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nana. So che questo vale anche per la maggior parte degli artisti, che di solito hanno il problema contrario, quello di rendere visibile, più che di nascondere. Per chi osserva un’opera, pensarla come un rebus può essere fuorviante. Io, di mio, cerco di mettere tutti gli elementi a vista come fa Erik Buel quando costruisce le sue moto. Sei conosciuto soprattutto per la tua serie di Anamorfosi, di che si tratta? Sono dei dipinti che guardati da un determinato punto generano una percezione di tridimensionalità, è una tecnica antica che sta vivendo una seconda nuova giovinezza negli ultimi anni. Disegno delle forme geometri-

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che elementari in grandi spazi, poi scatto una foto ad alta risoluzione e la stampo in grande formato. Di solito lavoro in zone periferiche, parcheggi, fabbriche abbandonate. Il bianco della pittura contrasta con lo sporco e il nero dei residui industriali e ne appiattisce la profondità dello spazio. Ho notato che, nelle tue Anamorfosi a volte usi specchiare le immagini. Si, sono quelle che nel titolo contengono le parole “the mirror”. In un manuale di design proprio l’altro giorno leggevo che la simmetria è sinonimo di monotonia. Mi piace la sacralità delle immagini speculari.

da Eminem, felpa col cappuccio con sopra scritto ROMA. “Fermo là, ti prego!” e ho scattato. Possiamo parlare di convivenza tra l’arte che siamo abituati a vedere nelle gallerie e l’arte di strada? è possibile che l’una sia l’evoluzione dell’altra o il contrario? Certo, è un po’ di anni che praticamente non si parla d’altro. C’è convivenza. è una vecchia storia: artisti famosi pescano idee e tendenze nuove nell’underground, grafitari e street artist più o meno talentuosi espongono dentro gallerie rispettabili. Entrare nella testa degli altri artisti e capire dietro le provocazioni cosa c’è è spesso molto difficile per “noi comuni mortali”. Molto spesso diventa arte qualsiasi cosa che faccia scalpore. Non pensi che questo minimizzi le capacità e le idee di molti giovani artisti? Non è vero, semmai è vero il contrario, prendiamo ad esempio la mia opera Work Will Make You Free: essa è stata realizzata come “opera d’arte” e non come “oggetto che crea scalpore” ma ha fatto scalpore ed è stata criticata non come opera d’arte. Un riferimento classico, quando si parla di “opera che crea scalpore”, è la merda d’artista di Manzoni. Ecco, credo che se Manzoni fosse partito con l’obiettivo di far scalpore non sarebbe arrivato a costruire un’opera come quella, che invece conserva e rappresenta la ricerca di quel grande pensatore che è stato. Difficilmente trovi un’opera d’ar-

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X the base

Tree

Gli artisti sono portavoce della società, attraverso le opere cercano di raccontare il mondo che vivono: disagi, problemi, perplessità. Cosa si nasconde dietro i tuoi lavori? Provo a ribaltare la tua domanda. Gli artisti interrogano la società, attraverso le loro opere cercano di visualizzare il mondo che vivono: problemi, disagi, perplessità. Che cosa cercano di svelare i miei lavori? Più che dire che gli artisti siano “portavoce” della società direi piuttosto che essi parlano della società. Più che “affermativa” l’arte tende a essere “interrogativa”. Dietro i miei lavori non nascondo niente. Non sono un artista “Nascondista” come il grande Staccola-

Rhome

Cross the Mirror Rub Kandy è un artista che si occupa di street art da tanti anni, già da piccolo coltivava la passione dell’arte di strada con i suoi graffiti che nel tempo sono diventate opere d’arte ed evoluzioni dell’arte visiva. Guardando i lavori di questo artista sulla sua galleria Flickr (http://www.flickr.com/photos/flickrub/) quello che ci stupisce subito è l’assoluta eleganza e l’accuratezza dei suoi lavori oltre che il fattore umano che accompagna la semplice attività artistica. Infatti osservando le immagine si scopre una periferia diversa, un approccio alla rudezza dei muri romani con la sensibilità delle figure che ci girano attorno. I suoi lavori sono apprezzati a livello internazionale e sono una nuova evoluzione della semplice “graffiti art”. Le sua “Anamorfosi” sono delle distorsioni prospettiche che, per essere colte, richiedono un’osservazione da un preciso punto. Il lavoro e l’arte di Rub Kandy non è semplicemente un’opera da ammirare in una galleria, rispecchia in sé la durezza della società ed il suo posto è quello della strada. L’ho incontrato a Potenza in un bar e tra un’aperitivo e l’altro abbiamo parlato di arte società e libertà. Per motivi di spazio l’intervista e l’articolo originali sono stati tagliati. Per chi volesse leggere l’intervista completa e scoprire cosa è successo realmente il 25 aprile nel quartiere Pigneto a Roma (vicenda che per giorni è stata sventolata da tutti i telegiornali e giornali nazionali) può andare a visitare il mio blog (www.adrewsurvivalkit.blogspot.com).

Lo specchio, nella sua semplicità, rappresenta l’impenetrabilità dell’immagine, fin da bambini, poggiando le mani sullo specchio, abbiamo imparato che non tutto quello che si vede può essere toccato. lo specchio è una vecchia conoscenza che non smette mai di incuriosirci. In un’opera ho associato l’effetto specchio (mirror) al disegno di una croce (cross) e ne è venuta fuori Cross the Mirror. Sul set ho disegnato solo metà della croce affidando allo specchio il compito di restituirla intera. Al centro della croce ho posizionato una figura che indossa dei guantoni da boxe: sta in croce, ma ha i piedi ben poggiati per terra, é letteralmente crossover. In RHOME, si riconosce una casa bianca dipinta ed un ragazzino con una felpa con su scritto Roma. Di che si tratta? Quella l’ho scattata nel campo Rom di via Candoni, a Roma. Non è stato un lavoro semplice: dovendo dipingere sul campo da calcio ho dovuto fare una lunga trattativa con i bambini che giustamente volevano il campo libero per giocare a pallone, per di più era una bella domenica di gennaio e dunque non erano a scuola ma tutti a giocare, una marea di ragazzini caotici. Quando hanno visto la pittura per fortuna hanno iniziato a interessarsi al lavoro e hanno preteso di partecipare alla pittura. Quando ero pronto a scattare è sbucato un ragazzino piccolissimo che fino a quel momento non si era ancora visto, capello biondo tinto, fare

Nella pagina precedente e sopra, alcuni lavori dell’artista Rub Kandy

te in un museo solo perché essa ha fatto scalpore, semmai è il contrario. Quando poi l’opera è per strada, apriti cielo! Da Potenza a Roma. Un viaggio lungo anni con una sola passione, quella dell’arte. Cosa ti manca e cosa ti resta ancora da fare? Mi manca l’emozione che provai quando vidi per la prima volta passare un treno con sopra un mio graffito: ero il re del mondo, se domani mi chiamassero per dirmi che devo portare un pezzo in Biennale non proverei quello che provai allora. Mi mancano gli anni in cui ero più piccolo e facevo i miei lavori senza pensare a tutte queste chiacchiere che facciamo oggi, avevo un gruppo di amici, erano il mio pubblico, facevo i miei graffiti per loro, manco li fotografavo tanto ero sicuro che esistevano. Ecco, un po’ mi manca quella freschezza. Ma ho un sacco di cose da fare, sono poco capace di organizzare lavori che mi impegnino per più di un mese, invece avrei bisogno di fare proprio quello, qualche progetto più lungo, meno sintetico e più narrativo. Vorrei essere capace di dedicarmi a una cosa per un anno intero senza cambiare mille volte idea. Invidio quelli che cominciano a fare un film sapendo che lo finiranno fra due anni. Andreina Serena Romano

Brek Magazine n°18  

Freepress lucano bimestrale. Tema: La libertà

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