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editoriale

A

di Sergio Brancato

pocalypse Now è oggi universalmente considerato un capolavoro del Novecento, e ciò ha qualcosa di miracoloso. Eleonor Coppola realizzò un libro (Appunti - Dietro la cinepresa di Apocalypse Now) e uno straordinario documentario (Viaggio all’inferno) per raccontare le enormi avversità affrontate dal marito Francis Ford Coppola durante le riprese del film. Il progetto rischiò di naufragare in più di un’occasione. Attori come Steve McQueen, Al Pacino, Jack Nicholson e Robert Redford rifiutarono il ruolo di Willard, che andò così a Martin Sheen, il quale ebbe un infarto sul set. Dal canto suo, Marlon Brando dapprima faticò ad accettare, poi si presentò nei luoghi delle riprese in evidente stato di sovrappeso, e di fatto rifiutò di imparare a memoria il copione per interpretare il leggendario ruolo del Colonnello Kurtz. La lavorazione nelle Filippine durò molto più a lungo del previsto, le intemperie distrussero costosissime scenografie provocando grandi difficoltà di budget e, come se non bastasse, lo stesso Coppola si trovò a dover sbrogliare un’inestricabile matassa di senso in sede di montaggio. Dal punto di vista produttivo, insomma, parliamo di un film che a rigor di logica non avrebbe dovuto trovare cittadinanza nella storia del grande cinema. Eppure il monologo sull’orrore recitato da Brando (l’orrore… l’orrore…) e le musiche dei Doors che riecheggiano durante le azioni di battaglia vietnamite restano scolpiti nell’immaginario di un’intera generazione. Perché stiamo parlando di Apocalypse Now ? Il compito che Brand Care magazine si è dato per questo numero è senz’altro ostico: parlare di comunità creative, soprattutto in una fase culturale in cui tanto il concetto di comunità quanto quello di creatività si trovano nel bel mezzo di un processo

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Brand Care magazine 009  

Creative communities, food blogging, writers, open source, creative commons, open data... Governare ciò che apparentemente è ingovernabile....

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