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tecnologie e web

Identità del linguaggio audiovisivo

A

di Piero Costantini

nno 2010: la tv (ebbene sì, anche quella italiana) sta passando all’alta definizione. 1.658.880 pixel in più per ogni fotogramma visto. Roba da far tremare i polsi. L’audio diventa multicanale, guardando le partite di calcio sembra di essere allo stadio. Anche meglio. Finalmente anche noi stiamo entrando nel nuovo millennio! Un’era fatta di dettagli scolpiti sui pannelli LCD, di sistemi di ripresa digitali sempre più sofisticati e di una totale immersione nelle nostre storie preferite. Da Lost alla Serie A di calcio tutto ora è in alta definizione, persino alcuni canali di mamma Rai. Strabiliante. Eppure, pur essendo io un fan scatenato dell’HD, qualcosa non mi torna. Difatti, veleggiando fra social network e portali di broadcasting, noto che i video più cliccati non sono quelli dalla qualità strabiliante, quelli dai miliardi di pixel ma bensì quelli fatti col telefonino o con un vecchio betacam SP e, piano piano, un sospetto si insinua dentro di me: ma alla gente, alla citatissima massaia componente massima dell’audience massmediatica, gliene fregherà qualcosa di questi maledetti 1.658.880 pixel in più? Forse il discorso va preso a monte, partendo da ciò che i dirigenti delle reti (in questo caso televisive, del web parliamo dopo) descrivono come “il gusto della gente” oppure “ciò che il pubblico vuole vedere”. Oh oh! Quante volte mi sono sentito dire dalle teste calde di Rai e Mediaset che “la gente vuole sentirsi rassicurata” oppure che “dopo il telegiornale non possiamo programmare cose inquietanti” (come se Lost, ad esempio, fosse inquietante). E a causa di questo

Brand Care magazine 006  

iDentity – consumi, media, lavoro, reputation, narrazioni. La "cover story" di Brand Care magazine 006 riguarda il tema dell'identità. I b...

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