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etica

IL VIAGGIO DI UNA MAGLIETTA


a scuola

L’ESPERIENZA E LE PRODUZIONI DELLE ALUNNE E DEGLI ALUNNI DELLA CLASSE IIC DELLA SCUOLA SECONDARIA DI 1° GRADO FABRIZIO DE ANDRÈ DI ALBISSOLA MARINA.

COORDINAMENTO A CURA DELLA PROF.SSA PATRIZIA MALATESTA


QUESTE STORIE SONO NATE DALL'INCONTRO CON LA

COOPERATIVA BOTTEGA DELLA

SOLIDARIETÀ DI SAVONA. LE ALUNNE E GLI ALUNNI HANNO SCELTO DI DIVENTARE UN CAPO D’ABBIGLIAMENTO E NE HANNO RACCONTATO LA STORIA FELPE, MAGLIETTE, MAGLIONI, PANTOFOLE E CAMICIE CI PARLANO...

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Il sogno di Sara

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Scorpion's Hoodie

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La T-shirt con pizzo

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Il maglioncino rosso

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La felpa grigia

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La camicia di Via Montenapoleone

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La maglietta di Ajar

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Il guanto da motocross

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Made in Italy?

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La maglia bengalese

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La t-shirt gialla

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La maglia arancione

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La felpa rossa

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La t-shirt bianca

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Le pantofole

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La felpa colorata

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La maglia griffata

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La rabbia di una t-shirt


Sara è una bambina curiosa e sempre elegante, infatti, le piacciono tanto i vestiti. Una notte ha sognato di parlare con la sua maglietta preferita: ’’Arrivo da una pianta: il cotone. E’ la più diffusa fibra naturale” le ha rivelato. “Le zone del mondo in cui si coltiva più cotone sono: America Meridionale, Africa, Asia,in particolare in Bangladesh. Il cotone è una pianta che fiorisce; i fiori vengono raccolti man mano e, attraverso la loro lavorazione, si producono principalmente i tessuti”. Sara le chiede: "Ma chi produce questi indumenti che poi noi indossiamo?” Alla raccolta del cotone è legata, purtroppo, la storia della schiavitù. E’ proprio per lavorare nei campi di cotone che uomini, donne, ma soprattutto, bambini, venivano fatti schiavi e sfruttati. Anche oggi, anche se legalmente la schiavitu’ non esiste piu’, ogni anno migliaia di bambini vengono costretti a lavorare nei campi di cotone, sottoposti a controlli rigidi, con scarso cibo e stipendi da fame. Andare a scuola sarebbe stata la scelta migliore per il loro futuro. Sara, stupita, continua dicendo: "Ma come? I bambini non devono lavorare! Dovrebbero divertirsi, essere felici, andare a scuola…!!” Non è detto che i bambini siano tristi, ad alcuni piace fare quel lavoro. Ma la maggior parte è costretta a lavorare tutto il giorno dalla mattina alla sera, per mantenere la famiglia, anche perché spesso i loro genitori sono malati o guadagnano poco.Vedere tutti quei bambini lavorare mi rendeva la giornata sempre più triste…Sono passata attraverso molte fabbriche che mi hanno formata pezzettino per pezzettino. Devi anche sapere, Sara, che il cotone è vegetale ma non ecologico!!! Sul 5% delle terre, destinate alla coltivazione del cotone, si riversa il 25% della produzione mondiale di pesticidi!! Dopo varie fasi della lavorazione, finalmente, finisco nelle vetrine dei negozi, in attesa che qualcuno mi compri. Sara si sveglia. E’ felice, perché ha imparato una cosa nuova ma nel contempo è triste per gli aspetti negativi che ha scoperto della lavorazione del cotone.

NEW YORK

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Vittoria S.


Ciao, sono una felpa Scorpion e sono stata appena acquistata da un ragazzino di Savona. Prima di arrivare in Italia però, ho dovuto affrontare un lunghissimo viaggio iniziato nelle pianure del Bangladesh, lo dice anche la mia carta d’identità, ovvero l’etichetta che hanno cucito al mio interno: “Made in Bangladesh”. Lì sono nata e, prima di diventare così bella, ero un semplice fiore. La piantagione era enorme e vi lavoravano molte persone che, purtroppo, per colpa dei pesticidi utilizzati per uccidere i parassiti, spesso si ammalavano o addirittura morivano. Il cotone è stato trasportato in una fabbrica e durante questo viaggio è stato cosparso di fungicidi. Una volta arrivato a destinazione ha subito varie fasi di lavorazione, dove sono state usate altre sostanze chimiche e infine i coloranti. Il mio colore è il marrone, sul quale poi sono stati stampati alcuni disegni neri. Durante le lavorazioni, il cotone è stato strapazzato, bagnato, asciugato, colorato, tagliato e cucito e per queste fasi c’è stato un grande consumo di energia elettrica. Inoltre tutta l’acqua inquinata dalle sostanze chimiche e dal colorante in eccesso, è stata buttata nelle acque di scarico e questo ha provocato la morte di moltissimi pesci. Finalmente il tessuto di cotone, pronto per essere utilizzato, è arrivato in una grande fabbrica di Dacca, la capitale del Bangladesh. Alle sei del mattino sono iniziati ad arrivare i lavoratori, pronti per cucire tante felpe uguali a me. Una bambina di undici anni ha disegnato le mie tasche e un’altra le ha tagliate. Nel frattempo un ragazzo di quindici anni ha disegnato le parti del mio cappuccio, che sono state tagliate dal suo vicino di bancone e assemblate da un altro ancora. Stavo iniziando a prendere forma! Questo sì che si chiama lavoro di squadra, anzi, in realtà si chiama catena di montaggio! Piano piano sono state prodotte tutte le mie parti: polsini, cerniera, tasche, cappuccio e tutto il resto, comprese le etichette. Quando sono arrivata dalla signora che doveva cucire la mia cerniera, ho sentito che questa stava venendo sgridata dal capo solo perché era andata in bagno. Ogni volta che passavo dalle mani dei piccoli lavoratori, sentivo che bisbigliavano tra loro, dicendo di non essere felici, di voler tornare a scuola, di voler rivedere i loro compagni e ricominciare a giocare con loro, come quando erano più piccoli. Questo mi ha dato molto dispiacere e mi ha fatto anche sentire un po’ in colpa. Intanto, mentre pensavo a tutte queste brutte realtà, ero stata completata e impacchettata, pronta per essere spedita in Italia, in provincia di Bergamo, per poi essere smistata e arrivare a Savona, in un bel negozio, dove sono stata esposta in vetrina con il mio prezzo sul cartellino: ”Caspita!” ho pensato ”A Dacca il mio valore era di pochi euro e qui sono diventata carissima!” Dopo questo lungo viaggio sono finalmente nell’armadio di Luca, che ogni tanto mi indossa e mi porta in giro. A volte vorrei potergli raccontare quello che ho visto in Bangladesh e fargli capire quanto lui e i suoi amici siano fortunati a vivere in un paese dove i loro diritti vengono rispettati: la scuola, il gioco e lo sport.

Luca D.

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Sono una maglietta colorata e ricamata con il pizzo sulle maniche, sono composta da una grande percentuale di cotone, una pianta molto diffusa nelle zone dell'America meridionale, in Asia e in Africa, e, ora, racconterò la mia storia.Sono nata e prodotta in Bangladesh, un paese dell'Asia meridionale, molto conosciuto per le fabbriche di indumenti presenti in tutto il territorio. Ogni quartiere ha numerose aziende che ti vestono da testa a piedi: da quella dove si producono cappelli invernali a quella delle scarpe da ginnastica.Non sempre, però, noi veniamo realizzate in fabbriche dove si rispettano le regole dell' OIL (Organizzazione internazionale del lavoro), che si occupa di organizzare gli spazi dove si lavora in modo dignitoso.Il mio viaggio è molto “movimentato” perché ci sono vari passaggi per completare il lavoro; lo stilista crea il mio progetto, lo manda al marchio che incarica un'azienda, la quale produce un piccolo pezzo e a sua volta assegna il compito di realizzarlo ad un'altra fino ad arrivare al termine del lavoro.  Sono passata da fabbriche che creano bottoni, a persone che ricavano il cotone dalla pianta.In Bangladesh, purtroppo, non lavorano solo  gli adulti, ma, per contribuire al mantenimento della famiglia sono sfruttati anche i bambini piccoli e i ragazzi  al di sotto dei sedici anni.  Si riuniscono in piccoli gruppi  a capo dei quali sta un adulto questo è il cosiddetto lavoro minorile.È una cosa molto strana che bambini e adolescenti siano obbligati a lavorare tutto il giorno perché i genitori guadagnano poco, perché un bambino deve avere la libertà di poter giocare, vivere all’aria aperta e andare a scuola proprio come gli altri.La capitale del Bangladesh, Dacca, è la citta’ dove sono stata prodotta, e nella quale ogni giorno tantissimi commercianti vanno per comprare capi di vestiario  per le aziende occidentali.Ho fatto un lunghissimo viaggio tra fabbriche e negozi, ma ora, finalmente posso essere indossata.Spero che questo viaggio che ho fatto possa essere diverso per le prossime magliette che lo affronteranno, senza passare nelle mani di minori i cui diritti sono calpestati. 06

Ottavia O.


Ho attraversato mezzo mondo prima di arrivare in Italia, un viaggio che non mi dimenticherò mai, pieno di avventure e rivelazioni. Sono un bellissimo, anzi stupendo, no spettacolare maglioncino rosso, tengo caldo e sono super morbido e ho anche il cappuccio. Sono fatto di cotone. Lo sapete che il cotone ha più di 5000 anni e i primi tessitori sono stati gli Egizi? Forte vero? Però sul cotone usano tanti pesticidi, sostanze chimiche che a lungo andare provocano l’esaurimento dei suoli, malattie tra i lavoratori e hanno portato alla rovina i coltivatori indiani. In uno stato dell’India meridionale si sono calcolati 500 casi di morte dovuta all’esposizione a pesticidi. E invece in Australia l’inquinamento da cotone ha provocato enormi morie di pesci. Sono stato prodotto in India, sono stato lavato, candeggiato, asciugato, colorato e cucito. Però quello che nessuno sa e che si tiene nascosto, per la mia fabbricazione vengono sfruttati centinaia di bambini di 13, 14 e perfino 12 anni che lavorano in fabbrica in Bangladesh e in altre città dell’India.  Nelle fabbriche si soffoca dal caldo, in alcune non ci sono nemmeno finestre e l’entrata sembra quella di una discarica.I bambini lavorano per terra e al buio trattati come “animali da lavoro”. Però non tutte sono così in alcune fabbriche dove il benessere dei lavoratori viene tenuto maggiormente in considerazione, dovuto magari a un maggiore controllo delle autorità, c’è luce, ci sono delle sedie, finestre e materiali da lavoro adeguati. Le grandi multinazionali sfruttano i lavoratori di questi paesi pagandoli in misere cifre per poi avere grande guadagno una volta esportati e venduti i prodotti nei paesi occidentali. Purtroppo lo sfruttamento dei lavoratori per la produzione del cotone è iniziata fin dall’antichità, si pensi all’uso degli schiavi in America. Ora vi state chiedendo perché so così tante cose, bhè io non sono stato fatto da un solo bambino ma da tanti, mi passavano come una palla da calcio, in una fabbrica mi facevano le maniche, in un'altra il cappuccio e così via. Quando mi avevano finito mi hanno attaccato un etichetta per esempio io avevo quella dell’OVS.  Mi sarebbe piaciuto essere stato prodotto in una fabbrica dove non vengono sfruttati i lavoratori e soprattutto i bambini, lo so che costerebbe di più però almeno sarebbe una produzione più ecologica magari riducendo l’uso di sostanze chimiche. Questa è la mia storia spero di durare a lungo magari riciclato o donato ad altre persone e magari fare così la loro felicità.

Mafalda O.

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Ciao a tutti, io sono una felpa grigia e molto pesante, arrivo dall’India uno dei paesi dove si produce piu’ cotone al mondo; ora però sono qui in Italia, sono stata molto fortunata ad essere comprata da questa famiglia perché vengo sempre utilizzata, anche d’estate. Insomma diciamo che un po’ me lo merito dopo tutto quello che ho passato, ma ora vi spiego come è stata difficile la mia vita. In passato i primi tessitori sono stati gli egizi, gli abitanti del fiume Indo e le popolazioni precolombiane, ma in Europa, il continente in cui mi trovo adesso, il cotone è stato introdotto dagli arabi. Fino al 1800 questo materiale veniva utilizzato davvero poco, poi con il passare del tempo l’utilizzo di esso si è alzato moltissimo. Ora, i posti in cui ci sono più persone che lavorano il cotone sono: gli Stati Uniti, la Cina, come ho detto prima l’India, il Pakistan e l’Uzbekistan. Ma adesso passiamo al momento in cui si diventa indumenti: per prima cosa viene fatta la sgranatura, un procedimento molto doloroso per me e tutti gli altri miei amici in cui avviene la separazione della fibra dal seme. La filatura, il secondo passo, non è dolorosa, dà solo molto fastidio perché vengono versate sulla fibra sostanze chimiche per rendere il lavoro più veloce; dopo c’è la tessitura, che è il passaggio in cui si diventa tessuto, a noi fibre piace chiamarlo il momento nel quale si diventa adulti. Finalmente si arriva alla parte che mi piace di più, il lavaggio, anche se porta all’inquinamento delle acque dato che le sostanze che prima erano su di me si riversano in mare o nei fiumi. Non si può neanche stare un attimo in pace che subito ci vengono messe altre cose addosso, il cloro e le sostanze organiche vengono versate su di noi per prepararci alla colorazione; l’asciugatura, è un  momento per me indifferente. Poi avviene la coloratura; io come ho detto prima sono grigia, non mi piace tanto, avrei preferito essere azzurra oppure gialla, ma ormai non ci posso fare più niente.  Il procedimento viene fatto con agenti naturali o sintetici. Il rinforzo della colorazione,l’asciugatura e la cucitura. Purtroppo il momento in cui vengono versate su di noi le sostanze chimiche non è per nulla positivo in quanto molti lavoratori si prendono malattie, ma non solo loro, ci rimette anche il suolo. Come esempio possiamo prendere l’area del lago Aral, dove le acque e i suoli sono inquinati e ci sono molti casi di persone che hanno il cancro o malattie letali, oppure anche l’Australia, dove moltissimi pesci hanno perso la vita per l’inquinamento.In uno stato dell’India, invece, nel 2001 si sono calcolati 500 casi di morte dovuta, appunto, ai pesticidi. Vorrei parlare di cose un po’ più allegre ma purtroppo non ce ne sono molte, comunque andiamo avanti.

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Mi ricordo che mi ha confezionato un bambino molto piccolo, ma non pensiate che lo faccia perché gli piace o perché lo vuole, ma semplicemente perché è costretto. Alcuni bambini, come ho detto prima, sono costretti a lavorare per sopravvivere, questo succede perché il lavoro dei genitori non è abbastanza pagato per poter mantenere  la famiglia. I bambini svolgono lavori anche molto pericolosi e vengono pagati con uno stipendio bassissimo, la maggior parte di essi si trova in Asia con 78 milioni di minori lavoratori, in Africa con 59 milioni e in America con 13 milioni. Una cosa molto brutta che mi ricordo era  che i bambini venivano trattati davvero male e che lavoravano dalle otto del mattino alle nove di sera ed era concesso loro di andare in bagno solo 2 volte al giorno dovendo chiedere prima il permesso. Ho pensato che per risolvere i problemi dell’inquinamento si potesse lavorare il cotone biologico e il cotone ecologico. Purtroppo ho finito di raccontarvi tutto quello che avevo da dire…  Ah ma aspettate un attimo, vedete di trattare bene tutti gli indumenti che possedete, perché ricordatevi che sono tutti miei amici!

Alessandro V.

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Ciao! Io sono una camicia esposta in un negozio in via Montenapoleone a Milano. Ma se credete che io abbia sempre vissuto una vita immersa nel lusso vi sbagliate.Infatti se guardate bene, sulla mia etichetta, subito dopo le minuscole scritte per le istruzioni di lavaggio, potete leggere : made in Bangladesh.Lì, come in altri paesi molto poveri, vengono prodotti l’80% dei miei amici e parenti, più o meno stretti; perché la manodopera costa molto poco, il costo della vita è basso e aumenta il margine di guadagno delle marche dove veniamo venduti.Naturalmente siamo realizzati nelle fabbriche, ma non quelle a cui siete abituati voi.Per quanto ne so, detto da una mia amica italiana, le vostre fabbriche sono grandi spazi in ottime condizioni igieniche e sanitarie, dove lavorano professionisti e personale specializzato, tutti adeguatamente retribuiti.Le fabbriche dove sono nata io, per esempio, non sono così.Innanzitutto si tratta di edifici in cattive condizioni strutturali, inoltre non ci sono insegne o indicazioni per riconoscerli. Voi vi chiederete:” Come fa una camicia a sapere questo?” Lo so perché sento le lamentele di quelli che vengono a lavorare il primo giorno e fanno fatica a trovare il posto.La fabbrica è piccolissima, tant’è che, nel poco tempo in cui mi hanno fabbricata, sono riuscita a vederla tutta.Nonostante gli spazi siano angusti e spesso privi di finestre, la quantità di persone che ci lavora è elevata e la distanza tra le varie postazioni è minima.Infatti, quando mi mettono i bottoni, vedo nascere, a pochi centimetri di distanza, una nuova parente. A proposito di bottoni! Vi devo raccontare un dettaglio, non bellissimo: il bambino che me li mette è seduto a terra e di conseguenza anch’io.Avete sentito bene, ho detto ”bambino”. Qui lavorano anche i bambini, che legalmente non potrebbero, ma purtroppo lo fanno per la loro sopravvivenza e per quella delle loro famiglie. Si tratta di famiglie che si trovano in condizioni di elevata povertà, costrette a vivere in baracche e che, spesso a causa di malattie, hanno bisogno di far lavorare i propri figli per poter mangiare.Vorrei tanto poterli aiutare, ma sono solo una camicia e il mio prezzo, purtroppo, non lo decido io.Per realizzarmi ci vuole pochissimo tempo! Perché ognuno realizza meccanicamente e di continuo una piccola parte, risultando quindi una vera e propria catena di montaggio. C’è chi realizza solo la copertura dei bottoni, chi taglia, per esempio, solo le tasche, chi le cuce, chi incolla le perline, chi mette i cartellini già con il prezzo finale e il nome della marca e chi insacchetta. Tutto questo tutto il giorno.Non è neanche ipotizzabile pensare che ci siano pause pranzo, pause caffè o momenti di interruzione.Io ho la fortuna di poter sentire tutti i loro discorsi riguardanti, per esempio, il loro stipendio. Una situazione davvero drammatica! Dieci ore al giorno, sei giorni su sette, per uno stipendio mensile di 30/40 euro.

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Anche se sono una camicia, capisco benissimo che si tratta di uno stipendio troppo basso. Chi fa ”carriera” può arrivare anche a 100 euro, ma sono numeri comunque troppo bassi.Un giorno, mi è anche capitato, di ascoltare l’intervista del proprietario della fabbrica che parlava del lavoro dei bambini.Penserete che lui sia una persona cattiva e disonesta perché li sfrutta. In realtà anche loro sono delle ”vittime” di questo ”sistema”, poiché se cercassero del personale specializzato, dovrebbero pagarlo molto di più e quindi aumentare il nostro costo, rischiando di perdere i propri clienti. Loro sanno di non essere nel giusto ma sanno anche di non essere gli unici.Detto tutto ciò, io ora mi trovo in una bellissima boutique, luminosa, spaziosa e soprattutto pulita. So che chi mi comprerà si prenderà cura di me, perché mi avrà pagato tanto. Penso però che, per mettere fine a questo sfruttamento, le persone dovrebbe privilegiare tutto ciò che viene realmente prodotto in Italia, facendo sempre attenzione alle etichette

Sofia C.

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Ciao io sono una maglietta creata da un bambino di 13 anni di nome Ajar, in Bangladesh; il cotone utilizzato per produrmi arriva dalla Cina. L’ha raccolto una signora a mano, che ha ripulito il cotone grezzo dal seme.Le fibre di questo cotone sono molto elastiche e flessibili. Lei lo ha lavorato con le sue mani. Ora il cotone viene unito a quello gia’ selezionato ad altri mucchietti per creare tante balle.Ora vengono unite tante sostanze chimiche per far sì che la lavorazione sia più veloce.Queste sostanze vengono poi eliminate con un bel lavaggio, ma non tutte le sostanze nocive se ne vanno, per questo alcuni tessuti possono provocare il cancro alla pelle sia a chi li indossa e sia a chi li lavora. Il cotone viene quindi asciugato. Ora la stoffa è pronta. Per crearmi è stato scelto il colore rosso.Questo pezzo di stoffa arriva ad Ajar che con tutto il suo impegno, inizia a cucire i pezzi di tessuto fino a produrre più di 20 magliette al giorno. Tra queste ci sono anche io, bella ed elegante. Purtroppo Ajar mantiene la sua  famiglia , portando a casa 1 euro al giorno e io, che sono bellissima, valgo poco piu’ di qualche centesimo. Però quando vengo spedita in Europa, il prezzo a cui vengo venduta è molto più elevato, quasi 15 volte di più. Questa è la mia storia. 12

Daniel D.

Riccardo R. Ciao sono un guanto da motocross sono fatto di cotone e fibre  sintetiche.   Sono  verde  arancione grigio con la scritta ufo. Sono stato prodotto  in Cina, un paese dell’ Asia. Sono stato  prodotto in una grande fabbrica dove lavora tantissima gentetriste e povera e ci sono anche tantissimi bambini che lavorano e non possono giocare e andare a scuola. Questi bambini devono lavorare perché i loro genitori da soli non guadagnano abbastanza  soldi per comprare da mangiare. Qua c’è tanto caldo e c’è poca luce. Poi mi hanno messo in un sacchetto e dentro uno scatolone insieme a tanti altri guanti. Ho salutato il bambino che mi ha fatto, si chiama Meng, ha una sorella malata e quindi deve lavorare tanto, i suoi occhi sono tristi ed è molto magro.. mi mancherà tanto.  Mi hanno portato a Genova in aereo e ho viaggiato per 20 lunghissime ore ma ero contento perché presto avrei incontrato il mio nuovo amico di giochi dopo mi hanno messo in un furgone e mi hanno portato a Savona in un negozio che vende guanti. Mi ha acquistato un papà, il suo bambino si chiama Riccardo.Riccardo ha gli occhi verdi.  I suoi occhi sono felici e spesso andiamo in motocross e ci divertiamo moltissimo. Ogni tanto ripenso al piccolo Meng… e spero di poterlo incontrare di nuovo.


Irene P. Buongiorno sono felice che stiate leggendo questo testo. Sono una maglietta e provengo dai paesi dell’Asia e vi racconterò la mia storia che è fatta di molti viaggi. La mia storia è iniziata quando hanno deciso di fabbricarmi, esattamente due mesi fa il diciannove di gennaio sono stata progettata da famosi stilisti italiani che hanno mandato i loro disegni in fabbrica. Il materiale di cui sono fatta è il cotone, ma, nonostante questo, sono contaminata da materiali plastici come il P.V.C. Il materiale di cui sono fatta proviene dall’America Meridionale e pensate un po’ solo per questo ho già fatto il giro del mondo. Una volta arrivato in Asia il cotone è stato portato nella fabbriche che producono le magliette dove le condizioni igieniche dei lavoratori sono scarse e gli ambienti di lavoro malsani. Come se non bastasse non sono stata fabbricata in un solo luogo ma sono stata prodotta a pezzi, cioè sono stata fabbricata pezzo per pezzo in diverse  fabbriche.In queste industrie ho potuto conoscere molti bambini che non possono andare a scuola perché devono aiutare la loro famiglia. Questi ragazzi vengono sfruttati dai loro padroni e lavorano in condizioni disumane, in luoghi che sembrano discariche,  al buio e al chiuso senza luce e poca aria a causa della mancata presenza di finestre. Una volta che ogni mia parte è stata prodotta viene mandata in un’altra  fabbrica dedicata alla cucitura e al confezionamento. A questo punto sono finalmente un prodotto finito pronto per essere venduto e affronterò  il mio ultimo viaggio, quello decisivo, perché scoprirò chi mi comprerà e mi userà e questo mi renderà  felice perché vuol dire che dopo tanti viaggi e lavoro sono stato apprezzata.

Io sono una felpa creata in una fabbrica che si trova in un paese chiamato Bangladesh. Il Bangladesh è uno stato che confina con l'India. Sono stata prodotta da dei bambini che lavorano per guadagnare qualcosa per la propria famiglia, e questi bambini hanno dovuto rinunciare alla scuola e a tante altre cose adatte alla loro età e lavorano anche PIU’ di dieci ore al giorno dalla mattina alla sera, spesso lavorano anche tutta la notte, e tutto questo per meno di un euro l'ora; per me QUESTO E’ SFRUTTAMENTO! Io sono fatta di cotone che è un materiale proveniente da un fiore che si deve fare molta attenzione quando si raccoglie perchè nel fiore ci sono molte spine; e la pianta del cotone ha più di cinquemila anni e il suo fiore viene raccolto da persone spesso povere, sono circa trecento milioni che lavorano il cotone. Oggi i più grandi produttori di cotone sono più o meno dieci tra loro ci sono i paesi del continente Asiatico, Americano, e altri paesi ad esempio Pakistan e Uzbekistan ecc.. Originariamente il cotone era coltivato in arabia. Durante i processi di trasformazione il cotone subisce dei trattamenti con sostanze chimiche molto dannose, ma esiste anche il cotone biologico coltivato e prodotto nel rispetto dell’ambiente e delle persone.Il mio viaggio è stato molto molto lungo, sono partita dal Bangladesh fino ad arrivare in Italia dove sono stata messa in vendita in un negozio di vestiti.

Arbr H.

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Ciao, sono una maglietta gialla, con dei simpatici disegnini sopra, nella mia vita ho fatto lunghi viaggi, prima di finire nelle mani di un ragazzino. Sono interamente fatta di cotone, un materiale naturale che però ha molti lati negativi tra cui quello della sua raccolta che nel passato è sempre stata destinata agli schiavi visto che è un lavoro durissimo soprattutto perché la pianta del cotone ha delle spine che ne rendono difficoltoso il raccolto. Gli schiavi non erano forniti di guanti, rischiavano di ferirsi e provocarsi delle infezioni. Un altro aspetto negativo è che nelle piantagioni di cotone si riversano molti fertilizzanti e questo provoca due conseguenze molto negative che sono: l’esaurimento del suolo e delle gravi malattie tra i lavoratori.Il cotone è stato usato la prima volta più di 5000 anni fa, dagli egizi e dalle popolazioni precolombiane, in Italia venne introdotto poi dagli arabi.Io sono passata nelle mani di molta gente soprattutto in Bangladesh dove ci sono moltissime aziende tessili ed il costo del lavoro è molto inferiore rispetto all’occidente; buona parte degli operai sono ragazzi,spesso bambini che vanno a chiedere lavoro ai proprietari perché le loro famiglie sono molto povere.Il Bangladesh è un paese sovrappopolato, visto che in una superficie pari ad un terzo di quella italiana, ci sono 170.000.000 di persone che è quasi il triplo della popolazione italiana.In Bangladesh le persone affittano degli appartamenti per farli diventare una fabbrica tessile, che a volte è tenuta come una discarica. Io sono stata fatta in più fabbriche perché in Bangladesh le fabbriche non confezionano il capo finito; vi faccio un esempio per fare un paio di pantaloni fanno fare la tasca ad una fabbrica il bottone ad un’altra ancora e così via.I grandi marchi a cui sono destinate tante di noi  però non si fanno problemi etici, per loro l’importante è il profitto e poter pagare e avere la  pubblicità in stadi o sui cartelloni.I grandi marchi a volte non conoscono  la situazione perché loro assegnano il lavoro a una singola fabbrica non sapendo poi la destinazione finale.Il Bangladesh non rispetta le leggi dell’O.I.L.(Organizzazione internazionale del lavoro) in quanto le leggi dell’O.I.L. impongono che i bambini NON possano lavorare fino ai 16 anni e che sia necessario avere almeno un giorno libero alla settimana. Cosa che in Bangladesh non accade, normalmente si lavora 10 ore al giorno per 7 giorni a settimana per guadagnare in media 30-40 euro al mese.In Bangladesh c’è una forte concentrazione di lavoro minorile come anche in vari stati africani, asiatici ed in sud America, dove i bambini vengono sfruttati nell’ industria tessile, agricola o alimentare.Purtroppo, anche in Italia ci sono circa 100.000 bambini che lavorano, soprattutto nel settore agricolo mentre  dovrebbero andare a scuola ed avere il tempo di giocare. 14

Sergio G.


Sono un comune maglione, ma in pochi sanno la mia vera storia e adesso voglio raccontarla.Sono di cotone e sono nato in un esteso campo in India, lì ero esposto alla luce del sole, all'aria fresca e alla pioggia rinfrescante. Nella mia piantagione ero felice e crescevo ogni giorno, ma la vita cambiò. Era una mattinata estiva e vidi in contro luce, delle sagome scure che si spostavano e raccoglievano i miei fiocchi bianchi. Mi difesi con le mie spine e punsi le piccole mani dei bambini, ragazzini che mi raccoglievano senza un lamento in un capiente contenitore chiamato cesto. Poi separarono le mie fibre e divenni una gigantesca balla morbida bianca e soffice. Trasportato in un grosso edificio rividi i bambini come quelli del campo che laboriosamente mi trasformavano e uomini più grandi che li incitavano in malo modo al lavoro: dovevano essere più veloci! Venivo ogni volta spostato e trasformato in qualcosa di nuovo. Prima ero diventato un filo, poi un tessuto, poi ero finito in una grande vasca e mi ero tinto di arancione e anche i piccoli amici laboriosi vicino a me si erano sporcati di arancione. Erano sempre le stesse piccole mani che mi trasformavano.Le mani dei bambini che mi guardavano con grandi occhi neri, tristi, dal mattino presto alla sera tardi. Alla fine una ragazza mi cucì e diventai un maglione arancione. Fui chiuso per diversi giorni in una scatola e quando rividi la luce mi accorsi di essere finito dall'altra parte del mondo. Ero in un grande magazzino pieno di luce, l'aria era profumata e non sentivo il solito cattivo odore delle fabbriche. Le persone che vedevo erano diverse, erano felici, sorridevano spesso, i loro bambini rovistavano tra gli abiti simili a me. Li sceglievano a loro piacimento. Avevano la mamma e il papà che compravano per loro i vestiti. Erano puliti, pettinati, possedevano tanti oggetti.Una bambina mi scelse, l'arancione era il suo colore preferito disse. Quando mi porto’ nella sua casa e mi indossò capii meglio come viveva.Lei andava a scuola, giocava, si riposava e si annoiava, stava felicemente con la sua famiglia e non usava le sue manine come i bimbi che mi avevano trasformato da pianta in maglione arancione. Ma i loro occhi erano uguali, anche le loro voci, e capii che erano tutti bambini che dovevano ancora crescere. Ma non capii perché TANTA DISPARITA’ ci fosse tra gli uomini.

Carolina C.

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Io sono una felpa della Nike, rossa con scritte gialle, composta al 70% da nylon ed al 30% da cotone. Il nylon è un materiale sintetico e completamente artificiale, il cotone invece è naturale, ma raccoglierlo è un lavoro difficilissimo per via delle numerose spine presenti sul fiore. Proprio per questo motivo il cotone viene raccolto con dei macchinari che facilitano il lavoro, ma allo stesso tempo lo inquinano facendogli perdere il titolo di materiale puro.Sono stata prodotta da diverse fabbriche in Cambogia, situata tra la Thailandia e il Vietnam, bagnata dall’oceano Indiano. Le condizioni di lavoro variano di fabbrica in fabbrica; in alcune l’ambiente di lavoro è degradato, i macchinari sono antiquati e mal funzionanti, stanze fredde e anguste …. in poche parole lì vorrei non esserci mai finita! C’è però una caratteristica che accomuna questi due tipi di fabbriche: tutte e due impiegano lavoratori minori di sedici anni. Purtroppo nei paesi in cui sono stata prodotta si usa molto sfruttare il lavoro minorile.Tutto ciò nasce dal fatto che c’è povertà e i bambini sono obbligati a lavorare nelle fabbriche forzatamente per produrre indumenti come noi felpe e per mantenere la loro famiglia che ha un reddito molto basso e quindi tutti devono contribuire per sopravvivere. Nelle ultime fasi della mia “nascita” sono stata venduta ad una fabbrica italiana per poi essere rivenduta al mio attuale padrone.Io mi sono chiesta a lungo perché farmi fare tutti questi giri e farmi percorrere 19.000 chilometri, se avessi potuto l’avrei chiesto a chi mi portò qui.Soltanto poco tempo fa ho realizzato il perché: si tratta di un motivo economico, una differenza del costo del lavoro nei paesi del "terzo mondo"; produrci in Cambogia è molto più economico che produrci qui in Italia.Adesso sono vecchia e rovinata ed al mio padrone ormai vado stretta, ma una volta ero la sua preferita, a dire il vero anche lui era il mio preferito, l’unico bambino che ho conosciuto che non lavorava e che viveva in un palazzo caldo, confortevole e pulito. Ho sempre pensato che i bambini se vanno a scuola SVILUPPANO MOLTO DI PIÙ’ I LORO TALENTI E HANNO MAGGIORI POSSIBILITÀ’ NELLA VITA perciò desidererei che tutti avessero l’opportunità di studiare.

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Sebastiano F.


Sono una maglietta bellissima, sono fatta per il 50% di cotone proveniente dal sud America e 50% di poliestere, sono adatta per l’estate infatti sono molto leggera e di color bianco. Io provengo dal Bangladesh dove molti adulti e bambini mi hanno lavorata. La maggior parte erano bambini che, anziché andare a scuola, lavoravano nelle fabbriche tessili in condizioni pessime e sottopagati per aiutare le loro famiglie. La maggior parte della produzione mondiale di vestiti, viene prodotta proprio in Bangladesh perché la manodopera costa meno e non esiste alcuna legge che possa frenare questo abuso.Quando venivo lavorata, vedevo partire grandi pacchi di magliette su camion diretti in tutto il mondo.Io per essere venduta ho aspettato molto, e ho percorso circa 10mila km.  Quando mi hanno messo in vendita ero molto ricercata ed avevo un costo elevato, tutto ciò  perché mi hanno messo un'etichetta con un marchio  molto importante per la moda dei giovani ovvero quello della Nike. In Bangladesh un lavoratore produce molte maglie al giorno, lavora 12 o 13 ore senza interruzione e guadagna l’equivalente in Europa di 2 euro.Le maglie che vengono prodotte hanno un costo di produzione molto basso sia per la materia prima di cui sono fatte, sia per il costo della manodopera (circa 2 euro) ma in Europa le grandi marche, Nike, Adidas ecc. le vendono a prezzi molto elevati perché’ parte del ricavato serve a pagare pubblicità, sponsorizzazioni ecc. In Bangladesh sono al lavoro molti minori. Secondo la I.L.O (Organizzazione internazionale del lavoro) un minore ha diritto agli studi fino a 16 anni, dopo quell’età può iniziare a compiere lavori non troppo faticosi. Nonostante questa norma sia stata creata quasi 100 anni fa, molti Paesi poveri non la rispettano.In queste fabbriche tessili ognuno ha un proprio ruolo, una persona cuce, un'altra persona fa le tasche, un’altra ancora attacca i brillantini e così tutti giorni, tutto il giorno.La maggior parte dei lavoratori vive in baraccopoli dove i crimini sono quotidiani.La povertà in Bangladesh è dovuta anche ad una densità di popolazione molto elevata, infatti ha un territorio molto ridotto rispetto a quello dell’Italia ed il triplo della popolazione, costantemente in crescita. La sua capitale Dacca è una megalopoli di circa di 15 milioni di abitanti, dove esiste un quartiere che conta quasi 2 milioni di abitanti, chiamato Garment City, in cui viene prodotta la maggior parte della produzione mondiale di vestiti.Inizialmente, ogni lavoratore è sarto, in seguito con l’aumento della esperienza può ricoprire ruoli di maggiore responsabilità nella fabbrica in cui lavora, con un conseguente aumento dello stipendio. 17

Fabio C.


Buongiorno sono un paio di pantofole e vorrei raccontare la mia storia. Sono stato realizzato con cotone proveniente da una coltivazione del sud America, dove tantissimi insetti provavano a rovinarmi Per fortuna mi hanno spruzzato un pesticida che mi ha liberato da quelle orribili creature. Il mio viaggio per arrivare in questa nazione, che gli umani chiamano Banglandesh, è stato molto lungo. Ho preso prima una nave, poi un camion, ed infine sono arrivato qui. Un piccolo Paese, ma con molti abitanti che mi hanno trasformato in tessuto e quindi hanno assemblato i pezzi. Non sono felice di essere qui, perché sono stato creato in una fabbrica sotto terra. Era senz'aria, non disponeva nemmeno delle macchine per cucire ed era inoltre priva di norme igieniche. La cosa che però mi convince maggiormente di essere stato sfortunato è il fatto che mi abbiano cucita dei poveri bambini al posto degli adulti. Loro purtroppo costringono i figli a lavorare  a causa della  povertà in cui si trova il loro stato. Al contrario i miei cugini sono stati prodotti in luoghi spaziosi, molto areati, puliti dove lavoravano molti adulti che si trovavano in una migliore situazione economica. Loro oltretutto non sono destinati come me al mercato del paese, ma forse possono puntare ad arrivare a grandi ditte come ad esempio Gucci, Louis Vuitton, Fendi o Zara. Quei fortunati potrebbero addirittura viaggiare verso nuove città di tutto il mondo, dove in seguito verranno venduti a carissimo prezzo. Qua nel Bangladesh invece valiamo poco meno di due euro!Invidio molto i miei cugini e anch'io spero che un giorno un ricco imprenditore venga a comprarmi per mettermi in vendita nel suo lussuoso negozio. Giorno dopo giorno vedo partire i miei simili per andare alla scoperta di nuovi luoghi, mentre io rimango nello stesso scantinato ad aspettare di essere messo sul mercato. Oggi però ho deciso che non voglio essere sistemato in quel povero mercato e mi sono infiltrato nella scatola del mio ultimo cugino. Lui mi ha sgridato ovviamente, ma a me non è importato perchè ero troppo felice ed emozionato per il viaggio che avremmo intrapreso.Siamo saliti in una nave che è partita improvvisamente e mi sono trovato con le mie compagne di viaggio dalla parte opposta dell'imbarcazione, perdendomi.Sono entrato in una stanza dove ho provato a riposare. Mi sono svegliato in un posto buio dove mi sentivo osservato e, quando ho chiesto se ci fosse qualcuno, non ho sentito risposta. Ho provato ad uscire di lì, ma il posto sembrava sigillato fino a quando il controllore è entrato e mi ha preso. Mi ha guardato dicendomi che non ero sulla lista e quindi potevo tranquillamente essere buttato in mare.Lui stava per fare proprio così, ma per fortuna uno che tutti chiamano “Capitano” lo fermò. Allora mi ha preso, messo in un scatola e chiuso al suo interno. 18


Con grande sorpresa ho trovato mio cugino, che ha fatto un balzo dalla gioia per il mio ritorno. Dopo pochi minuti siamo attraccati in un nuovo Paese, dove speravamo di restare perché c'era una bellissima statua che sembrava rappresentare la libertà, cosa che noi due desideravamo in quel momento. Purtroppo però non è durata per molto. Dopo qualche mese non eravamo ancora stati comprati, allora ci hanno impacchettato e messi ancora una volta su una nave. Questa volta siamo arrivati in uno strano posto dove io e mio cugino ci siamo separati. Lui è andato in un luogo chiamato Lombardia, mentre io ero diretto in un posto chiamato Roma. Lì speravo di rimanere, perchè il mio negozio era affacciato sul Colosseo. Dopo qualche tempo è entrata una persona a cui tutti facevano un inchino e, quando mi ha visto si è innamorata subito di me. Mi ha infatti immediatamente comprato e tuttora vivo con lei, che abita in un lussuoso palazzo. Il mio sogno alla fine si è avverato e lei non immagina neanche che viaggio ho fatto per arrivare fino a qui.

Simone D.

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Ciao a tutti sono una splendida felpa in cotone colorato di una marca molto conosciuta, ma non faccio il nome perché non voglio fare la pubblicità di una marca che probabilmente utilizza uomini, donne e bambini sottopagati!Sono nata in India da delle piante di cotone raccolte faticosamente da donne e bambini, sul monte Coton dove si trovano tantissime piante di cotone. Il cotone è faticoso e stancante da raccogliere perché ci sono tante spine che graffiano e bucano le mani e sono in pochissimi ad avere dei guanti.Dopo avermi portato giù dal monte con il cotone sulle spalle mi hanno portato in un magazzino grossissimo dove mi hanno lavato in vasche d'acqua sporca, perché non la cambiano quasi mai, poi mi hanno portato ad asciugare sopra a delle canne intrecciate sotto il sole cocente,  mi hanno arrotolato in una balla di cotone dal peso di duecento chili, messo sopra ad un furgoncino  piuttosto malridotto e trasportato in un locale angusto buio e umido dove delle bambine  mi aspettavano per lavorarmi sedute dietro vecchi telai; le bambine hanno le mani più piccole degli adulti e quindi sono più adatte al lavoro di tessitura.Dopodichè mi arrotolano per mettermi nei secchi con il colorante, a me hanno fatto blu scuro con una striscia verde. Dopo mi hanno portato sopra il tetto ad asciugare con altri vestiti colorati. Il giorno dopo mi hanno portato con un camion in una grandissima città dove mi hanno tagliato, steso su un tavolo e preparato per essere cucito da donne giovani in un posto pietoso con scarsa luce senza finestre, alcuni devono lavorare per terra perché non hanno dei banchi dove lavorare, non tutti hanno dei macchinari quindi alcuni devono cucire a mano, mi hanno cucito cerniere e bottoni. Dopo tutto questo mi hanno fissato l'etichetta. Dopo mi hanno impacchettato in una busta trasparente di plastica, dopo messa in uno scatolone.Infine ho iniziato il viaggio verso le diverse  città dove si trovano i negozi. Io sono partita con una nave dentro ai container con altri scatoloni, abbiamo fatto tante soste in alcuni porti del mondo. Io sono finita in Italia a Genova nel porto, in un magazzino dove il giorno dopo sono partita  con un camion e sono stata consegnata in un negozio di articoli sportivi di Savona dove mi hanno messo in vetrina come nuovo articolo. Dopo una settimana mi hanno comprato e sono andata a vivere in una famiglia dove il figlio mi indossa quasi sempre, e mi porta in giro. Una volta mi ha portato a fare una vacanza. Quando sono tornata sono andata a scuola e ho visto i suoi compagni con magliette fatte con del cotone  della stessa provenienza del mio.

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Noa B.


Sono una maglia firmata, vengo dal Bangladesh e sono fatta di puro cotone coltivato nei campi di cotone nel sud degli Stati Uniti, ho visto tanti schiavi che mi raccoglievano qualcuno con dei guanti, qualcuno altro senza. Mi hanno lavorato per farmi diventare una maglia, prima mi hanno separato dalla fibra dal seme e dalle impurità, poi mi hanno applicato sostanze chimiche per lavorarmi più velocemente, infine mi hanno prodotto in vari passaggi: hanno bruciato le fibre in eccesso, hanno rimosso le sostanze chimiche di lavorazione per preparare la filatura, hanno eliminato il candeggiante per la colorazione, mi hanno asciugato e mi hanno aggiunto agenti chimici e materiali di stampa.Tutto questo fatto da ragazzi al di sotto dei 15 anni.La prima “fabbrica” era in un edificio che sembrava stesse per crollare,quel posto non era tanto illuminato, c’era qualche finestra e attrezzi per produrre capi di abbigliamento. Quando hanno finito mi hanno portato in un’altra “fabbrica” per farmi assumere il mio colore definitivo, il rosso fuoco. Anche questa fabbrica non era tanto luminosa e mi hanno colorato sempre dei bambini, però questa volta era una “fabbrica” sotterranea. Nell’ultima fabbrica mi hanno fatto gli ultimi ritocchi cioè mettermi l’etichetta, imbustarmi e depositarmi nel pacco per spedirmi in qualche paese occidentale dove sarei stata venduta ad altissimo prezzo mentre la’ valevo solo pochi euro.  Con me c’erano altre maglie e pantaloni della mia stessa marca.Il viaggio è stato lungo, adesso sono nel negozio di abbigliamento e aspetto che qualcuno mi acquisti.La storia che vi ho raccontato è la storia di come sono nata e come me tanti altri indumenti, che, una volta stati acquistati, fanno parte della vita quotidiana di una persona, veniamo lavati, asciugati, stirati e riposti in un armadio aspettando la prossima volta in cui veniamo indossati. In un certo senso siamo come degli esseri “viventi”, nasciamo, ”viviamo” e alla fine quando siamo proprio consumati veniamo buttati via, ed è come se morissimo.

Giovanni P.

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Ciao, sono un’originalissima maglietta della Nike, sono fatta di un misto di materiali tra i quali il poliestere e il cotone. Sono molto richiesta in tutto il mondo. Il cotone come ho detto in precedenza è uno dei materiali con cui sono composta, ma non vi ho ancora confessato che il cotone è un materiale naturale, ma contaminato, infatti per coltivare il cotone si usano molti pesticidi. La domanda che mi pongo è: ”Ma i consumatori lo sanno?”Molto probabilmente lo sanno, ma fanno finta di niente; passiamo adesso a chi mi ha prodotto. La prima cucitura è stata svolta in Bangladesh, in una fabbrica molto bene organizzata dove le condizioni di lavoro erano ottimali, ma notavo che a lavorare c’erano anche dei ragazzini di almeno quindici anni, e allora ho subito pensato che in quella fabbrica era consentito il lavoro minorile. Dopo questa esperienza sono passata in un’altra fabbrica, se fabbrica si poteva chiamare, dove mi hanno messo i bottoni. Le condizioni di lavoro erano pessime, non passava neanche un raggio di sole, la stanza nella quale lavoravano era avvolta nel buio e per terra c’era una quantità industriale di spazzatura e per non farci mancare niente ci lavoravano dei ragazzi di tredici anni. Dopo quest'ultima fase di lavorazione, sono stata confezionata e mandata in un negozio della Nike in America, poi sono stata rivenduta a venticinque dollari. Adesso il mio proprietario mi indossa sempre ma non si è mai chiesto da dove vengo. Più passa il tempo più i dubbi cominciano ad aumentare: “Ma i più famosi brand di oggi sanno dove vengono prodotti i loro indumenti oltre alla fabbrica a cui sono stati affidati i lavori? Sanno che in queste fabbriche è presente il lavoro minorile? E perché fanno svolgere i lavori in quei Paesi dove la povertà domina? Fanno finta di niente?” Per iniziare il cambiamento, tutti i più famosi marchi devono svolgere più accurati controlli su dove si svolgono le varie fasi di produzione e se le condizioni di lavoro sono ottimali e che si sfrutti il lavoro minorile. Il lavoro minorile è un argomento che mi sta a cuore perché ho visto tutte le facce sofferenti dei bambini che sono obbligati a lavorare per permettere alle proprie famiglie di arrivare per lo meno a fine mese, ma purtroppo il lavoro minorile è presente in molti Paesi. ovviamente questo problema si sta risolvendo grazie alla I.L.O (Organizzazione internazionale del lavoro), ma nei Paesi dove non sono ancora messe in atto le regole della I.L.O ci sono ancora molti problemi. Riflettendoci su i marchi che affidano i lavori a fabbriche situate nei paesi più poveri hanno un grande guadagno, infatti io sono stata venduta a Nike per soli cinque dollari, ma poi sono stata rivenduta a venticinque e quindi hanno avuto un guadagno di venti dollari,  è per questo che i lavori vengono affidati a fabbriche dei Paesi più poveri perché LA MANODOPERA COSTA MOLTO MENO! Ritorniamo però al discorso di prima, per iniziare il cambiamento devono essere le più famose firme a farlo. Adesso sono riuscita a sfogare la mia rabbia. Ciao adesso devo andare il mio proprietario mi ha appena tolto dall’armadio ed è pronto ad indossarmi. 22

Pietro P.


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Le storie degli alunni della classe 2C - Comprensivo delle Albisole

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