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N°2 Luglio 2011

BUK. Leggere, pensare, conoscere. Trimestrale. Anno 1°. Reg c/o Tribunale di Modena N° 2019 del 9/12/29010

Leggere, pensare, conoscere

IN PUNTA DI… PENNA

Eleonora Abbagnato si racconta in un libro

Estate… a Corte Lorenza Foschini e il cappotto di Proust Le due vite… della Charbonnier L’e-book questo (s)conosciuto?


EDITORIALE

D

opo la prima uscita del febbraio scorso, l’attenzione ricevuta, le attestazioni positive espresse da moltissimi lettori, siamo tornati con il n.2, un altro piccolo “gioiello” culturale che offriamo a tutti coloro che amano leggere, pensare, conoscere, così come recita il nostro sottotitolo. L’unico problema che abbiamo dovuto affrontare è stato quello di carattere economico ma per fortuna ci è venuto in aiuto la Infinito Edizioni che è intervenuta per riuscire a far “attraccare” questo nuovo numero e far scendere in città tante belle chicche che leggerete in queste pagine. Uno speciale ringraziamento va a Manuela Fiorini che lascia la direzione della rivista, restando in redazione, mentre salutiamo il giornalista Luca Leone che ci farà da capitano. Ancora una volta l’amore per la cultura, i libri, gli autori che accolgono subito l’invito a rilasciarci un’intervista e, soprattutto, il nostro entusiasmo, ci hanno spinto a proseguire in questa bella avventura editoriale che ci permette di fare conoscere al pubblico e ai lettori non solo il mondo delle produzioni editoriali ma anche alcuni ragionamenti sul dove ci stiamo dirigendo. La preparazione della nuova edizione di “Buk – Festival della piccola e media editoria” è ai nastri di partenza e la rivista seguirà tutto il percorso e vi assicuriamo che ci saranno numerosissime sorprese.

BUK

leggere, pensare, conoscere Anno 1 n°2 luglio 2011

Editore: Progettarte

Via Vaciglio Centro, 637 - 41125 Modena Tel. 345 0225526

Direttore Editoriale: Rossella Diaz - Francesco Zarzana Direttore responsabile: Luca Leone In redazione: Cecilia Brandoli, Francesco De Filippo, Rossella Diaz, Luca Leone, Roberta Milano, Rosita Pisacane, Francesco Zarzana

Fotografie: Benny Benevento, Rocco Cipriano, Marco Glaviano, Susanna Miselli Progetto grafico e impaginazione: barbarasentimenti@gmail.com

Stampa: Geca – Industrie Grafiche Diffusione: 2500 copie Chiuso in redazione: 30 giugno 2011

Sommario 3 4 5 6 8 9 10 11 12 14 Editoriale

Amo Napoli di Francesco De Filippo Il cappotto di Proust di Francesco Zarzana Il “Cimitero dei pazzi” conquista Parigi… di Rossella Diaz Le due vite di Elsa di Francesco Zarzana

Per la pubblicità sulla rivista BUK PROGETTARTE - Officina Culturale Sede Legale: Via Puccini 154 Sede Operativa : Via Vaciglio Centro 637 41121 Modena - tel. 345/ 022 5526

segreteria@bukmodena.it segreteria@progettarte.org

Rossella Diaz - Francesco Zarzana Direttori Editoriali

Estate... a Corte di Roberta Milano

Futuri europei per l’editoria digitale di Cecilia Brandoli

E- Book questo (s)conosciuto?

di Rosita Pisacane

Il sentiero dei tulipani di Luca Leone Un angelo sulle punte di Rossella Diaz

Cari lettori, è una grande emozione assumere la direzione di questo bellissimo progetto voluto con forza dagli amici fraterni di Progettarte e del quale la casa editrice che mi onoro di guidare, Infinito edizioni, è da questo progetto attivamente partner. “Buk” è una splendida rivista fortemente voluta da Diaz e Zarzana che – come è scritto nel Dna di tutti i bei progetti deve fare i conti con costi crescenti e difficoltà non da poco ma che può contare su un entusiasmo e un amore per la buona letteratura senza confronti. Questo amore, questo entusiasmo e la forza che ci deriva da tanti lettori e dai loro (dai vostri) apprezzamenti sono impagabili e rappresentano il più bel bagaglio che un direttore possa voler portare con sé all’inizio di un’avventura. Luca Leone Direttore Responsabile

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INTERVISTA CON L’AUTORE L’INIZIATIVA

AMO NAPOLI

ATTUALITÀ

Uno scrittore, Francesco De Filippo, ha raccontato Napoli e la maledizione dei rifiuti. L’ha fatto con un libro – MONNEZZA – che il Maestro Andrea Camilleri ha definito “una divertentissima e di Francesco De Filippo amara metafora sulla vicenda della monnezza che da fenomeno reale si trasforma addirittura in una metafisica della condizione umana”. Oggi, dopo aver raccontato nel suo libro (novembre 2010, giunto alla terza edizione, quest’ultima con postfazione di Gianni Pittella, vice presidente vicario del Parlamento europeo) le dinamiche politiche, affaristiche e malavitose che soggiacciono dietro a uno scandalo vergognoso come quello dei rifiuti di Napoli, De Filippo ci regala un Canto doloroso e pieno d’amore sulla sua Napoli e sulla tragedia che sta vivendo. Un Canto che ci fa piacere condividere con l’intera Italia.

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Amo Napoli e la amerei anche se fossi di Milano di Stoccarda, Anversa o Toronto di Palermo come di Addis Abeba.

Estate… a Corte

di Roberta Milano

Libri, incontri, concerti, il tutto incorniciato dalla splendida e verdeggiante tenuta di Villa Corte Spalletti di Casalgrande: Libri a Corte è la nuova iniziativa che Progettarte, in collaborazione con il Teatro Fabrizio De André, propone agli amanti della lettura, della cultura e della musica per l’estate 2011.

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ato da una costola di Buk, ormai affermato festival nazionale della piccola e media editoria, con la sua prima edizione Libri a Corte non intende proporsi come suo alter ego estivo, ma abbraccia profondamente la stessa volontà di continuare a sostenere e diffondere la piccola e media editoria, dando spazio ad editori ed autori provenienti da ogni parte d’Italia per presentare la propria offerta culturale. Nuova e affascinante la location, lo straordinario complesso architettonico di Villa Corte Spalletti che ha sede a Casalgrande, in provincia di Reggio Emilia: le antiche sale della Corte ospiteranno la rassegna, mentre gli incontri tra lettori, autori ed editori avverranno nei suggestivi angoli del parco storico, all’ombra degli alberi, in mezzo al prato o in prossimità del laghetto. Ma Libri a Corte non è soltanto letteratura. Tra gli eventi musicali e gli spettacoli dal vivo previsti sarà ospite anche la “chansonnier del

pop letterario” Susanna Parigi, che giovedì 21 luglio presenterà il suo nuovo lavoro intitolato “La Lingua Segreta Delle Donne”. Attraverso la straordinaria intensità della sua voce, la cantautrice ci accompagnerà alla scoperta dei misteri più intimi del linguaggio femminile, in un percorso che prende spunto dal Nushu, la lingua segreta delle donne cinesi, per giungere fino all’iraniana Sakineh e alle incertezze del mondo attuale. Nel corso di questa settimana fitta di eventi, Libri a Corte avrà inoltre l’onore di condividere la sede con l’autorevole Casalgrande Jazz Festival, promosso dal Teatro Fabrizio De André. Ospiti di questa dodicesima edizione saranno i jazzisti Fabrizio Bosso-Luciano Biondini Duo, Bebo Ferra e Javier Edgardo Girotto, i musicisti del Quartetto d’archi Aphrodite e l’Alchimia duo in un concerto per arpe. Contando sullo slancio offerto Buk – che con

la quarta edizione ha riscontrato un crescente interesse, avvalorato anche dall’incoraggiante numero di visitatori, cioè ben 20.000 – attraverso la formula del festival gli organizzatori intendono motivare ed avvicinare alla lettura e alla letteratura un pubblico quanto più vasto ed eterogeneo possibile, coinvolgendolo in un percorso culturale tout court che abbracci anche interessi musicali ed artistici. Il fine è quello di creare un circolo virtuoso tale da attirare anche semplici curiosi e che non ruoti unicamente intorno al mero interesse commerciale fieristico. Per questa ragione anche Libri a Corte, così come Buk, nasce per essere gratuito: nel giorno di apertura, domenica 17 luglio, la Corte sarà accessibile al pubblico dalle ore 10.30 fino alle 24.00, mentre nei giorni successivi e fino al termine della manifestazione, venerdì 22 luglio, l’orario di apertura sarà dalle ore 18.00 alle ore 24.00.

Amo Napoli perché non amo l’odio che la pervade e la innerva né quello esogeno, banale nella sua elementarietà ma ancor più corrosivo

Il libro Francesco De Filippo Monnezza Infinito Edizioni Euro 8,90

Amo Napoli e più la odiano gli altri più la amo io io che non ci vivo, che l’ho maledetta come un amante tradito ma inevitabilmente innamorato. Amo questa splendida folle e anarchica interpunzione tra Africa ed Europa tra Oriente e Occidente. La amo perché non la giustifico: ne centellino le colpe come colpi di flagello uno a uno, grani di rosario ne cantileno l’invocazione dieci cento mille volte monotona, come ripetitiva è una raffica di kalashnikov. Non giustifico questi che hanno strappato i cuori ai bambini tagliato i piedi ai camminatori e tolto luce agli occhi degli esteti Né giustifico gli altri che a questi rapaci hanno fornito rostri e artigli che hanno succhiato la dignità agli operai tagliato le produzioni e segati i banchi scolastici. Chi ha tenuto stretto coi denti ha dovuto mollare anche mandibola e gengive. A tutti – questi e gli altri – che di una dolcezza geografica hanno fatto Territorio di monnezza. Oggi questa è terra di guerra non dichiarata, subdola; acqua rossa di mattanza per tonni che lo sforzo di vivere inarca e torce poderosamente sbattono, con disperata violenza tuffano le teste nell’acqua che arretra nelle camere di reti che li consegnano all’aria soffocante; stentano a morire Gli altri, che si pensano come anime salve e sono invece soltanto in una tonnara più grande. Quando non riusciranno più a toccarsi e a deambulare a parlare e fare l’amore capiranno che per fermare un’infezione hanno tagliato mani e piedi, lingua e genitali del proprio corpo. Corrivo e impotente, soffro. 27 luglio 2011

Francesco De Filippo è nato a Napoli nel 1960. Giornalista dell’Agenzia Ansa, è stato corrispondente per Il Sole 24 Ore. All’attività di giornalista associa quella di romanziere e saggista: ha pubblicato cinque libri per Mondadori, Rizzoli, Nutrimenti, l’ultimo dei quali è Quasi uguali (Mondadori, 2009). Da alcuni sono stati tratti spettacoli teatrali. Ha vinto numerosi premi; alcuni suoi libri sono stati pubblicati in Germania, Francia e nella Repubblica Ceca. Per Infinito edizioni ha curato La mia vita dentro. Le memorie di un direttore di carceri (2010, due edizioni) e ha scritto Monnezza (2010, tre edizioni) e, con Andrea Camilleri, Questo mondo un po’ sgualcito (2011).

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APPUNTAMENTI

APPUNTAMENTI

Un libro delicato destinato agli amanti di Marcel Proust ovvero a chi, curioso origliante della grande letteratura, voglia avvicinarsi all’uomo prima che allo scrittore e alle sue opere. A scriverlo è Lorenza Foschini, conduttrice del Tg2 e per cinque stagioni alla guida di Misteri, prima su RaiTre e poi su RaiDue.

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Lorenza Foschini presenterà il suo libro a Modena il 21 luglio alle ore 19.00 presso il Chiostro Santa Margherita (Bibloteca Delfini).

Il cappotto di Proust

di Francesco Zarzana

Il

cappotto di Proust (Modandori), parla proprio del grande protagonista della letteratura francese e del suo tempo, nel periodo compreso tra la fine dell’esperienza della Comune di Parigi e la fine della prima guerra mondiale. Esponente di punta, quanto a capitali ereditati, della emergente ricca borghesia, amante del gioco e degli investimenti in borsa dove è uso all’acquisto non appena il prezzo sale di titoli di certo originali ed esotici quali Ferrovie del Messico e Miniere d’oro australiane per poi puntualmente rivenderli non appena il valore scende. Assommando perdite per altri insostenibili. Viene spesso definito, dai suoi contemporanei, un dilettante peraltro snob ma in realtà si rivela, nelle sue opere, un profondo conoscitore dell’animo umano e le sue frequentazioni degli ambienti della ricca borghesia e dell’alta aristocrazia sono spesso occasione di osservazioni che trovano poi riscontro nelle riflessioni interiori dei suoi personaggi. Malato di

asma cronica, dopo la deludente esperienza del servizio militare, scopre la propria omosessualità e, anche in famiglia, deve fare i conti con la cultura omofobica dell’epoca. Di tutto questo, con delicate, leggere pennellate, ci da indirettamente Il libro conto il volumetto di Lorenza Lorenza Foschini Foschini del quale sono protaIl cappotto di Proust gonisti un collezionista e la sua ricerca dei reperti, dei ricordi di Mondadori Proust, dai mobili di casa alle Euro 17,00 carte, agli oggetti personali fino al cappotto avvolto di leggenda per essere stato cosa unica con il personaggio dello scrittore. Così conosciamo il rapporto tra l’autore di Alla ricerca del tempo perduto e il fratello Robert, luminare di medicina nel solco della tradizione paterna, ma soprattutto il porsi della famiglia tutta dello scrittore nei confronti di un ragazzo che si ritrova a

percorrere il difficile sentiero della diversità in un’epoca non certo caratterizzata dalle ampie vedute. Lorenza Foschini, con vere e proprie pennellate letterarie, ci trasmette una storia che si snoda come un romanzo e prende l’avvio dall’emozione di un ritrovamento. Storia di un oggetto abbandonato a se stesso perché ritenuto vecchio e inutile, ma poi recuperato ed esposto in tutta la sua logora e commovente fragilità: non un cappotto, ma il cappotto di Proust. E proprio il cappotto di Marcel Proust mostra tutta quella sua debolezza della vita, insieme alla maniacalità che l’ha reso grande nella parola letteraria e nello sviscerare il suo universo, o meglio come lui lo vedeva. L’autrice stessa fornisce la chiave di lettura iniziale e a quel punto il viaggio del lettore prosegue come un’inchiesta, un’investigazione, in cui però sono gli oggetti stessi a rincorrersi nella storia, fino a fornire lati inaspettati, punti di vista occultati dal tempo e dalla storia, dove emergono volti e personaggi, storie di grandezze e di piccinerie, di chi ha dimenticato quegli oggetti, di chi non li ha capiti, o di chi ha poi pensato di trarne una fonte di lucro. In tutto ciò emergono anche le figure di chi li ha amati, come Jacques Guérin, che da profumiere imprenditore diventa anche collezionista, spinto dal desiderio irrazionale di impadronirsi di quei simulacri di realtà e di passato. “Mi avvicino lentamente a piccoli passi, sorridendo per l’imbarazzo e mi accosto al tavolo. Davanti a me c’è il cappotto, adagiato sul fondo della scatola, posato su di un grande foglio come su di un lenzuolo: irrigidito dall’imbottitura di carta che lo riempie, sembra davvero rivestire un morto. Dalle maniche, anch’esse imbottite, escono ciuffi di velina. Mi sporgo di più, piegandomi sul piano di metallo dove è poggiata la scatola, mi sembra che vi sia al suo interno un fantoccio senza testa e senza mani. Pieno, corpulento, con un ventre sporgente.” Così, in queste righe, leggiamo l’emozione dell’autrice stessa, il viaggio che in prima persona lei ha intrapreso faccia a faccia con l’universo e l’immaginario proustiano che si manifesta innanzitutto come ricerca di oggetti. Si può dire che con il pretesto di parlare del cappotto di Proust, la giornalista Lorenza Foschini ha trovato una nuova occasione per riaprire il discorso su un autore che non finirà mai di stupirci. Un libro per chi ha il desiderio di stare in compagnia di una bella lettura intelligente, che certamente avrebbe forse fatto sorridere lo stesso Proust.

Lorenza Foschini autrice de Il cappotto di Proust che ha come protagonista un collezionista e ricercatore degli oggetti dello scrittore francese. Un ritratto del celebre autore.

In basso: una delle tante epistole lasciate ai posteri e la panchina di Cabourg in Normandia, dove Proust a lungo soggiornava per curare la sua asma cronica.

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QUALCOSA DI PERSONALE 8

NOVITÀ

“Il cimitero dei pazzi” conquista Parigi…

la storia di Marguerite B. di Rossella Diaz

Buio in scena. Un cono di luce illumina una sedia. Il foulard rosso cattura l’attenzione. La sinfonia di sottofondo ci riporta con la mente ad epoche lontane…difficili…e forse mai vissute.

M

i accingo ad entrare in scena. Delphine Dey, attrice parigina di grande esperienza, mi è accanto e impersonerà con me la protagonista. Stiamo in silenzio. Un rapido sguardo tra noi e un pollice verso l’alto che ci conferma che siamo pronte. Sipario. Emozione e suggestione. É quello che ha provato il pubblico di Parigi del Thèatre de l’Opprimé all’ascolto della lettura scenica tratta dal libro “Il cimitero dei pazzi” di Francesco Zarzana, già giudicato tra i migliori libri italiani di qualità del 2010 e patrocinato da Progettarte. Ma emozione e suggestione l’abbiamo provata anche io e Delphine nel dare

voce alla vera storia della giovane Marguerite B., reclusa nel castello-prigione di Cadillac sur Garonne, in Aquitania, per aver commesso un gesto non penalmente perseguibile ma imprigionata perchè gli arcaici strumenti educativi degli anni ’50 ne avrebbero dovuto permettere la sua ‘rieducazione’ e il suo reinserimento nella società. Purtroppo però la tragedia ha travolto la giovane vita della ragazza, suicidatasi nell’angusta cella a pochi giorni dalla sua uscita. “Ho provato grande commozione – racconta Francesco Zarzana – nel vedere il mio lavoro debuttare in scena in una grande capitale europea. Il pubblico di Parigi ha sottolineato con gli applausi il gradimento al testo, lasciandomi senza fiato, grazie soprattutto alla magistrale interpretazione delle due attrici in scena. Stampa e critica sono stati concordi e il successo parigino ci riempie di gioia. L’intreccio di questa dolorosa storia realmente accaduta recupera in modo esemplare dati e fatti e li consegna alla memoria sociale. Un cimitero quello di Cadillac, in cui riposano quattromila alienati, malati di mente, quasi tutti senza identità. Durante la seconda guerra mondiale poi, quasi 45.000 internati morirono in tutta la Francia sotto il governo filo-nazista di Vichy. E del cimitero dei pazzi, diventato oggi monumento nazionale francese, ne racconto i misteri”. E avendo io stessa interpretato la povera e sfortunata Marguerite B., posso confermare quanto sia stato drammatico e complesso assorbire, anche solo in parte, il suo disagio, la sua sensibilità, il suo non essere compresa dal resto della società che le ruotava attorno. Ho cercato di entrare nella sua sfera intimistica e profonda, suscitando nel pubblico parigino attenzione e coinvolgimento emotivo: cambi di tonalità, espressione, intensità sono stati gli elementi-chiave per interpretare una figura di ragazza difficile e controversa. Marguerite aveva il grande dono di riuscire a toccare il cuore delle persone, lasciando una traccia pesante ed indelebile su chiunque l’avesse conosciuta…sia prima che dopo la sua morte…me compresa. n

Il libro Francesco Zarzana Il cimitero dei pazzi

Le due vite di Elsa Un’opera sincera, appassionante e piena di grande tensione emotiva. É quanto trasmette il romanzo Le due vite di Elsa, ultima fatica letteraria di Rita Charbonnier, attesissima dopo il grande successo dei precedenti La sorella di Mozart e La strana giornata di Alexandre Dumas . di Francesco Zarzana

Infinito Edizioni Euro 11,00

Alcune immagini di scena. Al termine della rappresentazione l’autore Francesco Zarzana tra le due interpreti: Rossella Diaz a sinistra e Delphine Dey a destra.

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er la prima volta Rita non racconta la storia di un personaggio realmente esistito ma ci fa ‘conoscere’ Elsa Puglielli, la protagonista, che è forse la più vera tra tutte le eroine precedenti. La ragazza non si è mai sentita parte della sua famiglia. Forse perché è una ragazza difficile, fragile; almeno questo è ciò che le hanno sempre detto. Troppo timida e debole di nervi rispetto a loro, gli eredi risoluti e arroganti di una delle famiglie più in vista della Roma fascista.

Fino ai vent’anni Elsa ha seguito docilmente il volere del padre e della zia, facendo sempre ciò che ci si aspettava da lei, anche quando si trattava di esporsi alla derisione e allo scherno, salendo sul palco di un teatro per interpretare il ruolo di Anita Garibaldi in un’orribile pièce voluta dal regime. Non ha mai desiderato fare l’attrice, essere al centro dell’attenzione la terrorizza, ma si è dovuta piegare a un’idea del padre, che vede nella recitazione un modo per risolvere il suo “piccolo difetto di pronuncia”, così lo chiamano in famiglia. Tuttavia, proprio grazie al teatro e, soprattutto, al personaggio di Anita, Elsa scopre una se stessa che non pensava esistesse. L’incontro con quella donna impavida, forte, bella, la cambia nel profondo. Anita è tutto ciò che lei non è mai stata, ma Elsa sente che tra loro c’è un legame. Ogni notte, la timida Elsa abbandona le proprie insicurezze per diventare Anita, l’eroina dei due mondi. Grazie a quei sogni si trasforma e comincia a fare cose che non aveva mai fatto prima: fugge di casa, cammina scalza per le strade di Roma e grida tutto il dolore che ha racchiuso in sé per troppo tempo. Per la sua famiglia, però, questo non è

accettabile. La ragazza deve essere allontanata, perché le sue non sono più stramberie. É pazza e potrebbe rovinarli. Nell’ospedale svizzero in cui viene rinchiusa, Elsa scopre le sbarre, il torpore malsano dei medicinali e l’assenza di libertà, ma riesce anche a individuare, grazie all’aiuto di un giovane medico, il segreto familiare che è alla base della propria sofferenza. Attraverso la terapia si libererà dall’oppressione, troverà se stessa e forse anche quell’amore che da sempre le è stato negato. Le due vite di Elsa invita a riflettere sull’importanza di dialogare con i fantasmi del proprio passato e Rita Charbonnier fa un intenso lavoro di ricerca psicologica e la trama si sviluppa attorno al conflitto interiore della protagonista. E poi c’è il mondo del teatro nel quale Elsa si ritrova circondata da impresari cialtroni, primi attori severi e giovani interpreti fascinosi che rendono ancora più suggestivo un romanzo che non può mancare negli scaffali delle nostre piccole biblioteche casalinghe. n

Il libro

infinito e d i z i o n i

hanno il piacere di presentare

SOWA RIGPA

il libro di Giuseppe Coco e Franco Ba�ato MODENA,

Giardini Ducali

giovedì 28 luglio, ore 17,00 Con Ba�ato e Coco dialoga Francesco Zarzana

Rita Charbonnier Le due vite di Elsa Edizioni Piemme Euro 17,50

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NUOVE FRONTIERE 10

“Molti di quelli che oggi parlano dei libri elettronici sentono alla fine il bisogno di ribadire che però “sono diversi dai libri di carta”. È come se quando fu inventata l’automobile avessimo commentato che i cavalli erano un’altra cosa” (Francesco Cataluccio)

FUTURI EUROPEI PER L’EDITORIA DIGITALE

(Fonte: Zokem Research). In Italia si sta diffondendo una vera e propria «cultura delle app». L’Osservatorio permanente sui contenuti digitali nel 2010 (già prima dell’arrivo in Italia dell’iPad e dell’iPad2), mostra come i contenuti editoriali (comprensivi di libri e news) venivano considerati dagli utenti tra gli usi primari del tablet, subito dopo la navigazione su internet, l’ascolto di musica e la visione di film.

di Cecilia Brandoli

Le differenze tra Europa e USA, le evoluzioni della filiera produttiva e distributiva tra ebook, app ed ecommerce, le trasformazioni del mercato, dei generi, delle professioni. Attualmente sono questi i temi tra cui si snoda il dibattito e le osservazioni sull’editoria digitale, mentre la maggior parte degli ebook somiglia alla propria controparte cartacea, ma le possibilità offerte dall’interattività e dalla multimedialità potrebbero trasformare il prodotto-libro.

La

sfida dettata dall’internazionalizzazione presente in questo mercato ancora tutto da scoprire (sono gli Stati Uniti e i paesi anglosassoni ad averlo inaugurato) può offrire all’editoria italiana ed europea un nuovo movimento grazie alla creazione di una via propria che valorizzi la diversità rispetto le esperienze americane e anglofone. La quarta edizione di EDITECH (Milano, 9 e 10 giugno), conferenza internazionale su editoria, innovazione, tecnologie promossa dall’Associazione Italiana Editori (AIE), si è concentrata su come l’editoria europea affronta la sfida del digitale e dei modelli produttivi e distributivi americani.

«Sullo scenario dell’editoria digitale si fa sempre più strada il mercato delle Applicazioni: dai giochi ai social network, a veri e propri prodotti editoriali» ha spiegato Cristina Mussinelli, Responsabile EDITECH e Consulente per l’Editoria digitale di AIE. «È un interessante mondo di sperimentazione di formati e di modelli di business. La leadership italiana nella diffusione di smarthphone, inoltre, potrebbe facilitare l’accesso a questo tipo di applicazioni in mobilità. È un settore importante che va attentamente analizzato. Sicuramente il mercato delle applicazioni offre delle opportunità per alcuni specifici segmenti di mercato quali ad esempio i prodotti per bambini, i fumetti e le graphic novel, i reference, le guide turistiche o i cataloghi di mostre o il libri illustrati in generale». Esistono alcuni fattori che stanno creando la fisionomia di un nuovo mercato ancora da esplorare, con una sua complessità da gestire, e in profondo cambiamento. Sul mercato degli eBook sono disponibili pochissimi dati economici poiché i principali operatori non rilasciano dati di fatturato. Esiste però una stima del mercato europeo degli ebook per il 2010: l’Italia tra i Paesi europei si colloca con un valore inferiore allo 0,1% rispetto al mercato trade (con un nu-

mero di titoli a fine 2010 ancora limitato: 6.950), simile la situazione della Spagna con un valore di poco superiore alla medesima soglia (e 2.500 titoli), quindi la Germania con uno 0,5% (e 40.000 titoli), la Francia con un 1,5% (e 82.000 titoli): infine il 3% dell’Inghilterra con 400.000 titoli e l’8-10% degli States. In generale si delineano due aree geoeditoriali distinte: quella statunitense e quella europea riferita ai Paesi sopra citati, con l’eccezione dell’Inghilterra che segue logiche più simili al mercato americano, omologo per lingua. A maggio di quest’anno i titoli in Italia hanno raggiunto quota 11.271, un dato che è 10 volte superiore a quello di gennaio 2010 che era di 1.619. Gli editori da 299 oggi sono diventati 471. Il mercato dell’editoria digitale rappresenta già un mercato stabile e consolidato sul versante professionale mentre si sta ancora formando in quello consumer degli eBook e in quello educativo. I lettori sono sempre più digitali e connessi. La lettura su schermo continua a crescere ed è triplicata dal 2006 a oggi. I lettori digitali in Italia sono passati da circa 700.000 nel 2006 a 2,3 milioni del 2010. I lettori di eBook in Italia a fine 2010 hanno raggiunto quota 600.000. (Fonte: Nielsen, gennaio 2011). Lettori di eBook e forti lettori tendono (per ora) a sovrapporsi. Si tratta di lettori non giovanissimi (circa 50% hanno tra i 30 e i 59 anni), con un titolo di studio elevato (65% laureato) che svolgono mansioni professionalmente qualificate. È un lettore molto più forte rispetto a chi già si dichiara forte lettore (più di 30 libri all’anno). In questa fascia troviamo il 30% di lettori di eBook contro il 17% di libri tradizionali. È un acquirente con una maggiore propensione alla spesa. Già oggi, anche nel nostro mercato, quote importanti della popolazione usano più il Web che i tradizionali strumenti informativi per decidere se leggere un libro (dall’11% nel 2007 al 15% nel 2009) e questa tendenza appare ancora più evidente nelle fasce più giovani (tra i 14 e i 19 anni erano il 12% nel 2007 e il 23% nel 2009). Il prezzo di vendita al pubblico finale di testi in formato eBook rappresenta uno degli aspetti su cui si è concentrata l’attenzione degli osservatori, oltre che dei potenziali acquirenti. Il pricing è per gli editori uno dei fattori di marketing fondamentale. Nei nuovi mercati europei il prezzo (Iva inclusa) degli eBook si trova sostanzialmente allineato a quello delle edizioni tascabili (o di poco superiore), mentre negli USA il prezzo al pubblico degli eBook è di circa il 27% inferiore a quello delle edizioni pocket (maggio 2011; era del 17% a marzo 2011). In Italia poco più del 6% della popolazione dichiara di “conoscere bene” la lingua inglese (Fonte: Istat, indagine multiscopo 2009). Nella

fase attuale di sviluppo del mercato, parti importanti di offerta di titoli eBook sono disponibili in lingua su siti statunitensi e inglesi. In Italia il prezzo dei device è in media superiore a quello degli altri paesi: 199/299 Euro (90% in più rispetto al mercato US a fine 2010) contro una media di 118/180 in Inghilterra, 139/199 in Germania, 199/250 in Francia, 200/250 in Spagna e 104/164 negli Stati Uniti. L’Italia è leader nel mondo in termini di diffusione degli smartphone con una penetrazione del 32%, rimane invece fanalino di coda per quanto riguarda la diffusione di Internet nelle case: 53% contro il 79% tedesco e il 77% dell’Inghilterra e anche in termini di diffusione tra le famiglie della banda larga con un 39% di penetrazione contro una media del 69% in Inghilterra, 65% in Germania, 57% in Francia e 51% in Spagna (Fonti: Nielsen Net Ratings, Istat e Ufficio studi AIE). Le app che verranno scaricate nel mondo saranno nel 2011 oltre 25 miliardi (Fonte: Gartner) così che il mercato delle applicazioni, attualmente dominato dall’App Store di Apple (che conta circa 350 mila applicazioni) e dal Market di Android (che ha all’attivo circa 100 mila app) potrebbe arrivare a valere 15,1 miliardi di euro Cristina Mussini, responsabile Editech ed alcuni tra i più diffusi tablet per l’editoria digitale.

Analogamente a quanto accade nei mercati UE5 (Italia, Inghilterra, Spagna, Germania, Francia), in quello italiano l’eBook non esaurisce affatto le trasformazioni del digitale in corso nella filiera del libro perché vi sono l’eCommerce librario, la stampa digitale e Print on Demand, le banche dati professionali giuridico fiscali (che da sole rappresentano un fatturato di 117 milioni di Euro). L’evoluzione della logistica ha riguardato trasversalmente tutta la filiera. Dal 2000 al 2010 si sono decuplicate le librerie passando da 91 a 948, gli editori sono passati da 351 a 1.304, i distributori da 5 a 14, i gestionali compatibili da 4 a 16, le anagrafiche da oltre 140.000 a circa 400.000, gli ordini da circa 550.000 a quasi un milione e le linee di sell-out da circa 4 milioni di copie a quasi 68 milioni. (Fonte: IE, 2011). Il più importante fenomeno editoriale del decennio scorso sono stati i collaterali che hanno venduto oltre 80 milioni di copie solo nel 2005. Questa enorme diffusione è stata resa possibile solo dalla digitalizzazione dei file di testi e immagini.n

E-book questo (s)conosciuto? di Rosita Pisacane

E-book, e-reader, tablet. Negli ultimi anni sempre più editori hanno scelto la strada della digitalizzazione, cioè la sempre più frequente conversione dei testi in formato digitale. Il risultato è la coniazione del neologismo e-book, il libro elettronico. Ma cos’è un e-book? È un libro digitalizzato che si acquista e scarica da Internet (attraverso degli appositi store online) o direttamente sul dispositivo (è il caso ad esempio del Kindle di Amazon). Un e-book in sostanza è un libro, nella forma è una serie di bit. Impressionati? Probabilmente per la maggior parte dei lettori affezionati, potrebbe sembrare anomalo e per certi versi persino sacrilego, accostare l’aggettivo “elettronico” al sostantivo “libro”. Il libro evoca da sempre un’atmosfera antica e consolidata nei secoli, fatta di carta, di odore di inchiostro, di pagine da toccare e da sfogliare. L’elettronica al contrario ci riporta alla mente un freddo computer, numeri, cifre incomprensibili, bit, cavi e molte altre immagini tecnologiche e asettiche. Ma è davvero così? Una delle critiche più frequenti mosse alla lettura in ambiente elettronico è legata proprio alla perdita di quegli aspetti materiali e sensoriali legati al rapporto con la carta, in quanto non c’è dubbio che il libro sia un oggetto progettato innanzitutto per un uso manuale, oltre che visivo, e come tale ha bisogno di una qualità materiale e formale che ne valorizzi il contenuto. Siamo però davvero convinti che il nostro amore per i libri venga principalmente dalle sensazioni offerte dalla carta o dall’odore della colla? Davvero il contenitore è più importante del contenuto? Il recente successo di vendite degli e-book, soprattutto tra le nuove generazioni, sembrerebbe dimostrare il contrario. E-book vuol dire tutto e vuol dire niente. Perchè si possa parlare a pieno titolo di e-book è fondamentale che questo possa essere fruito attraverso delle interfacce adeguate, che rappresentino un’evoluzione naturale di quelle alle quali ci ha abituato il libro tradizionale, ovvero degli strumenti portatili, leggeri, poco stancanti per la vista, capaci di un’alta risoluzione e di una buona resa dei colori e che ci diano l’impressione di leggere su carta (o quasi).

– È PENSIERI DIGITALI Londra un giorno

feriale qualunque. Aspetto la metro a Covent Garden, solo pochi minuti per arrivare a Kings Cross, quanto basta per leggere qualche pagina di Ritratto di signora di Henry James, ben 660 pagine che occupano gran parte dello spazio della mia borsa. Si sa... è il peso della cultura! Accanto a me un ragazzino, che non avrà avuto più di 14 anni, sta leggendo un e-book su uno di quei dispositivi dedicati alla lettura digitale che stanno avendo un grande successo ormai in tutto il mondo. Vi ci legge un fumetto, i colori sono molto realistici, sembra un libro vero. Gli chiedo quanti libri può contenere un aggeggio come quello. “Hundreds” mi risponde. Centinaia. A Russel Square sale un signore di circa 50 anni, ha in mano un Kindle, l’e-reader di casa Amazon, il colosso americano che ha quasi monopolizzato il mercato mondiale degli e-book. È attento e concentrato, non distoglie lo sguardo da quell’apparecchio che mi sembra persino magico. Chiedo gentilmente al ragazzino che mi siede accanto se può vedere quanto costa la versione elettronica di

La reazione più frequente dei lettori davanti all’idea del libro elettronico è quasi sempre stata in generale marcatamente scettica se non addirittura negativa. Un pregiudizio. All’inizio l’e-book dava l’impressione di essere solo un costoso giocattolo per lettori appassionati di gadget informatici e d’altronde perchè mai il lettore avrebbe dovuto utilizzare una tecnologia più scomoda di quella che già utilizzava da sempre senza problemi? Eppure, secondo la stima dell’ufficio Studi della Camera di commercio di Monza e Brianza presentata in occasione del Secondo Forum mondiale dell’Unesco sulla cultura e le industrie culturali, pare che il giro d’affari di librerie online, e-book e editoria digitale in Italia sia di ben 200 milioni di euro l’anno, pari a circa il 10% del totale del comparto editoriale. Sono numeri che non si possono ignorare e che dimostrano come questo prodotto si stia diffonendo sempre di più anche tra i lettori italiani, generalmente avvezzi tanto alla lettura quanto all’uso delle tecnologie. E invece... L’e-book si propone oggi di somigliare sempre più al libro stampato, assimilando ed imitando alcune sue qualità (come la possibilità di poter essere letto in ogni luogo), integrandole con le funzioni proprie dei testi elettronici. In questi ultimi anni l’e-book è stato protagonista di una serie di modifiche volte a renderlo un prodotto multimediale in senso pieno. Il testo “chiuso” del libro, grazie alla rete e alle nuove tecnologie applicate agli e-book, può aprirsi a forme nuove in grado di sfruttare le caratteristiche proprie del digitale: la multimedialità, l’ipertestualità, l’interattività. Non è un percorso facile e la strada è ancora lunga. Il principale ostacolo da superare resta quello di convincere che l’e-book è un libro a tutti gli effetti, anzi, un libro che contiene infinite altre possibilità. Come già avvenuto in altri contesti dell’industria culturale, non è l’evoluzione tecnica la più difficile da realizzare ma quella culturale. Siamo ai nastri di partenza, il mercato è pronto. E noi?

Ritratto di signora. La risposta mi sorprende e mi destabilizza: la metà di quella cartacea! D’un tratto le mie 660 pagine di carta profumata (ma pesante) mi sembrano così obsolete ed io, italiana, mi sento indietro. La Gran Bretagna è il leader europeo nella produzione di e-book: oltre 500.000 titoli disponibili. In Italia, ad essere ottimisti, non si superano per il momento i 10.000 titoli. Alla fine arrivo a Kings Cross che non ho letto neanche una pagina: so un po’ meno di Henry James ma un po’ di più di quegli e-book che hanno catturato i minuti in metro dei londinesi. Scendo dalla metro con una chiara consapevolezza: avrò anche io il mio Kindle, per alleggerire il peso della cultura... e preservare quello delle mie tasche!


INTERVISTA CON L’AUTORE Immagine tratta dal film “Cirkus Columbia”

INTERVISTA CON L’AUTORE

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Lo stupro di 50.000 donne, oltre centomila morti, la devastazione della Bosnia Erzegovina a ffondano le radici nello psiconazionalismo, cui è dedicato IL SENTIERO DEI TULIPANI. PSICONAZIONALISMO IN BOSNIA ERZEGOVINA, un libro assolutamente unico. di Luca Leone

“Il sentiero dei tulipani” viaggio tra i danni irreparabili della guerra in Bosnia Il nazionalismo balcanico si è intrecciato con teorie di studiosi appartenenti a varie discipline, tutti animati da un’ideologia esasperata. Nei Balcani ci si è trovati di fronte a un nazionalismo che ha operato una torsione verso discipline psichiatriche, con sconfinamenti teorici tratti da psicologia, filosofia, storia e genetica. Una variante del nazionalismo, quella balcanica, che ha trovato piena sintonia con gli ambienti militari, politici, economici che ne hanno assunto le teorie, utilizzandole come base per le pulizie etniche e gli eccidi – incluso il genocidio di Srebrenica – della guerra in Bosnia Erzergovina e in Croazia (1991-1995) e, successivamente, come protezione per non essere condannati per i crimini commessi. Di questo e molto altro abbiamo parlato in un’approfondita intervista con l’autore del libro, il ricercatore storico Angelo Lallo. Angelo, il tuo è il primo lavoro in assoluto che racconti dall’interno, e con dovizia di particolari, le radici dello psiconazionalismo nei Balcani. Vuoi spiegare ai lettori che cosa intendi per psiconazionalismo e come sei arrivato a coniare questo neologismo?

Quando si crea un’identità nazionale legata dal collante psicologico della paura e dell’angoscia; quando il nazionalismo si lega alla terra, al sangue e all’odio sociale; quando si costruisce una bolla collettiva di paura fondata sulla psicologia di massa; quando il nazionalismo fa una torsione verso discipline psichiatriche con ampie incursioni nella genetica/filosofia/storia, in questo caso si genera un connubio anomalo tra nazionalismo e psichiatria deviata. Il neologismo arriva direttamente dai Balcani ed è stato assunto discutendo con operatori della psichiatria bosniaca che continuamente (e forse inconsapevolmente) riproponevano questo termine per spiegarmi la particolarità del nazionalismo della Bosnia Erzegovina. Da notare la provenienza professionale di alcuni attori della tragedia balcanica: Jovan Rašković (psichiatra), Radovan Karadžić (psichiatra), Biljana Plavšic (biologa, specializzata in genetica), Vasa Čubrilović (filosofo/storico), Vasilje Krestić (storico).

Il sottotitolo del libro (“Psiconazionalismo in Bosnia Erzegovina”) è splendidamente descrittivo. Il titolo (“Il sentiero dei tulipani”) invece è chiaramente evocativo. Quale storia giace dietro questo titolo?

È un titolo “rubato” da un viaggio introspettivo nell’anima violata. “Il sentiero dei tulipani” ripropone il momento di uno stupro etnico a opera dei serbi nei confronti di una ragazza bosniaca. Oltre lo stupro – avvenuto in una radura piena di fiori – la ragazza, incredibilmente senza rancore, ricorda una stessa radura alla fine di un sentiero pieno di tulipani durante un suo bel viaggio in Turchia. Sembra giusto (o almeno questo è il mio pensiero) riproporre un titolo che possa ricordare che lo stupro etnico, oltre Srebrenica, è stato l’atto peggiore di una guerra che segnerà per sempre 50.000 donne bosniache.

Per quanto riduttivo e difficile, è pensabile enumerare i danni del nazionalismo in Bosnia Erzegovina e fare nomi e cognomi?

I danni in Bosnia Erzegovina sono economici, ma soprattutto sociali con ripercussioni drammatiche

Jovan Rašković è una figura chiave non solo del tuo libro ma dell’intera parabola del nazionalismo odierno e dello psiconazionalismo in Bosnia. Puoi raccontarci di questo psichiatra e spiegare quale ruolo lui e le sue teorie abbiano avuto nella guerra bosniaca del 1992-1995?

Jovan Rašković era una figura estremamente importante nel panorama politico ante guerra. Figura carismatica, capace di infuocare le folle con parole d’ordine pericolose, a lui si deve la creazione dello stato emozionale che ha permesso la mattanza bosniaca. Nei suoi seminari a Zagabria e a Belgrado era solito affermare che i tre gruppi nazionali non potevano coesistere in Bosnia Erzegovina e quindi bisognava provocare nella popolazione una sensazione di odio – tutti contro tutti – introducendo lo stato di “alterazione” permanente. In alcuni suoi corsi universitari, affollati all’inverosimile, si trattava anche della questione dello stupro etnico come difesa di un’etnia. Non era un modesto e ambiguo personaggio, come si vuol far credere colpevolmente, ma una figura preminente dello scenario balcanico non solo perché aveva creato il partito democratico serbo poi affidato a Radovan Karadžić, ma principalmente perché esprimeva concetti pericolosi utilizzando categorie psichiatriche applicate al tessuto sociale/politico, impiegando la psichiatria a supporto ideologico della pulizia etnica, finalizzata da criminali come Mladić e Arkan.

guerra e sintomi psicologici odierni (Dspt – ideazioni paranoiche – ansia – ostilità – depressione – psicoticismo – ansia fobica) con scarsa possibilità di essere curati. Pensiamo poi allo stato di salute dei bambini e alla difficoltà della cura in quanto in Bosnia manca la figura dello psicoterapeuta infantile. Il contesto generale è di difficoltà economica grave, mentre i fondi internazionali si sono riversati in mille rivoli senza mai arrivare alla popolazione. Un altro capitolo è lo stato di abbandono in cui versano la maggior parte delle donne che hanno subìto violenza etnica, assistite in maniera encomiabile da associazioni interna-

Per quanto riguarda Karadžić, credo che il patto scellerato sottoscritto con una parte dell’intelligence militare e politica che ha gestito la fine del conflitto e poi la sua cattura, lo salverà dall’ergastolo e sconterà i pochi anni di reclusione in un carcere/cottage, forse in Svezia come la presidentessa della Republica Srpska, Biljana Plavšic. È inquietante invece sapere che Mladić è un libero cittadino, si conosce il suo indirizzo, qualsiasi cosa della sua vita, ma che a tutt’oggi non si intravede alcuna possibilità di catturarlo. Quali le motivazioni? Cosa impedisce di trascinarlo all’Aja? Chi lo protegge a livello internazionale? Domande senza risposte, ma rimane il fatto che fino a quando non si porterà Mladić di fronte al Tpi dell’Aja non potrà iniziare la lunga fase della “rielaborazione del lutto” delle donne di Srebrenica.

Fra storici e psichiatri non c’è una consuetudine di rapporti dialettici, non esiste uno scambio di informazioni, anzi molti medici tendono a rivendicare l’esclusività del loro “mestiere”. E anche per questo libro, a parte pochissime eccezioni, non ho avuto alcun aiuto dalla psichiatria ufficiale, per esempio nel reperire le fonti. Tuttavia poiché il libro è uscito da poche settimane, aspetto con curiosità le valutazioni degli psichiatri italiani e bosniaci.

Il libro Angelo Lallo Il sentiero dei tulipani Psiconazionalismo in Bosnia Erzegovina Infinito Edizioni Euro 12,00 su ogni campo della società civile. I più importanti riguardano il sistema scolastico, la rete culturale, la disoccupazione. Si potrebbe compilare un lungo elenco denso di criminali e manovalanza senza nazionalità, tuttavia le colpe principali vanno addebitate ai nazionalisti ideologicamente esasperati che hanno fomentato odio e divisioni senza curarsi della loro gente e mi riferisco a Slobodan Milošević, Franjo Tuđman e Alija Izetbegović.

Paradossalmente il nazionalismo è più forte adesso che prima della guerra perché si è sedimentato nella mente della popolazione ed è questo l’effetto più vistoso dalla campagna ideologica ante guerra curata da personaggi come Rašković, una semina che ha messo radici nel tessuto sociale bosniaco.

Al di là – si fa per dire, ovviamente – delle colpe e delle immediate conseguenze dello psiconazionalismo nei Balcani, quali sono le conseguenze odierne? Con quali e quanti traumi le persone comuni si trovano a convivere? E in quale contesto?

Le conseguenze sono che il Paese è diviso profondamente con pochissime possibilità di un ritorno a quell’armonia sociale e culturale che era la caratteristica unica della Bosnia. Nel libro produco documenti che attestano un Paese “depresso” con una condizione psicologica molto sottovalutata, in primis dai responsabili politici bosniaci. Dai documenti in mio possesso c’è una correlazione allarmante tra livelli di traumi subiti durante la

I politici italiani – nella stragrande maggioranza poco adatti al loro mandato – sottovalutano il ruolo della Lega Nord e le parole d’ordine separatiste, razziste e xenofobe pronunciate con un intento ben preciso in ogni intervista dai suoi dirigenti più radicali: far abituare le persone a quelle parole d’ordine. Sono concetti già sentiti nelle piazze della Serbia e della Croazia prima della guerra in Bosnia, quando si faceva leva sul sentimento di protezione psicologica collettiva contro l’inquinamento etnico e sulle corde emotive legate alla paura nei confronti dell’altro. Il passo all’odio estremo è stato lineare e la distruzione della Bosnia è ancora lì a testimonianza. Invito a leggere il libro di Jovan Rašković Luda Zemlja (Una nazione folle) perché in quelle pagine si ritroveranno molti discorsi della Lega Nord. Tenere alta l’attenzione sull’evoluzione di queste parole d’ordine e disinnescare la voglia di secessione è compito di ogni cittadino, di destra o di sinistra.

Radovan Karadžić sarà condannato e Mladić sarà finalmente catturato?

Il tuo è innanzitutto un libro di storia, ma ha suscitato interesse nel mondo della psichiatria? Con quali giudizi?

Qual è lo stato dell’arte oggi, in Bosnia? Il nazionalismo è ancora così forte e così teoricamente e metodologicamente violento?

colpe e le nostre responsabilità, dalla guerra e da dopoguerra bosniaco?

zionali fra cui quella di Fadila Memišević, ma quasi completamente dimenticate dalla società bosniaca.

Potresti dare una valutazione, da storico, del perché non va abbassata l’attenzione sulla Bosnia e sui Balcani?

La storia della Bosnia Erzegovina ancora non è stata scritta. E se allo storico preme ragionare delle verità sgradevoli su cui vale la pena di riflettere o delle cattive cose nuove (per usare concetti brechtiani), allora bisogna tenere alta l’attenzione sulla Bosnia e sui Balcani in generale perché la guerra non è finita. Il conflitto continua nella mente delle persone, nei rapporti tra le nazionalità, perché Srebrenica, l’assedio di Sarajevo, la morte di tante persone, gli stupri etnici, lo smembramento di una nazione, sono stati rimossi dagli accordi di Dayton. La conferenza di pace ha lasciato intatti i presupposti per altre instabilità perché a Dayton la pulizia etnica e il genocidio furono accettati in un contesto internazionale, come se la tragedia bosniaca non fosse mai avvenuta.

Che cosa possiamo imparare noi italiani, così bravi a rimuovere le nostre

Il Tribunale per i crimini di guerra nella ex Jugoslavia potrà portare a termine il suo mandato o alla fine le potenze che siedono nel Consiglio di sicurezza dell’Onu come membri permanenti riusciranno a smontarlo pezzo per pezzo e a chiuderlo?

Il Tpi è un organismo sovranazionale con funzioni e autorità speciali che spesso si muove su linee di principio non sufficienti a obbligare gli Stati a farsi consegnare i criminali di guerra, come nel caso di Mladić. Il suo mandato scade nel 2014 e sebbene il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha ribadito che non cederà alcun processo alle corti nazionali e che si potrà continuare a ricercare i criminali di guerra (espressamente Mladić e Hadzić) ci sono così tanti documenti da esaminare che tre anni e mezzo sono assolutamente insufficienti a formulare giuste condanne. Alla fine del mandato i membri permanenti del Consiglio di sicurezza, fatto salvo l’encomiabile lavoro dei giudici (molte volte sottovalutato) chiuderanno il sipario in fretta e probabilmente non rinnoveranno il mandato perché è evidente il contrasto tra l’essenza del Tpi e gli Stati nazionali, tra realpolitik e giuste aspettative delle popolazioni ad avere giustizia. n

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L’INCONTRO

Un angelo sulle punte

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di Rossella Diaz

Si spengono le luci. É il momento di andare in scena: “Sì, questo è il mio mondo. E quando l’ho capito, è stato per sempre” Incontro con la Première Danseuse dell’Opéra di Parigi, la ‘Tersicore’ italiana più evocativa ed eterea della nobile arte della danza classica che il 30 luglio sarà a Riccione per il gala di danza dal titolo “Eleonora Abbagnato et Ses Amis” organizzato da Progettarte.

“Puoi andare ovunque nel mondo ma senza radici affondi”. Poche parole riassumono la sua storia e ci fanno comprendere il significato di una vita intera. Sempre lontana dalla famiglia e dagli affetti, che rimangono ben saldi, anche se fisicamente distanti. In un momento in cui nel mondo dello spettacolo e dell’arte si arriva alla popolarità senza particolari meriti o sacrifici, l’eccezione è proprio davanti a me e si chiama Eleonora Abbagnato. Poco più che bambina si è affacciata con determinazione e serietà alla danza classica e nel corso del tempo la sua passione si è trasformata in professione. Ma il talento non basta. Le doti fisiche non sono tutto: rigore, disciplina, spirito di sacrificio e determinazione…è questo il segreto del suo successo. Quale sentimento provi quando torni a danzare per il pubblico Italiano? É qualcosa di unico. Provo una straordinaria energia quando torno ad esibirmi in Italia. Il pubblico mi attende sempre con grande gioia e mi piacerebbe riuscire ad essere presente più spesso. Vivo e lavoro a Parigi da tanti anni ormai, ma ora come ora purtroppo, sarebbe per me impossibile pensare di ritornare in pianta stabile, poiché la crisi ha colpito anche i teatri italiani e non ci sarebbero le condizioni per un mio trasferimento. Devo ammettere però che

questa situazione mi rattrista tantissimo. Io in prima persona cerco di andare incontro alle esigenze dei teatri, dei direttori artistici: abbiamo decine di teatri in Italia, dei piccoli capolavori d’arte, che non vengono sfruttati al meglio. Da qualche anno sto portando la mia consulenza artistica al Teatro Petruzzelli di Bari, poiché vorrei fortemente che la danza classica e contemporanea potesse tornare allo splendore di un tempo. Ora come ora, siamo solo io e Roberto Bolle gli unici esponenti italiani che fanno conoscere la danza classica nel panorama artistico mondiale...ed è un vero peccato, poiché si dovrebbe puntare molto di più sulla formazione dei giovani ballerini. É il secondo anno che decido di essere presente in provincia di Modena a “T come Teatro”, rassegna di qualità che lascia così spazio anche alla danza e io mi sento un po’ a casa. Eleonora, se ti proponessero di tornare a ballare in Italia, lasceresti la Francia e l’Opèra? Beh da brava italiana, anzi siciliana legatissima alla propria terra, tornerei immediatamente! C’è una così forte voglia di arte e di cultura in Italia. All’Opéra di Parigi vanno in scena 140 spettacoli di danza all’anno, uno ogni due giorni, alla Scala di Milano solo 45…un altro pianeta! Per questo motivo gli italiani hanno così tanta sete di danza... Quindi mi auguro

Il libro Eleonora Abbagnato Un angelo sulle punte Rizzoli Editore Euro 17,00

fortemente che si trovi presto una soluzione ai tagli previsti ai teatri, alla danza e alla cultura in generale, poiché penalizzano anche noi artisti e di conseguenza il nostro pubblico.

da giovani ragazze, cui il “top della vita” è andare in televisione per essere riconosciute per strada…solo l’ impegno e la dedizione sono la vera vittoria!

Parliamo un po’ del tuo libro “Un angelo sulle punte”: una biografia decisamente intimista dove traspare il tuo amore per la danza, i sacrifici, le rinunce e le conquiste fatte, grazie al sogno che sei riuscita a realizzare. Il libro segue il percorso formativo che fa di una bambina di quattro anni, una prima ballerina. E poi le occasioni che fanno di una ballerina qualunque, una ballerina internazionale. A quattro anni ho cominciato a studiare danza nella scuola che si trovava sopra il negozio di mia madre. Poi mi traferii a Montecarlo e a Cannes. Fino alla mia grande occasione: a quattordici anni la scuola dell’Opéra di Parigi, diretta da Claude Bessy. Nel 1996 entrai nel corpo di ballo dell’Opéra e nel 2001 diventai prima ballerina. Ho così tanti ricordi, fin da quando me ne sono andata via da Palermo. Un’accademia, ancora un’altra, un’altra ancora. Posti magici dove ho vissuto molto. Nel libro ho incluso anche brani delle lettere che mia madre mi scriveva. Sono pagine da cui si capisce un po’ il mio carattere: ostinato, nel lavoro come nei sentimenti. Ho dovuto fare tante rinunce, ma non mi pento di nulla! Ho voluto anche scrivere dei momenti più duri e tristi che hanno segnato il mio percorso, senza però soffermarmi troppo per non rendere pesante la lettura. Nel libro c’è tutta la mia storia. É il racconto di una vita autentica, con la fortuna di aver avuto accanto una famiglia che mi ha sorretta ed aiutata molto nel percorso che mi ha portata sin qui.

Condividi la commistione fra due importanti e differenti forme artistiche, quali la danza classica e la danza moderna? Certamente. La nostra generazione è fortemente legata alla danza contemporanea ed é importante dar spazio a giovani coreografi. Anzi, io cerco di sperimentare nuovi artisti, coreografi italiani soprattutto. All’Opéra di Parigi balliamo molta danza moderna, la nostra direttrice è molto attratta dal mondo del contemporaneo e comunque la base classica deve essere sempre presente. Devo ammettere che non apprezzo molto la danza che non ha fondamenta ben salde nella danza classica. Fortunatamente oggi come oggi abbiamo tanti coreografi contemporanei di altissimo livello. All’Opéra, abbiamo avuto la grande fortuna di lavorare con grandi maestri quali Jiry Kylian e Pina Bausch che hanno creduto fortemente nel teatro-danza. Questi grandi coreografi hanno trasmesso la loro arte attraverso noi ballerini ed hanno fatto sì che le loro coreografie potessero essere fortemente apprezzate, ottenendo grande successo anche in Italia.

Come mai in Italia, non si riesce a dar risalto e visibilità alle giovani compagnie ed ai nuovi talenti? Cosa ne pensi dei Talent Show? Purtroppo in Italia si ha l’erronea convinzione che se in un qualsiasi teatro va in scena “il grande nome famoso”, vale la pena andare a vederlo. Se invece debutta o si esibisce una giovane compagnia teatrale o di danza sconosciuta, allora non è fondamentale spendere i soldi del biglietto. É molto triste quando si ragiona in questi termini. Poiché bisogna avere fiducia nell’arte, nei giovani talenti, nelle scelte dei sovraintendenti o direttori: solo così un paese può crescere artisticamente. Non sono contraria ai talent show, l’importante è che non si diano cattivi esempi e non si illudano i giovani. Io vado spesso in televisione come ospite, cerco di fare capire ai giovani che bisogna fare dei sacrifici per arrivare ad ottenere importanti risultati, avere volontà, passione ed amare quello che si sta facendo. Quando ero una ragazzina, la mia massima aspirazione era diventare una prima ballerina di un importante teatro italiano o europeo…oggi mi capita di ascoltare discorsi fatti

Nel film The Black Swan spicca la magistrale interpretazione dell’attrice Premio Oscar Natalie Portman e si intravede un “retroscena” sulla danza classica non troppo confortante. Un film decisamente esagerato. Mi é dispiaciuto personalmente che venisse fuori quest’immagine distorta e storpiata della danza classica, piena zeppa di depressioni, pazzie, esaurimenti: questi gli stati d’animo prevalenti nel film! Se fossi una giovane ragazza desiderosa di intraprendere la carriera di ballerina, cambierei i miei piani!!!

É vero che c’ è competizione e voglia di migliorarsi, ma è stato rappresentato in maniera eccessiva. Il film comunque è emozionante, lei è bravissima, e le coreografie curate in maniera eccezionale da Benjamin Millepied, che ha iniziato il suo percorso artistico proprio all’ Opéra. Sono rimasta stupita, però, che un coreografo e ballerino classico e che conosce la nostra realtà, abbia dato delle indicazioni ed immagini artistiche così pesanti sulla danza classica. Probabilmente sarà stata una scelta registica.


Presentazioni ed eventi collaterali di Libri a Corte: Domenica 17 luglio ore 18.30

Preferisci avere ragione… o essere felice? Centro Edizioni Esserci

Mercoledì 20 luglio ore 20.30 Il Cimitero dei pazzi - Infinito Edizioni Giovedì 21 luglio ore 20.30

Domenica 17 luglio ore 20.30

Una vita low cost “Reality book” sul vivere low cost - Il Ciliegio Lunedì 18 luglio ore 20.30

Blue Note - Minimum Fax

Martedì 19 luglio ore 20.30

Il regno nascosto di Catabasia - Il Ciliegio

Quattro regni per una regina Edizioni Il Melograno

Venerdì 22 luglio ore 20.30

Il gentiluomo – una storia di stalking Il Ciliegio


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