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LAB-INT 2’10

MARA BROZZI_FRANCESCA POZZI_STEFANIA PRINA_ALICE TRUANT

“per conoscere un territorio dobbiamo farcelo raccontare...”


INDICE ABSTRACT L’ABRUZZO. NELLA LETTERATURA NEL CINEMA NELLA STAMPA INTERPRETAZIONE DEL TEMA: 4 PERSONAGGI RACCONTANO L’ABRUZZO CAPITOLO 1 : IL PASTORE IERI

la pastorizia un antico mestiere

OGGI

gli ultimi pastori

DOMANI

il tratturo: una memoria da ripercorrere

CAPITOLO 2 : IL GUARDIABOSCHI IERI

OGGI

DOMANI

una natura incontaminata

una natura tutelata

una natura partecipata

CAPITOLO 3 : IL VECCHIO IERI

case piene

OGGI

case vuote

DOMANI

case da rivivere

CAPITOLO 4 : IL SERPARO IERI

una religione legata alla “terra”

OGGI

le tradizioni religiose: cronaca dell’oggi

DOMANI

i santi nelle feste popolari: nuove icone di socialità

FAQ: domande e non-ancora risposte BIBLIOGRAFIA


L’ ABRUZZO RACCONTATO ATTRAVERSO IL CINEMA, LA LETTERATURA, LA STAMPA

Raccontare il territorio d’Abruzzo attraverso il cinema, la stampa, la letteratura. Questo il fine ultimo di questo libro e l’intento della ricerca analitica svolta che si è posta l’obbiettivo di descrivere il territorio abruzzesee i suoi borghi. Si è preso come assunto il concetto di paesaggio fornitaci da A.Humbold che vede il paesaggio come “Eindrucht” nell’ accezione di contemplazione estetica, dove “-drucht” indica il cumulo di percezioni e sensazioni che si imprimono nell’animo dell’osservatore come i caratteri tipografici su un foglio bianco, mentre “ein-” significa unico, poiché il soggetto osservatore nella presa di coscienza di ciò che lo circonda, tende ad attuare una sintesi di tutte queste moltiplici “impressioni”. Il territorio, osservabile, oggettivo e tangibile che appare ai nostri occhi è dunque mediato da un paesaggio interno dei sensi che ci sfugge, misterioso e nascosto, mutevole e sconosciuto e che segna nuovi percorsi imprevedibili e contraddittori ma che sono anche potenti segni capaci di disvelare un luogo e la sua vera storia. Il paesaggio naturale e culturale rimane indefinito fino a che la coscienza non lo trasforma in parole, immagini, racconti e rappresentazioni. Rappresentazioni che non solo danno visibilità al paesaggio, ma significato e senso all’esperienza della vita nel tempo e nello spazio. Ecco così che a particolari territori vengono attribuiti nomi, valori e significati più profondi che ne superano la mera descrizione fisica. Diventano, essi stessi, parte integrante del nostro mondo che percepiamo con i sensi, diventano parte di quella “densa descrizione esperienziale” derivante dal rapporto uomo-natura che, agendo da catalizzatore, riesce a riorganizzare, rimontare, il tutto nella sua complessa unitarietà dando “il suo significato” ad un territorio.


INTERPRETAZIONE DEL TEMA: 4 PERSONAGGI RACCONTANO L’ABRUZZO

Per conoscere un territorio bisogna viverlo, ma per conoscerlo profondamente, forse, bisogna in fondo anche lasciarselo raccontare, dalle sue immagini, dai suoi suoni, dai suoi odori, dai suoi colori, dai suoi sapori, ma soprattutto dai suoi abitanti, depositari della memoria di un luogo, che esperiscono direttamente queste terre, e che sono parte integrante di esse. Abbiamo dunque pensato che potessero essere proprio gli abitanti dell’Abruzzo a raccontarci questa terra. Sono diventati gli attori protagonisti della nostra storia, della storia dell’Abruzzo. Un pastore, un serparo, un anziano abitante ed un guardiaboschi ci guidano nell’esplorazione dell’Abruzzo, in una chiave di lettura metaforica che li vede protagonisti nel tentativo di farci conoscere un territorio così peculiare. Queste quattro figure chiave diventano anche quattro icone volte a rappresentare quattro tematiche nodali, leitmotiv emersi nel percorso di ricerca fino ad ora condotto.

Con le loro voci, i loro volti o semplicemente come simboli ci aiutano a ricomporre il quadro sintetico, complessivo, di questa regione Secondo la definizione di paesaggio come impressione estetica fornitaci da Humboldt nell’ accezione di contemplazione estetica, che si origina da un cumulo di sensazioni per divenire un “ein”, una sintesi, anche questo book vuole tentare di proporsi come sintesi ragionata delle numerose informazioni e “impressioni” raccolte. I nostri quattro protagonisti introducono ai motivi ricorrenti nella nostra ricerca: il forte rapporto uomo-natura-terra, la pastorizia e la transumanza, le radicate credenze popolari e religiose, nonchè il senso di solitudine e di abbandono dei borghi abruzzesi. Portavoci di un profondo intangible heritage, un pastore, un serparo, un anziano abitante ed un guardiaboschi sono figure che ci aiutano a tuffarci nelle atmosfere di questo territorio e di ricomporre i frammenti, letterari, della stampa e del cinema, che lo hanno raccontato nel corso della storia.


IL PASTORE


Il primo personaggio protagonista del nostro racconto è un pastore. Il pastore ci accompagnerà in un virtuale percorso tra i tratturi abruzzesi e l’attività pastorale ancora altamente praticata nella regione. Questa figura si è evoluta nel corso dei secoli, il tradizionale biscino, garzone locale addetto all’accompagnamento dei greggi, è stato recentemente sostituito da pastori immigrati di origine macedone. Ciò nonostante il pastore può essere assunto come chiave di lettura del territorio, delle sue abitudini, nonchè della sue risorse naturali. Questa attività è ancora praticata, ma fortemente in crisi a causa dei cambiamenti della abitudini degli abitanti che hanno lasciato gli aspri centri abitati montuosi in favore della pianura. Cambiamenti del mercato, delle abitudini alimentari, nuovi ritmi di vita sempre più accelerati hanno “abbandonato i pastori a se stessi” lungo le solitarie vie della transumanza. Tuttavia le pecore nella filiera produttiva abruzzese e soprattutto nei costumi locali rappresentano ancora una risorsa, un’eredità materiale e sociale da conservare. Diversamente da ora, nel passato, i pastori erano parte importante dell’economia. La pastorizia infatti è una delle più antiche professioni esistenti, nacque nell’Anatolia nel 4000 a.C. circa e si sviluppò solo in determinate zone. Nelle pianure e nelle valli dei fiumi era molto più conveniente far crescere il grano, perciò l’allevamento delle pecore si spostò in zone rocciose. Questo è ancora visibile lungo i pendii scoscesi dell’Appenino abruzzese. A causa del rigido clima invernale di questi luoghi all’inizio della stagione fredda, cominciava un trasferimento delle greggi verso la pianura più calda. In estate al contrario si risaliva verso i monti in cerca di pascoli verdi e freschi. Questo trasferimento stagionale delle greggi, che avveniva a piedi per centinaia di chilometri, prende il nome di transumanza. In Italia questa antica usanza prese le mosse tra la zona dell’alto Tavoliere-Gargano e l’Abruzzo. Consisteva nel trasportare (transumare, appunto) gli animali dall’alto Tavoliere verso l’Abruzzo. Tutto ciò avveniva tramite dei sentieri detti tratturi. Il tratturo è un largo sentiero erboso, pietroso o in terra battuta, sempre a fondo naturale, originatosi dal passaggio e dal calpestio degli armenti. In Italia l’intrecciarsi di queste vie armentizie, stimato in 3.100 km, si rileva prevalentemente nei territori delle regioni centro-meridionali tra cui proprio l’Abruzzo. Le loro piste erano percorse nelle stagioni fredde in direzione sud, verso la Puglia, dove esisteva, presso la città di Foggia, la Dogana delle pecore. Con l’arrivo della ferrovia e della rete stradale asfaltata il trasferimento del bestiame è stato sempre più spesso compiuto con camion o furgoni ed i tratturi persero sempre più importanza perché i grossi armentari preferivano risparmiare sulla maggior quantità di manodopera occorrente per le transumanze a piedi. Alcuni tratturi sono giunti fino ai nostri giorni pressoché intatti e rappresentano una rete di vie, immerse nella natura, da ripercorrere e tutelare non solo da un punto di vista ambientale, ma anche come memoria collettiva.


ieri

oggi

gregge lana

pastorizia

PASCOLI

capitolo 1_IL PASTORE

domani

STAGIONI

allevamento pecuri


Tratturi

“ I percorsi che i pastori seguono nelle loro annuali migrazioni nell’Abruzzo e dall’Abruzzo sono costituiti da larghi tratti segnati sul terreno erboso, l’integrità dei quali è mantenuta con grande cura. Sotto il generico nome di tratturo delle pecore. ” [...] “ Uno dei larghi tratturi, o sentieri per bestiame, passa nella stessa linea della strada maestra per L’Aquila; fui fortunato perché la vidi occupata da una lunga fila di greggi, che passarono lentamente presso la mia carrozza per un miglio e più. La parola «fortunato», adatta per un tale spettacolo, può tuttavia suscitare un sorriso tra i miei lettori, ma confesso che mai vidi uno di questi numerosi gruppi di animali camminare lenti e affaticati attraverso le pianure della Capitanata e delle valli d’Abruzzo, a perdita d’occhio, senza provare un nuovo senso di eccitazione, quasi simile alla gioia, ma che non mi proverò a descrivere. “ [...]

Viaggio in Abruzzo_La pastorizia abruzzese di Richard Kappel Craven_1831

“ Le pecore camminano in file di circa dodici ciascuna e ogni battaglione, se così può chiamarsi, è guardato da cinque o sei cani, secondo il suo numero; questi accompagnano la mandria, camminando in testa, al centro e dietro. La bellezza e docilità di questi cani, che sono di solito bianchi, è stata spesso descritta e il loro comportamento è buono fino a quando le pecore non vengono molestate, ma alla sera diventano così feroci, che sarebbe pericoloso avvicinarsi all’ovile che essi guardano. Le capre, che sono assai poche in proporzione alle pecore, e sono generalmente nere, chiudono la schiera e manifestano la loro superiore intelligenza mettendosi a giacere quando c’è una temporanea sosta. Le vacche e le cavalle viaggiano in gruppi separati. “

“ Un certo numero di queste greggi comunemente appartiene a un unico proprietario; sono sotto l’immediato gover no e ispezione di un agente, detto fattore, che le accompagna stando a cavallo, armato di fucile e meglio vestito dei pastori, i quali, d’estate e d’inverno, vestono un giaccone di pelle di pecora e sono sotto altri rispetti provvisti di un discreto anche se semplice abbigliamento e di scarpe resistenti. “ [...]

capitolo 1_IL PASTORE


ieri

oggi

TRATTURI lana

MASSERIE

capitolo 1_IL PASTORE

domani

TERRA

gregge


Tratturi

Escursioni illustrate negli abruzzi_Viaggio illustrato in Italia di Edwar Lear_ottobre 1844

“ Moltissime terre tra gli Appennini e l’Adriatico sono intensamente coltivate e abbondano di vite, olivo ecc.; le terre più alte degli Abruzzi Primo e Secondo Ulteriore sono adibite principalmente a pascoli. A sud e ad est delle province, una larga zona, confinante con la Terra di Lavoro e con lo Stato Pontificio, è fittamente boscosa; ma la maggior parte del territorio abruzzese è estremamente spoglio. “ [...] “ Secondo Del Re, le greggi dell’Abruzzo Ulteriore Secondo contano settecentomila capi, di cui la maggior parte emigra annualmente nelle Puglie alla fine di settembre, attraverso i tre principali tratturi che hanno origine nelle vicinanze di Aquila, Celano e Pescasseroli; il ritorno avviene a maggio sulla stessa strada, dopo la tosatura. “ [...]

capitolo 1_IL PASTORE


ieri

oggi

STAGIONI dogana

MASSERIE

TERRA

capitolo 1_IL PASTORE

domani

PASCOLI allevamento


NEGLI ABRUZZI

di Anne Macdnell, Chatto & Windus 1908

I pastori sono stati apostrofati con ogni brutto epiteto. Il contadino si prende gioco di loro per l’ ignoranza e la rozzezza , nonché per il loro paganesimo. Sono molti i canti in cui i pastori vengono disprezzati. Uno dice: Ru pecurare, quanne va alla messa, Dice a ru sacrestane: "Qual è Cristo?". Quanne ce arriva 'mbaccia a l'acqua sanda: "Che bella coppa pe magnà lu latte!". Quanne ce arriva 'mbaccia a gli altare: "Che bella preta pe pestà lu sale!". Quanne ce arriva dent'a la sacrastia: "Che belle capemandre che saría!". (Anonimo)

“Questa gente di montagna, austera e cortese, non è espansiva come lo è il carattere che si attribuisce in genere agli italiani. Gli Abruzzesi, infatti, sono orgogliosi, diffidenti e poco inclini a parlare di se stessi, e non credono che un forestiero possa interessarsi a loro”...

“Sulle alture si trova un pascolo eccellente; è stato il destino, dunque, a fare degli Abruzzesi un popolo di allevatori. I pastori abruzzesi, che costituiscono una larga fetta della popolazione, reclamano una speciale attenzione. Essi vivono completamente isolati dalla gente di campagna ”...

capitolo 1_IL PASTORE


ieri

oggi

gregge lana

pastorizia

PASCOLI

capitolo 1_IL PASTORE

domani

STAGIONI

allevamento pecuri


Ostaggi dello stupratore killer di Giuseppe Caporale, La Repubblica 21 agosto 1997 Maiella

Terrore sui monti della Maiella. Tre ragazze venete in mano a uno stupratore-killer armato di pistola. L’ incontro con un “mostro” nel parco che ha trasformato la loro gita nell’ Abruzzo in un incubo. Quella montagna, poco frequentata se non da scout e appassionati, immersa nel silenzio, è stata “complice” di un’ efferata violenza. Il monte adesso è un “rifugio” per il mostro, che sa muoversi meglio di carabinieri e polizia tra quei boschi che sono la sua casa. Dalle ultime notizie si è appreso che due pastori macedoni, probabilmente armati, sono stati interrogati dai carabinieri, ma ancora non escono fuori elementi utili alle indagini La Maiella, la montagana ‘sacra’ per gli abruzzesi, da pochi mesi è stata trasformata in parco nazionale. Quest’ angolo ancora incontaminato e selvaggio, nasconde però molte insidie naturali: gole e rocce che non permettono percorsi agevoli ad un qualunque visitatore non allenato [...]

capitolo 1_IL PASTORE


ieri

oggi

domani

TRANSUMANZA

gregge

pastorizia

capitolo 1_IL PASTORE

TRATTURI


Tratturi

Niente rito della Documentario_PECORE transumanza. CosìNERE il nostro gregge muore di Daniele Mastrogiacomo, La Repubblica 16 maggio 2001

«Se non mi fanno partire», sibila furibondo Francesco Schiavone, quattromila pecore, 800 bovini e 250 cavalli da accudire giorno e notte, «porterò gli animali sotto il Comune. Qui, tra qualche mese diventa l’ inferno. Caldo insopportabile, acqua con il contagocce, terreno arido e niente erba. Prima la storia della mucca pazza, poi l’ afta, adesso lo spettro della lingua blu. No, così non si può andare avanti: il mio gregge deve andare in montagna, in Abruzzo, sul Gran Sasso». Davanti al blocco decretato dal governo e applicato dalle Regioni, ci sono centinaia di pastori che si trovano a fare i conti con una realtà mai affrontata prima. Parliamo del rito della transumanza, quel viaggio, un tempo affrontato a piedi, oggi con treni e camion, che due volte l’ anno vedeva i pastori emigrare dalla pianura verso gli altipiani. Oggi gli ultimi transumanti sono un centinaio.

Ma due secoli fa erano tremila. Il loro calendario era scandito da due date precise: il primo maggio e il primo ottobre. «Lì, verso il Gran Sasso», ricorda Saverio Russo, docente di Storia moderna all’ università di Bari, «trovavano l’ aria buona e l’ erba fresca. Quella che era una tradizione, imposta da esigenze climatiche, divenne un obbligo. E poi, la lana aveva un suo mercato che favoriva la pastorizia e quindi gli allevamenti». Tra crisi e nuovi sviluppi, il rito si tramanda di padre in figlio fino al lento declino segnato con la trasformazione delle colture e il definitivo colpo di grazia con la bonifica del Tavoliere. Si costruiscono le prime ferrovie, nasce l’ automobile, arrivano i camion, quelli scoperti, con le transenne ai lati dove si ammassano pecore e capre. Cambia la tradizione, la transumanza perde i suoi simboli fatti di lunghe camminate attraverso il «Regio tratturo», le soste nei casali dei contadini, i racconti attorno al fuoco, i dazi pagati con sale, pelli, carne e lana grezza. «Nel 1950», ricorda il professor Russo, «la transumanza interessava solo 60 mila capi. Dieci anni più tardi, un geografo francese li ridusse a 30 mila. Adesso, credo che saranno al massimo 10 mila». Ma sono proprio questa trentina di pastori, veri imprenditori dell’ allevamento, a sentire il peso di un blocco che non capiscono e sono costretti a subire. La lana non è più la fonte primaria del guadagno. Oggi, avere un gregge significa vendere carne e latte. «Ma per fare buon latte e mantenere inalterato il gusto della carne», spiega Antonio Sulli, transumante di Castel del Monte, in provincia dell’ Aquila, che durante l’ inverno scende in Puglia, «gli animali devono vivere nell’ ambiente giusto. Sugli altipiani abruzzesi, tra dicembre e marzo, si raggiungono temperature polari. Ma i veri guai li provoca la burocrazia. Incomprensibile, contraddittoria: una pastoia di leggi e decreti che ti imbriglia e non ti indica soluzioni. Loro non sanno neanche cos’ è la transumanza.

capitolo 1_IL PASTORE


ieri

oggi

STAGIONI dogana

MASSERIE

TERRA

capitolo 1_IL PASTORE

domani

PASCOLI allevamento

formaggi


Teramo

Sono centinaia i serbi, macedoni, sloveni che si si isolano per mesi sui pascoli dell’Aquilano o nelle piane del Tavoliere, se le greggi praticano la transumanza- “ In fondo è grazie a loro se la pastorizia torna ad essere un’attività che rende”- I clandestini lavorano il doppio dei locali, guadagnano la metà e altri arrivano dal Portogallo. Alle cinque in punto Slatko Vujkaic, trentotto anni, smette di dormire. Non ha bisogno di sveglia, a scuoterlo sono i tempi di una specie di orologio animale misurato sui ritmi del gregge. I pastori d’Abruzzo ormai lanciano richiami in serbo macedone, sloveno. Arrivano in Italia con l’etichetta di turisti o studenti, trovano un mercato sempre più affamato di braccia, dovranno lavorare qualche mese solitamente “in nero”, poi ripartono, si fanno sostituire da parenti, amici, poi ritornano.

TERRA Documentario_PECORE VERGINE NERE Slatko, pastore d’abruzzo di G. L , La Stampa, 5 aprile 2002

La pecora dicono nell’Aquilano, “vale quanto costa”, ogni anno fra latte, agnelli, lana, ripaga l’allevatore, e così per otto, nove stagioni almeno. Ma perchè questo prodigio economico si rinnovi occorre che qualcuno segua le greggi, che abbandoni ogni consuetudine per calarsi in un mestiero antico, isolarsi mesi in montagna o nelle piane del Tavoliere , le greggi praticano la transumanza in cerca di prati verdi e «appetitosi» da brucare. In Abruzzo non c’è più un solo giovane che sarebbe disposto a tanto, ma a nord del terzo mondo c’è sempre chi è pronto a subentrare agli altri nelle attività più dure. Nelle terre di immigrazione l’esercito degli immigrati continua a ingrossarsi. L’Abruzzo accoglie questa corrente di immigrazione “specializzata” con autentico sollievo. Sarà perchè gli slavi non sono ancora tanto da porre problemi di integrazione, sarà perchè hanno salvato quello che altrimenti sarbbe scomparso. “Clandestini sì, ma benedetti”. Se gli slavi non fossero arrivati molte aziende, soprattutto quelle familiari avrebbeo chiuso. La voce si è sparsa, gli arrivi si sono fatti più massicci. Quanti sono adesso? Forse qualche decina, ma bisognerebbe verificare azienda per azienda nella provincia di Teramo, Chieti e a Sulmona. Imprese ardua perchè i lavoratori clandestini non hanno alcun interesse a farsi contare, si procede a campione una stima possibile. In giro si vedono poco: sono tranquilli, riservati, non riescono a incontrarsi molto nemmeno fra di loro. La gente li rispetta, in fondo li apprezza, è grazie a loro che la pastorizia torna ad essere un’attivitàredditizia. La pecora “sopravvissana”, la più diffusa in Abruzzo, piccola, resistente, rende al lordo circa 150 mila lire l’anno, circa 50 miliardi per la regione. E se gli salvi un giorno dovessero andar via? Si sta scoprendo che i pastori possono arrivare anche dal Portogallo.

capitolo 1_IL PASTORE


ieri

oggi

PASTORE ABRUZZESE

pecuri

domani

allevamento gregge

STAGIONI

capitolo 1_IL PASTORE

pastorizia


I bianchi cani d’ Abruzzo di D. M , Abruzzo, Airone,5 aprile 2002

Sono esistiti dei ragazzini, nemmeno tanto tempo fa, cha hanno rappresentato la parte mancante di una cane. Quei ragazzini erano detti i Biscini, abitavano l’Abruzzo e, se faccio bene i conti, molti di loro sono ancora vivi, forsi alcuni nemmeno tanto vecchi. Non sono un esperto di uomini, sono pìù esperto in fatto di cani, e i biscini li ho scoperti occupandomi proprio di un cane, il bianco e lanoso cane da pecora d’Abruzzo, oggi divenuto razza pura, chiamato pastore maremmano. Quel cane una volta era rozzo, non era nemmeno tutto bianco e accompagnava le sterminate compagnie di pecore nel viaggio interminabile dal tratturo al piano.

Occorre sapere che il cane d’Abruzzo si differenzi da tante altre razze di cani d a pastore per non avere evoluto la tendenza a guidare il gregge, sa far compiere alle pecore compatte ogni tipo di tragitto. Le pecore d’Abruzzo dovevano spostarsi, c’era la transumanza che giungeva fino a quell’Adriatico selvaggio che verde è come i pascoli dei monti. C’era la transumanza e c’erano i biscini, il manziero , un montone castrato posto a capo di tutte le pecore. I biscini erano ragazzetti, apprendisti pastori che avevano il compito di radunare le pecore ritardatarie. I cani da pastore abruzzesi hanno potuto specializzarsi nell’opera di difesa del gregge dalle minacce dei lupi, perchè per la conduzione delle pecore c’erano quei ragazzini. In quel buon tempo antico che sembra buono perchè non esiste più i ragazzini avevano la possibilità di un’autonoma esplorazione della natura, all’autentica conoscenza dell’ambiente, oggi le pecore si spostano soprattutto con i camion e i tratturi stanno scomparendo.

capitolo 1_IL PASTORE


ieri

oggi

gregge lana

pastorizia

PASCOLI

domani

STAGIONI

allevamento pecuri

allevamento formaggi

capitolo 1_IL PASTORE


Ridiamo vita ai pascoli con le pecore adottive di Luca Zanini, Corriere della sera, 14 novembre 2004 Anversa degli Abruzzi

DAL NOSTRO INVIATO ANVERSA DEGLI ABRUZZI (L’ Aquila) - La strada sale a tornanti stretti verso le vette, inerpicandosi alta sul fondovalle del Sagittario, dove i primi colori di un tardo autunno macchiano di giallo e rosso il bosco. Ad Est, sulle vette della Maiella, c’è già la neve. L’aria è fredda e tersa ma Nunzio, vestito appena di un grosso maglione, non se ne cura: sta seguendo le sue 1.300 pecore che, dopo l’ultimo pascolo in quota (sul Genzana) sono tornate a valle. Una piccola transumanza. Nell’agritursimo La Porta dei Parchi, a 700 metri, fervono i preparativi per l’inverno: rito che assume un significato particolare in questa azienda agrozootecnica la cui fama ha valicato l’Atlantico. «Tutto è cominciato negli Anni ‘70 - racconta Nunzio Marcelli, cinquantenne, una laurea in economia e un passato recente al ministero dell’Agricoltura, prima di tornare all’azienda dei genitori - per “colpa” di Manuela che mi ha assecondato in una scommessa impossibile: far rivivere questa montagna». [...] «Ma la mia passione erano le pecore e fin dall’ inizio riuscimmo a coniugare la tradizione secolare della transumanza». Dallo studio dei pascoli, «che in un metro quadrato offrono una biodiversità unica in Europa, oltre 100 fioriture diverse», Nunzio e Manuela sono passati all’impiego delle piante aromatiche nella trasformazio ne dei pecorini e della ricotta al ginepro.

Pascoli traditi da anni sono tornati a vivere. E non solo grazie ai formaggi. La nascita del loro «bioagriturismo» ha portato nuovo valore ai prodotti, facendoli conoscere ai turisti (20 mila visitatori l’anno!) e quindi ai consumatori delle città. I corsi di avvicinamento alla zootecnia per adulti e bambini hanno contribuito a formare una nuova clientela, più consapevole. Poi, quattro anni fa, il boom, grazie ad un’idea che ha portato la foto di Manuela sui giornali di mezzo mondo. Didascalia: «La signora delle pecore». È nata quasi per caso la grande avventura delle pecore adottive: «L’azienda era ben avviata, ma il mancato sviluppo dell’area rischiava di travolgere anche la nostra realtà - ricorda Nunzio -. Ci salvò l’idea di sfruttare internet come mezzo per raggiungere direttamente la clientela». La proposta: condividere oneri ed onori di un mestiere difficile, anticipando le spese di sostentamento del gregge per poi raccoglierne i frutti: lana, formaggi, carne (per i vegetariani la chance di ricevere invece più maglioni e caciotte). La notizia del progetto «Adotta una pecora, difendi la natura» si sparse in un lampo. [...] Nunzio e Manuela hanno vinto la loro scommessa. Grazie alle «adozioni a distanza» di ovini, oggi un territorio rurale a lungo afflitto da emigrazione e spopolamento è rivitalizzato. Una fatica collettiva che combatte l’abbandono e il degrado di un territorio unico. Una valle che rischiava lo spopolamento è stata salvata da un’azienda oggi conosciuta dall’Australia al Canada. Abbiamo ben 1.112 ovini con «genitori» che vengono quassù a seguire la tosatura, a imparare come si fa il formaggio, a veder nascere i «nipotini».

capitolo 1_IL PASTORE


ieri

oggi

domani

TRANSUMANZA

gregge

pastorizia

capitolo 1_IL PASTORE

TRATTURI


Tratturi

Anche i tratturi diventano patrimonio dell’umanità di Titti Tummino, La Repubblica 6 settembre 2005

C’è anche il sistema degli antichi tratturi, allungato fra Puglia Abruzzo, Molise, Campania, tra le bellezze naturali che aspirano a entrare nell’ elenco dei siti protetti dall’ Unesco. [...] Il sistema dei tratturi, destinato oggi al cammino dell’ uomo e a passeggiate a cavallo, è complesso e avrebbe bisogno di manutenzione accorta e delicata da affidare magari a gruppi di giovani o agli istituti tecnici agrari. Ai fini di una reale valorizzazione dei tratturi sarebbe fondamentale un coordinamento fra Stato, Regioni e Comuni in un quadro di valenza turistica. Ancora oggi, nonostante il declino della transumanza tradizionale e l’ inesorabile degrado, gli antichi tratturi, testimoniano uno dei caratteri più radicati del territorio. Le vie della transumanza hanno segnato per secoli larga parte del Centro-sud, incorporandosi al paesaggio e al contesto territoriale in modo inestricabile, determinando i caratteri profondi di un’ identità mediterranea dei luoghi, producendo una grandiosa rete di varia ampiezza (tratturi, tratturelli, bracci), di manufatti annessi (poste, masserie di pecore, mungituri, iazzi) di infrastrutture (ponti, guadi, viabilità di raccordo). Di questo imponente sistema, che coincide per molti tratti con le vie romane, prima fra tutte l’ Appia traiana, l’ Archivio di Stato di Foggia conserva un’ imponente documentazione: un preziosissimo archivio, utile non solo a tramandare la memoria, ma anche a favorire gli interventi di riqualificazione. Al di là di quanto farà l’ Unesco, ci vuole una tutela della memoria e del territorio: si spera che i tratturi, “in quanto monumenti della storia economica e sociale del territorio”vengano davvero tutelati.

capitolo 1_IL PASTORE


ieri

oggi

STAGIONI dogana

MASSERIE

TERRA

capitolo 1_IL PASTORE

domani

PASCOLI allevamento


NEREpaese non ci vuole più La battagliaDocumentario_PECORE degli ultimi pastori. Questo di Paolo R.Collelongo, La Repubblica 23 aprile 2008 Avezzano

Domenico Alonzi rientra ogni sera dal pascolo con 120 capre, due cani abruzzesi, la moglie e i tre figli. Sono ragazzini svegli e allegri e lo seguono per chilometri portandosi dietro i libri di scuola, sempre con un occhio alla montagna dove passano i lupi. L’ ovile è la solitaria reception di un campeggio abbandonato, concesso solo per qualche mese dal municipio di Collelongo. Ma lo stesso il rientro del gregge è una festa grande. Il gigante buono adora quel lavoro. Ma ora è pieno d’ amarezza. I lupi gli hanno scannato quaranta bestie. Quattro cani gli sono stati avvelenati. I pubblici veterinari, pochi e mal pagati, arrivano quando possono. Non parliamo del risarcimento per l’ ecatombe: una corsa a ostacoli. Ma il peggio è che i sensali non passano, non prenotano più i capretti pasquali. I macellai non chiedono più carne locale. La gente corre al supermercato e compra agnello straniero. Il Pil italico stava in Appennino, a mille metri di quota, e non si contava in azioni ma in pecore. I pastori d’ Abruzzo tornavano dalle fiere pugliesi con mule cariche d’ oro, sacchi tintinnanti che seppellivano nelle fondamenta di palazzi monumentali.

[...] «Settembre andiamo, è tempo di migrare», scriveva solo un secolo fa Gabriele d’ Annunzio. Anche oggi è tempo di andare, ma per sempre. In trent’ anni il numero di capi e di aziende è crollato dell’ ottanta per cento, mentre quello dei funzionari che si occupano di agricoltura e allevamento continua ad aumentare. Domenico mostra l’ombra di una montagna nella notte: «Jannarumma si chiama. Il branco è sempre lì che segue ogni mossa delle mie bestie. Ho chiamato la Polizia provinciale, mi hanno detto di portare lì tutte le quaranta carcasse. Ho chiamato l’ Asl di Avezzano, ma avevano un veterinario solo e non sono venuti». E allora? «Allora sono arrivati i guardiaparco, ma dopo venti giorni, così ho dovuto chiamare un veterinario privato perché mi facesse la relazione. Oggi la domanda di risarcimento è alla Provincia e non ne so più niente». [...] Ecco come l’ Appennino rinnega i suoi figli e la sua storia pastorale. Il pastore è visto come un peso, un nomade extracomunitario cui non si vuol dare possibilità di accampare diritti sul territorio. E così, mentre si denunciano gli allevatori per pascolo abusivo, nessuno interviencontro il cemento illegale che ricopre i tratturi protetti da una legge di Stato [..] «Eravamo un popolo di pastori e oggi siamo un popolo di funzionari, portieri e bidelli che rinnegano il loro passato. Gente che ci guarda con sufficienza e corre a comprare insipida carne straniera sui banconi luccicanti dei supermercati. Vedono la natura con ostilità. Pensano che siamo ignoranti. Ecco il risultato dell’ abbandono. L’ Italia è diventata terra di cinghiali. Una colonia della grande distribuzione. Dopo migliaia di anni le greggi spariscono dal paesaggio italiano».

capitolo 1_IL PASTORE


ieri

oggi

domani

TRANSUMANZA

gregge

pastorizia

capitolo 1_IL PASTORE

TRATTURI


I sentieri del Terminillo per l’antica transumanza di De Leo Carlotta, 17 maggio 2009, Corriere della Sera

Pastori e greggi partono oggi alla ricerca di pascoli migliori. Appuntamento per gli appassionati al rifugio Sebastiani. I sentieri del Terminillo per l’antica transumanza L’ eterno migrare di greggi e pastori alla ricerca dei pascoli migliori. D’estate, la lenta risalita dalle valli alle alture. D’autunno, la ripida discesa dai picchi per sfuggire ai primi freddi. È la transumanza, il rituale antico e emozionante che si ripete di anno in anno con la stessa suggestione. È proprio questa l’atmosfera che rivivrà oggi al rifugio Sebastiani sul monte Terminillo, in occasione della sesta edizione della «Festa della Transumanza» promossa dalla Coldiretti di Rieti. Il lungo tragitto delle greggi, che anticamente andava dalla pianura romana - la zona di Castel di Guido - fino al Monte Terminillo rivive, quindi, in una sola giornata. Un’occasione unica per uscire dalla città ed entrare in una dimensione bucolica e poetica al tempo stesso. Protagoniste, le pecore di razza sarda e sopravissana - le più diffuse nella zona - che scaleranno il Terminillo fino ai 1.850 metri dove i prati sono più verdi e «appetitosi» da brucare.

La loro scalata sarà accompagnata da musica folcloristika, giochi e piatti locali che potranno essere gustati per tutta la giornata. Il menù è, ovviamemente, a base di pecora: tra i formaggi tipici non può mancare l’antico pecorino romano e le sue moderne varianti, al tartufo e al pepe. La vera specialità, però, è quella degli antichi pastori transumanti: la pecora «a lu cotturu», bollita per più di dodici ore. L’atmosfera della transumanza ha avuto e ha oggi grandi estimatori. Persino il Vate ne era affascinato e un po’ invidioso. «Settembre, andiamo: è tempo di migrare» Con queste parole Gabriele D’Annunzio esortava i pastori della sua terra, l’Abruzzo, a lasciare i pascoli d’altura per rifugiarsi a valle. «Ah perché non son io co’ miei pastori» era l’ultimo, commosso verso della poesia «I pastori». Le origini della transumanza sono remote, ma precise. Numerosi autori preromani del II e I secolo prima di Cristo, infatti, ne hanno lasciato dettagliate testimonianze: l’usanza era diffusa specialmente fra la Sabina, il Sannio, la Lucania e l’Apulia. Il primo grande esperto di transumanza è Terenzio Varrone, nel suo trattato «De Rustica» del I secolo prima di Cristo, la pratica della transumanza sopravvive anche in età imperiale, ma lentamente con il passare degli anni e dei secoli, si avvia al declino. Fu il re Alfonso d’Aragona nel 1447 a dare di nuovo slancio all’antica migrazione delle greggi, emanando la «prammatica della Dogana Menae Pecudum Apuliae» che imponeva precisi periodi per la transumanza. Per secoli essa ha rappresentato per il centro-sud dell’Italia un’importante attività economica. Insieme alle greggi, oggi come ieri, si sposta anche il sapere, la cultura e la poesia, di generazione in generazione.

capitolo 1_IL PASTORE


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gregge lana

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PASCOLI

capitolo 1_IL PASTORE

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STAGIONI

allevamento pecuri


Alla dogana delle pecore di Vulpio Carlo, 14 MARZO 2010, Corriere della sera

“Il pastore cerca sempre di convincere il gregge che gli interessi del bestiame e i suoi sono gli stessi” (Stendhal). Mille ovini di razza gentile, trecento bufale, cinquanta cavalli. «Così abbiamo resistito alla facile politica del pomodoro» La sfida dei fratelli Carrino: la tradizione contro l’ illusione dell’ «oro rosso» La rinuncia - “Non abbiamo lasciato i nostri pascoli per coltivare ortaggi «da industria», non abbiamo piegato la testa davanti a chi ci chiedeva una lana più grossolana.”-. Il progetto Solo: lo scorso anno il ministero ha pensato di creare una serie di «itinerari tratturali» e di far accogliere quest’ area tra i patrimoni dell’ umanità dell’ Unesco. Non c’è nessuno che possa dire di non aver mai, almeno una volta, sbuffato di noia appena il professore a scuola intonava «Settembre, andiamo. È tempo di migrare», l’ incipit della famosa poesia “I miei pastori”, di Gabriele d’ Annunzio. «Ora in terra d’ Abruzzo i miei pastori... vanno pel tratturo antico al piano». Quei pastori non ci sono quasi più, ormai. In tutta l’ Italia centro-meridionale ne sono sopravvissuti, proprio come «gli ultimi dei Mohicani», una ventina. Quattro o cinque famiglie. Ma i tratturi ci sono ancora. Sono «antichi», perché quasi sempre coincidono con le grandi vie romane, e sono quell’ «erba al fiume silente» (ancora d’ Annunzio) che a settembre - dai monti alla pianura - e a maggio - in senso inverso - per le greggi in transumanza erano strada ed erano pascolo.

[...] I tratturi sono un luogo che è ancora vivo e per questo non va «salvato» incartandolo come un reperto o, al contrario, falsamente «riqualificato» con la costruzione selvaggia di orribili capannoni. Ma può rinascere, se si recuperano le bellissime masserie e le osterie che fungevano da «poste» di sosta lungo i percorsi. «È questa la strada per valorizzare le aree interne, il cosiddetto “osso” della nostra Penisola, che subisce un continuo processo di spopolamento, una vera e propria desertificazione umana» dice Saverio Russo, docente di Storia moderna all’ Università di Foggia. L’ Italia se n’ è accorta un po’ tardi, ma l’ idea di un «itinerario tratturale» che al ministero dei Beni culturali è venuta soltanto nel 2009, è una bella idea. Non solo perché avvalora percorsi turistici diversi (bicicletta, moto, trekking), ma anche perché «aiuta» il progetto di quattro regioni del Sud - Abruzzo, Molise, Puglia e Campania - a far accogliere dall’ Unesco «i tratturi e la civiltà della transumanza» nel patrimonio dell’ umanità. In Italia si calcola che i tratturi coprano attualmente un’ estensione pari a circa 3.100 chilometri, divisi principalmente tra Abruzzo, Molise, Umbria, Basilicata, Campania e Puglia, le regioni in cui la transumanza (da trans-humus, cioè «di là da» e «terra») conobbe la sua affermazione più originale. «Tratturo» deriva dal latino «trahere», che vuol dire trascinare, tirare. Nei dialetti abruzzese e pugliese, dalla seconda metà del XVII secolo, si afferma la parola «tratturë». In siciliano queste «vie» sono chiamate «trazzere».

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BRACCI

pastorizia

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STAGIONI

MASSERIE

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TRANSUMANZA lana


Tratturi

Documentario_TRANSUMANTE di Donatello Conti e Silvia Negrato_ITALIA 2008

SINOSSI: Il progetto TRANSUMANTE nasce per riscoprire alcune delle tradizioni che ruotano intorno alla transumanza, un fenomeno che ha visto la regione Abruzzo protagonista, negli anni settanta e buona parte degli ottanta. Il documentario ha lo scopo di raccogliere e conservare testimonianze su questo fenomeno socio-culturale, riscoprendo alcune fi gure chiave che lo hanno vissuto e raccontato come parte fondamentale della cultura abruzzese e della propria vita.

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TERRA

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TRATTURI

PASCOLI


Documentario_PECORE NERE

di Luca Merloni_ITALIA 2008

SINOSSI: Un breve viaggio alla scoperta di come sia cambiato il mestiere di pastore in Abruzzo, in particolare con l’arrivo di pastori dell’est Europa, e di come si stia avviando verso un futuro di poche speranze.

capitolo 1_IL PASTORE


IL CONTADINO


IL CONTADINO Altro personaggio fondamentale per la descrizione del territorio abruzzese è un contadino. Il contadino porta con sè il profondo valore della terra, radicato negli abruzzesi, già narratoci da Ignazio Silone nel suo Fontamara. Questo personaggio racconta contemporaneamente il mistico degli abitanti con la natura, e le risorse produttive locali, su cui punta fortemente il turismo. Gran parte del turismo di questa regione si basa sull’offerta di prodotti tipici della terra, come funghi, spinaci selvatici e vino Trebbiano, Montepulciano o Pecorino d’Abruzzo. Percorrendo il territorio si osserva che gran parte della del paesaggio abruzzese è ancora suddiviso in campi coltivati. A partire dalla fine di Luglio molte cittadine abruzzesi saranno tappa della manifestazione che prevede degustazioni dei prodotti tipici sotto le stelle del cielo d’estate. Per il territorio si sente il profumo di grano e uva e tradizionali processioni locali sono ancora legate al calendario propiziatorio agricolo, testimoniando così il radicato valore della terra. Teramo è ancora suddivisa in campi coltivati. Ad esempio viaggiando lungo i tornanti che conduce a Vallenquina, al ciglio della strada un contadino, con una vecchia tuta da benzinaio, coltiva con amore il suo piccolo appezzamento, una sorta di piccola e verde terrazza sulla vallata senza alcun parapetto. Nel borgo di Castelvecchio Calvisio un’anziana signora ha creato un vero e proprio pollaio all’interno della sua vecchia casa dai muri a secco Figura che riassume al suo interno il rapporto con la terra, l’importanza dell’agricoltura, le tradizioni e il grande rilievo che rivestono i prodotti locali all’interno dell’offerta turistica. Dalla letteratura ottocentesca fino ad oggi, il contadino si pone come personaggio costante per capire il territotio abruzzese con i suoi ritmi, consetuidini e conoscenze che si tramandono per generazioni. La vita agricola, le attività produttive, le ciclicità stagionali che regolavano l’esistenza umana, scandendo i periodi della semina, della trebbiatura, della vendemmia, dell’uccisione di animali a seconda del periodo dell’anno, permettevano al popolo di sentirsi parte integrante di una comunità, le cui ritualità erano caratterizzate da una cultura magico-religiosa. Gran parte dei paesini abruzzesi celebra feste primaverili legate al calendario agricolo. Ogni paese, celebrava riti magico-religiosi per scongiurare le avversità atmosferiche, per prevedere l’andamento dei raccolti al fine di propiziare un nuovo ciclo agricolo. Con la fine dell’autunno, le contrade e le corti cominciavano a vivere una vita di gruppo più intensa, perché il lavoro assumeva un ritmo diverso da quello delle stagioni produttive. Nel cuore dell’inverno, la stalla diventava il centro della vita sociale e familiare, perché le case erano umide e fredde e la legna scarseggiava. Così, al primo freddo novembrino, le famiglie di una contrada o di una corte, come i contadini del paese, si riunivano nella propria stalla o in quella del vicino e vi restavano al caldo degli animali, sotto la luce di una lucerna a petrolio. Oggi alcuni giovani imprenditori interpretando le conoscenze dei loro nonni, saltando così la generazione dei padri che aveva abbandonato la terra per un sogno industriale che oggi non c’è più. Sono agricoltori moderni,una sorta di neocontadini che cercano di sfruttare gli aiuti comunitari, regionali o le campagne di finanziamento per una coltivazione secondo i principi biologici, biodinamici o tradizionali. Questo può sembrare un ritorno al passato, ma in realtà si tratta di una rivalutazione di ciò che di buono cha lasciato chi ci ha preceduto, integrandovi nuove conoscenze e tecnologie moderne per lavorare in modo corretto ma fruttuoso la terra e far si che chi è agricoltore possa vivere di questo lavoro ora ed in futuro, così come è stato in passato per tanti abitanti delle zone di montagna.


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bastone

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campi

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capitolo 2_IL CONTADINO

agricoltura


FONTAMARA

di Ignazio Silone,1933

luogo immaginario

“ Vi erano alcune donne che si lamentavano; donne è inutile fare i nomi, sedute per terra, davanti alle loro case , che allattavano i loro figli , o li spidoc� chiavano, o facevano la cucina e si lamentavano come fosse morto qualcuno. Si lamentavano per la sospensione della luce, come la miseria, al buio, fosse diventata più nera”. “Donna Clorinda vestiva un abito nero con molte trine sul petto e portava sulla testa una specie di cuffia pure nera. Guardandola in faccia e ascoltan� do la sua voce si capiva perchè nel paese era stata soprannominata il Corvo”. “ Un tempo i giovani cominciavano a partire in cerca di lavoro appena oltrepassati i sedici anni.Chi andva nel Lazio, chi nelle Puglie e chi, più ardimentoso, in America.molti lasciavano la fidanzata per quattro, sei, persino dicei anni, la ragazza giurava fedeltà e d essi si sposavano al ritorno”.

“ La scala sociale non conosce a Fontamara che due piuoli: la condizione dei cafoni, raso terra e un po� chino più su, quella dei proprietari. I più fortunati tra i cafoni di Fontamara possiedono un asino, talvolta un mulo. Arrivati all’autunno, dopo aver pagato a stento i debiti dell’anno precedente, essi devono cercare in prestito quel poco di patate, di fagioli, di cipolle, di farina, di granoturco che serva per non morire di fame durante l’inverno”. “ La vita degli uomini, delle bestie e della terra sem� brava così racchiusa in un cerchio immobile saldato dalla chiusa morsa delle montagne e dalle vicende del tempo. Saldato in un cerchio naturale, immuta� bile, come in una specie di ergastolo”. “ Prima veniva la semina, poi l’insolfatura, poi la mietitura, poi la vendemmia. E poi? Poi da capo. La semina, la sarchiatura, la potatura, l’insolfatura, la mietitura, la vendemmia. Sempre la stessa canzone, lo stesso ritornello. Sem� pre. Gli anni passavano, gli anni si accumulavano, i giovani diventavano vecchi, i vecchi morivano e si seminava, si sarchiava, si insolfava, si mieteva si vendemmiava”.

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IL SEGRETO DI LUCA

di Ignazio Silone,1956

luogo immaginario

“ Le ore della canicola passarono lentamente. Ma, appena la campana della parrochia suonò il vespero, le porte e le finestre della case, rimaste chiuse nelle ore della canicola, cominciarono a ria� prirsi, gli artigiani riportarono sulla strada , accanto alla porta di casa, i loro tavoli da lavoro, e le donne dei contadini, in attesa del ritorno dei loro uomini dalla campagna, tornarono a parlarsi da una soglia all’altra. Il prete non riapparve però che verso l’avemaria. Un asino carico di steli di granoturco scendeva il sen� tiero della costa che sta a monte del paese, e dietro l’asin, accanto a un vecchio contadino, fu visto ap� punto il prete”.

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TERRA Documentario_PECORE VERGINE NERE VIAGGIO IN ABRUZZO

di R.Keppel Kraven , 1837

luogo immaginario

“Questi contadini sembravano una razza forte, tranquilla e civile, senza ossequiosità e arroganza� nelle loro maniere … il loro aspetto quasi invariabilmente segnato dalla stessa espressione, che unisce mitezza e sagacia a una imperturbabile gravità e, mi spiace il dirlo, a uno sguardo profondamente triste …”

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Dall’orto alla tavola ora la spesa si fa dal contadino di Jenner Melett, 26 giugno 2009, La Repubblica Anversa degli Abruzzi

Dice subito che bisogna stare attenti agli «effetti collaterali». «Il prodotto dà assuefazione. Una volta assaggiato, non puoi più farne a meno. E c’ è anche pericolo di contagio: gli amici che vengono a cena chiedono dove hai trovato cibi così buoni». Nessun allarme. Di stupefacente, in questa storia, c’ è «il sapore delle fragole, c’è il profumo di zucchine, peperoni, melanzane. «C’è la voglia dice Antonel� la Prisco di raccontare agli altri che ci sono ancora prodotti della terra che sanno di buono. Mangi un pomodoro che sa di pomodoro». [...] Comprando dal produttore, si può conoscere la storia di ciò che si mangia.[...] Chi ama la carne può “adottare” una pecora o un maiale. Con 120 euro all’ anno mantieni la tua pe� cora all’ azienda Tuminello di Anversa degli Abruzzi (in cambio arriveranno a casa un agnello, formag� gi e ricotte) mentre per il porco spendi 45 euro al mese e quando peserà 2 quintali verrà trasformato in prosciutti e salami.[...]

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Alla scoperta della Fattoria Italia contadini o pastori a distanza di Maria R.Sannino, La Repubblica 16 febbraio 2003 Anversa degli Abruzzi

Diventare contadini a distanza oggi si può, adot� tando pecore, vigneti e intere fattorie con la col� tivazione di prodotti locali, soprattutto quelli a rischio estinzione. Secondo una recente denuncia di Legambiente, molte produzioni sono a rischio e perché non fare qualcosa per scongiurare questa triste possibilità? Due specie di animali su tre sono a rischio estinzio� ne. L’adozione di queste «specie» potrà rappresenta� re un concreto aiuto ai pochi contadini rimasti». E così bastano 180 euro all’ anno e si può fare con� cretamente qualcosa contro l’ abbandono della montagna e il rischio di vedere intere produzioni scomparire. «Adottare una pecora spiega Nunzio Marcelli, pri� mo ideatore di questa iniziativa, laureato in Eco� nomia e Commercio, ora imprenditore agricolo in Anversa degli Abruzzi, riavvicina persone attente e sensibili al mondo pastorale, ai suoi valori, ai suoi gesti umili e rituali, offrendo in cambio pro� dotti certificati e perfino la possibilità di controllare fasi e tecniche d’ allevamento, di trasformazione, sia direttamente sul posto o attraverso internet. Il contributo richiesto è solo un capitale di anticipa� zione che verrà restituito coi frutti del pascolo».[...]

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agricoltura


Campo Imperatore

Capita d’estate in modo particolare. Capita d’estate incontrare i paesaggi dove i colori risplendono più accesi, dove il verde è più verde, il giallo intenso, l’azzurro affonda nel cielo e sembra non tornare indietro, fino a quando non diventa il blu della notte. I colori, dunque. Ma i profumi anche. Quei profumi intensi di grano e frutta di stagione, quelle essenze di erba falciata, e magari se si è fortunati, perché scoppia un temporale improvviso, che scroscia fu� rioso ma subito si spegne, si può respirarne l’aroma, un odore di terra umida che sa di sentieri polverosi, l’odore del mito, avrebbe detto qualcuno. C’è uno spettacolo naturale da queste parti, d’estate, uno scenario di colori e profumi, un palcoscenico virtuoso che aspetta solo di esse� re riempito, illuminato, fotografato, girovagato ai viaggiatori, dai turisti, da quanti verranno o torne� ranno a visitare il territorio analogia ������������������������� immediata e ri� flesso condizionato all’arte, al teatro e, ovviamente, al cinema, e non è un caso se abbiamo dedicato la storia di copertina proprio alla magia del grande schermo, quella che ha portato negli scorci dell’Abruzzo montano, trasformandoli in set e location cinematografici, i grandi registi e i maestri,i giovani autori sperimentali o le superpro� duzioni hollywoodiane del cinema di cassetta.

Terra TERRA Documentario_PECORE diVERGINE cinema NERE di A. F , Abruzzo è Appenino,13 dicembre, 2006

Come non è casuale la scelta di destinare alcuni ar� ticoli del numero di Abruzzo & Appennino all’idea del viaggio: a quello intessuto di parole e immagini e checi conduce dentro i colori e i profumi intensi e segreti dei sentieri del Parco Nazionale, dove si ritrovano esi riscoprono percezioni millenarie e praticità organizzativa; oppure a quello esplorativo modello piccolo ma sapiente tour virtuale, nello stesso tempo edonistico e corporale, che ci intro� duce sulle tracce del vino e dei viticoltori delle aree peligne, in una scoperta che è, e non poteva essere diversamente, il trionfo degli aromi e dei colori, ma anche del sapore e del gusto. C’è, infi� ne, un altro protagonista della stagione, che apre e chiude idealmente la rappresentazione dell’estate, un protagonista collettivo che abita e anima le fe� ste del ritorno e dell’intrattenimento, quell’insieme di manifestazioni e spettacoli popolari, quel misto di ingegneria della buona volontà e dell’accoglien� za con cui si riscrivono i giorni e le notti di agosto e settembre, quando ogni borgo, ogni paese farà del proprio meglio per organizzare e allestire even� ti – sagre, concerti, teatro, rassegne sotto le stelle, conferenze, degustazioni, recital e via dicendo -, all’unico scopo di offrire e proporre un modo piacevole di stare insie� me. Si chiama sentimento dell’appartenenza, or� goglio di comunità che si ritrova, o semplicemente voglia di divertirsi e riconoscersi. Perché, avevamo dimenticato di dirlo, oltre a vivere e espirare i pro� fumi e i colori dell’estate in un modo cosi intenso e coinvolgente, in questa “regione”dell’Abruzzo non si rimane mai da soli.

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TERRA campi agricoltura PRODOTTI TIPICI vino

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TERRA Documentario_PECORE VERGINE della valle NERE Il montepulciano Peligna di M. C , Abruzzo & Appenino,13 dicembre, 2006 Valle Peligna

È ormai noto agli esperti come la Valle Peligna offra un profilo pedologico (composizione del terreno) e climatico molto particolare per la produzione di vino. È qui che nel 1792 lo storico napoletano Michele Torcia per la prima volta scrisse di un vino chiamato Montepulciano, ma d’altronde Ovidio aveva già descritto la sua terra come terraferax Cereris, multoque feracior uvae, ossia fertile di grano ed ancor più fertile di uve. Numerosi studiosi (tra i quali il professor Franco Cercone e il dottor Giuseppe Cavaliere dell’Arssa) si sono adoperati per recuperare ipotesi sulla vera origine di questo vitigno e di come sia nato o portato in Abruzzo, diventando nel tempo sempre più oggetto di attenzione, oltre che il protagonista dell’importante sviluppo che ha avuto l’agricoltura regionale. È plausibile che a questo vitigno fu dato il generico nome di Montepulciano – dall’omonimo paese toscano, anche se in Toscana non esisteva alcun vitigno osì chiamato – se si accetta la ricostruzione storica che sia arrivato con la famiglia dei Medici, che istituirono la Baronia di Carapelle e il Marchesato di Capestrano tra il 1579 e il 1743. A metà del ‘700 si ebbe un enorme sviluppo della coltura della vite nella valle Peligna e nell’alta val Pescara (in particolar modo nei territori di Pietranico e di Torre de’ Passeri), documentata come merito di alcune importanti famiglie della zona, come i Mazzara e i Tabassi, e dalle numerose testimonianze di commercializzazione che veniva inviata fuori regione attraverso la ferrovia.

Tanto sviluppata che, fino alla seconda guerra mondiale, si contavano oltre 4 mila ettari di vigneto, poi drasticamente diminuiti a causa del fenomeno dell’emigrazione. Oggi in valle si coltivano circa 400 dei 500 ettari coltivati in provincia dell’Aquila, per una quantità che si aggira intorno a 10 mila ettolitri di vino doc, il 90% dei quali Montepulciano d’Abruzzo, per circa 2 milioni di bottiglie prodotte annualmente, il 2% dell’intera produzione regionale, in mano a pochi ma storici produttori che hanno mantenuto alta la bandiera peligna, continuando a produrre qualità che il mercato non hai smesso di riconoscere, soprattutto se guardiamo al Montepulciano d’Abruzzo e al Cerasuolo, ricchi e profumati e soprattutto eleganti, con buone potenzialità di invecchiamento. E allora non è un caso che negli ultimi anni il territorio aquilano, maggiormente la zona più a nord, sia al centro di una rinnovata attenzione dal punto di vista di nuovi investimenti da parte di alcuni produttori importanti finalmente convinti nelle potenzialità della zona: accanto ai nomi storici come Pietrantonj di Vittorito ed Enzo Pasquale Praesidium di Prezza (senza dimenticare la Cooperativa Valpeligna) da un lato, e come Cataldi Madonna e Gentile dall’altro, ecco che si allungano Valle Reale, Masciarelli, Marramiero e Domenico Pasetti. Ed ecco che finalmente diventa realtà la creazione, com’è avvenuto nel teramano e nel pescarese, di due sottozone specifiche del Montepulciano d’Abruzzo che prenderanno il nome delle due Igt (indicazione geografica tipica) attualmente esistenti, a sud Valle Peligna e a nord Alto Tirino, sostituite dall’unica Igt provinciale “Terre Aquilane”.

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PRODOTTI TIPICI zafferano agricoltura TERRA campi

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L’oro rosso di navelli di Zanini Luca, 24 AGOSTO 2006, Corriere della Sera Navelli

La strada corre dritta nella piana riarsa. Pietre cal� caree affiorano dai campi arati tra antiche pievi, castelli diroccati e case sparse. I monti intorno sono già imbiancati. E fra cespugli rossi di bacche della rosa canina e ciuffi d’ erba spunta qualche piccolo fiore lilla: sono i pochi Crocus sativus scampati alla meticolosa raccolta di fine ottobre. Muti testimoni di una risorsa che ha reso famose nei secoli queste terre brulle a trenta chi� lometri da L’ Aquila: lo zafferano. Siamo sull’ altopiano di Navelli, da alcuni ribattezzato con sintesi riduttiva l’ «altopiano del risotto». Eppure c’ è ben più del risotto negli orizzonti dei contadini che con fatica coltivano ancora i fiori dell’ «oro rosso». Lo zafferano è un prodotto prezioso e quello di Navelli è unico nel suo genere. Il più pregiato al mondo, dicono i puristi della cucina delle spezie. E almeno sotto il profilo economico nessuno può negarlo: quest’ anno il prezzo è cresciuto dai 7 ai 9-10 euro al grammo; 9-10 mila euro al chilo, più del tartufo. Vabbene che per fare un chilo di zaf� ferano ci vogliono i pistilli di 200-230 mila crocus, estratti a mano, un fiore dopo l’ altro, dai pazienti abitanti della piana. Ma il compenso vale la fati� ca. E anche la lavorazione: fino a pochi giorni fa un centinaio di famiglie di Navelli e Civitaretenga passavano i pomeriggi chine sui tavoli di marmo, nelle grandi cucine scaldate dai camini su cui viene essiccato il fiore, a estrarre il loro tesoro da montagne di delicati petali. Sono trent’ anni che pastori e contadini sopravvivono in queste terre povere grazie allo zafferano. Eppure c’ è stato un periodo in cui il crocus ha rischiato era stato,di scomparire dall’ altopiano. A portarcelo nel XIII se� colo, il monaco Santucci, dominicano inquisitore al Tribunale di Toledo, originario di Navelli.

Dalla Spagna aveva contrabbandato i bulbi del prezioso fiore. Cent’ anni dopo la produzione lo� cale era già rinomata nel mondo come «Zafferano dell’ Aquila». La spezia era così preziosa che con le gabelle sul suo commercio si pagò la costruzione della basilica di San Bernardino (1454) a L’ Aquila. Ma se nel 1890 la raccolta di zafferano di Navelli era arrivata a 40 quintali di pistilli (in Italia se ne con� sumano oggi 100 quintali l’ anno), gli anni 60 se� gnarono il tracollo: rovinati dall’ import di zafferano di bassa qualità dal Nordafrica, tremila contadini aquilani abbandonarono la coltura.

Nel ‘ 71, la rinascita, con la fondazione della Coope� rativa Altopiano di Navelli. Eppure ancora oggi i giovani di Navelli non ne vogliono sapere: «L’ età media dei soci è di 55 anni. Qui, a 800 metri di alti� tudine, il crocus sativus ha trovato un habitat ideale e da esso si ricava il migliore zafferano del mondo con cui i ristoratori locali impreziosiscono i piatti . Il segreto sta anche nella tecnica di coltivazione. Mentre altrove i bulbi del crocus vengono coltivati perennemente, a Navelli ogni anno, in agosto, i bul� bi vengono cavati e selezionati e reimpiantati. Tra ottobre e novembre, lo zafferano fiorisce. Si raccolgono uno a ad uno gli stimmi di colore rosso ac� ceso. Per produrre un chilo di zafferano servono circa 200 mila fiori e cinquecento ore di lavoro manuale. Gli stimmi, per potersi conservare, vanno essiccati sulla brace e si riducono a un sesto del loro peso originario, poi macinati e ridotti in polvere. Il migliore è comunque quello che resta sotto forma di stimmi interi, e costa al dettaglio circa nove euro al grammo, da qui «oro rosso».

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Documentario_PECORE VERGINE NERE ITERRA profumi dell’estate di K. M , Abruzzo & Appenino,13 dicembre, 2006

L’estate è tempo di produttività massima della terra. È questa la stagione in cui vengono fuori le migliori espressioni e i profumi che ci circondano. A partire dal profumo che sprigiona la terra stes� sa dopo il temporale estivo, quel profumo di erba bagnata che è segno di rinascita, di godimento puro della terra spaccata dal sole. L’oro del grano è un altro segno della parabola di vita che si con� clude con il ciclo estivo. Questi immensi terreni da un giorno all’altro falciati che scacciano via le ulti� me lucciole di maggio. E dalla terra si sprigionano le forme più colorate della frutta estiva. Il rituale del ferragosto al mare o in montagna si celebra con l’anguria rossa e verde, che suggella il fulcro dell’estate.

L’anguria è il frutto in assoluto più ricco di acqua ed è anche il più dissetante. Il vino rosato è un accom� pagnamento ideale di piatti delicati estivi. Il gusto fresco del nostro cerasuolo d’Abruzzo, versione delicata del Montepulciano d’Abruzzo, si abbina perfettamente a primi piatti delicati, al pesce, alla pizza e ai formaggi. Il suo colore e i suoi profumi di ciliegia ne fanno un vino perfetto da servire anche come aperitivo. Questa estate in particole segnerà la rinascita “dell’aperitivo doc”, ponendo fine ad un’era dominata da super alcolici, birra e cocktail esotici, accompagnati da tavoli traboccanti di tar� tine, pizzette e salatini. La tendenza è quella di offrire con l’aperitivo un assaggio dei cibi locali (fonte Informacibo). Un interessante modo per scoprire il territorio abruzzese è quello delle manife� stazioni enogastronomiche estive. La rassegna più importante è “Calici di stelle” organizzata dall’asso� ciazione nazionale Citta del Vino, che rappresenta un buon momento gastronomico e turistico alla scoperta dei borghi abruzzesi. A partire dalla fine di Luglio molte cittadine abruzzesi saranno tappa della manifestazione che prevede degustazioni dei prodotti tipici sotto le stelle del cielo d’estate.

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Altopiano del risotto di Zanini Luca, 23 NOVEMBRE 2001, Corriere della Sera Navelli

C’ e’ un piccolo fiore lilla che negli ultimi trent’ anni ha permesso a pastori e contadini di una delle aree piu’ povere d’ Abruzzo di sopravvivere e a volte prosperare. E’ il Crocus sativus: un croco, uno di quei fiorellini che in montagna sbucano in ottobre e novembre fra le prime chiazze di neve. Ogni anno gli abitanti dell’ altopiano di Navelli, una trentina di chilometri da L’ Aquila, ne raccolgono circa 8 milioni. Una montagna di petali delicati tra i quali si cela il vero tesoro di queste terre sassose: lo zafferano. Anzi, il miglior zafferano del mondo. Raccolto e lavorato a mano: fiore per fiore, cento famiglie estraggono i pistilli che celano la spezia. Uti� lizzata non solo per il famoso “risotto alla milanese”. Un viaggio da L’ Aquila a Navelli, l tra antiche pievi, castelli diroccati e campi pettinati dall’ aratro, alla vigilia delle nevicate che renderanno percorribili le vicine piste da sci di Campo Felice, puo’ condurre alla scoperta di una delle coltivazioni piu’ singolari del centro Italia. Ad introdurla fu, nel XIII secolo, il monaco Santucci, che dalla Spagna era tornato al paese d’ origine,portando i bulbi .[…]

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TERRA Il Documentario_PECORE maiale VERGINE nella tradizione popolare NERE peligna di F. C , Abruzzo è Appenino, agosto 2009 Conca Peligna

Se v’è un animale ricco di contraddizioni e ambi� guità, sia sotto l’aspetto simbolico che alimentare, questo è il maiale. Anche se si rinviene come “epiteto” nei vari dialetti abruzzesi con le voci porche o puòrche, che deno� tano in senso igienico ed etico-sociale un aspetto fortemente negativo, il maiale era fondamentale nell’alimentazione, specie dei ceti rurali, ed ancora definito in Abruzzo negli Anni Sessanta del secolo scorso la grascia della casa contadina. Negli anni compresi fra i due conflitti mondiali il ceto contadino abruzzese, costituito per lo più da fittavoli e mezzadri, ha assaggiato solo in rare oc� casioni la carne di vitello e le poche capre o “peco� re pagliarole”, viventi nelle stalle ed a disposizione della famiglia rurale, costituivano l’unica fonte per l’approvvigionamento del latte e del formaggio, alimento prezioso per la sopravvivenza nei fre� quenti periodi di carestia. Se l’allevamento dei suini risultava agevole nei pic� coli borghi rurali disseminati nella Conca peligna, non altrettanto si può dire dei centri urbani, nei quali emerge fin dal periodo medievale l’impor� tante funzione del “porcaro”, che raccoglie fuori la cinta muraria e comunque in periferia i maiali dei singoli proprietari e li conduce al pascolo nei bo� schi limitrofi di cerri e querce, dove specie in autun� no abbondano le ghiande e saporiti tuberi, come per es. il tartufo, di cui i maiali come è noto sono assai ghiotti.

La formazione di grosse mandrie di maiali è assai comune in Abruzzo nel corso del Ottocento. I maialini, di razza bianca o rosata, dovevano essere subito castrati per impedire la loro funzione ripro� duttiva e costringerli ad ingrassare in fretta, perché il grasso del maiale era fondamentale nell’economia familiare. Si comprende così il motivo per cui gli antichi maiali di razza nera, assai magri e più saporiti dei bianchi, siano scomparsi da tempo in Abruzzo, anche se alcune aziende zootecniche stanno tentando come è noto di reinserirli nel ci� clo allevatorio regionale. L’allevamento dei porci, sia nella fase in cui era libero nei boschi che nella posteriore fase di ingrassamento a mezzo di pa� stoni in cortile e nelle stalle, costituiva pertanto un ciclo economico con alta frequenza di rischi, che il mondo rurale supera ricorrendo ad affidamenti potenti ed a garanzie soprannaturali.[…] Ciò comporta fin dall’inizio l’insorgere di un singo� lare “rapporto di convenienza” fra l’ordine religioso e le comunità rurali viventi per lo più ai margini dei boschi, le quali allevavano per conto degli Antonia� ni mandare di porci riconoscibili per l’orecchio sinistro mozzato. L’eco di tale antica consuetudine persiste anco� ra oggi ad Ateleta, allorché il 17 gennaio ad un maialino,che sarà nutrito per l’intero anno dalla collettività, viene reciso da parte del Parroco come segno di riconoscimento l’orecchio sinistro.[...]

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TERRA Vittorito, Documentario_PECORE VERGINE vini doc e qualitàNERE della vita Abruzzo è Appenino, settembre 2009 Valle Peligna

Nella Valle Peligna il fiume Aterno, poco prima di esaurire il suo corso unendosi alle acque cristalline delle sorgenti del Pescara, ritaglia una parte di terri� torio e, insieme al monte Castellano, ne costituisce i confini: in questo angolo un pò appartato sta Vitto� rito, paese di origini antiche ancora riconoscibili nel borgo medievale, aristocraticamente arroccato alla sua montagna, o nelle iscrizioni riutilizzate nella chiesa dedicata a san Michele arcangelo, costruita sul podio di un tempio italico e ricca all’ interno di affreschi attribuiti al maestro del trittico di Beffi. La parte “nuova” del paese, a valle del borgo me� dievale, è costituita in gran parte di case giardino: lungo la via principale spicca l’ insegna della cantina Pietrantonj, una delle più rinomate nel panorama abruzzese. Questo paese è considerato specialmente in ambito regionale un luogo dove si produce del buon vino, lascito di una importante tradizione agricola, nonostante le profonde trasformazioni avvenute, soprattutto nel secolo scorso, anche nel suo territorio e che hanno forte� mente ridotto le superfici coltivate a vite. L’avveni� mento che ha sconvolto la produzione del vino in Europa, e che tocca anche Vittorito nel 1928, è stata la comparsa della filossera, un insetto “arrivato” dall America “viaggiando” con le balle di cotone.

Gli anziani raccontano che la filossera colpì le viti proprio alla vigilia della vendemmia. Molte famiglie persero tutto e fu grande crisi eco� nomica. Poi un lento scivolare verso il secondo conflitto mondiale e poi ancora l’emigrazione, estrema“risorsa” di queste terre. Oggi Vittorito è il paese della Valle Peligna a più alta vocazione vitivinicola: qui si produce uva di elevata qualità, Montepulciano d’Abruzzo, ma anche Mo� scato e Malvasia; i vini che ne derivano sono ap� prezzati e richiesti da tutta Italia e dall’estero. Insomma la storia di questo paese è fortemente intrecciata con la coltivazione della vite e la produzione del vino, che ne costituiscono un forte carattere identitario oggi tenacemente recupera� to e riproposto all’attenzione del pubblico. La sto� ria di questo rapporto è raccontata all’interno di un “centro di documentazione sulla vita tradizionale”, voluto dall ’Amministrazione Comunale e realizzato all interno del palazzo Rivera, nel borgo medievale, e che, a breve sarà aperto al pubblico. L’iniziativa è parte di un più ampio progetto, quello dell’ecomuseo, che nasce proprio come strumen� to di preservazione e valorizzazione del patrimonio tradizionale nei suoi aspetti culturali e ambientali.

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agricoltura PRODOTTI TIPICI

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S.Stefano di Sessanio

TERRA Agenda Documentario_PECORE VERGINE di stagione NERE Abruzzo è Appenino, luglio 2009

Navelli

SANTO STEFANO DI SESSANIO lenticchie di stagione. Santo Stefano di Sessanio è sicuramente uno dei paesi più conosciuti ed affascinanti dell’Abruzzo in� terno, grazie all’innegabile bellezza dell’ambiente naturale, alla perfetta conservazione dell’abitato, sovrastato dalla Torre Medicea. Luogo di set cinematografici, meta di visitatori consapevoli e desiderosi di ammirare la perfetta conservazione del suo borgo, di girare lungo le sue stradine, dimensionando gli edifici e le case, ristrut� turati secondo le più rispettose misure dell’archi� tettura ecologica. Insomma, il borgo ideale per dimostrare che arte e cultura sono una realtà di pietra e legno e case. Quale scusa migliore allora per visitare il paese in occasione della sagra dedicata al piatto dop, le len� ticchie Verranno proposti piatti tipici a base delle lenticchie locali, piccole e schiacciate, che costitui� scono il vanto della produzione agricola e che sono ricercatissime in tutta la Regione; ci saranno lentic� chie e patate, lenticchie e salsicce, lenticchie e pane fritto, nonchè patatine e le immancabili pizze fritte.

NAVELLI Sagra dei ceci e dello zafferano Giunta alla XXII edizione, la manifestazione è un’oc� casione per degustare diversi piatti e specialità a base di ceci e zafferano, i due prodotti protagonisti. Il prodotto, tra i più rinomati e pregiati della nostra terra, lo zafferano, e le sue combinazioni culinarie saranno la principale attrattiva di questa due giorni all’insegna del cibo e delle tradizioni. Lo zafferano, che si estrae da un fiore, si vende in bustine e spunta alte quotazioni, è ormai una cele� brità “dop”. La Proloco di Navelli ha organizzato una Mostra mercato di arte e artigianato nei giorni del� la sagra. La manifestazione prevede, inoltre, il Palio degli Asini, una divertente gara tra le contrade di Navelli. Infine, a dimostrazione della sua notorietà, proprio in questi giorni è stato ufficialmente pre� sentato l’annullo filatelico dedicato allo zafferano. Il francobollo, con un valore di 0,60 euro, è arrivato agli sportelli postali il 26 luglio. La vignetta raffigu� ra, a sinistra, una ciotola colma di stimmi rossi da cui si ricava lo zafferano e, a destra, alcuni fiori della pianta.

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TERRA Biologico Documentario_PECORE VERGINE e montagna NERE di M.M , Abruzzo è Appenino, agosto 2009

Ci sonoproduttori di zafferano biologico, non solo nella zona DOP, ma anche in aree dove non si col� tivava più da secoli come per esempio a Cocullo; per non dimenticare coloro che si sono dedicati alla produzione di cereali e legumi tradizionali come farro, solina, lenticchie, cicerchia e ceci, che trovano le zone più vocate negli altipiani della catena del Gran Sasso e del Velino-Sirente, o sul Piano delle Cinquemiglia e nella Val d’Orta (Majella).

L’agricoltura biologica è quella che produce sen� za l’ausilio di fertilizzanti e pesticidi chimici; quella biodinamica va oltre, fondandosi su una filosofia che vuole ristabilire l’ordine tra piante, anima� li e uomini, e rispettare le tipicità degli alimenti; chilometri zero vuol dire utilizzare prodotti che provengono il più possibile vicino al luogo in cui li consumiamo, evitando così buona parte dell’in� quinamento dovuto al trasporto. I principi dell’agricoltura biologica o biodinamica e del chilometro zero possono conciliarsi a meravi� glia nel nostro territorio. L’agricoltura di montagna, cosiddetta marginale, non solo è vicina a noi, ma ha certamente un plus se associata ad una coltivazione di tipo biologico o biodinamico. Ha certamente più senso cibarsi di frutti bio colti� vati in montagna, in un parco nazionale, piuttosto che lo stesso seppure bio, prodotto in una zona molto più antropizzata, con il campo a fianco ad uno stabilimento industriale.

Alcuni giovani imprenditori stanno raggiungendo i primi pionieri, provando in condizioni comunque difficili – come lo sono quelle della montagna – a crescere, magari acquisendo ed interpretando le conoscenze dei loro nonni, saltando così la generazione dei padri che aveva abbandonato la terra per un sogno industriale che oggi non c’è più. Sono agricoltori moderni, con diplomi e lauree che cercano di sfruttare gli aiuti comunitari, regio� nali o le campagne di finanziamento per la biodi� versità dei Parchi, che sono presenti nelle manife� stazioni di promozione dei prodotti del territorio, che si associano. L’uomo è parte integrante della natura, e la colti� vazione secondo i principi biologici, biodinamici o tradizionali, possono sembrare un ritorno al passa� to, ma non dobbiamo intenderla come una regres� sione, bensì come una rivalutazione di ciò che di buono ci ha lasciato chi ci ha preceduto, integran� dovi nuove conoscenze e tecnologie moderne per lavorare in modo corretto ma fruttuoso la terra e far si che chi è agricoltore possa vivere di questo lavoro ora ed in futuro, così come è stato in passato per tanti abitanti delle zone di montagna.

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agricoltura


TERRA Documentario_PECORE VERGINE NERE Filò di F. C , Abruzzo è Appenino, agosto 2009

Con la fine dell’autunno, le contrade e le corti co� minciavano a vivere una vita di gruppo più inten� sa, perché il lavoro assumeva un ritmo diverso da quello delle stagioni produttive. Nel cuore dell’inverno, la stalla diventa il centro della vita sociale e familiare, perché le case erano umide e fredde e la legna scarseggiava. Così, al pri� mo freddo novembrino, le famiglie di una contrada o di una corte, come i contadini del paese, si riu� nivano nella propria stalla o in quella del vicino e vi restavano fino a un’ora “da cristiani”, al caldo degli animali, sotto la luce di una lucerna a petrolio: era il filò. Durante il filò si parlava dei più e dei meno, ma esso aveva una fisionomia ben precisa, una ritualità e una sua importanza economica. Le donne si dedicavano al rammendo, a far calze, scarpette e, soprattutto a filare. La dote, sacrosanta, era messa insieme dalle ragazze durante il filò, ma� gari sotto gli occhi attenti del moroso che misurava la bravura della futura sposa.

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TERRA campi agricoltura PRODOTTI TIPICI olio

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TERRA Frantoio Documentario_PECORE VERGINE i sapori “peligni” NERE di V.L Abruzzo è Appenino, agosto 2009

Pettorano sul Gizio

Una giornata per scoprire e assaporare gli antichi sapori: FrantOlio è un evento che vuole essere l’oc� casione per far conoscere e apprezzare la qualità dell’olio Peligno ad un pubblico più vasto, per ri� assumere i traguardi raggiunti e definire la forma di valorizzazione di un prodotto che ha le potenzialità di divenire un elemento caratterizzante per l’inte� ro territorio della Valle Peligna. La manifestazione, che si svolge a Pettorano sul Gizio, è promossa oltre che dal Comune anche dall’ARSSA e dalla Comunità Montana Peligna. La qualità di un olio è il risultato della combinazio� ne tra le varietà di olive e l’ambiente climatico in cui gli oliveti sono localizzati: in Valle Peligna tali fattori concorrono alla produzione di olio con caratteristi� che uniche. Negli ultimi anni si assiste, inoltre, da parte degli agricoltori e dei frantoiani, ad una attenzione sem� pre maggiore verso le tecniche di coltivazione e di estrazione che, unite ai fattori naturali, permettono il raggiungimento di elevati standard produttivi co� stanti nel tempo. Frantolio, giunto alla sua terza edizione, si terrà a Pettorano sul Gizio e si concluderà con un buffet di prodotti tipici tra i quali pane e olio e polenta rognosa.

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TERRA campi animali PRODOTTI TIPICI formaggio

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TERRA Lungo Documentario_PECORE iVERGINE “sentieri del gusto”NERE di E.C Abruzzo è Appenino, luglio 2009

C’è un sentiero, in gran parte inesplorato e nasco� sto, che attraversa l’Abruzzo delle montagne e delle piane distese tra i versanti, dei molteplici borghi e dei tetti stagliati contro il profilo delle cime e il ver� deazzurro del cielo e degli alberi. Lungo questo sentiero si muovono, da sempre, uomini e donne con un bagaglio di conoscenze e tradizioni, non posticce, ma essenza stessa del loro divenire e fermarsi in questi luoghi perché è forte dentro ed evidente fuori il legame con gli odori, i colori e i sapori. E se le parole potessero dar vita a queste impressioni, sarebbe un dono immediato per tutti condividere l’opportunità concessa; ma la parola, in questo caso, è soltanto stimolo a muo� versi per cercare, guidati da chi, prima di noi, ha in� trapreso un percorso che congiunge e riannoda le trame, soltanto allentate, di una tessitura a maglie larghe. Larghe per accogliere le forme fluide del miele trasparente, il tepore della ricotta prepara� ta negli stazzi di montagna, tra gli orapi selvaggi, i profumi delle erbe nascoste tra i boschi, le uova raccolte calde e senza marchio, il vino dal colore del mare a sera, il croco che tinge i campi, gli agli raccolti in trecce, il formaggio che lascia l’odore tra le dita, la pasta ruvida messa ad asciugare come i chicchi di granturco stesi sulle aie, la fragranza lieve del pane che risale le strade, all’alba. Questa rete è un richiamo impalpabile che si dif� fonde perché è un piacere dell’occhio e della mente guardare i filari allineati di canne di fiume che ten� gono le piante negli orti, inseguire i solchi precisi

rigati dall’acqua, per consegnare a noi il gusto dei dei suoi frutti, quelli che non hanno mai mancato di nutrire gli uomini. È il modo per sentirsi parte del mondo intorno, per rientrare nei cicli naturali e ag� giungervi la sapienza degli uomini, la fantasia nel mescolare odori e sapori, la ricerca nel mantenere tradizioni e rinnovarle in forme nuove, la disponibi� lità a tradurle in patrimonio comune. Così il sentiero si dirama per ricongiungere i mille rivoli, percorsi dalla volontà di fare insieme e fare meglio; i cammini si ricongiungono e prendono le forme di un gusto condiviso. E protetto. Protetto dalla fretta dei tempi, dalla nascosta tentazione di perdere il millenario bisogno di stare intorno a un tavolo per parlare, ascoltare e raccontare Raccon� tare di storie lontane che, silenziose e celate, scan� discono ancora le ore delle nostre giornate perché ne siamo parte noi stessi; ascoltare la musica di ogni tempo, ma senza alcun tempo; alzare il calice e pronunciare parole comuni a poeti e contadini di sempre. E se queste parole, come un racconto, sono utili per guidare, esse conducono lungo i “Sentieri del gu� sto” che attraversano l’Abruzzo nelle notti d’estate, in un incontro di persone nelle strade e nelle piazze dei borghi e delle città. In questi momenti il cibo si fa scoperta, invito per la mente, stimolo per i giorni che verranno, intesa con i compagni di un viaggio, tanto insolito quanto coinvolgente, artefi� ce di sensazioni non perse ma ricongiunte dai tempi della natura e degli uomini, insieme.

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IL GUARDIABOSCHI


Il secondo personaggio del nostro racconto è un guardiaboschi, custode del parco Nazionale d’Abruzzo e della sua natura incontamninata. Nell’immaginario collettivo la figura del guardiaboschi o guardiaparco è legata a lunghe camminate nei boschi, all’osservazione silenziosa della fauna selvatica, uno specialista al servizio della conservazione delle aree protette e della natura. Natura di cui questo personaggio si fa bandiera, una natura leopardiana che compare come tratto distintivo del territorio nelle narrazioni locali medievali come nella cronaca attuale. Significativo che solo due Parchi nazionali (Gran Paradiso e Abruzzo,) italiani vantino uno storico servizio di vigilanza proprio. La professione del Guardiaparco vede la sua prima apparizione in Italia nel lontano 1923 proprio in coincidenza con la nascita del Parco Nazionale d’Abruzzo. La figura del guardaboschi in particolare, è un’antico mestiere legato alla tutela dei boschi al fine di evitare i furti di legname e in esso trova le sue radici la moderna guardia del parco. Il nostro guardiaboschi porta con sè l’immagine del bosco, della terra e delle risorse naturali così ampiamente diffuse sul territorio. L’Abruzzo vanta infatti un primato: il 33% del territorio è rappresentato da parchi naturali ed aree protette. E’ la regione più verde d’Italia. La natura, vi fa dunque da padrona: nell’Abruzzo montano sono situati i quattro Parchi : lo storico Parco d’Abruzzo, Lazio e Molise, istituito nel 1923, quelli del Gran Sasso-Laga e della Majella, istituiti più di recente; un Parco Regionale: il Sirente-Velino e le oltre 30 Riserve della regione, per cui quasi metà del territorio montano abruzzese è natura protetta. L’Abruzzo può essere dunque cosiderato come una sorta di antologia del paesaggio euro-mediterraneo, poiché concentra entro i propri confini una varietà di ambienti naturali. Ci sono gli antichissimi centri storici, ciascuno arroccato sulla sommità d’un colle, di un rilievo, c’è lo sterminato territorio della pastorizia, gli antichi tratturi e naturalmente il paesaggio montano abruzzese. Il Guardiaboschi non svolge unicamente un costante lavoro, ma sempre più diviene il personaggio chiave per la conservazione della fauna selvatica e del suo ecosistema. Due animali in particolari costellano le leggende e i miti abruzzesi : l’orso e il lupo. C’era una volta l’orso bruno marsicano la cui sopravvivenza è un miracolo avvenuto proprio nel parco nazionale d’Abruzzo. “Lo spirito del grande orso riempie la terra d’Abruzzo”, i suoi racconti popolari, ma anche la sua quotidianità. La cronaca testimonia visite improvvise di esemplari di orso nei centri abitati abruzzesi o ancora la nascita di specifiche aree faunistiche dedicate alla sua osseravzione. Accanto all’orso un altro protagonista: il lupo Appenninico. Nella fantasia popolare, il lupo rappresentava l’ossessione dei viandanti e dei pastori che si spostavano lungo i tratturi, con le greggi. La tradizione del lupo come simbolo della malvagità, è nato, quindi, da un pericolo reale connesso al mondo agreste della pastorizia, nelle zone montane e pedemontane. Oggi è una specie protetta in via d’estinzione che resiste grazie all’organizzazione del Parco Nazionale d’Abruzzo. Il lupo come l’orso rappresentano un patrimonio che contribuisce allo sviluppo del turismo e quindi alla crescita economica regionale.


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NATURA

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viaggio

trekking

VETTE incontaminato SELVAGGIO

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lago


Escursioni illustrate negli abruzzi_Viaggio illustrato in Italia di Edwar Lear _ottobre 1844 Pianura di Avezzano

“ La pianura di Avezzano, l’azzurro chiaro del lago, Alba e il Velino con le sue belle cime, o sotto il sole oppure adombrati da nuvole passeggere; e montagne lontane oltre Sulmona coperte di neve, il passo brullo di Forca Carusa, la rupe scoscesa di Celano: tutte queste cose assieme, in una splendida mattina italiana, erano uno spettacolo da non potersi guardare senza esserne conquistati, o da dimenticare facilmente: che pace tutt’intorno! “ [...]

“ Una serena bellezza infondeva un magico incanto su tutto. Un gregge di capre bianche ammiccavano e starnutivano pigramente sotto il sole del mattino; il capraio suonava una piccola zampogna; due o tre grossi falchi si libravano sul lago; un vigile cormorano stava come immobile sulla lucente superficie dell’acqua; una moltitudine di mosche volava nell’aria fragrante; questi erano i soli segni di vita nel luogo in cui furono posti i troni di Claudio e della sua augusta sposa sulla collina brulicante di popolo.”

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VETTE SELVAGGIO parchi MONTAGNE viaggio

ambiente

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incontaminato


NEGLI ABRUZZI

di Anne Macdnell, Chatto & Windus, 1908

“Queste masse e vette costituiscono i contorni irregolari di una muraglia che racchiude una terra singolare, rozza e primitiva, poco lontana da Roma quanto a miglia , ma per tutto il resto incalcolabilmente remota. Se ci si inoltra appena, si scorge la meraviglia di questa terra ed il terrore che nello stesso tempo essa evoca: catene di montagne che si susseguono, una barriera dopo l’altra, isolando valli da altre valli e rendendo estranea, l’una all’altra , la gente degli altopiani e delle pianure” [...] “Se fossimo nel periodo romantico, potremmo trovare un buon numero di scenari per i nostri drammi, romanzi e poemi epici proprio qui, in questa regione, dove rivolgimenti della natura creano cose da brivido, dove l’uomo è davvero solo con la sua anima e le sue passioni, quasi fosse un pigmeo impaurito sotto rocce svettanti” [...]

“In Abruzzo ci sono vestigia di grande valore artistico che meritano un viaggio. Tuttavia, la maggior parte di esse deve essere scovata in vallate deserte e non frequentate, in borgate quasi disabitate o su remote montagne”[...] “Qui l’uomo non è mai stato conquistatore: si è solo aggrappato al suo ambiente con pazienza ostinata e tenace.”

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NATURA

ambiente VETTE

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SELVAGGIO

viaggio

MONTAGNE


L’AVVENTURA DI UN POVERO CRISTIANO di Ignazio Silone, Mondadori 1968 Maiella

“Dopo vari giorni di pioggia e vento nella piana di Sulmona, un mattino ci svegliamo con un cielo interamente limpido. Una tenera luce dorata bagna i campi gli alberi i paesetti pedemontani il grandioso scenario della Maiella e dà una proporzione armoniosa ad ogni minimo oggetto. Benchè nato e cresciuto in una valle attigua, da cui la Maiella è invisibile, nessuna montagna mi tocca come questa”... “La Maiella è il Libano di noi abruzzesi. I suoi contrafforti le sue grotte i suoi valichi sono carichi di memoria. Negli stessi luoghi dove un tempo vissero innumerevoli eremiti, in epoca più recente sono stati nascosti centinaia e centinaia di fuorileggi, di prigionieri di guerra evasi, di partigiani, assistiti da gran parte della popolazione ”...

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risorse naturali

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viaggio

NATURA

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SELVAGGIO VETTE

parchi ambiente


GUIDA ALLA NATURA DEL LAZIO E DELL’ABRUZZO di Fulcro Pratesi, Mondadori 1972

“Dalla vetta del Corno Grande si ammira probabilmente il panorama più vasto di tutta la penisola, con un raggio d’orizzonte visibile di oltre 200 chilometri. Se la mattinata è rigida, l’aria tersa e i contorni del paesaggionitidi di pioggia recente, si abbracciano con lo sguardo buona parte dell’Appennino, i due mari Tirreno e Adriatico e perfino la lontana e tremolante linea della costa dalmata, delle isole Tremiti, del Gargano...”

“Gigantesco e compatto massiccio calcareo, le cui cime dominano la maggior parte dei panorami abruzzesi, il Gran Sasso è il centro dell’Abruzzo e secondo i romani anche l’ombelico d’Italia. E’ comunque la montagna protagonista da sempre della storia e della vita della regione. E’ il rilievo più terribile e rispettato, il massiccio più alpino dell’Appennino, con ripide pendici, creste scoscese, guglie piramidali. Possiede perfino un proprio ghiacciaio, l ‘unico dell’Italia peninsulare: il Calderone, tra le balze del Corno Grande”...

“Enorme e solenne bastionata calcarea, solcata da valloni selvaggi e culminante in vette grandiose, la Maiella tocca i 2795 metri di quota. Il suo nome deriverebbe, secondo qualcuno, dal maggiociondolo detto majo o fiore di maggio, frequente con le sue dorate fioriture sulle pendici meno elevate, o a detta di altri da Maja, madre di mercurio, adorata dalle genti pelasgiche approdatte sulle tranquille spiagge adriatiche dalla vicina Grecia. E che il massiccio primordiale e solenne potesse ispirare timoroso rispetto alle antiche popolazioni non è difficile da credere, perchè pur nella tranquilla ondulazione del rilievo, la Maiella madre ha sempre dominato il paesaggio litoraneo dell’Abruzzo meridionale con la sua mole imponente, le sue collere improvvise, le sue selve cupe e misteriose...”

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bosco

oggi

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ORSO incontaminato

racconti popolari

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SELVAGGIO

NATURA


LA COLOMBA

Dacia Maraini, 2004

IL GUARDABOSCHI “ Di fuori il vento mugulava tra le gole delle montagna, e di tratto sbuffava una pioggia obliqua di neve contro le finestre fuliginose, che davano luce scialba alla cucina. E quella luce si perdeva nella volta scura della stanza, da cui pendevano carni salate e frutta secche a grappoli”...

ORSO “Tutti lo chiamavano così, e quando ne parlavanopareva che nominassero qualche cosa di bello, di santo, di gentile. Eppure Orso, chi l’avesse visto a’ crepuscoli ed anche di pieno giorno,ne avrebbe avuto un po’ paura. Non era nè alto, nè basso, ma i contadini dei dintorni assicuravanoche egli si trasformava ora in gigante ed ora in nano”...

LA SCEMA E’ negli Abruzzi una lunga e larga vallata, o meglio un bacino formata da due grandi catene di monti, le quali, partendo dal punto culminante dell’Aquilano, che è il Gran Sasso d’Italia,e correndo quasi in linea parallela verso mezzodì, da incontrarsi sulla terra di Pettorano, formando come un ellisse, le cui curve più lunghe sieno però rettilinee”...

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NATURA VETTE

bosco

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LUPO

parchi

incontaminato


LA LEGGENDA DEI MONTI NAVIGANTI di Paolo Rumiz, Feltrinelli 2007

“La sera arriva con lampi e vento forte. A cena in una locanda , uomini della forestale raccontano di un lupo investito sulla via Tiburtina ,tra Sulmona e la stretta del Pescara. Succede spesso: le macchine e i camion li beccano lì, sempre nello stesso punto. Il branco passa di notte. Ed è sempre di notte che , a pensarci bene, la sua ombra clandestina mi è apparsa finora”...

“La Maiella imbiancata pare la Sierra Nevada sopra un terreno andaluso popolato di ulivi. Sulla strada solo qualche motociclista e una miriade di ramarri e serpentelli in cerca di tepore. «Attenti» ci hanno detto prima di partire, «il Gran Sasso è maschio, la Maiella femmina»; comincia la terra delle madri. Qualcosa di vero dev’esserci: la Maiella è montagna rotonda, morbida come le balie tettone di una volta. Sul passo di San Leonardo il paesaggio è tutto prati, campanacci e abbeveratoi. Da qualsiasi parte la guardi, la Maiella è un grande luogo simbolico della fecondità” ...

“Poi comincia la discesa; torri medioevali, uno stradone che corre sul displuvio tra rumore di stoviglie e profumo di arrosto. Un negozietto dove si trova di tutto, dall’uva alle prese elettriche. Sembra impossibile che la gente abbia potuto emigrare da qui. E invece è scappata così in fretta che ha fatto in tempo a morire per le patrie degli altri”... “I forestali mi portano a sentirli, i lupi, ai piedi del Monte Morrone. Nella pausa fra un camion e l’altro scende un gran silenzio e allora, a tratti, lontanissimo, ecco il lamento. E’ il solitario cacciatore del branco mi dicono. Da un’altra direzione arriva il canto corale del gruppo. Poi l’ululato degli adulti, più breve, quasi soprannaturale”...

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bosco

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parchi


Tra i monti abruzzesi sulle tracce dell’orso La Repubblica, 7 agosto 1995

Parco Nazionale d’ Abruzzo

“Michelino’ ti guarda con gli occhioni languidi dal recinto che lo accoglie nel centro di visita di Pescasseroli. E’ irrequieto, come tutti i cuccioli. Cerca di avvicinarsi: sporge il muso come per chiedere qualcosa. ‘ Michelino’ è uno splendido esemplare di orso marsicano. Ed è diventato il simbolo del Parco Nazionale d’ Abruzzo. L’ hanno trovato quest’ inverno le guardie del parco, mezzo morto: era stato investito da un’ auto. Era in coma. E’ stato curato e allattato amorevolmente: medicine, cibo, persino la fisioterapia, come un bambino. In bici nel parco d’ Abruzzo non è affatto facile incontrare l’ orso, che pure è presente (ce ne sono un’ ottantina di esemplari), ma si può andare in cerca delle sue tracce. l Parco d’ Abruzzo, infatti, risulta uno dei meglio organizzati per chi va in bici. Molte delle passeggiate-itinerari, proposte nella guida che è possibile acquistare sul posto sono, in tutto o in parte, ciclabili. Boschi, acque limpidissime, tante specie di animali selvaggi.[...] La splendida solitudine di quei luoghi consente di godere di una natura straordinaria, per non parlare del rarissimo lupo appenninico che, però, di solito si tiene a distanza dall’ uomo.[...] “

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Colazione sul prato con l’orso Yoga di Pratesi Fulco, 21 AGOSTO 1995, Corriere della Sera

Parco Nazionale d’ Abruzzo

L’ atmosfera del Parco Nazionale d’ Abruzzo induce al riserbo, alla contemplazione, alle passeggiate tra i boschi, piu’ che alle mondanita’ . Dopo anni in cui poter osservare un orso in natura era un’ utopia, adesso i miti plantigradi si sono fatti piu’ disinvolti: Yoga, una femmina di 90 chili, munita di radiocollare per seguirne i vagabondaggi, si fa vedere anche in pieno giorno e, spesso, va a far visita ai campeggiatori in cerca di leccornie. E attraversa strade anche trafficate, suscitando l’ ammirazione dei turisti. All’ alba e al tramonto, fermandosi con il binocolo lungo la statale Marsicana, e’ molto facile scorgere cervi, caprioli e cinghiali uscire dal bosco per pascolare nei prati. E chi ha voglia di farsi un’ oretta e mezza di salita puo’ offrirsi lo spettacolo dei camosci d’ Abruzzo (“i piu’ bei camosci del mondo”) al pascolo con i piccoli tra le rocce e sui prati d’ altitudine. Fiori oramai ce ne sono pochi. Ma sulle pendici piu’ calde e aride esplode adesso il violetto superbo dei cardi ametistini che spiccano tra l’ erba secca. I paesini, che ricordo avviliti o poveri negli anni ‘ 60, oggi appaiono rinnovati: restauri sapienti, recuperi amorevoli, scalpellini al lavoro, locali tipici che han saputo districarsi dalla moda consumistica e pacchiana che ha rovinato tanti altri borghi un tempo bellissimi<nella loro composta struttura. Accorrono a vedere i cervi e lupi, ammirano le linci in un ampio recinto, godono della vista dei camosci.

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ESCURSIONI CON GLI ASINI, RITORNO ALL’ANTICO di Cristina Coglitore_Corriere della Sera_13 aprile 2004 Introdacqua

Non è cocciuto e nemmeno stupido. L’asino è un animale sensibile e rispettoso. E sta diventando un fedele compagno per chi ama camminare alla scoperta del territorio italiano, oltre che un cardine per le terapie con animali rivolte ai bambini autistici. Un gruppo di appassionati dell’esplorazione lenta e meditata e il coordinamento degli «asinari» (cultori delle 5 specie d’asino sopravvissute in Italia, in rete: www.asino.org) hanno riscoperto il valore dell’animale simbolo della testardaggine. L’ asino è utile per la produzione di latte simile a quello materno umano, e quindi adatto ai bambini intolleranti al latte vaccino. Ed è indispensabile nell’asinoterapia praticata in Abruzzo, a Introdacqua, sui bambini che hanno difficoltà a relazionarsi con gli altri. La calma solidità dall’asino li tranquillizza e apre canali di comunicazione che altrimenti resterebbero chiusi.

Poi è nato il primo catalogo nazionale di viaggi a piedi con gli asini. «Proposte di esperienze, più che vacanze vere e proprie», spiega Luca Gianotti, guida ambientale e presidente dell’ associazione «Boscaglia», che organizza i tour. Da 10 anni l’associazione propone viaggi a piedi in Italia, nell’area mediterranea ed europea (con puntate anche in Marocco e a Capo Verde). Con guide e accompagnatori di media montagna il viandante percorre itinerari storici. Come il viaggio con asini in Aspromonte sulle tracce di Edward Lear, lo scrittore e acquerellista inglese che nell’Ottocento «scoprì» la catena montuosa calabra. Gli asini, che portano i bagagli e i viveri sul basto, hanno il passo dell’escursionista. «Sembriamo pastori in transumanza», racconta Gianotti. Ai tre viaggi realizzati finora in Aspromonte (costo circa 300 euro alla settimana, informazioni online: www.boscaglia.it) hanno partecipato soprattutto famiglie con bambini, che quando sono stanchi invece che sulla groppa del babbo possono salire su quella dell’asino.

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Non solo monti, l’Abruzzo da riscoprire di Pescari Maurizio, 14 LUGLIO 2006 ,Corriere della Sera

Un viaggio di tre giorni alla scoperta delle meravigliose risorse del territorio interno della regione: dall’ ambiente, all’ arte, all’ artigianato ai percorsi enogastronomici (Navelli è la patria dello zafferano). Originali gli itinerari e le escursioni proposti per affascinare anche i visitatori più esigenti portati a diventare protagonisti della vita di montagna. Tre differenti percorsi caratterizzeranno l’ evento organizzata e ideato dalla Comunità Montana Campo Imperatore. Tre percorsi tra cielo e terra per scoprire le zone montane d’ Abruzzo. Sport, natura, enogastronomia, artigianato ed eventi culturali si incontrano in Abruzzo in occasione di «NonsoloMonti», manifestazione che occuperà il weekend del 21-23 luglio sul territorio della Piana di Navelli e Campo Imperatore, con eventi nel Castello Camponeschi (Prata D’ Ansidonia), a Palazzo Santucci (Navelli), Castello Piccolomini (Capestrano), nel magnifico borgo di Santo Stefano di Sessanio, nella Chiesa dei Centurelli di Caporciano ed in quella della Madonna del Campo. Tutte gemme di un ristretto territorio abruzzese che offrono al turista il meglio dell’ Abruzzo montano. La proposta è di rivivere gli antichi percorsi della transumanza e del tratturo in chiave moderna, viaggiare alla scoperta di una natura meravigliosa che si incontra con l’ uomo in uno scenario unico fatto di castelli e abbazie, di borghi e tradizioni. NonsoloMonti è una luce sull’ Abruzzo interno, su tutto il suo insieme paesaggistico, sia quello naturale fatto di parchi, monti e riserve naturali, che quello legato alla storia dell’ uomo, dei pastori, della ruralità, dei percorsi culturali ed artistici, di borghi, abazie, rifugi e pagliare di cui tutta la regione è ricca.

Il Percorso del Cielo: esperienza utile per per osservare il paesaggio montano dall’ alto, grazie alle mongolfiere sia come ascensori del cielo in volo vincolato, che come mezzi di trasporto in volo libero. I più coraggiosi poi potranno raggiungere le vette più alte e volare in deltaplano o parapendio accompagnati da personale di guida e di assistenza. Il Percorso di Terra: passeggiate a piedi, a cavallo ed in bicicletta, per raggiungere i castelli e le abbazie d’ Abruzzo, le roccaforti più insidiose e le zone più impervie, inaccessibili con l’ auto. Il Percorso per Tutti: di facile accesso, con navette e bus aperti che consentiranno anche agli anziani ed ai diversamente abili l’ accesso ai teatri naturali di Nonsolomonti. In tutto questo viaggiare in Abruzzo non poteva mancare un itinerario nei luoghi del gusto: castelli, borghi e rifugi saranno trasformati per l’ occasione in punti di incontro e di accoglienza dove i portavoce delle 19 comunità montane abruzzesi e delle pro-loco, presenteranno tradizioni, cultura ed enogastronomia.

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Bubu va in paese che paura di Pratesi Fulco, 18 AGOSTO 2006, Corriere della sera

Ma Bubu, non conoscendo il territorio é disorientato per la tempesta di questi giorni, ha sbagliato strada ed e’ arrivato nella piazza di Fontana Liri, non lontana dai confini laziali del Parco stesso. ù Per fortuna le guardie e il veterinario del Parco, grazie al fatto che l’ animale era munito di radiocollare, l’ hanno potuto subito recuperare nelle campagne circostanti sparandogli una siringa di sonnifero e, ancora addormentato, lo hanno rilasciato in una zona sicura al centro dell’ area protetta. Il fatto e’ che, con l’ aumento della vigilanza e una dura azione contro i bracconieri, gli orsi del Parco sono aumentati di numero e divenuti piu’ disinvolti. Ce ne sono oltre cento, quest’ anno hanno avuto molti cuccioli e se ne vedono un po’ ovunque.

Orso maschio in piazza a Fontana Liri: Bubu va in paese, che paura! Gli orsi d’ Abruzzo non cessano di stupire: dopo la famosa orsa Yoga - che, dopo aver combinato numerosi malestri, rubando nutella e caciocavalli, e’ stata messa in un grande recinto assieme all’ orso Sandrino con la speranza che a primavera si accoppino mettendo alla luce degli orsacchiotti da rilasciare in liberta’, ora e’ venuta la volta di Bubu. Quest’ orso maschio da qualche giorno faceva visita agli orti e ai frutteti del paesino di Villetta Barrea nel Parco nazionale d’ Abruzzo. Cosi’, per evitare guai, le guardie del parco l’ hanno catturato e rilasciato in una valle del parco lontana una decina di chilometri da Villetta.

Alcuni, piu’ dotati di spirito d’ avventura, se ne sono andati a colonizzare i parchi nazionali di nuova istituzione sulla Majella e sul Gran Sasso. Altri, invece, piu’ affezionati al luogo nativo, escono dai confini per andare a mangiare carote e mele nella Piana del Fucino, o si avvicinano agli orti dei villaggi. Naturalmente questo fenomeno, che pure entusiasma i turisti i quali, nonostante i severi divieti, a volte offrono loro del cibo, preoccupa non poco i dirigenti dell’ area protetta che temono una eccessiva familiarizzazione con questi bestioni che superano spesso i due quintali di peso. Chi voglia vedere da vicino e in semiliberta’ nel loro ambiente due magnifici esemplari di orso marsicano, dovra’ recarsi presso l’ area faunistica del paese di Villavallelonga,che si trova a pochi chilometri da Avezzano. Nell’ occasione potra’ ammirare la splendida colorazione degli alberi autunnali che espongono proprio adesso tutta la gamma del rosso e del giallo e udire i bramiti dei cervi in quest’ epoca in lotta per la conquista delle femmine.

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Dacia Maraini _ dove nascono le mie storie di Zanini Luca, 24 AGOSTO 2006, Corriere della Sera

Neanche il freddo che taglia le gambe e la fitta coltre di neve la fermano: persino in pieno inverno, la scrittrice passeggia su e giù, instancabile, tra boschi, vecchi casolari e piccoli centri. E ogni volta è accolta come una celebrità: «Ringraziamo l’ illustre ospite per essere qui», almanaccano emozionati sindaci e assessori locali. Dacia Maraini ricambia la gentilezza sottoponendosi, paziente, al rito delle dediche autografe sul frontespizio del suo ultimo libro; ma soprattutto parlando del suo grande amore per questa terra, l’ Abruzzo: «Ci si innamora dei luoghi e di un paesaggio come ci si innamora delle persone», spiega. «Tutti i luoghi hanno qualcosa da dire, bisogna solo saperli ascoltare». Quinta ristampa in pochi mesi, 210 mila copie, ai primi posti nelle classifiche dei libri più venduti: Colomba è un romanzo in gran parte nato qui, a Pescasseroli, nella villetta appena fuori dal paese che la scrittrice ha acquistato una decina di anni fa. «Ho scoperto le montagne abruzzesi grazie a Ettore Scola e sua moglie Gigliola, che da trent’ anni frequentano questi luoghi. All’ inizio ho preso in affitto una casa, poi ho deciso di comprare questa. E ora passo molto più tempo qui che a Roma». «Questi boschi parlano e hanno una memoria antica, che risale indietro nei secoli. Una volta passeggiando ho scoperto per caso un antico cimitero preromano, con scheletri perfettamente conservati. Un’ altra volta mi sono trovata davanti a uno spettacolo inquietante: ero sola, e all’ improvviso ho visto un cane impicca to a un albero, forse vittima di una faida tra pastori».

Un gioco narrativo che mescola autobiografia e finzione: «Un po’ pirandellianamente la voce narrante diventa personaggio - chiarisce la Maraini - e i suoi ricordi e le sue sensazioni si intrecciano alla storia principale e alle vicende dei parenti di Zaira, una saga famigliare che dal 1898 giunge fino all’ oggi». Unità d’ Italia, Prima guerra mondiale, fascismo, Resistenza, emigrazione, Sessantotto: Colomba è anche un affresco che ripercorre, con una serie di flashback, la storia italiana del Novecento, dalle Madonie fino a Torino e oltre, in Russia e in Australia. Ma il cuore della narrazione è fra queste montagne: a Touta, cittadina immaginaria, oppure nelle foreste verso Forca d’ Acero, uno dei pochi posti che nel libro mantengono il loro vero nome e che bisogna attraversare per giungere a Sulmona, uno dei centri, insieme ad Atina, dove nei giorni scorsi si sono svolte le presentazioni ufficiali del libro, tra canti popolari e suoni di zampogne che intonano vecchie ninne nanne e serenate, raccontando storie di amori, mietitura e transumanza. Terra «aspra» e «misteriosa» l’ Abruzzo, come la definisce la scrittrice: «Un po’ come il suo dialetto che contrae, fino ad eliminarle, tutte le vocali». E il mistero è anche alla base dell’ intreccio di questo libro che racconta della scomparsa di Colomba, una ragazza di vent’ anni di cui non restano più tracce, se non la bicicletta abbandonata in uno di questi boschi. Rapimento? Delitto? A cercare Colomba, dopo più di un anno, è rimasta solo sua nonna, Zaira, che insieme alla voce narrante - «la donna dai capelli corti» in cui molti hanno riconosciuto la stessa autrice - è la vera protagonista del romanzo.

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Gran Sasso

Gran Sasso la più lunga ippovia d’Italia 5 SETTEMBRE 2006 ,Corriere della Sera

Conoscere i cavalli? All’ ippodromo è facile, ma se sapete già cavalcare e vi piace farlo en plein air, non potete mancare di sperimentare il nuovo circuito equestre per turisticavalieri inaugurato in Abruzzo: intorno al Gran Sasso, la più lunga ippovia d’ Italia si sviluppa per oltre 300 chilometri nel verde, fra borghi, boschi antichi, pascoli distribuiti nelle province di Teramo, Pescara e L’ Aquila. I sentieri tracciati (e ben segnalati) partono da alcuni varchi d’ accesso al Parco nazionale del Gran sasso e passano tangenti il lago di Campotosto, Fonte Cerreto, Campo Imperatore. Lungo l’ ippovia sono stati resi agibili numerosi punti d’ acqua per gli animali, mentre per i cavalieri sono previste soste golose in capanni, ristori e ostelli. Info: www.gransassolagapark.it

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Abruzzo è appennino_Appennino parco d’europa di Luca del Monaco _ giugno 2008

“ I temi dell’inserto speciale dedicato ad APE (Appennino Parco d’Europa) nell’ultimo numero di

Abruzzoèappennino

sono stati ripresi nel convegno, organizzato dalla Comunità Montana Peligna e dalla Regione Abruzzo, che si è svolto il 7 marzo a Sulmona. Il convegno è stato un’importante occasione di confronto tra soggetti istituzionali e organismi associativi con l’obiettivo dichiarato di rilanciare la proposta alla base del progetto Ape (Appennino Parco d’Europa)come idea guida per lo sviluppo e il futuro della montagna abruzzese. La montagna non è mai stata al centro delle politiche di sviluppo nazionali e regionali e rischia di esserlo ancora meno in una fase nella quale lo sviluppo più di prima passa attraverso le concentrazioni urbane. L’Abruzzo ha conosciuto un’attenzione per i territori montani grazie all’istituzione delle aree protette, che coprono gran parte della montagna abruzzese, e per la prima volta, negli anni novanta, si è delineata una politica che ha messo al centro dell’attenzione la montagna. L’idea di APE, promossa da Legambiente e con la Regione Abruzzo capofila delle regioni italiane, ha sviluppato ulteriormente quella centralità, individuando nell’ambito coperto dalla catena appenninica il territorio nel quale sviluppare un progetto di area vasta che potesse riconnettere le aree protette all’intero territorio montano. “

“L’idea di Ape è stata riconfermata con la sottoscrizione della convenzione degli Appennini nella quale si afferma che « la catena appenninica costi-

tuisce un ambito di grande complessità e ricchezza caratterizzato da habitat naturali e da un profondo rapporto con l’uomo e le sue attività, da beni storici e culturali, da importanti sistemi insediativi rurali e montani, da grandi itinerari storicoreligiosi e si configura come un unico sistema naturale continuo». È emersa nel corso del convegno con forza la necessità di riappropriarsi e rilanciare dal basso l’idea di APE coinvolgendo in questo sforzo comuni, comunità montane, province, associazioni e soggetti economici. La regione Abruzzo ha individuato nel suo piano operativo per la programmazione di una parte dei fondi Europei una priorità nello sviluppo territoriale delle aree di montagna, gran parte delle altre priorità (energia, mobilità sostenibile, reti telematiche, innovazione e ricerca) sono riconducibili ad una progettualità che metta al centro definitivamente la realizzazione di uno sviluppo sostenibile per le aree di montagna. È questa un’occasione per considerare APE non un’idea settoriale, che riguarda semplicemente gli ambientalisti, ma un progetto che attraversa trasversalmente gli interventi e le azioni da realizzare nei prossimi anni. “

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Abruzzo è appennino_Ape una nuova frontiera di Antonio Carrara _ maggio 2007

“Non a caso nella legge regionale n 38 sulle aree protette del 1996 si affermava: “La Regione Abruz-

“Quando, all’inizio degli anni novanta, venne approvata la legge quadro sulle aree protette, all’Abruzzo si aprirono le porte per trasformare in realtà l’idea di “Abruzzo regione verde d’Europa”. Con l’istituzione di altri due parchi nazionali (Maiella e Gran Sasso) che si aggiungevano allo storico parco nazionale d’Abruzzo e a quello regionale del Sirente Velino, la regione Abruzzo diventava la regione italiana con più territorio tutelato. Dietro quella scelta non c’era solo l’obbiettivo della tutela della natura, necessaria e non più rinviabile, c’era anche, per la prima volta, la definizione di una centralità della montagna e di una politica che la vedeva al centro delle attenzioni delle scelte regionali. L’idea di tutelare parti del territorio, per quanto consistenti, si rivelò a molti immediatamente insufficiente: era difficile immaginare le aree protette come una sorta di isole, recinti chiusi. Balzava in tutta evidenza che quelle aree protette avevano una naturale connessione nella catena appenninica: un’area vasta con la più grande disponibilità di biodiversità di tutta Europa. “

zo, consapevole dell’eccezionale valore biogeografico del proprio insieme di aree protette, opera affinchè esse costituiscano con le altre aree dell’Appennino di rilevante valore naturalistico ed ambientale un sistema interconnesso ed interdipendente al fine di promuovere e far riconoscere l’Appennino Parco d’Europa.” Nasceva allora Ape

con la Regione Abruzzo Capofila tra le regioni italiane, tanto da porre in una legge l’obiettivo programmatico di trasformare l’Appennino in un unico grande Parco Europeo. Un’idea affascinante che ribaltava completamente un modo di pensare. La montagna considerata da sempre come un elemento di divisione, un grande ostacolo alle comunicazioni e alla possibilità di incontro, diventava di colpo il luogo fisico che univa, che poteva unire ciò che storicamente era stato diviso. L’elemento naturale che torna a prevalere in un’accezione mai pensata prima. Il fascino di quell’idea ha prodotto attenzioni, aspettative, elaborazioni nuove. In uno scenario dove lo sviluppo si concentra sempre più nelle grandi aree urbane e in un mondo che rischia il collasso dal punto di vista ambientale, Ape rappresenta più di ieri una risposta necessaria per invertire una tendenza e percorrere decisamente la strada dello sviluppo sostenibile.”

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Documentario_VIVERE CON GLI ORSI ACCANTO di Claudio Potestio_ITALIA 2009

Scanno

SINOSSI: Realizzato intorno a Scanno, evidenzia lo stretto rapporto fra abitanti e orsi. E’ la rappresentazione di una realtà storica e sociale presente da secoli a Scanno.

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IL VECCHIO


Il terzo personaggio chiave della territorio abruzzese narrato è un vecchio abitante dei suoi borghi abbandonati. Il vecchio spesso è considerato una persona che ha concluso il suo cammino e che non ha più niente da dire, mentre per noi rappresenta un punto di vista su questi luoghi poco conosciuti e un depositario delle tradizioni, una figura emblematica per comprendere e ricostruire il modo di vivere, le credenze e le usanze di queste piccole comunità arroccate sui monti. In un certo senso questi borghi possono considerarsi come scrigni di storie e di vita, in cui i pochi abitanti anziani rimasti, ne narrano la storia attraverso i segni e le memorie lasciate dalla cultura materiale e immateriale. La ragione che rende questi piccoli paesi come una grande famiglia è il forte legame che si instaurava tra ognuno dei suoi abitanti, nonostante l’assenza di parentela, e persino i nomignoli di ciascuno vengono tramandati a distanza di secoli tanto da dimenticarne pure l’origine. Tuttavia nel tempo si è assistito ad un abbandono di questi paesi, diventati ben presto borghi fantasma o abitati da pochi e orgogliosi anziani, legati a quella terra e decisi a non tradire le proprie origini. In molti di questi paesi “fantasma” in via d’abbandono vivono ormai pochi anziani “superstiti”. Un anziano signore, o una vecchia donna come Angiolina del papa che nella solitudine e nel silenzio dei monti dell’Abruzzo è nata, cresciuta e non intende allontanarsene. Un tempo si trattava di popolosi comuni, ma nel secondo dopoguerra l’emigrazione li ha svuotati. Tuttavia malgrado il terremoto, i lupi, il freddo e l’indigenza, alcuni anziani abitanti non hanno intenzione di abbandonare le loro decadenti casette in pietra e la loro chiesa. Il vecchio è dunque personaggio custode di queste pietre, di queste case, in cui appare ancora incisa la memoria collettiva e l’immenso patrimonio intangibile di questi centri “disabitati”. La voce di un anziano seduto sull’uscio di una casa costruita a secco e un’anziana donna vestita di nero ci narrano della miseria, delle beghe politiche e di campanile, che hanno travagliato i borghi abruzzesi presi in esame nella nostra ricerca.


Il loro commento testimonia inoltre il tema della migrazione oltreoceano e il grande esodo verso la più fertile pianura o verso la ricca e turistica fascia costiera adriatica. I loro figli si spostarono per mettere nuove radici in Canada, negli Stati Uniti, soprattutto in Australia, abbandonando i genitori o i parenti stretti in queste condizioni di isolamento. D’altronde l’emigrazione è un mestiere che gli abruzzesi hanno praticato per secoli: prima, quando l’economia della regione era basata sulla pastorizia, con la forma del duro pendolarismo stagionale della transumanza verso i pascoli pugliesi; poi, con il lavoro di manovalanza a Roma; infine con la partenza diretta verso le terre d’oltreoceano e il Nordeuropa. Malinconia, ma anche fascino romantico. Alcune città fantasma sono diventate o possono diventare attrazioni turistiche, luoghi di incontro culturale nella loro suggestiva cornice dal sapore decadente. Le frazioni montane abruzzesi preservano edifici e opere architettoniche, si tratta perlopiù di piccoli centri di origine medioevale, nati a ridosso di roccaforti feudali o di antichi monasteri. Sopravvissuti negli anni il più delle volte grazie alla loro posizione sicura sulle dorsali delle montagne testimoniano la vita agro-pastorale, dei cafoni di Ignazio Silone, che fu. Le sensazioni che accomunano tutti i luoghi oramai deserti sono di profonda malinconia ma anche di grande curiosità, sensazione che ritroviamo nelle testimonianze orale di questi anziani abitanti. Sono molte le cause dell’abbandono di un centro abitato: in alcuni paesi l’esodo è totale, in altri è solo il centro storico ad essere svuotato, per motivi che vanno di volta in volta individuati. Oggi si apre l’ipotesi di itinerari omogenei e tematici legati ad un discorso di recupero, ove possibile, delle antiche strutture edilizie e delle testimonianze storiche e artistiche di un’ Italia minore meno fortunata ma certo non povera di cultura.


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Escursioni illustrate negli abruzzi_Viaggio illustrato in Italia di Edwar Lear_ottobre 1844 Lago del Fucino

“ Il lago di Fucino […] Durante il medioevo, era più frequentemente chiamato lago di Celano per la sua vicinanza a quella città, allora la principale della Marsica. [...] Nelle immediate vicinanze del lago ci sono gli interessanti resti del grande Emissario, un tunnel alto diciannove piedi, largo nove e lungo quasi tremila, costruito dall’imperatore Claudio […] con l’intenzione di portare fuori le acque del lago, che frequentemente inondavano le terre circostanti, e incanalarle nel fiume Liri. “

“ Non sono state trovate ragioni valide dell’innalzamento delle acque del lago in taluni periodi. Secondo una credenza popolare, le acque crescono e decrescono ogni sette anni (Antinori, I, 366); gli scritti di Antinori e di Afan di Rivera contengono molte in formazioni sull’argomento e anche particolari relativi alla costruzione dell’Emissario. “ [...]

“ Dal 1806 a l 1816 ebbe luogo la più terribile inondazione che si ricordi: la superficie del lago divenne venti palmi più alta dell’innalzamento più grande tra il 1780 e il 1787. La penisola di Ortucchio divenne un’isola; le acque superarono l’altare della chiesa e molte proprietà furono distrutte, così come pure a Trasacco e a Luco. La stessa Avezzano rimase a ventisette palmi sul livello del lago e il 1816 sarà sempre ricordato come anno di paura e di miseria per gli abitanti del distretto. “

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Documentario_PECORE NERE LA FIACCOLA SOTTO IL MOGGIO di Gabriele D’Annunzio, 1905 Anversa degli Abruzzi

GIGLIOLA “La casa crolla. Tu senti la ruina grande. L’hai vista al lume delle fiaccole fùnebri. La tua casa muore. E non le ami tu, queste vecchie muraglie? Tu sei l’ultimo dei Sangro di Anversa: sei l’erede”.

SIMONETTO “E’ bello il Saggitario sai? Si rompe e schiuma, giù per i macigni,mugghia, trascian tronchi, tetti di capanne, zangole, anche le pecore e gli agnelli che ha rapinato alla montagna. E’bello sai”?

TIBALDO “Tu sai la cecchia diceria che corrre tra la gente di Anversa, e per tutta la valle del Saggitario, e dalla Forca d’oro alla Terrata fra i pastori. La casa magna dei Sango, tutta crepacci e tutta ragnateli, che da tutte le bande si sgretola, e nessuno ci rimette pur una mestolata di calcina”...

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COLLEDARA Colledara

di Fedele Romani,Bemporad, 1907

L’ultima volta che tornai a Colledara, e fu dopo tre quattro anni che non c’ero più stato, trovai, sulla strada nuova che si svolge fuori del vecchio villaggio, dalla parte di mezzogiorno, davanti alla vista superba del Gran Sasso, il quale in quel punto si presenta in tutta la gloria del suo aspetto maestoso, trovai, dico, alcune nuove casette bianche e pulite; e ad alcune donne che sciorinavano panni li accanto, domandai di chi fossero. - Sono nostre, - mi risposero; - i nostri mariti, dopo che sono tornati dall’America, non hanno più voluto abitare nelle sudice capanne di prima; e hanno fabbricato queste casette. Quasi tutti erano chiamati, come si vede, col soprannome. Il nome non ha quasi mai nessuna relazione con la persona che lo porta: esso è dato poco dopo della nascita, ed è difficile che poi venga a mettersi in qualche rapporto, o per il suono o pel significato, con la persona che lo possiede. A questo difetto ripara il soprannome, che è quasi sempre suggerito da qualche azione, o qualità, o detto della persona a cui è attribuito. I soprannomi sono tanto più frequenti là dove è più facile, per lo scarso numero delle persone, acquistar profonda conoscenza di esse.

Colledara è un villaggetto di poche case, posto sopra una delle più verdi e più ridenti colline che allietano la Valle di Monte Corno, o Gran Sasso d’ Italia, dal lato che guarda l’Adriatico. Da quella parte, il Gran Sasso si mostra più magnificamente elevato e superbo. La sua altezza non è grande (2914 m.), se la si paragona, per esempio, a quella delle più ardue cime delle Alpi; ma io non ho mai visto un monte che più faccia pompa della sua statura, e che svegli nell’animo più intensamente il senso della maestà e del sublime.

E la scarsezza del numero delle persone da cui siamo attorniati, non serve soltanto a rendere più profonda la conoscenza di esse: il nostro spirito, o in un modo o in un altro, cerca di adoperar sempre tutte le sue forze. Nel mio villaggio io conoscevo i galli, e le galline, i muli, le pecore, i cani; ne vedevo la fisonomia, ne indovinavo l’indole e i sentimenti, come facevo con le persone.

Colledara non conta che poco più di cento abitanti; ma, benchè il villaggio sia così piccolo, pure è diviso in due parti:una più alta e una più bassa; ed ha due nomi: quello di Colledara, che appartiene in proprio alla parte più bassa, e serve, oltre a ciò, a indicar tutto il villaggio nel suo insieme, e quello di Capo di Colle, che è il nome della parte più alta, o, diremo, dell’ acropoli. E qui sorge, circondata di tugurii e d’ulivi, la mia casa paterna, o «il palazzo», come lo chiamano i contadini.

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FONTAMARA

di Ignazio Silone,1933

“Ho dato questo nome a un antico e oscuro luogo di contadini poveri situato nella Marsica, a settentrione del prosciugato lago di Fucino, nell’interno di una valle, a mezza costa tra la collina e la montagna. Fontamara somiglia dunque , per molti lati, a ogni villaggio meridionale il quale sia un po’ fuori mano, tra il piano e la montagna, fuori dalle vie del traffico, quindi un po’ miseri e arretrato e abbandonato dagli altri”. “ A chi sale a Fontamara dal piano del Fucino il villaggio appare disposto sul fianco della montagna grigia brulla e arida come su una gradinata. Dal piano sono ben visibili le porte e le finestre della maggior parte delle case: un centinaio di casucce quasi tutte a un piano, irregolari, informi, annerite dal tempo, e sgretolate dal vento dalla pioggia, dagli incendi, coi tetti malcoperti da tegole e rottami d’ogni sorta”.”.

“ La parte superiore di Fontamara è dominata dalla chiesa col campanile e da una piazzetta a terrazzo, alla quale si arriva per una via ripida che attraversa l’intero abitato, e che è l’unica via dove possano transitare i carri. Ai fianchi di questa sono stretti vicoli laterali, per lo più a scale, scoscesi, brevi, coi tetti delle case che quasi si toccano e lasciano appena scorgere il cielo”.

“ Cisterna e Perticara sono due grossi villagi situati l’uno alle spalle dell’altro, sui due versanti dello stesso monte, nascosti completamente l’uno all’altro. Ma per spostarsi, a piedi e senza fretta, dall’uno all’altro, ci si mette un po’ meno di un’ora”... “ La sua meta fu una piazzetta, non lontana di lì, attorniata di macerie. Nell’altro lato stavano i resti di una modesta casa con la porta sprangata da un asse di legno inchiodato di traverso sui battenti ”. “L’uomo continuò il suo camino seguendo la strada incavata sul fianco della montagna. Alla prima svolta, su una collinetta di fronte, gli apparve l’intero paese. Una targa infissa alla sommità di un palo ne indicava il nome: Cisterna dei MArsi Alt. s. M. 950

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IL SEGRETO DI LUCA

di Ignazio Silone,1956

“Erano le ore pomeridiane della canicola, ore di letargo e di apparente morte.Il paese sembrava disabitato. Le vie erano deserte, le porte e le finestre chiuse, silenziose. Lungo la via principale casette nuove, ancora fresche di muratura, si alternavano alle antiche, a mucchi di macerie e di baracche. Davanti al vuoto di macerie egli indugiò a guardare in alto, verso le finestre e i balconi scomparsi. Egli camminava in mezzo alla via. In quella luce abbagliante, in quella solitudine di macerie e di muri nessuno si accorgeva di lui. Sembrava uno spettro, un’anima in pena.” “Egli fece a ritroso il giro della chiesa e s’inoltrò nel groviglio di vicoli della parte più antica del paese, stretti come corridoi. Il suo passo risuonava sull’acciottolato come quello di un viandante notturno. In quel silenzio si udirono all’improvviso spalancarsi le imposte di un balcone al primo piano di una vecchia casa, e subito vide una donna vestita di nero, alta, magra, visibilmente cieca, avanzare verso la ringhiera e chinare il viso con le occhiaie vuote nella direzione dei passi che si avvicinavano.

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Le frontiere invisibili_Il parlar rozzo di Gianni Oliva, Bulzoni editore_1982

“ Una vena triste, dunque, solca la poesia di Luciani, che si apparenta talvolta anche con motivi crepuscolari. [...] Nel respiro lungo della poesia-racconto, la misura metrica più congeniale al Luciani, si innesta una vasta gamma di spunti lirici, tessuti su antiche suggestioni popolari e letterarie. [...] Su quello stampo si sono plasmati i contadini abruzzesi bruciati dal sole, i pastori (<<gente da campagne>>), i mietitori insuperabili nell’incanata, ossia in quel corpo rituale fatto di canti allusivamente osceni e di dileggio che il gruppo di braccianti al lavoro indirizza verso il passante o verso la padrona. Sono arcaiche consuetudini rurali lanciate nel vortice del mito con valenze ingigantite dalla proiezione nell’atemporale, come nelle tragedie pastorali di D’Annunzio: “[…] la stirpia nostre è stirpia san-

te, ca ne venème da na discendenze de mill’anne d’età! […]. “ Luciani in sostanza rafforza nella storia della poesia in dialetto abruzzese la linea che nelle sue voci più considerevoli procede di pari passo con lo sviluppo della poesia italiana. I suoi versi, più che scontate concessioni al genere dialettale, sono solidamente inseriti nella temperie culturale primo novecentesca. Le non poche spie dannunziane e in parte pascoliane che vi si riflettono contribuiscono a definire un prodotto di qualità degno di occupare il posto che gli compete nel quadro della letteratura dialettale del nostro secolo e, conseguentemente, l’emarginazione anche editoriale che lo colpisce tuttora. E ciò nonostante si tratti di poesia colta, squisitamente letteraria.”

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Le frontiere invisibili_Il “poema sinfonico” di Giuliante di Gianni Oliva, Bulzoni editore_1982

“ È notevole in Abruzzo la fioritura di poeti rimasti fedeli, secondo un’atavica tradizione, ad una pregnante disposizione umana, informatrice incondizionata d’una poesia dagli affetti caldi, ancora incantata e stupita dinanzi alla bellezza della natura, ai misteri dell’universo, ipersensibile indicatrice dei suoi segreti. È poesia sana, incontaminata, ancorata ai sussulti della macerazione riflessiva, come a un baluardo da contrapporre alle degenerazioni dell’industria culturale, nella difesa energica dei valori dello spirito contro il generale appiattimento. “ [...] “ Poeti abruzzesi, i quali, più che lasciarsi trascinare in balia della corrente, sembrano aver stretto tra loro un solido patto d’alleanza, pur esorbitando dai canoni aprioristici della scuola. È l’influsso forse d’una terra ricca e gelosa delle proprie tradizioni che uniforma e orienta il loro gusto verso problemi vissuti in profondità, ritenuti la più sicura àncora di salvezza, gli unici mezzi idonei a disposizione per la salvezza.”

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Le frontiere invisibili_L’Abruzzo magico di Porto di Gianni Oliva, Bulzoni editore_1982

Marsica

“ La diffusa tendenza allo studio delle espressioni popolari, accanto alla fenomenologia delle abitudini comportamentali, abbracciò anche la favola, come prodotto genuino e inequivocabile della fantasia creatrice del popolo, dei suoi miti, delle sue paure e delle sue gioie. […] L’Abruzzo, che è terra viva e feconda di tradizioni, protette gelosamente dalla corona orografica e dallo spirito conservatore degli abitanti, non poteva non offrire in questo campo il suo specifico contributo. “ [...] “ La favola esprimente il mondo fantastico della gente abruzzese, raccolta dalla voce tremante dei vecchi che narravano gesta eccezionali o avventure di poveri derelitti e lo scontro tra le forze contrarie, tra giustizia e ingiustizia, trovava in quelle sillogi un proprio considerevole spazio. “ “ Un paesaggio abruzzese composito, popolato di pipistrelli, ma anche di pastori, protagonisti di una condizione storica inconfondibile. Nei passaggi che legano strutturalmente le storie, nelle brevi descrizioni degli sfondi, s’intravedono connotati paesistici ben identificabili con l’Abruzzo marsicano, con le sue montagne, le sue vallate, la sua pace sotto la neve, i suoi boschi misteriosi. Elementi che colorano anche la poesia di Porto e che qui ritornano come contorno necessario: << Qui la notte è sparsa di velli / d’arieti turchini, il cielo è calmo / lago di meduse stellari / (…) / Qui ti ribagni a battisteri / d’acque rileviate dai sassi / e qui si addentrano ancora / strette vallate di silenzi / che solo vento di foglie / percorre atraverso di brividi>>. “

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ABRUZZO (da Gioielleria notturna) di Gianni Oliva, Carlo De Matteis, ed. La Scuola1986

TRAMONTO case chiuse lontane un giorno io v’ho abitato fanciullo sulla soglia d’ogni porta che passavo con un salto smemorato: la fune sulla carrucola del pozzo e un rauco giravento di latta sul tetto: tutto ciò è un mio sangue: io lo tocco: bevevo alle cannelle a un palmo dalla terra nativamente pure, il grano cresceva a guardarlo, e le pecore brucavano sui greppi, io le ho sentite belare la sera quando il fieno ammucchiato fermenta odorando come un giardino, scendevano le caste valanghe delle vacche pezzate inazzurrando le coste col fiato conreo vento: si passeggiava in piazze aperte dalla parte del mare e il collare del cane mi rinfrescava la mano stasera la pozza d’acqua è colma di nuvole in secco e di foglie di pampini gialle come la faccia dei vecchi che portano a spalla la bisaccia: ho fatto l’elemosina da tutti i balconi ed ho aperte le finestre ai deserti di pietra cittadina su cui passa il tramonto seminando le sue sitibonde primavere serali, e tra l’una l’altra pausa del vento le foglie si staccano dai rami, mentre io rassetto il mio scarno giardino dove i fiori mi guardano a uno a uno. (N.Moscardelli)

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ABRUZZO ( da Romanzetto del Tione) di Gianni Oliva, Carlo De Matteis, ed. La Scuola1986

LE LUCERTOLE AFFACCIATE La terra aveva ringhiottito e spiegava al sole tranquilla la sua forza, il giorno era venuto per non andarsene più , tardo a finire, che non moriva, dormiva a pena sull’aria rossa, e le donne stremate litigavano ai pozzi, al filo della fontana: le bestie accompagnate dal fischio bevevano il fondo dei piloni. Le cose non volevano staccarsi dall’abbraccio dell’ultima luce, aveva un bell’aspettare la campana; i paesi seguitavano a ripetersi dalle piazze le antiche insolenze, si guardavano in faccia ancora chiari, i grilli strillavano che il giorno non ci avrebbe lasciati, che buono era coricarsi in quel riverbero. [...] Le povere case in piazza erano incantate; a te, coricato sul selciato, i rospi si avvicinavano discreti, curiosi, a salti flosci di vesciche piene e tu cercavi nello splendore della via lattea, chiamata la strada della Madonna, il ragazzo andato a acchiappare la stella, che aveva passato tante valli e tante montagne, e s’era perduto in quello splendore coi piedi insanguinati. (M.Lelj)

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L’ultima anima del paese fantasma di G.M , 9 DICEMBRE 1989,Scienze e vita nuova Roccacaramanico

A ROCCACARAMANICO sui monti dell’Abruzzo, in inverno vive soltanto una donna di 85 anni, Angiolina del Papa: la storia di questo paese ormai abbandonato e della sua unica superstite[…] Fu un popoloso comune. Ai tempi del fascismo e del dopoguerra l’emigrazione lo svuotò. Una donna di 85 anni, Angiolina, ha trascorso un terzo della propria vita da sola nel paese morto, malgrado il terremoto, i lupi, il freddo e l’indigenza. Il paese “fantasma”ha il cacofonico nome di Roccacaramanico. E’ un paesino sui monti dell’ Abruzzo. Oggi uomini di cultura e appassionati lo hanno riscoperto e stando aiutando a trsformarlo in sereno luogo di villeggiatura estiva. D’inverno però, qui Angiolina resta ancora sola, a far la guardia al paese fantasma, ma lei non abbandona, perchè è il “suo” paese, dove sorge la sua casa, dove la chiesa è quella della quale fu nominata sacrestano e dove il cimitero è posto nel quale ella andrà a riposare, un giorno. Di queste cose, pietre, case, memorie, Angiolina si sente custode appassionatamente. Roccacaramanico è a 1050 metri di altitudine, a poche decine di chilometri da Pescara e dal mare Adriatico. Fino al 1927, Roccacaramanico era un comune di 785 abitanti, e l’attuale Sant’Eufemia a Majella era una sua frazione. Ma era un comune povero, l’unica risorsa era vendere i boschi. Poi la miseria, le beghe politiche e di campanile , fecero scegliere ai più la via di fuga già largamente praticata dai montanari meridionali negli ultimi 100 anni: l’emigrazione.

Nel secondo dopoguerra, poi questa divenne l’unica via possibile. Partirono per primi i capifamiglia, poi essi chiamarono gli altri. In pochi anni, Roccacaramanico si svuotò, praticamente si spense. I suoi figli si trapianatrono in Canada, negli Stati Uniti, soprattutto in Australia, gli “americani” vennero assorbiti dal nuovo ambiente, gli “australiani” no, rimasero tenacemente e ostinatamente roccolani, con tutte le loro passioni politiche, i rancori e le contrade. Angiolina in gioventù era stata un po’ chiacchierata, poi sposata e il marito era andato in Australia, ora è sola al mondo, dimenticata, forte, irrazionale,chiusa, un po’ ostile. Vive della pensione del marito, persone buone le procurano le poche provviste di cui ha bisogno, che però paga, non accetta regali. Per il resto si arrangia: perfino le cure mediche se le fa da sè. Naturalmente in queste condizioni di isolamento ad angiolina ne sono capitate tante. A parte i lupi, che d’inverno grattano alla sua porta, a parte i rigori dell’inverno montano, gli acciacchi e le difficoltà di sopravvivere in condizioni quasi primordiali, lei stessa è tipo che i guai se li va a ceracre. Come quella volta che, in pieno inverno, dovendo recarsi in un vicino paese, cadde in un torrente ghiacciato. Spesso trascorre le notti facendo la guardia alla chiesa o al cimitero, contro i saccheggiatori, ha sempre difeso il suo paese con i denti e con le unghie. Oggi Rocca, sta diventando una località turistica estiva, le sue case sono poche, antiche, in parte demolite, le rimanenti restaurate dai turisti. Ma d’inverno, Roccacaramanico torna ad essere il “paese fantasma”eccetto per un’anima, per questa vecchietta: Angiolina Del Papa.

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Ignazio Silone come Don Chisciotte di Maraini Dacia,11 AGOSTO 2001, Corriere della Sera

[…] Lo storico abruzzese Roberto Melchiorre ricorda che Silone era visto male dai marxisti perché anziché «liberare i contadini dalla loro condizione, voleva liberare la terra». Quindi, non spedire i «cafoni» a fare gli operai in città - come poi è successo con il conseguente abbandono del territorio - ma dare loro la terra con gli strumenti e l’ agio per coltivarla a modo loro. La nitidezza con cui Silone legge le differenze fra Nord e Sud del nostro Paese appare ancora oggi convincente: «Gli operai e i contadini poveri, messi alla prova, si comportarono onestamente. Perché? Negli operai e in genere nei lavoratori settentrionali era evidente l’ efficacia dell’ educazione socialista, diventata esigenza e costume di libertà, mentre la forza di resistenza dei contadini meridionali era sostanzialmente diversa. Estranei alla tradizione risorgimentale, disgustati dal cattivo esempio del trasformismo dei politicanti locali e scettici verso tutte le forme politiche, anche se democratiche, la loro coerenza rivoluzionaria era priva di ogni illusione utilitaria e aveva un fondo essenzialmente religioso. «Nella parte d’ Abruzzo in cui sono nato, non vi era una vera e propria vita politica[…]

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Brigata Maiella, gli eroi riscoperti di Carioti Antonio , 11 MAGGIO 2005 ,Corriere della Sera Maiella

[…] Domenico Troilo aveva poco più di vent’ anni ed era un sottotenente reduce dall’ Africa: un giorno ritrovò fra le macerie della casa di famiglia, nel borgo di Gessopalena, il cadavere della madre uccisa dai tedeschi. La Resistenza in Abruzzo cominciò così, come reazione spontanea alla brutalità dell’ esercito nazista, che si era attestato saldamente nella regione e sottoponeva la popolazione civile a continui abusi. Ogni accenno di ribellione suscitava rappresaglie sanguinose.

E ci furono anche eccidi gratuiti. Ettore e Domenico Troilo si misero alla testa degli abruzzesi ansiosi di riscatto, furono il comandante e il vicecomandante della formazione armata la cui vicenda è ripercorsa passo passo nel libro di Marco Patricelli I banditi della libertà . Erano solo 15 volontari il 5 dicembre 1943, tra i monti dell’ Appennino; giunsero in 1300 a Bologna. Ma alcuni si spinsero poi fino ad Asiago, dove stamane il sessantesimo anniversario della liberazione della città viene commemorato dagli ex partigiani veneti e abruzzesi. I combattenti della Maiella si erano dati alla macchia per difendere le loro case e le terre dov’ erano nati, ma quando l’ Abruzzo fu liberato, nel giugno 1944, proseguirono la guerra al fianco delle forze alleate. l reclutamento della Brigata era su base locale, ma il suo spirito era fieramente patriottico: la lotta non poteva interrompersi finché ci fosse stato un solo nemico in armi sul territorio italiano.

Le imprese della Maiella non sono state celebrate quanto avrebbero meritato, si trattava di una formazione non politicizzata. Proprio da alcuni partigiani della Maiella era stato accolto il giovane ufficiale Carlo Azeglio Ciampi nel 1944, quando raggiunse le linee alleate fra i monti dell’ Abruzzo.[…]Fa male pensare adesso alla parola che più associavo all’ interno dell’ Abruzzo, alla bellissima città dell’ Aquila, alle sue frazioni, ai borghi antichi, al paesaggio naturale che la circonda. La parola era: intatto. Almeno considerato come contraltare alle brutali edificazioni della costa adriatica trasformata in un unico serpentone di seconde case, o alle valli piene di centri commerciali e case nuove tirate su come si sa. Anche questa è geografia d’ Abruzzo: le piccole americhe dei grandi centri commerciali, del megacinema, l’ orribile moderno; e la sostanza agricola, contadina e anzi montanara del capoluogo, tra il Gran Sasso e i parchi nazionali più selvaggi del Paese, ma con il suo cuore d’ arte. Facce, anche, geografia umana. E facce anziane soprattutto. Eppure quelle facce, queste facce, sono anche loro, com’ era il centro del centro d’ Italia, in qualche modo intatte. Magnificamente intatte. Nel senso di non corrotte, dure, forse. Facce d’ Abruzzo, gente di terra, legata alla terra, che pure il mondo l’ ha percorso in lungo e in largo, ma che di terra riconosce solo quella. Una patria generosa protetta dalla distanza. 99 piazze, 99 fontane, 99 chiese, questo si diceva de L’ Aquila, accettandone quell’ essere intatta. Come quelle facce che guardano dritto, senza una lacrima, nel giorno del dramma.[…]

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Castelbasso

Arte e vino nel borgo antico di Zanini Luca , 15 LUGLIO 2005 ,Corriere della Sera

Castelbasso, un paesino dell’ XI secolo che d’ inverno conta solo 80 abitanti, è affolato ogni sera di turisti provenienti dagli agriturismi sulle colline come dagli alberghi in riva al mare per seguire il suo ricco calendario. Fra le antiche case, le atmosfere medievali sposano l’ arte contemporanea e d’ avanguardia: Progetto Cultura dedica questa edizione alla figura, all’ insegnamento e all’ eredità di Lucio Fontana. L’ italo-argentino, in Italia dal ‘ 47, «è stato insieme a Burri l’ espressione più alta e autorevole della ricerca artistica italiana - nota Ottaviano Del Turco, neo presidente della Regione Abruzzo - in un mondo dominato dall’ irruzione della grande ondata newyorkese dei Pollock, Rothko, De Kooning». […]Letteratura, con una kermesse poetica cui partecipano 24 poeti da tutto il mondo. DAL NOSTRO INVIATO. CASTELBASSO (Teramo) - Strade che corrono fra le montagne più alte del Centro Italia. E poi giù per le colline che digradano verso l’ Adriatico. Piccole arterie intercomunali che si snodano tra i filari ordinati delle vigne già cariche di rossi grappoli. E campanili, borghi arroccati e case coloniche, isolate sul culmine di un colle. L’ aria inconfondibile dei monti che si mescola alle brezze marine. Un viaggio nella provincia di Teramo, appena due ore d’ auto da Roma, è occasione per scoprire paesaggi incontaminati e godere del clima temperato di queste verdissime zone. Ma non c’ è solo questo nelle fertili terre del Settentrione d’ Abruzzo. Musica, poesia, letteratura, arti visive, spettacoli etnici e comici: sono i temi che si intrecciano nella manifestazione Castelbasso Progetto Cultura, iniziata sabato scorso nel piccolo borgo-galleria, che domani inaugura la sezione dedicata ai «recital di versi e musica» e fino al 28 agosto ospiterà eventi di ogni genere.

Nuovi gruppi italiani - anche etnici - e nuovi comici animano le notti di musica (stasera Cuore a nudo, domani i Masquèra) e cabaret in piazzetta Arlini, nel cuore del borgo, secondo il calendario studiato dall’ Associazione Amici per Castelbasso (vedi www.castelbasso.org). E c’ è spazio anche per il gusto e la conoscenza delle delizie del territorio. Nella sezione Enogastronomia (a cura di Massimo Di Cintio) si è appena concluso il primo mini corso sul Montepulciano d’ Abruzzo Colline Teramane - nuova Docg che già riscuote grande apprezzamento fra gli esperti di vini - e il 21 cominceranno le serate incontro (ogni giovedì) per permettere al grande pubblico di conoscere e degustare alcune fra le circa 50 etichette del Consorzio di tutela: grandi vini ormai in grado di competere con Baroli e Supertuscans. Insieme agli altri sapori della terra abruzzese: formaggi di montagna (il 12 agosto, giornata dedicata ai pastori d’ Abruzzo), pasta artigianale, carne di pecora, […]

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“Una legge per i piccoli comuni. Così l’Italia potrà ripartire” di Lucio Cillis, La Repubblica, 17 MAGGIO 2006

Ci sono quasi seimila piccole realtà pronte a far ripartire il motore ingolfato del nostro Paese. Seimila comuni con meno di 5mila residenti che diventano i protagonisti del rilancio dell’ Italia, grazie alla prima proposta di legge che si prefigge di «promuovere e sostenere, le attività economiche, sociali, ambientali, culturali esercitate nei piccoli comuni e di tutelare il patrimonio». In pratica valorizzazione dei prodotti agroalimentari tradizionali, interventi per lo sviluppo, incentivazione alle attività commerciali e all’ insediamento nei piccoli comuni. L’ iniziativa - sotto l’ Alto Patronato del Presidente della Repubblica - sarà accompagnata domenica prossima dal terzo appuntamento con “Voler bene all’ Italia”, una vera e propria festa nazionale dei piccoli comuni organizzata da Piccola Grande Italia, Legambiente e da numerose altre associazioni ed enti. Cuore della manifestazione sarà un paesino dell’ Abruzzo in provincia dell’ Aquila, Castel del Monte, Capitale d’ Italia per un giorno per sottolineare «l’importanza dei piccoli comuni, di quell’ Italia minore solo per dimensione anagrafica, visto che rappresenta il 72 per cento dei municipi italiani. Piccoli centri, dove spesso si ritrovano le radici della nostra competitività».

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I versi di Alda Merini tra le valli d’Abruzzo di De Leo Carlotta , 21 APRILE 2009, Corriere della Sera

Prosegue anche questo fine settimana il Festival di Castelbasso Progetto Cultura, organizzato nell’ antico borgo abruzzese dall’ Associazione Amici per Castelbasso. Con un appuntamento d’ eccezione. Oggi, nella sezione di letteratura salirà sul palco la straordinaria poetessa Alda Merini. la Merini si confronterà, in un recital poetico, sul tema «La Luce e l’ Ombra» nella poesia contemporanea. L’ incontro si concluderà con un omaggio musicale di Giovanni Nuti con musiche tratte dai testi di Alda Merini. Musica colta anche domani, quando sul palco di Castelbasso si esibiranno alcuni i jazzisti. Ma Castelbasso è anche spettacoli ed enogastronomia. La rassegna giunta alla sua penultima settimana con 35 mila visitatori ( 7 mila solo per la bella mostra di Mario Schifano) propone per domenica 20 Andrea Rivera, cantastorie romano a metà strada tra Belli e Gaber, che presenterà il suo spettacolo «Prossime aperture»: mix di sagace satira politica, costume, poesia colta e allegria popolare con lo scopo di far ragionare e divertire allo stesso tempo, un pubblico il più vasto possibile. Poi seguirà una giornata dedicata ai sapori: martedì 22 appuntamento con l’ enogastronomia a cura di Massimo Di Cintio, per conoscere i prodotti del territorio abruzzese.

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Il rifugio della rocca

di R.Z, “Abruzzo è Appenino”, settembre 2009

Roccacalascio

In cima, 1.460 metri d’altezza, aria frizzante al tiepido sole di un mattino di maggio, fosco e brillante. La macchina l’abbiamo lasciata più giù: nel borgo si entra a piedi accompagnati da sbuffi di vento, giochi di bimbi e gatti in amore. Eppure, su tutti, la vince il silenzio. Rocca Calascio, stella dell’Abruzzo montano, ricordo di antiche glorie medioevali, di abbandoni, crolli e ricostruzioni. Paolo e Susanna Baldi sono arrivati qui nel 1992: appassionati di montagna, frequentatori assidui delle cime abruzzesi, curiosi di far visita a quella torre che sembrava fosse lì a scrutare i monti e le valli tutto intorno. Un anno dopo avevano acquistato il primo rudere. Ancora un anno ed erano i nuovi abitanti di un borgo abbandonato. «Quando siamo arrivati c’erano solo 3 case ristrutturate da turisti. All’inizio abbiamo conservato il nostro lavoro a Roma, anche perché il tentativo di promuovere un’attività di tour operator si scontrava con la poca disponibilità di strutture ricettive.

Nel ’95 abbiamo aperto il rifugio – una camerata da 16 persone, spartana ed essenziale, il riposo del viandante – da li è cambiato tutto». Oggi gli alloggi sono 12, realizzati ristrutturando vecchie case, riutilizzando pietre e vecchie travi, lasciando le tracce di archi e volte antiche, recuperando mobili dell’arte povera locale. E poi il nuovo artigianato degli arredi, gli stucchi e le pitture artistiche sulle pareti, i servizi curati nei dettagli, idromassaggio e internet affianco ai vecchi caminetti di nuovo funzionanti. Tutto senza tradire l’originalità e la storia del luogo, per accogliere al meglio i turisti che da qui partono lungo i sentieri di montagna, verso gli altipiani del Parco del Gran Sasso o il Corno Grande, visitando gli splendidi borghi attorno o puntando alle innevate piste da sci. «La ricettività è la nostra prima fonte di lavoro e guadagno. Ma il nostro progetto è più ampio. Vorremmo fare della Rocca un ritrovo, un luogo di ispirazione: un centro culturale che produca eventi, incontri e attività durante tutto l’anno».

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L’Alto Sangro e il turismo di qualità “Abruzzo è Appenino” ,settembre 2009

Pescocostanzo

Nel cuore dell’Appennino abruzzese c’è la sintesi perfetta che unisce paesaggi, storia, natura e arte per una vacanza ideale. Nelle interviste di seguito, proviamo a fare il punto della situazione all’inizio della stagione estiva. Pasquale Del Cimmuto è sindaco di Pescocostanzo e presidente della Comunità montana dell’Alto Sangro. Ma soprattutto è una persona appassionata, un amministratore che ha idee precise a proposito di sviluppo e progettualità. Lei, tra l’altro, è anche il sindaco di Pescocostanzo, un centro di notevole valore storico e di incantevole bellezza: un compendio di quella che dovrebbe essere la vocazione turistica abruzzese. Per Pescocostanzo abbiamo scelto la qualità. Abbiamo legato il nome della nostra cittadina a manifestazioni importanti, l’arrivo della tappa del Giro d’Italia lo scorso anno è stato un appuntamento significativo in questo senso; ma non abbiamo dimenticato il nostro passato né le nostre peculiarità: il borgo, la riserva del bosco di Sant’Antonio, gli impianti di risalita degli sport invernali, l’offerta artigianale, il merletto, l’oreficeria, il ferro battuto, i prodotti caseari e agro – alimentari. Si sta infrastrutturando l’Ostello diffuso nel centro storico, la ricettività è di buon livello con punte di qualità come i due alberghi a 4 stelle e un centro benessere. Sono d’accordo, Pescocostanzo è un compendio turistico, ha la possibilità di offrire in inverno e in estate le bellezze della montagna abruzzese.

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S. Stefano di Sessanio

S.Stefano di Sessanio: un modello per la ricostruzione di R.Z, “Abruzzo è Appenino”, settembre 2009

[…]Volevamo incontrare Kihlgren per ripercorrere con lui la storia di Sextantio, il progetto di recupero del borgo antico di Santo Stefano di Sessanio nato da un’ispirazione e diventato modello imitato e apprezzato nel mondo. Giunto da Milano a Santo Stefano per caso, durante uno dei suoi viaggi in moto alla scoperta dell’Italia nascosta, sconosciuta e autentica, Kihlgren soffre oggi l’impossibilità anagrafica di non potersi definire, per nascita, Abruzzese. « Anni fa, durante un viaggio in Sicilia, visitai la Valle dei Templi ad Agrigento: fui profondamente colpito dall’eccezionale forza evocativa dei monumenti e, insieme, dalla brutale aggressione edilizia che ha devastato tutto il territorio a ridosso dell’area archeologica. Fu allora che decisi di cercare un luogo dove fosse ancora possibile salvare quel patrimonio storico minore quasi ovunque sacrificato in nome della modernità e, paradossalmente, del turismo e della ricettività. Arrivai a Santo Stefano otto anni fa, quasi per caso: un borgo incastellato semi abbandonato nella terra d’Abruzzo, lambito da un piccolo lago con una fonte sorgiva naturale. Nel paesaggio agrario circostante non vi era segno alcuno del ventesimo secolo. Trascorsi settimane a vagare per il territorio, per vivere, partecipare, comprendere, soffrire del fascino arcano di questa terra e iniziai così ad approfondire un progetto che potesse rendere conto di questa identità». Oggi l’albergo diffuso realizzato da Kihlgren a Santo Stefano di Sessanio conquista le prime pagine di riviste e giornali internazionali.

L’ idea di Kihilgren è ormai d’esempio per chi promuove una forma di turismo che coniughi la salvaguardia della memoria dei borghi all’esigenza di farli vivere nuovamente, anche se solo per il fugace tempo di una vacanza: un esempio di ricostruzione che, pur conservando intatte le architetture utilizzando tecniche e materiali tradizionali, ha restituito un patrimonio sicuro che ha resistito anche alle forti sollecitazioni nei giorni del sisma. «Un modello replicabile, anche se non dappertutto. Ma a chi dice che non è possibile recuperare un patrimonio anche gravemente compromesso, rispondo che quando ho acquistato la prima casa a Santo Stefano c’erano solo ruderi di mura avvolti dalla “foresta amazzonica”. Sicuramente scegliere la strada del recupero conservativo ha un costo, ma con un progetto di valorizzazione alle spalle è possibile programmarne anche un ritorno. L’albergo diffuso di Santo Stefano è un luogo di sperimentazione, dove tra eventi culturali di livello internazionale e ricerche per il recupero delle vecchie tradizioni, l’equipe di Kihlgren tenta di dar nuova vita al borgo. Scavando nella memoria storica degli anziani, frugando tra le case e nei paesi tutt’intorno, a Santo Stefano vengono oggi riproposti i sapori di un tempo, l’artigianato domestico, la filiera completa legata a tutti i prodotti che una volta erano destinati all’autoconsumo. Intanto l’attenzione e la curiosità per questo piccolo borgo hanno portato diversi imprenditori a realizzare appartamenti da affittare, residence in palazzi d’epoca, agriturismo, mentre si è riaperto un mercato immobiliare e molte sono le famiglie che tornano ad occupare stagionalmente le case fino a qualche anno fa abbandonate. « Quando ho iniziato ad acquistare le prime strutture mi prendevano per matto. Oggi Sextantio è una realtà consolidata e ci è capitato addirittura di mettere in vendita alcune case». Un destino nuovo per questo gioiello della montagna abruzzese che, senza malinconia ma con riconoscenza, sulle tracce di un recente passato sta disegnando il proprio futuro.

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Montesilvano

LA GUERRA DEGLI ANTO’

di Riccardo Milani (1999)

Perché sono contro: contro il cemento che devasta la costa, contro una guerra che gli soffia sul collo (Iraq 1991) e da cui si può solo scappare... e allora gridano “E-mo’-basta” (il nome della loro fazione). Perché si muovono un po’ storti, e con scarpe troppo grosse, in giro per l’Europa, o sul lungomare vicino a casa. Camminano a tempo delle musiche zingare degli Avion Travel, spinti da quel coraggio della disperazione che travolge i personaggi di Kusturica..

Lu Malatu, Lu Zombi, Lu Zorru e Lu Purk sono bellissimi. Da Montesilvano, Pescara, buco del culo del mondo, i quattro Antò arrivano dritti al cuore. Perché hanno facce potenti, che sembrano uscite da un fumetto di Pazienza. Perché hanno creste celeste metallizzato e giubbotti di pelle, ma sono lontani dal nichilismo “No Future” del punk inglese: vogliono essere travolti dal troppo vivere per uscire da quello che chiamano “il disumano vuoto pescarese”.

[..] esce nelle sale (poche e “scomode”) “La guerra degli Antò”. Questo piccolo film che parla abruzzese stretto, scoprendo un’ignorata (dal cinema, dalla tv) realtà di provincia e dei veri attori/nonattori reclutati nelle Arci della regione, rischia di passare inosservato, di scomparire. Riuscirà Donatella Raffai a ritrovarlo, proprio come fa nel film con Lu Purk (trasformando Chi l’ha visto? in una sagra paesana)? Forse il film é fuori moda come i punk, forse degli Antó non gliene frega niente a nessuno, ma - come dice Lu Malatu - “se ci scancellano a noi, cosa resta di Montesilvano?”. E cosa dell’attuale cinema italiano?

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Documentario_NA VOTE E MOâ&#x20AC;&#x2122; di Ottavio di Paolo_ITALIA 2008 Colli Frentani

SINOSSI: Aneddoti di persone dei Colli Frentani dove stenti e fatiche, ma anche gioie e candore, ne hanno scandito per lungo tempo la vita.

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Sant’ Omero

Documentario_LE CHIAVI DEL PARADISO di Caterina Carone_ITALIA 2007

SINOSSI: Le chiavi per il paradiso è un improbabile viaggio alla ricerca di qualcosa in cui credere. Ed è proprio nel luogo delle sue origini, Sant’Omero minuscolo paesino abruzzese, che la regista decide di fare questo tentativo. Eroi inconsapevoli della sua infanzia: Creola, Leandro ed Angelo, rispettivamente di 77, 89 e 68 anni, tra loro diversissimi, si ritrovano così ad essere i ciceroni di questa ardua e surreale ricerca.

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Documentario_IL DIAVOLO INVENTO’ LA VANGA di Gianni di Claudio_ITALIA 2007

SINOSSI: Nell’arco delle stagioni - dalla primavera all’inverno – la vita dell’uomo dei campi e di una civiltà ormai perduta: gli usi, i costumi, i lavori, i canti tradizionali, i riti, le credenze, le storie e le feste.

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IL SERPARO


L’ultimo personaggio della narazzione del territorio abruzzese è un serparo. Il serparo è un semplice ragazzo o contadino locale che il primo giovedì di Maggio si trasforma nel protagonista di un rituale magico-arcaico che si perpetua in Abruzzo da secoli. La figura del serparo è assunta come emblema della forte identità religiosa, a tratti pagana, di questa regione. Il Serparo è un protagonista fondamentale per il suo contributo nella tradizione del rito arcaico, che perpetua il calendinaggio cocullese. Il serparo come portavoce degli ultimi abitanti dei borghi abbandonati abruzzesi che non abbandonerebebro mai la propria casa come la propria chiesa. Il serparo come sintesi metaforica delle credenze popolari tanto radicate in Abruzzo. Questo personaggio racconta contemporaneamente il timore e il rapporto mistico degli abtanti con la natura, narrando gli aspetti magico- religiosi di una cultura subalterna abruzzese. Il Rito dei Serpari, come manifestazione al confine tra contenuto religioso e pagano, ebbe inizio nel dodicesimo secolo.Le prime documentazioni storiche sulla festa di S. Domenico a Cocullo risalgono al 1392, mentre intorno al 1500 è già possibile dire con certezza che il giorno della festa era anche allora il primo giovedì di maggio. Oggi il serparo è un ragazzo o un contadino qualsiasi, che nella caccia alle serpi esprime con naturalezza l’agilità e la forza della gente dei campi. La grande giornata del Rito dei Serpari inizia alle prime luci dell’alba con l’arrivo delle compagnie di pellegrini provenienti da quei luoghi dove il culto del Santo è più profondo: Campania, Molise e Lazio.

E’ un momento di alta tensione umana. Donne, uomini, vecchi giovani costituiscono la testimonianza più viva dei significati attuali del rito tra i quali, appunto, quello del recupero della identità sociale e antropologica smarrita. In piazza la commistione tra sacro e profano raggiunge il culmine. I fedeli, a turno, addentano la catena di una piccola campana facendola suonare. Questa usanza secondo la tradizione, ha il potere di preservare dal mal di denti. Intanto la piazza è il luogo dove sostano i serpari i quali, in attesa della processione, esibiscono orgogliosamente grappoli di serpi che sono riusciti a catturare. I serpari sono per lo più giovani sui trenta anni e bambini intorno ai dieci anni. A Mezzogiorno in punto la Processione, il clou della giornata; dal Santuario di San Domenico, la statua del Santo esce portata a braccia, appena uscita viene adagiata sul sagrato dove i serpari la “inghirlandano” con le serpi più grosse intorno al collo ed alla testa del Santo. Terminata la festa, i rettili - che un tempo venivano uccisi - vengono riportati nei campi. La presenza del serpente nei riti religiosi di questa zona è molto antica ma le origini della figura del serparo sono forse da ricercare nel “ciarallo o ceraulo”, un personaggio assai diffuso in età tardo medioevale, figura sacrale che incarnava una sorta di mago. Oggi, scomparso l’elemento magico rituale e passata l’identificazione con contadino ed il pastore, tutti, prevalentemente i giovani, si dedicano alla cattura dei rettili.


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VIAGGIO IN ABRUZZO_I MARSI, INCANTATORI DI SERPENTI di Richard Keppel Craven_1831 Cocullo

“ Spero che non sia ritenuta un esagerazione frivola a favore della loro identità osservare che gli attuali abitanti di questa regione pretendono di possedere lo stesso occulto potere dei loro antenati: incantare i serpenti velenosi e renderli innocui. In moltissimi luoghi del regno di Napoli si possono vedere occasionalmente carri che trasportano scatole piene di serpenti di ogni specie e colore, che i marsicani mostrano alla folla intenta a guardare; nello stesso tempo, questi offrono, molto a buon mercato, il modo di rendere gli spettatori invulnerabili ai morsi dei serpenti. “ “ L’operazione richiesta per assicurarli contro il veleno dei serpenti per l’avvenire consiste in un leggero graffio alla mano o al braccio fatto dal dente di una vipera, privata del suo veleno, poi nell’applicare una pietra misteriosa alla puntura e infine nel dare all’interessato un‘immagine di San Domenico di Cocullo con una preghiera.” [...]

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GLI ASPETTI MAGICO RELIGIOSI DI UNA CULTURA SUBALTERNA ITALIANA di Alfonso M. di Nola, Bollati Boringhieri 1972 Cocullo

“La sequenza centrale resta la processione, nella quale la statua di San Domenico, circondata da serpenti all’uscita della chiesa, viene portata su base lignea a quattro stanghe: come in molti altri centri abruzzesi i portatori, in numero di quattro, hanno vinto all’asta il diritto di reggere le stanghe. La statua è preceduta dal clero locale, dalla banda e da ragazze che cantano l’inno composto da Marchione. Le compagnie arrivano in corriere, si ordinano a file di tre, con separazione sessuale dei maschi, che precedono, dalle donne che seguono. La fila processionale è preceduta da una croce, spesso adornata con grandi ciuffi di fronde e di fiori e dagli zampognari, quando la compagnia ha procurato la loro partecipazione”... “Seguono due ragazze in costume che reggono sulla testa le ceste in cui sono i ciambelli o pani rituali. I ciambelli sono cinque e vengono preparati e cotti nel forno comunale da alcune donne specializzate. Questo cibo rituale esprime probabilmente una simbologia di fecondità, con riferimento alla forma (ostio vaginale) e alla stanga cui sono apposti. La processione esce dalla chiesa a mezzogiorno e attraversa il paese, per sostare ai limiti di una breve vallata all’estremità della quale vengono sparati botti e accesi fuochi d’artificio”...

“I serpenti appaiono in due aspetti diversi della festa. Nella folla numerosi giovani esibiscono e portano in mano o al collo viluppi di serpenti che sono toccati dai presenti e che sono insieme oggetto di contrattazione e di vendita. Il secondo momento è quello della processione, quando la statua del santo viene circondata da serpenti. Sussiste nella memoria degli intervistati il costante riferimento al serpente come al rettile pericoloso e malefico che attenta , quando è velenoso, alla vita umana e, quando è innocuo, succhia il latte delle donne, delle pecore, delle capre e delle mucche”... “Con la saliva dei serpenti i serpari curano le morsicature. Essi uccidono anche i serpenti per preparare antidoti contro i veleni, che poi vendono. I serpenti, dopo che sono stati strappati loro i denti, vengono conservati al fresco, posti in vasi e messi sotto terra, con una piccola apertura”... “Durante la festa emerge una conflittualità fra timore e familiarità con i serpenti. Le risposte degli intervistati sono indicative: «Si toccano i serpenti perchè solo oggi, nella festa sono innocui», «I serpenti si offrono al santo», «Se un serpente morde un animale o un uomo non si deve uccidere, perchè si provocherebbe la morte dell’animale o dell’uomo aggrediti»”...

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LE FRONTIERE INVISIBILI_LO CHIARO E LO FUSCO di Gianni Oliva, Bulzoni editore_1982 Montemorrone

“ Del carattere prevalentemente religioso della cultura abruzzese fanno fede testimonianze antichissime che risalgono alla prima diffusione del Cristianesimo. Da Roma la nuova dottrina penetrò a raggiera nei territori limitrofi e tale penetrazione fu facilitata dalle frequentatissime strade di comunicazione e di commercio, in particolare dalla via Valeria, che raggiungeva il cuore dell’Abruzzo. “ [...] “ La grande figura di Celestino, l’eremita del Morrone, assurge in seguito a simbolo di una condizione esistenziale facilmente estensibile alla gente abruzzese e al suo vivere la religione, fuori da ogni schematismo dottrinario o complicazione teologica, improntandola ad una semplicità o, se si vuole, anche ad una rozzezza di modi che si rivela << genuina, ma non ingenua (…) frutto di una coraggiosa scelta cristiana>>, imparentata alla primitiva condizione evangelica. “ […] “ Nonostante la conformazione orografica e le grandi vallate che lo percorrono, caratteristiche fisiche che farebbero pensare ad una naturale chiusura verso l’esterno, l’Abruzzo non può mai dirsi territorio isolato; la posizione geografica centrale ne fa invece una regione di passaggio obbligato delle comunicazioni verticali e orizzontali della penisola. Vi consegue che i movimenti vi penetrarono facilmente e rapidamente. “ […]

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ABRUZZO ( da Testi volgari abruzzesi del duecento) di Gianni Oliva, Carlo De Matteis, ed. La Scuola1986

Su ne la croce fo clavellatu Et de le spini fo coronatu Et de la lança feruru au latu Oi me tapinu, ke gran peccatu! [...]

LAMENTAZIO BEATE MARIE DE FILIO Ore plangamo de lu Siniore, De Iesu Christo lu Redentore, Con alta voce per grande amore, Piçuli et grandi, tutti, per core. Pro nui tradutu fo e immartoriatu. Tradiulu Iuda dèlu a Ppilatu. Oi me tapinu, ke reu mercatu! [...] Poi fo menatu em monte Calvaru, Tuti Iudei là xe assemblaru, La vestementa soe li spoliaru Et am gran tortu lu condendaru.

Ore pregimo l’altu Siniore, Ke de lu mundo è rredemptore, Quillu ke benne na passione Ka le peccata nostre perdone. [...] Su de la croce scì fo posatu L’altu Siniore nostru beatu; Sancta Maria scì l’à ‘ braçatu E ttuttu quantu scì l’à vasatu: “Or me favella, dolce meu amore, Maritu et filiu et patre et siniore. Or so feratu scì nde lu core Ke sempre moro de lu dolore” [...]

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In diecimila a Cocullo per la festa dei serpari 6 MAGGIO 2004 , Corriere della Sera Cocullo

Sono attese oltre diecimila persone oggi a Cocullo per la tradizione Festa dei Serpari, che si tiene ogni primo giovedì di maggio. Il piccolo centro rinnova il rito dei serpari e di San Domenico in una processione unica al mondo nel suo genere. La festa ha origini antichissime che si riallacciano ai riti precristiani locali: i Marsi coltivavano l’ arte di incantare i serpenti. All’ epoca della Roma Repubblicana era si venerava la dea Angizia protettrice contro i morsi dei serpenti. Con l’ avvento del Cristianesimo fu sostituita San Domenico.

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Tra terra e cielo la teca di Santa Gemma salvata dalle macerie di E. C , Abruzzo & Appenino,agosto 2009

Questa terra ha sempre intensamente vissuto il rapporto con la natura, i suoi cicli stagionali di morte e rinascita, la violenza a volta inspiegabile e la prodigalità senza limiti; ha dialogato con essa attraverso la divinità: posta a guardia dei valichi, delle strade, dei campi coltivati, a contatto con le sorgenti d’acqua e le grotte, prossima ai segni delle forze che si manifestano e non si controllano.

A scandire i cicli naturali e i ritmi della vita degli uomini, le feste e le piccole ricorrenze consumate nelle case, nelle chiese e nelle piazze: il singolo si fa comunità e insieme si affronta un percorso comune. Gioioso, nei momenti di letizia, lacerante, in quelli del dolore, comunque condiviso, sotto la protezione della divinità che nel tempo ha cambiato nomi e volti, ma non la sua essenza e il compito che le è sempre stato proprio: guidare l’uomo tra le sue aspettative e le sue ansie, mostrandone il senso più nascosto e meno accettato perché troppo spesso doloroso. Per questo quando i Vigili del Fuoco hanno estratto dalla chiesa squarciata dal terremoto la teca intatta di S. Gemma – fanciulla vergine che protegge Goriano Sicoli –, il pianto liberatorio e gli applausi hanno reso di nuovo viva la comunità, unita attorno a un sentire condiviso. La custodia trasparente è scivolata sulle spalle degli uomini, con leggerezza e rapidità, facendosi strada tra la gente che ha recuperato, ancora una volta, il contatto con la terra e la complicità con il cielo. Come in tanti altri luoghi dell’Abruzzo. Subito, fin dalle prime ore, ogni paese ha cercato tra le pietre le sue immagini sacre, i suoni delle campane, i segni di quella che non è soltanto una fede, ma una religione umana che si perpetua nel cercare il dialogo con le forze sovrannaturali e nel rimettere ad esse il proprio credo laico o cristiano.

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I riti religiosi e il terremoto della Marsica di A. T. N , Abruzzo&Appenino,settembre 2009

Pescasseroli

[...] Nel 1915, le genti marsicane anche dopo il terribile terremoto non persero mai la fede, anzi proprio le feste popolari riuscirono a mantenere unito quel tessuto sociale ricco di tradizioni. La festa continuava ad essere un momento di contemplazione gioiosa, in cui si faceva memoria della propria storia, della propria gente, dei propri cari e si celebrava la speranza di non soccombere alle sventure, alle malattie e alla morte stessa. Si continuarono a festeggiare le più importanti ricorrenze religiose ma anche le feste patronali caratterizzanti i vari paesi della Marsica come la Madonna di Pietracquaria ad Avezzano, I Santi Mariri a Celano, San Berardo a Pescina, San Vincenzo a Gioia dei Marsi, San Cesidio a Trasacco ecc. Il momento festivo ha continuato a svolgere un ruolo centrale nella vita dei marsicani, facendo emergere il bisogno e la volontà di recuperare nell’elemento religioso, i valori più profondi della vita comunitaria:

proprio attraverso la festa si è cercato di esorcizzare la precarietà dell’esistenza, la povertà quotidiana. Le feste sono, quindi, diventate il luogo privilegiato per creare o rinsaldare i legami sociali; nella partecipazione collettiva a questi momenti eccezionali la comunità marsicana riassumeva consistenza e identità. E le genti della Marsica istituirono proprio il 13 gennaio la ricorrenza della Madonna del terremoto. Ancora oggi in questo giorno, in tutta la Marsica, vengono suonate le campane a lutto e celebrate messe in suffragio per i defunti, per ricordare la terribile tragedia. A Pescasseroli, dato che il terremoto provocò lievi danni, le campane suonano a festa come segno di ringraziamento per lo scampato pericolo. Il giorno della vigilia si usa digiunare per esprimere gratitudine ma anche per pregare la Vergine perchè tenga lontano terremoti e sciagure di ogni genere.

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Feste d’inverno

Una lunga barba bianca, il bastone piantato a terra e, ai piedi, un maialino. Ecco i tratti che caratterizzano nell’iconografia e nell’ immaginario popolare la figura di Sant’Antonio Abate, il protettore degli animali. Un santo amato e oggetto di grande devozione soprattutto nelle campagne e in tutti i territori di impronta agricola, una devozione che resiste all’usura del tempo e trova ancora il modo di rivivere in quei borghi d’Abruzzo dove le usanze e le tradizioni del mondo contadino non sono state archiviate come semplice ricordo. Antichissime sono d’altronde le origini di questo attaccamento popolare, risalenti, secondo molti, al Medioevo, periodo storico in cui era fortissima l’avversione nutrita nei confronti del diavolo, il nemico più acerrimo del frate dalla lunga barba bianca.[...] Ma Sant’Antonio è riconosciuto soprattutto come protettore degli animali perché l’ordine da lui fondato, quello degli Antoniani, aveva ottenuto il permesso di allevare maiali all’interno dei centri abitati, dove circolavano liberamente con al collo una campanella e il loro grasso veniva usato per ungere gli ammalati durante le pestilenze. Il culto di Sant’Antonio, celebrato il 17 gennaio, si diffuse così nelle campagne perché come, recitava un vecchio detto popolare “da pericule, male e lambe, Sant’Antonio ce ne scampe”.

di B.G , Abruzzo & Appenino,agosto 2009

Questa data per i contadini è diventato momentodi grande festa. Con l’arrivo dell’inverno, infatti, si rallentava l’attività lavorativa dei campi e si rendeva onore al santo con l’accensione di grandi falò nei paesi e nelle contrade e portando in processione la statua del santo insieme all’immancabile maialino. La festa tuttavia iniziava già giorni prima quando dei gruppi di persone, soprattutto artigiani, raccolti in “allegre brigate” giravano per le case dei contadini, cantando e interpretando con strumenti improvvisati canti in onore del Santo o su episodi della sua vita, come la lotta con il demonio o le tentazioni nel deserto. Lo scopo era quello di ottenere gustosi regali come lonze, salsiccie, prosciutti, e ventricina: si girava infatti tra le famiglie dove si ammazzavano i maiali e dove c’era, quindi, sicura abbondanza, nella speranza di ottenere qualcosa da mangiare, un bene allora non scontato. E’ questo il fulcro de “Lu Sand’Antonje”, manifestazione che da sedici anni anima l’antico borgo di Cermignano, nella valle del Fino, in provincia di Teramo. Qui, anche quest’anno, il 16, 17 e 18 gennaio sono stati riproposti, come nucleo centrale della festa, gli antichi canti di questua, recuperati dalla tradizione orale e interpretati da 20 gruppi popolari, provenienti da tutta la regione, che animeranno a rotazione le sei piazzette del paese con i canti e le recite sulla vita del santo. E così a Cermignano, come in ogni altro angolo d’Abruzzo, l’antica devozione a Sant’Antonio continua a rivivere attraverso la riproposizione dei suoni, dei sapori e dell’atmosfera della vita contadina, per ricreare la convivialità e l’allegria di quel mondo, partendo da ciò che ne rimane e preservando quello che va scomparendo.

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Le madonne nere

di A.T.N , Abruzzo & Appenino,luglio 2009

Pescasseroli

Nel vasto panorama artistico che accompagna le più singolari testimonianze della fede popolare, un posto d’onore lo meritano le Madonne nere. La tipologia della Madonna nera è molto diffusa nell’arte e nel culto della chiesa occidentale del medioevo. La forma severa e la pelle scura appartengono allo spazio del sublime, del timore reverenziale, e non della vita quotidiana. […] La regina dalla pelle scura si identifica con la chiesa pagana che si offre a Cristo. Inoltre, per spiegare la forza della Madonna nera si è sempre fatto ricorso al paragone con le antiche dee madri dalla pelle scura. La chiesa cristiana avrebbe dunque incorporato divinità preesistenti interpretandole in una visione nuova, anche perché la chiesa medievale trasformava templi pagani in chiese, culti legati alle divinità femminili in festività mariane.[…] Il loro ritrovamento è quasi sempre associato ad un albero o ad un cespuglio e spesso i santuari a lei dedicati si trovano nei percorsi tratturali.

Queste due statue, per la comunità,sono indubbiamente dotate di poteri straordinari. La devozione mariana del popolo pescasserolese è notevole e tangibile quando nelle feste dedicate alla Vergine una folta affluenza di fedeli si ritrova nella comune venerazione della Madre di Dio. Le due piccole statue, l’Incoronata con il suo aspetto regale e austero e la Vergine di Monte Tranquillo con i suoi dolci lineamenti, sembra abbiano poteri distinti. La Madonna Incoronata viene implorata esclusivamente per le guarigioni del corpo, mentre la Madonna di Monte Tranquillo viene invocata per preservare il paese dalle calamità. La cultura orale vuole che nel 1752, quando la Madonna fu Incoronata, i molti malati presenti furono risanati. La Festa della Madonna Incoronata(7-8 settembre) è sicuramente la più antica, la più ricca di documentazione e di aspetti devozionali. [...] sovrasta i boschi e intercede per il suo popolo presso Dio. Ovviamente le origini abbastanza misteriose che accompagnano la storia delle statue nere, hanno determinato una notevole risposta tra il popolo abituato da tempi remoti a sacralizzare, sulla base di una remota memoria ancestrale, le testimonianze di cui si è perduta la primitiva origine.

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La Desolata. Il rito antichissimo di Pescasseroli

di Luca del Monaco _ Abruzzo & Appenino, giugno 2008

Pescasseroli

“ Considerata la forte influenza dell’Ellenismo sulle prime fasi del cristianesimo, non c’è da meravigliarsi che i fedeli della nuova religione cristiana fossero in cerca di una figura in grado di sostituire le divinità femminili pagane. Sicuramente nacquero forme di sincretismo tra Maria e le dee precristiane come Iside, madre e redentrice, il cui culto era estremamente popolare nell’impero romano o le dee madri come Artemide, Demetra. La Pasqua è da sempre la festa che coniuga il tema della morte e resurrezione di Cristo, fulcro della spiritualità cristiana, con i festeggiamenti per l’arrivo della primavera. Niente di meglio per esorcizzare la fine dell’inverno e onorare l’avvio della bella stagione. Ogni paese, anche il più piccolo, è impegnato, nei giorni che precedono la Pasqua, nelle celebrazioni della Settimana Santa, quando rievocano le antiche tradizioni e un passato lontano che il più delle volte affonda le radici nel primo Medioevo. Continuando nel percorso di avvicinamento alla Pasqua, la nostra attenzione va al rito antichissimo della “Desolata” cioè la devota rappresentazione paraliturgica della Madre che va alla ricerca angosciosa del figlio condannato a morte. Nelle prime ore della mattina del Sabato Santo a Pescasseroli, come in molte altre località a che se in modi diversi, si svolge la tradizionale processione della “Desolata”, le cui origini sono antichissime, in una suggestiva e coinvolgente cornice che la rende unica. È una commovente manifestazione di religiosità popolare, eseguita esclusivamente dalle sole donne.”

“All’alba, un gruppo di donne si riunisce nella Piazza S. Antonio e da inizio al rito. Una delle partecipanti porta la croce tradizionale raffigurante gli strumenti della passione e crocifissione del Cristo: la lancia, il martello, i chiodi, la spugna, le tenaglie, il gallo, il calice e la scala. Durante la processione, s’immagina la Madonna che vaga alla ricerca del figlio. Il rito è accompagnato da antichi e struggenti canti popolari, che rievocano la passione di Cristo e ricordano le antiche lamentazioni funebri, intervallati dal fragoroso suono delle trikke-trakke e delle racanelle. Verso le 5 del mattino il corteo fa ingresso nella chiesa parrocchiale dove la dirigente, una persona anziana che ricopre tale carica per gli anni di esperienza acquisita, inizia la funzione cantando, sempre con la stessa melodia, la via crucis tradizionale e quella di Maria Desolata in italiano antico. Anni fa durante la funzione le donne, per immedesimarsi meglio nel dolore di Maria, baciavano la terra 63 volte in suffragio delle anime purganti, si percuotevano il petto e percorrevano scalze il perimetro della chiesa gettandosi, di tanto in tanto, a terra. Il rito si conclude, alle 8 del mattino, con il bacio della Madonna Addolorata e del Cristo morto. Ogni anno questo rito assume sempre più corpo data anche la folta partecipazione di ragazze che vogliono rendere sempre viva una tradizione tramandata dalle anziane donne del Paese. “

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capitolo 5_IL SERPARO


I restroscena della settimana santa di A.F , Abruzzo & Appenino,13 dicembre, 2006

Nella sala delle adunanze della SS. Trinità si sorteggiano i portatori del crocifisso ligneo, si estrae il “tronco”, i capoprocessionieri, le quadriglie per le statue del Cristo Morto e dell’Addolorata, i mazzieri. Nella cappelletta di Santa Maria della Tomba, i lauretani sorteggiano le quadriglie che porteranno i Santi, il Cristo, lo Stendardo e le rispettive scorte, ma soprattutto la quadriglia della “corsa”, mentre la guida spetta al Capo dei Sagrestani, che ha la facoltà di cederla ad un’altro confratello di provata esperienza. Le sale sono gremite, traboccanti. La chiesa della SS. Trinità è stata chiusa. All’interno solo i confratelli addetti ad allestire la processione. Alle 18 il portone si apre, i confratelli, ancora senza il saio rosso, si apprestano ad entrare. Il momento è toccante, le lacrime agli occhi, gli abbracci, lo stupore nei volti dei più anziani, come se fosse la prima volta che assistono ad un momento che si ripete sempre uguale, da secoli. La Pasqua è sentita come la fine di un anno, si tirano le somme, il pensiero corre al ricordo di chi non c’è più. Si indossano saio, cordone e pettorina bianca. L’atmosfera è carica di pathos. Si attende con ansia l’imbrunire, si accendono i fanali, la chiesa in un attimo si vuota. Restano solo le quadriglie che trasporteranno i simulacri, pronte a “gettare la conta”, l’ultimo rituale che designerà chi uscirà di chiesa con la statua in spalla e chi avrà l’ambìto compito di riporla, lungo l’ultimo intensissimo tratto del rientro.

D’ora in avanti un religioso silenzio abbraccerà il corteo, guidato agli sguardi e dai gesti del capoprocessioniere e dei mazzieri, interrotto solo dal canto corale di antichi Miserere. Lo stesso silenzio ha invaso la breve intima processione del pomeriggio lungo i vicoli del quartiere laureano, e il sabato avvolgerà il corteo di scorta alla Madonna vestita a lutto verso la chiesa di San Filippo, in una suggestione di accesi colori, fuochi e profondi bui notturni. Nella confraternità di Santa Maria di Loreto si è provveduto alla vestizione della statua, un rituale carico di emotività e mistero,conservato nel più assoluto riserbo dai sodali; si è provato il meccanismo che permetterà la caduta del manto nero il giorno della corsa; si è allestita la scenografia per la rappresentazione della resurrezione del Cristo alla mezzanotte del sabato. La domenica mattina è un subbuglio, si affidano i ruoli, si infilano saio e mozzetta, si stringono i cordoni. Le parole si caricano di significato. Manca poco alla conclusione. Per molti è la gratificazione di una vita, un momento atteso sin da ragazzini. La tensione è palpabile e spetta alla “guida” trasmettere tranquillità, valutare lo stato d’animo della quadriglia. Un gesto di incitamento, una battuta di spirito per scaricare la pressione emotiva, uno sguardo a scrutare l’ansia negli occhi dei corridori. Poi fuori, i primi diecim metri, i più importanti. Si sussurrano parole di conforto, si impartiscono li ultimi ordini, mentre i sacrestani della scorta si preparano ad intervenire al minimo segno di cedimento. Si prende il tempo, gli ultimi tre passi: “Uno…due…pronto”. Torna il silenzio, per un attimo. “A puzo…Via”.

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ieri

oggi

rituali pagani rito arcaico

domani

sacro campane

PROCESSIONE FEDE CHIESA

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La Pasqua sulmonese di A.F , Abruzzo & Appenino,13 dicembre, 2006 Sulmona

La Pasqua sulmonese è un evento atteso tutto l’anno, una rappresentazione teatrale collettiva, una messinscena di volti, processioni, passi e cori che prendono vita nelle piazze e nelle strade, negli scorci più suggestivi della città. La Pasqua sulmonese ha i tempi e le cadenze antiche della processione del venerdi santo: nell’attimo esatto in cui si aprono le porte della chiesa della SS Trinità, quando cominciano a risuonare le note di Chopin e si muovono ondeggiando i costumi rossi dei trinitari e incedono lentamente i primi fanali, tutto ha inizio. E tutto si ripete, come da copione, con le stesse geometrie,con gli identici gesti, le identiche modalità, secondo le prescrizioni di statuti antichi e secolari: sulla base delle regole codificate si predispone il corteo processionale, i due capoprocessionieri ad aprire la strada al Quadrato scorta del Tronco, poi a due a due i fanali fino ad arrivare al Coro che precede i simulacri del Cristo morto e della Madonna Addolorata e, a chiudere, il cappellano con le massime cariche dell’arcisodalizio. Proprio come avvenne la sera del 13 aprile 1827, prima data documentata della rappresentazione.

Quindi, si parte: lungo le strade del centro si snoda la processione dei Trinitari, l’arciconfraternita depositaria del rito del Venerdi Santo, caracollando con il suo ritmo particolare, lo struscio, fino ai luoghi simbolici della città, fino alla piazza Maggiore, già Garibaldi, dove avviene lo scambio (secondo un accordo che risale al 1961), la cessione di sovranità temporanea, per cosi dire, allorquando gli arredi processionali cambiano colore, passano dal rosso dei Trinitari al verde dei Lauretani, l’altra Confraternita che organizza invece la Madonna che scappa, la domenica di Pasqua. Passando davanti alle scalinate dell’Annunziata, dove si raccolgono e si assiepano i cittadini e i turisti per un ultimo saluto al corteo, mentre risuonano le voci del Miserere del coro e scintillano le fiaccole dai balconi, ciascuno dei protagonisti rivive e riavvolge il battito di una serata in cui il rito religioso ha palpitato con le emozioni prosaiche di una vera e propria rappresentazione scenografica, illuminata dai chiaroscuri e dai riflessi cromatici di una città in stato di grazia, ma contrassegnata pure dalla stanchezza fisica, dalla fatica di aver mantenuto un ritmo sempre uguale, quei passi cadenzati dello struscio che ancora risuonano misteriosamente lungo i selciati di corso Ovidio anche quando tutto si è compiuto, e l’ultimo figurante a tarda notte lascia il luogo della scena di un venerdi santo consacrato alla tradizione. La Pasqua sulmonese ha anche il ritmo di uno scatto nel cielo di mezzogiorno, mentre le campane suonano a festa la domenica mattina, con il sole e la luce che inondano il proscenio di un’altra rappresentazione, unica e originale come poche, quella della Madonna che scappa.

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oggi

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domani

sacro campane

PROCESSIONE FEDE CHIESA

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Il canto di primavera di A.G , Abruzzo & Appenino,13 dicembre, 2006 Valle Peligna

La vita agricola, le attività produttive, le ciclicità stagionali che regolavano l’esistenza umana, scandendo i periodi della semina, della trebbiatura, della vendemmia, dell’uccisione di animali a seconda del periodo dell’anno, permettevano al popolo di sentirsi parte integrante di una comunità, le cui ritualità erano caratterizzate da una cultura magico-religiosa. Nel mondo agropastorale i riti praticati erano tramandati per secoli, di generazione in generazione. Il rito sottolineava e attribuiva significato ai vari momenti dell’esistenza: il risveglio, la festa e il lavoro, la nascita e la morte, il vivere comune. Ogni paese, celebrava riti magico-religiosi per scongiurare le avversità atmosferiche, per prevedere l’andamento dei raccolti al fine di propiziare un nuovo ciclo agricolo. La festa scandisce tutt’ora le fasi del calendario agricolo che sono state inglobate dal cristianesimo insieme ai rituali arcaici precristiani, rigenerando e dando nuovo significato al senso del sacro.

Il solstizio di primavera indica la resurrezione, la rinascita, il cambiamento, la transizione “a vita nuova”, il trapasso ad una diversa esistenza, rigenerante e ricreata, con la stagione primaverile. Le feste cristiane di primavera, che partono dalla Pasqua di Resurrezione, incorporano tradizioni precristiane legate al cambio di stagione e alla fertilità. Tali feste e le leggende connesse alla loro origine erano comuni nelle religioni antiche. Tutti i paesi della valle Peligna, oltre alla Pasqua cristiana, celebrano feste primaverili legate sia al calendario agricolo sia alla transumanza. La protezione divina, dunque, era sentita e invocata dal contadino e dal pastore transumante e questo carattere è riscontrabile sin dai secoli più antichi palesandosi prima come espressione pagana e poi trasformandosi in fede cristiana. Il culto di Ercole, divinità protettrice degli armenti, è senz’altro anteriore alla romanizzazione come testimonia la regione Peligna ricca di luoghi di culto a lui dedicati. Nella stessa regione sono stati rinvenuti anche luoghi sacri dedicati ad altre divinità come Giove, Cerere ed altri. L’aspetto più evidente di questa sovrapposizione cultuale, ma anche dell’importanza del tratturo, è la diffusione nel territorio, di cappelle, chiesette e santuari cristiani, dedicati a San Michele Arcangelo, a San Nicola e a molti culti rivolti alle Madonne Arboree.

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ieri

oggi

RELIGIONE

sacro SERPI

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domani

magia

rito arcaico

PROCESSIONE FEDE CHIESA


IL POSTO DELL’ANIMA

“In un piccolo centro a ridosso della vergine montagna abruzzese si annuncia la chiusura del locale stabilimento produttore di pneumatici decisa dalla casa madre americana. Succede tutto quello che deve succedere. Ci si stringe nella protesta e nella solidarietà, nella difesa di quanto la fabbrica - tossica fonte di morte, luogo di identità e di orgoglio di classe.” Paolo D’Agostini_La Repubblica

di Riccardo Milani (2003)

“- fammu nu cafè va’- l’orso si è visto?- il macellaio di Benaco dice di averlo visto due sere fa, a ridosso del paese... non te l’assicuro però eh, lo sai come sono questi di Benaco...brutta gente: bugiardi e perfidi...Qua sai che si dice? Si dice che a fare sto brutto scherzo dei licenziamenti sia stato proprio uno di Benaco...Il procugino della moglie di Mario, pare sia stato lui a farvi licenziare, Gerardo Colafossi, dei Colafossi di Benaco, questo Gerardo si è laureato e se n’è andato a studiare in America 10 anni fa, lì è diventato un dirigente della Carair, e si dice che sia stato proprio lui a tagliare lo stabilimento di Campolaro... - e perchè? - Quelli di Benaco lo sai come sono, vendicativi! Le ossa di Santa Gemma, la patrona nostra, si dice che appartengano solo a loro...e non hanno ancora accettato che dopo settecento anni le reliquie della santa tornino qua da noi... -”

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gregge

TRANSUMANZA

PASTORE ABRUZZESE

pastorizia STAGIONI

coltivazione vino

lago

arare

risorse naturali ippovia

ORSO

vecchio

racconti popolari

emigrazione

BORGO

TRADIZIONI POPOLARI

SERPI

memoria

ISOLAMENTO

RELIGIONE

rito arcaico

profano magia

asino

ambiente

ABBANDONO

solitudine

sacro

tutela

bosco

VETTE

turismo

silenzio

trekking

AREE PROTETTE

incontaminato

miele

MONTAGNE

parchi

LUPO

zafferano

PRODOTTI TIPICI

SELVAGGIO

viaggio

funghi

gastronomia

animali

NATURA

formaggi

TERRA

formaggio

campi

tratturelli

dogana

agricoltura bastone

allevamento

PASCOLI

lana

MASSERIE

TRATTURI

pecuri

BRACCI

racconti

FEDE campane

PROCESSIONE

CHIESA

rituali pagani


IL PASTORE

Il pastore viene assunto come emblema dell’attività pastorale tanto praticata in Abruzzo nonchè della tradizione della transumanza lungo gli antichi tratturi. In Italia l’intrecciarsi di queste vie armentizie, percorse con le greggi nelle stagioni fredde verso la Puglia è stimato di 3.100 km e si rileva principalmente proprio in Abruzzo.Oggi la pastorizia è praticata prevalentemente da immigrati dell’est, tuttavia resta una parte importante dell’economia di questa regione. Il pastore ci narra dunque non solo dei tratturi, potenziali percorsi turistici nella natura, ma delle innumerevoli pecuri, che pascolano lungo le strade abruzzesi e dei relativi prodotti tipici locali, come formaggi e lana, risorse produttive locali.

IL CONTADINO

Il contadino porta con sè il profondo valore della terra, radicato negli abruzzesi; infatti anche il turismo si basa sull’offerta di prodotti tipici della terra. Percorrendo il territorio osserviamo che gran parte della provincia di Teramo è ancora suddivisa in campi coltivati.Questo personaggio racconta contemporaneamente il rapporto mistico degli abitanti con la natura, e le risorse produttive locali, su cui punta fortemente il turismo.Per il territorio si sente il profumo di grano e uva e tradizionali processioni locali sono ancora legate al calendario propiziatorio agricolo, testimoniando così il radicato valore della terra.

IL GUARDIABOSCHI

Il guardiaboschi è portavoce della natura incontaminata d’Abruzzo. Il 33% del territorio abruzzese è rappresentato da parchi naturali ed aree protette. E’ la regione più verde d’Italia. I borghi visitati sono immersi nel parco del Gran Sasso-Laga circondati da verdi vallate e aspre montagne. Il territorio montuoso inaccessibile è uno dei fattori determinanti che ha dettato l’abbandono dei borghi. Il Guardiaboschi si occupa inoltre della tutela della fauna selvatica e del loro ecosistema. Due animali in particolare costellano le leggende e i miti abruzzesi: l’orso e il lupo. Il lupo come l’orso rappresentano un patrimonio che contribuisce allo sviluppo del turismo e quindi alla crescita economica regionale, grazie soprattutto all’organizzazione del Parco Nazionale d’Abruzzo.

IL VECCHIO

Il vecchio abitante dei borghi abbandonati visitati viene asunta come figura emblematica per comprendere e ricostruire il modo di vivere, le credenze e le usanze di queste piccole comunità arroccate sui monti. Il vecchio è dunque personaggio custode di queste pietre, di queste case, in cui appare ancora incisa la memoria collettiva e l’immenso patrimonio intangibile di questi centri “disabitati”. La voce di un anziano seduto sull’uscio di una casa, su una panchina o al bar a giocare a carte, un’anziana donna vestita di nero testimoniano la miseria, le beghe di campanile, dell’emigrazione, del terremoto che hanno travagliato i borghi abruzzesi presi in esame. Un semplice vecchio ci testimonia il senso di solitudine e di abbandono di “villaggi fantasma” abruzzesi.

IL SERPARO

Il serparo rappresenta la forte identità religiosa, a tratti pagana, di questa regione. Il serparo è un semplice ragazzo o contadino locale che il primo giovedì di Maggio, nella tradizionale festa di Cocullo, si trasforma nel protagonista di un rituale magico-arcaico che si perpetua in Abruzzo da secoli. Portavoce degli ultimi abitanti che non lascerebbero mai la propria casa come la propria chiesa e dei borghi abbandonati nel cui silenzio risuonano solo le campane. Il serparo è dunque la sintesi metaforica delle credenze popolari tanto radicate in questa terra. Questo personaggio racconta contemporaneamente il timore e il rapporto mistico degli abtanti con la natura, narrando gli aspetti magico-religiosi di una cultura subalterna abruzzese.


territorio narrato book1