare l'orientamento di enormi masse popolari in tutto il mondo: dai no-global, alle manifestazioni contro la guerra, fino ad “occupy the world”. In tutto questo credo che il manifesto piccolo giornale comunista nazionale, può vantare un ruolo crescente, almeno a livello europeo. Chiedersi perché questo successo non cresca maggiormente e non si tramuti in copie vendute è giusto. Credo che il motivo principale sia dovuto al fatto che ancora

484.833 CI VEDIAMO IN EDICOLA La sottoscrizione prosegue. La «campagna acquisti» anche. Le vendite cartacee si sono stabilizzate oltre le 20mila copie in edicola, esclusi tutti i tipi di abbonamento e il Web. E’ bello ma dobbiamo, soprattutto noi, fare di più.

non riusciamo a disegnare il “sole dell'avvenire”. Il successo politico, a cavallo fra Ottocento e Novecento, del primo movimento comunista fu dovuto al fatto che esso non si limitava a fornire capacità di analisi e di critica della realtà economica e sociale creata dal capitalismo, ma era, contemporaneamente, portatore di una visione di riscatto dell'uomo che affascinò sterminate masse non solo proletarie. Per dirla con Carlo Marx: «I comunisti combattono per iscopi ed interessi immediati della classe operaia, ma difendendo il movimento attuale, rappresentano, nello stesso tempo il movimento dell’avvenire». Di questo c'è estremo bisogno mentre il capitalismo global/finanziario sta mettendo in serio pericolo la stessa possibilità di vita sulla terra, mentre concentra immense ricchezze nelle mani di pochissime holding finanziarie, ricacciando in condizioni di estrema povertà i proletari del nord del mondo e costringendo in condizioni di schiavitù i nuovi proletari del sud del mondo. Mentre si distruggono le agricolture regionali e le sovranità alimentari di tutti i paesi, costringendo alla fame e ai fenomeni biblici del nuovo inurbamento i moderni paria, costretti a vivere nelle immonde periferie delle magalopoli globali. Mentre la democrazia, almeno nella forma con cui si era attuata nel novecento e che si definiva moderna, sta dando prova di non riuscire più a difendere diritti, a decidere regole, a programmare scelte. Mentre succede tutto questo noi dovremo provare a dire non solo che «un altro mondo è possibi-

le», ma anche a raffigurarlo partendo dalle condizioni dei lavoratori, ma dicendo anche quale agricoltura, quale ambiente, quale democrazia proponiamo agli uomini del terzo millennio. Possiamo farlo continuando a chiamarci comunisti? Non lo so, forse sì. Andrea Terreni sinistra fiorentina

Sono una vostra lettrice "da edicola" da quando frequentavo il liceo. Ora che vado per i quaranta mi rendo conto di quanto il manifesto abbia contribuito alla mia formazione politica e personale. Il pericolo che voi possiate non esserci più rappresenta un impoverimento che non possiamo permetterci: non solo e non tanto per chi già vi legge tutti i giorni, ma soprattutto per chi vorrà fare politica e mobilitarsi nei prossimi anni. Penso ai ragazzi che, come facevo io al liceo, cercano un'alternativa all'informazione massificata e conformista. Allora io incontrai voi ed il vostro/nostro giornale: non voglio nemmeno pensare che la stessa opportunità di crescita non venga offerta a chi si affaccia in questi anni alla mobilitazione politica e sociale. Per questo vi ho inviato un contributo sabato, e continuerò a comprarvi in edicola. Ce la faremo anche stavolta! Serena P.

Care amiche/i de il manifesto, ero sul treno per Milano sabato scorso quando a Firenze di fianco a me si è seduto un ‘ragazzo’ con La Stampa. Mentre stavo immaginando che si trattasse di un distinto professionista, mi sorprende chie-

dendomi di poter leggere il manifesto. «Caspita che apertura» ho pensato io e poi gli ho subito consigliato l’editoriale di Rossanda, che secondo me racchiudeva il succo di tutta la vicenda politica - e della sinistra - degli ultimi anni oltre ad una costruttiva autocritica della testata, tutta in prospettiva. «Veramente sono uno storico lettore del manifesto e lo compro sempre». E da qui via a parlare della crisi del manifesto, di come può e deve salvarsi. Di come organizzare un movimento di pressione per una legge sull’editoria che sostenga solo le testate di qualità e di come il manifesto possa nuovamente raggiungere i 30mila lettori, tornando ad aprirsi giornalisticamente alle esperienze dei territori, ricalcando lo stesso tracciato operativo e culturale dei Referendum e in particolare dell’Acqua. È stato un bellissimo incontro di Sinistra! Mi ha parlato di un’esperienza che non conoscevo, di Radio Mirtillo, che lui Giovanni Cavazzuti fondò insieme ad altri. Di “Eppursimuove”, una felicissima stagione culturale e teatrale a Treviglio dal ’79 all’82, quando arrivarono esperienze come Pupi e Fresedde, Els Comediants, Ferruccio Merisi e tanti altri. Un’esperienza che Giovanni sta facendo rivivere in un blog dedicato alla Radio. A me brillavano gli occhi come accade ogni volta che mi parlano di una stagione culturale che per età non ho vissuto e che oggi sarebbe fondamentale ricostruire nella sua pratica, come nostra unica possibilità di vita felice e politica. Dopo avergli detto che mi occupo di informazio-


il manifesto

SABATO 25 FEBBRAIO 2012

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NOI CI SIAMO E VOI? Il cugino spagnolo del manifesto lascia le edicole. E ormai la crisi della stampa, soprattutto quella progressista, investe tutta l’Europa

dono e lo sapete bene. E, da un punto di vista editoriale, bisogna osare: uscite tutti i giorni, abbassate il prezzo di copertina (i vostri lettori non sono quelli del Corriere), aumentate la foliazione... le vendite miglioreranno, non può essere sempre lo stato a salvarvi o le sottoscrizioni straordinarie. Salviamoci da soli. salviamoci tutti. Con affetto. Matteo Bosisio

Voglio essere «spiazzato» ancora Cari compagni, cari redattori delle varie «generazioni» cresciute nel collettivo, io ci sono: da azioni-

sta, abbonato (e non solo) non potevo non rispondere all’appello. Sono uno dei mille, il bonifico vi sarà già arrivato. Al di là dell’adesione ideale alle ormai lontane scaturigini dell’omonimo gruppo politico, considero il manifesto l’unico strumento di vera informazione/formazione continua (anche se a volte mi fa arrabbiare), senza il quale sarei portato a disertare le edicole, a «saltare» la quotidianità, per dedicarmi, non essendo agibile questo «peculiare strumento di azione politica», a frequentare più assiduamente i tempi lunghi del libro, della saggistica, della letteratura, del ripensamento. Per tentare di ritrovare, assieme ad altri, i punti fermi da cui ripartire, punti che la sola praticaccia politica non è in grado di restituirci, checché ne pensino gli adepti delle varie associazioni e comitati che si ritengono autosufficienti. Questa sconfitta, questa cesura confido che non arrivino, perché sarebbe la controprova che il dominio del capitale non solo ha vinto, ma ha voluto stravincere: l’indizio che non già un grande vascello, ma

persino un piccolo battello quali noi siamo costituisce una spina nel fianco di quel mix inestricabile di populismo e di tecnocrazia che tenta di stabilizzarsi in Italia attraverso il governo dei professoribanchieri (al di fuori dello «spirito repubblicano»). E che non connota solo il caso italiano, bensì una tendenza che, portata dal finanzcapitalismo, sta ammorbando l’Europa e il mondo, incanalandoci verso la barbarie. Purtroppo non pochi compagni, provenienti da varie esperienze politiche e di movimento, pensano miserevolmente di usare il manifesto al solo scopo di potervicisi rispecchiare, anziché come stimolo ad essere di volta in volta spiazzati, per cui, quando qualche loro posizione viene contraddetta, trovano narcisisticamente il motivo della rottura («non vi compro più»). Pur con tutti i limiti, pur nella necessità largamente inevasa di rinnovare la «cassetta degli attrezzi», pur nell’indefinitezza od oscillazione talora dell’orientamento politico, il manifesto costituisce, un luogo politico e culturale, un’esperienza unica in Europa: ben ha fatto Perry Anderson a sottolinearlo; peccato che tanta parte della sinistra e del sindacato italiani non ne siano consapevoli. Giacomo Casarino

da più di vent'anni, e per uno spettacolo teatrale da una settimana sono a Cagliari ma in Sardegna il manifesto sabato e domenica non esce (ma come fanno i poveri compagni sardi? io sono in astinenza di giornale ed Alias, la versione on-line per quanto preziosa è comunque meno gustosa e Alias non ci sta!), compro Il Sole per l'inserto e il libro allegato... appena lascio l'edicola cestino il giornale senza neppure degnarlo d'uno sguardo, eppure domani viaggerò tutto il giorno e qualcosa da leggere mi mancherà di certo... dite, ho i paraocchi? bè... sempre meglio dei paraculi. Manolo Muoio

Cara Norma e " manifesto",

ne sulla relazione uomo-donna, Giovanni mi ha detto: «Sai allora parlavamo sempre di coppia, era un tema centrale». Spero che anche il manifesto offra sempre più spazio a questi temi - è già uno dei pochi a farlo! -, proprio perché, come ci ha dimostrato al negativo il berlusconismo, sono temi politici. E con questo auspicio questa mattina mi sono abbonata anch’io, lunga vita al manifesto! Monica Pepe

Ormai i giornali si leggono

"cartacea". Puntate tutto su Internet, potenziate al massimo il sito, incrementate l’interattività dei visitatori e tra i visitatori. Date la possibilità agli utenti di interagire di più. Non sono un lettore del vostro giornale, ma mi sento di consigliarvi questo. Il manifesto ha un’identità molto forte e su Internet conta moltissimo avere una identità ben riconoscibile. Utilizzate al massimo Facebook, Twitter e Google+ con aggiornamenti continui. Vedrete che i lettori aumenteranno di molto. Leonardo

online. Quindi non preoccupatevi se dovrete chiudere la componente

Sono un vostro affezionatissimo

speriamo che la discesa libera non sia l'ultima e per questo compriamo il giornale nonostante l'abbonamento postale (che arriva a singhiozzo). Ma ci dite qualcosa anche sulla crisi non economica del giornale? Che ne è stato delle dimissioni della direzione? Perché gli sfiducianti non ci mettono la faccia e la firma sul giornale? Tutti uniti fino al superamento della crisi? E poi? Personalmente apprezzo la direzione attuale, il giornale mi sembra, appunto, un po' più diretto e pensato di quanto non lo fosse da anni. Ma per favore, parlate un po' di più del giornale, di come lo vorreste, perché un giornale è un giornale (3 volte) e deve fare informazione critica, ma deve avere un senso, un progetto il che, invece, non sempre si coglie nel manifesto. Ultimamente mi sembra migliorato anche se secondo me dovrebbe fare più giornalismo: a forza di considerare la notizia e le opinioni inscindibili, forse, si è finito col riempire il manifesto di editoriali! Ottima la scelta dello sdoppiamento di Alias così quello del sabato lo uso per fare pacchetti (anche se in bianco e nero la grafica è sempre bella: ma quanto costa?) e leggo con piacere quello della domenica. Benedetto Fassanelli

Fiorella Mannoia

Abbiamo tutti il dovere di sostenere il manifesto, anche quelli che non lo hanno mai comprato e che non ne condividono le idee, quando una voce si spegne è una sconfitta per tutti. Penso che un paese che si definisce civile abbia il dovere di sostenere il pluralismo dell’informazione, sul quale si fonda la democrazia, a prescindere dall’orientamento politico. Mi auguro di trovare per lungo tempo il Manifesto in edicola, con i suoi titoli irriverenti, sarcastici, feroci, satirici, intelligenti.

EDITORIA · «Chiude l’unica voce critica di Spagna». La sinistra orfana del suo giornale

Il quotidiano Público costretto a chiudere Forse rimarrà in rete l’edizione online Luca Tancredi Barone BARCELLONA

A

nche la stampa izquierdista spagnola è in profonda crisi. È di ieri la notizia che il numero 1599 del quotidiano Público sarà l’ultimo a uscire su carta. Dopo meno di cinque anni di vita, l’ambizioso giornale poco dopo le 2 del pomeriggio di ieri ha annunciato che «al massimo entro domenica 26» avrebbe chiuso la sua edizione su carta, mantenendo però quella online (che vanta ben 5,5 milioni di utenti unici). Nel pomeriggio tutti i giornalisti e i collaboratori si sono riuniti in assemblea e hanno deciso che data la situazione, uscire oggi «sarebbe una presa in giro sia per i giornalisti che per i lettori», come scrivono nel comunicato reso noto in serata. «La redazione di Barcellona - spiega il delegato sindacale della piccola redazione catalana Jordi Mumbrú - voleva uscire. Ma alla fine si è deciso che non aveva senso. Abbiamo fatto un grande giornale fino a oggi, meglio chiudere così». La testata era in crisi dal momento dell’attivazione della procedura di «concorso dei creditori» all’inizio dell’anno, una procedura che scatta quando un’azienda non riesce a far fronte a tutti i pagamenti. Al contrario del manifesto, che è una cooperativa gestita dagli stessi lavoratori, Público era un giornale di proprietà dell’impresa di comunicazione Mediapro che, fra gli altri, possiede anche la catena televisiva La Sexta. Il debito accumulato era di circa venti milioni di euro. L’editore a gennaio si era detto disponibile a continuare se si fossero trovati altri investitori. Nelle scorse settimane sembra si fosse fatto avanti un gruppo messicano, ma per ragioni politiche (si mormora che ci fosse dietro Hugo Chávez) si sono tirati indietro. Perché Público è stato un giornale schierato ma sempre indipendente. Uno dei

pochissimi che si sia azzardato in Spagna a mettere in discussione la monarchia, a non accettare pubblicità di prostituzione sotto forma di «massaggiatrici» - una delle principali fonti di entrate degli altri quotidiani - e a criticare sistematicamente il modello economico vigente, senza lesinare critiche neanche al governo socialista. Anche se il fatto che il suo secondo direttore Felix Monteira fosse diventato segretario di stato alla comunicazione nell’ulti-

Dopo soli cinque anni lo stop improvviso. Nel 2010 vendeva 87mila copie. Ma restano più di 5 milioni di lettori internet mo governo Zapatero ha suscitato molti malumori, di cui si fa eco anche il sindacato dei giornalisti di Madrid: «Sebbene la crisi della pubblicità abbia contribuito alla chiusura, denunciamo gli errori di gestione che Mediapro ha commesso nella speranza di contare su appoggi politici». Il primo direttore e fondatore, a soli 35 anni, Ignacio Escolar, ha diretto Público

per due anni - un record anche nel giovane panorama spagnolo. In realtà il giornale, debiti a parte, non andava male: secondo l’ultima rilevazione del 2010, con una tiratura di 147mila copie, vendeva 87mila copie con un trend in leggera crescita. Solo sei mesi fa c’era anche stata una dolorosa riduzione del numero dei giornalisti. «Un errore che forse abbiamo fatto, considerando che siamo nati solo un anno prima della crisi, è che abbiamo sempre pensato in grande», dice amaramente Mumbrú. Oggi i giornalisti sono 160, di cui una decina per il web. Secondo il delegato sindacale, a partire da martedì dovrebbero rimanerne una ventina. Fra i punti di forza del giornale c’era la sezione di scienza più ricca di tutto il panorama editoriale spagnolo (dalle quattro alle sei pagine quotidiane), la sua edizione in catalano e soprattutto le sue sezioni di commenti che hanno cercato ogni giorno di ospitare punti di vista fuori dal coro. Proprio sull’ultimo numero di ieri, lo storico Josep Fontana parlava della Spagna come di un paese con «troppi passi indietro», una descrizione perfettamente calzante per una nazione che anche oggi, dopo essere corsa in avanti in campo sociale, approva una riforma che introduce il licenziamento libero e priva i lavoratori di qualsiasi tutela. «Público è stato l’unico grande giornale ad attaccare subito la riforma», ricorda Mumbrú con orgoglio. Pensando anche al caso italiano, Jordi Mumbrú si chiede se è possibile un giornale di sinistra su carta. «La verità è che, visto com’è andata, devo dire di no. Nessuno avrà più lo stomaco di investire in un giornale di sinistra. E il panorama editoriale è sconfortante. Qui non c’è nulla come il manifesto, c’eravamo solo noi». Come riassume il giornalista Javier Sala in un tweet: «Io rimango senza lavoro ma il paese rimarrà senza una voce critica». Proprio come potrebbe accadere in Italia.


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il manifesto

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ITALIA DEMOCRACK · Il leader Pd: art.18, sì a manutenzione

Bersani ora è «ottimista» Vendola: Monti è di destra ni con forze che ora si trovano all’opposizione del governo Monti. L’Idv, innanzitutto. E Sel, pur considerata l giorno dopo l’incontro con il un alleato «più responsabile». presidente del consiglio, BersaE però ieri Nichi Vendola è tornani, da Bologna, infonde ottimito a prendersela con il governo. «La smo a manate. «Mi pare che in quepolitica economico-sociale del goste ultime 48 ore» ci sia «da parte di verno Monti è negativa. Si tratta di tutti quelli che sono seduti al tavolo, una variante più sobria, più illumia cominciare dal governo» una magnata del conservatorismo che domigior «consapevolezza che il paese è na in tutta Europa, per me è un gonei guai e che si debba cercare un verno di destra», ha detto a margine progetto comune». Insomma, il leadi una manifestazione a sostegno di der Pd, oggi «più ottimista», avrebdi Vittorio Festuccia, il candidato albe ricevuto rassicurazioni da Mario le primarie del centro sinistra di Monti in persona sul fatto che il goL’Aquila contro il sindaco uscente verno farà il possibile per raggiungeMassimo Cialente, del Pd. re un accordo con tutte le parti soOltre tutto, proprio nelle città che ciali sulla riforma del mercato del lavanno al voto i primi di maggio pasvoro. Intanto dell’articolo 18 si parlesa un altro fronte dei guai democrarà dopo il 9 marzo, tici. I centristi Pd ovvero dopo la manichiedono di rivedere Il leader Pd festazione della il meccanismo delle Fiom. Quanto ai primarie che di fatto è convinto che suoi, giura che «non cementa le alleanze sul lavoro c’è nessun malumodel Pd con la sinistra re» tra le file dei parla(ovunque con Sel, il premier mentari democratici ma in alcune città andopo la raccomanda- non vuole arrivare che con il Prc). A Gezione del presidente nova come a Rieti i della Repubblica sulcandidati vendoliani alla rottura l’uso degli emendahanno vinto con pamenti. Il governo con le parti sociali role d’ordine cittadiMonti in realtà non ne. Ma certo schiesi discosta molto dai suoi predecesrandosi più o meno esplicitamente sori sul ricorso ai voti di fiducia. «Il contro i provvedimenti del governo problema», cerca di aggiustare BerMonti. Ora in quelle città il Pd si trosani, «è quello di mettere in equiliva nella condizione di fare campabrio un uso dei decreti che deve esgna elettorale per la loro elezione. sere, anche da parte del governo, riStesso discorso sul lavoro. Sel goroso e un ruolo del Parlamento (come del resto il Prc, l’Idv e un che non deve esondare dalla matedrappello di dirigenti Pd) parteciperia dei decreti». rà alla manifestazione della Fiom. Una soluzione condivisa sul merE quanto ai licenziamenti facili, cato del lavoro consentirebbe al Pd non è affatto incline alla «manutendi votare unitariamente la riforma, zione» dell’articolo 18 a cui si è dete rimandare in avanti la conta interto dsponibile Bersani. «L’art. 18 è dina fra «filomontiani» senza se e senventato il simbolo della civiltà di za ma e laburisti, inclini invece a sequesto paese», ha detto ieri Vendoparare il profilo programmatico del la. «Quando il premier Monti dice partito da quello del governo, fatto ’non puo’ essere un tabù, io dico comunque salvo il «patto di lealtà» ha ragione il Premier, l’art.18 non fino a fine legislatura che Bersani ha può essere un tabù infatti bisogna ribadito giovedì a Palazzo Chigi. estenderlo a tutti». Ma, anche se le cose dovessero andare bene su quel fronte, i problemi restano parecchi, per il segretario. ERA GASPARRI, NON CERTO GASBARRA In attesa che in parlamento si cominci a discutere di una nuova legPer un malaugurato lapsus calami nel ge elettorale - il cui percorso però titolo dell’intervista a Matteo Orfini, ieri, non avrà passaggi significativi pric’era uno sgradevole scambio di nomi. ma delle amministrative, per evitare Avrebbe dovuto essere: «Votiamo con rotture nelle città del nord fra Pdl e Cicchitto e Gasparri e ci fa paura stare Lega - nel Pd ormai sono in molti a con i lavoratori?». Ce ne scusiamo con ragionare comunque sul futuro del gli interessati. centrosinistra. Escludendo coalizio-

Daniela Dalerci ROMA

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L’INCONTRO DI MARIO MONTI CON IL PAPA IN VATICANO IL 14 GENNAIO SCORSO /FOTO REUTERS

ICI ALLA CHIESA · Presentato l’emendamento. Ma non si sa quanti sono gli immobili ecclesiastici

Fisco e lavoro, mine sul governo Matteo Bartocci

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opo una riunione del consiglio dei ministri il governo ha presentato in senato l’emendamento al decreto liberalizzazioni che ripristina l’Ici (Imu) per i beni ecclesiastici dal 2013. Il testo, arrivato al photofinish ma giudicato ammissibile dal presidente del senato, esonera dall’imposta comunale tutti gli immobili non profit e quelli ecclesiastici totalmente non commerciali. Com’è noto, il governo Prodi introdusse una norma confusa che esonerava anche i beni cattolici «prevalentemente» non commerciali come cliniche, scuole, negozi. Una scappatoia che, di fatto, esonerava gran parte dello sterminato patrimonio religioso. Sterminato sì - basta girare in qualsiasi centro storico di qualsiasi comune italiano - ma quanto? Il gettito previsto per la norma non è ancora chiaro. Secondo Tremonti, che si basò su una stima fatta da una commissione tecnica presieduta dall’attuale sottosegretario all’Economia Vieri Ceriani, la cosiddetta Ici alla chiesa avrebbe dato molto meno di 100 milioni di euro, a tanto infatti ammonterebbe l’Ici ipotetica complessiva di tutto il mondo non profit. Secondo stime dei comuni fatte dall’Anci, invece, il gettito finale potrebbe ammontare a 500-700 milioni di euro. Una bella boccata d’ossigeno per enti locali strangolati dal patto di stabilità interno e dai fortissimi tagli ai trasferimenti decisi da Tremonti e Monti nelle cinque manovre dell’anno scorso. Il governo afferma di aver presentato la norma adesso in modo da bloccare la procedura di infrazione aperta dall’Europa contro l’Italia. Ma per l’operatività della legge e per capire chi dovrà pagare cosa bisognerà attendere i 60 giorni previsti per i decreti attuativi. Due mesi in cui Monti cioè il ministero dell’Economia - dovrà scrivere materialmente i criteri con cui i comuni potranno distinguere i beni ecclesiastici commerciali (tassati) da quelli non commerciali. Inoltre, gli immobili ecclesiastici ancora privi di rendita catastale presto dovranno averne una. E stabilirla non sarà né facile né omogeneo. La questione dunque non è ancora finita. Il diavolo si nasconderà nelle virgole. Di sicuro la partita si sposta tra le felpate stanze di via XX settembre, privando il parlamento di ogni voce in capitolo. Il Pdl, soprattutto l’ala più legata a Comunione e Liberazione, è già sul chi vive. Secondo Maurizio Lupi e l’ex ministra Maria Stella Gelmini il testo del governo non chiarisce a sufficienza se gli asili e le scuole parificate (generalmente cattoliche) dovranno pagare l’Ici o meno. La trama si complica ulteriormente perché Pdl e responsabili già promettono forti emendamenti. Mentre l’Udc, evidentemente in difficoltà e in attesa delle proposte attuative, non ha commentato in alcun modo la presentazione del testo da parte del governo. La diatriba sull’Ici aggraverà le pressioni emendative che incombono fin dall’inizio sul decreto liberalizzazioni. Tanto che il presidente della Repubblica con un monito formalmente impeccabile ma politicamente piuttosto irrituale di

fronte a un governo non eletto - ha chiesto al parlamento di non cambiare i testi dei decreti legge già in vigore con modifiche non attinenti. Monti insomma festeggia la fine dei suoi primi «cento giorni» a Palazzo Chigi rivendicando la manovra di fine anno e il ritorno dell’Italia sui palcoscenici d’Europa e del mondo. Ma in casa i partiti che lo appoggiano già si dividono sul dopo elezioni del 2013. La riforma del lavoro e dell’articolo 18 rischia di mandare la maggioranza Alfano, Bersani, Casini in frantumi. Senza contare il caos che regna nella Confindustria del dopo Marcegaglia e le divisioni dei sindacati confederali. Governare con partiti e sindacati spappolati - quelli che una volta si chiamavano corpi intermedi tra cittadini e istituzioni - può essere il sogno di qualche «tecnocrate populista» (come ragionava Michele Prospero ieri sull’Unità), non un progetto di governo realistico - per quanto liberista - in un paese massacrato dall’iniquità sociale, generazionale e territoriale che è alle prese con la peggiore crisi dell’industria privata e delle finanze pubbliche della sua storia. Le contestazioni crescenti alla figura politica più apprezzata di quest’Italia 2012, Giorgio Napolitano, sono solo un sintomo di quanto, presto, potrebbe travolgere tutto e tutti.

SALUTE NEGATA

I Nas indagano Il governo promette Dopo il crollo della sanità e il dissesto dei pronto soccorso (clamorosi i casi romani del San Camillo e del Policinico Umberto I) il governo corre ai ripari e promette un nuovo «Patto per la salute» con le regioni. Monti e il ministro Balduzzi hanno ricevuto a Palazzo Chigi la presidente del Lazio Renata Polverini, confermando che i soldi sono pochi (va mantenuto l’equilibrio finanziario) ma cercando contempoaraneamente una soluzione per «rimuovere le cause organizzative dei problemi riscontrati». Nel Lazio soprattutto l’assistenza sanitaria di emergenza è al collasso. Ieri i Nas hanno sequestrato «imponente documentazione» all’Ospedale San Camillo, dove nei giorni scorsi pazienti anziani anche gravi sono stati assistiti su materassi poggiati a terra. Indagini aperte anche sul Policlinico Umberto I, l’ospedale più grande d’Europa collegato all’università Sapienza. Dopo la scoperta di una anziana malata di Alzheimer lasciata in barella per ben quattro giorni, la direzione ha sospeso per tre mesi i dirigenti del pronto soccorso. I carabinieri dei Nas vogliono vederci chiaro sulla gestione degli accessi e sulla loro qualità, verificando se è vero, come sembra, che molte persone si rechino al pronto soccorso senza un motivo giustificato. Al San Camillo, inoltre, è sotto inchiesta la legittimità e il funzionamento anche del ricovero successivo al pronto soccorso, almeno nei casi in cui gli anziani vengono dirottati in strutture diverse specializzate e convenzionate con la Regione.

PROCESSO MILLS

Silvio si autoassolve ma oggi è sentenza

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inalmente, questa sera tutti dentro. Fotografi e televisioni per la prima volta saranno ammessi nell’aula del tribunale di Milano dove va in scena l’atto finale del processo Mills. Ma solo per la lettura della sentenza. Silvio Berlusconi, intanto, ieri si è prodotto in un’arringa autoassolutoria preventiva, tanto per portarsi avanti sull’esito dell’infinito processo che lo vede imputato di corruzione dell’avvocato inglese - 600 mila dollari che avrebbe versato per addomesticare alcune deposizioni a processi All Iberian e per le mazzette alla guardia di finanza. «Sono innocente», questo il ragionamento dell’ex presidente del Consiglio. La sua versione dei fatti del Finalmente questa sera resto è già nota. Secondo Berlusconi, «già tre anni la parola ai giudici. fa il processo sarebbe caBerlusconi: «Questo è un duto in prescrizione, se nel febbraio 2008 la proprocesso inventato, già cura di Milano non si fosprescritto tre anni fa». se inventata la stupefacente tesi che il reato di presunta corruzione non si perfeziona nel momento in cui il corrotto riceve i soldi del corruttore, ma nel momento in cui comincia a spenderli! Cioè due anni dopo, proprio in tempo per far scattare in avanti i termini della prescrizione». E, come sempre, Berlusconi ha dato i suoi numeri: «Questo processo è soltanto uno dei tanti che si sono inventati a mio riguardo, in totale più di 100 procedimenti, più di 900 magistrati che si sono occupati di me, 558 visite della polizia giudiziaria e della guardia di finanza, 2.600 udienze in quattordici anni, più di 400 milioni di euro per le parcelle di avvocati e consulenti». Questa sera, dopo le arringhe difensive degli avvocati così ben pagati, il tribunale dovrebbe pronunciare o una sentenza di merito o un proscioglimento per prescrizione. Per Silvio Berlusconi sarebbe già avvenuta da tempo, ma non la pensa così il pm De Pasquale. (l.fa.)

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il manifesto

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ITALIA VAL DI SUSA · Oggi pomeriggio torna a manifestare il popolo No Tav. Si parte da Bussoleno

«Ribelli, non eversori» Mauro Ravarino

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alsusa chiama Italia. Per ribaltare – con la marcia nazionale di questo pomeriggio – ancora una volta la questione. Ovvero: «Non si tratta di un problema d’ordine pubblico». Il Tav è ben altro. «E la sua inutilità in un periodo di crisi dovrebbe essere ancora più lampante». Ma la «sobrietà» montiana vale per Roma 2020 e non per la TorinoLione, seppur 360 tra docenti, ricercatori e professionisti abbiano chiesto al premier di ripensarci «perché i benefici economici dell’opera sarebbero alquanto incerti, a fronte di costi elevatissimi e di un pesante impatto ambientale». Tutto, però, tace a Palazzo Chigi, come al Colle (a cui gli studiosi si erano già rivolti). A non star zitti saranno oggi i valligiani e i movimenti italiani riuniti per la grande marcia, che si snoderà da Bussoleno a Susa. Concentramento alle 13, nella piazza della stazione, arrivo, alle 16, nel capoluogo della Valle, in piazza Vittoria. Dopo le contestazioni al procuratore capo di Torino Giancarlo Caselli, le polemiche della vigilia sono state un déjà vu. Ci hanno pensato gli organizzatori a frenarle: «Sarà una manifestazione pacifica, rispettosa delle istituzioni, dell’ambiente, delle cose e dei cittadini. A volto scoperto». L’iniziativa è promossa dalla Comunità montana e dai movimenti No Tav insieme alle amministrazioni comunali. Alla manifestazione hanno aderito Rifondazione, Movi-

Più alta sarà la partecipazione, più facile sarà scacciare lugubri etichette dei media mento 5Stelle, Sel, Fiom, Legambiente e svariati comitati e associazioni. Più alta sarà la partecipazione, più sarà facile scacciare immaginari lugubri che qualcuno vorrebbe appiccicare alla Valsusa. Il corteo è «a sostegno del trasporto locale, delle scuole, della difesa del suolo, della libertà di dissenso». Inoltre, si chiede «la sospensione dei lavori del tunnel geognostico della Maddalena di Chiomonte» e si manifesta «la contrarietà alla militarizzazione della valle, alle grandi opere inutili, alla cancellazione dei Comuni e all’aumento dei Tir». I comitati chiedono, pure, a gran voce la liberazione di tutti i No Tav ancora in carcere. Guido Fissore, consigliere comunale di Villar Focchiardo, che in carcere ci finì, invita: «Meno cartelli contro Caselli e più su cosa vogliamo per il futuro». Non potrà esserci perché deve rispettare l’obbligo di dimora ma ha scritto un messaggio: «Il problema che poniamo ha un respiro ben più ampio della diatriba tra noi e il procuratore Caselli. Credo sia importante che il messaggio che sabato manderemo all’Italia e all’Europa rappresenti un’idea di una via d’uscita da questa crisi che toglie il futuro ai nostri figli». Sulla stessa lunghezza d’onda Massimo Zucchetti, professore ordina-

DALLA PRIMA Pierluigi Sullo

Il diritto mai sancito alla resistenza

FOTO ALEANDRO BIAGIANTI A DESTRA /FOTO REUTERS

rio del Politecnico: «Gli arresti sono stati ingiustificati e spropositati, ma considero improprie le contestazioni che hanno reso Caselli una vittima». Sull’argomento le posizioni in Valle non sono univoche, ma il movimento vuole dare prova di unità e rigetta qualsiasi scomposizione, di facile presa mediatica, tra "buoni" e "cattivi". Intanto, nel cantiere della Madda-

lena tra la neve qualcosa si muove: accatastamento di recinzioni e di jersey grigliati. Tutto è pronto per un allargamento. D’altronde lo ha lasciato intendere il capo della polizia Antonio Manganelli, durante l’audizione alla Camera: «Siamo alla vigilia delle prime azioni davvero invasive, quelle che porteranno agli espropri. Ora andremo a togliere i terreni, che peraltro sono stati ven-

duti a centinaia di acquirenti. E crescerà il dissenso». Il movimento è conscio che «sarà dura», ma è pronto. E Pro Natura in un esposto denuncia: «L’accordo italo-francese del 29 gennaio sul Tav rischia di provocare un danno erariale per l’Italia, che potrebbe ritrovarsi a dover pagare almeno due miliardi per una tratto di 33 km interamente realizzati in Francia».

Sicurezza/FERITI TRE GIOVANI DI SINISTRA

«Aggrediti da Casapound», notte di violenza a Ostia Marina Della Croce ROMA

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ggrediti da una squadraccia mentre stavano tornando a casa dopo aver attaccato manifesti per le strade di Ostia. Prima circondati, poi presi a colpi di casco e di bastone. «Una gruppo di una decina di militanti di Casapound, armati di tutto punto, ci ha aspettati e poi ha preso d’assalto il furgone e le macchine su cui stavamo viaggiando», denunciano i ragazzi del Teatro del Lido, una delle poche realtà culturali della cittadina che proprio in questi giorni festeggia il secondo anno di occupazione. Un quarto d’ora di violenza costato due braccia rotte a tre ragazzi, due dei quali hanno riportato anche ferite alla testa. Ma oltre al danno anche la beffa. La polizia ha infatti fermato tutti, giovani di sinistra e di destra, trattenendoli in commissariato per tutta la notte: in tutto 24 persone, 7 dei quali militanti di Casapound, denunciate per rissa aggravata. Oggi pomeriggio alle 15 a Ostia si terrà una manifestazione per i beni comuni ma anche per ribadire, come spiega Chiara, 26 anni, una delle occupanti del teatro, che «la città non vuole avere niente a che fare con questa gente violenta, che esce da casa solo per provocare dolore nelle altre persone». Quanto accaduto la notte scorsa a Ostia sembra una scena uscita dagli anni ’70. Al punto che anche nel commissariato cittadino sono rimasti stupiti «Finora non c’era mai stata tanta violenza», ha spiegato un funzionario. Secondo i ragazzi del Teatro del Lido ci sarebbe stato un vero e propri assalto. I giovani di

PADRONI

Imprenditore minaccia il suicidio salendo su un traliccio della Tav Antonio Simbari, titolare di un’impresa edile di Reggio Emilia, ieri mattina si è arrampicato su un traliccio dell’Alta velocità per protestare contro il mancato pagamento di alcuni lavori realizzati in un cantiere ferroviario della zona. Per due ore ha minacciato di buttarsi giù. Il suo gesto ha provocato rallentamenti sulla tratta ferroviaria Bologna-Milano e per questo l’uomo rischia una denuncia per interruzione di pubblico servizio. Ieri sera l’imprenditore era ancora ricoverato all’ospedale Santa Maria Nuova di Reggio Emilia, dove è stato sottoposto a una terapia farmacologica. Il suo avvocato, Giulio Tamburoni, ha spiegato così il gesto disperato: «Il fatto che siano in ritardo con i pagamenti lo mette in difficoltà con Inps e Inail e nei confronti dei suoi dipendenti, cui tiene molto perchè è una persona molto corretta, puntuale e precisa». Antonio Simbari da tempo è in attesa di ricevere 200 mila euro. Secondo la testimonianza della moglie, l’uomo ieri mattina sembrava tranquillo, «anche se non dorme da una settimana». Tra gli amici che hanno cercato di convincerlo a non buttarsi, anche un imprenditore come lui: «Abbiamo tutti questi problemi, anche io lavoro nell’edilizia, è assurdo che uno debba arrivare a questo punto per farsi pagare lavori statali. Io sono fermo coi lavori da tre anni, tutti i problemi ricadono sulle piccole imprese».

sinistra avevano appena finito di attaccare i manifesti per la manifestazione di oggi e stavano tornando a casa quando nei pressi del Municipio sono stati circondati dai militanti di Casapound. «Abbiamo frenato per non investirli e poi gli abbiamo gridato: ’ma cosa state facendo?’ nella speranza di fermali. ma loro hanno cominciato a colpire con i bastoni i ragazzi che cercavano di coprirsi la faccia. E’ così che gli hanno spezzato le braccia». Le provocazioni di destra sono continuate anche ieri mattina, quando davanti al commissariato di Ostia si è presentata una quarantina di militanti di Casapound arrivati da Roma. Al punto che molti genitori dei ragazzi fermati hanno preferito fermarsi davanti agli uffici di polizia per proteggere l’uscita dei figli. «Abbiano paura di nuove aggressioni - hanno spiegato -. Quello di stanotte non è stato un gesto isolato, la situazione sta diventando preoccupante». Da parte sua l’organizzazione di estrema destra offre una versione completamente diversa: in un comunicato Casapound parla infatti di «sei militanti aggrediti». «I sei militanti erano in affissione - è scritto quando sono stati riconosciuti e assaliti da un gruppo di una cinquantina di persone tra esponenti dei collettivi e occupanti del Teatro Lido che stavano attaccando manifesti». Per il consigliere provinciale di Sel Gianluca Peciola, che ha chiesto lo scioglimento di Casapound, quanto accaduto «conferma come nella nostra città e nel Paese si stia riaffermando l’estremismo di destra». Sulla stessa linea anche il consigliere regionale del Pd Enzo Foschi. «Non se ne può più - ha detto di questa violenza organizzata».

Cosa c’entra questo con i No Tav della Val Susa? Bene, sarebbe utile scoprire quanti articoli della Costituzione sono violati per ottenere che i valsusini accettino l’invasione di una grande opera vandalica per i suoi effetti sociali e ambientali; inutile ai fini che dichiara, ossia corrispondere a una domanda crescente di traffico di persone («alta velocità») e di merci («alta capacità»); tanto costosa da poter diventare, nel tempo, un equivalente delle Olimpiadi di Atene, ovvero un collasso delle finanze pubbliche da colmare poi con il taglio dei treni locali (già in corso) e dei servizi pubblici in generale. Forse sarebbe meglio dire che una specie di legalità è stata messa al servizio, nel caso del Tav TorinoLione, di una illegalità sostanziale. Da quale cittadino è accettabile – si chiederebbe Dossetti – il fatto che per aprire un cantiere si debba dichiarare l’area interessata «di interesse strategico», cioè sottoposta ad autorità militare, sotto legge marziale, e sottratta alla sovranità popolare? O ancora: non è affatto illecito, formalmente, che a molti mesi di distanza dai fatti la polizia si presenti a casa di persone da arrestare per vari reati, in tutta Italia, con annesso megafono dei media a proposito dei «No Tav violenti», ma, come ha fatto notare Livio Pepino, già presidente di Magistratura democratica, è chiaro che il pericolo di «reiterazione del reato» è del tutto remoto, e insomma portare la gente – compreso un uomo che si muove con le stampelle e un mite barbiere – in carcere è per lo meno un provocatorio eccesso di zelo. Crea un clima di odio, infatti. Tanto più che nessun Caselli ha indagato sull’altro versante dei fatti del luglio scorso, sui pestaggi e le vere e proprie torture inflitte ad alcuni dei fermati (ci sono le testimonianze in video, gli investigatori non devono cercare troppo lontano), sull’uso violento dei lacrimogeni e sulla natura del gas che essi contengono, l’ormai famoso Cs, usato dalla polizia egiziana e da quella italiana e formalmente lecito, di nuovo, solo perché la convenzione internazionale che lo vieta parla solo di guerre. E qui siamo in pace, non è vero? E non c’è una violazione dello spirito della Costituzione nel fatto che da decenni (il movimento valsusino compie 23 anni) tutti i governi hanno ignorato, o eluso, studi, analisi, contro-proposte elaborate dai No

Tav e dagli studiosi loro amici? Questo incessante lavoro non è stato esaminato e poi scartato, con il corredo di argomenti e dati convincenti per tutti. Ancora di recente, centinaia di intellettuali e ricercatori hanno rivolto una lettera aperta al Presidente del consiglio, che però interloquisce solo con gli investitori finanziari: le opinioni, le richieste, le proposte dei cittadini non contano. Letteralmente non esistono. E anche qui pesa l’atteggiamento dei media, che nel loro mondo virtuale, fatto di spread e di Btp, non contemplano la vita reale, le vallate reali. Ancora: noi siamo contrari all’inserimento nella Costituzione dell’obbligo del pareggio di bilancio. Scommetto che anche Dossetti, Moro e Togliatti sarebbero sfavorevoli. Ma il clima è questo, in Europa. E allora, che senso ha gettar via miliardi di euro in un tunnel di oltre 50 chilometri, quando la ferrovia esistente è già più che sufficiente, e basterebbe poco (documentano i No Tav) per renderla ancora più capiente? La circostanza che a firmare l’accordo con la Francia sia Mario Ciaccia, viceministro alle Infrastrutture e già presidente di Banca Intesa Infrastrutture e Sviluppo, prima e ora agli ordini di Corrado Passera, capo di Banca Intesa prima di diventare ministro alle Infrastrutture, manda un familiare odore di conflitto di interessi. Se poi l’accordo viene tenuto segreto e sono i No Tav a doverlo rendere pubblico il fatto è ancora più sospetto. Si scopre che si vorrebbe cominciare subito a scavare il mega-tunnel ma che l’Unione europea deciderà tra due anni se finanziare il 40 per cento dell’opera, e con l’aria che tira non è affatto detto che lo faccia. Com’è che i contabili al governo di colpo diventano spendaccioni?

E se dovessimo ringraziare questi valligiani cocciuti che hanno messo in pratica l’articolo che Dossetti non riuscì a far inserire nella Costituzione? I valsusini dicono che la loro è una questione di democrazia, prima di tutto. Chi decide cosa? Dicono anche che il treno ad alta velocità ha per capolinea Atene, e per stazione di passaggio la mafia delle grandi opere, in senso metaforico e in senso letterale. In più, nei fatti mettono in questione il macchinario di appalti e grandi opere che ha drogato per decenni il Pil italiano, facendo esplodere il debito pubblico. Se ci si chiede perché i No Tav siano tanto popolari in giro per il paese e tanto odiati da partiti e lobby degli affari (le due cose tendono a coincidere), queste sono le risposte. Così che la manifestazione di oggi, l’ennesima che i valsusini hanno organizzato, non è «contro la repressione» e non sarà, come gli uccellacci neri si augurano, «violenta». Sarà una dimostrazione di affetto per le persone e le famiglie e le comunità di questo povero paese saccheggiato, e per le montagne e la terra e i fiumi e le coste triturati da maree di cemento e di asfalto. Poesia? Chissà. È probabile che nel futuro dovremo tutti ringraziare quei valligiani cocciuti per aver messo in pratica l’articolo che Dossetti non riuscì a far inserire nella Costituzione.


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il manifesto

SABATO 25 FEBBRAIO 2012

EUROCRACK PROTESTA DI LAVORATORI SPAGNOLI. SOTTO IL PREMIER MARIANO RAJOY/REUTERS

SPAGNA · Parla il leader di Izquierda unida Garcia Rubio: «Contratti di lavoro e diritti stracciati»

«Cancellano la democrazia» Argiris Panagopoulos

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n milione e mezzo di spagnoli sono scesi in piazza in questi giorni per protestare contro il medioevo nelle relazioni di lavoro imposte dal nuovo governo di Mariano Rajoy, mentre continuano decine di altre proteste di massa per difendere l’istruzione e la salute pubblica. «I tagli ciechi per la riduzione del deficit, senza alcun piano per la crescita e l’occupazione, ci portano al disastro economico e sociale», sottolinea Josè Antonio Garcia Rubio, membro dell’esecutivo e responsabile della politica economica e del lavoro del Comitato Federale di Izquierda unida e membro della comitato federale del Partito comunista di Spagna. Più di un milione e mezzo di spagnoli sono scesi in piazza contro la riforma che cambia i rapporti di lavoro. Perché questa reazione è stata una grande sorpresa? Va notato che il precedente governo del socialista Zapatero aveva già fatto una dura riforma dei rapporti di lavoro. Il 29 settembre 2010 i sindacati avevano risposto con uno sciopero generale, perché la situazione economica è peggiorata rapidamente e la disoccupazione è arrivata a livelli di record storici. I lavoratori seguono la situazione con preoccupazione. La riforma dei rapporti di lavoro imposta ora dal Partito Popolare di Rajoy rappresenta un salto di qualità. Però all’indietro. Soprattutto per quanto riguarda le condizioni di lavoro nelle aziende e i diritti economici e sociali dei lavoratori. I lavoratori hanno mostrato in massa la loro rabbia per le strade. C’è un forte risentimento per il peggioramento della situazione economica, comune tra i cittadini del nostro paese che sta prendendo tutte le misure necessarie per sostenere le banche e nessuna misura per creare posti di lavoro e sostenere davvero la ripresa economica. Il Partito Popolare impone oar con una legge la riforma dei rapporti di lavoro senza negoziare e senza spiegare nulla. Non c’è stato un vero dialogo con le organizzazioni sindacali o con i lavoratori. Ai lavoratori hanno solo annunciato che saranno senza difese nei luoghi di lavoro. La risposta l’abbiamo visto per le strade. È stata di massa e molto migliore di quanto ci aspettassimo. Quali sono i pilastri di questa riforma? La riforma ha tre caratteristiche principali. In primo luogo applica il principio dei licenziamenti facili e a bassissimo costo per le imprese. Il costo di licenziamento per le imprese si riduce ad un terzo rispetto alla legislazione precedente e i lavoratori perdono i due terzi delle precedenti liquidazioni. Se una società vede i suoi utili cadere per tre trimestri consecutivi potrà procedere a licenziamenti facili e a basso prezzo. Attenzione. Le società non devono avere danni, ma solo una caduta dei loro profitti. In tempi di crisi, quasi tutte le aziende hanno caduta dei profitti. In secondo luogo la riforma prevede il taglio forte dei salari se la società si trova ad affrontare problemi finanziari. L’azienda è libera di non rispettare i contratti collettivi e di

LA RIFORMA DI RAJOY

I socialisti annunciano il loro «ricorso costituzionale» Il Partito socialista spagnolo (Psoe) ha annunciato ieri che presenterà ricorso alla Corte Custituzionale spagnola sulla riforma del lavoro voluta a tutti i costi dal primo ministro del Partito popolare Mariano Rajoy, se non sarà corretta durante l'iter parlamentare di conversione in legge. I socialisti considerano che l'aumento dagli attuali sei mesi a un anno del periodo di prova, per i contratti a tempo indeterminato, che consente il licenziamento libero del lavoratore, violi quanto stabilito dalla costituzione, secondo quanto ha spiegato ieri la portavoce Soraya Rodriguez. Contraria al testo costituzionale, secondo il Psoe, anche la possibilità per gli imprenditori, introdotta dalla nuova riforma, di «ridurre unilateramente» i salari dei lavoratori. La riforma approvata dal governo presieduto da Mariano Rajoy punta ad introdurre una maggiore flessibilità nel mercato del lavoro spagnolo, per far fronte alla crisi. Le imprese con meno di 50 impiegati possono, per ragioni di competitività, cambiare alcune condizioni dei contratti, fra le quali l'orario lavorativo e la funzione dei lavoratori e ridurre i salari, unilateralmente e con soli quindici giorni di preavviso. Se il lavoratore si oppone, può essere licenziato per giusta causa con la minima indennità di 20 giorni per anno lavorato o ricorrere al magistrato del lavoro. categoria, né il contratto di lavoro concordato con ciascun lavoratore. L’economia spagnola si basa sulle piccole imprese. Come si fa a proteggere il lavoratore da una riduzione dello stipendio del 20% quando l’impresa può invocare la diminuzione dei suoi profitti in tempi di crisi, ricattando il lavoratore perché accetti la riduzione del suo stipendio per non essere licenziato? In terzo luogo elimina la negoziazione collettiva dei contratti di lavoro, che colpisce i diritti sindacali. La riforma consente alle aziende di non essere vincolate e di non applicare i contratti collettivi e settoriali per un lungo periodo o addirittura eliminarli. Eliminando la capacità del movimento sindacale di negoziare all’interno dei luoghi di lavoro con gli industriali e gli imprenditori. Vogliono i sindacati solo per organizzare gite? Il Partito Popolare che parla di democrazia europea cancella la democrazia nei rapporti di lavoro? Sì elimina la democrazia nei luoghi di lavoro, lì dove è necessaria perché è lì che si creano le contraddizioni della nostra società. Imponendo una soluzione autoritaria nei rapporti di lavoro ad unilaterale favore degli imprendito-

La crisi pesa sulla tenuta del Pp, ma a sinistra solo Iu aumenta mentre il Psoe esce di scena ri. Torniamo indietro di un secolo. Dove va la Spagna con le misure economiche del governo di Rajoy? Le sue dure politiche neoliberiste intensificano la crisi, aumentano la disoccupazione e alimentano la recessione. È la stessa politica che conosce molto bene da due anni la Grecia. Abbiamo visto con soddisfazione la risposta di massa dei lavoratori di Atene e la loro battaglia per difendere i loro diritti. In Spagna attualmente la recessione e la crisi hanno una minore intensità. La recessione è la diretta conseguenza dei duri tagli imposti da due anni. Tagli che, promettevano, ci avrebbero portato

fuori dalla crisi. La situazione economica peggiora. L’unica cosa che hanno cercato con tutti i mezzi era di conservare e garantire il settore finanziario e mantenere la redditività del settore bancario. Con un «regalo» di 52 miliardi di euro ai banchieri ... Assolutamente. Le banche sono pronte di assorbire 52 miliardi dalle casse statali, e non c’è una condizione posta per sostenere la ripresa e la creazione di posti di lavoro. Anche la decisione del governo di pagare i 30 miliardi che il governo deve ai fornitori sarà effettuata attraverso le banche, garantendo nuovi profitti bancari. Perchè l’amministrazione pubblica non paga i fornitori direttamente, come prima? La cieca riduzione dei deficit ci porta al disastro. Abbiamo visto negli ultimi mesi che la gente esce per strada per difendere l’istruzione, la salute pubblica e ogni servizio sociale contro la privatizzazione ... Lo Stato Sociale in Spagna non è molto esteso e potente. La verità è che avevamo conquistato una pubblica istruzione e una sanità di un ottimo livello e qualità. Il Partito Popolare con i tagli sta cercando di smantellare i servizi pubblici per facilitare la loro privatizzazione. La gente lo ha capito subito e ha creato un movimento enorme e potente per difendere la salute e l’istruzione pubblica Negli ultimi mesi abbiamo visto centinaia di dimostrazioni per difendere lo stato sociale. Anche le manifestazioni spontanee degli «indignati», e degli studenti medi di Valencia duramente represi dalla polizia. Le scuole di Valencia sono senza riscaldamento ma il tribunale della città ha assolto la corrotta leadership locale del Partito Popolare. Violenza contro gli studenti senza riscaldamento e impunità per i politici corrotti. La corruzione ha dimensioni allucinanti. Sono arrivati al punto di costruire al Castellon un aeroporto che non ha funzionato e non funzionerà mai spendendo centinaia di milioni e non hanno i soldi per pagare il riscaldamento delle scuole. Hanno speso somme enormi per la visita del papa, che è stato visitato dai politici corrotti, e

non hanno riscaldamento nelle scuole. La gente in Valencia non ha reagito alla corruzione dei politici locali del Partito Popolare e li ha rivotati a novembre. Non so come si sentono oggi, tutti coloro che hanno votato per il Partito Popolare, ora che la polizia è andata a rompere le teste dei loro figli... Quali ripercussioni ha la crisi economica sulla sinistra e sulla scena politica spagnola? Izquierda unida è passata da due a dodici deputati. Ma non basta. Cerchiamo di usare il parlamento come «megafono». In parlamento il Partitto Popolare ha una maggioranza assoluta che si è ulteriormente rafforzata con l’aiuto dei partiti neoliberisti nazionalisti di Catalogna e dei Paesi Baschi. E poi c’è l’Andalusia dove si vota a marzo. E qui il problema è se il Partito Popolare avrà la maggioranza assoluta o no dopo trenta anni di governo socialista. Le misure adottate dal governo Rajoy rischiano di creargli problemi. I sondaggi dicono che Iu aumentarà i voti e avrà un aumento più contenuto dei seggi nel parlamento locale, perché il nostro sistema elettorale ruba una parte della nostra forza. L’Andalusia è stata storicamente una roccaforte dei socialisti del Psoe. Che perderà l’Andalusia e in circa otto mesi perderà il governo dei Paesi Baschi, che sostiene in collaborazione con il Partito Popolare.Pagherà per le politiche neoliberiste che ha imposto, dettate da Bruxelles e dai banchieri, per la sua corruzione e soprattutto per l’aumento della disoccupazione e per i servizi resi agli imprenditori. I socialisti hanno governato l’Andalusia con insolenza, disprezzando sindacati, sinistra, i movimenti sociali. Ma l’Andalusia ha una forte tradizione storica socialista che, grazie alla diffusa protesta di questi giorni contro le politiche neoliberiste, nonostante il Psoe non andrà compromessa.

STIME PIL

LISBONA

Grecia, Spagna e Portogallo ancora maglie nere

Il governo taglia l’equo canone e aiuta i banchieri

Grecia, Portogallo e Italia, sono i tre paesi messi all’indice e in fila uno dietro l’altro: sono le maglie nere della crescita prevista nell'Unione europea per il 2012. È quanto emerge dalle stime della Commissione Ue sull'andamento del Pil pubblicate a Bruxelles. Una stima che ieri ha avuto larga eco nei giornali economici euroatlantici. Per tutti e tre questi paesi i dati, rispetto all'autunno scorso, sono state ritoccati in negativo. Nel caso della Grecia, in condizioni diperate e ora soggetta alla «regalia» di 130 miliardi con aumento spaventoso dell’indebitamento e dei tagli alla spesa sociale con decremento dello sviluppo, l'attività economica nel 2011 è stata molto più debole ed è stata registrata una diminuzione del Pil del 6,8%. Le stime attuali prevedono per il 2012 un calo del Pil greco del 4,4% (contro il -2,8% stimato nell'autunno scorso). Per il Portogallo, nel 2011 il Pil ha subito una contrazione dell'1,5%, cioè 0,4% in meno rispetto alle anticipazioni precedenti. Per il 2012 la crescita di Lisbona è stata corretta: da -3% a -3,3%. L'Italia, entrata in recessione nella seconda metà del 2011, secondo la Commissione dell’Unione europea vedrà quest'anno un calo del Pil dell'1,3%, a differenza della previsione dell'autunno scorso (+0,1%). Va poco meglio la Spagna, che ha sofferto nella seconda metà dell'anno scorso di un periodo di stagnazione economica. Dopo una lieve crescita del 2011 (+0,7%), Madrid vedrà invece un calo dell'1% del Pil nel 2012. È sopra la media annuale prevista per l'Unione europea (0,0%) e l'eurozona (-0,3%) invece la stima di crescita di quest'anno dell'economia francese. Secondo le previsioni della Commissione Ue, Parigi chiude il 2011 con un aumento dell'1,7% del Pil e nel 2012 dovrebbe crescere dello 0,4% (contro lo 0,6% stimato ad autunno del 2011). E pensare che la Francia in compagnia della Germania si dichiara come paese virtuoso e galleggia invece sugli zeri in percentuale.

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L’

ultima geniale trovata del governo portoghese per contrastare la crisi economica è stata quella di non concedere ai dipendenti pubblici di prendersi il lunedì di vacanza per fare il ponte di carnevale. Né quest'anno, né, dato il successo della misura, il prossimo. Insomma non basta essere reazionari, si vuole anche essere cattivi. Sì perché molte delle misure che vengono adottate nulla hanno a che vedere con il "consolidamento" dei conti pubblici. Oltre alla beffa del ponte per il carnevale e l'abolizione dei passe gratuiti per i trasporti pubblici di qualche mese fa, c'è ora la cancellazione dell'equo canone. Proprio il momento giusto si potrebbe dire, visto che sicuramente lo stato non si vorrà fare carico di quanti, generalmente anziani con 2-300 euro di pensione, non si potranno permettere i costosi affitti stabiliti secondo le inumane leggi del libero mercato. Un governo forte coi deboli ma molto debole coi forti. Colpisce l'atteggiamento di totale accondiscendenza rispetto alle pretese dei suoi creditori. Mai nessuna polemica sulle dure condizioni a cui è stato concesso il prestito, anzi, si ostenta orgoglio nell'essere stati bravi nell'avere rispettato diligentemente tutti i punti stabiliti dagli economisti della troika Ue. Per non parlare poi dell'incredibile generosità, in periodi di austerità, con cui vengono finanziate e sostenute le banche: 1 miliardo e mezzo di garanzia per un prestito che il Millennium Bcp starebbe per chiedere ai mercati, 500 milioni per la Caixa Geral de Depósitos e 600 milioni per il Banco Português de Negócios. Grande fanfara poi sull'aumento delle esportazioni, lo scorso anno sono salite dell'8% e le importazioni scese dell'1%. Il punto, però, è che a fronte di un aumento delle esportazioni non sia corrisposto un aumento della produzione industriale, che nel 2011 è scesa di circa l'1,5%, quindi, se ne desume, che questi valori registrino, anche, una profonda contrazione dei consumi interni. Il tutto in un quadro in cui solo quest'anno il Pil scenderà, almeno, del 3,3%, lo 0,3% in più di quanto previsto appena pochi giorni fa, il 2011 si era chiuso con un -1,5%. Insomma in due anni si sono volatilizzati tra i 7 e gli 8 miliardi di euro. Essendo il deficit una frazione al cui denominatore c'è proprio il Pil è presumibile che la lotta per il consolidamento dei conti dovrà essere ulteriormente rafforzata, il che significa che si dovrà tagliare ulteriormente o, tutti negano, chiedere altri soldi. I portoghesi hanno ripreso a emigrare in massa, ma questa volta non sono solo gli strati sociali più bassi ad andarsene verso Svizzera, Belgio, Francia e Germania, ma anche i più qualificati e questo qualche problemino lo creerà visto che il problema maggiore per l'economia lusitana, come peraltro anche quella italiana, sta proprio nella sua arretratezza, in quella paradossale combinazione di salari bassissimi e di costo del lavoro elevato. Intanto è notizia di ieri che la società petrolifera angolana Sonangol ha avviato trattative con l'Eni per l'acquisto del 33% del pacchetto azionario della Galp, mini-colosso dell'energia portoghese, che, in un primo tempo, si era pensato dovesse essere acquisito dalla brasiliana Petrobras. Ora Lisbona ha perso definitivamente ogni controllo sulla sua politica energetica, lo ha fatto rinunciando alle proprietà o, come in questo caso, alla golden share. Ogni potere di intervento in un settore cruciale per lo sviluppo economico passerà quindi all'asse Luanda-Pechino, che, vale la pena ricordarlo, sono ottimi alleati. Dissociare il modello sociale dalla proprietà di asset strategici è un grave errore, sottolinea Martin Shulz, presidente social democratico del parlamento europeo. Così facendo, continua Shulz riferendosi specificamente al modo in cui si stanno svolgendo le privatizzazioni, condanniamo il Portogallo al declino perpetuo. Per Vitor Gaspar, ministro delle finanze, uno degli ultimi emuli dei Chicago Boys della storia dell'economia, sostiene che va tutto bene, anzi, che forse le cose vanno addirittura meglio del previsto, che le riforme strutturali sorprenderanno tutti e su questo, purtroppo, non possiamo davvero dargli torto.


il manifesto

SABATO 25 FEBBRAIO 2012

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LAVORO MELFI · «Restate a casa», intima l’azienda ai 3 operai reintegrati al lavoro da un tribunale

«Fiat non rispetta la sentenza» Ivo Gigli

COMMENTO

Perché ora sono a rischio due fabbriche

POTENZA

L

a Fiat perde in tribunale e non rispetta le sentenze. L'azienda ha fatto sapere con un telegramma che «non intende avvalersi delle prestazioni lavorative» dei tre operai di Melfi reintegrati in base alla sentenza dalla Corte di appello di Potenza, accogliendo il ricorso della Fiom. L’azienda ha chiesto a Giovanni Barozzino, ad Antonio Lamorte e Marco Pignatelli di restare a casa. Secondo Lina Grosso, legale dei tre dipendenti di Melfi, «sarà fatto di tutto per riportare al lavoro i tre operai, anche agendo in sede penale, perché la Fiat come al solito non rispetta la sentenze». I tre operai percepiranno regolarmente gli stipendi maturati fino a questo momento e quelli successivi alla sentenza di giovedì. In particolare, per quelli maturati sarà corrisposta loro la differenza tra il sussidio di disoccupazione e il salario dovuto. Ma che non possano rientrare al lavoro resta un fatto grave. Quando un tribunale diede loro ragione una prima volta, la Fiat permise ai tre operai di entrare soltanto nella saletta della Fiom, ma non di andare sulle linee. Oggi che il sindacato dei metalmeccanici della Cgil è stato messo fuori dalla fabbrica, ai tre l'azienda intima di restare a casa. «La Fiat non si smentisce mai. Non rispettare le sentenze è, ancora una volta, un esempio del suo cattivo rapporto con il Paese e con la magistratura», dice il segretario confederale della Cgil, Vincenzo Scudiere. La Fiat tiene «aperto un conflitto che andrebbe invece sanato per il bene del Paese e della Fiat». Non è stato l'unico atto di arroganza di ieri della Fiat. Dopo la saletta

Garantito soltanto lo stipendio. Airaudo (Fiom): l’ad venga convocato dal governo della Fiom, anche la bacheca con affissa l'Unità scompare dallo stabilimento Magneti Marelli Weber di Bologna, espulsa. Lo ha raccontato la rappresentanza Fiom dell'azienda su Facebook: «Magneti Marelli prende a calci nel sedere l'Unità. Ieri la Fiat ha cacciato fuori dallo stabilimento anche lo storico quotidiano che alcuni ex delegati Fiom-Cgil, non avendo più la possibilità di utilizzare la bacheca sindacale, compravano a spese loro e attaccavano in un'altra bacheca preposta ai giornali». Lì, vicino alla sala mese, «evidentemente - prosegue il sindacato davano fastidio le cose che l'Unità scriveva e così dopo 60 anni, il quotidiano fondato da Antonio Gramsci esce dalla fabbrica». Dunque «Marchionne il modernizzatore insulta non solo la storia del movimento operaio, ma anche la democrazia: una ragione in più per essere in piazza il nove marzo. La politica non sottovaluti questi segnali». In una intervista al Corriere della Sera, Marchionne intanto alza il livello di preoccupazione per il lavoro in Italia sostenendo che a rischio di chiusura ci sono adesso due e non

SEGUE DALLA PRIMA Francesco Paternò

I TRE OPERAI DI MELFI LICENZIATI E POI REINTEGRATI AL LAVORO/FOTO REUTERS

più un solo stabilimento. Questo potrebbe accadere se la sua strategia di esportare macchine fatte in Italia negli Stati Uniti, grazie all'alleanza con la Chrysler, non desse i suoi frutti. «Abbiamo tutto per riuscire a cogliere l'opportunità di lavorare in modo competitivo anche per gli Stati Uniti, ma se non accadesse dovremmo ritirarci da 2 siti dei 5 in attività» in Italia. Marchionne non fa i nomi, trincerandosi dietro a un paragone cinematografico. «Ricorda 'Sophie's choice?” Nel film, alla fermata del treno il nazista chiede a Sophie uno dei suoi due figli. In caso contrario li avrebbe ammazzati tutti e due. Sophie resiste - afferma l'ad di Fiat - ma alla fine deve scegliere e passa il resto della sua esistenza con l'incubo di quella decisione. Dunque, per favore, non me lo chieda». «Il governo dopo l'intervista di Marchionne, ha ottimi motivi, se vuole fare l'interesse degli italiani e dell'Italia, per passare dal proposito di convocare la Fiat ai fatti», commenta Giorgio Airaudo, responsabile auto della Fiom. «Gli argomenti - aggiunge - sono due: il primo è che la Fiat invoca un regolatore pubblico nella crisi dell'auto, cosa che il precedente governo non ha fatto. La seconda è di non escludere di chiudere due stabilimenti su quattro, a partire da Mirafiori il cui rilancio è spostato al 2014. È molto ambizioso e avventuroso affidarsi alle esportazioni in Usa per salvaguardare gli stabilimenti italiani. Tutto questo va scongiurato». Dall'intervista «mi sembra giungano notizie non buone e preoccupanti», dice il segretario del Pd Pier Luigi Bersani. «Mi sembra che la sovracapacità produttiva che c'è in Europa da molti anni ci si è arresi a pagarla noi perché evidentemente non si pensa di poter competere sul mercato europeo che certamente è molto difficile».

ISTAT

Stretta sui consumi: nel 2011, le vendite al dettaglio sono scese dell’1.3%, il dato peggiore dal 2009 Nel 2011 le vendite al dettaglio sono tornate di nuovo in calo: dopo un 2010 poco sopra lo zero, hanno segnato una caduta dell'1,3%, la peggiore dal 2009. A gelare gli affari hanno contribuito gli ultimi mesi dell'anno e, in particolare, dicembre che ha registrato la discesa congiunturale più forte dal luglio del 2004 (-1,1%) e un ribasso tendenziale pari addirittura al 3,7%, come non accadeva dai tempi più acuti della crisi. Dietro il calo delle vendite nei negozi rilevato dall'Istat c'è una stretta sui consumi che si fa sempre più decisa, portando le famiglie a tagliare ogni genere di acquisti, alimentari inclusi. D'altra parte, denunciano i consumatori, non potrebbe essere diversamente, visto che il potere d'acquisto è in caduta libera, complice la corsa dei prezzi. Durante l'anno a subire maggiormente i tagli alla spesa sono stati i piccoli negozi (-1,4%), ma non è andata bene neppure alla grande distribuzione (-0,9%). Anzi, nel mese di dicembre sono stati proprio i grandi ad accusare il colpo peggiore (-3,9%) e gli unici a scamparla sono stati i discount (+1,0%), prova che gli italiani risparmiano anche sulla qualità. Ma, probabilmente, l'indice più chiaro della crisi dei consumi è il calo generalizzato delle vendite, che non lascia fuori alcuna categoria di prodotti. A dicembre perfino gli alimentari hanno segnato una decisa riduzione (-1,7%), ciò la dice lunga su come possa essere andata per il resto dei comparti (-4,4%), in particolare ha sofferto il settore degli elettrodomestici, radio, tv e registratori (-11,3%).

RAPPORTO OCSE

«Sale disoccupazione nei paesi sviluppati»

L

a disoccupazione è ormai un allarme sempre acceso nei paesi sviluppati: è essenziale che «le priorità delle riforme non spingano solo la crescita ma anche l'occupazione». Lo ha detto il segretario generale Angel Gurria presentando il rapporto Ocse. Numeri da brivido: sui 200 milioni di disoccupati nel mondo ben 45 milioni, «14 in più di dieci anni fa» sono nei paesi sviluppati. Il rapporto entra pesantemente sull'attualità italiana, dando la linea al governo Monti (anzi affiancandolo) su temi come il lavoro, la pensione, le liberalizzazioni. «Ammorbidire la protezione del lavoro sui contratti standard», si legge nel rapporto, perché l''Italia «non ha ancora intrapreso azioni significative» e sta «considerando una riforma del mercato del lavoro, mirata ad ammorbidire le tutele sui contratti standard» con «una riforma welfare per migliorare la rete di sicurezza per i disoccupati». I paesi Ue in crisi (Spagna, Irlanda, Grecia e Portogallo) guidano la classifica delle nazioni che, sotto la spinta delle difficoltà, hanno accelerato sulle riforme strutturali accogliendo le raccomandazioni dell'Ocse mentre l'Italia «avanza» anche se in posizone arretrata. co dietro. Lo afferma il segretario dell'organizzazione. Sempre secondo Gurria, «la buona notizia è che le riforme sono fatte, la cattiva è che ci è voluta la crisi». Il segretario generale dell'Ocse rassicura di star lavorando «con il premier italiano e i suoi ministri» per rafforzare gli sforzi che sono importanti non solo per essa ma anche per l'Europa e il mondo. L'instabilità economica e finanziaria dell'Italia, ricorda Gurria, è anche instabilità mondiale. E giù altri consigli o diktat: «Ridurre le barriere legislative alla concorrenza» in diversi settori, tra cui «le professioni, il commercio al dettaglio e i servizi locali». Perché il decreto varato a dicembre 2011, sottolinea l'organizzazione, «introduceva misure per liberalizzare il commercio al dettaglio», ma queste misure «possono essere in parte sorpassate dalle politiche territoriali delle autorità regionali». Meno male, par di capire, che ora il governo Monti «ha introdotto misure significative per liberalizzare le professioni liberali e i servizi di trasporto».

Su 200 milioni di disoccupati nel mondo, 45 milioni, «14 in più di dieci anni fa», sono qui

Nell'intervista, Marchionne raddoppia: adesso a rischio chiusura sono due fabbriche italiane, non più una. Nomi non ne fa, nascondendosi dietro la finzione cinematografica di “Sophie's choice”, dove una madre sceglie sotto minaccia di un nazista quale dei due figli deve mandare a morire, per non perderli entrambi. Una metafora di pessimo gusto. Per non chiudere queste due fabbriche, dice il manager, l'unica strada per la Fiat è esportare (grazie all'accordo con Chrysler) negli Stati Uniti, un mercato tornato a tirare al contrario di quello europeo. L'idea è ambiziosa, peccato che il sindacato statunitense Uaw abbia già bloccato la produzione di una Jeep a Mirafiori, riportandola a casa. Se andasse male, «dovremmo ritirarci da 2 dei 5 siti in attività». Uno è Mirafiori, l'altro probabilmente Cassino, essendo la fabbrica dove si costruiscono modelli di segmento C ormai prodotti dal gruppo anche a Belvidere, in Illinois. In realtà, Marchionne da quasi tre anni chiede che in tutta Europa si faccia come negli Stati Uniti per affrontare la sovracapacità produttiva di cui gli operai, anche se diventassero flessibili come elastici, non hanno colpa: chiudere fabbriche per tagliare i costi. Come è già successo a Termini Imerese in Sicilia per Fiat, ad Anversa per Gm, a Born in Olanda per Mitsubishi, e come vorrebbero fare ancora Opel e Peugeot-Citroen (e lui, naturalmente) se non ci fossero l'opposizione dei sindacati, le garanzie sociali che Draghi ritiene superate, le paure dell'urna a Parigi come a Berlino. Nell'intervista al Corsera, Marchionne ammette di avere in casa Fiat un debito di quasi 27 miliardi, incalzato da Massimo Mucchetti, giornalista con l'occhio lungo nel leggere i bilanci. Ma è bizzarro che un manager del suo livello di estrazione finanziaria confermi di tenere sotto il materasso 20 miliardi di liquidità perché - dice - non si fida dei mercati: «E’ la nostra polizza contro un credit crunch, il suo costo è il premio assicurativo». Ben 700 milioni di interessi all'anno, rivela: è come avere in tasca il denaro per comprarsi una casa e buttarne invece per l'afffitto. Viene il sospetto che Marchionne preferisca passare per suo nonno e non dire che tanti soldi potrebbero servire ad altro. Per esempio, a imbarcare un terzo polo automobilistico nell'alleanza, con il quale sbarcare finalmente in Asia da cui il gruppo è pericolosamente assente e condividere oneri di sviluppo per i modelli più piccoli, quelli destinati a essere prodotti nelle fabbriche italiane. Il messaggio comunque c'è: nell'intervista, ricorda che

gli Agnelli-Elkann sono pronti a diluire la loro quota. Per una volta, Marchionne non usa asprezze, ha il tono di chi cerca consenso. Lancia un appello al governo, chiedendo un «regista» per una politica industriale che non c'è. E in effetti sarebbe più che mai necessaria, dato che Marchionne prevede per i lavoratori italiani – se va bene - un futuro da messicani d'Europa: a lavorare per l'export. Più che da amministratore delegato, parla da politico, ci chiediamo se attratto su questo terreno in modo speculare dalla Fiom e dal suo segretario Maurizio Landini che, dice il manager, sta «facendo una battaglia politica». Marchionne dà i voti, «Landini è più rigido del suo predecessore Gianni Rinaldini», senza dire ovviamente che Marchionne 1 – quello del salvataggio della Fiat operato anche in accordo con tuttti i sindacati e i lavoratori del gruppo tra il 2004 e il 2008 - non è il Marchionne 2 della fine del contratto nazionale. Il manager racconta di «incontri riservati con esponenti della Fiom, la sinistra più intelligente ha provato a ricucire», ma senza esito. Ce ne è anche per Susanna Camusso: «Si ragionava di più con Epifani, forse (lei) parla troppo della Fiat e di Marchionne sui media e troppo poco con noi». Ci suggerisce Giorgio Airaudo, responsabile auto del sindacato dei metalmeccanici della Cgil: «In queste ricostruzioni dei rapporti con la Fiom e su quelli fra Fiom e Cgil, ho l'impressione che Marchionne non sia stato molto ben consigliato». Eppoi anche in America Marchionne ha cambiato interlocutori nel sindacato, con qualche problema. Se il capo di Uaw, Ron Gettelfinger, gli concesse tutto alla Chrysler nel 2009, compresa la rinuncia al diritto di scioperare fino al 2014, il successore Bob King l'ha lasciato in sala d'attesa a far fuoco e fiamme per la firma del rinnovo del contratto, preferendo incontrare prima i dirigenti della Gm. Una lezione di stile. Che per altro non manca al capo di FiatChrysler: ha dato l'intervista sul giornale che possiede al giornalista che per primo gli ha fatto i conti in tasca e non gli ha mai risparmiato critiche dure. Se Marchionne costruisse macchine con la stessa classe, chissà che le fabbriche italiane potrebbero avere un futuro migliore.


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il manifesto

SABATO 25 FEBBRAIO 2012

INTERNAZIONALE SIRIA · Una settantina di paesi riuniti per decidere come sbarazzarsi di Assad, ma non tutta l’opposizione ci sta

Gli «amici» a Tunisi, Kofi a Damasco G

li «amici della Siria» che si sono ritrovati ieri a Tunisi assomigliano molto agli «amici della Libia» che si riunirono a Parigi nel marzo scorso. Amici per fare che? Non per cercare una mediazione fra i due bandi che si combattono - ieri in Libia oggi in Siria - ma per promuovere, con qualsiasi mezzo, un cambio di regime, dipingendo una delle due parti in guerra come il bene assoluto (della libertà e della democrazia) e l’altra come il male assoluto. Ovviamente non è così (si veda quello che sta accadendo giornalmente nella nuova Libia) ma... Ma il copione è quello. Ed è stato ripresentato ieri a Tunisi, anche se questa volta l’opposizione netta (finora) di Mosca e Pechino a un «intervento umanitario» esterno nonché la consa-

Lega araba e Nazioni unite nominano l’ex segretario generale inviato speciale pevolezza di tutti gli «amici» che la Siria non è la Libia e il suo crollo potrebbe avere effetti domino dirompenti per il Medio Oriente (e oltre, l’Iran), rende forse un po’ più prudenti e consiglia di tentare ancora la carta della mediazione. Così ieri al Palazzo di vetro newyorkese delle Nazioni unite, l’Onu e la Lega araba hanno nominato l’ex segretario generale ed ex Nobel per la pace Kofi Annan, africano del Ghana, quale «inviato speciale» per la Siria. Russia e Cina hanno dato il «benvenuto» alla nomina e al tentativo. Ma il successo della missione - già difficile - dipenderà dal mandato che l’ex segretario generale ha ricevuto. Se l’unico obiettivo sarà quello di convincere Assad e i suoi ad andarsene e ad aprire la strada al «regime change» eterodiretto le già scarse chanches di successo si ridurrebbero a zero e lui si sarebbe prestato solo a un’operazione destinata a fallire per potere aprire la strada ad altri «inevitabili» passi. Passi che già ieri si sono intravvisti nella sede della conferenza. Il presiden-

SOSTENITORI DEL PRESIDENTE ASSAD IN UNA STRADA DI DAMASCO/FOTO REUTERS

te tunisino Moncef Marzouk, aprendo i lavori, ha auspicato «un intervento arabo» in Siria, l’invio di una «forza peace-keeping araba», offrendo magari ad Assad e famiglia «l’immunità giudiziaria» e anche il luogo dell’esilio (la Russia). Anche il ministro degli esteri del Qatar, Hamad bin Jassin al Thani (non ci crederete...) ha appoggiato l’idea di «una forza internazionale araba» per la Siria. Ancora meglio il ministro degli esteri saudita: il principe Saud al Faisal, non solo ha trovato «eccellente» la richiesta perorata a Tunisi dal Consiglio nazionale siriano (il gruppo d’opposizione basato all’estero ma più ascoltato dagli «amici») di mandare agli oppositori anti-Assad armi (che peraltro già arrivano, stando a quanto affermano loro stessi, «non direttamente da governi stranieri» bensì «da oppositori siriani all’estero»), ma trovando «inefficaci» questo tipo di incontri e non essendo state accolte le sue richieste di immediati «provvedimenti per un cambio di potere a Damasco perché concentrarsi solo sull’arrivo di aiuti umanitari non basta», ha deciso

SOMALIA

Raid aereo sugli shebaab fra i morti diversi «stranieri» Il gruppo armato fondamentalista di al Shabaab è in tutta evidenza sotto tiro. Due giorni fa l’annuncio del ritiro da Baidoa, la seconda città più importante (dopo Kisimayo) sotto il loro controllo, dopo l’entrata in forze dei militari etiopici e degli uomini del Governo federale transitorio («ritirata tattica», avevano giustificato la ritirata). Ieri un attacco aereo ha colpito un convoglio di Shebaab in una area del Basso Shabelle, 60 km a sud di Mogadiscio, uccidendone almeno 4, di cui 3 secondo testimoni sembravano stranieri «di origine europea o asiatica» e uno «un jihadista kenyota». Gli elicotteri hanno sparato almeno 5 missili sul convoglio. In al Shabaab, che di recente ha annunciato la sua adesione piena a al Qaeda, sembra militino intorno a 200 jihadisti stranieri, alcuni dei quali venuti dagli Usa e dall’Europa. L’attacco aereo di ieri è stato assai più contundente di quelli portati finora dalle truppe del Kenya, entrate nel sud della Somalia per dare la caccia agli Shebaab. Ci sono gli Usa che hanno una base militare nel confinante Gibuti, da dove hanno sferrato attacchi con i droni. Anche la Francia ha una base a Gibuti... Finora però i raid aerei sul sud somalo non sono stati rivendicati da nessuno, anzi smentiti ieri da un portavoce militare kenyota e anche, giovedì, dal segretario di stato Usa Hillary Clinton nella conferenza internazionale sulla Somalia di Londra («non una buona idea»). Dove li ha però sollecitati il premier del Gft somalo Abdiweli Mohammed Ali.

di ritirarsi sdegnato dal summit. Ha fatto sapere che «non parteciperà più a iniziative che non prevedano anche la protezione del popolo siriano». A cui il regime saudita tiene moltissimo. Alla conferenza degli «amici» erano presenti una settantina di paese, fra cui Usa (Hillary Clinton) ed europei, oltre amolti arabi (non Cina e Russia). Il ministro degli esteri francese Alain Juppé ha precisato che questa volta - al contrario che per la Libia - la Francia non ha opzioni militari sul tavolo e non ne prevede «senza un mandato internazionale». L’inglese William Hague ha anticipato un prossimo e scontato riconoscimento ufficiale del Cns quale «unico rappresentante legittimo del popolo siriano». La tv statale siriana ha bollato la conferenza come un incontro fra «nemici storici degli arabi» e «simboli del colonialismo». A Tunisi qualche decina di sostenitori di Assad ha cercato di entrare con la forza nell’hotel dove si riunivano gli «amici». Respinti dalla polizia. Non tutta l’opposizione ad Assad però era a Tunisi. Il "Comitato nazionale di coordinamento per il cambiamento democratico" (il principale gruppo d’opposizione all’interno della Siria), presente come osservatore, ha deciso di non partecipare sostenendo che gli «amici» e le loro iniziative escludono altre voci del dissenso e aprono la strada a un intervento militare esterno, a cui il Nccdc è decisamente contrario. In Siria, ieri altri scontri e altri morti (specie nella città assediata di Homs e a Hama). Domani è fissato il referendum sulla nuova costituzione proposta da Assad. Propone fra l’altro la fine del regime monopartitico del Baath (al potere dal ’63), il limite di due mandati per il presidente della repubblica. Novità non trascurabili. Ma ormai, con ogni probabilità, è troppo tardi. s.d.q.

Dopo il Corano brucia anche il paese: 12 morti Giuliano Battiston

S

empre più pesante, in Afghanistan, il bilancio delle manifestazioni contro la dissacrazione di alcune copie del Corano, trovate bruciate all’inizio della settimana nella base militare statunitense di Bagram, a nord di Kabul. Nel quarto giorno di proteste (foto Reuters), alle diciassette vittime accertate finora ne vanno aggiunte almeno altre dodici. Sette nella sola provincia di Herat, dove ha sede il contingente italiano. Gli scontri più duri sono avvenuti nel distretto di Adraskan, dove sono morte quattro persone, mentre un migliaio di manifestanti hanno cercato di assalire il consola-

to americano nella città di Herat. Scontri anche a Kabul, dove per tutto il corso della giornata si sono alternate manifestazioni in varie parti della città, con un corteo che ha cercato di raggiungere il quartier generale della Nato, e nelle province di Baghlan, Khost, Kunduz, Bamiyan, Ghazni e Nangarhar, dove quattromila persone hanno bloccato la strada che da Jalalabad conduce a Kabul. Assaliti anche dei compound militari francesi, norvegesi e americani. Da parte loro, i tedeschi hanno fatto sapere di voler anticipare di un mese la chiusura di una base a Taloqan, nella provincia di Takhar. Cresce il numero dei morti, dunque, e cresce il timore della comuni-

tà internazionale. A nulla sono servite le scuse dei giorni scorsi. Dopo il segretario alla difesa Usa Leon Panetta, due giorni fa anche Barack Obama si era scusato per l’accaduto con una lettera indirizzata al presidente Karzai, assicurando un’inchiesta rigorosa e trasparente, mentre il generale John Allen, capo delle forze Isaf-Nato, ieri è tornato a rivolgersi agli afghani, chiedendo pazienza e sostenendo che «lavorare con la leadership afghana» e aspettare i risultati dell’inchiesta ufficiale «è l’unico modo per correggere questo grande errore e impedire che accada di nuovo». Parole respinte al mittente dai manifestanti, della cui rabbia i Taleban cercano di approfittare: giovedì l’Emirato islamico d’Afghanistan ha pubblicato due messaggi ufficiali. Con il primo, invitava i giovani afghani, specie quelli che lavorano «nell’apparato della sicurezza del regime di Kabul, a obbedire ai propri obblighi religiosi e nazionali, pentendosi dei peccati passati» e «rivolgendo le armi contro gli infedeli invasori» (2 soldati Usa sono stati uccisi giovedì da un militare afghano). Con il secondo messaggio, i turbanti invitavano la popolazione a «non accon-

tentarsi di mere proteste e slogan vuoti», per «colpire le basi militari degli invasori, i convogli, le truppe…Uccidiamoli, colpiamoli, facciamoli prigionieri», questa l’esortazione dei turbanti neri. L’appello era rivolto a tutti i membri dell’Ummah islamica, e chiedeva esplicito sostegno a due influenti scuole teologiche, quelle di Darul Uloom Deoband e di Al Azhar. La risposta non si è fatta attendere: un portavoce del ministero degli esteri pakistano ha condannato nel modo più assoluto la profanazione del Corano, e in alcune città del Pakistan il partito islamista Jammat-eIslami ha organizzato proteste, avvenute anche in Bangladesh e in Malesia, mentre dall’Iran è arrivata la voce del religioso sciita Ahmad Khatami, che con una messaggio radiofonico ha fatto sapere che «le scuse sono un imbroglio. Il mondo deve sapere che l’America è contro l’Islam». Dagli Usa sembra dargli ragione il candidato repubblicano alla presidenza, Newt Gingrich, che ha criticato Obama per le scuse rivolte a Karzai, definendole un «oltraggio» e suggerendo che sia «Karzai a scusarsi con il popolo americano».

Hugo Chavez a Cuba: nuova operazione Il presidente Hugo Chavez è partito ieri per l’Avana dove sarà di nuovo operato per rimuove una formazione di 2 centimetri di diametro e la cui origini non è ancora certa, anche se, ha detto in una lunga ed emotiva diretta tv, «le probabilità che sia di natura maligna sono superiori a quelle che non lo sia». Ma Chavez si è detto certo di «vincere la battaglia». Nel giugno scorso gli fu rimosso un brutto tumore, sempre all’Avana, nella regione pelvica e in ottobre aveva annunciato di «aver sconfitto il cancro». L’Assemblea nazionale gli ha dato l’ok per lasciare il paese ma lui continuerà a governare da Cuba pur avendo delegato i poteri al suo vice, Elias Jaua. Incognite si aprono sulle sue possibilità di partecipare in piena forza alla campagna per le presidenziali di ottobre.

INDIA

Marò italiani: oggi la prova balistica La prova balistica che sarà realizzata oggi sulle armi a bordo della petroliera "Enrica Lexie" dovrà sciogliere un dilemma e «dire se è giusta la tesi della magistratura indiana» (omicidio) o «quella dei legali dei nostri militari» (spari di avvertimento). Lo ha detto ieri il sottosegretario agli esteri italiano Staffan de Mistura, rientrato a New Delhi dal Kerala dove ha incontrato le autorità locali ed i marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. De Mistura ha ribadito «la consapevolezza che le vittime sono pescatori e non pirati».

Palestina/RAGAZZO UCCISO DAGLI ISRAELIANI

Gerusalemme, Hebron tensione alle stelle Michele Giorgio

AFGHANISTAN · Manifestazioni di protesta contro gli americani e gli occidentali

VENEZUELA

INVIATO A HEBRON (CISGIORDANIA)

U

n giovane ucciso a Kalandia. Le due città sante della Palestina in fiamme. I territori palestinesi e l’occupazione israeliana tornano in primo piano. Talat Ramia, 25 anni, colpito ieri in pieno petto da un proiettile sparato dai soldati al valico di Kalandia, tra Ramallah e Gerusalemme, si è spento in ospedale. I medici hanno fatto il possibile per rianimarlo ma non sono riusciti a salvarlo. Scontri seguiti a quelli violenti, con 35 palestinesi (e alcuni poliziotti israeliani) feriti, divampati sulla spianata della moschea di al Aqsa a Gerusalemme al termine della preghiera islamica. A Hebron, la città dei Patriarchi, soldati e guardie di frontiera hanno disperso con una pioggia di lacrimogeni e granate assordanti, due cortei organizzati in occasione della giornata di lotta per la riapertura di Shuhada street, la più importante via di comunicazione all’interno della città vecchia di Hebron, chiusa dall’esercito israeliano nel 2000. Causa dell’impennata di tensione a Gerusalemme, sono i ripetuti proclami dell’ala più estrema del Likud, il partito del premier israeliano Netanyahu, e della destra ultranazionalista sull’imminenza di «perlustrazioni» nel recinto di al Aqsa e della moschea della Roccia, in vista della ricostruzione del tempio ebraico in quel sito. Proclami, perlustrazioni e «passeggiate» della destra non sono una novità nella storia recente della Spianata di al Aqsa. E le conseguenze di queste provocazioni sono state sempre gravi. Nel 1990, venti palestinesi uccisi e poi nel settembre 2000 la «passeggiata» tra le due moschee dell’ex premier israeliano Ariel Sharon, all’epoca capo dell’opposizione, con il suo drammatico bilancio di morti e feriti, innescò la seconda Intifada palestinese. Ora un dirigente del Likud, Moshe Feiglin, icona del movimento dei coloni, chiede che Israele prenda il pie-

no controllo della spianata di al Aqsa amministrata dal Waqf islamico. A Hebron, città della Tomba dei Patriarchi/Moschea di Ibrahim, divisa in due parti, H1 e H2, dagli accordi firmati da Netanyahu e l’ex presidente palestinese Yasser Arafat, il clima è sempre più irrespirabile. In particolare nella zona H2, dove 500-600 coloni israeliani ultranazionalisti si sono insediati tra oltre 20mila abitanti palestinesi. Poche centinaia di persone che, protette dalle forze armate, impongono la loro volontà ai vicini palestinesi. L’impossibilità di condurre una vita normale ha indotto molti residenti arabi ad andare via, gli altri vivono nascosti. Una condizione ben rappresentata dalla casbah semideserta e soprattutto da via Shuhada. Un tempo questa era un’arteria cittadina piena di vita, di negozi e di botteghe artigiane. Ospitava la stazione dei bus e quella dei taxi, il mercato della frutta e un antico bagno turco. Ora non c’è quasi più nulla. Resistono solo le scuole. A chiedere la chiusura di via Shuhada sono stati «per ragioni di sicurezza» i coloni che vivono nei sei insediamenti vicini alla strada. Nel 2010 i comitati popolari di Hebron, in accordo con gruppi di solidarietà internazionali e israeliani, hanno proclamato il 25 febbraio - 18esimo anniversario del massacro di 30 palestinesi nella Tomba dei Patriarchi da parte del colono Baruch Goldstein - giornata di lotta per la riapertura di Shuhada Street e per il libero movimento dei palestinesi ad Hebron. E in città nell’ultima settimana si sono tenute iniziative e dibattiti. Due cortei, con centinaia di attivisti giunti anche dall’estero e da Israele, ieri hanno provato a raggiungere via Shuhada per chiederne la riapertura. Ad accoglierli però hanno trovato i reparti antisommossa della guardia di frontiera e soldati: granate assordati, candelotti lacrimogeni, getti d’acqua nauseabonda. Una decina di attivisti feriti in modo leggero, Altri portati via dalle ambulanze


il manifesto

SABATO 25 FEBBRAIO 2012

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INTERVISTA

Libia • Si presenta così Abdelhakim Belhadj, già leader degli islamisti integralisti e guida della rivolta

contro Gheddafi, ora capo militare della capitale libica: «Milizie pericolose, ma niente rischio guerra civile»

«No, Belhadj non è il nuovo re di Tripoli»

TRIPOLI, SFILANO LE MILIZIE ARMATE. SOTTO ABDELHAKIM BELHADJ/FOTO REUTERS

Amedeo Ricucci (*)

C

he sia il nuovo re di Tripoli lo si capisce dal vociare sommesso di chi fa la fila da ore nell’anticamera del suo ufficio, presidiato da un bel po’ di uomini armati e in uniforme, che filtrano le varie richieste del pubblico e stabiliscono l’ordine di entrata di tutti. A sorpresa, invece, Abdelhakim Belhadj si presenta all’appuntamento con noi in borghese e con un look piuttosto dimesso rispetto al combattente fiero e impettito che avevamo visto espugnare la città a fine agosto. Sembra semmai un notabile democristiano d’altri tempi, tutto pazienza, retorica e salamelecchi. «Abdelhakim Belhadj non è affatto un re – dice di sé, sorridendo sotto la barba corta e curata – è un semplice cittadino, che ha dato il suo contributo come tutti i libici - alla Rivoluzione del 17 febbraio. E voglio rassicurare i media internazionali: non ho alcuna ambizione al comando, mi limito a la-

vorare per garantire una maggiore sicurezza al mio paese in questa difficile fase di transizione». Ma non pensa che lo strapotere delle milizie armate, spesso in lotta fra loro, sia oggi il principale ostacolo alla sicurezza? È vero, qui a Tripoli ci sono ancora molte milizie armate e questo crea qualche problema. Ma trovo tutto sommato che sia fisiologico, viste le dinamiche che hanno caratterizzato la nostra rivoluzione. In ogni quartiere, così come in ogni villaggio e città sono sorti infatti dei gruppi che si sono organizzati e armati per combattere il vecchio regime. Oggi sono loro che garantiscono la sicurezza. Spariranno man mano che riusciremo a riassorbire i combattenti nelle nuove forze armate e di polizia, oppure destinandole ad altri incarichi. Ma tranquillizzatevi: la Libia non rischia nessuna guerra civile. C’è solo qualche scaramuccia, fra le varie milizie, e per futili

motivi. Niente di cui preoccuparsi. Lei è stato fra i fondatori del Libyan Islamic Fighting Group (Lifg) che si è opposto con le armi a Gheddafi negli anni ’90. E’ vero che gli ex combattenti del Lifg hanno avuto un ruolo di primo piano nella Rivoluzione, almeno in alcune regioni? Non rinnego affatto il mio passato. Abbiamo provato con il LIFG a combattere il regime di Gheddafi e la repressione del regime è stata spietata.

Ma erano altri tempi e quei tempi sono finiti. La rivoluzione del 17 febbraio è nata invece su basi diverse, non ideologiche. Proprio per questo è diventata una vera rivoluzione di popolo. Certo, anche i combattenti che stavano con il LIFG hanno fatto la loro parte, ma individualmente e non su basi organizzate. Si sono semmai mobilitati quartiere per quartiere, città per città, come tutti gli altri cittadini libici. Resta il fatto che in Cirenaica, a Bengasi e soprattutto a Derna, ci sono stati gruppi di combattenti che si ispiravano apertamente all’islam più militante… Ripeto, è stato il popolo libico a rivoltarsi il 17 febbraio e se ci sono stati dei gruppi più religiosi e più militanti questo non autorizza nessuna a etichettare come estremista quella che è stata una rivoluzione di popolo. Ci sono rapporti di intelligence che denunciano negli ultimi mesi l’infiltrazione in Libia di diversi membri di Al Qaeda dal Pakistan e dall’Afghanistan. Qual è la sua opinione al riguardo? Sono tutte chiacchiere. Al Qaeda in Libia non esiste e non potrà mai avere delle basi. Perché il popolo libico è impermeabile al messaggio ideologico che Al Qaeda porta avanti. Chi dice il contrario non conosce la Libia oppure vuole screditarci. Ci sono diversi combattenti libici che sono partiti per la Siria. Ce lo conferma? Anche in questo caso si tratta di scelte individuali, che non meritano tutta questa attenzione. Il popolo libico soffre ed è ovviamente solidale con i fratelli siriani e con la loro rivoluzione. C’è perciò chi ha deciso di andare in Siria e di mettersi a disposizione. Ma non c’è stato alcun supporto logistico e nessuna organizzazione di queste partenze da parte delle nuove autorità libiche. Sono scelte personali, che non hanno sponsor. Un’ultima domanda. Lei e molti altri combattenti del LIFG siete stati amnistiati nel 2010 e avete lasciato il carcere di Abu Salim grazie all’iniziativa personale di Saif Al Islam,

ABDELHAKIM BELHADJ E L’ISLAM INTEGRALISTA

Dietro la sua faccia più presentabile

È

stato il Guardian a denunciare per primo presunte infiltrazioni di Al Qaeda in Libia. L’attuale numero due dell’organizzazione, Abu Yahya Al Liby, alias Mohammad Hassan Qaid, considerato da diversi servizi di intelligence come il vero successore di Osama Bin Laden, è infatti un libico, già combattente del Lifg, sodale e amico di Abdelhakim Belhadj, che combattè al suo fianco ai tempi della jihad in Afghanistan contro l’occupazione sovietica. Abu Yahya Al Liby punterebbe a fare oggi della Libia un nuovo santuario di Al Qaeda, viste le difficoltà incontrate negli ultimi tempi nelle zone tribali del Pakistan, sotto la pressione crescente dei droni americani. Non a caso il 5 dicembre scorso Abu Yahya Al Liby si è rivolto in video ai suoi connazionali, invitandoli a non deporre le armi finchè non verrà proclamata la sharia sul territorio libico. E in gennaio 2 membri influenti di Al Qaeda sarebbero sbarcati in Libia, per organizzare una rete affidabile, contando soprattutto sulle cellule del Lifg in Cirenaica, a Bengasi e soprattutto a Derna. Derna è stata ribattezzata dalL’«Economist» ha l’Economist la «capitale mondiale» del terrorismo islamico. Questa picribattezzato Derna cola città costiera conta infatti mecome la «capitale no di 100mila abitanti ma può vantare diverse centinaia di combattenti mondiale» del integralisti, molti dei quali sono stati terrorismo islamico in Iraq e in Afghanistan. Quando nel 2007 l’esercito americano diffuse una lista dei muhaiddjn stranieri che combattevano a fianco degli insorti, in Iraq, si scoprì che dei 112 cittadini libici identificati ben 52 (fra cui diversi kamikaze) venivano da Derna. E non è un caso se nel marzo scorso, all’inizio della rivolta contro Gheddafi, proprio a Derna venne proclamato un «emirato islamico», sotto l’egida di Abdulhakim Al Hasadi, anch’egli reduce dell’Afghanistan, catturato a Pehawar e consegnato agli americani, liberato infine dal carcere libico di Abu Salim nel settembre 2010, assieme al nuovo re di Tripoli, Abdelhakim Belhadj. La notizia dell’emirato venne poi smentita, per non indispettire le potenze occidentali che appoggiavano la Rivoluzione del 17 febbraio. Ed oggi a Derna liquidano in tutta fretta ogni domanda sull’argomento, limitandosi a ripetere che Derna è solo una città «molto religiosa», che vanta una lunga storia di opposizione al regime di Gheddafi. La porosità dei confini a sud della Libia in questa fase di instabilità politica, l’ampia disponibilità di armi rubate dagli arsenali di Gheddafi e le possibili sinergie con Al Qaeda nel Maghreb Islamico (Aqmi) – ma anche con la nuova guerriglia tuareg in Mali e soprattutto con il gruppo integralista dei Boko Haram in Nigeria - sono ulteriori elementi che rendono praticabile una tale strategia, in un’area peraltro molto vasta e incontrollabile. Del resto, uno dei leader dell’Aqmi, Mokhtar Belmokhtar, non ha avuto nessun problema nel riconoscere pubblicamente di aver recuperato una parte delle armi trafugate dagli arsenali di Gheddafi. E non bisogna dimenticare che all’appello mancano sempre 17mila missili Sam 7, terra-aria, capaci di fare grandi danni. Dietro la facciata sempre più presentabile di Abdelhakim Belhadj c’è dunque tutta una galassia integralista in movimento. (Ame. Ric. *) nel quadro del suo progetto «riformista». Si sente riconoscente nei suoi confronti? E cosa ci può dire circa il suo processo? Noi non vogliamo vendicarci. Garantiremo a Saif al Islam le migliori condizioni per la difesa, in un processo che sarà giusto e conforme alle nostre leggi. È normale e legittimo che si voglia giudicarlo qui, in Libia, e c’è già un team al lavoro per raccogliere tutti

gli elementi per valutare le responsabilità di Saif Al Islam nei crimini di guerra perpetrati dal regime nei confronti del popolo libico. Gli indizi a suo carico sono gravi, ma verranno valutati con tutta l’attenzione che serve. (*) Questi appunti fanno parte di un reportage su “Libia ieri, oggi e domani” che la RAI manderà in onda nelle prossime settimane, all’interno della trasmissione «La Storia siamo noi».

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Damasco sulla via di Tripoli DALLA PRIMA Gian Paolo Calchi Novati Alcune nazioni arabe, le potenze occidentali, forse la Turchia hanno come solo fine il famoso "regime change" che ha un significato molto diverso dall’autodeterminazione dei popoli e che in teoria non rientra neppure nei compiti dell’Onu. Infiltrazioni di truppe speciali, contractors, esperti di intelligence e travaso di armi starebbero già avvenendo. Qualche dubbio resta se Israele preferisce un Assad in ambasce o un Assad massacrato dalla folla aprendo un vuoto di potere dagli esiti imprevedibili. L’Onu ha sancito in una risoluzione che fa testo la Responsabilità a Proteggere (il cosiddetto RP). Se il governo in carica non rispetta i diritti fondamentali della cittadinanza, i paesi terzi hanno il diritto e al limite il dovere di agire per far cessare gli abusi. Sappiamo tutti che ci saranno sempre disparità e un trattamento diverso fra grandi e piccoli ma questo è ancora il meno perché appartiene al realismo della politica internazionale. La dottrina internazionalistica ha chiarito la perfetta congruenza con questa risoluzione di pressioni, sanzioni, esclusione dal novero della comunità internazionale. Resta però valida la Carta sul punto dell’azione militare. Né gli stati singolarmente né le coalizioni o organizzazioni regionali

e internazionali possono fare la guerra se non per motivi strettamente difensivi. Tanto meno lo può la Nato, che è un residuato della guerra fredda e che come tale viene percepita anche se portasse ghirlande di fiori. Fausto Pocar scrive letteralmente in un articolo pubblicato nell’ultimo numero della rivista dell’Ispi (Quaderni di Relazioni Internazionali) che l’insieme delle norme del diritto internazionale vigente induce a ritenere che le operazioni militari siano riservate agli "appropriate competent bodies". Un organismo competente appropriato sareb-

Assad cerca l’auto-conferma discutendo solo con una parte dell’opposizione. E allora? Lo ha fatto la Francia in Algeria, lo fanno gli Usa in Afghanistan be ovviamente l’Onu. L’Onu ha regole ritenute defatiganti e inconcludenti ma anche i decretilegge più urgenti nei sistemi di tipo democratico devono essere approvati dal parlamento. D’altra parte, l’Onu ha perso molta della sua credibilità e delle sua stessa legittimità proprio negli ultimi anni. Troppe guerre senza nessuna convalida e senza controlli sulla conduzioni delle operazioni. Troppe risoluzioni applicate in

modo unilaterale con forzature di contenuto e intensità o addirittura misinterpretate a fini di parte. L’aggiunta di un’espressione innocua come «altre misure» in un testo che fa appello a un’azione combinata contro una situazione infausta (come sarebbe avvenuto nel caso dell’ultima risoluzione del Consiglio di sicurezza bocciata dal veto di Russia e Cina) è sospetta in quanto può diventare una breccia per il passaggio senza altre mediazioni ai bombardamenti. Torna a proposito ricordare come venne usata dalla Francia e dalla Gran Bretagna la risoluzione 1973 sulla Libia. In questa prospettiva, la natura effettiva del fronte combattente è un fattore secondario. Il presidente Assad ha messo in moto una procedura di auto-conferma accettando di discutere con la parte più disponibile dell’opposizione. È inutile scandalizzarsi: è la tattica impiegata da tutte le potenze impegnate in una guerra di repressione. Lo ha fatto la Francia in Algeria aggirando il Fln alla ricerca di un’ipotetica "terza forza" e lo stanno facendo gli Stati Uniti negoziando con i taliban «moderati». Non è affatto detto che ci siano i margini per un compromesso accettabile evitando il peggio, ma, pur evitando di idealizzare gli scenari internazionali di altre epoche storiche, sarebbe veramente triste se nell’era della globalizzazione la diplomazia fosse ridotta a decidere i modi e i tempi di una nuova guerra.


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il manifesto

SABATO 25 FEBBRAIO 2012

CULTURA

LEGGENDARIA EINAUDI

Un marchio da collezione Mariarosa Bricchi

A

ottant’anni appena compiuti la Einaudi di oggi è una casa editrice che ha poco in comune con quella delle origini. È questa la prima considerazione – ovvia ma non inutile – che vien da fare leggendo I verbali del mercoledì. Riunioni editoriali Einaudi 1943-1952 a cura di Tommaso Munari, prefazione di Luisa Mangoni (pp. LXVII-533, euro 40). Dunque questi verbali sono, prima di tutto, un documento storico: la testimonianza di una fase della civiltà editoriale – non solo einaudiana, ma italiana – diversa da quella di oggi, a dispetto del ricorrere delle sigle. Andiamo per differenze: due sono quelle, macroscopiche, che risaltano subito alla lettura. Il metodo di lavoro testimoniato dai verbali aveva, se altre mai, una costante: partire, sempre, non dal singolo libro ma dal progetto. Il vero, irrinunciabile impegno delle riunioni del mercoledì era quello di tenere salda la barra di una direzione intellettuale – che il marchio, le collezioni e, giù giù, i singoli libri devono declinare e inverare. In un sistema dove i libri, organizzati in legioni e guarnigioni o, fuor di metafora, in collane, combattono una battaglia ideologica e civile, uno schieramento in campo ordinato e razionale è importantissimo. Questa è infine la celeberrima collanologia einaudiana: un sistema dove il contenitore è strumento di selezione e garanzia del contenuto, a sua volta costantemente sottoposto a verifica di adeguatezza. «La casa Einaudi non sbaglia, soprattutto nell’impostazione delle collezioni. Può sbagliare un libro, ma non una grande serie», scriveva Giulio Einaudi nel 1942, a nean-

Usciti in concomitanza con il centenario della nascita di Giulio Einaudi, «I verbali del mercoledì» testimoniano una fase dell’editoria chiusa da tempo che dieci anni dalla fondazione della sua casa editrice. Questa affermazione – orgogliosa, pericolosa, fascinosa – è un vademecum e una chiave di volta: di lì si diramano, come da un centro ideale, la vicenda della Einaudi dalle origini, e le linee guida per comprenderla. Nell’evolversi della storia editoriale italiana (ma anche europea e americana) le cose sono andate diversamente. Il ruolo delle collane si è indebolito a vantaggio di una concentrazione crescente sul libro come individuo, disaggregato, nei casi estremi, da ogni rapporto – sia esterno o ideologico – con il catalogo. Lo scarto non è solo formale: entrano in gioco, prima ancora del sistema di rapporti creato da una collezione, i criteri di scelta, cioè a dire i percorsi dell’invenzione editoriale, guidati dal collante di una tensione ideologica pervasiva in una caso, concentrati sul singolo evento più che sull’insieme nell’altro. Seconda differenza. La spina dorsale della Einaudi sono stati la saggistica e i classici. Non la narrativa. Che, nei verbali fino al ‘52 compare, sì, ma in netto subordine. Mentre è alle grandi collezioni di storia e di filosofia, di manuali giuridici e tecnici, di politica e di strumenti scientifici che l’editore affida la sua missione sociale e pedagogica. Quella furia di costruire il futuro

di cui ha parlato Ernesto Ferrero passava attraverso la trasmissione di una cultura che si voleva condivisa, l’educazione a leggere per imparare, l’immagine di una società intera che si forma; piuttosto che il piacere sofisticato, il naufragio fantastico e privatissimo, la solitudine intellettuale di un uomo che legge un romanzo. Se di narrativa si tratta, che sia allora come sono i Gettoni: garantita dalla gabbia ferrea di un progetto e perimetrata dalla compresenza di fiction e – alla pari – di valore documentario. Le classifiche di oggi, ma anche semplicemente uno sguardo al genere dei libri pubblicati, dicono qualcosa di molto diverso: romanzi, romanzi, romanzi; saggistica di impostazione narrativa; romanzi-saggi e saggi-romanzi. La narrazione vince sull’argomentazione. Questo non significa che di fronte alla scelta tra «leggere per pensare» e «leggere per non pensare» prevalga necessariamente la seconda opzione: accanto all’intrattenimento, la narrativa importante, che sfida e fa riflettere, c’è. Suggerisce piuttosto che il nostro modo di tendere il pensiero passa con più difficoltà attraverso le arcate ragionative della saggistica di impianto tradizionale; e si acquatta invece con agio nell’articolazione delle storie. Col risultato di un capovolgimento

di segno delle strategie editoriali: nei cataloghi della Einaudi di oggi – come di ogni editore che pubblica sia narrativa sia saggistica, i romanzi hanno un peso economico, e spesso numerico, superiore. Tensione pedagogica, dunque nei verbali della vecchia Einaudi, e regole. Ad applicarle, personaggi che sono entrati, oltre che nella storia, nella leggenda del Novecento: Leone Ginzburg e Cesare Pavese,

Alchimie / NEL CATALOGO INVESTIMENTI A LUNGO TERMINE E IMMEDIATE SCOMMESSE

Tra lento Progetto e Attualità bruciante, sfumate dialettiche di prospettive temporali Andrea Cortellessa

«I

tempi ed Einaudi sono maturi per una collana di cultura giuridico-politica». La frase è di Norberto Bobbio, che la pronunciò al Consiglio editoriale del 12-13 gennaio 1949. Al di là del merito a interessare – leggendo un libro del genere, quasi il diario di bordo di quella nave su flutti poco tranquilli che sempre è stata l’Einaudi – è la dizione in sé: la sua struttura legata appunto al tempo. I tempi sono maturi… richiama infatti l’espressione simmetrica, più spesso usata in negativo: per appunto negare la pubblicazione di un determinato testo, l’inaugurazione d’una collana, l’«apertura» a un certo autore. Come quando nel ’47 – per citare il «caso» più famigerato, entro il periodo di questi primi «mercoledì» documentati: in nessuno dei cui «verbali», però, se ne trova traccia – a Primo Levi qualcuno disse che «il momento non era opportuno» per la pubblicazione di Se questo è un uomo (che infatti uscì l’anno seguente, nel disinteresse generale, presso la piccola De Silva diretta da Franco Antonicelli; per essere ripreso da Einaudi – ma con ancora la cautela di collocarlo nella collana dei «Saggi» – solo nel ’58). Dirà a posteriori e sine ira, Levi in un’intervista dell’86, che una frase come quella gliel’aveva detta Natalia Ginzburg. Ma quali segnali avvertono che i tempi sono maturi? Non ci sono regole a priori: quel tanto di esprit de finesse che decide la qualità d’un lavoro culturale è tutto qui. Studiare nel dettaglio il lavoro culturale, ap-

punto, più importante del Novecento italiano può essere allora una pratica preziosa: dettata non solo, voglio dire, da una disinteressata passione documentaria. Un organismo così complesso come fu una casa editrice dalle ambizioni dell’Einaudi non poteva che reggersi su una dialettica quanto mai sfumata di prospettive temporali. Da un lato il lungo termine del Progetto (che, prima di farsi mitologia nelle rievocazioni postume, era effetto – com’è sempre,

Nella documentazione delle riunioni einaudiane il diario di bordo di una nave abituata a navigare su flutti ben poco tranquilli per paradosso solo apparente – di una concreta e minuziosa pratica quotidiana), dall’altro il bruciare dell’Attualità. Una dicotomia espressa da Pavese con una battuta: «le case editrici si misurano a decenni, non a mesi». Si pensi alla collana forse fra tutte esemplare, nel periodo in oggetto, i «Gettoni» (familiarmente definiti, nelle riunioni, «collezione Vittorini»): che nasce dalle ceneri di una collana di testi brevi e d’intervento, sempre familiarmente detti «corpuscoli», cui era stato infine appunto Pavese a opporsi. Proprio Natalia Ginzburg ne parlò al direttore designato, nel dicembre del ’49, come d’una «collana “sperimentale”»: de-

stinata a ospitare «tutti i libri italiani di lettura più difficile, mentre nei “Coralli” terremo, con gli stranieri che diano una certa garanzia di successo, gli italiani di lettura più immediata e di una certa fama». Dunque la sede per definizione deputata all’investimento a lungo termine (sin dal nome legata alla metafisica della scommessa, dell’azzardo) proseguiva una linea concepita all’inizio per quelli che oggi definiremmo instant-book… (L’esplicita dicotomia evocata dalla Ginzburg, poi, sta a indicare che la famosa alchimia tra qualità – da proiettare nei tempi lunghi in cui formare catalogo e parco-autori – e mercato – con cui far quadrare i conti, invece, nell’immediato – non era tenuta poi così separata dalle questioni di contenuto: almeno nei contatti informali che accompagnavano il rituale settimanale del think tank.) Ma la scelta di tempo era fondamentale anche nelle questioni – per tradizione le più spinose, in queste occasioni di rilettura – legate all’ideologia. Al rapporto più o meno organico col Pci, cioè, e alle scelte che ne derivavano nei confronti di autori, e interi ambiti culturali, che «organici» non potevano essergli considerati. I due casi più noti, legati ai nomi di Nietzsche e Heidegger, ci raccontano due storie opposte. Se al secondo si opposero pregiudizialmente, nel novembre del ’49, Antonio Giolitti e Carlo Muscetta («Dopo Jaspers, Kojève e Löwith, un Heidegger sposterebbe decisamente il già pericolante equilibrio della collana»), la questione del primo risulta ben più sfumata: alla proposta di Giorgio Colli,

di un’edizione integrale dei frammenti postumi da condurre con criteri filologici severi ma necessari (preannunciando quella poi realizzata insieme a Mazzino Montinari, negli anni Sessanta, da Adelphi) si rispose con l’offerta di due volumi antologici che fu Colli a rifiutare nell’ottobre del ’50. Un documento straordinario è il «verbale» del 23-24 maggio 1951. Uno dei primi, dunque, dopo il trauma del suicidio di Cesare Pavese (cui un po’ fa impressione che nessuno faccia cenno, il primo mercoledì dopo il 27 agosto 1950). Era un momento in cui le briglie il Partito le teneva ben strette (all’ufficio romano, a Torino, si alludeva come alla «direzione ideologica»). Proprio il prestigio di Pavese aveva sino ad allora impedito che prevalessero quelli definiti «caporali» (come testimonia la resistenza della «collana viola», quella antropologicoreligiosa proprio da lui curata con Ernesto De Martino che per i «caporali», si capisce, era fumo negli occhi). Lo scontro fu tra i soliti Giolitti e Muscetta, da una parte, e l’astro nascente Giulio Bollati dall’altra, che – spalleggiato da Balbo e Vittorini – si opponeva a ogni «esclusione di principio». In ballo, Bobbio lì presente lo capisce al volo, è la definizione di quella che si comincia a chiamare «egemonia», e che divide «due modi assai diversi di concepire la cultura oggi in Italia»: «per qualcuno egemonia vuol dire governo, direzione della cultura» (così la intende oggi la destra revisionista, infatti, per demonizzarla nel passato così perseguendola nel presente) «per altri», proseguiva Bobbio, «significa pubblicare libri di cultura in senso assai vasto (…) che possano affermare la Casa editrice come una Casa che pubblica tutti i libri che hanno una certa importanza». La strada che prenderà Einaudi – col prevalere graduale della linea di Bollati – fu la seconda. E l’egemonia, infatti, la conquistò davvero.

Elio Vittorini e Giulio Bollati, Natalia Ginzburg e Italo Calvino. È qui – nel punto esatto in cui si incontrano il rigore del sistema e i caratteri individuali, rilevati e scolpiti, di coloro che lo praticano – che scatta la magia che rende la storia editoriale einaudiana così capace di appassionare. La personalità della casa editrice fa aggio sulle personalità dei singoli autori e consulenti i quali, circolarmente, quella personalità contribuiscono ogni giorno a ridefinire. Così che le tensioni (inevitabili, visibilissime anche dai verbali) si compongono nell’adesione volontaria a un progetto che assomma e supera i progetti dei singoli. C’è poi un altro tratto generatore di fascino, ed è l’inesausta capacità della Einaudi di raccontarsi, di generare storia, e storie. Ogni casa editrice può vantare insuccessi illustri, buone intenzioni e protagonisti disposti a rievocare gli uni e le altre. Ma nessuna ha prodotto una macchina narrativa paragonabile a quella einaudiana che, forte di collaboratori e di un catalogo che hanno fatto la cultura degli italiani, da decenni alimenta con regolarità il suo stesso mito. Vince chi sa costruire una storia, dicono i teorici dello storytelling. Ebbene casa Einaudi, mentre col tempo cambiava pelle, lavorava a costruire il mito del suo passato, che è oggi solidamente attestato. La leggenda è ormai tanto potente da alimentarsi, alla pari, di momenti difficili e di successi, riuscendo a presentare i problemi finanziari come un risultato tra gli altri della ricerca di eccellenza. Un ritratto che questi verbali, con lo strabismo

INCONTRI

«Caro Giulio», letture d’autore al Teatro Carignano di Torino Con una serata di letture (poteva essere altrimenti?) lunedì 27 febbraio, al Teatro Carignano di Torino, la casa editrice Einaudi ricorda il suo fondatore a cento anni dalla nascita. Chiamati a raccontare la storia dello Struzzo, con le voci degli scrittori di oggi (tra loro Andrea Bajani, Ascanio Celestini, Giorgio Falco, Nicola Lagioia, Michela Murgia, Simona Vinci, Hamid Ziarati), sono alcuni di coloro che a fianco di Giulio Einaudi hanno contribuito, nell’arco dei decenni, a dare vita alla leggenda dello struzzo – un elenco imponente, che va da Natalia Ginzburg a Primo Levi, da Cesare Pavese a Franco Basaglia, passando per Norberto Bobbio, Elsa Morante, Elio Vittorini, Italo Calvino, Gianni Rodari, Giorgio Manganelli. Figure diverse tra loro, eppure capaci di costruire insieme quel carattere, quella fisionomia – a lungo inconfondibili – della Einaudi che, scriveva Calvino all’editore nel novembre del ’59 sono «il patrimonio più prezioso di una casa editrice». Curata dal direttore editoriale Ernesto Franco con la collaborazione di Mario Martone, la lettura verrà riproposta la mattina dopo al liceo D’Azeglio, la storica scuola torinese che vide nascere il nucleo di quella che sarebbe diventata l’Einaudi.


il manifesto

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CULTURA DUE MESI DI POESIA A TERAMO Prende avvio mercoledì 29 febbraio la sesta edizione di TeramoPoesia, curioso festival che, a differenza di tanti altri, si diluisce lungo due mesi, fino al 26 aprile, articolandosi in sei incontri spaziati nel tempo. Si comincia dunque il 29 con i sonetti di Trilussa letti da Lillo (privo dell’altra metà del duo, Greg, che l’ha reso

famoso). E poi, a seguire, l’8 marzo Melania Mazzucco e Milena Vukotic leggono Sylvia Plath, il 22 marzo sono in scena Bruno Galluccio, Gabriele Frasca, Marco Giovenale, il 4 aprile Mariangela Gualtieri è autrice e interprete di «Bestia di gioia», il 19 aprile è il turno di Valerio Magrelli e Fabrizio Gifuni con Wallace Stevens e il 26 aprile si chiude con il Walt Whitman di Edoardo Albinati e Sandro Lombardi.

Franco Voltaggio

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GIULIO EINAUDI IN UNA FOTOGRAFIA DI ADRIANO MORDENTI / AGF

che deriva dal loro trascurare qualunque dato legato alla ventura economica dei libri – considerazioni, sia chiaro, che erano nella realtà demandate ad altre sedi – finiscono per convalidare. Ma il fatto stesso di tenere separate la valutazione della qualità e quella della vendibilità definisce una terza forma di lontananza dalle pratiche di molta editoria successiva. E rappresenta un altro motivo di attrazione. Somma di tratti che non è esagerato definire archeologici, i verbali catturano dunque il lettore, ma rischiano anche di depistarlo. Circola, in fondo, una certa idea di continuità: leggiamo ancora molti di quei libri, e molti altri, diversi, che si fregiano dello stesso marchio. L’interesse ormai acquisito per la storia dell’editoria, e il successo particolare della storia di Einaudi dicono anche di un bisogno, consolatorio, di aggregazione: da lì veniamo, in fondo siamo ancora un po’ così. Non è vero, e lo sappiamo. Non fingere di ignorarlo, studiare la storia editoriale del Novecento, appunto, come storia (e questo bel libro permette di farlo egregiamente) è l’unico modo di riconoscerci capaci di pensare, onestamente, a come scrivere, pubblicare e leggere libri.

ome vorrebbe un consolidato costume dei media, si dovrebbe affermare che, con la morte di Renato Dulbecco, avvenuta qualche giorno fa, il 20 di febbraio, si chiude un capitolo della storia della biologia che – cominciato con la nascita dell’indagine molecolare – è culminato con la mappatura del genoma umano e con il trionfo della biomedicina. Ma in realtà, lungi dall’essere un momento della storia, la fine di Dulbecco è un evento, tra i tanti, di un futuro appena cominciato, poiché non si sono ancora espresse tutte le potenzialità della genetica in medicina, così come le questioni aperte dalla genomica attendono ancora il modo giusto di essere affrontate. Il termine certo dimesso di «cronaca», del resto, meglio si attaglia al personaggio. Dulbecco non si atteggiava a «scopritore della verità» e più modestamente aspirava alla conquista della certezza scientifica; affabile e semplice con tutti era universalmente apprezzato per il suo garbo e lo stile gentlemanlike dell’atteggiamento, ma si sarebbe stupito se avesse saputo che tanti lo apprezzavano soprattutto come un vero signore. Aveva le sue passioni e tra queste assai viva la politica: nel 1943 era entrato in contatto con il mondo della Resistenza e dopo la Liberazione aveva fatto parte del Consiglio Comunale di Torino. Più tardi si sarebbe fatto notare per il suo pacifismo e per il suo impegno civile come quando nel 2005, assieme a Rita Levi Montalcini, l’amica di sempre, invitò gli elettori italiani a partecipare al referendum popolare per l’abrogazione di alcuni articoli della Legge 40 sulla fecondazione assistita. Interessi e passioni, comunque, mai sopra le righe e tutte, gli uni e le altre a lui trasmessi dal suo amore per la vita, la cui stella polare era per lui la «certezza» del fare e dell’essere da acquisire con l’assiduo esercizio della conoscenza, restando nel ricordo degli altri in modo da far suo, lui credente, il motto rinascimentale «È bello, dopo il morire, vivere anchora». Renato Dulbecco era un medico che – laureatosi a Torino nel 1936, a soli ventidue anni, alla scuola di patologia di Giuseppe Levi (il grande maestro di altri due Nobel, Salvador Luria e Rita Levi Montalcini) – aveva tentato già nei suoi primi anni di ricercatore di affrancare la patologia dall’incertezza determinata dall’impossibilità di ancorare definitivamente il metodo di indagine in medicina alla quantificazione propria delle scienze «dure» come la fisica, una disciplina per la quale Dulbecco mostrò sempre una speciale predilezione. Il metodo sperimentale nella ricerca medica era diventato dominante già nel diciottesimo secolo sulla scorta dei primi significativi progressi della sperimentazione animale e alla fine del diciannovesimo, soprattutto per merito di Claude Bernard (1813-1878), la medicina era ormai acquisita quale scienza sperimentale. Lo stesso Bernard, tuttavia, pur dando assoluto rilievo all’esperienza, si arrestava davanti a fenomeni che, non facil-

UN RITRATTO GIOVANILE DI RENATO DULBECCO NEL SUO STUDIO

Shakespeare e le sue sorelle Maria Teresa Carbone

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GENETICA · Il ruolo del celebre scienziato scomparso

Dulbecco pioniere di studi in evoluzione mente inquadrabili nella sperimentazione, parevano rinviabili a «forze vitali» non meglio definibili e che rientravano in un dominio dell’invisibile oggetto piuttosto di speculazione metafisica che di scienza. Certamente il patologo aveva a che fare con entità minime dei tessuti, le cellule, visualizzabili al microscopio e con agenti patogeni apprezzabili all’osservazione microscopica come i batteri, ma che cosa «c’era dietro o meglio dentro i batteri ?». Certo qualche cosa c’era – c’erano i geni – e se ne parlava tanto, ma negli anni Quaranta del secolo scorso si ignorava quale fosse la struttura delle sostanze biochimiche di un gene e la loro possibile riduzione a elementi quantificabili. Ma proprio alla quantificazione era interessato Dulbecco. Una fortunata congiura delle circostanze venne però incontro alle aspirazioni del giovane ricercatore. Era il 1947. A Torino l’istituto di patologia costituiva pur sempre un ambiente stimolante, ma le ricerche di Dulbecco richiedevano costi all’epoca insostenibili in un paese come l’Italia, uscito da una guerra rovinosa e alle prese con il gravoso impegno della ricostruzione. Fu così che Dulbecco accolse l’invito di Luria, da anni emigrato negli Stati Uniti, di raggiungerlo. Dulbecco partì allora assieme alla Levi Montalcini per l’America e si stabilì a Bloomington, Indiana, dove per anni lavorò nella stessa struttura in cui operava James Watson, proprio quel Watson che nel 1953 avrebbe pubblicato il modello a elica del Dna.

Dulbecco prese a studiare attentamente la genetica delle cellule tumorali, in particolare dei sarcomi; e, soprattutto a partire dai primi anni Sesanta lavorò attivamente alle interazioni tra geni dei tessuti sani e virus oncogeni, mettendo in evidenza i processi di parassitazione genetica da parte dei geni responsabili altresì della scomparsa dell’effetto oncosoppressore. Il contributo recato da Dulbecco alla conoscenza del cancro lo condusse nel 1975 al Nobel e il Nobel andò anche ai suoi collaboratori americani Howard Temin e David Baltimore. Negli Stati Uniti Dulbecco divenne così il capo riconosciuto di un indirizzo della patologia contemporanea che riconduceva essenzialmente l’eziologia del cancro – come di un gruppo consistente di altre malattie quali le «rare» – ai disordini di natura genetica. Animato da questa convinzione, arrivò a promuovere lo studio esaustivo del codice genetico e nacque così nel 1986 il Progetto Genoma che si prefiggeva di arrivare alla mappatura completa dei geni della nostra specie. Adesso ci siamo arrivati , e assai prima di quanto Dulbecco e con lui altri pensassero possibile. Ci è arrivato nel 2000 lo statunitense Craig Venter, cittadino di un paese in cui grandi capitali e ingenti ricerche hanno da sempre privilegiato la genetica. Con Dulbecco l’Italia aveva lanciato il Progetto. Ma certamente il lettore non si stupirà se gli ricordiamo che nel 1990 il nostro paese se ne sganciò. Solita causa, naturalmente: mancanza di fondi.

irginia Woolf aveva torto, ci informa Edward Rothstein sul «New York Times». Ricordate Una stanza tutta per sé, e quella che, sebbene non sia il personaggio di un romanzo, è una delle più potenti invenzioni narrative dell’autrice di Mrs Dalloway – lei, Judith, la sorella di Shakespeare, «che aveva un talento straordinario, era avventurosa, creativa e desiderosa di vedere il mondo tanto quanto il fratello, ma non fu mandata a scuola» e finì tristemente suicida, perché era rimasta incinta e tutte le sue aspirazioni erano state soffocate? Bene, nulla di simile è mai successo, scrive Rothstein (e fin qui possiamo perfino essere d’accordo), e nulla di simile sarebbe potuto accadere. Ad aprire gli occhi al critico del quotidiano statunitense è una mostra in corso fino al 20 maggio presso la Folger Shakespeare Library di Washington, una mostra che viene proprio voglia di andare a vedere – se non avesse il difetto di trovarsi dall’altra parte dell’Atlantico – e che si intitola, guarda un po’, Shakespeare’s Sisters, vale a dire «Le sorelle di Shakespeare». Il sottotitolo spiega poi che protagoniste dell’esposizione sono le «voci di scrittrici inglesi e europee tra il 1500 e il 1700». E Rothstein, che forse prima di entrare alla Folger Shakespeare Library non aveva mai sentito parlare di Veronica Franco o di Lady Anne Clifford o di Aphra Behn, è rimasto folgorato. Al punto da prendere una frase piuttosto prudente della curatrice, Georgianna Ziegler, – «queste autrici rimettono in discussione l’idea della Woolf secondo la quale le donne di quel periodo non erano in grado di uscire dai limiti imposti al loro sesso» – per sostenere spavaldamente, sulla base di una cinquantina di nomi (tante sono le scrittrici presentate alla mostra di Washington), che «la Woolf non aveva solo torto sul numero delle donne che scrivevano a quei tempi, ma anche riguardo al modello da lei proposto per accostarsi alla loro storia, un modello di vittimizzazione, oppressione e repressione». Certo, il critico ammette a denti stretti che «queste erano figure straordinarie», ma subito aggiunge che «anche gli scrittori uomini erano straordinari in un’epoca di analfabetismo universale». Per concludere infine che «qui non c’è quasi (il corsivo è nostro, ndr) segno di oppressione, o di talenti repressi, o di esseri soffocati e umiliati al punto da contemplare il suicidio. Solo donne di immenso talento,che scrivevano». La mostra, però, deve essere davvero bella.

INCHIESTE · L’«omicidio Roveraro» in un libro per Feltrinelli

I misteri del finanziere legato all’Opus dei Mauro Trotta

«È

EX PRESS

la stampa, bellezza. E tu non puoi farci niente», la famosa battuta di Humphrey Bogart che chiude il film L’ultima minaccia da sempre rappresenta al meglio la funzione più profonda del giornalismo, quella di «cane da guardia» della democrazia, pronto a rivelare i vizi pubblici e privati dei potenti. E lo strumento più potente per svolgere tale compito è senza dubbio rappresentato dall’inchiesta. Perché l’inchiesta non si limita a dare notizia di un fatto, ma approfondisce le ragioni che l’hanno causato, lo inserisce in una costellazione di altri fatti, mette a nudo, spesso, una rete o un sistema di potere. Ma soprattutto un’inchiesta può cambiare il corso degli avvenimenti o, quanto meno, cambiare il modo di pensare delle persone, fargli conoscere e capi-

re cose nuove, a volte assolutamente inaspettate. Dal caso Watergate – che effettivamente cambiò la storia - le inchieste hanno rappresentato momenti importanti di una società. Certo, non sempre un reportage giornalistico può avere un impatto di tal fatta, ma se aiuta a comprendere, a svelare meccanismi nascosti, a mostrare che non esiste soltanto l’infotainment, l’informazione-spettacolo, allora può davvero essere molto utile. E davvero molto utile, oltre che interessante, è Opus Dei. Il segreto dei soldi. Dentro i misteri dell’omicidio Roveraro(Feltrinelli, pp. 216, euro 14) libro inchiesta di Angelo Mincuzzi e Giuseppe Oddo. Gli autori sono entrambi inviati del «Sole-24 Ore» e hanno deciso di indagare su di un caso abbastanza particolare, l’omicidio, appunto di Gianmarco Roveraro, importante finanziere legato all’Opus Dei. Un delit-

to particolare, oltre che per le sue modalità – la vittima fu dapprima rapita e nella sua breve reclusione potè usare praticamente liberamente il telefono – anche perché il caso risulta chiuso, gli assassini, che hanno pure confessato, sono stati condannati. Eppure, nonostante la verità giudiziaria sia emersa, restano molte ombre sulle ragioni, i moventi, il contesto. Innanzi tutto non è chiaro il cosiddetto affare-Austria, l’operazione economica che avrebbe messo in contatto un finanziere importante come Roveraro – definito addirittura in passato come l’anti-Cuccia cattolico – con una serie di strani personaggi, di sicuro non del suo livello culturale, sociale, economico, come, ad esempio, Filippo Botteri, suo socio nell’affare e suo omicida. Poi, altre ombre emergono dalla galassia di società, di finanziarie, di banche all’interno della quale la vit-

tima si è sempre mossa con competenze e capacità. Ripercorrendo, così, relazioni, contatti, storie passate e recenti, i due autori, un po’ alla volta, fanno emergere almeno parte della rete economica e finanziaria legata alla potente organizzazione cattolica fondata da Josemaría Escrivá, fatto santo dieci anni fa con la causa di canonizzazione più rapida della storia, insieme a quella per Padre Pio. Libro interesante e davvero documentato, Opus Dei. Il segreto dei soldi si legge con facilità e interesse perché gli autori si dimostrano davvero bravi nel presentare e districare l’intreccio di associazioni, fondazioni, società che percorre tutta la storia. Non solo, nei momenti in cui vengono presentati incontri e testimonianze, la scrittura acquista colore e vividezza tali da sembrare quasi un romanzo. L’unico neo del libro è forse il suo maggior pregio, il fatto cioè che Mincuzzi e Oddo si limitino a presentare fatti, senza lanciarsi assolutamente in supposizioni o ipotesi, sfuggendo così da un lato a qualunque sindrome complottistica, ma perdendo probabilmente a livello di mordente ed incisività.


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il manifesto

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VISIONI

teatro

le novità

MACERATA LIRICA OPERA FESTIVAL Lo Sferisterio Opera Festival (Sof) cambia il nome e diventa Macerata Opera Festival: la stagione lirica si aprirà venerdì 20 luglio per concludersi martedì 14 agosto e sarà caratterizzata da una serie di eventi che coinvolgerà tutta la città. Il cartellone - curato dal neodirettore artistico Francesco Micheli, si apre con «La

IN SCENA · Carlo Cecchi al Vascello di Roma con un dittico di drammaturgie inglesi

Imperialismo, sesso e illusioni Gianfranco Capitta ROMA

A

pochi giorni dalla conclusione di una tournée di due stagioni con il suo personale e scoppiettante Sogno di una notte d’estate, Carlo Cecchi cambia tempo e visioni, e da Shakespeare piomba nella contemporaneità più scabrosa, mantenendo inalterata la sua maestria, il suo personalissimo stile teatrale, la medesima capacità di acchiappare lo spettatore nel profondo e portarlo, con la magia del teatro, nel cuore sensibile dell’esistenza di ognuno. Il Sogno era nato da un saggio con gli allievi dell’Accademia Silvio D’Amico che poi l’artista ha riadattato, rimesso «in forma» quasi, entrando anche nel cast degli interpreti. Ed è stato uno spettacolo meraviglioso, innovativo e feroce rispetto alla nostra tradizione shakespeariana (lui stesso ne aveva realizzato uno circa dieci anni fa al Garibaldi di Palermo), teso e necessario con quelle storie di amanti da ricombinare per ridare ordine al mondo, eppur così strettamente incrociati con la rappresentazione che i teatranti strafalcioni guidati dallo stesso Cecchi danno dell’amore, dei sentimenti e della loro cornice. A pochi giorni dalla conclusione di quel Sogno dunque, Cecchi ne presenta altri due, quasi incubi, scritti in questi ultimi sei o sette anni da due nomi di punta della drammaturgia inglese, Caryl Churchill e Mark Ravenhill. E come abitualmente avviene sulla scena londinese, li presenta uno di seguito all’altro, in un double bill che rispetta la loro autonomia, ma nello stesso tempo indirizza lo spettatore a scoprire intrecci e dipendenze nelle responsabilità e nell’informazione di un mondo globalizzato. Abbastanza sbronzo da dire ti amo? e Prodotto (al Vascello ancora stasera e domani, da martedì a Milano all’Elfo, dove il 6 marzo è previsto anche un incontro cui l’autrice del primo dovrebbe partecipare almeno in videoconferenza) sono testi assai diversi, come le situazioni cui si riferiscono, eppure strettamente connessi per l’entità e il tono di una comunicazione ipertrofica che dovrebbe influire e determinare i comportamenti dei singoli, mentre nei fatti serve mestamente a ribadire e portare alle estreme conseguenze una lotta per il potere dove più forte risulterà chi sviluppa le più ampie ambizioni, fino a far soccombere l’altro. Mentre i rapporti tra i soggetti scivolano dalla tentazione alla complicità, dalla supremazia al

Traviata» di Verdi (20, 29 luglio, 4 e 12 agosto) nella famosa edizione «degli specchi» curata dal regista Henning Brockhaus e dallo scenografo Josef Svoboda. . Il 21 luglio andrà in scena «La Boheme» di Puccini (repliche 17 luglio, 5 e 10 agosto), regia di Leo Muscato. Sarà poi la volta «Carmen» di Bizet (in prima il 22 luglio, repliche 28 luglio, 3 e 11 agosto) con la regia di Serena Sinigaglia.

ROMA · Delikatessen letterarie fra bigné e profiterole Dopo tanti anni è davvero uno spettacolo cult, una prova piuttosto fuori dell’ordinario da parte di due attori, che su un palcoscenico trasformato in un laboratorio dolciario, investe tutti i sensi dello spettatore con la poesia, la musica e soprattutto la dolcezza. Non in senso metaforico, ma quella della panna montata e del pan di spagna, della crema pasticcera e dei bigné, della charlotte e del profiterole. Programmatico il titolo della dolce seduta: «Pasticceri» (all’Ambra Garbatella di Roma fino a domenica 4 marzo), sotto titolo «Io e mio fratello Roberto». I due autori e interpreti sono Leonardo Capuano e Roberto Abbiati. La loro vicenda sulla scena è quella di due fratelli colleghi e complici in maestrie culinarie, mentre citano Cyrano de Bergerac (per via dell’olfatto ipnotizzato dalla vaniglia?) e ascoltano musica da una radio, adatta all’ora notturna del loro lavoro. In una scenografia che rispetto a quella «generalista» della Cucina di Wesker ha una finalità dichiarata per i soli dessert, impastano e frullano, squagliano e infornano, affettano e guarniscono senza posa cose meravigliose che crescono sotto l’occhio del pubblico. Cui alla fine vengono offerte in una simpatica condivisione. Assieme alla fatica di un lavoro che ha per fine la dolcezza, e alle emozioni di due creature che sotto lo zucchero a velo rivelano lo spessore delle proprie esistenze. Una prova di bravura di Capuano e Abbiati, che con grazia «melliflua» parlano di cose serissime. g.cap.

WOOSTER GROUP A NEW YORK

«Early plays», una recita contro ogni stereotipo DA SINISTRA TOMMASO RAGNO E CARLO CECCHI/ FOTO DI LUCA GAVIOLI

ricatto alla «resa». Tutta maschile è la coppia di Abbastanza sbronzo da dire ti amo?, anzi dichiaratamente e sfacciatamente omosessuale, anche se uno dei due si trascina dietro la «dipendenza» di una moglie e due figli cui deve ancora esplicitare la sua scelta. Del resto l’altro freme di passione, e non trattiene la spinta fisica a coinvolgere l’altro in un rapporto totale. Con effetti comici per gli approcci smodati su un divano borghese, ma con risonanze tragiche

ropea a soccombere al ricatto a stelle e strisce, appena mascherato (ma neanche tanto) da missione salvifica per l’intero genere umano. Salvo il numero sempre crescente di vittime, dal Cile alla democrazia di intere aree geografiche, che poco importano però rispetto a quella missione suprema. Ovvero la seduzione partecipe del neofita, che ne rimarrà letteralmente steso a terra, dopo aver speso una disponibilità che arriva a momenti a superare l’enfasi sanguinaria del seduttore.

Dietro le suggestioni e i toni brillanti del testo scritto da Caryl Churchill emerge pienamente tutto il peso tragico della politica via via che, procedendo il corteggiamento, si fa chiara la metafora che muove e governa quello scatenato connubio. Uno dei due è americano, l’altro inglese, e gli Usa hanno facile ragione a convincere (o meglio piegare, o far franare) la Gran Bretagna e l’Europa intera nella propria esaltata missione imperialista. Così che mentre l’americano mette i piedi (ma soprattutto le mani, e il resto) nel piatto e nel corpo dell’altro, anche la loro esaltata escalation sessuale procede in una sorta di rituale giaculatorio sull’evocazione di tutti i luoghi, i golpe, le violenze perpetrate dagli Usa nel mondo, a partire dalla guerra fredda in poi. E senza accorgersene quasi, anche lo spettatore percorre questo rosario di orrori e massacri, attentati e complotti che gli Usa hanno condotto per decenni, fino all’identificazione nel nemico unico, terrorista e islamico, dopo l’undici settembre. Se all’inizio poteva sembrare la fornicazione impudica di Bush e Blair, ben presto è l’intera intelligenza eu-

Insomma si ride molto, ma assai amaramente, davanti a Tommaso Ragno e Carlo Cecchi (entrambi bravissimi e implacabili) che non si risparmiano, ma che con sublime souplesse ci danno dentro, ai corpi e ai nomi di quello che tutti sappiamo e abbiamo sofferto in questi anni di orrori metodici, ma che fanno ancor più paura calati nelle esistenze di due giovanotti vogliosi. Caryl Churchill del resto, non ha mai rinunciato lungo il corso della sua scrittura per il teatro (ma anche per la radio e la tv) a calare nella quotidianità gli orrori della politica e del potere. Ha scritto, lei poco più giovane di Pinter, molti titoli importanti che da noi non hanno avuto la fortuna riscossa in Gran Bretagna e America. Ha raccontato le donne e le guerre, l’antisemitismo e la supremazia yankee, sempre raccontando vite ed episodi apparentemente comuni, ma scoprendo sempre puntigliosamente il veleno di ogni liturgia planetaria. Anche per questo bisogna ringraziare Cecchi di aver-

cela finalmente proposta con la dovuta importanza, e senza nascondere quel «sapore di Pinter» che lascia sospese tante sue costruzioni sintattiche (e al premio Nobel va una sorta di dedica stampata sul sipario, di alcuni suoi versi spietati sulle guerre amerikane). Il desiderio del resto, o almeno la sua suggestione, che tiene avvinti i due uomini, non è di minore intensità di quanto accende un regista verso la star che vuole convincere a interpretare una produzione che senza di lei non verrebbe finanziata. Ovvero il Prodotto che il crudele Ravenhill si immagina debba raccontare un amore tanto sessuato quanto bislacco tra una manager in carriera e un bellone nero (con tanto di coltello e tappetino per pregare) conosciuto sull’aereo. Anche in quest’altra coppia (Cecchi consapevole imbonitore, lei muta attrice di tanto nome quanto di scarsa reattività, interpretata da Barbara Ronchi) l’eros furioso quanto immaginario è solo la cornice dello scontro epocale tra occidente e Islam. Nei fumi di quelle visioni turbolente appare perfino Bin Laden, ancora non massacrato nel suo quieto compound pachistano. La grande illusione del cinema può servire anche a questo, a farci scambiare lucciole per lanterne, a trasformare i nostri desideri piccoli piccoli (e non necessariamente piccoloborghesi) in cosmiche panzane, che serviranno comunque a velare la realtà dei poteri e degli interessi che dietro di loro si mascherano. Per fortuna che a teatro ogni tanto il sipario si alza, e si può almeno intravedere la verità, anche se ci viene da ridere di quelle «enormità». E della verità e del teatro, Carlo Cecchi è davvero un grande maestro.

Annalisa Sacchi NEW YORK

È

una stagione di strani incroci per Elizabeth LeCompte, leggendaria regista di una delle più celebrate, storiche compagnie del teatro sperimentale americano, il Wooster Group. Una stagione che la vede impegnata nell’allestimento di un Troilus & Clessidra - all’interno del programma del World Shakespeare Festival che accompagnerà le Olimpiadi di Londra 2012 - che pare forsennare gli elementi del più ferreo tradizionalismo shakespeariano a partire dal luogo del debutto, quello Stratfordupon-Avon che diede i natali al bardo, fino alla committenza, la Royal Shakespeare Company, e di conseguenza il gruppo di lavoro, quello appunto della Reale Compagnia. Elementi sufficienti perché LeCompte abbia raccolto l’invito come una provocazione: del resto non è lei regista da arretrare di fronte alla tentazione di far vibrare l’impianto della tradizione più monolitica, per chi ricorda il suo recente La Didone, in cui virò l’opera barocca di Cavalli nei toni di un b-movie di fantascienza di Mario Bava. Seppure con esiti spesso incerti, specie in questa fase recente della sua storia, il Wooster Group di LeCompte si conferma dunque, grazie all’estrema disponibilità e apertura verso la sperimentazione, una delle realtà teatrali per cui la ricerca è un processo non di maniera, ma capace di mobilitare e inglobare ogni volta gli elementi più disparati, in una tensione a fagocitare mondi, immaginari, epoche che lo rende capace di produrre opere strabordanti e cacofoniche, spettacoli pieni di ingressi e percorribili in molteplici direzioni, polifonie di mezzi e di fantasie. Un teatro antiminimalista per antonomasia. Così, quando l’anno scorso a New York si sparge la voce che LeCompte avrebbe lavorato su tre scarne opere d’ambientazione marinaresca del primo Eugene O’Neill (ovvero gli Early Plays degli anni ’10 che danno il titolo allo spettacolo e che raggruppano Bound East for Cardiff, The Long Voyage Home, e The Moon of the Caribbees) la reazione è di generale incredulità, amplificata ulteriormente dal fatto che la regista decide di abdicare la regia a favore di Richard Maxwell dei New York City Players. Drammaturgo e regista di punta della scena internazionale, Maxwell è tra quegli artisti che mobilitano reazioni forti e completamente antitetiche tra pubblico e critica. Campione di un minimalismo ferreo, indifferente alla sperimentazione tecnologica in scena – che è invece centrale per il Wooster – «fondamentalista» riguardo alla centralità del testo, laddove il Wooster vede nella drammaturgia un elemento tutto sommato marginale del lavoro scenico, Maxwell è insomma un elemento alieno e dirompente nella prassi consolidata del gruppo. Ma per LeCompte e per Maxwell l’obiettivo qui è comune e supera gli indirizzi e le tendenze singolari: si tratta, mettendo in scena un trittico di opere minori di uno dei mostri sacri della drammaturgia americana, di mostrare i bordi vergognosi del teatro. Di quel teatro che è, anche, «recita» in costume che indugia, non senza compiacimento, negli stereotipi e nei fallimenti dei personaggi, in un certo ridicolo e fragilissimo confrontarsi degli attori con l’abiezione di una lingua impastata in una serie di dialetti che ogni volta sfiorano la caricatura, di gesti che inciampano nell’irrisolutezza, di moventi ogni volta frustrati. Early Plays è la risposta più radicalmente disarmante che la scena di ricerca niuiorchese oppone alla domanda «perché fare un lavoro così?», è la risposta che dovrebbe essere l’imperativo – e l’interrogativo motore - della sperimentazione: «perché no?». Tutto vale la pena, se la scena, l’immaginario, e la tensione alla ricerca non si sono essiccate.


il manifesto

SABATO 25 FEBBRAIO 2012

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VISIONI IL MALE Il settimanale satirico di Vauro e Vincino cambia casa. Inaugurata ieri infatti la nuova redazione in piazza del Gesù a Roma, nella stessa sede che ospitò la sede storica della Dc. «Siamo entrati in questo palazzo dopo trenta anni di vani tentativi» - ha scherzato Vauro durante la conferenza stampa-show. Da fine marzo «Il male» sarà disponibile anche in pdf, iPhone e Ipod.

IN BREVE

FESTIVAL DI ROMA ·Verso la nomina di Müller

Woody Allen, il film «romano» esce il prossimo 20 aprile

Rondi si dimette, vincono Alemanno e Polverini

Il film che il regista americano ha girato a Roma la scorsa estate (probabile titolo «A Roma con amore») sarà in sala il 20 aprile, distribuito da Medusa. Ispirato alle novelle del Boccaccio, il film vede protagonisti lo stesso Woody Allen con Penelope Cruz, Ellen Page, Greta Gerwig, Alec Baldwin, Jesse Eisenberg e Roberto Benigni.

PINK FLOYD LA PARTE OSCURA DEL MURO Si chiude con l’uscita il 28 febbraio di «The Wall» la riedizione rimasterizzata con inediti e rarità dell’opera omnia della band britannica in varie edizioni. La Emi ripubblica in varie edizioni, la più lussuosa (e costosa) «Immersion, Experience e LP» di The Wall, comprende l'album rimasterizzato in digitale, «Is there anybody out thereThe Wall live» rimasterizzato in digitale, 2 cd di registrazioni inedite con estratti dai demo originali, e i demo di «Confortably Numb» e «Run Like Hell». Il dvd include un video dal vivo realizzato durante il tour a cavallo tra il 1980 e il 1981, il documentario Behind The Wall sulla realizzazione dell'album, il video di «Another Brick In The Wall pt.2» e un'intervista a Gerald Scarfe.

DA SINISTRA CARLO VERONDE, MICHELA RAMAZZOTTI E PIERFRANCESCO FAVINO IN «POSTI IN PIEDI IN PARADISO»

ANTEPRIMA · Nelle sale dal 2 marzo «Posti in piedi in paradiso»

La risata di Verdone: candida, senza furbizia Marco Giusti

F

inalmente si ride. Malgrado il grande impegno profuso dai nostri produttori alla ricerca di incassi immediati, per non parlare di una distribuzione che ha distrutto qualsiasi idea di salvaguardia di un cinema di idee, non è stata finora una stagione di grandi successi per il nostro cinema comico più popolare. Per fortuna che, dopo una serie di remake, sequel, commedie sexy senza sesso, film natalizi zoppicanti, Posti in piedi in Paradiso, il nuovo film di Carlo Verdone (in uscita nelle sale il 2 marzo) ci riporta ai tempi eroici della

Tempi comici e interpreti perfetti ci riportano ai tempi eroici della commedia italiana commedia all’italiana e delle opere più riuscite del nostro cinema comico. Va detto, però che non tutto è riuscito. Dopo una prima parte strepitosa, di grandi tempi comici, la seconda mostra qualche momento faticoso, qualche gag è ripetuta o inutile, il personaggio del critico cinematografico pezzente, interpretato dal pur bravissimo Favino, non è ben definito, anche se al pubblico dei veri critici è piaciuto molto il momento in cui, alla conferenza stampa, si riempie la borsa di panini. Anche l’aspetto, serissimo, della crisi economica che tutti stiamo vivendo che spinge i tre protagonisti a vivere assieme come degli studentelli, è giusto, nuovo, ma forse

un po’ troppo esasperato. Eppure tutto questo, alla fine, ci importa poco, visto che il film vive di una sua carica comica originale e popolare assolutamente dilagante. Intanto, Verdone riesce a costruire per Marco Giallini, che già aveva avuto un ruolo di rilievo nel precedente Io, loro e Lara, un personaggio memorabile di figlio di mignotta alla Franco Fabrizi-Alberto Sordi che riesce a farci ridere appena apre bocca con tormentoni che non vogliono lasciarci («Lo sai o non lo sai?», dice a una ragazza con una terribile fiatella, «Aho, porta du stronzi, prepara il tavolo che ho il cash...»), per non parlare del collasso dovuto a una notte di sesso mercenario («cosa so? Un escort?») con una anziana signora che ha dovuto reggere con ben quattro pasticche di viagra («Vorrei vede’ te co’ mi’ nonna…», spiega agli amici). Poi offre a Michela Ramazzotti, che fece esordire da produttore in Zora la vampira", la possibilità di ridefinire il suo personaggino di Shirley MacLaine svampita del Tiburtino («che?... te vibbra?», «Ah, Jim Morrison... Quello dei Queen no?»), iniziato con Paolo Virzì in Tutta la vita davanti, mentre si lascia per sé il personaggio più triste e sfigato di ex-produttore discografico finito a vendere vinili vintage di vecchie glorie del rock in un negozietto in periferia. Quando riesce a caricare i suoi protagonisti, adulti ancora ragazzini che dividono la casa, e a farli interagire fra di loro e poi con il mondo esterno (la grande scena della festa orrenda a casa della Ramazzotti), Verdone ottiene risultati eccezionali che da anni non vedevamo nel nostro cinema comico, di solito calibrato su modelli più elementari. Con rara generosità per un attore-regista, inoltre, punta più su Giallini, Ramazzotti e Fa-

MORETTI A HOLLYWOOD PARTY Domenica 26 alle 19 in diretta dalla Sala A - via Asiago,10 Roma una puntata di «Hollywood Party» su Radio 3 molto speciale. Condotta da Alberto Crespi ed Enrico Magrelli con con la partecipazione di Efisio Mulas, vedrà la partecipazione di Nanni Moretti. Regista, attore, produttore, esercente, presidente della giuria della prossima edizione del Festival di Cannes: Nanni Moretti sarà il protagonista di questo «speciale » che inaugura una serie di incontri tra gli ascoltatori e i protagonisti del grande cinema italiano in un avvicendarsi di interviste, curiosità, aneddoti e sequenze memorabili. Ancora cinema ma sulle frequenze di Radiodeejay che sempre nella giornata di domani - in diretta da mezzanotte alle 5, propone una lunga maratona radiofonica dedicata alla alla Notte degli Oscar realizzato in collaborazione con Sky. Linus, Laura Antonini, Nicola e Gianluca Vitiello, Nikki, Federico e Marisa, Vic e tanti altri saranno on air per raccontare il mondo del cinema riunito al Kodak theatre. Nel corso della trasmissione commenti e pronostici di attrici, attori e registi del nostro cinema: Sabrina Impacciatore, Claudio Santamaria, Alessandro Roja, Corrado Fortuna, Fabio Volo e Gabriele Salvatores.

vino che non sul suo personaggio, al quale lascia però una serie di sguardi e di piccole battute di grande finezza che i tanti fan verdoniani riconosceranno e ameranno. Del resto, un po’ tutto il film funziona anche come un gioco di rielaborazioni e di recuperi di vecchie gag e situazioni del suo cinema, ma questo aumenta solo il nostro piacere. Rispetto al precedente Io, loro e Lara, che era più strutturato, qui, malgrado qualche smagliatura di sceneggiatura, si ride molto di più, grazie anche a una serie di sketch forse facili e immediati, anche ai limiti del politicamente scorretto, ma di grande presa popolare. Sotto questo aspetto il massimo è la scena del colpo alla soliti ignoti di Verdone e Favino a casa di due vecchietti romani scelti benissimo («Ma a noi che c’hanno da rubba’?»), perfetta rielaborazione verdoniana di un classico della comicità del nostro cinema. O la già citata orrenda festa a casa della Ramazzotti dove Favino e Giallini si imbucano affamatissimi con derive a metà tra Bombolo e Chaplin (beh, più Bombolo che Chaplin). Ma al di là delle risate, colpisce il candore di Verdone di mostrarsi per tutto il film coi suoi difetti, le sue paure, anche le sue ovvietà, lasciandosi nudo davanti allo spettatore nella sua più totale fragilità. Non c’è mai una furbizia, uno sketch o una battuta che vogliano mascherare qualcosa di diverso da quello che ha in testa e ha deciso di mettere in scena. Anche l’idea di mettere in scena la nuova povertà italiana, la crisi, con una storia comica fa parte di questo processo. È il suo candore, dopo tanti anni di cinema, che ce lo rende davvero vicino al punto che non possiamo non volergli bene.

DOPO «HARRY POTTER» J K ROWLING SOLO PER ADULTI La scrittrice britannica autrice della saga multimiliardaria di «Harry Potter» (450 milioni di copie vendute) ha annunciato di essere in procinto di pubblicare il suo primo romanzo per un pubblico adulto. Lo annuncia come «molto differente dal mio stile abituale». «La possibilità di poter esplorare nuovi territori - ha spiegato in un’intervista alla Bbc la scrittrice è una prerogativa concessa dal successo di Harry».

Cristina Piccino ROMA

I

l cda che doveva indicare il nuovo direttore del festival del cinema di Roma è finito prima di cominciare. A attendere i consiglieri, infatti, c’erano sul tavolo le dimissioni del presidente della Fondazione cinema per Roma Gianluigi Rondi. Un «sacrificio» il suo - come ha detto nel dare l’annuncio - a questo punto inevitabile per evitare ulteriori ritardi che potevano essere letali alla sopravvivenza del festival. Nell’incontro di mercoledì scorso con il sindaco di Roma Gianni Alemanno, e con la presidente della regione Lazio Renata Polverini, Rondi aveva chiesto nuovamente la conferma dell’ex direttrice Piera Detassis, almeno per questa edizione, trovando l’opposizione netta di Polverini e Alemanno. Restavano perciò solo le dimissioni. Inoltre, secondo le dichiarazioni dello stesso Rondi alle agenzie di stampa, sembra che la Bnl, principale sponsor della manifestazione romana avesse fatto capire a Rondi che poteva ritirarsi dalla festival se non si fosse arrivati al più presto a una soluzione. A questo punto, seppure non ancora ufficializzata, la nomina del candidato di Polverini e Alemanno, Marco Müller appare scontata. Adesso Adesso dovrà riunirsi il consiglio dei soci fondatori per nominare il nuovo presidente, e il nome che più certo sembra è quello di Paolo Ferrari, ex presidente della Warner e dell’Anica, che peraltro si accorda con la nomina di Müller. A quel punto si tornerà al cda, nel quale Muller avrebbe dalla sua i voti di regione (Salvatore Ronghi), del rappresentante di Roma Capitale (Michele Lo Foco), del presidente il

ROCK · Torna il Banco e si rituffa in un tour Il progressive? Non è mai morto come testimonia il ritorno in attività del Banco del Mutuo soccorso che compie quest’anno 40 anni. L’anniversario viene celebrato attraverso un tour partito ieri da Palermo e che continua stasera al teatro Cilea di Reggio Calabria, il 23 marzo al Vidia Club di Cesena, il 24 marzo al Deposito Giordani di Pordenone, il 6 aprile alla Stazione Birra di Roma e il 14 aprile al Viper Club di Firenze. Il live club tour della band sarà anche l’occasione per presentare anticipazioni di un nuovo album in uscita in autunno. ll debutto vero e proprio del gruppo avviene nel 1972, quando fanno ingresso in formazione Francesco Di Giacomo (voce), Renato D'Angelo (basso) e Pierluigi Calderoni (batteria), tutti provenienti dalle Esperienze, e il chitarrista Marcello Todaro (dai Fiori di Campo). Il primo album, intitolato semplicemente «Banco del Mutuo Soccorso» esce nello stesso anno. Successivamente, sempre ne '72, viene pubblicato il concept album «Darwin!» seguito l'anno dopo da un altro fondamentale capitolo nella storia della band, il disco «Io sono nato libero». Ad accompagnare in questo tour della memoria progressive un’altra band che in quegli anni ha riscosso successi, Le Orme.

Rai1

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Canale5

17:45 PASSAGGIO A NORD OVEST Documentario Conduce Alberto Angela 18:50 L’EREDITÀ Gioco Conduce Carlo Conti 20:00 TG1 Notiziario 20:30 RAI TG SPORT Notiziario sportivo 20:35 AFFARI TUOI Gioco Conduce Max Giusti

18:05 SEA PATROL Telefilm Con John Batchelor, Matthew Holmes, Lisa McCune 18:50 L’ISOLA DEI FAMOSI 9 - LA SETTIMANA Reality show Conduce Vladimir Luxuria 19:35 L’ISOLA DEI FAMOSI 9 Reality show Conduce Vladimir Luxuria 20:25 ESTRAZIONI DEL LOTTO 21:00 TG2 - 20.30 Notiziario

17:15 PORGI L’ALTRA GUANCIA FILM Con Bud Spencer, Jean-Pierre Aumont, Terence Hill, Mario Pilar, Lorenzo Piani, Maria Cumani Quasimodo, Jacques Herlin 19:00 TG3 Notiziario 19:30 TG REGIONE - METEO Notiziario 20:00 BLOB Varietà 20:10 CHE TEMPO CHE FA Attualità Conduce Fabio Fazio

17:00 DETECTIVE MONK Telefilm Con Tony Shalhoub, Traylor Howard, Ted Levine 18:00 PIANETA MARE Documenti Conduce Tessa Gelisio 18:55 TG4 - METEO Notiziario 19:35 TEMPESTA D’AMORE Soap opera Con Martin Gruber, Lorenzo Patané, Dirk Galuba

15:30 VERISSIMO - TUTTI I COLORI DELLA CRONACA Attualità Conduce Silvia Toffanin con la partecipazione di Alfonso Signorini, Alvin, Jonathan e Daniele Bossari 18:50 THE MONEY DROP Gioco Conduce Gerry Scotti 20:00 TG5 - METEO 5 Notiziario 20:30 STRISCIA LA NOTIZIA - LA VOCE DELLA CONTINGENZA Attualità

21:10

BALLANDO CON LE STELLE Varietà Conduce Milly Carlucci con la partecipazione di Paolo Belli 00:30 DI CHE TALENTO SEI? Rubrica Conduce Maurizio Costanzo ed Enrico Vaime 01:15 TG1 NOTTE - TG1 FOCUS Notiziario 01:30 CINEMATOGRAFO Rubrica Conduce Gigi Marzullo 02:30 FUNERAL PARTY FILM Con Matthew MacFadyen, Rupert Graves, Peter Dinklage, Daisy Donovan

21:05

CASTLE DETECTIVE TRA LE RIGHE Telefilm Con Nathan Fillion, Stana Katic, Susan Sullivan, Ruben Santiago-Hudson, Molly C. Quinn, Jon Huertas 22:40 SABATO SPRINT Rubrica sportiva Conduce Sabrina Gandolfi e Paolo Paganini 23:25 TG2 Notiziario 23:40 TG2 DOSSIER Rubrica 00:20 TG2 STORIE - I RACCONTI DELLA SETTIMANA Rubrica

21:30

THE SENTINEL

FILM Con Michael

Douglas, Kiefer Sutherland, Eva Longoria, Martin Donovan, Kim Basinger 23:30 TG3 Notiziario 23:45 TG REGIONE Notiziario 23:50 UN GIORNO IN PRETURA Attualità Conduce Roberta Petrelluzzi 00:50 TG3 Notiziario 01:00 TG3 AGENDA DEL MONDO Rubrica

21:15

IL CLIENTE

FILM Con Susan Sarandon,

Tommy Lee Jones, Anthony Edwards, Mary-Louise Parker, Anthony LaPaglia, J.T. Walsh, Brad Renfro, William H. Macy 23:45 JACKIE BROWN FILM Con Robert Forster, Robert De Niro, Samuel L. Jackson, Pam Grier, Michael Keaton, Bridget Fonda, Chris Tucker, Lisa Gay Hamilton 01:35 TG4 NIGHT NEWS METEO Notiziario

21:10

ITALIA’S GOT TALENT Reality show Conduce Simone Annicchiarico con Belen Rodriguez. 00:30 NONSOLOMODA - 25 E OLTRE... Attualità Conduce Samya Abbary 01:00 TG5 NOTTE - METEO 5 NOTTE Notiziario 01:30 STRISCIA LA NOTIZIA - LA VOCE DELLA CONTINGENZA Attualità

Italia1 18:00 LA VITA SECONDO JIM Telefilm 18:30 STUDIO APERTO - METEO Notiziario 19:00 BUGS BUNNY Cartoni animati 19:15 MADELINE - IL DIAVOLETTO DELLA SCUOLA FILM Con Frances McDormand, Nigel Hawthorne, Hatty Jones

21:10

MATILDA SEI MITICA FILM Con Rhea Perlman, Embeth Davidtz, Danny DeVito, Mara Wilson, Pam Ferris, Goliath Gregory 23:00 BLADE: TRINITY FILM Con Wesley Snipes, Kris Kristofferson, Ryan Reynolds, Jessica Biel, Parker Posey, Cascy Beddow, John Ashker 01:05 STUDIO SPORT XXL Rubrica sportiva 02:05 POKER1MANIA Rubrica sportiva

cui voto in caso di parità vale doppio, e contrari quelli della provincia (Massimo Ghini) e della camera di commercio (Andrea Mondello). Polverini e Alemanno, che lo aveva nominato, ringraziano Rondi, e così l’Anica, l’associazione dei produttori cinematografici, che nel corso dell’ultimo festival di Berlino, si era schierata apertamente (pure se con prese di distanza al suo interno) per Müller. Durissimi i commenti del centrosinistra, che dall’inizio si è opposto con fermezza alle modalità di lottizzazione messe in atto rispetto al festival dal sindaco e dalla presidente della regione. «Come era facilmente prevedibile, il 'Sacco di Roma’ è avvenuto. Renata Polverini e Gianni Alemanno hanno fatto prevalere la forza sulla ragione - ha detto il senatore del Pd Vincenzo Vita, vicepresidente della commissione cultura - Si tratta di un atto in puro stile autoritario ... Dobbiamo reagire». «È una giornata nera per la libertà della cultura a Roma - ha dichiarato Giulia Rodano, responsabile nazionale cultura di Italia dei Valori - Temo che le dimissioni di Rondi, anzichè salvare la rassegna, mettano il festival nelle mani di potenti interessi privati dell'industria cinematografica. Siamo davanti al remake di un film già visto lo scorso anno, quando la Polverini, aveva affidato la gestione del Roma Fiction Fest all'associazione dei produttori televisivi». Solidarietà a Rondi anche dal presidente della provincia Zingaretti, che vede nell’imposizione delle sue dimissioni, un «ferita per l’autonomia della manifestazione e delle istituzioni culturali della città». Il punto è che l’intera vicenda ha mostrato come nel festival romano la politica sia ancora più aggressiva che altrove, e che comunque ci sia bisogno in generale di rivedere statuti e meccanismi che regolano i rapporti tra enti locali, anche se finanziatori principali, e eventi culturali ai quali dovrebbe essere garantita il massimo dell’autonomia di scelte dalla politica e anche dall’industria. Peccato che un ottimo direttore di festival quale può essere Müller arrivi in un paesaggio talmente inquinato, e peccato anche che lui stesso si sia prestato al gioco della politica con tanta evidenza. Vedremo, se sarà nominato, quali e quanti margini di indipendenza all’interno della macchina festival riuscirà a mettere in pratica.

La7 16:20 TORNEO 6 NAZIONI 2012 IRLANDA - ITALIA Differita Evento sportivo 18:15 FEBBRE DA CAVALLO FILM Con Enrico Montesano, Catherine Spaak, Luigi Proietti, Mario Carotenuto, Adolfo Celi, Fernando Cerulli, Nerina Montagnani 20:00 TG LA7 Notiziario 20:30 IN ONDA Attualità Conduce Luca Telese e Nicola Porro

21:30

THE SHOW MUST GO OFF Varietà Conduce Serena Dandini con la partecipazione di Dario Vergassola ed Elio e le Storie Tese 00:30 TG LA7 Notiziario 00:35 TG LA7 SPORT Notiziario 00:40 M.O.D.A Attualità Conduce Cinzia Malvini 01:25 MONDIALE SUPERBIKE GP DI AUSTRALIA Evento sportivo

Rainews 19:03 IL PUNTO SETTIMANALE Attualità 19:27 AGRIMETEO Notiziario 19:30 TG3 Notiziario 20:00 IPPOCRATE Rubrica 20:30 TEMPI SUPPLEMENTARI Rubrica 20:57 METEO Previsioni del tempo

21:00

NEWS LUNGHE DA 24 Notiziario 21:27 METEO Previsioni del tempo 21:30 MERIDIANA - SCIENZA 1 Rubrica 21:57 METEO Previsioni del tempo 22:00 INCHIESTA 3 Attualità 22:30 NEWS LUNGHE DA 24 Notiziario 22:57 METEO Previsioni del tempo 23:00 CONSUMI E CONSUMI Rubrica 23:27 METEO Previsioni del tempo


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il manifesto

SABATO 25 FEBBRAIO 2012

Sbilanciamoci.info Una tassa sui patrimoni finanziari per creare 800.000 posti di lavoro Guido Ortona, Ugo Mattei, Francesco Scacciati

I

n questo intervento proponiamo quanto segue: 800.000 disoccupati vengono assunti nel settore pubblico dell'economia con una retribuzione netta di 1.200 euro al mese. L'operazione è finanziata con un'imposta patrimoniale sulla ricchezza mobiliare (escludendo cioè le abitazioni, i terreni ecc.). Prima di entrare nel merito chiariamo che: a) gli 800.000 posti e i 1.200 euro al mese vanno intesi come ordine di grandezza […]; b) le aliquote fiscali che verranno citate più sotto sono anch'esse un ordine di grandezza medio. È sicuramente preferibile ricorrere ad aliquote progressive. Analogamente, si potrà pensare anche a una limitata tassazione del patrimonio immobiliare […]. Premessa. L'emergenza economica in cui ci troviamo è l'insieme di più emergenze. Una è quella occupazionale. Gli economisti seri concordano su questi quattro punti: a) i prossimi mesi, o anni, di recessione aggraveranno questa emergenza; b) una crescita debole, paragonata a quella degli ultimi anni prima della recessione, non è sufficiente a risolvere questa emergenza, e forse nemmeno a impedirne l'aggravarsi; c) i costi di questa emergenza sono enormi, e di lungo periodo: in quanto oltre alle gravi sofferenze di natura sia economica sia psicologica per i disoccupati (che molti politici trascurano) comprendono anche la perdita di capacità lavorative, la disaffezione verso il lavoro, e vari tipi di degenerazione del tessuto sociale; d) il mercato non è in grado di risolvere questa emergenza. Ne consegue inevitabilmente quanto segue: a) l'emergenza occupazionale va affrontata come tale, cioè con provvedimenti di emergenza, che devono durare fino a che dura l'emergenza; b) è compito dello stato sostituirsi al mercato per creare occupazione; c) le risorse per affrontare questa emergenza devono essere sottratte al ricatto dei mercati finanziari. Infatti un aumento del costo del debito implica una riduzione delle risorse pubbliche disponibili, il che fa aumentare la disoccupazione; e contrastare la disoccupazione con nuova spesa pubblica implica un aumento del costo del debito, e così via; d) le risorse necessarie devono quindi provenire da una fonte consistente e stabile. La via più percorribile in tempi brevi è la tassazione della ricchezza mediante un'imposta patrimoniale. La proposta qui illustrata solleva quattro ordini di problemi: tecnici, cioè come implementarla; economici, cioè la valutazione degli effetti che avrebbe sull'economia; finanziari, cioè dove trovare i soldi per attuarla; e infine politici. È importante, prima di continuare, verificare che i soldi ci siano, per dirla un po' brutalmente. Ci sono. A quanto riferisce la Banca d'Italia, la ricchezza mobiliare netta degli italiani, cioè quella costituita da moneta e titoli (e non da abitazioni e altri immobili, e calcolata sottraendo i debiti) è di circa 2.700 miliardi di euro, di cui almeno il 45% è nelle mani del 10% più ricco. Il costo della manovra suggerita è di poco meno di 12,5 miliardi (includendo una tredicesima mensilità). Ciò implica che il suo costo potrebbe essere coperto con un'imposta patrimoniale media pari allo 0,46%, cioè al 4,6 per mille […]. Per avere un'idea della portata di una simile imposta si consideri quanto segue: un cittadino che disponga di una ricchezza finanziaria di 10.000 euro (un valore piuttosto basso, dato che il patrimonio include ogni tipo di risparmio, compresi i conti correnti bancari) dovrebbe pagare 46 euro all'anno; non c’è motivo per cui non possa essere autorizzato a pagare in dodici rate mensili di tre euro e ottantatre centesimi ciascuna. Ci sentiamo di dire che questo esborso è ampiamente alla sua portata; e lo è quindi, a maggior ragione, quello richiesto ai cittadini dotati di un patrimonio maggiore. La proposta integrale su www.sbilanciamoci. info

il manifesto CAPOREDATTORI marco boccitto, micaela bongi, sara farolfi, massimo giannetti, giulia sbarigia, roberto zanini, giuliana poletto (ufficio grafico) il manifesto coop editrice a r.l. REDAZIONE, AMMINISTRAZIONE, 00153 Roma via A. Bargoni 8 FAX 06 68719573, TEL. 06 687191 E-MAIL REDAZIONE redazione@ilmanifesto.it E-MAIL AMMINISTRAZIONE manamm@ilmanifesto.it SITO WEB: www.ilmanifesto.it TELEFONI INTERNI SEGRETERIA 576, 579 - ECONOMIA 580 AMMINISTRAZIONE 690 - ARCHIVIO 310 POLITICA 530 - MONDO 520 - CULTURE 540 TALPALIBRI 549 - VISIONI 550 - SOCIETÀ 590 LE MONDE DIPLOMATIQUE 545 - LETTERE 578 SEDE MILANO REDAZIONE: via ollearo, 5 20155 REDAZIONE: tutti 0245072104 Luca Fazio 024521071405 Giorgio Salvetti 0245072106 redmi@ilmanifesto.it AMMINISTRAZIONE-ABBONAMENTI: 02 45071452 SEDE FIRENZE via Maragliano, 31a TEL. 055 363263, FAX 055 354634 iscritto al n.13812 del registro stampa del tribunale di roma autorizzazione a giornale murale registro tribunale di roma n.13812 ilmanifesto fruisce dei contributi statali diretti di cui alla legge 07-08-1990 n.250 ABBONAMENTI POSTALI PER L’ITALIA annuo 260€ semestrale 135€ i versamenti c/c n.00708016 intestato a “il manifesto” via A. Bargoni 8, 00153 Roma

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chiuso in redazione ore 21.30

tiratura prevista 63.310

❚ EMILIA Sabato 25 febbraio, ore 15.30 PREMIO CHIARINI Rinviato causa maltempo l’11 febbraio, si tiene oggi il premio Stefano Charini che è stato attribuito quest’anno a Vauro Senesi, per - si legge nella motivazione: «il suo impegno attraverso articoli, vignetti e interventi televisivi atti a rompere il muro di omertà e disinformazione che sovrasta la questione palestinese». ■ Polisportiva Gino Nasi, via Tarquinia 55, Modena

LAZIO Lunedì 27 febbraio, ore 17 PALESTINA E DINTORNI Incontro pubblico dal titolo «Dalla parte dei palestinesi: il ritorno, un diritto. Sabra e Chatila, a trent’anni dal massacro nessuna giustizia». Coordina: Bassam Saleh (Comunità palestinese in Italia), interverranno: Gustavo Pasquali (Forum Palestina), Loretta Mussi (Un Ponte per…), Maurizio Musolino (Comitato Per non dimenticare Sabra e Chatila), Kassem Al Aina (Coordinatore Ong palestinesi in Libano, Comitato Per non dimenticare Sabra e Chatila) ■ Cdb di San Paolo, via Ostiense 152/b, Roma

MARCHE Sabato 25 febbraio, ore 15 CRISI NEI CANTIERI Convegno a tema «Crisi della cantieristica lotte operaie e progetto per il lavoro». Intervengono delegati operai e rappresentanti della Fiom dei principali cantieri navali italiani. Per una svolta nella politica nazionale della cantieristica, parecipa il segretario nazionale PdCI Oliviero Diliberto. ■ Sala del Consiglio comunale L.go 24 Maggio 1, Ancona

PIEMONTE Sabato 25 febbraio, ore 13 NO TAV Il popolo No Tav scende ancora una volta in strada per ribadire il proprio rifiuto al progetto inutile e devastante della nuova linea ferroviaria Torino-Lione. La manifestazione è stata organizzata in collaborazione con la Comunità Montana e l’assemblea dei sindaci della val Susa e val Sangone per ribadire l’unità del territorio nel respingere quest’opera. Sarà un’ occasione per rilanciare la mobilitazione e sancire la legittimità della resistenza in corso da mesi contro il cantiere di Chiomonte, area militarizzata. ■ Appuntamento presso piazza della stazione, Bussoleno (To)

UMBRIA Domenica 26 febbraio, ore 9.30 BIOGAS Convegno nazionale sul biogas alimentato a biomasse organizzato dal Comitato per la difesa dell'ambiente di Costano. Tra gli interventi previsti ci sono quelli del prof. Michele Corti dell'università di Milano, del dott. Luigi Gasparini dell'Associazione Medici per l'Ambiente, del dott. Roberto Pellegrino dell'università di Perugia, dell'avv. Marzia Calzoni del Comitato «Territorio e Vita» onlus e del magistrato bolognese Enzo Roi. ■ Cinema Esperia, località Bastia Umbra (Pg) Martedì 28 febbraio, ore 18 IL CASO GUBBIO Affonda la politica, affiorano «i mostri». Il caso Gubbio, discutiamone in un incontro-dibattito. ■ Presso i locali della redazione di «Micropolis» e «SegnoCritico» in Via Raffaello 9/A (traversa di Via Bontempi), redazione di micropolis, vVia Raffaello 9/A (traversa di Via Bontempi) Perugia Le segnalazioni vanno tutte inviate al seguente indirizzo e-mail: eventiweb@ilmanifesto.it

La stragrande maggioranza dei greci sta reagendo ai sacrifici in modo composto e, al di là delle apparenze, le manifestazioni sindacali si svolgono in forma pacifica e responsabile anche di fronte a restrizioni pesantissime dei diritti dei lavoratori e dei salari. Le invettive di alcuni politici europei nei confronti dei greci sono un segno di intolleranza preoccupante. Recentemente il presidente greco Papoulias (ex partigiano) ha dato sfogo a un sentimento di insofferenza profonda. «Chi è Schaeuble per dileggiare la Grecia? - ha detto - Chi sono gli olandesi? Chi sono i finlandesi? Abbiamo sempre avuto l'orgoglio di difendere non solo la nostra libertà, non solo il nostro paese, ma la libertà di tutta l'Europa». Papoulias ha reagito all'affermazione del ministro tedesco di Economia che la Grecia è un pozzo senza fondo

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ta a testa alta, com’è avvenuto per i tre operai della Fiat di Melfi, reintegrati in fabbrica dalla Corte di Appello di Potenza. L’ossessione di Marchionne che non ha permesso a decine di lavoratori il rientro alla Fiat di Pomigliano perché iscritti alla Fiom e non alla Uil o alla Cisl, fa capire che questi atteggiamenti possono diffondere ben altro caos o paure. Questa nostra società che arriva a questo punto di rottura, con un capovolgimento dei diritti, senza accettare che gli uomini abbiano pari dignità, a prescindere dalla tessera di partito o sindacale, ha ridotto all’osso la dignità degli uomini. Salvatore Spavone

La frode del padre di famiglia "Mobbizzato" per budget Parola mia, non avrei mai creduto di arrivare, a 50 anni compiuti, al punto di recarmi al lavoro tutte le mattine con la tristezza nel cuore. Sono ingegnere elettronico. Da oltre vent’anni lavoro in una grande azienda genovese del gruppo Finmeccanica. Ma, da due anni a questa parte, dovrei dire che "non-lavoro" in questa azienda. Infatti, tutte le mattine entro, mi siedo alla scrivania e, dopo le canoniche otto ore, esco dalla mia azienda. Sono sempre presente, mi pagano il regolare stipendio ma, di fatto, sono disoccupato perché da due anni nessuno mi interpella, nessuno mi da' qualcosa da fare, il mio telefono non squilla mai. E tutto questo avviene tutti i giorni, per tutte le otto ore di presenza in azienda. Ma non si tratta di mobbing intenzionale, perché non c'è una volontà esplicita di oppressione nei miei riguardi. Peggio, per "ragioni di budget" gli impegni vengono continuamente procrastinati e, in pratica, si attua una non-considerazione della mia persona, del mio background lavorativo, delle mie competenze, del mio curriculum. Con chi me la posso prendere? Non c'è nessuno con cui prendersela. Semplicemente, la mia azienda mi ignora. Ci sono momenti, durante la giornata, che per lo sconforto, mi chiudo in bagno e mi metto a piangere. Ma è un pianto senza lacrime. E ne ho fatti di tentativi per cambiare la situazione. Sto vivendo uno stato di prostrazione estrema. Se non avessi la mia famiglia, i miei cari, probabilmente avrei accarezzato l'idea di lanciarmi dal tetto aziendale. Chissà, forse allora si accorgerebbero di me. R.R.

Questioni di dignità È molto bello dimostrare che la propria dignità di lavoratore venga vissu-

Una grande frode è far passare il governo Monti per un buon padre di famiglia che cerca solo di rimettere i conti domestici a posto. Sono invece un gruppo cui interessa solo il trimestrale di cassa, i profitti a breve per sé e gli altri oligarchi. Gente ben a conoscenza che “la Borsa vola in alto quando il sangue scorre nelle strade”. Gli manca solo la guerra, ma a quella sta lavorando attivamente la Nato. E dopo di loro venga pure il diluvio. Giorgio Carlin Torino

Non facciamoci del male In merito all’articolo "Invito a Caselli" di Guglielmo Ragozzino (il manifesto 22/2) vorremmo sottoporre alcune notazioni. Non spetta a noi difendere Gian Carlo Caselli: per lui e in sua

“difesa” parlano la sua vita e la sua storia, umana e professionale. Storia pubblica e a disposizione di chiunque la voglia conoscere. Tuttavia oggi dobbiamo sottolineare che è in corso un attacco indegno alla sua persona. Attacco che, per le forme in cui si sta sviluppando e per le parole minacciose che vengono usate (sui muri e in interventi su siti e blog), in nessun modo può essere iscritto nel libero dibattito di idee e di posizioni, sempre lecito, anche nelle forme più aspre. Per quanto riguarda il ruolo della nostra casa editrice, possiamo dire che siamo fieri di avere pubblicato i libri di Gian Carlo Caselli. E che rimaniamo perplessi e sgomenti nel leggere le parole che il vostro giornale ci dedica nell’articolo in questione. Greve è l’ironia sul nome della casa editrice: «Melampo, molti lo ricordano, è il nome del povero cane, corrotto dalle faine, che Pinocchio sostituisce nel pollaio». Ironia che prepara la zampata a «un’obiettiva propaganda all’americana». Rimettiamo in ordine i fatti: il libro Assalto alla giustizia, concepito nel corso del 2011 e pubblicato in dicembre, è una riflessione sullo stato della legalità nel nostro Paese. Il fatto che le presentazioni, già programmate, di questo libro siano state prese come momento di visibilità da parte di chi ha voluto identificare Caselli come il “bieco repressore” è cosa da noi non voluta, anzi subita. Tant’è che, per senso di responsabilità, abbiamo dovuto annullare alcuni incon-

VUOTI DI MEMORIA

Ambizioni Alberto Piccinini I giornali recano la notizia del suicidio di Bresci. Bresci – cioè – secondo i telegrammi comunicatemi, - sottoposto da un mese al regime cellulare di Santo Stefano, la più terribile delle nostre carceri, si era mostrato da più giorni irrequieto; da una settimana rifiutava il cibo e pareva in preda a un accesso di furore, a cui nell'ultimo giorno parve sottentrare una calma apparente, durante la quale egli con un tovagliolo si strangolava. Il fatto, a chi ha pratica delle carceri e dell'uomo criminale, non ha nulla di singolare. Il Bresci era un criminaloide che, uscendo da una famiglia impoverita e ambiziosa (...) dopo aver sofferto una miseria grandissima, quando già cominciava a sollevarsene, fu colpito da discorsi e conferenze anarchici, che coincidevano con delle idee sortegli dalle primitive sventure. Idee che erano germogliate per la incultura primitiva, e soprattutto dopo che si era recato in America in un vero focolaio di anarchici (...). Che il senso morale fosse in lui ottenebrato da un fanatismo esagerato, che lo rendeva simile a un comune delinquente, lo prova il nessun rimorso, la premeditazione del reato, avendo comprato la rivoltella già da molto tempo e, orribile dettaglio, intaccato il proiettile con una forbice perchè riuscisse più micidiale, (...). Era donnaiolo, ma finì con un specie di matrimonio. Non aveva altre ambizioni, oltre quella politica, che di essere un fotografo (Cesare Lombroso sul suicidio dell'anarchico Gaetano Bresci; «La Stampa», 24 maggio 1901)

VERITÀ NASCOSTE

La Grecia e le "anime belle" Sarantis Thanopulos dove si buttano soldi e alle ripetute dichiarazioni di esponenti del governo olandese e di quello finlandese che dei greci si poteva fare a meno. Qualcuno in Europa ha parlato di cattiva retorica, ma anche ai greci, nonostante l'approvazione generale alle parole del loro presidente, il riferimento generico agli olandesi e ai finlandesi non è del tutto piaciuto. Avrebbero preferito una chiamata in causa circoscritta ai governanti. Nella loro cattiva sorte preferiscono detestare la Merkel, non i tedeschi. Non sembra, tuttavia, che Papoulias intendesse prendersela con i popoli. La sua

risposta risentita andrebbe interpretata per quello che è: una reazione che rispecchia pienamente il tipo di emozioni che la politica di Merkel sta incubando in Europa. Questa politica, in qualsiasi modo la si pensi, sta portando i greci alla fame. Se Schaeuble conoscesse la storia europea (cosa che per un politico del suo livello dovrebbe essere scontato) saprebbe che durante l'occupazione nazista, in particolare nell'inverno del 1941-’42, centinaia di migliaia di greci sono morti di fame. Attribuire al popolo tedesco l'esclusiva responsabilità del nazismo è cosa ingiusta. Se la storia ha

un senso, la responsabilità è di tutti gli europei. Tuttavia, Schaeuble, che non è un affamatore di popoli, avrebbe dovuto mostrare maggiore sensibilità: con la sua metafora, manifestamente impropria, del pozzo senza fondo, è riuscito solo a richiamare vecchi fantasmi (mai del tutto superati), ad avvelenare, senza che se ne sentisse il bisogno, un clima già teso. Purtroppo la sua indelicatezza è un segno dell'opacità delle emozioni che caratterizza il nostro tempo. Riflette l'autoreferenzialità psicologica dei suoi elettori, che non è un fenomeno tedesco ma europeo. C'è una tendenza alla

tri pubblici. Il coraggio e l’impegno civile di Melampo Editore sono rappresentati dal nostro catalogo. E voi dovreste ben conoscere la fatica e la difficoltà di fare editoria fuori dai grandi gruppi e dai grandi circuiti finanziari ed economici. Abbiamo sempre seguito con affetto e rispetto il manifesto. Non chiediamo affetto ma rispetto per il nostro lavoro. Fare muro di fronte alla barbarie riteniamo passi anche da questo. In alternativa: continuiamo così, facciamoci del male. Lillo Garlisi Amministratore delegato di Melampo Editore

Il ministro Clini precisa Gentile direttrice, ieri il suo giornale ha pubblicato un articolo di Francesca Pilla sul tema delle risorse idriche, articolo che mi riguarda. La giornalista cita un mio intervento alla trasmissione "Piazza Pulita" in cui dicevo che «l'acqua è una risorsa rara, costosa, possiamo rendere efficiente il servizio solo attraverso una competizione». Aggiunge Pilla che io avrei avuto un ripensamento su questo principio. Mi sta a cuore segnalare a lei e ai suoi lettori che non c'è contraddizione fra ciò che ho detto nell'incontro con i movimenti contro la cosiddetta "privatizzazione" dell'acqua e ciò che ho espresso durante la trasmissione tv. La competizione consente di confrontare risultati e costi tra i diversi gestori delle risorse idriche, avendo chiare sia la natura di bene pubblico dell'acqua sia l'esigenza di assicurare un servizio efficiente, contestuale con standard di qualità dell'acqua nel rispetto delle norme ambientali nazionali ed europee. Lo stato dei servizi idrici italiani, e più in generale la gestione del ciclo delle acque, invece mettono in evidenza inefficienze e sprechi con costi ambientali ed economici elevatissimi sopratutto in alcune regioni italiane. Stiamo predisponendo la norma prevista dal decreto "Salva Italia" in materia di acqua. Nell'ambito di questa norma, abbiamo previsto di individuare obiettivi di qualità per i gestori dei sistemi idrici e del ciclo delle acque, obiettivi ai quali devono essere connessi i livelli delle tariffe da applicare per coprire i costi. Chi non rispetta gli obiettivi avrà la responsabilità di tariffe più elevate, mentre potrebbe ottenere vantaggi tariffari chi è in grado di offrire servizi con performance più elevate rispetto agli obiettivi. Una competizione, questa, che non genera speculazioni, ma al contrario promuove la qualità dei servizi e riduce i consumi di acqua, bene pubblico prezioso e raro. Corrado Clini

"padanizzazione" dei popoli, una riedizione volgare, su scala collettiva, delle "anime belle". Dove questa tendenza si afferma sfuma il significato stesso di "popolo": ciò che prende forma è un corpo sociale indistinto aggrappato ai meccanismi virtuosi (veri o supposti) del benessere economico del presente e proiettato psicologicamente a percepirli come organismo a se stante e permanente. Se gli europei devono unirsi è perché la loro storia, che conta due catastrofi nel secolo scorso, insegna loro che le "anime belle" cadono sempre in piedi finché la propria casa non gli cade in testa. Più ci si allontana dal senso della storia, più si perde di vista il futuro e il comune sentire, volto al presente, diventa a lungo andare un'accozzaglia di sentimenti in attesa di esplodere.


il manifesto

SABATO 25 FEBBRAIO 2012

pagina 15

COMMUNITY

La tentazione del populismo in Europa L

a crisi economica avviata con il collasso finanziario del 2008-2009 sta rapidamente cambiando gli scenari della democrazia in Europa. Per fronteggiare gli effetti della crisi si attribuiscono sempre più funzioni di governo ai “tecnici”, che inevitabilmente ridimensionano non solo il ruolo e la visibilità dei partiti, ma anche i poteri e i diritti politici dei cittadini. Governi guidati da tecnici sono al lavoro in Italia e in Grecia, sostenuti da coalizioni politiche trasversali. Ma ancora più importante è il ruolo della “troika” formata da Commissione europea, Bce e Fmi che svolge un ruolo da “supergoverno”, commissariando di fatto le politiche economiche e sociali dei paesi più in difficoltà dell’Eurozona. L’intervento del “tecnico” Mario Draghi ha poi esplicitato un progetto di trasformazione epocale del Vecchio continente, con l’archiviazione del “modello europeo” soprattutto per le protezioni sociali e i diritti del lavoro. Tutto questo avviene mentre, al di là dell’atlantico, il “politico” Obama è accusato di voler trasformare gli Stati Uniti imitando il modello europeo. Da dove nasce il potere dei tecnici? Il loro punto di forza è quello di poter imporre anche politiche impopolari, perché non hanno la necessità di conquistare il consenso elettorale. Possono d’altra parte contare sulle debolezze e la poca credibilità dei partiti: per affrontare i problemi posti dalla crisi economica l’opinione pubblica sembra più disposta ad affidarsi a una élite di tecnici piuttosto che alle tradizionali élite politiche. Si sta anche affermando un “retorica dei tecnici”, ripetuta come un mantra da Monti, da Draghi e dalla Fornero: l’idea di agire nell’interesse delle future generazioni, soprattutto dei giovani che sperimentano sempre più la disoccupazione e il precariato. Una retorica che non solo è smentita da tutti gli economisti più seri, ma che ha scarsissima credibilità presso i giovani. In Italia il consenso per il governo dei tecnici è elevato soprattutto fra gli anziani e i pensionati, mentre è molto più limitato nelle giovani generazioni; è molto forte fra gli imprenditori e i liberi professionisti mentre si riduce drasticamente tra i disoccupati. Come ci si può opporre al potere dei “tecnici” e al rigido paradigma neoliberista di cui diventano esecutori? Il dissenso si manifesta soprattutto nella “piazza”, come

Graffiti di denuncia Il trasporto pubblico di Kabul

Afghanistan

Un’artista dipinge un graffito nel quale è raffigurato gruppo di donne in burqa che si erge dal mare a simboleggiare la pulizia, mentre più in basso c’è un autobus senza ruote e pieno zeppo di passeggeri. È un commento sulla spaventosa situazione dei mezzi di trasporto pubblico. Foto Reuters

Un’opposizione politica alla politiche dei tecnici, della Bce e del Fmi viene per ora soprattutto espressa dalla destra populista europea: un insieme di partiti già saldamente insediati nelle istituzioni politiche, che hanno un accesso privilegiato al dibattito pubblico e ai media

Roberto Biorcio dimostrano le ripetute mobilitazioni che si sono registrare in Grecia, Spagna, Portogallo e (in misura per ora limitata) in Italia. Le mobilitazioni hanno però molte difficoltà ad incidere sui processi in corso perché prive di una rappresentanza politica. Emerge così un diffuso senso di impotenza dei cittadini, una percezione di espropriazione della sovranità popolare, che si lega spesso con la perdita delle sovranità nazionale. Una opposizione politica alla politiche dei tecnici, della Bce e del Fmi viene per ora soprattutto espressa dalla destra populista europea: un insieme di partiti già saldamente insediati nelle istituzioni politiche, che hanno un accesso privilegiato al dibattito pubblico e ai media. Queste formazioni hanno avuto successo negli ultimi venti anni soprattutto gestendo l’antipolitica e denunciando le

minacce ai diritti e al benessere delle comunità nazionali attribuite agli immigrati. Oggi appare ancora più facile una gestione politica populista della proteste perché da una parte viene messa in discussione la sovranità popolare e dall’altra si ridimensionano i sistemi di welfare locali, chiedendo allo stesso “popolo” di pagare i costi per risanare i bilanci statali e fronteggiare i collassi delle banche. La destra populista europea gestisce le tensioni sociali contrapponendosi non solo al ceto politico nazionale ma anche alle oligarchie economiche e finanziarie che dominano a livello internazionale. La polemica contro gli effetti della globalizzazione e della crisi economica è strettamente intrecciata a quella contro l’Unione Europea: si rifiuta ogni tipo di solidarietà per gli stati in difficoltà, e

si sottolineano i vantaggi di un possibile abbandono dell’Euro. In alternativa alle pratiche della democrazia partecipativa, le formazioni populiste valorizzano una sorta di democrazia plebiscitaria, di fatto realizzata chiedendo un pronunciamento con il voto per i loro leader come interpreti dell’autentica volontà popolare. I principali partiti di centrosinistra europei appaiono oggi in gravi difficoltà: non sono più in grado di gestire i problemi e le nuove domande prodotte dalla crisi perché dovrebbero rimettere in discussione il paradigma di “neoliberismo temperato” su cui si sono posizionati negli ultimi venti anni. I partiti europei di centrodestra si muovono in modo molto diverso: di fronte alle scadenza elettorali cercano di recuperare alcune idee e soprattutto la retorica della destra populista. Viene in parte rimessa in discussione la divisione del lavoro che si era realizzata di fatto in diversi paesi europei: i partiti di centrodestra gestivano le politiche neoliberiste mentre i partiti populisti davano espressione alle insicurezze e alle domande di protezione dei ceti popolari. In Francia Sarkozy cerca di presentarsi come “presidente del popolo” prendendo le distanze dalle élite economiche che erano state favorite dalla sua politica fiscale. Chiede un affidamento plebiscitario alla sua persona per salvare la nazione dalla “catastrofe” e al tempo stesso manda precisi segnali all’elettorato del Front National con la promessa di frenare l’immigrazione, di escludere i matrimoni omosessuali e di riformare la politica riducendo il numero dei parlamentari. In Germania, per riconquistare popolarità, la Merkel cerca di presentarsi come la paladina del “popolo tedesco” riducendo al minimo la solidarietà nell’ambito dell’Unione. La Grecia e gli stati in difficoltà vengono offerti ai cittadini tedeschi come possibili capri espiatori per l’indignazione e la rabbia popolare. Una strategia nel contesto dell’Eurozona molto simile a quella che la Lega ha praticato in Italia. Il Carroccio ha cercato di gestire il malcontento crescente delle regioni del Nord rilanciando le polemiche contro le responsabilità delle popolazioni del mezzogiorno, presentando la secessione come l’unica via per portare la Padania fuori dalle difficoltà economiche.

IMMIGRAZIONE

I DIRITTI UMANI AL TEMPO DELLA CRISI Raffaele K. Salinari

L

a sentenza della Corte europea dei diritti umani contro le pratiche anti immigrazione dell’Italia sancisce che la violazione e/o la sistematica strumentalizzazione dei Diritti umani rientra oramai a pieno titolo tra le “necessità” strategiche previste dalla gestione dell’attuale fase di crisi finanziaria. In particolare, “i mercati” spingono per reinterpretare le regole del Diritto umanitario esistente, quello sancito dalle Convenzioni di Ginevra, al fine di crearne un altro, sostituito dal Diritto di ingerenza umanitaria come si è sviluppato a partire dai bombardamenti durante la guerra in ex Jugoslavia per arrivare all’assassinio di Gheddafi. Le crisi economiche sono, in ogni epoca, le fasi che ottimizzano e forgiano le premesse per i nuovi scenari della dominazione, per un nuovo nomos della Terra. Il bioliberismo, la forma attuale della biopolitica operante in questa fase storica ha la necessità, per continuare a riprodursi, di controllare ogni forma di vita sottoponendola agli imperativi del profitto; per fare questo è sommamente necessario “torcere” anche il rispetto dei diritti umani, dandone di fatto nuove definizioni e soprattutto applicazioni, in sintonia con la loro strumentalizzazione. In questa ottica la violazione dei diritti umani, prima in nome della sicurezza e della lotta al terrorismo, oggi in nome della crisi finanziaria con i suoi risvolti internazionali di povertà crescente e conseguente instabilità globale, si giustifica come strumento per “ridare fiducia ai mercati”. Le pratiche di Abu Grhaib o Guantanamo, ma anche di Lampedusa, sono la tragica realtà del trattamento riservato agli immigrati ed ai profughi delle “guerre umanitarie” africane; una logica che vede il suo coerente prolungamento nei tentativi di abolizione progressiva dei diritti del lavoro, nel taglio del welfare, nel mantenimento ostinato delle spese militari, sino ad arrivare, come si profila per la Grecia, alla sospensione della democrazia formale attraverso il rinvio delle elezioni politiche. E allora si deve dire con chiarezza che il punto di arrivo attuale, il dominio dei mercati su ogni scelta politica, l’espropriazione della società civile di ogni possibilità di influenzare scelte che la riguardano nella quotidianità, l’impotenza dei partiti se non ad assecondare le logiche decise dalle agenzie di rating, sono tutti frutti avvelenati che nascono dall’accettazione della “guerra umanitaria” lanciata ormai vent’anni or sono da Bill Clinton, uno dei leaders della “terza via” democratica, ancora tanto in voga nei grandi partiti europei che una volta si richiamavano alla tradizione socialista o addirittura comunista. Da una parte dunque si continua ad ammannire il vecchio mantra “per la vostra sicurezza”, che elimina ad una ad una le modalità che permettono ai corpi migranti di muoversi liberamente, attanagliandoli in pratiche vessatorie ed umilianti. Dall’altro, la minaccia del default, del baratro economico, del declassamento ad opera delle società di rating, getta l’ombra del fallimento collettivo su ciascuno, il fardello del

IL BENPENSANTE

Questa è la storia di un italiano. Ha pochi capelli, pochi soldi, racconta agghiaccianti barzellette, corteggia tutte le donne sposate che vede. Sparla di tutti i suoi migliori amici, ha due figli deficienti e una moglie stupida che è l’amante di un farmacista di via Nemorense. Come fa le tagliatelle la sua mamma non le fa nessuno al mondo. Ha fatto l’urologo dilettante per una decina d’anni, aveva anche il ricettario. Dei suoi pazienti, tre sono diventati impotenti, uno è morto e l’ultimo si piscia addosso in pubblico. Purtroppo ha una pancia da malato di fegato e, al posto del pene, ha un buco nero. Per guarire da questa anomalia umiliante ha girovagato tra psicologi, dietologi, ladri, truffatori e frati che non fan miracoli. Fino a che, un giorno

debito diventa un sorta di psicodramma collettivo che esprime una somma di fallimenti personali, una bancarotta di cui ognuno è colpevole colpevole se non “stringerà la cinghia” e dunque rinuncerà ad un altra fetta di diritti duramente acquisiti. Il termine di paragone sono sempre quelli che stanno peggio, non più coloro i quali hanno accumulato immense ricchezze. Chi dissente è un avversario della stabilità che, sempre in un inarrivabile domani, aprirà alla futura “crescita”. Il messaggio dei mercati, attraverso i loro tecnocrati, ed il sostegno di una politica oramai più che irretita in questo "grande gioco" di macelleria sociale, è dunque che chi ha uno status appena migliore di quello dei poveri, che letteralmente muoiono di fame, deve ringraziare, ed ingraziarsi, le regole della governance capitalista globale. L’apparato spettacolare dei media unificati vorrebbe così spingere l’opinione pubblica dei paesi “avanzati” verso la sottomissione “spontanea” del vivente: niente rivolte, contestazioni, ribellioni, diserzioni, ma un quieto gregge di pecore che trova da solo la strada dell’ovile ogni sera. Il mondo della guerra umanitaria e della sua crisi, non è dunque soltanto un universo oscuro nel quale il cittadino occidentale solvente non deve avventurarsi ”per la sua sicurezza”, ove vige la legge marziale, ma anche uno stato della mente nel quale si sospende il giudizio critico, nel quale porre domande significa disturbare chi comanda e dirige una guerra senza quartiere i cui confini sono nebulosi, i nemici decisi di momento in momento in base alle fluttuazione delle borse. L’inutilità, la connivenza e dunque la componente antidemocratica di una realpolitik che abdica alla violazione dei diritti umani in nome della sicurezza o dello spread, come ha riconosciuto nel caso dell’Italia la Corte europea dei diritti umani, è tutta nell’accettazione di questa logica, giustificata come inevitabile. È un fatto che oggi l’idea di governare il modello di sviluppo esistente accumula molti più problemi di quelli che pretende di risolvere, essendo il modello liberista ingovernabile se non nel senso della sua progressiva affermazione, quindi da rigettare alla radice. E allora, le masse umane che si vorrebbero senza volto, senza storia e soprattutto senza diritti lo sono in realtà proprio perché de-private con la forza delle condizioni minime dell’esistenza. La morte per fame di milioni di bambini non è forse una massiccia violazione di un diritto umano? Un crimine contro tutta l’umanità? In questo scenario l’umanità delle periferie viene utilizzata per raffinare e tarare in corpore vili le modalità per un possibile dominio assoluto sui corpi dell’umanità intera, una condizione che ogni giorno che passa ci viene proposta come unica forma della democrazia.

maledetto, a Cesenatico un tale che rantolava invece di respirare gli ha detto: «Ma perché non va da Salimbeni, a Faenza? Le cambierà la vita!». Quattro ore dopo stava già per suonare il campanello. Non ha fatto in tempo. Ecco alle sue spalle il mitico Salimbeni in persona: «Non parliam di diete, che non ci credo. Mi facci 3 tentativi: a Fatima, alla Madonna Nera di Czestochowa e alla Beata Vergine del Carmelo. Se non funziona… lei vuol perdere peso, vero? Vadi subito dal suo macellaio e si facci tagliare una gamba!». E il poveretto: «Ma… lei è pazzo?». «Certo, non l’ha capito? Mi segua!». E s’è buttato dal quinto piano.


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il manifesto

SABATO 25 FEBBRAIO 2012

L’ULTIMA SOPRA I KORÉ DUGAW, A FIANCO DETTAGLIO DEL PALCO SOTTO BALLAKÉ SISSOKO /FOTO VALERIO CORZANI

Valerio Corzani SEGOU

C’

reportage

è un gran via vai di piroghe sul fiume Niger. Il corso d’acqua Mentre al nord soffiano più importante dell’Africa Occidentale attraversa il Mali da parte a parte venti di guerra, il fiume con la sua forza benefica, paciosa, tranpiù importante dell’Africa quilla e irreversibile. «L’acqua non conosce re» recita un proverbio bambara, la Occidentale fa da sfondo lingua di queste parti, non la lingua uffial Festival Sur Le Niger. ciale perché il retaggio coloniale impone ancora il francese, ma la lingua che tutti Fianco a fianco molti artisti parlano, giovani e vecchi. Il Niger bagna maliani: Boubacar Traoré, anche Segou, una cittadina piazzata a trecento chilometri a nord di Bamako, sulla Habib Koité, Rokia Traoré via che porta a Timbuctu. E le piroghe fanno continuamente la spola da una sponda all’altra, trasportando sabbia, pesce, legna, suppellettili e...turisti. Sono tanti i turisti occidentali che hanno ignorato gli avvertimenti un po’ allarmisti dei ministeri degli esteri dei propri paesi, impegnati in un’operazione decisamente miope di dissuasione. Le bande tuareg che al Nord hanno ucciso e rapito occidentali stanno appunto più a Nord e Segou è a tutti gli effetti una cittadina tranquilla, accogliente e colorata, in fibrillazione a partire da metà febbraio solo per gli appuntamenti che cadenzano un grande festival giunto oramai alla sua ottava edizione: il Festival Sur Le Niger. Anche il main stage del festival è una palafitta sul fiume e gli artisti che si esibiscono in questo enorme palco è come se offrissero un tributo alle acque o come se rifrangessero il calore del foltissimo pubblico nel catino di questo grande specchio liquido. In questi otto anni tutti i più grandi nomi della musica maliana hanno calcato il palco sul fiume e l’edizione del 2012 non ha fatto eccezione convocando stelle fulgide della scena come Salif Keita, Boubacar Traoré, Habib Koité, Rokia Traoré. Mancavano i grandi nomi della scena tamachek - Tinariwen, MALI Tamikrest, Terakaft - ma ci piace pensare che non si sia trattato di una ritorsione 60 mila persone all’interno del Mali e altre 69 mila che avrebbero nei confronti dei disturbi e delle violenze trovato rifugio nei paesi confinanti. Sono i profughi prodotti dal provocate dalla ribellione armata di alcuconflitto tra l’Azawad Liberation Movement (Mnla) e l’esercito di ni dei loro confratelli. L’impressione è Bamako, riesploso a metà gennaio con il ritorno dalla Libia delle confermata peraltro dalle jam che molti milizie tuareg che avevano combattuto per Gheddafi. «Non hanno giovani tuareg hanno improvvisato negli niente», ha detto il portavoce Onu, Adrian Edwards, sottolineando spazi pomeridiani e dalla presenza in carla necessità di aiuti urgenti. Ci sarebbero inoltre decine di morti, tellone, venerdì 17, di una grande vocama le informazioni indipendenti scarseggiano. Medici senza frontielist di Timbuctu, Khaïra Arby, le cui radire e Amnesty international hanno rivolto un appello al governo cenci arrivano comunque da una famiglia trale affinché la smetta di bombardare la popolazione civile. mista, per metà songhai e per metà ber-

La musica SUL NIGER 130 mila profughi, l’allarme Onu

bera. Khaïra, detta anche «l’usignolo del nord», canta in bambara, sonrai, arabo e tamachek e affronta nelle sue canzoni temi importanti come la religione, il matrimonio, la pace tra le diverse etnie e lo sviluppo della democrazia. Una grande performer e una testimone vivida, collante essenziale anche dal punto di vista culturale, in un momento in cui la giovane democrazia di questo paese west-africano è scossa dai tumulti nordegni. Dopo la Arby è toccato alla musicalità

ricercata, suadente e tropicalista del congolese Lokua Kanza. Una proposta totalmente acustica con due chitarre, un basso e due coriste, meno adatta forse al contesto festoso del main stage «sur le Niger», eppure capace di inscenare un magnifico spettacolo polifonico, retaggio delle sue radici mongo e ruandesi. Il perfezionismo di Lokua Kanza ha lasciato spazio poco dopo al più celebrato griot di Segou, Abdoulaye Diabaté. Cantante, ballerino, attore e soprattutto griot, Diabaté è un grande affabulatore che si fa accompagnare dagli strumenti tipici della musica bambara, calebasse e balafon in primis, e li coniuga insieme alle chitarre elettriche in uno stile irresistibile e danzante. La struttura dei brani è quella tipica di questa musica: una lunga parte caratterizzata da cadenze ossessive, ipnotiche, declamate da un cantato acido e portentoso e una breve chiusa frenetica, ri-

bollente di ritmo. Come se il pezzo si fosse agitato per impazzire all’improvviso in una deliziosa maionese subsahariana. Il festival Sur Le Niger è anche il sogno imprenditoriale del suo direttore artistico, Mamou Daffé, un intellettuale illuminato che ha deciso di investire sulla cultura e di costruire una serie di spazi che potessero far vivere la rassegna e adornare la città tutto l’anno, non soltanto nella frenetica settimana della kermesse. Così alcuni dei concerti del festival e gran parte delle conferenze si sono tenuti all’interno del Centre Culturel Koré. Dibattiti dai temi molto manageriali come le prospettive di lavoro attraverso la cultura, lo sviluppo dell’area di Segou, la salvaguardia del fiume Niger, la creatività e il cambiamento dei costumi. Molte altre cose si celebravano nel Quai des Arts, proprio nel tratto di lungofiume che sovrasta il palco più grande del festival: mercato artigianale e una galleria d’arte dove vengono esposte opere di artisti locali come Amahiguéré Dolo e Abdoulaye Konaté. La gente si concentra nelle strade sterrate del lungofiume nei giorni del festival, lì si esibiscono le confraternite dei Donsow (i cacciatori) e di clown osceni e ambigui come i Koré Dugaw con le loro maschere colorate, i loro seni posticci, le loro urla stridule e i loro talking drum. Il Talking Drum la faceva da padrone anche nel gruppo di Habib Koité, del senegalese Pape Diouf e soprattutto nel grande ensemble messo in scena da Baba Sissoko. Una vera orchestra di quasi 40 elementi con una trentina di talking drum che colloquiavano col leader: brani ossessivi, ancora un po' sbrindellati, ma dalle notevoli potenzialità. Un’odissea percussionistica, a tratti travolgente. La premessa ideale per scaldare i «festivaliers» che ogni sera poi si spostavano al Village du festival. Ad attenderli puntuale un altro guru della scena locale, Cheick Tidiane Seck, sideman di lusso, guerriero della tastiera, al servizio in passato di Fela Kuti, Carlos Santana, Mory Kanté. Jam torride, affidate a un’amplificazione a tratti gracchiante e a un portentoso ricambio di musicisti provenienti dagli altri palchi: i Super Biton di Segou, gli orchestrali del venezuelano Pibo Marquez, la regale vocalist Yah Kouyaté. La gente ballava senza ritegno fino alle prime luci dell’alba e il fiume accompagnava la notte a spegnersi sul mattino.

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