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Il nido Un po’ di storia Il cosiddetto “nido” è una invenzione della seconda metà del secolo scorso e, come tanti altri cambiamenti operati nell’assistenza sanitaria, motivata dalla volontà di garantire cure della migliore qualità possibile a madre e bambino. Per capire meglio quanto ciò fosse necessario, però, bisognerebbe tornare indietro a quel periodo e rendersi conto di quali fossero le condizioni della maggior parte degli ospedali italiani, ospitati spesso in strutture fatiscenti, per lo più vecchi conventi o caserme abbandonate, con enormi problemi di manutenzione e di funzionalità per i vari reparti e servizi. Con il relativo benessere conseguente al boom economico degli anni ’60, si poté finalmente pensare a realizzare nuove strutture di ricovero, capaci sia di soddisfare le crescenti esigenze imposte da un rapido progresso della scienza medica, sia di offrire ai malati condizioni di degenza dignitose. In questa cornice, dorata, come abbiamo accennato, dal miraggio della massima sicurezza, si pensò che tenere i neonati in un ambiente dedicato e incontaminato, allontanandoli dalle madri subito dopo la nascita, avrebbe consentito un miglior controllo clinico dei bambini e un più rapido recupero psico-fisico delle puerpere, liberandole dalle ansie relative alla necessità di sorveglia-


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re lo stato di salute dei loro figli e dalla fatica di provvedere alle loro necessità igieniche. Quasi ovunque, in Italia, nessuno dubitò un istante che questa fosse una saggia decisione. Bisognava essere ciechi per non vedere che le puerpere erano fisicamente a pezzi, bisognose di riposo, perennemente a letto, a sonnecchiare e poi, come si fa a dormire con uno scricciolo berciante che in continuazione chiede attenzione, altrimenti non dorme, e che ogni paio d’ore, se non più spesso, vuole attaccarsi al seno, che però non ha ancora latte e non lo può soddisfare, e risiamo da capo a quindici? E le ansie, e le relative precipitose chiamate all’infermiera per il singhiozzo, il colpo di tosse, i rigurgiti, il conato di vomito, il braccino scuro, le feci liquide, le perdite di sangue nelle femminucce, le palline mosce nei maschietti, e i puntini, bianchi, rossi, gialli e di tutti i colori dell’arcobaleno? Ma, insomma, cosa si pretende da una povera donna al primo bambino? Fatela rifiatare, datele tre quattro giorni di tregua, che riprenda le forze per quando tornerà a casa, che ne avrà bisogno. Tanto il bambino è in mani esperte, accudito e super controllato, e consegnato al momento giusto, quando si è sicuri che non ha problemi di sorta che possano preoccupare i genitori.

Chi tace acconsente Di fronte a una logica così stringente pochi avrebbero saputo argomentare qualche obiezione, tanto meno io, privo come ero, e come me la maggioranza dei pediatri italiani, dei presupposti scientifici e etici necessari a poterlo fare e così, assolutamente convinti di far bene, abbiamo operato di conseguenza. Ciò che contribuiva a mantenermi ben saldo nel mio convincimento era il fatto che dai diretti interessati non arrivavano contestazioni, o almeno indizi, di alcun tipo. Dai bambini, ovviamente, non potendo aspettarmi comunicazioni verbali, potevano arrivare, così pensavo allora, solo


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segnali indiretti relativi al loro stato di salute. Ancora non si parlava, diffusamente come oggi, della esistenza, già in epoca feto-neonatale, di uno stato di coscienza o di un definibile livello di intelligenza e addirittura si negava la possibilità che i neonati potessero sentire il dolore, nel senso specifico di soffrirne. In pratica, lo avvertivano, reagivano di riflesso con contorsioni e smorfie, per combinazione uguali uguali a quelle di un eretico sul rogo, ma, in realtà, non lo “provavano” e quindi non ne risentivano affatto. In conseguenza, l’anestesia si praticava solo negli interventi chirurgici più invasivi, quando era indispensabile che il bambino restasse perfettamente immobile e ne facevamo tranquillamente a meno per le piccole incisioni, le suture, le intubazioni tracheali, lasciando stare altre quisquiglie come i ripetuti prelievi di sangue dal tallone per glicemia e bilirubina. Figuratevi, allora, se potevo prendere in considerazione, come segnale di sofferenza, il semplice pianto. Per quanto violento e prolungato, una volta escluse situazioni patologiche grossolane, non poteva dipendere da nulla che non fosse la “neonatalità”, cioè il fatto che i neonati normalmente lo fanno. Non avrei mai minimamente pensato a connotarlo come disperato o sofferto, perché questo avrebbe sottinteso tutta quella serie di conoscenze che ancora non avevo. I bambini mangiavano, evacuavano, crescevano, non si ammalavano, quindi stavano bene. Non chiedevo altro.

Il dolore non ha età Oggi sappiamo che non esistono limiti d’età alla percezione del dolore. Fin dal terzo trimestre di gravidanza il feto ha raggiunto un livello di maturità tale da consentirgli di “soffrire” il dolore e il neonato a termine sviluppa anche una “memoria” del dolore che lo rende ipersensibile, tanto che,


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dopo un’esperienza dolorosa, per un lungo periodo di tempo arriva a sperimentare come dolorose anche stimolazioni normali, come la semplice manipolazione da parte di chi lo accudisce. Una peculiarità di questo periodo, che si mantiene fino ai 12-18 mesi, è inoltre rappresentata da una ridotta capacità di rispondere al dolore con meccanismi di inibizione interni, per cui, a parità di intensità dello stimolo doloroso, la percezione è tanto maggiore quanto più è giovane il bambino. Infine, ciliegina sulla torta, diversi studi hanno dimostrato che l’esperienza dolorosa comporta, a breve termine, peggioramento clinico, complicazioni e prolungamento dell’ospedalizzazione e, a lungo termine, ipersensibilità al dolore, maggiore probabilità di soffrire di dolori cronici e problemi psicologici. E i bambini, al nido, piangevano, e come piangevano! Sia di giorno, come potevano constatare anche i visitatori schierati al di là del cristallo di separazione, tutti contenti e soddisfatti nel vedere i loro prediletti convulsamente impegnati, a bocca spalancata, in una caccia all’ultimo respiro con un inafferrabile seno immaginario, che di notte, con il personale di assistenza impegnato senza tregua a escogitare strategie consolatorie che, di solito, finivano miseramente e con fugace successo nell’offerta di un ciuccio o di una soluzione di acqua e zucchero.

Tutto a fin di bene Le mamme, da parte loro, avrebbero avuto ogni opportunità di elevare proteste ma, per farlo, avrebbero dovuto rendersi conto di aver subito un torto. Ma se tutto quello che ti succede, per quanto oneroso, incomprensibile, illogico, prevaricante e umiliante, viene visto come scotto ineludibile per godere di una organizzazione che cerca di fare solo il tuo bene, mandi giù il boccone amaro, sopporti, e speri che poi, una volta a casa, possa andare meglio. Per cui, tutte soddisfatte.


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Se si chiedeva a una mamma, appena uscita dall’ospedale dopo il parto, come fosse andata, la risposta, invariabilmente, era: “Bene, bene. Un po’ stancante, ma è normale. Fortuna che la bambina stava al nido, se no non so proprio come avrei fatto a resistere. E poi, tutti molto gentili e disponibili, veramente. Facevano tutto loro. Non puoi sapere quanto tempo hanno perso per insegnarmi ad allattare! Sai, lei era pigra, non voleva saperne di attaccarsi e succhiare ma, alla fine, è andata. Solo che devo fare un po’ di aggiunta. Però ancora non mi raccapezzo mica! Ma, tanto, la devo riportare a controllo. Mi devo far spiegare bene, perché piange in continuazione. È una sofferenza sentirla! Già non ce la faccio più, e se continua così… Su, invece, quando andavo al nido per la poppata, dormiva sempre. Sarà che è la prima, che mi manca l’esperienza, ma se questa è l’aria, mi sa che la seconda… Però è tanto tenera, quando la guardo mi commuovo. Mi viene anche da piangere, sai? Chissà, sarà un po’ anche la stanchezza. Però è stata una bella esperienza, proprio bene, bene…”. Non poteva essere che così, perché sicuramente, in ogni nido d’Italia, tutti, medici e infermiere, hanno sempre fatto il loro dovere, con il massimo impegno, secondo scienza e coscienza. Solo che la scienza era quella sbagliata e ancora non lo sapevamo.

Provare per credere Chi si rendeva conto che nella nuova organizzazione qualcosa non andava, e non si sentiva del tutto o affatto soddisfatta, però c’era. Erano le donne che avevano già avuto altri bambini e che, sempre nello stesso ospedale, magari si erano dovute accontentare di scomo-


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de stanzette, anche a quattro o sei letti, affollate di mamme e bambini, per non parlare della fiumana di visitatori durante l’orario di ingresso. Ovviamente non protestavano neanche loro, talmente tutto, nel reparto modernizzato, era così bello ed efficiente. “Evidentemente – avranno pensato – oggi si fa così. Mah!”. Se, alla fine della degenza, avessimo chiesto a loro come era andata, la risposta sarebbe stata molto più netta e diametralmente opposta a quella della nostra mamma in crisi depressiva. Per la semplice ragione che loro avevano in mano le informazioni necessarie per giudicare, informazioni di prima mano, cioè la loro esperienza personale. E, in più, potevano anche fare un confronto oggettivo. C’è anche chi si è preoccupato di valutare scientificamente questo diverso atteggiamento sfruttando il cambiamento organizzativo, però al contrario, come avvenne in un ospedale pediatrico di Napoli. Prima della riorganizzazione, per diversi mesi fu chiesto alle neomamme ricoverate, che avevano il bambino degente al nido, se, con un prossimo bambino, avrebbero maggiormente gradito tenerlo in camera vicino a loro per l’intera giornata; la risposta, nel 95% circa, fu un chiaro no!, con una certa sorpresa per una domanda così bizzarra. Poi fu eliminato il nido e tutti i bambini sani stavano ormai abitualmente, per tutta la giornata, alloggiati nella stanza della mamma che provvedeva da sola, o con l’aiuto di un familiare, a tutte le loro necessità. Stavolta fu fatta loro la domanda opposta, se, con un prossimo bambino, avrebbero maggiormente gradito tenerlo separato al nido, affidato a personale specializzato, e la risposta fu, nel 95% circa, un chiaro no!, con una certa sorpresa per una domanda così bizzarra. Questa storia vi fa capire quanto sia importante, per saper giudicare, essere in possesso del maggior numero di informazioni possibile su quella questione, non solo quelle di una parte sola. Poi potrete concludere in piena libertà, anche sbagliando, secondo il criterio di alcuni, ma almeno è la vostra decisione ben ponderata in base alle vostre esigenze e sarete sicure che nessuno vi avrà preso in giro.


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La scienza nuova Al giorno d’oggi nessuno (parlo di pediatri e ostetrici ovviamente, perché loro non possono non sapere) si azzarda più a sostenere l’utilità del nido. La quantità di ricerche, in ambito sia medico che psicologico, che dimostrano la totale assurdità e nocività della pratica della separazione tra madre e figlio alla nascita è tale che se, nel corso di una riunione scientifica, qualcuno si azzardasse a sostenerne l’opportunità, verrebbe semplicemente preso per un folle e ignorato. Così, chi ancora mantiene in vita i nidi ospedalieri, quando se ne chiede la ragione, si affanna subito a giustificarsi, premettendo il suo fermo convincimento della loro perniciosità ed elencando, con apparente rammarico, tutta una serie di impedimenti che di necessità si rivelano del tutto immotivati. Questa certezza ci deriva dal fatto che sono tanti e tali i benefici, fisici e psicologici, di cui il neonato e la sua mamma usufruiscono standosene incollati l’uno all’altra, esclusi i rari casi di severe patologie, che non c’è difficoltà logistica, problema igienico, caos organizzativo, per quanto seri, che possano giustificarne la separazione. Perciò, chi lo fa o è un mentecatto o ci marcia. Ne riparleremo. Che succede quando il bambino nasce? Filosoficamente, “Quello che era unito si separa e quello che era separato si unisce”. Più semplicemente, mamma e bambino si innamorano. Perché non c’è un momento in cui gli esseri umani iniziano ad aver bisogno di


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amore, affetto, contatto, vicinanza. Si tratta di un bisogno che nasce con loro. È la naturale continuazione di un rapporto esistente già in utero, che con la nascita semplicemente prosegue, anche se con modalità diverse. Le capacità sensoriali del feto hanno uno sviluppo graduale, legato anche alle esperienze ambientali, necessariamente limitate in utero ma, comunque sempre presenti. Nel suo felice, o quasi, Eden amniotico il feto si allena per la lotta di sopravvivenza che lo aspetta dopo il parto, perfezionando man mano quelle abilità che un occhio attento ed esperto coglierà con facilità. L’ecografia fetale, infatti, ha ampiamente dimostrato le capacità di orientamento del feto verso i suoni e la capacità di discriminarli in graditi e non, l’attività respiratoria, la ricchezza e la precisione dei movimenti spontanei e riflessi. Di questi ultimi si ipotizza un ruolo importante nell’impegno e nella progressione lungo il canale del parto, per cui il feto non sarebbe l’oggetto del parto bensì il suo brillante protagonista.

Un colpo di fulmine Dopo il distacco cruento, apparentemente definitivo, ecco il ricongiungimento con chi lo ha generato, atteso, portato alla luce. Se il bambino, appena nato, viene lasciato a stretto contatto con la madre, meglio pelle a pelle, ritrova qualcosa del suo recente passato nel tepore del contenimento delle braccia materne, nella soddisfazione della suzione al seno che inizia a cercare spontaneamente, senza fretta. Un “amarcord” ininterrotto (guai!) che lo induce a pensare che, dopo tutto, “fuori” non si sta poi così male e si può provare ad aver fiducia in questo nuovo e strano mondo. D’altra parte, una qualche idea di ciò che avrebbe trovato, il feto-bambino doveva pur averla se ora sa già orientarsi così bene, trovando subito il seno, fissando la mamma negli occhi e accoccolandosi


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tranquillo e fiducioso fra le sue braccia. Questo comportamento è presente in tutti i neonati ma, perché si manifesti, bisogna lasciare madre e figlio tranquilli, uno accanto all’altra. Di solito, dopo un parto fisiologico, più o meno entro un’ora, tutti i bambini trovano da soli il capezzolo, si attaccano, ciucciano e si addormentano soddisfatti e sereni. Potremmo paragonarlo a un turista che arriva per la prima volta in un paese straniero di cui conosce solo ciò che altr i gli hanno raccontato e che, però, sa che ad attenderlo ci sarà una guida molto esperta, che gli può garantire il massimo comfort e sicurezza. Ma immaginatevi come si sentirebbe se, invece, non trovasse nessuno ad attenderlo. Lo stress sofferto, che nessun bambino può ricordare coscientemente, ma che oggi possiamo testimoniare e misurare con strumenti tecnologicamente avanzati, è stato troppo spesso sottovalutato. Eppure è quello che spesso accade. Nutrirlo e tenerlo asciutto: è tutta qui la cura del neonato offerta da molti ospedali che oggi, come cento anni fa, lo considerano insensibile e incapace di sentimenti, negando l’evidenza, che le madri invece intuiscono, della sua capacità di instaurare una relazione con gli altri e di assumere nel rapporto con loro un ruolo attivo. In passato quando la morte di un neonato era frequente, negare queste evidenze poteva essere di aiuto per superare il dolore della perdita dei bambini; allora si poteva rimandare un pieno coinvolgimento nel rapporto tra madre e neonato a quando la sopravvivenza fosse stata certa; ma oggi, questo atteggiamento non ha più senso. Perciò, nei reparti di maternità non si può più accettare un’assistenza organizzata come nessuno si azzarderebbe a proporre per un bambi-


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no più grande. Chi si sognerebbe mai, oggi, di impedire a una madre di stare vicino al suo bambino ricoverato in una corsia d’ospedale?

La terra del latte del miele Al risveglio, il bambino di solito cerca di nuovo il seno. Lui sa bene cosa fare, e lo stesso la mamma, perché ambedue hanno già fatto una prova generale subito dopo il parto. Le poppate saranno frequenti, anche una ogni due ore, perché la ghiandola mammaria ha bisogno di essere stimolata svuotandosi completamente; e, più si svuota, più latte produce, come un magazzino che, più finisce le scorte di merce, più ne ordina. E, ogni volta, la scarica ormonale legata alla poppata e alla vicinanza del bambino rilassa la mamma, la ristora, la fa riposare meglio. Ecco perché le mamme che avevano i bambini al nido e li vedevano solo ogni tre quattro ore, solo in occasione delle poppate canoniche, per venti-trenta miseri minuti, erano stanche, addolorate, svuotate, tristi. Mancava loro qualcosa che il loro istinto andava cercando, senza sapere cosa e dove fosse, smarrite come una gatta a cui siano stati subito sottratti i cuccioli appena nati per sopprimerli; mancava loro l’effetto rigenerante degli ormoni del benessere messi in moto dalla presenza del bambino. E loro che pensavano, perché tutti lo dicevano, che così doveva essere, che era la fatica del travaglio e del parto, e che fortuna che non dovessero occuparsi del bambino, se no, sai che disastro! Ma che bella invenzione il nido! Ecco perché al nido i bambini piangevano così spesso e all’arrivo della mamma per la poppata si dimostravano “pigri” e non volevano né attaccarsi né ciucciare. Avevano fame, costretti a digiunare da uno schema orario insensato, tanto che, per farli star zitti, alla fine si doveva, per carità cristiana, dargli necessariamente, e fuori orario!, un po’ di


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formula artificiale, così che, all’arrivo della mamma per la poppata, dormivano come sassi, o per aver già mangiato, o per la stanchezza del pianto, e se non si trovavano in quelle condizioni e mangiavano era solo per puro caso. E le mamme che pensavano di avere figli dispettosi che le rifiutavano, figli complicati che a casa chi ci avrebbe capito nulla, figli che, forse, non erano proprio proprio come gli altri! Perché quei neonati che si erano sempre attaccati per la gioia delle loro mamme loro li avevano visti. Ma che bella invenzione il nido! Non rispettare il naturale bisogno che madre e figlio hanno di restare vicini significa compromettere pesantemente la qualità della loro relazione, con misurabili conseguenze sul futuro sviluppo fisico e psicologico del bambino, in quanto il contatto non interrotto crea le migliori condizioni per un allattamento naturale di lunga durata, predispone a una buona acquisizione del ritmo sonnoveglia, del ritmo respiratorio e digestivo, rafforza l’apparato immunitario e riduce la sensibilità allo stress. Inoltre, i neonati che non vengono separati dalle madri dimostrano generalmente una forte motivazione all’apprendimento e all’esplorazione. Quanto ci vorrà per risanare i danni che abbiamo causato in decenni di negligenza e trascuratezza nei confronti di mamme e bambini? Ne vedo ancora oggi gli effetti nella rigidità e apprensione di nonne e mamme che non abbiano avuto l’opportunità di trarre vantaggio da corsi ben fatti e dalla perdurante prevalenza di una concezione del bambino come fatica e privazione. L’errore fondamentale è stato quello di non vedere, annebbiati dalla nostra superficialità e presunzione, che stravolgendo dalle fondamenta l’approccio tradizionale alla maternità, in omaggio alle certezze del progresso scientifico, perdevamo le straordinarie opportunità offerte dal nostro istinto di mammiferi e, come si dice, buttavamo via “il bambino con l’acqua sporca”.


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UNA GIORNATA A NI-DACHAU Qualcosina ho cominciato a capire di come funzionano le cose qui ma, è chiaro, ci vuole tempo. E pensare che avevo fatto tanti progetti! Costruivo pazientemente la mia vita, perfezionando gradualmente i miei movimenti futuri e preparandomi a ogni evenienza. Il mio istinto mi convinceva che avrei potuto affrontare ogni avversità, che al momento opportuno avrei trovato le risorse necessarie. Mi sentivo crescere dentro giorno dopo giorno un’energia incontenibile, mi sentivo un gigante. Finché un giorno avvertii che ormai dovevo cambiare la mia situazione. Il posto dove vivevo mi stava a quel punto incredibilmente stretto; me ne dovevo proprio andare. Spinto da un improvviso impulso, del tutto nuovo, con tutto me stesso mi lanciai alla ventura. Mi impegnai con tutte le mie forze e più di una volta dovetti puntare i piedi per venirne fuori. Era come procedere in un tunnel al buio, ma sapendo bene che la direzione da prendere poteva essere soltanto una. Ero pieno di fiducia. Sapevo che sarebbe andato tutto bene. Non so cosa posso aver sbagliato. Fatto è che mi hanno letteralmente preso per il collo, schiaffeggiato in ogni modo possibile. Mi hanno completamente ripulito. Sbattuta una luce violenta in faccia, come un terzo grado. Lasciato solo, senza mezzi e senza amici. Vittima designata, sono inevitabilmente finito dietro le sbarre, in un buco di posto che a mala pena ti ci muovi. E io che sognavo un mondo nuovo, la terra promessa, la terra del latte e del miele. Altro che latte e miele! Non si capisce cos’è quello che ti danno da mangiare e per di più arriva quando meno te lo aspetti e così, fame o non fame, ti tocca approfittare, a rischio di vomitare. Ogni tanto capita che ti diano una roba niente male, e pure con modi gentili, direi quasi affettuosi. Ma, questa è la finezza della tortura, tutto dura quanto


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basta a illuderti, perché dopo poco ti sbatacchiano come un cencio e ti rifilano una schifezza di mangiare che non si può descrivere. E guai se non la ingozzi. Se non lo fai tu, in un modo o in un altro, ci pensano loro a mandartela giù. Prima ti immobilizzano con un lenzuolo di forza, poi ti aprono la bocca, o ti tappano il naso fino a quando non senti i polmoni che ti scoppiano e sei costretto a respirare e allora ti ritrovi in bocca quella broda, per cui, o bevi o affoghi. Ho visto compagni di braccio, crollati per la stanchezza e il sonno durante questo trattamento, venire risvegliati, per finire gli avanzi, mediante la tecnica dello “stivaletto malese”, lo schiacciamento delle dita dei piedi. Quando si ritorna fra le sbarre dalla sala mensa ci si chiede come si sia riusciti a sopravvivere, e la prima cosa che si fa è liberarsi quanto più possibile dell’intruglio di cui ti hanno ingozzato, a rischio di soffrire nuovamente la fame nella lunga attesa del pasto successivo che, comunque, sappiamo benissimo, sarà dannatamente identico al precedente. Il sonno, bene o male, prima o poi, ti prende, e riesci a dimenticare i morsi della fame. Ma questo dono benedetto te lo rapinano con una puntualità che sadica è dire poco. È un continuo venire a stuzzicarti con fari accecanti, rumori, scossoni alla gabbia, per non parlare della tortura del punteruolo. Sempre quando meno te lo aspetti ti bloccano, ti immobilizzano il piede in una morsa e ti ficcano un punteruolo nel tallone. Poi cominciano a strizzarti il piede. Tu urli? Serve solo a beccarsi un’altra punteruolata. E la notte? È durante la notte che ci sottopongono alla tortura del digiuno. Tutto il braccio comincia a urlare e a dar calci alle gabbie. C’è anche chi la prende a testate, fino


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a ferirsi. Ogni tanto qualcuno crolla per la fatica, si abbandona, fino a dare l’impressione di dormire ma poi, dilaniato dai morsi della fame, si riprende e ricomincia a sbracciare come un ossesso, finendo spesso incastrato fra le sbarre. Si racconta che uscendo di lì qualcuno resti segnato per sempre. Per questo, appena arrivati, i “veci” ci hanno subito raccomandato di rigare sempre diritto, di abbozzare e inghiottire tutto, proprio per evitare trasferimenti e maltrattamenti peggiori. Perché, in fondo, qui si resta poco. Il ricambio, tranne rari casi, è rapido. Dove ci portino non si sa con certezza. Sembra però, se si vuole dar fede a racconti fatti da qualcuno dei nostri costretto dal regolamento a tornare per qualche giorno, che ci sia una specie di affidamento ad altre sorveglianti, dicono molto diverse però, e, sempre pare, che la maggior parte di noi, in fondo in fondo, alla fine, si trovi bene. Siccome, però, si tratta sempre di libertà vigilata, ogni tanto ti riportano qui per controllare che ti sia comportato bene, ma sembra che si riesca a scamparla. Quasi sempre. P.S. I fatti narrati nel brano sono veramente accaduti e si riferiscono a persone realmente esistite e, disgraziatamente, continuano ad accadere.


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Sotto il camice niente?  

La salute di bambini tra ignoranza e interessi

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