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Sofia sta male ‌il cane dei morti ha nome secchezza


lunedĂŹ lunedĂŹ, mi muovo ciccione e oscillo simpaticamente. niente mutande, un leggero vestito di carta gialla. deodorante alla senape e scarpette da ballerina, scoreggette al pino silvestre e voglia di pollo.


che sarei potuto essere il poeta piÚ grande del secolo lo sono stato e lo sarò: il piÚ sagace e irriverente. aspettami nel cimitero dei corpi immoti, aspettami nella palude che tutto appassisce: se mi aspetti, si può fare. io che dico di essere carne e sono pollo. io che sono una montagna di propositi. io che ti guardo e mi viene la febbre. io che un giorno si ferma il cuore: amore.


martedì martedì, ho la testa che mi scoppia e devo stare in mutande. il letto è inospitale, la sedia è inospitale, il divano è inospitale e mi sudano i piedi.


pasta col sugo aglio e un tocco d’olio, pomodorini. amore e osservazione del sistema padella: pasta col sugo.


occhio di rabbia è rimasto quindici giorni a contemplare il cielo, perduto nella violenza del proprio pensiero. fresco il vento di montagna ne accarezzava il bollore del corpo, lontana la danza di gente avida di acqua e carne. «non voglio nessuno e nessuno esiste, niente vale la pena» pensava, e mentre pensava scoppiava di sangue e saliva: corpo alla deriva mentre la gente muore per un tozzo di pane, indolenza di un cane senza guerra.

bianca l’erba al sole respira di vento, muove la notte oltre la collina e s’alza il giorno.


terra di terra nei tuoi occhi ho perso il senso della mia forza: terra di terra e fumo di fuoco, sabbia di spine e vento che strappa la pelle, occhio di limone e barba da pecora, legno che s’avvita all’infinito. diventerò un uomo, io che di nome faccio burro e noccioline.


autunno quel profumo della situazione nave che mollemente si muove tra una riva e l’altra dello stretto.


autunno ti darei il bacio pi첫 forte del mondo, ma senza lingua, per immobilizzarti.


autunno poi un giorno ti chiamo e‌ come sta il cane!?


vincenzo ti dovresti guardare coi miei occhi, cazzo piccolo! che c’hai la magliettina griffata male, che c’hai la lingua stupida e volta a destra, ti dovresti guardare coi miei occhi, cazzettino di spugna! che ti masturbi nel freddo della tua stanza ipotizzando la carriera, che non te lo ficco in culo per questione di decenza. ti dovresti morire coi miei occhi, orgasmo stanco della natura, che non sei lupo e non sei pecora, che l’altro giorno: vincenzo.


don saverio mi hai chiesto un voto e io non te l’ho dato: scusa, mi dispiace. eri il piÚ forte della scuola, ma il primo giorno hai pianto. mi hai chiesto un voto e io non te l’ho dato: scusa assai. ti ricordi la bicicletta da bambini? un sellino per due persone pedalavi la domenica mattina.


il giorno che ti ho abbandonato sull’autostrada mi scopro innamorato quando immagino le tue labbra schiudersi al desiderio di un altro uomo che ti striscia tra le gambe come inferno. ...però a me hai dato il culo


convalescenza va tutto bene: rotto l’ozio e consacrato il tempo, persa una donna e trovato un cane, morto l’uccello, sei libero.


estetica filosofica puzzo come una merda e mi vesto uguale da un mese. manco di tutto e di tutto ho fame, un sorriso senza denti, una mano senza dita, un culo nell’ano.


elogio della volgarità vorrei ficcarti di dietro e al contrario, perchÊ non esiste gloria senza la volgarità necessaria all’uso dei nostri corpi, che si scaldano velocemente e prendono fuoco come la storia di due pezzi di carne, che bruciano nella padella arroventata di un vecchio cuoco ubriaco, mezzo macellaio e mezzo poeta, stanco della solita birra e delle solite cazzate trovate per strada al suono del tempo che tutto violenta e tutto impazzisce e allora, di dietro e al contrario, quasi a spezzarti la schiena, succhiando il burro della tua passera stanca.


sul peso specifico il peso specifico delle mie mutande è direttamente proporzionale alla distanza dei nostri corpi.


amore quando tu stai bene, io sto male. quando io sto bene, tu stai male.


a-mare personalmente preferisco il rumore del mare: fragile architettura della riflessione, continua dissonanza lentamente riposa.


rigenerazione del vocabolario significa che hai detto tutto quello che potevi, significa assenza necessaria per un nuovo uso del vocabolario. le parole invecchiano con le idee, ma questo corpo, quando sacrifica qualcosa (presenza), prende vita nuovamente. lo assale la curiosità dell’infinitesimale, se fa male. vittima e carnefice della circostanza, sorriso commosso di chi ha perso tutto in un disastro aereo e s’attacca al primo scoglio utile alla sopravvivenza del pacco:

esperienza, causa pupille sguainate e feroce terremoto spinale.


in fondo c’è un pallino c’è arte piccola che dà grande piacere: richiede minimo sforzo e conviene. c’è arte piccola che potrebbe esplodere, come se il bimbo fosse stato capace di costruire una bomba vera e i tipi intorno tutti a brandelli sulla porta della sua cameretta.


signora, suo figlio potrebbe fare di piÚ! non esiste poesia senza la necessaria esperienza del nostro corpo. il senso letterale delle parole cede il passo alla disarmonia del mio essere: infinita ricerca di un possibile afasico. parola muore sulla punta della lingua, ebefrenicamente parlando. contatto significa senza mutande e non c’e’ discorso possibile, se hai le mutande, (se il discorso, alcune volte, è contatto).


Pazienza A. c’è un mondo straordinario nel mio letto: puzza di piedi, sogni strani, mostri, elefanti e vampiri.


quando nevica la cosa più bella che ti può capitare è una donna nuda e calda che ti aspetta sotto le coperte: io sono un porco, mi nutro di queste immagini pornografiche. dentro la mia testa c’è un altare sacrificale del mio prossimo, dentro il mio cuore non abita tristezza alcuna:

è il buco con la giusta resistenza intorno. io, che mi hanno sempre cacciato o forse ero io che non sapevo stare dove mi avevano messo. io, che l’altro giorno c’era puzza di morto ed ero io. io, semplicemente io, quel cane di merda che si decompone sull’asfalto metallico e arroventato della Statale Jonica 106.


passami la stagnola, mi sembra tutto di plastica. che facciamo? che mangiamo? dove andiamo? ci facciamo!? ci facciamo. passami la stagnola, sembra tutto di plastica. mannaia ci attende alla fine del calvario, libero mercato, libera compravendita del nostro buco di culo. questione di mancanza, certe volte non esisto: involucro di pelle stanca, puzza di cadavere.

certe altre, panino con la marmellata


forse vuoi fare un campeggio nelle mie mutande ti ho visto l'altro giorno che stavi seduta sul culo e avevi il collo piĂš lungo del mondo: una giraffa col sorriso di una bambina. ovviamente avevi anche quel cazzo di vestito blu che leggerissimo avvolgeva le tue forme: dovevo farmi al piĂš presto una birra per organizzare una degna danza dell'accoppiamento (perchĂŠ io non ho il dono della parola e posso soltanto organizzare spettacoli da circo). ti ho visto l'altro giorno che ti alzavi e andavi a pisciare, allora ti ho seguito e/o pedinato fino al teatro della tua passera, un rivolo di ormoni e piscio bagnava questa terra


e la consacrava alla bellezza del tuo corpo e del mio turbamento: dovevo farmi un'altra birra perchĂŠ certe volte quella che ti sei fatto prima non funziona (meglio da 66 cl almeno tutte le resistenze se ne vanno a fanculo e posso dare libero sfogo alla mia immaginazione). ritornato nel luogo dell'estatica visione tutto prende una forma piĂš consona al mio sentire: si muovono tutti e ridono e respirano, e poi si baciano e s'avvinghiano tra loro nel disperato tentativo di indossare la pelle del loro prossimo. tu sei distante e sei bella come poche cose su questa terra, hai gli occhi di una lumaca e una casetta sulle spalle: forse vuoi fare un campeggio nelle mie mutande?!?


io che seguo Alice che segue il bianconiglio io che seguo alice che segue il bianconiglio è una storia di altri tempi di quando i computer erano fatti di pietra di quando i dinosauri si baciavano con la lingua di quando la guardavo e mi scoppiava il cuore dalla vergogna, e lei era piccolissima perchÊ si era mangiata il mio cervello, e io ero gigantesco perchÊ mi ero mangiato il suo cuore, e il suo sorriso e le sue scarpe,


e la strada che percorre ogni giorno per tornare a casa e spogliarsi e ridere, baciare qualcun altro qualcos’altro


i riti di passaggio sono roba per studiosi delle scienze umane sono pazzo e ho le vertigini nel cervello: questione di capelli che si riflettono nelle sottostrutture cerebrali. voi non siete il mio orizzonte, siete i miei limiti. non vedete i corvi neri che volano sopra la mia testa!? non vedete che ho seminato mine antiuomo sperando che diano i loro frutti!? la vostra percezione delle cose è direttamente proporzionale alla negazione del vostro prossimo, il vostro è umanismo debole,


il mio si rivolta su se stesso cercando se stesso. siete troppo lenti, troppo decisi, troppo interessati a fare collette, a tenere i conti, a psicanalizzare. alzate la mano e dite: sÏ, lo ammetto, sono un essere umano!. avete organizzato un mondo per destrorsi ma siete mancini dentro col vostro emisfero logicoamministrativo con i vostri libri di antropologia sulla concettualizzazione delle cotolette nell’africa subsahariana, sul kundalini, col vostro mantra esteticoriflessivo di fronte allo specchio,


con le vostre conoscenze del mondo fondate sulla distanza e sulle identitĂ  allargate, con i vostri inviati dal fronte e il vostro sciovinismo da quattro soldi, con il vostro meteorismo negazionista e le vostre diete inutili, con le vostre riflessioni sul fatto che vado recuperato, assistito, seguito morbosamente. ma volete anche rimboccarmi le coperte!?


devi coccolare il mostro che c’è dentro di te devi coccolare il mostro che c’è dentro di te. lui è troppo veloce ed è sempre nervoso, mangia tutto quello che produci, lui non sa stare, lui è sempre fuori posizione, è sempre indisposto, ma è il tuo mostro e lo devi cullare, perché è in estinzione e credo che, in fondo, in fondo è il tuo mostro, con la cresta, con la gobba, con l’occhio schiacciato, con le ferite, con la pelle di carta,


con le croci capovolte disegnate sulla fronte, con la sua saudade, con la sua continua noncuranza, col suo fare improduttivo, con la sua puzza di piedi, con il suo cercare nella spazzatura, con la sua sessualità incerta. è il tuo mostro e lo devi fare accoppiare, anche se lo fa male è il tuo mostro e va rispettato.


Anna è mia Madre oso pensare Sìsifo felice, ma non basta. oso pensare e credere che, a forza di rotolare, quel masso diventa un sasso, magari un granello di sabbia come quelli che ci sono a mare. forse le spiagge sono fatte di tutti questi sforzi, piccoli o grandi: mi piace pensarlo, fanculo Kafka, Camus e la scienza. mi piace pensare Sìsifo vestito da Don Chisciotte, perché Anna è mia Madre.


è una vita che vi annuso e vi guardo le parole discutono sul senso della frase, sulla forma sempre incompetente ad abbracciare le infinite articolazioni del pensiero. la mano versa da bere e il vino cade nella gola, le parole cadono sulla carta. la penna cerca la mano, lo scrittore inciampa nel lettore e si baciano con la lingua. nasce un bambino con la barba e gli occhiali, è lui il poeta, è molto rilassato, sa scrivere e sa parlare, sa versare da bere.


il poeta è una moltitudine in cerca di carne fresca da scolpire, una tonnellata di esperienze e aspettative che pisciano sulle vostre brutture, voi, inutili lettori! voi intellettuali! voi, sostituibili! voi, pubblico pagante! voi, a fare la fila al supermercato! Voi alla posta, voi in macchina, voi nell’ascensore, voi attanagliati dalla velocità e dal vostro malessere eticooccupazionale. voi col vostro pensare entro il proprio orizzonte e il vostro camminare saltando per via di quella storia dei due piedi in una scarpa.


io al vostro funerale.


esorcismo io esisto per cancellarti, ma non credermi assassino e non credermi neanche il tuo aguzzino: io esisto e sono stato programmato per mandarti fuori frequenza. come quei vecchi televisori in bianco e nero che mio padre raccattava alla discarica, capaci solo di fare impazzire chi cercava di sintonizzarli alla diretta di turno, come quelle vecchie radio balbuzienti tanto complicate da accordarsi al VOSTRO male di vivere: mendicanti da salotto, lacerati dalla gogna mediatica del


VOSTRO essere produttivi, dalla VOSTRA ansia da prestazione. sei nato già morto, io so ballare. sei continuamente ossessionato dall’utile: io ho perso il portafoglio, ma sono bellissimo. sei sicofante, io sono una canaglia e mi rotolo nel fango come l’Africa. sorrido, denti bianchi, ermafrodita nell’anima, un elefante nelle mutande, ebbro della tua mancanza e della tua nullatenenza. rinoceronte, carrarmato, bambino con la barba, affezionato, patetico, stringo i denti e ti sputo col culo: tu sei il recentissimo prodotto del capitalismo, sei la sconfitta della vittoria, sei l’inumano:


la conferma che ancora so pensare e cancellare. d’altronde, e non credere sia una fesseria, tu avrai un rappresentante in parlamento, io un altro esempio al cimitero.


settemila diavoli è quasi l’alba e sono pronto ad immolare un altro giorno alla mia nullatenenza. sacrifico l’ultimo barlume di speranza al male che ho in corpo e che mi possiede, mi asseta e mi squassa il petto cantando liriche che non comprendo: molli, plastiche, dislessiche. è un assedio dentro il mio cranio, sono corvi che gracchiano, sono masse che rovinano giù nel mio egoismo, elettrico sepolcro del bambino che sono stato, che non sono, che forse tornerà ad essere. e intanto è l’alba, è il giorno dopo, non è un altro giorno. silenzio, muto, costringo l’aria dentro i polmoni: devo vivere, devo possedere altri corpi.


silenzio, muto: devo leccarti il cuore, mangiarti, sbranarti, vestirmi dei tuoi peccati e guardare con altri occhi. io sono morto e sono un buco nero, mangio farfalle a colazione e quando ritorno a dormire faccio finta, perchĂŠ ho settemila diavoli in corpo che si moltiplicano e sanno cantare, si accoppiano e curano col guano le mie ferite.


all’odio che dà la spinta al sorriso arrogante alla dinamite negli occhi


Sofia sta male