Issuu on Google+

EXODUS SEDE DI CASSINO Via San Domenico Vertelle, 23 Tel. e Fax 0776 311788 www.exodus.it cassino@exodus.it

#04

DIC2013

Cosa succede quando esci dalla comunità «Sono un piccolo imprenditore e avrei la possibilità di assumere un ex tossicodipendente, ma non riesco a decidere. Voi, al mio posto, cosa fareste?» Questa è la domanda che la redazione ha deciso di caricare su Yahoo Answers, per provare a ricevere una risposta sincera sul tema del reinserimento. Ma cosa vuol dire reinserirsi nella società? Vuol dire portare la propria storia, quello che è successo, quello di cui si ha paura, quello che si spera possa accadere e quello che si pensa, invece, che accadrà, in una società da cui ci si è dovuti allontanare per un po’. Vuol dire fare i conti, ancora una volta, con la propria storia, e così come avrete senz’altro capito leggendo la domanda che abbiamo lanciato in rete, anche con chi si intreccerà in futuro con quest’ultima. Una volta usciti dalla comunità, quindi, ecco il confronto con le proprie famiglie, con il mondo del lavoro, con le paure e le speranze. Tra la decina di risposte che abbiamo ricevuto alcune sono molto dure, altre particolarmente speranzose e non abbiamo motivo di dubitare della since-

rità né delle une e né delle altre. Qualcuno risponde scrivendo che nella sua vita lavorativa non ha mai incontrato un collega ex tossicodipendente, ma che ha ugualmente incontrato pessimi lavoratori. C’è chi è fermamente convinto che non si debba dare una seconda possibilità a chi ha sbagliato e chi invece esorta il nostro “piccolo imprenditore” a pensarci seriamente, a prendere in considerazione l’idea di assumere questo ex tossicodipendente per un periodo di prova e poi valutare, “Magari gli cambi la vita e gli dai la possibilità di ripartire da zero” scrive. Gli articoli, le interviste e le testimonianze che seguono, tracciano un percorso fatto di strade diverse. Quella di Paco, che scrive “Penso solo a quel poco di equilibrio che possa permetterti di vivere senza sostanze. Godere la gioia della vita così come ti viene” o quella di Giovanni, che scrive “Una volta uscito dalla comunità sono consapevole che non sarà facile trovare lavoro”, o ancora Federica “Certo non potrei mai scrivere sul mio curriculum “ex tossicodipendente”, quali chance potrei mai avere?”. E tutte queste storie

seguici su timu.it

www.ahref.eu bottegaexodusahref@gmail.com aprono spiragli di discussione, possibilità di approfondimento. Ci piacerebbe avere anche le vostre risposte. Ci piacerebbe, attraverso gli strumenti che utilizziamo nella nostra bottega, i social media e le nostre pagine web discutere con voi dell’argomento. Ci piacerebbe ricevere altri spunti di riflessione per analizzare e scrivere ancora. E magari rimettere in discussione pregiudizi, falsità e pensieri banali. Prima però leggete questo numero del nostro giornale, perché ogni intervento illumina un aspetto della difficile lotta che un ex tossicodipedente deve intraprendere per cancellare quel marchio, e soprattutto per sconfiggere la paura. “E noi una volta usciti dalla comunità come dovremmo comportarci? Dovremmo dire chiaramente di essere stati tossicodipendenti o è meglio fare finta di niente? Neanche a questo so dare una risposta, ma posso dire che ho paura. Ho paura di rimanere marchiata a vita, ho paura di portare questa “lettera scarlatta” anche se non userò più la sostanza, anche quando saprò di aver fatto il mio dovere.” Alessio Strazzullo


2

Morale, pregiudizio e politica

The day after

Abbiamo un problema, in un paese pieno di problemi

L

’Italia, “un paese di Santi, poeti e navigatori”. L’Italia è anche il paese che ospita la Città del Vaticano e quindi il Papa. A prescindere dall’aspetto religioso, dall’educazione e dalla morale cattolica, tanti italiani sono attivi nel volontariato, nell’associazionismo e in generale si danno da fare per il prossimo. Il nostro è un paese di brava gente! Poi, quando si parla di tossicodipendenza e non si è direttamente coinvolti vengono innalzate delle mura impenetrabili. La morale ed il pregiudizio anche quando pervadono la persona più benintenzionata influenzano negativamente la sua opinione e di conseguenza il suo comportamento. Anche l’ignoranza gioca un ruolo determinante. Come già accennato quando la tossicodipendenza non colpisce direttamente noi, i nostri cari e/o i nostri affetti non solo non raccogliamo informazioni per farci un’idea sull’argomento ma, quasi sempre, proviamo disinteresse, diffidenza e riluttanza nell’agire in maniera propositiva ed altruistica.

Spesso dimentichiamo che la nostra felicità dipende dalla felicità altrui! Il contesto sociale e il periodo storico, con la crisi economica galoppante, apparentemente ingravescente ed inarrestabile, fanno il resto. Il tossicodipendente oltre a dover dominare il suo impulso autodistruttivo, ammesso che ci riesca, si trova a dover affrontare altre problematiche che lo portano, da una parte a sentirsi meno solo, ma, dall’altra lo scoraggiano a dare il meglio di sé: la disoccupazione, l’impossibilità di programmare e pianificare il futuro. Terminato il programma terapeutico in comunità, infatti, una volta fuori, trova terra bruciata intorno a sé. La politica, l’arte massima per i greci, oggi, è incapace a dare risposte concrete soprattutto ai giovani. Invece di essere permeata da etica, morale e buon senso è diventata sinonimo perfetto di economia e per la stessa economia, è risaputo, conta solo la massimizzazione del profitto attraverso il perseguimento di efficienza ed efficacia.

3

Bugie, accuse, paure e speranze

Per non parlare della moneta che da mezzo si è trasformata in fine; quindi, l’obiettivo di ogni individuo è quello di arraffare ed arricchirsi anche sulle spalle del prossimo e la persona che ha meno possibilità di riscatto è sempre il “povero cristo” che non dispone delle risorse economiche necessarie per ripartire e redimersi. La politica dovrebbe ritrovare la sua vocazione essenziale: la solidarietà. La democrazia, nell’accezione moderna del termine, dovrebbe essere prima che governo in nome di una maggioranza contingente tutela delle minoranze e degli emarginati. G.S.

R

einserimento? Mmm argomento spinoso! Il Reinserimento è la quarta e ultima fase che fa parte del programma di recupero di questa comunità e posso dire che è anche una delle più difficili, perché è in questo momento che si affronta il mondo esterno e ci si rimette in gioco. Purtroppo non è una cosa facile, né per noi, né per le persone che avremo intorno. Da sempre la tossicodipendenza è vista come qualcosa di estremamente negativo: i tossici sono associati al degrado, alla criminalità, alla prostituzione e chi più ne ha più ne metta e soprattutto ci sono un sacco di pregiudizi sugli eroinomani che, nell’immaginario collettivo, sono delle persone abiette e miserabili, pronte a far di tutto pur di procurarsi una dose. È vero, esistono dei tossicodipendenti che si comportano in questo modo, non lo nego, conosco perso-

ne che hanno perso tutto: la dignità, la casa, la famiglia, ma quanti altri ne conosco che sembrano persone “normali”, che non hanno mai rubato o commesso crimini per la droga? Io sono una di queste: non ho mai rubato, non ho mai fatto rapine e non mi sono mai prostituita nemmeno quando ero in astinenza. Purtroppo, però, ogni volta che ho detto a qualcuno di essere tossicodipendente, mi accorgevo della loro improvvisa trasformazione, non ero più la persona affidabile di prima, ma in un secondo ai loro occhi diventavo qualcuno da cui dovevano guardarsi le spalle. Sono stata accusata di aver rubato cose e soldi che mai mi sarei sognata di toccare; se qualcosa spariva, la colpa era la mia e anche se dopo veniva ritrovata perché dimenticata da qualche parte, nessuno si scusava con me, perché era legittimo pensare che fossi stata io. Ho sofferto mol-

to per questo e ancora oggi ci soffro perché, perlomeno al mio paese, la situazione non è cambiata molto. Anche la mia famiglia e il mio ragazzo prendono con le pinze tutto quello che dico, perché di bugie ne ho dette tante. Non voglio fare la vittima della situazione perché comprendo anche le loro perplessità, così mi metto anche nei panni di un eventuale datore di lavoro. Come fare a fidarsi di un ex tossicodipendente? È bene metterlo alla prova? È meglio non rischiare? È possibile dargli fiducia? A queste domande non so rispondere. E noi una volta usciti dalla comunità come dovremmo comportarci? Dovremmo dire chiaramente di essere stati tossicodipendenti o è meglio fare finta di niente? Neanche a questo so dare una risposta, ma posso dire che ho paura. Ho paura di rimanere marchiata a vita, ho paura di portare questa “lettera scarlatta” anche se non userò più la sostanza, anche quando saprò di aver fatto il mio dovere. Probabilmente questa paura sarà uno degli ostacoli più grandi da superare. Ma per ora non mi perdo d’animo, non mi fossilizzo sui pregiudizi che gli altri potrebbero avere nei miei confronti e soprattutto che ancora io ho verso me stessa. Serena A.


Una via d’uscita

4

A un passo dalla meta

Spesso la voglia di fare non è abbastanza

5

La storia di Sandro fuori dalla comunità

I

n quest’intervista abbiamo parlato con Sandro che sta attraversando proprio la fase del reinserimento. “Sono Sandro di Arpino, un paese nella provincia di Frosinone, ho 48 anni e da 26 mesi sono in comunità dopo un periodo passato in carcere”. Gli abbiamo chiesto di parlarci un po’ del suo passato e di come è arrivato qui in comunità. “Affronto questo programma perché ho avuto un passato di tossicodipendenza, sostanzialmente usavo cocaina ed eroina. È la mia

seconda esperienza in comunità perché durante la prima non finii il programma. Iniziai a far uso di sostanze in tarda età e dopo una prima esperienza in comunità ci sono ricascato. Con la mia famiglia in parte mi sono ricongiunto ed in parte ci sto lavorando; so di averli delusi, ma sono fiducioso”. Sandro ha già avuto occasione di confrontarsi con il mondo esterno e perciò vogliamo sapere che esperienze ha avuto. “Quando ritorno al mio paese problemi di pregiudizi non ne ho mai incontrati; la gente sembra

ricordare solo il buono che c’è in me. Dal punto di vista lavorativo ho avuto grandi soddisfazioni perché i datori di lavoro mi hanno dato grande fiducia in tutto e quindi questo ha rinforzato la mia autostima”. L’ultima domanda che gli poniamo è su come si sente nei confronti di quest’ultima fase. “Mi ritrovo a 48 anni con poche cose in mano ma con molta voglia di fare. Se avessi una stabilità economica e lavorativa probabilmente non starei fermo in comunità.” G.S.

Ho 20 anni e non ce l’ho scritto in faccia Perché dire sempre la verità?

H

o tentato di reinserirmi nella società e nel mondo del lavoro subito dopo aver smesso con la droga. Ma non avendo fatto nessun tipo di riabilitazione e giuste cure il mio aspetto fisico ne ha risentito e la prima fase di una forte depressione, dovuta proprio a questo distacco netto senza aiuto, la scarsa igiene personale e il poco appetito non mi hanno permesso di sfruttare alcuna possibilità. Come si può immaginare davanti a un datore di lavoro non davo una buona immagine di me stesso e non apparivo concentrato su quello di cui si stava parlando. Comunque dopo duemila curriculum e con molta fretta di ottenere un posto di lavoro, come se si trattasse di un atto di cortesia nei miei confronti non sono riuscito

a concludere nulla per un bel po’, ma, grazie alla mia perseveranza e all’aiuto di un amico sono riuscito ad avere un vero e primo colloquio di lavoro. Superato il primo ostacolo sono passato alla visita medica: lascio a voi immaginare. La fiducia in me stesso veniva a mancare giorno dopo giorno e rimpiangevo il tempo perso e le occasioni lavorative buttate al vento. In Italia, come sappiamo, esistono persone di serie A e persone di serie B: nessun ente pubblico era intenzionato ad aiutarmi nella sovvenzione per entrare in comunità. Preferivano chiudermi in una clinica psichiatrica e annullarmi con le loro medicine, mi avrebbero ridotto ad essere niente più che un numero e probabilmente avrebbero risparmiato qualche soldo. Ma sono stato fortunato e qualcuno ha

ascoltato il mio grido d’aiuto. Stando in comunità posso recuperare i miei anni di studio persi, per esempio, con dei programmi appositi. Quello che posso dire, in base alle mie idee, è che anche se una persona è un ex tossicodipendente avrà ciò che si merita in base a tutti i sacrifici che ha fatto e quello che vuole veramente riscattare dalla sua vita. Nonostante tutto credo che a tutti sia concessa una seconda opportunità e non vedo perché per noi non debba accadere. Certe persone, per ignoranza o perché non hanno mai affrontato questi problemi ci reputato la peggiore feccia del mondo. Non comprendono che questo è uno dei principali problemi del terzo millennio. Per me la droga equivale alla parola guerra. Holl Ank

H

o 20 anni e vivo in Italia. Al momento seguo questo programma in comunità e credo che ci siano per me le possibilità di creare una vita migliore. Una volta terminato il mio percorso dovrei ricominciare una vita come quella che un ragazzo della mia età dovrebbe avere. Certo, l’Italia è un paese fatto di ipocrisia e ignoranza ma questo, più che come un dato di fatto contro cui battere la testa deve essere preso come un ostacolo da superare per andare avanti. Non esigo di avere tutto e subito una volta fuori di qui, ma spero almeno di non avere troppi intoppi per ricominciare ad essere quel ragazzo di vent’anni con una vita libera e normale. Personalmente di danni ne ho fatti e di delusioni ne ho date, ma tutti hanno diritto ad una seconda chance ed io ho la fortuna di averla avuta subito. Sicura-

mente una percentuale della mia riuscita è inevitabilmente in possesso di colui che dovrebbe assumermi, e per questo personalmente opterei per la mimetizzazione prima di avere fiducia in quest’ultimo, quindi non gli parlerei di quello che mi è successo, almeno per un primo periodo. Credo sia utopico pensare che da adesso alla fine del mio percorso la gente cambi idea sulla questione della tossicodipendenza ma come spesso si dice “La speranza è l’ultima a morire”. In comunità cerco di imparare un mestiere e uno stile di vita che non avevo fuori: ho tante idee in testa per il futuro, in particolare un titolo di studio e una buona posizione sociale ed economica. Ripartire da zero non è un problema se si è convinti dei propri mezzi anzi ti da quella spinta in più per arrivare in maniera meritocratica al tuo obiettivo e a farti conoscere

per quello che sei e non per quello che eri. Paura del reinserimento non ne ho almeno per adesso poi chissà cosa mi dirà la testa una volta completato il percorso. Credo che avrò paura di non arrivare a dove ambisco, ma questo fa parte del gioco della vita e non ha a che fare necessariamente con il tuo passato. Fuori non ci sarà più la droga a colmare il vuoto e la mia forza si vedrà proprio nel superare le difficoltà senza smarrirmi di nuovo. Scrivo quest’articolo a tre mesi dall’inizio della comunità e spero che le cose vadano come le ho programmate anche se gli imprevisti sono sempre dietro l’angolo e sta solo a te affrontarli o scappare. Un giorno fuori di qua avrò un bagaglio personale che mi porterò dietro tutta la vita e che bene o male ha formato e formerà Christian. C. Z.


6

7

Tutte le strade portano a Roma

L’intervista

Il timore di prendere quella sbagliata

M

i chiamo Kevin, sono nato a Tivoli in provincia di Roma, ho ventisei anni. Sono un ragazzo cresciuto con la famiglia al completo e già questo mi fa sentire fortunato. I miei genitori lavorano, mia madre ha una lavanderia mentre mio padre sono quasi trent’anni che lavora per le ferrovie dello stato e per questo da quando sono nato ad oggi l’ho sempre visto due volte a settimana, il sabato e la domenica. Non ci ha mai fatto mancare nulla. Ho cominciato a lavorare facendo la gavetta in un negozio di parrucchiere. Lavorando e studiando contemporaneamente sono riuscito a prendere la licenza media. Dai diciotto ai ventisei anni mi sono esercitato nell’attività di parrucchiere con amici e conoscenti,

fino a diventare dipendente in un salone. In quegli anni a Roma conobbi persone che mi portarono a fare cazzate e così iniziai a vent’anni a tirare coca, fumare crack e soprattutto a venderla in diversi quartieri. Diventai un disastro. Non avevo più il controllo di me stesso, ed i miei genitori non sapevano più come comportarsi. Sono arrivato ad usare sostanze davanti a loro e mi è capitato di spacciare così tanto da non tornare a casa per interi giorni. Finalmente a ventisei anni ho deciso di entrare in comunità perché non potevo più continuare a vivere in quel modo. La situazione a casa era diventata insostenibile e mi accorsi del dispiacere negli occhi dei miei genitori e soprattutto del dolore che provava mia madre nel

Gianfranco: superare la paura di ripartire da zero vedere un figlio ridotto in quella maniera. Sono otto mesi che sto in comunità qui a Cassino. Mi trovo abbastanza bene anche se è difficile praticare una routine regolare dopo una vita senza regole e disciplina. Non ho molte speranze pensando a cosa c’è fuori. La vita fuori è sempre uguale, la droga è nelle strade e di lavoro per sperare in una vita migliore se ne trova sempre meno. Dopo la comunità mi basterebbe avere un attestato per aprirmi un’attività ed affrontare una nuova vita. Spero di avere una vita normale, una ragazza, gli amici, una famiglia. Eppure, anche se so che dipende da me, che sta a me non ricaderci, ho paura di trovare fuori la vita di prima, le piazze, le droghe. Kevin

Alcuni pensieri dei ragazzi di Exodus GIOVANNI: Parlando di reinserimento si può dire che ci sono diversi modi di affrontarlo una volta usciti da un percorso di recupero. La

soluzione migliore per molti di noi è quella di nascondere il proprio trascorso e non parlarne con un futuro datore di lavoro, questo perché il mondo esterno ha molti pregiudizi ed è pronto a giudicarti senza neanche darti l’opportunità di farti conoscere sia come persona che nel settore lavorativo. Altri preferiscono essere sinceri nonostante le risposte positive o negative, in modo che un domani non dovranno dare spiegazioni sul proprio vissuto e i propri sbagli. Per quanto mi riguarda, un domani uscito dalla comunità preferisco dire del mio percorso e dei miei sbagli fatti in passato così da provare a conquistare la fiducia di colui che mi vorrà dare una possibilità. Nella vita si sbaglia ma l’importante è crescere attraverso gli errori commessi e rendersi più forti. Una volta uscito dalla comunità sono consapevole che non sarà facile trovare lavoro e questo è dovuto alla realtà che ci circonda. Siamo davanti ad una situazione di crisi totale ma questo non mi fermerà perché la voglia di riprendermi la vita in mano è così forte da non farmi buttare la spugna davanti agli ostacoli.

PIER: Il reinserimento può sembrare una parola “complicata” ma io penso che dipenda molto dalla propria disponibilità e dalla voglia di riscatto. Queste due componenti con l’aggiunta di un po’ di fortuna portano ad avere più possibilità di riuscire a reinserirsi in una società che non ti rifiuta a priori ma che “pretende” solo un po’ di più e che comunque non può giudicarti per quello che eri ma per quello che fai. Finché tu prima cerchi scuse per non essere non chiedere agli altri di essere.

PACO: Incontro al tramonto un mio compagno di sventura, o di avventura, chi lo sa?

Chi ha sempre lavorato, chi viene dal carcere, chi ha la sua storia. Qui le difficoltà ci sono come nel mondo esterno, quello vero! Chiedo a lui: - Che farai se davvero riuscirai a cambiare quel poco la tua testa tanto da poter conquistare un pezzo di vita “normale”? - Che so – mi risponde – non riesco a pensarci. - Che ne pensi di un possibile reinserimento? - Un reinserimento dove? - chiedo ancora. - Anche fuori. - A me sembrano tutti matti. Chi sa cosa fare? Che vuol dire vivere una vita normale? Un lavoro? Una donna? Dei figli? - Non proprio, penso solo a quel poco di equilibrio che possa permetterti di vivere senza sostanze. Godere la gioia della vita così come ti viene. Poi guardiamo insieme il tramonto. - Sai a me è sempre piaciuto – gli dico – osservare la natura nella sua bellezza. Un’alba. Una nevicata nel bosco, il mare d’inverno, il cielo stellato nel deserto. Mi emoziona, mi fa stare bene. Non vedo l’ora di reinserirmi.

MANUEL: Spero che una volta uscito dalla comunità io possa cominciare a riprendere in mano la mia vita. Spero di riuscire a trovare un lavoro, di reinserirmi nella società. Spero di potermi sentire un ragazzo normale come tanti altri.

C

ome ti chiami? Sono Gianfranco, ho trentaquattro anni, sono nato a Bergamo e sono dodici anni che vivo in provincia di Frosinone. Mi sono trasferito perché volevo cambiare vita, credevo che cambiando città avrei risolto i miei problemi di droga e invece sono ricaduto poco dopo il trasferimento. Come hai capito che ti serviva una mano? Quando ho capito che ero arrivato al limite mi si sono poste davanti due scelte: o chiedevo aiuto, o la facevo finita. Ho teso la mia mano e mi hanno accolto in questa casa. La mia fortuna è che è stata una cosa immediata, perché come si dice “ero arrivato alla frutta”. Da quanto tempo sei in comunità? Sono qui da nove mesi. Ambientarmi è stato difficile, perché era tutta gente nuova e io, da cocainomane, avevo molti pregiudizi sugli eroi-

nomani. Per me chi usava cocaina era normale, mentre gli eroinomani erano i “veri tossici”. Poi a mano a mano mi sono fatto conoscere e sono andato avanti e adesso ho molte responsabilità, non dico di essere qualcuno, ma questa cosa mi dà più forza, più motivazioni ad andare avanti, mi dà più voglia di dare una mano ai nuovi arrivati. Adesso ho capito che siamo tutti uguali. Credi che il programma ti abbia cambiato davvero o pensi sia solo un cambiamento momentaneo? Credo che il programma serva a qualcosa. A me ha aiutato a capire come controllare la rabbia, e in effetti, questo era uno dei miei obiettivi. Quando sono andato in verifica, fuori, le persone mi hanno accolto a braccia aperte, io invece ero convinto che venendo dalla comunità, prevalesse il pregiudizio e la gente mi parlasse alle spalle.

Anche se c’è ancora qualcuno che non sa niente o comunque fa finta di non sapere. A queste persone ho continuato a far credere di essere stato fuori per lavoro, insomma una bugia a fin di bene. Cosa speri che accada una volta uscito dalla comunità? Non sarà semplice, soprattutto per il lavoro perché c’è molta crisi. Sarà difficile continuare a lavorare dopo uno “stop” come questo, ma io non ho paura, ora ho gli strumenti per affrontare le difficoltà. Non ho paura di essere giudicato, non m’interessa questo, perché la gente mi conosce e sa che persona sono, come sono qui dentro sono anche fuori. Dovrò ripartire da zero, perché non ho niente, però ho tanta voglia di fare, e questo mi da la forza di andare avanti, butterò tutte le cose vecchie alle spalle e inizierò da capo. Christian Z.


8

Come una corsa ad ostacoli Questa volta non posso scappare

A

bbiamo intervistato Luca, uno dei ragazzi della comunità Exodus di Cassino, sul tema del Reinserimento. Luca preferisce non dire il suo vero nome, perché non vuole avere problemi quando tornerà a lavorare. Ha poco più di trent’anni ed è nato a Benevento: “Ormai vivo a Napoli da ventuno anni e la mia vita è stata un susseguirsi di vicende che mi hanno portato a chiudermi molto in me stesso e ad essere molto timido e taciturno”. Luca ha avuto un’infanzia difficile perché i suoi genitori naturali abusavano abitualmente di alcol e non lavoravano, perciò, già dall’età di sette anni ha iniziato a lavorare per portare un po’ di soldi a casa. Quando ci parla della sua infanzia si intravede nei suoi occhi un profondo senso di rabbia: “Io e i miei quattro fratelli venivamo picchiati spesso se tornavamo a casa senza soldi; ricordo che andavamo a raccogliere il tabacco nelle piantagioni oppure a vendere le scarpe al mercato”. Ascoltando queste parole mi viene spontaneo chiedergli se qualcuno a lui vicino si fosse mai accorto di questa situazione. Luca fa una lunga pausa di silenzio e guardando a terra mi risponde: “Tutti sapevano quello che succedeva in casa mia e

la gente del paese denunciò la mia situazione familiare alle autorità, ma ci sono voluti anni prima che qualcuno facesse qualcosa”. Mi spiega che non andava nemmeno a scuola e per questo veniva allontanato dagli altri bambini. Dall’età di dieci anni gira tra famiglie e collegi, fino ad arrivare ad una famiglia che lo ha accolto con amore. Gli chiedo quando ha iniziato a far uso di sostanze, mi dice che ha cominciato con le prime canne a quattordici anni per poi passare alla cocaina. Aggiunge che in quel periodo ha iniziato a frequentare gente non affidabile perché si sentiva molto simile a loro e con le quali faceva ogni cosa, poiché non si sentiva all’altezza di instaurare rapporti interpersonali con i “normali”. Mi spiega che si è trovato in un vortice di autodistruzione e che più volte ha provato a farla finita. “A ventisei anni conosco la mia attuale moglie e intraprendo un percorso di recupero presso un centro diurno. Dopo un anno nasce la mia prima bambina, quando l’ho avuta tra le braccia, tremavo di gioia e probabilmente è stata l’emozione più bella della mia vita.” Quando ci parla di questo momento si emoziona e gli brillano gli occhi, ma ritorna subito triste quando gli

chiedo se a seguito di quest’evento fosse cambiato qualcosa. “Purtroppo no, avevo troppa rabbia dentro di me e un senso di vuoto che solo la droga riusciva a colmare. È brutto da dire, ma è così, solo chi c’è passato, come me, può capire e questo mi fa ancora più male. Così ho deciso di iniziare un percorso di recupero in comunità. Volevo che i miei figli non provassero ciò che avevo provato io.” La mia ultima domanda è sul suo futuro, le sue aspettative e gli ostacoli che pensa incontrerà. Mi dice che la sua speranza è di uscire dalla comunità come un uomo nuovo e di non ricadere negli errori che ha fatto finora. Spera di diventare più responsabile, meno impulsivo e di non farsi più trascinare dagli eventi. Infine con un filo di speranza negli occhi continua dicendo: “Sicuramente ci saranno mille ostacoli e un po’ di paura ce l’ho, non tanto per me, ma per la mia famiglia. Credo che loro abbiano già sofferto abbastanza a causa delle mie scelte e dei miei comportamenti sbagliati. Inoltre sono consapevole che dovrò essere in grado di affrontare le situazioni difficili e non scappare più di fronte alle difficoltà, come invece ho sempre fatto”. S.M.


Bea #4