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O T R O P P A R SULLA

A R U T L O AGRIC 2 A E I BL O FASCICOL

CINQUE DECRETI ANTI-CRISI L’ASSESSORE AIELLO VARA IL MARCHIO “SICILIA” LA ZOOTECNIA QUOTE LATTE, UNA SCURE TAGLIA-IMPRESE LA SERRICOLTURA ANCHE I FIORI PIANGONO LA FINE DI UN MITO L’AGROALIMENTARE A TAVOLA I PIATTI CHE CELEBRANO LA NOSTRA CUCINA

ATO  SSESSOR E ’A L L E  D L TROCINIO E AGRICO CON IL PALE ALLE RISORS A REGION 2 OBRE 201 L 26 OTT E D 9 . N  AL INSERTO

I BUONI FRUTTI

NONOSTANTE LA CRISI, IL SETTORE CONSERVA IL PRIMO POSTO IN SICILIA: L’ECCELLENZA È QUI


O RAPPORT SULLA URA AGRICOLT IBLEA TE IL  PRESEN di

nina Gianni Bo

POLITICA AGRICOLA COMUNITARIA E STRETTA DEL CREDITO: COSÌ IL SETTORE È FINITO SOTTO SFORZO

STATO DI SOFFERENZA OCCORRE UNA CURA

C’è stato un tempo in cui l’agricoltura era così importante per l’intera economia ragusana che un pasticciere come Enzo Dipasquale poteva augurarsi per il nuovo anno che le serre di Vittoria andassero bene

IL MERCATO DI VITTORIA

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l mercato di Vittoria transita oltre il 60% della produzione ortofrutticola della Sicilia e si trova al centro di un’inchiesta della Finanza che avrebbe individuato in esso una specie di oligarchia che controlla e impone i prezzi ai piccoli produttori. In esso opera la figura del commissionario, assente in tutta Italia

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ra la fine degli anni Ottanta. E si spendeva. I soldi c’erano. I matrimoni venivano celebrati con oltre duecento invitati e menu da 70 mila lire a cranio. Anche allora, all’inizio di ogni nuovo anno, i giornali usavano domandare speranze e auspici. Enzo Dipasquale, pasticciere ma anche commis di pranzi nuziali, non ebbe esitazione a rispondere: «Mi auguro che per le serre di Vittoria sia una buona annata anche quella che viene». In quelle poche parole, pronunciate da un operatore economico ragusano a favore di un altro settore economico appartenente dopotutto a una diversa realtà, c’è tutta la storia dell’agricoltura ragusana. La serricoltura era allora il volano non solo dell’Ipparino ma di tutta la provincia. Se andavano bene le serre non nascevano solo villone con le maniglie d’oro alle porte ma si innescava un circolo virtuoso grazie al quale anche chi allestiva pranzi di nozze, non certo il primo della filiera dunque, e comunque un offerente di beni voluttuari, ne traeva vantaggi molto cospicui. Le serre erano le regine dell’attività agricola, ma anche l’ortofrutticoltura in campo aperto dava risultati entusiasmanti. Non meno privi di slancio erano gli altri tre settori cardine dell’economia iblea, che è storicamente fondata sull’agricoltura: floricoltura, zootecnia e industria lattiero-casearia. La terra è la risorsa di questa provincia al punto da es-

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serne stata, agli albori della storia, anche un mito. La dea greca Demetra ebbe una progenitrice sicula nella dea Ibla che fu adorata soprattutto in terra iblea ed ebbe un culto esteso a tutta l’isola. Una certa tradizione che rimanda a Diodoro Siculo vuole poi che il pastorello Dafni fosse un figlio degli Erei, che - se Erea è la Ibla ragusana - si identificavano con gli Iblei. Questo gene ereditario ha segnato l’evoluzione della provincia, legata alla terra come ostrica allo scoglio. Oggi Dipasquale non potrebbe più contare sulle serre ipparine né su altre risorse dell’agricoltura. È pur vero che anche allora non c’erano mezzadri che, al momento del pagamento del canone al proprietario, non lamentassero poveri raccolti, essendo nella coscienza contadina iblea piangere miseria per non pagare (e Serafino Amabile Guastella ha testimoniato con arguzia queste “parità” tipicamente iblee), ma è altrettanto vero che quanto l’agricoltura ha reso a quel tempo un sacco di gente ricca tanto oggi fa penare centinaia di famiglie. Vale ancora il teorema di Dipasquale per cui, se allora l’agricoltura assicurava fortuna a tutti, oggi è sempre la crisi dell’agricoltura a produrre povertà. La congiuntura internazionale e la conseguente stretta creditizia integrano la causa prima di un regresso generale che ha colpito con maggiore violenza l’agricoltura perché si tratta di un comparto per il quale l’esercizio del credito bancario è stato prima provvidenziale (si


I MERCATI MAGHREBINI SOFFOCANO LA SICILIA

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a grande distribuzione transfrontaliera va sempre più emarginando la Sicilia. Acquistando prodotti ortofrutticoli in Tunisia e in Marocco abbatte i costi che in Sicilia si mantengono più alti e commercializza anche sul mercato siciliano. Si calcola che i limoni vengano acquistati in Nord Africa a meno di 7 centesimi al chilo e che in Sicilia la produzione ne costi 15. Le produzioni sbarcano nel porto di Pozzallo (nella foto) dove da tempo è richiesta un’azione di controllo sulla quantità delle merci. 

pensi al ruolo che ha avuto agli esordi la Banca agricola popolare di Ragusa) e poi fondamentale e imprescindibile. Ogni istituto bancario elargiva fondi quasi senza limite a fronte dell’iscrizione della sola ipoteca di primo grado sul prestito, nella certezza che il terreno ipotecato sarebbe stato rivenduto con estrema facilità e forse con maggiore profitto. Oggi le banche (compresa, ma per ultima, la benemerita Bapr) lesinano aperture di credito in mancanza di garanzie reali costituite da grossi immobili o inattaccabili fideiussioni. Sanno che in caso di insolvenza la vendita di un terreno all’asta, sempreché si presenti qualcuno interessato all’acquisto, sortirebbe un risultato decisamente deludente. L’errore di fondo, nell’esercizio del creddito, è quello di estendere all’agricoltura il regime fiscale che è proprio dell’industria, applicando ad essa le regole di valutazione aziendale che tengono conto del fatturato e dei parametri di Basilea e assegnando dunque un rating che è quanto di più estraneo possa riguardare un settore i cui bilanci di previsione dipendono perlopiù dalla natura. I criteri di analisi di un’azienda agricola dovrebbero invece assumere due soli elementi di giudizio: il reddito agrario (dato dal valore e dalla redditività della coltura) e il reddito dominicale (dato dal valore del terreno, se pascolo per esempio o seminativo). Le associazioni di categoria, con la Cia in testa, si stanno impegnando a fondo perché passi finalmente una logica del genere: che consideri quella agricola un’azienda speciale. Ma è anche vero che, a parere della Coldiretti, l’equiparazione dell’azienda agricola a una di tipo industriale è da considerare una conquista perché ne fa una vera impresa. Comunque sia, pesano anche direttive comunitarie che imbrigliano gli stessi istituti di credito dentro un modello comune a ogni forma di economia. Ma senza credito l’agricoltura siciliana - e iblea in particolare - non può farcela quando si consideri pure il fallimento della politica di associazionismo e di cooperazione iniziata con entusiasmo e rimasta per strada. Un deficit tutto ragusano. La pervicace convinzione che da soli è meglio è figlia infatti di un pregiudizio culturale che rimonta al Cinquecento e alla particolarità della formazione della coscienza ragusana nel segno della frammentazione. Quella che fu una grande conquista, la proprietà terriera divisa e concessa in enfiteusi con la creazione di centinaia di piccoli proprietari, si è rivelata oggi un handicap. La tradizione che ha premiato la contiguità anziché la comunione ha lasciato in eredità una mentalità radicata e finito per danneggiare proprio il piccolo proprietario. Il produttore agricolo ibleo ha visto infatti nell’associazionismo non un’utile compartecipazione ma la sola possibilità di risparmiare negli acquisti, per esempio

della plastica. Incapace di guardare oltre il proprio orizzonte, il coltivatore ibleo ha scelto di fare concorrenza al vicino piuttosto che ai mercati lontani, ritenuti innocui e ininfluenti e oggi finiti invece per fagocitarlo raggiungendolo fin dentro la sua masseria. A farcela non possono che essere dunque i grandi gruppi, anch’essi comunque impegnati duramente contro i processi di globalizzazione. E mentre realtà come La Mediterranea Fiori di Acate fronteggiano la crisi con forza, sia pur a fatica, si va affermando un fenomeno nuovo, tipicamente ottocentesco: la coltivazione di nicchia, specialmente olio e vino, sulla quale si sono cimentati non più i grandi proprietari ma la classe borghese formata dai professionisti. Avvocati, architetti, notai, farmacisti vanno sempre più esplorando, a tempo perso e come attività complementare a quella principale, il piacere e la possibilità di produrre un proprio vino o un proprio olio. Questi imprenditori della domenica hanno realizzato aziende che oggi vanno conquistando fette di mercato sempre più ricercato e raffinato. Ditte come la Avide del notaio Demostene o la Cos di Giusto Occhipinti e dell’architetto Cilia o ancora la cantina Valle dell’Acate di Peppinello Iacono e della figlia Tania quanto alla zona occidentale della provincia, mentre per quella orientale valga l’azienda Eloro di Curto di Ispica, producono un vino cerasuolo che fronteggia la recessione e conquista i mercati esteri. Anche nella produzione di olio la classe borghese va in campagna e insedia aziende non meno in crescita. L’olio dei fratelli Schininà, impegnati innanzitutto nella vendita di autovetture, o quello Dop dei Monti Iblei prodotto dall’ingegnere chiaramontano Peppino Rosso oppure ancora di Vito Catania, un imprenditore giramondo che da Chiaramonte ha fatto ormai stanza a Parigi, costituisce un prodotto in controtendenza al faticoso andamento del settore professionalizzato. Ma se la produzione ristagna nelle mani di operatori impegnati a tempo libero, l’agricoltura rischia di perdere il primato storico di economia regina della provincia. Che essendo quella a maggiore vocazione agricola della Sicilia costituisce un indice generale. In questa provincia si decide dunque il futuro del settore. Ma la battaglia è titanica. Gli ostacoli da vincere sono la politica agricola comunitaria, la famigerata Pac, che penalizza pesantemente il Sud Europa, e la grande distribuzione, un sistema spregiudicato che ha colpito duramente la provincia di Ragusa scavalcandola per rifornirsi, a prezzi migliori, nel Maghreb, da dove importa quei prodotti ortofrutticoli che sono un genere ragusano di eccellenza. A sostenere lo scontro sono la Regione e le associazioni di produttori. Ma fino a quando non scende in campo lo Stato, il Ragusano non sarà che in inferiorità.

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Le banche considerano l’agricoltura alla stregua dell’industria e valutano le aziende secondo il fatturato. Non tengono perciò conto di due elementi cenbtrali: il reddito agrario e il reddito dominicale

IL RINCARO DEI PREZZI

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n assenza di un sistema di commercializzazione i prodotti ortofrutticoli iblei costano di più agli stessi ragusani. Il pomodorino, per esempio, parte dalla Sicilia su gommato, arriva a Fondi, viene confezionato e torna in provincia sui banconi dei supermercati al prezzo di un prodotto estero di importazione


O RAPPORT SULLA URA AGRICOLT IBLEA O IL  PASSAT di

Nunzio La

uretta

IL CINQUECENTO GETTÒ LE BASI DEL MODELLO IBLEO E IL SECONDO DOPOGUERRA LO HA RILANCIATO

DODICI COMUNI, ANZI COMUNITÀ AGRICOLE

Il fenomeno dello stanziamento rurale è stato l’equivalente del processo di urbanizzazione nelle città siciliane. In provincia si è creato un policentrismo che gravita sulla polarità della campagna

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AGRARI E BRACCIANTI

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a provincia di Ragusa è stata teatro negli anni Venti di scontri sociali tra agrari e massimalisti socialisti costituiti da braccianti e contadini. Il fascismo appoggiò la politica agraria ma non riuscì a piegare il fronte contadino se non con interventi di forza che ebbero ragione ancor prima della Marcia su Roma

l territorio della provincia di Ragusa, nonostante pezzamenti di terra che mediamente misuravano una le diversità geomorfologiche ed economico-strut- salma e mezza di terreno per ciascun enfiteuta; e ancora turali delle parti che lo compongono (pianura, al- venne concesso un pacchetto di facilitazioni materiali tipiano, montagna), sembra conservare un’identità e fiscali a chi decideva di diventare membro attivo della culturale che risalta con particolare evidenza non istituenda comunità. Le operazioni di censuazione delle solo agli occhi degli addetti ai lavori, ma anche a quelli terre di Modica, di Comiso, di Vittoria e di Santa Croce del visitatore che, giunto in terra iblea, abbia tempo e e, più in generale, dell’intero territorio ragusano prosevoglia di riflettere su ciò che gli sta intorno. guirono ininterrottamente, con motivazioni diverse, per Al di là di quelle stesse luci ed ombre che è possibile i secoli successivi, caratterizzando in maniera specifica cogliere nell’intero contesto siciliano di lo sviluppo dell’area. La vitalità della cui Ragusa è parte integrante, si possopiccola e media azienda agraria infatti, no però rintracciare i segni di una “permentre ha impedito la nascita di un uniALTISSIMA sonalità forte” che, pur nell’assenza di co centro urbano così come invece è avFU LA soluzioni di continuità geografica con venuto nel resto dell’Isola, dove la città PRESSIONE il resto della Sicilia, sembrano distinè diventata punto di attrazione e di geguere, quasi fisicamente, i territori stione di un territorio agrario fatto di DEMOGRAFICA dell’antica contea di Modica. Le ragiograndi appezzamenti, ha favorito una NEL MODICANO ni sono quindi di carattere storico. Pristruttura policentrica, se è vero come è CHE NEL 1798 ma fra tutti è la divisione della vero che in un territorio di poco più di proprietà che, nata alla metà del Cin100.000 ettari sono cresciute ben 12 coCONTAVA 60 quecento, ha continuato per tutta l’età munità agricole urbanizzate. La caratteMILA RESIDENTI. moderna e contemporanea a imporsi ristica strutturale dei territori dell’ex MA RESTAVA come la chiave esplicativa delle dinacontea ha così finito per polarizzare una UN’ECONOMIA miche politiche, economiche e sociali. maggiore quantità di popolazione di L’operazione di censuazione delle terre quanto non abbiano fatto le altre zone POVERA fatta dai conti di Modica divenne infatti dell’Isola, ad economia latifondistica. una vera e propria operazione di ecoNel Modicano la pressione demografica nomia agraria. Caratteristiche simili anzi, per certi versi era altissima. Nessun territorio dell’Isola equivalente più marcatamente imprenditoriali, ebbero nello stesso all’area iblea, se si fa eccezione per le grandi città siciperiodo le censuazioni di terre fatte dai conti Naselli a liane, vantava nel 1798 le 60.000 anime che vivevano Comiso, nonché le nuove fondazioni fatte nei primi an- nella contea di Modica: ma, non per questo era zona ricni del secolo XVII con la licentia populandi di Santa ca. La miriade di piccole aziende sicuramente forniva Croce (1605) e di Vittoria (1607). Anche in questi casi più occasioni di lavoro di quanto non ne concedesse alle concessioni enfiteutiche provocarono la nascita di ap- trove il latifondo, ma le remunerazioni ai salariati re-

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LA FAMIGLIA RIZZA E LA PLAGA MESOPOTAMIO

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ella metà dell’Ottocento, la plaga Mesopotamio era vitata e si erano perfezionate tecniche produttive e di vinificazione di prim’ordine.  Paolo Rizza, prima, e il figlio Vito, poi, trasforrmarono la fisionomia agraria del feudo di Fegotto impiantando vigneti e costruendo il primo palmento e la prima cantina. La plaga Mesopotamio è la zona compresa tra i fiumi Dirillo e Ippari e connota, da Chiaramonte a mare, l’area di produzione del vino Cerasuolo di Vittoria Docg Classico e delle Doc Vittoria Rosso, Vittoria Nero D’Avola, Vittoria Frappato, Vittoria Inzolia, Vittoria Novello. Si parla anche di “strade del vino”

Nei primi vent’anni del secolo scorso l’area destinata a latifondo in provincia di Siracusa era del 22% contro il 42% del Nisseno. Ma nell’area iblea la percentuale crollava addirittura al 7% stavano ai livelli di sopravvivenza. E la situazione non sime di 0,20 lire per Vittoria, contro un salario orario ha subìto cambiamenti a distanza di secoli. che in Sicilia era mediamente di 0,23 lire. Il mosaico Se dalla fine del Settecento facciamo un salto fino ai delle cifre così completato ci permette di fare piena luce primi anni Venti del Novecento, troviamo i dati dell’in- sul processo circolare di auto-alimentazione di un’ecochiesta Lorenzoni che ci descrive una situazione per la nomia agraria povera così come si era andata consoliquale l’area catastale occupata dai latifondi (estensioni dando nell’area iblea. Le occasioni di lavoro diffuse, di terreno superiori ai 200 ettari) andava dal 18% del- offerte dalla proliferazione delle piccole e medie azienl’intera provincia di Messina (percentuale più bassa) al de agricole, riuscivano a sotto-occupare a livello di so42% della provincia di Caltanissetta (percentuale più pravvivenza un numero di uomini, in percentuale ed in alta). L’area del Siracusano coperta dai valore assoluto, più grosso di quanto latifondi era del 22%. Ma se da questa non ne riuscisse ad occupare la Sicilia estrapoliamo solo il territorio ibleo trolatifondista. IL NUMERO DI viamo una drastica riduzione al 7% Questi lavoratori, permanendo sul terOCCUPATI (SIA dell’intera superficie catastale. Questo ritorio nonostante l’emigrazione, conPUR TUTTI dato, letto in controluce poi con quello tribuirono a mantenere altissima della pressione demografica, che nel l’offerta di lavoro e quindi bassissimi i MALPAGATI) FU ventennio precedente al grande flusso salari, che a loro volta rappresentarono NEGLI IBLEI PIÙ migratorio (1881-1901) registra un inla condizione essenziale per la sopravALTO DI QUELLO cremento pari all’11,75% contro il vivenza della piccola e media azienda 9,78% della Sicilia ed il 6,91% del reagraria. Nel primo ventennio del secolo CHE LA SICILIA gno, con punte massime del 14,19% a XX si fecero più concrete per i contaDEL Ragusa e del 15,54% a Vittoria, ci dà il dini le possibilità di accedere alla proLATIFONDO quadro di una condizione economica e prietà della terra e grazie alle nuove sociale dell’area iblea divenuta ormai disponibilità acquisite con le rimesse RIUSCÌ strutturale ed immodificabile. degli emigrati e più in particolare grazie A IMPIEGARE Altri dati concorrono poi ad illustrare agli acquisti fatti da lavoratori che tormeglio la situazione dei territori dell’ex navano dall’America, la piccola procontea del primo ventennio del secolo XX: la popola- prietà fece un notevole balzo in avanti. zione agricola della zona, rilevata con il censimento del Alla fine dell’Ottocento era già presente la proprietà 1911, risultava composta per il 692,80‰ da braccianti particellare soprattutto nei dintorni di Scicli, ma il cone contadini poveri, contro il 666,50‰ della Sicilia ed il fronto tra i dati dell’inchiesta Lorenzoni e quelli del Ca463,99‰ del Regno; pressoché contemporaneamente tasto agrario del 1929 ci presenta una fotografia che (la rilevazione è del 1913) i salari orari medi dell’area vede la piccola proprietà diffusa per tutta la provincia. iblea si aggiravano intorno alle 0,10 lire con punte mas- Le aziende agricole dell’area iblea nel 1931 risultavano

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LA PICCOLA PROPRIETÀ

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a piccola proprietà registra un incremento negli anni Venti con gli acquisti di terreno che fanno gli emigrati che rientrano. Il fenomeno cresce grazie ai salari che restano bassissimi a causa dell’altissima offerta di lavoro. Questa disparità consente alla piccola e media azienda agricola di sopravvivere


O RAPPORT SULLA URA AGRICOLT IBLEA

Il frazionamento fondiario incise anche sulla emigrazione, che nel Ragusano non raggiunse mai le vette toccate nella Sicilia del latifondo nella stagione di più forte espatrio

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LE SPESE DI ENERGIA

l gasolio agricolo è impiegato in misura ridotta nelle nostre serre rispetto ad altre realtà europee. Per esempio, a Sanremo per ogni metro quadrato coperto in un solo ciclo produttivo occorrono 8 chilogrammi di petrolio, in Austria 15 kg, in Belgio 34 kg, in Irlanda 36 kg, in Olanda 50 kg e in Svezia 55 kg

così suddivise per classi d’ampiezza e per forma di conduzione. La tendenza al frazionamento della proprietà terriera si rafforzava ed insieme ad essa si rafforzarono le caratteristiche strutturali dell’economia iblea, che erano quelle di un’economia agricola povera che riusciva a tenere legata alla terra una massa enorme di braccianti. In questo quadro l’emigrazione del primo ventennio del secolo scorso non riuscì a modificare alcunché: anzi, a definitiva conferma della diversità di fondo della zona iblea con la Sicilia del latifondo, va notato che il fenomeno migratorio incise molto di più nel contesto isolano che non nelle zone di proprietà frazionata come il Messinese o il Ragusano, dove per esempio non raggiunse mai livelli alti, nemmeno negli anni a ridosso della fine del primo decennio del secolo. In terra iblea prese vita un fenomeno politico assolutamente unico (un esempio, seppure non puntuale, è riscontrabile nella campagna pugliese), che consistette nell’affermazione di un socialismo massimalista, prima, e di un fascismo agrario autoctono, dopo, a causa il primo delle disastrose condizioni di vita dei braccianti, che fecero lievitare un’organizzazione politica che cercava lo scontro con la piccola e media azienda ragusana, gestita per il 45% dai massari, i quali non riuscivano a far fronte alle richieste di aumenti salariali; a causa il secondo del fiato corto proprio dei massari sul quale attecchisce il fascismo, che chiude violentemente la questione sociale con largo anticipo rispetto alla marcia su Roma del 1922. A conferma di un tale clima politico astioso, nelle elezioni politiche del 1921 risultarono eletti due fascisti ed un socialista massimalista. Il fascismo inaugurò una politica marcatamente filo-agraria, ma non riuscì a modificare di molto l’assetto della proprietà terriera. Forse rallentò per un decennio il processo di frantumazione dell’assetto proprietario ma, con le lotte contadine del

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Secondo dopoguerra tale fenomeno riesplose con più vigore di prima e disegnò il paesaggio agrario così come ancora oggi lo vediamo. Ora, se proviamo a riportarci agli anni Cinquanta del secolo scorso ed osserviamo la mappa fondiaria dell’area iblea, soprattutto quella delle coste, non con il senno di poi, non alla luce di ciò che è successo negli anni Sessanta e Settanta, ma la osserviamo con il filtro delle considerazioni fatte dai tecnici agrari sulle condizioni necessarie a far decollare un’economia agraria capitalistica (che ha come presupposto indispensabile l’unità colturale di una grande estensione di terreno), dovremmo aspettarci, dato l’estremo frazionamento, un futuro di miseria ed un’economia agraria di sussistenza. Ebbene, su quelle zone nacque e si sviluppò il processo di rivoluzione agraria più consistente che la Sicilia abbia mai avuto: la serricoltura. Nel boom della serricoltura c’è anche un altro elemento che deve essere considerato per capire a pieno ciò che è successo: un elemento che ancora una volta è peculiare e che difficilmente è possibile leggere nella vicenda delle altre agricolture siciliane. Guardando infatti a ciò che è successo negli anni Sessanta sul litorale ragusano ed osservando la velocità con la quale la sperimentazione di alcuni è diventata in breve tempo patrimonio di tutti, torna alla mente una pagina di storia agraria tutta iblea della fine dell’Ottocento, quando gli studi condotti dall’agronomo modicano Clemente Grimaldi permisero di guidare in brevissimo tempo la riconversione della viticoltura, fornendo ad una massa di piccoli e medi proprietari i criteri tecnici per superare la crisi della fillossera. Gli effetti economici furono allora immediati e permisero alla viticoltura iblea di vendere a prezzi estremamente remunerativi il prodotto vino in un momento in cui tutta l’Europa era colpita dall’epidemia fillosserica. Quello citato non è stato un caso isolato. Infatti più tar-


La serra iblea nasce dagli esperimenti di quanti cominciarono a coprire il pomodoro prima con le “sipale” dei fichidindia e poi con le canne. Fu una epopea irripetibile

di, nel primo decennio del secolo, proprietari illuminati come i Penna ed i Mormino-Penna, alla ricerca del modo di produrre primizie, avviarono sperimentazioni che in breve tempo divennero patrimonio condiviso. Piccoli proprietari e braccianti coprirono il pomodoro prima con le sipàle dei ficodindia, poi con le canne. Si trattò di un’esperienza vissuta per circa un cinquantennio che consentì loro di acquisire le tecniche e valutare gli effetti della copertura dell’ortaggio. È in questo modo che si giunse alla serra mediterranea, che divenne il fulcro portante dell’avventura produttiva degli anni Sessanta del Novecento. Quindi la serricoltura nasce e si perfeziona secondo un modello collaudato: quello di ottimizzare le rese agraria pur in presenza di piccole proprietà fondiarie. Non è un caso che essa nasca qui, dove non è mai esistita la cultura degli sprechi, tipica dell’economia latifondistica, e dove la necessità, prima, e l’ingegno, dopo, hanno fatto sì che dalle pietre più dure potessero nascere i fiori più belli. Il modello dell’economia iblea si riproduce in forma nuova, ma con le caratteristiche strutturali di sempre: guarda con attenzione ai problemi comuni, percorre la strada della cooperazione e crea le condizioni per un’utilizzazione progressiva della manodopera di colore. In queste condizioni si è sviluppata la serricoltura, diventata fenomeno molto rilevante, considerata oggi il vero motore dell’economia iblea. Quel che qui importa è riuscire a dimostrare come funziona oggi il modello di sviluppo economico ibleo, nel quale le attività serricole hanno un ruolo portante: basti ricordare ad esempio che nel 1995 il prodotto vendibile lordo delle colture protette ragusane è stato di circa 730 miliardi di lire. Il sistema poi che ruota attorno alle serre, a sua volta, produce ricchezza: basti pensare alla fase della commercializzazione dei prodotti orticoli e floricoli, al sistema dei trasporti, ai trattamenti delle colture protette, alla

produzione, vendita e riciclaggio di teli di polietilene, alla produzione di pallets, pianali e cassette, alla progettazione e produzione di serre in alluminio ed in legno, solo per citare le più importanti attività collaterali. Non va poi trascurato quanto un tale sistema economico abbia inciso e continui ad incidere sull’espansione del comparto edilizio. A tal fine valgono gli 86 chilometri di costa disseminate delle seconde case dei ragusani, esito diretto o indiretto del benessere economico che ha investito la provincia nel suo complesso a partire dagli anni Sessanta. Con l’attivazione a tali livelli del comparto edilizio possiamo dire che il cerchio si chiude, perché attorno ruotano le restanti attività economiche: calcestruzzi, pietrisco, sbancamenti, sondaggi geognostici, consolidamento, fondazioni speciali, imprese di costruzione, profilati in alluminio, produzione serramenti, produzione porte, produzione saracinesche automatiche, produzione accessori per serramenti, produzione pareti continue, produzione piastrelle, industrie lapidee, segherie di marmo, lucidature marmo e granito per citare ancora una volta le più importanti; tutte attività che vivono e prosperano solo in funzione dell’industria edilizia. Se ci spostiamo poi sul versante del polo petrolchimico, anche qui le relazioni con il comparto edilizio non mancano (produzione cementi, additivi, bande isolanti, etc.), così come quelle dirette tra il polo petrolchimico ed il comparto terricolo (produzione teli di polietilene, concimi chimici, etc.). Ciò che sfugge a questo quadro trova la sua origine nel settore primario: colture arboree, zootecnia, colture a pieno campo, cerealicoltura, viticoltura e avicoltura. Un rapporto diretto lega alcune di queste attività con il settore terricolo che preleva dalla zootecnia e dall’avicoltura i concimi organici stallatici e pollinei per la rivitalizzazione dei terreni.

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I COSTI AGGIUNTIVI

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le serre iblee sono “serre fredde”. Il consumo di energia è ridotto, ma è costretta a sopportare costi aggiuntivi di trasporto molto alti per raggiungere i mercati europei. Incidono fortemente l’assenza della rete ferroviaria, il mancato ammodernamento del sistema viario  e la strozzatura dello stretto di Messina


O RAPPORT SULLA URA AGRICOLT IBLEA ECNIA LA  ZOOT TRIA  E L’INDUS LATTIERA

Le quote latte hanno significato l’entrata in crisi delle aziende iblee. Per accrescere la produzione occorre averne di più e quindi spendere di più. Moltissimi allevatori non possono farlo e chiudono

ALLEVAMENTI PRO-TERRENO

È

accertato che la zootecnia ha contribuito  alla salvaguardia del territorio contro i processi di desertificazione. Mentre la coltivazione intensiva influisce a rendere sterile un terreno, l’allevamento al contrario lo preserva e ne frena l’inaridimento. La ricca vegetazione che continua a lussureggiare ne è la prova

SENZA LIQUIDITÀ PER PRODURRE DI PIÙ E CON COSTI DI ESERCIZIO DIVENUTI ORMAI INSOSTENIBILI

LA QUOTA LATTE? LA STRADA DELLA CHIUSURA

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l 13 ottobre scorso è stata gran festa sull’altipiano ibleo. È piovuto per tutto il pomeriggio. Gli allevatori hanno alzato gli occhi al cielo salutando con gioia la fine dell’estate e li hanno riabbassati a terra, sui campi non più da dover irrigare e dove continuare a spendere soldi. L’arrivo della pioggia quest’anno è stato visto come una grazia divina: vedere crescere l’erba e potere così mandare la mandria a pascolare significa ogni anno non soltanto smettere di consumare acqua e luce per irrigare i campi di soia e di mais - chi ce l’ha -, ma anche contenere il consumo del foraggio, che in molti allevamenti ha cominciato paurosamente a scarseggiare non avendo gli allevatori provveduto ad approvvigionarsi in tempo contando sul cielo. Che quest’anno ha però chiuso troppo a lungo le catenelle come le banche il credito. La conseguenza in casi del genere è obbligata. Si tratta di scegliere tra abbattere il 20, 30% di capi di bestiame o licenziare parte del personale, composto perlopiù da immigrati. Gli allevatori non hanno colpa. Se hanno esaurito le scorte foraggiere è perché non sono stati in grado di impegnare fondi liquidi nell’acquisto. Gli ultimi dodici mesi sono stati i più pesanti della lunga stagione di crisi che ha colpito anche la zootecnia. Bastano pochi numeri. Il prezzo del latte, che si aggira oggi intorno ai 35 centesimi al litro è rimasto lo stesso di quello di dieci anni fa ma i costi di produzione si sono più che raddoppiati. Se appena l’anno scorso la soia costava 40 centesimi al chilo oggi ne costa 70 mentre il mais è passato da 17 a 33 centesimi. A queste impennate vanno aggiunti i picchi del gasolio agricolo, dell’energia elettrica e del costo del lavoro. Si è calcolato che in un’azienda media che produca 27 litri al giorno di latte il prezzo di 22 di essi basta appena a coprire i costi alimentari. Alla fine l’allevatore ibleo che vende a 35 centesimi un litro di latte si trova a registrare una perdita di 8 centesimi. Solo per pareggiare i costi alimentari un litro di latte dovrebbe dunque essere venduto a 43 centesimi, una cifra che però è oggi del tutto improponibile all’industria lattiera e al mercato in generale. Che fare? Chi non ha fatto investimenti e non ha quindi affidamenti bancari aperti chiude. Chi invece ha comprato un terreno o un trattore o ha avuto prestiti bancari è costretto a resistere, sperando in un miracolo e continuando intanto ad accrescere i debiti. Il miracolo potrebbe essere una riduzione dei costi di produzione o l’innalzamento del prezzo del latte. Ma le prospettive prefigurano il contrario. Il problema è nella filiera. Molti anni fa le industrie di trasformazione (da Latte

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Sole a Latte Zappalà) operavano direttamente nell’acquisto del latte rivolgendosi alle aziende zootecniche. Il rapporto diretto aveva però un grosso handicap: l’industria imponeva il prezzo all’azienda, priva di potere contrattuale e della capacità di provvedere al confezionamento e alla commercializzazione. Era necessaria un concessionario, sicché per bilanciare le parti, nacque nell’84 la prima cooperativa ragusana, la Nuova Agricoltura, cui seguì un anno dopo la Altopiano, oggi ribattezzata Progetto Natura. Negli anni le cooperative sono diventate sette e hanno organizzato l’85% degli allevatori mentre il rimanente 15% è rimasto sganciato preferendo conferire direttamente alle industrie lattiere. Le cooperative si sono poste come interlocutrici delle industrie patteggiando i prezzi sulla base della capacità di produzione delle aziende iblee, le più grandi fornitrici di latte della Sicilia. È stato un decennio d’oro finché non è poi arrivata la globalizzazione. A quel punto le industrie hanno preteso di volere imporre di nuovo il prezzo, ma non più alle aziende quanto alle cooperative. Le quali hanno risposto vendendo il latte ibleo a concessionari non siciliani, figure terze che si sono introdotte nella filiera come ulteriore mediazione. La conseguenza, dai contorni decisamente paradossali, è stata quella che ha segnato gli ultimi dieci anni: le aziende conferiscono alle cooperative che provvedono ai controlli e a tutte le prescrizioni; poi le cooperative vendono a terzi non siciliani e questi vendono alle industrie siciliane che erano prima in rapporto con le stesse cooperative. Con la creazione di un passaggio intermediario in più il prezzo del latte al consumo è ovviamente aumentato, ma è convenuto a tutti: l’allevatore, minacciando di conferire direttamente all’industria, ha potuto vendere alla cooperativa a un prezzo più alto, la cooperativa ha fatto altrettanto con il concessionario forestiero e l’industria siciliana ha avuto lo stesso latte a un costo a volte più basso di prima. Questo stato di cose ha portato però a un’ultima evoluzione: molti produttori si sono sganciati dalla cooperativa, che ha perso il filo diretto con l’industria, e ha stabilito rapporti separati con la stessa industria o il secondo intermediario: come un tempo insomma. L’ancestrale spinta del produttore ragusano di starsene da solo e rifuggire la cooperazione sta avendo il sopravvento. Ma i tempi sono cambiati. Oggi l’industria va sempre più rivolgendosi verso ambiti di produzione, fuori dalla Sicilia e anche dall’Italia, che assicurano latte a prezzi molto più vantaggiosi per via del minor costo di produzione. Il risultato è che nei frigoriferi delle case


siciliane rischia di finire latte siciliano che siciliano non è. I piccoli e medi allevatori, messi alle strette, si trovano riportati nelle condizioni originarie quando erano le industrie a imporre unilateralmente il prezzo, cosicché oggi vendono un prodotto che anziché un profitto determina una perdita. L’impossibilità ad accrescere la produzione per via del regime delle quote latte e per l’ulteriore aumento dei costi di alimentazione nel caso di acquisto di nuovi capi spinge le industrie a rifornirsi altrove, dal momento che tutta la Sicilia non assicura che il solo 25% del fabbisogno. Di conseguenza il 75% del latte imbottigliato in Sicilia è di Oltrestretto. Ci sarebbe dunque grande spazio per il latte ragusano, ma nei fatti così non è. Per produrre di più un’azienda zootecnica deve innalzare la propria quota latte. Può farlo affittando la quota da un’altra azienda o acquistandola. Nel primo caso paga un centesimo a litro, nel secondo 5. Conviene quindi affittare. E ciò può avvenire a fine campagna, cioè a ridosso del 31 marzo, quando l’allevatore si rende conto se rischia o meno di superare la propria quota: un’ipotesi questa che comporterebbe una sanzione pecuniaria del 110% dell’eccedenza. Per scongiurare questa penalizzazione, l’allevatore ha due strade: o si procura la quota latte necessaria ad annullare il sovrappiù o conferisce al mercato nero, caso nel quale il massimo che può augurarsi è di limitare le spese affrontate per la sovraproduzione, visto che i costi alimentari li ha sostenuti allo stesso modo. Aumentare la produzione di latte comporta quindi nuovi investimenti. Che essendo oggi insostenibili costringe a tenersi a un fatturato misurato e conforme alla capacità delle proprie stalle. Il capestro della quota latte, che relega la mucca alla stregua di un rubinetto, non consente però di ridurre la produzione al di sotto della quota latte assegnata perché la parte che manca viene confiscata e messa poi con tutte le altre nella disponibilità generale. Un’azienda zootecnica non può quindi produrre più di quanto è autorizzata, pena multe salatissime, e non può rallentare la produzione, pena la sottrazione della quota non colmata. Per molte aziende questa logica ha significato la chiusura. Altre rimangono in vita solo perché legate a investimenti in corso. In questa situazione si trovano oltre il 70% delle aziende zootecniche del Ragusano. Un dato evidente dell’attuale stato di crisi è sotto gli occhi di chiunque attraversi in macchina le campagne iblee. Fino a dieci anni pullulavano di capi di bestiame al pascolo. Oggi l’impressione è che gli animali siano

scomparsi. In gran parte sono finiti macellati, anche a 400 euro a capo. Una miseria. Tutta colpa delle quote latte. La crisi è cominciata già prima della loro introduzione. Che in Sicilia fu vista come una manovra per aumentare le tasse per cui gli allevatori, prima dell’entrata in vigore, ridussero la produzione, convinti da molti persuasori occulti (anche politici) che più latte avessero prodotto più avrebbero dovuto versare allo Stato. In settentrione invece agirono al contrario: in attesa delle quote latte tutti accrebbero al massimo la produzione sicché fissarono le quote a uno standard più alto incuranti di eccedere. Quando ciò avvenne gli allevatori riuscirono a spingere la Lega a ottenere che a pagare le multe fossero tutti gli italiani. In provincia di Ragusa gli allevatori che hanno prodotto in più continuano invece a pagare multe anche oltre 70 mila euro. L’Italia furba del Nord e quella scema del Sud. Che diventa più scema quanto più a Sud si scende. Scema o onesta è la stessa cosa. Le quote latte peraltro non hanno uno stesso costo. Si dividono a secondo se l’azienda si trovi in zona montana, svantaggiata (o collinare) oppure in pianura. Quest’ultima paga di più. E tali sono considerate in provincia di Ragusa anche le aziende dell’altipiano, cioè la gran parte. Né si possono affittare o comprare quote trasferendole da una altitudine a un’altra. Pur essendo montuoso, il Ragusano è stato insomma assimilato alla Pianura padana. I tentativi per colmare gli svantaggi hanno riguardato anche la capacità produttiva. Il capo autoctono degli Iblei è la razza modicana, una specie che produce un latte superiore di qualità ma in una quantità ridotta rispetto per esempio alle pezzate nere e rosse. Ciò ha spinto molti allevatori a riempire le stalle di pezzate. Ma molti vecchi allevatori hanno preteso dai figli che continuassero ad allevare solo la modicana: un fatto di identità e di cuore. Due aziende sono diventate le più grosse della provincia, riuscendo addirittura a rendersi autonome, confezionando e commercializzando in proprio, allevando solo modicane. Sono la Floridia di Ispica e la Tumino di Ragusa. Le altre hanno diversificato il parco mucche. Giovanni Petriglieri, una famiglia dell’altipiano modicano, che alleva dal 1951, non si è mai appassionato ai pregi-difetti della modicana e ha lasciato che il figlio Rosario colorasse le stalle di ogni razza. Rosario è uno di quegli allevatori che lavora per rendersi autonomo. Produce parte dei foraggi da sé, ha pascoli propri e conferisce a una cooperativa. Anche lui ha esultato sotto la pioggia il pomeriggio del 13.

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Due aziende, la Floridia e la Tumino, hanno scelto di allevare soltanto mucche di razza modicana, una specie che produce una qualità di latte migliore ma in quantità inferiore

TRE TIPI DI FORAGGIO

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i sono tre tipi di foraggio impiegato in provincia: il pascolo, da novembre a maggio, che però richiede pochi animali e molto terreno; il fieno, coltivato o comprato; i foraggi insilati, cioè fermentati prodotti dalle stesse aziende in coltivazioni intensive. Gli insilati danno un foraggio più digeribile


O RAPPORT SULLA URA AGRICOLT IBLEA OLTURA LA  SERRICRICOLTURA E  LA  FLO

Il forte aumento dei costi di produzione, che ha costretto il 20% delle serre orticole a chiudere, ha determinato nel campo floricolo un calo della superficie coltivata a rosa del ben 70%

IL PRODIGIO DELLE SERRE

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a coltivazione in serre ha costituito ai suoi albori, all’inizio degli anni Settanta, il vero fatto nuovo dell’agricoltura italiana. Pochi pionieri trasformarono terreni dell’Ipparino privi di alcun reddito in distese di decine di migliaia di metri quadrati di colture protette: melanzane, pomodori e zucchine furono coltivate per tutto l’anno con risultati entusiasmanti.

LA DISMISSIONE DELLE SERRE CONTINUA. E LA FLORICOLTURA ATTRAVERSA UN PERIODO NERO

LA FINE DEL MITO NON RISPARMIA NEMMENO I FIORI

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el genio ibleo in fatto di serre diede molti perficie protetta si aggirano oggi intorno ai quindicimila anni fa prova un serricoltore modicano euro e sono tesi a ridurre gli effetti del sole nella serra che coltivava rose. Le produceva prima attraverso impianti di raffrescamento che, con l’impiedegli altri e le vendeva quindi al prezzo go di pannelli e ventole alimentati tutti ad energia eletche decideva lui. Il segreto era alla vista trica, riescono ad abbassare la temperatura da 38 a 28 di tutti, purché passassero davanti alla gradi. Calabrese ha calcolato che per ogni ettaro occorserra di notte, quando le luci erano accese. Quel serri- rano 60 kilowatt. Ma altri consumi di energia elettrica coltore, ormai deceduto, aveva scoperto che con la luce si aggiungono a questi e derivano dalla concimazione, artificiale i fiori germogliavano più in fretta. Dopo di dalla fertirrigazione, dalle celle frigorifere, dalle maclui tutti i serricoltori hanno lasciato, andando via, la luce chine selezionatrici e da tutti gli altri impieghi di luce accesa. C’è stato un tempo, quando l’energia elettrica possibili in un’azienda. non costava quanto oggi, che le serre formavano una L’escalation dei costi ha ridotto negli ultimi dieci anni luminara da fare sparire le stelle nel cielo. Poi anche le superfici ragusane di coltivazioni di rose del 70% a quelle luci si spensero, perché nessuno produceva più fronte del dato che registra il 40, 50% in meno della floprima degli altri sicché non conveniva accrescere i co- ricoltura in genere. Ad aver avuto un’impennata esorsti. Oggi le serre sono non solo spente ma anche chiuse, bitante sono stati i fertilizzanti aumentati fino 300%. anzi divelte. I costi di produzione sono diventati esor- Sulla scia dell’aumento del prezzo del petrolio è schizbitanti e tenere la luce accesa di notte sarebbe proprio zato in alto, oltre al prezzo del gasolio agricolo, anche una pazzia. Né avrebbe granché senso visto che altri quello dei fitormarci per i nitrati e i nitriti in essi conteprodotti arrivano oggi prima sul mercato: quelli stranie- nuti. La conseguenza più grave della crisi è il calo dello ri o comunque non ragusani né siciliani. spirito d’impresa: se un’annata va bene si coprono i coUn settore ibleo d’eccellenza in campo serricolo è la sti. Questo risultato, unito alla pesante stretta creditizia, floricoltura, che - avendo un maggiore mercato - spunta impedisce gli investimenti e quindi l’innovazione, che da sempre guadagni più alti della ortinella serricoltura è importantissima, e coltura ma richiede anche costi maggiocon gli investimenti si ferma anche lo ri di produzione. Lievitando questi, la sviluppo. Senza sviluppo viene meno il LA produzione ristagna sicché la floricoltulavoro, cosicché la crisi non fa che avra risente la crisi ancora di più. Anche vitarsi sempre più. CONCORRENZA perché è invalso un po’ ovunque l’eserPer un’altra serie di circostanze, a renESTERA, cizio della serrifloricoltura, per giunta dere più difficile il quadro è anche la SPECIALMENTE con l’uso di substrati inerti e fuori suolo. concorrenza estera. Nel campo della OLANDESE, HA Il fiore coltivato in campo aperto e su floricoltura l’Olanda è il Paese che un terreno del quale sfrutti le proprietà esporta di più anche in Sicilia. Tutti i CONTRIBUITO A organiche così da specificarsi in una vamercati e i siti web di vendita di fiori RENDERE PIÙ rietà ben distinta non esiste quasi più. offrono i fiori olandesi di ogni varietà, RISCHIOSA Può essere piantato a un metro dal suolo che si sono fatti gran fama, insieme con e su sostanze inerti, perciò in qualunque quelli locali. I fiori di Scicli, che seconLA PRODUZIONE luogo. Questo significa che distinguere do una certa nomea priva di fondamenDI FIORI una rosa siciliana da una olandese dito erano quelli che addobbavano il venta non solo impossibile ma anche irpalco del Festival di Sanremo, stanno rilevante. Quel che rimane di autoctono e identitario è vivendo anni di magra - se anche la Liguria, la regione il prodotto frutto del clima locale, che ha una forte in- che ha inventato la floricoltura è anch’essa in ginoccidenza non solo sulla qualità ma anche sui costi. Il cal- chio. Eppure i fiori prodotti nell’area sciclitana, come do nuoce alle rose se eccessivo. in quella ipparina, riescono a sostenere la concorrenza Antonio Calabrese è un agronomo che coltiva rose in straniera grazie a uno standard di qualità che per otto un’azione serricola di Cava d’Aliga avuta dal padre, mesi l’anno sa farsi valere. Per garantire una produziouno dei primi in provincia ad essersi dedicato al fiore ne anche estiva ed altrettanto competitiva occorrono le più bello e più costoso. I costi di energia elettrica che tecnologie, per impiegare le quali sono però richiesti deve affrontare nei tre mesi estivi per un ettaro di su- fondi liquidi, la cui scarsità frena dunque ogni progetto.

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Insieme con Santa Croce e Marsala, Scicli rappresenta provincia, La Mediterranea Fiori di Acate, la sola che il più grosso centro di produzione floricolo della Sicilia. soddisfa in proprio l’intero ciclo: dalla produzione al Il loro mercato è essenzialmente quello locale, regiona- confezionamento alla commercializzazione esportando le al massimo. Manca la forza di commercializzare alla in tutta Europa ormai da quindici anni. Le altre aziende maniera olandese, mancano le organizzazioni capaci di vendono ai “magazzini”, strutture private che svolgono immaginare grandi scenari e conquistare mercati lonta- il compito dei commissionari. Le più grandi sono quella ni. Ma c’è un’altra ragione perché i fiori iblei fanno po- di Scicli, Guarino, e quella di Vittoria, Lo Monaco, due ca strada. La Sicilia è infatti una mercati del fiore dove operano comconsumatrice forte di fiori che per il missionari, che ricevono una provvi60% sono richiesti a uso funerario. gione sul vendito, e commercianti che IL 90% DEI Il culto tutto siciliano dei morti con l’ofcomprano e vendono in aste che a VitPRODUTTORI ferta, nei cimiteri e nei funerali, di fiori, toria si tengono il mercoledì e il sabato CONFERISCE un culto che dura tutto l’anno e che non in un ambito interamente automatizzaNELLE registra flessioni, è quello che sostiene to. l’industria floricola anche ragusana. AcMa non è la sola produzione siciliana a DUE GRANDI canto alle celebrazioni funebri ci sono essere messa in vendita. Accanto ad esSTRUTTURE peraltro anche quelle liete come i matrisa le transazioni riguardano produzioni PRIVATE DELLA moni e le occasioni nelle quali il fiore reanche nordafricane e del Centro Amesta il principale simbolo del dono. Le rica o magari provenienti solo dal LaPROVINCIA. IN stelle di Natale, per esempio, hanno in zio. Il 90% delle aziende produttive PARTE PURE LA Sicilia un vastissimo consumo e la serragusane conferiscono in queste strutMEDITERRANEA rifloricoltura iblea è molto impegnata su ture private o nelle altre due o tre miquesto versante. Si è peraltro scoperto nori attive in provincia. Solo a Vittoria che il consumo di fiori è più elevato nelle grandi città conferiscono oltre 700 produttori che sono perlopiù delcome Catania e Palermo dove le tradizioni sono più la provincia. Anche La Mediterranea, un vero e proprio massificate. gigante, per gli effetti della crisi economica, conferisce Una ulteriore fetta di mercato è occupata poi dal “vaso in piccola parte nelle strutture private. fiorito”, con ciclamini, rose e gerani, ma è il crisantemo, La crisi sta spingendo a ridimensionare programmi e rinella particolare varietà del crisantemino, a detenere il schi anche nella serricoltura orticola. Su 10 mila ettari primato. Molte aziende si sono specializzate perciò nel- di serre, si calcola che il 20% delle aziende hanno chiula coltivazione del crisantemino, che è diventata la prin- so. La plastica dismessa e abbandonata indica un fenocipale attività della più grande impresa floricola della meno che sembra innaturale in questa provincia.

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LA ROSA REGINA

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a rosa continua a conservare il titolo di regina delle coltivazioni floricole. Le serre dello Sciclitano e del Vittoriese, nonostante il più alto costo di produzione, non hanno abbandondato questa coltura, che dà il maggior profitto grazie alla grande domanda del mercato. Ma i profitti non sono più quelli di una volta.


O RAPPORT SULLA URA AGRICOLT IBLEA

 CORSO IL  NUOVO

Il marchio sarà rilasciato dalla Regione a quelle aziende virtuose che vorranno produrre secondo il regolamento e i disciplinari prescritti. Il marchio garantirà l’origine, la salubrità e l’impiego di techiche corrette

TROPPO IMPORT

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a Sicilia produce quattro miliardi di euro di prodotti agroalimentari l’anno ma ne consuma dieci. Questo significa che gli altri sei riguardano spese per prodotti di importazione. Secondo il direttore generale del Dipartimento per gli interventi infrastrutturali in agricoltura  Dario Cartabellotta occorre invertire questa tendenza

CINQUE DECRETI REGIONALI PER DARE RESPIRO ALL’AGRICOLTURA: RICERCA, KM ZERO, SALVAGUARDIA E CONTROLLI

IL MADE IN SICILY AVRÀ UN MARCHIO

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iorno 11 ottobre l’assessore Aiello ha firmato quattro decreti (più uno insieme con l’assessore alla Sanità Russo) che potrebbero introdurre reali elementi di cambiamento nella politica agricola regionale. Si tratta di interventi che, come ha detto Aiello annunciandoli a Ragusa, sono figli delle battaglie sostenute soprattutto nel Ragusano. La madre di tutte le battaglie è quella per l’identità del prodotto: marchiarlo significa distinguerlo e impedire che venga contraffatto. Per l’agroalimentare siciliano, che vanta il maggior numero di Dop in Europa e può vantare un brand affermato in ogni continente, dotarsi di una carta d’identità e di un marchio distintivo è una via obbligata. Se viaggiatori riferiscono di aver visto a Shanghai commercianti boemi vendere loro prodotti spacciandoli per siciliani significa che il made in Sicily ha successo. Ma i tecnici dell’assessorato regionale all’Agricoltura si sono resi conto che specificare la provenienza, dire per esempio “carota di Ispica”, sui grandi mercati internazionali, soprattutto i più distanti, non significa niente. La logica del campanile, ha spiegato Aiello, equivale a quella per cui ogni quartiere debba avere la sua squadra di calcio, tutte costrette alla fine a una vita magra. La soluzione è un marchio per tutti i prodotti, a prescindere dal comune di produzione. E dal momento che è il prodotto siciliano ad avere un forte impatto, sarà dunque “Sicilia” il marchio che connoterà i prodotti siciliani. Il marchio servirà anche a dimostrare che quello che la Sicilia produce è il meglio in fatto di qualità, mentre finora l’attestazione di superiorità è stata data dal mercato, ciò che ha comportato che molti prodotti si sono

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impossessati arbitrariamente della presunzione indebita di autenticità siciliana. Il marchio sarà rilasciato, su richiesta dell’azienda, a tre tipologie di prodotti: quelli già da marchio, i Dop, per esempio, cioè ottenuti in Sicilia; quelli che rispondono ai disciplinari di qualità della Regione e siano quindi certificati; e quelli tracciabili. Le aziende saranno periodicamente sottoposte a verifiche ispettive da parte dell’assessorato e costrette ad adeguarsi al regolamento, ai disciplinari di qualità e agli altri documenti prescrittivi. Si tratta di uno strumento del tutto nuovo che, prima ancora dei produttori, garantisce i mercati perché certifica una varietà circa le sostanze con cui è prodotta. Questo decreto è accompagnato da un altro che è collaterale. Garantire un prodotto con un marchio significa anche salvaguardarlo circa i rischi di contraffazione. Di qui il decreto sulla salvaguardia della produzione siciliana entro la quale quella iblea ha una posizione dominante. Indicazione del luogo di origine, etichettatura, conformità alla normativa comunitaria e corretta presentazione: sono misure di cui si farà carico il Dipartimento per gli interventi infrastrutturali che segnalerà i casi di frode all’assessorato per le sanzioni previste. Fra queste l’iscrizione in una black list, contrapposta a una white list, dove l’azienda sarà tenuta per tre anni senza possibilità di accesso a ogni forma di intervento finanziario regionale. Non solo. All’azienda inadempiente sarà data la possibilità di risolvere la non conformità entro un dato periodo di tempo, fissato caso per caso ma potrà anche, in presenza di una particolare gravità, vedersi revocata la licenza di marchio e ricevere


una ingiunzione a ritirare addirittura il prodotto dal mer- lista nera nella quale verranno iscritti per tre anni gli cato. Norme quindi severissime nell’ottica della finalità operatori che non si atterranno alle prescrizioni. din un decreto che intende combattere le frodi e le con- Il quinto decreto integra un accordo interassessoriale traffazioni ma nello stesso tempo valorizzare e difen- che coniuga salute e tavola secondo lo slogan coniato a dere i prodotti siciliani quanto a genunità e tal fine “Vivi sano, mangia siciliano”. Lo scopo è di ascertificazione. sociare la dieta siciliana ai prodotti agroalimentari riIl terzo decreto firmato da Aiello riguarda la ricerca e conosciuti come genuini e tipici. Si è scoperto che la l’innovazione, un campo nel quale la provincia di Ra- dieta siciliana è superiore a quella mediterranea ed è cogusa si è dotata di istituti come il Corfilac di Ragusa, munque propria della sola Sicilia. Le sue proprietà hanl’Asca di Ispica e il Centro per le colture protette di Vit- no portato a un incredibile dato: una corretta dieta toria, di cui però soltanto il primo è in piena attività. Il siciliana fa regredire certe forme tumorali anche del decreto istitutivo dello “Psari” (acronimo che sta per 35%. Gli Stati Uniti, che vivono il problema endemico “Piano dei servizi avanzati, ricerca e innovazione”) in- dell’obesità, si sono mostrati molto interessati e hanno tende gestire l’innovazione tra il mondo della ricerca, chiesto di visionare questa dieta. Si è poi visto che alla il pubblico e il privato, la qualficiazione e la valorizza- clinica Maddalena di Palermo la macerazione di foglie zione degli operatori e delle imprese, lo sfruttamento di ulivo somministrata a un malato di cancro per ottanta delle opportunità di finanziamento comunitarie, nazio- giorni ha ridotto il cancro del 40%. Tutto merito della nali e regionali e si configura quindi in un’azione di in- natura e quindi dell’agricoltura, purché genuina. Di qui tegrazione di sistema e in una condivisione di la necessità di promuovere prodotti agroalimentari di progettualità, conoscenze e capacità finalizzate a stimo- ineccepibile autenticità per integrare una dieta di cui lare i processi di ricerca. l’Istituto zooprofilattico (che fa capo all’assessorato alla Il decreto rilancia la strada intrapresa negli anni Novan- Sanità) possa rilasciare l’attestato di produzione certita proprio dalla produzione agroalimentare iblea che si ficata. L’obiettivo prossimo è l’Expo 2015 dove questo avvicinò all’università e agli enti locali per studiare co- decreto dovrà dare i suoi frutti in termini di affermaziome ottenere prodotti di qualità certificati. Nacquero ne appunto della nostra specialissima dieta. quegli istituti che negli anni hanno esaurito la loro spin- «Mettere insieme agricoltura e sanità - ha detto Aiello ta e che ora la Regione vuole rimettere in piede e riat- illustrando il decreto - significa operare nel senso della tivare: anche per facilitare - ed è questo uno degli qualità e dell’eccellenza che sono i due fattori di distinobiettivi del decreto - la nascita di nuove aziende. Si zione della nostra agricoltura». Pur criticando l’attuale tratterà di costituire una rete integrata che riunisca e co- governo tecnico nazionale, «perché la politica non può ordini i vari centri ed istituti finora lasciati ad operare essere fatta dai tecnici», Aiello non ha mancato di sotda soli, rivalutando - quanto alla provincia iblea - non tolineare il ruolo che sta svolgendo il ministro all’Agrisolo il Corfilac ma anche il Centro di contrada Perciata coltura Mario Catania, il quale - primo fra tutti - ha e il Servizio informativo agrometeorologico siciliano ammesso che la filiera agroalimentare del Sud è rimasta di Ispica, la defunta Asca. ferma al Dopoguerra. Catania, che viene dalla ColdiNon si tratta di un decreto di interesse retti, ha in sostanza riconosciuto la difrelativo ai soli centri di ricerca, perché ficoltà dei prodotti agroalimentari riguarda anche i produttori. Lo Psari inmeridionali a competere sui mercati. AGRICOLTURA E fatti promuoverà la diffusione di struSulla politica dei prezzi in ambito coSALUTE, UN menti informativi quali libri, munitario Aiello ha ricordato poi che BINOMIO CHE audiovisivi, giornali e Internet; lo svolsin dal 2007 il Parlamento europeo ha gimenti di seminari e convegni, oltre lanciato l’allarme circa le distorsioni DOVRÀ che di corsi di formazione; l’apertura di create dalla grande distribuzione. Il proCOSTITUIRE sportelli di orientamento e assistenza blema principale, oltre alla Pac, che sta IL LANCIO tecnica alle aziende; il supporto alla creando tante Europe secondo le latituDELLA DIETA progettazione, al finanziamento e alla dini, è proprio la grande distribuzione realizzazione di azioni di ricerca; la geche, secondo Aiello, è incolore, non è SICILIANA NEL stione di progetti di aggregazione e svipoliticizzata, e pertanto supera ogni MONDO luppo di attività avanzate; accordi di steccato facendosi spregiudicata. Confiliera e infine l’assistenza alla internatro i danni della grande distribuzione il zionalizzazione delle imprese e la cerrimedio è una maggiore qualità. Quanto tificazione di prodotto per la filiera di competenza. più la grande distribuzione massimizza tanto più Il quarto decreto rilancia la politica del cosiddetto “chi- l’agroalimentare di qualità deve invece affinarsi e spelometro zero”, cioè del prodotto che viene ottenuto do- cializzarsi. Ecco perché è necessaria un’educazione ve è consumato. La Regione mette a disposizione della all’alimentazione che sia condotta attraverso ogni capubblica amministrazione (ospedali, scuole, caserme...) nale di informazione e in ogni sede, a cominciare dalle prodotti agroalimentari certificati indicati in liste auto- scuole. I consumatori devono sapere cosa prendono in rizzate. Per prodotti agricoli a chilometro zero dovranno mano nei supermercati, guardare la provenienza del intendersi quelli Dop (denominazione di origine con- prodotto e non soltanto il prezzo. Solo così è possibile trollata), gli Igp (indicazione geografica protetta), gli affermare non un regime autarchico del consumo, per Stg (specialità tradizionale garantita) e naturalmente i il quale i siciliani producono ciò che i siciliani mangiaprodotti riconosciuti con il marchio “Sicilia”. Si tratta no, ma un circolo virtuoso che declini salute e cibo. di un logo che verrà rilasciato dall’assessorato all’Agri- Il disposto dei cinque decreti, la cui attuazione è decoltura nel cui ambito sarà istituita una commissione mandata nei fatti al futuro governo, mira a integrare in valutatrice per il rilascio della licenza valida al suo uso, un unico obiettivo programmi che tendono a uno storico oltre che un Tavolo di concertazione per promuovere la traguardo: dare al made in Sicily una patente che finalconoscenza e la diffusione delle produzioni agroalimen- mente possa costituire per l’agricoltura dell’isola una tari siciliane. Anche in questo campo sarà introdotta una reale occasione di ripartenza.

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L’azione di contrastro alle frodi è teso a garantire la difesa e la valorizzazione dei prodotti agricoli locali. Sono previsti controlli sulla provenienza e la tracciabilità nonché sulla corretta presentazione dei prodotti. Ma anche severe sanzioni e l’scrizione in una lista nera per tre anni oltre che l’impossibilità di accdere a interventi finanziari regionali

UN BRAND VINCENTE

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a Regione intende indirizzare ogni intervento e ogni sforzo nel senso della qualità. Questo perché è cresciuto notevolmente il brand Sicilia. La sola parola “Sicilia” viene oggi utilizzata nei mercati internazionali come sinonimo di qualità. Di qui la necessità di marchiare la Sicilia e di dare al brand un nome.


O RAPPORT SULLA URA AGRICOLT IBLEA

UNA PRELIBATA VARIETÀ CHE SI È RESA FAMOSA. L’ALTA QUALITÀ IBLEA VINCENTE ANCHE NELLA CUCINA

LEI I  PIATTI IB di

a Patrizia D

nzè

Il rinomato cacicavallo ibello è oggi in tutte le migliori cucine ed è noto quanto il pomodorino di Pachino. Deve il nome al fatto che veniva sospeso su un bastone a creare ai lati come due bisacce

E ETT C I R POMODORI AMMUDDICATI

T

agliare a metà dei pomodori rotondi e succosi e  privarli dei semi; a parte, in una ciotola impastare i semi con la muddica (il pangrattato) l’origano, il sale e il peperoncino sbriciolato. Riempire con questa farcia i pomodori, quindi friggerli in poco olio d’oliva. Farli dorare e lasciarli appassire. Infine disporli sul piatto.

TUTTI I NIPOTINI DEL CACIOCAVALLO L’ELENCO È QUESTO

F

armaco, lusso, voluttà, il cibo è una filosofia di vita che parla di identità, di creatività, di socialità, di bellezza, di catarsi, di generosità, di libertà, di viaggi. Ma in Sicilia, la tavolozza di colori e la fragranza dei profumi di pietanze povere o principesche, che raccontano di antichi riti e di antiche fatiche, sembrano più che in ogni altro luogo racchiudere l’alfa e l’omega della cucina. Tuttavia, viaggiando nella geografia delle cento cucine siciliane (tante quante le sicilie bufaliniane) un posto d’eccezione occupa quella iblea, con la sua alchimia speciale che impasta sapori di monti e di mare, con il suo bouquet che tra l’altopiano e la costa spira profumi d’Arabia. E se cucinare e consumare il cibo insieme significa condivisione (lo sosteneva già nel 1825 Anthelme BrillatSavarin nella sua Fisiologia del gusto), in poche cucine siciliane come in quella iblea l’acciuga e il polpo, il maialino e il coniglio, la fava con il fagiolo, la pastinaca con la cicoria si amalgamano così bene sulla tavola speziata della fantasia. La cucina iblea è il “pinsero” di Montalbano, che da nulla è più spaventato che dal mangiare in bianco, ed esorcizza il mostro di senili pappine di semolino con trionfi di “nivuro di siccia”, sarde con cipollata, caciocavallo di Ragusa, “nzalata di mari”, “triglie in sarsetta”, “aulive” e “passuluna” e tanto altro, magari preparato dalla fida Adelina insieme con “tanticchia” di origano, rosmarino, salvia, alloro, cipolla, aglio, zafferano, timo e, naturalmente, con l’olio sincero degli ulivi dell’altopiano. Ora, volendo, nella creativa pentola iblea, separare (solo sulla carta s’intende) cucina di terra da cucina di mare, possiamo cominciare proprio da quella terragna pienez-

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za dei prodotti della terra, benedetta da Dio. Tra i legumi, la regina è la fava, antica e nobile, evocatrice di leggende legate al regno dei morti e all’eterna rinascita, una preziosità per la tavola iblea quando il suo frutto secco, cotto a lungo a fuoco lento e ridotto a crema, viene esaltato dal finocchio che con la sua selvatichezza odorosa allarga i polmoni sulla montagna dove si raccoglie. Racconta la leggenda che il brodo della fava modicana (che si usa esporre al sole primaverile coi suoi lunghi baccelli verdi) contribuì durante l’epidemia della Spagnola a salvare molte vite umane. Ma, ricette miracolose a parte, veramente il “maccu” di fave col finocchietto o aromatizzato al sesamo è una dolcezza che si scioglie in bocca con la sua sinuosa pastosità. Piatto da contadini, ma con la nobile semplicità dei grandi, è la variante della “pastari casa” (preferibilmente “manichi ri fauci”, un tipo di pasta fresca dell’antica gastronomia ragusana) “chi favi” o “chi vurrani” (la borragine), o “chi salichi”, la bieta selvatica. Tuttavia, le varianti della misteriosa fava sono tante: “favi a ‘nzincaredda", e cioè fave sbucciate e cotte in acqua di cisterna condite con olio e sale e - se si preferisce - cipolla cruda; “u macculurdu”, fave cotte insieme a ceci, fagioli, lenticchie e lardo di maiale, piatto popolare del Giovedì grasso, fave e ricotta e quindi “i lolli no maccu”, rollini di pasta amalgamati con il “maccu” di fave ridotte a crema. Se poi si preferisce una minestra un po’ brodosa, e cioè “annacatella”, l’indicazione è che, dopo aver fatto soffriggere l’aglio e aggiunto il pomodoro con un po’ di zucchero e allungando con acqua e sale, bisogna farvi cuocere i “vurrani” e la pasta (rigorosamente “ri casa”) non senza condire alla fine con caciocavallo tagliato a


Tra i legumi la regina è la fava, antica e nobile, evocatrice di leggende legate al regno dei morti e all’eterna rinascita. Il Montalbano televisivo ama molto i legumi e pare apprezzi con slancio la cucina delle sue Adeline iblee

cubetti. Il ragusano “maccu” di San Giuseppe mette d’accordo legumi rinsecchiti come fave, ceci, lenticchie, fagioli, piselli, con la compagnia di castagne e pomodori (anch’essi rigorosamente secchi) e verdure fresche, come finocchietti, borragine, giri, scarola, piselli e favette novelle con sedano, olio, sale e pepe. Ancora finocchietti selvatici, anzi i loro getti teneri tagliati, bolliti e mescolati con uova, sale, peperoncino e farina (non si getta, o, almeno, non si gettava mai nulla nella cucina iblea della parsimonia) per i “puppetti i finuccieddu” (polpette di finocchietto selvatico). Crescono rigogliose sull’altopiano sia la “jta” (bieta selvatica) che le “patacche” (portati questi secoli fa sui Monti iblei dai colonizzatori spagnoli) preparati in “pastizzu” (una torta salata), sia la “majurana” (la maggiorana) con cui si aromatizzano ravioli di ricotta. Si accompagna a tutto il caciocavallo (così chiamato perché questo formaggio si sospende “a cavallo” da ognuna delle due parti di un bastone dopo avergli dato la forma di due sacche): quello stagionato lo si riduce a dadini e lo si soffrigge in poco olio d’oliva fino a farlo diventare biondo e aggiungerlo così, esaltato dalla cottura, a qualunque pietanza. Cercare conforto nel cibo è come rifugiarsi nel seno materno ed è la pietanza forse più materna la “scaccia” che parte da una “mamma” comune, una sfoglia, tirata col “lasagnaturi” (il mattarello) e farcita a piacere: piegata a portafoglio o rotonda, bisogna comunque fare attenzione a chiudere bene i lembi praticando “u rieficu”, per far sì che il ripieno non fuoriesca: a Vittoria c’è la “scaccia ripitrusinu” (con il profumo del nostro prezzemolo), tipica del Ragusano è la “scacciata cu’ pumaroru e milinciani” dove i succosi pomodori pelati a cubetti si impastano con i cubetti gemelli di melenzane e col caciocavallo, il basilico e il pepe. Ed è di Acate la “scaccia” di ricotta e salsiccia, spolverata di pepe. Nella grande famiglia delle scacce non sfigurano né “i ‘mpanati” (focacce), originariamente solo fatte in casa con i resti del giorno prima, oggi in trionfi variopinti nei panifici e nei bar dove si propongono in varianti che soddisfano tutti i desideri del palato, né i “vastidduzzi”, schiacciatine di pasta fritta. Nella memoria rurale dell’altopiano ci sono tante verdure, da quella spontanea come la cicoria, con la sua selvatichezza terrosa, agli asparagi, ai “salichi”, ai “vurrani”: verdura da consumare cotta su tavole frugali e da riusare il giorno dopo, magari rigirata con mollica ab-

brustolita o mescolata ai legumi. Sono speciali gli asparagi dell’altopiano, lunghissimi e d’un verde intenso, cotti in frittata (“frittata risparici”) o col risotto. Si preparano nelle case di campagna modicane sia i “ciappiripumaroru” e cioè il pomodoro fatto asciugare al sole e ben essiccato, poi conservato in bocce con olio, basilico e peperoncino, sia lo “strattu”, l’estratto ricavato da una salsa di pomodoro densa e curata al sole (il segreto è mescolarla spesso per evitare che si formi la crosta). Sono festosi col loro rosso i pomodori “ammuddicati” e fritti con un filo d’olio d’oliva; stanno grossi e paciosi in bella vista con il viola, il verde e giallo di melenzane, peperoni e zucchine, patate di polpa gialla lesse. Sono speciali, insieme alle carote novelle, i carciofi blu di Ispica, i “cacuòccili”, le cui foglie vanno separate e riempite di “muddica” (pangrattato), pepe nero, prezzemolo e formaggio ragusano stagionato; poi, così ornato, il carciofo si dispone in una casseruola di terracotta tra aglio e olio e fatto cuocere, ben coperto, a fuoco lento con acqua. È un pesto diverso dal resto dell’isola quello ibleo: ingrediente principe le mandorle “pizzute” di Avola e poi l’olio di casa e la nepitella. A pensarci bene la cucina è una delle cose più democratiche che ci siano, che unisce e non divide, che non si nutre di conflitti né alimenta invidie o complessi di inferiorità. Allieta in compagnia il palato e la tavola la “capunatarimilinciani”, che stempera il gusto forte di cipolle, olive, pomodori, sedano e capperi selvatici con la matura burrosità delle melenzane e i “pipi cini”, peperoni lunghi teneri e profumati ripieni di uova, pangrattato, aglio, prezzemolo, latte, olio o anche cotti in padella in agrodolce e poi mescolati con mollica abbrustolita. Zucca a spezzatino, funghi di carrubo a spezzatino e olive novelle nere e verdi fatte addolcire sono piatti tipicamente autunnali. Altra cosa la zucca iblea che matura in estate, lunga e verdissima, dalle foglie chiare e carnose, i “tinniruma” che piacciono tanto a Montalbano in minestra o con la “pasta ri casa”. “Piliddi” (broccoletti) con la ricotta in “pastratedda” per condire gli gnocchetti di casa (“a pizzilatieddi”, cioè a pizzicotti) un piatto unico modicano antichissimo di cui si va perdendo la tradizione. E ancora “pastizzu ch’e ciurietti” (coi cavolfiori), e il “sanapu”, un’amarissima verdura spontanea dell’altopiano, lattughe, finocchi, porri, crudità, lupini, tutto magari accompagnato dal nero d’Avola e dal Cerasuolo.

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E ETT RIC FASOLAVIDDI IN UMIDO

L

asciar appassire, preferibilmente in una pentola di terracotta, una cipolla di Giarratana in olio abbondante, aggiungere due pomodori maturi a filetti, basilico e i fasolaviddi, i fagioli verdi sbucciati. Farli insaporire girando e coprire con due bicchieri d’acqua. Far cuocere a fuoco lento per un’ora.


O RAPPORT SULLA URA AGRICOLT IBLEA ORE L’ASSESS LE REGIONA

A Ragusa si pone un grande problema: che le istituzioni, a cominciare dalla Regione, escano dalla posizione di neutralità e si schierino al fianco dei produttori zootecnici, assoggettati al regime della grande distribuzione

RIDURRE I COSTI

L

’accordo euromarocchino, secondo  Francesco Aiello,  permette  al sistema  globalizzato di persegurire l’affarismo determinato in questi anni dai grandi flussi di consumo e  dalla grande distribuzione. “Il rimedio? Abbattere i  costi di  produzione sfalsati rispetto al Nord da 1 a 10”

AIELLO PENSA ALLA CENTRALE DEL LATTE SICILIANO DA ISTITUIRE A RAGUSA E A STRUTTURE UNIFICATE

UN FRONTE UNICO CONTRO I MERCATI

A

ssessore Aiello, traiamo le conclusioni sulla situazione. Il settore che sta peggio è quello che in passato stava meglio e cioè la zootecnia. Perché? Perchè è un comparto maggiormente di impresa, cresciuto affrontando il mercato in una fase di riflusso e di dominio sui prezzi da parte di soggetti che ne condizionano a vario titolo le dinamiche. Non che i comparti assistiti stiano meglio, ma zootecnia e serricoltura, che si muovono autonomamente, pagano di più. Appena il latte è pronto le aziende si trovano di fronte a un mercato fortemente controllato da forme pesanti di speculazione. Questi gruppi privati svolgono la stessa azione che era prima delle banche come interlocutori unici. Discutiamo di fenomeni immateriali, di un processo di commercializzazione che va piazzando saldi picchettatori. In un certo senso anche le cooperative rientrano in questo ambito. La cooperazione non ha saputo assolvere al compito originario. Nasce in controtendenza rispetto all’unità d’Italia ed è figlia dei progetti settentrionali che puntano a farla in proprio l’unificazione, almeno quella dei produttori. Ma poi le dinamiche di mercato spaccano la cooperazione: da un lato la cooperazione di territorio rimane isolata e dall’altro la cooperazione commerciale di processo se ne va altrove, verso il Marocco, l’Egitto, l’Est. Finisce così anche la solidarietà nazionale e c’è solo la grande distribuzione. A Cesena ho assistito a un dibattito presente il ministro Catania, che a un produttore settentrionale che annunciava il ritorno del Nord al Sud chiedeva perché non ci fossero già e perché se ne fossero andati. Il dramma di questo Paese va letto dunque in chiave di responsabilità non solo di casta e di politica ma anche e soprattutto di grandi dinamiche che vanno dove va la globalizzazione. Le cooperative rientrano in questo gioco e ne sono rimaste intrappolate. Ma negli ultimi anni in provincia si assiste a un fuggi-fuggi generale dalle cooperative. I produttori conferiscono direttamente alle industrie, come moltissimi anni fa. Rompono i ranghi, è vero. Ma anche questo è nel conto di una strategia ben precisa. A Ragusa si pone una grande necessità: la collocazione non neutrale delle istituzioni. Se l’assessorato all’Agricoltura continua a stare sopra le parti e non rompe lo schema schierandosi dalla parte dei produttori, la zootecnica iblea sarà totalmente

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distrutta, perché via via che crescerà la capacità dei Paesi orientali di aumentare la produzione, il latte rischia di venire solo da fuori. E le isole di agricoltura avanzata che ci sono nel Sud Italia e a Ragusa, che vivono in un grande sistema di relazioni industriali per cui i costi sono rapportati a questo modello e sono quindi più alti, sono destinate a scomparire. Rompere questo schema non significa istituire tavoli per stabilire, in un mero esercizio retorico, il prezzo del latte e ottenere l’indomani un centesimo meno. Significa dare un senso al fatto che gli industriali del latte ricevono finanziamenti cospicui quanto alla promozione e alle strutture, sicché le aziende agricole devono capire che la logica della divisione va respinta perché più passa questa logica più deboli diventano tutte le aziende, anche quelle più grosse che hanno un partenariato forte con gli industriali. Le risorse regionali per la zootecnia vanno invece spese per creare a Ragusa la centrale del latte siciliano, visto che è la provincia più produttiva, creare a Ragusa le strutture regionali unificate. Ma non c’è solo la zootecnia in ginocchio. C’è anche la serricoltura. Non c’è dubbio. Dentro questa grande crisi dobbiamo collocare quella del comparto più avanzato, quella che è nata prima, che ha più esperienza, che ha conosciuto momenti di felicità nell’innovazione: la serricoltura appunto. Si è creduto per molto tempo all’idea sbagliata secondo cui la grande azienda fosse necessaria per vincere sul mercato. Abbiamo invece dovuto constatare che venendo meno il 70% delle piccole e medie imprese anche quelle grandi hanno il destino segnato. In provincia abbiamo aziende che hanno avuto fino a 500 dipendenti e sono anch’esse pesantemente in crisi. Significa che in crisi non sono queste o quelle aziende ma il modello stesso di serricoltura come lo abbiamo inventato. Perché questo? Perché l’accesso al credito si misura sulla stessa scala, unica per tutti, così come i costi di produzione e tutte le altre voci. Ma soprattutto l’attacco dall’esterno colpisce tutti, chi di più chi di meno. Colpa di un sistema stolido che è incapace di avere uno minimo di progettualità siciliana e rincorre il mercato globalizzato. E questa crisi, voluta dai mercati aperti, è esplicitamente sostenuta dall’Unione europea che ha voluto un Psr in funzione antimerdionale e che ha imposto in zootecnia un modello standard proprio dell’Europa continentale per cui molte risorse restano inaccessibili per un comparto ancora in fase di evoluzione.

Dossier Agricoltura , fascicolo 2  

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