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450o anniversario della fondazione

Un palazzo per la Sapienza l’Almo Collegio Borromeo di Pavia nella storia e nell’arte


Un palazzo per la Sapienza l’Almo Collegio Borromeo di Pavia nella storia e nell’arte


Supplemento al settimanale “il Ticino” Aut. Min. Trib. di Pavia n. 13 del 23/3/1950 Sped. in abb. Post. Pubblicità max. 50% Reg. DCSP/1/1/TX/5681/102/88/BU Alessandro Repossi - Direttore Responsabile Redazione: via Menocchio 4 - Pavia Tel. 0382/24736 - Fax 0382/301284 e-mail: ilticino@tin.it Stampa: Sigraf srl - Calvenzano (Bergamo) Concessionaria per la pubblicità: Loto Associato dall’Unione Stampa Periodica Italiana Inserto a cura dell’Almo Collegio Borromeo di Pavia don Ernesto Maggi - Rettore Davide Griffini stampato dalla TCP via Vigentina 29/B Pavia PUBBLICAZIONE FUORI COMMERCIO


Il Collegio Borromeo nella storia e nella tradizione della cultura lombarda scuola – e nel collegio – si creavano le basi del sapere, inteso come visione del mondo, da cui doveva discendere una prassi destinata a tradurre tale visione nella realtà concreta. La consapevolezza dell’importanza della formazione della classe dirigente sembra precedere, in Carlo Borromeo, con intuizione profonda, i temi che più estesamente egli sviluppò nei decenni successivi nella sua funzione di arcivescovo di Milano, con avvertita volontà di attuare un modello pastorale. Nel Collegio, accanto all’impegno e ad una disciplina rigida e vincolante, si collocavano le attività religiose nelle varie forme, compresi la partecipazione ai sacramenti e il corretto apprendimento della dottrina cristiana. Centro della vita dello studente era considerata la preghiera, definita “fulcro della educazione cristiana, salvaguardia degli studi e delle occupazioni che non solo si devono incominciare, ma concludere soprattutto con l’aiuto di Dio”. Risulta dunque chiara la rilevanza delle finalità etico-spirituali e di un’ispirazione profondamente religiosa nel determinare le caratteristiche della formazione del giovane destinato a divenire membro dei ceti dirigenti. Solo chi è personalmente dotato di profondo senso morale e di spirito religioso infatti è in grado di divenire autentico responsabile del bene altrui e del bene pubblico, in una piena assunzione delle responsabilità connesse all’esercizio del potere. Il progetto architettonico del Collegio Borromeo fu affidato a uno dei più insigni architetti del tempo, Pellegrino Pellegrini. L’edificio riflette lo spirito del tempo nella razionale suddivisione degli spazi; si tratta di un blocco quadrato, con due ali poco sporgenti nel lato orientale, nel quale tutti i vani si affacciano su un cortile interno a loggiati e porticati sorretti da colonne binate. Il lato est del quadrato offre i servizi essenziali alla vita della comunità: il refettorio, che richiama nelle sue forme gli ambienti monastici, con un bel pulpito di stile classico; la sala dei camini, o “scaldatorio”, per consentire lo studio e la ricreazione nell’unico ambiente comune allora riscaldato; la cappella, magnifica per affreschi e arredo; la sala della musica, più recente; la sala maggiore, detta degli affreschi, che esalta la figura dell’arcivescovo Carlo e la grandezza della famiglia. I restanti tre lati comprendono a piano terra gli uffici e il rettorato, e sugli altri piani le camere singole per gli studenti, più di ottanta. Uno dei pregi maggiori del complesso, a prescindere dagli aspetti architettonici, consiste nel suo essere quasi un “museo vissuto”, ove è continuo il richiamo ad una tradizione plurisecolare e ai suoi valori. La magnificenza dell’edificio e la cura dedicata all’ambiente non erano casuali. La grandezza esteriore doveva

Nel profilo della città di Pavia, per chi vi giunga dall’Oltrepò, spicca, al di sopra degli alberi e delle costruzioni circostanti, la severa mole del Collegio Borromeo. Il palazzo, pur solo intravisto, impressiona per le sue dimensioni: si tratta in effetti del maggiore palazzo della città. Scriveva il Vasari nelle Vite: “In Pavia, il Pellegrino ha dato principio per il cardinal Borromeo, a un palazzo per la Sapienza”. La fondazione del Collegio risale infatti all’anno 1561, quando Carlo Borromeo si trovava a Roma presso lo zio, papa Pio IV Medici; egli in qualità di “cardinal nepote”, rivestiva numerose cariche, non ultima quella di segretario di Stato. Né ancora era venuto il momento della profonda evoluzione che poco tempo dopo avrebbe portato il giovane Borromeo al sacerdozio e all’attività pastorale. Negli anni della sua formazione, a partire dalla fine del 1552, Carlo Borromeo era stato studente a Pavia, dove nel 1559 si era addottorato in utroque iure, conseguendo una solida formazione giuridica che improntò sempre la sua azione, anche come arcivescovo. Negli anni pavesi, in cui si era distinto per l’impegno negli studi, aveva conosciuto varie difficoltà, non tutte dovute ad eventi esterni; tra l’altro si era più volte trovato in ristrettezze finanziarie. Inoltre l’ambiente studentesco era alquanto turbolento, non alieno da violenze e dissolutezze, come testimoniano i resoconti di diversi autori del tempo. Da tale esperienza nacque in Carlo l’intento di fondare a Pavia un nuovo collegio che consentisse a studenti, dotati intellettualmente ma non economicamente, di accedere agli studi presso quell’antica e famosa università, garantendone al tempo stesso in modo particolare la formazione etica e religiosa. Il Collegio Borromeo è quindi istituzione educativa tipica del clima che caratterizza la Riforma cattolica, in cui i centri di formazione ed educazione si moltiplicarono in nuove e diverse istituzioni: dai seminari per la formazione religiosa e culturale del clero alle scuole della dottrina cristiana per l’istruzione religiosa dei più semplici tra i fedeli. Fenomeno rilevante in tale ambito fu la fondazione di collegi, che spesso si svilupparono, almeno in parte, sul modello del Collegio Romano dei Gesuiti, fondato nel 1551. A Milano venivano istituiti, con funzioni diversificate, il Collegio dei Nobili, il Collegio Elvetico, il Collegio di Brera; a Pavia, accanto al Borromeo, sorse, quasi contemporaneamente, il Collegio Ghislieri. All’azione strettamente controriformistica della Chiesa si affiancava la volontà di formare pienamente, anche e soprattutto sotto il profilo etico-religioso, quanti avrebbero avuto nelle loro mani il governo dello Stato, cioè la futura classe dirigente. Nella 3


costituire continuo richiamo e sollecitazione a una dignità di vita interiore. Date la grandiosità del progetto e la complessità dei lavori, l’apertura ufficiale e definitiva del Collegio avvenne solo nel 1588. Nel 1581 tuttavia, a un ventennio dalla data di fondazione, il Collegio aveva potuto parzialmente entrare in funzione ed accogliere i primi studenti. Tra essi figurava l’illustre cugino di Carlo Borromeo, Federico. Egli pure si distinse negli studi; durante il suo alunnato fondò, secondo il consueto gusto del tempo, una “Accademia degli Accurati”, che aveva sede nel grande salone, poi affrescato proprio per sua volontà agli inizi del Seicento da Federico Zuccari e Cesare Nebbia (gli affreschi sono stati restaurati alcuni anni fa con il contributo della CARIPLO). Non a caso (siamo in anni antecedenti il 1610, data di canonizzazione di Carlo) il tema degli affreschi riguarda episodi della vita di Carlo Borromeo, del quale si esaltavano la personalità e l’azione. Federico portò a compimento l’opera iniziata dal cugino, dando slancio e continuità - come per altre iniziative educative inaugurate nell’età precedente - a un’istituzione che avrebbe ospitato per più di quattro secoli e, fino ai giorni nostri, un numero notevolissimo di alunni, spesso poi destinati a distinguersi, come si vedrà, nelle attività di governo e nei diversi campi del sapere. Le Costituzioni del Collegio, che ne regolavano la vita e l’amministrazione, furono redatte solo dopo la morte del fondatore, ma ne riflettono lo spirito e gli intenti. Il canonico Ludovico Moneta fu l’estensore delle regole, il cui testo definitivo ottenne formale approvazione da parte di Sisto V, su diretta sollecitazione di Federico Borromeo; una successiva redazione delle Costituzioni, approvata da papa Paolo V, apportava alcune modifiche al testo originario, sulla base dell’esperienza compiuta. Il Collegio era direttamente soggetto alla Santa Sede, che ne delegava la suprema direzione e l’amministrazione a un membro ecclesiastico, o eventualmente laico, della famiglia Borromeo: si riconosceva dunque alla famiglia quel ruolo a cui Carlo era stato particolarmente interessato e sensibile. Il controllo circa l’applicazione delle Costituzioni era affidato all’arcivescovo di Milano e ai vescovi di Pavia e Lodi. Ma al “patrono” di Casa Borromeo (administrator) spettava la nomina del rettore, cioè di una figura gerarchica essenziale, responsabile del buon funzionamento dell’istituzione. Di competenza dell’amministratore era anche la scelta degli alunni, in numero di quaranta, tra i quali sei potevano essere “esteri”, gli altri dovevano invece tutti appartenere allo Stato di Milano, ed essere ricchi d’ingegno ma poveri di mezzi. Il Collegio fu dalla fondazione considerato patrimonio della famiglia Borromeo, fatto che costituì efficace elemento di difesa dell’istituzione nell’età delle soppressioni ecclesiastiche, tra l’ultimo Settecento e il primo Ottocento. Anzi, il conte Giberto agli inizi del XIX secolo acquistò dal demanio diversi immobili onde completare il monumento

che già nel Seicento era stato arricchito di un bel giardino all’italiana, con fontana su disegno del Richini. La sistemazione operata da G. Pollack tuttavia comportò la distruzione della chiesa di San Giovanni in Borgo, uno dei più importanti monumenti romanici della città. Nel nostro secolo il Collegio fu riconosciuto ente morale, con un nuovo statuto che accanto all’antica figura del Patrono prevedeva un consiglio d’amministrazione composto da sei membri, eletti rispettivamente dal patrono, dall’arcivescovo di Milano, dal vescovo di Pavia, dal rettore dell’università e dal sindaco della città, nonché dal rappresentante degli ex-alunni del Collegio raccolti nella omonima associazione. Fu inoltre riconosciuto dal ministero della pubblica istruzione, insieme al Collegio Ghislieri e ad altri, come ente di alta qualificazione culturale, e perciò posto sotto la sorveglianza del ministero stesso (oggi del ministero per l’università e la ricerca scientifica) e finanziato per le attività culturali svolte. Ancor oggi il Collegio garantisce la gratuità del posto a più di un terzo degli alunni, le cui famiglie non possiedono un reddito elevato. I lavori di restauro avvenuti negli ultimi lustri hanno ricondotto via via la fabbrica allo splendore originario e ne hanno ampliato le possibilità d’uso, adeguandole alle esigenze dei tempi. Sono più di quattromila gli studenti che si sono susseguiti dalla fondazione: la vita vera del Collegio è in questi nomi, talora poco noti, talaltra di grande rilievo. Possiamo ricordare tra i borromaici illustri alcuni membri importanti della classe dirigente milanese, quali Giovanni Giussani (vicario di giustizia), Giorgio Clerici (presidente del Senato), Marco Arese (reggitore del Supremo Consiglio), Alessandro Castiglioni (vicario di provvisone, capitano di giustizia), Pietro Custodi (segretario generale delle finanze, consigliere di Stato). Tre arcivescovi di Milano furono alunni del Collegio: Federico Borromeo, Cesare Monti, Giuseppe Pozzobonelli. Allievi del Borromeo furono anche il protomedico Ludovico Settala, distintosi nella peste del 1630, F. Enrico Acerbi, medico di casa Manzoni e precursore della moderna batteriologia, Carlo Forlanini, inventore del pneumotorace artificiale. Né sono da dimenticare i nomi di Luigi Rossari, grande amico del Porta e intimo del Manzoni; del garibaldino Agostino Bertani, poi in Parlamento capo riconosciuto della Sinistra; di Giuseppe Ferrari, sostenitore di un federalismo repubblicano. Possiamo altresì ricordare Scipione Ronchetti, guardasigilli dal 1903 al 1905; Antonio Pesenti, ministro delle Finanze nel 1945; il ginecologo Emilio Alfieri, il nunzio apostolico Luigi Arrigoni, il presidente della Società astronomica Luigi Volta, lo scrittore Eligio Possenti. Notevole esempio del perdurare dello spirito dei Borromeo è la figura di Contardo Ferrini, la cui tesi di laurea del 1880 si conserva in Collegio: insigne studioso di diritto romano, fu beatificato nel 1947. 4


Oggi si accede al Collegio per concorso, qualificandosi con prove scritte e orali; vi si può conservare il posto ottenendo in tutte le discipline una media di almeno 27/30 e sostenendo in corso tutti gli esami previsti. Dal 1976 funziona una sezione laureati, per favorire chi si impegna nella ricerca scientifica. Inoltre il Collegio propone molte attività culturali, offrendo a studenti e frequentatori, mediante conferenze, seminari interni, concerti e convegni, molteplici occasioni per una formazione integrale. Dal 2009 il Collegio ha attivato la sezione femminile che ospita 50 studentesse completando così la sua funzione educativa garantendo le pari opportunità. Il Borromeo continua ad essere realtà vivace ed operosa, che si propone per la qualità delle iniziative e della vita della comunità studentesca che lo anima; realtà che, feconda nel passato, si apre verso il futuro, nello scenario di un’Europa in profondo mutamento. Se lo spirito che ha animato l’istituzione fin dalle origini non verrà meno, il “palazzo per la Sapienza” potrà, con l’aiuto di chi ama la cultura, rispondere alla sfida dei tempi nuovi.

Altri illustri borromaici potrebbero essere ricordati, oggi noti come docenti universitari, uomini politici, chirurghi, avvocati, filosofi, ingegneri... ma non è necessario citarne i nomi, a tutti conosciuti. Molti furono anche i personaggi importanti, ospiti del Collegio, che lo visitarono e lo descrissero: da Giorgio Vasari a Michel de Montaigne, dal Tasso a Alessandro Manzoni, a Stendhal, che esaltava in modo particolare le architetture del Pellegrini. Non possiamo dimenticare i discorsi del card. Montini, poi Paolo VI, o quelli di Giovanni Paolo II in occasione della sua visita del 1984, e di Benedetto XVI dell’aprile 2007. Cesare Angelini, fine letterato, che a lungo fu rettore del Collegio, tra le altre cose, organizzò conferenze di personaggi come Filippo Tommaso Marinetti, Carlo Linati, Luigi Russo, Montale, Bacchelli, Quasimodo, Bargellini, Jemolo, Carnelutti, Papini, Prezzolini... In anni più recenti, furono chiamati a parlare Carlo Rubbia e Rita Levi Montalcini, Norberto Bobbio, Pietro Prini, Evandro Agazzi, Antonino Zichichi, Pietro Caldirola, Luigi Dadda, Bruno Coppi... e l’elenco potrebbe continuare.

don Ernesto Maggi Rettore dell’Almo Collegio Borromeo

La sezione femminile (2009)

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QUATTRO SECOLI DI STORIA capacità intellettuali, ma sforniti di risorse economiche, la possibilità di attendere agli studi e di laurearsi e insieme di sviluppare, con opportuna guida, una vita di pietà intensa e una profonda esperienza spirituale. S. Carlo studente a Pavia dal 1552 al 1559 aveva ben conosciuto la vita universitaria. Le lettere di quegli anni, sue e del suo precettore, ce ne danno un vivo quadro: «La maggior parte de questi scolari sono tanto insolenti che non puotriano essere di più, né s’ode altro che poltronerie, anzi par che se li convengono per esser scolari, dicendo ch’egli ne hanno libertà et che possono far come a lor piace; et quelli che non si vogliono accostar alla loro vita dicono che sono minchioni»1. Alcune lezioni non si possono ascoltare «per il gran strepito che fanno questi insolentissimi scolari», i quali spingevano l’intemperanza fino a chiassate e risse per le strade, a insolenze a donne e cittadini, a irriverenze gravi fin nelle chiese. Molti perdevano tempo e denaro dissipandoli in vizi, senza progresso negli studi. Il giovane Carlo ne aveva un chiaro esempio nella sua stessa ‘familia’ pavese: aveva preso in affitto una casa di alcune stanze, e vi abitava con il suo precettore sacerdote, con alcuni domestici e un amico, figlio del dottore in leggi Gian Pietro Vigezzi. Proprio questi, dopo poco tempo, era stato irretito a vita dissipata, tanto che dovette essere allontanato dalla casa e dalla compagnia di Carlo. I biografi insistono sulla ‘scomodità’ e sulle ‘angustie’ degli anni pavesi del Santo, nonché sulla scarsità di denaro di cui disponeva (erano anni peraltro difficili per la sua pur potente famiglia perché non ancora anni di pace, e occorreva provvedere alla difesa dei molti feudi e possedimenti). È evidente però che non furono le angustie (relative, visto che aveva una casa di sei stanze, un precettore e tre servitori) a motivare il progetto della fondazione del Collegio, bensì l’esperienza diretta della grande diffusione e della incisiva influenza di un modo edonistico di vivere la giovinezza, il cui esito migliore poteva anche essere l’acquisizione di una elevata competenza professionale, ma non certo il radicamento di valori umani e cristiani in persone peraltro destinate ad un importante ruolo culturale e sociale. Questo stile edonistico, diffuso nel Rinascimento, Carlo lo incontrò certo anche (e ancora più) a Roma nel 1560, e nella stessa corte pontificia; ma qui conobbe anche significative istituzioni, forse non del tutto estranee alla

Le origini e gli obiettivi Nel 1560, a 22 anni, Carlo Borromeo, appena creato cardinale, progettò di istituire in Pavia, unica città universitaria dello Stato di Milano, il Collegio che porta il suo nome e l’anno dopo ottenne dal Papa, suo zio materno Pio IV Medici, la Bolla di istituzione, in data 15 ottobre 1561. Scelta l’area e l’architetto, approvato il progetto e procurati (col sostanziale aiuto del Pontefice) i fondi e le rendite necessarie, l’edificio fu costruito fra il 1564 e il 1586. Funzionò regolarmente (cioè secondo le regole appena definite e nell’edificio portato a termine) solo dal 1586, ma già prima una comunità di studenti borromaici viveva in Pavia, “nella casa del dottor Graziano”, un docente dell’Ateneo che li ospitava secondo un collaudato costume medioevale, ma già con regole interamente nuove e di stampo ‘carolino’. Dal 1581 un primo gruppo di alunni poté prendere alloggio nella parte già abitabile dell’edificio che era ancora in costruzione: il futuro cardinale Federico Borromeo vi entrò appunto in quell’anno, e prese stanza nell’ala occidentale (la facciata). L’edificio fu progettato dallo stesso architetto (Pellegrino Pellegrini) cui S. Carlo, dal 1564 vescovo di Milano, commissionò altri edifici e lavori per le istituzioni più nuove, importanti e incisive del suo globale progetto di rinnovamento della chiesa e della società milanesi: il Seminario, la Curia, il Collegio Elvetico, le Case canonicali. Anche questo è un aspetto non secondario per capire il Collegio Borromeo, capitolo ‘organico’ di un progetto ben più vasto. Ben espresse questo significato il cardinal Federico che, nel 1602, commissionando gli affreschi della sala maggiore secondo un meditato progetto di iconografia carliana, volle un riquadro con questa didascalia: “Borrhomaeum Ticini nobilium Mediolani collegium erigit, quinque seminaria et Oblatorum Congregationem instituit, regulisque temperat ac legibus”. Nel riquadro, Carlo è circondato dai suoi uomini nuovi, lievito e sale del suo progetto: i professionisti-umanisti cristiani usciti dal suo Collegio pavese, i ‘nuovi’ nobili, istruiti e trasformati dai Gesuiti, i colti e i pii preti usciti dai seminari e formati dagli Oblati. Il Collegio Borromeo rappresenta dunque non un semplice per quanto importante gesto di generosità e mecenatismo principeschi, ma un elemento necessario e qualificante della “Riforma cattolica”. Per volontà del fondatore, attestata dalle costituzioni del 1586, esso ha lo scopo di assicurare a giovani dotati di

1 R. MAIOCCHI-A. MOIRAGHI, L’Almo Collegio Borromeo. San Carlo Borromeo studente a Pavia e gli inizi del Collegio, Pavia, 1912.

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più tipicamente carolino, e si precisa nettamente dal 1562 (anno della “conversione personale” di Carlo) e soprattutto dal 1564, quando il fondatore, a 26 anni, inizia a risiedere e reggere personalmente la Chiesa di Milano. Un’abbondante storiografia, rinnovata nel metodo e nelle prospettive, negli ultimi trent’anni ha preso le distanze dalla agiografia, e illustrato in modo assai più critico e scientifico la situazione della Chiesa e della società lombarde in cui il santo esplicò la sua intensissima attività; questa, lungi dal risultarne ridimensionata, appare ora in certo senso ancora più coerente. Una conoscenza molto più approfondita e dettagliata dei ceti dirigenti e di quelli popolari della Lombardia del tempo permette di cogliere e di apprezzare meglio i nessi tra gli interventi riformatori di Carlo, cioè il filo rosso che lega le sue iniziative, e lega anche il Collegio pavese. Appare chiaro che l’arcivescovo di Milano si preoccupò certo di reprimere eterodossia e comportamenti ritenuti immorali, ma soprattutto volle creare un sistema integrato e organico di strumenti che preparassero il futuro fornendo ‘uomini nuovi’ e rigorosi per i vari settori della vita, per i vari ‘ministeri’. La storiografia ha sottolineato i provvedimenti per il clero, i celebrati Seminari milanesi, modello dell’Europa cattolica; è bene invece qui insistere sulla attenzione ai laici ‘che contano’: i nobili, il ceto dirigente patrizio, i professionisti e i quadri dell’amministrazione, le persone destinate alle funzioni pubbliche. È evidente che una stessa linea progettuale unisce sia la fondazione del Collegio dei Nobili, affidato ai Gesuiti, sia l’istituzione del Collegio Borromeo, per una formazione cristiana dei professionisti (per non dire poi della formazione del clero). Questo disegno spiega gli elementi comuni alle tre istituzioni: come i seminaristi, e come i nobili nel loro Collegio, anche gli studenti borromaici sono tenuti alla frequenza alla messa quotidiana, a sacramenti almeno una volta il mese, all’orazione mentale e all’esame di coscienza, alla preghiera, meglio se quella ufficiale della Chiesa (breviario, Ufficio della B.V. Maria). Le differenze emergono invece in funzione delle diverse vocazioni specifiche: ai chierici la teologia, ai nobili la grammatica, filosofia, matematica e arti marziali, ai futuri professionisti e scienziati lo “Studio generale”, l’Università, cui si aggiungono specifiche ‘accademie’ interne, guidate da Dottori dell’Ateneo. È interessante rilevare come nelle regole del Collegio dei Nobili si trovi anche una certa diligenza pedante, un orizzonte in certo modo più angusto. Vi è meno presente quell’ampio respiro religioso e quella ricchezza di motivi umani e spirituali che caratterizzano le Costituzioni del Collegio Borromeo, il quale nella mente del suo fondatore vive su un piano più alto proprio

genesi del progetto pavese: i collegi gesuitici Romano e Germanico, che avevano in sé quel sale che mancava alle molte istituzioni, grandi e piccole, di cui erano dotate allora più o meno tutte le città universitarie. Anche Pavia non era priva di collegi; vi si potevano contare (prima che Carlo vi aprisse il suo) il Marliani, il Griffi, il Bossi e soprattutto il Collegio Sant’Agostino, dove tra l’altro aveva studiato lo zio, il regnante pontefice Pio IV. Si trattava di piccole istituzioni, che ospitavano una decina di studenti, tranne quello di Sant’Agostino, previsto per 24; fornivano alloggio e vitto, in qualche caso (il Sant’Agostino) una cattedra interna, ma non un significativo stimolo alla vita cristiana e alla formazione di una rigorosa coscienza. Il più importante fra questi, quello in cui studiò Pio IV, era stato fondato dal cardinale Branda Castiglioni nel 1429, e, unico, prevedeva anche una vita di preghiera (aveva un oratorio interno) ed una formazione teologica, con una ‘cattedra’ interna di tale disciplina. Alla sua istituzione e al suo ordinamento non fu estraneo un illustre esempio bolognese, come il Collegio di Spagna, noto al cardinale fondatore. Col tempo però la finalità della formazione spirituale e teologica si era attenuata anche nel Collegio Sant’Agostino, ed era prevalsa la finalità ‘assistenziale’, di cui godé anche il futuro Pio IV Medici. La fondazione del Borromeo rappresenta dunque un elemento di novità, sia per le dimensioni dell’intervento (sulle prime si pensava a molte decine di alunni, anche 100) sia per la qualità del progetto, che unisce all’assistenza la formazione spirituale ed ascetica. Le tradizioni di ceto, le personali abitudini di vita, conformi a grandezze principesche (Carlo a Roma aveva una sua ‘familia’ di 150 persone tutte vestite di velluto nero da capo a piedi), il desiderio di esaltare il casato contribuiscono sicuramente a spiegare certi aspetti del progetto, ma le ragioni di fondo di esso si individuano nella stima per il valore umano e religioso della cultura e nella necessità di formare uomini nuovi per una Chiesa rinnovata e militante. La prima ragione era molto sentita anche da Pio IV: la Bolla di fondazione (15 ottobre 1561) accenna ai «frutti graditi a Dio e utili a tutta la Repubblica cristiana e salutari alle anime dei fedeli che sono solite provenire dallo studio delle lettere», e un’ulteriore Bolla del 2 novembre 1562 insiste sul «dono (...) concesso agli uomini dal Dio immortale in virtù del quale essi possono attraverso lo studio assiduo delle buone lettere dissipare la nebbia dell’ignoranza e conseguire il tesoro della scienza attraverso il quale si apre la via ad una vita buona e felice». Il secondo tema, la formazione di un cristiano laico rigoroso, che ‘militi’ attraverso l’eccellenza professionale e l’onestà della vita in una società segnata in modo così preoccupante dalla rilassatezza e dall’edonismo è invece 7


La bolla del 15 ottobre 1561 con cui Pio IV istituisce il Borromeo

Le costituzioni del Collegio (1652)


perché destinato alla formazione degli studenti universitari2. In questo progetto è chiaro che il nemico non è tanto il Protestantesimo, quanto piuttosto l’edonismo e il disimpegno. Il Collegio Borromeo perciò non è un’istituzione “controriformistica”, ma un progetto di “riforma cattolica”, di rinnovata vita cristiana nella società: questo carattere, unito alla funzione assistenziale, gli ha consentito, nel tempo, una durata e un respiro che non sarebbero stati concessi da una più limitata e contingente prospettiva ‘controriformatrice’.

di notevoli attitudini intellettuali e di condizioni economiche tali da non consentire gli studi universitari. A questi offriva vitto e alloggio gratuiti per un massimo di sette anni. I posti disponibili erano 40, di cui 34 riservati a giovani dello Stato di Milano e 6 a giovani di altri Stati italiani. Quanto alle Facoltà, 8 posti erano riservati a studenti di Teologia, 26 ai giuristi e 6 a studenti di Medicina o altre ‘arti’. La regola di vita era austera e prevedeva, come si è detto, un’intensa vita di preghiera, liturgica e sacramentale. La disciplina pure era esigente: l’alunno non doveva partecipare alle note intemperanze studentesche, ma mantenere uno stile di vita decoroso e serio, aiutato in ciò da una ‘divisa’ di aspetto clericale: una talare violacea con stola fregiata del motto “Humilitas”. Anche in questo si trova una significativa analogia tra Borromaici da una parte, alunni del Collegio dei Nobili dall’altra, e infine seminaristi, e il riquadro, fatto dipingere da Federico nella sala maggiore, la illustra opportunamente. L’istituzione pavese non aveva maestri ‘interni’. Gli alunni frequentavano le lezioni dell’Università. La qualità degli studi e il profitto erano controllati dal rettore e da periodiche ‘accademie’ e discussioni comuni su temi affidati volta a volta alla illustrazione e alla difesa di questo o quell’alunno. Per rendere più efficaci queste ‘accademie’ il cardinale Federico le divise per Facoltà (una per i giuristi, una per i medici) e le affidò a dei tutori, Dottori dell’Ateneo pagati dal Collegio, che dovevano inoltre provvedere a ripetizioni o lezioni particolari, integrando i corsi ufficiali dello Studio Generale. A differenza di molti illustri Collegi inglesi, il Borromeo riduce al minimo le lezioni interne dunque, mentre dà rilievo alla dimensione assistenziale e agli stimoli alla vita spirituale e liturgica. Essendo per soli giovani ‘poveri’ assurge ad una funzione meritocratica e di promozione della mobilità sociale in un tempo e in una società dove ciò era poco in auge, anche se per ‘poveri’ occorre pur sempre intendere giovani appartenenti a famiglie nobili impoverite, o a famiglie del ceto ‘civile’ ma sprovviste di abbondanti mezzi. In che misura il Borromeo riuscì a svolgere le funzioni che il fondatore gli assegnava? Mancano studi sistematici sugli alunni, sulle carriere, sulle posizioni ricoperte e sulle funzioni esercitate nella società e nella Chiesa del tempo, né ci si può accontentare della conoscenza di qualche caso, per trarre conclusioni valide su una massa di centinaia di alunni (tra il 1588 e il 1688 furono 706 e dal 1689 alla Rivoluzione francese furono 788). Sarebbe di grande interesse anche poter apprezzare la reale portata della funzione spiritualmente formativa voluta dalle Costituzioni; certo questa ci fu, perché gli atti dei processi, nella misura in cui sono stati conservati e studiati, mostrano che gli studenti borromaici furono protagonisti di risse e di episodi di delinquenza assai meno della media degli studenti. Un

Le Costituzioni e le vicende nei secoli XVII e XVIII Le Costituzioni del Collegio non furono scritte da S. Carlo, che, occupato dal governo dell’arcidiocesi, rimandò sempre l’operazione finché la morte gliela impedì. Egli aveva però indicato tre persone, depositarie della sua fiducia, che avrebbero dovuto stenderle, e una di queste, il sacerdote Ludovico Moneta, vi si accinse e compì l’opera nel 1586. Il Papa Sisto V le approvò il 24 aprile 1587. La prima edizione a stampa conosciuta è del 1652 (Milano, tipografia arcivescovile)3. A capo del Collegio sta l’Amministratore (membro della famiglia Borromeo e preferibilmente ecclesiastico) garante della osservanza delle Costituzioni. Egli nomina sia il rettore che gli alunni, ne giudica la condotta in caso di delinquenza, ed ha compiti di ‘patronato’ sulla istituzione. Il rettore, un sacerdote, e preferibilmente ambrosiano e della congregazione degli Oblati, ha il compito di presiedere alla ordinata vita di 40 alunni e del personale, costituito da un prorettore, due cappellani, e 17 persone di servizio. Nel governo degli alunni era aiutato da quattro di essi, in funzione di ‘consiliarii’, estratti a sorte fra i più anziani. Il rettore aveva anche compiti economici, di amministrazione del patrimonio, e dal 1592 per volontà di Federico venne affiancato in ciò da quattro patrizi pavesi. La configurazione giuridica del Collegio era particolare: come Ente di fondazione ecclesiastica (benché il Patronato fosse della Famiglia Borromeo, e dunque potesse di fatto essere esercitato da un laico) non era sottoposto al foro laicale; neppure però sottostava a giurisdizione vescovile: l’Amministratore e il rettore vi esercitavano anche funzioni di foro (il che era anche per il Collegio gemello Ghislieri). Fondato con esplicite finalità assistenziali per alunni poveri e di buona indole, ospitava alunni di buoni costumi, 2 M. MARCOCCHI, Il Collegio Borromeo ne quadro della riforma di S. Carlo, in AA.VV., I quattro secoli del Collegio Borromeo di Pavia, Milano 1961, pp. 39-56. 3 G. VISMARA, Le Costituzioni del Collegio da Carlo a Federico Borromeo, ibidem. pp. 57-110.

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aspetto tuttavia induce a prudente riflessione, e cioè il fatto che il Collegio godesse privilegio di foro e gli studenti borromaici non fossero sottoposti al normale tribunale. Uno studio sulla ‘criminalità’ degli alunni del Ghislieri (che godevano di analogo regime) mostra come tale privilegio abbia in qualche caso giocato un ruolo non di freno, e ciò non solo nel secolo di Renzo, quando anche i giovani più tranquilli avevano una certa aria di braveria, ma anche nel Settecento4. Nel Cinquecento e nel Seicento il Borromeo visse, con la città, una storia segnata da drammatici avvenimenti, che si ripercossero tra le sue mura: carestie, epidemie di peste (specie quella del 1630), di tifo e di vaiolo, gli assedi (famoso quello del 1656 quando le artiglierie francesi, collocate appena al di là delle mura presso l’attuale Darsena, colpirono molti edifici attornianti il Collegio, e diroccarono definitivamente la chiesa di S. Martino fuori porta). Contro le carestie gli studenti borromaici erano ben provveduti: le migliaia di pertiche di buona terra assegnate in proprietà assicuravano loro un regime alimentare assai superiore a quello comune (testimoniato dai registri di amministrazione e studiato da Dante Zanetti)5. Secondo le abitudini del ceto patrizio, i borromaici disponevano di oltre settecento grammi di pane al giorno (a testa) e di una eccessiva razione di carne e uova, predisponendosi così al male nobile della gotta. Le aziende del Collegio erano oggetto di accurata conduzione economica (l’archivio delle ‘possessioni’ agricole è uno dei meglio documentati e più ricchi in Pavia) e luoghi di significative e tempestive sperimentazioni di nuove e redditizie culture, o di modificazioni di regime pattizio: negli anni di crisi di metà Seicento si passò dalla affittanza alla masseria (per assicurare almeno una sufficiente disponibilità di generi), mentre, superata la crisi, si tornò all’affittanza e si investì molto nella terra. Impianti di vigneti, introduzione e diffusione del mais, sviluppo del riso, rifacimento di cascine, scavo di canali di irrigazione mostrano che anche agronomicamente e tecnicamente il Collegio fu un imprenditore agricolo di notevole rilievo, non privo di aspetti di avanguardia. Data l’ispirazione (religiosa) del Borromeo, non manca la preoccupazione per la vita liturgico-sacramentale dei coloni: il cardinal Federico e i suoi successori fecero costruire nelle grandi aziende di proprietà vari oratori (anche non privi di pregio artistico) che ancora oggi esistono a Comairano, Lago de’ Porzi, San Re e Pegazzera.

Il Collegio non poté non risentire della crisi grave di molte Università italiane (e di quella di Pavia) tra metà Seicento e metà Settecento, e ciò non tanto sotto l’aspetto del numero degli alunni, quanto invece sotto quello della loro appartenenza sociale: sembra che nella prima metà del Settecento si contino tra i Borromaici meno ‘nobili’ e più ‘civili’ . Prima che Maria Teresa la riformasse, nel 1753, l’Università di Pavia aveva conosciuto una profonda decadenza: si era ridotta ad avere circa 200 studenti e un corpo docente dequalificato, scarso, provinciale. Le ragioni di ciò stanno non tanto nella crisi economica del Seicento, o nelle guerre del primo Settecento, quanto nel fatto che, nel corso di quei secoli, l’Università di Pavia (ma lo stesso si può dire di molte Università italiane) era stata esautorata a pro di altre Istituzioni. Non aveva più il monopolio della laurea, e questa poteva essere concessa da molti altri Enti quali Ordini professionali, Collegi di Ordini religiosi (in particolare Gesuiti), singole personalità. Gli studenti, specie patrizi, di molte città si rivolgevano così con comodità alle istituzioni locali (Collegio dei giurisperiti, Collegio dei medici o notai) tanto più che queste erano formate da persone del loro stesso ceto. Fu così che a Pavia affluirono sempre meno studenti, e il Senato pagò e nominò professori sempre meno qualificati, e sempre più ‘locali’6. Tra fine Seicento e metà Settecento lo studio pavese venne ad avere poco più di duecento iscritti, e se si pensa che in Borromeo ne alloggiavano circa 40, e nel Collegio ‘gemello’, il Ghislieri circa altrettanti, si può valutare che quasi la metà di tutta la popolazione studentesca era fatta da alunni dei due collegi maggiori. Questi alunni tendevano a provenire sempre meno dalla nobiltà che poteva contare molti membri nei Collegi professionali cittadini, e sempre più da un ceto civile (magari ‘povero’) cui la frequentazione dei Collegi professionali e dei loro membri riusciva meno facile, quando anche non veniva di fatto preclusa. La crisi dell’Università non significa crisi del Collegio Borromeo, che proprio allora mostra più efficace la sua valenza ‘assistenziale’: se l’Università si spopola, per l’assenza dei più socialmente qualificati e ricchi studenti, il Collegio resta popolato non meno che nel Cinquecento ma, è logico supporlo, è popolato soprattutto da chi non può contare nella sua città o borgo su una facile ammissione alla pratica presso gli ordini professionali. Una diminuzione degli ingressi ci fu negli anni peggiori (quelli delle tre grandi guerre europee, e cioè gli anni 20-40 del Settecento), ma dopo le Riforme, nella seconda metà del secolo, il Borromeo tornò ad essere affollato (settanta-ottanta

4 G. MOTTA, “Dementi furore anhelantes”, studio sulla criminalità tra gli alunni del Collegio Ghislieri in antico regime, Tesi di laurea in Storia moderna, Università di Pavia, anno accademico 1989-90. 5 D. ZANETTI, Problemi alimentari di un’economia preindustriale, Torino, 1964.

6 G. GUDERZO, La riforma dell’Università di Pavia. in Economia Istituzioni Cultura in Lombardia nell’età di Maria Teresa, Bologna, 1982. vol. III. pp. 845-882.

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ingressi ogni decennio, contro la cinquantina del periodo più difficile).

1803, quando il Collegio poté essere riaperto e ripristinata la convivenza. Gli anni del Regno Italico e della prima Restaurazione non conobbero difficoltà paragonabili a quelle degli anni precedenti, e gli ingressi furono numerosi e regolari. Qualcosa però andava mutando tra gli alunni, e la Polizia austriaca sospettò inquinamenti di Sette quali la Carboneria e la Massoneria. I moti del 1821 e l’ondata di arresti e di sospetti si abbatté anche sul Collegio, dove nel 1822 non si nominarono alunni; tanti erano i sospetti della polizia sull’inquieto mondo studentesco, e sul Borromeo in specie, che tra il 1823 e il 1824 le autorità del Governo pretesero di fare piazza pulita, vuotando completamente il Collegio, e nominandovi tutti alunni nuovi. «Con la generale rinnovazione di tutti gli alunni di sopra accennata e voluta da’ più giusti motivi di una radicale e definitiva riforma, dopo sì strepitose vicende militari, politiche e morali, venne il Convitto portato al numero di 35 e diretto con analoghi Disciplinari Regolamenti»9. Muta il panorama umano degli alunni, ora quasi tutti ‘civili’, borghesi e in parte della borghesia meno alta. Muta, nel frattempo, anche il clima politico e ideologico: in Borromeo vivono e si formano esponenti liberali e radicali di primo piano, quali Agostino Bertani (matricola nel 1829) e Giuseppe Ferrari (matricola nel 1827). Nove borromaici su trentacinque si fanno volontari nell’esercito piemontese nel 1859, e quattro si fanno garibaldini. Il Patrono, Vitaliano IX, collaborò con Gabrio Casati nel Governo provvisorio di Milano del 1848, e ciò per poco non determinò la soppressione del Collegio, al ritorno dell’Austria. Ancora una volta questo fu salvato in extremis da un membro ecclesiastico della famiglia, il prelato di Curia Edoardo Borromeo, che ottenne dal Segretario di Stato di Pio IX, nel 1850, che venisse conservato e che il patronato venisse mantenuto alla famiglia. Il mutamento nella estrazione sociale degli alunni ottocenteschi (rispetto al Settecento) si ripercuote sugli esiti e le scelte professionali. I borromaici si dedicano meno alla pubblica amministrazione (attività quasi naturale e scontata per gli alunni patrizi) e molto più alle professioni. Molti di loro raggiungono risultati eccellenti e conseguono larga fama.

Gli anni della Rivoluzione francese e l’Ottocento Il Collegio Borromeo corse il primo gravissimo pericolo di scomparire con l’arrivo delle armate di Napoleone e con la legislazione ecclesiastica della Cisalpina. Nel 1796 la guerra determinò la chiusura dell’Università e l’occupazione del Collegio da parte dell’esercito: «in quest’anno (...) si tenne chiuso il Collegio, occupato dagli Alloggi Militari, e quindi non venne nominato nessun alunno»7. I pericoli maggiori però non vennero dalla chiusura per necessità belliche, ma dalla minaccia di soppressione e di incameramento dei beni da parte dello Stato in quanto il Collegio veniva considerato Ente ecclesiastico: gli sarebbe toccata la stessa sorte che toccò a molti conventi e abbazie, e nel 1798 venne compreso in un elenco ufficiale di Enti da sopprimere. Fu salvato dal Patrono, il conte Giberto V, che sostenne con successo la tesi che il Collegio era Ente di patronato privato, e destinato all’educazione e non al culto. Salvato il Collegio, la contemporanea soppressione di Chiese e Collegiate ne consentì addirittura un ampliamento e completamento: venne soppressa, venduta ed atterrata la attigua chiesa di S. Giovanni in Borgo (un insigne monumento romanico, ritratto a fianco del Collegio in vecchie stampe), si poté realizzare il giardino a sud, e il Pollack completò la sistemazione del fianco prima addossato alla chiesa. Negli anni rivoluzionari e napoleonici il Collegio Borromeo mantenne così il suo statuto tradizionale, mentre il Collegio Ghislieri divenne Collegio Nazionale. Le regole di reclutamento e convivenza del Borromeo rimasero fondamentalmente le stesse, così come rimase l’ispirazione religiosa. Il Collegio Ghislieri subì invece una più profonda laicizzazione. Questo fatto si ripercosse sugli atteggiamenti ideologici e i comportamenti degli alunni: i cronisti pavesi riferiscono di frequenti manifestazioni di acceso giacobinismo in Ghislieri, mentre il Borromeo sembra mantenere un atteggiamento meno radicale8. Le difficoltà legate alle guerre napoleoniche durarono per qualche anno: nel 1799 e 1800 (gli anni della reazione austro-russa) non ci furono ingressi di alunni e il Collegio restò chiuso, ma pagò una pensione agli alunni che frequentavano la riaperta Università, e così si continuò fino al

Dall’unità ad oggi Dopo l’unità e fino alla prima guerra mondiale, nel clima di tensione Chiesa-Stato e Scienza-Fede che ha caratterizzato in particolare il periodo 1880-1910, tra liberalismo, positivismo, nascente idealismo e tensioni modernistiche, il Borromeo divenne una palestra feconda di confronto, con il giurista Contardo Ferrini e col rettore e storico Rodolfo Maiocchi.

7 Annotazione a margine del Registro degli Alunni entrati in Collegio, pubblicata in I quattro Secoli…cit., p. 347. 8 Varie annotazioni sul comportamento degli studenti Borromaici e Ghislieriani nel periodo 1796-1814 si trovano sulle pagine dei diari manoscritti dei cronisti pavesi L. Fenini, G. Favalli e C. Gentile conservati nella biblioteca Bonetta di Pavia.

9 Annotazione sul Registro degli Alunni entrati in Collegio, pubblicata in I quattro secoli...cit, p. 349.

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ghesia, quando non anche di operai o di piccoli contadini, coltivatori diretti. Tra le due guerre e nel quindicennio 1945-60 l’estensione delle possibilità scolastiche anche a queste classi (i cui figli frequentano in misura maggiore anche i licei, magari godendo di borse di studio già durante l’adolescenza) permette al Borromeo di realizzare a fondo la sua ispirazione e vocazione meritocratica e assistenziale. Molti borromaici, alunni tra le due guerre o negli anni ‘50 possono testimoniare la funzione avuta dal Collegio nella loro vita, e attraverso l’Associazione Alunni intendono garantirla anche oggi con lasciti e donazioni. È questa anche una stagione splendida per carismatiche figure di rettori: Leopoldo Riboldi (rettore dal 1920 al 1927), Rinaldo Nascimbene, (rettore dal 1928 al 1939). Dal 1939 al 1961 il Collegio ebbe come rettore Cesare Angelini, scrittore e critico letterario in relazione con i maggiori poeti e critici contemporanei. Con l’evocazione della figura di Cesare Angelini sembra opportuno chiudere la rassegna dei rettori novecenteschi; il Fondatore ispirò l’opera dei rettori successivi, mons. Luigi Belloli e mons. Angelo Comini, che hanno ora responsabilità pastorali nella Chiesa, e don Ernesto Maggi, attuale rettore nella “Casa della Sapienza”.

Contardo Ferrini (1859-1902, beatificato da Pio XII nel 1947) studioso di Diritto Romano ma anche impegnato nelle polemiche scientifiche e politiche del tempo tra liberali, antitemporalisti e intransigenti, rappresentò una voce lucida e pacata, che evitò gli estremismi e, senza cedimenti compromissori, preparò future conciliazioni. Rodolfo Maiocchi, fondando agli inizi del secolo la Rivista di Scienze storiche, coltivò l’ambizioso progetto di raccogliere la più qualificata storiografia cattolica, non solo italiana, in una vigorosa battaglia metodologica e di ricerca contro il positivismo e per una storia non ipotecata in senso materialistico. Dopo la prima guerra mondiale, nel corso del quale il Collegio fu adibito a Ospedale militare, si apre un capitolo nuovo che dura fino ai primi anni sessanta quando, con la crescita economica del paese e le nuove leggi sul diritto allo studio e sull’accesso all’Università, si determinano ancora una volta condizioni nuove, nelle quali l’istituzione di S. Carlo ha dovuto ridefinire la propria funzione e i modi della sua presenza. Negli anni ‘20-’50 muta rapidamente ancora una volta la estrazione sociale degli alunni, che alla fine Ottocento erano ancora in gran parte ‘civili’, borghesi, e che ora in percentuali sempre maggiori sono figli della piccola bor-

Xenio Toscani Università Cattolica del Sacro Cuore

Il cortile

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IL COLLEGIO BORROMEO, UN PALAZZO PRINCIPESCO “PER LA SAPIENZA” a contatto, in Roma, con le opere di Sangallo il giovane, Vignola e Michelangelo4. Il 19 giugno 1564 viene posta la prima pietra5, come risulta anche dall’iscrizione murata nell’angolo nord della facciata. Il cantiere rimane aperto per circa vent’anni: nel ‘66 viene compiuto il portale, nel ‘70 la facciata settentrionale. Dopo una pausa dal 1572 al 1576, viene realizzata la cappella, decorata nel 1579. Nel 1580, quando il cugino Federico giunge a Pavia, erano completati il lato occidentale con la relativa facciata verso la piazza e l’ala meridionale verso il fiume; nel 1585 viene compiuto il cortile e da quest’anno incominciano a comparire nei documenti i nomi di due altri architetti: Lelio Buzzi e Martino Bassi.

La collocazione II Collegio Borromeo è situato nel comparto sudorientale della città, in un’area che nella sua fascia più esterna fu inglobata dalle mura solo in epoca spagnola. Amena per la presenza di orti e la vicinanza del fiume, la zona risulta edificata fin dal medioevo1, con case, torri ed alcune interessanti emergenze, quali la chiesa romanica di San Giovanni in Borgo2. A determinare la felice collocazione del Collegio in questa parte della città, contribuì, certo in maniera decisiva, il fatto che la famiglia Borromeo possedesse già, proprio qui, case e terreni. La scelta, che comportò delle demolizioni, consentì di riorganizzare secondo un disegno unitario una vasta estensione di terreno, risparmiando davanti all’edificio una piazza proporzionata alla sua mole e, dietro ad esso, l’area per un grande giardino. Nel 1585 il disegno del Claricio, che evidenzia le tre cinte di mura della città e gli edifici più significativi contenuti da esse, riporta la massiccia mole del Collegio ancora privo del giardino, che comparirà invece nella pianta secentesca del Ballada e sarà poi registrato senza sostanziali variazioni nella cartografia successiva.

Quando, nel 1586, Federico lascia Pavia, i lavori possono considerarsi nel complesso compiuti. Altre due fasi edilizie daranno al palazzo l’aspetto definitivo. All’inizio del Seicento l’architetto Francesco Maria Richini interviene sulla parte orientale racchiudendo il giardino con due bassi avancorpi di portico architravato, l’uno aperto con colonne binate, l’altro costituito da una muratura continua, scandita da lesene binate, che maschera un cortiletto sussidiario (1616-1620) e valorizzando la cinta mistilinea con il nicchione e la fontana nel 16296. Vengono attribuiti al Richini anche i due grandi camini del salone al piano terra (realizzati da Giacomo da Castello nel 1620) e la cancellata dell’androne verso il giardino7 (realizzata nel 1619 dal fabbro Gabriele Nazario). Nel primo Ottocento, a seguito della demolizione della chiesa di San Giovanni in Borgo, Giuseppe Pollack completa il prospetto verso il fiume (1818-20) riprendendo i motivi decorativi adottati da Pellegrini per la facciata.

Cronologia dei lavori Ottenuti da donna Barbara Cornazzani Beccaria alcuni stabili che sorgevano nell’area scelta per il Collegio, Carlo Borromeo decide, nel settembre 1563, che è tempo di dare l’avvio ai lavori3. L’8 novembre viene stipulata una convenzione per 56 colonne, il 29 novembre il contratto per le opere di muratura e nella primavera successiva sono in corso i lavori di demolizione dei vecchi edifici. Finalmente, nel maggio dello stesso anno, giunge a Pavia l’architetto Pellegrino Pellegrini che, originario della Valsolda, si era formato in ambiente bolognese ed era venuto

4 Pellegrino Pellegrini “filius quondam domini Tibaldi” (15271596), attivo anche come pittore, è noto soprattutto come architetto; prima di essere chiamato a Pavia da Carlo Borromeo aveva lavorato ad Ancona e a Bologna. Sulla sua formazione si veda A. PERONI, Il Collegio Borromeo... cit., e la bibliografia ivi citata. 5 È l’architetto stesso che ne dà notizia in una lettera indirizzata a Carlo Borromeo, commentando “L’opera tornerà magnifica, bella e ben composta...” (cfr. G. ROCCO, P. Pellegrini ‘l’architetto di S. Carlo’ e le sue opere nel Duomo di Milano, Milano 1939, pp. 204-205). 6 Archivio Collegio Borromeo (ACB), cart. CLVIII, fasc. 33. Collaudazione fatta dall’ingegnere Francesco Maria Ricchini delle opere eseguite da Giacomo Castelli e Donato Tadeo intorno alla Prospettiva del Giardino, 1629. 7 ACB, cart. CLVIII, fasc. 29.

1 Sull’area in oggetto e sull’inserimento urbanistico del Collegio si veda A. PERONI, Problema della documentazione urbanistica di Pavia dal Medioevo all’epoca moderna, in “Atti del Convegno di Studio sul Centro Storico di Pavia 1964”, Pavia 1968, pp. 117-122. 2 La chiesa di San Giovanni in Borgo, di fondazione preromanica, fu demolita nel secondo decennio dell’Ottocento. Cfr. A. PERONI, La struttura del San Giovanni in Borgo di Pavia, in “Arte Lombarda”, 1969,1° semestre, pp. 21-34; 11° semestre, pp. 63-76. Si veda anche L. ERBA, Nuove acquisizioni su San Giovanni in Borgo e il Collegio Borromeo, in Annuario 1990, Pavia 1991, pp. 15-32. 3 Un’attenta descrizione delle varie fasi edilìzie in C. BARONI, Il Collegio Borromeo di Pavia, Pavia 1937 e A. PERONI, Il Collegio Borromeo. Architettura e decorazione, in I quattro secoli del Collegio Borromeo di Pavia, Milano 1961.

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da mettersi in relazione con i prototipi serliani: “L’intonaco liscio definisce per virtù della luce il gioco alterno di queste fratte superfici, che con la loro acuta spigolosità conferiscono all’insieme una accentuata definizione lineare. L’accurata coerenza dei particolari ci avverte che il modulo si è fatto stile, e altro non significano i triglifi posti sulle colonne, e i panneggi che, compressi sotto il balcone, attorcono il bordo in liste a ricciolo”10.

La distribuzione interna L’espressione usata da Vasari “palazzo per la Sapienza”8 indica la destinazione d’uso collegata alla vita universitaria, che quindi si applica anche ai collegi. Sappiamo che Pellegrini, attivo a Bologna prima che a Pavia, conosceva il modello trecentesco del Collegio di Spagna9, costruito dall’architetto Matteo Giovannelli detto il Gattapone per ospitare gli studenti spagnoli iscritti all’Università di Bologna. L’organizzazione interna di entrambi i collegi presenta interessanti analogie distributive: alcune sale comuni si trovano nel lato occidentale, i locali collettivi e la cappella nel lato orientale (collocazione che consente di dare alla cappella l’orientamento tradizionale, con l’abside a est e la facciata a ovest), mentre nei lati nord e sud sono distribuite le camere per gli studenti. Dai loggiati si accede a due livelli di camere disimpegnate per mezzo di piccole scale interne che, a due a due, le collegano direttamente con i piani principali, realizzando un sistema di autonomie per nuclei abitativi che ricorda quello previsto per i singoli membri di una famiglia della nobiltà. Nel Collegio Ghislieri invece l’accesso alle camere del piano nobile avviene da un ampio corridoio che percorre i quattro lati del palazzo, non diversamente dal modo con cui si distribuiscono le celle in un complesso monastico. Sembra lecito ritenere che le differenze distributive dei due collegi coevi derivino da modelli diversi proposti dalla committenza: il palazzo principesco per Carlo Borromeo che a Roma all’inizio degli anni sessanta aveva vissuto secondo lo stile colto e raffinato dei grandi cardinali della curia papale, il complesso monastico per l’inquisitore domenicano Michele Ghislieri che, divenuto pontefice, non aveva abbandonato gli austeri costumi del suo Ordine. In ciascuno dei quattro angoli del palazzo è collocata una scala: i due scaloni occidentali mettono in comunicazione i piani principali, le due orientali sono scale circolari di servizio che vanno dalle cantine al sottotetto.

Il cortile II cortile, a loggiati sovrapposti di colonne binate, presenta un ordine inferiore di cinque archi su colonne tuscaniche e uno superiore di colonne ioniche. L’architetto elimina qualsiasi particolare di disturbo, quale avrebbe potuto ad esempio essere una balaustra (sostituita da una sobria cornice marcapiano), conseguendo un equilibrio che, pur nella piena espressione dell’architettura manierista, non si è esitato a definire classico. Nel loggiato inferiore la fitta alternanza di porte architravate e porte minori a timpano è sottolineata, al di sopra di queste, dalle piccole finestre quadrate con timpano spezzato che si succedono con cadenza costante. Nel lato dell’edificio opposto all’ingresso, sfruttando le ali aggettanti verso il giardino, trovano posto sulla destra la cappella e sulla sinistra il refettorio. La cappella La cappella, a pianta rettangolare, è ad aula unica e rispetta con rigore le disposizioni relative all’edificazione di edifici ecclesiastici emerse dal Concilio di Trento, e diffuse da Carlo Borromeo nel suo Instructiones Fabricae et Supellectilis Ecclesiasticae (1573). Voltata a botte, con abside a scarsella, è illuminata da classiche finestre termali. Le vecchie “vedriate fate di vedri tondi da Venecia” vengono messe in opera nel 157911, e sostituite probabilmente nel primo Novecento. La volta affrescata a grottesche dal pittore Gian Battista Muttoni12 è stata recentemente (2010) restaurata. Le pareti della cappella, ampiamente ridipinte, conservano un’impostazione decorativa cinquecentesca. La superficie delle pareti è qualificata dal contrapporsi di leggeri risalti e arretramenti costituiti da ampie arcate cieche intervallate da coppie di pilastri scanalati, con nicchie nell’intercolumnio, sui quali corre un classico fregio con triglifi e metope dotate di una finissima decorazione dipinta. L’apparato iconografico sviluppa una tematica strettamente correlata con l’Università e con la città. Nei tondi che trovano posto sotto gli archi, sono rappresentati, sulla sinistra, oltre a san Tommaso13, patrono delle scuole cattoliche, san

La facciata La facciata sulla piazza presenta nell’ordine inferiore il ritmo incalzante dell’alternarsi di nicchie e finestre per i cui sopraccigli l’architetto propone elaborate varianti del motivo del timpano. Nell’ordine superiore il succedersi fitto delle finestre conosce una pausa alle estremità in corrispondenza con le doppie serliane che danno luce ai due scaloni principali. Sopra di esse due grandi frontoni si bilanciano su capitelli-protome. Il maestoso portale dove fasce a bugnato interrompono la levigatezza delle colonne, è, come osserva Peroni,

10 Cfr. A. PERONI, Il Collegio Borromeo... cit., p. 216. 11 ACB, cart. CLVIII, fascicolo senza numerazione. Accordo tra il vetraio Giulio de Volpi e l’architetto Pellegrini. 12 ACB, cart. CLVIII, fasc. 16, Collaudo di Bernardo Cani. 13 S. THOMAS AQ. SCHOLARUM CATH. PATRONUS.

8 Cfr. VASARI, Vite, Ed. Milanesi, VII, p. 419. 9 Si veda M. KIENE, L’architettura del Collegio di Spagna a Bologna: organizzazione dello spazio e influssi sull’edilizia universitaria europea, in “II Carrobio”, anno IX, 1983, pp. 233-242.

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Carlo14 nel ruolo di fondatore del Collegio, mentre a destra santa Caterina d’Alessandria15 in quanto patrona dell’Università di Pavia, e quindi santa Giustina16 patrona del Collegio. Le iscrizioni sotto le nicchie17, si riferiscono a san Luigi Gonzaga (modello della gioventù), sant’Alessandro Sauli (Lettore dell’Università di Pavia), san Severino Boezio (patrono della gioventù pavese) e sant’Agostino (patrono dell’Università dei medici). Sull’altare una ricca cornice in marmi policromi (opera di G. Battista Giudice, 1737-38)18 contiene una tela realizzata nel 1770 dal pittore Nicola La Piccola raffigurante san Carlo con santa Giustina, tradizionalmente venerata come patrona della famiglia Borromeo19; a lei infatti era originariamente intitolato l’oratorio del Collegio, solo in seguito dedicato anche a san Carlo. In questa occasione fu eseguito il portale con la doppia dedicazione e la nicchia con il busto di san Carlo (1621).

La sala dei camini L’ampia sala accanto al refettorio deve la sua denominazione di “riscaldatoio” alla presenza di due grandi camini gemelli affrontati, sovrastati l’uno dall’iscrizione “GLORIAM PRAECEDIT HUMILITAS”, l’altro “HUMILITAS ALTA PETIT”. La sala bianca Al piano superiore, nella sala attigua al salone degli affreschi le pareti sono color avorio, con un elemento decorativo ripetuto tipo tappezzeria costituito dai tre anelli incrociati, motivo frequente nella simbologia che si riferisce alla casa Borromeo, ad indicare il legame tra le famiglie Borromeo, Visconti e Sforza. Alle pareti i ritratti dei patroni laici del Collegio; tra essi campeggiano i ritratti a figura intera del conte Renato22 e del conte Giberto Borromeo Arese23 che tanta parte ebbe nelle vicende del Collegio nei primi decenni dell’Ottocento.

Il refettorio II refettorio è un vasto locale rettangolare che ospita, a tutt’oggi, l’arredo d’epoca: panche accostate ai muri e lunghi tavoli di noce. Fino a tempi recenti un montacarichi, ricavato nello spessore del muro, consentiva il rapido passaggio dei cibi provenienti dalla cucina, situata al piano sottostante. Se ne conoscono due disegni acquerellati che ne documentano la collocazione e il meccanismo20. Un piccolo pulpito in pietra, dal quale si tenevano le letture durante i pasti, riprende modelli monastici. Vi è scolpita l’iscrizione da Matteo IV, 4: “NON IN SOLO PANE / VIVET HOMO SED IN / OMNI VERBO QUOD / PROCEDIT DE ORE / DEI”. Alle pareti una serie di dipinti settecenteschi illustra i vari possedimenti della famiglia Borromeo. Il bel portale marmoreo recante sul timpano lo stemma dei Medici di Marignano e il nome di Papa Pio IV fu scolpito da Ambrogio Volpi21, insieme a quello destinato alla cappella (in seguito rimosso per lasciar posto all’attuale con il busto di san Carlo).

Sala degli affreschi L’aula magna, che occupa quasi interamente il lato orientale del piano nobile, viene decorata tra il 1602 e il 1604 da Cesare Nebbia e Federico Zuccari, su incarico di Federico Borromeo24. La grande volta, incorniciata da una balaustra a pilastrini con festoni di frutti e fronde, è giocata su rigorose partizioni definite da fasce a decoro geometrico con l’aggiunta di elementi decorativi tratti dal ricco repertorio araldico di pertinenza Borromeo, enfatizzato agli angoli dai quattro stemmi sorretti da coppie di angeli (insegne papali di Pio IV; cardinalizie di Carlo e di Federico; stemma della famiglia Borromeo). Altri riquadri sono dedicati alla rappresentazione delle virtù e delle doti da possedere e da coltivare da parte degli studenti: Pietà, Perseveranza, Zelo e Silenzio, e poi anche Religione, Preghiera, Operosità e Povertà. Il ciclo narrativo riguarda la vita di Carlo; il racconto comincia nella parete sud con l’episodio dell’Imposizione del cappello cardinalizio, e prosegue nella volta con L’omaggio dei duchi di Savoia a Carlo giunto a Torino (1578) per adempiere – al cospetto della Sindone – il voto fatto in occasione della peste del 1575. Il riquadro successivo è dedicato all’Istituzione di collegi, seminari e congregazioni: a sinistra è collocato in primo piano uno studente

14 S. CAROLUS BORR. HUIUS COLLEGII FUNDATOR. 15 S. CATHARINA V. M. TICIN. UNIVERSITATIS PATRONA. 16 S. IUSTINA V. M. HUIUS COLLEGII PATRONA. 17 Le nicchie, nelle quali sono stati recentemente collocati quattro busti reliquiario, in precedenza ospitavano altrettante statue. 18 ACB, cart. CLVIII, fasc. 35. Disegno dell’Altare, ed Ancona esistente nell’Oratorio del Collegio Borromeo, e Convenzioni per la esecuzione del medesimo fatta dallo scarpellino Giovanni Battista Giudice, 28 febbraio 1737. 19 “Volendo il Cardinale, che il Collegio fosse sotto la protettione di Santa lustina Vergine, e Martire, dedicò a lei l’Oratorio inferiore del Collegio, hauendola per particolare Auuocata, e Padrona la casa Borromea, per essere stata figliuola di Vitaliano Principe di Padoua, dal quale si dice, che questa nobilissima famiglia ha avuto origine”. Da Gio. Pietro Giussano, Vita di S. Carlo Borromeo, Roma 1610, p. 23. 20 ACB, Disegni, collocazione provvisoria. 21 ACB, cart. CLVIII, fasc. 9, doc. 4 t’ebbr. 1578.

22 Patrono dal 1637 al 1685. Olio su tela di Protasio Girolamo Stambucchi, firmato e datato 1819. 23 Patrono dal 1793 al 1837. Olio su tela di Protasio Girolamo Stambucchi, firmato e datato 1817. 24 A. PERONI, Gli affreschi di Cesare Nebbia e di Federico Zuccari, in I quattro secoli del Collegio Borromeo di Pavia, cit., pp. 133-161; G. TORRIANO, Gli affreschi di Cesare Nebbia e Federico Zuccari (e altre opere d’arte), in Guida al Collegio Borromeo “…un palazzo per la Sapienza”, Pavia 1984, pp. 43-60; S. FUGAZZA, Opere d’arte in Collegio, in Almo Collegio Borromeo, Pavia 1992, pp. 47-57.

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La sala degli affreschi

con la divisa del collegio pavese e la breve stola sulla spalla con il motto Humilitas. Nel grande ovale centrale La traslazione delle reliquie è circondata da quattro scomparti monocromi riferiti allo stesso tema: La ricognizione, Il rinvenimento, La venerazione e La predicazione sulle reliquie. Segue Il pellegrinaggio al Sacro Monte di Varallo, quindi la scena dei Funerali di San Carlo, e infine La peste di Milano raffigurata nella parete settentrionale. Il ciclo di affreschi avrebbe dovuto essere completato anche nelle pareti est e ovest, dove invece è stato realizzato soltanto il nastro con la greca destinato a profilare gli scomparti. La sala per la musica Nell’ammezzato del piano nobile, in corrispondenza con il sottostante oratorio, nel 1926, sotto il rettorato Riboldi, viene realizzata “una vasta sala per concerti interni e riunioni artistiche”25, con soffitto ligneo a cassettoni. Il salone viene in seguito arricchito con sculture di danzatrici e di putti musicanti. 25 ACB, Libro dei Verbali del Consiglio (1923-1928). Seduta del 31 dicembre 1926.

Il giardino secentesco In asse con l’ingresso principale si apre il vano passante di comunicazione con il giardino. L’elegante cancello in ferro battuto, eseguito nel primo Seicento, è arricchito dai simboli che compaiono negli stemmi Borromeo: il motto humilitas, il morso o freno, il cammello accosciato in una cesta e l’unicorno. Lo spiazzo lastricato è concepito come una grande terrazza, con parapetto a pilastrini, dalla quale ci si affaccia al giardino sottostante con la possibilità di goderne la visione complessiva. Una doppia scalea funge da raccordo. I portici di Richini abbracciano la prima parte del giardino che poi si dilata, cinto da un muro che si incurva nella parte terminale in un’ articolata esedra. Il nicchione conclusivo, realizzato dal Richini26 riprende i motivi pellegriniani del portale, declinandoli in versione barocca, con lo sdoppiamento dei sostegni, le volute e la cesura del frontone. L’acqua vi compie un doppio salto, prima in una vasca tipo sarcofago e da qui, attraverso due teste di leone, in una grande conchiglia monolitica a livello terra. Si può ipotizzare che, 26 ACB, cart. CLVIII, fasc. 33. Collaudatione fatta dall’ingegnere Francesco Maria Ricchini delle opere eseguite da Giacomo Castelli e Donato Tadeo intorno alla prospettiva del Giardino.


Il giardino secentesco

in qualche momento della sua storia, l’interno del nicchione possa essere stato affrescato con un fondale prospettico; d’altra parte conosciamo una suggestiva proposta di completamento dell’esedra con una o più sculture, ispirate “alla favola narrata da Ovidio nel V delle Metamorfosi”27. Se da una parte il nicchione costituisce l’elemento architettonicamente emergente, dall’altra però tutto il muro di cinta è degno di attenzione, non solo per il ruolo di definizione di uno spazio disegnato e calibrato in funzione del palazzo, ma anche per la sua specificità morfologica forse meglio leggibile dall’esterno. In corrispondenza dell’asse nord-sud è stato riaperto (maggio 1991) un portale tamponato (esternamente contornato di bugne), il cui profilo poligonale riprende quello dell’ingresso pellegriniano. L’aspetto che il giardino avrebbe potuto avere, tra Sette e Ottocento, ci è restituito da un disegno, purtroppo mutilo, di Giuseppe Pollack. Nella parte più vicina all’edificio trovano posto due aiuole di forma rettangolare all’interno delle quali i vialetti ritagliano un cerchio centrale e lo inscrivono poi in una losanga. Nell’area rimanente due assi ortogonali

definiscono quattro vaste porzioni contornate da una nitida cornice (siepe?) su cui si inseriscono delle forme tonde (vasi?); il colore nocciola - ad ampie fasce orizzontali - che campisce l’interno suscita qualche interrogativo sul tipo di parterre. Al centro l’ovale composto da quattro spicchi di colore verde era forse tenuto a prato. Lungo il muro di cinta due pergolati proseguono idealmente i portici richiniani fino a giungere alla nicchia con fontana. Ora è stata ripristinata la rigorosa partitura geometrica secentesca. La porzione abbracciata dai portici presenta invece un’elegante scansione in nitide aiuole verdi ad andamento mistilineo (le tre vicine alla scalinata; di forma triangolare le rimanenti), divise da vialetti acciottolati. Il giardino ottocentesco A seguito dell’acquisizione e della demolizione della chiesa di San Giovanni in Borgo, il vasto appezzamento di terreno a sud del Collegio viene sistemato a giardino e riservato all’uso privato del rettore. La porzione aggiunta viene messa in comunicazione con il giardino più antico attraverso il portico di Richini. Il passaggio è valorizzato da una fontana, che nasce da un gusto antiquario ottocentesco, realizzata con i materiali di spoglio di un altare probabilmente proveniente dalla demo-

27 Documento senza data. ACB, cart. CLVIII, fasc. Miscellanea. Cfr. L. ERBA, “Questo Colleggio... come il Monte d’Elicona”. Per una storia dei giardini borromaici. In “Ca de Sass”, settembre 1992.

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G. Pollack, disegno del prospetto meridionale (1818-20)

aree diverse: nel corso del tempo infatti il Collegio si annette i sedimi del convento dei Cappuccini, del Pio Luogo Pertusati, del convento di San Marco. In seguito ad ogni acquisizione il Collegio ha provveduto a demolire il costruito (ad eccezione del Pio Luogo Pertusati, ora trasformato in Sezione Laureati), con l’intento, perseguito nel tempo con grande tenacia, di annettersi un’ampia area inedificata e mantenuta a verde, intesa come complemento e valorizzazione del complesso. Queste aree venivano date in affitto ad ortolani che vi coltivavano frutta e ortaggi e sono state oggetto di una recente operazione di “rinaturalizzazione” con la messa a dimora di essenze autoctone e la realizzazione di un piccolo stagno.

lizione della chiesa. La fontana costituisce anche una felice soluzione di raccordo tra i livelli diversi dei due giardini. Le planimetrie ottocentesche suggeriscono un perimetro pressoché rettangolare e una suddivisione a croce con una piccola aiuola centrale di forma circolare. Le aiuole, a prato, sono bordate di sassifraghe; le magnolie sono di piantumazione recente e sostituiscono quelle danneggiate dal nubifragio del 1988. Gli ‘Horti Borromaici’ I terreni a verde, esterni al giardino storico, oggi costituenti un unico sedime, derivano dall’accorpamento di

Luisa Erba Università degli Studi di Pavia

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STORIE DI ALUNNI DIVENUTI FAMOSI autorità locale, carica che assunse ancora maggiore significato in un periodo di “predominio straniero”. Molti alunni furono senatori, diplomatici e magistrati arrivati alle cariche attraverso il vivaio del Collegio dei Giureconsulti di Milano. Esempio fu Giorgio (II) Clerici (1648-1736), dei marchesi di Cavenago, entrato in Collegio nel 1669 per giurisprudenza, “patrimonium mediocre”, e che “cum laude, doctorali laurea coronatus est, die XIX augusti 1669”. Poi divenne: senatore, reggente, gran cancelliere interinale dello Stato di Milano, presidente del Senato, consigliere di stato di Sua Maestà Cattolica. Morì nel 1736 beneficando l’Ospedale Maggiore di Milano, la Ca’ Granda dei milanesi. Numerosissime furono le carriere nella magistratura di alunni provenienti da rami cadetti della nobiltà lombarda. Spesso proprio grazie ai meriti di toga furono elevati nel rango nobiliare. Già a partire da un oscuro alunno del 1595, Giovan Francesco Medici (1575-1639), si ha testimonianza di un connubio tra toga e penna che si verificherà spesso tra gli ex-alunni. Questi infatti, giurista di provata esperienza e cancelliere della città di Lodi, fu partecipe di sodalizi accademici a Pavia e a Lodi ed ebbe l’onore di avere pubblicate alcune sue composizioni in raccolte sotto l’egida degli Affidati pavesi.

Complessivamente sono circa quattromila gli alunni che hanno frequentato il Collegio dall’apertura ufficiale del 1° aprile 1588 con la registrazione di Michelangelo Caccia, da Arona, quale primo studente, per la facoltà dei Legisti. In realtà la struttura iniziò ad ospitare alunni con il 1° aprile 1581, in quel mese entrò Federico Borromeo (1564-1631), flos alumnorum come Cesare Angelini amava citare. Di Federico Borromeo il Manzoni, nel cap. XXII de I Promessi Sposi, ha lasciato un tale monumento che è inutile ogni altra parola. Tra i primissimi alunni, amicissimi di Federico Borromeo e suoi compagni di collegio, furono i fratelli Mazenta (Mazenti o Magenti, la grafia varia) Giovanni ed Alessandro, figli del senatore Ludovico; essi si iscrissero alla Facoltà dei Legisti. Come tutti i primi alunni dal 1581 al 1588 i fratelli Mazenta pagarono una pensione per vitto e alloggio, ovvero stettero “a dozzina”. Essi entrarono in Collegio il 13 novembre 1584 e vi rimasero fino al mese di luglio 1587. Giovanni Mazenta (1565-1635), meglio noto con il nome di Giovanni Ambrogio che assunse da religioso, è una personalità intellettuale di grande spicco: di erudizione sconfinata, autore di numerosi studi di storia religiosa e di filologia, studioso di Leonardo, valente ingegnere idraulico, divenne l’architetto delle case dell’ordine barnabita, progettando numerosi edifici. Appena uscito dal Collegio, nel 1588 mentre era a Pisa, Giovanni Ambrogio fu il protagonista, assieme a Pompeo Leoni, della complicata e ben nota vicenda dei tredici manoscritti leonardeschi sottratti nella villa Melzi. Il primo alunno registrato ufficialmente nel 1588, Michelangelo Caccia (1567-1630), in effetti aveva già da qualche anno fatto vita comune in Collegio (contubernalis). Fu proclamato dottore in entrambi i diritti il 25 giugno 1591. Già questo primo alunno ufficiale ebbe una discreta carriera, divenendo uno dei più insigni avvocati del suo tempo presso i tribunali di Milano; Michelangelo Caccia poco prima del 1624 ottenne la Questura del magistrato straordinario e nel 1627 ebbe un seggio nel Senato di Milano.

Gli ecclesiastici Dal Collegio presero le mosse in quei secoli diversi ecclesiastici, vescovi e cardinali. Nel secolo XVII, il milanese Giulio Roma (“Orsini di Roma”) (1584-1652), entrato nel 1603, fu giureconsulto collegiato poi avvocato concistoriale. Come tale curò la causa di canonizzazione di Carlo Borromeo rimanendo famoso per la sua orazione nel concistoro pubblico del 14 settembre 1610. Il pontefice Paolo V lo nominò Governatore di Perugia poi nel 1621 vescovo di Recanati e presbitero cardinale. Nel 1634 Giulio Roma divenne vescovo di Tivoli, poi vescovo cardinale di Frascati, di Porto e S. Rufina nel 1645 e di Ostia nel 1652. Cesare Monti (1593-1650), milanese entrato nel 1612, studiò diritto canonico e civile, si addottorò nel 1617, divenne subito giureconsulto collegiato in Milano, ma già nel 1619 fu a Roma come referendario utriusque Signaturae. Nel 1627 fu nunzio nel vicereame spagnolo di Napoli, poi fu nunzio straordinario in Spagna presso Filippo IV a Barcellona nel 1628, indi nunzio ordinario a Madrid l’anno dopo con contemporaneo conferimento della dignità patriarcale di Antiochia. Cardinale in pectore nel 1629, Cesare Monti venne consacrato vescovo nel 1630. Trascorse quattro anni presso la corte spagnola nel delicato periodo

La formazione della classe dirigente Nei secoli XVI, XVII e XVIII il Collegio con i suoi giuristi fornì alti dignitari del governo e dell’amministrazione centrale sia della Chiesa sia dello Stato milanese. Risulta costituito da alunni del Collegio Borromeo circa il 10% di coloro che ricoprirono la carica di grande responsabilità dei Vicari di provvisione di Milano (dal 1534 al 1796), ovvero i supremi regolatori dell’amministrazione della città capitale del Ducato; essi costituirono la più importante 19


Un altro cardinale, di curia, Giuseppe Alessandro Furietti (1685-1764), bergamasco, alunno del Collegio dal 1705, nelle vacanze dai suoi pesanti impegni intraprese scavi nella villa Adriana di Tivoli, durante i quali fece importanti scoperte d’opere d’arte antica. Furietti fu giudice, diplomatico e prelato (Segretario della Sacra Congregazione del Concilio e della residenza dei Vescovi). Lasciò alla città di Bergamo i suoi libri con l’obbligo che si costituisse una biblioteca pubblica, sull’esempio dell’Ambrosiana voluta da Federico Borromeo; la sua ricca biblioteca, aperta nel 1768, costituì il primo nucleo dell’odierna Biblioteca civica “Angelo Mai”.

della Guerra dei Trent’Anni. Nel 1634 ricevette il galero cardinalizio da Urbano VIII e fu creato arcivescovo di Milano succedendo a Federico Borromeo. Cesare Monti entrò in Milano nel 1635. Quale arcivescovo di Milano fu pastore saggio e zelante e la sua intensa operosità ebbe sempre devoto riferimento al modello di san Carlo. Federico Visconti (1617-1693), entrato nel 1639, fu nel 1644 giureconsulto collegiato; intraprese carriera diplomatica a Roma; divenne governatore di Tivoli, di Città di Castello e di Montalto, e nel 1667 uditore della Sacra Rota; poi fu cardinale e arcivescovo di Milano nel 1681. Intraprese con zelo appassionato la visita pastorale, convocò più volte i vicari foranei, celebrò un sinodo diocesano. Dedicò particolari cure alla liturgia, si preoccupò dei seminari, diede un notevole impulso ai lavori edilizi; tra di essi ricordiamo che fece condurre a termine i lavori delle porte del Duomo di Milano sulla facciata e fece sistemare le gradinate e la piazza. Con legato destinò una notevole somma al compimento della statua del “San Carlone” di Arona. Con Gaetano Stampa (1677-1742), entrato nel 1698, inizia la serie di ecclesiastici del secolo XVIII. Gaetano Stampa dopo la laurea divenne: giureconsulto collegiato (1699), arcivescovo di Calcedonia nel 1717, nunzio apostolico a Firenze nel 1718 e poi a Venezia nel 1720. Indi divenne arcivescovo di Milano nel 1737, fu creato cardinale nel 1739. Nel 1743 gli succedette sulla cattedra ambrosiana il cardinale Giuseppe Pozzobonelli (1696-1783), alunno entrato in Collegio nel 1722. Pozzobonelli tutelò l’autonomia della Chiesa ambrosiana e mantenne leali ed amichevoli rapporti con l’imperatrice Maria Teresa e col governo austriaco. Egli visitò coscienziosamente tutte le chiese, riordinò l’archivio vescovile, curò l’istruzione religiosa del popolo, si occupò della beneficenza; egli stesso beneficiò l’Ospedale Maggiore di Milano. Ignazio Busca (1731-1805), entrato nel 1757, divenne: giureconsulto collegiato, referendario di entrambe le segnature, vescovo di Emesa nel 1775 e abile nunzio apostolico a Bruxelles; nel 1785 fu governatore di Roma, cardinale nel 1789, Segretario di Stato (1796) durante il periodo della rivoluzione francese , sostenne il primo urto napoleonico e arrivò alla pace di Tolentino. Sull’esempio dal cardinale Federico molti di questi alti ecclesiastici borromaici erano eruditi, mecenati, collezionisti d’arte. La splendida quadreria di Cesare Monti è stata valorizzata da una mostra a Milano nel 1994; i pezzi più importanti sono sempre visibili alla Pinacoteca di Brera. Alla collezione dell’arcivescovado di Milano, dopo il cardinal Monti contribuì Federico Visconti. Giuseppe Pozzobonelli fu conoscitore sensibile dell’arte contemporanea e raccolse un gruppo interessante di dipinti. Dalla quadreria arcivescovile le collezioni Monti, Visconti e Pozzobonelli sono giunte all’attuale Museo Diocesano di Milano.

Ancora eccellenze: civili e culturali Nel secolo XVIII troviamo ancora “eccellenze”: reggenti e diplomatici, provenienti dai Legisti. Scarse sono le notizie di alunni professori universitari nei secoli XVII e XVIII. Lo scarso numero di professori potrebbe essere spiegato perché altre carriere ben più prestigiose (e remunerative) si dischiudevano ai borromaici di quei tempi, come per il pavese Carlo Belloni (1606-1682). Subito dopo la nota sulla sua laurea in giurisprudenza nel 1629, il rettore del Collegio riporta sul registro degli alunni “publicus lector in Ticin. Gimn.” Ed infatti lo ritroviamo nella Facoltà legale ad lecturam de Actionibus (materia destinata alla formazione dei giuristi interessati alle attività professionali) nel 1630 e poi ad lecturam Extraordinariam Juris Civilis nel 1632. Appartenente al Collegio dei Nobili Giureconsulti pavesi, Carlo Belloni divenne Senatore di Milano nel 1657, Presidente del Magistrato Ordinario, Consigliere segreto, e giunse alla Presidenza del Senato milanese nel 1675. Nel secolo XVIII importante fu Giuseppe Carpani (1752-1825), alunno entrato nel 1768 iscritto a giurisprudenza, letterato, librettista e scrittore musicale. Dopo gli studi legali mostrò maggior inclinazione per opere letterarie. Fu in rapporti con la cultura letteraria, artistica, teatrale e la colta aristocrazia dell’epoca. Nel 1796 in seguito all’arrivo dei Francesi dovette fuggire da Milano; fino al 1804 risedette in Venezia e fu censore e direttore teatrale; fu poi poeta della Corte Imperiale a Vienna. Come librettista scrisse per Paër, Rust, Weigl. Una sua arietta ebbe notevole successo e fu musicata da una sessantina di compositori, tra cui Beethoven (In questa tomba oscura, woO 133, 1807). Tradusse in tedesco libretti di opere italiane e francesi, e in italiano parecchie opere francesi, come Nina, ou La folle par amour poi musicata da Giovanni Paisiello, e pure tedesche come l’oratorio Die Schöpfung di Haydn. Giuseppe Carpani fu amico e collaboratore di Franz Joseph Haydn, nonché tra i suoi primi biografi con Le Haydine pubblicate già nel 1812. 20


gli offrì la possibilità di abbandonare lo stato ecclesiastico e di ottenere la lettera pontificia di secolarizzazione. Fu legato all’ambiente degli Illuminati e, entusiasmato dalle dottrine degli enciclopedisti, ne diffuse i principi. Membro del corpo legislativo della Prima Cisalpina, fu ministro plenipotenziario di quella Repubblica presso la Repubblica Ligure, poi diplomatico a Torino. Con titolo di Consigliere di Stato fu prefetto generale degli Archivi e delle Biblioteche d’Italia durante il regno napoleonico. Dopo il 1815 non prese più parte ad attività politiche. Continuò sempre gli studi prediletti di lingue orientali e di archeologia, scrisse dotte e curiose memorie, compendiò e tradusse dal greco, dal francese e dall’inglese. In questo periodo emerge la figura di Pietro Custodi (1771-1842). Originario di Galliate (Novara) fu alunno dal 1790 e si laureò in Giurisprudenza (utroque Jure) il 30 maggio 1795. Custodi fu collaboratore del ministro Prina, divenne Segretario Generale delle Finanze del Regno Italico (1802-1814). Salvatosi dalla rovina del Prina rimase nel suo ufficio fino al 1816, ringraziato dall’I.R. Governo, poi andò a Parma chiamato all’Ufficio di Intendente generale della Ferma, ma se ne partì subito. Visse allora tutto assorto negli studi. Lasciò la sua cospicua biblioteca all’Ambrosiana. Custodi dal 1802 fu editore della monumentale raccolta degli Economisti italiani, cinquanta volumi di scrittori classici italiani di economia politica. Vi sono compresi anche il Beccaria e il Verri, di cui Custodi divenne anche il biografo principale scrivendo ben quattro monografie. Il Custodi è ricordato tra le firme della rivista Annali universali di statistica (1824-1847) assieme a Giandomenico Romagnosi, Melchiorre Gioia, Carlo Cattaneo, Giuseppe e Defendente Sacchi.

Sempre sul finire del secolo XVIII è la storia curiosa di un medico: Agostino Bozzi (1783-1872); egli narra nella sua autobiografia, dettata in tarda età alla figlia Paolina (edita postuma a Londra nel 1874), di esser stato alunno del Collegio e di aver seguito a Pavia le lezioni nell’aula di Filosofia meccanica del professore Alessandro Volta. L’avventurosa vita di questo medico, densa di responsabilità e di esperienze, ebbe coronamento in Inghilterra, dove, conosciuto ed onorato come Augustus B. Granville, M.D., F.R.S., si spense ultraottantenne. Aveva girato i mari quale chirurgo della flotta di sua maestà britannica, era stato ostetrico, medico pediatra nell’Ospedale dei bambini di Londra, medico curante dello zar di tutte le Russie ed autore di autorevoli testi dedicati alle cure termali. Trovò il tempo di compiere studi anche sulle mummie egizie (1825). Era fuggito dall’Italia durante il periodo napoleonico ed aveva pure condiviso le ansie patriottiche sorte immediatamente dopo, rivolgendo un appello allo zar Alessandro nel 1814. Ancora durante la prima guerra di indipendenza scrisse a Lord Palmerston lettere – appello in favore dell’Italia. Il periodo della rivoluzione e del turbine napoleonico Nel burrascoso periodo iniziato con la rivoluzione francese alcuni borromaici furono costretti all’abbandono delle cariche pubbliche, come nel caso del conte Francesco Nava (1755-1807). Nava entrò in Collegio quale alunno per giurisprudenza nel 1773 e si laureò nel 1777; egli ebbe una carriera tanto brillante e meritatamente fortunata agli inizi, quanto travagliata poi. Nava fu lo sventurato vicario di provvisione che consegnò le chiavi della città ai francesi, e il 21 maggio 1796 o 2 pratile anno IV repubblicano decadde dalla carica. Fu arrestato e per ordine di Bonaparte inviato in esilio a Nizza, ove trascorse l’estate; dopo che fu pagato un oneroso riscatto, Nava ripartì il 14 ottobre e prese domicilio nel paesino della Brianza in cui era nato. Al ritorno degli Austriaci nel ‘99 fu richiamato in carica. Tornati i Francesi prese nuovamente la via dell’esilio, rientrando solo anni dopo a Milano. Nel turbine di questo periodo molti borromaici aderirono alle nuove idee e, soprattutto poiché al blasone fu preferita la preparazione professionale, moltissimi amministratori cisalpini e italiani studiarono in Collegio Borromeo. Nei rivoluzionari cambiamenti alcuni mutarono completamente vita come Luigi Bossi (1758-1835). Egli entrò in Collegio nel 1785 segnato per la facoltà legale ma poi fu uno dei sei alunni iscritti a Teologia in tutta la storia dell’istituzione. Bossi seguì anche i corsi di Scopoli, Spallanzani, Rezia ed ebbe interessi scientifici come mostrano le sue prime opere. Egli più per tradizione domestica che per autentica vocazione fece parte del clero milanese e divenne monsignore del capitolo del Duomo. L’invasione francese

La Restaurazione Con la Restaurazione le figure emergenti sono i tecnici indispensabili per la complessa macchina statale. I quadri dirigenti lombardi preparati dal Collegio spesso passano dall’amministrazione del Regno Italico a quella del Regno Lombardo Veneto come ad esempio Gaudenzio de Pagave (1776-1833), alunno dal 1794 che si laureò in Giurisprudenza il 30 aprile 1796. Questi fece carriera nell’amministrazione napoleonica fino a Segretario del Consiglio di Stato, rimase come Segretario della Reggenza Provvisoria, nell’amministrazione del Lombardo Veneto fu vicedelegato nella provincia di Lodi – Crema, poi delegato a Sondrio ove curò la costruzione delle strade dello Spluga e dello Stelvio, indi a Brescia; morendo (1833) lasciò alla città di Novara i suoi beni per creare una casa di ricovero e di lavoro per i poveri vecchi. Continua col XIX secolo in Collegio la preponderante presenza di alunni iscritti agli studi giuridici, ma il panorama umano si allarga, gli alunni sono quasi tutti “civili”, 21


stesso Francesco Brioschi (vedi oltre) fu fatto prigioniero dagli Austriaci al termine del primo giorno, fu poi liberato dagli insorti. Il maggior contributo borromaico al Risorgimento è stato però dato da Giuseppe Ferrari e da Agostino Bertani. Il primo, (1811-1876), fu giurista, entrato nel 1827 e laureatosi il 9 giugno 1832. Ferrari fu uomo intrepido e va collocato accanto a Carlo Cattaneo come allievo e continuatore di Gian Domenico Romagnosi. Amico di Proudhon, Ferrari si dedicò con continuità agli studi sul pensiero politico nello sviluppo delle storie patrie e fu risoluto e fervido sostenitore di una concezione federalista, repubblicana e socialista della politica. Da liceale vinse un premio per la fisica ma si laureò in diritto, frequentò la scuola del Romagnosi e dopo la morte del Maestro scrisse per la Biblioteca Italiana (1835) La mente di G. D. Romagnosi, che richiamò su di lui l’attenzione degli studiosi. Nel 1837 si recò esule volontario a Parigi, dove scrisse nello stesso anno Vico et l’Italie e poi (tra il 1851 e il 1862) le sue opere più poderose: La Storia delle rivoluzioni d’Italia, La storia della Ragione di Stato, La filosofia della rivoluzione. Fu chiamato ad una supplenza alla cattedra di Filosofia dell’Università di Strasburgo ma la perdette; fu cacciato dal Liceo di Rochefort dal fanatismo clericale; nel 1841 il Cousin, filosofo e ministro, gli assegnò di nuovo la cattedra a Strasburgo. Ma nel 1842 a trentun anni Ferrari fu pensionato e rimosso dalla cattedra, scatenando un caso che occupò i giornali dell’epoca. Subito pubblicò il suo corso di Strasburgo e Cattaneo ne stampò la traduzione in italiano su Il Politecnico. Libero da impegni si dedicò alla ricerca di filosofia della storia. Allo scoppio del ’848 Ferrari intervenne a Parigi e poi a Milano, indi ritornò a Parigi. Nel 1850 ruppe definitivamente con Mazzini. Poi la cronaca: ritorno in Italia nel 1859, elezione alla Camera nel 1860, una cattedra a Torino nel 1862, poi professore all’Accademia scientifico letteraria di Milano. Deputato al Parlamento per sei legislature, e nel 1876, anno della morte, senatore. Di Agostino Bertani tratteremo in seguito. Sbocciata la stagione del Risorgimento italiano molti alunni lasciano il Collegio per arruolarsi nelle armate sabaude o partecipare alla spedizione dei Mille. Il milanese Giuseppe Landriani (1825-1858), si iscrisse a giurisprudenza nel 1845, prese parte alle Cinque Giornate di Milano, quindi entrò nell’esercito sardo e partecipò alla prima guerra di indipendenza, si laureò nel 1854, in tempo per partire nel 1855 alla volta della Crimea con il generale Alfonso La Marmora, fu ferito e fatto prigioniero dai russi. Ritornato in patria, mentre si accingeva a prendere nuovamente le armi per l’Italia, morì di cancrena. Ferdinando Cartellieri entrò in Collegio nell’anno scolastico 1850-51, iscritto al terzo corso legale. Giovane molto studioso, dopo essersi laureato (1853) si diede alla

borghesi e in parte della borghesia meno alta. Le carriere sfociano spesso ancora nella magistratura e ancora i borromaici vengono ricordati tra i benefattori della Ca’ Granda. Il rapporto dei borromaici con l’istituzione ospedaliera milanese è stato, infatti, costante nei secoli: oltre ai benefattori il Collegio fornisce medici e amministratori. Amministratore per ben quattro lustri (dal 1818 fino alla morte avvenuta nel 1838) e poi benefattore dell’Ospedale Maggiore milanese fu l’avvocato Carlo Bellani (17721838), originario di Monza, entrato come alunno iscritto a giurisprudenza nel 1791, laureatosi l’11 giugno 1794. Fece carriera giudiziaria, nel 1801 fu eletto deputato per Monza alla Consulta di Lione, ove si fece notare per il carattere e l’ingegno. Tornato a Milano fece parte del Collegio dei Dotti e partecipò alla riforma del Codice Penale, salì alle più alte cariche della magistratura fino a procuratore generale della Corte di giustizia civile e criminale dell’Olona. Nel 1818 Bellani divenne amministratore dell’Ospedale civile di Milano e acquistò molte benemerenze: separò le camere per l’alta chirurgia, riordinò il manicomio dove abolì le catene e gli altri mezzi coercitivi, rinnovò il personale. Tra i maggiori filantropi milanesi del secolo fu Giuseppe Sacchi (1804-1891), entrato nel 1824 al terzo anno di giurisprudenza. Patriota, educatore, pedagogista e poligrafo, Giuseppe Sacchi cooperò efficacemente ad ogni opera benefica milanese. Nel 1836 fondò con l’abate Ferrante Aporti il primo asilo infantile di Milano. L’interesse predominante di tutta la sua vita fu per la prima educazione infantile, ma pensò anche a scuole serali e festive, a quelle per la preparazione degli insegnanti; nel 1860 fondò la Società pedagogica italiana. I moti indipendentisti È innegabile che il Collegio abbia fornito magistrati e alti funzionari al Regno Lombardo Veneto, tuttavia i primi moti indipendentisti vedono già tra i protagonisti dei borromaici. Carlo Beolchi (1793-1867), originario di Arona, entrò nel 1814 e si laureò in Giurisprudenza il 26 giugno 1817. Beolchi prese parte ai moti del 1821 in Piemonte, combatté per la costituzione spagnola e fu esule in Inghilterra fino al 1850. A Londra insegnò lingua e letteratura italiana nel Collegio della Regina, prima università dell’impero britannico per l’educazione femminile. Tornato a Torino fu deputato al Parlamento Subalpino. Fortissimo è stato l’apporto dei borromaici alle Cinque Giornate di Milano. Assieme al patrono conte Vitaliano Borromeo nel Governo Provvisorio furono gli ex-alunni: Gaetano Strigelli, Giuseppe Durini, Emilio Broglio (segretario). A presiedere il Consiglio di Stato fu chiamato dal Governo Provvisorio un altro borromaico: Giovanni Battista Nazari. Moltissimi poi militarono sulle barricate come il figlio del patrono e alunno, Guido Borromeo; lo 22


na. Deputato repubblicano al parlamento, fu promotore del codice di igiene pubblica promulgato nel 1885. A lui si deve l’estensione dell’inchiesta agraria Jacini (1876) anche alle condizioni fisiche, igieniche ed economiche dei contadini e non solo alla situazione economica e tecnica della produzione agricola, cui invece si fermava il progetto iniziale di Minghetti.

professione dell’avvocatura. Nel 1859 entrò nella milizia sotto il generale Garibaldi e nella battaglia di S. Fermo presso Varese perdette la vita. Luigi Meschia (1840-1860) entrò in Collegio nel 1858; ventenne, uno dei migliori studenti di matematica dell’Ateneo, Meschia si arruolò con Garibaldi, combatté al Volturno, a Capua fu ferito gravemente, lottò per più di un mese con la morte, spirò all’Ospedale del Carmine di Napoli. Il diciottenne Filippo Piacezzi, da Lodi, entrò nel 1858 al secondo anno di medicina; era collegiale al terzo anno quando nel luglio 1860 raggiunse il Corpo di spedizione garibaldino nell’Italia Meridionale. Sostenne esami all’Università di Napoli che lo laurearono in medicina. Tornato da Napoli nel novembre 1860 tentò di essere ammesso per continuare gli studi secondo gli ordinamenti dell’Università di Pavia ma non fu accettato dal Collegio in quanto non aveva sostenuto tutti gli esami del suo corso. Morì di tifo a bordo di una nave italiana che lo riportava a Napoli nel 1861.

Medici e scienziati dell’Ottocento Diversi alunni del XIX secolo furono scienziati, insegnanti sulle cattedre universitarie. Onorato professore dell’Ateneo pavese fu il milanese marchese Giuseppe Balsamo Crivelli (1800-1874), alunno entrato nel 1819 per medicina e laureatosi il 18 agosto 1824; insegnò a Pavia dal 1851 alla morte nelle scienze naturali e lasciò orme notevoli dei suoi studi in vari campi. Scienziato infaticabile, fu dapprima botanico occupandosi in particolar modo delle crittogame, poi mineralologo e geologo, approfondendo la parte stratigrafica. Si occupò pure di paleontologia. Trattò felicemente in seguito vari argomenti di zoologia. Nel 1863 lasciò infatti l’insegnamento della mineralogia su cui era stato chiamato assieme alla zoologia per assumere anche l’insegnamento dell’anatomia comparata. Giulio Curioni (1796-1878) entrò in collegio nel 1815 al secondo anno, si laureò in Giurisprudenza il 7 agosto 1818 ma divenne il miglior conoscitore della geologia delle Alpi Lombarde, pubblicò due volumi di Geologia delle Provincie Lombarde (Milano, 1877). Fu conservatore presso il Museo Civico di Milano e si dedicò a ricerche geologiche. Utilizzò le osservazioni per l’applicazione industriale dei minerali e delle rocce. Si interessò di paleontologia e di resistenza dei materiali. Si occupò anche dei momenti flettenti in travi. Importante scienziato naturale fu Emilio Cornalia (1824-1882); iniziò gli studi di Diritto ma ben presto passò agli studi di medicina e rivolse la sua predilezione alla storia naturale; entrò in collegio nel 1843, il 15 febbraio 1848 si laureò in medicina con una tesi Notizie geo-mineralogiche sopra alcune valli meridionali del Tirolo (pubblicata a Milano, 1848) e nel 1851 fu nominato direttore aggiunto del Museo Civico di Storia Naturale di Milano. Per tutta la vita ne fu l’animatore: rimase Direttore per 31 anni. Espanse le collezioni e curò il trasferimento del Museo nella nuova (attuale) sede. Fu socio fondatore e presidente per ventiquattro anni della Società Geologica. Scrisse molto anche sulla fauna italica. La sua fama di scienziato è legata alla poderosa Monografia del Bombice del gelso (1856). In seguito (1863) si interessò alla pebrina, malattia dei bachi, collegandola alla presenza di corpuscoli all’interno dell’animaletto e riferendone epistolarmente all’Académie des Sciences di Parigi e a Louis Pasteur (1869), che appunto chiamò “corpuscoli del Cornalia” le spore del protozoo

Arruolamenti, carriere militari e nella sanità militare Diverse carriere militari iniziarono in quel periodo, a partire dall’arruolamento volontario durante o subito dopo lo studio in Borromeo. Cesare Airaghi (1840-1896), giovane studente di matematica, entrato nel 1857, abbandonò il collegio nella primavera del 1859, si arruolò e rimase nell’esercito. Frequentò l’Accademia Militare di Ivrea e fu sottotenente nel 1866, poi percorse tutti i gradi fino a colonnello, nel frattempo si laureò ingegnere e diede mano a invenzioni di apparecchi ad uso militare. Esperto militare conoscitore dell’Eritrea, Airaghi morì al comando del suo reggimento nella battaglia di Adua meritando la medaglia d’oro al valore. Il nobile milanese Egidio Osio (1840-1902) si iscrisse a giurisprudenza nel 1857 ma abbandonò subito gli studi. Militare, fece le campagne del 1859, 1860 (medaglia di bronzo alla presa di Capua), 1866 e prese parte con gli Inglesi a una spedizione in Abissinia. Divenne addetto militare italiano a Berlino (1879-81). Fu nello Stato Maggiore e raggiunse il grado di generale di brigata. È ricordato per essere stato il rigido precettore militare (1881-1889) del futuro re Vittorio Emanuele III. Agostino Bertani (1812-1886), iscritto a Medicina nel 1829, dopo essersi laureato nel luglio del 1835, ampliò la sua cultura medica con lo studio di autori stranieri, esercitò all’Ospedale Maggiore di Milano, pubblicò anche uno studio anatomico-patologico sui piedi torti. Durante le Cinque Giornate diresse l’ospedale militare degli insorti, poi accorse a curare i feriti della Repubblica Romana. Riparato esule a Genova organizzò l’impresa dei Mille. Fu nominato da Garibaldi direttore dei servizi sanitari del Corpo dei Cacciatori delle Alpi, divenne il segretario del Dittatore a Napoli e con Garibaldi rimase fino a Menta23


(1800-1879), alunno entrato nel 1819, si formò alla scuola di Bordoni, si laureò il 7 agosto 1821, fu assistente dal 1822, indi supplente ed infine, dal 1840 al 1863, professore di Calcolo differenziale ed integrale nell’Università di Pavia. Mainardi pubblicò ricerche sui tipi particolari di equazioni differenziali e alle differenze, sulle serie, sulla teoria invariantiva delle forme algebriche, sulla geometria differenziale delle superfici. In questo campo spettano a lui due fondamentali relazioni di dipendenza tra i coefficienti delle due forme quadratiche che individuano una superficie e che vanno aggiunte ad una stabilita da Gauss; le relazioni, espresse da Mainardi nel 1856 furono messe in forma agevole nel 1861 da un altro allievo di Bordoni, Delfino Codazzi (formule di Gauss-Mainardi-Codazzi). Giovanni Codazza (1816-1877), alunno per Matematica nel 1833, si laureò il 5 aprile 1837 e fu illustre fisico e matematico. Lasciò una quarantina di pubblicazioni, prevalentemente di fisica. Nel 1839 pubblicò uno studio sulla propagazione della luce nei mezzi omogenei, primo saggio di fisica matematica che si pubblicasse in Italia. Nel 1842 fu nominato a Pavia professore di Geometria descrittiva e in seguito (1857-58) divenne rettore all’Università di Pavia, poi nel 1862-63 fu sindaco della città. Nel 1863 passò al Politecnico di Milano per la Fisica tecnologica e nel 1867 a quello di Torino per la Fisica industriale, divenne direttore del R. Museo Industriale di Torino. Nello stesso periodo troviamo a capo della scuola torinese rivolta alla specifica preparazione degli ingegneri, la R. Scuola di Applicazione per gli ingegneri, un altro ex-alunno del Collegio, entrato nel 1852 per medicina, Alfonso Cossa (1833-1902) succeduto ad Ascanio Sobrero sulla cattedra torinese di chimica docimastica, dopo essere stato il fondatore della Scuola di Agricoltura di Portici e prima ancora dell’Istituto Tecnico di Udine. Cossa si era laureato in medicina il 9 gennaio 1858 con una tesi su Notizie relative alla storia della elettro-chimica, subito dedicatosi alla tossicologia approfondì la chimica. Divenne chimico versato nei diversi aspetti della chimica analitica (acque, terreni, minerali...) rivolti alla caratterizzazione dei materiali, nonché alla fisiologia vegetale e all’agraria. Cossa contribuì per primo a far conoscere in Italia i risultati scientifici di Justus von Leibig, traducendo e pubblicando due sue fondamentali opere di chimica applicata all’agricoltura. Specialmente importanti le sue ricerche chimiche e microscopiche su rocce e minerali d’Italia. Cossa fu uno dei più accreditati cultori della chimica mineralogica del tempo. Interessanti pure le sue ricerche sui complessi ammoniacali del platino. Gli ingegneri borromaici contribuirono allo sviluppo della Lombardia e del Paese. Alcuni secondo la tradizionale inclinazione dell’ingegnere lombardo, come Giuseppe Cadolini (1805-1858), altri si dedicarono ad opere più

parassita origine della malattia. Questi suoi studi, assieme a quelli sulla coltura del gelso, su altri insetti di interesse agrario e sulla filossera della vite influirono sulla politica agricola del Regno. Emilio Cornalia fu due volte presidente dell’Istituto Lombardo Accademia di Scienze e Lettere. Medico e scienziato fu Giacomo Sangalli (18211897). Alunno dal 1842, dopo essersi laureato in medicina il 14 febbraio 1846, Sangalli fu alunno a Vienna di Karl von Rokitansky, entrò in contatto a Parigi con Jean Cruveilhier e fu corrispondente con Rudolf Virchow a Berlino. Sangalli fu il primo a ricoprire la cattedra di anatomia patologica dell’Università di Pavia (1855). Ricordato come grande didatta e conferenziere, è passato alla storia più per i litigi accademici con Golgi che per i suoi corposi e vari studi di anatomia, testimoniati dai preparati ancora oggi conservati nelle raccolte del Museo dell’Ateneo pavese, accresciute grazie alle sue assidue cure. Notevole fu l’incremento degli alunni iscritti a medicina nel XIX secolo. Nella seconda metà del secolo è da menzionare Carlo Forlanini (1847-1918) figlio di valente medico, Francesco, già alunno del Collegio dal 1836 al 1840. Forlanini entrò in Borromeo nel 1864 e si laureò il 9 agosto 1870 dopo aver partecipato alla terza guerra di indipendenza con Garibaldi a Bezzecca. Carlo Forlanini esercitò dapprima nell’Ospedale Maggiore poi fu chiamato alla cattedra di clinica medica propedeutica a Torino indi ritornò a Pavia a patologia medica e poi a clinica medica. Carlo Forlanini fu tra i primi a comprendere l’importanza del metodo sperimentale nella medicina e la necessità di applicarlo in studi clinici. L’elenco delle sue pubblicazioni colpisce per la molteplicità degli argomenti. I lavori di patologia polmonare rimangono tuttavia quelli fondamentali cui è legata la sua fama di scienziato e di clinico. Nel 1888 egli applicò il primo pneumotorace artificiale. Dopo prime molte critiche e pochi entusiasmi, il riconoscimento divenne unanime e solenne quando nel 1912 a Roma in occasione del Congresso Mondiale sulla Tubercolosi, Forlanini comunicò i risultati di una casistica su 132 pazienti. Il pneumotorace artificiale terapeutico ha trovato da allora diffusione universale nel trattamento della tisi polmonare, rappresentando il mezzo più efficace anche per le forme più avanzate. L’avvento in terapia di farmaci veramente efficaci contro il bacillo di Koch (streptomicina,...) ha attualmente ridotto i casi di tubercolosi polmonare per i quali è necessaria l’istituzione del pneumotorace. Forlanini fu ammiratore di Roberto Koch e fu con lui in corrispondenza, per primo in Italia impiegò la tubercolina. Scienziati, matematici e ingegneri Dal XIX secolo sui registri degli alunni compaiono le iscrizioni alla Facoltà matematica, sfociate in quella che oggi sarebbe la laurea in ingegneria. Gaspare Mainardi 24


moderne come le ferrovie. Enrico Manara, ingegnere laureato nel 1869, progettò il primo tramway a vapore in Italia: Milano – Gorgonzola – Vaprio. Un altro suo tramway a vapore, Saronno – Como, è diventato ferrovia (FNM). Anche Francesco Steffenini (1850 -?) entrò nel 1870 quale alunno di Matematica per Ingegneria e si laureò al Politecnico di Milano nel 1874. Si occupò di progetti e costruzioni ferroviarie tra cui le linee Udine - Pontebba, Novara - Pino, Cuneo - Ventimiglia e la direttissima Roma - Napoli. Ma tra gli “ingegneri” nella seconda metà dell’Ottocento incontriamo una figura di eccezionale rilievo, Francesco Brioschi (1824-1897). Entrato in Collegio nel 1843 al secondo anno di matematica, alunno di Antonio Maria Bordoni si laureò il 20 dicembre 1845, e dopo cinque anni era già professore all’Università di Pavia ove insegnava in successione: matematica applicata, architettura idraulica, analisi superiore. Nel 1860-61 ne divenne magnifico rettore. Brioschi fu autore di 279 pubblicazioni. Si occupò di geometria algebrica, geometria differenziale, meccanica razionale, idrodinamica, idraulica, teoria delle equazioni differenziali lineari, forme algebriche, funzioni ellittiche, iperellittiche e abeliane. Alcune di queste pubblicazioni hanno aperto nuovi orizzonti nell’analisi matematica. A Brioschi, in collaborazione con matematici stranieri, spetta la risoluzione dell’equazione di quinto grado mediante funzioni ellittiche, e a lui solo quella di sesto grado. Fu autore del primo libro sui determinanti, tradotto in varie lingue. Brioschi esercitò una funzione fondamentale nella divulgazione dei metodi avanzati della matematica, fu insegnante di eccezionali capacità, fu organizzatore didattico, fu editore e partecipò alla fondazione degli Annali di matematica pura ed applicata e del Politecnico. Sono da segnalare anche la sua edizione (in collaborazione con Enrico Betti) dei primi sei libri degli Elementi di Euclide, ad uso della scuole superiori, e l’edizione a stampa del Codice Atlantico di Leonardo; a lui si deve pure la prima traduzione italiana (1880), con commento, de An Elementary Treatise on Elliptic Functions di Arthur Cayley. Scienziato partecipe della vita del proprio Paese, con la formazione del Regno d’Italia Brioschi assunse incarichi pubblici e nel 1863 ebbe il compito di fondare l’Istituto Tecnico Superiore di Milano che poi prese il nome di Politecnico. Tenne in esso diversi insegnamenti e lo diresse fino alla morte avvenuta nel 1897. Ebbe importanti incarichi ministeriali ed alti riconoscimenti; fu invero segretario generale del Ministero della Pubblica Istruzione (a fianco di ministri come Francesco De Sanctis e Carlo Matteucci), senatore del Regno dal 1865, presidente dell’Accademia dei Lincei dal 1884 sino alla morte. Era stato Presidente della “Società italiana delle Scienze (detta dei XL)” nel periodo 1868-1873; negli stessi anni Vice presidente e Presidente dell’Istituto Lombardo.

Giuristi nell’Ottocento Nel XIX secolo la lunga tradizione dei giuristi, maggioranza degli alunni nei secoli precedenti, è illuminata da Contardo Ferrini (1859-1902). Dopo la laurea acquisita con lode speciale il 23 giugno 1880, Ferrini ebbe una borsa di perfezionamento e si recò nel 1881 in Germania, a Berlino. Nel 1882 ritornò con una completa ed organica formazione scientifica e fu in grado di divenire il riferimento degli studiosi del diritto romano; subito ebbe all’Università di Pavia un incarico di Storia del diritto penale romano nell’anno accademico 1883/84. Due anni dopo vinse la cattedra e fu insigne docente di Diritto romano nelle università di Pavia, Messina, Modena e poi nuovamente a Pavia. Autore di oltre duecento pubblicazioni in meno di venti anni, tra cui la Storia del diritto penale romano che ebbe il premio reale dei Lincei, Ferrini fu capo scuola di una nuova generazione di romanisti in Italia. Ferrini ebbe particolare attenzione alla edizione delle fonti dell’esperienza romana; fu celebrato soprattutto per le edizioni critiche delle fonti del diritto romano-bizantino. Ferrini ha dedicato la sua vita alla ricerca del vero e dietro il nobile volto della scienza terrena ha cercato l’eterna verità di Dio; fu elevato alla gloria degli altari da papa Pio XII che lo proclamò beato il 17 aprile 1947. Un altro borromaico nel 1856-57 aveva preceduto Ferrini nell’insegnamento di Diritto romano (e Storia del medesimo): Alessandro Nova (1819-1887), entrato nel 1838 e laureato in giurisprudenza il 7 settembre 1843. Nova fu professore universitario dal 1854 sino alla morte con vari insegnamenti di filosofia e di diritto e concluse la carriera come ordinario di Filosofia del Diritto. Fu autore di lodati scritti e propugnatore dell’integrità dell’Ateneo pavese, di cui fu rettore nell’anno accademico 1879-80, dopo essere stato preside della Facoltà di Giurisprudenza dal 1876 al 1879. L’avvocato civilista e penalista Bortolo Federici, entrato ventenne nel 1878 e laureatosi il 24 giugno 1880, nella storia borromaica conclude la stagione dei moti ottocenteschi partecipando al marzo 1898; arrestato assieme ai suoi compagni di fede politica, fu poi deputato repubblicano al Parlamento, Presidente del Consiglio dell’Ordine. Fu presidente del Consiglio degli Istituti Ospedalieri di Milano (e quindi della Ca’ Granda) dal novembre 1902 al febbraio 1905. Scipione Ronchetti (1846-1918) di Porto Valtravaglia, avvocato penalista, studioso di diritto, fu più volte deputato (“zanardelliano”) al Parlamento, sottosegretario dei Ministeri della Pubblica Istruzione, dell’Interno, di Grazia Giustizia e Culto. Guardasigilli dal 1903 al 1905, nei governi Giolitti e Tittoni. Il suo nome è legato alla legge da lui presentata sulla condanna condizionale che segna la prima affermazione concreta del concetto di perdono come mez25


intercorrenti con gli ordinamenti dei diversi paesi, e finalizzato all’individuazione delle “costanti” della evoluzione progressiva del sistema legislativo. Suo fratello Giovanni (1885-1918), anch’egli alunno, entrato nel 1903, rimase precoce promessa degli studi giuridici. Era già autore di ben undici pubblicazioni quando era appena venticinquenne; divenne professore straordinario nel 1912.

zo più efficace di prevenzione. Era entrato come alunno nel 1864, al secondo anno di Giurisprudenza e si era laureato il 3 marzo 1868. A cavallo del XIX e XX secolo (per la loro longevità) sono da ricordare due illustri magistrati: Luigi Maggi (1856-1949), laureato nel 1878, e Antonio Raimondi (1860-1950), laureato nel 1881. Il primo percorse tutti i gradi della magistratura divenendo Procuratore generale alla Corte di Cassazione a Roma e membro del Consiglio Superiore della Magistratura. Il secondo arrivò a Primo presidente di Corte di Cassazione e onorò la magistratura milanese per un intero trentennio. Raimondi fu senatore per diritto, lavorò nel Consiglio Superiore della Magistratura, nella Suprema Corte di disciplina. Come senatore intervenne in commissioni per la riforma del codice di procedura penale, del codice civile e del codice di commercio. Ma Raimondi non figurò mai tra i collaboratori del testo legislativo del 1942 perché si dimise dall’alto incarico. Altro atto coraggioso ma senza fortuna fu nel 1938 un suo intervento presso Mussolini contro la legge razzista. Raimondi, insieme a Maggi, si adoperò perché venisse creato non solo il Tribunale dei minorenni ma anche un istituto per la rieducazione di essi.

Medici e scienziati del XX secolo Con il nobile Luigi Volta (1876-1952) inizia la serie degli scienziati del XX secolo; pronipote del grande Alessandro era entrato quale alunno 1894 e si era laureato nel 1898 in matematica, presso la Facoltà di Scienze MM, FF e NN. Luigi Volta l’anno seguente aveva iniziato la sua carriera accademica come assistente di Vito Volterra alla cattedra di meccanica razionale a Torino. L’attività scientifica di Volta riguardò l’astronomia classica, l’astronomia geodetica, la geofisica. Volta fu apprezzato astronomo negli osservatori di Torino, Carloforte (Cagliari), Brera, Pino, Merate; diresse il Centro di Fisica Stellare e tenne cattedra di astronomia a Torino. Tra gli scienziati dobbiamo ricordare Luigi Giulotto (1911-1986) che, entrato nel 1929 per fisica, si laureò nel 1933. Nel 1942 conseguì la libera docenza in Fisica sperimentale, nel 1949 fu chiamato alla cattedra di Fisica superiore e nel 1960 si trasferì su quella di Fisica generale; fu direttore dell’Istituto di Fisica “A. Volta” dell’Università di Pavia dal 1960 al 1980. La sua attività scientifica, tutta svolta a Pavia, ha contribuito in misura rilevante allo sviluppo della fisica dello stato solido in Italia nel secondo dopoguerra, in particolare per la spettroscopia ottica e per la risonanza magnetica nucleare. Alunno nel 1938 per Scienze naturali, Mario Pavan (1918–2003) entrò in Collegio con già all’attivo alcune pubblicazioni di biospeleologia; si laureò in Scienze Naturali nel 1943 ed a Pavia svolse l’intera sua carriera universitaria come professore di Entomologia, prima presso l’Istituto di Anatomia Comparata poi, dal 1964, nell’Istituto di Entomologia da lui voluto, realizzato e diretto sino al pensionamento. A partire dalla fine degli anni quaranta studiò l’attività di secrezioni chimiche degli insetti e di veleni animali. Sempre in quegli anni quaranta iniziarono i suoi studi sulle formiche del gruppo Formica rufa. La sperimentazione del loro utilizzo per la lotta contro gli insetti dannosi ai boschi si diffuse in diversi paesi; fu riconosciuta a livello internazionale la loro importanza come agenti di controllo biologico per la salvaguardia delle foreste. Nella sua lunga vita di ricercatore e studioso, Mario Pavan ha pubblicato oltre 630 articoli e 10 libri su problemi biologico-ambientali. Ispirato costantemente da una rara e lungimirante sensibilità per la conservazione e la salvaguardia della natura, a lui si deve l’istituzione della prima riserva naturale italiana

Giuristi nel Novecento Nel secolo XX continuò la tradizione di studioso – scrittore, affidando alla rotativa del Corriere della Sera il frutto del proprio sapere sotto lo pseudonimo di Alex, Alessandro Visconti (1884-1955), alunno entrato nel 1903 per Giurisprudenza. Laureatosi a Pavia e ivi conseguita la libera docenza, fu professore di Storia del Diritto italiano prima a Ferrara e poi nuovamente a Pavia. Uomo dai larghi interessi culturali sentì vivamente la suggestione della vita e delle vicende storiche della città e dello Stato lombardo e scrisse molto sulla sua nativa Milano. Pure laureato in giurisprudenza fu Eligio Possenti (1886-1971), entrato nel 1905. Dedicatosi totalmente al giornalismo, divenne direttore della Domenica del Corriere e critico letterario e drammatico del Corriere della Sera. Tra i suoi meriti critici basti ricordare che fu tra i primi a comprendere e a valutare l’originalità e la grandezza del teatro di Pirandello. Scrittore di saggi e commediografo esordì sulla scena nel 1912, scrisse una quindicina di commedie. Giurista fu Mario Rotondi (1900-1984), alunno dal 1920 al 1922. Rotondi fu direttore della Rivista di diritto privato, autore del Trattato di diritto dell’industria. Teoria dell’azienda (1929), nonché di saggi monografici e voci nell’ Enciclopedia Italiana. Rotondi fu tra i primi sostenitori in Italia del metodo comparatistico inteso come strumento di conoscenza del fenomeno giuridico, studiato nei suoi rapporti con la realtà sociale e nei legami 26


in Collegio nel 1923, dal 1959 fino alla morte fu Presidente del consiglio d’amministrazione del Collegio Borromeo e resse la presidenza della Associazione Alunni dal 1954 al 1966. Donati fu in Italia chirurgo di primaria grandezza nella metà del Novecento e fu tra i primi ad effettuare trapianti renali su un piano che andasse oltre l’occasionalità. Norberto Montalbetti, entrato come alunno per medicina nel 1955, fu biochimico, primario del Laboratorio di Biochimica Clinica ed Ematologia dell’Ospedale Niguarda – Ca’ Granda di Milano; Montalbetti fu presidente della Divisione di Chimica Clinica della International Union of Pure and Applied Chemistry, direttore ed editore di numerosi periodici scientifici, autore di più di centocinquanta lavori e comunicazioni scientifiche.

a Sasso Fratino, nelle Foreste Demaniali Casentinesi. La stessa rigorosa passione ha caratterizzato la sua presenza nel sesto governo Fanfani (1987), quale Ministro dell’Ambiente (primo nella storia Italiana) e nella pluridecennale attività in seno al Consiglio d’Europa, sia come capo della Delegazione Italiana sia come presidente, per tre mandati consecutivi, del Comitato Europeo per la Salvaguardia della Natura e delle sue Risorse Naturali. Saranno sicuramente ricordati nella storia della medicina italiana alunni come Emilio Alfieri (1874-1949), Carlo Moreschi (1876-1921), Silvio Palazzi (1892-1979), Giuseppe Salvatore Donati (1902-1982), Norberto Montalbetti (19361991). Emilio Alfieri, si laureò in medicina nel 1898 e subito divenne assistente volontario all’Università di Pavia, dove aveva seguito, oltre agli insegnamenti di Luigi Mangiagalli, anche quelli di Camillo Golgi nel campo istologico, trasferendosi poi a Parma come aiuto di Innocente Clivio. Rientrò a Pavia nel 1904. Nel 1909 diresse la Scuola Ostetrica di Perugia, dove si dedicò alla chirurgia e alla redazione di numerosi articoli di fisiologia ostetrica e patologia ginecologica, passò poi a Cagliari ed infine fu professore di Clinica ostetrico - ginecologica a Pavia dal 1919 al 1927, anno in cui passò alla omonima clinica di Milano ove rimase per vent’anni a dirigere “la Mangiagalli” con affermazioni di vasta risonanza in Italia e fuori. Fu persona di alta sensibilità culturale e bibliofilo eminente. Mentre era professore di clinica medica a Messina morì per il vaiolo contratto in servizio Carlo Moreschi. Entrato in Collegio nel 1896, già da studente lavorò con Camillo Golgi, si laureò nel 1900 e nel 1906 conseguì la libera docenza, dopo esser stato assistente di Luigi Devoto, e aver lavorato con Richard Friedrich Johannes Pfeiffer e Paul Ehrlich; fu poi aiuto di Vittorio Ascoli a Pavia in patologia medica, divenne professore di patologia medica e clinica medica a Sassari e dal 1920 a Messina. All’epoca fu apprezzato clinico e scienziato. Il nobile Silvio Palazzi di Correggio, entrò come alunno per medicina nel 1912, fu abilitato alla libera docenza in odontoiatria e protesi dentaria nel 1923, fu professore incaricato di odontoiatria poi ordinario e direttore dell’omonima clinica universitaria pavese sino al pensionamento nel maggio 1963. Palazzi fu medico al seguito delle truppe nella guerra di Etiopia (1935-1936) e trasse esperienza dalle mutilazioni del viso provocate dalle pallottole dum dum per dare avvio alla chirurgia maxillo-facciale. Fu autore di circa 500 lavori scientifici, suo è il primo grande Trattato italiano di Odontostomatologia, che ebbe varie edizioni. Giuseppe Salvatore Donati fu clinico chirurgo, direttore della Patologia chirurgica e poi della Clinica chirurgica pavese. Giuseppe Salvatore Donati entrò come alunno

Il travaglio del periodo della seconda guerra mondiale In tutti i periodi della storia i collegiali vissero e parteciparono intensamente agli ideali del tempo. Durante il fascismo il Collegio ricorda tra i suoi alunni personalità distinte nell’uno e nell’altro campo, a volte presenti contemporaneamente, spesso dialetticamente contrastanti all’interno della comunità stessa. Non si può ignorare la figura di Annibale Carena (1906-1935), iscritto al Partito Nazionale Fascista (P.N.F.) dal 1° aprile 1923, entrato in Collegio nel 1924. Nel 1928 si laureò in legge e l’anno successivo in scienze politiche, tra i primi alunni di quella Facoltà. Fu il primo vincitore della borsa di studio del Collegio Borromeo a Vienna, dove rimase per due anni perfezionandosi nel campo del diritto e della scienza politica. Ritornato da Vienna sul principio del 1931 Carena venne nominato assistente di ruolo presso la Facoltà di Scienze politiche, nel 1933 conseguì brillantemente la libera docenza in diritto pubblico comparato ed ottenne poi l’incarico di questa disciplina nella stessa Facoltà. Già membro del direttorio del Gruppo Universitario Fascista (G.U.F.) pavese, divenne Segretario del G.U.F. pavese nel 1932 e nel 1934, a ventisette anni, fu scelto quale Segretario Federale del P.N.F. di Pavia. Nel marzo del 1935 l’onda impetuosa del Ticino gli troncò la vita e le speranze, durante una manifestazione dopolavoristica. Di vivace ingegno, Carena fu autore di sette libri, quarantun articoli nonché di innumerevoli collaborazioni a giornali e periodici politici. Nello stesso periodo storico ricordiamo esempi di fedeltà a grandi ideali. Galileo Vercesi (1891-1944), entrò in Collegio nel 1914 ma allo scoppio delle ostilità lascio il Borromeo e l’Università e si arruolò volontario; al Passo Buole in Val Lagarina nel 1916 ebbe la sua prima medaglia al valore, e poi una seconda per nuovi atti di eroismo nel giugno del 1918 sul Piave. Terminata la guerra, ritornò agli studi giuridici, si laureò e divenne avvocato; spinto dai suoi ideali di cristiana partecipazione alla vita politica, aderì al 27


cerato nel settembre 1943 passò le linee e si recò a Bari, nell’Italia liberata, aderì al Partito Comunista, assunse la direzione del giornale Civiltà Proletaria. Seguiranno: la partecipazione, nel gennaio del 1944, al Congresso nazionale del C.L.N.; nell’aprile il trasferimento a Salerno e l’ingresso, come sottosegretario alle Finanze, nel Governo Badoglio; dopo la liberazione di Roma, la partecipazione al Governo di unità nazionale del C.L.N. presieduto da Ivanoe Bonomi; nel dicembre del 1944 l’incarico di ministro delle Finanze nel secondo Governo Bonomi. E ancora: nel 1946 la partecipazione, a Parigi con De Gasperi, agli incontri per il Trattato di pace; dal 1946 al 1947 la vice presidenza dell’IRI. Antonio Pesenti è stato anche membro della Consulta nazionale e poi dell’Assemblea Costituente. Rieletto nelle successive Legislature, nel 1953 optò per il Senato e nel 1968 (alla fine della IV Legislatura della Repubblica) rinunciò a presentarsi alle elezioni, per dedicarsi interamente all’insegnamento e agli studi; fu professore universitario a Roma, Parma e Pisa, autore di diverse pubblicazioni di economia.

Partito Popolare Italiano e divenne il segretario provinciale di Milano; fu uno dei fondatori della Democrazia Cristiana, che rappresentò in seno al C.N.L. Alta Italia. Arrestato, venne fucilato a Fossoli il 12 luglio 1944. Antonio Pesenti (1910-1975), alunno entrato nel 1927, si laureò nel 1931, e fu subito nominato, per le sue doti non comuni, “assistente provvisorio” negli anni 193134. Ventenne, collegato a “Giustizia e Libertà”, faceva già parte del movimento antifascista clandestino pavese. Durante gli spostamenti tra Londra, Vienna, Berna e Parigi per frequentarvi corsi di perfezionamento in Economia, Pesenti entrò in contatto con esuli socialisti e aderì al Partito Socialista Italiano P.S.I. Cominciò così una costante attività clandestina, che non si interruppe neppure quando, a 24 anni, ottenne la libera docenza in Scienza delle finanze e Diritto finanziario a Sassari. Nel 1935, dopo aver parlato a Bruxelles (sotto falso nome), al “Congresso degli italiani” contro l’aggressione fascista all’Etiopia, Pesenti fu arrestato al suo rientro in Italia. Condannato dal Tribunale speciale a 24 anni di reclusione, ne passò otto di dura prigionia. Scar-

Giorgio Mellerio Università degli Studi di Pavia

Gli Alunni incontrano Papa Giovanni Paolo II in visita al Collegio (3 novembre 1984)

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I TEMPLI DELLA SAPIENZA dei Borromeo, è opera di Nicola La Piccola. Con la pala venne introdotta una nuova e moderna cornice in marmi policromi, il cui progetto, opera di Giovan Battista Giudice è conservato nell’archivio del Collegio, e viene presentato in mostra. La magnifica fabbrica cinquecentesca trova illustrazione adeguata nei rilievi di grande formato che Giuseppe Pollak eseguì nel primo Ottocento, all’epoca del suo intervento mirante a completare il lato esterno meridionale del palazzo dopo l’abbattimento della chiesa romanica di San Giovanni in Borgo. A sua volta il disegno settecentesco del settore meridionale della facciata principale dimostra quanto l’immaginazione barocca potesse trasfigurare l’architettura originale in occasione di significativi eventi effimeri. Il giardino, che venne realizzato nel primo Seicento, è forse la parte della costruzione che i documenti dell’archivio meglio documentano. Le piante presentano il progetto di cui fu incaricato Francesco Maria Ricchino. L’area del giardino, progressivamente ingrandita, ebbe perimetro rettangolare e fu conclusa lungo l’asse visivo che attraversa la facciata del palazzo da una maestosa esedra.

La mostra allestita in occasione delle celebrazioni dei 450 anni di fondazione del Collegio Borromeo si svolge nelle due sale di rappresentanza del Collegio Borromeo collocate al primo piano: la sala bianca e la sala degli affreschi. Nella prima sala sono riuniti alcuni fogli provenienti dalla Biblioteca Ambrosiana di Milano che documentano le capacità tecniche e progettuali di Pellegrino Tibaldi, l’architetto al quale Carlo Borromeo, all’epoca cardinal nepote di Pio IV Medici, chiese il progetto del Collegio. Il rinnovamento del duomo di Milano che l’arcivescovo affidò a Tibaldi a partire dal 1567, è documentato dal progetto per il battistero, pensato come un’edicola classicheggiante sorretta da colonne e conclusa da una copertura che forma timpano mentre il progetto per il coro è illustrato da due scene della vita di sant’Ambrogio, il Miracolo delle api, e il Ricevimento delle insegne consolari, destinate a essere realizzate ad intaglio come dossali per le sedie dei canonici. Il progetto per la nuova chiesa della sede milanese dei Gesuiti, San Fedele, è rappresentato dalla sezione longitudinale della chiesa e dal disegno per la facciata Il santuario della Madonna di Caravaggio fu una delle iniziative più significative degli anni in cui Carlo fu arcivescovo della diocesi milanese ed è anch’esso testimoniato in mostra da alcuni progetti pellegriniani che si riferiscono alla chiesa e al tempietto da sovrapporre al sacro fonte. Raffinatissimo per l’idea che vi prende forma oltre che per capacità esecutiva è il disegno per un arco trionfale. Si ignora quale sia stata l’occasione che motivò il progetto, che raccoglie i temi e le iconografie più rappresentativi della cultura manierista. Al centro della prima sala d’esposizione, sono presentati i documenti provenienti dal ricchissimo archivio del Collegio, il quale raccoglie testimonianze sulla costruzione dell’edificio, sull’amministrazione dell’istituto, sulle sue rendite. La fabbrica voluta da san Carlo è illustrata da alcuni grafici che furono formulati in funzione delle necessità del cantiere, come il foglio che descrive il piano per la pavimentazione del porticato. Altri disegni presentano veri e propri progetti per singole sezioni dell’edificio. È il caso della pianta della cappella, un foglio dove con semplice tratto a penna è delineata da Tibaldi una prima idea per il luogo di culto interno alla struttura. Nella prima metà del Settecento, la pala d’altare della cappella fu sostituita. Il nuovo dipinto, raffigurante san Carlo in adorazione della Vergine insieme a sant’Ambrogio, patrono di Milano e a santa Giustina, protettrice

Al 1620 circa risale il disegno dell’inferriata, che doveva dividere l’area dal cortile da quella del giardino. Sono illustrate due possibili varianti, affidate alla scelta dei committenti. La canalizzazione delle acque per rifornire la fontana del giardino fu un’impresa impegnativa. È documentata da una serie di fogli che mostrano i percorsi dei canali sotterranei e le derivazioni sino all’esito nel grande spazio a verde. A completare il giardino era stata progettata all’inizio del Settecento anche la statua del Mosé. Doveva essere di misura colossale e raggiungere quasi i cinque metri di altezza, ma non fu mai realizzata. Nella sala degli affreschi sono riuniti oggetti appartenenti al Collegio o in stretto rapporto con l’epoca e le vicende che segnarono la permanenza di Carlo e Federico sulla cattedra vescovile. La vita quotidiana dell’istituto, già documentata dalle Costituzioni, le norme che ne regolavano la vita amministrativa e il funzionamento, dai registri degli allievi e dei rettori e dai registri della dispensa, ovvero i registri della spesa cibaria o trattamenti, assume consistenza visiva per la presenza del piatto da parata di Federico, parte dell’arredo della sua tavola. 29


pareti verticali gli eventi più importanti come la nomina a cardinale di Santa Romana Chiesa e l’assistenza prestata al popolo milanese durante la pestilenza degli anni 1576-1577. L’impresa pavese trovò corrispettivo a Milano nella serie dei dipinti con le storie della vita di Carlo commissionata sempre da Federico per il duomo di Milano. Il parallelismo tra le due serie è corroborato dal recente ritrovamento del piano delle pitture pavesi, contenuto in un documento dell’archivio del Capitolo metropolitano di Milano, che ha dimostrato come il ciclo pavese, che nelle intenzioni doveva interessare anche le pareti lunghe del salone, sia rimasto incompiuto. Il settore della suppellettile sacra e dei paramenti liturgici annovera due calici appartenenti al Collegio e un calice con patena collegabili alla fine della pestilenza del 1630 e appartenenti alla chiesa pavese di San Gervasio e Protasio. I paramenti sono tutti di spettanza del Collegio. Alla tarda età barocca appartiene il sontuoso paramento liturgico detto di San Carlo perché tutte le figurazioni alternate ai ricami sono riportabili all’iconografia del santo. I due veli da calice cinquecenteschi furono donati da Carlo alla cappella del Collegio. Nei preziosi reliquiari seicenteschi Carlo appare in gloria, secondo l’iconografia che per secoli esaltò la sua figura di pastore e di vescovo della Riforma cattolica.

Carlo e Federico sono qui ricordati con una serie di testimonianze. A Carlo si riferiscono il ritratto corredato di allegorie che alludono al Pastor bonus di Agostino Carracci e le stampe che illustrano l’interno di San Pietro con lo schieramento cardinalizio al momento della canonizzazione, e l’apparato effimero per la facciata della basilica allestito per quell’occasione. Il dipinto che ritrae il santo in atto di leggere deriva dalla tela di analogo soggetto legata all’Ambrosiana nel 1618 da Federico mentre il busto in terracotta testimonia la pratica del culto e della venerazione tributati a Carlo che ispirò nel corso del Seicento tutta una serie di analoghi busti, in origine utilizzati più che nei luoghi di culto pubblici, per le pratiche religiose che avevano luogo nelle dimore private. Federico è a sua volta rappresentato dal ritratto a stampa e da una delle sue molte opere, I sacri ragionamenti, pubblicati postumi tra il 1632 e il 1646. Il salone del Collegio, di per sé ragguardevole spazio di rappresentanza per le monumentali e armoniose proporzioni, è reso ancora più nobile dal ciclo di affreschi condotto tra il 1602 e il 1604 da due esponenti del tardo Manierismo centro italiano, i pittori Cesare Nebbia e Federico Zuccari. Sulla volta sono illustrati gli episodi che compongono la vita di Carlo, dichiarato beato nel 1602, riservando alle

Luisa Giordano Università degli Studi di Pavia

San Carlo che legge, scuola lombarda (fine XVI secolo)

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PAVIA E LEONARDO: UNA CITTÀ, UN GENIO rapporto con il Ticino e la rete di vie d’acqua che attraversano il tessuto urbano e che ne determinano la forma urbis secondo quel ‘modo de canali per la città’ che si rapportano ‘al Tesino, ovest est’. Una sistemazione idraulica che ha il suo nerbo in un canale maggiore che assicura il flusso delle acque in tempi di piena e serve quando,una volta all’anno, la città viene lavata. Leonardo mostra di conoscere bene la realtà fluviale del Ticino. Numerosi sono infatti i riferimenti nei codici leonardeschi alle modalità di canalizzazione delle acque dei fiumi, o ai sistemi adottati dai cercatori d’oro in Ticino o alla configurazione di ‘monticelli’ di sabbia accumulati dal vento a bordo fiume. Pare potersi datare al 1490 lo studio che Leonardo avviò sulle modalità di sistemazione delle mura di Pavia, che necessitavano di urgenti riparazioni soprattutto dopo ‘che era cascato quello pezo de muro’ come segnalato al Moro. Se ne dà conto nel manoscritto B là dove si descrivono e si illustrano con disegni le modalità da seguire per riattare parte della cerchia muraria, grazie a una innovativa operazione di palificazione, della quale Leonardo descrive puntualmente ogni fase.

Tra i luoghi che vantano un significativo rapporto con Leonardo da Vinci, Pavia è forse la meno acclamata e la più silente, pur avendo non pochi motivi per rivendicare, documenti alla mano, una presenza del genio fiorentino, se non di lunga durata, certamente di notevole intensità e significato. La presenza di Leonardo a Pavia è attestata in più occasioni sia direttamente sia indirettamente. Nel primo caso si tratta di atti che documentano in modo inequivocabile il soggiorno nella antica capitale longobarda, nell’altro si tratta di riferimenti a Pavia ricavabili dai manoscritti leonardeschi, primo fra tutti il Ms. B ora nell’Institut de France a Parigi e fino al 1797 nella Biblioteca Ambrosiana. La relazione tra la nostra città e il genio fiorentino si sostanzia attorno ad alcuni elementi che hanno fatto la storia di Pavia: il Duomo, il Ticino, il Regisole, il Castello, l’Università e si esplica in vari modi. Il Duomo e Leonardo Parte dal Duomo il rapporto tra la città e Leonardo che solo nel 1490 si inserisce nella lunga fase costruttiva iniziata nel giugno del 1488. E lo fa non da protagonista ma come consulente ed esperto. Ponendo la nuova costruzione seri problemi tecnici, è lo stesso Ludovico Sforza, su sollecitazione dei deputati della erigenda fabbrica, a scrivere al segretario ducale Bartolomeo Calco perché faccia venire a Pavia l’ingegnere senese Francesco di Giorgio, allora impegnato nei lavori per il duomo di Milano, e insieme a lui chiede che siano in città anche magistro Leonardo fiorentino e il pavese Antonio Amadeo, architetto e scultore. Alla richiesta fa seguito la disponibilità dei tecnici ad assecondare i desiderata del principe; in particolare Leonardo si dice sempre «apparechiatoomne volta sij richiesto». E così Pavia registra la presenza dei due professionisti, Francesco di Giorgio e Leonardo, come attestato dal pagamento di 20 libbre all’oste Agostino de Berneriis gestore dell’albergo ad signum Saracini, uno dei migliori della città, che allora vantava una rete ricettiva di tutto rispetto. La somma pagata è per l’ospitalità dei due consulenti tecnici, dei loro accompagnatori, servitori, cavalli. Il documento porta la data del 21 giugno 1490.

Il Regisole e Leonardo ‘Di quel di Pavia si lalda (loda) più il movimento che nessun’altra cosa. L’imitazione delle cose antiche è la più laldabile (lodevole) che quella delle moderne. Così si esprime Leonardo nel Codice Atlantico riportando osservazioni sulla statua equestre detta del Regisole a Pavia, ammirandone le fattezze e la naturalità del movimento del cavallo e sottolineando l’importanza di riferirsi ai classici. Leonardo, che da una decina d’anni era preso dal problema del monumento equestre in bronzo commissionatogli da Ludovico il Moro, durante il soggiorno in città studia e ammira la statua equestre pavese, di cui coglie la qualità – del tutto originale – del movimento del cavallo al passo, per i tempi, novità assoluta. Il medioevo pavese e Leonardo Leonardo, che impersona l’uomo rinascimentale per eccellenza, ha particolare attenzione per l’antico e per le memorie medievali della nostra città. E lo dimostra inserendo nei codici due annotazioni precise, relativa l’una alla chiesa di Santa Maria in pertica, allora non più esistente, e l’altra al Castello voluto dai Visconti. La prima è rappresentata in un disegno nel manoscritto B con la scritta inequivocabile «Sancta Maria in Pertica da Pavia».

Il Ticino, la città e Leonardo Il rapporto tra la città e Leonardo passa attraverso il suo fiume e il sistema dei corsi d’acqua che la attraversano e ne segnano la storia. Di questo rapporto è testimone il disegno del codice B dove Leonardo, approntando uno studio per una città fluviale, si rifà a Pavia, al suo simbiotico 31


momento di grande fortuna. E di questa eccellenza culturale Leonardo è direttamente partecipe. Utilizza opere di autori che hanno insegnato nello Studio, conosce direttamente docenti di varie discipline e da loro trae proficui ammaestramenti in varie branche del sapere. Nelle sue opere scrive infatti di aver conosciuto direttamente molti professori dello Studio pavese. Da Fazio Cardano, giureconsulto e medico, padre del più famoso Gerolamo all’umanista Giorgio Merula, docente di retorica allo Studio, solo per citarne alcuni. Ma è soprattutto nel campo della medicina che la frequentazione di lettori allo Studio incise sulla sua formazione. Tra i molti, si fa cenno al famoso astrologo Ambrogio Varese da Rosate, medico di Ludovico il Moro e a Marc’Antonio della Torre, medico e anatomista. È dai frequenti contatti con quest’ultimo che sono scaturiti i mirabili disegni anatomici di cui Leonardo è maestro. Vale la pena di riferire a questo proposito un curioso episodio. Proprio seguendo le lezioni di anatomia del Della Torre nel Teatro anatomico dell’Università (oggi aula Scarpa), Leonardo ha occasione di assistere a spiacevoli interruzioni delle lezioni da parte degli studenti. Ne fa cenno in un famoso discorso dove, deprecando l’irresponsabile comportamento degli universitari, trova lo spunto per riflettere sull’importanza della ricerca, fondata sulle scienze della natura e da portare avanti con assoluto rigore. Un monito ancora oggi di grande attualità.

Del castello di Pavia, che Ludovico doveva ben conoscere, si descrive nello stesso Ms B il sistema dei camini indicati come «Camini del castello di Pavia» di cui si indicano con precisione le misure. Non è certo che il grandioso ed elegante edificio del bagno per i duchi e le duchesse collocato nel giardino del castello e rappresentato nello stesso foglio sia quello del castello pavese. Certo è invece che a fine Quattrocento Leonardo stava studiando un edificio con le stesse funzioni e la stessa maestosità per i castelli di Milano, Vigevano e Pavia: un modello comunque di ingegno costruttivo e di applicazione di tecniche idrauliche all’avanguardia. L’ambiente culturale pavese e Leonardo La presenza di Leonardo a Pavia trova ragione anche nella vivacità culturale della città che ha nella ricchissima libreria del Castello e nello Studium generale due elementi di grande forza. Un riferimento puntuale alla ‘libraria’ del castello di Pavia è nel Codice Atlantico. E dunque Leonardo la frequentò e ne consultò alcuni degli oltre 900 preziosi manoscritti, molti dei quali miniati, trasferiti in Francia all’inizio del Cinquecento. Lo Studio pavese, fondato nel 1361, vive nella seconda metà del Quattrocento e nei primi anni del Cinquecento un

Renata Crotti Università degli Studi di Pavia

Il cancello in ferro battuto del giardino

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Un palazzo per la Sapienza