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CON LE MONDE DIPLOMATIQUE + EURO 1,50 SPED. IN ABB. POST. - 45% ART.2 COMMA 20/ BL 662/96 - ROMA ISSN 0025-2158

ANNO XLII . N. 44 . MERCOLEDÌ 22 FEBBRAIO 2012

IL GOLPE DI BRUXELLES Galapagos

«L

a Grecia è salva» hanno commentato i politici europei al termine di una trattativa durata 12 ore. Monti è voluto andare oltre affermando «l’Europa ha dimostrato di esistere». Un bel quadretto, ma i dubbi non mancano. È sufficiente ricordare ciò che ha scritto il New York Times: «La Grecia potrebbe aver evitato il default con l’accordo dell’ultima ora ma dubbi sulla sua capacità di ripagare il debito restano, alimentando i timori sulla necessità o meno di nuovi fondi di salvataggio». Insomma, «per ora» la Grecia è salva, ma per il futuro non c’è certezza. Ma che significa salva? Nulla: è una finzione sia in termini politici che economici. Atene ieri notte, infatti, ha perso definitivamente la sua sovranità: il «commissariamento» della Grecia da parte di Bce, Ue e Fondo monetario (che apriranno un ufficio permanente nella capitare per controllare l’operato del governo») forse è meno incruento di quanto accadde nella notte del 21 aprile 1967 con il golpe di Papadopoulos e dei colonnelli che pose fine per molti anni alla democrazia e, per inciso, anche alla monarchia con un referendum truffa. Tuttavia, l’attuale situazione è nei fatti simile a quella del 1967: i partiti ellenici hanno abdicato le loro funzioni e la Grecia è diventato uno stato a sovranità ridotta, sotto il controllo del sistema finanziario internazionale e senza alcuna prerogativa sulla moneta. Le elezioni di aprile non cambieranno lo scenario, ma il vuoto di democrazia allungherà i tempi dell’agonia sociale e economica perché il paese è allo sbando. CONTINUA |PAGINA 4

EURO 1,50

I colonnelli Via libera dall’Eurogruppo al secondo piano di «aiuti» per la Grecia. Tanti soldi, a carissimo prezzo, per salvare il sistema bancario europeo. Un accordo «storico» che sancisce la fine della sovranità del paese e lo sgretolamento della maggioranza che sostiene il governo «tecnico» di Papadimos PAGINE 4, 5 REPORTAGE

In piazza contro il mostruoso prestito Argiris Panagopoulos ATENE

Manifestazioni, cortei, occupazioni. Immediata la risposta di lavoratori, pensionati e discoccupati, ai 130 miliardi "concessi" dall’Eurogruppo e al salvataggio del sistema bancario |PAGINA 4

L’APPELLO

«Salviamo la Grecia dai suoi salvatori» «Non salvano la Grecia, ma i creditori... Di fronte alla distruzione delle ultime isole di democrazia chiediamo ai nostri concittadini, agli amici francesi ed europei di prendere posizione con voce chiara e forte». (Primi firmatari: Etienne Balibar e Alain Badiou). SKOUMBI, VERGHETIS, SURYA |PAGINA 5 LA DIRETTRICE DELL’FMI CHRISTINE LAGARDE, IL PRESIDENTE DELL’EUROGRUPPO JEAN-CLAUDE JUNCKER E IL COMMISSARIO EUROPEO AGLI AFFARI MONETARI OLLI REHN/FOTO REUTERS

POTERI FORTI FOTOGRAFIA-INTERVISTA

Saiful Hug: il mio violento Bangladesh» MANUELA DE LEONARDIS l PAGINE 12, 13

Fiat sposa Bombassei Cgil contro Fornero «F

iat potrebbe rientrare in Confindustria se vince il patron della Brembo». L’invasione di Marchionne sconvolge gli equilibri di via dell’Astronomia e la Marcegaglia se la prende con «i sindacati che difendono ladri e fannulloni, che noi volgiamo licenziare». Intanto l’Inca Cgil denuncia: «La riforma delle pensioni ha creato situazioni drammatiche: persone uscite dal lavoro con accordi firmati anche dal governo, ora non hanno né pensione né lavoro». E attacca sulla ricongiunzione contributiva onerosa: «È un furto legalizzato», alle spalle della gente che ha sempre lavorato. SERVIZI |PAGINE 6 E 7

STORIE-IMMIGRAZIONE

Cercando i ragazzi tunisini «spariti» CINZIA GUBBINI l PAGINA 16

VIVA I NO TAV

India/Italia, sui pescatori uccisi e sulle responsabilità dei marò, torna il «diritto del più forte», come per il Cermis e l’uccisione di Calipari IL COMMENTO Giuliana Sgrena pagina 9

Invito a Caselli Guglielmo Ragozzino

I

l procuratore della Repubblica di Torino Giancarlo Caselli ha rilasciato un’intervista a Giovanni Bianconi del Corriere della sera, affermando di aver dovuto rinunciare alle presentazioni del suo libro. «Sono preso di mira sistematicamente, vogliono impedirmi di parlare e questo non è degno di un paese civile». La contestazione «sistematica» sarebbe paragonabile al peggio del peggio: in veloce sequenza, «fatte le debite proporzioni questi episodi mi ricordano i familiari dei camorristi che circondano le auto delle forze dell’ordine per impedire gli arresti di loro congiunti». CONTINUA |PAGINA 8

Una sentinella di pace PIETRO INGRAO

S

ono a fianco del manifesto con il ricordo sempre vivo del ruolo che assolve e del messaggio che ci invia ogni giorno dalle sue pagine, e dell'aiuto che ci da nel momento tempestoso che vivono l'Italia e l'Europa. Sentinella quotidiana nello scontro di classe e nella domanda di pace.

SENZA FINE/PAGINE 2 E 3

I REDDITI DEI MINISTRI

La montagna delle riforme istituzionali rischia di bloccare il nodo di una nuova legge elettorale, ultima chance dei partiti L’ANALISI Gaetano Azzariti pagina 15

Segui i soldi Alessandro Robecchi

«F

ollow the money», segui i soldi. Ieri l’hanno fatto parecchi italiani, accorsi sul sito del governo a curiosare nei portafogli dei ministri. Ora che tutti sanno, qualcuno dovrà chiedere al viceministro Michel Martone, un esperto del ramo, sotto quale soglia un membro del governo di Mario Monti possa considerarsi "sfigato". Delusione, comunque: solo tre ministri sopra il milione – più o meno quello che Silvio B. buonanima spendeva in collanine. Il Guardasigilli Paola Severino è quasi fuori concorso: con 7 milioni all’anno guadagnati facendo l’avvocato non sarà poi così convinta che la giustizia non funziona. CONTINUA |PAGINA 6

Sforzatevi di restare quotidiano comunista, tra riformismo e utopia. Un contributo al dibattito sull’articolo di Rossana Rossanda L’INTERVENTO Pierluigi Ciocca pagina 15

«Caro manifesto, noi ci siamo». Sul giornale di oggi Jannis Kounellis, Caparezza, Ivano Fossati, Michelangelo Pistoletto, José Ovejero, Luigi Zanda, Ezio Menzione, Fausto Bertinotti, Sabina Guzzanti e i compagni della «foresta» di Sherwood


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il manifesto

MERCOLEDÌ 22 FEBBRAIO 2012

NOI CI SIAMO E VOI?

Sostienici • mille per mille

Bonifico c/o Banca Sella, Iban IT18U0326803200052879687660 e c/c postale 708016. Intestati a «il manifesto coop. ed. a.r.l.»

tivi del quotidiano e dei quotidiani non capisco tutto, anzi a volte capisco poco. Ma mi adeguo, anche considerando che me lo posso permettere. Saluti, Luca Carlini Mercato, imprese, liberalizzazioni: parole d'ordine che riducono a merce la libertà di stampa e il diritto di difesa. Ezio Menzione e Susanna Lollini

che non sono propriamente in sintonia con quelle del manifesto da quando una mia amica me l’ha fatto conoscere non ho più smesso di leggerlo. Mi ha aperto la mente a idee, problematiche e visioni diverse dalla mia, oltre ad avere pagine culturali come non se ne trovano.E’ un pezzo di Italia. In bocca al lupo alla redazione. Federico Monti

Un’anomalia che va rilanciata

Dalla foresta di Sherwood

Caro Valentino, come prevedevo sono stato rapido nella adesione al contributo 1000x1000 ma molto lento nell’inviare qualche parola di sostegno che comunque mi sembra doverosa anche se, forse, meno utile. Credo che Il manifesto sia una delle importanti anomalie positive del nostro paese, che ci sono anche se probabilmente sfigurano rispetto a quelle negative. Il manifesto è una palestra di giornalismo e di intellettualità libera e critica, slegata dai partiti e dai gruppi di potere, dalle caste intellettuali, accademiche e politiche. Ha continuato a funzionare negli anni ed è stato capace di rinnovare e di formare giovani giornalisti e intellettuali e di rispondere a una domanda di libero dibattito che

Il manifesto ha aperto una discussione articolata e ricca, ponendo il problema politico, e non tecnico, della sua sopravvivenza. Ci sentiamo coinvolti non solo perché tante lotte di questi decenni ci legano al giornale. E non solo perché condividiamo con il manifesto il campo di battaglia della comunicazione come agire politico. La lunga transizione della crisi, nelle intenzioni di chi ambisce a controllare ogni vita, ogni angolo del pianeta e della rete, dovrebbe plasmare un’opinione alimentata da un surplus di informazioni ma con meno intelligenza e quindi capacità critica collettiva, che può servirsi di infinite fonti «on demand» ma non può dar vita a nessun comune, attraversata da «rumors» ma non da «clai-

Per la libera stampa e il diritto di difesa Difendo una voce indispensabile Caro Valentino, ho sottoscritto con grande convinzione il millexmille de il manifesto. Difendere la presenza del manifesto in edicola va molto al di là della pur fondamentale tutela della libertà e del pluralismo dell'informazione. Il manifesto rappresenta una cultura e un pensiero politico di cui l'Italia non può fare a meno, soprattutto in una fase storica come quella che stiamo vivendo al termine della quale è molto probabile che nulla sarà più come prima. Ascoltare voci anche vivacemente critiche è sempre utile. Quando i cambiamenti sono profondi è indispensabile. Con amicizia Luigi Zanda

Non sono d’accordo ma mi adeguo Sono lettore saltuario e a volte critico. Ultimamente lettore meno saltuario. Della situazione e degli obiet-

cambia. Sarebbe un vero delitto chiudere questa anomalia. Con tutto il mio convinto sostegno, Enzo Mingione

Grazie a un’amica, io ci sono Oggi ho sottoscritto la vostra iniziativa con un bonifico di 1.000 Euro. Anche se le mie convinzioni politi-

M

ille per mille fa un milione. Di euro. La sottoscrizione lanciata venerdì 10 febbraio si affianca alla richiesta di comprare tutti i giorni il giornale in edicola. Questi sono i lettori che hanno finora risposto al nostro appello.

Stefano Benni Altan Rosario Amodeo Guido Rossi Nicola Cipolla Gad Lerner Franca Caffa Raffaele Florio Giancarlo Croce Marco Luzzatto Gianni Ferrara Serena Romagnoli Nerio Nesi Maria Carla Barone Giancarlo Aresta Alba Sasso Lino Trentini Pasqualina Napoletano Andrea Amato Franco Virga Daniela Ambrosino Massimo Angrisano Aldo Tortorella Mauro Paissan Elena Comparini Luigi Chezzi Catherine Leclerq Andrea Camilleri Emilio Orlando Filippo Pogliani Felice Roberto Pizzuti Caterina Graziadei Marco Spezia Paolo Poli Loriano Bonora Giuseppe Cottone Andrea Protopisani Franco Cavalli Giorgio Ruffolo Nino Lisi Associazione Ivan Bonfanti Michele Santoro Giovanni Palombarini Marino Cofier Ivano Di Cerbo Luigi Cavallaro Maurizio Mori Severino Cesari Paolo Berdini Pier Luigi Parcu Maria Concetta Gubernale Stefania Laurenti Elisabetta Donini Daniela Graziano Roberto Giachetti Marco Doria Mauro Bulgarelli Vincenzo Vita Sergio Job

Alberto Fabbri Filippo Maone Valerio Comuzzi Vincenzo M. Siniscalchi Francesco Vigorito Roberta De Martino Patrizia Colosio Piera Zani Sandro De Toni Pierluigi Panici Carlo Guglielmi Tommaso Frattini Maura Filippini Claudio Longo Vittorio Ercolano Pier Luigi Orsi Paolo Ciofi Giorgio Forti Luciano Canfora Livio Nicolini Piero Gilardi Carla Corti Giancarlo Valtalina Ezio Bertok (Comitati No Tav) Wilma Cipriani Salaam Ragazzi dell’Olivo (Milano) Alberto Burgio Istituto di Ricerca di Psicoanalisi applicata AnnaMaria Paoletti Mauro Majone Luciano Guerzoni Paolo Amati Giacomo Lacava Massimo Baccei Livio Pepino Paolo Vistoli Paola Canarutto Mario Marinelli Michele Buono Umberto Allegretti Roberto Veneziani Francesco Daprà Lucas Fingerle Alessandro Braga

ms». Ci sentiamo, con il manifesto, parte di una lotta globale contro le grandi agenzie del controllo informativo e della produzione dell’opinione, una lotta fatta di piccole e grandi esperienze che si modificano e si ricombinano continuamente per continuare ad essere al servizio di un cambiamento possibile e necessario. Abbiamo deciso di sottoscrivere il nostro abbonamento di sostegno e regalare altri due abbonamenti a esperienze concrete di solidarietà e cooperazione dal basso nel nostro territorio: il Centro di Accoglienza Autogestito Welcome per rifugiati promosso dall'Associazione Razzismo Stop a Padova e il Progetto Senza Dimora per il sostegno e l'accoglienza ai senza tetto della Cooperativa Caracol a Marghera. Ci sembra la maniera migliore per dire al manifesto che anche noi vogliamo essere il manifesto, e perché anche il manifesto possa sentirsi un po’ Sherwood. Vilma Mazza - www.sherwood.it

10 x 100 fanno mille Alessandra Pugliese, Sigrid Kreidler, Enrico Pugliese, Arturo Cirillo, Alessandro Picone, Maurizio Gressi, Angelo Rita Liburdi, Maria Immacolata Macioti, Enrica Morliccio, Paolo Calza Bini.

Nell’album di famiglia della sinistra vivere è come rinascere Fausto Bertinotti

C

Caparezza In un sistema editoriale come quello italiano, dove l'oggettività è continuamente ostaggio dei punti di vista, sarebbe importante che almeno la pluralità dell'informazione venisse garantita. Se poi a garantirla c'è una squadra di giornalisti che sono anche editori e che soprattutto agiscono nella piena libertà obbedendo a se stessi, tanto meglio. Mi auguro dunque che il manifesto non chiuda i battenti (ed io ci sono affezionato anche perché ha pubblicato dischi che ancora oggi custodisco gelosamente) così come spero che in molti facciano muro contro la liquidazione di questa cooperativa. In effetti, per sostenere il manifesto occorre fare muro.

385.446 ANDIAMO AVANTI Solo ieri ci avete mandato oltre 52mila euro. Un gesto che consideriamo politico prima ancora che economico. La scelta veramente dirimente sul futuro del manifesto però passa per l’edicola. Noi vogliamo venderci. Ma soltanto a voi.

are compagne e cari compagni del manifesto, potremmo dire, anche noi, come Carlo Levi, «sono passati molti anni, pieni di guerre e di quello che si usa chiamare la storia». Ricordo l’impressione grande e la grande speranza in quel 28 aprile del 1971 quando, nel cortile della Camera del lavoro di Torino, leggemmo il titolo del primo numero del manifesto quotidiano: «Dai duecentomila della Fiat riparte oggi la lotta operaia. E’ una lotta che può far saltare la controffensiva padronale e i piani del riformismo. Corrispondenza dalla prima base rossa di Mao». Da quel giorno abbiamo fatto parte della stessa famiglia. Spesso condividendo, come gli anni del sindacato dei consigli, i 35 giorni alla Fiat, la scala mobile, Genova; a volte dissentendo come sul «dover baciare il rospo» o sulla rottura di Rifondazione con il governo Prodi nel ’98. Qualche volta litigando, come capita tra familiari, abbiamo camminato sulla stessa strada, dalla stessa parte, spesso intessendo rapporti politici e umani duraturi. Abbiamo provato a fare insieme anche una Rivista. Ma tutto questo conta adesso meno della necessità della vostra presenza oggi in Italia. Per far vivere un pensiero critico e la stessa memoria della storia del movimento operaio senza la quale non c’è liberazione nel nostro futuro. Oggi, nel tempo del capitalismo finanziario globalizzato, dell’eclissi della democrazia in Europa e nella desertificazione della sinistra politica in Italia, c’è bisogno di una presenza anticapitalista. Il conflitto non è morto, solo cambia natura, ma chi si oppone, come fa la Fiom, rischia molto. Non devono restare soli. C’è bisogno del manifesto. Rossana Rossanda ha invitato il giornale a riflettere criticamente su se stesso. L’invito vale per ognuno di noi rispetto alla propria esperienza, quale che sia stata la nostra vicenda nella sinistra. Se lo faremo insieme forse potremmo anche ridurre, se non eliminare, le inimicizie che oggi mettono a dura prova il nostro mondo. L’aiuto al manifesto vuole anche essere un piccolo concorso a questa nuova fatica. Lunga vita! *per alternative per il socialismo

Michelangelo Pistoletto Potremmo considerare il manifesto come una istituzione culturale non-profit che non disponendo della rendita di un proprio capitale necessita di un sostegno pubblico pari a quello di un museo o un teatro. Penso che il manifesto possa essere legittimamente considerato un organismo di livello culturale come appunto lo sono istituzioni pubblicamente riconosciute e sostenute. È necessaria l’esistenza di strumenti a supporto cartaceo così come esistono i muri delle biblioteche, delle sale da concerto, delle palestre anche se si leggono i libri su e-book, se si scarica la musica da Internet e si seguono le gare sportive in televisione. Il manifesto è cresciuto attraverso un’alta qualità estetica insieme all’incisività del linguaggio giornalistico, congiungendo perciò la sensibilità espressiva al reportage della cronaca, per me c’è arte in tutto ciò. Il presente, come lo vediamo nello specchio, è connotato da un rapido passare e mutare delle immagini. Così è il quotidiano, specchio della vita, che però non soltanto registra velocemente gli avvenimenti nel loro susseguirsi, ma esprime l’incidenza dei fatti nella vita comune divenendo sia memoria che progetto. La memoria si deve integrare nella dinamica del divenire come coscienza fondativa. I sistemi informatici a cui affidiamo oggi il messaggio quotidiano hanno la stessa capacità di conservare la memoria ? Credo che la carta stampata offra, di per sé, una garanzia di durata. Indubbiamente la rete assicura una vasta connessione interpersonale e la molteplicità delle testate garantisce la pluralità democratica. Tuttavia le risorse economiche portano a una selezione dei prodotti editoriali, perciò diviene compito di un quotidiano come il manifesto mantenere la propria efficacia comunicativa ampliando contemporaneamente il campo degli interessi e accogliendo in sé una sempre più nutrita gamma di voci. Bisogna sostenere il manifesto come bene comune e ricchezza individuale.


il manifesto

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NOI CI SIAMO E VOI?

Crisi •

Sotto i tagli indiscriminati e l’ombra della «supercasta» nascono scelte politiche precise: noi pensiamo che con il sapere non si mangia, si vive

Ivano Fossati

Sabina Guzzanti Due «testimonial» d’eccezione in un colpo solo: Barbara Palombelli alias Sabrina Guzzanti in un esilarante video esclusivo per un «manifesto» sempre nel baratro ma sempre in anticipo sui tempi. Grazie a Sabina e al suo staff da tutta la redazione. Guarda il video sul nostro sito, www.ilmanifesto.it

che cosa consista il book crossing; bene, oggi ho sparso alcune copie de Il manifesto nel mio quartiere, a Torino, ad ogni copia ho allegato un bigliettino, con questo testo: «Non so se sei donna o uomo, giovane o anziano, ateo o credente, di destra o di sinistra, italiano o vieni da lontano. L'importante che tu legga questo "piccolo e forte" quotidiano, con l'invito a lasciarlo in un'altra zona della città, e ne acquisti una copia al più presto. Perché questo libero e scomodo giornale rischia di chiudere molto presto e quando una voce è messa a tacere, tutti noi siamo meno liberi. Grazie per quello che riuscirai a fare. Buona vita». Continuerò a farlo nei prossimi giorni. Grazie di esserci. Giuseppe Rissone Torino

Pur di essere un corpo e un'anima

Un giornale come il manifesto che da 40 anni elabora idee e che critica gli interessi costituiti non può chiudere; tanto più in un tempo dominato da una profondissima crisi del pensiero critico e da un’evidente difficoltà a limitare il potere del mercato e della finanza internazionale. Non ci si può arrendere dinanzi allo stato di cose presenti. In fondo, basta credere in quel che John Maynard Keynes scrisse nel lontano 1936: «Il potere degli interessi costituiti è assai esagerato in confronto con la progressiva estensione delle idee. Non immediatamente … ma presto o tardi sono le idee, non gli interessi costituiti, che sono pericolose sia in bene che in male». Presto o tardi pericolose idee finiranno per prevalere sul potere degli interessi costituiti: salviamo il manifesto perché tra queste idee ci siano anche le nostre. Gaetano Azzariti

Questa mattina abbiamo inviato su contocorrente postale 100 euro, come sottoscrizione (per il manifesto "bene comune di qualita'"). Antonio e Jacopo Racioppi, padre e figlio Grottaglie (Ta) Fra pochi giorni è il 27 e anch'io vi manderò il mio contributo, piccolo ma ci sarà. Non voglio pensare che il giornale non possa più essere in edicola, le idee devono circolare, le persone si devono riconoscere e il giornale, le parole, gli scritti aiutano tutti a comunicare e a sentirsi parte di una comunità. Bella la foto in prima pagina, del "piccolo grande uomo" che ha scelto di esserci così come molti in questi giorni stanno dimostrando la loro solidarietà, e questo fa bene a tutti. Sentire di essere importanti per gli altri, fosse anche una sola persona dà forza, quella forza che fa smuovere le montagne e rende imbattibili. Seguo il manifesto da tanto tempo, incominciai a leggerlo dopo che venne chiuso Il quotidiano dei lavoratori - avevo diciotto anni - politicamente nacqui in quegli anni. Riconobbi negli uomini e nelle donne del manifesto una tensione e un senso di appartenenza che mi ha accompagnato in tutti questi anni, con cui mi sono confrontata e cresciuta, non sempre ho condiviso il vostro sentire ma ho sempre atteso il "pungolare" di Rossanda per non sentirmi troppo sola mi piace pensare che stiamo per-

correndo la stessa strada ognuno con il proprio fardello per costruire un mondo migliore. Pompea

con la redazione tutta, ho appena fatto il mio ingresso trionfale nell'affollato club dei giornalisti in cassa integrazione. È un momentaccio, ma prima o poi dovrà pur passare. Aderisco alla vostra iniziativa, e vi compro in doppia copia sperando di offrire un piccolo contributo alla causa. Resistete, resistiamo: repetita juvant, in edicola e anche fuori. Andrea Voglino

Carissimi, immagino che sappiate in MARINA SEVESO

Addio a un’amica Marina Seveso, giornalista, storica militante della sinistra radicale genovese, autrice di diversi libri (tra gli altri, "Speriamo in bio. La grande rivoluzione pacifica contro i cibi che minacciano la nostra salute") è scomparsa ieri dopo una malattia che negli ultimi tempi era riuscita a prostrare la sua serena combattività. Eppure pochi giorni prima di andarsene, ha chiesto al suo compagno Raffaele Niri e alle figlie Vanessa e Virginia di continuare a ricordarla non con dei fiori, ma con un sostegno a due cause nelle quali continuava a credere, Medici senza frontiere e il manifesto. Alla famiglia e ai molti amici che Marina ha avuto, il nostro collettivo si stringe con gratitudine e affetto.

Non me la sento di partecipare alla sottoscrizione in favore del manifesto, in fondo lo faccio ogni giorno comprando il giornale, anche il sabato col pessimo Alias. Occorrerebbe una riflessione da parte vostra: perché perdete lettori? il manifesto sta finendo perché è finita la possibilità, il lusso, che un collettivo politico continui a dettare legge nel campo dell'informazione di "estrema sinistra". Fra le lettere, ogni tanto spuntano le arrabbiature di lettori incavolati per la vostra linea politica, o da parte di chi vi rimprovera - giustamente - di considerare il Pd di sinistra, o di sostenere la corrente esterna di quel partito. Anche questo fa parte di quell'Italietta, ridicola, poco seria, che ha stufato, scrivete sulla testata "giornale comunista", ma poi non riuscite a staccarvi da quella forza liberaldemocratica che è il Pd, ostacolando la possibilità di crescita dell' "estrema sinistra". Ma così, peraltro, è sempre stato, da Dp e Rc. E poi, pensiamo alla qualità, molte volte mi

Uno dei significati di libertà è poter comunicare il proprio pensiero e lasciare che venga discusso, condiviso o anche fatto a pezzi dagli altri, se credono. Il sistema mediatico globale ha creato nel tempo un’informazione spesso imperfetta ma sempre molto presente, al grido di «meglio una notizia sbagliata che nessuna notizia», o altre aberrazioni del tipo «l’importante è arrivare sulle notizie per primi». Niente di più falso. Per questo dobbiamo tenerci care le voci critiche e differenti di qualsiasi orientamento esse siano. Saranno anche scomode ma fanno quello che devono fare. Il giornalismo «comodo» si è visto solo in tempi di dittatura o di crisi delle democrazie e i risultati sono sempre stati un disastro storico per tutte le parti in causa. Se riconosciamo in noi stessi abbastanza curiosità, vivacità e discernimento per osservare giorno dopo giorno gli avvenimenti del mondo, allora abbiamo bisogno di voci e occhi che ce li portino fino a casa. Se invece la curiosità non c’è più siamo fuori gioco e la nostra libertà è un po’ più fragile e un po’ più a rischio. Lasciamo che i giornalisti del manifesto trovino le condizioni per continuare a fare bene il loro mestiere. Meglio una voce in più, come la loro. Meglio mille voci in più, tutte diverse. Nella libertà non c’è pericolo, i giudici ultimi siamo noi.

sono trovato con persone diverse e con diverse sensibilità politiche a fare la stessa considerazione: il manifesto lo compriamo, lo sfogliamo e poi lo ripieghiamo, abbiamo fatto la nostra sottoscrizione, ma non ci serve. Diverso è stato in questi ultimi tempi, quando ho potuto leggere articoli sulla crisi di qualche intellettuale esterno al vostro collettivo (certamente non Revelli dell'inevitabilità della ricetta Monti), penso a Guido Viale, Tonino Perna ed altri; quel solo articolo è valso l'acquisto del manifesto. Senza romanticismi. Klaus Mart

Dal momento che sarò a Lisbona per un po' di giorni, ho lasciato i coupon del mio abbonamento alla giornalaia per i giorni in cui sarò assente dicendo che doni il manifesto a chi crede, individuando lei persone giuste da "catturare alla lettura". È stata molto contenta di avere questo compito! Una piccola idea per un grande giornale, un grande progetto, che continua a dire "no" a questo stato di cose inseguendo utopie. Ma perché le utopie diventino concrete occorre decifrare questa realtà complessa: il manifesto è la bussola che ci orienta, per questo non può sparire! Floriana Raggi

La «shock economy» contro la cultura

José Ovejero

I

tempi di crisi sono tempi pericolosi. Durante le crisi, che siano economiche, politiche o entrambe le cose, le maggioranze ne approfittano

Jannis Kounellis Il pluralismo è sinonimo di democrazia e non può esistere la libertà di stampa con solo due o tre giornali, appartenenti a famiglie per bene, magari di diverse tendenze che si scambiano le loro opinioni. Noi sappiamo che quando si parla di libertà - in questo caso di libertà di stampa - ci si riferisce necessariamente alle opinioni nate da dibattiti legati alla vita e agli interessi delle popolazioni, anche degli strati sociali emarginati, quelli che più hanno bisogno di una voce a sostegno delle loro fragili posizioni. Viviamo in un’epoca dove l’economia ha un peso schiacciante e chi non ha potere economico credibile finisce all’inferno, ma la libertà e la cultura sono un bene comune e la nostra civiltà deve pretendere il loro sostegno. Per questo motivo, la presenza in edicola di giornali come «il manifesto» rafforza la democrazia e allontana l’oligarchia.

per vendicarsi delle minoranze; se si appartiene a queste sarà meglio andare in giro ben corazzati. Quando un paese si sente minacciato da un altro, i dissidenti vengono perseguiti con particolare accanimento, perché screditano il paese davanti al nemico. L’abbiamo visto negli Stati Uniti durante la guerra in Iraq: si modificano alcune leggi per perseguire i cittadini che si dissociano dagli inni patriottici e se ne infrangono altre per tenere sotto stretta sorveglianza chi la pensa diversamente, cosa vista come alto tradimento. Era da un po’ che adocchiavano tutta questa gente di sinistra, questi difensori dei diritti umani. Prima non c’era verso di farli stare al loro posto; ma adesso, con la popolazione impaurita, nessuno protesterà; ci sono cose più importanti dei diritti umani di alcuni. Con le crisi economiche non è molto diverso. Prima, in nome del pluralismo e della democrazia, bisognava foraggiare certe minoranze scomode, sostenere giornali che non facevano che criticare il sistema – questi ingrati –, ai ministeri della cultura toccava sovvenzionare conferenze ed eventi con scrittori e intellettuali che non facevano che protestare, puntare il dito, buttar giù maschere. Niente di meglio di una bella crisi per rimettere al loro posto tutti questi guastafeste, perché tanto saranno pochi i cittadini che si preoccuperanno della cultura e dell’informazione in un momento in cui scarseggiano i soldi per necessità ben più incalzanti. Con un’espressione contrita si tagliano i fondi a sostegno della stampa e della promozione culturale. È la crisi, dicono. Non ci sono soldi. E sotto sotto si rallegrano che giornali e riviste vengano meno uno dopo l’altro e che centri di cultura scomodi chiudano i battenti. E una volta che quei pochi giornali che mantenevano in vita il pluralismo informativo e il dissenso pubblico saranno naufragati, sarà molto più difficile aprirne di nuovi. Perché quando passeranno i tempi duri, il terreno sarà occupato, se lo saranno spartiti sottobanco i vincitori della crisi. E neanche questa è una novità: in ogni crisi c’è chi si arricchisce, perché le crisi servono a eliminare gli avversari. (Trad. di Natalia Cancellieri)


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il manifesto

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I COLONNELLI

Atene •

L’intesa dell’Eurogruppo accelera lo sgretolamento della maggioranza del governo «tecnico» Papadimos. Borse europee giù, bene Wall Street

Grecia, l’eurocolonia I greci scendono ancora in piazza ad Atene e nel paese per protestare contro la fine della sovranità del paese, il mostruoso prestito di 130 miliardi e il taglio di 100 miliardi di debito per salvare il sistema bancario greco ed europeo

Argiris Panagoulos ATENE

M

anifestazioni, cortei e occupazioni, così rispondono già da oggi i lavoratori, pensionati e disoccupati in Grecia alle decisioni della maratona di 15 ore dell’Eurogruppo che ha deciso di abolire di fatto la democrazia nel paese, concedere un mostruoso prestito di 130 miliardi e tagliare di 100 miliardi il debito per salvare il sistema bancario greco ed europeo. A piazza Syntagma batte di nuovo il cuore della protesta dei cittadini che non vogliono essere sacrificati per pagare per decenni le stesse politiche neoliberali, probabilmente applicate in futuro al Portogallo e ad altri paesi del sud Europa. L’accordo dell’Eurogruppo alimenta già lo scontro politico e sociale in Grecia, accelerando lo sgretolamento della maggioranza di socialisti e conservatori che sostiene il governo «tecnico» Papadimos. Di fatto si sta aprendo la strada alla vittoria delle forze contro i Memorandum, con le sinistre come principale for-

Eurogruppo/ I PUNTI DELL’ACCORDO

Tanti, carissimi soldi per Atene, ma il dubbio resta Anne Marie Pommard PARIGI

C

i sono volute tredici ore di negoziati per arrivare, ieri mattina all’Eurogruppo, a un accordo sulla Grecia che il primo ministro Lucas Papademos è stato costretto a definire «storico». Sul tavolo c’è un secondo piano di aiuti di 237 miliardi (che si aggiungono al primo piano di 110 miliardi), un pacchetto senza precedenti nella storia finanziaria. Si tratta di 130 miliardi di aiuti pubblici entro la fine del 2014, dati sotto forma di «garanzia» dai paesi dell’eurozona e che verranno versati attraverso il Fondo salva stati, a differenza del primo piano dove gli aiuti erano blaterali (significa che i paesi euro non devono per il momento sborsare materialmente i soldi e non devono scrivere la cifra nel passivo del bilancio, ma che pagheranno solo in caso di default). Le banche private hanno accettato di aumentare l’hair cut al 53,5%, per un totale di 107 miliardi. La Bce e le banche centrali dovrebbero rinunciare ai guadagni che hanno fatto sul debito, per una cifra tra i 10 e i 15 miliardi. L’Fmi, che deciderà a marzo, dovrebbe contribuire con 13 miliardi. Wolfang Schäuble, ministro tedesco delle finanze, si è detto «molto deluso» da questo contributo così basso. Per entrare in vigore il piano deve ancora essere approvato dal Bundestag: la Germania è il primo paese «garante», per 30 miliardi (Berlino aveva dato 22,4 miliardi per il primo piano). Segue la Francia, con una garanzia di 24 miliardi (1§,8 per il primo piano). Questo enorme pacchetto non arriva gratis ad Atene. Alla Grecia sono state imposte delle contropartite molto pesanti, che di fatto mettono il paese sotto tutela. La prima condizione è che la task force della «troika» sarà in permanenza ad Atene e avrà poteri di controllo accresciuti (non è il «kommissar» evocato da Angela Merkel, ma gli è molto vicino). La seconda condizione è che i soldi del Fondo salva stati saranno versati su un conto bloccato, come avevano chiesto Germania e Francia, con l’obbligo di utilizzarli solo per il servizio del debito e non per altro.

Per avere la garanzia che le elezioni anticipate in Grecia non cambieranno il quadro, la «troika» chiede al parlamento di Atene di votare entro due mesi le disposizioni legali per assicurarsi che i soldi verranno destinati in priorità al servizio del debito. Il parlamento voterà una clausola di azione collettiva, che gli permetterà di estendere a un numero sufficiente di banche private l’accordo di hair cut raggiunto con i rappresentanti della lobby. Ci sono volute 13 ore di trattative perché l’Eurogruppo aveva sul tavolo un rapporto confidenziale della «troika» molto pessimista: in altri termini, non credono neppure loro che la Grecia possa davvero farcela e temono che tra qualche mese Atene avrà bisogno di un nuovo piano. Il rapporto, di 9 pagine, delinea scenari catastrofici: «Le autorità greche potrebbero non essere capaci di fornire le riforme strutturali e gli aggiustamenti politici al ritmo scontato», scrivono. Non c’è solo il gruppo social-democratico a metPAPADIMOS tere avanti il riIl primo ministro schio di un’esplogreco ha a suo sione sociale. Anmodo definito che la «troika» lo «storico» l’accordo teme e lo preveraggiunto de. Se la popolal’altra notte zione greca non con la «troika» accetterà l’ennesimo giro di vite di austerità, l’obiettivo del 120% di debito rispetto al pil nel 2020 non sarà mai raggiunto. Malgrado i due piani di aiuti, la Grecia potrebbe ritrovarsi nel 2020 con un debito del 160%, esattamente come adesso. E aver bisogno di interventi supplementari, sia da parte del pubblico che dai privati. Solo José Manuel Barroso resta ottimista. «L’accordo chiude la porta allo scenario del default», ha affermato. La «troika» è preoccupata, perché potrebbe esserci un aggravamento della recessione in corso: «Tenuto conto dei rischi, il programma greco resterà esposto a derive». Intanto, in Francia è al voto il Mes, il Meccanismo europeo di stabilità, destinato a sostituire il Fesf (il fondo salva-stati) nel 2013. I socialisti hanno deciso di astenersi, perché vogliono il Mes ma non la clausola che lo farà entrare in vigore solo per gli stati che avranno inserito la «regola aurea» del pareggio di bilancio in Costituzione. I Verdi hanno deciso di votare contro, per protestare contro l’imposizione dell’austerità.

za politica del paese. Papadimos su una cosa ha ragione. L’accordo dell’Eurogruppo ha una portata storica non solo per la Grecia ma anche per l’Europa. La democrazia in Grecia e conseguentemente in Europa si trova ostaggio degli strozzini dei mercati e dei neoliberisti della Germania, Olanda e Finlandia. Con l’accordo dell’Eurogrupo, la «troika» e i creditori assumono di fatto la sovranità della Grecia installando una commissione che controllerà quotidianamente l’applicazione degli accordi e ogni tre mesi presenterà un rapporto di valutazione che permetterà o no il finanziamento del debito pubblico dai creditori. La «troika» e la Germania ripetono che i prestiti alla Grecia sono a livelli di record storici, ma nascondono che questi debiti vanno ad alimentare gli altri debiti che hanno imposto loro. Debiti che hanno condotto al più grande taglio della spesa pubblica in un paese in tempo di pace e al più grande e veloce impoverimento di gente nell’era industriale. I dettagli dell’accordo dell’Eurogruppo non lasciano dubbi sul fatto che l’Europa del nord cerca di dirigere il fallimento controllato della Grecia e di altri paesi con problemi di debito. Il prestito di 130 miliardi sarà impiegato per il pagamento degli interessi del debito greco, mentre almeno altri 40 miliardi saranno impiegati per salvare le banche ma non i cittadini. Perché? Semplicemente perché, con la ricapitalizzazione delle banche, il governo prenderà azioni ordinarie senza diritto di voto nelle assemblee generali delle banche. In altri termini, i cittadini pagheranno per salvare le banche dei banchieri che hanno distrutto il paese. Il taglio del debito greco per 100 miliardi in mano dei privati, il cosiddetto PSI, prevede il taglio del 53,50% del debito e la sostituzione volontaria delle obbligazioni con bot trentennali e interessi di medio termine 3,65% fino al 2042 e 2,63% fino al 2020. Se la Grecia avrà percentuali di sviluppo maggiori degli obiettivi dovrà pagare un intessere aggiuntivo del 1%. Ma la parola sviluppo è quasi assente dall’accordo. Secondo l’Eurogruppo e la «troika», il debito greco sarà nel 120,50% del Pib il 2020, lasciando poche speranze che sarà sostenibile. La valanga dei decreti che accompagneranno l’accordo nelle prossime due settimane e la conclusione del PSI nella prima settimana di aprile potranno

SCENE DA ATENE. A DESTRA, PROTESTE DAVANTI AL PARLAMENTO/FOTO REUTERS

Una commissione della «troika» controllerà ogni giorno l’applicazione degli accordi

aprire la strada alle elezioni anticipate. Papadimos e Venizelos cercavano ieri di convincere i greci che l’accordo dell’Eurogruppo era il migliore possibile. Papandreou e Samaras, i leader dei due partiti che sostengono il governo di Papadimos, insistevano che l’accordo evita il fallimento del paese. La borsa di Atene ha smentito questo ottimismo, chiudendo in caduta del 3,47% e del 9,97% per i titoli bancari. Samaras da parte sua ha ripetuto che vuole le elezioni anticipate e ha chiesto ai greci una maggioranza assoluta nel prossimo parlamento. I socialisti cercano di allonta-

DALLA PRIMA Galapagos Ormai la Grecia è un paese senza coesione sociale, con un tasso di disoccupazione superiore al 20%. Un paese di circa 11 milioni di abitanti (con oltre un milione di senza lavoro) dei quali un paio di milioni sono già poveri o stanno per diventarlo. Apparentemente la Ue è stata generosa e «generose» sono state anche le banche a rinunciare a parte dei crediti. Ma hanno preteso che d’ora in poi la Grecia metta in un conto vincolato i capitali necessari a pagare gli interessi sul debito e hanno ottenuto dalla Bce l’impegno a essere generosamente (questa volta senza virgolette) finanziate a spese, ovviamente, della collettività. Il tutto con una gigantesca partita di giro che serve – al pari delle evasioni carosello, tanto di moda in questi tempi - a mascherare il gigantesco imbroglio fatto pagare ai cittadini d’Europa. Il tutto sarebbe sopportabile se i cittadini greci ne ricavassero vantaggi. Ma così non è. L’economia greca fino al 2014 sarà in recessione e nei prossimi anni il patrimonio di un popolo finirà a multinazionali che faranno man bassa nei processi di privatizzazione. La disoccupazione è destinata a crescere di pari passo con la povertà e il paese rischia di perdere le energie migliori alle quali non è in grado di garantire un futuro: solo negli ultimi mesi oltre 2.500 greci - quasi tutti laureati - sono emigrati in Australia in cerca di un futuro negato in patria. Quello di cui la Grecia ha bisogno non è un piano finanziario di cosiddetto salvataggio, ma un piano di investimenti produttivi e sociali sul quale nessuno, però, mette un centesimo in attesa che lo sfascio totale permetta di impadronirsi a poco prezzo dell’intero paese.

nare le elezioni fino alla fine della legislatura e perfino qualcuno di loro sorride con la battuta delle ultime settimane. «Nelle prossime elezioni votate i partiti piccoli - Votate Pasok». Le decisioni dell’Eurogruppo sembrano aumentare le distanze degli espulsi dai due grandi partiti da Papandreou e Samaras., che hanno espresso dure condanne verso l’accordo. Difficilmente saranno recuperati per fini elettorali dal Pasok e dalla Nuova Democrazia. Le tre grandi forze di sinistra Kke, Syriza e Sinistra Democratica e i Verdi hanno condannato duramente l’accordo dell’Eurogrupo.

L’UNICO FILM CHE UNISCE L’ITALIA ... A FORZA DI RISATE MEDUSA FILM

PRESENTA

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il manifesto

MERCOLEDÌ 22 FEBBRAIO 2012

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I COLONNELLI

Popoli •

Il caso greco e il suo epilogo sono arrivati a un punto di non ritorno. La battaglia da fare per costruire un’altra Europa

OBAMA A MERKEL: QUANTO SIETE STATE BRAVI «Il presidente e la cancelliera Angela Merkel hanno parlato telefonicamente per discutere gli ultimi sviluppi sulla situazione finanziaria dell'area euro. Il presidente ha ringraziato Merkel per la sua leadership e appoggiato l'accordo per il nuovo programma di salvataggio della Grecia per aiutarla a ridurre il proprio debito a livelli sostenibili. Si sono detti d'accordo sul fatto che il previsto patto di bilancio europeo, le recenti azioni della Bce e le riforme in Spagna e in Italia sono passi positivi nel gestire la crisi dell'area euro».

N

MEDIA

Silenzio sovrano Francesco Paternò

L’

accordo sulla Grecia lascia scettici i commentatori economici, e fin qui si può concordare. Restiamo però basiti quando cerchiamo - e non troviamo, se non con le eccezioni di Le Monde e di El Pais - notizie sulla limitazione della sovranità nazionale della Grecia. Meno che mai sui siti on line dei quotidiani italiani, e chissà che oggi sulle edizioni di carta qualcuno alzi il dito. Una rimozione clamorosa, che la dice lunga sullo stato della democrazia. Partiamo dalle eccezioni che confermano la regola. Lo spagnolo El Pais titola sulla versione on line (l’intesa è stata raggiunta troppo tardi per tutte le edizioni di carta dei giornali europei): «Atene sacrifica la sovranità fiscale in cambio del secondo salvatggio». Le Monde è arrivato in edicola ieri all’ora di colazione, con un titolo-chiave di lettura dell’ultima tragedia greca: «Atene in regime di sovranità limitata». Clicchiamo sulle prime on line di Sole 24 ore, Corriere della Sera e Repubblica e troviamo... l’esultanza di Mario Monti. Spiace di più per il giornale della Confindustria, che pure ieri era uscito con un buon editoriale di Adriana Cerretelli su questa «Europa di freddi contabili e meticolosi notai», dal titolo chiaro: «Salvezza, non solidarietà». I quotidiani tedeschi on line hanno tenuto per tutto il giorno la notizia della Grecia in apertura, insistendo però sull’incertezza del risultato, dalla Frankfurter Allgemeine alla Süddeutsche Zeitung. Nemmeno il New York Times si è posto problemi di democrazia, titolando «Il nuovo salvataggio è una tregua per la Grecia, ma i dubbi restano», mentre l’Economist è ironicamente gelido: «Fine della maratona?». Eppure, solo tre giorni fa, Wolfgang Munchau aveva seppellito sul Financial Times la Germania («Ha una strategia del suicidio assistito, una cosa molto pericolosa e irresponsabile») e l’Europa alla greca: «L’eurozona vuole imporre la sua scelta di governo alla Grecia - la prima colonia dell’eurozona». Oggi ci è riuscita, mentre le scimmie del non vedo e del non parlo fanno il loro mestiere.

NAPOLITANO CONTESTATO DI NUOVO A SASSARI Al suo passaggio, da una parte della folla a sassari, si è alzato qualche coro di protesta «Buffone, buffone» e «Non ti vogliamo» mentre qualche striscione veniva alzato anche contro il governo Monti. Tra la folla si distinguevano in particolare le urla di contestazione dei pastori sardi e dei gruppi indipendentisti dell'isola. «Le contestazioni sono sempre un fatto abbastanza limitato. Sono rimasto colpito dalla consapevolezza dei rappresentanti dei lavoratori delle aziende in crisi», parola di presidente.

Salviamo la Grecia dai suoi salvatori

el momento in cui un giovane greco su due è disoccupato, 25.000 persone senza tetto vagano per le strade di Atene, il 30 per cento della popolazione è ormai sotto la soglia della povertà, migliaia di famiglie sono costrette a dare in affidamento i bambini perché non crepino di fame e di freddo e i nuovi poveri e i rifugiati si contendono l’immondizia nelle discariche pubbliche, i “salvatori” della Grecia, col pretesto che i Greci “non fanno abbastanza sforzi”, impongono un nuovo piano di aiuti che raddoppia la dose letale già somministrata. Un piano che abolisce il diritto del lavoro e riduce i poveri alla miseria estrema, facendo contemporaneamente scomparire dal quadro le classi medie. L’obiettivo non è il “salvataggio”della Grecia: su questo punto tutti gli economisti degni di questo nome concordano. Si tratta di guadagnare tempo per salvare i creditori, portando nel frattempo il Paese a un fallimento differito.Si tratta soprattutto di fare della Grecia il laboratorio di un cambiamento sociale che in un secondo momento verrà generalizzato a tutta l’Europa. Il modello sperimentato sulla pelle dei Greci è quello di una società senza servizi pubblici, in cui le scuole, gli ospedali e i dispensari cadono in rovina, la salute diventa privilegio dei ricchi e la parte più vulnerabile della popolazione è destinata a un’eliminazione programmata, mentre coloro che ancora lavorano sono condannati a forme estreme di impoverimento e di precarizzazione. Ma perché questa offensiva neoliberista possa andare a segno, bisogna instaurare un regime che metta fra parentesi i diritti democratici più elementari. Su ingiunzione dei salvatori, vediamo quindi insediarsi in Europa dei governi di tecnocrati in spregio della sovranità popolare. Si tratta di una svolta nei regimi parlamentari, dove si vedono i “rappresentanti del popolo” dare carta bianca agli esperti e ai banchieri, abdicando dal loro supposto potere decisionale. Una sorta di colpo di stato parlamentare, che fa anche ricorso a un arsenale repressivo amplificato di fronte alle proteste popolari. Così, dal momento che i parlamentari avranno ratificato la Convenzione imposta dalla Troika (Ue, Bce, Fmi), diametralmente opposta al mandato che avevano ricevuto, un potere privo di legittimità democratica avrà ipotecato l’avvenire del Paese per 30 o 40 anni. Parallelamente, l’Unione europea si appresta a istituire un conto bloccato dove verrà direttamente versato l’aiuto alla Grecia, perché venga impiegato unicamente al servizio del debito. Le entrate del Paese dovranno essere “in priorità assoluta” devolute al rimborso dei creditori e, se necessario, versate direttamente su questo conto gestito dalla Ue. La Convenzione stipula che ogni nuova obbligazione emessa in questo quadro sarà regolata dal diritto anglosassone, che implica garanzie materiali, mentre le

Un appello agli intellettuali europei

Vicky Skoumbi, Dimitris Vergetis, Michel Surya* vertenze verranno giudicate dai tribunali del Lussemburgo, avendo la Grecia rinunciato anticipatamente a qualsiasi diritto di ricorso contro sequestri e pignoramenti decisi dai creditori. Per completare il quadro, le privatizzazioni vengono affidate a una cassa gestita dalla Troika, dove saranno depositati i titoli di proprietà dei beni pubblici.. In altri termini, si tratta di un saccheggio generalizzato, caratteristica propria del capitalismo finanziario che si dà qui una bella consacrazione istituzionale. Poiché venditori e compratori siederanno dalla stessa parte del tavolo, non vi è dubbio alcuno che questa impresa di privatizzazione sarà un vero festino per chi comprerà. Ora, tutte le misure prese fino a ora non hanno fatto che accrescere il debito sovrano greco, che, con il soccorso dei salvatori che fanno prestiti a tassi di usura, è letteralmente esploso sfiorando il 170% di un Pil in caduta libera, mentre nel 2009 era ancora al 120%. C’è da scommettere che questa coorte di piani di salvataggio - ogni volta presentati come ‘ultimi’- non ha altro scopo che indebolire sempre di più la posizione della Grecia, in modo che, privata di qualsiasi possibilità di proporre da parte sua i termini di una ristrutturazione, sia costretta a cedere tutto ai creditori, sotto il ricatto “austerità o catastrofe”. L’aggravamento artificiale e coercitivo del problema del debito è stato utilizzato come un’arma per prendere d’assalto una società intera. E non è un caso che usiamo qui dei termini militare: si tratta propriamente di una guerra, condotta con i mezzi della finanza, della politica e del diritto, una guerra di classe contro un’intera società. E il bottino che la classe finanziaria conta di strappare al ‘nemico’ sono le conquiste sociali e i diritti democratici, ma, alla fine dei conti, è la stessa possibilità di una vita umana. La vita di coloro che agli occhi delle strategie di massimizzazione del profitto non producono o non consumano abbastanza non dev’essere più preservata.

E così la debolezza di un paese preso nella morsa fra speculazione senza limiti e piani di salvataggio devastanti diviene la porta d’entrata mascherata attraverso la quale fa irruzione un nuovo modello di società conforme alle esigenze del fondamentalismo neoliberista. Un modello destinato all’Europa intera e anche oltre. E’ questa la vera questione in gioco. Ed è per questo che difendere il popolo greco non si riduce solo a un gesto di solidarietà o di umanità: in gioco ci sono l’avvenire della democrazia e le sorti del popolo europeo. Dappertutto la “necessità imperiosa” di un’austerità dolorosa ma salutare ci viene presentata come il mezzo per sfuggire al destino greco, mentre vi conduce dritto. Di fronte a questo attacco in piena regola contro la società, di fronte alla distruzione delle ultime isole di democrazia, chiediamo ai nostri concittadini, ai nostri amici francesi e europei di prendere posizione con voce chiara e forte. Non bisogna lasciare il monopolio della parola agli esperti e ai politici. Il fatto che, su richiesta dei governanti tedeschi e francesi in particolare, alla Grecia siano ormai impedite le elezioni può lasciarci indifferenti? La stigmatizzazione e la denigrazione sistematica di un popolo europeo non meritano una presa di posizione? E’ possibile non alzare la voce contro l’assassinio istituzionale del popolo greco? Possiamo rimanere in silenzio di fronte all’instaurazione a tappe forzate di un sistema che mette fuori legge l’idea stessa di solidarietà sociale? Siamo a un punto di non ritorno. E’ urgente condurre la battaglia di cifre e la guerra delle parole per contrastare la retorica ultra-liberista della paura e della disinformazione. E’ urgente decostruire le lezioni di morale che occultano il processo reale in atto nella società. E diviene più che urgente demistificare l’insistenza razzista sulla “specificità greca” che pretende di fare del supposto carattere nazionale di un popolo (parassitismo e ostentazione a volontà) la causa prima di una crisi in realtà mondia-

le. Ciò che conta oggi non sono le particolarità, reali o immaginari, ma il comune: la sorte di un popolo che contagerà tutti gli altri. Molte soluzioni tecniche sono state proposte per uscire dall’alternativa "o la distruzione della società o il fallimento" (che vuol dire, lo vediamo oggi, sia la distruzione sia il fallimento). Tutte vanno prese in considerazione come elementi di riflessione per la costruzione di un’altra Europa. Prima di tutto però bisogna denunciare il crimine, portare alla luce la situazione nella quale si trova il popolo greco a causa dei "piani d’aiuto" concepiti dagli speculatori e i creditori a proprio vantaggio. Mentre nel mondo si tesse un movimento di sostegno e Internet ribolle di iniziative di solidarietà, gli intellettuali saranno gli ultimi ad alzare la loro voce per la Grecia? Senza attendere ancora, moltiplichiamo gli articoli, gli interventi, i dibattiti, le petizioni, le manifestazioni. Ogni iniziativa è la benvenuta, ogni iniziativa è urgente. Da parte nostra ecco che cosa proponiamo: andare velocemente verso la formazione di un comitato europeo di intellettuali e di artisti per la solidarietà con il popolo greco che resiste. Se non lo facciamo noi, chi lo farà? Se non adesso, quando? *Rispettivamente redattrice e direttore della rivista Aletheia di Atene e direttore della rivista Lignes, Parigi. Prime adesioni: Daniel Alvaro, Alain Badiou, Jean-Christophe Bailly, Etienne Balibar, Fernanda Bernardo, Barbara Cassin, Bruno Clement, Danièle Cohen-Levinas, Yannick Courtel, Claire Denis, Georges Didi-Hubermann, Ida Dominijanni, Roberto Esposito, Francesca Isidori, Pierre-Philippe Jandin, Jérome Lebre, Jean-Clet Martin, Jean-Luc Nancy, Jacques Ranciere, Judith Revel, Elisabeth Rigal, Jacob Rogozinski, Avital Ronell, Ugo Santiago, Beppe Sebaste, Michèle Sinapi, Enzo Traverso

SPAGNA

Per gli studenti di Valencia è «primavera» Jacopo Rosatelli MADRID

«N

on rivelerò questa informazione al nemico»: così lunedì il questore di Valencia, Antonio Moreno, alla domanda di un giornalista sul numero di poliziotti impiegati nella «gestione» delle manifestazioni studentesche in corso. Il linguaggio bellicista la dice lunga sulla sensibilità democratica del soggetto, ma anche dei suoi superiori nel governo spagnolo. L’esecutivo presieduto da Mariano Rajoy, del conservatore Partido popular (Pp), ha deciso di reprimere con durezza le proteste che, da circa una settimana, vedono protagonisti gli studenti superiori della terza città spagnola: in pochi giorni si sono prodotti più arresti che durante la fase più intensa delle mobilitazioni degli indignados. Le immagini delle violente cariche della polizia contro decine di minorenni «colpevoli» di avere interrotto per qualche minuto il traffico si sono diffuse in fretta attraverso la rete, e hanno reso evidente la totale mancanza di misura nell’azione delle forze dell’ordine. Risultato: l’intensificarsi delle proteste. Ieri si sono concentrati in piazza migliaia di studenti, molti di più che nei giorni precedenti, insieme a genitori, insegnanti e partiti di sinistra. La primavera valenciana, come la definiscono gli attivisti, sembra poter riaccendere quella miccia che portò all’esplosione del «movimento del 15-M» in tutta la Spagna. Proprio questa sembra essere la paura della destra al potere, evidentemente nervosa dopo il successo della mobilitazione sindacale di domenica scorsa. C’è un filo, infatti, che lega le differenti iniziative di lotta: il rifiuto delle misure di «austerità» che rendono sempre più difficile il regolare funzionamento di scuole, laboratori, ospedali, centri di assistenza ai portatori di handicap. Nel caso della Comunità autonoma di Valencia, poi, ci sono i casi di corruzione che hanno coinvolto la classe dirigente del Pp, che ha saldamente in mano il governo locale. La regione costiera è l’epicentro dell’enorme rete di malaffare scoperta dall’ormai ex magistrato Baltasar Garzón: appalti ad «amici» che ricambiavano con generosi regali ai politici populares. Inoltre, non si contano gli abusi edilizi e le cattedrali nel deserto, la più clamorosa delle quali è l’aeroporto di Castelló, costruito e mai entrato in funzione. A volerlo, Carlos Fabra, appartenente a una famiglia che da cinque generazioni esprime il presidente provinciale. Sotto processo per diversi reati, si è «ritirato» per ora dalla politica attiva. «Un cittadino esemplare», secondo il premier Rajoy.

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il manifesto

MERCOLEDÌ 22 FEBBRAIO 2012

INSINDACABILE

Drammi •

Centinaia di migliaia di lavoratori fuori dal lavoro e senza pensione, oppure costretti a pagare una seconda volta i contributi previdenziali FOTO ATTILIO CRISTINI

Una riforma con scasso «Un furto legalizzato». Il patronato Inca Cgil non usa mezzi termini per definire la «ricongiunzione onerosa» dei contributi e il limbo cui sono confinati gli «esodati» Francesco Piccioni

U

n «furto legalizzato», ma anche «il delirio di un folle». Si sta parlando degli effetti concreti della prodigiosa «riforma delle pensioni» approvata in pochi giorni dal governo Monti. L’Inca Cgil ha voluto limitare la sua denuncia, ieri, soltanto a due «effetti diretti» di quel provvedimento, nel timore – fondato – che i giornalisti si perdessero negli infiniti meandri una una «riforma» fatta secondo criteri che ricordano il tracciamento coloniale dei confini di certi paesi sahariani: con la riga e la squadra, senza guardare chi cadeva dentro o fuori. Il primo punto riguarda i cosiddetti «esodati», lavoratori messi fuori dalla produzione grazie ad accordi sottoscritti con l’azienda e con il governo, secondo le regole pensionistiche in vigore fino al 4 dicembre 2011. Gente al momento senza pensione, senza più posto di lavoro e spesso persino senza ammortizzatori sociali. La platea identificata dall’Inca comprende quanti sono ancora in mobilità o che stavano per andarci, ma anche chi è uscito per crisi e ristrutturazione aziendale, quanti sono stati convinti dall’azienda ad uscirsene con incentivi, ché tanto le pensione era lì a un passo. La «riforma» ha confermato il taglio dei ponti alle spalle, ma ha allontanato il traguardi di molti anni (fino a 7, in alcuni casi). Il loro numero è stato quantificato dall’Inps in 70.000, inizialmente; ma si riferisce solo ai casi già arrivati all'attenzione dell’istituto, ossia accordi siglati prima del 4 dicembre. Ma da allora sono andati in porto dismissioni importanti (Termini Imerese e Irisbus, per dirne due), con migliaia di persone coinvolte. La manovra prevedeva una «cifra x», da decidere, per «coprire» queste posizioni; ma ammoniva anche che si trattava di un fondo «a esaurimento»: finché c’erano soldi si paga, poi amen. Con buona parte di un diritto fin qui certo (l’andare in pensione dopo una vita di lavoro). L’iter parlamentare del «milleproroghe», che doveva porre riparo alla «disattenzione» del governo, peggiorava addirittura la situazione: veniva allargata la platea dei possibili beneficiari, ma il fondo rimaneva uguale. La Cgil – spiegano sia Vera Lamonica (segretario confederale) che Morena Piccinini, presidente dell’Inca – chiede di sapere se «gli accordi con il governo sono validi o no?»; e, dal ministro, «qual’è l’atto riparativo riparativo che ha promesso e quando sarà deliberato». Ma il ministro Fornero, per ora, non ha mai neppure risposto. La seconda questione è in prospettiva persino più esplosiva, anche se già ora sta facendo danni formidabili. Si parla della «ricongiunzione contributiva onerosa», una misura decisa dal governo Berlusconi – ai tempi della sua «riforma delle pensioni. Avendo deciso di equiparare l’età pensionabile delle donne a quelle degli uomini, nel pubblico im-

piego (uno «scalone» di ben 5 anni), si pensava che molte avrebbero preferito ritirarsi subito, anche prendendo un assegno minore. Quindi, per scoraggiarle, fu deciso di far loro pagare la «ricongiunzione» tra i diversi periodi contributivi della loro vita lavorativa. Ben poche vi fecero ricorso, ma la norma è rimasta. L’attuale governo ha avuto il colpo di genio, rivelando solo qui una «competenza tecnica» degna di miglior causa: ha esteso a tutti questa norma. Con effetti letali. Misura decisa «per equità», perché «era necessario metter fine ai privilegi», dice il governo. Mentendo. La «ricongiunzione» – tra istituti che oltretutto sono in corso di unificazione, come Inpdap e Inps – è sempre stata gratuita per chi passava da un tratta-

Domanda a Fornero «Può una nuova legge cancellare contratti e accordi già firmati?» mento migliore a uno peggiore; onerosa solo per il viceversa. Ora pagano tutti, a prescindere. La tragedia nasce dal fatto che si è obbligati a pagare – e cifre inconcepibili, per un lavoratore dipendente: decine di migliaia di euro – se per caso, pur avendo fatto sempre lo stesso lavoro nella stessa azienda, è cambiata la «ragione sociale» della ditta. È il caso delle Poste e Ipost, con persone contributivamente trasferite – per decisione dell’allora a.d., Corrado Passera – dall’Inpdap (statali) all’Inps (privati). Ora dovrebbero ripagarsi una seconda volta tutto un (lungo) periodo contributivo già versato, altrimenti la loro pensione sarà

quella di uno che ha lavorato appena 20-25 anni. Di fatto, gli anni di contributi non utilizzabili sono incamerati senza un servizio corrispettivo. È dunque legittimo parlare di «furto legalizzato», con lo Stato nella parte del ladro. Ma si trovano nella stessa situazione anche tutti coloro che sono stati «privatizzati» (le municipalizzate, Telecom, Alitalia, ecc), scorporati, esternalizzati, o riassunti da una «newco» (pensate a Fiat? toccherà anche a loro, ovvio). Per non dire dire dei giovani che, secondo gli stessi ministri, «devono abituarsi a cambiare spesso lavoro». Cosa accadrà quando, com’è giusto, dovranno «ritirarsi»? Quanto dovranno versare per «riunificare» una carriera lavorativa svolta sotto 12 o 20 società diverse, tra periodi mancanti o fasi da «partita Iva»? Di fatto, quello che era il diritto alla pensione per chi ha sempre lavorato, diventa ora «una lotteria», o un diritto puramente «ipotetico». Ossia l’esatto contrario di un diritto garantito dallo Stato. La Cgil minaccia ovviamente cause legali. Ma a lavoratori che pure hanno lo stesso problema sembra impossibile persino praticare la strada della class action. Pare che il genio legislativo che l’ha materialmente scritta l’abbia congegnata in modo tale da renderla inapplicabile; perlomeno in casi simili. Un comma 22. La domanda che anche in casa Cgil sorge al termine di questa disarmante ricognizione è abbastanza precisa: «ma una nuova legge può sciogliere contratti e regole precedenti, liberamente sottoscritti da soggetti indipendenti e persino dallo Stato?». In regime di democrazia, no. Può accadere solo in caso di golpe o di rivoluzione. Ma, quest’ultima, non l’abbiamo vista passare...

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FIAT: 61 CAUSE PER ANTISINDACALITÀ

«Una sentenza vi punirà» La Fiom va dai giudici negare alle sigle non firmatarie dell’accordo-truffa il diritto a svolgere attività on c’è pace per Sergio Marsindacale e, soprattutto, se è legittimo chionne, a cui toccerà investiimpedire ai lavoratori di scegliere da re un sacco di soldi in avvocati chi farsi rappresentare. A dire il vero, per difendersi dall’accusa di antisindac’è già la sentenza di un giudice torinecalità avanzata con 61 cause dalla se che condanna la Fiat per antisindaFiom in 20 tribunali. E dire che l’ammicalità, ma evidentemente a Marchionnistratore delegato di Chrysler-Fiat ne non basta ancora. Pomigliano, poi, pensava di aver risolto tutti i suoi proè un caso a sé e parla di discriminazioblemi con un accordo separato che ni ancor più pesanti: nessun operaio cancella il contratto nazionale e impeiscritto alla Fiom della «vecchia» fabbridisce alla Fiom di metter piede in fabca compare nei 2000 assunti in quella brica. Addirittura, a Pomigliano lascia «nuova». Avete capito bene. fuori dai cancelli chiunque abbia la tesPer sostenere le cause, oltre che per sera Fiom. Non conmantenere un rapportento, Marchionne si è to con tutti i lavoratoViolazioni di diritti ri e non delegarlo ai fatto sindacato cercando di imporre un rapcome vorrebe il operai e sindacali, capi porto diretto tra Lingotto, la Fiom ha l’azienda e gli operai, attivato un contro-nudiscriminazioni: uno per uno, per dimero verde (Prontospensare consigli, ordiMarchionne dovrà Fiom 800658166) con ni, suggerimenti, macui raccogliere testigari elargire qualche vedersela coi giudici. monianze, segnalaziofavore. Ha addirittura ni, idee, denunce. Per aperto un numero ver- E c’è un libro bianco spiegare ai lavoratori de per rispondere a in cosa consiste il condubbi e magari raccoglire delazioni tratto-truffa che cancella il contratto dalle tute blu. Del resto, deve aver pennazionale, per precisare cosa si può fasato Marchionne, se i sindacati ancora re e cosa invece esporrebbe gli operai tollerati sono quelli che hanno firmato al rischio di sanzioni disciplinari. Va rila resa alla Fiat, per un operaio tanto cordato che dal 1˚ gennaio la Fiat, oltre vale rivolgersi direttamente ai capi. Ina non riconoscere le Rsu della Fiom fine dal Lingotto fanno sapere, con la elette dai lavoratori, ha sostituito i Rapcomplicità di Fim e Uilm, che sono carpresentanti per la sicurezza anch’essi ta straccia le 20 mila firme raccolte daleletti dai dipendenti con quelli nomila Fiom per indire un referendum tra nati da Fim, Uilm, Fismic, Ugl. Non bagli 86 mila dipendenti del gruppo sul sta ancora: l’azienda si rifiuta di fare in contratto separato, un ritorno al passabusta paga le trattenute delle quote sinto di vallettiana memoria. Eppure, non dacali, naturalmente solo nel caso che trova pace il supermanager, e non la si tratti di tesserati Fiom. troverà finché nelle fabbriche Fiat non Oltre alle discriminazioni sindacali saranno ripristinati i diritti basilari dei alla Fiat impazzano anche quelle di gelavoratori e dei sindacati che, fino a nere. Nei giorni scorsi avevamo denunprova contraria, dovrebbero essere ciato come nel nuovo contratto vengascelti dagli operai e non dal padrone. no penalizzate le donne: solo per fare 61 cause per antisindacalità: ecco un esempio, il premio di risultato è quel che turberà, insieme agli scioperi, concesso soltanto a chi ha lavorato per le notti di Marchionne. Ieri il responsaun numero di ore molto alto, cosicché bile auto della segreteria Fiom, Giorgio vengono escluse le donne che hanno Airaudo, ha annunciato l’avvio della avuto un bambino e hanno utilizzato il guerriglia giudiziaria che accompagnecongedo previsto dalla legge. Anche le rà la più classica battaglia sindacale in ore previste per l’allattamento determivista dello sciopero generale dei menano la cancellazione del premio. Un talmeccanici del 9 marzo. 28 denuncie nutrito gruppo di operaie ha denunciasolo in Piemonte e altri 20 tribunali imto la discriminazione con una lettera pegnati in tutt’Italia. Entro aprile altretspedita al ministro Fornero, da cui ora tante sentenze diranno se è legittimo aspettano di essere ricevute.

Lo. C.

N

DALLA PRIMA Alessandro Robecchi Corrado Passera, che tutti davano per vincente, si attesta alla misera metà, 3 milioni e mezzo. Non preoccupatevi, comunque: ha un bel gruzzoletto da parte. Terzo classificato, Piero Gnudi, un milione e sette, vergogna, e una Fiat Stilo (ancor più vergogna, se la Fiat non ci chiede qualche milione come a Corrado Formigli, a proposito: solidarietà). Poi, dannazione, si scende. Anzi, si precipita. Pochi ministri sopra i 300 mila euro (Terzi e Di Paola) e quasi tutti appena sopra o appena sotto i 200.000, con l’eccezione di Andrea Riccardi (Cooperazione) che arrivava nel 2010 a 120 mila euro, una miseria (ai prezzi correnti, ci paghi a malapena 10 redattori de il manifesto o 9 metalmeccanici, oppure lo 0,03% di quel che incassa Marchionne in un anno, che però, pagando le tasse in Svizzera, gioca in un altro campionato). Insomma, diciamolo, a parte tre-quattro casi, non si può parlare di una vera oligarchia. Qualche sfizio, la casa a Parigi (Passera), un’Harley Davidson (Terzi), baite e pascoli sulle Alpi (Giarda). Sembra la foto della buona (?), cara (?), vecchia, alta borghesia della nazione, quella che non si costruisce vulcani finti in giardino e non ostenta troppo. Unica noterella stonata, se ancora vi appassionate a vecchie questioni come "rappresentanza" e "democrazia", il fatto che secondo gli economisti più attenti alle diseguaglianze del Paese, appena il 5% della popolazione ha un reddito (reale, non dichiarato) superiore ai 200 mila euro. Quindi, se il metodo fosse veramente «follow the money» potremmo dire di avere un eccellente governo tecnico rappresentativo di un italiano su venti.


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INSINDACABILE

Menzogne •

Marcegaglia: «Via l’art. 18; vogliamo solo licenziare fannulloni e ladri». E un attacco al sindacato: «Non li difenda». Senza smentite RAI · «Nessun canone per computer e tablet» Sul canone tv per computer e tablet la Rai fa marcia indietro. Ieri l’azienda ha avuto un incontro con il ministro dello Sviluppo al termine del quale ha emesso una nota in cui spiega di «non aver chiesto il pagamento del canone per il mero possesso di un personal computer». «La lettera inviata dalla Direzione Abbonamenti Rai si riferisce al canone speciale dovuto nel caso in cui i computer siano utilizzati come televisori, fermo restando che il canone speciale non va corrisposto nel caso in cui tali imprese, società ed enti» abbiano già pagato per il possesso di uno o più tv. «Ciò quindi - precisa la Rai - limita il campo di applicazione del tributo ad una utilizzazione molto specifica del computer rispetto a quanto previsto in altri Paesi europei».

MARCHIONNE · Appoggio «esterno» a Bombassei, Marcegaglia perde la testa

Fiat, a volte ritornano Tommaso De Berlanga

C’

è qualcuno che sta peggio del Pd e della Cgil. È Confindustria. Lo scontro in atto in vista del rinnovo delle cariche – Emma Marcegaglia è in scadenza – si sposa alla perfezione con il «rinnovamento» in atto nelle relazioni industriali dopo l’irruzione del «modello Pomigliano» e l’uscita di Fiat dall’associazione degli industriali, e soprattutto con le «riforme strutturali» che il governo sta portando avanti. E la stessa Marcegaglia ne risente in modo pesante. A Firenze, in quello che doveva essere un normale convegno nazionale di Federmeccanica, si sono avuti due segnali per molti versi chiarissimi. Il più importante è lo schieramento esplicito, pesante, dittatoriale, esercitato da Marchionne e dalla Fiat. Che – va ricordato – è uscita dall’organizzazione, e non paga più le quote pur di applicare un «contratto» diverso da quello nazionale. Ma soffermarsi sulla volgarità dello stile, in questo momento, è superfluo. «Bombassei è un uomo aperto al

dialogo, all'innovazione e al cambiamento – ha scritto Marchionne dal suo altrove – Queste sue doti sarebbero molto utili a Confindustria che dovrà essere profondamente rinnovata per partecipare da protagonista alla modernizzazione del nostro paese, in linea con le riforme che il governo Monti sta portando avanti». Difficile essere più chiari. Su Squinzi, patron della Mapei, avversario di Bombassei e attualmente in vantaggio nella «campagna elettorale» interna, è stato gelido: «non mi posso pronunciare perché non lo conosco». È lo scontro tra due tipi di imprenditori: quelli ormai completamente inter-

TRENINOTTE · I lavoratori nello spazio vicino alla Stazione Tiburtina. Con qualche sorpresa...

Occupate le officine, si scopre la speculazione

D

a sette mesi senza reddito e con zero prospettive davanti. Per il lavoro, la dignità e il futuro, ma non ultimo contro la speculazione, i lavoratori Rsi Italia (Rail Service, ex Wagon Lits), gli addetti alla manutenzione dei treni notte, hanno occupato lunedì scorso a Roma le storiche officine (nate nel 1923) di via Umberto Partini 20, a Portonaccio: proprio a ridosso della Nuova Stazione Tiburtina.

Dal 20 febbraio presidiano la «fabbrica occupata», come fanno da mesi i loro colleghi arrampicati sulla torre-faro della Stazione Centrale di Milano, e quelli saliti dal 24 novembre scorso sui tetti della palazzina Trenitalia di via Prenestina. Una lotta unica, per rivendicare il lavoro insieme al ripristino dei treni notte e chiedere un trasporto pubblico per tutti. «La responsabilità strategica della nostra crisi è di

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Trenitalia. La scelta dell'Ad Moretti di investire solo sull'Alta velocità e di chiudere il servizio dei Treni Notte ha dato il via al licenziamento di 800 persone in tutta Italia», denunciano i lavoratori. E non da ora. I dipendenti della Rsi Italia, oltre a non ricevere lo stipendio da giugno, vivono con lo spettro del licenziamento che si materializzerà a settembre, quando terminerà la cassa integrazione straordinaria. E chi ha rilevato nel 2008 le vecchie officine di via Partini, cioè il gruppo Barletta, nonostante il lavoro non mancasse – denunciano gli occupanti – ha deciso di bloccare la produzione e dismettere le officine ancora funzionanti e tutta l'area: circa 3 ettari

di terreno. Alla denuncia contro Trenitalia si aggiunge così anche quella contro la Barletta, accusata non solo di non aver pagato loro l'anticipo della cig ordinaria e di impedire l'anticipazione di quella straordinaria da parte Inps; ma anche di voler speculare, distruggendo le officine per far spazio a palazzi e profitti facili. «Grazie al cosiddetto ’piano casa’ approvato da governo, Regione Lazio e Comune di Roma nella aree industriali oggi è possibile costruire a fini residenziali senza oneri concessori (per i cambi di destinazione d'uso)». Salvare le officine e impedire il cambio di destinazione d'uso, la battaglia che parte dal presidio di via Partini. P. Cor.

ni al mercato internazionale, che vedono nell’Italia solo un «luogo di produzione» a costi da comprimere il più possibile; e gli altri, che vedono nel paese sia l’aspetto produttivo che «il mercato di riferimento» per le proprie merci. Ai primi, della bontà delle relazioni industriali importa poco; per i secondi, avere in loco un «domanda solvibile» (clienti con i soldi in tasca) è invece fondamentale. La tensione deve aver ormai raggiunto i livelli di guardia se Marcegaglia, uscente e quindi in teoria indifferente all’esito dello scontro, ha tenuto a sottolineare soprattutto due cose. Una rivolta manifestamente all’interno: «non distruggiamo Confindustria», perché «questa è un’istituzione forte e credibile», certamente «da migliorare, ma è l’unica casa che abbiamo». Quasi un’accusa aperta ai Marchionne che l’hanno abbandonata e dall’esterno ancora pretendono di deciderne orientamento e sorti. La seconda, invece, è rivolta al sindacato e sembra a sua volta duramente condizionata dal conflitto interno agli industriali. «Noi vogliamo licenziare le persone che non fanno bene il proprio mestiere, gli assenteisti cronici, i fannulloni». Attenzione alle parole: qui non c’è la «questione politica» dell’art.18, c’è una torsione – squallida – della funzione delle leggi. Aggravata da un attacco frontale agli interlocutori che fin qui (digerendo persino l’«accordo del 28 giugno») avevano spianato la strada a una riforma peggiorativa del mercato del lavoro: «vorremmo avere un sindacato che non protegge assenteisti cronici, ladri e quelli che non fanno il loro lavoro». Inevitabile la furiosa – anche se Twitter non sembra il medium più efficace, quando si vuol esibire una profonda rabbia per un insulto così grave – del segretario generale della Cgil, Susanna Camusso: «È davvero troppo. Sono affermazioni non vere che offendono e mettono in discussione il ruolo del sindacato confederale. Le smentisca». Il cinico Raffaele Bonanni ha subito sfoderato il pugnale, ma non certo per difendere la Cgil: «Marcegaglia farebbe bene a precisare di quale sindacato parla». Un vero signore.

MERCEDES ROMA · 188 lavoratori in mobilità, +51% di fatturato

Troppo successo, licenziamone un po’ Fr. Pi.

C'

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è la crisi e ci sono le imprese furbe. E' possibile che un'azienda che fattura nel 2011 il 51% in più dell'anno prima possa trovarsi in tali ristrettezze da liberarsi di 188 dipendenti, a Roma, dopo aver fatto altrettanto con un altro centinaio solo due anni fa? Se l'azienda si chiama Mercedes, e ha avuto anche la faccia tosta di appropriarsi dell'icona del "Che" per lanciare i suoi ultimi prodotti (dopo aver consegnato ai golpisti argentini la lista dei sindacalisti operanti nelle sue fabbriche, nel '77), qualche sospetto è legittimo. Ha avuto almeno la presenza di spirito di non dichiarare lo «stato di crisi», ma per i lavoratori questo è addirittura peggio: davanti a loro c'è solo la mobilità, senza nemme-

no la cassa integrazione. Stamattina ci sarà comunque un incontro al ministero per provare a vedere cosa è possibile fare. L'ultimo incontro è andato malissimo, con l'azienda che si è alzata e se n'è andata. La spiegazione è la solita: sono calate le vendite. Cosa vera, ma non in proporzioni tale da preoccupare. I lavoratori parlano invece di investimenti sbagliati: «Hanno aperto da poco una sede a Civitavecchia e ora la chiudono; la sede di via Tiburtina idem; la carrozzeria è stata "regalata" al primo presidente della Nuova Abc (il nome della "ragione sociale" di Mercedes a Roma, ndr), Sandro Bufacchi, che ora ha l'esclusiva er le riparazioni e va a gonfie vele». Parlano anche di troppi benefit per la dirigenza, di spese allegre per la "rappresentanza" – «per la presentazione della "Classe B" a Valle-

lunga (alle porte di Roma, ndr) è stato oagato il pernottamento a gente che risiede nella capitale» – di quatro amministratori in pochi anni e soprattutto nessun progetto di rilancio». L'attuale a.d. dichiara a tutti che «quel che avviene è stato deciso dalla casa-madre», ribattendo negativamente anche a proposte sensatissime come i «contratti di solidarietà» (normalissimi in Germania, al punto da tener alta l'occupazione anche in questo modo) e, ovviamente, alla cassa integrazione (che non potrebbe nemmeno ottenere). La cosa più contraddittoria? Ad ottobre 2011 tutti i dipendenti di Roma hanno ottenuto un premio di risultato di 300 euro per aver superato le attese di fatturato. E la crisi? Quella è la parola magica, come «apriti Sesamo».

RAI

Il Dg Lorenza Lei: clausola maternità da eliminare Roberto Ciccarelli

I

l blitz del coordinamento dei giornalisti freelance «Errori di Stampa» è riuscito. Colpita in pieno volto dalla notizia sulla clausola maternità inserita nei contratti di consulenza per i collaboratori esterni, la Rai ne aveva negato l'esistenza ma poi, con un intervento del direttore generale Lorenza Lei, ieri ha ammesso di «non avere nessuna difficoltà ad eliminarla». «Continueremo il nostro percorso – commenta con soddisfazione la giornalista Marta Rossi di «Errori di Stampa» - la scoperta della clausola è stata il frutto di un lavoro collettivo di ricerca iniziato un anno fa. Non è un casus belli contro la Rai, come invece è stato detto ieri da qualcuno. Stiamo costruendo un osservatorio sul precariato giornalistico a Roma e facciamo appello ai colleghi di unirsi a noi. Quando si è soli non è semplice fare inchiesta. D'ora in poi nessuno deve essere lasciato solo». Nel lungo ed articolato comunicato, l'azienda di Viale Mazzini si è impegnata a formulare diversamente la clausola per «non urtare la suscettibilità». Per il Coordinamento degli Atipici Rai questo non basta perché «esistono lavoratrici sotto contratto, che scadeva mesi dopo il parto, che hanno dovuto accettare una variante alla loro consulenza per anticiparne la scadenza. Così come ce ne sono altre che si sono viste rifiutare il contratto perché nel frattempo sono rimaste incinte». Nel comunicato della Rai c'è un altra precisazione da considerare. «I lavoratori autonomi [che in Rai sono oltre 1700, ndr] non godono delle tutele previste dallo Statuto dei Lavoratori, evidentemente per la scelta del legislatore». Una spiegazione illuminante rispetto ad un mondo, quello delle «collaborazione esterne» regolate, quasi sempre, con la partita Iva che a Roma – come in tutto il paese - hanno conosciuto un aumento vertiginoso dal 2007 ad oggi (allora erano 63 mila). Secondo gli «Atipici Rai» questa trasformazione è intervenuta negli anni Novanta. Quello della consulenza è il modo attraverso il quale la Rai governa il suo precariato strutturale da 15 anni. Non diversamente da quanto accade nella pubblica amministrazione, invece di assumere con i concorsi, l'azienda ha usato le collaborazioni e la partita Iva. Funziona così: i contratti durano 3,6 o 9 mesi. Il lavoratore viene licenziato e, quindi, riassunto. Questa trafila può durare anche vent'anni. Programmisti, registi, operatori lavorano a prestazione in tutte le redazioni. Sono come gli idraulici, anche loro a partita Iva. Con una differenza: lavorano ogni giorno dietro una scrivania, hanno il loro computer, un orario di lavoro, ma senza buoni pasto. Si creano anche dei paradossi: per entrare in azienda queste persone hanno bisogno di un badge giornaliero, quello previsto per gli ospiti. Certe mattine, può capitare di trovare la fila ai tornelli d'ingresso. I capistruttura, i curatori o i capiredattori, con i quali di solito contrattano personalmente durata e modalità dei contratti, possono avere dimenticato di rinnovargli il badge quotidiano. E gli «ospiti», che non sono il pubblico delle trasmissioni, ma lavoratori a tutto tondo, devono attendere il via libera della sicurezza. «Questo dimostra che il problema non è la pletora delle tipologie contrattuali, ma la volontà delle aziende di sfuggire alla regolazione del lavoro perché preferiscono il finto lavoro autonomo – spiegano gli «Atipici Rai» – Anche se la riforma del mercato del lavoro introdurrà il contratto unico, tutti questi lavoratori continueranno a lavorare nello stesso modo. Oggi non c'è più alcun argine alla moltiplicazione di queste collaborazioni. Le aziende non rischiano nulla».


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il manifesto

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ITALIA

NICHI VENDOLA /FOTO EIDON IN BASSO, PAOLO FERRERO

Daniela Preziosi

S

e la linea del Pd dovesse diventare quella di Veltroni, che «propone una competizione tutta sul terreno del liberismo economico e sociale», è «ovvio» che Sel non potrebbe seguirlo, anzi, dice Nichi Vendola, «io lavorerei comunque per costruire una coalizione di governo, vincere le elezioni e guidare il paese». Siamo in un auditorium romano dove Nichi Vendola ha riunito la presidenza di Sel. Più tardi vedrà il ministro Passera per discutere dei trasporti pugliesi. Per Passera «tantissimo rispetto», ma «mi sembra abbastanza improbabile che il Pd, se resta nel centrosinistra, possa appoggiarlo», dice, commentando la possibilità che la stagione dei tecnici scavalli la fine della legislatura. Il tema del dibattito è la crisi greca, ma l’emergenza di casa è il «duello», per dirla con le «sobrie» parole dell’Unità, scatenata nel Pd fra Veltroni e Bersani sull’articolo 18. Vendola parla dell’ex sindaco di Roma come «una delle due destre», l’altra è Berlusconi: «Noi vogliamo costruire insieme al Pd, ai movimenti sociali, ai giovani un centrosinistra che si batte per l’alternativa, per un governo in grado di liberare l’Italia dall’egemonia berlusconiana. Questo è anche ciò che chiede il popolo del Pd ogni volta che ha modo di esprimersi alle primarie». Vendola lancia l’ennesimo segnale verso il segretario Bersani, mai così in difficoltà. La stagione delle primarie per la premiership è passata. Ora c’è la scommessa cruciale delle amministrative, Ora non pensa più a candidarsi, spiega. «È improbabile, se il Pd rimane sul terreno del centrosinistra». Nel frattempo alla Camera Bersa-

BERSANI/RIFORMA DEL LAVORO

IL CASO

Senza intesa il Pd «valuta»

E intanto Sel propone di avvicinarsi al Pse

Senza intesa con le parti sociali il sì del Pd alla riforma del mercato del lavoro non è scontato. Arriva dal Tg3, dopo un giorno di decantazione della polemica, la risposta di i Bersani a Veltroni. Che a più riprese gli ha chiesto di chiarire se l’appoggio del Pd a Monti è «senza se e senza ma». Bersani tifa per l’intesa, ma se alla fine la riforma arrivasse in Parlamento senza il sì delle parti sociali «noi abbiamo la nostra proposta che si occupa della precarietà, degli ammortizzatori, del lavoro femminile. Non parla di articolo 18 perché per noi il problema non è l’uscita dal lavoro ma l’entrata». Quindi non è scontato un sì del Pd. «No, valuteremo in base alle nostre proposte. Vogliamo vedere prima».

SINISTRE · Vendola: «Il Pd ascolti le primarie, non i liberisti»

Nichi: io candidato premier? Improbabile ni entra nella riunione del gruppo parlamentare sulla legge elettorale. E gli risponde. In realtà risponde a Veltroni, che da due giorni gli chiede se il Pd appoggerà Monti «senza se e senza ma» anche nel caso in cui il governo ’tocchi’ l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori. Il Pd, dice Bersani, chiede che il governo trovi un’intesa con le parti sociali,

Ferrero attacca il Pd: «Dovrebbe decidere finalmente da che parte stare. Cosa faranno se il governo modifica l’art.18?»

DALLA PRIMA Guglielmo Ragozzino

Sulla Tav i mafiosi non sono valsusini E anche: «C’è una curiosa assonanza tra le aggressioni nei miei confronti e quel che mi è toccato sentire in quasi vent’anni di berlusconismo a proposito di giustizia e di controllo della legalità». E infine, ciliegina sulla torta: «Sostenere che la nostra inchiesta criminalizza il movimento è come dire che chi persegue uno stupro criminalizza il sesso: la protesta e la violenza sono due cose diverse, esattamente come il sesso e lo stupro». Un vero e proprio assalto alla giustizia quello descritto da Caselli al costernato Bianconi; e «Assalto alla giustizia» è, per stupefacente coincidenza, proprio il titolo scelto per il libro dell’alto magistrato dall’editore Melampo. Melampo, molti lo ricordano, è il nome del povero cane, corrotto dalle faine, che Pinocchio sostituisce nel pollaio. Oltre che un’obiettiva propaganda all’americana del libro pubblicato da Melampo, la polemica attuale ha anche l’effetto di distorcere l’attenzione dalla realtà in discussione in Valsusa. Sabato, in Valle vi sarà una grande manifestazione. Potrebbe essere un’occasione per il grande pubblico di saperne di più e invece l’attenzione sarà tutta per «il clima d’odio», per «Caselli e i no Tav» che «vogliono zittirmi»; e quelli che precedono sono i tre concetti offerti dal

ma se l’intesa non dovesse arrivare, il suo sì alla riforma del lavoro non è scontato. «Vedremo». Quanto alla legge elettorale, nel pomeriggio i democratici approvano l’ennesima loro proposta, la «bozza Violante», un sistema tedesco corretto, con una soglia di sbarramento variabile in caso di collegi uninominali o nella quota proporzionale assegnata con le liste circoscrizionali molto corte di 3 candidato. Per gli «alleabili» Sel e Idv non è rassicurante. Ma anche in questo caso Bersani lancia segnali distensivi. Parla a Rosy Bindi, che chiede garanzie sul bipolarismo, perché Vendola e Di Pietro intendano: l’indicazione preventiva della coalizione allo stato nella bozza non c’è, ma «è un problema risolvibile». Ma se ci sono «due destre», ci sono anche due sinistre, in una versione riveduta e corretta rispetto a quelle di un decennio fa. E ce n’è una che rifugge come la peste qualsiasi contiguità con il governo Monti, neanche per interposto partito democratico. In questo stesso pomeriggio si riunisce, sempre a Roma, per la presentazione di un libro su Rifondazione comunista (In direzione Ostinata e contraria, dello storico Paolo Favilli). Dibattito hard, tema impegnativo, come si deve fra rifondatori a vario titolo del comu-

Corriere ai lettori, nel titolo all’intervista. Noi ci auguriamo che Caselli possa presentare il suo libro in tutta libertà; anzi gli offriamo la nostra disordinata sede romana perché possa farlo tranquillamente una volta di più. Prendiamo l’impegno, per quell’occasione, di leggere il suo «Assalto» per discuterlo in modo competente. Noi vorremmo che in cambio Caselli entrasse un po’ nel merito del movimento No Tav. Non è sufficiente che affermi «di non avere niente contro la Val di Susa, niente contro il movimento No Tav, proprio niente contro il dissenso…» (testo di pubblicità online di Melampo); e ci mancherebbe anche che non fosse così… Noi vorremmo che anche Caselli leggesse qualcosa: il testo di un documento inviato al Presidente Mario Monti. Il presidente ha ricevuto nei giorni scorsi uno scritto sulla verità e sulle bugie relative al Tav. Lo firmavano quattro esperti di alto livello, Marco Ponti, Ivan Cicconi, Sergio Ulgiati e Luca Mercalli e lo controfirmavano centinaia di intellettuali di grande fama; o meglio di persone di ogni parte d’Italia, della società civile, convinte che democrazia e giustizia siano indivisibili e che il cortile della Val di Susa riguarda tutti. Lo si può leggere nei siti online della Valsusa e in www.sbilanciamoci.info. E’ una lettura sufficiente perché Caselli, il procuratore di Torino, consideri non tanto se non ci sia materia per dare inizio a un’azione penale contro chicchessia, del tipo che sta a cuore ad altra stampa, non a noi; quanto piuttosto se non valga la pena di utilizzare un’informazione altra per saperne effettivamente di più sui «Poteri forti». Quelli con cui Caselli assicura di non avere niente a che fare.

nismo. Ma non è solo dibattito sulle origini del partito. Perché insieme a Mario Tronti, presidente del Crs, ci sono Fausto Bertinotti e Paolo Ferrero. Che sull’analisi della storia del Prc che hanno contribuito a fondare (e anche poi a assottigliare) hanno qualche divergenza. Ma sul governo Monti hanno un giudizio così vicino che il segretario in carica offre la tessere all’ex, che ha lasciato il partito ai tempi della fuoriuscita di Vendola: il governo Monti è «un governo costituente», spiega Bertinotti (lo scrive anche nell’ultimo numero della rivista Alternative per il socialismo). Bertinotti parla della «fondazione, su rinnovate basi di classe, di una nuova statualità sovranazionale e della sua articolazione nazionale senza democrazia». E la sinistra ha speranza solo se «se saprà crescere, espandersi e costituirsi in una coalizione capace di fare società. Un’impresa tutt’altro che facile. In quel ’noi 99 per cento, voi 1 per cento c’è, però, iscritta una possibilità». E Ferrero: «Il problema è costruire un’opposizione durissima al governo Monti, unendo la sinistra». Il Pd «dovrebbe decidere una volta per tutte da che parte stare: cosa faranno i democratici nel caso in cui il governo Monti decida di metter mano all'articolo 18?».

ROMA

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tati uniti d’Europa. È la nuova bandiera di Sel, perché, spiega Nichi Vendola alla riunione della presidenza del suo partitomovimento, «come chiedono i socialdemocratici tedeschi e i socialisti francesi, noi vogliamo costruire una risposta politica a questa Europa egemonizzata dalla destra che con le politiche di austerità sta uccidendo la Grecia, il welfare, i diritti sociali e il futuro delle delle persone». Naturalmente non sfugge la novità di un riferimento così esplicito ai socialdemocratici tedeschi e ai socialisti francesi. Il gruppo fondatore di Sel viene in parte dal nucleo che ha fortissimamente voluto nell’europarlamento il Gue, il gruppo della sinistra europea a cui aderisconi i partiti comunisti rappresentati, in parte dai Verdi e in parte dagli ex ds che aderivano al gruppo del Pse. Ma da tempo Nichi Vendola ha, come si dice, «aperto una riflessione» sui propri riferimenti europei. Guardando al gruppo dei democratici e socialisti. Da dove, oltre tutto, si potrebbero accorciare le distanze con il Pd, l’agognato alleato italiano. E così ieri un ordine del giorno proposto all’assemblea da Gennato Migliore compie un’articolata analisi sulla Grecia («siamo con loro»), sulla crisi del modello liberista, sulle destre europee e la «variabile Monti», e avanza una lunga serie di proposte per combattere la crisi. Ma la novità arriva al capitolo «alleanze in Europa». Da una parte, vi si scrive, «intendiamo far parte di ogni percorso di movimento o associativo che proponga un’alternativa in Europa. Da European alternatives, che si è data appuntamento a Roma per una importante tre giorni al Valle occupato, fino ai movimenti federalisti europei che stanno promuovendo in tutto il continente appuntamenti di riflessione e di azione politica, sentiamo la necessità di condividere, attraversare e partecipare». Allo stesso tempo, «intendiamo rafforzare i percorsi comuni con i partiti progressisti ed ecologisti, sia a livello nazionale che continentale». «In particolare, dopo il quindicennio segnato dall’egemonia del pensiero blairista della “terza via”, registriamo un importante mutamento di rotta nelle dichiarazioni dei principali esponenti dei partiti socialisti europei. I più eclatanti sono il programma di sinistra illustrato da Francoise Hollande in vista delle prossime presidenziali in Francia e il documento congiunto di Spd e Grunen in Germania, che costituiscono un vero atto d’accusa vero le politiche di austerità e nel contempo un progetto di governo alternativo alle destre». E oltre: «La possibile vittoria dei socialisti in Francia e dei verdi e dei socialdemocratici in Germania nel 2013, può e deve essere accompagnata da un cambio profondo anche della politica italiana, cui Sel intende contribuire». Così Sel convoca entro marzo, «una giornata di azione politica europea, che coinvolga tutte le realtà territoriali e coloro i quali hanno lavorato fino ad oggi con noi su questi temi, per qualificare le nostre proposte ed per immetterle a pieno titolo nell’agenda politica del nostro paese». d.p.

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PALERMO

Il «terzo polo» mette nel sacco il Pdl siciliano Elena Di Dio

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iciamo che ci crede. O quantomeno crede in se stesso. Massimo Costa presidente del Coni Sicilia ha il vigore della giovanissima età – almeno in politica, 33 primavere e la lingua pungente di chi sembra indispettito. Dopo dieci giorni dalla notizia sulla sua candidatura, infatti, Costa ha deciso di sciogliere un riserbo che a molti era sembrato quasi una smentita. In una conferenza stampa affollatissima nel foyer del Politeama di Palermo, il candidato del «terzo polo» debutta nella società dei politici con una foga che a molti è sembrata smisurata. Un po’ come i tempi decisamente poco consoni al rimpallo di domande tipico degli incontri con la stampa che ha usato per raccontare in ben tre quarti d’ora la sua biografia. In ogni più piccolo dettaglio, dalla separazione dei suoi, cattolica e monarchica la madre, ferroviere comunista il padre, dai 100 anni della nonna con cui ha diviso notti di lunghi racconti, fino alle infinite gesta sportive che lo hanno portato ad eccellere nelle arti marziali («campione europeo a 17 anni, ero il più piccolo e mi sentivo il più grande») per arrivare minuto dopo minuto, alla cronaca della sua elezione ai vertici regionali del Coni, ormai anni addietro. Ci crede insomma, Costa. Sicuramente crede in se stesso. O al contrario, il racconto minuzioso della sua biografia potrebbe sembrare la replica a quello che nei giornali circolava da giorni. Che la giovane età ne facesse un «raccomandato» e che l’amicizia strettissima e mai smentita da nessuno dei due col presidente dell’assemblea regionale siciliana, il pidiellino Francesco Cascio rendesse «ambigua» la sua candidatura a sindaco di Palermo come espressione di Udc, Fli e Mpa. Che cioè Cascio non fosse esattamente fuori dai giochi e che anzi abbia partecipato – sottobanco – alla consorteria che ha portato a Roma, lo scorso 9 febbraio, il giovane Massimo Costa al tavolo del presidente della camera, Gianfranco Fini e del leader dell’Udc, Pierferdinando Casini. «A Roma li ho incontrati – ha confermato– e la cosa mi ha inorgoglito, io cresciuto a Borgo Nuovo, ero seduto con loro che mi chiedevano di impegnarmi in politica maturando un mio progetto per Palermo che avesse una caratteristica: pacificare il clima. Mi hanno detto che anche il presidente della Regione, Raffaele Lombardo era della stessa idea. Ed è stato lui a togliermi ogni dubbio». Sul ruolo di Cascio, poi, Costa si limita a questa smentita: «Sono suo amico. E col Pdl non ho mai fatto politica». Poi giù con il refrain che accomuna tutti i candidati alle amministrative di maggio: «Sono espressione di un vasto movimento civile». Eppure, il Pdl, nei giorni in cui la candidatura di Costa scompagina le previsioni di Alfano che credeva di poter costringere al ballottaggio il candidato del centrosinistra che verrà fuori dalle primarie del 4 marzo, deve decidere: o sceglie un candidato «forte» (che però non riesce a trovare nemmeno con il cannocchiale) o al secondo turno «ripiegherà» su Costa. Che non fosse già previsto dal presidente Cascio e non solo da lui?


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MERCOLEDÌ 22 FEBBRAIO 2012

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INTERNAZIONALE PESCATORI UCCISI · Caso Enrica Lexie, spunta mercantile greco. Marò interrogati. Inviato De Mistura

STRAUSS KAHN

India e Italia in alto mare

Fermato a Lille: «È prosseneta»

MILITARI E BANDIERE

Il diritto del più forte Giuliana Sgrena

L

a questione dei due marò italiani arrestati in India con l’accusa di aver ucciso due pescatori viene sostanzialmente ridotta a una questione di giurisdizione. Hanno ucciso in acque indiane o internazionali? In quest’ultimo caso sono sotto giurisdizione italiana. Vista la reazione delle autorità italiane questo si può tradurre facilmente in impunità. Ancora una volta si parla di avvertimenti, quali avvertimenti (luci, spari in aria) e contro chi? Avvertimenti che se anche ci fossero stati non sarebbero nemmeno stati compresi da pescatori che nulla avevano a che fare con logiche militari in acque non abituate ad atti di pirateria. Per di più, non esistono regole d’ingaggio codificate per i militari a bordo delle navi commerciali, mentre la responsabilità dovrebbe essere dello stato, in questo italiano, invece la nave è sotto il controllo di civili e quindi del comandante, che però non può dare ordini ai militari. Il problema della pirateria in mare ha indotto l’Onu a emanare una convenzione che però non prevede l’uso della forza. Tocca dunque ai singoli stati derimere la questione, permettere, come ha fatto l’ex-ministro La Russa, l’imbarco sulle navi battenti bandiera italiana di militari – d’élite come i marò – oppure, come hanno scelto altri paesi, contractors. Come sempre i contractors sfuggono ancora più facilmente a qualsiasi regola. Il caso dei marò è di estrema gravità perché sancisce il diritto di uccidere chiunque venga sospettato di poter essere un pirata: la guerra si trasferisce dai paesi sotto occupazione alle acque più o meno internazionali, poco importa. Importa solo se c’è uno stato che intende far valere la propria territorialità. Come sempre l’uso delle protezioni armate non esclude i pericoli e aumenta l’uso indiscriminato della forza. Su questi temi esiste un complesso dibattito a livello internazionale, che non sembra tuttavia infervorare l’Italia se non quando ad essere coinvolti sono i nostri militari. Anche perché siamo fin troppo abituati a rinunciare alla nostra sovranità quando a colpire sono i militari di un paese più forte (soldati Usa nel caso del Cermis, Mario Lozano nel caso Calipari). Ma nei confronti dell’India ci consideriamo noi i più forti e quindi pronti a far valere l’obsoleta consuetudine dello zaino o della bandiera (un militare risponde solo al paese di provenienza) e considerare danno collaterale la morte di due pescatori indiani disarmati e senza nessuna velleità piratesca, del resto disarmati non lo eravamo anche noi, a bordo della Toyota Corolla quella notte del 4 marzo 2005, nei confronti dei soldati americani? Se ci siamo permessi di lasciare impunita l’uccisione di Nicola Calipari perché non dovremmo farlo nei confronti di due poveri, sconosciuti pescatori indiani?

L'ex direttore del Fmi Dominique Strauss-Kahn (Dsk) è in stato di fermo a Lille. Dovrà rispondere sul caso Carlton, sulle serate a luci rosse alle quali avrebbe partecipato a Parigi e Washington, chiarendo se sapesse che le ragazze che vi partecipavano erano prostitute. Numerose le prove in mano agli inquirenti di costose trasferte di gruppi di escort finanziate da due imprenditori di Lille, Fabrice Paszkowski, dirigente di una società di materiale sanitario, e David Roquet, direttore di una filiale del gigante dell'edilizia, Eiffage. L'ultimo dei viaggi avvenne dall'11 al 13 maggio a Washington, alla vigilia dell'arresto di Dsk per la vicenda del Sofitel. Se il giudice riterrà sufficienti le accuse a suo carico, Dsk potrebbe essere perseguito per complicità in prossenetismo.

Marina Forti

È

sempre più difficile distinguere tra i fatti e i toni sopra le righe, nella vicenda giudiziaria e diplomatica che circonda una petroliera italiana, due pescatori indiani uccisi, e due marines italiani del Battaglione San Marco accusati dalle autorità indiane di averli uccisi. Ieri il governo italiano ha inviato in India il sottosegretario agli esteri Staffan De Mistura per «continuare sul piano politico l’azione portata avanti finora da una delegazioni di esperti dei ministeri degli esteri, difesa e giustizia», dice il comunicato diffuso ieri del ministero degli esteri. Ovvero, per affrontare al livello diplomatico più alto possibile il contenzioso giocato finora in Kerala, stato dell’India meridionale - è al largo delle sue coste che nel pomeriggio del 15 febbraio due pescatori sono stati uccisi, secondo l’accusa dagli spari dei marò imbarcati come scorta anti-pirateria sulla petroliera italiana Enrica Lexie. De Mistura, diplomatico di carriera, era il rappresentante delle Nazioni unite in Afghanistan, prima di entrare nel governo Monti. La Farnesina ha annunciato anche una visita del ministro Giulio Terzi forse il 28 febbraio, la settimana prossima. I due marò, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, restano intanto in stato di fermo di polizia nella città di Kochi, accusati di omicidio; entro domani il magistrato dovrà decidere se confermare l’incriminazione e quindi metterli sotto custodia giudiziaria. Nel frattempo però potrebbe intervenire l’Alta corte dello stato del Kerala, a cui oggi i difensori dei due militari italiani presenteranno un ricorso in cui contestano l’imputazione. Cosa sia avvenuto con precisione il 15 febbraio al largo delle corte del Kerala resta da chiarire. Ma prima ancora di capire perché sono morti Valentine Jalastine e Ajesh Pinku, pescatori di 45 e 25 anni imbarcati sul peschereccio indiano St.Antony, il contenzioso scoppiato tra Italia e India riguarda la giurisdizione. Il comunicato della Farnesina ieri ha definito «operazione coercitiva» e «atto unilaterale» quella della polizia indiana cioè ha ribadito quanto il governo italiano sostiene dal principio: che l’equipaggio è italiano, a bordo di una nave con bandiera italiana, quindi sotto la competenza della magistratura italiana, e la polizia del Kerala non aveva diritto di fermarlo. Cosa contestata dalle autorità indiane: il reato (omicidio) è stato commesso a danno di cittadini indiani che si trovavano su imbarcazione indiana, quindi la polizia e la magistratura indiane avevano tutta la legittimità a fermare i presunti responsabili. La versione italiana resta quella fornita dall’equipaggio della Enrica Lexie: che i militari hanno reagito a ciò che sembrava un tentativo di attacco da parte di pirati attenendosi alle norme internazionali, cioè hanno prima segnalato e poi sparato colpi di avvertimento, finché l’altra imbarcazione si è allontanata. Nella deposizione telegrafata al nucleo speciale Ros dei carabinieri, Latorre - che ha il comando del gruppo di marò - afferma che sulla nave "attaccante" hanno visto uomini armati, e allega delle foto (abbastanza sfocate però); sostie-

KOCHI (INDIA), IL MARÒ LA TORRE AGLI ARRESTI. SOTTO YEMEN, URNE A SANAA/REUTERS

ne inoltre che lui e i suoi colleghi non hanno colpito nessuno. La deposizione ai Ros è stata ripresa ieri dal più autorevole e attento quotidiano indiano in lingua inglese, The Hindu, nelle ampie citazioni riportate dal Corriere della Sera: nota tra l’altro che la Marina militare italiana ha ordinato ai due marò di non obbedire agli ordini delle autotità indiane, in quelle prime ore di braccio di ferro (e commenta che sulla stampa e tra i lettori italiani si è scatenato uno sprezzante patriottismo, commenti tipo "non ci faremo processare da un paese del terzo mondo"). La versione italiana però non spiega perché due persone siano morte: così sui siti d’informazione italiani ora si ipotizza che il peschereccio St. Anthony non sia l’imbarcazione a cui hanno sparato i militari italiani. Magari a sparargli è stata un’altra petroliera, greca. La Camera di commercio internazionale, che ha un dipartimento «crimini commerciali» creato per monitorare gli atti di pirateria internazionale, dice che quel giorno un mercantile greco, Olympic Flair, ha subito un tentativo di arrembaggio: e questo dovrebbe dimostrare che nella zona sono in effetti presenti pirati. Al momento sono tutte illazioni. Lo scontro di competenze sembra

anzi aver rallentato gli accertamenti più essenziali: tra cui la perizia balistica che portrebbe verificare se i colpi che hanno raggiunto i due pescatori corrispondono alle armi usate dagli italiani. Il fatto è che le armi si trovano sotto chiave sulla Enrica Lexie, e solo ieri sera la polizia ha ottenuto dal tribunale di Kochi il mandato di perquisizione che gli permetterà di cercarle. Lunedì lo sbarco e il fermo dei marò italiani è stato accompagnato da qualche manifestazione anti-italiana a Kochi: non erano pescatori, ma la rumorosa dimostrazione organizzata dalle sezioni giovanili locali del Congress e del Bjp, i due principali partiti sulla scena indiana (rispettivamente al governo e all’opposizione nel governo nazionale ma non nel Kerala, dove è al governo un fronte di centro-sinistra). Fatti marginali, ma hanno spinto il ministro Terzi a fare una dichiarazione azzardata: ha detto che «le elezioni in corso in Kerala influenzano i sentimenti e di conseguenza le indagini». In Kerala sono imminenti delle elezioni supplettive, in un seggio: ma dichiarare che questo «influenza l’indagine» equivale a accusare polizia e magistratura di agire per considerazioni politiche. E questo complicherà il lavoro dei suoi diplomatici.

AFGHANISTAN-KARZAI

«Sì all’ufficio taleban in Qatar» Il presidente afghano Hamid Karzai ha dichiarato ieri che accetta la costituzione da parte dei talebani di un ufficio nel Qatar. Sollecitando un appoggio internazionale agli sforzi di pace realizzati dal governo afghano, il capo dello Stato ha aggiunto: «In questo contesto, abbiamo espresso il nostro accordo alla costituzione di un ufficio dei talebani in Qatar». Il particolare è contenuto in una seconda versione di un comunicato già diffuso sulla decisione di Karzai di invitare ufficialmente i talebani ad un «negoziato diretto». Nella prima versione, il riferimento all'ufficio degli insorti in Qatar non c'era. È l’accettazione piena della nuova strategia Usa di tratttiva con i talebani. Hanno cominciato una guerra inutile, scellerata e di vendetta per l’11 settembre, e dopo più di dieci anni li riconoscono come interlocutori di pace.

Yemen/ candidato unico Abd Rabbo Mansour al Hadi

Elezioni presidenziali «libere» sorvegliate a distanza da Saleh

«È

un giorno storico per lo Yemen. Voltiamo pagina e apriamo un nuovo capitolo nel quale scriveremo il futuro del paese», ha proclamato ieri con orgoglio Abd Rabbo Mansour al Hadi, candidato unico alle presidenziali, mentre votata in un seggio della capitale Sanaa. Ma è arduo credere che lo Yemen sia avviato ad un cambiamento vero, dopo oltre un anno di proteste represse nel sangue dal presidente uscente Ali Abdallah Saleh (rimasto al potere 33 anni), alleato di ferro degli Stati Uniti. Il rischio è che il «cambiamento» al vertice serva in realtà a non cambiare nulla in paese povero, travagliato da ansie di secessione, spaccato dagli interessi di clan potenti e, di fatto, sotto il controllo dell’Arabia saudita. Gli yemeniti vogliono credere che le elezioni siano l’alba di un nuovo giorno. Anche la premio Nobel Tawakkul Karman, membro del partito islamista al Islah, ha dato pieno sostegno nuovo presidente Hadi. «Ora dobbiamo sostenerlo nell’esecutivo di transizione che durerà due anni e sfrutteremo questo periodo per costruire un nuovo Yemen», ha detto qualche giorno fa Karman, una delle voci del movimento popolare che ha animato la Piazza del Cambiamento di Sanaa per quasi tutto il 2011. Tutto però sembra portare nell’altra direzione. Saleh, scampato nei mesi scorsi ad un attacco armato dei suoi oppositori, lo scorso novembre ha firmato un compromesso – mediato dall’Arabia saudita e dagli altri paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo – con il quale si è impegnato a lasciare le redini del potere

al suo vice Hadi in un governo di coalizione tra il Congresso generale del popolo al potere e i partiti di opposizione. In cambio ha ottenuto l’immunità per i crimini compiuti negli oltre tre decenni al potere. Saleh ha accettato di farsi da parte perché sa che continuerà a controllare il paese, con la benedizione di Riyadh. E potrà farlo proprio per mano di Hadi, al quale aveva ceduto i suoi poteri. L’ex presidente manterrà strette nelle sue mani anche le leve di comando delle Forze Armate, tramite parenti e un gruppo di fedelissimi. Il fratellastro è a capo dell’aviazione e Hadi è anche maresciallo capo, il grado più alto nell’esercito. Inutili sono state le proteste del movimento di Piazza del Cambiamento che per un anno ha chiesto le dimissioni dei militari accusati di aver ucciso centinaia di persone nella rivolta. Il futuro presidente, controllato a distanza da Saleh, dovrà affrontare problemi enormi in un paese che appare sul punto di frantumarsi. A Nord è ripresa la rivolta degli sciiti Houthi che hanno boicottato il voto così come i separatisti che vivono nelle regioni meridionali, un tempo territorio della Repubblica socialista dello Yemen. Come Saleh, anche Hadi avrà dalla sua parte il potente alleato nordamericano. L’amministrazione Obama si è detta pronta ad assistere in misura maggiore lo Yemen, se Sanaa continuerà, come tutto lascia pensare, la «collaborazione antiterrorismo». Proseguirà anche l’addestramento dei militari yemeniti che operano con la Cia e il «Joint Special Operations Command» Usa. (mi. gio)

PALESTINA-CASO ADNAN

Mezza vittoria, sarà scarcerato solo il 17 aprile Michele Giorgio RAMALLAH

È

stata una vittoria in agrodolce, quella ottenuta ieri dal prigioniero politico palestinese Khader Adnan, che per 66 giorni ha attuato un rigido sciopero della fame in protesta contro la condanna a quattro mesi di «detenzione amministrativa» (cioè senza processo e solo sulla base di indizi) che gli ha inflitto un giudice militare israeliano. Adnan - ora in gravissime condizioni di salute (ha perduto 30 kg), per il momento resterà ricoverato nell’ospedale Ziv di Safed, in Galilea - non è riuscito però ad ottenere la liberazione immediata, così come speravano anche le molte migliaia di persone che in tutte queste settimane lo hanno sostenuto nei Territori occupati e all’estero (con manifestazioni e sit in). Dalla prigione uscirà infatti soltanto il 17 aprile se nelle prossime settimane, hanno comunicato gli israeliani, non sopraggiungeranno elementi nuovi a suo carico. Resta perciò alto il rischio che i servizi di sicurezza israeliani riescano a trovare un motivo per tenerlo in «detenzione amministrativa» anche dopo quella data. Ieri per diverse ore non pochi in tutta la Cisgiordania e nella Striscia di Gaza hanno dubitato dell’effettiva esistenza di un’intesa tra gli avvocati di Adnan e le autorità israeliane, alla luce dei risultati parziali ottenuti dopo una battaglia tanto dura. In effetti i contorni della soluzione raggiunta non sono stati completamente chiariti. I media locali hanno riferito di un «accordo» accettato dalle parti ma la notizia è arrivata in modo confuso e diversi attivisti palestinesi hanno espresso la loro frustrazione in internet. Ieri sera, ad esempio, non era certa neanche la sospensione dello sciopero della fame da parte di Adnan, annunciato con enfasi dai media israeliani. A ciò si aggiunge l’atteggiamento dell’Anp di Abu Mazen che da un lato ha sostenuto (a bassa voce) Adnan e dall’altro ha boicottato le manifestazioni pubbliche organizzate in sostegno del detenuto in sciopero della fame. «Perché non hanno liberato Khader Adnan subito, perchè rimane ancora in prigione?», si domandava ieri Mariam Barghouti, impegnata, via Twitter, ad inviare aggiornamenti continui sulla battaglia del detenuto palestinese. La vicenda di Khader Adnan - paragonato a Bobby Sands, il militante dell’Ira che si lasciò morire di fame contro la politica del premier britannica Margaret Thatcher – in ogni caso è servita ad alzare il velo sulla «detenzione amministrativa», usata dagli israeliani contro i palestinesi. Originariamente basata sui Regolamenti di emergenza del mandato britannico del 1945, questa misura «cautelare» è entrata ufficialmente nell’ordinamento israeliano nel 1979. Alla sua scadenza la carcerazione può essere prolungata più volte dai giudici militari, sempre e soltanto sulla base di indizi e sospetti e non di prove concrete. Attualmente, riferisce il centro «Addameer», sono 309 i palestinesi imprigionati senza processo, tra i quali anche membri del Consiglio legislativo. 88 detenuti «amministrativi» sono rimasti in carcere per un anno, uno è in carcere da cinque anni.


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CULTURA

IDENTITÀ IN DIVENIRE Un’intervista con lo scrittore e saggista basco Joseba Sarrionandia. I rapporti di potere nella realtà contemporanea e il conflittuale rapporto tra i processi di omogeneizzazione culturale tesi a imporre un «pensiero unico» e le manifestazioni di insorgenza e alterità politica, sociale e economica che caratterizzano la globalizzazione Gorka Bereziartua Andoni Olariaga

J

oseba Sarrionandia è uno scrittore poeta e saggista basco esule dal 1985 quando, con una rocambolesca fuga riuscì a evadere (nascosto nella cassa di un gruppo musicale) dal carcere di Martutene (San Sebastian) assieme ad un altro miltiante basco, Inaki Pikaebea. Entrambi erano in carcere accusati di essere militanti dell’Eta. Da allora, Sarrionandia scrive dall’esilio. Nel 2011 ha vinto il Premio letterario Euskadi istituito dal governo della Comunità Autonoma Basca, per il libro Moroak gara behelaino artean? («Siamo mori nella nebbia?»). Il libro è un saggio che affronta l’epoca della guerra coloniale spagnola in Marocco negli anni Venti del Novecento. Lo scrittore e saggista è considerato una pietra miliare nella letteratura basca contemporanea e la sua prolifica produzione comprende poesia, romanzi, saggistica caratterizzata da una scrittura «sperimentale». In italiano è possibile leggere Lo scrittore e la sua ombra (Giovanni Tranchida Editore, traduzione dal basco di Roberta Gozzi). In questo ultimo libro - Moroak gara behelaino artean? («Siamo mori nella nebbia?») - affronti i temi dell’esilio, della lingua, della «spagnolità» dei baschi, dei comportamenti dei poteri di forti (mezzi di comunicazione, borghesia, esercito...).. Il tema principale è il potere. Una grammatica berbera scritta a Tetuan e a Tangeri, alla fine del XIX secolo, è il punto di partenza. Possiamo paragonarla al vaso di Pandora, che una volta aperto provoca catostrofi di ogni tipo. Volevo raccontare di come uomini e donne vivono in società basate su rapporti di potere e di oppressione, tenendo ben presente il fatto che nel nord Africa, l’imperialismo europeo ha raggiunto l’apoteosi. Nello sviluppo capitalista, come ha mostrato Max Webber, è stato decisivo il concetto religioso, puritano della vita, legato al denaro. Successivamente, la costruzione degli stati nazione, il colonialismo nel Terzo Mondo, così come la globalizzazione e il consumismo attuali, non ne sono che la continuazione. Questo saggio è un invito a prendere coscienza dei rapporti di potere che controllano il mondo oggi. . Hai optato per la sperimentazione quando ti sei avvicinato alla saggistica (in Ni ez naiz hemengoa o in Hitzern ondoeza, per esempio). Questo vuol dire che è finita l’epoca del saggio che difendeva un punto di vista forte? Che occorre destrutturare il pensiero? Nelle università, la forma-saggio tiene ancora banco, ma spesso non serve a nulla se non all’autore per ottenere un «titolo». Thorstein Veblen aveva analizzato bene questo fenomeno più di un secolo fa. Il libro di Veblen era un saggio sociologico, The Theory of the Leisure Class, An Economic Study of Institutions ma, quando lo lesse, George Luis Borges pensò che si trattasse di una satira. E la cosa è andata peggiorando. Le università basche assomigliano a quelle di Chicago di un secolo fa: contribuiscono cioè a burocratizzare il pensiero. Sono convinto che quando quando un pensiero unico spinge verso la dissoluzione di tutti gli altri pensieri, è il momento buono per pensare seriamente le cose. Quando dicono che la storia è finita, significa che c’è davvero in gioco qualcosa nella storia del mondo. Negli ultimi tempi, le domande e le preoccupazioni, le inquietudini sull’identità e sulla «baschitudine» si sono moltiplicate. Si svolgo-

no numerose conferenze sulla costruzione dell’identità, sulla storia della Navarra, la lingua, il territorio, il Paese Basco immaginario. Si rivendica che siano la lingua o la volontà, i sentimenti, la storia, ciò che rende baschi. Nel tuo ultimo libro approfondisci anche questa tematica. Esiste un’identità che si potrebbe chiamare basca? Per definire questa identità siamo in possesso di una idiosincrasia, una storia, un folklore o dei valori propri? Quello che definiamo come identità, in realtà, è una cosa ordinaria: è ciò in cui ti identifichi; è ciò che funziona come punto di riferimento. Se questo processo avviene in modo naturale, se non trova ostacoli, non ci sono ragioni per cui tu gli dia importanza. Ma, se ci sono degli ostacoli, allora diventa un problema. L’identità proibita può arrendersi e piegarsi al modello imposto, oppure può scegliere di resistervi. È evidente che esiste un’identità basca, con una storia dolorosa, con una lingua emarginata, con una geografia divisa. L’identità non ha niente di meraviglioso in sé, è qualcosa di ordinario. Tutte le persone hanno un’identità, come hanno i piedi. Ma, se ti pestano i piedi, li noti di più, perché fanno male. Anche le identità negate sono cosa corrente e se ne può parlare usando la formula iniziale di tutti i racconti: «C’era una volta...». Le storie passano, le lingue si dimenticano, le carte geografiche si rinnovano, le identità cambiano. Ma quando, nel XIX secolo, si affer-

La vitale grammatica della resistenza marono gli stati nazionali, molti baschi non vollero integrarsi nell’identità spagnola o francese e, da allora in poi, l’identità dei baschi è diventata un’identità di resistenza. Attualmente siamo in una terza fase, non abbiamo ancora capito/scoperto come trasformare questa identità-resistenza in identità-progetto, e i tentativi realizzati/fatti nel corso del XX secolo si sono rivelati sbagliati. Esiste una comunità basca, ma il progetto politico nazionale non arriverà da solo, lo si può solo costruire. Noam Chomsky sostiene che tutte le persone attingono a grammatica universale, mentre Anna Wiersbicka ha parlato di una «semantica universale». Sono teorie che possono essere utilizzate come argomento a favore delle lingue dominanti. Qual è il tuo punto di vista? A me piacciono entrambe le tesi: «ogni lingua ha la sua propria visione del mondo» e «tutte le persone possiedono una grammatica universale». Sono elementi complementari, due belle metafore. D’altra parte, qualunque pretesto può essere utilizzato come argomento a favore delle lingue dominanti. Siccome esiste un’unica grammatica universale uguale per tutti, chi detiene il potere dirà che le altre lingue sono di troppo. Oppure che le lingue delle comunità che vivono, per esempio, in montagna, danno una visione differente e più limitata del mondo, vale a dire, più o meno, che quelli che parlano la lingua di montagna sono degli idioti. E si potrebbe anche arrivare a dire che non c’è abbastanza carta per pubblicare libri in diverse lingue. Chi vuole imporre una lingua dominante ha la

Il linguaggio dei dominanti cancella la vita dei dominati. Per questo, il Paese Basco è considerato una realtà immaginaria solo perché ancora non esiste

legge della forza dalla sua parte. Si è spesso proclamato il valore, l’essenza, la razza e l’idiosincrasia della baschitudine, Tu, per contro, hai spesso proposto una cultura basca aperta. In quest’epoca di sincronismo o metissage, di cosa parliamo quando parliamo di cultura basca? Se si dovesse fare un museo, la «cultura basca» sarebbe quella che non è in un’altra lingua, la parte specifica della cultura basca, con le sue bizzarrie da esporre accuratamente dietro una vetrina. Ma in senso più ampio, la «cultura basca» è tutta la cultura dei baschi, incluso gli elementi che condividiamo con le altre culture. La cultura dei baschi, in generale, è aperta e ampia, non perché sia io a proporlo, ma perché è così. Il mélange e il cambiamento esistono da sempre, con la cultura romana, con secoli di civiltà cristiana, con la Spagna, con la Francia. Il potere rivendica sempre di più la multiculturalità, l’apertura… Ma, nella realtà, questo discorso porta con sé la richiesta di un atteggiamento aperto da parte degli emarginati. L’apertura stessa, come concetto, è diventata un terreno di conflitto ? La globalizzazione, ha detto l’economista J. K. Galbraith, è il soprannome utilizzato per nascondere

l’espansionismo senza limiti dell’impero. In ambito culturale, la globalizzazione è americanizzazione. In realtà non si tratta di un nuovo genere di imperialismo e la memoria della nostra lingua è migliore della nostra, quando si tratta di ricordare del passato. C’è stata, per esempio, una dominazione romana: bake (pace), kate (catena), galtzada (strada), lege (legge), errota (ruota, mulino) gorputz (corpo), ortu (giardino, orto), fede (fede), denbora (tempo)... A differenza del colonialismo di un tempo, l’imperialismo attuale funziona utilizzando un’ideologia multiculturale. È la faccia pulita della globalizzazione, perché l’impero ha più di una faccia, come Giano: la faccia militarista e usurpatrice e la faccia moderna e cosmopolita. Gli apparati della globalizzazione non impongono una cultura monolitica, almeno in apparenza, ma promuovono la diversità culturale sul mercato. L’apertura culturale non è affatto innocente, come non lo è in economia l’apertura del mercato. È indispensabile un po’ di senso critico. Questo marketing multiculturale non viene di per sé a dare una mano alla diversità. Si potrebbe dire che si tratta di una maschera per nascondere il saccheggio economico e la violenza politica. E c’è, se-

condo me, un punto chiave: la società neoliberale consumistica propone il multiculturalismo, ma distrugge le basi comunitarie delle culture. Di fronte a questo multiculturalismo del mercato è indispensabile un multiculturalismo critico. Il rapporto fra l’individuo e il mercato è un rapporto di consumo. In un negozio trovi dodici marche diverse di burro, puoi scegliere. Non solo puoi, ma devi continuamente scegliere fra dodici marche diverse di burro. Puoi anche pensare di avere un grande margine di potere di decisione, anche se hai sempre meno possibilità di decidere qualcosa di importante. Dobbiamo recuperare gli spazi di comunicazione e di democrazia, noi baschi dobbiamo trasformare il Paese Basco in uno spazio di comunicazione. Una nazione è soprattutto questo, uno spazio di comunicazione. Gli spazi di comunicazione, in politica, diventano spazi di decisione. La comunicazione e la solidarietà potrebbero essere le basi si una buona democrazia. Bisogna andare oltre la resistenza, bisogna proporre un progetto culturale e politico. Con scelte di maggior consistenza rispetto a quelle che ci vengono proposte al supermercato o in tv. Bisogna proporre


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CULTURA ESPOSTA AL PRADO LA «GEMELLA» DELLA GIOCONDA Da ieri è esposta al pubblico nella Sala 49 del Museo del Prado a Madrid la Gioconda «gemella» che un accurato restauro ha rivelato essere stata dipinta da un discepolo sotto gli occhi di Leonardo mentre il maestro era all'opera sul quadro originale. Attribuita dagli

FOTO DI DANILO DE MARCO. SOTTO UNO SCATTO DELLO SCRITTORE E SAGGISTA JOSEBA SARRIONANDIA

degli spazi culturali e politici migliori del MacWorld e del Celtiberia Show. Se si produce una buona letteratura, leggerò in euskera. Se la letteratura in basco non mi dice niente, preferisco leggere le opere di Rafael Sanchez Ferlioso, tanto per citare uno scrittore. In questo scontro tra omogeneizzazione e diversità culturale, l’occidente dimostra una superiorità morale, politica (e militare) rispetto all’oriente. Tenendo conto di ciò, come far fronte alle questioni morali e politiche poste dai nuovi sistemi di valori e di credenze giunti nel nostro paese? Non credo/penso che i conflitti sorgano a causa delle differenze culturali e filosofiche, i problemi fra le persone sorgono quando qualcuno cerca di sottomettere l’altro. Siamo immersi in rapporti di potere duri, e questa relazione fra il restare intrappolati e la resistenza non è nata ieri. Bisogna affrontare le cose non in modo unilaterale, bensì ascoltando gli altri. La ragione non è assoluta. La ra-

gione è contingente, storica e cangiante. Non è facile rendersene conto, né essere coerenti. Alla fine del libro sostieni che il compito dei baschi consiste nel creare una nazione senza stato, al di là dello stato francese e di quello spagnolo. Per questo proponi di redigere una costituzione: la costituzione di una nazione libera senza stato. Viste le caratteristiche socio-politiche della realtà attuale, credi che questo sia possibile? Cioè, realizzabile? Mi piacerebbe vedere i baschi difendere delle buone idee, in modo creativo, a favore della sovranità e di una società più egualitaria. Gli Stati che ci dominano non ci daranno nessun «diritto». Ognuno di noi deve diventare sovrano. Noi baschi dobbiamo imparare a organizzarci come una comunità. Se fosse possibile sotto forma di stato-nazione, come gli altri, tanto meglio. Finché non è possibile, in un altro modo. Le fondamenta della nazione non sono ancora state poste. I giovani di Atharratze o di Tudela non sanno chi sia Mikel Laboa, non abbiamo ancora creato uno spazio di comunicazione collettivo. Uno spazio di relazioni e di solidarietà. Una nazione è uno spazio di comunicazione e, come corrisponde a qualsiasi comunità, di decisione. La capacità di decisione arriverà se siamo in grado di formare un «insieme». Il filosofo spagnolo Fernand Savater sostiene che il Paese Basco è un’invenzione e che, quindi, è falso.... Direi il contrario. Il Paese Basco è stato pensato e, proprio per questo, è vero. Qualunque nazione che esista è una rappresentazione sociale. Anche la Spagna lo è, e questo non vuol dire che sia falsa. Il Paese Basco è frutto di un’invenzione quanto lo è la Spagna. Se per i baschi è reale il Paese Basco, anche la Spagna sarà più reale nel Paese Basco. Affermare che il Paese Basco è frutto dell’immaginazione per sostenere che la Spagna non è un’invenzione/è reale, questo sì mi sembra un ragionamento contorto. Anche la bussola fu un’invenzione, e forse per questo è falsa? Qual è il ruolo della letteratura, della fiction o della filosofia, nella costruzione del Paese Basco? L’immaginazione è importante, la fantasia è necessaria anche per rendersi conto di ciò che è vero. Si prende la forma di/assomiglia a ciò che si immagina e si plasma. Se non immagini niente, assomiglierai a quel niente. La realtà è molto più estesa e complessa di quanto possa spiegare qualunque forma di realismo ed è l’immaginazione a darle un significato.Dobbiamo imparare a vedere le cose. A vedere anche le possibilità ancora non realizzate. Attualmente, parliamo sempre di più in questa nave spaziale di McWorld, ci sono in giro sempre più immagini e suoni, ma le parole e le idee si annebbiano e si sporcano facilmente. La letteratura e la filosofia sono come una lavatrice, si possono usare per ripulire un po’ le parole e le idee, come si puliscono gli occhi, o i vetri delle finestre. (traduzione di Roberto Gozzi)

esperti del Prado a uno dei due allievi preferiti di Leonardo, Andrea Salaino, o a Francesco Melzi, la tela – che ha subito attirato una folla di visitatori – è in realtà nota da secoli. Ma tutto lo sfondo attorno alla figura della Monna Lisa era coperto da una vernice scura, aggiunta probabilmente nel XVIII secolo. Effettuando uno studio della copia su

richiesta del Louvre, che la chiedeva in prestito per la mostra leonardiana dedicata all'ultima opera del maestro, la «Sant’Anna», prevista dal 29 marzo prossimo, gli esperti del Prado hanno scoperto, grazie agli infrarossi, che sotto la vernice c'era esattamente lo stesso sfondo di montagne e laghi dell'originale.

TRADUZIONE · Da Feltrinelli un libro di Franca Cavagnoli, «voce» italiana di V.S. Naipaul

I percorsi di un testo tra due lingue cifica; avevano ovviamente a disposizione la vasta produzione traduttologica estera, ma tranne pochissimi celebrati lavori, Eco in primis, mancavano strumenti didattici sistematici legati alla pratica traduttiva verso l’italiano. È questo vuoto che viene almeno in parte a colmare per l’angli-

Ilide Carmignani

C

i sono libri di cui si avvertiva il bisogno. La voce del testo. L’arte e il mestiere di tradurre di Franca Cavagnoli (Feltrinelli, pp. 199, euro 9,50) è uno di questi, uno strumento che chi traduce letteratura o si avvia a tradurla aspettava da tempo con impazienza. Per molti anni nel nostro paese, ma forse anche altrove, si è diventati traduttori letterari un po’ per caso. Giovani scrittori, poeti, giornalisti, o aspiranti tali, si vedevano offrire fortuitamente un romanzo e finivano col dedicare una parte del loro tempo, se non tutto, a questo mestiere. Erano persone già in contatto con il mondo editoriale, quando non addirittura redattori. La formazione in pratica veniva affidata alla casa editrice, all’editor che con pazienza rivedeva, e talvolta riscriveva, la traduzione. Frequentare questa «domestica accademia», come l’ha definita anni fa Giorgio Pinotti, caporedattore Adelphi, al Salone del Libro di Torino, specie se presso editori di cultura, costituiva un indubbio privilegio, come privilegiata sotto molti aspetti era l’editoria di allora, meno industriale, meno terziarizzata, meno frenetica, meno legata al numero di uscite e novità. Oggi gli editori italiani pubblicano oltre 57.000 titoli all’anno e di questi il 22, 2 % sono traduzioni (pari addirittura al 39,1 % delle copie stampate), percentuale che sale in modo molto significativo nell’ambito della fiction e ancora di più del libro per ragazzi (dati Aie). Cifre di questa portata, creando una significativa domanda di professionisti, hanno di fatto escluso quella educazione elitaria a cui accennavamo e hanno aperto un mercato formativo molto vivace, grazie anche all’estremo interesse mostrato per questa attività dalle giovani generazioni, sempre più attratte dai mestieri del libro. In breve sono fiorite scuole di traduzione di ogni tipo, tutte o quasi variamente legate al mondo editoriale e talvolta eccellenti, che tuttavia hanno troppo spesso sofferto di una certa esiguità di risorse o di una certa discontinuità. Nel 2004, con la riforma, si sono lanciati sul mercato anche numerosi atenei, inaugurando un numero consistente di corsi in tutta la penisola, malgrado lacune e resistenze storiche. L’insegnamento di «Lingua e traduzione», molto spesso in mano a ex lettori che si sono interessati alla traduzione solo come metodo didattico per l’apprendimento della grammatica straniera, non ha mai visto coltivare la riflessione traduttologica e ha non di rado trascurato anche la linguistica comparativa, se non di nuovo nell’ambito delle problematiche di apprendimento di una lingua seconda. Non è andata meglio con i docenti di letteratura, che si sono sempre tenuti lontani dalla traduzione letteraria per-

Esperienze e riflessioni su un mestiere che attira un numero crescente di giovani ché, non essendo considerata dall’accademia un esercizio critico ma solo un’attività meccanica, non costituiva titolo nei concorsi; insomma, non serviva a far carriera. Certo ci sono state luminose eccezioni, ma così rare da risultare quasi sconfortanti. In questo panorama non stupisce che gli studenti che si sono iscritti ai vari corsi universitari con la speranza di lavorare un giorno nell’editoria si siano spesso trovati a seguire come lezioni di traduzione letteraria le stesse identiche lezioni che avevano già frequentato per lingua e per letteratura, nei casi più fortunati velate da una qualche infarinatura teorica, e che non abbiano nemmeno potuto appoggiarsi a una bibliografia spe-

SOCIETÀ · «L’eclissi della borghesia»

Ceti medi senza volto, tentativo di un ritratto Claudio Vercelli

N

on sono immagini rassicuranti quelle che emergono dalle riflessioni che Giuseppe De Rita, presidente del Censis, e Antonio Galdo fanno in un volumetto, di cui si è già parlato su queste pagine, dedicato all’Italia di oggi. Il libro, L’eclissi della borghesia (Laterza, pp. 92, euro 14) costituisce per più aspetti il seguito di quella Intervista sulla borghesia di una quindicina d’anni fa, quando i due autori già denunciavano le peculiarità dello sviluppo italiano, laddove all’ipertrofia di un ceto medio senza volto corrispondevano le deficienze della classe dirigente. Le amare considerazioni di allora si sono rafforzate per arrivare a una diagnosi di medio periodo dove al pessimismo sembra subentrare il timore della irrecuperabilità. De Rita ci ha già abituato alle sue ricognizioni sulla società italiana, accompagnate da diagnosi dal taglio immaginifico e di grande fortuna, anche mediatica.

Mercoledì 22 Febbraio Ore 17,00 Biblioteca di Storia Moderna e Contemporanea

Via Caetani 32 - Roma presentazione del libro

La furia dei cervelli di Roberto Ciccarelli e Giuseppe Allegri partecipano Gaetano Azzariti, Teresa Di Martino, Eleonora Forense, Elettra Stimili coordina Alessandra Gissi www.manifestolibri.it

stica il volume di Franca Cavagnoli, traduttrice pluripremiata di decine e decine di opere di autori contemporanei come Toni Morrison e V.S. Naipaul, ma anche di classici come Twain, Fitzgerald, Mansfield, Burroughs. Scrive Cavagnoli: «Questo libro nasce dal desiderio di condividere le mie riflessioni ed esperienze nel campo della traduzione e del suo insegnamento in corsi e workshop. La traduzione è, in quanto esperienza, riflessione. È prima di tutto un fare esperienza dell’opera da tradurre e della cultura in cui è germinata. E subito dopo è un fare esperienza della lingua madre e della propria cultura, che deve accogliere, vincendo ogni possibile resistenza, la diversità lin-

furiacervelli.blogspot.com

i dibattiti di manifestolibri

A leggere quest’ultimo pamphlet, si ha l’impressione che la crisi italiana sia a un punto di non ritorno. Quello che traspare dal testo è il nesso che esisterebbe tra la mancanza di una borghesia cosciente di sé e il difetto di modernizzazione del «sistema paese». Vecchia questione, che rimanda ai nodi dell’unificazione – nodi ai quali, ci accorgiamo adesso, rischiamo di rimanere strangolati, in presenza di una crisi sistemica e sistematica dell’economia internazionale che pone a durissima torsione il senso stesso dello stare insieme nel nostro paese. Eppure il limite della lettura di De Rita è l’inevitabile eccesso semplificatorio, ovvero l’attenzione, tutta sociologica, per un aspetto delle nostre difficoltà su cui si può assentire, senza però che si colgano anche gli altri elementi di un quadro complesso qual è quello italiano. L’Italia dello sviluppo senza progresso è la risultante di un modello di falsa evoluzione che rivela con drastica dirompenza quello che Carlo Donolo, nel suo L’Italia sperduta (Donzelli 2011), definisce come il «defezionismo». Non un’antropologia negativa ma uno stato delle cose che trae la sua origine dal processo storico, laddove si ha a che fare con un atteggiamento trasversale alle classi e ai ceti ma che trova nella condotta della borghesia post-unitaria il suo cardine più legittimante. La fragilità della costituzione statale si è incontrata con la refrattarietà ad assumere una leadership che andasse oltre il parassitismo dettato dalle circostanze. A mancare in Italia, allora, è quanto Carlo Galli già andava identificando come il ruolo delle élite intermedie pubbliche, la cui trasposizione nell’operato dello Stato crea quel patriottismo repubblicano, che non è categoria di valore astratto ma il senso del riconoscimento reciproco. Non è questione di sola borghesia ma di quale borghesia, in altre parole. Il ceto medio, nella sua banalizzazione della quotidianità, non è una

guistica e culturale del romanzo o del racconto da tradurre». E così il lettore viene guidato, con l’auspicio di un’ospitalità bermaniana, nel lungo cammino dal testo fonte al testo tradotto attraverso un’attenta analisi testuale, l’individuazione della dominante traduttiva, le possibili strategie di mediazione linguistico-culturale, la negoziazione, la riscrittura, l’autorevisione e le ultime riletture. Ogni fase è coniugata in modo vario a seconda della tipologia di testi che può investire: autori contemporanei, classici, narrativa sperimentale, intrattenimento, libri per ragazzi; il tutto sostenuto da continui esempi accompagnati da traduzioni della stessa Cavagnoli, talvolta plurime, declinate in base alle differenti strategie, ma sempre discusse in ogni loro piega con scrupolo e onestà, anche negli aspetti inevitabilmente soggettivi. Il libro, con tutti i suoi segreti del mestiere, si rivolge innanzitutto ai giovani traduttori, ma costituisce una lettura proficua anche per i redattori delle case editrici, che si trovano a rivedere le traduzioni, per i recensori che troppo spesso liquidano con un aggettivo questo passaggio determinante nella ricezione di un testo e, infine, per i lettori forti, per quei grandi lettori che non hanno paura di varcare i propri rassicuranti ma angusti orizzonti linguistici.

creazione degli ultimi decenni ma il portato di una unificazione incompiuta ancorché autoritaria, che trova nel fascismo il suo vero suggello subculturale. L’Italia di Crispi, Cadorna e poi dell’8 settembre, in buona sostanza, con l’intermezzo sansepolcrista. Il ventennio berlusconiano, effetto e non causa di quelle che sono state solo le sue premesse, ha capitalizzato le peculiarità negative di una comunità nazionale incapace di credere nelle proprie qualità e cinicamente ripiegata su di sé. Una comunità che guarda con diffidenza alla cosa pubblica, di cui fatica a tematizzare l’esistenza, in ciò ricambiata da una pubblica amministrazione che spesso non ragiona in termini di diritti ma di favori e sudditanze. Si obietterà che non tutto è così. Rimane il fatto che molto è tornato a rivestire tali panni e nulla può indurci a credere che le cose saranno in futuro meglio disposte, soprattutto dal momento che l’orizzonte è quello di una contrazione dei sistemi di welfare, a partire dalla rete delle autonomie locali, le uniche che in questi decenni repubblicani si sono sforzate di dare corpo a cittadinanze possibili e che ora si trovano in condizione di non riuscire più a garantire i servizi di prossimità, quelli che più e meglio di altri creano legami e appartenenze. In realtà, chiedere a un volume quale quello di De Rita, di esercitarsi sui tanti aspetti di una stratificazione ingovernata, è forse troppo. Tuttavia gli autori, mentre fanno il computo delle responsabilità manifeste, a partire da quelle politiche, sembrano meno proclivi a cogliere quegli elementi di lungo periodo – come la supplenza volontaria di un cattolicesimo nella sua qualità di vera ideologia della nazione – che tanto hanno giocato nello sbocco attuale. De Rita non può agevolmente rivendicare il nesso profondo che intercorre tra la laicità delle istituzioni e l’emancipazione borghese, poiché se la seconda gli è chiara come urgenza storica la prima contrasta con la sua impostazione culturale. Ma oggi il rischio che l’Italia corre è che, nel tentativo di districarsi dalla falsa opzione tra populismo demagogico e tecnocrazia neoliberale, si consegni all’ethos di sempre, quello di un pensiero per il quale non ci si salva ma si deve essere salvati da una qualche provvidenza.


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il manifesto

MERCOLEDÌ 22 FEBBRAIO 2012

VISIONI

Intervista •

Saiful Hug, conosciuto come Omi, attivista, è uno dei maggiori fotoreporter del suo paese e racconta attraverso i suoi scatti storie di ingiustizia e violenza

Catturando il Bangladesh Manuela De Leonardis DHAKA (BANGLADESH)

A

ppuntamento nel giardino artificiale della lobby - con la palma al centro e la brezza di aria condizionata - dell’Ruposhi Bangla Hotel. Malgrado l’ora tarda della sera i suoni del traffico della città arrivano anche lì, ristabilendo il contatto con la realtà colorata e caotica. Saiful Huq, conosciuto come Omi (Chittagong 1980, vive a Dhaka) ha con sé il libro fotografico Heros Never Die: Tales of Political Violence in Bangladesh, 1989-2005, pubblicato nel 2006 da ActionAid Bangladesh e Counter Foto - A Center for Communication. Un lungo racconto in bianco e nero che passa attraverso le dolorose storie personali di undici famiglie bengalesi, vittime di violenze «che sono il prodotto dell’intero sistema politico» - come afferma Omi - dall’attacco suicida a Gazipur, agli spari durante la manifestazione pacifica contro la costruzione dell’Ecopark a Madhupur; dalla bomba nel cinema di Mymensingh, a quella durante il meeting del Partito Comunista del Bangladesh a Dhaka. Con questo lavoro (foto e testo), il fotoreporter è stato insignito del prestigioso premio All Roads National Geographic Award 2006. Da quando ha iniziato a fotografa-

«Fotografare una situazione critica non basta. Essere testimoni di un qualcosa, senza riflettere non vale nulla. Lo scopo è anche quello di parlare con la gente, prendere parte a manifestazioni e raccogliere fondi» MILANO

Dal 22 otto incontri con autori italiani

ALCUNI SCATTI TRATTI DAL LIBRO FOTOGRAFICO DI SAIFUL HUQ (SOPRA NELLA FOTO) «HEROS NEVER DIE: TALES OF POLITICAL VIOLENCE IN BANGLADESH» PUBBLICATO NEL 2006

Otto incontri con altrettanti maestri della fotografia italiana a Milano, saranno organizzato dalla Fondazione Forma per la Fotografia. Gli incontri avverranno con scadenza mensile. Si inizia domani, con un incontro-dibattito. Quindi, per tutto il fine settimana, la libreria di Forma riserverà una sezione speciale ai libri del fotografo presentato. Inoltre si alterneranno proiezioni di documentari sull'autore. Primo incontro con Mario De Biasi. Il 29 marzo Mimmo Jodice. E poi Gianni Berengo Gardin, Franco Fontana, Gabriele Basilico Piergiorgio Branzi, Nino Migliori e Ferdinando Scianna.

re - nel 2005 - trovando in questo linguaggio un modo più diretto e potente per raccontare e denunciare storie di ingiustizia e violenza che avvengono nel suo paese, in lui si è sempre più consolidata la consapevolezza che fotografare è un dovere. Attualmente collabora con Polaris Images ed è il fotoreporter di riferimento per il Bangladesh del New York Times. Con il progetto sui profughi Rohingya originari della Birmania del Nord - di cui si, sono occupati anche Medici Senza Frontiera, nel 2009, denunciando la situazione disperata delle migliaia di individui di questa minoranza etnica di religione musulmana che, perseguitata nel suo paese d’origine è costretta a rifugiarsi nel campo provvisorio per sfollati di Kutupalong (Bangladesh), priva di riconoscimenti e diritti - ha conseguito numerosi altri riconoscimenti, tra cui il premio speciale della giuria del Days Japan Photojournalism Award 2010. Saiful Huq Omi arriva alla fotografia attraverso un percorso politico di attivista e una laurea in Ingegneria delle Telecomunicazioni conseguita all’Università di Dhaka. Frequenta un corso di fotografia alla Pathshala South Asian Media Academy (istituita nel 1998 è la più importante scuola di fotografia del Bangladesh) - dove attualmente insegna fotografia documentaria - grazie all’incontro con Shahidul Alam, fotografo e attivista, nonché fondatore della Pathshala School e più volte membro della giuria del World Press Photo. Quale è il contesto in cui il tuo percorso di ingegnere delle telecomunicazioni ha cambiato direzione, prendendo quella della fotografia? Avevo 17 anni quando mi sono iscritto al corso di ingegneria, ma non ero convinto che una volta laureato avrei fatto questo mestiere. Per trovare un buon lavoro, in Bangladesh, si devono studiare materie come ingegneria o economia. Contemporaneamente facevo politica, ero iscritto al partito di sinistra. Ad un certo punto ho capito che era importante fare qualcosa, non per se stessi ma per gli altri. Tutto sommato non sarebbe stato difficile avere un certo standard di vita, quando si proviene da una famiglia come la mia. Ma cercavo altro, non ero felice in Bangladesh, perché non c’era un governo democratico. Ho preso la laurea in ingegneria e trovato un buon lavoro nella migliore compagniaomunicazioni del paese, avevo anche la possibilità di andare in un’università americana per conseguire il dottorato di ricerca. Potevo avere facilmente la vita che tutti desidererebbero. Ma la pensavo in maniera diversa. È stato allora che ho capito che mi sarebbe piaciuto fare il filmmaker, ma per fare un film avrei dovuto produrlo da me. Infatti non è facile, qui, trovare le risorse e fare un film è molto costoso. Con la macchina fotografica è diverso, basta avere un apparecchio, come per un poeta carta e penna. Così ho cominciato a guardare i libri di fotografia. Il lavoro di Sebastião Salgado e, soprattutto, del fotografo locale Hasan Chandon mi hanno aperto gli occhi. Fondamentale, poi, l’incontro con Shahidul Alam, attivista, scritto-

re e fotografo. Sono stato fortemente influenzato dal suo percorso personale, provengo da un ambiente che è molto simile al suo. Fotografare, per te, è una missione, non solo una professione. Ti consideri un attivista ancor prima di fotoreporter. Cosa significa essere attivista nel tuo paese? Significa parecchio, perché fotografare in sé una situazione critica non basta. Ma se la fotografia è usata in modo tale da poter aiutare a risol-

vere una situazione critica, allora questo è quello che penso che voglia dire essere attivista. Essere testimoni di un qualcosa, senza riflettere non vale nulla. Lo scopo è anche quello di parlare con la gente, partecipare a raccolte fondi, prendere parte a manifestazioni e proteste. Penso che questo sia veramente importante, specialmente in un paese come il Bangladesh, dove si combatte ogni giorno per i diritti umani basilari. Questo penso che sia l’inizio del viaggio di un fotografo, un lungo viaggio.

Cosa ha significato esattamente, per te, vincere il premio All Roads National Geographic Award nel 2006? Naturalmente ne sono stato sorpreso e onorato. Era un grande lavoro, ma in fondo non così grande ed io ero così giovane! Quello che era incredibile, per me, è che si trattava di un premio del National Geographic, la rivista con cui sono cresciuto. Chi non ha mai sfogliato un numero del National Geographic? Era il mio sogno! Ma la cosa più importante è che con questo premio ho trovato la fiducia in me stesso. Questo premio ha cambiato tutto! I tuoi reportage sono prevalentemente in bianco e nero, utilizzi anche il colore? Uso entrambi, ma soprattutto quando lavoro ai miei progetti fotografo in bianco e nero. La maggior parte dei miei lavori sono progetti personali. Prima decido il tema e chiedo supporti finanziari a fondazioni, ma anche se non li ottengo li porto avanti comunque. Non voglio che ci sia qualcuno che decida per me. Voglio le mie foto, le mie storie. Riesci a tenere a bada le tue emozioni quando ti trovi di fronte a situazioni dolorose? È una domanda molto interessante. In passato mi sono lasciato coinvolgere parecchio. Una volta, ad esempio, ero con un ragazzo che aveva perso la gamba destra in un attentato. Parlavo con suo padre che scavava tombe al cimitero. Eravamo se-


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VISIONI KRAFTWERK I Kraftwerk hanno in programma una serie di concerti al Moma di New York dal 10 al 17 aprile. La band tedesca si esibirà in una performance intitolata «Retrospective 1 2 3 4 5 6 7 8», dove eseguiranno - accompagnati da proiezioni in 3d, i primi otto album della loro carriera. Da oggi, sul sito del Moma, sono disponibili i biglietti.

URLO DA 80 MILIONI DI DOLLARI Va all'asta «L'Urlo» dI Edvard Munch, all’interno di un catalogo dedicato alla pittura impressionista e moderna, da Sotheby's a New York il 2 maggio. «L'Urlo» che Sotheby's proporrà in asta è datato 1895 ed è una delle 4 versioni dell'opera di Munch, l'unica ancora in una collezione privata. Il dipinto verrà proposto con la stima record di 80 milioni di dollari, ma la quotazione sicuramente salirà.

FESTIVAL DI ROMA · Verso la nomina della direzione? Continuità. È la «mozione» lanciata dal ministro della cultura Lorenzo Ornaghi nel corso dell’incontro con il presidente della Fondazione cinema per Roma Gianluigi Rondi, richiesto da quest’ultimo, per sbloccare la nomina della nuova direzione artistica del festival di Roma, rimasta ferma dopo la scadenza del mandato di Piera Detassis, e le polemiche esplose intorno alla candidatura di Marco Muller, imposta dalla presidente della regione Lazio Renata Polverini, e dal sindaco Alemanno, non condivisa dalla provincia, dalla maggioranza del Cda della Fondazione, e soprattutto dallo stesso Rondi. Il quale, a differenza di quanto avevano «sperato» Alemanno e Polverini non ha rassegnato le sue dimissioni, riconfermando anche nell’incontro di ieri la decisione di rimanere in carica - per «senso di responsabilità» - sino a fine mandato, il prossimo giugno. Lo stesso Rondi, che sarebbe favorevole alla riconferma di Detassis almeno per il prossimo anno, ha dichiarato l’intenzione di convocare il Cda quanto prima per trovare una soluzione condivisa.

FICTION · «Smash» la nuova serie prodotta da Spielberg

LONDRA

FORUM · «La Demora» e «Our Homeland»

La televisione scopre Broadway

Addio studi Twickenamm

Interni di famiglia tra passato e presente

Stefano Crippa

L

duti, al tramonto, in mezzo al camposanto. La situazione era ideale per fotografare, ma quando il ragazzo ha iniziato a raccontarmi la sua storia ha cominciato a piangere, ed io sono stato preso dal suo dolore. Anche se mi rendevo conto che avrei dovuto scattare, non me la sono sentita. Dopo poco tempo ho conosciuto Abbas, siamo diventati amici e abbiamo lavorato insieme al mio progetto sulle violenze politiche, lui mi disse che è molto importante - quando si fotografa - che la macchina fotografica sia in contatto emotivo con il soggetto, non con il fotografo. Ho capito che sono come un postino, un messaggero che si trova tra il soggetto e il mondo. Il mio lavoro non è solo quello di fotografare. È importante quanto avviene dopo, far conoscere le storie, altrimenti nessuno potrà mai saperle e nessuno potrà essere aiutato. Per fare questo bisogna riuscire a non lasciarsi coinvolgere troppo, cosa che oggi riesco a fare con maggiore distacco, grazie all’esperienza. Quando e perché hai deciso di focalizzare la tua attenzione sui profughi dell’etnia Rohingya? Ho iniziato a lavorare al progetto sui profughi Rohingya nel febbraio 2009. La Drik Gallery di Dhaka, dove stavo facendo una mostra, mi chiese di andare nei campi profughi. Ci andai, anche se non ero sicuro che avrei fotografato, perché nel mio lavoro è fondamentale che io senta quello che faccio, altrimenti non lo faccio. Nelle storie di quelle famiglie di rifugiati ho rivissuto anche la storia della mia famiglia, che ha sofferto molto durante la guerra del 1971. Sono nato molto più tardi, ma mia madre mi ha raccontato di come molti familiari siano stati profughi. Dicevi che prima di iniziare la professione di fotografo avresti voluto fare cinema. Ti è rimasta la passione, infatti hai girato e sei tra gli autori del doc «Roaring Kansat» (2006), insieme a Aminul Akram e Barkat Ullah Maruf. Quello del Kansat è stato uno dei più grandi movimenti popolari nella storia del Bangladesh, importantissimo dal punto di vista politico. Una ventina di persone sono morte, la polizia ha sparato sulla massa. Io mi sentivo molto triste, perché avrei voluto essere lì, ma non potevo perché stavo lavorando altrove ad un altro progetto, ma quando ho sentito che c’erano altre persone interessate, ho pensato di collaborare con loro per fare un film. Ora sto lavorando ad un nuovo progetto,aprirò una piccola scuola di cinema a Dhaka in cui inviterò i più importanti registi politici del Bangladesh. Il primo sarà Anand Patwardhan, attivista e regista indiano di documentari. Forse riuscirò a fare anche il mio film, oltre che i workshop di fotografia.

a diversificata strategia produttiva di Steven Spielberg e della Dreamworks - ultimamente ha allacciato accordi con una partnership cinese prevede una sempre più massiccia frequentazione del piccolo schermo. E se con Terra nova - è in lavorazione la seconda stagione - portava atmosfere alla Jurassik park in un plot fantascientifico a metà fra i misteri alla Lost e i viaggi nel tempo, con Smash che ha debuttato negli Usa su Nbc il 6 febbraio e quasi in contemporanea in Italia (il pilot è passato su Mya/Mediaset premium domenica scorsa), siamo sul territorio del musical. Un’idea in realtà messa in cantiere già tre anni fa e che Spielberg ha realizzato in associazione con Robert Greenblatt, nel 2009 presidente del canale via cavo Showtime (I Borgia, Spartacus) e che ora libero da incarichi, ha portato alla Nbc. Una strategia pubblicitaria perfetta, un tam tam mediatico eccellente, Variety in testa, e Smash è diventato il «caso televisivo» dell’anno già prima del debutto accolto peraltro da 11 milioni di ascolti che nella mid season - ovvero il momento più caldo dela stagione televisiva, dove i budget pubblicitari si raddoppiano, rappresentano un risultato di tutto rispetto. Intorno a Broadway girano le vicende dei protagonisti della fiction, che non rincorre però il pubblico di Glee - la serie culto basata su sogni e ambizioni di un gruppo di giovanissimi studenti aspiranti star. Il plot centrale del telefilm è rappresentare Broadway, il suo mondo fatto di produttori cinici, attrici e attori fragili o spregiudicati, registi in crisi e coreografi rampanti. Insomma tutto ciò che si costruisce nel «making of» di un musical, incentrato nella finzione tv sulla vita di Marilyn Monroe. Il pilot gioca subito le sue carte, e mette in scena le ambizioni di due autori, Julia Houston e Tom Leavitt (li interpretano Debra Messing, per i sit com dipendenti era Grace in Will & Grace, e Christan Borle) che invece di prendersi un anno sabbatico decidono di investire tutto nella realizzazione di un musical sulla vita di Norma Jean. A dar loro man forte una produttrice (Angelica Huston, bravissima), che a tutti i costi vuole ingaggiare un talentuoso quanto sco-

Il rilancio della Nbc passa anche attraverso questo telefilm, racconto al vetriolo del dietro alle quinte di un intrigante musical sulla vita di Marilyn Monroe stante regista e coreografo, Derek Wills (Jack Davenport). Ora si tratta «solo» di dare un volto alla protagonista, e il casting alla ricerca della giusta Marilyn vede contrapporsi le due più «serie» pretendenti, la veterana Ivy Lynn (Megan Hilty) che «vive» nel culto della Monroe e la giovane e inesperta Karen (Katharine McPhee, uscita dal talent American Idol). In un tripudio di acrobatici duelli vocali e danzanti si sfidano le due attrici, con più di un divertente rimando a Eva contro Eva. Scritto con mestiere da Theresa Rebeck, Smash rappresenta anche una sfida per la Nbc che negli ultimi anni è parsa arrancare nella corsa agli ascolti dei maggiori network americani. Un tentativo di riposizionarsi con una produzione ad alto budget certo rischiosa, perché diretta non a un pubblico generalista, ma inevitabile per risollevarsi dai fiaschi recenti di Studio 60 on the Sunset strip. Il successo passato di West Wing, fiction affatto banale in onda per sette stagioni fra il 1999 e il 2006, è di buon auspicio.

Poco prima di compiere i cento anni, chiudono i battenti gli studi cinematografici di Twickenham, dove sono stati girati «Blade Runner» e di recente «My Week with Marilyn» e una parte degli interni di «The Iron Lady» con Meryl Streep. Costruiti nel 1913 su un'ex pista di pattinaggio su ghiaccio e inizialmente chiamati St Margaret's Studios, sono tra le strutture per il cinema più conosciute di Londra. Nonostante ciò, stavano perdendo denaro ed il loro amministratore, Gerald Krasner, ha annunciato che chiuderanno a giugno. Metà dei suoi 17 dipendenti se ne sono già andati. «Venderemo e solo allora potremo pagare tutti quanti», ha detto Krasner.

PIRATE BAY, PER GIUSTIZIA INGLESE IL SITO E’ ILLEGALE In un processo che vede coalizzate Emi, Warner, Polydor, Dramatico e Rough Trade contro The Pirate Bay, ha stabilito che il file sharing del sito è illegale. Nella motivazione si legge che «Gli operatori di Pirate Bay permettono le infrazioni di legge che gli utilizzatori commettono copiando e comunicando al pubblico (i diritti di copyright ndr) andando ben oltre la semplice funzione di assistenza. Da ogni punto di vista essi autorizzano, approvano e appoggiano le violazioni di copyright commesse dai loro utenti».

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10:55 CHE TEMPO FA 11:00 TG1 Notiziario 11:05 OCCHIO ALLA SPESA Attualità 12:00 LA PROVA DEL CUOCO Varietà 13:30 TG1 Notiziario 14:00 TG1 ECONOMIA Notiziario 14:05 TG1 FOCUS Notiziario 14:10 VERDETTO FINALE Attualità 15:15 LA VITA IN DIRETTA Attualità 16:50 TG PARLAMENTO - TG1 CHE TEMPO FA Notiziario 18:50 L’EREDITÀ Gioco 20:00 TG1 Notiziario

11:00 I FATTI VOSTRI Attualità 13:00 TG2 GIORNO Notiziario 13:30 TG2 COSTUME E SOCIETÀ Rubrica 13:50 MEDICINA 33 Rubrica 14:00 ITALIA SUL DUE Attualità 15:00 QUESTION TIME 15:45 CRAZY PARADE Rubrica 16:10 GHOST WHISPERER Tf 16:55 HAWAII FIVE-0 Telefilm 17:45 TG2 FLASH L.I.S. METEO 2 Notiziario 17:50 RAI TG SPORT Notiziario 18:15 TG2 Notiziario 18:45 NUMB3RS Telefilm 19:35 L’ISOLA DEI FAMOSI 9 Reality show 20:30 TG2 - 20.30 Notiziario

11:00 APPRESCINDERE Attualità 12:00 TG3 - RAI SPORT NOTIZIE - METEO 3 Notiziario 12:25 TG3 FUORI TG Attualità 12:45 LE STORIE ATTUALITÀ 13:10 JULIA Telefilm 14:00 TG REGIONE - METEO Notiziario 14:20 TG3 - METEO 3 Notiziario 14:50 TGR LEONARDO Rubrica 15:00 TG3 L.I.S. Notiziario 15:05 LASSIE Telefilm 15:55 COSE DELL’ALTRO GEO Documentario 17:40 GEO & GEO Documentario 18:10 METEO 3 19:00 TG3 - TG REGIONE - METEO Notiziario 20:00 BLOB Varietà 20:15 TEMPO DI PICNIC FILM 20:35 UN POSTO AL SOLE Soap

09:40 R.I.S. ROMA 2 Telefilm 10:50 BENESSERE - IL RITRATTO DELLA SALUTE Talk show 11:30 TG4 - METEO Notiziario 12:00 UN DETECTIVE IN CORSIA Telefilm 13:00 LA SIGNORA IN GIALLO Telefilm 13:50 FORUM Real Tv 15:15 SENTIERI Soap opera 15:30 BERNADETTE FILM Con Jennifer Jones, Lee J. Cobb 18:55 TG4 - METEO Notiziario 19:35 TEMPESTA D’AMORE Soap opera 20:30 WALKER TEXAS RANGER Telefilm

08:50 MATTINO CINQUE Attualità 09:55 GRANDE FRATELLO Reality show 10:00 TG5 - ORE 10 Notiziario 11:00 FORUM Real Tv 13:00 TG5 - METEO 5 Notiziario 13:40 BEAUTIFUL Soap opera 14:10 CENTOVETRINE Soap 14:45 UOMINI E DONNE Talk show 16:15 AMICI Reality show 16:55 POMERIGGIO CINQUE Attualità 17:50 TG5 MINUTI Notiziario 18:45 THE MONEY DROP Gioco 20:00 TG5 - METEO 5 Notiziario 20:30 STRISCIA LA NOTIZIA Attualità

08:40 SETTIMO CIELO Telefilm 10:35 EVERWOOD Telefilm 12:25 STUDIO APERTO - METEO Notiziario 13:00 STUDIO SPORT Notiziario 13:40 I SIMPSON Cartoni 14:35 WHAT’S MY DESTINY DRAGON BALL Cartoni 15:30 CAMERA CAFÈ Sit com 16:10 THE MIDDLE Telefilm 16:55 LA VITA SECONDO JIM Tf 17:45 TRASFORMAT Gioco 18:30 STUDIO APERTO - METEO Notiziario 19:00 STUDIO SPORT Notiziario 19:20 TUTTO IN FAMIGLIA Tf 19:50 I SIMPSON Cartoni 20:20 C.S.I. Telefilm

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20:30

UEFA CHAMPIONS LEAGUE MARSIGLIA - INTER (Diretta) 22:45 90° MINUTO CHAMPIONS Rubrica 23:20 TG1 60 SECONDI Notiziario 23:30 PORTA A PORTA Attualità

21:05

LA STELLA DELLA PORTA ACCANTO Fiction Con Bianca Guaccero 23:25 TG2 Notiziario 23:35 LA STORIA SIAMO NOI Documentario 00:45 TG PARLAMENTO Attualità

21:05

CHI L’HA VISTO? Attualità Conduce Federica Sciarelli 23:15 GLOB SPREAD Rubrica 00:00 TG3 LINEA NOTTE Attualità

VIAGGIO A... Documenti Conduce Paolo Brosio 00:15 L’AMICO DEL CUORE FILM Con Vincenzo Salemme, Eva Herzigova 01:45 TG4 NIGHT NEWS METEO Notiziario

6 PASSI NEL GIALLO: PRESAGI FILM Con Andrea Osvart, Craig Bierko, Eliana Miglio 23:40 MATRIX Attualità 01:30 TG5 NOTTE - METEO 5 NOTTE Notiziario 02:00 STRISCIA LA NOTIZIA

Italia1

WILD - OLTRENATURA Documentario 00:30 ROMANZO CRIMINALE 2 Telefilm 02:25 STUDIO APERTO LA GIORNATA Notiziario 02:40 THE SHIELD Telefilm

Davide Zanza BERLINO

D

opo aver raccontato il Messico, sua patria di adozione, nei due precedenti lungometraggi, La zona (2007) e Deserto adentro (2008), il regista uruguaiano Rodrigo Plà con La demora (Forum), ritorna nei meandri e nelle pieghe della sua città natale Montevideo. E lo fa mettendo a confronto tre generazioni, un’ intera famiglia lacerata dalla povertà e dai problemi che ne conseguono, ma apparentemente solida nell’aiuto reciproco. Apparentemente. Come fluttuare o lasciarsi trasportare quasi senza reagire dagli eventi. Contraddizioni che sono visibili fin dalla prima scena con i due protagonisti insieme e già così lontani. Maria, interpretata da un’intensa Roxana Blanco aiuta il padre Augustin a lavarsi. Lui ridotto all’oblio della malattia e della vecchiaia, lei stanca e provata mentre cerca di sostenere la sua famiglia e i suoi figli. Nei gesti, nel suo amore, nella sua discrezione, Maria vive questa situazione in completa solitudine. Ama il padre ma gli è già di peso, sommersa dalle preoccupazioni e da piccoli egoismi della vita quotidiana. Nel mezzo i suoi figli, la loro spensieratezza, il loro sguardo capace di rasserenare la casa e il suo ambiente. Un giorno Maria, esasperata da ciò che la circonda, decide di abbandonare in un parco, al freddo, Augustin, ritornando a casa da sola, raccontando ai figli che il nonno è andato a stare in una struttura migliore di quell’abitazione e che ora sta bene. Da quel preciso istante, da quella bugia che regge l’attimo di un secondo, il regista innesca un meccanismo costruito attraverso un forte senso di rimorso, ansia, in un rincorrersi di aspettative. Quando ormai Montevideo si è fatta fredda, Maria, insieme

La7 07:00 OMNIBUS Attualità 07:30 TG LA7 Notiziario 09:45 COFFEE BREAK Attualità 11:00 L’ARIA CHE TIRA Attualità 12:30 I MENÙ DI BENEDETTA Rubrica 13:30 TG LA7 Notiziario 14:05 BINGO BONGO FILM Con Adriano Celentano 16:15 ATLANTIDE - STORIE DI UOMINI E DI MONDI Documentario 17:30 L’ISPETTORE BARNABY Telefilm Con John Nettles 19:20 G’ DAY Varietà 20:00 TG LA7 Notiziario 20:30 OTTO E MEZZO Attualità

21:10

GLI INTOCCABILI Attualità Conduce Gianluigi Nuzzi 23:10 TG LA7 Notiziario 23:15 TG LA7 SPORT Notiziario 23:20 L’AMORE CHE NON MUORE FILM Con Juliette Binoche, Daniel Auteuil 01:40 (AH)IPIROSO Attualità

ad un amico, cerca di rimediare al torto. Parte per questa ricerca nei rifugi per senza tetto come negli ospedali, mentre Augustin solo, nell’instancabile fiducia che ancora ha della figlia, riceve la forte solidarietà da una città, fotografata da Plà con tinte scure, che nonostante tutto, non si nasconde ma è presente. La demora è un film che indaga senza moralismi quanto siano complicati e ambivalenti i rapporti tra generazioni, tra persone, tra individui. Anche l’opera prima del regista Giapponese Yang Yonghi rimane raccolto all’interno di una famiglia per raccontarci con Our Homeland l’incontro utopico e lacerante che in due giorni rivoluziona la famgliai di Sonho ritornato a Tokyo per curarsi da una malattia. Sonho è uno degli oltre 90mila coreani residenti in Giappone che dalla fine degli anni ’50 sono emigrati nella Corea del Nord con il miraggio di una vita priva di ingiustizie e discriminazioni compiute dal regime. Il suo ritorno scatena un immenso flusso di ricordi, emozioni che anziché armonizzarsi nell’incontro provocano maggiore frattura. Specie nella sorella del protagonista, Rie che sente quanto sia stato opprimente e senza senso questo averlo strappato dalla sua terra, questa oppressione ingiusta della macchina politica nei confronti dell’individuo. Our homeland è il diario di esseri che non appartengono alla propria terra, di fantasmi che vagano senza meta, di solitudini appese al filo della causa e di una promessa mai mantenuta. La malattia di Sonho sembra paradossalmente giocare per un attimo un ruolo di sintesi, uno spazio dove un tempo, seppur lontano, quella famiglia è stata unita. Ottimi interpreti danno vita a questa sinfonia dove c’è ancora, forse, spazio alla speranza.

Rainews 19:03 IL PUNTO SETTIMANALE Attualità 19:27 AGRIMETEO Notiziario 19:30 TG3 Notiziario 20:00 IPPOCRATE Rubrica 20:30 TEMPI SUPPLEMENTARI Rubrica 20:57 METEO Previsioni del tempo

21:00

NEWS LUNGHE DA 24 Notiziario 21:27 METEO Previsioni del tempo 21:30 MERIDIANA - SCIENZA 1 Rubrica 21:57 METEO Previsioni del tempo 22:00 INCHIESTA 3 Attualità 22:30 NEWS LUNGHE DA 24 Notiziario 22:57 METEO Previsioni del tempo 23:00 CONSUMI E CONSUMI Rubrica 23:27 METEO Previsioni del tempo

stasera tv n occasione dei 25 anni dalla scomparsa di Andy Warhol, Rai Storia propone alcuni brani e programmi dedicati all'artista pop: il reportage «Grandi mostre – Pop art a Palazzo Grassi di Venezia» del 1980, di Anna Zanoli; tre interviste ad Andy Warhol rilasciate a rubriche e programmi Rai: a Vanni Ronsisvalle per il TG1 nel 1977, per Variety (1980) durante una mostra a Napoli. Alle 9 e alle 18.30 su Rai Storia, dt e TivùSat.


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il manifesto

MERCOLEDÌ 22 FEBBRAIO 2012

terraterra Giorgia Fletcher

Gli estremi del clima

L

a temperatura media sulla superficie terrestre, nel 2011, è stata di 14,52 gradi Celsius, hanno calcolato gli scienziati della Nasa, e sottolineano che è il nono anno più caldo degli ultimi 132 anni, cioè da quando nella graduatoria è possibile registrare questo dato - e questo nonostante l’influenza del fenomeno meteorologico chiamato La Niña e un relativamente basso irraggiamento solare, che ha relativamente rinfrescato il clima. Guardare alle statistiche è utile: dagli anni ’70 ogni decennio è più caldo del precedente, e nove dei 10 anni più caldi in assoluto sono stati nel XXIesimo secolo, cioè negli ultimi undici anni. Per gli «scettici» sul riscaldamento del clima, tanto vale sottolinearlo: un’ondata di gelo siberiano invernale non cambia i fatti, guardati nel complesso. Quando si fa la media delle temperature, il pianeta oggi è 0,8 gradi Cesius più caldo di un secolo fa. A determinare la tempertura media concorrono diversi fattori, certo - fenomeni meteorologici come il Niño/la Niña, le correnti oceaniche, occasionali «tempeste» di radiazioni solari; ma il fattore di gran lunga più influente è la quantità di gas che producono «effetto serra» nell’atmosfera terrestre, cioè trattengono il calore dei raggi solari. E questi, ormai è ben noto, li produciamo soprattutto noi, le nostre industrie, le nostre centrali termiche che bruciano petrolio, carbone e altri combustibili fossili. Se il dato medio è già allarmante, nascoste dietro alla media ci sono grandi variabilità locali - non meno allarmanti. Ondate di siccità e secco, piogge torrenziali, uragani: gli eventi estremi che una volta erano considerati naturali anomalie ora sono sempre più frequenti e rischiano di diventare la norma: e questo è uno degli aspetti del cambiamento del clima. Il 2011, ad esempio, è stato il secondo più umido finora osservato (il record da questo punto di vista è stato il 2010). «Diluvi sempre più pesanti sono da attendersi in un pianeta più caldo», si legge in una nota del Earth Policy Institute di Washington, istituzione diretta da Lester Brown. La nota, che sintetizza i dati ormai acquisiti circa il clima, spiega che un aumento di un grado di temperatura media fa aumentare circa del 7% l’umidità nell’atmosfera. Dunque temperature più alte si riducono in più alta probabilità di piogge torrenziali e uragani. Allora, per tornare al 2011, l’anno era cominciato con alluvioni in Brasile, nello stato di Rio de Janeiro: la più devastante alluvione a memoria d’uomo, con 900 persone uccise. Quello stesso mese in Australia alluvioni hanno coperto una superfice pari a quella di Francia e Germania combinate. Nell’estate è stata la volta della Thailandia: l’alluvione più estesa che si ricordi, con la città di Bangkok parzialmente sommersa, un diluvio che oltre alle vittime umane, ha causato distruzioni stimate in 45 miliardi di dollari, parti al 14% del Prodotto interno lordo del paese: l’alluvione più costosa mai vissuta dal paese - molto più costosa degli uragani atlantici che hanno investito gli Stati uniti in agosto, con 7,3 miliardi di danni. L’elenco non è finito: oltre 100 morti in due uragani in Centro America in ottobre, uno nel Pacifico e l’altro nei Caraibi. In dicembre l’uragano tropicale Washi ha ucciso oltre 1.200 persone sulle Filippine. Ovviamente questo non impedisce che altre regioni del pianeta abbiano sofferto una siccità mortale. Ripetiamolo, per gli «scettici»: al ritmo attuale di accumulo di gas serra generati dai combustibili fossili che stiamo bruciando, per la fine del secolo il pianeta sarà fino a 7 gradi Celsius più caldo, in media. E i disastri di questi mesi sembreranno nulla in confronto.

il manifesto CAPOREDATTORI marco boccitto, micaela bongi, michelangelo cocco, sara farolfi, massimo giannetti, giulia sbarigia, roberto zanini, giuliana poletto (ufficio grafico) il manifesto coop editrice a r.l. REDAZIONE, AMMINISTRAZIONE, 00153 Roma via A. Bargoni 8 FAX 06 68719573, TEL. 06 687191 E-MAIL REDAZIONE redazione@ilmanifesto.it E-MAIL AMMINISTRAZIONE manamm@ilmanifesto.it SITO WEB: www.ilmanifesto.it TELEFONI INTERNI SEGRETERIA 576, 579 - ECONOMIA 580 AMMINISTRAZIONE 690 - ARCHIVIO 310 POLITICA 530 - MONDO 520 - CULTURE 540 TALPALIBRI 549 - VISIONI 550 - SOCIETÀ 590 LE MONDE DIPLOMATIQUE 545 - LETTERE 578 SEDE MILANO REDAZIONE: via ollearo, 5 20155 REDAZIONE: tutti 0245072104 Luca Fazio 024521071405 Giorgio Salvetti 0245072106 redmi@ilmanifesto.it AMMINISTRAZIONE-ABBONAMENTI: 02 45071452 SEDE FIRENZE via Maragliano, 31a TEL. 055 363263, FAX 055 354634 iscritto al n.13812 del registro stampa del tribunale di roma autorizzazione a giornale murale registro tribunale di roma n.13812 ilmanifesto fruisce dei contributi statali diretti di cui alla legge 07-08-1990 n.250 ABBONAMENTI POSTALI PER L’ITALIA annuo 260€ semestrale 135€ i versamenti c/c n.00708016 intestato a “il manifesto” via A. Bargoni 8, 00153 Roma

DIR. RESPONSABILE norma rangeri VICEDIRETTORE angelo mastrandrea CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE PRESIDENTE valentino parlato CONSIGLIERI miriam ricci, emanuele bevilacqua, ugo mattei, gabriele polo (dir. editoriale) copie arretrate 06/39745482 arretrati@redscoop.it STAMPA litosud Srl via Carlo Pesenti 130, Roma - litosud Srl via Aldo Moro 4, 20060 Pessano con Bornago (MI) CONCESSIONARIA ESCLUSIVA PUBBLICITÀ poster pubblicità srl SEDE LEGALE, DIR. GEN. 00153 Roma via A. Bargoni 8, tel. 06 68896911, fax 06 58179764 E-MAIL poster@poster-pr.it TARIFFE DELLE INSERZIONI pubblicità commerciale: 368 € a modulo (mm44x20) pubblicità finanziaria/legale: 450€ a modulo finestra di prima pagina: formato mm 65 x 88, colore 4.550 €, b/n 3.780 € posizione di rigore più 15% pagina intera: mm 320 x 455 doppia pagina: mm 660 x 455 DIFFUSIONE, CONTABILITÀ. RIVENDITE, ABBONAMENTI: reds, rete europea distribuzione e servizi, viale Bastioni Michelangelo 5/a 00192 Roma tel. 06 39745482, fax 06 39762130 certificato n. 7362 del 14-12-2011

chiuso in redazione ore 21.30

tiratura prevista 63.260

EMILIA Sabato 25 febbraio, ore 15.30 PREMIO CHIARINI Rinviato causa maltempo l’11 febbraio, si tiene sabato il premio Stefano Charini che è stato attribuito quest’anno a Vauro Senesi, per - si legge nella motivazione: «il suo impegno attraverso articoli, vignetti e interventi televisivi atti a rompere il muro di omertà e disinformazione che sovrasta la questione palestinese». ■ Polisportiva Gino Nasi, Via Tarquinia 55, Modena Giovedì 23 febbraio PENA CAPITALE Un seminario sulla pena capitale e sul sistema giudiziario americano, con otto lezioni di Claudio Giusti. In collaborazione con il Gruppo di Forlì di Amnesty International. Prima lezione: «La pena di morte è una forma di tortura?». ■ Centro Annalena Tonelli, via Andrelini 59, Forlì

LAZIO Mercoledì 22 febbraio, ore 18 SUPER BAMBOLE Natasha Walter presenta il suo primo romanzo «Bambole viventi. Il ritorno del sessismo». ■ Casa Internazionale delle donne Via della Lungara, 19 Roma Mercoledì 22 febbraio, ore 18 LA RETE DEI COMUNI Assemblea pubblica a tema: «Dopo Napoli: la rete dei Comuni per i beni comuni». Un «patto dei Comuni» contro il «patto di stabilità> figlio della politica liberista europea sintetizzata dai parametri di Mastricht. Partecipano: Sandro Medici (presidente X Municipio), Roberto Musacchio (Asssociazione AltraMente), Adriano Labbucci (Coordinamento Provinciale Sel). Coordina: Silvana Pisa (Sel Testaccio). ■ Circolo Sel, via Zabaglia 24, Roma

PIEMONTE Mercoledì 22 febbraio, ore 11.30 MIGRANTI Si svolge l’incontro di presentazione del progetto «Indovina chi viene a cena?». Saranno presenti fra gli altri: le famiglie migranti che partecipano al progetto Ugo Perone, Presidente della Rete Italiana di Cultura Popolare - Angelo Miglietta, Segretario Generale della Fondazione Crt - Ilda Curti, Assessore al Coordinamento delle Politiche di Integrazione del Comune di Torino. ■ Sharing Ivrea 24, via Ivrea 24, Torino

TOSCANA Mercoledì 22 febbraio, ore 17.30 DISAGI E LIBERTÀ Corrado Augias presenta il volume «Il disagio della libertà». Interviene il sindaco Renzi. ■ Palazzo Vecchio, Sala Duecento, Firenze Venerdì 24 febbraio, EVASIONE FISCALE «Debito Pubblico, Evasione Fiscale, Riforma Tributaria in senso Costituzionale», è il tema di un convegno promosso dall’associazione art. 53. ■ Palazzo Ducale, Sala Accademia I Via Vittorio Veneto, 32, Lucca

VENETO Mercoledì 22 febbraio, ore 17 GIOCO,CINEMA E VIDEO Presentazione del libro «Fate il vostro gioco. Cinema e videogame nella rete: pratiche di contaminazione»; a seguire il film «The Game» di David Fincher. ■ Casa del Cinema-Spazio di San Stae Palazzo Mocenigo, Venezia Le segnalazioni vanno tutte inviate all’indirizzo e-mail: eventiweb@ilmanifesto.it

La battaglia della Bolivia per eliminare dai trattati Onu di Vienna la proibizione della foglia di coca sta arrivando alla stretta finale. Nel 2011, il parlamento boliviano ha autorizzato il ritiro dalla Convenzione unica sulle droghe: un atto “pesante”, sul piano dei rapporti internazionali, cui la Bolivia si è decisa dopo che il suo tentativo di abolire il divieto della masticazione tramite un emendamento alla Convenzione era stato bloccato dall’opposizione di un gruppo di “falchi”, sedicenti “amici delle Convenzioni” (v. S.Rissa, il manifesto, 29/6/11). Al momento la Bolivia è fuori dai Trattati internazionali, ma Morales vorrebbe firmarli di nuovo, con un’unica riserva: l’eliminazione del divieto di masticazione della foglia di coca all’interno del paese. Non si sa se anche questa richiesta sarà respinta.

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Il comunismo e la Ferrari Ho letto con molto interesse l'articolo “Un esame di noi stessi” (il manifesto 18/2). Rossanda ha ragione a pensare che una delle cause principali del dimezzamento dei lettori del manifesto risieda nella reticenza a riflettere in maniera approfondita sulle ragioni di un quotidiano di sinistra e nella fattispecie di un quotidiano comunista. Ma da un altro punto di vista sono totalmente in disaccordo con lei quando sostiene che probabilmente oggi, almeno nel breve periodo, non sia possibile definirsi comunisti. A mio avviso risiede in ciò una delle cause principali del dimezzamento dei vostri lettori: in una situazione di difficoltà se si suona la ritirata la gente va a casa; e questa ritirata è stata suonata a sinistra da anni. Da La Repubblica on line del 18/02 vengo a sapere che «corrono le vendite ma restano fermi gli utili della Ferrari, che ha chiuso il 2011 con 209 milioni di profitti. Il gruppo presieduto da Luca di Montezemolo ha chiuso lo scorso anno con un fatturato in aumento del 17,3 % a 2,251 miliardi dopo appena 7.195 vetture consegnate (+9,5%), 312,4 milioni di utili della gestione ordinaria (+3,2%) e profitti netti solo in lieve aumento a 209». Oh ragazzi! Stiamo parlando di Ferrari mica di Panda! E qualcuno mi viene a dire che non posso più definirmi comunista? Con tutta la gente che fatica a sbarcare il lunario apprendiamo come se nulla fosse che si vendono più Ferrari? Ma non è forse che si vendono più Ferrari perché ci sono tante persone che non riescono più a sbarcare il lunario? Stiamo assistendo a un colossale trasferimento di ricchezza dalle nostre tasche a quelle già ben fornite del cosiddetto 1% e smettiamo di proclamarci comunisti? Il concetto di comunismo presenta si-

bra non esserci più. Voi realizzate ogni giorno senza dubbio un ottimo prodotto. Ma esso probabilmente oggi è irrimediabilmente associato al senso di sconfitta o alla quasi totale certezza che non c'è più niente da fare. E in tale senso la vostra vicenda in qualche modo lo conferma: sembra che prima o poi le regole ferree del mercato vincano senza appello. Quarant'anni dalla parte del torto probabilmente ci hanno intristito e forse è ora di sostituire alla tristezza e alla rassegnazione della vera e sana rabbia costruttiva. Dobbiamo tornare a sognare e al tempo stesso dobbiamo capire che l'indignazione non è sufficiente ma va collegata a un progetto che per quanto oggi possa essere confuso deve comunque esserci. I dubbi sono legittimi ma quando questi paralizzano condannano all'estinzione. Io sono comunista e ho parecchie ragioni per esserlo. Queste sono sparse a valanga in tutto il mondo e sono sotto gli occhi di tutti, quelli che vogliono vedere (e ce n'è tanti) e quelli che fanno finta di niente (e ce n'è altrettanti). Voi che fate? Forse tanti lettori che non vi seguono più hanno solo accettato il vostro stesso consiglio più o meno indiretto: «Oggi non possiamo più essere comunisti per cui che leggiamo a fare un quotidiano comunista?». Compagne e compagni, questo è autolesionismo! Luca Moiraghi curamente dei problemi teorici e pratici; tuttavia non possiamo scambiare le difficoltà teoriche con la necessità, l'aspirazione e la volontà di cambiare lo stato delle cose presenti: di fronte all'ingiustizia sociale, di fronte alle migliaia di persone che vedo soffrire perché hanno perso il lavoro o l'azienda, e con essi ogni speranza, di fronte agli esseri umani trattati come merci o semplicemente come scarti, di fronte all'arroganza insopportabile dei Marchionne e di fronte al fatto che ogni giorno vedo spocchiosi politici o tecnici, garantiti in tutto, discettare sul posto fisso o meno e sulle nostre aspirazioni a una vita dignitosa... ebbene questo a me basta per potermi proclamare comunista. Forse è questo il problema del manifesto? Era facile essere comunisti negli anni '70; ma ora che il gioco si fa duro abbandonate la nave? Il comunismo deve essere innanzitutto una scelta etica libera e individuale.

Acquisire il problema teorico e pratico del comunismo come ragione sufficiente per rinunciare alla possibilità di potersi dichiarare comunisti sulla base del radicale rifiuto dei principi del capitalismo e sulla base di una sana aspirazione a una società in cui i rapporti sociali non siano unicamente determinati nella forma di merce, è un errore colossale. Penso che questo sia il problema di una gran parte dei comunisti oggi, che sono tali solo se c'è un manuale che glielo spiega. La causa principale della situazione odierna del manifesto è che ha smesso di vendere insieme alle notizie un sogno, un'idea, un'aspirazione. Il vostro giornale dovrebbe essere legato a una speranza e a un progetto che possa accomunare i vostri lettori. Gli articoli e i servizi giornalistici buoni li troviamo anche su altri giornali. Ciò che potrebbe spingere ad acquistare il manifesto è qualcosa che non troviamo altrove e che purtroppo sem-

VUOTI DI MEMORIA

Denunciato Alberto Piccinini ROMA, 25 mar - E' di soli circa due milioni lo scarto fra il reddito del ministro delle finanze Visentini (155 milioni, di cui 64 da capitale) e quello del ministro del tesoro Goria (153 milioni, di cui 68 da lavoro autonomo e 36 da partecipazioni societarie). Goria ha dichiarato di avere il 97 per cento dell'«Asti Locat di Goria e di C.s.d.f. (capitale sociale di 200 mila lire)». La presidente della Camera Nilde Iotti ha denunciato 101 milioni; il vicepresidente Lattanzio (Dc) 120; il vicepresidente Biasini (Pri) 102; il vicepresidente Aniasi (Psi) 96 milioni. Tra i membri del governo il presidente del consiglio Craxi ha dichiarato circa 157 milioni di cui 110 da lavoro dipendente; il vicepresidente Forlani circa 89. Dopo Andreotti (251), il ministro che ha dichiarato il reddito più alto è l'on. Visentini (155 milioni), mentre è del ministro Formica il reddito più basso, circa 39 milioni. Questa la graduatoria di reddito degli altri ministri deputati: Goria 153; Mammì 141; Nicolazzi 121; Scalfaro 106; Gava e Capria 96; De Michelis 94; Romita 93; Gaspari 88; Signorile 87; Vizzini 86; Gullotti e Zamberletti 84; Darida 81; De Lorenzo 73; Rognoni 66; Zanone 60. Il sottosegretario alla presidenza del consiglio Giuliano Amato ha dichiarato 117 milioni. Segretari di partito. Il reddito più alto è di Renato Altissimo, segretario liberale, che ha denunciato circa 200 milioni; seguono Craxi (157), Nicolazzi (121), De Mita (71), Natta (54), Almirante (48), Capanna (40). (...). (Ansa, 25 marzo 1987)

FUORILUOGO

Morales, la mossa del cavallo Grazia Zuffa Per capire meglio l’intricata partita, occorre distinguere fra il problema specifico e gli aspetti giuridici e politici correlati. Nel merito, Morales è inattaccabile, perché ha dalla sua le evidenze scientifiche: nel 1995, una commissione di esperti della Oms ha riconosciuto la sostanziale differenza fra la foglia e la cocaina, ribadendo le proprietà nutritive e medicinali della foglia di coca. La Bolivia si fa forza anche del diritto, sia nazionale che internazionale. Il consumo di foglia di coca è protetto dalla Costituzione boliviana in quanto usanza tradizionale indigena, mentre la stes-

sa Onu, in una dichiarazione specifica sui diritti delle popolazioni autoctone del 2007, ha assicurato tutela internazionale alle pratiche culturali dei popoli originari. Su questa base, il Forum permanente per le questioni indigene (organismo consultivo del Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite) ha sancito la legittimità della masticazione della foglia di coca. Sul piano legale, lo sforzo della Bolivia di riconciliare la legislazione nazionale e internazionale è un atto dovuto. Ma dovrebbe essere interesse della stessa Onu e degli stati membri ammodernare

le Convenzioni sulle droghe, adeguandole ai nuovi pronunciamenti sui diritti umani e sulla tutela delle culture “altre” da quelle dominanti: per non creare un conflitto all’interno stesso della machinery Onu. Se la proposta di emendare la Convenzione del 1961 è stata bloccata, più arduo sarebbe negare alla Bolivia il riaccesso “con riserva”, vista l’inflazione di “riserve” già avanzate da molti stati (senza che queste abbiano creato impedimento al loro accesso alle Convenzioni): 33 stati hanno firmato con “riserva” la Convenzione del 1961, 30 quella del 1971,

Questioni di tono Rossanda sostiene che la crisi del manifesto è anche mancanza di risposte a domande cruciali. Aggiungo che leggendo il manifesto, cosa che faccio ogni giorno dal primo numero, sembra che chi lo scrive le risposte le conosca e il lettore, che le ignora il più delle volte, si sente scemo o infastidito. Ovviamente continuerò a leggere e sottoscrivere. Giulio Quadrino

L’obbrobrio Pomigliano L'articolo di Antonio Di Luca sulle condizioni di lavoro alla Fiat di Pomigliano (il manifesto 21/2) mi ha lasciato senza fiato. Possibile che non ci sia fine all'obbrobrio? Possibile che la classe operaia sia ridotta a dover subire tutto questo? Possibile che la democrazia, nonché la Costituzione che recita «L'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro...», siano calpestate in questo modo? Ma il Presidente della Repubblica, garante della Costituzione, non ha niente da dire? E infine, data l'oggettiva difficoltà degli operai a difendersi con l'unico appoggio della Fiom e di pochi altri, la Cgil (con la Fiom) non ritiene di dover trascinare in tribunale la dirigenza Fiat a rispondere di violenza privata nei confronti degli operai, di vilipendio della Costituzione, ecc.? Antonio Versari Roma

Un uomo intero Il 20 febbraio è morto Carmine Iannotta, una persona che mancherà a tutti quanti noi che l'abbiamo conosciuta: bella, generosa e retta, impegnata nella vita civile e ricco di calore, spirito e umanità nei rapporti personali. Politicamente impegnato e pieno di fiducia, persino nelle lunghe code in ospedale si spendeva per discutere con i compagni di malattia, con rispetto e senza ira per convincere alla solidarietà e alla resistenza prima ancora che a votare a sinistra. Siamo vicini a Cristina, a Stefano e a Davide in questa dolorosa perdita Letizia, Gabriele, Gaia e Giulia

35 quella del 1988. Le riserve sono le più varie, ma è degna di nota quella avanzata dagli Usa al Trattato del 1988: “Riserva su qualsiasi eventuale legislazione o altra azione proibita dalla Costituzione degli Stati Uniti”. Con ciò siamo al cuore della vicenda politica. Sia gli Usa che la Bolivia rivendicano il diritto a considerare la Costituzione come legge suprema, a presidio della democrazia e dell’autonomia nazionale. Se alla Bolivia non fosse concesso ciò che gli Stati Uniti d’America hanno a suo tempo ottenuto, sarebbe solo in forza di rapporti di potere e di volontà di controllo (politico) sui paesi “emergenti”. Gli “amici delle Convenzioni” dimostrerebbero di avere a cuore i propri interessi particolari, più del controllo sulle droghe o del diritto internazionale.


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Il manifesto tra riformismo e utopia S

RIFORME

Il bluff suicida della legge elettorale Gaetano Azzariti

C

he fine ha fatto la nuova legge elettorale? S’è persa, gettata nel pozzo della revisione costituzionale. L’accordo tra le maggiori forze politiche su un complessivo pacchetto di modifiche istituzionali, infatti, fa temere che alla fine si andrà a votare conservando l’attuale sistema elettorale. Sarebbe un atto suicida: la delegittimazione dell’attuale Parlamento supererebbe ogni limite e la forza dell’antipolitica finirebbe per travolgere gli stessi partiti. L’unica fonte di legittimazione del potere, a quel punto, non potrebbe che essere quella tecnocratica. La nostra democrazia, sofferente ormai da troppo tempo, avrebbe concluso la propria epopea, trascinando il paese verso la deriva di una tecnocrazia neoliberista. Il governo Monti perderebbe il carattere dell’eccezione e rappresenterebbe il prototipo dei governi prossimi futuri. I partiti politici – le vittime predestinate in questo scenario – non sembrano essere consapevoli o non sanno reagire. È certo comunque che s’illude chi pensa veramente di poter riformare il bicameralismo, ridurre il numero dei parlamentari e rafforzare il governo approvando una legge costituzionale, per poi modificare i regolamenti parlamentari per introdurre corsie preferenziali ai provvedimenti del Governo. Ed infine modificare la legge elettorale secondo un modello ritagliato sulle attuali esigenze dei tre partiti maggiori. Non importa considerare il merito delle proposte, quel che appare determinante è che non ci sono le condizioni, né il tempo per realizzare così velleitari propositi. Tutte le misure dovrebbero essere sostanzialmente decise entro l’estate. In autunno il Parlamento sarà impegnato a discutere le leggi finanziarie di fine anno, per poi gettarsi, con l’inizio del nuovo anno, in una lunga campagna elettorale per le politiche del 2013. Chi può credere che tutto possa essere definito nel giro di sei mesi? Apparentemente ragionevole l’argomento utilizzato per fermare la richiesta di una immediata riforma della legge elettorale, ma che alla fine appare solo pretestuoso. Si spiega l’ovvio: la scelta di un sistema elettorale si collega all’assetto costituzionale complessivo. Vero, ma è anche vero che l’ordine logico non coincide mai con l’ordine storico nella ridefinizione degli equilibri tra i poteri (neppure nell’ipotesi estrema dell’instaurazione di un ordinamento costituzionale del tutto nuovo). Basta guardare indietro. In fondo anche l’imposizione in Italia della cosiddetta democrazia maggioritaria ha avuto origine da una legge elettorale che ha anticipato la modifica dei regolamenti parlamentari, mentre nulla ha potuto di fronte alla rigidità del sistema bicamerale. Può, ovviamente, auspicarsi che la riforma della legge elettorale innesti un progressivo riassetto degli equilibri tra i poteri e che ciò possa esigere ulteriori modifiche dei regolamenti par-

lamentari o anche adeguate misure che richiedano revisioni costituzionali. Ma questo – bene che vada – può essere un compito per la prossima legislatura, non certo per l’oggi. Impensabile che simile impresa possa essere assolta da partiti compromessi nel vecchio assetto dei poteri, in una fase di delegittimazione politica e sociale, nonché di ridefinizione complessiva del sistema politico. A voler seguire la stessa logica sistemica che presiede alla «grande riforma» proposta (riforma costituzionale, più riforma dei regolamenti, più riforma elettorale) dovrebbe coerentemente affermarsi che un altro tassello appare essenziale per il successo: prima di ogni cosa si riformino i partiti. Non risulta che questo, però, rientri tra gli accordi raggiunti tra le maggiori forze politiche, le quali sembrano voler cambiar tutto salvo se stessi. D’altronde, neppure quando si discute di cambiare la legge elettorale emerge una netta consapevolezza della gravità del momento. Più che voler risalire la china, riacciuffando una legittimazione e una capacità rappresentativa ormai perduta, i partiti politici sembrano interessati a difendere ciascuno le proprie rendite di posizione. Come se non fossero coscienti che un terremoto li travolgerà, come se credessero veramente che modificata la legge elettorale tutto possa tornare com’è stato sin qui. Il tentativo di accordo ventilato (il cosiddetto modello ispano-tedesco), ma anche i discorsi che si susseguono tra le forze politiche, comprese quelle minoritarie, paiono esclusivamente improntate a individuare il punto di maggiore vantaggio per gli attuali assetti e strategie politiche. Un ritorno al proporzionale che però avvantaggi solo i primi tre partiti, ritagliando i collegi e innalzando lo sbarramento oltre la soglia che – si presume - possono raggiungere gli altri; definire un sistema che imponga l’accordo preventivo di coalizione, per assicurare alle forze minori uno spazio decisivo, rendendoli determinati ancor prima della verifica elettorale. In tal modo, ciascuno crede di pensare al proprio futuro e dare ancora una possibilità alle proprie – certamente legittime - pretese politiche, ma non si avvede che la fotografia che oggi si vuole scattare per mantenere lo status quo diventerà ben presto sfuocata. Ancor prima della prossima tornata elettorale. Avremmo grande bisogno di politici lungimiranti che comprendano come la propria sopravvivenza sia legata a un filo sottile: quel filo che dovrebbe ricondurre i partiti a esercitare il ruolo loro assegnato dalla nostra costituzione, tornando a essere uno strumento dei cittadini affinché questi possano concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale. Ciò che potrà salvare i partiti, e con essa quel che rimane della democrazia costituzionale, non sarà l’alchimia elettorale, ma solo un sistema che riscopra le virtualità della rappresentanza politica reale.

i può essere, a un tempo, oggi, riformisti-solutori di problemi («doing good», diceva Keynes) e utopisti-rivoluzionari? E utilmente dichiararsi tali? Speravo che non mi accadesse di essere chiamato a rispondere, pubblicamente e per iscritto, a una siffatta, orticante domanda. Invece è accaduto, per colpa di Valentino Parlato, a cui l’amicizia mi impedisce di dire di no. Valentino me lo ha chiesto sulla scia dell’impegnato, stimolante articolo di Rossana Rossanda, «Un esame di noi stessi». Se non possiamo più dirci comunisti, allora che cosa siamo (il manifesto, 18 febbraio 2012). La mia risposta è sì. Ne discende che il manifesto può - forse deve - restare «quotidiano comunista» e che Rossana Rossanda può - forse deve - «dirsi ancora comunista» anche «nei tempi brevi», con beneficio di tutti. Provo ad argomentare, nel modo più semplice e diretto di cui sono capace (rinviando per una più estesa trattazione a L’economia di mercato capitalistica: un modo di produzione da salvare, in Rivista di Storia Economica, n. 3, 2011). Il capitalismo - l’economia di mercato capitalistica - è un modo di produzione (nel senso di Marx) o un sistema economico (industrialismo, nel senso di Hicks) unico nella storia e, ovviamente, storico come tutte le costruzioni dell’uomo riunito in società. Figlio della rivoluzione industriale inglese del Settecento - sino ad allora era stato mercato, non capitalismo industriale questo sistema si è affermato progressivamente. Ha spazzato via un «socialismo reale» che poco aveva a che fare con la migliore teoria da Barone a Lange, a Kalecki, a Kornai - di una economia e di una società comuniste. Ben lo compresero i fondatori de il manifesto quaranta anni or sono, il loro merito storico. Unitamente alla debolezza dell’avversario - la insipienza di un socialismo reale il quale non comprese che del mercato qualunque modo di produzione aveva fatto e poteva far uso - l’attuale modo di produzione si è imposto per una ragione economica molto chiara. È la ragione indicata dal Marx economista. Come nessun altro sistema storicamente sperimentato, l’economia di mercato capitalistica è stata capace di sviluppare le forze produttive. Ha smentito Malthus. Secondo la contabilità attualmente in uso, nel volgere di non più di due secoli ha moltiplicato per oltre 60 la produzione, per oltre 120 le attività industriali, di oltre 10 volte il reddito medio pro-capite di una umanità che nel frattempo esplodeva, da uno a sette miliardi di persone. Nei millenni sino ad allora quest’ultimo aveva non di molto oscillato sui 500-600 dollari l’anno, ai valori di oggi. Oggi, avvicina i 7000 dollari. Un tale attributo positivo del ca-

Foto finish Giornata nazionale dello studente

IL CAIRO

Uno studente egiziano con in mano un razzo che sta per lanciare durante una manifestazione, partita dall’Università verso la sede del parlamento, per condannare i militari e chiedere il trasferimento dei poteri. Ieri si è celebrata in Egitto la giornata nazionale dello studente. (Foto Reuters)

È possibile immaginare, e discutere, una politica economica altra da quella, monocorde, del governo in carica e da quella, incompetente, dei governi di Berlusconi? "Il manifesto" dovrebbe farlo e forse venderebbe qualche copia in più

Pierluigi Ciocca pitalismo industriale ha fatto premio sui tre attributi pesantemente negativi: l’essere il sistema instabile, iniquo, inquinante (tre strutturali «i»). Il modo di produzione sorto in Inghilterra due o tre secoli fa è divenuto totalizzante, eslusivo, l’unico al mondo. Le soluzioni alternative del problema economico - del «che cosa, come e per chi produrre», lo slogan di Samuelson - si sono sempre più configurate come astratte utopie, miti, sogni, a cominciare da quella comunista, ma non la sola. Negli ultimi decenni tuttavia il modo di produzione nel quale il mondo ha scelto di vivere ha visto fortemente accentuarsi gli attributi negativi - le tre «i» - e, non meno importante, fortemente attenuarsi l’attributo positivo. L’instabilità si è estesa, spesso allo stesso tempo, ai

prezzi dei prodotti (l’inflazione), alle attività produttive (recessione e disoccupazione), ai valori dei cespiti patrimoniali (quotazioni degli immobili, dei titoli, delle valute, delle banche). La distribuzione dei frutti dello sviluppo economico è divenuta più diseguale, fra i cittadini del mondo (un miliardo i sottonutriti) e non di rado fra i cittadini di uno stesso paese, l’Italia ad esempio. Le ferite al territorio, all’ambiente, all’ecosistema - la più grave fra le «esternalità negative» - minacciano la vita di moltitudini di uomini, se non la sopravvivenza sul pianeta. Il progresso economico, seppure generalizzato, ha rallentato rispetto agli anni 1950-70; è stato molto diverso fra aree, paesi e regioni; tende a spegnersi in economie un tempo dinamiche, come quelle del Giappone e dell’Italia, a rischio di

declino. In estrema sintesi, la performance del sistema peggiora. Peggiora al punto da far temere a un numero crescente di scienziati sociali che le sue difficoltà infliggano insostenibili sofferenze al genere umano. Se una crescita bassa, incerta e disuguale dovesse unirsi alle crisi economiche e finanziarie, alle ingiustizie distributive, ai disastri ambientali il sistema potrebbe generare tremende tensioni sociali, politiche, militari. Potrebbe al limite implodere nel caos. Ciò che è più grave, tensioni e caotica implosione avverrebbero nel vuoto di soluzioni alternative non più soltanto utopistiche, ma praticabili nel concreto. Richiamandomi alla lezione che Federico Caffè offrì in anni non lontani a ogni comunista autore o lettore de il manifesto, scrivevo: «Nell’attesa della ’palingenesi’, e mentre si adopera per realizzare i presupposti del cambiamento radicale del sistema, egli - dedito a servire il popolo, egli stesso figlio del popolo - avrà cura di evitare al popolo sofferenze inutili, che l’azione riformatrice può prevenire o lenire. Caffè dà naturalmente per scontato che l’utopista/rivoluzionario senta come un atto contro natura il provocare artificialmente, per accorciare il tempo logico della palingenesi, sofferenze e tensioni nel popolo di oggi, in specie nei più deboli e bisognosi. Saprà così sottrarsi al mito un po’ ridicolo della lotta di classe tra genitori e figli, fra generazione presente e generazioni future, tra eredità e pensioni, mito proposto quasi in alternativa al contrasto antico tra profitto e salario, redditi alti e redditi bassi, patrimoni e debiti» (prefazione a Federico Caffè, scritti quotidiani, manifestolibri, Roma 2007, p. 10, scusandomi per l’autocitazione). Penso quindi che un giornale intelligente e prezioso come il manifesto dovrebbe avere entrambi i timbri, oggi per nulla in contrasto fra loro: quello della proposta di politica economica e sociale di fronte ai problemi che urgono e quello della concreta prospettazione di un modo di produzione diverso dall’attuale. I due profili dovrebbero inoltre, idealmente, essere fra loro connessi in modo stretto. Io non sono fra i lettori assidui del giornale, ma non mi pare che ciò sia avvenuto e stia avvenendo con lucida consapevolezza e con continuità, neppure con riferimento al solo caso italiano. L’economia italiana, almeno dal 1992, è avviata a drammatiche difficoltà, in parte soltanto già emerse. Vuoto di produttività nelle imprese, crescita di trend spenta, sottoutilizzo del potenziale produttivo e delle capacità individuali, crisi di debito pubblico sottopongono la società italiana a uno stress non più sperimentato dalla guerra e dal dopoguerra, tale da mettere a repentaglio le libertà costituzionali, la democrazia. È possibile immaginare, e discutere, una politica economica altra da quella, monocorde, del governo in carica e a fortiori da quella, incompetente, dei governi dell’onorevole Berlusconi; il manifesto dovrebbe farlo. Ad esempio, non vale definire «tecnici», e mancare di farli seguire da un qualche dibattito, da critiche e proposte migliori, contributi di politica economica che pure il manifesto ha pubblicato (come quello di chi scrive - Tre urgenze per l’economia italiana, 10 agosto 2010, scusandomi per l’ulteriore autocitazione ! - e quello di Giorgio Lunghini Riscopriamo Keynes per uscire dalla crisi del 16/2). Se unisse riformismo propositivo e concreta utopia il manifesto forse venderebbe qualche copia in più. Certo interesserebbe la più vasta platea di chi sollecita civili soluzioni per l’oggi e di chi ricerca un mondo migliore, o quantomeno un mondo diverso, per il futuro.


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L’ULTIMA L’INCONTRO

I genitori al Viminale, il "blocco" è tunisino ROMA

«A

iutateci a trovare i nostri figli». Ne hanno fatta di strada Noureddine Mbarki, Imed Soltani e Meherzia Raouafi e ieri sono arrivati in uno dei luoghi "topici" della loro ricerca: il ministero dell’Interno italiano. Il Viminale, infatti, ha aperto le porte alla delegazione che rappresenta 256 genitori tunisini che da un anno cercano i loro figli, partiti a marzo per l’Italia e mai più tornati. Ad accompagnali alcune delle persone che li stanno aiutando: Rebecca Karem, le associazioni Pontes e 2511 di Milano, da mesi sulle tracce degli scomparsi, e Stefano Galieni, responsabile immigrazione di Rifondazione. La faccenda è complicata ma ha assunto una rilevanza politica esplosiva. Anche su questo si giocano i nuovi rapporti tra Italia e Tunisia «liberata». Lo dimostra proprio l’incontro fissato dal Viminale. Oltre alla disponibilità della direttrice del Dipartimento per le Libertà Civili e l’Immigrazione, Angela Pria, ad accogliere il dramma di questi genitori, c’è anche la consapevolezza che esiste una pressione reale. Per questo le istituzioni italiane ci tengono a far sapere che è il governo tunisino a "temporeggiare". Massima disponibilità da parte italiana a confrontare le impronte custodite dalla Tunisia (a 16 anni vengono prese a tutti i cittadini) con quelle raccolte in Italia. Questioni diplomatiche, che fanno dire a Federica Sossi del gruppo "Le 2511": «Le impronte sono un modo per identificare le persone, e farle scomparire, espellerle. Mai per ritrovarle». I parenti sono apparsi molto scossi dalla notizia che sarebbe la Tunisia a impedire il riconoscimento: «Perché non ci aiutate?», il messaggio lanciato ieri.. Tra loro e la Tunisia le cose non vanno molto bene da quando, dopo essere stati "inviati" in Italia dal ministero degli esteri si sono trovati praticamente senza sostegno, tanto che ieri si è formato un comitato romano per dare una mano sia dal punto di vista politico che pratico. «C’è una forte confusione in Tunisia -ha detto Oujedane Majri dell’associazione Pontes - questi cittadini stanno dimostrando di essere capaci di usare gli strumenti della democrazia: manifestazioni, sit-in. Ma questo al governo tunisino non piace. Nella Tunisia liberata, la democrazia si sta costruendo dal basso».

storie Sono 256 ragazzi partiti su quattro imbarcazioni dalla Tunisia alla volta dell’Italia. Non si sono fatti più sentire, e i loro genitori li cercano disperatamente. Potrebbe sembrare un caso di naufragio. Ma forse non lo è

Spariti?

lato con Atef», dice Meherzia. Il contenuto delle telefonate è più o meno simile: «Siamo vicino a una montagna, lo scafista vuole farci scendere qui ma noi non vogliamo. Adesso ha chiamato al Guardia costiera». E un’altra «Ora siamo al molo, ma non ci fanno scendere». Meherzia riconosce suo figlio in un video girato dal Tg5 a Lampedusa, anche se la sequenza dura poco: «Ma lui parla, e io riconosco la sua voce», sostiene. L’indizio più consistente, però, è un altro. Lo scafista dell’imbarcazione, di cui si conosce il nome, sarebbe in arresto in Italia: è una notizia che ha dato la moglie dello scafista al coordinamento delle famiglie, e che sarebbe stata confermata da fonti tunisine.

La terza e la quarta imbarcazione La sera del 29 marzo partono sei imbarcazioni dal sud della Tunisia. Il coordinamento indaga sulla scomparsa di due barche partite da Sidi Mansour con a bordo 61 e 68 persone. Tra cui il figlio di Nourredine Mbarki. Qui a supportare l’idea di un arrivo ci sono vari filmati girati a Lampedusa sia dai tg che dalle reti

GLI INDIZI SULL’ARRIVO Cinzia Gubbini ROMA

T

utti si chiedono come sia possibile per 256 persone sparire nel nulla. La conclusione è logica: se non si sono fatti sentire per un anno, sono morti. Eppure chiunque abbia passato una giornata con Imed Soltani, Noureddine Mbarki e Meherzia Rouafi armato di questa solida certezza, ne è uscito con le ossa rotte e una domanda angosciante: che fine hanno fatto questi ragazzi? Perché i tre componenti della delegazione che rappresenta i parenti di 256 giovani tunisini partiti a marzo per l’Italia sono forniti di un dossier ben fatto e accurato, frutto di un anno di ricerche. La loro è diventata una certezza incrollabile: «Sono arrivati in Italia». Ecco quali sono gli indizi che hanno raccolto. Su queste basi gli avvocati Simona Sino-

poli e Fabio Baglioni presenteranno un esposto.

La prima imbarcazione E’ partita il 1 marzo 2010 intorno alle 23 dal porto di al Hawariya vicino a Tabarka. La barca si chiama "Chahine", e non è più tornata indietro, cosa che invece faceva di solito essendo una specie di "linea express" Tunisia-Italia. Naufragio? Fatto sta che sulla barca c’erano 22 persone. E 22 persone sono arrivate a Linosa nella notte del 2 marzo - come hanno confermato anche al manifesto i carabinieri dell’isola. Tutti sono stati trasferiti il giorno dopo ad Agrigento e da lì tradotti nel Cie di Caltanissetta. Purtroppo quando la delegazione si è recata a Caltanissetta non sono stati fatti entrare, ma lì Imed Soltani - che sta cercando i suoi due nipoti imbarcati sulla "Chahine" - ha avuto le risposte che cercava:

«Ho mostrato le foto ai mediatori culturali - racconta - i quali mi hanno detto di aver riconosciuto i ragazzi». Non solo: i nipoti di Imed sono partiti con sette amici dello stesso quartiere (Babjdid a Tunisi). In quel quartiere per tutto il mesedi marzo il telefono ha squillato spesso la notte. «Chiamavano tra le 3 e le 4 dice Imed - telefonate mute. Solo una sera una donna ha sentito suo figlio dire ’mamma, mamma’».

La seconda imbarcazione E’ partita il 14 marzo intorno alle 5 da Jbeniana vicino a Sfax. A bordo 61 persone, tra cui il figlio di Meherzia Rouafi, Mohammed, e un suo caro amico, Atef. Il giorno prima, il 13 marzo, sono stati segnalati molti naufragi. Intorno alle 21 del 14 sono quattro le mamme che ricevono telefonate dai propri figli: «Il telefono di mio figlio era spento ma io ho par-

sociali presenti in quei giorni di inferno nell’isola. Non solo Nourredine riconosce suo figlio, ma anche gli altri genitori riconoscono i propri. C’è inoltre una telefonata, arrivata al genero di uno dei ragazzi scomparsi qualche giorno dopo lo sbarco. Purtroppo a quella telefonata nessuno ha risposto, e solo il giorno dopo è stato richiamato il numero. Dall’altro capo del filo un ragazzo: «Ieri ho prestato il mio telefono a un tunisino». Nome e descrizione corrispondono all’amico del figlio di Nourredine: «Siamo nel centro di Manduria - ha aggiunto il ragazzo - ma loro sono stati tutti trasferiti stamattina». Coincidenze, forse troppe. Per i genitori sono prove dell’arrivo dei figli in Italia. Non se ne andranno a mani vuote, ora che in Tunisia l’emigrazione non è più reato. E finalmente si può gridare al mondo che queste vite contano.


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