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La preghiera La Chiesa e il Coro Il cuore del Monastero è la Chiesa e particolarmente il Coro monastico, situato nell’abside, dove sono collocati gli stalli. Esso è il luogo di incontro della monaca con Dio, soprattutto nella celebrazione (in canto gregoriano) dell’Eucaristia e di tutto l’Opus Dei, come S. Benedetto chiama le Vigilie e la Liturgia delle Ore. Nelle lunghe ore che la monaca trascorre in Coro, ella con fede viva si pone alla presenza di Dio e, costituendo con tutte le sorelle come un unico corpo vivente, anche a nome dei fratelli che sono nel mondo, offre a Dio la sua lode, la sua adorazione, il suo ringraziamento, la sua supplica, divenendo così voce dell’universo, da quello inanimato all’umanità intera. Ella ha anche coscienza di essere alla presenza degli angeli, che la S. Scrittura ci presenta sempre in atteggiamento di lode e di adorazione: sa di compiere il loro stesso ufficio! Ed esce da questo incontro prolungato con il Signore non per cambiare occupazione, ma per avvolgere in un’atmosfera di preghiera tutte le azioni della giornata.

L'altare della Chiesa e le monache in preghiera

La Cappella Anche la Cappella interna, che custodisce il SS.mo Sacramento, ha un posto privilegiato nel Monastero e nel cuore di ogni monaca. È il luogo dove abita l’Ospite divino presente sotto le sacre specie e dove ognuna può effondere la sua preghiera tutta spontanea. S. Benedetto non dà ai suoi figli un metodo di preghiera perché sa che in questo campo si deve lasciare un dominio assoluto allo Spirito Santo, ma raccomanda la riverenza come atteggiamento fondamentale dell’anima nel suo contatto con Dio.

La cappella del monastero

Come da un fuoco quieto e ardente si sprigiona ogni tanto una fiamma vivida e luminosa, così dalla salmodia, dalla lettura della parola divina scaturisce, fervida e pura, la preghiera. Si tratta di momenti di silenzio interiore e di intimo contatto con Dio, che costituiscono l’anticipazione del silenzio del cielo, dell’unione piena di cui godremo nell’altra vita.

La Lectio Divina Un’impronta particolare alla vita monastica è data dalla “lectio divina”, che occupa anch’essa un tempo notevole della giornata della monaca. Essa consiste soprattutto nell’accostarsi riverente a un testo della Scrittura, dei Padri e di altri autori sacri, con una lettura lenta che abbia già sapore di preghiera.

Le monache in preghiera nel Coro

La mente è impegnata a soffermarsi per scrutare profondamente la verità che viene proposta, assimilandola nella meditazione con l’ansia di trovarvi Dio per lanciarsi poi in preghiera incontro a Lui.

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Il Lavoro Il lavoro come ascesi

Il lavoro nella Regola di S. Benedetto

L’Opus Dei, la lectio divina e il lavoro sono veramente i pilastri della vita monastica, tutti ugualmente necessari se non si vuole creare uno squilibrio molto dannoso nella vita della singola monaca e della Comunità.

La Regola esige quindi un lavoro serio, prolungato, che impegni a fondo e non sia solo un passatempo o un diversivo. Una buona monaca ama lavorare senza scegliere troppo, né preoccuparsi di cosa le chieda di fare la sua Comunità. Cerca di fare bene il suo compito, qualunque esso sia, e così può integrarsi con le sue sorelle e con loro realizzare cose grandi e belle.

Alla natura umana infatti non è possibile rimanere tesa in uno sforzo ininterrotto di preghiera e nemmeno si può eccedere nell’impegno intellettuale imposto dalla lectio divina: è quindi necessaria una sufficiente distensione che non deve però equivalere all’ozio che è nemico dell’anima e favorisce lo sviluppo dei vizi. È perciò necessario impegnare saggiamente le energie fisiche nel lavoro, concepito come il canto delle opere che glorificano Dio. Già i padri del deserto ritenevano il lavoro manuale un elemento necessario alla loro ascesi, al loro progresso nella vita di unione con Dio. S. Benedetto poi ha il merito di aver rivelato tutta la dignità e la bellezza del lavoro a una società che lo considerava solo degno degli schiavi.

Inoltre la forma più vera e più evangelica della povertà monastica è proprio il rapporto tra vita e lavoro, la reale necessità di lavorare per poter provvedere alla propria sussistenza. Nella sua Regola S. Benedetto dice espressamente: Sono veri monaci quando vivono del lavoro delle loro mani, come i nostri padri e gli apostoli. Il lavoro è poi un insostituibile atto di giustizia verso l’umanità, che sente spesso penosamente l’assillo del guadagnarsi la vita. La monaca non può sentirsi estranea a questo tormento, ma deve essere solidale e portare la sua porzione di peso come ognuno dei suoi fratelli e compiere con amore e generosità la stessa fatica che altri forse compiono con amarezza e con la ribellione in cuore.

Tre momenti di lavoro delle monache: nell'orto, al ricamo e al restauro libri

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Gli spazi del monastero Il Chiostro Da un lato chiostro si può considerare come sinonimo di Monastero, il complesso cioè degli edifici monastici delimitati da una cinta, ma più specificamente è inteso come il cortile porticato che si chiude come un anello sulla chiesa monastica e a cui solitamente si affacciano i più importanti luoghi cosiddetti “regolari”: capitolo, refettorio, cucina, biblioteca. Il chiostro, che la monaca attraversa, raccolta in silenziosa preghiera, molte volte nella giornata, può essere anche luogo per la “lectio divina” e comunque richiama il valore della stabilità nella vita monastica, nel servizio di Dio, in una cornice di pace e di bellezza e di armonia.

Il chiostro

Il refettorio

La Sala di Comunità

Il Refettorio

Se l’aula capitolare è il luogo in cui si riunisce la Comunità per gli atti più importanti, la Sala di Comunità è lo spazio in cui le monache si riuniscono ogni giorno per un incontro più familiare, ma non meno necessario. È il momento, dopo una giornata trascorsa nel silenzio e nel raccoglimento, in cui esse possono intrattenersi per sollevare lo spirito e rinsaldare i vincoli fraterni.

Il Refettorio è un’ampia sala in cui, lungo le pareti, sono disposti, a ferro di cavallo, grandi tavoli sui quali le monache, con al centro l’Abbadessa, prendono i pasti. Si tratta di un luogo che ha una sacralità che richiama quella del Coro. La refezione avviene infatti in un clima di silenzio e di ordine, mentre si ascolta la voce di una lettrice, in modo da nutrire sia il corpo che lo spirito. La monaca non ha esigenze particolari per il vitto: prende con riconoscenza quello che il Signore le offre attraverso la sollecitudine della Comunità e se qualcosa andrebbe meno bene per i suoi gusti, la considera come una possibilità di esercitare un’ascesi nascosta agli occhi di tutti.

C’è chi ha il dono di saper far sorridere le Consorelle con qualche racconto o battuta; c’è chi sa attirare l’attenzione su qualche avvenimento o fatto che porta alla riflessione e a un più profonda presa di coscienza; c’è soprattutto la Madre che dà le notizie, apprese dai giornali, di quello che accade nel mondo per farne oggetto di preghiera. A volte si tratta di partecipare spiritualmente a qualche avvenimento ecclesiale, a volte di ringraziare per qualche buona notizia, ma più spesso di pregare per qualche fatto luttuoso o qualche catastrofe naturale o qualche nuovo timore di guerra e violenza. Anche senza conoscere tanti dettagli, si sa sempre quanto basta per sentirsi impegnate in prima linea con la preghiera, la penitenza e l’offerta della vita.

Pur nella sua semplicità il refettorio presenta un’austera bellezza e un’armonia, con una nota particolare a seconda dei tempi e delle feste liturgiche. A Natale, ad esempio, ha un aspetto suggestivo: al centro un presepe dominato da una bella statua di Gesù Bambino; tutto l’ambiente è poi illuminato da tante candeline che creano un’atmosfera mistica. Nelle solennità maggiori è ornato dai tanti fiori dell’ampio giardino monastico, mentre in Quaresima prevale il tono di austerità corrispondente alla liturgia che si celebra in tale periodo. Così il Venerdì e il Sabato Santo i tavoli sono senza tovaglia, come l’altare in chiesa.

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Gli spazi del monastero La Biblioteca L’antica sapienza monastica ha coniato un proverbio molto significativo che mette bene in risalto l’utilità della biblioteca e il suo prezioso contributo nella vita quotidiana: Un Monastero senza biblioteca è come una fortezza senza armi. Ciò si capisce bene se si pensa all’importanza della “lectio divina” per la vita monastica, e la “lectio” richiede libri adatti a disposizione delle monache. I libri sono per loro un mezzo prezioso per condurre avanti il loro incessante lavoro di cercatrici di Dio, impegnate a sradicare dal loro cuore i vizi e a coltivare la virtù. Infatti la Parola di Dio, approfondita nella lectio, illumina e arricchisce la loro mente e le sprona ad essere generose nel togliere gli ostacoli alla grazia e a puntare decisamente alla meta, all’unione con Dio. La biblioteca del monastero

Le Celle La tradizione monastica, con il passare dei secoli, ha mutato il dormitorio, previsto da S. Benedetto, in singole celle. La cella è certo il luogo del riposo della monaca, ma è ancor più un luogo santo, il piccolo santuario dove ella sperimenta fortemente il silenzio e dove spesso ha luogo un suo intimo incontro con Dio. Nella cella è facile trasformare anche il sonno in preghiera; in essa la monaca, come chiede S. Benedetto, è sempre pronta, non solo alla chiamata della sveglia (quando ancora è notte fonda) per la celebrazione delle vigilie, ma anche e soprattutto a un’attenzione intima al Signore che viene e alla sua voce che invita.

La semplicità di una cella

Le celle monastiche sono arredate uniformemente, contengono solo l’essenziale, ciò che è veramente necessario alla monaca. Con l’ordine e la pulizia che le caratterizza devono essere uno specchio dell’equilibrio e della bellezza dell’anima di chi la abita.

Il Capitolo La sala capitolare è un luogo particolarmente importante nella vita della Comunità monastica. È l’ambiente in cui l’Abbadessa rivolge ufficialmente la sua parola formativa di Madre e di Maestra alla Comunità ivi riunita; è il luogo in cui le monache ricevono la grazia di una particolare purificazione, durante il “capitolo delle colpe”, che le aiuta a camminare con più alacrità nel cammino incontro al Signore e a conservare ed arricchire il tesoro della carità fraterna. È anche il luogo in cui si prendono le decisioni più importanti riguardanti la vita della Comunità: elezione dell’Abbadessa, votazioni per ammettere le postulanti al Noviziato, le novizie alla Professione, le professe temporanee alla Professione solenne e per decidere tutte le questioni importanti previste dal Codice di Diritto Canonico. Nell’aula capitolare avviene anche il rito dell’ammissione di una postulante al Noviziato, con la consegna dell’abito monastico, da parte dell’Abbadessa e alla presenza di tutta la Comunità.

Le monache riunite in Capitolo

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La Comunità Monastica La Madre Abbadessa

Il Noviziato

Nella concezione monastica di S. Benedetto la figura dell’Abate – e in un Monastero femminile dell’Abbadessa – è di fondamentale e primaria importanza, è veramente il pilastro portante del Monastero: ella tiene le veci di Cristo, è Madre della Comunità e di ogni singola monaca.

Il Noviziato è l’ala del Monastero dove le postulanti, le novizie e le professe temporanee, esclusi gli atti comuni e le ore di lavoro, vivono le loro giornate sotto la guida della maestra delle novizie.

È pietra angolare, principio di vita che comunica alle figlie con l’esempio, l’insegnamento e la preghiera; a lei spetta infatti il compito di trasmettere la vita e poi di alimentarla e guidarla alla pienezza della sua espansione. L’Abbadessa imprime al suo Monastero una particolare fisionomia, determinando così certe caratteristiche che lo distinguono da ogni altro.

Nello stesso tempo con il termine di “noviziato” si può considerare il periodo di formazione delle monache, scandito da tappe successive: postulato, noviziato canonico, professione temporanea. S. Benedetto chiede che sia loro affidato un “anziano” che abbia il dono di conquistare le anime, che veda se la novizia cerca veramente Dio, se è fervorosa per l’Ufficio divino, per l’obbedienza e se sa superare le difficoltà, e le prospetti la fatica e l’asprezza della strada che conduce a Dio.

Nella Comunità l’Abbadessa non deve essere solo la superiora che si sforza di mantenere la disciplina, ma deve essere soprattutto una Madre. S. Benedetto le chiede di dare tutta se stessa, sforzandosi perfino di accrescere, con l’aiuto di Dio, quella che sembra la reale misura delle sue possibilità.

Sono parole forti, ma S. Benedetto è consapevole che chiedere di abitare nella casa di Dio è una cosa molto seria e ancor più serio è vivervi stabilmente. Egli non vuole illudere nessuno, ma vuole essere chiaro e sincero.

In Monastero ella tiene le veci di Cristo: è una questione di fede, non di ragionamento o di sentimento. Le monache sono entrate in Monastero non per seguire ed obbedire a una creatura, ma per mettersi al servizio di Dio e obbedire a Lui.

La maestra delle novizie (cioè questo anziano), insieme alle monache che collaborano con lei, e sotto la guida dell’Abbadessa, deve discernere e verificare la vocazione delle novizie, iniziandole gradatamente a una vita monastica seria. Tutta la Comunità però deve sentire il dovere di cooperare alla formazione delle novizie con l’esempio della vita e con la preghiera. La postulante è una persona che ha deciso di entrare in Monastero e sa che tale decisione comporta un esodo: lasciare la propria famiglia e il proprio ambiente per entrare in un altro ambito vitale completamente diverso. Ciò richiede un adeguamento graduale. La postulante deve “scoprire” il luogo in cui vive: una Comunità con una Regola, una tradizione, un’Abbadessa. La Maestra ha il compito importantissimo di aiutare la postulante a vivere in modo consapevole questo momento di “passaggio” che è fondamentale per la nascita della creatura nuova. La postulante dovrà essere iniziata a una lettura sapienziale della S. Scrittura; inoltre la Regola di S. Benedetto dovrà essere fatta conoscere soprattutto da un punto di vista esistenziale, come norma fondamentale per la propria vita. Anche le tappe successive della formazione sono un tempo di crescita e di maturazione sotto la guida di una Maestra: crescita nella conoscenza di se stessi, crescita nei rapporti fraterni, crescita soprattutto nella relazione personale con Dio, per poter poi discernere con serenità e serietà se ci si potrà impegnare definitivamente con i voti di stabilità, conversione dei costumi (che comprende povertà e castità) e obbedienza.

La statua di San Benedetto nella Chiesa del Monastero

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Gli Ospiti I parlatori I parlatori sono gli ambienti in cui si ricevono le persone che accostano la Comunità monastica. Secondo le norme giuridiche che riguardano i Monasteri di clausura, essi devono avere un elemento di separazione, ad esempio un tavolo fisso o una grata, tra la monaca e le persone in visita. Ai parlatori possono accedere sia i parenti delle monache – con una frequenza determinata dalle norme della Comunità – sia altre persone che desiderano salutare o accostare per qualche motivo le monache, normalmente la Madre o una monaca da lei incaricata. Coloro che chiedono di parlare con qualche monaca a volte desiderano semplicemente esprimere la loro ammirazione per il complesso del Monastero, per la bellezza della liturgia monastica a cui hanno partecipato, oppure sentimenti di amicizia e venerazione, ma la maggior parte delle volte il motivo che li spinge a questo passo è il bisogno di affidare qualche grave intenzione che pesa sul loro cuore alla preghiera delle monache. Il parlatorio

La Foresteria La foresteria è un edificio staccato ma non lontano dall’edificio del Monastero in cui vengono accolti gli ospiti, singole persone o piccoli gruppi, che desiderano trascorrere qualche giorno di preghiera e di ritiro spirituale in un’atmosfera di silenzio e di pace, partecipando alle celebrazioni liturgiche della Comunità monastica.

Anche quando le singole monache non conoscono le particolari intenzioni loro affidate, esse si sentono sempre impegnate a pregare e a offrire la loro vita per queste stesse intenzioni e in generale per tutti coloro che sono nel dolore e nelle più gravi preoccupazioni.

La foresteria accoglie anche eventuali parenti delle monache che, abitando molto lontano, hanno bisogno di essere ospitati presso il Monastero. Anche nell’arredamento delle camere e dei vari ambienti, la foresteria presenta un quadro di austera bellezza, di ordine e armonia, che rispecchia quello del Monastero, e deve aiutare gli ospiti a trascorrere giorni di serena e seria riflessione e insieme di distensione.

Una camera della foresteria

La tavola apparecchiata nel refettorio degli ospiti

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