Issuu on Google+

GOYA

L’ARTE PER I BAMBINI

“L’arte per i bambini è una delle opere più importanti della seconda metà del XX secolo nel campo della letteratura per l’infanzia. La profonda cultura di Pinin Carpi gli aveva infatti permesso di inventare una forma nuova di narrativa: utilizzare quadri famosi di celebri pittori - dal Rinascimento ai contemporanei - per costruire racconti di incredibile inventiva. Ne sono derivati libri in cui parola e immagine si intersecano in un inatteso reticolo, risultando interdipendenti.” Dalla Prefazione di Roberto Denti

PININ CARPI

L’ARTE PER I BAMBINI

L’ARTE PER I BAMBINI

GOYA

PININ CARPI Nato a Milano, Pinin Carpi (1920-2004) è stato e rimane una figura di riferimento della letteratura per ragazzi in Italia. Ha studiato musica, pittura e architettura, ma la sua passione è stata da sempre la scrittura: il suo romanzo più famoso è Cion Cion Blu (Premio Andersen 2002 - Miglior libro mai premiato), cui seguirono, tra gli altri, Susanna e il soldato, Il paese dei maghi e Le avventure di Lupo Uragano, tutti ripubblicati negli ultimi anni dal Battello a Vapore.

Il gioco dei giganti

14,00

IVA inclusa

www.battelloavapore.it


Il gioco dei giganti


Questa leggenda non l’ha scritta il pittore Francisco Goya. Però i personaggi, i luoghi, le cose che descrive li ha inventati lui, naturalmente dipingendo e disegnando.

PININ CARPI

Il gioco dei giganti Fra le guerre e le feste, gli innamorati e le streghe, i bambini e i giganti del mondo di Francisco Goya.

Grafica di copertina: Clara Battello Grafica degli interni: Gioia Giunchi

I Edizione 2009 © 2009 – EDIZIONI PIEMME Spa 20145 Milano - Via Tiziano, 32 www.edizpiemme.it - info@edizpiemme.it

È assolutamente vietata la riproduzione totale o parziale di questo libro, così come l’inserimento in circuiti informatici, la trasmissione sotto qualsiasi forma e con qualunque mezzo elettronico, meccanico, attraverso fotocopie, registrazione o altri metodi, senza il permesso scritto dei titolari del copyright.

Stampa: Mondadori Printing S.p.A. – Stabilimento AGT


Prefazione

di Roberto Denti “L’arte per i bambini” è una delle opere più importanti della seconda metà del

XX secolo nel campo della letteratura per l’infanzia. Il punto altissimo a cui era giunta la cultura di Pinin Carpi (letteratura, arte, musica) gli aveva permesso di inventare una forma nuova di narrativa, strettamente legata all’opera d’arte. Carpi, infatti, ha utilizzato quadri famosi di celebri pittori, dal Rinascimento ai contemporanei, per costruire racconti di incredibile inventiva. Ne sono derivati libri in cui parola e immagine si intersecano in un inatteso reticolo, risultando interdipendenti. Non a caso questi racconti sono raggruppati in una collana chiamata “L’arte per i bambini”: infatti non c’è neppure lontanamente l’intenzione (come spesso purtroppo ancora si fa) di avvicinarli alla “storia” dell’arte. L’invenzione di Pinin Carpi è quella di mettere a contatto i lettori con immagini fra le più alte della pittura di ogni tempo senza far trapelare alcun intendimento nozionistico. I nomi degli artisti hanno una funzione secondaria: quello che conta è che il giovane lettore trovi naturale che “quelle” illustrazioni si strutturino perfettamente a “quelle” storie. Il livello di questi racconti ha dimostrato la felicità della capacità creativa di Pinin Carpi. Ciascun racconto ha avuto successo, indipendentemente dall’artista che ne era stato l’involontario illustratore. Il succedersi intenso e inatteso delle vicende è sostenuto da un testo che, con le sue inflessioni verbali, i suoi improvvisi stacchi ritmici, i suoi forti momenti di tensione emotiva, dà a queste pagine la cadenza musicale di una scrittura inimitabile. Si è così raggiunto lo scopo desiderato: far avvicinare i lettori all’opera d’arte con interesse ed entusiasmo.


Poco lontano da una cascata fra le praterie della Spagna c’è un monte che la gente chiama il Colosso Addormentato. Così mi hanno detto, ma non so se sia vero. Potrei persino essermelo inventato io. Però se quel monte esiste è vera anche la leggenda che ti racconto qui. La storia comincia tanto tempo fa. Perché in una grande città della Spagna - forse Madrid la capitale, ma forse no - viveva il giovane Juan Martin che una domenica pomeriggio vide quella delizia di ragazza che si chiamava Maja Calía. Juan Martin era forte come un toro e simpatico come un bambino; anzi era talmente simpatico che tutti lo chiamavano Juanito. E di mestiere faceva il fabbro fucinatore, ossia lavorava il ferro infuocato battendolo sull’incudine con un lungo martello. Lo batteva con colpi così precisi che riusciva a modellarlo come la cera. Perché Juanito era fortissimo, ma sapeva essere delicato come un uccellino che si fa il nido. Però Juan Martin non era soltanto un bravo fabbro, era anche un formidabile torero. Fin da ragazzo aveva combattuto con i tori nelle piazze dei villaggi affrontandoli in groppa a un cavallo con la lunga pica, poi col manto rosso e l’espada del matador. Finché era diventato l’idolo delle arene della sua città dove

Il gioco dei giganti

«Corrida in un villaggio» Madrid, Real Academia de Bellas Artes de San Fernando

«La fucina» New York, Frick Collection

7


L’arte per i bambini

«Le majas al balcone» New York, Metropolitan Museum

8

la gente impazziva per la sua fantasia e il suo coraggio. Anche con i tori era forte e delicato. Ma quel pomeriggio gli accadde un fatto strano. Il toro era tremendo, caricava soffiando come i mantici della sua fucina, e davanti a quella furia Juanito si muoveva con l’agilità di un danzatore. Però, durante una delle cariche più violente a un tratto vide, in un lampo di luce, una bellissima ragazza. Tu dirai che quando un toro carica a corna dritte nessuno ha il tempo di guardare le ragazze. Tanto più che quella non era nemmeno una del pubblico: era in alto, nel balcone di una delle case della piazza. Ma te l’avevo detto che il fatto era strano. Sicché, appena il toro filò via, Juanito cercò di guardar meglio. Ti dico subito che la ragazza intorno alla testa aveva una finissima mantilla nera ricamata d’oro (una bellezza!) e che lo guar-

dava con occhi zeppi di languore, di ammirazione, di dolcezza, di quello che preferisci tu. Si chiamava, appunto, Maja Calía. Vicino a lei era seduta la grassottella Gabriela, sua sorella, e dietro c’erano i suoi due fratelli, Vincentélo e José Alvarélo, con dei gran tricorni neri e degli ampi mantelli morelli. José devo dire se ne stava in piedi imbronciato col mantello fino sul naso perché aveva il raffreddore e un mal di denti da piangere. Attento Juanito! Il toro tornava alla carica e a guardare quella ragazza per poco non si faceva incornare. Lo schivò con un balzo leggero. Poi impazzì d’amore e fece una quantità di prodezze. Si tuffò a capriola tra le zampe del toro in corsa, fece la ruota sul suo dorso, lo baciò sul naso bagnato soffiante, lo saltò via puntando in terra fra le sue corna una pica. Alla fine, invece di ucciderlo, gli saltò in groppa, gli afferrò un corno con una mano e, cantando e ridendo, lo fece galoppare intorno all’arena alzando in aria con l’altra mano il tricorno. Il toro sgroppava furibondo per toglierselo di dosso. Pareva un terremoto, ma Juanito saltava con lui sicuro come un delfino sulle onde della burrasca. La folla in delirio gli lanciava fiori e cappelli, e appena Juanito fece rientrare il toro, si riversò nell’arena per portarlo in trionfo. Ma lui sgattaiolò via fra le gambe della gente e corse sotto il balcone della sua bella. Nel balcone non c’era più, c’era solo la sorella grassottella. – Dov’è? Dov’è? – le gridò, e Gabriela, senza nemmeno chiedergli – Ma chi?! – gli rispose: – È andata ai giardini quella ghiribizza! – e scrollò la testa. Nei giardini Maja Calía stava volando sull’altalena con gridi che parevano gli stridi delle rondini. Appena la vide Juan le gridò: – Senti, voglio conoscerti! Voglio tutto quello che vuoi tu! Come ti chiami? Come ti chiami? –. E lei rispondeva: – Mah, chi lo sa e chi non lo sa e sì e no – e canterellava e rideva e strillava. E lui insisteva: – Voglio conoscerti! Sei troppo bella! –. E lei canterellava e rideva e basta. Ma era felice. Sapeva che Juan Martin l’avrebbe cercata sempre. E andava e andava sull’altalena sempre più in alto, fino alla cima degli alberi. Finché lui capì che non gli avrebbe risposto e uscì mogio dai giardini. Ma la mattina dopo tornò alla casa del balcone. Trovò soltanto Gabriela e la pregò, la supplicò, la scongiurò di portare un biglietto alla sua bella.

Il gioco dei giganti

«Agilità e coraggio di Juanito Apinani nell’arena di Madrid» dalla “Tauromachia”

«L’altalena» New York, Metropolitan Museum

9


L’arte per i bambini

«Il biglietto» Lille, Musee des Beaux-Arts

Devi sapere che Maja Calía era elegante perché ci teneva a vestirsi con cura, però non era una ricca, di mestiere faceva la lavandaia. E fu proprio là dove lavava, alla fine della mattinata di lavoro, che Gabriela andò a portarle il biglietto. Maja Calía si era già rimessa il bel vestito con una mantilla bianca. Il biglietto diceva: «Mia adorata ti adoro. Ma voglio adorarti anche domani alla Festa della Prateria nel sole che indora l’ardore del mio amore che ti adora. Incontriamoci al primo albore vicino al primo alberello lungo il muro della strada delle Carrozze.

Con tutta l’adorazione del tuo adorato Juanito». Maja Calía mormorò: – È adorabile, però quante sciocchezze! – e scoppiò a ridere. La mattina dopo si incontrarono nella prateria fuori della città. Splendeva un dolce sole, però Maja Calía splendeva ancor di più. Si era messa uno stupendo vestito di rasi e pizzi dorati, celesti, bianchi e bruni. Si era raccolta i capelli nerissimi in un nastro rosso con un fiocco in cima, aveva un ventaglio a fiori, un parasole verde e un cagnolino nero. Juanito era talmente incantato che non diceva niente. Quando lei si accoccolò sull’erba le si mise vicino a reggerle il parasole guardandola imbambolato. Lei era felice che lui la guardasse e basta. E la Festa della Prateria era magnifica.

Il gioco dei giganti

«Il parasole» Madrid, Museo del Prado

Però, quando Maja e Juan si misero a passeggiare, lungo la strada delle Carrozze videro una stramba compagnia. Erano dei vasai andalusi, ossia dei venditori di piatti, vasi e tazze che venivano dall’Andalusia. Alcuni erano vecchi, altri giovani, c’era chi girovagava, chi se ne stava seduto, ma tutti avevano degli occhi spiritati e un sorriso magico. Tra loro c’era anche una vecchia che, appena scorse Maja e Juan, li fissò con occhi luccicanti e li chiamò:

10

11


L’arte per i bambini

Il fantoccio di panno saltava sempre più in alto sbatacchiando le braccia e le gambe piene di segatura.

Ma a un certo momento, anziché ricadere sul lenzuolo cadde sul prato. E non si afflosciò in terra, cadde in piedi, con un balzo. Poi alzò le braccia e corse via con grandi risate. Maja e Juan guardarono sbalorditi quel fantoccio che fuggiva rapidissimo. Finché sparì nel bosco, e allora si voltarono verso la strana compagnia. Ma i vasai avevano raccolto in un attimo le loro mercanzie e si erano arrampi-

Il gioco dei giganti

«Il fantoccio» Madrid, Museo del Prado

«Il vasaio» Madrid, Museo del Prado

– Venite! Che ventura la vostra! – gridò. – La vecchia folle Jeronima vede… vede… Mostratemi le mani –. I due giovani si avvicinarono e, un po’ dubbiosi, tesero verso di lei le mani aperte. – Bello! – esclamò Jeronima. – Avrete due bambini fantastici! Subito Maja Calía balbettò. – Ma… ma se non siamo neanche sposati! –. La vecchia soffiò col naso e strillò: – E sposatevi, no?! Perché quei due bambini saranno capaci di comandare ai giganti! Juanito che non ci credeva, con un sorriso malizioso disse: – Per gioco vero? E la vecchia: – Certo, per gioco. Un gioco che somiglia a quello che vedrete adesso –. Si voltò verso le giovani e strillò: – Maria Ana, Narcisa, Lola, Leona, via col ballo del fantoccio! Quattro ragazze sorridenti saltarono in piedi, tesero fra di loro un lenzuolo, ci buttarono in mezzo un grande fantoccio di panno e cominciarono a farlo saltare in aria. Intanto canticchiavano: – Fantoccio belloccio diventa un bamboccio occio occio scì.

12

13


L’arte per i bambini

cati come delle scimmie su dei grandi alberi. E scomparvero anche loro tra le fronde. Magia? Però i due giovani erano incantati di gioia. Anche se era ora di tornare; e lui l’accompagnò fino alla casa del balcone. Poi se ne andò beato verso casa sua. Anche Maja Calía era beata. Ma mentre si avviava trasognata verso le scale sentì urlare e urlare, poi udì uno strano fracasso cadenzato, pesante. Era il rumore di centinaia di piedi dalle scarpe chiodate che battevano ritmicamente sul selciato della strada. Spaventata guardò attraverso il finestrone sul fondo e vide avanzare un piccolo esercito di soldatacci col fucile che si trascinavano dietro un cannone. Alla loro testa, su un cavallo bianco, c’era un generale tracagnotto con degli occhi biechi e il mento in su. E Maja Calía dalla paura si sentì gelare. Perché quei soldati erano stranieri, lo capiva dalle loro divise. Era un’invasione, la guerra. La ragazza uscì di corsa dalla porta che dava sull’altra strada e fuggì fuori della città. Mentre scappava veloce si accorse che scappavano tutti. C’erano giovani e vecchi, donne e bambini, gente su asini, su cavalli, con dei carri, gente che doveva essere ricca e tanti poveracci che si tenevano per mano o portavano un sacco in spalla. Mentre fuggiva Maja cercava con gli occhi se per caso scorgeva Juanito, ma non lo vide.

«Io ho visto questo» dai “Disastri della Guerra”

gente cadeva. Eppure mentre scappava Maja incitava i fuggiaschi: – Cerchiamo di ingannarli! – gridava. – Tendiamo degli agguati a quegli assassini! Nascondiamoci! –. Così aizzati da quella ragazza molti si nascondevano dietro le case o tra gli alberi e i cespugli e, quando passavano dei nemici un po’ distanti dagli altri, li facevano inciampare, li bastonavano e si prendevano i loro fucili. A un certo momento Maja Calía si trovò vicino al cannone e allora accadde il fatto più incredibile di quella piccola guerra. Il cannone infatti era stato trascinato lì con la bocca rivolta all’indietro e non l’avevano ancora girato per puntarlo contro la gente che fuggiva, insomma era puntato verso l’esercito. Dietro al cannone c’era un soldato robusto di nome Garcia che cercava di farlo ruotare per cannoneggiare la folla. Ma piano piano Maja si avvicinò a lui, raccolse da terra il suo fucile e, afferrandolo per la canna, glielo diede in testa. Garcia urlò e cadde svenuto. Allora Maja cercò la miccia, l’accese e diede fuoco alle polveri. Partì una cannonata che passò come un ciclone sull’esercito nemico sfiorando addirittura il cappello del generale. Il cavallo bianco s’impennò e fuggì al galoppo e, dietro al loro generale, tutti i soldati si diedero alla fuga come tanti topi spaventati. Intanto però Garcia era rinvenuto e, accorgendosi del disastro, saltò addosso a Maja picchiandola e buttandola in terra. Poi la prese per un braccio, la trascinò come un sacco

Il gioco dei giganti

«Che coraggio!» dai “Disastri della guerra”

«Sbirro che trascina una donna per un braccio» dai “Disastri della guerra”

Però a quell’invasione non si rassegnava, anche perché, senza saperlo, aveva un coraggio incredibile. Il piccolo esercito col suo generale continuava a avanzare, sparava raffiche di fucileria e la

14

15


«Due uomini che lottano» disegno a inchiostro

lontano dal cannone, raccolse il fucile e lo puntò su di lei per ucciderla. La ragazza, scarmigliata, con i vestiti strappati, era sfinita e si coprì con le braccia la testa aspettando il colpo mortale. Però, aspetta e aspetta, il colpo non arrivava. Lei pensava: «Magari sono già morta e non me ne sono accorta. Però non mi ha fatto neanche male quella fucilata! E non ho nemmeno sentito il botto!». Ma mentre pensava così sentiva lì vicino della gente che soffiava e poi grugniva, ringhiava. Finché udì un urlo: – Aaaahiaa! – . Aperse gli occhi e scorse due uomini che lottavano. Uno era il soldataccio che voleva ucciderla, l’altro era Juanito. Infatti, appena aveva visto avanzare l’esercito, il suo bel torero era corso a cercarla alla casa del balcone, ma non l’aveva trovata. Allora si era messo a correre tra la folla avanti e indietro. Intanto si lanciava fra i soldati anche lui a far baraonda e quelli volevano ammazzarlo, ma lui li buttava in terra come faceva con i tori. Finché sentì il rombo di una cannonata. Si girò verso il cannone e vide la sua Maja Calía diritta e felice che teneva alta la miccia accesa come una fiaccola. Ma poi scorse Garcia saltarle addosso e si precipitò a salvarla. La lotta fra lui e il cannoniere era terribile. Garcia era forte come un toro, nel suo esercito era famoso perché era capace di sollevare da solo un cannone. Ma Juanito era quel Juan Martin che fin da ragazzo aveva lottato con i tori più tremendi. E così, dopo calci, pugni, ginocchiate e salti Juanito era ancora fresco e scattante, mentre Garcia si muoveva ormai con le braccia ciondoloni come un ubriaco. Allora Juanito lo prese a calci nel sedere, e quello: – Ahia! Ahia! – e gli arrivavano calci e calci. Finché scappò anche lui a sperdersi chissà dove insieme al suo esercito. Adesso Maja Calía rideva con risate squillanti. Si ravviò i capelli con le dita, se li raccolse dietro la testa e, quando Juanito si chinò su di lei, gli diede una raffica di bacini. Ma era ancora senza forze. Juan Martin la prese in braccio e la portò lontano. Non volevano tornare in città finché non fossero stati certi che non c’era più pericolo di guerra. Così, tenendo Maja in braccio, il giovane attraversò un fiume saltando da un sasso all’altro e arrivò sotto una enorme rupe che aveva tutt’attorno delle pareti strapiombanti.

Sopra la rupe c’era un grande prato con alberi e case e persino dei palazzi. In cima si

poteva arrivare soltanto lungo un ripido sentiero e i due giovani si

16

«Paesaggio con alberi e case» Chicago, Art Institute

arrampicarono di lì. Fu sulla rupe che Maja Calía e Juanito andarono a vivere e si sposarono. Nella grande città non tornarono più. La città, se ne avevano voglia, la guardavano dal terrazzo di uno dei palazzi che dominava la prateria e il fiume. In quel palazzo vivevano dei vecchi signori un po’ rimbambiti ma bonaccioni, che diedero da lavorare a Maja, per farsi tenere in ordine la casa, e a Juanito in una loro fucina. (Devo dire che qualche volta Juanito scappava in un villaggio vicino per farsi una bella corrida.) Prima di parlare dei due bambini che Juan e Maja misero al mondo devo dirti che quel piccolo esercito invasore veniva da lontano. Lo comandava un avventuriero che si faceva chiamare generale Gran Golia Scardinas detto il Ciclope. Era un uomo cattivo, piccolo e tombolotto, talmente sciocco che voleva che tutti lo credessero un gigante. A quei tempi in Spagna c’era molta confusione, così Scardinas aveva assoldato un piccolo esercito per saccheggiare e depredare terre e paesi. Ma quell’esercito era stato disperso, ti ho spiegato come. Per ogni eventualità tuttavia Juanito e altra gente scesero fino al cannone e, faticando come bestie, lo trascinarono con tutti i suoi proiettili in cima alla rupe puntandolo verso l’unico sentiero che permetteva di salire fino a loro. Così se i nemici, anche a centinaia, avessero cercato di arrampicarsi, avrebbero potuto spazzarli via con una sola cannonata. Di proiettili poi ne avevano tanti che non ti dico. Jeronima, la vecchia andalusa, aveva predetto a Juanito e Maja Calía che avrebbero avuto due bambini. Difatti prima nacque una tenera bambina che chiamarono Rita Luna, poi nacque un tenero bambino che chiamarono Gil Pepito. Quei due stavano sempre

17


«Donna con due bambini» dai “Capricci”

«Ragazzi con mastini» Madrid, Museo del Prado

18

insieme e la gente non capiva mai bene se erano due femmine o due maschi. Oppure pensavano che fossero un maschio e una femmina, però credevano che, magari, la femmina fosse Gil Pepito e il maschio Rita Luna, perché facevano le stesse cose e la mamma li vestiva tutt’e due allo stesso modo. Quando erano piccolini avevano tutt’e due la sottanina, così era più comodo cambiarli quando si facevano la pipì addosso. Ma appena furono un po’ più grandi Maja Calía li vestì tutt’e due con i calzoncini perché fossero più liberi di correre e di arrampicarsi. Sugli alberi sapevano salire come delle scimmiette e andavano proprio là a nascondersi quando giocavano al gioco della Sardina. Questo gioco l’avevano inventato loro perché, da quando erano piccolini, avevano sentito parlare una quantità di volte del cattivo generale Scardinas e avevano poi confuso il nome di Scardinas con quello della Sardina. Così, per loro, chiamare qualcuno Sardina era un po’ come dirgli che era cattivo e stupido. Il gioco della Sardina somigliava al nascondino, ma se il bambino che era sotto non riusciva a prendere nessuno diventava una Sardina. Allora doveva fare tre penitenze terribili scelte da tutti gli altri, come farsi fare il solletico da cinque bambini o scendere in cantina da solo al buio oppure dare un bacio ai vecchi padroni del palazzo. Con loro, pensa un po’, giocavano anche due enormi cani mastini che facevano la guardia e che per Rita e Gil erano i più cari amici del mondo. Quei cani li seguivano dappertutto e, se volevano, diventavano dei cavalli, perché i bambini

gli saltavano in groppa e galoppavano su di loro per la campagna. Ma per Rita e Gil valevano di più dei cavalli perché erano pronti a difenderli come due tigri che proteggono i loro tigrotti. Una mattina su per il sentiero si arrampicò un omaccio dall’aria prepotente. Sai chi era? Era il cannoniere Garcia, e era arrivato là su per ordine del generale Scardinas. Quel generale, furioso per la sconfitta, si rodeva e si smangiava soprattutto perché il suo esercito era stato sbaragliato da una donna. E aveva mandato Garcia a cercarla, dato che l’aveva vista bene, perché voleva ucciderla. Per mesi il cannoniere aveva frugato la città e le campagne senza trovarla, finché era arrivato sulla rupe. Mentre saliva nessuno gli aveva sparato col cannone perché nessuno sapeva chi fosse, così Garcia poté spiare dappertutto. A un certo momento scorse su un terrazzo Maja che salutava due bambini. Ghignando soddisfatto si nascose dietro un albero e, appena Rita e Gil uscirono dal cancello, si buttò su di loro per rapirli. Subito udì dei latrati furiosi. Dal cancello balzarono due enormi mastini con gli occhi iniettati di sangue. Atterrito Garcia si lanciò giù per il sentiero, e arrivò in fondo in pochissimo tempo. A rotoloni però, e coperto di ammaccature e di lividi. Fu anche fortunato, perché Gil e Rita richiamarono i mastini, che stavano per balzare su di lui e sbranarlo. Mentre Garcia rotolava per il sentiero, i due bambini salirono a cavalcioni del cannone come facevano spesso. E udirono sulle loro teste una quantità di risate. Guardarono in su e, tra i rami di un albero gigantesco, videro un vecchio e una vecchia che andavano in altalena ridendo da star male. Su quell’albero scorsero anche un gatto e dei giovani dagli occhi spiritati. E più in alto ancora, nel cielo, videro addirittura una bella ragazza con una benda in fronte che volava appoggiandosi a una corda che reggeva in mano. Aveva un sorriso magico. – Chi siete?! – esclamò Rita Luna stupefatta. – Siamo dei mercanti andalusi, degli amici della vostra mamma e del vostro papà – rispose il vecchio facendo salire altissima l’altalena. – Della mamma e del papà!? – esclamò Gil Pepito. – Certo – rise la vecchia, – voi due poi vi conosciamo da prima che nasceste. E Rita: – Da prima che nascessimo?! Ma come… e quella là come fa a volare, è una maga?

«Vecchio sull’altalena» New York, Hispanic Society of America

«Vecchia sull’altalena» Madrid, Biblioteca Nacional

«Giovane strega che vola su una corda» Ottawa, National Gallery of Canada

19


L'arte per bambini - Goya - Pinin Carpi