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Storia di un’amicizia tenerissima e divertente tra un bambino che non stacca mai gli occhi da terra e un altro che vorrebbe convincerlo ad alzarli e guardarsi intorno.

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9 788821 591969

E. BARDELLA RAPINO TESTA BASSA

C’è un nuovo bambino nel cortile del condominio. È un tipo strano: sta sempre per conto suo, ama disegnare e tiene sempre la testa bassa.

EDOARDO BARDELLA RAPINO

T ES T A BA S SA


Narrativa San Paolo Ragazzi l’avventura della mente e del cuore


Edoardo Bardella Rapino

T es t a ba s sa Illustrazioni di otello reali


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Impaginazione: Sara Benecino © EDIZIONI SAN PAOLO s.r.l., 2014 Piazza Soncino, 5 - 20092 Cinisello Balsamo (Milano) www.edizionisanpaolo.it www.g-web.it Distribuzione: Diffusione San Paolo s.r.l. Piazza Soncino, 5 - 20092 Cinisello Balsamo (Milano) ISBN 978-88-215-9196-9

Il cortile era a grossi quadroni grigi di cemento. Fra un quadrone e l’altro, dove era riuscita a depositarsi un po’ di terra delle aiuole trasportata dal vento o dalle scarpe, cresceva qualche filo d’erba spelacchiato e, a volte, anche un fiorellino. Erano appena arrivati; stava trascinando una piccola valigia con le rotelle e, sulle spalle, portava la sua cartella. Cercava, come poteva, di dare una mano nel trasloco. Non aveva ancora ben capito perché, ma avevano cambiato casa e città e ora stavano arrivando, lui e sua mamma, nel nuovo appartamento, in quel grande caseggiato con il cortile a grandi quadroni. Lui non avrebbe voluto. Gli piaceva dove stavano prima, all’ottavo piano. Da lì poteva guardare in basso e vedere quello che succedeva in strada: le macchine che passavano, le persone che camminavano, qualcuna a volte correva anche. Da lì, a primavera, 5


vedeva ogni giorno gli alberi fare le gemme prima, poi le foglie e, alcuni, dopo qualche tempo, i fiori. Anche se la mamma lo sgridava, gli piaceva anche uscire sul balcone e guardare la pioggia o la neve cadere giù e si divertiva a seguire il tragitto di una goccia di pioggia o di un fiocco di neve fino a che non raggiungeva terra. Durava poco però: «Cosa fai lì! Torna dentro che fa freddo» diceva la mamma. E così, a malincuore, doveva rientrare e interrompere quel suo gioco. La mamma ormai era abituata, non badava neanche più al fatto che non alzasse mai la testa, che guardasse sempre in basso. Non ricordava più come avesse iniziato, né ricordava bene come fosse il cielo quando ancora guardava in alto. Forse si era trattato, all’inizio, di una specie di dispetto. Era arrabbiato, non ricordava più neanche il perché né con chi, non voleva più parlare con nessuno

e neanche guardarli in faccia e così decise di tenere la testa bassa, così, semplicemente, per sempre! E per sempre fu, nel senso che, giorno dopo giorno, l’arrabbiatura si trasformò in abitudine. Abitudine sua ma anche degli altri che, dopo qualche domanda iniziale, non ci fecero più caso e accettarono quel suo modo di fare come una cosa ormai acquisita: allo stesso modo di come si dice che un bambino è scalmanato oppure musone, così di lui si diceva che teneva la testa bassa quasi fosse una caratteristica come tante altre. Questa cosa, ancora adesso, un po’ lo faceva arrabbiare. Quando ci pensava, si chiedeva come non venisse loro voglia di chiedere il perché di quell’atteggiamento, poi però sperava che nessuno glielo chiedesse perché, in realtà, così ormai ci stava bene e poi non avrebbe saputo dare una motivazione vera; probabilmente, ormai, l’unica motivazione reale era l’abitudine. Stava così, tutti lo sapevano, nessuno gli diceva niente e anzi lo lasciavano

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stare, così lui poteva fare indisturbato tutte le sue cose. Gli piaceva disegnare. Lo aveva scoperto poco a poco. All’inizio faceva dei disegni così come chiunque altro, poi però vide che il disegno gli riusciva bene e poteva raffigurare come se fosse quasi vera qualsiasi cosa, dagli oggetti agli animali, dai mostri inventati alle forme strane e senza senso che ogni tanto gli venivano facendo linee a caso sul foglio. Adesso però tutto cambiava, forse. Si erano trasferiti, nessuno li conosceva e lui non conosceva nessuno. Anche qui sarebbe stato tutto come prima? Sperava di sì, se no come avrebbe fatto? Sperava che nessuno gli avrebbe fatto domande anzi, che nessuno gli avrebbe rivolto la parola così lui avrebbe potuto continuare nelle sue abitudini e a fare le sue cose. Arrivati in casa e posati tutti i bagagli, aprì la finestra e guardò giù in cortile. Dall’alto i quadroni sembravano comporre una scacchiera e le persone che passavano sembravano come piccole e veloci formiche intente a fare chissà cosa e ad andare chissà dove. C’erano anche dei bambini. Giocavano a calcio, correvano, gridavano, ridevano, litigavano. La prima volta che lo vidi era affacciato alla finestra dell’appartamento al quarto piano dove viveva con la madre. Guardava in basso.

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In cortile c’ero io e mi ero messo a fissare le finestre dei nuovi arrivati nel condominio. Sapevo che fra di loro

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c’era anche un bambino come me ed ero curioso di vedere che faccia avesse; se una faccia da amico o da nemico. In realtà quando lo vidi lì, fermo alla finestra, senza guardare nulla in particolare, come se stesse vedendo qualcosa che solo lui conosceva, non seppi dirmi se sarebbe stato un amico di quelli con cui si fanno i sogni insieme; di certo mi ripromisi che avrei fatto di tutto per conoscerlo e per capire che cosa avesse di speciale, di diverso di tutti gli altri; cosa vedessero quegli occhi che i miei e quelli di tutti gli altri non riuscivano a immaginare.

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Gli avevano spiegato dove si trovava la scuola; era vicina e non fu difficile raggiungerla. Fu accolto bene; bene come intendeva lui. Gli indicarono il suo banco e iniziò la lezione. I suoi compagni, come aveva sperato, non si interessarono a lui. Era una cosa che aveva già notato: se stavi per i fatti tuoi, gli altri avevano una specie di timore ad avvicinarsi, quasi che a farlo rompessero un incantesimo. Fu così anche questa volta: non gli parlarono, non lo invitarono a giocare e anche la maestra lo lasciò stare visto che era appena arrivato. Durante l’intervallo, mentre gli altri erano fuori a giocare, sentiva le urla, le risate, il rumore di quelli che correvano, ma lui stette in classe, al suo banco, tirò fuori l’album su cui era solito disegnare e iniziò a tracciare le linee geometriche di cui era composto il pavimento. Disegnava e colorava e intanto s’im11


maginava che quelle linee fossero strade e, su ogni linea, disegnò omini, macchinine alberi, animali; ne venne fuori quasi una città con tutti i suoi abitanti. Un giorno, mentre tornava a casa da scuola, fu fermato da un altro bambino che gli disse che abitava nello stesso palazzo e che potevano diventare amici. Si spaventò. Che voleva quello lì? Perché gli faceva tutte quelle domande? Perché non lo lasciava in pace? Nessuno lo aveva disturbato finora ed era contento così e adesso arrivava questo bambino con tutte le sue domande a cui non sapeva e non voleva rispondere, le sue proposte: fare la strada insieme, giocare insieme, magari raccontarsi anche le proprie cose. No! Non voleva. Perché poi? Stava tanto bene così e non voleva cambiare, non gli andava proprio. Di colpo si mise a camminare più veloce e sentì che l’altro si era fermato offeso e un po’ dubbioso su cosa fosse successo. Sorrise tra sé; in fondo non sembrava antipatico quel bambino, un po’ insistente forse, ma almeno si era interessato a lui e, doveva riconoscerlo, un po’ gli aveva fatto piacere anche se, molto di più, gli aveva fatto paura tutto quel suo insistere sullo stare assieme, fare le cose assieme e tutto il resto. Ogni pomeriggio, finiti i compiti, aveva preso l’abitudine di mettersi alla finestra e guardare giù in 12

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cortile. Gli sembrava di essere tornato alla vecchia casa dove poteva vedere gli alberi fare le foglie, le persone andare chissà dove e si metteva a immaginare che quel signore stesse andando a prendere una nave per il Congo e quella signora a presentare la sua mostra di quadri; che quel vecchietto coi fiori in mano andasse a un appuntamento galante con quella vecchietta dietro l’angolo che si dava gli ultimi ritocchi al trucco guardandosi in un piccolo specchietto che rifletteva il sole sulle finestre della casa di fronte. Dalla sua finestra, ogni giorno, vedeva anche gli altri bambini del caseggiato giocare a pallone. Riconobbe quello che l’aveva fermato fuori da scuola per fare amicizia. Saltava, correva, gridava, sembrava simpatico ma non dava l’idea di essere uno con cui avrebbe potuto andare d’accordo. Lui non voleva giocare a pallone ma disegnare, non gridare ma parlare e poi non voleva andare sempre di corsa a fare chissà che, tanto non c’era niente di particolare da fare in fondo. Chissà perché poi voleva che diventassero amici. Ne aveva già tanti di amici, tutti quelli che giocavano a pallone con lui erano suoi amici. Allora perché ne voleva un altro? E perché proprio lui? Era preoccupato. Certo, era riuscito a evitarlo fuori da scuola, ma se ci avesse riprovato? Cosa avrebbe potuto fare per far14

si lasciare in pace? Cosa avrebbe potuto dire per allontanarlo? Come avrebbe potuto rispondere alle sue domande? Qualcosa gli diceva che non era finita lì.

Andavamo alla stessa scuola, e tutte le mattine

uscivamo alla stessa ora e facevamo la stessa strada. All’inizio volevo andare da lui per conoscerlo, ma qualcosa mi bloccava. Camminava veloce, con la cartella in spalla e gli occhi bassi a guardare la strada. Sembrava quasi che guardasse i suoi piedi per controllare che non inciampassero. Non mi andava di fermarlo, mi sembrava di interromperlo mentre stava facendo qualcosa di più importante che non parlare con un altro bambino. A scuola raramente lo incontravo. Eravamo in due classi diverse e così, solo ogni tanto, mi capitava di incrociarlo nei corridoi durante l’intervallo. Una volta passai di corsa davanti alla sua classe mentre mi rincorrevo coi miei compagni e, di sfuggita, lo vidi, solo, mentre tutti erano fuori a giocare, con la testa china sul banco, che scriveva o disegnava. Un’altra volta lo vidi nel corridoio che, appoggiato con la fronte al vetro della finestra, guardava giù in strada le macchine. Un mio compagno lo notò e, correndo via per non essere raggiunto da noi altri, gli gridò: «Ehi tu, che fai, non le vedi già ogni giorno le macchine?» Non fece una piega,

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non gli rispose, non si voltò, sembrò quasi che non lo

Preferirei non diventare tuo amico? Ma se neanche mi

avesse sentito.

conosce. O forse, preferirei non fare la strada assie-

Un giorno, all’uscita da scuola, lo vidi qualche metro

me; ma perché, non è forse meglio farla in compagnia?

davanti a me e sapevo che avremmo dovuto fare la

O, ancora, preferirei non venire a giocare in cortile; ma

stessa strada. Per un po’ lo seguii per vedere cosa

nessuno ti obbliga, e poi quale bambino non vuole giocare

faceva, in realtà, non è che facesse qualcosa di par-

assieme ad altri bambini?»

ticolare. Come sempre camminava veloce, la cartella in spalla, guardava in basso quasi si fissasse le scarpe per paura di cadere. Presi coraggio e lo avvicinai: «Ciao, io e te abitiamo nello stesso palazzo, non so se mi hai già visto, io sì, ti ho visto affacciato alla finestra e anche la mattina quando esci per venire a scuola». Non disse nulla e così ripresi: «Che ne dici se facciamo amicizia? Se diventiamo amici potremmo fare la strada per andare a scuola e per tornare a casa insieme tutti i giorni e magari potresti venire a giocare in cortile coi miei amici». Continuava a restare in silenzio e la cosa mi faceva arrabbiare. «Senti, ma tu chi ti credi di essere? Potresti almeno rispondere». «Ma no, non mi credo nessuno, solo preferisco di no» sibilò. E, detto questo, accelerò il passo lasciandomi alle spalle tutto stranito. Riflettei: «Preferirei di no cosa? 16

Passò qualche giorno e, ogni volta che lo incrociavo,


a scuola o nel condominio, era sempre a capo chino, sia che camminasse sia che fosse seduto. Non ero più ar-

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rabbiato, non è che facesse così con me ma con gli altri no. Sempre allo stesso modo, con me, coi suoi compagni di classe, per strada da solo. Era sempre così e non capivo il perché, quasi non sapevo bene che faccia avesse. Un giorno lo incontrai dal panettiere sotto casa. Ordinò due panini e, nonostante fossi al suo fianco, non si accorse neanche della mia presenza andandosene dopo aver pagato e aver ringraziato, con una signora che iniziò a dire cose del tipo: «Ma quanto è bravo ed educato quel bambino», guardandomi come per significare che dovevo prendere esempio da lui. Feci una smorfia, ordinai anch’io il pane nonostante fosse il turno di quella signora che si mise a protestare mentre il panettiere la rimbrottava sorridendo: «È un bambino, via, lasci fare, si fa prima a dargli il pane e farlo andare via che a mettersi lì a sgridarlo». La cosa mi fece ridere a crepapelle tanto che la raccontai ai miei amici in cortile che così vennero a conoscenza del nuovo inquilino – possibile nuovo amico – che loro non avevano fin lì mai notato. Raccontai loro che tipo particolare fosse, di come non avesse voluto fare amicizia, di come stesse sempre con la testa chinata, di come, nonostante tutto, non riuscisse a starmi antipatico ma, anzi, mi incuriosisse. 18

Successe un pomeriggio che stava tornando a casa con la mamma dopo essere stati a fare la spesa. Sentiva che c’erano i bambini che giocavano a pallone ma era tranquillo, erano dall’altra parte del cortile e certamente troppo impegnati a giocare perché si accorgessero che stava passando. Invece, improvvisamente, sentì prima i passi di corsa (oh, oh,…) e poi la voce del bambino che lo invitava ad andare giocare con loro (oh no!...). Uffa! Ma non poteva lasciarlo stare? Era così importante per lui coinvolgerlo in quel che faceva? Il peggio fu che ci si mise anche sua madre a incoraggiarlo ad andare a giocare: «Dai, così ti fai nuovi amici, forza!» Ecco, ci mancava anche lei, sembrava si fossero messi d’accordo per impedirgli di continuare la sua vita così com’era. Tant’è, non poteva dire di no a quel punto, ma 19


non andò a giocare a pallone, si sedette su un muretto a fianco del campo da calcio e tirò fuori l’album da disegno: il suo scudo. Non sapeva cosa disegnare lì per lì, era stato preso alla sprovvista e ora stava lì, con la matita in mano e il foglio che, minuto dopo minuto, restava bianco. Si accorse di una piccola formica che attraversava l’album appoggiato sul muretto. Un piccolo puntino nero che velocemente passava da una parte all’altra, poi girava su se stesso, tornava indietro, cambiava direzione e infine usciva da quel bianco per tornare nel suo mondo. Aveva trovato! Finora non aveva mai disegnato delle formiche, questa era l’occasione giusta per provare. Appoggiò la mano sul muretto e, in qualche istante, un paio di formichine erano salite a fare una gita tra le sue dita. Le guardò qualche attimo poi iniziò a disegnare. Erano delle specie di caricature. Aveva disegnato delle formiche quasi umane che facevano cose umane. Il tempo sembrò essersi quasi fermato. Non ricordava quanti disegni avesse fatto, ma certamente più di tre. Stava per iniziarne un altro quando, ancora una volta, arrivò quel bambino e ricominciò con le sue domande: se voleva che gli presentasse i suoi amici; cosa aveva fatto tutto quel tempo; perché non aveva giocato; qual era il suo nome. 20

Testa Bassa  

Testa Bassa - Edoardo Bardella Rapino San Paolo Edizioni