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Euro Jim O’Neill: per rilanciarlo serve una politica fiscale comune p.42 5 per mille Nato per fini sociali va a cacciatori,templari, cani romeni... p.36 Cuore Trovato il gene dell’ipertensione. Ecco come si può curare p.170

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Settimanale di politica cultura economia - www.espressonline.it

N.50 anno LVI

16 dicembre 2010

LA RESA DEI CONTI TRA BERLUSCONI E FINI È ALL’ATTO FINALE. CHI PERDE RISCHIA DI USCIRE DI SCENA

FUORI UNO


ALTAN

Il sommario di questo numero è a pagina 31

L’espresso 16 dicembre 2010

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GIORGIO BOCCA L’ANTITALIANO

QUELLA VOGLIA DI SERVIRE

he cos’è il berlusconismo? È che, abbandonato da Mara Carfagna, il re di denari Silvio si è subito aggrappato al nondum matura est, chi non mi segue non mi merita. La forza e la condanna degli uomini fatali, provvidenziali, del destino è la loro incorreggibilità, restano fedeli a se stessi, ai loro vizi, alle loro autoassoluzioni fino all’ultimo. La sorte umana di Silvio come di tutti i pari suoi è un’inestricabile mescolanza di vanità sua e di obbedienza altrui, il fascino di amore e odio, di paura e di servitù che li circonda. L’uomo fatale, il padrone, il duce è la stessa cosa del bene e del male uniti in ogni essere umano, il re e il fratello, il tiranno e il benefattore. Quando lo incontri hai l’impressione di aver trovato il tuo dio in terra, colui che ti libera dal vuoto e dalle incertezze della vita, il Berlusconi adorato da Bondi. Il poter lavorare nello stesso palazzo, il poterlo incontrare nei corridoi e nelle Sandro scale, il sentirlo parlare Bondi in un’assemblea ti dà fe- e Silvio licità e sicurezza di esse- Berlusconi re un suo discepolo, di al Senato partecipare alla sua ricchezza e alla sua fama. I suoi adoratori e servitori vivono l’ebbrezza della servitù, di poterlo imitare, di copiare i suoi abiti, le sue giacche, le sue divise da manager, di cantare con lui su una nave da crociera o di essere ospiti nelle sue ville ai Caraibi. La sua segretaria quando qualcuno arriva

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negli studios senza cravatta sorride: ecco l’uomo presuntuoso che non ha ancora capito la necessità e i vantaggi della divisa padronale. L’uomo fatale è un uomo massa. Egli senza dubbio sa che l’obbedienza totale al capo è fondamentale nella sua e nella vostra fortuna. Chi non obbedisce non è tanto un ribelle, ma un emarginato, uno che non sa riconoscere la convenienza del servire. Il fascino dell’obbedienza è fondato anche sulla solidarietà, chi obbedisce pensa di essere utile agli altri, fa la guardia per salvare gli altri. L’obbedienza è come la fede, come la grazia divina, quando sei fornito di “una marcia

Foto: A. Tarantino - AP / LaPresse

Quando incontri l’uomo fatale hai l’impressione di aver trovato il tuo dio in terra, colui che ti libera dal vuoto e dalle incertezze della vita. È il Berlusconi adorato da Bondi

L’espresso 16 dicembre 2010

in più”, come dicono di Berlusconi. Dell’obbedienza si danno spiegazioni logiche, bisogna obbedire perché l’homme fatale è la fonte di ogni potere. Chiunque affermi in sua presenza che l’uomo è nato libero e per essere libero non sa quel che dice: l’uomo è ciò che è perché ha un capo, saggio e onnipotente. Tornato da una missione diplomatica Silvio alza gli occhi al cielo e dice: «Abbiamo riformato la Nato, l’alleanza che regola il mondo libero, abbiamo recuperato l’amicizia con la Russia, unificato il mondo civile e i giornali si occupano della Carfagna». Dalla parte di Silvio sta quella forza onnipotente che è la voglia di servire, il riparo che l’uomo comune trova alle incertezze della vita, il sentirsi parte di quel mondo miracoloso che spetta ai fortunati e ai ricchi, la sensazione che stare al suo servizio, al servizio della sua ricchezza, sia già parteciparvi, il primo passo per raggiungerla, per essere anche tu un Vip, un very important person. Ho conosciuto anche io l’ebbrezza di stare vicino al signore, alla sua luce di uomo fortunato. Un altro dei fondamenti della sindrome autoritaria è quello di credere, di far credere, che essa sia qualcosa di divino, che il suo potere discenda dall’alto, ed è per via di questo dono divino che il duce, il capo, anche il più onesto e volenteroso diventa un despota e un tiranno, insindacabile: se i sudditi mettono in discussione il suo potere si stupisce, reagisce nell’unico modo che conosce, la volontà di potenza. Sventurati coloro che lo amano.

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TAHAR BEN JELLOUN SENZA FRONTIERE

hi prima chi dopo, tutti hanno decantato un mondo senza frontiere, idea liberale che si è fatta strada prima in Francia e poi in Europa dopo la rivoluzione del maggio 1968. Allora si moltiplicarono slogan del tipo “Vietato vietare”, oppure, “Niente è impossibile, immaginazione al potere”. Di colpo, l’idea di abolire le frontiere tra i popoli diventò un’utopia che la pubblicità ha fatto subito sua. Un’agenzia di viaggi scelse di chiamarsi Senza frontiere, e nacquero associazioni umanitarie denominate in modo analogo, per esempio Medici senza frontiere. L’immagine di un pianeta senza frontiere è affascinante. Quando una casa non ha più porte, però, vi entrano parimenti il bello e il brutto, il pulito e lo sporco, il ladro e il santo. Da qui il concetto molto chiaro di confine. Il filosofo francese Régis Debray ha appena pubblicato un manifesto nel quale fa l’“Elogio delle frontiere” (edizioni Gallimard). A prima vista, c’è di che restare sbalorditi: come è possibile che questo spirito così intelligente, impegnato e umano difenda i confini e i portoni? Dopo aver letto il libro, in ogni caso, si comprende meglio la sua idea di fondo, che è sintetizzabile in poche righe: «La frontiera è da intendersi come un vaccino contro l’epidemia di muri, come un rimedio all’indifferenza e una salvaguardia dei vivi». Vien fatto di pensare a quei conflitti che si protraggono da tanto tempo, che hanno per motivo scatenante o obiettivo il semplice fatto di tracciare delle frontiere. Questo è il caso dell’interminabile conflitto, sempre più aggrovigliato, tra Israele e Palestina. Se ci Il muro a fossero delle frontiere, Betlemme

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Foto: C. McPherson - Corbis

ELOGIO DEI CONFINI

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vorrebbe dire che esiste uno Stato, un Paese riconosciuto nei suoi confini. Il problema ricorrente di questo conflitto, tuttavia, è proprio che Israele non vuole che i palestinesi abbiano frontiere, in altre parole uno Stato. Régis Debray cita Uri Avnery, il militante israeliano di Pace adesso: «Che c’è al cuore stesso della pace? Una frontiera. Quando due popoli vicini fanno pace, si accordano prima di ogni altra cosa su un confine tra loro». Ricorda al contempo un altro modo ancora di vedere il problema, il punto di vista di Golda Meir che diceva: «Le frontiere sono là dove si trovano gli ebrei, non là dove c’è una linea disegnata sulla carta». Quando non ci sono frontiere, si innalzano muri. Israele l’ha fatto. Un muro non è una frontiera, bensì una barriera, un respingimento, un’esclusione. Nel muro non vi sono porte né finestre. Soltanto cemento e odio. Paura e ignoranza. È interessante leggere questo manifesto che va controcorrente nel momento stesso in cui, grazie alle nuove tecnologie dell’informazione, abbiamo l’illusione di essere

Al cuore della pace ci sono le frontiere. Quando queste mancano si alzano muri e barriere

ovunque, siamo in collegamento diretto con il pianeta intero, sappiamo in tempo reale che cosa accade tra Corea del Nord e Corea del Sud, ciò che rende Haiti un’isola maledetta da Dio e dagli uomini, se il nostro amico lontano è felice o malato e così via. Essere connessi, però, non vuol dire che le frontiere sono state abolite; né che esista complicità tra i popoli. Tutto ciò resta a livello di semplice giochetto. Fa piacere restare in contatto con un amico di cui si erano perse le tracce, ma in definitiva tra lui e noi ci sono dei confini. Come dice Paul Valéry, «Quel che c’è di più profondo nell’uomo è la pelle». La pelle, infatti, è proprio ciò che racchiude il nostro corpo, che ci separa dagli altri. E, come si dice comunemente, tutti noi teniamo alla nostra pelle. Quando non si conoscono i propri limiti, non si sa più chi si è. È una questione di identità. Un popolo la cui identità è indistinta, non radicata nella terra di un Paese, è un popolo sventurato. Sapere chi si è, da dove si proviene, in quale ambiente si è vissuto e dove si è andata costruendo la propria storia è fondamentale per poter vivere con gli altri. Un popolo - come il popolo algerino - che è stato colonizzato per 5 secoli dagli ottomani, poi occupato per 130 anni dalla Francia e in seguito ha combattuto una guerra eroica di liberazione con oltre un milione di morti, fa fatica a riscoprire la propria identità. Questo potrebbe spiegare il persistere dei movimenti terroristici che prendono a pretesto l’Islam. L’Algeria è in procinto di recuperare la propria identità, ma mantiene chiuse le proprie frontiere con il vicino Marocco. In questo caso si tratta di un eccesso di frontiere, il che equivale a un rifiuto a comunicare, a risolvere i conflitti rimasti in sospeso tra i due Paesi. Questo elogio delle frontiere si presenta come un diritto dei popoli. Dopo tutto, se la frontiera è ciò che garantisce la loro integrità territoriale, occorre difenderla non come una linea di ripiegamento, bensì come una possibilità di apertura, sapendo che ogni singolo individuo è un invitato, non un invasore, né un contrabbandiere. traduzione di Anna Bissanti

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PIERO IGNAZI POTERE&POTERI

ITALIA ISOLATA E IRRILEVANTE

a marea di documenti lanciati in rete da WikiLeaks ha sfondato porte aperte. Contrariamente alle notizie sulle operazioni “sporche” in Iraq o in Afghanistan, messe in circolazione da WikiLeaks nei mesi scorsi e che svelavano fatti ignoti o occultati, i dispacci della diplomazia americana hanno semplicemente confermato quello che i media tradizionali avevano già raccontato su simpatie, idiosincrasie e diffidenze dei diplomatici Usa. Per quanto riguarda il nostro Paese i resoconti sulla “affidabilità” del premier Silvio Berlusconi sono crudi e taglienti. Niente di nuovo, ovviamente, per chi abbia un minimo di senso critico sull’operato del governo e del suo capo. Ma c’è da dubitare che queste informazioni sfondino il muro di omertà costruito dalle televisioni nazionali attorno al presidente del Consiglio al quale hanno dedicato, e continuano a dedicare, servizi trionfalistici sulle sue attività internazionali. Basti ricordare il capolavoro di disinformatzia operato dal Tg1 di Clemente Mimun quando, nel servizio dedicato all’intervento di Berlusconi all’Onu nel 2005, al posto della platea vuota e distratta vennero inseriti filmati di applausi scroscianti di un’altra seduta. Per una cosa del genere, in un paese civile, sarebbero cadute delle teste. Ma in Italia non era la prima volta che si faceva un “servizio” a un potente. Solo che nei confronti di Berlusconi la disinformatzia è diventata una costante. Lo stesso canovaccio si è infatti ripetuto in occasione del discorso di Berlusconi al congresso americano del 2006, osannato come un grande successo internazionale quando invece, come messo a nudo dai documenti di WikiLeaks, fu una sceneggiata da regime con stagisti e uscieri a riempire gli scranni vuoti.

Foto: P. Cerroni - Imagoeconomica

L

to occidentale - sconfinino anche in ambiti privati. Ma ammettendo per carità di patria Al di là di queste miserie rimane il probleche così non sia, anche ma di fondo: qual è la politica estera itala seconda ipotesi non liana? È allineata agli standard, agli obietlascia tranquilli. Tuttivi e ai presupposti dei partner europei e t’altro. Perché significa degli alleati atlantici? O ancora una volta che l’Italia non si cura più delle compativuole le “mani nette”, vuole giocare in so- bilità delle sue azioni rispetto alle linee litaria? Il ministro degli Esteri Franco guida europee e americane. Frattini, messo alle strette sui rapporti In effetti sono talmente ridotti i rapporti con Italia-Russia criticati dagli Usa, ha avuto i tradizionali partner dell’Ue che non stupiuno scatto, inconsueto per la sua espe- sce l’isolamento, e l’irrilevanza, in cui ci trorienza, quando ha scandito che «nessuno viamo. Il “rango” del nostro Paese sta scenpuò dettare all’Italia la sua politica ener- dendo a precipizio anche e soprattutto per getica». Una espressione che ha fatto aleg- la valutazione che i governi dei paesi demogiare il fantasma di Enrico Mattei. Ma cratici danno del presidente del Consiglio. delle due l’una: o questa reazione riflette Dopo la fase della curiosità e dell’amuseun nervo scoperto - che duole allo stesso ment - il solito “ma come sono buffi questi Frattini - o più semplicemente ci sono in- italiani…” - il ritorno di Berlusconi nel 2008 teressi diversi tra l’Italia e i suoi alleati al è stato accolto con molta più freddezza. Le di qua e al di là dall’Atlantico. gaffe a ripetizione - inarrivabile quella con Entrambe le ipotesi sono inquietanti. La la cancelliera Angela Merkel fatta aspettare prima rinforza i sospetti che i rapporti co- per una telefonata e, soprattutto, le scelte sì amichevoli tra Berlusconi e la dirigenza “irrituali” quali la visita all’ultimo dittatorussa e la frequenza insolita di incontri - re europeo, il bielorusso Aleksander Lukasuperiore a quella con qualsiasi altro allea- shenko, fino ad allora tenuto ai margini dalla comunità internazionale, Il ministro l’ospitalità servile a Gheddafi, degli Esteri oltre al sostegno incondizionaFranco Frattini to alla Russia, hanno portato a una progressiva emarginazione del nostro Paese. Rompere l’isolamento di un dittatore senza fare mai cenno ai diritti umani violati, o dimostrare grande familiarità con i leader di un paese “problematico” come la Russia (il video trasmesso da Euronews che mostra la rimpatriata a tre di Putin, Medvedev e Berlusconi in qualche dacia evidenzia una familiarità inimmaginabile con Obama o Cameron o altri leader occidentali) rende anche l’Italia un Paese problematico per gli alleati. Non illudiamoci che la presenza dei militari italiani in Afghanistan basti a tranquillizzare Washington e le altre capitali. Quando ci si muove in solitaria e non si ha una grande reputazione alle spalle l’esito è isolamento e irrilevanza.

I rapporti di Berlusconi con Putin e dittatori vari ci hanno allontanato dagli Usa e dall’Europa

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RISERVATO

a cura di Enrico Arosio e Primo Di Nicola

INTERNET

CHE TORMENTO IL WIFI LIBERO l 5 novembre scorso il ministro Maroni lo aveva annunciato con una roboante dichiarazione in conferenza stampa: «Abbiamo deciso di liberalizzare il WiFi in Italia, aboliremo le restrizioni del decreto Pisanu entro fine anno, dal 1° gennaio la Rete senza fili anche in Italia sarà libera». Ma a pochi giorni dalla scadenza del decreto si sono perse le tracce della promessa, nessun disegno di legge che sostituisca il Pisanu è stato proposto dal governo. Sono nei cassetti, in compenso, cinque proposte parlamentari, nessuna delle quali renderebbe il WiFi italiano facile e immediato come quello degli altri paesi liberi. A questo punto è possibile che Maroni si debba rimangiare tutto e rinnovi un’altra volta una legge definita «ormai inutile» dal suo creatore (Pisanu), «superata» dallo stesso Maroni e «dannosa» dal mondo dell’economia. A meno che non passi l’ordine del giorno Palmieri (Pdl) che abolisce il Pisanu delegando però alla polizia «in definite circostanze e in luoghi determinati» la possibilità di procedere alla identificazione di chi si connette alla Rete. Forse un buon proposito, che tuttavia lascerebbe margini molto arbitrari alle forze dell’ordine. Impegnate, peraltro, ad applicare severamente proprio la norNel 2009 Pier Luigi Bersani inaugurò la sua segreteria con ma che dovrebbe essere i manifesti sui quali spiccava lo slogan “Un senso a questa abolita: nei giorni scorsi storia”, tratto da un brano di Vasco Rossi. Oggi il Pd romano a Roma sono stati chiusi annuncia il suo congresso con un altro slogan, “La libertà 33 Internet point per pre- è partecipazione”, famoso verso di Giorgio Gaber. sunta violazione della Si teme il ricorso alla canzone di Mina “Non gioco più”. legge Pisanu. A. G.

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PD DA VASCO A GABER

Difesa

Sfrattiamo i colonnelli Si chiama Obiettivo 9 e sta facendo tremare i polsi a circa 4.500 militari di professione. Lo Stato Maggiore della Difesa ha infatti deciso di portare alle stelle i canoni degli appartamenti dove da anni vivono i graduati ormai in pensione, perciò indicati come “senza titolo”. Obiettivo 9, appunto: «Rendere critico il prosieguo della locazione» attraverso l’applicazione di un moltiplicatore virtuale del reddito degli affittuari (anche di tre-quattro volte) al quale viene parametrato l’eventuale nuovo canone. In pratica, un avviso di sfratto collettivo concentrato soprattutto nelle aree di Roma, Milano e Napoli, che il ministro Ignazio La Russa si appresta a ufficializzare firmando l’ennesimo dietrofront in materia. Il ministro Tremonti, nel 2003, aveva addirittura inviato ai militari le lettere di prelazione alla vendita, poi cancellate dal governo Prodi. E nel 2005 lo stesso La Russa firmò per primo un’interrogazione parlamentare che intimava la «sospensione di tutte le azioni di recupero forzoso» completando invece «il previsto processo di vendita ai militari». Ora, invece, vuole vederli sventolare bandiera bianca. M. F.

Illustrazione: David Hughes. Foto: A. Casasoli - A3

TAGLI RAI

Giù le mani dal presepe ell’era dei grandi tagli, inaugurata dal direttore generaleMauro Masi, in Rai non potevano mancare revisioni all’uso dei cellulari aziendali e decurtazioni sparse ai benefit dei dirigenti. Ma guai a chi tocca il presepe. A via Teulada, sede storica della produzione tv, da qualche tempo i bagni non sono più lindi come una volta perché le forbici colpiscono anche le imprese di pulizie, ma se si tratta di ono-

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Ignazio La Russa.

rare cristianamente le feste non si bada a Nel disegno: spese. I dipendenti Rai hanno visto erger- Roberto Maroni si, nel cortile, un enorme teatro in ferro battuto, dal gusto un po’ kitsch, dentro il quale sarà posto un altrettanto grande Risolto il giallo della Ferrari gialla. presepe. Costo dell’operazione: 15 mila Il bolide col cavallino rampante parcheggiato euro, in pratica lo stipendio netto annuaogni giorno in piazza del Parlamento è del le di un programmista Rai a partita Iva. deputato Pdl Antonio Angelucci, re della Pare che l’unico risparmio l’abbiano fatto sanità privata romana ed editore di “Libero” sul laico albero di Natale. S. N. e “Il Riformista”. È lui ad andare al lavoro

Una Camera giallo Ferrari

«con l’utilitaria», raccontano gli addetti al traffico intorno a Montecitorio. O. F. L’espresso 16 dicembre 2010


RISERVATO BASI NATO

MILANO

QUEL TERZISTA DI FERRANTE

a tre anni è il desaparecido della politica milanese, eppure nel 2006 l’ex prefetto Bruno Ferrante aveva perso di misura la sfida a sindaco con Letizia Moratti. “L’espresso” lo ha stanato, e ha scoperto che ha nostalgia: «Sarei pronto a dare una mano», dice, «se mi chiamassero». A chi pensa? Non al Pd, con cui è in fredda e dal quale si dice deluso «dopo la fase interessante aperta da Veltroni al Lingotto». No, Ferrante si augura che nasca qualcos’altro: «Una candidatura vera espressione della società civile, senza timbri di partito, terzi-

D

INTRIGO NUCLEARE Sono in arrivo in Italia 200 testate nucleari? Nel vertice Nato di Lisbona del 19 e 20 novembre si è raggiunta l’intesa di smantellare le testate nucleari substrategiche presenti oggi in Italia, Germania, Olanda, Belgio e Turchia. Tranquillizzante, sulla carta, ma in realtà? Queste armi rimarranno fino a che altri Paesi disporranno dello stesso arsenale, e potrebbero essere concentrate in due basi Usa: una a Incirlik in Turchia, l’altra ad Aviano in Friuli. Lo scrivono quattro parlamentari del Pd in una interrogazione al ministro della Difesa, primo firmatario Carlo Pegorer. Si parla di una «misura grave e pericolosa per il nostro Paese, mentre il governo si troverebbe nella condizione di contraddire l’impegno a sostenere una progressiva riduzione delle stesse armi nucleari». E ad Aviano molti abitanti cominciano a temere la fregatura. P. T.

sta e moderata. Perché io ho stima di Giuliano Pisapia, ne apprezzo l’apertura e l’esperienza, ma difficilmente potrà raccogliere i consensi di una certa Milano moderata». Ferrante segue con attenzione «i ragionamenti di Massimo Cacciari», cita «la sua avventura a Venezia, capace di rompere gli schemi», ma non punta su Gabriele Albertini: «Non capisco l’entusiasmo per Albertini, che fu buon sindaco la prima volta ma assai meno la seconda. Un nome nuovo, invece, smuoverebbe energie nascoste». E mentre inizia a circolare il nome del banchiere ex Dc Roberto Mazzotta, Ferrante butta lì che da aprile non ricopre più alcun incarico nel gruppo Impregilo, che ha più tempo e la stessa passione civile... E. A.

Mamma li russi Brutta avventura per Massimo Giletti a Mosca. Il conduttore tv stava andando all’aeroporto col pulmino dei giornalisti, dopo la presentazione del calendario Pirelli. La comitiva era intrappolata nel traffico. Non volendo perdere l’aereo, Giletti è sceso e si è improvvisato vigile urbano per far defluire le auto. Grandi gesti, grida onomatopeiche: «Block, block!». Fino all’arrivo di una limousine di un oligarca. Le guardie del corpo hanno abbassato il finestrino e gli hanno puntato un Kalashnikov in faccia. Il povero Giletti, a braccia alzate, è subito risalito sul pulmino; poco dopo l’ingorgo si è sciolto. Non ha perso il volo, ma lo spavento gli è rimasto. E. At.

Chi c’è e chi non c’è in Parlamento I PIÙ ASSENTI DEPUTATI 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10

Gaglione A. (Misto) Ghedini N. (Pdl) Tremaglia M. (Pdl) Angelucci A. (Pdl) Merlo R. (Misto) Siliquini M.G. (Pdl) Bersani P.L. (Pd) Tanoni Italo (Misto) Guzzanti P. (Misto) Baccini Mario (Pdl)

% 92,02 76,31 76,26 72,27 70,26 70,03 69,93 62,99 61,67 61,08

SENATORI Bonino E. (Pd) Veronesi U. (Pd) Pistorio G. (Misto) Zavoli S. (Pd) Nania D. (Pdl) Villari R. (Misto) Marini F. (Pd) Belisario F. (Idv) Chiti V. (Pd) Cuffaro S. (Udc)

% 72,49 69,08 67,99 63,80 61,76 56,73 51,22 48,95 42,77 42,63

I PIÙ PRESENTI DEPUTATI 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10

Ceroni R. (Pdl) Vella P. (Pdl) Cassinelli R. (Pdl) Lainati G. (Pdl) Baldelli S. (Pdl) Follegot F. (Lega) Mottola G. (Pdl) Fedriga M. (Lega) Mazzoni R. (Pdl) Garagnani F. (Pdl)

% 99,84 99,79 99,76 99,76 99,71 99,70 99,62 99,39 99,33 99,18

SENATORI De Eccher C. (Pdl) Valli M. (Lega) Pittoni M. (Lega) Totaro A. (Pdl) Scarpa Bonazza Buora P. (Pdl) Mazzaracchio S. (Pdl) Alicata B. (Pdl) Fontana C. (Pd) Pegorer C. (Pd) Pastore A. (Pdl)

% 99,93 99,89 99,68 99,68 99,61 99,57 99,54 99,31 99,36 99,36

I dati si riferiscono alle votazioni elettroniche valide svolte in Aula dall’inizio della Legislatura. E’ dunque considerato assente il parlamentare che non partecipa al voto e che non risulta avere impedimenti per cause istituzionali (in missione). Sono esclusi i presidenti di Camera e Senato e i senatori a vita. Dati aggiornati al 3/12/2010. Fonte: www.openparlamento.it (elaborazioni dei dati forniti da Camera dei Deputati e Senato della Repubblica)

L’INTERROGAZIONE Roberto Della Seta, senatore del Pd, ha denunciato in Parlamento l’uso spropositato dei voli di Stato da parte del ministro del Turismo Michela Brambilla. I rendiconti delle spese di viaggio del 2009 evidenziano come il ministro preferisca l’elicottero per i suoi spostamenti, che sono costati 157 mila euro, ben oltre il budget stimato di 27 mila. Per legge l’uso dei voli di Stato è consentito solo per motivi istituzionali e quando non sia possibile utilizzare nessun altro mezzo. Per volare a spese pubbliche serve l’approvazione dell’ufficio voli del Consiglio dei ministri. Della Seta ha chiesto alla presidenza del Consiglio di verificare i comportamenti del ministro e di rendere pubblici tutti i dati sui voli di Stato (interrogazione S.4/04055). a cura dell’Associazione Openpolis

Foto: A. Tosatto - Contrasto

A MICHELA PIACE L’ELICOTTERO


RISERVATO

VENDETTA CINESE CONTRO IL SINDACO Ora le carte scottanti del gruppo Sasch, azienda di abbigliamento del sindaco di Prato Roberto Cenni, circa 400 dipendenti, sono in mano all’assessore al Lavoro della Regione Gianfranco Simoncini. Sasch è in crisi per un indebitamento, 170 milioni, al quale Cenni ha fatto sapere di non essere in grado di far fronte. Uno smacco non da poco per il sindaco, amico di Giorgio Panariello, amato in Curia e con amicizie trasversali, che due anni fa, alla guida di una coalizione di centrodestra ha conquistato Prato, dopo 60 anni di giunte di sinistra. Cenni ha vinto anche per la sua immagine di imprenditore di successo e sull’onda di una rivolta dei pratesi nei confronti della presenza dei cinesi (circa 35 mila). Che, in qualche misura, ora si vendicano. L’azienda che ha presentato istanza di fallimento del gruppo Sasch è infatti cinese, la X.B. srl di Agliana, una ditta terzista, che vanta un credito di 200 mila euro. M. La.

SIGNORNÒ

Simonetta in Vespa DI MARCO TRAVAGLIO Simonetta Matone, la giudice minorile che ravviva (si fa per dire) l’arredamento di “Porta a Porta” nelle puntate horror sui delitti di Cogne, Garlasco, Erba, Perugia e Avetrana, trasloca. Scaricata da Mara Carfagna, che nel 2008 l’aveva ingaggiata come capogabinetto al ministero delle Pari opportunità, ha subito trovato occupazione al ministero della Giustizia, presso l’ufficio legislativo diretto dall’amica del cuore Augusta Iannini, moglie di Bruno Vespa, tenutario di “Porta a Porta”. Il cerchio si chiude, tutto in famiglia. Come sempre in questi casi, il Csm ha dato il via libera all’incarico “fuori ruolo”, senza porsi alcun problema di opportunità e di conflitto d’interessi. Eppure sembra che persino la Carfagna, come riferisce il “Corriere della Sera”, avesse trovato da ridire sulle troppe comparsate della Matone a “Morta a Morta”, ritenendo poco compatibile con l’incarico ministeriale il ruolo di spalla del Crepet e della Palombelli di turno. Meno convincente è l’altra motivazione del divorzio fra le due signore, ipotizzata su “Italia Oggi”: che, cioè, la Matone sia stata punita perché sorpresa il 30 agosto, alla cena ufficiale in onore di Gheddafi, a sparlare di Berlusconi. Se ciò fosse vero, non si comprenderebbe perché mai l’abbiano sistemata nell’ufficio che sforna le leggi firmate dal ministro Alfano, né per quale motivo abbia accettato di continuare a collaborare col governo di un premier che non le garba (sempreché la Matone non intenda così confermare la tesi esposta dal premier in una celebre intervista del 2003 a “The Spectator”: «I magistrati sono matti, antropologicamente diversi dal resto della razza umana: se fai quel mestiere devi avere delle turbe psichiche»). Forse il Csm avrebbe potuto, prima di autorizzare il suo nuovo collocamento fuori ruolo, profittare dell’occasione per avviare una riflessione più generale sui giudici “di governo”. C’era proprio bisogno di un magistrato per fare il capo di gabinetto al ministero delle Pari opportunità? È opportuno che ora quel giudice, ospite pressoché fisso nel programma di Vespa, vada a lavorare nell’ufficio guidato da sua moglie? A che titolo la signora, che resta pur sempre in forze alla corporazione togata, continua a pontificare in tv sulle indagini e sui processi altrui? Due anni fa, per arginare il fenomeno incontrollabile dei giudici infilati in ministeri ed enti pubblici, il Csm stabilì che i “fuori ruolo” non devono superare il totale di 185 né restare distaccati per più di dieci anni complessivi e per più di cinque consecutivi. Lo sanno, a Palazzo dei Marescialli, che la signora Iannini in Vespa è fuori ruolo presso il ministero della Giustizia dal lontano 2001, quando iniziò a collaborare con l’allora Guardasigilli leghista Castelli, per proseguire col centrosinistro Mastella e, senza soluzione di continuità, col berlusconiano Alfano? E, dopo tanto girovagare nei ministeri, con quale immagine di imparzialità queste due brave donne torneranno a indossare la toga?

CASO EPOLIS

NICHI NON ∂ SOLIDALE

scito dalla scena editoriale il gruppo E Polis, travolto da debiti per 108 milioni di euro, i 114 giornalisti delle 19 testate locali attendono che l’editore Alberto Rigotti onori almeno gli impegni assunti con la Federazione nazionale della stampa: pagare gli stipendi arretrati e le liquidazioni ai dipendenti. La speranza in una ripresa delle pubblicazioni ha indotto per ora i creditori, compresi i redattori, a non presentare istanze di fallimento. Tutti meno uno: Nichi Grauso, l’inventore di E Polis, che tre anni fa ha battuto in ritirata davanti all’insuccesso dell’iniziativa. L’ex patron di Video on Line, oggi immobiliarista, ha sfrattato la testata sarda del gruppo dalla sede di viale Trieste, a Cagliari. E poi ha chiesto al La giudice giudice di dichiarare il falliminorile mento della sua creatura Simonetta per 300 mila euro di affitti Matone. Sopra: operai non pagati. Quando si dice cinesi a Prato la solidarietà. M. Lis.

U

PARIGI

Dolce vita di piombo n romanzo sugli anni di piombo e i misteri d’Italia ad uso dei francesi, che, in occasione delle polemiche sul caso Battisti, si sono dimostrati assai ignoranti in materia. È quanto ha voluto fare Simonetta Greggio con “Dolce vita 1959-1979” (Stock), che ha ricevuto gli elogi della critica parigina, è entrata in classifica ed è stata finalista al Prix Renaudot. Un bel successo per un romanzo che, da Mattei a Piazza Fontana, dalla P2 al sequestro Moro, ripercorre a spron battuto vent’anni di tragedie. Un periodo traumatico che, per l’autrice italiana da molti anni trasferitasi Oltralpe (ormai scrive nella lingua di Molière), ha indebolito la nostra democrazia e favorito l’avvento del berlusconismo: «Dopo gli anni di piombo, quelli di fango».F. Gam.

U

16 dicembre 2010 L’espresso

Foto: M. Sestini, C. Morandi - Agf

PRATO


RISERVATO Chi sale e chi scende in tv Il calciatore Cristiano Lucarelli. Sotto: Roberto Cecchi

Novembre 2010: share (in %) delle reti e confronto (indicato dalla freccia) con il mese precedente Giorno medio (02:00-02:00)

Prima serata (20:30-22:30)

Top generaliste

LUCARELLI FA AUTOGOL

reditore per oltre un milione di euro del giornale di cui è fondatore (ma sta per fallire). L’autorete del bomber Cristiano Lucarelli, per anni idolo della curva del Livorno e oggi proprietario della Carrarese, riguarda “Il Corriere di Livorno”. A tre anni e due mesi dal primo numero, il 10 novembre il quotidiano ha chiuso attanagliato dai debiti, dopo aver cambiato tre direttori. Una quindicina tra giornalisti, poligrafici e segretarie hanno perso il lavoro oltre a sette mesi di stipendi. La sede della cooperativa proprietaria, Adriano Sisto Editore, ha traslocato. E il giudice civile ha disposto il sequestro conservativo dei crediti: circa 200 mila euro mai riscossi dall’ultima agenzia di pubblicità, la Pubblistadium, dove tra gli amministratori spunta il nome di Susanna Angioli, moglie del bomber. Ma il rimpallo più beffardo salta fuori spulciando i bilanci. Lucarelli, da presidente della Sisto Editore nel 2007, scompare dai soci l’anno successivo e diventa creditore, in veste di finanziatore e proprietario della testata, per 1.131.479 mila euro. Un doppio autogol per chi ha scritto il libro “Tenetevi il miliardo”. F. La.

C

Boing Rai 4 La5 Iris k2 Premium Calcio Sky Sport 1

1,05 0,79 0,70 0,64 0,58 0,53 0,50

▼ =

▲ ▲ ▲ ▲ ▲

Rai 1 Canale 5 Rai 3 Rai 2 Italia 1 Rete 4 La7 Sky Sport 1 Premium Calcio La5 Rai 4 Boing Iris Sky Calcio 1

19,64 18,04 11,96 10,29 9,21 6,98 3,45

▼ ▼ ▲

1,18 1,03 0,96 0,84 0,71 0,71 0,60

=

▲ =

=

▲ ▼ ▼ ▲ ▼

Elaborazioni Studio Frasi su dati Auditel, MediaConsultants Quattro lunedì sera ribaltano la classifica del mese di novembre. “Vieni via con me” produce ascolti straordinari e porta Rai3 al terzo posto, dietro soltanto a Rai1 e a un sofferente Canale 5 che scende sotto il 19 per cento e cancella per scarso rendimento due fiction. Tra i canali digitali, Sky Sport1 vince in prima serata grazie anche a Barcellona-Real Madrid, partita con ascolti più alti di quelli raggiunti da tante squadre italiane.

TRIBUNALI

Qui serve un giudice Rivedere «l’anacronistica geografia giudiziaria» è uno degli interventi «più urgenti» per appianare le inefficienze dei tribunali italiani. È il senso delle tabelle allegate a una proposta dell’Associazione nazionale magistrati che parte da un assunto: l’organico minimo per assicurare il buon funzionamento di un ufficio giudiziario (Procura e Tribunale insieme) è di 20 magistrati. Ma sfogliando i dati dell’Anm, ben 59 tribunali dispongono di un organico sotto il minimo e, tra questi, ben 15 non raggiungono neppure le dieci unità. Non solo, tra le sedi con organico tra le dieci e le 20 unità, 21 sono capoluoghi di provincia, tra cui Aosta, Asti, Pavia, Belluno, Siena, Ascoli Piceno, L’Aquila, Enna. Un fenomeno a 360 gradi con le sole eccezioni dell’Emilia Romagna e della Puglia, che preoccupa specialmente nelle terre di criminalità organizzata. In Sicilia figurano anche Patti, Sciacca, Nicosia, Caltagirone e Modica. In Campania non superano le 20 Ariano Irpino, Sant’Angelo dei Lombardi e Sala Consilina; idem per Rossano in Calabria. A. S.

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AMICI DI BRERA MA NON DI TREMONTI L’ormai famosa battuta di Giulio Tremonti ha irritato anche Roberto Cecchi, il segretario generale del ministero dei Beni culturali, che lavora a stretto contatto con il ministro Bondi: «E c’è chi insiste a dire che la cultura non si mangia!», ha esclamato, con tono tagliente, nel chiudere il suo intervento sulla prossima apertura al pubblico di Palazzo Farnese in un incontro alla Pinacoteca di Brera a Milano, introdotto dall’ambasciatore di Francia Jean-Marc de la Sablière. La seconda sorpresa è stata l’immediato applauso dell’intera platea degli Amici di Brera, come dire la crema della borghesia colta ambrosiana, dove Tremonti, a differenza di Berlusconi, in teoria ha ancora i suoi estimatori. Scricchiola anche la Milano-bene... T. M.

16 dicembre 2010 L’espresso

Foto: L. Galassi - Ap / LaPresse, A. Cesareo - Fotogramma

CALCIO E GIORNALI

Rai 1 20,13 = Canale 5 18,62 ▼ Rai 3 10,02 ▲ Rai 2 9,07 = Italia 1 8,91 = Rete 4 7,30 = La7 3,39 = Top digitale


RISERVATO

SCIANTAL SCIANEL A PALAZZO CHIGI DI MICHELE SERRA Il centrodestra prepara la successione a Berlusconi, e ha molte frecce nel suo arco. In caso di caduta del governo, saliranno al Colle per chiedere l’incarico personalità di rilievo ma anche outsider sorprendenti. Ecco i nomi. Carlo Tromperale Rettore onorario del Cepu, il professor Tromperale è considerato l’ultimo dei liberisti puri. Nel suo saggio “La competizione a mani nude” teorizza l’abolizione delle pensioni, degli stipendi, delle tasse, delle assicurazioni e di tutte quelle forme di intrusione dello Stato che sono d’impiccio al libero dispiegarsi dell’iniziativa individuale. Presidente della Fondazione Don Rodrigo, ha annunciato la sua discesa in campo durante il convegno internazionale “L’etica della sopraffazione”, nel corso del quale le guardarobiere sono state aggredite dai relatori che pretendevano di ritirare anche i cappotti altrui per vuotare i portafogli. Milvio Verlusconi La sua discesa in campo ha sorpreso tutti: fino a un mese fa nessuno lo conosceva, ora è considerato il favorito nella corsa a Palazzo Chigi. Identico a Berlusconi, con le stesse idee, la stessa voce, lo stesso patrimonio, abita ad Arcore nella stessa villa piena di baldracche ed è anche lui proprietario di Mediaset. Qualcuno sospetta che si tratti dello stesso Berlusconi con una falsa identità. Lui nega, affiancato da Emilio Fede e Lele Mora che garantiscono per lui: «Milvio lo conosciamo bene, dice sempre la verità». Pino Membrate È l’asso nella manica della Lega Nord. Membrate, popolarissimo sindaco di Gavizzate dopo essere stato assessore a Borgnate e segretario comunale a Cavagnate e Pusignate, durante un comizio a Magagnate (si votava per il rinnovo dei Comuni di Vibollate e Carlate) ha teso la mano all’Italia proponendo un compromesso: la capitale può anche rimanare a Roma, purché venga ribattezzata Romate. La sua fama di abile tessitore non è solo metaforica: nella vita fa effettivamente il tessitore di fodere per materassi. Colonnello Julio Mascelloni Reduce della Decima Mas, a 93 anni il colonnello Mascelloni è ancora molto amato nella destra romana, e non è difficile vederlo tra gli ultras della Lazio mentre punta un obice contro la curva avversaria. Ha poche possibilità di ricevere l’incarico, anche perché intende presentarsi al Quirinale

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in tuta mimetica, accompagnato dalla vedova Kappler, e arrestare Napolitano, che secondo indiscrezioni non sarebbe intenzionato ad accettare. Sciantal Scianel Ex favorita di Berlusconi (che ha convinto la Rai di Masi a darle la parte di Papa Giovanni nello sceneggiato omonimo), la Scianel è una contorsionista apolide che il premier ha conosciuto in un motel di Odessa, sollevando il coperchio di un vassoio portavivande. Ventenne, bellissima, alta due metri e cinque o un metro e dieci a seconda delle esigenze di scena, la ragazza non ha alcuna esperienza politica, parla malissimo una sola lingua e pare sia mediocre anche come contorsionista. L’idea di candidarla è considerata un’idiozia da chiunque, ma Berlusconi glielo ha promesso per consolarla in un momento di sconforto (si era slogata entrambe le anche cercando di rientrare nel portavivande) e non intende fare retromarcia. Giuseppe Stagionale Ex radicale, ex socialista, Stagionale è il leader indiscusso dell’ala clericale del Pdl. Si presenta in Parlamento in abito talare, e a chi gli ricorda le vecchie campagne pro-aborto e pro-divorzio risponde “eh?” portandosi la mano all’orecchio nel gesto del sordo. È decisamente gradito Oltretevere, l’unico problema è che al di qua del Tevere invece sta sui coglioni a tutti. I laici del Pdl (che sono due, Gino e Pino) preferirebbero un altro candidato, ma per ragion di partito sarebbero anche disposti ad appoggiarlo purché accetti di farsi dare il mandato da Napolitano e non, come vorrebbe lui, dal Papa.

Il sindaco di Verona Flavio Tosi. Sotto: Maurizio Cevenini del Pd

VERONA

KEBAB S∑ MA IN ITALIANO

hanno ribatezzata norma antikebab, anche se il kebab c’entra poco. A Verona si grida alla discriminazione per il bando del sindaco leghista Flavio Tosi con cui si concede l’apertura di un centinaio di nuovi esercizi pubblici. I requisiti contestati riguardano la conoscenza della lingua italiana, pena l’esclusione, e i criteri di assegnazione dei punteggi, tra cui la residenza da tre anni nel capoluogo scaligero o l’aver esercitato pubblica attività in una trentina di comuni veronesi. E per finire il pagamento di un’una tantum (da 5 mila a 10 mila euro) in base alla zona in cui si aprirà l’esercizio. «Razzisti e antiliberisti», condanna il Pd. «Solo buonsenso», replica Tosi: «Le graduatorie servono a impedire che sorgano problemi e favoriscono i dipendenti che si vogliono emancipare». G. Sb.

L’

Ricordando Vassallo Non dimenticare Angelo Vassallo, sindaco di Pollica, ucciso dalla camorra il 5 settembre scorso. Per questo "La Città", quotidiano di Salerno, gli ha dedicato un calendario che ne ripercorre la vita con foto inedite. Il ricavato della vendita sarà interamente devoluto a Legambiente. A Bologna Maurizio Cevenini, detto il Cev, ora è il presidente del comitato elettorale di Virginio Merola, candidato del Pd. Scelta generosa, dopo un ritiro deciso quando aveva BOLOGNA già la vittoria in tasca. Porta in dote oltre 19 mila preferenze e una lezione di civismo che può pescare consensi ben oltre i confini Agli amici dice di sentirsi addosso tutto il peso del partito. Il che potrebbe servire a Merola per contrapporsi efficacemente alla sfidante più del partito. Tanto da rientrare dalla finestra temuta, la civica Amelia Frascaroli, appoggiata nella gara delle primarie, dopo lo sfortunato da Sel e dall’attivissimo Nichi Vendola. N. R. ritiro dalla corsa per un attacco ischemico.

Cevenini non molla

Foto: Begotti - Olycom, P. Righi - Meridiana Immagini

Satira preventiva


L’espresso

IN EDICOLA LA PROSSIMA SETTIMANA

Gianna Nannini

LATIN LOVER di Roberto Calabrò

el 1982 Gianna Nannini pubblica “Latin Lover”. Dopo l’esperienza di “California” e dell’autobiografico “G. N.”, la cantautrice toscana si trova sempre più a suo agio con il linguaggio rock. Non solo: desidera entrare a far parte del giro delle avanguardie europee. Così si reca a Berlino dove conosce Annie Lennox, la bionda e algida cantante degli Eurythmics, ma soprattutto Conny Plank, affermato produttore già al lavoro con Kraftwerk, Ultravox e Devo. Queste amicizie si trasformano in fruttuose collaborazioni sul suo nuovo album: Plank produce il lavoro, Lennox suona le tastiere. E molti altri importanti musicisti, tedeschi e italiani, completano la formazione che nell’estate del 1982 registra a Colonia il quinto album della rocker toscana. L’influenza tedesca si nota subito in “Latin Lover”, un disco in cui la sensibilità mediterranea di

N

Sabato 18 dicembre terzo Cd a 9,90 euro in più con L’espresso o Repubblica

E INOLTRE... Ogni limite ha una pazienza

AnTOT√logia Gianna Nannini si sposa con le tendenze della new wave mitteleuropea. E così nel disco convivono efficaci brani pop arricchiti da sintetizzatori e batteria elettronica (“Primadonna”, l’aggressiva title-track) con episodi più meditati (“Ragazzo dell’Europa”, la piccola perla di “Carillon”). Successo immediato: il disco vende 250 mila copie.

CHARLES DICKENS Foto: M. L. Antonelli - Agf

A Christmas Carol-strofa 3 Nel terzo volume delle Short Stories che racchiudono un capolavoro della letteratura anglosassone come “A Christmas Carol”, il protagonista Ebenezer Scrooge incontra il fantasma del Natale presente. È il secondo dei tre spettri che gli si presentano innanzi e ne incrinano certezze e cinismo, inducendolo a cambiar vita. Con testo originale e traduzione a fronte, ricche note linguistiche. Roberto Calabrò

3° vol. il 17 dicembre a 2 euro in più con L’espresso + Repubblica. Ascolto gratuito su www.espressonline.it

6° Dvd venerdì 17 dicembre a 9,90 euro in più con L’espresso + Repubblica

R.E.M. Around the sun Martedì 14 dicembre 8° Cd a 9,90 euro in più con L’espresso o Repubblica

Tex - Collezione storica a colori Sotto falso nome Giovedì 16 dicembre volume a 6,90 euro in più con L’espresso o Repubblica

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L’espresso

IN EDICOLA LA PROSSIMA SETTIMANA

L’ET≈ DELL’IMPRESSIONISMO

Renoir

e la sensualità della pittura di Roberto Calabrò ttimi di vita vissuta dai colori intensi e dalla luce scintillante, quasi fossero fotografie rubate: è questa la cifra stilistica più conosciuta di Pierre-Auguste Renoir, uno dei padri dell’Impressionismo. In realtà, come tutti i grandi artisti, Renoir attraversò varie fasi nell’arco di una carriera lunga e prolifica. Il quarto volume de “L’età dell’Impressionismo” ci porta a scoprirle e analizzarle nel dettaglio: dalle opere giovanili ai dipinti “en plein air”, realizzati spesso in compagnia dell’amico Claude Monet, dalla maturità di lavori celebri come “Ballo al Moulin de la Galette” o “La colazione dei canottieri”, passando per la rottura con il movimento impressionista fino agli ultimi dipinti in cui il tema principale è rappresentato Quarto volume mercoledì dai nudi femminili dalle forme prorom- 15 dicembre a richiesta con L’espresso o Repubblica penti e sinuose.

A

Il Caffè Letterario ECO RACCONTA HUGO

È Umberto Eco, scrittore di fama, semiologo e raffinato intellettuale, a spiegarci Victor Hugo nel decimo appuntamento con il Caffè letterario. Un tuffo nelle opere del grande scrittore francese, autore di un classico della letteratura mondiale come “I Miserabili”. Un autore molto vicino ed estremamente affascinante perché maestro dell’eccesso, in grado di suscitare ancora oggi forti passioni. Roberto Calabrò Venerdì 17 dicembre 10° Dvd a 7 euro in più con L’espresso + Repubblica

ANCORA IN EDICOLA

Calendario Altan 2011 12 vignette inedite, una per ogni mese dell’anno. Il calendario di Altan è in edicola a 9,90 euro in più con L’espresso o Repubblica


SOMMARIO Nr. 50 16 dicembre 2010

L’ARMATA CHÁVEZ

104

Reportage

Il Venezuela attraversa una crisi economico-politica. La popolarità del suo leader è in calo, si rischia il golpe. E per difenderlo operai e contadini con pistola e kalashnikov presidiano città e campagne di Antonio Carlucci - Foto di Alvaro Ybarra Zavala

Rapporto I mille del 5 per mille

36

Nato per finanziamenti di utilità sociale, aperto poi a organismi d’ogni genere: dai cacciatori ai templari, ai salvatori di cani rumeni di Gianni Del Vecchio e Stefano Pitrelli

Analisi Sognando un euro forte 42 Una politica fiscale unica e più potere al parlamento europeo. La ricetta anticrisi di un guru dell’economia di Jim O’Neill

Primo piano Dove vola l’Angelino

44

Servizievole. Scuola Dc. Ieri fedele custode, oggi possibile successore del premier di Denise Pardo

Centrodestra contro centrodestra

49

Berlusconi e Fini allo scontro di Marco Damilano

Attualità Assange e i suoi fratelli 54 Dopo l’arresto del capo di WikiLeaks, altri siti ne seguono le orme di Stefania Maurizi

Opinioni

60

Per esempio di Altan 9 L’antitaliano di Giorgio Bocca 11 Senza frontiere di Tahar Ben Jelloun 13 Potere&Poteri di Piero Ignazi 15 Signornò di Marco Travaglio 20 Satira preventiva I rifiuti? Non esistono 67 di Michele Serra 24 L’Osservatorio nazionale sulla spazzatura denuncia: Questa settimana “Non ci permettono di lavorare” di Bruno Manfellotto 35 di Riccardo Bocca Avviso ai naviganti 68 di Massimo Riva 159 Potere nero Ex fascisti e estremisti di destra. La bustina di Minerva Piazzati da Alemanno nei postidi Umberto Eco 218 chiave del Comune di Roma

Effetto Russia sull’Eni

54

di Emiliano Fittipaldi

Sulla Liguria le mani della ’ndrangheta 57

Gazprom cede gas a prezzi superiori a quelli di mercato. E il gruppo italiano deve comprare più di quel che rivende. Parola di WikiLeaks di Luca Piana

Attentati, minacce, voti pilotati. Così le cosche vanno all’assalto. E il Comune di Bordighera rischia lo scioglimento per infiltrazioni mafiose di Paolo Biondani e Mario Portanova

Rai di tutto, di più, di Berlusconi

Non deve vincere l’omertà

Appalti, programmi, pubblicità. Gli uomini del premier che occupano la tv pubblica di Riccardo Bocca

L’espresso 16 dicembre 2010

60

L’appello del sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia colloquio con Anna Canepa

74

Asilo low cost

Molto meglio la Macchietta

85

Lo showman rilancia la tradizione napoletana colloquio con Renzo Arbore di Maria Simonetti

Mondo Prima le nozze poi la corona

90

Il principe William si sposa ad aprile. E la Gran Bretagna già lo vuole re di Annalisa Piras

Scommessa Kosovo 77

80

I Comuni si affidano sempre più ai privati. Diminuisce la qualità e aumenta il precariato di Roberta Carlini

97

Al voto fra corruzione e povertà. E ancor più divisi di Gigi Riva

Qui l’escort è di massa

101

Le donne russe che si concedono per un regalo di Giulia Cerino

31


Questa settimana su www.espressonline.it VOTO FIDUCIA, TUTTO SUL NOSTRO SITO

120 74

85

I retroscena, le analisi, gli scenari: il nostro sito segue ogni giorno la situazione politica, verso il voto del 14 dicembre.

SCEGLI L’ITALIANO DEL 2010 Chi ha influito più sugli eventi nel 2010 in Italia? Scegli e vota sul nostro sito.

fusion da realizzare per il pranzo del 25. Le videoricette nella sezione Food & Wine.

Qr code: fai una foto col cellulare e parte il video Anche in questo numero ci sono i Qr code, da fotografare con il telefonino per far partire un video correlato al testo. Tutte le spiegazioni sul sito Internet: s.repubblica.it/ espressoqrcode

NATALE, IL MENÙ FUSION

Cultura Non avrai un solo Dio

114

Il politeismo nuovo nemico della Chiesa. Lo propugna chi teme il fanatismo e auspica una religione pluralista di Sandro Magister

Tolleranza è relativismo

115

Il multiculturalismo odierno non può convivere con l’idea dell’unicità della verità di Gianni Vattimo

Bambini per sempre

120

Creati per piccoli conquistano gli adulti. Da Twilight a Harry Potter, a Geronimo Stilton. Perché ormai l’infanzia non finisce più di Antonella Fiori

Ciak sul palcoscenico

Rubriche 17 133 134 136 138 147 149 181 199 207 209 213

Riservato Cinema Arti Televisione Libri Internet news Tecno shop Salute Tendenze La tavola Auto e moto Per posta, per email 125

Ferrari e Martone. Scamarcio, Servillo, Virzì. Attori e registi dal cinema tornano al teatro di Monica Capuani

McLuhan era già nel Web

129

Citatissimo e incompreso. Il massmediologo che studiando la tv previde la Rete di Alberto Abruzzese

Far West Coen

130

I fratelli registi del cinema Usa debuttano nel western. Con un remake ironico di “Il Grinta” di Lorenzo Soria

Tecnologia Chi sei? Internet lo sa La diffusione dei siti che rivelano tutto di tutti. Incrociando i dati biografici presenti sul Web di Alessandro Longo

32

142

Una celebre chef americana propone un menu

Economia La bufera si avvicina 150 Euro nel caos. Tra l’egoismo tedesco, il coraggio di Trichet, i dubbi di Bruxelles di Paola Pilati

Ich Bin Giulietta

Società Poveri cinquantenni

160

L’Alfa Romeo piace alla Wolksvagen. E dietro le smentite i contatti proseguono di Maurizio Maggi

Manica larga alla Sace

Abbasso la rivoluzione

163

La corsa ai fondi pubblici per la delocalizzazione. Favorisce le imprese ma senza tutele per l’Italia di Michele Sasso

La disfida della cialda

167

Come la genetica cura le malattie rare di Agnese Codignola

193

L’uomo Gant è sportivo. Voleva accanto una donna speciale. Ora c’è. Firmata da Michael Bastian di Andrea Visconti

170

Uno studio italiano ha trovato il gene responsabile della ipertensione e imposta la cura per ciascun malato di Federico Mereta

Quel gene fa miracoli

190

Era il 1960. La città aveva ancora il suo fascino intatto. E organizzava il Ballo dei Re. Oggi un libro e una mostra fanno rivivere la storia e l’atmosfera di quella festa alla quale nessuno volle mancare di Eleonora Attolico

Creati l’uno per l’altra

Salute Personal pressione

187

Sorpassano i genitori a destra. Ne criticano i sogni. Contestano l’educazione. Tra libri e musica ecco come cresce la protesta dei figli dei figli dei fiori di Sabina Minardi

Napoli milionaria

Illy, Bialetti e Lavazza lanciano la loro sfida al gigante americano Nespresso. Puntando su design, qualità e tecnologia di Alessandro Longo

184

Snob, egoisti, narcisisti. Eterni fanciulli. Volevano fare la rivoluzione e invece fanno l’estate romana. Un film mette sotto accusa una generazione. E ne smaschera tic e tabù di Alessandra Mammì

177

La fiction è sogno

195

Per il “New Yorker” è tra i più promettenti giovani scrittori americani. Si chiama Salvatore Scibona. E le storie che racconta sono anche le nostre di Antonio Carlucci

Copertina: foto di R. Franceschin - LUZphoto, D. La Malfa - Blackarchives

16 dicembre 2010 L’espresso


BRUNO MANFELLOTTO QUESTA SETTIMANA

PER QUANTO CE LO TERREMO

rovi a spiegare che l’esito del voto di martedì 14 dicembre potrebbe dipendere dalle pance gravide di tre giovani deputate, dal tira e molla di un radicale di ottant’anni e dal nervosismo di qualche dipietrista doc preoccupato di non calpestare mai più il Corridoio dei passi perduti, e l’amico tedesco si mette le mani nei capelli implorando che si parli d’altro. Dice di non capire, e comunque ciò che gli sembra di afferrare gli appare talmente assurdo da risultargli ugualmente incomprensibile. E il bello è che via via tutto diventa surreale anche a chi crede di sapere che cosa stia succedendo e cerchi di fare chiarezza... Il fatto è che col tempo ci siamo assuefatti ai mille riti astrusi che regolano l’ingessata democrazia italiana, e agli strappi istituzionali che ne rappresentano la faccia nascosta, tanto che tutto ci sfiora come se non ci riguardasse, dalle grandi alle piccole vicende, pure che il giovane sindaco Matteo Renzi, rottamatore del Pd, per discutere (soi-disant) dei problemi di Firenze incontri il premier non a Palazzo Chigi, sede del governo, ma corra fino ad Arcore, in una delle tante ville dell’Immobiliare Silvio. Niente di grave, si dirà. Ma a voi sembra insignificante che oggi si fatichi a distinguere tra privato - in tutte le forme finora subìte - e pubblico? E che il privato diventi esercizio del potere legalizzato e istituzionalizzato? Negli anni, in coincidenza con la crisi dei partiti e l’appannamento del Parlamento architravi sui quali si reggeva l’Italia politica - le maggioranze sono state sempre più influenzate dagli umori dei leader e dagli equilibri di potere; i governi condizionati dalla necessità di tenere insieme ciò che non si può; le alleanze indebolite o rafforzate da frequenti balzi della quaglia o

Foto: Massimo Sestini

P

L’espresso 16 dicembre 2010

Berlusconi di superare l’ostacolo che a Fini di inchiodarlo alla sfiducia. Se così fosse, tanto rumore per nulla? Non proprio, perché da mercoledì 15 dicembre ci saranno sicuramente un vinto e un vincitore. Se davvero il premier dovesse incassare la fiducia al suo governo, sarebbe solo per una manciata di voti, e questo lo costringerebbe a cercare nuove alleanze: potrà dire di aver vinto anche questo braccio di ferro, ma non sarà più il Berlusconi pimpante e strafottente che abbiamo imparato a conoscere in questi anni. D’altra parte, se andasse così, l’intera strategia del cofondatore subirebbe un colpo mortale e l’impalcatura costruita per decretare chiusa la stagione berlusconiana si incrinerebbe fino a rischiare il crollo. Fini ne uscirebbe battuto e indebolito. Fuori uno. Altri scenari? Sì che ce ne sono, quanti l’italica fantasia è capace di immaginare, compreso quello che prevede l’uscita di scena in anticipo di Berlusconi e il lancio di un candidato-portavoce-prestanome (si leggano Denise Pardo e Marco Damilano a pag. 44). E c’è naturalmente, altrettanto forte, l’ipotesi della sfiducia, di un Berlusconi sbalzato di sella. Che questo porti o no alle elezioni, fuori l’altro. Aspettando che la trama si sveli, resta sovrana l’immagine di un paese immobile, in attesa, incapace di scegliere, impegnato a decidere non cosa sia necessario fare, ma chi lo debba fare. Per un bagno di realismo e di concretezza si legga piuttosto ciò che scrive Jim O’Neill, guru dell’economia internazionale, a proposito di debito pubblico e di assalto all’euro (pag. 42). Al termine della sua analisi viene alla mente una sola osservazione: che comunque vada a finire il 14 dicembre, poi ci vorrà un governo. Uno vero.

In vista del 14 dicembre gli scenari si complicano e crescono i pretendenti al trono. Ma chi resterà in sella tra Fini e B.? E nessuno che si chieda se arriva la tempesta perfetta dell’euro...

dalla proliferazione di piccole formazioni ad personam, cioè ad uso e consumo del leaderino del momento. Per più di quindici anni, Berlusconi ha cercato di convincere gli italiani che la filosofia del “ghe pensi mi”, interpretata da un imprenditore di successo, sarebbe stata capace di aggirare ogni ostacolo e modernizzare il sistema, come se lo Stato italiano fosse una tv. Più di una volta la maggioranza degli elettori ha mostrato di crederlo possibile, ma sul piano dei fatti la dittatura ilare del tycoon televisivo non ha funzionato, e i risultati concreti del suo governo si sono rivelati miseri assai. A pensarci bene, è rimasta nel Paese solo una vaga atmosfera da “Colpo grosso” e ora, dopo lo strappo di Fini e il dito puntato contro Berlusconi (“Che fai, mi cacci?”, direzione nazionale del PdL, Roma, 22 aprile 2010), la necessità di arrivare a una resa dei conti nel centrodestra troppo a lungo rimandata. Di qui la carica emotiva che accompagna l’attesa del voto del 14 dicembre e il sapore di svolta politica che questo porta con sé. Ma poi, sarà davvero svolta? A oggi, anche se i due contendenti sono a un’incollatura l’uno dall’altro, i bookmaker del Palazzo danno qualche chance in più a

Se ne parla su www.espressonline.it

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RAPPORTO ASSALTO ALLA DILIGENZA

I più gettonati

I MILLE DEL

Ente

Associazione italiana per la ricerca sul cancro 60.323.902 Fondazione Centro San Raffaele 11.011.023 Medici senza frontiere 9.201.601 Emergency 9.111.565 Comitato italiano Unicef 7.654.163 Fondazione piemontese per la ricerca sul cancro 6.898.349 Istituto europeo di oncologia 5.872.728 Istituto Gaslini 5.028.860 Associazione italiana contro le leucemie 4.892.048 Fondazione italiana sclerosi multipla 4.355.603 Acli 4.008.272 Istituto nazionale tumori 3.752.099 Federazione nazionale associazioni Auser 3.478.234 Lega del Filo d'oro 3.367.441 Centro di riferimento oncologico 3.068.294

5 PER MILLE o ti creo, e io ti distruggo. Avrà pensato questo il ministro dell’economia Giulio Tremonti quando ha massacrato il 5 per mille, una delle sue più riuscite invenzioni, dissanguandolo con il taglio dei fondi da 400 a 100 milioni di euro. Eppure nei suoi cinque anni di vita, il meccanismo creato per rimpiazzare i soldi pubblici per il sociale con quelli provenienti dalle tasche dei contribuenti era stato apprezzato dal mondo del volontariato. Nonostante i suoi evidenti limiti: in assenza di una legge, naturalmente si è scatenato il Far West. Con tanto di assalto alla diligenza. Un mucchio selvaggio di associazioni che saranno anche non profit, ma che di socialmente utile fanno ben poco, hanno ingrossato gli elenchi tenuti dalla Agenzia delle entrate. Cosa che se in tempi di vacche grasse già era un problema, ora che sono anoressiche è diventata intollerabile. Il fatto è che i confini di ciò che lo Stato italiano considera di “utilità sociale” sono evidentemente vasti, e spesso piuttosto fantasiosi. A volte l’utilità sociale c’è, ma gode di un “doppio fondo”: le regioni, ad esempio, i soldi li prendono dalle tasse dei cittadini, ma attingono comunque al 5 per mille dal canale della ricerca sanitaria. I comuni, che attraverso le pro loco fanno man bassa. E poi le associazioni di protezione civile, che già godono dei fondi provenienti dalla protezione civile nazionale. Altre volte, invece, l’utilità sociale è decisamente questione di punti di vista. Così sulle liste del 5 per mille, fra le infinite associazioni

Fonte: elaborazione L’espresso su dati Agenzia delle entrate

Una infermiera di Emergency in Sudan. A sinistra: Umberto Veronesi all’Istituto europeo di oncologia

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È nato per finanziare enti di utilità sociale. E invece sono stati ammessi organismi di ogni genere. Dai cacciatori, ai templari, ai salvatori di cani romeni. Che ricevono denaro solo per la presenza nell’elenco. E sottraggono fondi a chi ne avrebbe diritto DI GIANNI DEL VECCHIO E STEFANO PITRELLI

che si prendono cura degli amici a quattro zampe - cani, gatti, cavalli - ne trovi una d’importazione che i randagi vuole castrarli, così come fanno a Bucarest: Lamento Rumeno. Il loro sogno è attrezzare un piccolo camper a mo’ di clinica mobile, in cui

sterilizzare le povere bestie per sconfiggere il randagismo. E un’altra che invece gli animali li prende in considerazione solo quando ormai non esistono più (Associazione per lo studio degli animali estinti). Non è ancora del tutto estinto, a quanto pare,

L’espresso

Importo

l’esperanto - il fallito esperimento di lingua artificiale - tanto che dalla Esperanto Radikala Asocio partono strali contro “l’oppressione linguistica” dell’inglese: «Follia del Ventunesimo secolo, fenomeno divenuto ormai religioso». Un po’ rétro lo sono

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anche a Biella, dove non solo esistono ancora cercatori d’oro, ma si son riuniti in un’apposita associazione. E come loro cercano pepite, in Sicilia si aggirano uomini armati di registratore che passano al setaccio i suoni del territorio, per catalogarli e sal-

vaguardarli (è il Sicilian Soundscape Research Project). Sembrano, insomma, i personaggi di una commedia all’italiana - come quella tutelata da un apposito centro studi del comune livornese di Rosignano Marittimo. Altri, invece, paiono fuoriusciti da un libro di Dan Brown, in un profluvio di scudi, spade, compassi e grembiuli: le pagine del 5 per mille raccontano infatti numerose storie di cavalieri templari e fratelli massoni. C’è l’Ordo templi hierosolymitani equites templares (cioè ordine dei templari di Gerusalemme), a fianco dei Cavalieri templari onlus, e alla Milizia del tempio - ordine poveri cavalieri di Cristo. C’è il Gran priorato dei Santi apostoli e il Priorato di San Martino. Da una parte ci sono gli Amici del sovrano militare ordine di Malta - delegazione di Venezia onlus, dall’altra la Knights of Malta Osj foundation. Infine, oltre alla scuola esoterica della Associazione archeosofica, troviamo Stupor mundi, seziona barese dell’Accademia dei filaleti. Il presidente dell’Accademia, Giancarlo Seri, è Gran ierofante dei riti egizi della massoneria, e in un filmato su YouTube spiega: «Il mio ruolo all’interno del Grande Oriente d’Italia è sovrintendere i lavori dell’antico e primitivo rito di Memphis e Misraïm».

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RAPPORTO Il 5 per mille oltre a essere eso(circa il 21 per cento) va quinterico, tocca punte di misticidi a chi non se l’è conquistato, smo New Age. Folte le schiemotivo per cui far parte degli re di guru, santoni, e predica- «Per essere di “utilità sociale” bisogna produrre uno sviluppo sociale», elenchi, comunque, conviene. tori di dottrine varie che po- spiega Stefano Zamagni, presidente dell’Agenzia per le Onlus, «il circolo Del resto, entrare nelle liste è co o niente hanno a che vede- scacchistico formato dalla crème della città è chiaramente non profit, tutt’altro che impossibile. I re con le grandi religioni. Par- ma lo sviluppo sociale dov’è?». Il problema è che, prosegue il presidente controlli più rigidi sono quelli tiamo dalla Fondazione l’Al- dell’Agenzia, che ha cancellato in un anno mille false onlus, «negli formali, cioè sulla correttezza bero della Vita, al sedicesimo ultimi anni si è aperto le porte a tutti questi soggetti, magari dei documenti presentati, fatti posto fra le onlus più premia- sponsorizzati dalla politica». In attesa di una legge che disciplini il Far dall’Agenzia dell’entrate. Ma te, con oltre un milione e mez- West, «oggi non c’è alcun filtro, si guarda solo alla legittimità formale. se non si sbaglia a segnare il cozo di euro. L’organizzazione, Quindi entri, e dopo non c’è nessuno che svolga un controllo di merito. dice fiscale o l’indirizzo dell’asIl mondo di chi ha titolo al 5 per mille è talmente ampio e variegato da che si propone a tutela dei disociazione, il più è fatto. Sui esser diventato ingestibile. Ma se ci dessero i poteri che chiediamo da ritti di bambini, adolescenti e tempo, cioè di valutare l’ammissibilità dei casi borderline, tutto questo controlli di merito, invece, ecdonne in situazioni di disagio non succederebbe». Intanto qualcosa si muove nel terzo settore: co che si moltiplicano le comsociale, è presieduta dal na- l’Istituto Italiano della Donazione è un organismo privato che rassicura il petenze. Al fisco spettano quelpoletano Patrizio Paoletti donatore al momento della scelta, e conta fra i suoi soci nomi come Ail, li sulle onlus, ai ministeri quel(esiste anche l’Associazione Airc, Amref, Auser e Oxfam Italia. Una specie di autocertificazione “di li sugli enti di ricerca scientifiPatrizio Paoletti onlus). Nel eccellenza, trasparenza e correttezza gestionale”, che poi oggi è proprio ca e sanitaria, al Coni quelli dizionarietto del Cesnur sui ciò che manca nel Far West. Lì dove, denuncia Franco Vannini dell’Iid, sulle associazioni sportive diculti in Italia, il suo nome sal- «fra bocciofile e circoli ricreativi, per chi vuole approfittarne una strada lettantistiche. ta fuori alla pagina sui centri è quella delle Associazioni di promozione sociale, le cosiddette Aps». E ad aumentare i dubbi c’è un “El Are” per lo «sviluppo araltro indizio: i colori della pomonico dell’uomo», dove lo si scopre ere- re), e dall’Osho meditation center (ispirato litica partecipano al banchetto del 5 per de spirituale del guru armeno Gurdjeff. Se- all’omonimo fondatore). Per arrivare agli mille. A partire da chi tutti i giorni spara condo Paoletti, quindi, «non tutti hanno Hare Krishna, e tanti altri. contro Roma ladrona e gli sprechi del paun’anima, solo chi riesce faticosamente a Né basta a tranquillizzare, di fronte a tutto lazzo, il verde leghista. Negli elenchi si trocostruirla può aspirare al risveglio. Paolet- questo, neanche la consapevolezza di ave- va la Guardia nazionale padana, che temti propone una «via delle perle di cristallo, re destinato il proprio 5 per mille a una or- po fa s’era messa in testa di organizzare su fatta di piccoli insegnamenti che partono ganizzazione di (vera) utilità sociale. Non tutto il territorio del Nord le ronde padadal quotidiano e che, come nelle favole, aiu- tutti i milioni vanno a finire direttamente ne, con tanto di uniforme. Oggi però, con tano a ritrovare la propria strada». nelle casse degli enti prescelti: il meccani- Bossi al governo, la Guardia ha “depoDecisamente New Age è l’approccio della smo infatti prevede una comunità di Damanhur, l’autoproclamata parte proporzionale da “città-Stato” piemontese dove si scavano distribuire a pioggia a templi sotterranei e si sposa un politeismo tutti quelli in elenco. E spinto. Sia la loro sezione fiorentina, Da- non si tratta di bruscolimanhur Firenze, che l’Associazione di pro- ni. I dati 2008, gli ultimi tezione civile Damanhur trovano spazio diffusi dal fisco, sono nelle liste. Insieme ad altri volontari di pro- chiari: sui 415 milioni tezione civile, quelli del Nuovo Rinasci- complessivi, 328 sono mento di Scientology. Gli appassionati let- finiti direttamente alle tori di Ron Hubbard ce li ritroviamo in fi- onlus designate dal citla per il 5 per mille anche con i quattro cen- tadino, e 87 sono stati tri Narconon per la disintossicazione, e col divisi fra tutti i parteciComitato dei cittadini per i diritti umani. panti. Una bella fetta Pure il Movimento umanista, che segue il verbo dell’argentino Silo, può vantare una Il San Raffaele di Milano. Sotto: nutrita presenza: l’associazione di volonta- l’ospedale Gaslini; il logo dell’Airc riato La svolta umanista, la Dimensione umanista onlus, e Pangea per una nazione umana universale. Senza contare quelli del Movimento raeliano italiano, che si fanno portatori del messaggio di angeli alieni e nel frattempo predicano la clonazione dell’uomo. Passando per i devoti di culti indiani, come l’Associazione Amma (dal nome della donna dalla quale anche Dario Fo e Franca Rame fanno la fila per farsi abbraccia-

Foto pagine 36-37: G.Lotti / Contrasto, M. Bonfanti / Contrasto Pagina 39: D. Orlandi / Massimo Sestini, R. Arcari / Contrasto

Servono più controlli

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RAPPORTO

sto le armi” e, come si legge sul sito, dedica il tempo «alle popolazioni in pericolo, indipendentemente da razza, religione o credo politico». Duri e puri invece sono rimasti quelli dell’Associazione Nord autonomo, negli ultimi tempi trasformati in partito politico. Il loro programma non è che combaci esattamente con i valori della solidarietà sociale: vogliono il carcere duro («Le prigioni sono ormai alberghi»), i lavori forzati per i detenuti («Così possiamo ripulire Napoli»), e sono contro i clandestini («Rispediamoli a casa subito, così ci costano meno»). Nelle liste del fisco, poi, ci sono tante “armi culturali” che servono ai politici per darsi battaglia. C’è la Fondazione ItalianiEuropei del pd Massimo D’Alema, la Fondazione Magna Carta dei forzisti Marcello Pera e Gaetano Quagliariello, e il Meeting Amicizia fra i popoli targato Comunione e liberazione. A queste bisogna aggiungere tutte le fondazioni che perpetrano il pensiero dei leader politici del passato, da quella Enrico Berlinguer a quella Alcide De Gasperi, passando per Sandro Pertini e Bettino Craxi (quest’ultima fondata e guidata dalla figlia Stefania). Passando dal Novecento all’Ottocento, prendono soldi anche l’Associazione marxista lucana, l’Associazione mazziniana e perfino gli irredentisti della Lega nazionale Trieste. Anche la Chiesa non disdegna attingere al denaro pubblico. All’undicesimo posto fra le Onlus che dal 5 per mille escono con le tasche piene c’è l’Associazione world family of Radio Maria, che riceve oltre 2 milioni di euro per far funzionare una radio che serve a diffondere il messaggio evangelico. Per non parlare di una folta schiera di parrocchie, oratori, monasteri e diocesi. Neanche le imprese rinunciano alla possibilità del 5 per mille. E lo fanno attraverso

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Ascolta il Lamento Rumeno

(BONIFICA CAMPI MINATI)

14. ASSOCIAZIONE “BASTA MERDA IN MARE” 15. DUECHIACCHIEREGRATIS

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Foto: C.D. Keyzer - Magnum / Contrasto

Medici senza frontiere in Angola

l’avventura: l’Associazione speleologi piemontesi, il Club alpinistico triestino, la Confederazione italiana campeggiatori, il Caravan camping club e la Federazione italiana amici della bicicletta. Ovviamente non poteva mancare la coppia più famosa nel campo degli hobby, caccia & pesca. Così il 5 per mille va a chi agli animali gli spara (Federazione della caccia, nazionale e sedi locali) ma anche a chi cerca di tutelarli (Lega abolizione della caccia). Meno fortunati i pesci, che non hanno nessun santo che li tuteli: i fondi vanno solamente alle numerose associazioni dei pescatori, e alla Federazione italiana della pesca sportiva. La rassegna di enti che usano i soldi degli una miriade di fondazioni. Obiettivo pri- italiani per l’utilità dei propri soci è lunga. mario, fare beneficenza vera (e allo stesso Nel 2008 la Fondazione italiana per il notempo nobilitare l’immagine del proprio tariato ha incassato quasi 800 mila euro, e marchio). Nel lungo elenco ci sono aziende 150 mila l’Associazione nazionale consudi abbigliamento e di accessori (Ermenegil- lenti tributari. Vanno poi aggiunte tutte do Zegna, Diesel, Luxottica), sportive (Du- quelle organizzazioni che rappresentano i cati, Milan), acciaierie e cementifici (Falck maestri di ballo, i fisioterapisti, gli infore Buzzi-Unicem). matici, i biotecnologi, i seniores d’azienda S’incontra, poi, l’interminabile sfilza di e via elencando. Senza dimenticare due siclub che impiegano il 5 per mille per finan- mil-sindacati come il Movimento italiano ziare una passione. Ce n’è per tutti i gusti: i casalinghe e il Comitato per i diritti civili collezionisti possono donare alla Società delle prostitute. C’è poi lo strano caso delnumismatica italiana o al Centro studi aral- l’Associazione nazionale italiana farmacidici, i radioamatori all’European radioa- sti: strano perché automaticamente si penmateurs association e alle miriadi di filiali sa all’ente di categoria, e invece si tratta locali, gli astrofili alle tante piccole associa- della Nazionale di calcio degli speziali. zioni regionali, tra cui ad esempio The pla- Magari se la battono coi rivali dell’Assonetary society - Sicily. Non si contano poi ciazione nazionale calcio medici onlus, che le bocciofile o i circoli degli scacchi (Asso- su Facebook vantano le simpatie dei senaciazione sportiva scacchistica in testa). Co- tori pidiellini Gentile e Quagliariello. sì come non sono poche le scelte per chi ama Infine, le mille e più associazioni sportive dilettantistiche, tra cui spiccano soprattutto squadre di calcio, basket, pallavolo o Alcune associazioni ammesse al 5 per mille rugby, e che spesso di sociale di cui si fatica a intravedere l’utilità sociale hanno ben poco. Addirittura negli elenchi si trova una so1. LAMENTO RUMENO cietà a responsabilità limitata: 2. GUARDIA NAZIONALE PADANA è l’Ac Isola Liri che gioca nel 3. ASSOCIAZIONE NORD AUTONOMO campionato di calcio Lega Pro 4. ASSOCIAZIONE BIELLESE CERCATORI D’ORO di seconda divisione. Per non 5. SICILIAN SOUNDSCAPE RESEARCH PROJECT parlare dell’infinita lista delle 6. ESPERANTO RADIKALA ASOCIO – Federazioni sportive, da quelASSOCIAZIONE RADICALE ESPERANTISTA le che rappresentano gli sport 7. ASSOCIAZIONE “AMICI DI TOTÒ… maggiori a quelle più sconoA PRESCINDERE” ONLUS sciute, come bocce, tennista8. CENTRO STUDI COMMEDIA ALL'ITALIANA volo, dama e tamburello. Ma9. ACCADEMIA DEL PEPERONCINO 10. ASSOCIAZIONE CULTURALE gari avranno pure bisogno di “MORSI D’AUTORE” ONLUS fondi, per sopravvivere. C’è 11. SOCIETA’ PER LA CREMAZIONE un solo problema: se tutto è di 12. ASSOCIAZIONE PER LO STUDIO DEGLI utilità sociale, ma i soldi sono ANIMALI ESTINTI ONLUS pochi, allora niente sarà di 13. COMITATO PER LA MEMORIA DELLA B.C.M. utilità sociale. ■


ANALISI JIM O’NEILL CRISI ECONOMICA

SOGNANDO UN EURO FORTE a situazione sta diventando sempre più caotica nell’area euro. Invece di rincuorare i mercati, il recente salvataggio dell’Irlanda ha sollevato nuovi timori sul futuro della moneta unica. Alcuni ora, con un certo imbarazzo, o con aria trionfante, suggeriscono che l’Unione economica e monetaria europea non sia stata, in fin dei conti, una così buona idea. Le disquisizioni in merito alla saggezza dell’Unione economica monetaria proseguiranno senza alcun dubbio ancora a lungo e non è un mio

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MISTER GOLDMAN Jim O’Neill, 53 anni, inglese di Manchester, è presidente della Goldman Sachs Asset Management dopo esserne stato a capo della ricerca economica. Analista noto e ascoltato, membro del board di alcuni dei più importanti think tank di economia internazionale - la Royal Economic Society nel Regno Unito, Bruegel e Itinera - è tra gli opinionisti del “Financial Times” e di “The Independent”. È noto tra l’altro per essere stato l’inventore dell’acronimo Bric, le quattro iniziali con le quali nel 2001 per primo indicò in un rapporto curato per la Goldman Sachs quattro paesi allora emergenti - Brasile, Russia, India, Cina - e il decisivo impatto che di lì in poi essi avrebbero avuto sull’economia mondiale. Il suo studio

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obiettivo di cercare di risolvere la questione in questa sede. Vorrei invece concentrarmi sulle difficili decisioni che sono chiamati a prendere i leader europei per rafforzare e ricostruire la fiducia nell’Unione monetaria. Al centro di molti dei problemi oggi sotto gli occhi di tutti, c’è questa fondamentale domanda: si può avere un’unione monetaria senza una sorta di unione fiscale? Sono sempre più convinto che la risposta sia “no”. Come minimo avremmo bisogno di una più stretta integrazione tra le politiche monetarie e fiscali. Queintuiva che i quattro avrebbero presto condizionato, e in prospettiva dominato, l’economia mondiale: entro la metà del secolo, vi si leggeva, il prodotto interno lordo dei Bric potrebbe raggiungere quello dei sei Paesi più sviluppati del mondo (Usa, Giappone, Germania, Francia, Regno Unito, Italia). Sua è anche la sigla, citata in questo articolo, di N-11, i “Next 11”, i prossimi 11 Paesi che, dotati dello stesso potenziale dei Bric, potranno rappresentare la prossima sfida per le economie sviluppate. Del gruppo fanno parte: Bangladesh, Egitto, Indonesia, Iran, Corea, Messico, Nigeria, Pakistan, Filippine, Turchia e Vietnam È la prima volta che Jim O’Neill scrive per un giornale italiano: ha accettato di farlo per “L'espresso”.

sto potrebbe anche richiedere che la Bce, la Banca centrale europea debba rinunciare ad una parte della sua preziosa indipendenza. Nonostante possa sembrare controverso va però ricordato che l’indipendenza della Bce è stata già compromessa quest’anno a seguito del suo intervento in maggio. In realtà i leader europei devono concentrarsi su due questioni base. 1. Processo decisionale più democratico: l’Unione europea sta soffrendo il costante compromesso per gli accordi siglati a livello centrale. È giunto il momento per i leader di spostare il proprio processo decisionale dal compromesso alla conciliazione e, seguendo questo iter, di cedere un po’ di questo potere agli individui. Secondo la mia ottica, il Parlamento europeo deve diventare più democratico, più rappresentativo della sua popolazione e più responsabile nei suoi confronti. 2. Riforma transfrontaliera: andando oltre, c’è bisogno di una autentica riforma transfrontaliera dei mercati del lavoro, dei prodotti e dei capitali - compresi beni e servizi. L’obiettivo dovrebbe essere quello di creare reali economie di scala nell’area euro così da poterla rendere davvero la potenza economica globale per cui è stata realizzata. Con un po’ di dibattito pubblico su queste questioni fondamentali, l’attenzione continua a focalizzarsi sui livelli di debito e deficit di tutti i Paesi europei. Chiaramente i livelli di indebitamento della Grecia, dell’Irlanda e del Portogallo sono molto alti in relazione alle rispettive economie - ma non lo sono se confrontati con la più ampia zona euro. Per esem-

L’espresso

Il Parlamento europeo a Strasburgo. Sotto: la sede della Bce a Francoforte

Foto: Rain - EPA / Corbis, Olycom, J. Macdougall - AFP / Getty Images

Coordinamento nelle politiche fiscali. Più poteri al Parlamento europeo. Maggiore integrazione nei mercati del lavoro e dei prodotti. Così si può sostenere la moneta unica e attirare gli investimenti dei paesi in crescita. La ricetta di un guru dell’economia

pio il debito greco, arrivato al 115 per cento del Pil, rappresenta solo il 3 per cento del debito totale dell’area euro. Anche un paese come la Spagna ha alti livelli di debito che rappresentano solo il 5 per cento circa del Pil di tutta l’area euro. Se i leader d’Europa riuscissero a unire i propri sforzi su questo, potrebbero affrontare gli attuali livelli di debito nello stesso modo in cui li affrontano gli Stati Uniti. Attualmente è di gran moda manifestare estremo pessimismo sulle prospettive dell’Europa ma se i leader europei sostenessero la moneta unica, gli investitori in bond potrebbero improvvisamente guardare al Vecchio Continente come alla più attraente delle tentazioni del comparto obbligazionario. Nello stesso tempo, così come l’area euro è avvolta nel pessimismo, gran parte del resto del mondo guarda in avanti con fiducia. Il nono anniversario del concetto di Bric è appena trascorso - eppure questi Paesi vengono ancora definiti in modo fuorviante “mercati emergenti”. Guardando ai fondamentali economici e di investimento, mi sembra assurdo che questi Paesi debbano ancora essere etichettati come “emergenti”. Alla Gol-

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dman Sachs Asset Management, stiamo proprio lavorando per ridefinire alcuni di questi come “mercati in crescita”. Dal momento che gli investitori europei riscontrano bassi rendimenti nei mercati domestici, questa dovrebbe essere un’area di grande interesse. Il problema è come identificare le caratteristiche per la nuova denominazione di “mercato in crescita”. Alcuni significativi paesi dell’area N11 come l’Indonesia e la Turchia sarebbero ovviamente tra i candidati, così come la Corea e il Messico. Mercati di frontiera come il Middle East e il Kazakhistan invece dovrebbero probabilmente continuare a essere considerati come mercati emergenti tradizionali perché più piccoli e con meno liquidità. Pensare a come ridefinire l’universo degli investimenti è il genere di questione fondamentale su cui gli investitori dovrebbero concentrare la loro attenzione invece di preoccuparsi sul quanto salirà o scenderà l’euro la prossima settimana. Credo che la moneta unica probabilmente sopravviverà e che la situazione nel Vecchio Conti-

nente andrà lentamente migliorando a patto che i leader politici agiscano in modo compatto. La vera svolta nel settore degli investimenti, tuttavia, non arriverà da Roma, Francoforte o Londra: accadrà nei nuovi mercati in crescita in tutto il mondo. E questo dovrebbe essere l’oggetto di un altro articolo. ■

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PRIMO PIANO

CENTRODESTRA IN CRISI Silvio Berlusconi. A sinistra: Angelino Alfano

Quarantenne. Servizievole. Scuola Dc. Ieri fedele custode, oggi possibile successore del Cavaliere. Indagine su Alfano. Che Berlusconi vorrebbe candidato premier al posto suo DI DENISE PARDO

edda matri! A San Leone, lido di Agrigento, feudo anche balneare della famiglia Alfano, non stanno nella pelle dall’agitazione. Hanno letto sui grandi giornali continentali e poi hanno avuto conferma pure da gossip autorevoli come quelli dell’entourage di Don Baldo, il parroco, che Angelino, ’u ministru della Giustizia trasferito nella capitale, corre come minimo al titolo inarrivabile finora di nuovo Gianni Letta. Ma anche come possibile candidato premier, gradito perfino ai maramaldi maneggioni del futuro Terzo polo, ove mai succedesse che il Cavaliere dovesse passare la mano. Proprio iddu, il

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loro Beghelli, eufemistico soprannome di Alfano in quel di Agrigento e dintorni evocante la forma del suo cranio tale e quale la nota lampadina (modello 2700k soprattutto) e, diciamo la verità, chi se lo merita più di lui, Niccolò Ghedini a parte, naturalmente? Davvero nessuno più di lui, esaustivo esempio del berlusconismo virtuale “largo ai giovani”: il Cavaliere lo dice da un pezzo senza crederci ovvio, costretto forse questa volta, a crederci sul serio. Nessuno più di lui, insomma « servizievole» come lo definì laconico Letta a un Silvio amoroso che gli chiedeva: «Com’è , com’è il nostro Angelino?». Servizievole ieri, servizievole oggi, l’esecutore più che a puntino dei desiderata dell’utilizzatore finale delle molte leggi ad personam tra veti incrociati e voti

sfiduciati, domani potrebbe diventare l’uomo più accreditato per attraversare il grandioso cortile d’Onore di Palazzo Chigi. L’uomo sul quale, senza altra via di uscita, si può trovare un accordo. Tanto per restare in tema, l’illuminazione, l’idea russa. Alfano come Dmitri Medvedev e Berlusconi come Vladimir Putin. Dopo il lettone, ci mancava anche lo schema. Nella crisi più lunga e più crudele del ventennio berlusconiano, Angelino da Agrigento rappresenta una delle pochissime figure di cui il Cavaliere pensa di potersi fidare, dopo le dolorose rivelazioni di WikiLeaks di quel che spifferava l’amato Letta sullo stato traballante della sua salute, mentale non solo fisica. Che sollievo invece, la venerazione del ministro, e al diavolo le in-

L’espresso

Foto: D. Scudieri - Imagoeconomica, M. Marianella - Olycom

Dove vola L’ANGELINO sinuazioni su un Alfano abilissimo nel far finta di ringhiare a Luca Palamara, leader della giacobina Anm, l’associazione magistrati che contesta i suoi procedimenti e i disegni di legge, da lui sotto sotto molto rispettata. Naturalmente gira anche piuttosto accreditata la versione opposta che piace di più a Berlusconi, quella di un Angelino-Angiolini, nel senso di Ambra, conduttrice della tv di un tempo, famosa per essere comandata via auricolare, proprio come sarebbe lui. Fatto sta, lontano dagli impiccioni, il Guardasigilli ama deporre un devoto e spagnolesco bacio sulla mano del Cavaliere. E infatti, ecco e in pubblico, la ricompensa e l’investitura: la mano dell’imperatore appoggiata sulla spalla di Alfano illuminato - dalla felicità - come da sopran-

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nome. «La mafia mi fa schifo», ha sillabato più volte il ministro della Giustizia e ci mancherebbe, prudente come un siciliano cauto (“chi si guardò si salvò”, tiene bene a mente) per non rischiare di rimanere invischiato nei vespai delle beghe locali (affidate al sodale Renato Schifani che controlla il territorio per tutti e due), ha trasferito a settembre moglie, due figli e bagagli a Roma. Il ragazzo ormai quarantenne ma non catacombale, con l’apparente astrazione dalla

politica tipica della Democrazia cristiana, culla della sua formazione, secchione ma spumoso come una ricotta fresca secondo chi non lo ama, Angelino appunto mica Angelo anche se è cresciuto e bene, alto e magro, non avrà dato al suo premier e alle sue iene affamate molte soddisfazioni con il lodo Alfano bocciato e la legge bavaglio ridimensionata. Ma certo non gli ha negato mai nessuna dimostrazione. Non avrà ingaggiato la lotta pura con gli odiati magistrati come vorrebbero i falchi di Palazzo Grazioli, ma vuoi mettere quando si tratta di difendere il Cavaliere, il suo governo e i suoi affari? Allora sì che il Guardasigilli non è secondo a nessuno. Pronto perfino

Silvio ha in mente lo schema russo. Lui e il ministro come Putin e Medvedev

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Gianfranco Miccichè. A destra: Giulia Bongiorno e, sotto, Renato Schifani

al sacrificio estremo, dedicare per esempio più della metà dello spazio e della vanità del sito personale a inneggiare al gran capo, con tesi da fou rire tipo «WikiLeaks segna l’alto profilo di Berlusconi». Dunque: il candidato perfetto. Da solo, non conta niente. Nel partito, meno di zero. Alla larga anche dai “fitusi” del gran caos siciliano, da una parte la Lega Sud di Gianfranco Miccichè, dall’altra lo strappo dal Pdl di Raffaele Lombardo, presidente della Regione, un tempo dominio del centrodestra, poltrona che Alfano avrebbe occupato volentieri. Qualcuno ricorda l’assenza del ministro allo strombazzatissimo convegno siracusano della Fondazione Liberamente. E la risposta di Miccichè, allargando le vocali già larghe dell’accento palermitano, a chi gli aveva chiesto lumi su questo punto: «Queesto è il convegno del Sud. E cccosa mai ccceeentra Alfano con il Sud?», aveva ruggito con la furia di chi è capace di radunare mille persone in Sicilia, ma è costretto poi a fare anticamera a Roma. Quando si dice, i corsi e ricorsi. Fu proprio Miccichè, il normanno esagitato, amico affettuoso a quel tempo, l’artefice nel 2000 dell’incontro fatale di Arcore. Ora sono cane e gatto ma il meteo siciliano prevede il rasserenamento: contro Lombardo tutti e due e quindi, è noto, il nemico del mio nemico diventa, anzi ridiventa, il mio amico. Nessuno smarrimento figuriamoci, per ricostruire esperienze, ricucire strappi vistosi anche se sono volate parole grosse. Angelino è figlio di un fanfaniano, ex vice sindaco di Agrigento. Ha frequentato il movimento giovanile dello scudo crociato. Laureato in giurisprudenza alla Cattolica di Milano, conosce i dogmi del perdono. È nato in una terra segnata dai gesuiti ed è legato a dop-

no non sia uscito con le ossa rotte dalla postazione di Guardasigilli, è abile, sguscia, dice di sì in privato più o meno a tutti come insegnavano i cari maestri dc e poi prima di lui, vuoi mettere c’era l’indimenticabile Roberto Castelli. Non c’è nemmeno da stupirsi se in un ipotetico avvicendamento avrebbe il placet di Casini, la discendenza politica è comune. E non c’è da stupirsi se Angelino è il gancio per Italo Bocchino, stesso condominio grazie al patrono immobiliare dei privilegiati, San Salvatore Ligresti, stessa scuola dei figli, stessa generazione ansiosa di farsi largo, ci scappa spesso il caffè. I rapporti sono tali che è il designato a sostituire Ghedini per trattare in commissione Giustizia con il presidente Giulia Bongiorno, ossessionata dalla beatitudine di un sogno: Ghedini flambé. Per non parlare dei legami con i Dario Franceschini, i Renzo Lusetti, gli Enrico Letta nati ai tempi della balena bianca. Succederà che dopo il patto della crostata, sta per arrivare il patto della caspio filo a Comunione e liberazione dato che sata? suo fratello Alessandro, segretario di Intanto, i rosiconi Pdl ricordano la storia Unioncamere di Trapani, 20 chili e un note- della riforma della giustizia: una barzelletvole ciuffio di capelli più di lui, è responsa- ta. Altro che delfino, Angelino è l’eroe, inbile della compagnia delle Opere di Agri- vece, dell’annunciare e del non fare. Tale e gento. Angelino è un picciotto prodige, a 25 quale al Berlusconi, però. Perfino Giancaranni è già eletto nell’assemblea regionale lo Perna dallo schieratissimo “Giornale” si con Forza Italia, nel 2001 è deputato oltre complimentava: «Svegliati Angelino!». E che capo della segreteria politica del Cava- lui, per tutta risposta, réclame su réclame, liere. Il suo ufficio è attiguo a quello di Ber- facciamo la riforma: dopo l’estate, dopo lusconi, in macchina, dove si confabula, è al Natale, a primavera, prima dell’estate. Un fianco del Cavaliere, tutto il partito si fa un mese fa, la notizia clamorosa, la riforma è fegato così dall’invidia. Nel 2005 è anche all’ordine del giorno del Consiglio dei micoordinatore Pdl in Sicilia. Studia e ricalca nistri. Peccato che poi il suddetto Consiglio il metodo Letta (ai giornalisti arrivano i bi- sia stato annullato. gliettini: «Grazie di avermi citato, molto Pur di far piacere al premier, fa tutto il recortese di avermi nominato», puro stile Let- sto. Perfino il trapianto dei capelli, lui che ta-zio). Il premier studia lui, invece, e quel- a 25 anni era ricciuto come una pecora. A lo che vede gli piace, non è un «signorino» suggerirgli il nome dell’impiantatore fu come lo definisce Miccichè, è un suo solda- Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sintino, è l’uomo giusto per la daco mafioso di Palermo, al tempo Giustizia. «Angelino non si in cui non era un testimone di giutocca», il premier fredda stizia al centro delle indagini tra così un visitatore che si permafia e Stato. A vedere il nudo cramette di sogghignare sulnio, non proprio un successone. Ma l’accenno di un inchino e a quanto pare, ci volevano tre sedusulla camminata quasi da te per la riuscita e Angelino si fece gambero, riservata ai revedere solo una. Così, è rimasto ASCOLTA L’AUDIO gnanti, di Alfano che si conquel soprannome agrigentino. E di Fotografa questo geda. Per Berlusconi, quelquesti tempi può essere una fortucodice e ascolta la docilità è un balsamo delna. Beghelli non è solo una lampail discorso di l’anima dopo tanti tradidina, ma anche un salvavita. E, quaBerlusconi menti. lora servisse, per il Cavaliere adesdal tuo cellulare. Non c’è da stupirsi se Alfaso è proprio quello che ci vuole. ■ A pagina 32 le istruzioni per attivare il servizio

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Foto: C. Carino - Imagoeconomica, P. Cerroni - Imagoeconomica (2)

PRIMO PIANO


PRIMO PIANO

VERSO IL VOTO DI FIDUCIA

Centrodestra contro

CENTRODESTRA La campagna acquisti del Pdl. Il sogno di un Berlusconi-bis. L’incognita Lega... Grandi manovre in vista del 14 dicembre giorno in cui Berlusconi e Fini si giocano tutto. Il destino loro e della legislatura DI MARCO DAMILANO

l governo Andreotti del 1976 che si reggeva sull’astensione determinante del Pci fu definito della “non sfiducia”. Quello di Silvio Berlusconi, se mai dovesse raggiungere l’obiettivo di una maggioranza risicata al voto di fiducia della Camera di martedì 14 dicembre, sarebbe il governo delle tre A. Non il rating di Standard&Poor’s ma una tripletta ben più casereccia: assenti, astenuti, assenzienti. Cui potrebbero essere aggiunte almeno due puerpere, collocate nello schieramento della sfiducia e dunque decisive con la loro eventuale assenza. Gravidanze, malattie, vere o presunte, si sommano e si sottraggono al borsino del Transatlantico trasformato in suq, in attesa del momento della verità. «Circolano valigette nere», giura un ex democristiano di lungo corso, ricordando più di trent’anni dopo il grido che risuonò durante un congresso della Balena bianca: «Sono arrivati gli uomini con la borsa. Una delega di 2 mila voti vale 20 milioni di lire». Le cifre vanno aggiornate, con il cambio della lira in euro, ma il metodo resta quello, alla vigilia dell’appuntamento decisivo, con il Cavaliere e i suoi “cacciatori di coscienze” sguinzagliati a caccia di deputati dell’opposizione disposti alle tre A: assentarsi, astenersi o assentire. Per non perire. Un voto che vale la vita del governo Ber-

Foto: P. Tre - A3

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L’espresso 16 dicembre 2010

lusconi, della legislatura e della seconda Repubblica. Sulle macerie di quel che resta della coalizione di centrodestra durata esattamente 17 anni, da quando l’imprenditore Silvio Berlusconi in un centro commerciale alle porte di Bologna, a Casalecchio sul Reno, dichiarò che se fosse stato a Roma avrebbe votato per Gianfranco Fini sindaco, «in lui si riconoscono i moderati», agli insulti di questi giorni: sei attempato, un maneggione, e tu sei ridicolo, disperato, taci tu, traditore... Un duello che va avanti da Gianfranco Fini, leader di Futuro e libertà mesi, da quando Fini si levò in piedi alla direzione del Pdl con Per mettere paura all’avversario e trattail dito alzato, «a Berlusconi non era mai re da posizioni di forza Berlusconi non successa una cosa del genere», ammette bada a spese. Inizialmente è stata un duil fedelissimo Giorgio Stracquadanio. E ro colpo per gli strateghi di palazzo Grache oggi, in assenza di accordo in extre- zioli la firma di 85 deputati sotto la momis, non prevede prigionieri. O si vince zione di sfiducia Futuro e libertà-Udc-ruo si muore. telliani che dimostrava come, almeno

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PRIMO PIANO virtualmente, il Cavaliere non avesse più la maggioranza alla Camera. «I firmatari non possono cambiare idea e ripassare con noi, sarebbero traditori due volte», dava segni di sconforto Stracquadanio, instancabile cacciatore di malpancisti tra i finiani. «E poi su chi potremmo contare per ribaltare i numeri, su Consolo? Figuriamoci: sono stato seduto vicino a lui in aula, ha difficoltà a cambiare la batteria del suo cellulare». Ma in un secondo momento gli umori del premier e dei suoi incursori in campo avversario sono decisamente virati al bello. Decisivo l’ultimo sondaggio sfornato da Alessandra Ghisleri, che in caso Giulio Tremonti. di elezioni anticipate quota il terzo polo rio, e poi proseguire Sopra: Fini-Casini-Rutelli sotto la somma dei con la legislatura. Umberto Bossi singoli partiti, intorno al 10-12 per cen- Ragiona un colonto: troppo poco per far rieleggere gli at- nello berlusconiano: «Se il governo riesce tuali parlamentari. I voti di Fini e quelli a ottenere la fiducia alla Camera anche di Rutelli, per esempio, si elidono. Senza per un solo voto (il Senato è scontato) Silcontare che Casini deve resistere al pres- vio lascerà passare le feste di Natale sensing del Vaticano e della Cei, contrari al- za fare nulla e poi proverà ad aumentare l’alleanza con il presidente della Camera. i numeri della maggioranza: ci sono poE poi sono finalmente arrivate le buone sti da ministri e da sottosegretari da dinotizie dalla campagna acquisti: il depu- stribuire, anche Paolo Romani capirà e si tato di Idv Domenico Scilipoti, già pro- sacrificherà per fare posto a qualcun alpagandista della cura Di Bella in Brasile, tro». Obiettivo: restare a Palazzo Chigi folgorato sulla strada di Arcore pensa di fino alla fine della legislatura nel 2013, di votare la fiducia, altri due o tre sono tentati, tra i dipietristi e nel Pd. Vero o falso che sia, il La crisi getta nell’incertezza perfino gli apparati di sicurezza, giorno dell’Immacolata mai così privi di punti di riferimento politici dal 1993, l’anno il sogno di Berlusconi è del big bang dalla prima Repubblica. I vertici dei servizi, stato a un soffio dall’av- Gianni De Gennaro (Dis) e Giorgio Piccirillo (Aisi), restano verarsi: altro che passo fedeli a Gianni Letta, ma i riposizionamenti sono in pieno indietro («Ma lei crede svolgimento. Al posto di Piccirillo, sostenuto dalla cordata che possa farlo uno che Tremonti-Lega, avanza la candidatura del generale della ha scritto personalmen- Finanza Emilio Spaziante. Le Fiamme gialle di recente si sono te le parole di “Meno intestate le indagini più delicate, comprese quelle sulla cricca male che Silvio c’è”?», che hanno sfiorato il nome di Letta. E c’è chi vede una chiede stupito un parla- manina del ministero dell’Economia anche nella gestione mentare azzurro). Resi- dell’inchiesta Finmeccanica, occasione di scontro tra Letta e stere, tirare a campare, Tremonti sul futuro dell’ad Pier Francesco Guarguaglini. Come nella prima Repubblica, anche oggi nel backstage gli esiti prendere anche un solo della crisi si decidono così. A colpi di apparati. voto in più dell’avversa-

Foto: N. Marfisi - Fotogramma, P. Tre - A3

GUERRA DI APPARATI

L’espresso 16 dicembre 2010

I sondaggi sul tavolo del Cavaliere quotano il Terzo polo non oltre il 10-12 per cento

qui all’eternità, per farsi eleggere presidente della Repubblica dopo la scadenza del mandato di Giorgio Napolitano. Mai Berlusconi è stato così debole e vulnerabile: se ce la fa anche questa volta chi proverà più a rovesciarlo? Una strategia del terrore che Fini conosce perfettamente. L’ha ascoltata da Gianni Letta durante il concerto di Natale a Montecitorio, «un momento di pace e di serenità», l’ha definito il presidente della Camera in vena di buoni sentimenti, in quell’aula di Montecitorio dove circolano pugnali e veleni. Anche Letta è costretto a muoversi con circospezione in un campo minato. È finito nel cono dei sospettati speciali dopo il dispaccio dell’ambasciata americana pubblicato da WikiLeaks che lo ha fotografato intento a discettare sulla depressione del suo boss. Ufficialmente grandi sorrisi, ma a Berlusconi non ha fatto granché piacere scoprire che il suo più fidato consigliere parla di lui in quei termini. «Quando Silvio ti riempie di complimenti vuol dire che con lui hai chiuso», fa notare un azzurro che lo conosce bene. Eppure è Letta a tessere la tela che porta alla soluzione della crisi: evitare all’ultimo momento il voto della Camera e pilotare il percorso che porta al Berlusconi bis con l’ingresso in maggioranza del-

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PRIMO PIANO

L’aula di Montecitorio. A destra: Pier Ferdinando Casini

l’Udc di Pier Ferdinando Casini. La soluzione prediletta dal partito del No alle elezioni anticipate rappresentato dal sottosegretario: ambienti religiosi (il segretario di Stato Tarcisio Bertone), finanziari (il presidente di Generali Cesare Geronzi), imprenditoriali (Aurelio Regina, presidente dell’Unione industriali romani, possibile candidato alla successione di Emma Marcegaglia al vertice di Confindustria). Alcuni di questi personaggi (Geronzi, il cardinale Bertone), si videro in estate con Letta e Berlusconi a cena in casa di Bruno Vespa: tra gli invitati, Casini e il governatore di Banca d’Italia Mario Draghi. Quasi la prefigurazione di quello che avrebbe potuto essere già mesi fa il Berlusconi-bis. A restare fuori da quella allegra tavolata fu il ministro dell’Economia Giulio Tremonti. «Ero al ministero, a lavorare alla manovra finanziaria», commentò gelidamente, «quella sera ho mangiato panini». Anche in questi giorni il divo Giulio è rimasto defilato e silenzioso, preferisce muoversi su altri scacchieri: la sua ultima idea, firmata con il collega lussemburghese Jean-Claude Juncker, istituire l’agenzia europea del debito, è stata accolta con irritazione dalla Germania. Nel cortile domestico giusto una fugace apparizione alla Camera una settimana fa, in compagnia manco a dirlo degli amici Umberto Bossi e Roberto Calderoli. Con l’inquietudine del momento rivelata da un piccolo gesto significativo: il filo dell’auricolare del cellulare brandito come cappio per strango-

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lare simpaticamente i cronisti a caccia di dichiarazioni. Tremonti e il Carroccio sono la grande incognita della crisi. I leghisti si muovono felpati come lord inglesi, assistono impassibili al consumarsi dello scontro tra Berlusconi e Fini. E aspettano che venga il loro momento. Ma negli ultimi giorni qualcosa è trapelato, per bocca del ministro dell’Economia in persona: «Sono preoccupatissimi di questa situazione», ha spiegato l’inquilino di via XX settembre agli emissari centristi che lo hanno sondato in gran segreto. Non una parola in più: di certo il legame tra Giulio e Umberto continua a essere solidissimo, l’influenza del ministro si fa senti-

re. E dunque lo scenario più probabile continua a essere quello di una Lega che stacca la spina in caso di bocciatura del governo alla Camera, via libera alle elezioni anticipate. Ma nel terzo polo c’è chi scommette su un’ipotesi diversa: se Berlusconi dovesse insistere con il voto e schiantarsi alla Camera la crisi tornerebbe al Quirinale, nelle mani del presidente Napolitano. E a quel punto sarebbe proprio Bossi ad aprire la nuova fase: silurando l’amico Silvio e spendendosi per un incarico a Tremonti. I centristi ci starebbero. «In questi anni sono stato critico con le sue posizioni, ma Giulio è il solo personaggio di spessore internazionale che abbiamo, al pari di Mario Draghi e Mario Monti, e con in più la dote della Lega», spiega Bruno Tabacci. Un bel pezzo di Pd potrebbe guardare a un governo guidato dal ministro dell’Economia con un occhio benevolo, se non un ingresso in maggioranza almeno un’astensione. Senza contare che al circuito vicino a Romano Prodi piace molto questo Tremonti filo-europeo e anti-Merkel che vuole rendere l’euro «irreversibile». Mentre nel Palazzo, a proposito di legge elettorale, è stata ripescata dal cassetto una vecchia proposta di riforma in senso tedesco firmata da Tremonti e da Giuliano Urbani. Risale a dieci anni fa, ma si può rinverdire. All’epoca il ministro presentò il suo progetto con uno slogan ad effetto: «O il Cancelliere o il caos». Un’intuizione che oggi torna di attualità. Il nome che la Lega potrebbe lanciare per il dopo-Berlusconi è il suo, Tremonti, per mettere in piedi il governo del Cancelliere. La vera alternativa al governo della tripla A di Silvio: il caos, appunto. ■

16 dicembre 2010 L’espresso

Foto: A. Casasoli - A3, P. Tre - A3

La Lega potrebbe staccare la spina per andare al voto. Ma resta anche in campo l’ipotesi di un governo Tremonti


ATTUALITÀ

DOPO L’ARRESTO

Julian Assange dopo l’arresto a Londra

ASSANGE E I SUOI FRATELLI LA RESA DEL LEADER METTE A RISCHIO DI STEFANIA MAURIZI alla fine si è arreso: arrestato, con il suo sito Web costretto a rimbalzare da un angolo all’altro della Rete in una fuga nel cyberspazio parallela a quella del suo creatore in giro per il mondo. Sopravviveranno i pirati di WikiLeaks all’attacco sferrato contro Julian Assange? Bisogna averli visti in azione per capire che è lui l’anima del gruppo. Perché è lui che decide le strategie, sceglie quali e quanti file rendere pubblici, seleziona i giornali con cui collaborare e stabilisce le mosse per ottenere il massimo impatto mediatico. Trasformato in nemico pubblico, condannato da governi e leader politici, oggi in molti vorrebbero farlo a pezzi, distruggerne il carisma e la credibilità. In una delle ultime scene che abbiamo davanti agli occhi, c’è lui, immediatamente prima del mandato dell’Interpol. È magro, stanco, assediato dai reporter che vanno in pellegrinaggio come dall’oracolo, sperando di ottenere documenti segreti. Con il suo arresto il futuro dei pirati si fa incerto. Senza la guida di Assange riusciranno ancora a muoversi in incognito in giro per il mondo, invisibili come fantasmi? Oppure rischiano il declino e nuove iniziative si faranno avanti? Una cosa è certa: per ora, non esiste niente che per dimensioni,

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impatto ed efficacia, possa competere con WikiLeaks. Eppure non mancano potenziali concorrenti. Il decano dei siti web che spifferano documenti segreti è Cryptome (www.cryptome.org), fondato nel 1996 da John Young, un architetto newyorkese con l’ossessione dell’intelligence e che si è costruito una solida fama nel settore. Ha pubblicato le foto dei soldati americani ammazzati in Iraq - bandite da Bush per non perdere il consenso sulla guerra - ha diffuso le foto di unità speciali Usa che operano in Afghanistan, ha mostrato a tutti infrastrutture sensibili che l’America ha in giro per il mondo, ha anche fatto filtrare l’atto di incriminazione di Bradley Manning, la fonte che avrebbe passato ad Assange i documenti con cui sta facendo tremare il mondo. Tanto è aperto ai media WikiLeaks, che usa i giornali come cassa di risonanza delle sue rivelazioni, tanto è chiuso e intrattabile il fondatore di Cryptome, John Young. A “L’espresso” che lo ha interpellato per discutere di WikiLeaks, Young ha risposto con una e-mail in cui esternava tutto il suo disprezzo per i giornalisti. Certo il suo atteggiamento verso WikiLeaks appare indecifrabile, visto che il sito di Assange un giorno viene presentata come l’Anticristo e il giorno dopo viene difeso. Banalissima concorrenza o raffinata operazione di disinformazione? In una delle sue ultime pubblicazioni, il fondatore di Cryptome attacca duramente i pirati per non aver pubblicato i nomi presenti nei cable diplomatici: una vera e propria maledizione per WikiLeaks, questa dei nomi. Se li pubbli-

cano, come è successo con i file sull’Afghanistan, allora sono dei criminali che hanno le mani lorde di sangue. Se però non li pubblicano, allora chissà che torbido arcano c’è dietro. «La redazione dei nomi è un modo per tenere in ostaggio le persone, facendo finta di proteggerle», va giù durissimo John Young nel suo Cryptome, «è un modo per dire: continua a obbedire o il tuo nome verrà rivelato». Non basta: Young annuncia «finalmente la nascita di tante WikiLeaks». È una notizia che ormai gira da mesi sui giornali: alcuni dei fuoriusciti dal gruppo di Assange, come l’ex portavoce Daniel Schmitt, starebbero per dare il via a un’iniziativa concorrente, una sorta di anti-Wiki, su cui però, ad oggi, non c’è niente di certo su come sarà organizzata, finanziata e gestita. WikiLeaks verrà fatta a pezzi? Per uno dei più grandi esperti di segretezza al mondo, l’americano Steven Aftergood, si avvicina la fine di quelle megafughe di centinaia di migliaia di documenti segreti che hanno reso il gruppo di Assange celebre in tutto il mondo. Il Pentagono, per esempio, dopo la débâcle dei file segreti sull’Afghanistan e l’Iraq, starebbe correndo ai ripari. Può sembrare incredibile, ma come ha raccontato nell’agosto scorso una delle più autorevoli riviste del settore, “Defense News”, ad aver permesso quell’enorme emorragia di documenti sarebbe stata anche la mancanza di un adeguato sistema di sicurezza dei computer della rete SIPRnet, che avrebbero alcuni terminali a cui non state disabilitate né le porte Usb né quelle per i cd e

L’espresso

Foto: elaborazione fotografica Daniele Zendroni (Olycom, Gettyimages, Corbis)

IL FUTURO DI WIKILEAKS. MA ALTRI SITI SI ATTREZZANO A SEGUIRNE LE ORME. E RESTA IL GIALLO DEI FILE CRIPTATI E DEI SEGRETI CHE POTREBBERO CONTENERE

i dvd: è per questo che qualcuno è riuscito a scaricare quella marea di documenti e a passarli a WikiLeaks. Ma è possibile che il Pentagono sia così vulnerabile? Per un esperto del livello di Steven Aftergood è possibile eccome: «Il 28 novembre scorso il Pentagono ha spiegato che stanno lavorando a questo aspet-

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to», racconta a “L’espresso”. Il guru della sicurezza informatica, Bruce Schneier, invece, non nasconde la sua simpatia per i pirati di WikiLeaks: «Credo che forniscano un importante servizio ai giornalisti e a chi rivela le magagne», dice a “L’espresso” e spiega di non credere alla possibilità di fermare le loro massicce pubblicazioni di do-

cumenti: «Avete idea di quanti download ci sono sulle reti del Pentagono ogni giorno? Migliaia di migliaia! Perché qualcuno avrebbe dovuto accorgersi della fuga dei file sull’Afghanistan e l’Iraq?». Se non sarà la tecnologia, sarà la legge a fare a pezzi WikiLeaks? A rispondere è John Gilmore, uno dei fondatori della Electronic Frontier Foundation (www.eff.org). Negli Stati Uniti, la Eff è una delle organizzazioni che guarda a Internet come al baluardo della libertà e dei diritti umani. Nel 2008 la Eff ha difeso strenuamente WikiLeaks dagli attacchi legali della banca svizzera Julius Baer, di cui i pirati pubblicarono le carte sulla presunta evasione fiscale e riciclaggio, finendo in una durissima contesa giudiziaria. «Non credo affatto che WikiLeaks collasserà. Ma è ancora troppo presto per capire come evolverà la situazione dell’organizzazione e quella personale di Assange», spiega Gilmore: «Se le accuse contro Julian sono il pretesto per arrestarlo per il suo lavoro, allora diventerà tutta un’altra storia». E poi avverte: «Mettere in prigione Assange potrebbe avere una serie di effetti perversi: le chiavi del file criptato “insurance.aes” potrebbero essere rilasciate». Si tratta del file “assicurazione” che Assange e WikiLeaks hanno diffuso all’inizio dell’ultima campagna mediatica: 100 mila persone ne sarebbero in possesso nel mondo in forma criptata. E i suoi misteriosi contenuti potrebbero essere rivelati diffondendo la chiave di decodifica se dovesse succedere qualcosa di grave ad Assange o al suo sito. Ma “Insurance.aes” non è l’unico file mandato in giro da Assange e da WikiLeaks per proteggersi. Ne esistono altri. E promettono l’Armageddon. ■

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ATTUALITÀ WIKILEAKS / L’INTESA CON PUTIN

Effetto Russia sull’Eni Gazprom cede il suo gas a prezzi superiori a quelli di mercato. E il gruppo italiano ne deve comprare più di quel che rivende. Una partita da 6,4 miliardi

DI LUCA PIANA

hi fa la politica energetica italiana? Stando ai documenti della diplomazia americana rivelati da WikiLeaks, gli ambasciatori di Washington non hanno dubbi: quando si tratta di affari che contano, Silvio Berlusconi fa il gioco del premier russo Vladimir Putin. O più precisamente, come scriveva nelle sue note l’ormai famosa addetta all’ambasciata degli Stati Uniti a Roma, Elizabeth Dibble, «la politica energetica dell’Italia riflette troppo spesso le priorità russe piuttosto che quelle europee». Corrette o meno che siano le interpretazioni made in Usa, è con questo viatico che nelle prossime settimane Paolo Scaroni, numero uno dell’Eni, la compagnia petrolifera controllata dal Tesoro, si appresta a giocare proprio con Mosca una partita delicatissima. Se l’attenzione generale si è concentrata in questi giorni sui timori americani relativi alla costruzione del gasdotto South Stream, non gradito a Washington, perché rafforzerebbe la dipendenza energetica ita-

Foto: A. Cristofari - A3, I. Sekretarev - AP / Lapresse

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L’espresso 16 dicembre 2010

mento, sono oggetto di valutazione da parte dei servizi di audit del gruppo, bisogna partire da come funzionano i contratti per acquistare il gas che la compagnia di Scaroni rivende in Italia. Semplificando molto, si possono distinguere due aspetti: il primo, più noto, riguarda le quantità di gas che l’Eni è tenuta ad acquistare, il secondo i prezzi pagati. In gergo tecnico, i contratti di lungo periodo come quello stretto con Gazprom, entrato in vigore a febbraio 2007 e valido fino al 2035, vengono definiti “take or pay”. In pratica l’Eni si è impegnata con i russi a comprare anno dopo anno determinati quantitativi minimi di gas; se non ne avesse bisogno, perché non riesce a rivenderlo in Italia o altrove, sarebbe te-

liana dalla Russia, Scaroni è chiamato a sciogliere un secondo nodo, forse altrettanto complesso, che riguarda il costo miliardario delle forniture attuali di gas. Lo rivela, a una lettura attenta, il bilancio del primo semestre di quest’anno dell’Eni, dove la compagnia racconta di aver maturato per il 2011 obblighi di pagamento nei confronti dei fornitori di gas per 19,7 Aleksei Miller. In alto: miliardi di euro, 6,4 miliar- stand dell’Eni a una fiera di in più di quanti ne preventivasse solo sei mesi prima, a fine 2009. Perché in un periodo tanto breve di tempo sono aumentati in modo così vistoso «i pagamenti futuri a fronte di obbligazioni contrattuali nei confronti dei fornitori di gas», fra i quali spicca proprio la russa Gazprom? Per spiegare un dilemma che rischia di pesare seriamente sui conti dell’Eni e i cui effetti, al mo-


Uno stabilimento della Gazprom in Russia. A destra: Paolo Scaroni

nuta a pagare lo stesso le forniture. Rispetto all’accordo del 2007, il primo problema per Scaroni è nato proprio su questo punto. Il crollo dei consumi provocato dalla recessione e, su un altro versante, l’aumento sui mercati internazionali della disponibilità di gas trasportato via nave sotto forma liquida, più flessibile nei luoghi e nei prezzi di consegna, hanno depresso in tutta Europa la domanda di metano russo. E l’Eni si è trovata alla frontiera di Tarvisio, dove arrivano i tubi di Mo-

Quanto ci costa il gas di Putin

Il confronto con il petrolio

sca, con più gas di quel che serve. In questo quadro, si è inserito il secondo fattore, relativo invece al prezzo. I contratti con Gazprom, attualmente più penalizzanti per l’Eni rispetto a quelli siglati con l’altro grande fornitore, l’algerina Sonatrach, prevedono che il costo da riconoscere ai russi sia legato all’andamento del petrolio. L’anno scorso, tuttavia, si è verificato un fenomeno che pochi si aspettavano potesse durare a lungo: quando il prezzo del petrolio ha cominciato a risalire, quello del gas sul mercato libero (ma non quello dei contratti Gazprom) è ulteriormente sceso per mesi, senza più recuperare l’intero svantaggio accumulato rispetto al greggio. I motivi della divaricazione tra i due idrocarburi sono diversi. Nel suo ultimo rapporto, l’Agenzia Internazionale dell’Energia (Iea), sostiene che a spingere verso l’alto il petrolio è stata in particolare la fame energetica della Cina, mentre a deprimere i prezzi del metano sarebbe intervenuto ancora il boom del gas liquefatto, oltre al successo di nuove tecniche di trivellazione che permettono di sfruttare su larga scala quei giacimenti, finora poco produttivi, dove il gas è intrappolato in rocce impermeabili. Difficile prevedere, però, se il divario che si è aperto fra petrolio e gas verrà colmato in

qualche anno o sarà duraturo, visto che l’Iea stessa resta incerta su quale delle due ipotesi prevarrà. Al momento, però, estremizzando un po’ si può dire che nella trappola della divaricazione petrolio-gas sono finiti Scaroni e gli altri grandi clienti di Gazprom. Il prezzo del gas pagato ai russi in base ai contratti a lungo termine, e che in parte Eni & Co. non sanno a chi rivendere, si è messo a correre verso l’alto, mentre quello disponibile liberamente sul mercato vale al confronto sempre meno. Quanto sia ampia la forbice, è impossibile da chiarire con certezza, perché la formula per la determinazione dei prezzi è segreta e, in più, varia da operatore a operatore. È indubbio però che, in questa fase, i contratti di lungo termine hanno regalato alla compagnia moscovita guidata da Aleksei Miller, fedelissimo di Putin, un margine straordinario. Basandosi su una serie di indicatori, la Bergen Energi, una società internazionale specializzata nei servizi per l’industria dell’energia, calcola che in media, per forniture da effettuare nel 2011-2012, i prezzi pagati ai russi siano oggi superiori del 20 per cento circa rispetto a quelli previsti sul mercato (vedi grafici a fianco). Occorre osservare che i prezzi di mercato non fotografano quelli effettivamente disponibili per tutto il gas necessario per riscaldare le case degli italiani o far girare le centrali. «Per un utente finale, a causa dei limiti alla capacità di trasporto, è molto difficile accedere a forniture a prezzi vicini a quelli del mercato europeo», avverte Alain Bourgeois, vice presidente di Bergen Energi. Questi limiti non sembrano però giustificare del tutto il super-guadagno di Gazprom, almeno a giudicare dal fatto che sono stati i russi stessi a dimostrare di non voler tirare troppo la corda. A inizio 2010, l’Eni ha ottenuto una maggiore flessibilità nei tempi di ritiro del gas “take or pay” e un primo sconto che fonti vicine a Gazprom quantificano nell’11 per cento rispetto ai prezzi fissati nel 2007. Nonostante questi interventi, però, la situazione non dev’essere migliorata in maniera radicale, come suggerisce il già citato aumento di 6,4 miliardi degli “obblighi contrattuali” dell’Eni per il prossimo 2011. Di qui la duplice missione che Scaroni si è ritrovato costretto a compiere. Studiare quanta parte di questi oneri pagare subito sotto forma di penale a Gazprom e quanta spalmare nei prossimi anni. E, nel frattempo, correre a Mosca per chiedere uno sconto ai russi. ■

16 dicembre 2010 L’espresso

Foto: W. Laski - AFP / Getty Images, A. Casasoli - A3

ATTUALITÀ


ATTUALITÀ

TV PUBBLICA

RAI DI TUTTO, DI PI∫, DI BERLUSCONI

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La televisione di Stato è ormai una dépendance di palazzo Grazioli. Gli uomini del premier sono ovunque. Siedono sulle poltrone più potenti e decidono i destini dell’emittente. Appalti, programmi, pubblicità...

DI RICCARDO BOCCA

bertà e vicecapo dell’International young democrat union, un network mondiale di movimenti del centrodestra. Quanto a Cristian, 37 anni, racconta che la 2 B Team («Ora confluita nel 2 B Team Group») da tempo realizza «audiovisivi per eventi e manifestazioni del Pdl». Supervisore finale, aggiunge, è stato «spesso e volentieri Roberto Gasparotti», dirigente generale a Palazzo Chigi e curatore dell’immagine di Berlusconi. Lo stesso Gasparotti, che il quotidiano “Il Tempo” definisce a inizio 2009 «deus ex machina» della Televisione della libertà, emittente acquistata da Forza

Paolo Garimberti e, a sinistra, Mauro Masi. A destra: uno studio televisivo della Rai

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Italia, sorta sulle ceneri del canale fondato e affondato dal futuro ministro Michela Vittoria Brambilla. E guarda caso, nello stesso periodo “Il giornale” specifica che l’ex tv della signora Brambilla è stata «rilevata dalla 2beteam (sic) di Cristian Casella» (ovvero «abbiamo preso in gestione i contenuti», precisa Casella a “L’espresso”). Riassumendo: la Rai, televisione di Stato, ha affidato appalti per quasi 1 milione e mezzo di euro a una società che nel marzo 2010 entra nell’albo dei fornitori, al volo coglie due contratti, mentre nessuno ritiene di segnalare il collegamento tra i fratelli Casella e la placenta politica del primo ministro. Ecco l’arcorizzazione di viale Mazzini. Ecco le pulviscolari manovre che giorno dopo giorno, appalto dopo appalto, generano affari e legami nella televisione statale. Un fiume carsico e inarrestabile assieme, fisicamente esterno al Palazzo ma ad esso collegato in tempo reale. L’altra faccia del Berlusconi furente che il 23 novembre ha dato del «mistificatore» in diretta tv a Giovanni Floris, accusandolo di pensare «che la Rai sia sua, mentre è pagata da tutti gli italiani...». Attacchi che in viale Mazzini fanno sorridere qualche dirigente: «La verità», replicano i dissenzienti, «è che ormai la Rai non è soltanto una dépendance di palazzo

L’espresso

Foto: Tania - A3, P. Tre - A3(2)

er fotografare la diffusione del berlusconismo in Rai, basta un solo episodio. Clamoroso, a modo suo. Emblematico, per come la televisione pubblica lo ha metabolizzato in scioltezza. Epicentro della vicenda è “Unomattina”, trasmissione quotidiana che ad aprile 2010 lancia nel contenitore “Pillole in rosa” 30 puntate della mini-fiction “Brava Giulia”. «L’iniziativa», spiegano in Rai, «è stata promossa dal ministero della Salute, ed è centrata sulla salute della donna». Il che potrebbe strappare un applauso, nel mare magnum dei programmi inutili. E invece un po’ imbarazza, considerando la società che ottiene l’appalto da 790 mila euro. Si tratta, infatti, della 2 B Team srl, casa di produzione iscritta nell’albo dei fornitori Rai a marzo 2010, e il mese dopo pronta a chiudere due contratti: il primo per “Pillole in rosa”, appunto; il secondo, sempre dentro “Unomattina” e sempre in convenzione con il ministero, per la rubrica “Pianeta salute”. Una commessa da circa 690 mila euro. Il problema, di tutto ciò, è che titolari della 2 B Team sono Marco e Cristian Casella: entrambi legati al centrodestra e alle attività di Silvio Berlusconi. Marco, classe 1972, racconta di «aver lavorato sette anni e mezzo all’ufficio stampa del premier». Inoltre, è diventato responsabile esteri dei Giovani per la Li-

Grazioli, un’azienda controllata nei suoi snodi vitali dal padrone di Mediaset, ma anche uno strumento prezioso per favorire la concorrenza». E non sono parole generiche, dettate da idiosincrasia per il Cavaliere. È un malessere che sgorga, per esempio, dall’esperienza di Maurizio Braccialarghe: ora responsabile del centro di produzione Rai a Torino, ma nel 2007 amministratore delegato di Sipra (che gestisce la pubblicità per la tv di Stato). «Fino a inizio 2009 ha lavorato tranquillo», riferiscono i suoi ex collaboratori. Poi scoppia l’annus horribilis della crisi internazionale, e Braccialarghe

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tenta di rimediare: «Per difendere gli interessi Rai», dicono, «ha rifiutato un patto di non belligeranza propostogli dai vertici Publitalia, antagonista per conto di Mediaset nella raccolta della pubblicità». Di più: malgrado i tempi grami, conquista per la Rai l’intero budget del mega inserzionista Danone, «strappandolo con fatica agli avversari sul mercato». Dopodiché, in qualunque azienda sarebbero seguiti i complimenti del direttore generale, o del suo staff. Ma in Rai, no. Come lo stesso Braccialarghe scrive in una lettera del 2 novembre 2009 al direttore generale Mauro Masi e al presidente Paolo Garimberti,

al posto degli applausi riceve l’invito a lasciare il suo incarico in Sipra. E quando cerca di opporsi, la situazione s’intrica: «Nel caso in cui avessi accettato», ricorda Braccialarghe nella sua lettera, «si sarebbero create le occasioni per consentirmi la ricollocazione» alla Rai di Torino; altrimenti, «in caso di mio diniego, ciò avrebbe potuto non essere più possibile». Per la cronaca, oggi l’amministratore delegato di Sipra spa è Aldo Reali, la stampa lo presenta come «ex uomo di Retequattro» o «figlioccio» del leader di Publitalia Giuliano Adreani, e il suo stile è così ritratto dal mensile “Prima comu-

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ATTUALITÀ nicazione”: «Non crede nel motto “mors tua vita mea”, ma predilige la politica del “win win”, quella cioè che risulta vincente per tutte le parti in gioco». Miele, per i vertici Rai. “Win win”, è il ritornello irresistibile che circola al settimo piano di viale Mazzini, quello dei papaveri più alti. Soprattutto quando si tratta di appalti: e in particolare, di quelli da assegnare a Endemol, che già nel 2005 siglava con la Rai un accordo che le garantiva una crescita «dai 20 milioni di euro consuntivati nel 2004 a 30 milioni» (consiglio di amministrazione del 45 agosto). Nel 2007, questa potente macchina da format, che tanto incassa anche perché tanto e bene produce (da “Il grande fratello” su Canale 5 a “Vieni via con me” su RaiTre), diventa proprietà al 33 per cento di Mediaset: cioè del premier Berlusconi. E la festa continua. Nel 2008, l’asticella degli appalti Endemol in Rai raggiunge i 49 milioni di euro. L’anno dopo Endemol brinda con altri 44 milioni. E persino nel 2010, stagione di vacche magre e trattative al ri-

La sede centrale della Endemol ad Amsterdam. In basso: la trasmissione “Vieni via con me”

basso, Rai garantisce a Endemol commesse per circa 33 milioni di euro. Serve a poco che il capogruppo alla Camera di Futuro e libertà, Italo Bocchino, s’indigni perché «i contratti più importanti in Rai vanno a Berlusconi e figli» (replicano gli uomini del premier, confermando paradossalmente i vizietti Rai: «Bocchino pensi all’appalto da 4 milioni 400 mila euro concesso alla Go-

Foto: G. Aresu - AGF, C. de Kruijf - Hollandes Hoogte / Contrasto

Vieni via con me? Sarà un flop È stato uno straordinario successo di ascolti, il “Vieni via con me” firmato sulla Terza rete Rai da Fabio Fazio e Roberto Saviano. Meno entusiasmante, invece, è risultata la performance pubblicitaria. Gli spot del programma, infatti, sono stati venduti da Sipra, la concessionaria di pubblicità Rai, a 34 mila e 50 mila euro l’uno (prezzi lordi per ogni break di 30 secondi: dati indicati sul sito della Sipra, che li conferma a “L’espresso”). Poca roba, considerati sia i 9 milioni di spettatori che in media hanno seguito il programma, sia le tariffe applicate a trasmissioni con ascolti inferiori. “Annozero” di Michele Santoro, per esempio, è stata seguita il 25 novembre su RaiDue da 5 milioni 5 mila persone, ma i suoi spot risultano nei listini Sipra (periodo 28 novembre-11 dicembre) a 58 mila euro. Stesso discorso per le fiction che RaiUno propone in prima serata, non per forza da 9 milioni di spettatori, con spot attorno ai 100 mila euro ciascuno. Un paragone che calza anche con “Che tempo che fa”, sempre della ditta Fazio su RaiTre, i cui spot della domenica alle 21,15 sono stati proposti da Sipra (periodo 26 settembre27 novembre) a 70 mila euro. Commenta il consigliere di minoranza della Rai Nino Rizzo Nervo: «Sipra ha due evidenti responsabilità: la prima, è di avere sottovalutato le potenzialità di “Vieni via con me”». La seconda, «di non avere aggiunto, dopo l’esordio trionfale, blocchi pubblicitari a prezzo maggiorato...».

L’espresso 16 dicembre 2010

odtime srl di sua moglie, Gabriella Bontempo; o a quello da 1 milione 485 mila euro riservato alla Absolute television media di Francesca Frau, madre della compagna di Gianfranco Fini»). E neanche servono, a scongiurare il berlusconismo cronico, le invettive del sempre finiano Luca Barbareschi, che accusa Berlusconi di far «fatturare a Rai la sua Endemol distruggendo le piccole aziende». Il paradosso, spiegano in viale Mazzini, «è che nel quotidiano il premier non deve premere sulla televisione di Stato: ad accontentarlo, senza che lui si scomodi, ci pensano in automatico i fedelissimi dell’azienda». Un elenco petulante, per quanto lungo. A partire dal direttore generale Masi, intercettato nel 2009 mentre si augura che Michele Santoro faccia «pipì fuori dal vaso» per silenziare “Annozero” e le critiche contro il premier. Poi c’è il consiglio di amministrazione, dove si trova in quota maggioranza Alessio Gorla, ex dirigente di società Fininvest e coordinatore nel 1994 della campagna elettorale di Forza Italia. E accanto a lui il consigliere Antonio Verro, ex dirigente Edilnord e deputato Forza Italia, oltre che il collega Angelo Maria Petroni, forzitaliota nominato dal ministro Giulio Tremonti. «Punte dell’iceberg», dice un alto dirigente Rai. Il quale, organico alla mano, scandisce gli altri uomini del Cavaliere. A partire

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dal vicedirettore generale Sotto: Maurizio Braccialarghe. A destra: la sala di regia Gianfranco Comanducci, di uno studio Rai ex socialista e fraterno amico di Cesare Previti, 440 mila euro di stipendio con la cruciale delega agli Acquisti e servizi (leggasi: gare d’appalto più commesse varie) abbinata a quella per lo Sviluppo commerciale. Altrettanto apprezzato da Berlusconi, poi, è l’amministratore delegato di RaiTrade Carlo Nardello, nel 2005 rimbalzato sui giornali per la questione dei presunti accordi sui palinsesti tra Rai e Mediaset (lui ha negato qualunque contatto), oggi in corsa come possibile capo del personale. Per non parlare del direttore di RadioUno Antonio Preziosi, ex inviato speciale alle costole di Berlusconi, al momento affiancato in segreteria da Laura De Pasquale: «Non una signora qualunque, ma la compagna del Roberto Gasparotti che lavora per la presidenza del Consiglio». A ruota andrebbero citate le performance pro Pdl di Augusto Minzolini al Tg1, za del vicedirettore Produzione tv Mauo l’indiscutibile fedeltà al Cavaliere del rizio Ciarnò, «per ben 11 anni responsapresidente di NewCo Rai International bile del Centro di produzione Mediaset Giuliano Urbani (tra i fondatori di For- di Roma» (come specifica, nel marzo za Italia ed ex ministro del Cavaliere), 2005, l’allora deputato di Forza Italia ma non va sottovalutata anche la presen- Giorgio Lainati alla Commissione di vigilanza Rai). Un nome, quello di Ciarnò, evocato nel pasticciaccio Noemi Letizia dall’ex fidanzato della ragazza, che tramite “Novella 2000” le chiede: «Perché Mentre la Rai vacilla e si dibatte tra non mi hai mai detto che Maurizio Ciarinfinite polemiche, Mediaset allarga il suo nò, il signore di cui parlavate a casa tua, pubblico all’estero sbarcando in Romania. è un pezzo grosso della Rai?». Lo ha annunciato Anda Manza, senior Questa, in difettosa sintesi, è la Rai formanager di Chello networks srl, la mato Silvio. Una ragnatela fatta, oltre struttura che gestirà il servizio sul posto. che di professionalità ineccepibili, an«In passato la Romania s’era interessata all’offerta televisiva di Mediaset», spiega che di gratitudini e frequentazioni storiManza, «ma Silvio Berlusconi aveva detto che, opportunismi politici e fame di polno». Anche per questo, le trasmissioni trone. Dunque non c’è da stupirsi se, targate Mediaset «non sono state spostandosi sul fronte della fiction, cioè disponibili in Romania a partire quello del direttore Fabrizio Del Noce, da metà anni Novanta». ci si imbatte in altri affari di Berlusconi. Adesso, invece, i telespettatori romeni È naturale, considerate le premesse, che potranno seguire sul piccolo schermo fiocchino contratti pachidermici; e anun mix dei programmi di Canale 5, cora una volta si ricade a parlare di EnRetequattro e Italia 1, trasmessi dal demol, la quale riceverà per le sue procanale internazionale Mediaset Italia. duzioni 15 milioni 750 mila euro, dei In una prima fase in lingua italiana: quali 13 milioni 692 mila già nel 2010. poi, se l’operazione avrà successo, Un pacchetto in cui è prevista, nell’atpotrebbero aprirsi nuove prospettive. tuale piano operativo, la realizzazione

Anche sul fronte della fiction, diretta da Fabrizio Del Noce, ci si imbatte in altri affari del Cavaliere

Lo sbarco in Romania

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di potenziali bestseller come “Provaci ancora prof 4” (con Veronica Pivetti), “La donna che ritorna” (una signora che vaga senza memoria e documenti per Roma, star Virna Lisi) e “Sos Befana”, protagonista sempre Pivetti. «Di meglio», commentano in Rai, «sa fare soltanto Luxvide spa, che incassa 21 milioni 580 mila euro, dei quali 13 milioni 692 mila quest’anno». Ma anche qui, indirettamente, si respira il profumo di premier. Nel senso che l’assetto azionario della società, presidiato dalla famiglia Bernabei, ospita il 18,53 per cento del tunisino Tarak Ben Ammar, amico del Cavaliere nonché suo socio in altre avventure. E se qualcuno replica che non c’è alcuna malizia, in questo circo massimo di denari e potere, se nega «la diffusione di una berlusconite che fa competere a mani legate con Mediaset», come sostengono i sindacalisti Rai, allora è il caso di abbandonare il settore fiction e ricordare cos’è successo l’anno scorso, quando la Rai ha rotto il contratto con Sky che le fruttava oltre 50 milioni di euro. «Il rinnovo era a portata di mano», assicura il consigliere di minoranza Nino Rizzo Nervo: «A occhio, allargando quell’accordo a Rai4, Rai5 e RaiMovie, più due canali di cartoni animati, avremmo incassato attorno agli 80 milioni di euro. Peccato che le trattative siano franate...». Perché? Un alto dirigente di Sky Italia, che per ragioni di diplomazia chiede l’anonimato, spiega: «Sembrava che Masi e i suoi uomini trattassero per rompere. Mostravano quasi fastidio, disinteresse... Naturale che, alla fine, sia arrivato lo strappo». Mediaset, da parte sua, ringrazia. ■

16 dicembre 2010 L’espresso

Foto: Tania - A3, A. Casasoli - A3

ATTUALITÀ


ATTUALITÀ

IL CASO CAMPANIA

I RIFIUTI? NON ESISTONO

La denuncia dei vertici dell’Osservatorio nazionale sulla spazzatura: “Non ci permettono di lavorare”. E la Prestigiacomo si rifiuta pure di riceverli DI RICCARDO BOCCA

a maggior parte degli italiani non lo sa, ma esiste presso il ministero dell’Ambiente una struttura chiamata Osservatorio nazionale sui rifiuti (Onr). Un organismo che, visto lo scandalo del caso napoletano, e le inarrestabili polemiche su dove e come smaltire il pattume nazionale, dovrebbe riscuotere massima attenzione dalla politica: «Le sue funzioni chiave», sottolinea il vicepresidente Fabrizio Clementi, «sono dal 2008 il controllo sulla gestione dei rifiuti, l’analisi delle strategie per prevenire le emergenze. E in parallelo, la stesura di rapporti annuali per orientare i ministeri dell’Ambiente, della Sanità e dello Sviluppo economico». Compiti di evidente importanza, insomma. Ai quali si aggiunge il potere di sostituirsi agli enti locali, qualora inadempienti sul fronte immondizia. Peccato che il ministro Stefania Prestigiacomo non abbia mai voluto ricevere i capi dell’Onr, desiderosi di riferire su questioni tanto allarmanti. E nemmeno abbia risposto alle loro numerose missive: «Le relazioni instauratesi con gli organi del ministero», recita una lettera scritta a Prestigiacomo il 7 dicembre 2009 da Antonio Cavaliere, presidente dell’Osservatorio, «si sono consolidate nella prassi negativa, in base a cui qualsiasi nota o quesito posto non riceve alcun riscontro». Ciononostante l’Osservatorio (che non vive di soldi statali, ma è sostenuto per legge con 2 milioni di euro annui dal Conai, il Consorzio nazionale imballaggi) ha

Foto: M. Mastrorillo - LUZphoto, R. De Luca - AP / LaPresse

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continuato a lavorare. Per esempio, reca- sidenziale (sulla riorganizzazione del mipitando a Prestigiacomo un parere poco nistero dell’Ambiente) vengono all’imentusiasta sull’accordo quadro tra l’Asso- provviso destituiti dall’incarico. «Per paciazione nazionale dei comuni italiani radosso», dice il vicepresidente Clemen(Anci) e Conai. Oppure presentando, il 6 ti, «l’Osservatorio sopravviveva: ma senmaggio 2009, un report critico sulla pro- za i suoi membri». duzione e gestione dei rifiuti in Italia: «Se- Da qui la decisione dei vertici Onr di rinonché lo stesso 6 maggio», spiega il vi- correre al Tar del Lazio, che a ottobre cepresidente Clementi, «mentre illustra- 2010 ha riscontrato l’illegittimità dell’atvamo il nostro dossier, uomini del Pdl to e ha ordinato il reintegro dei compohanno lanciato in Parlamento un emen- nenti. Una buona notizia, ma solo in apdamento (poi bocciato dalla maggioran- parenza: «Ci hanno ritirato i badge per za stessa, ndr) per sopprimere l’Onr». entrare negli uffici al ministero», testiCoincidenza sgradevole, anche perché moniano all’Osservatorio, «il nostro epilogo di altri attacchi: «Signor mini- mandato scade il prossimo 18 gennaio, e stro», scrive il presidente Cavaliere a Pre- non sono ancora stati nominati i successtigiacomo, «non ritiene che sia stato pa- sori». Così, mentre dai telegiornali gronradossale assistere sei volte alla presenta- dano ciclicamente scene di immondizia zione di altrettanti emendamenti parla- selvaggia, nessuno all’Onr lavora per evimentari, volti alla soppressione o alla me- tare simili vergogne. ■ ra riconversione dell’Onr, verso i Stefania Prestigiacomo. quali il ministero non appare esIn alto: rifiuti sersi mai opposto?». nelle strade di Napoli Come sempre, non è seguita risposta. Si è rafforzata, piuttosto, la sensazione che a palazzo l’indipendenza dell’Osservatorio risulti un impiccio, più che una risorsa. O perlomeno, di questo si convincono i componenti dell’Onr il 3 agosto 2009, quando con un decreto pre-


ATTUALITÀ

TUTTI GLI UOMINI DEL SINDACO DI ROMA

POTERE NERO

Al Comune. Negli enti. Nelle società controllate. Alemanno ha piazzato sulle poltrone che contano suoi amici o antichi sodali. Tutti fascisti o ex estremisti di destra. E spesso con guai giudiziari alle spalle DI EMILIANO FITTIPALDI

oia chi molla, gridava a fine anni Ottanta il giovane Gianni Alemanno, al tempo capo del Fronte della Gioventù e fedelissimo di Pino Rauti, leader dell’ala movimentista dell’Msi e futuro suocero. Vent’anni dopo, nessuno può accusarlo di incoerenza: Gianni, diventato sindaco di Roma, non ha mollato nessuno. Non ha tradito, non ha lasciato per strada i vecchi camerati, nemmeno quelli finiti in galera per banda armata e atti terroristici, neppure i personaggi più discussi della galassia d’estrema destra protagonista degli anni di piombo. Anzi. Nell’anno di grazia 2010 Roma è sempre più nera, con fascisti ed ex fascisti che spuntano dappertutto. Nei posti cardine dell’amministrazione comunale e nell’entourage ristretto del nuovo Dux, nell’assemblea capitolina e nelle società controllate dal Comune, passando per enti regionali e ministeri. Vecchie conoscenze sono comparse anche nella parentopoli che ha investito l’Atac, dove lavorano - come ha scritto Ernesto Menicucci sul “Corriere” - l’ex Nar Francesco Bianco (in passato arrestato e processato per rapine e omicidi insieme ai fratelli Fioravanti, fu scarcerato per decorrenza dei termini) e l’ex di Terza posizione Gianluca Ponzio. Ponzio oggi è a capo del Servizio relazioni industriali della municipalizzata del Comune, negli anni Ottanta fu protagonista di arresti plurimi per rapina e possesso d’armi.

L’espresso

Foto: C. Fabiano - Eidon, V. Tersigni - Eidon

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La sinistra ha gridato allo scandalo, ma i due sono sono solo la punta dell’iceberg di un gruppo di potere sempre più radicato in città, cementato dagli ideali e dall’antica appartenenza, da interessi (anche economici) e da relazioni amicali e familiari. La lista comprende ex militanti di Terza posizione e dei Nuclei armati rivoluzionari, uomini di Forza nuova, naziskin vicini alla cricca di Gennaro Mokbel, capi storici di Avanguardia nazionale, ultrà e combattenti delle battaglie degli anni Settanta e Ottanta. Battuto a sorpresa Francesco Rutelli, disintegrati i potentati di Forza Italia (già messi a dura prova durante la giunta regionale guidata da Francesco Storace) ora sono nella cabina di controllo e, nella nerissima capitale, comandano loro. Uomini d’oro. I due personaggi più influenti dell’amministrazione non sono assessori, ma due amici del sindaco: Franco Panzironi e Riccardo Mancini. Del primo, a capo dell’Ama, si sa praticamente tutto. Meno noti, invece, sono i trascorsi dell’uomo che Alemanno ha voluto alla guida di Eur spa, società controllata dal Campidoglio e dal ministero dell’Economia che ha nel suo portafoglio immobili per centinaia di milioni. Mancini, classe 1958, ha finanziato la campagna elettorale del 2006 e ha fatto

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da tesoriere durante quella del 2008. È un imprenditore di successo: erede di parte del patrimonio della famiglia Zanzi (energia e riscaldamento), ha comprato nel 2003 la Treerre, società di bonifiche e riciclaggio che fattura oltre 6 milioni di euro l’anno. Anche lui, che ha sempre vissuto all’Eur, è stato vicino ai camerati di Avanguardia nazionale: nel 1988 è stato processato - insieme ai leader del movimento Stefano Delle Chiaie e Adriano Tilgher, che oggi lavora in Regione con Teodoro Buontempo - e la Corte d’Assise lo condannò a un anno e nove mesi per violazione della legge sulle armi. Ora, dopo vent’anni, Alemanno gli ha dato le chiavi di un quartiere che conosce bene, quello del “mitico” bar Fungo, dove un tempo si ritrovavano quelli di Terza posizione, i ragazzi di Massimo Morsello e il gruppo di Giusva Fioravanti. Una curiosità: un socio in affari di Mancini, Ugo Luini (amministratore della holding del gruppo, la Emis) è pure tra i consiglieri della fondazione del sindaco, Nuova Italia. Mancini e Panzironi, ovviamente, si conoscono bene. A novembre il capo dell’Eur Spa ha assunto Dario, il figlio di Franco, già portaborse al Comune e ora funzionario con contratto a tempo indeter-

Studenti di Forza Nuova. A sinistra: il sindaco Gianni Alemanno

minato. La scelta ha fatto gridare allo scandalo il centrosinistra, ma sono altre le indiscrezioni che preoccupano Alemanno. Mancini, l’uomo che dovrebbe gestire la Formula 1, è infatti amico di Massimo Carminati, tra i fondatori dei Nar e leader della sezione dell’Eur, simpatizzante di Avanguardia nazionale e sodale della Banda della Magliana: il personaggio del “Nero” del film “Romanzo Criminale” è ispirato alla sua storia. I due sono spesso insieme, tanto che qualcuno sospettava che l’ex estremista (incriminato per vari delitti efferati ma assolto - quasi sempre - da ogni accusa) fosse stato assunto dalla municipalizzata. «Una sciocchezza» chiosano a “L’espresso” gli uomini del sindaco «Mancini lo vede solo perché si conoscono da anni. Nessun rapporto di lavoro». Naziskin & C. Un lavoro ben retribuito Alemanno e Panzironi l’avevano invece trovato a Stefano Andrini, assurto agli onori

Nei posti chiave ex Nar, militanti di Avanguardia nazionale, esponenti di Terza posizione. E naziskin vicini a Mokbel 69


ATTUALITÀ Oggi il sindaco ha trovato lucrosi incarichi anche per alcuni camerati incriminati per aggressioni e pestaggi

to, è diventato capo delle relazioni internazionali e del cerimoniale del Campidoglio. Assunto fino al 2013, costerà ai contribuenti 488 mila euro tra stipendio e oneri previdenziali. Anche Demetrio Tullio, pure lui arrestato e prosciolto, ha ottenuto un posto fisso. Stavolta al ministero delle Politiche agricole: è entrato grazie a un concorso bandito nel 2006, quando Alemanno era titolare del dicastero. Tullio lavora alla direzione generale della Pesca marittima, ma nel tempo libero si occupa anche di manifestazioni culturali. Il mensile di Ostia “Zeus” lo indica come «presidente dell’associazione Minas Tirith», dal nome della città assediata del Signore degli Anelli, che qualche giorno fa ha organizzato un convegno intitolato “Serate dannunziane”. Secondo il giornale, la tre giorni è stata un successo. Mi manda Mokbel. Non sappiamo se Alemanno ha perdonato anche Mokbel, che si è vantato di averlo preso a schiaffi durante una manifestazione (era il 1998) in cui Gennaro organizzava il sevizio d’ordine. Di sicuro l’inchiesta sul faccendiere che ha messo in piedi la più colossale truffa dal dopoguerra non gli fa dormire sonni tranquilli. Mokbel (in passato «destinatario», scrive il gip Aldo Morgigni nell’ordinanza, «di provvedimenti cautelari per fatti omicidiari collegati ad azioni di gruppi terroristici di estrema destra unitamente a soggetti - quali ad esempio Carminati Massimo ancora oggi oggetto di ricerche da parte delle forze di polizia») ha

infatti complici assai vicini al mondo di quella che fu Alleanza nazionale. In primis l’avvocato Paolo Colosimo, finito anche lui in galera per associazione a delinquere: fino a qualche tempo fa tra i suoi clienti c’era Nicolò Accame, l’ex portavoce di Francesco Storace alla Regione Lazio. Rampollo della dinastia Accame (il papà Giano, “fascista di sinistra”, fu un intellettuale influente, la sorella Barbara è la moglie del leader carismatico di Terza posizione Peppe Dimitri, morto tragicamente nel 2006) è stato condannato per corruzione, rivelazione e utilizzazione di segreti d’ufficio nell’ambito dell’inchiesta “Lazio-gate”. Non solo. Del gruppo Mokbel fa parte anche Silvio Fanella, considerato dagli inquirenti il cassiere della banda. Il suo nome è spuntato a sorpresa nella compravendita di una società, la Mondo Verde, fondata anni fa dal capo della segreteria di Alemanno, Antonio Lucarelli, e da due suoi cugini. A “L’espresso” risulta che Fanella rilevi il 50 per cento delle quote nel luglio del 2000, quando Antonio ha già lasciato l’impresa. Dopo pochi mesi, Fanella e il suo socio Teodolo Theodoli

Foto: F. Cavassi - Agf (2), Tania - A3

delle cronache perché insieme a un gruppetto di naziskin picchiò selvaggiamente, nell’estate del 1989, due “compagni” davanti al cinema Capranica. Andrini, 40 anni, fa parte di una generazione successiva a quella dei movimenti storici degli anni di piombo. La rissa costò a lui e al fratello gemello una condanna a quattro anni e otto mesi (poi ridotti a tre) per tentato omicidio. La carriera criminale continua anche dopo la reclusione: entrato nell’orbita del gruppo di Delle Chiaie, Stefano nel 1994 viene arrestato per alcuni scontri con gli autonomi. Un passato burrascoso che nel 2009 non gli impedisce di sedersi sulla poltrona di amministratore delegato di Ama Servizi Ambientali. Andrini, ultrà della Lazio, non c’è rimasto molto. Lo scorso febbraio è stato travolto dall’inchiesta sugli affari della banda capeggiata da Gennaro Mokbel. Secondo i magistrati sarebbe stato proprio lui a organizzare - tramite i suoi agganci a Bruxelles - la falsa candidatura di Nicola Di Girolamo, il senatore tanto caro a Mokbel («Sei il mio servo», gli diceva) e alle famiglie ’ndranghetiste di Isola Capo Rizzuto. Il sindaco, si sa, non molla mai nessuno. E perdona tutti, forse perché anche lui è stato sfiorato da vicende giudiziarie, come aggressioni e lancio di bombe molotov (sempre assolto). Non bisogna sorprendersi, così, che abbia provato a sistemare anche altri ex skin protagonisti del pestaggio al cinema Capranica. Così Mario Andrea Vattani (arrestato con gli Andrini ma poi assolto al processo), figlio del potente presidente dell’Ice Umber-

Da sinistra: Nicolò Accame; Marcello De Angelis; Vincenzo Piso. In alto: Gennaro Mokbel

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ATTUALITÀ Con Alemanno c’è sempre posto Alemanno e i suoi uomini, in due anni e mezzo di governo, hanno fatto centinaia di assunzioni. Mesi fa “L’espresso” ne contò, solo tra giunta e Campidoglio, oltre 250, di cui 64 destinati ai vari uffici stampa. Incarichi a tempo determinato di esterni che costano decine di milioni di euro l’anno. A cui vanno aggiunti i costi dei neodipendenti chiamati nelle municipalizzate: l’Ama ha assunto una sessantina di persone, altre centinaia sono finite negli uffici di Trambus, Metro e altre controllate. Il record è però appannaggio dell’Atac, dove sono state chiamate - senza alcun concorso - ben 854 persone, tra ex cubiste, amici di politici influenti, parenti di assessori e consiglieri. “L’espresso” ha trovato altri due importanti incarichi che appaiono forse inopportuni. In primis, Damiano Colaiacomo: ex funzionario esterno della Regione ai tempi di Storace, finì ai domiciliari insieme ad altre venti persone per un’inchiesta sui corsi di formazione “fantasma”. Assunto come sub dirigente apicale a fine 2008, lo scorso 6 ottobre Alemanno ha deciso di promuoverlo,

facendolo direttore del Dipartimento delle Risorse umane, con stipendio lordo da 123 mila euro l’anno. Ne ha fatto le spese Pierluigi Ciuti, dirigente interno l’amministrazione, trasferito al segretariato generale. Altra vicenda esemplare è quella di Bruno Campanile, fino a qualche mese fa proprietario e amministratore delegato del Circolo Sport 2000 (un anno fa ha venduto le sue quote ai suoi soci) che il sindaco ha fatto (oltre 100 mila euro l’anno) direttore della Promozione sportiva e gestione impianti del Comune. Qualche maligno parlò di conflitto di interessi. Di sicuro Campanile non si sarà strappato i capelli quando la giunta, lo scorso 20 ottobre, ha approvato l’ampliamento dell’impianto. Un permesso accordato nonostante la procura di Roma e l’ufficio dei Gip - la Sport 2000 è finita in un’inchiesta sui Mondiali di nuoto - abbia «palesato», si legge nella delibera «di non ritenere l’impianto di alcun valido ed efficace provvedimento di assenso dal punto di vista edilizio». Come dice qualcuno, “chi se ne frega”.

una carriera come cantante del gruppo musicale 27Obis, riferimento all’articolo del codice penale sulle associazioni con finalità di terrorismo. Fratello del leader di Terza posizione Nanni, morto in circostanze misteriose in carcere, Marcello ora è senatore e direttore di Area, la rivista fondata da Alemanno e Storace. Duri e puri. Da un anno al Comune lavora anche Loris Facchinetti (nell’ordinaza del 31 dicembre 2009 si specifica che la collaborazione è «a titolo gratuito»), ex leader di Europa civiltà, un movimento neopagano e paramilitare di estrema destra nato nel 1969 che aveva rapporti pure con la massoneria. Fermato «per reticenza nell’inchiesta di piazza Fontana», come ricorda Ugo Maria Tassinari nel suo libro “Fascisteria”, Facchinetti - sposato con la sorella di Fabio Rampelli - oggi è delegato del sindaco di Roma per il Mediterraneo, ed esperto di “Politiche internazionali” della fondazione di Ale-

Il capo dell’Eur Spa è stato condannato a un anno e nove mesi per violazione della legge sulle armi

Gianni Alemanno festeggia la vittoria alle comunali del 2008. Sopra: Massimo Carminati

manno. Che ha voluto vicino a sé pure Claudio Corbolotti, aiutante di Lucarelli al Comune, arrestato nel 2004 per gli scontri avvenuti fuori l’Olimpico durante il derby Lazio-Roma. A proposito di ultrà, anche Guida Zappavigna, ex dei Boys della Roma ed ex Fuan, arrestato come presunto Nar e prosciolto in istruttoria, ha avuto un incarico dalla Polverini: ora è presidente del parco del Lago Lungo e Ripa. Grande tifoso di Totti e compagni è anche Mirko Giannotta. Le cronache ricordano che è stato arrestato nel 2003 insieme al fratello perché accusato di rapine ai danni di banche e gioiellerie, e che dal 2008 è diventato capoufficio del decoro urbano del gabinetto del sindaco. Già. Alemanno, cuore nero, non molla mai nessuno. ■

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Foto: A. Scattolon - A3, Ansa - Lapresse

vendono le azioni a una ditta amministrata da tal Fabrizio Moro. Sarà un caso, ma Moro è un amico di Lucarelli. Sarà una coincidenza, ma per la Mondo Verde targata Moro lavorerà in alcuni progetti come ha rivelato “Repubblica” - il cognato di Gennaro Mokbel. I fedelissimi. Lucarelli, classe 1965, imprenditore, è uno dei fedelissimi di Alemanno. Con l’estrema destra ha sempre avuto grande feeling: il segretario del sindaco nel 2000 era il portavoce romano di Forza Nuova, movimento di estrema destra fondato nel 1997 dai latitanti Massimo Morsello, ex Nar, e Roberto Fiore, ex Terza posizione, che sfuggirono a una retata. Era il 1980, l’anno della strage di Bologna. I due scapparono a Londra, e tornarono solo quando le condanne per banda armata furono prescritte o, nel caso di Morsello gravemente malato, inapplicabili. Lucarelli si dà da fare: con i suoi organizza sit in inneggianti al leader dell’ultradestra austriaca Haider, manifestazioni contro il gay pride (i volantini lo definivano «la saga del pervertito») e risse davanti al Campidoglio (Marcello Fiori, vicecapo di gabinetto di Rutelli, denunciò di essere stato spintonato da Lucarelli). Nel who’s who della cerchia di Alemanno ci sono anche altri ex camerati di rango. Vincenzo Piso, ex militante di Terza posizione e di Ordine nuovo, siede oggi in Parlamento ed è coordinatore del Pdl regionale. Venne arrestato nel 1980, restò in carcere per quattro anni con l’accusa di banda armata, venne poi prosciolto. Influente consigliere di Piso e del sindaco è poi Marcello De Angelis, anche lui di Terza posizione, cinque anni di carcere alle spalle e


ATTUALITÀ

NORD E CRIMINALITÀ

Dove comandano i boss

Attentati. Minacce. Voti pilotati. Appalti. Così le cosche vanno all’assalto. E il Comune di Bordighera ora rischia lo scioglimento per infiltrazioni mafiose DI PAOLO BIONDANI E MARIO PORTANOVA

ue assessori e un consigliere dell’opposizione minacciati e messi sotto protezione dai carabinieri. Un vicesindaco che inaugura un bar festeggiato da pregiudicati calabresi. Intercettazioni su voti pilotati dalla mafia. Indagini

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ancora top secret sugli appalti pubblici. Compreso il “ripascimento” della spiaggia dove la prossima estate torneranno a rilassarsi tante famiglie liguri, piemontesi e lombarde. Insomma, uno scenario impensabile, che ricorda la Sicilia degli anni Ottanta, con attentati a cantieri e negozi, colpi di lu-

para per intimidire imprenditori, politici avvicinati da boss, pochissime denunce e indagini difficili. Invece eccoci a Bordighera, 11 mila abitanti, provincia di Imperia, uno dei centri turistici più frequentati della Riviera di Ponente. Nell’immaginario collettivo, un paese da cartolina: spiaggia, mare e alberghi per famiglie. Con un retroscena sorprendente: sul Comune governato dal centrodestra pesa una richiesta di scioglimento per infiltrazioni mafiose, messa nero su bianco dai carabinieri. La pluridecennale presenza di famiglie legate alla ’ndrangheta, scrivono gli inquirenti nel rapporto ottenuto da “L’espresso”, «influenza l’attività amministrativa, la vita sociale e la gestione di concessioni e au-

L’espresso

Foto: D. Dainelli - Contrasto, M. Carassale - Sime / Sie

Sulla Liguria le mani DELLA ’NDRANGHETA

prattutto nei palazzi della politica. Eppure le periodiche relazioni della Direzione nazionale antimafia documentano da tempo il forte radicamento delle cosche calabresi, dei boss di Cosa nostra e dei clan camorristici (vedi grafico). Trapiantate in Liguria da più di trent’anni, le famiglie mafiose gestiscono affari illeciti e leciti: edilizia e movimento terra, come sempre, ma anIl Casinò di Sanremo. che negozi, bar, lavori A sinistra: una veduta di Genova pubblici, ciclo dei rifiuti, torizzazioni comunali»: la criminalità cala- night, sale giochi, scommesse sportive. E brese «attua un incisivo controllo del terri- nei porti arrivano tonnellate di droga: l’antorio e dell’imprenditoria, condizionando no scorso, solo tra gennaio e febbraio, sogli apparati pubblici». E impone la sua in- no stati sequestrati due carichi-record da fluenza in tutta la fascia costiera «tra San- 9.136 chili di cocaina. Oggi la situazione remo e Ventimiglia». più allarmante, per i magistrati antimafia, Di mafia in Liguria si parla pochissimo, so- riguarda la Riviera di Ponente, dove si con-

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tano decine di incendi dolosi, estorsioni, casi di usura per strangolare e conquistare aziende colpite dalla crisi. Un’ondata di violenza confinata però nelle cronache locali. Mentre i big della politica sembrano i governanti lombardi prima dei 300 arresti di luglio: qui la mafia non esiste. Anche se ora in Liguria si rischia un’ordinanza-choc: lo scioglimento di un Comune del Nord. A Bordighera è già al lavoro una commissione prefettizia chiamata a valutare la richiesta dei carabinieri. Ma il caso è soprattutto politico. Esiste un solo precedente di Comune settentrionale sciolto per mafia, Bardonecchia, la località sciistica piemontese commissariata nel 1995. Ora le resistenze per evitare un altro scandalo sono forti, e non solo per il timore di una fragorosa riconferma di un problema generale, la mafia al Nord, a lungo taciuto dal centrodestra, Lega compresa. Ma anche perché Bordighera si colloca nel “regno” dell’imperiese Claudio Scajola, ex ministro dell’Interno, che anche dopo i guai della

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ATTUALITÀ “cricca” conserva un ferreo controllo del suo territorio. Non va dimenticato che il governo Berlusconi ha già bloccato la procedura antimafia a Fondi (Latina), un feudo del Pdl infiltrato dalla camorra casalese e dalla ’ndrangheta. In attesa di un verdetto prefettizio forse Il sindaco di Bordighera Bosio. imminente, che in Giovanni A destra: il cantiere ogni caso non fer- navale di La Spezia merà le indagini, ecco la storia segreta di Bordighera. A condizionare la politica, secondo i carabinieri, sono due famiglie calabresi, Pellegrino e Barilaro, considerate vicine alle cosche di Seminara. Il rapporto dell’Arma registra contatti interessati con politici e funzionari del Comune e con tecnici della Regione. Nessuno sapeva di che famiglia si trattasse? Difficile: i tre fratelli Pellegrino, ufficialmente imprenditori, sono tutti «noti pregiudicati». Giovanni ha scontato sei anni per traffico di droga, Maurizio ha una condanna definitiva per favoreggiamento della latitanza di un boss cala-

brese, Roberto ha precedenti per armi. La famiglia è attiva nell’edilizia e movimento terra. Cerca agganci per appalti e permessi. Ma le intercettazioni rivelano anche un «notevole interesse per la politica di tutta la provincia». E già dalle «elezioni del 2007», quando a Bordighera è stato rieletto il sindaco Giovanni Bosio, Pdl ramo Forza Italia, capogruppo in Provincia e recordman di preferenze. Nel 2008 i Pellegrino puntano sulle slot

machine. A chiedere al Comune di aprire una sala giochi è Lucia Pepè, moglie di Maurizio Pellegrino. L’dea di un mini-casinò in via Vittorio Emanuele allarma i cittadini. La giunta si divide: vince il no. Tra i contrari c’è l’assessore Marco Sferrazza. Che poco dopo si vede piombare a casa Giovanni Pellegrino, accompagnato dal suocero Francesco Barilaro, pure lui pregiudicato. I due gli rinfacciano il no con queste parole: «Quando avete avu-

Non deve vincere l’omertà

Foto: G. Perotto, D. Fracchia - Buenavista

colloquio con Anna Canepa La Liguria di oggi ricorda la Lombardia di due-tre anni fa: gravi infiltrazioni mafiose, poche indagini specifiche, nessun allarme nella politica. Lo conferma Anna Canepa, sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia competente proprio Su Lombardia e Liguria, passate esperienze in Sicilia e alla Direzione distrettuale antimafia di Genova. Di mafia a Milano ormai parlano tutti. E a Genova? «In Liguria comincia a emergere un contesto molto simile a quello lombardo. Diverse indagini stanno svelando una pesante infiltrazione delle principali organizzazioni, ma sicuramente c’è un ritardo nella risposta giudiziaria. Non c’è ancora nessuna sentenza definitiva sulla ’ndrangheta, a parte un caso isolato del ’94. Nulla di paragonabile ai maxiprocessi conclusi in Lombardia già negli anni Novanta». I fatti più significativi? «L’inchiesta “Crimine” della Procura di Reggio Calabria ha portato ad arresti anche in Liguria. Uno è particolarmente importante: Domenico Gangemi, calabrese trapiantato a Genova, risulta in strettissimo contatto con Domenico Oppedisano, il presunto capo supremo della ’ndrangheta. Altri segnali preoccupanti arrivano dall’inchiesta della Procura di Sanremo su Bordighera. Proprio nella Riviera di Ponente si contano decine di esercizi pubblici andati a fuoco».

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C’è chi minimizza e parla di litigi tra concorrenti, bassa manovalanza criminale. «Guarda caso gli attentati colpiscono i tipici obiettivi sensibili della criminalità mafiosa: cantieri, bar, stabilimenti balneari... La tendenza a minimizzare c’è. Un importante imprenditore della zona ha definito “uno scherzo” la sventagliata di proiettili di lupara che ha colpito la sua auto». Cosa si sa della ’ndrangheta ligure? «Esistono almeno cinque “locali”, con Ventimiglia che fa da stanza di compensazione con la Calabria e da luogo di transito di latitanti diretti in Costa Azzurra. Chiaramente, poi, la presenza dei porti è strategica, basti pensare ai sequestri di enormi quantità di droga». Vi preoccupa solo la ’ndrangheta? «Cosa nostra in Liguria resta attiva, ma è sottovalutata. A Genova sono già stati condannati per 416 bis personaggi legati a Piddu Madonia e killer gelesi». In Lombardia i giudici antimafia hanno accusato la classe imprenditoriale di essere passiva, se non complice. «Voglio sottolineare l’atteggiamento positivo di Confindustria Imperia. Ma esistono purtroppo altre vicende sintomatiche di atteggiamenti diversi. Speriamo che non vinca l’omertà anche in Liguria». P. B. e M. P.

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to bisogno dei nostri voti, noi vi abbiamo aiutato». Il politico passa notti insonni. Poi tocca all’altro assessore che aveva bocciato le slot, Ugo Ingenito. Barilaro lo va a trovare in ufficio e gli chiede se abbia «un fatto personale contro la loro famiglia». Ingenito si spaventa. E si sfoga con il sindaco: chi ha informato i calabresi dei no espressi a porte chiuse in giunta? Intanto un terClaudio Scajola. zo assessore, Rocco Fonti, forni- Sotto: uno dei tipici binieri ne raccomandano la sce versioni giudicate dai carabi- caruggi di Genova chiusura. Ma la loro richiesta nieri «palesemente menzogneresta ignorata per un intero anre»: giura di ignorare la domanda del pre- no dal sindaco di Bordighera, che neppugiudicato, ma i testimoni dicono che lo ha re risponde. Poi Bosio «dimissiona» tutti accompagnato in Comune a presentarla. gli assessori. E nel giugno 2010 l’inchieQuindi Sferrazza e Ingenito ottengono la sta del procuratore di Sanremo, Roberto tutela, che protegge anche Donatella Al- Cavallone, porta in carcere i titolari delbano, consigliere del Pd e bersaglio di al- l’Arcobaleno, con Barilaro e i tre fratelli tre intimidazioni. Pellegrino. Sfumato così il business delle slot, il 10 Nel rapporto dei carabinieri sono omissagiugno 2008 la famiglia apre un locale: il te le indagini ancora segrete: appalti pubwine bar Fundegu. Il giorno dell’inaugu- blici. Si sa però che la ditta dei Pellegrino, razione i carabinieri si appostano e tra un nugolo di pregiudicati vedono anche un politico: il vicesindaco Mario Iacobucci, che «suggella pubblicamente gli ottimi rapporti tra i Pellegrino e l’amministrazione di Bordighera». Iacobucci è anche membro (ed ex presidente) di un ente no profit «che promuove l’attività fisica». E che per probabili motivi fiscali affilia il «night Arcobaleno». Dove però «l’unica attività fisica promossa», osservano i carabinieri, è «il sesso a pagamento con prostitute dell’Est». Il 18 giugno 2009 i cara-

Minacciati i consiglieri comunali che hanno osteggiato i progetti delle famiglie criminali

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tra l’altro, ha partecipato ai lavori di «manutenzione» della spiaggia. La famiglia puntava in alto. Una foto del 2005 ritrae un deputato di Sanremo, Eugenio Minasso, vicecoordinatore del Pdl ligure, mentre abbraccia Michele Pellegrino alla festa dopo l’elezione in Regione. «E allora?», ha replicato il parlamentare al “Secolo XIX”: «I fratelli Pellegrino mi sono stati d’aiuto, non lo nego. Ma lei non ha idea di quante persone mi hanno affidato la loro fiducia disinteressata». In una regione dove le inchieste antimafia sono ancora agli inizi, Bordighera non è un’anomalia, ma la punta di un iceberg. Le indagini recenti documentano un salto di qualità: in tutta la Liguria, scrive la Direzione antimafia, i clan della ’ndrangheta puntano al «controllo delle attività legali attraverso una fitta rete di partecipazioni societarie e una spregiudicata pressione usuraria su aziende colpite dalla crisi». Intanto la camorra torna a insidiare il casinò di Sanremo. E Cosa nostra assedia i cantieri navali di La Spezia: «Le famiglie palermitane dell’Arenella», le stesse che comandano nel porto di Palermo, «riciclano capitali mafiosi» in società che «conquistano appalti, subappalti e servizi dell’indotto» sui moli del Levante. Certo, in Liguria il territorio non è inquinato da decenni di strapotere mafioso e omertà. Ma non mancano segnali preoccupanti proprio a Imperia. Un esempio. Il 25 maggio 2010 uno dei più noti imprenditori liguri, Piergiorgio Parodi, si vede sbarrare la strada da un’auto: due attentatori gli sparano con la lupara, crivellandogli di colpi il Suv. Il costruttore, illeso, non denuncia niente. Sua figlia, Beatrice Parodi Cozzi, è la compagna di Francesco Bellavista Caltagirone. In ottobre Bellavista viene indagato con l’ex ministro Scajola per gli appalti del faraonico maxiporto di Imperia. Degli spari sull’auto di Parodi, nessuno sa ancora nulla. L’agguato viene scoperto dai carabinieri che indagano sulle estorsioni nel porto di Ventimiglia, dove il costruttore ha un subappalto. La notizia diventa pubblica solo a fine novembre, con l’arresto dei presunti attentatori: un geometra (ex dipendente della vittima) e un calabrese di Seminara. Il commento di Parodi lascia stupefatti i magistrati antimafia: «Mi spiace per quelle due persone, che sicuramente pensavano di fare solo uno scherzo. È stata una sciocchezza...». ■

16 dicembre 2010 L’espresso

Foto: A. Scattolon - A3, D. Dainelli - Contrasto

ATTUALITÀ


ATTUALITÀ SCUOLA

ASILO LOW COST Da Milano a Roma i Comuni si affidano sempre più spesso ai privati e riducono i rimborsi. Risultato, l’assistenza per la prima infanzia sta perdendo qualità. E tra maestri e assistenti cresce il precariato

oma sud, zona Torrino, 193 posti. Pietralata, Roma est, altri 69. E poi: viale Newton, via di Valcannuta, Selva nera. Sparsi in tutta la capitale, sei nuovi asili nido si accingono ad aprire i battenti, con le loro seggioline, fasciatoi e giardinetti. Daranno 469 posti, su oltre 8 mila bambini in lista d’attesa. Sono gli apripista del nuovo corso annunciato di recente da Gianni Alemanno: mai più nidi gestiti dal Comune, d’ora in poi faremo solo convenzioni con il privato, ha detto il sindaco di Roma. In tasca aveva i conti dei sei asili appena citati, messi a gara al massimo ribasso. Base d’asta: 500 euro a bambino, chiavi in mano. Un affare, per un Comune a corto di soldi che per i suoi nidi dichiara di spendere più del doppio; uno scandalo, per i sindacati che denunciano la giungla salariale; una miseria, per gran parte del mondo delle cooperative e del privato sociale che negli ultimi anni è cresciuto sulla gestione dei nidi in convenzione. E che da Milano a Roma si trova alle prese con la stretta finanziaria dei comuni sulle spese per gli under 3. OBIETTIVO MANCATO. Dodici virgola sette per cento. Questo il tasso d’accoglienza dei nidi comunali e in convenzione in Italia all’anno 2008, secondo l’Istat. A poche settimana dalla fine del 2010, anno entro il quale doveva essere raggiunto l’obiettivo di Lisbona di dare un posto al nido almeno a un bambino su tre, siamo ancora lontanissimi dall’obiettivo. Se si

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contano anche i nidi privati, ci avviciniamo a stento al 20 per cento nella media nazionale. Un bambino su cinque, alloggiato in nidi comunali, aziendali, micronidi, domiciliari, spazi giochi, tagesmutter, privati, convenzionati e quant’altro: perché i nostri servizi per l’infanzia saranno pochini (rispetto al resto d’Europa), ma in quel poco che c’è la fantasia regna sovrana. E anche negli standard richiesti per gli stessi nidi comunali, o convenzionati con i Comuni, ogni regione fa storia a sé. A partire dai diktat per lo spazio: a Roma i bimbi hanno diritto a dieci metri quadri pro capite, a Torino a 12, per i piccoli del lombardo-veneto solo sei metri quadri a testa. Diversissimi anche gli altri criteri, come il tetto massimo di bambini per ogni educatrice, che va da quattro a dieci, e per di più con regole diverse su come si fa il conteggio. Per non parlare dei contratti: a quelli degli enti locali, per le educatrici pubbliche, se ne aggiungono altri quattro per i privati e i gestori in convenzione. Ed è proprio qui che si giocano i risparmi di Alemanno e degli altri sindaci, per un servizio i cui costi - ha calcolato un recente studio del Cnel - sono fatti all’84,4 per cento dagli stipendi del personale. Edo Patriarca. Sopra: nelle due immagini a destra e sinistra, un nido della cooperativa Coinè a Roma; nelle due foto centrali, la scuola Canali di Reggio Emilia

Basta prendere in mano due buste paga per vedere la differenza. Ce le mostra Caterina Fida, sindacalista di base della Usb, sulle spalle 25 anni di lavoro nei nidi e una denuncia penale che si è presa dopo una manifestazione a difesa delle precarie degli asili. «Educatrice dipendente dal Comune: 1.200 euro netti per 36 ore settimanali, di cui 30 frontali. Educatrice di nido convenzionato: 831 euro, per 43 ore settimanali». La prima fa turni dalle cinque alle sei ore e mezza, la seconda ha ritmi da Pomigliano dopo la cura Marchionne: sette ore e 12 minuti, spezzati da una pausa non calcolata nell’orario. La prima ha le ferie a luglio e agosto, la seconda ha un mese se va bene. Da dove venga il risparmio nelle convenzioni, è abbastanza chiaro. Però Fida contesta i calcoli del Comune sui costi dei suoi nidi: «11.500 euro all’anno per bambino, dice la ragioneria. Però mettono nelle spese anche gli stipendi delle dipendenti in gravidanza, che invece sono coperti dall’Inps, e anche quelli delle maestre distaccate negli uffici per malattie professionali. Così gonfiano i costi, e poi danno un ser-

L’espresso

Foto: P. Righi - Meridiana Immagini (2), De Pasquale - Imagoeconomica

DI ROBERTA CARLINI

vizio ai privati mentre ci sono 4 mila precarie che già lavorano nei nidi pubblici. Perché, invece, non guardare gli sprechi nelle spese, come le banane biologiche comprate a 10 euro e 90 al chilo?». Banane a parte, è chiaro che sui costi del personale e sugli standard di qualità si gioca la differenza. «Però le cose cambiano da regione a regione, e di molto», spiega Lorenzo Campioni, pedagogista del Gruppo nazionale nidi d’infanzia, la cui lunga esperienza è nata all’interno del modello dei nidi di Reggio Emilia, quello che ancora fa scuola e attira osservatori da tutto il mondo. Il problema, dice Campioni, non sono le convenzioni: «È dalla metà degli anni Ottanta che si fanno, e i nidi privati e convenzionati adesso hanno sorpassato nu-

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mericamente quelli a gestione diretta pubblica. È vero che i contratti nel privato sono più convenienti, per i costi del personale. Però gli standard devono valere per tutti. Non a caso parliamo di un unico sistema integrato pubblico-privato. Ma per saper controllare il privato, il pubblico deve avere una storia e un’esperienza diretta di gestione». Campioni è preoccupato, e parecchio, dell’andazzo degli ultimi tempi. Nel mirino delle sue critiche, non solo appalti al ribasso per i nidi veri e propri, ma anche la recente moda dei servizi “domiciliari”: il nome in voga è quello mutuato dall’esperienza tedesca delle Tagesmutter, mamme di giorno, introdotta con successo a Bolzano e adesso diffusa un po’ ovunque. Dovrebbero essere a casa dell’educatrice o di uno dei bambini, con un rapporto massimo di cinque bambini per “tagesmutter”. Sulla carta, calcola lo studio del Cnel, è il più costoso dei servizi in circolazione, se si rispettano tutti i criteri. Ma spesso così non è, a partire dalla questione della formazione. Se a Bolzano si prevede per le mamme-educatrici una formazione di 450 ore, in altre regioni mol-

La giungla degli spazi

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ATTUALITÀ

Ancora in pochi nel nido Percentuale dei bimbi da 0 a 2 anni accolti nei nidi e servizi integrativi: siamo lontani dall’obiettivo Lisbona

Pubblici Pubblici, e in convenzione in convenzione e privati (Istat 2008) (Dati regioni 2009*)

Il nido della cooperativa Coinè a Roma. A fianco: la scuola per l’infanzia di Reggio Emilia

Piemonte Valle d’Aosta Lombardia Bolzano Trento Veneto Friuli V. G. Liguria Emilia Romagna Toscana Umbria Marche Lazio Abruzzo Molise Campania Puglia Basilicata Calabria Sicilia** Sardegna Totale

14,4 28,4 16,5 11,5 18,9 12,0 14,9 16,8 28,1 21,5 23,4 15,9 12,6 9,8 4,8 2,8 4,9 6,8 2,7 6,0 10,0 12,7

21,1 25,9 18,6 13,9 18,9 16,9 22,9 19,9 30,9 28,1 29,7 21,7 15,6 13,1 16,8 n. c. 11,7 10,6 6,2 4,9 n.c 17,8

scende addirittura a 500, dando però ai privati l’intera “concessione” dell’immobile. Come faranno a stare in queste tariffe? «Hanno ridotto di un’ora il servizio, fino alle 16,30. Potranno chiedere soldi alle famiglie per le ore aggiuntive, e affittare i locali nel weekend. Ma anche così è impossibile starci dentro. È una scelta chiara, tagliare i fondi per l’infante di meno: 40 in Veneto, 60 in Piemonte, zia», dice Fabio Moscovini della 250 nel Lazio (affidate a una associazione Funzione pubblica Cgil del Lazio. privata). Altre regioni addirittura non chie- Ma le reazioni più furibonde vengodono neanche la formazione. «Insomma, si no proprio da quel mondo del privasta tornando alla vecchia idea che basta es- to sociale che gli asili dovrebbe gesere una donna per sapersi occupare dei stirli. «Siamo letteralmente inorridiObiettivo Lisbona 2010 33,00% bambini. Cancellando anni di studio ed ti, costi così bassi rivelano una falsa esperienza sulla necessità di tenere insieme coscienza. È impossibile fornire ser* i dati 2009 sono quelli risultanti dal monitoraggio delle regioni dai primi anni di vita la cura e l’educazio- vizi a quei prezzi rispettando gli e prov. Autonome (fonte: Conferenza nazionale della famiglia). Il valore più alto deriva dal fatto che comprendono anche ne». Il che comporta molti rischi, conclude standard di legge», dice Grazia Fal(laddove disponibili) i posti nei nidi e servizi integrativi privati, Campioni, «soprattutto adesso con la crisi toni, presidente di Koiné, cooperatimentre i dati Istat comprendono solo i posti nei nidi e servizi e la stretta ai bilanci dei Comuni. Ma al di va presente nei nidi dal ’91, con una integrativi pubblici e in convenzione sotto di una certa soglia si va a intaccare la quarantina di asili in Toscana e uno ** nel caso della Sicilia è disponibile solo il dato sulla gestione pubblica diretta. qualità del servizio». a Roma nato nell’ambito del progetIL NON PROFIT DICE NO. Già, ma qual è la to di bioarchitettura “nidi nel versoglia minima? Lo studio del Cnel sui nidi de”. Lega coop, a cui Koiné aderisce, ha di- esternalizzare servizi a basso prezzo. Noi ci la pone dai 4 ai 6 euro all’ora per bambino. chiarato pubblicamente che non avrebbe teniamo a fornire un servizio di qualità. SoQuesta sarebbe la cifra che il Comune de- partecipato a bandi così fatti. Ha risposto stenibile, ma di qualità». ve corrispondere al privato che prende in invece al bando di Roma - ma non a quel- Scandalizzata anche Laura Franceschini, convenzione i nidi. La Cgil ha fatto una si- lo simile di Milano - il consorzio Con.Ope- direttrice del Centro nascita Montessori: mulazione su base mensile: si va da un mi- ra, della rete della Compagnia delle opere e «Quegli asili li ho visti, impossibile fornire nimo di 591 a un massimo di 887 euro. E aderente a un’altra realtà importante dei ni- un’accoglienza decorosa, intelligente e seninfatti più o meno tra i 600 e gli 800 euro di privati, il consorzio Pan. Ma ha parteci- sibile a quei costi. In questo modo il pubal mese per bambino si erano andate fissan- pato con una certa sofferenza: «Perché il blico sta gravando sul privato: ci sarà uno do negli anni le convenzioni con il privato. Comune spende tanto e a noi chiede costi straordinario abbattimento della qualità, Adesso il Comune di Milano bandisce asi- così bassi?», si chiede Guido Boldrin, diret- con l’uso di più personale precario». Eppuli in convenzione a 520 euro al mese per tore di Con.Opera, «il privato sociale non re al bando del Comune hanno risposto bambino; mentre Roma, come si è visto, può essere considerato come un modo per una quarantina di operatori: «È un’economia del ricatto, per evitare di chiudere si accettano anche queste condizioni», dice Franceschini. È netto Edo Patriarca, che Fine dei soldi statali per i nidi. Con l’ultima tranche, si è chiuso il finanziamento del piano per il Cnel ha coordinato lo studio sui costi straordinario per i nidi varato nel 2007: 446 milioni dallo Stato, altre 281 di cofinanziamento dei nidi ed è stato per anni portavoce del Fodelle regioni. Secondo il dipartimento della Famiglia, ha fatto nascere circa 30 mila tra nidi rum del terzo settore: «Stanno uccidendo il e servizi integrativi, permettendo un leggero miglioramento del tasso di accoglienza dei privato sociale, costringendo il terzo settobambini nei nidi italiani. Per le regioni del Sud, in storico ritardo sui nidi, era previsto anche re a comprimere ancora di più retribuzioni un incentivo in più, 300 milioni in premio speciale per chi raggiunge il 12 per cento di e standard. Vuol dire che non interessa più bambini al nido entro il 2013. Ciononostante, la regione più indietro - la Campania, che ha la qualità, ma solo trovare un’area di parun tasso di accoglienza ai nidi ridicolo, fermo al 2 per cento - non ha usato i fondi, e dunque cheggio per i bambini». ■ è stata esclusa dalla distribuzione dell’ultima tranche. Adesso il piano si è esaurito, e non più rinnovato: per il 2011 ci sono 100 milioni di euro per la famiglia, ma non è detto che vadano ai nidi. La scelta alle singole regioni.

16 dicembre 2010 L’espresso

Foto: P. Righi - Meridiana Immagini

BUCO NERO CAMPANIA


ATTUALITÀ

COME RIDONO GLI ITALIANI

Renzo Arbore. A destra: Roberto Murolo

Molto meglio LA MACCHIETTA L a sciantosa Ninì Tirabusciò e Ciccio Formaggio, che «nun tene ’o curaggio nemmeno ’e parla’». E poi “Il canto malinconico”, “La pansé”, “Io, mammeta e tu”. Dopo aver rilanciato la canzone napoletana classica portando in trionfo la sua Orchestra Italiana fin nei saloni della Carnegie Hall di New York, e dopo aver riscoperto lo swing ben prima di Michael Boublè, oggi Renzo Arbore si è messo COLLOQUIO CON RENZO ARBORE in testa di divulgare la Macchietta e la canDI MARIA SIMONETTI zone umoristica partenopea. E insieme allo storico Carlo Missaglia, con cui si esibiva a Napoli nei night di fine anni Cinquanta, e con Vittorio Marsiglia, per lui il vero erede della comicità alla Nino Taranto, ha appe-

Oggi imperano furbizia, volgarità e battuta facile. Ieri vincevano l’allusione leggera e lo sberleffo. Per questo Arbore rilancia la tradizione napoletana. In nome dell’eleganza

L’espresso 16 dicembre 2010

na pubblicato “Come si ride a Napoli!” (B. C. Dalai editore), antologia delle canzoni più curiose e significative dell’immenso patrimonio umoristico partenopeo. Un libro spassoso soprattutto alla lettura dei testi che, corredati da illuminanti note, sono spesso piccoli film e sceneggiature. Nell’appartamento romano dello showman pugliese in cui ogni singolo pezzo, dal cucù al frigorifero, è in technicolor e brilla, e canta il blues appena lo tocchi e se lo sfiori spara raggi accecanti, e dove è quindi impossibile essere depressi - tanto che più volte Vittorio Gassman aveva espresso il desiderio di prepararsi un lettuccio proprio là, nella stanza piumata delle Madonne canterine - abbiamo parlato con Arbore di come si ride a Napoli, e non solo. Lei ha vissuto otto anni a Napoli in mezzo al sound degli americani, e poi ha razzolato nella musica di tutto il mondo, da quella messicana alla capoverdiana e cubana. Che bisogno c’era, adesso, di tornare a Renato Carosone?

«C’era il problema che quel patrimonio straordinario di frizzi e lazzi, allusioni e doppi sensi rischiava di essere dimenticato perfino dai napoletani. Per questo ho voluto registrare, a spese mie, il concerto di Marsiglia al Teatro Augusteo di Napoli, qualche anno fa, e pubblicarlo come Dvd insieme al libro. Purtroppo oggi mancano testimonianze di interpreti fondamentali nati prima dell’avvento del microsolco: il mio compito di vecchio artista è di fissare e conservare. Perché io ho un grandissimo rispetto per l’arte del sorriso, spesso sottovalutata e ritenuta cultura bassa. Sia la letteratura che i film umoristici sono considerati di serie B. Mentre è arte grandissima. Come ha dimostrato anche Massimo Troisi». Ci dica, allora: quando nacquero la Macchietta e la canzone umoristica?

«In quel periodo di straordinaria effervescenza culturale che fu la Napoli della

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ATTUALITÀ Elio e le Storie Tese. A sinistra: Massimo Troisi. In basso: Renato Carosone al pianoforte con la sua band

che si impennava a certe inquadrature. Invece della tv usa e getta, oggi lo posso confessare, ho sempre scientemente voluto fare cose che rimanessero nell’archivio Rai. Già da “Alto gradimento”, alla radio, nel 1970: il professor Aristogitone alle prese con gli studenti contestatori o il “nostalgico” Catenacci sono cialtroni e tromboni attualissimi anche oggi. Non è l’antico: è il classico moderno. E adesso anche la Rai ha scoperto che il mio archivio è più ricco e più potente di quello di altri colleghi, perché tutto è ripetibile e riproponibile. E lo ritrasmette in continuazione».

dei ricchi. E in cambio di un piatto di ragù, a una certa ora, usciva la chitarra. Anch’io avevo un repertorio di canzoni scritte da me e mai pubblicate davvero irriferibili, co- La forza del repertorio, insomma. Il suo: lo prome “La ballata del verme solitario”. gramma Rai5, ogni giovedì sera, con “A lunga Ma piacevano moltissimo». durata” e “D.O.C”. Mentre Rai International E poi ha continuato: ha fatto “Smorz ’e

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manda in onda “Oggi qui, domani là”, 40 puntate di scorribande arboriane in tutto il mondo. Non ha paura di inflazionarsi?

«Al contrario, sono contento. So che la mia popolarità, specie tra i giovani, si fonda su quello che vedono in tv. L’accendono, si divertono e ridono. E ancora mi chiedono l’autografo.» Ma in tv oggi, come lei ha sostenuto, «invece del non detto del doppio senso, trionfa il detto del senso unico». Ossia?

«Il linguaggio di tutte le trasmissioni è diventato diretto, disinvolto e pieno di parolacce. Non mi piace. Io sostengo invece che, per far ridere, è molto più efficace il non detto: perché il pubblico, se tu accenni solo, aguzza l’ingegno e si sente complice. È la mia regola fin da “Alto gradimento”: con Gianni Boncompagni ci eravamo imposti di non dire certe cose ma alludere, esitare. E non certo per autocensura: ci eravamo accorti che dire «Ho visto fanfà, fanfà, fanfà... una fanfara» faceva molto più ridere che non tirar fuori lo scontatissimo Fanfani». ■

Foto pagina 85: L. Pesce - Contrasto, Olycom. Pagina 86: Olycom (3)

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IL FILMATO Bella Epoque. Accanto alle lights” e “Vecchia mutanda”, con Fotografa questo canzoni classiche, infatti, i “l’elastichino blu che non tira più”. codice e guarda grandi compositori parte«Dovrei rivendicare che nell’86 ho il video di Arbore nopei si divertivano ad aveportato al Festival di Sanremo “Il e Marsiglia re un elenco segreto di canclarinetto”, un trionfo di doppi dal tuo cellulare. zonette licenziose ad uso e sensi. E mi piace ricordare, scritta A pagina 32 le istruzioni per consumo dei ricchi che frein napoletano, “Dino de Laurenattivare il servizio quentavano i Bar Tabarin e tiis”, che a lui divertiva moltissimo. i Café Chantant. Tutti borPoi è nato il Festival di Sanscemo, ghesi e titolati che andavano sono arrivati gli Skiantos e gli ad applaudire le sciantose e non spendeva- Squallor, un gruppo di cinque amici miei, no certo i soldi per sentire “Mo’ scetate” o tutti discografici, che volevano abbattere “Era di maggio”. Volevano motivi allegri e i tabù cantando l’incantabile, e che hanno orecchiabili, invece, anche pezzi “proibiti”. a tutt’oggi molti fans. Fino a Elio e le StoQueste canzoni sono un’esplosione di tro- rie Tese, i più grandi. Ma la canzone umovate e d’inventiva, ma anche di bricconeria ristica non è più quella di una volta: ieri e di quella cosa molto napoletana che è “la era uno sberleffo, uno sfottò gratuito sencazzimma”, in cui c’è tutto, dal doppio sen- za significati reconditi, il sorriso per il sorso malizioso alla furberia popolare. Non la riso. Oggi il cantante che vuol fare un pezfurbizia antipatica oggi tanto in voga, ma zo umoristico ci mette dentro la satira dei quel bellissimo atteggiamento leggero e so- tempi, l’attualità, la politica». speso, che allude ma non dice mai la paro- Lei invece ha dichiarato che si diverte solo con la... Come quel verso di “Agata” (autori Pi- le cose antiche. Dalla sua linea di arredamensano-Cioffi) che dice: «Mo mme faccio ’o to vintage a “Quelli della notte”, sembra semsulitario. Guardo in cielo e penzo a te!», ele- pre ripiegato all’indietro, gantissimo e sublime. Nella macchietta, na- sul passato. Perché? ta come uno schizzo colorito per mettere al- «Certamente io non la berlina personaggi e situazioni, contava ho mai fatto la satira la mimica e l’assetto del corpo: lo strabuz- del contingente, con zamento degli occhi, il sedere spinto in fuo- l’imitazione di Massiri e controbilanciato dal roteare del baston- mo D’Alema o del pocino, fino alla celeberrima “mossa”». litico di turno. Ho fatDica la verità, Arbore, ce l’aveva anche lei, da to la satira pura: quelgiovane, un elenco di canzonette osè.... la della tv a “Indietro «È vero. Con un piccolo gruppo di amici - tutta”, ad esempio, Roberto Murolo, il marchese Giulio Patri- con le ragazze Coccozi, Sergio Bruni e io - ci chiamavamo La dè, la ruotona della nuova posteggia - frequentavamo le case fortunona e l’auditel


MONDO

GRAN BRETAGNA

PRIMA LE NOZZE POI LA CORONA Il principe William e Kate Middleton si sposeranno il 29 aprile 2011. Nonostante la crisi e l’austerity, il Paese è già in fibrillazione. E sogna una loro successione alla regina Elisabetta da Londra DI ANNALISA PIRAS

arà il matrimonio del secolo? Lo sapremo la sera del 29 aprile 2011. Quel che sappiamo già è che saranno le nozze più attese dell’anno. Il capitolo primo di una nuova soap opera reale, destinata a rinverdire i fasti della leggenda della Principessa del popolo, in versione 21esimo secolo e, questa volta, ci si augura, con un happy ending. Sperando che abbia ragione William, e che l’anello della buonanima Lady D, donato alla promessa sposa, porterà bene, perché «unisce le donne più importanti della sua vita», ma non i loro destini, in barba alla scaramanzia. A qualche settimana dall’annuncio del matrimonio, la favola moderna di Wills e Kate, ha mandato in fibrillazione i media di mezzo mondo. E nauseato gran parte dei loro futuri sudditi. Se il matrimonio di Carlo e Diana nel 1981 registrò 750 milioni di spettatori tv, e portò 600 mila visitatori in più a Londra, queste nozze promettono di unire il globo in un unica grande platea, in attesa del fatidico “sì”, o meglio, “ I do”. “Waitie” Kate, la Kate che sa aspettare, si è trasformata nottetempo nella divina Caterina, la futura regina. La “commoner”, figlia di un pilota e di una hostess,

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discendente di minatori e Willy Windsor, secondo in linea di successione al trono d’Inghilterra, sono ormai ovunque. I tabloid pubblicano un bollettino quotidiano sul cammino verso il grande giorno. Estasiato è David Cameron. Il primo ministro di un Paese in depressione nera è stato miracolato: aveva già le Olimpiadi del 2012. Ora può contare anche sul matrimonio reale nel 2011, come strumento di attrazione di massa. La prevista settimana di festeggiamenti nazionali promette un momento di euforia a una nazione che, proprio allora, si

Il principe William e Kate Middleton. A sinistra: la regina Elisabetta. In alto: una veduta aerea di Buckingham Palace

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MONDO PRINCIPESSA E REGINA DI STILE

troverà nel mezzo dell’austerity più severa dal dopoguerra a oggi. Secondo alcune bizzarre stime, l’evento porterà nelle casse del Paese un miliardo di sterline extra. E il “feel-good factor” della festa dovrebbe stimolare i consumi. Ma secondo l’associazione degli industriali, la settimana di festeggiamenti, e la sbronza collettiva, costerà all’economia 6 miliardi di sterline. Sulle spese delle nozze un esercito di cortigiani e pierre è alacremente al lavoro, con la grande preoccupazione di non irritare il popolo che sta tirando la cinghia, per evitare eccessi o stravaganze. Il conto, dell’ordine di 20 milioni di euro, verrà saldato dai genitori degli sposi e non dal Paese. Il governo pagherà la sicurezza. Una inezia, se, come sostiene l’ente del turismo, Visit Britain, l’attrazione della corona inglese, in un anno normale, porta 500 milioni di sterline di entrate turistiche. Le previsioni sono che la favola di Kate e Wills attirerà molti più visitatori, eccitati all’idea di poter sventolare le bandierine della Union Jack al passaggio del cocchio reale sul Mall, il viale che da Buckingham Palace porta alla Abbazia di Westminster, dove siederanno 3 mila tra teste coronate, capi di

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Il principe Carlo, Lady Diana, William e Harry nel parco di Highrove House, nel Gloucestershire nel 1991

Stato e personaggi illustri. Le agenzie turistiche stanno già offrendo sconti speciali agli astuti visitatori che prenoteranno in anticipo il tour della love story reale, che prevede anche un pellegrinaggio all’università di St. Andrews in Scozia, dove fiorì l’amore. I due piccioncini non producono uova d’oro solo nel loro futuro regno. Il cottage in Kenya, dove lui ha chiesto la mano della bella Kate, è gia entrato nella hit parade dei luoghi più romantici da visitare. E migliaia di destinazioni in tutto il pianeta si stanno contendendo la polvere di stelle che i due lasceranno dietro di sé nella luna di miele. E per chi non riuscirà ad aggiudicarsi il viaggio di nozze, è aperta la gara a chi ospiterà i due innamorati nella notte del concepimento dei primi principini. Le nozze segneranno il più importante evento per la corona, dal Giubileo del 2002, che celebrò i primi 50 anni di Elisabetta sul trono. E il 29 aprile 2011 cadrà a una settimana dall’ottantacinquesimo genetliaco della indomita sovrana. Una circostanza che non è sfuggita ai tabloid che hanno immediatamente suggerito, come ciliegina sulla torta nu-

«Nessuno si aspetti che Kate si metta nelle scarpe di mia madre». Così William Windsor ha risposto a tutti coloro che cercheranno continui paragoni tra Kate e Diana. Ma anche se non si metterà le stesse scarpe, è certo che la principessa Kate di vestiti, e accessori, se ne intende. Quanto e più della buonanima. Fotogenica, filiforme e glamorous, è già considerata una “fashion icon”. La rivista “Tatler” la include regolarmente nella lista delle signore meglio vestite del reame. Laureata in storia dell’arte, il suo primo e ultimo lavoro conosciuto è stato come assistente “buyer” per la catena Jigsaw. Il vestitino blu, firmato Issa London, che ha indossato per l’annuncio del fidanzamento ha catapultato la stilista brasiliana Daniela Issa Helayel nell’olimpo della moda mondiale. E innescato la produzione di migliaia di copie, su e giù per l’Inghilterra. Issa London, guarda caso, è anche la firma dei vestiti che Madonna ha commissionato per il suo film da regista su un altra fashion icon reale, Wallis Simpson. La Brand Kate potrebbe fare molto per la moda made in Britain, e per svecchiare lo stile in voga a palazzo reale. Ma per riuscirci, avvertono a Vogue” Uk, la signorina Middleton deve abbandonare lo stile un po’ conservatore della Sloane ranger, le ragazze chic di Chelsea, e buttare i cappelli di paglia e i tailleurs da regina Elisabetta II, che riempiono il suo guardaroba. Kate ormai ha il trono d’Inghilterra assicurato, e, se vuole diventare una regina di stile, dovrà osare di più. Il vestito da sposa che sceglierà per il matrimonio del secolo sarà il suo banco di prova. La principessa Diana con il famoso strascico lungo sette metri non è un modello da imitare. E sarebbe un bene dare torto agli scommettitori che danno per favorito uno degli stilisti più amati da Lady D, Bruce Oldfield, già creatore degli abiti da sposa di Samantha Cameron e Jemima Khan. Le fonti più informate sostengono che la scelta cadrà su dei nomi decisamente più moderni, come Stella McCartney o Erdem, stilista di Chloe Sevigny e Tilda Swinton. Quel che è certo è che, quando emergerà dalla Abbazia di Westminster il 29 di aprile, la principessa Kate diventerà una delle donne più famose del mondo. E il vestito che sceglierà la dirà lunga sulle sue chance di diventare anche una regina di stile.

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MONDO ziale della fotogenica coppia, una bella il padre non è mai riuscito ad avere. successione. Se l’è presa a male, anzi ma- I bookmaker, dal canto loro, per il molissimo, il principe Carlo. L’idea di sal- mento scommettono furiosamente su tare il turno, dopo un’attesa di una tren- tutto, dallo stilista del vestito da sposa, tina d’anni, non lo ha divertito. E di cer- alla destinazione della luna di miele, ma to l’abdicazione non sembra essere una non sulla durata dell’unione. Il sentiipotesi realistica. mento generale è però che la lunga atteMa i sudditi hanno risposto in massa sa prima dell’annuncio è servita ad assi“sì” alla lapalissiana domanda se non curarsi che l’intesa fosse più che solida. sarebbe meglio avere un re e una regina I due si amano e si conoscono bene. «La belli e giovani, entrambi di 28 anni, circostanza fondamentale è che sono piuttosto che dei sovrani tristi e un po’ cresciuti insieme, e lei sembra averlo acciaccati come Carlo e Camilla, 62 e 63 aiutato a trovare una sua sicurezza», anni, rispettivamente. Tre distinti son- commenta Hugo Vickers, storico della brarono Carlo e Diana. Ed è questa la daggi hanno confermato come la mag- casa reale, «la sua famiglia è stata negli vera novità. La monarchia inglese con gioranza dell’opinione pubblica ritenga anni oggetto di critiche e cattiverie ter- Kate e Wills ha per la prima volta una che gli ex adulteri farebbero meglio a la- ribili, ma hanno sempre reagito con concreta possibilità di modernizzarsi, e sciare il passo, e il trono, alla nuova ge- grande dignità e riserbo». di avvicinarsi alle monarchie continennerazione. Il loro copione ora è scritto da una cor- tali dei sovrani in bicicletta. Il modello A scaldare il cuore dei sudditi è stata te di spin doctor. Ma chi li conosce sa di riferimento, per sobrietà e per dedil’intervista televisiva della giovane cop- che non sono attori in una commedia zione al lavoro, sembra essere quello dei pia. Kate, la cui voce abbiamo sentito scritta da altri, come all’inizio lo sem- principi Felipe e Laetitia di Spagna. per la prima volta in nove anNella generale apatia, nessuno ni di fidanzamento, si è con- Kate e William a Nortbeach nel 2010 per il matrimonio di un amico ha veramente voglia di disfarquistata la fiducia del pubblisi della Corona. L’influenza co anche grazie al fatto che ha stabilizzante del lungo regno saputo aspettare, e tacere, tutdella regina Elisabetta II ha to questo tempo. Un silenzio consolidato l’affetto che molti molto apprezzato, nell’era inglesi provano per la monardelle celebrità alla Big Brochia. Per i pochi repubblicani ther, chiassose e becere. superstiti, il matrimonio sarà Quando ha parlato, lo ha fatl’ennesima occasione per critito con il giusto accento: in care l’istituzione e il suo anaGran Bretagna, il class system cronismo. Ma per i più, i benesi rivela attraverso la pronunfici che The Firm, l’azienda cia, e la parlata della signoriWindors, porta al Paese, supena Middleton, rivelando ottirano di gran lunga i costi (38 mi studi in scuole private, ha milioni di sterline nel 2009). sedotto il Paese. Non è un caso che David CameÈ risolutamente “middle ron, quando ha dato l’annuncio class”. Non fa finta di essere del matrimonio, lo ha accompaaristocratica, ma appare cognato con un suo ricordo persome una ragazza semplice, coi nale di come nel 1981, per conpiedi ben piantati per terra. quistarsi un posto per assistere al Fino a qui era nota soprattutcorteo per le nozze di Carlo e to per non aver mai avuto una Diana, dormì per strada la notte professione certa, ma nell’inprima dell’evento. La pompa tervista è apparsa posata, magna dell’evento, la tradizione quasi noiosa, ma al punto giupopolare di condividere i festegsto per essere ben assortita giamenti in tutto il regno con con quel giovanottone serio pic-nic e banchetti, e la favola rodi William. mantica della bella fanciulla delIl primogenito di Diana col le classi medie che diventa printempo avrà anche perso capelcipessa, potranno lasciare indifli e smalto, ma ha sicuramenferenti i più cinici, ma in un ante guadagnato in maturità, e no di recessione, di licenziamencomunica oggi con quell’umati e di tagli draconiani ai servizi nità e semplicità che rese tanpubblici, rischiano di essere to amata la sua mamma, e che l’unica buona notizia in vista. ■

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Foto pagine 90-91: B. Phillips - Rex / Olycom, Ikon Pictures - Rex / Olycom, Rota - Camerapress / Contrasto Pagina 92: Snowdon - Camerapress / Contrasto Pagina 94: Corbis

I bookmaker scommettono su tutto. Dallo stilista del vestito della sposa al luogo della luna di miele


MONDO GIGI RIVA BALCANI

SCOMMESSA KOSOVO

Corruzione. Povertà. Traffici di droga, armi e organi. Due anni dopo la proclamazione dell’indipendenza, il minuscolo Stato sta peggio di prima. Ora si spera nelle prime elezioni. Mentre albanesi e serbi si dividono ancora a Storia sta già scappando in avanti e si lascia alle spalle una diplomazia mondiale ancorata a un presente che è già passato. Domenica 12 dicembre ci sono elezioni politiche in Kosovo, le prime dopo la proclamazione dell’indipendenza del 17 febbraio 2008, e l’attenzione è tutta sul profilo del possibile vincitore, quanto sarà o meno disposto ad aprire trattative con la Serbia che quell’indipendenza si rifiuta di riconoscere e continua a considerare il Kosovo come una sua provincia scippata. Ma nel cuore della stragrande maggioranza degli abitanti un altro scenario, fino a ieri indicibile, fa capolino e obbligherà, presto o tardi, a riconsiderare gli equilibri di un’area, i Balcani, per definizione instabili. Un sondaggio Gallup rivela che l’81 per cento degli albanesi del Kosovo (più 25 per cento rispetto al 2008) sono favorevoli al ricongiungimento con la madrepatria per creare, assieme a questa e a una fetta di Macedonia, la Grande Albania. Un sentimento diffuso anche a Tirana (63 per cento) e che è il frutto di decenni di semina di un ceto intellettuale ultrapatriottico ora approdato al tempo del raccolto. Esisteva ancora la Jugoslavia quando a Tetovo (Macedonia) funzionava una università illegale con oltre 5 mila studenti, dotata di tecnologie ultramoderne, finanziata da magnati della diaspora albanese, dove le lezioni di storia e di dottrine politiche insistevano sull’idea che un’etnia separata da accidenti temporanei debba, presto o tardi, riunificarsi in un unico Stato che, peraltro, non avrebbe soluzione di continuità territoriale. Il rettore della istituzione clandestina,

Foto: D. Monteleone - Contrasto, Eyedea - Contrasto

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ospitata nelle case private e negli scantinati di quella cittadina con un’urbanistica da socialismo reale, non faceva mistero degli obiettivi Il presidente serbo anche se li riBoris Tadic. In alto: mandava a un Pristina, la zona futuro prossivicino all’università mo, visto che all’epoca, potevano suonare blasfemi. Erano i tempi in cui la Grande Croazia e, soprattutto, la Grande Serbia erano progetti che stavano fallendo nel sangue e nelle guerre. Cambiamenti di confini erano considerati un’eresia dalla comunità internazionale intenzionata a difendere la multietnicità degli Stati nati dall’implosione del Paese di Tito. L’indipendenza del Kosovo, con la scusa peraltro generosamente fornita da Belgrado della repressione serba, era solo un primo passo. Sarebbe seguito un referendum autonomista nelle aree della Macedonia occidentale abitate da albanesi (l’asse Te-

tovo-Gostivar lungo le sponde del lago di Ocrida) per arrivare infine, trionfalmente, all’annessione alla madrepatria. Programma visionario non meno che ambizioso che ora, però, sta cominciando ad avere qualche traccia di concretezza. C’è il sondaggio Gallup, clamoroso, a segnalare quanto l’idea abbia marciato. E c’è un partito politico nuovo, Vetevendosja (Autodeterminazione), in lizza alle politiche, che ha la Grande Albania come principale punto programmatico. Lo guida un giovane di 35 anni, Albin Kurti, già leader delle rivolte studentesche degli anni Novanta, avvocato dei diritti umani, arrestato dai serbi e dai macedoni per le sue idee. Insomma con un pedigree da perfetto irredentista. Un’idea, un progetto, un leader. E la televisione, che è arrivata a diffondere il verbo laddove normalmente si fa flebile la voce degli intellettuali: zone rurali, campagna, popolo. È un fatto che si sia creata una zona di omogeneità linguistica pan-albanese grazie alle antenne e, di recente, grazie alle possibilità moltiplicate del digitale terrestre. Fratelli separati da confini novecenteschi trovano un terreno comune su Top Channel, Tv Klan, Vizion Plus,

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MONDO

L’addestramento dei cadetti del nuovo esercito del Kosovo. A destra: il presidente del Kosovo Fatmir Sejdiu. In alto: Lamberto Zannier

PROFESSIONE MEDIATORE L’ambasciatore Lamberto Zannier, 56 anni, friulano, ha uno dei compiti diplomatici più delicati del momento. Sta a capo della missione Onu in Kosovo (Unmik) in un momento in cui le Nazioni Unite non hanno ancora riconosciuto lo Stato sorto dall’implosione della Jugoslavia e dai bombardamenti Nato del 1999. E non l’ha potuto fare perché la maggioranza dei paesi membri non ha seguito su questo passo l’Occidente (Usa e diversi paesi cruciali dell’Unione europea con la vistosa eccezione della Spagna). Zannier a Pristina per gli effetti della Risoluzione 1244 che pose fine alla guerra, ma con la quale ancora si considera il Kosovo una provincia della Serbia.

Per questo non può essere troppo gradito agli albanesi. Per questo i serbi si aspettano da lui ciò che non è in grado di dare se non a prezzo di capovolgere l’inerzia della storia. Eppure vuol spargere ottimismo: «Le elezioni», dice, «potrebbero accelerare il dialogo tra serbi ed albanesi». Cosa si aspetta esattamente dal voto? «Mi aspetto la continuità. E che esca un quadro di solidità istituzionale, un governo fortemente legittimato alla trattativa». Ma le autorità di Belgrado invitano i fratelli separati del Kosovo a boicottare le elezioni. «Capisco la posizione. Considero tuttavia positivo che in alcune città rappresentanti di spicco

zione. Il Pil pro capite è di circa 1.800 euro l’anno, il 7 per cento della media dell’Unione europea e, per fare un paragone coi vicini, è il 39 per cento di quello della Serbia e il 65 per cento di quello dell’Albania. In Europa solo la Moldavia sta peggio.

della comunità serba abbiano deciso di candidarsi. Era del resto già successo alle municipali. Il Kosovo deve essere multietnico». Si ventila la possibilità che si offra alla Serbia l’ingresso nella Ue in cambio del riconoscimento del Kosovo. È uno scenario plausibile? «Nel percorso di avvicinamento della Serbia a Bruxelles gli europei a un certo punto chiederanno a Belgrado almeno un’acquiescenza rispetto allo status. Ci vorranno anni però perché la Serbia concretizzi quel sogno». Nel frattempo? «Se Belgrado e Pristina iniziassero finalmente a parlarsi le tensioni potrebbero affievolirsi. Penso ad accordi su questioni concrete: uso del sistema elettrico, della rete dei cellulari. Problemi di vita quotidiana che colpiscono tutti e impediscono investimenti esteri». Lei ha offerto la sua mediazione. Una parte dei kosovari ha già risposto che non c’è bisogno dell’Onu. «Noi siamo a disposizione se lo vorranno tutti».

Le mille gru alzate sul cielo di Pristina, le decine di nuovi caffè che aprono i battenti, i lussuosi fuoristrada in circolazione e i moltissimi autolavaggi che crescono come funghi sono il segno evidente del riciclaggio del denaro proveniente dall’economia nera gestita dalle mafie. Questo il Kosovo 2010. Dove i serbi che abitano a nord del fiume Ibar sognano di tornare sotto il controllo di Belgrado e gli albanesi del resto del Paese bevono l’uovo dell’indipendenza oggi. Ma la gallina domani è il congiungimento con mamma Albania. È tirato per la giacca da due parti opposte e rischia di uscirne dilaniato il nuovo Stato che, forse, non sarebbe dovuto mai nascere. ■

16 dicembre 2010 L’espresso

Foto: F. Dobreci - Ap / LaPresse, D. Monteleone - Contrasto, Eyedea - Contrasto

AlSat. Talk show, dibattiti, persino la condivisione sullo stesso canale dei Mondiali di calcio, “Grande fratello” allargato con presenze delle varie aree. E, in sottofondo, la percezione che sia stato un errore della storia dividere ciò che la genetica unisce. Difficile che Albin Kurti possa uscire trionfatore dalle urne già adesso. Ma già adesso va preso sul serio. Soprattutto perché la sua visione nuova ha uno straordinario alleato nel fallimento dei partiti che sinora hanno gestito il Kosovo e che non sembrano poter fare di meglio. Sia che vinca Hashim Thaci (premier uscente, ex comandante Uck, Partito democratico del Kosovo), sia che si risollevi la Lega democratica del Kosovo che fu di Ibrahim Rugosa e ora è diretta dal sindaco di Pristina Isa Mustafa, la prospettiva è quella di una continuità poco lusinghiera. Troppo legate, queste formazioni, ai debiti di riconoscenza verso i combattenti dell’esercito di liberazione e verso le varie mafie claniche che da 11 anni tengono in ostaggio il Paese. Nonostante la comunità internazionale abbia investito poco meno di 5 miliardi di euro (su un terreno grande come l’Abruzzo e per una popolazione di poco superiore ai due milioni) i risultati sono desolanti. Le statistiche ufficiali parlano del 50 per cento del Pil formato da traffici illegali. Calcoli meno benevoli verso il governo, ma probabilmente più attendibili, alzano la percentuale fino al 70 per cento. Per traffici illegali si intenda droga, armi, esseri umani, e persino organi, come documentato da varie inchieste. La corruzione è un cancro che divora la pubblica amministrazione. Il 45 per cento vive sotto la soglia della povertà (1,42 euro al giorno) e il 17 per cento in povertà estrema (0,93 euro al giorno). La disoccupazione è al 48 per cento, sale al 75 per cento per i giovani sotto i 25 anni che sono la metà della popola-


MONDO

RUSSIA

QUI L’ESCORT ∂ DI MASSA Giovani. Squattrinate. E attraenti. Le ragazze giocano a concedersi a colleghi e amici in cambio di promozioni o regali costosi. Un trend in forte crescita DI GIULIA CERINO

nya ha 34 anni ma da come porta la camicia a fiori sembra più giovane. Da quattro anni lavora in una ditta privata nel centro di Mosca. Da due guadagna circa 1.200 euro al mese. Il lavoro non va male ma con la crisi lo stipendio si è alleggerito. Perciò, per arrotondare, Anya vende ai colleghi di lavoro il suo corpo bianco ed esile. «La dinamica è quasi sempre la stessa», spiega: «Dopo il lavoro si beve un bicchiere come fanno gli amici che in effetti siamo perché spesso si tratta di uomini con cui lavoro. Poi si passa dalla teoria alla pratica ma solo se in cambio riesco a ottenere un aumento salariale, una settimana di vacanze in più, un regalino prezioso o, perché no, un viaggio regalo». Non provate a chiamarla prostituta. Il mio «è solo un gioco che serve per rientrare di alcune spese extra. E non c’è vergogna. L’unico rischio è che dal sesso nasca una relazio-

Foto: J. Nicholl - Eyevine / Contrasto, T. Peter - Reuters / Contrasto

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ne. Ma come si dice in Italia, patti chiari e amicizia lunga». Per Anya avere relazioni sessuali che non portino vantaggi materiali è «assurdo». La pensa così il 61 per cento delle sue conterranee. Il sondaggio ripreso dal settimanale “Ogoniok” parla chiaro: non si tratta di escort professioniste o di prostitute disperate, costrette a vendere il proprio corpo per sopravvivere alla miseria. La tendenza a prostituirsi part-time coinvolge circa il 45 per cento delle donne russe tra i 18 e i 44 anni che guadagnano intorno ai 24 mila euro l’anno. Troppo poco per potersi permettere vacanze Una bella di notte in attesa di clienti e, in alto, una spogliarellista russa lussuose. Abbastanza per sopravvivere senza vendersi. «Il sesso a pagamento è un passatempo ragionato, una scelta per nulla immorale. Arrotondo lo stipendio investendo in capitale personale, in bellez-

za e giovinezza. Il mio corpo mi appartiene quindi, finché regge, lo affitto». L’unico studio economico sul mercato del sesso russo realizzato da Elena Pokatovitch e Mark Lévin, professore di microeconomia nella Scuola superiore di Mosca, conferma la tendenza: «La facile redditività della prostituzione ne ha giustificato la diffusione». A stupire i due economisti non è la cifra d’affari prodotta dalle prostitute del loro Paese (dal 2000 ad oggi il bottino supererebbe i 900 milioni di dollari - 710 milioni di euro), quanto piuttosto il tipo di donne che scelgono di investire in tali attività. «La maggior parte delle relazioni sessuali è occasionale e dipende dalla ricerca di guadagni materiali in surplus», precisa Lévin: «Offerte di lavoro, macchine costose, vestiti di marca o vacanze di lusso». Lo stesso vale per le studentesse disposte a tutto pur di «offrirsi piccoli piaceri in più: alcol e droga, per esempio». La prostituzione “quando voglio” piace perché permette di avere uno stile di vita dispendioso malgrado un debole livello salariale o una scarsa specializzazione professionale. Ma non solo. Le donne che si vendono giura-

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MONDO

La prostituzione quando si vuole piace perché ti dà uno stile di vita costoso nonostante lo stipendio basso

hanno imparato che è possibile far lavorare il proprio corpo. Perché allora privarsene? D’altro canto, anche l’attitudine del consumatore si è modificata. In alcuni contesti, il ricorso alle dame di compagnia è obbligatorio. Il trio sauna- drinkdonne fa parte della cultura dei manager, indigeni o stranieri, alla ricerca di donne spregiudicate. Ma a queste categorie di uomini si accostano, da qualche anno, anche gli impiegati e i dirigenti d’impresa. E sono proprio questi gli uomini a cui puntano le Anya di tutto il mondo. «Ho passato una piacevole serata con un amico che lavora nella società al terzo piano dell’edificio dove lavoro anche io. È un bell’uomo, divertente. Sembrava una trattativa di compravendita aperta a ogni inconveniente. Le escort sono pagate per seguire un percorso deciso dall’uomo che le assolda»,

VODKA E SPOGLIARELLI

continua Anya: «Per me è diverso. Se lui non mi avesse dato quello che cercavo potevo anche mollare tutto. In fondo, lo stipendio già ce l’ho». Il fenomeno “squillo quando mi pare” è diffusissimo in tutta Europa. Nei primi anni Novanta a Roma 15 attraenti studentesse di buona famiglia si dedicavano alle avventure piccanti. Scovate dalla polizia in alcuni appartamentini dove si intrattenevano con i clienti di turno, le giovani hanno ammesso i loro peccati: «Per me è un lavoro saltuario che garan-

Calze a rete, tacchi a spillo, guêpière, pizzi e baby doll. Si consiglia di toglierli con due dita facendoli roteare. Essere ironiche è importante ma per stuzzicare la fantasia abbassare le luci e scegliere una musica che accompagni la danza lo è ancora di più. In Russia, lo spogliarello si impara sui libri. Con 287 “santuari della seduzione”, l’ex colosso comunista si piazza al terzo posto (dopo Stati Uniti e Australia) nella top-ten dei paesi con più scuole di striptease al mondo. Il merito della scalata va a Mosca che, dal 1980 ad oggi, ha inaugurato oltre 50 centri specializzati aggiudicandosi, secondo il settimanale “Ogoniok”, il titolo di capitale dello spogliarello. Guai a pensare che si tratti di frivolezze. Per le Demy Moore del Cremlino la danza della Salomè di Wilde è una cosa seria. Per tre motivi: sentirsi seducenti; piacere ai partner; diventare professioniste, facendo soldi e guadagnando notorietà. Nel 2009, a Krasnoyarsk, in Siberia, si è infatti svolta una competizione che ha richiamato le migliori interpreti del genere da tutto il Paese. In palio, il titolo di Miss Striptease e qualche migliaia di rubli “offerti” alle stripper dal pubblico accorso per godersi lo spettacolo.

Foto: T. Peter - Reuters / Contrasto

no di non sentirsi schiave perché possono scegliere se, come e con chi farlo. «Non mi vergogno di raccontare come stanno le cose», dice Anya: «Ho un bel corpo, lo uso. Anche questo significa emanciparsi». In Russia qualcosa è cambiato. «La prostituzione non è più stigmatizzata», spiega Serguei Golod, sociologo e professore dell’università di San Pietroburgo: «Dal 1980 la legislazione in tema è stata modificata e le barriere morali sono cadute. Il commercio del sesso è entrato nei costumi e ci si vende non più solo per miseria, ma anche per sopperire a piccoli ridimensionamenti salariali». Golod conferma le osservazioni degli economisti. «L’età media in cui si entra nel mercato del sesso è scesa da 18 anni a 15-14 anni. I russi

Una spogliarellista in un locale notturno di Mosca

tisce un ottimo stipendio con poca fatica», spiegava una delle ragazze in un intervista al “Corriere della Sera”. Ogni prestazione sessuale costava dalle 200 alle 500 mila lire. Con un particolare. Il via vai si limitava alle ore di luce: dalle 9 alle 19. Le “insospettabili” però non sono solo studentesse romane e impiegate russe. Carla, formosa moglie brasiliana del deputato conservatore Mike Wea-

therley, si vendeva per 70 sterline l’ora. Sorpresa dal “Sunday Mirror” in una casa chiusa di Londra, la consorte trentanovenne non aveva destato alcun sospetto. Finché il tabloid non ha pubblicato alcune fotografie che la ritraevano in calze a rete autoreggenti, biancheria intima rosa e seno nudo coperto solo da una mano. Weatherley si disse «sconvolto». Carla invece si limitò ad ammette-

re: «Mi piacciono i clienti carini, questo posto, e i soldi facili». C’è chi lo fa, come Anya, a casa propria quando capita e per arrotondare e c’è chi invece, come Catherine Deneuve in “Bella di giorno”, film cult di Buñuel del 1967, si prostituisce per noia o per divertimento. Qualsiasi sia il movente, «la prostituzione clandestina non c’entra nulla con quella “part-time”. Nel nostro caso siamo noi a gestirla», assicura Anya: «Piace alle ragazze e anche ai ragazzi perché sanno che non siamo prostitute ma ragazze vivaci». Il gioco, però, è bello finché resta proibito. Fare come in Germania dove la prostituzione è legalizzata, le operatrici del sesso ricevono clienti, detraggono le spese dalla dichiarazione dei redditi per accertamenti medici, trucchi, profilattici e biancheria intima, sono organizzate in sindacati e protette dai pazzi e dai delinquenti, sarebbe una bella idea per combattere lo sfruttamento. E lo sarebbe anche per le free-lance del sesso. Ma Anya non è d’accordo. «Così diventa un lavoro. Per me non lo è. Ripeto è un gioco, e se è nascosto è meglio. Altrimenti, che gusto c’è?». ■


REPORTAGE

L’ARMATA CHÁVEZ

Il suo paese attraversa una pesante crisi politica ed economica, la sua popolarità è sempre più in calo mentre crescono i rischi di golpe. Così, per difendersi, il leader del Venezuela ha militarizzato città e campagne. Rapporto sui circoli chàvisti di operai e contadini con pistola e kalashnikov. Che ora sbarcano anche nelle scuole DI ANTONIO CARLUCCI FOTO DI ALVARO YBARRA ZAVALA

Una delle bande criminali che si sono messe al servizio del presidente venezuelano in cambio dell’impunità


REPORTAGE

In nome del presidente Un anziano in un dormitorio di uno dei tanti slum di Caracas. Sopra: la riunione di uno dei circoli chåvatisti. A destra: attivisti del presidente raccolgono firme contro l’incremento di basi militari Usa in Colombia e, sopra, la vedova di una vittima di una gang di Caracas


REPORTAGE Come un formicaio Uno dei pi첫 grandi slum di Caracas dove trovano rifugio le bande criminali che imperversano nella capitale


REPORTAGE

er l’annuncio ha scelto una scuola di Araure, cittadina a qualche centinaio di chilometri dalla capitale. Inaugurando un liceo dove studiano oltre mille ragazzi e ragazze, il presidente del Venezuela Hugo Chávez, ha esortato gli insegnanti: «In ogni aula, tu maestro direttore della scuola e tu maestra, dovete organizzare un Circolo Infantile Bolivariano. E non perdiamo tempo. Siamo indietro con l’organizzazione». Ci risiamo. Quando le cose non vanno bene, quando chi è al potere sente venire meno il consenso decide di utilizzare i bambini. È accaduto in ogni società dove democrazia e libertà erano parole vuote, se non addirittura negate per legge. Non bisogna andare troppo indietro con la memoria. In Italia i balilla, a Cuba i pioneri José Martì, in Germania la Gioventu hitleriana, in Unione Sovietica e in Cina la Gioventù comunista. Ora è la volta di Chávez, presidente eletto nel 1999, che da dieci anni insegue il sogno del socialismo bolivariano, sovrapponendo la sua figura a quella del libertador sud-americano Simon Bolivar che nella sua vita è stato allo stesso tempo rivoluzionario e dittatore, speranza di riscatto e oppressore del popolo cui aveva dato la libertà. Adesso che la popolarità del presidente è in crisi, Chávez ha chiamato a raccolta i fedeli e li ha invitati a organizzare i più giovani del paese nei Circoli Infantili Bolivariani. Dove «possono divertirsi e parlare dei problemi della famiglia», ha spiegato lo stesso presidente, come se prima della sua decisione i bambini e le bambine facessero tutt’altro. L’annuncio è stato fatto il 4 ottobre scorso, una settimana dopo le elezioni politiche generali che hanno visto l’opposizione a Chávez tornare in un Parlamento, dove oggi si confrontano 98 fedeli chavisti e 65 oppositori riuniti sotto

Foto: Reportage by Getty Images

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Una famiglia in attesa dell’arrivo dei camion che distribuiscono l’acqua. Sotto: il corpo di un uomo assassinato nella camera mortuaria di un ospedale

un’unica bandiera (erano rimasti fuori una intera legislatura avendo commesso l’errore di andare sull’Aventino e non partecipare alle elezioni). I Circoli Infantili Bolivariani sono l’ultimo e più drammatico passo verso la militarizzazione del paese. Ormai la situazione è così grave che può sfuggire al controllo di coloro che hanno ideato questa strategia per mantenere in sella Chávez. A milizie e circoli, naturalmente bolivariani, si sono aggiunti in alcuni barrios di Caracas i Colectivos Bolivarianos, ritratti in queste pagine dal fotografo spagnolo Alvaro Ybarra Zavala. Sono formati per lo più da gruppi di criminali che si sono messi al servizio del regime e che in cambio continuano tranquillamente nei loro traffici. Come si spiega altrimenti, visto il proliferare di gruppi civili per la rivoluzione bolivarista che il tasso di omicidi in Venezuela è cresciuto anno dopo anno, raggiungendo livelli non immaginabili in una società sviluppata? I Colectivos hanno fatto con il re-

gime il patto del diavolo: sono i bravi del chavismo in cambio di impunità e libertà di agire. La militarizzazione della società civile è cominciata l’11 luglio 2001, ha subito una accelerazione del 2002 dopo un tentativo di putsch contro Chávez organizzato secondo il vecchio stile made in Usa di trovare un fantoccio locale pronto a parlare in nome della società civile, ha rallentato il suo corso per qualche anno, per poi riprendere vigore man mano che gli umori anti-presidenziali salivano con il crescere di problemi economici e sociali: la disoccupazione, che ha superato il 30 per

Bande di criminali si sono messe al servizio del regime e in cambio continuano nei loro traffici e nei loro delitti

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REPORTAGE Il calo del prezzo del petrolio ha portato la bilancia commerciale in passivo di 40 miliardi di dollari

cento e ha spinto a creare un doppio mercato valutario con il dollaro quotato in un mercato ufficiale e in uno nero che sono fonte di speculazione e arricchimento per pochi; il crimine con 18 mila omicidi nell’ultimo anno; le ruberie, con infinite storie di appropriazione di beni pubblici e privati in nome del bolivarismo; il calo del prezzo del petrolio, che ha ridotto i fondi a disposizione di Chávez e portato la bilancia commerciale in passivo di 40 miliardi di dollari. La militarizzazione della società venezuelana cominciò all’indomani del referendum del dicembre 1999 attraverso il quale l’80 per cento degli elettori aumentò il mandato presidenziale a sei anni, abolì il bicameralismo lasciando un solo La sede di uno dei Circoli che sostengono Chávez e, in basso, una riunione dei suoi aderenti

ramo del Parlamento e rafforzò le prerogative e i poteri presidenziali. Chávez partì dalla Milizia Territoriale Bolivariana, niente altro che i riservisti che avevano già avuto una istruzione militare. Poi, nacquero i Circoli Bolivariani che l’analista sud americano Ignacio Osacar ha definito così: «Il modello venezuelano si ispira a quello cubano, dove ci sono organizzazioni simili che hanno una doppia funzione, militare ed economico-produttiva». I Circoli cominciano a essere organizzati nella grande periferia di Caracas, nei barrios più poveri, dove le parole d’ordine chaviste attecchiscono meglio anche grazie alle sovvenzioni statali che mitigano una povertà e una mancanza di servizi sociali perenne. L’opposizione denunciò subito l’aspetto paramilitare che i Circoli stavano assumendo, visto che si parlava di distribuire armi e di difesa della rivoluzione bolivarista da tutti i nemici. E le conferma venne proprio nelle 36 ore del golpe del 13 aprile 2002, quando chavisti e anti-chavisti scesero in strada a manifestare. Sull’asfalto restarono 17 morti e cameraman

e fotografi immortalarono gruppi di civili in moto e armati che sparavano alla cieca sugli avversari. Cominciarono le polemiche su che cosa si nascondesse dietro il progetto dei Circoli Bolivariani. La discussione penetrò all’interno delle stesse forze armate del Venezuela dove non c’è mai stato un appoggio totale a Chávez nonostante il presidente abbia speso molto per loro in termini di stipendi, condizioni di vita e armamenti: l’ultimo contratto stipulato con la Russia prevede forniture per 4 miliardi di dollari, aerei da combattimento e carri armati. Alcuni ufficiali di alto grado espressero tutto il loro disappunto per la creazioni di milizie civili armate. «È grave mettere le armi nelle mani dei civili», sentenziò il generale dell’esercito Gonzalo Garcia Ordonez. E quando la Bbc pubblicò alcuni documenti che mostravano come i Circoli Bolivariani fossero una organizzazione paramilitare, l’ex vice ammiraglio Josè Rafael Huizi-Clavier dichiarò: «I documenti dimostrano che i Circoli dispongono di pistole 9 millimetri e Kalashnikov AK-47. Io ho sentito che il governo ha segretamente importato queste armi da Cuba. È tempo che le forze armate parlino apertamente di questo problema». Rispose sprezzante alle parole degli ufficiali, Lina Ron, una pasionaria chavista: «Abbiamo tutto il diritto di difendere il presidente in caso di golpe. Io sono pronta a morire per lui». Chávez andò avanti con il suo progetto. Ha fondato nel 2005 la Milizia Bolivariana e nel giro di qualche anno l’ha rifornita di armi e addestramento militare («Una milizia se non è armata non è una milizia», arringò dalla televisione). Ha creato anche quella contadina e quella operaia. Facendo arrabbiare di nuovo alcuni alti ufficiali. Solo pochi giorni fa, l’11 ottobre, Jesus Gregorio Gonzales, il comandante del Comando strategico operativo, ha detto: «Non possiamo legare la Milizia con il Presidente o con la ideologia di sinistra dell’attuale governo». Ma Hugo Chávez si era già spinto più in avanti, dando il via una settimana prima all’operazione bambini, con i Circoli Infantili Bolivariani. ■

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CULTURA

Non avrai un soloDio

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oliteismo. Questa parola è balenata come un lampo in un recente discorso di Benedetto XVI al sinodo dei vescovi del Medio Oriente, la terra natale dei più potenti monoteismi della storia: quello ebraico, quello musulmano. “Credo in unum Deum” è anche il poderoso accordo da cui principia la sinfonia della dottrina cristiana. Ma per Joseph Ratzinger, il papa teologo, il politeismo è tutt’altro che morto. È la sfida perenne che si erge contro le fedi nell’unico Dio. «Pensiamo alle grandi potenze della storia di oggi», ha proseguito. I capitali anonimi, la violenza terroristica, la droga, la tirannia dell’opinione pubblica sono le moderne divinità che schiavizzano l’uomo. Devono cadere. Devono essere fatte cadere. La caduta degli dèi è l’imperativo di ieri, di oggi, di sempre dei credenti nell’unico Dio vero. E anche Gianfranco Ravasi, cardinale, biblista, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, in pratica ministro della Cultura del Vaticano, e un uomo che come pochi sa captare umori e timori della Chiesa, ha parlato (sulle pagine del “Domenicale” del “Sole 24 Ore”) del risorgere dello spirito politeista. O se vogliamo, della sfida lanciata al monoteismo, da chi, nel principio di un Dio unico vede la radice di ogni fanatismo e integralismo di questo inzio del Millennio; di chi pensa che il terrorismo, la guerra di civiltà e simili abbiano a che fare con l’idea di un Dio esclusivo geloso e quindi intollerante. E basti pensare a un episodio banale, accaduto qualche settimana fa ad Amos Oz, ad Asti. Lo scrittore israeliano parlava ai giovani e spiegava come occorresse resistere sempre alla tentazione del fanatismo. Lui per fanatismo intedeva un

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Tolleranza è relativismo DI GIANNI VATTIMO Il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe che Pascal contrappone così nettamente al Dio dei filosofi è davvero l’“unico” Dio? Certo così lo pensava Pascal. Ma non è detto che, nel suo razionalismo, avesse davvero ragione. La tradizione ebraica e poi quella cristiana, e così quella musulmana, sono certamente monoteistiche. Ma proprio il monoteismo ha sempre creato loro molte difficoltà nel praticare la carità: se Dio è uno solo, caratterizzato dall’unità del primo principio tanto caro ai filosofi greci, non dovrà la società impedire la predicazione dell’errore e costringere i singoli a professare, per il loro bene, la sola verità? La tolleranza è sempre parsa pericolosamente vicina al relativismo. E oggi l’insistenza del papa nella condanna di questo “errore” - mai tanto centrale, in passato, nella lotta dei cristiani contro gli dèi pagani, “falsi e bugiardi” ma non certo “relativi” - è segno che il multiculturalismo delle società tardomoderne non riesce più a convivere con l’idea dell’unicità della verità. E svela il carattere violento e autoritario di questa idea. Chi ha davvero bisogno di un Dio unico, se non qualche autorità che pretende di comandare in suo nome? Un filosofo come Heidegger ha parlato del divino e degli “dèi” al plurale, non certo per dichiararsi politeista, ma semmai per riconoscere il carattere di mito storico che appartiene anche alla divinità in cui crediamo. Con il divino possiamo entrare in rapporto solo se ne accettiamo l’insuperabile essenza mitica: di racconto, di simbolo, che cade fatalmente sotto i colpi di qualunque “matematico impertinente” quando vuole valere come unico e supremo principio razionale. Né per recitare il Padre nostro, né per ascoltare le parole di Gesù nel Vangelo, abbiamo bisogno che Dio sia il Dio unico dei filosofi e dei matematici. Come predicava Nietzsche: ora che questo Dio è morto (con il colonialismo e l’imperialismo), vogliamo che vivano molti dèi. E non necessariamente con i tratti di Gengis Khan.

È allarmato il papa. Ne ha scritto preoccupato il teologo Ravasi. La Chiesa ha un nuovo nemico: il politeismo. Un ritorno alle antiche divinità pagane? No. Chi lo propugna teme il fanatismo e auspica una religione pluralista. Ecco i protagonisti e i termini della disputa DI SANDRO MAGISTER

atteggiamento, anche laico, di rifiuto di ogni compromesso: politico, ideologico, personale. Nel dialogo che seguì al discorso i ragazzi identificavano invece il fanatismo con integralismo religioso, conseguenza di monoteismo. Una storiella di cronaca che rispecchia lo spirito del tempo. Il politeismo di oggi, infatti, non è solo fatto di potenze oscure: i suoi molti dèi hanno volto benevolo e capacità di seduzione. È la “gaia scienza” vaticinata da Nietzsche più di un secolo fa, che offre a ogni singolo uomo «il più grande vantaggio»: quello di «erigere il suo proprio ideale e derivare da esso la sua legge, le sue gioie e i suoi diritti». È il trionfo del libero arbitrio, senza il giogo di una tavola della legge, una sola per tutti perché scritta da un unico intrattabile Dio. Quell’ammirazione per il “Genio del cristianesimo” che aveva infiammato Chateaubriand e i romantici cede oggi il passo (così il fe-

L’antropologo Marc Augé. A fianco: Benedetto XVI. A destra, in alto: Gianni Vattimo

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Foto pagine 114-115: S. Campanini - Agf, A. Benedetti - Corbis, L. Narici - Agf Pagina 117: E. O. HoppE' - Corbis

CULTURA nomeno viene percepito in Vaticano e in genere tra coloro che gli si oppongono) a una riscoperta entusiasta del “Genio del paganesimo” (Bollati Boringhieri), titolo di un libro dell’antropologo francese Marc Augé. In Italia un altro antropologo, Francesco Remotti, si scaglia contro “L’ossessione identitaria” (Laterza), titolo del suo ultimo libro, e rimprovera il papa, in un suo altro testo in forma di lettera, per il suo ostinato procedere «contro natura», contro una modernità che fa invece pregustare le meraviglie del politeismo: liquido, pluralista, tollerante, liberatorio. Certo, l’attuale reviviscenza del politeismo non riporta in voga i culti sacrificali a Giove e a Giunone, a Venere e a Marte. Ma la filosofia dei pagani colti dell’impero di Roma riaffiora nei ragionamenti di tanti moderni fautori del “pensiero debole”. E non solo di questi. Chi oggi rilegge, 16 secoli dopo, la disputa tra il monoteista Ambrogio, il santo patrono di Milano, e il politeista Simmaco, senatore della Roma pagana, è fortemente tentato di dare ragione al secondo, quando dice: «Che cosa importa per quale via ciascuno ricerchi, secondo il proprio giudizio, la verità? Non per una sola strada si può giungere a un così grande mistero». La magnanima parità tra tutte le religioni e gli dèi che queste parole sembrano ispirare incanta anche molti cristiani. Lo “spirito di Assisi” nato dall’adunanza multireligiosa nel 1986 ha così contagiato il diffuso sentire che nel 2000 la Chiesa di Giovanni Paolo II e dell’allora cardinale Ratzinger si sentì in dovere di ricordare ai cattolici che di salvatore dell’umanità ce n’è uno solo, ed è il Dio fatto uomo in Gesù: una verità su cui l’intero Nuovo Testamento sta o cade, una verità che in due millenni mai la Chiesa aveva sentito la necessità di ribadire con un pronunciamento ad hoc. E infatti, quella dichiarazione del 2000, la “Dominus Iesus”, fu accolta da un fuoco di fila di proteste, dentro la Chiesa e fuori, per la sua esclusione di una pluralità di vie di salvezza, tutte in sé sufficienti e piene di gra-

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Rabindranath Tagore con i suoi seguaci

zia e verità. Che in questi sentimenti si annidi la nostalgia per una pluralità di dèi è possibile, ma l’odierno politeismo, a livello di massa, è più sfumato. C’è l’orrore per l’integralismo, ovviamente, ma l’idea è che le varie religioni siano a loro modo tutte espressive di un divino. E tuttavia questa divinità somma, come già spiegava ad Ambrogio il pagano Simmaco, è inconoscibile e lontana, troppo lontana per appassionare gli uomini e prendere cura di loro. Da uno scrittore latino del III secolo, Minucio Felice, ci è giunto un altro dialogo, molto raffinato, nel quale il pagano Cecilio, passeggiando sul litorale di Ostia, dopo aver reso omaggio a una statua di Serapide, spiega che «nelle cose umane tutto è dubbio,

incerto, indeciso» ma proprio per questo è bene seguire la religione degli antichi e adorare «quegli dèi che i nostri padri ci hanno insegnato a temere, piuttosto che a conoscere troppo da vicino». In un’omelia in piazza San Pietro dello scorso 11 giugno, Benedetto XVI ha detto che «stranamente questo pensiero è riemerso nell’Illuminismo». E in effetti un campione dell’età dei Lumi come il miscredente Voltaire ordinava ai suoi familiari di ossequiare il cristianesimo e i suoi precetti, per motivi di buona creanza civica. Dio c’è, forse. E forse è lui che ha creato il mondo. Ma poi se ne è talmente disinteressato da sparire dall’orizzonte vitale. La sua bontà è tutta nel non produrre disturbo alcuno. E così, sotto il cielo di questa divinità vaga e remota, la terra si è popolata di nuovi dèi. In divisa laica e pragmatica. Già nell’Ottocento, nei suoi “Saggi sulla religione”, l’economista e filosofo John Stuart Mill scrisse che il politeismo era di gran lunga più funzionale del monotesimo nel descrivere quella pluralità di etiche che caratterizzava la vita della società industriale. E Max Weber, nel primo Novecento, co-

POLITEISTI IN LIBRERIA Per saperne di più, un brillante manifesto del politeismo di ieri e di oggi è il libro di Marc Augé, “Genio del paganesimo”, Bollati Boringhierti, Torino, 2008, pp. 322, euro 19,00. Un altra guida indispensabile al tema è “Il politeismo dei valori”, Morcelliana, Brescia, 2010, pp. 168, euro 14,00, che raccoglie i testi di Max Weber sull’argomento, introdotti e annotati da Francesco Ghia. E ancora, un testo capitale sulla rottura operata dal monoteismo mosaico in rapporto alla religione dei faraoni, è quello di Jan Assmann, “Dio e gli dèi. Egitto, Israele e la nascita del monoteismo”, il Mulino, Bologna, 2009, pp. 214, euro 15,00. Dello stesso autore, contro l’esclusivismo di una religione fondata su un Dio unico, è uscito quest’anno un commento al primo comandamento del decalogo: “Non avrai altro Dio. Il monoteismo e il linguaggio della violenza”, il Mulino, Bologna, 2010, pp. 152, euro 9,00. Sul piano letterario, una pietra miliare del sentimento mitologico e politeista resta il volume di Roberto Calasso uscito in prima edizione nel 1988: “Le nozze di Cadmo e Armonia”, Adelphi, Milano, pp. 487, euro 14,00. Infine, per una lettura critica del neopoliteismo contemporaneo sullo sfondo delle polemiche dei primi secoli cristiani, c’è il saggio di Leonardo Lugaresi, “Perché non possiamo più dirci pagani”, all’interno del volume a più voci “Verità e mistero. Nel pluralismo culturale della tarda antichità”, a cura di Angela M. Mazzanti, Edizioni Studio Domenicano, Bologna, pp. 360, euro 22,00.


CULTURA Albert Schweitzer. In basso: una donna omaggia Mahatma Gandhi

tuire al mondo quella sacralità che il cristianesimo gli ha tolto». E qui entra in gioco un grande egittologo, il tedesco Jan Assmann, che ha indagato a fondo sulla novità rivoluzionaria introdotta dall’unico Dio della religione di Mosè. Il Mulino, nel pubblicare quest’anno dieci saggi affidati ad altrettanti autori sui dieci comandamenti del decalogo, ha assegnato ad Assmann il commento del “Non avrai altro Dio”. Assmann vede nel monoteismo fin dal suo nascere, un contrapporsi esclusivo e intollerante alle altre religioni. Tutti i monoteismi storicamente venuti alla luce, dall’ebraismo, al cristianesimo, all’islam, portano in sé, a suo giudizio, il veleno della violenza. E allora egli chiede ai monoteismi di superare i loro assoluti e «raggiungere il punto trascendentale grazie al quale diviene possibile la vera tolleranza», di elevarsi cioè alla forma superiore di «sapienza religiosa» o di «religione profonda» incarnata da sapienti come Albert Schweitzer, il Mahatma Gandhi e Rabindranath Tagore, insomma, «all’ideale settecentesco di tolleranza espresso nella parabola dei tre anelli del massone Lessing, nel racconto di “Nathan il saggio”». E cos’è questa se non la religione senza norme né dogmi dell’Illuminismo, con il suo Dio remoto? E a che cosa può aprire lo spazio, questa religione vaga, se non a un nuovo politeismo dell’arbitrio? Il 13 settembre, nel ricevere il nuovo ambasciatore tedesco presso la Santa Sede, Walter Jürgen Schmid, Benedetto XVI ha alzato gli occhi dal testo scritto e ha così proseguito: «Molti uomini mostrano oggi un’inclinazione verso concezioni religiose più permissive anche per se stessi». Da qui ancor più si capisce perché oggi, per papa Benedetto, «la priorità suprema e fondamentale» sia di riaprire a una umanità disorientata l’accesso a Dio, e «non a un qualsiasi dio, ma a quel Dio che ha parlato sul Sinai; a quel Dio il cui volto riconosciamo nell’amore spinto sino alla fine, in Gesù Cristo crocifisso e risorto». ■

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Foto: Bettmann - Corbis, Epa - Corbis

niò la formula di “PolytheiSi parla di una smus der Werte”, politeismo dei valori, per indicare il Pan- religione profonda theon della moderna società. incarnata da In un mondo disincantato, sapienti come senza più un unico Dio che proclami comandamenti va- Gandhi, Tagore, lidi per tutti, ciascuna delle Albert Schweitzer sfere sociali, dalla politica all’economia, dall’arte alla scienza alla stessa religione, è retta da un suo dio con i suoi oracoli. Oracoli spesso tra loro in conflitto, con l’uomo drammatica- fende una “etica del finimente solo nell’ora della decisione. Weber, to”, un insieme cioè di ricon l’impeccabile distacco dello studioso, ferimenti “politeistici”, non disse se questo moderno politeismo multipli, che offrano alfosse un bene o un male. Ma altri pensa- l’uomo dei punti d’aptori venuti dopo di lui non nascondono poggio, mai definitivi ma più a cosa vanno le loro simpatie. Nel se- capaci di salvarlo provvisoriamente dalcondo Novecento, alla “teologia politica l’anarchia degli istinti. Sicuramente, però, del monoteismo” propugnata da Erik Pe- l’opera che ha più instillato nella cultura terson (un autore tra i più letti e ammira- italiana contemporanea una rivalutazione ti da Joseph Ratzinger), il filosofo tedesco del politeismo è “Le nozze di Cadmo e ArOdo Marquard contrappone una “teolo- monia” (Adelphi) di Roberto Calasso, del gia politica del politeismo”, e nel titolo del 1988, con la sua evocazione gloriosa della suo saggio loda tale politeismo con la qua- mitologia classica. lifica di «illuminato». A suo giudizio, l’uo- A dispetto del disincanto del mondo demo ha sempre bisogno di miti, e l’impor- scritto da Weber, infatti, la società modertante è che tali miti siano molti e aperti a na non appare immune dall’opposta seduinfinite variazioni, come nella mitologia zione di un mondo nuovamente incantato. antica, all’opposto dell’ebraismo e del cri- Alain de Benoist, pensatore della “nouvelstianesimo che poggiano su fatti storici le droite” francese, è il più acceso banditounici e incontrovertibili. re di questo ritorno alla sacralità neopagaIn Italia è Salvatore Natoli il filosofo che di- na. Per la cultura da lui rappresentata il grande nemico è proprio il giudeocristianesimo con la sua idea “desacralizzante” di creazione. Se non c’è altro Dio all’infuori del Dio unico, le creature non hanno più nulla di divino e perfino gli astri, come dice la prima pagina della Genesi, sono semplici “luminari” appesi dal Creatore alla volta celeste per segnare il giorno e la notte. Il mondo è definitivamente consegnato alla sua profanità. Osserva Leonardo Lugaresi, docente a Bologna e Parigi e specialista di cristianesimo antico: «Nel rimprovero oggi mosso al cristianesimo di essere responsabile della desacralizzazione torna la vecchia accusa di ateismo mossa ai cristiani dei primi secoli». E aggiunge: «Come allora, il cristianesimo sarebbe nocivo perché ha tolto alla terra il suo incanto, i suoi dèi, e ha privato l’uomo di un rapporto religioso con la natura. Di conseguenza, il nuovo paganesimo vuole resti-


CULTURA

Twilight e Harry Potter. Ma anche Geronimo Stilton o i libri d’artista. Creati per i piccoli, conquistano gli adulti. Perché ormai l’infanzia non finisce più DI ANTONELLA FIORI

ibri per adolescenti e per bambini comprati e letti anche dai grandi. Non solo bestseller come Harry Potter, la Gabbianella, i Vampiri, o classici come Pinocchio e Pippi Calzelunghe, ma anche gli illustrati tradizionalmente rivolti ai più piccoli. La novità è che l’infanzia è diventata una categoria emozionale. Da “In riva al fiume ”(Gallucci), capitolo finale dell’origine dalla specie di Darwin illustra-

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to da Fabian Negrin a “Io non ho paura” di Niccolò Ammaniti o “Il caso del cane ucciso a mezzanotte” di Mark Haddon (entrambi Einaudi) l’offerta è sempre più cross-over. Oggi i libri per ragazzi sono “0 a 99 anni”. «Una volta un adulto poteva leggerli ma li sentiva come “per ragazzi”», dice Antonio Monaco, coordinatore del gruppo ragazzi dell’Associazione italiana editori. «Oggi invece una quota di vendita di questi libri va direttamente agli adulti».

Se l’offerta dai tre ai sei anni è stata la grande novità degli anni 2000-2008, negli ultimi tre anni la spinta più forte è per i giovani adulti in un settore che conferma un aumento nel 2009 di mezzo punto più alto della media generale della varia adulti: il 4 per cento rispetto a un 3,5 per cento. Un interesse che cresce anche nelle manifestazioni dedicate ai libri. Oltre alla Fiera del libro per ragazzi di Bologna, Minimondi a Parma, Tutte storie a Cagliari, Quante storie a Milano. E l’e-book? Non c’è ancora un supporto tecnologico adeguato, dato che il software che viene usato per il libro elettronico ha difficoltà a gestire testo e immagine. Ma già arrivano libri come le “Storie della Bibbia” (Rizzoli) illustrate da artisti di fama e accompagnati dalla musica. PRIMA DELLA PRIMA

Sono “lettori” da zero a tre anni. Quella fase in cui il libro non è ancora minacciato dal computer. Oltre a Baba libri, Nord Sud, che

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Foto: O. Orlandini - Michele D'Ottavio

Bambini per sempre

valorizzano il disegno classico, e Panini che si è affermato con le invenzioni di Giulio Coniglio e della Pimpa, editori come Orecchio Acerbo e Topi Pittori, o Elliot con le bellissime immagini di Shaun Tan, hanno dato all’illustrazione una forza narrativa autonoma. Che è evidente in accoppiate come quella tra “L’abbraccio” di David Grossman e le illustrazioni di Michal Rovner (Mondadori). «Attraverso le immagini si dicono cose che con le parole sarebbe più difficile dire», spiega Fausta Orecchio, che a Natale manda in libreria “Pronto soccorso e beauty case” e “Mondo Matto”. Sono libri ponte tra grandi e piccoli, da leggere insieme come quelli di Beatrice Alemagna per Donzelli, o come le canzoni illustrate e con cd proposte da Gallucci: che ora ha ristampato il bestseller “Ci vuole un fiore” con un QRcode che contiene un’intervista introvabile a Gianni Rodari e Sergio Endrigo. «Una delle nostre idee guida è stata quella di trasformare la grande canzone d’autore degli anni Sessanta in un libro, mescolando cultura alta e pop», dice Carlo Gallucci, che in dieci anni è passato da due a 48 titoli l’anno. Sempre più spesso i libri stimolano tutti i sensi: con la musica, il video e adesso anche i chip affogati nella carta per creare l’effetto Avatar: vedi “Cuccioli in 3 D”, che contiene gli occhialini per vedere gli animali che escono fuori dalla pagina. Ma anche libri di “ingegneria cartacea” come “La rana dalla bocca larga” di Iain Smyth (Ape Junior), “I cinque sensi” di Hervé Tullet (Rizzoli), o “Gli uccelli” di Germano Zullo e Albertine (Topipittori). Tra i più originali, “Il libro dei becchi” (Corraini) di un ventiduenne, Oscar Bolton Green, che racconta con i suoi disegni la morfologia

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del becco degli uccelli: «Richiestissimo, come anche tutti i libri di Munari che abbiamo pubblicato, tra gli over 20», dice Marzia Corraini. Con i “leggipenna” della Disney invece basta inserire nella penna una cartuccia, appoggiarla sulle pagine, e il libro prende vita. Ogni cartuccia contiene una storia diversa: da Trilli a Winnie the Pooh. Spiega la responsabile marketing Carlotta Saltini: «I nostri valori cardine sono creatività e innovazione, cerchiamo di continuare a incorporare le nuove tecnologie in modo che anche i libri siano una opportunità di sperimentare l’unicità della magia Disney». ELEMENTARI WATSON

La fascia d’età della scuola elementare è quella in cui si impara a leggere ma anche ad amare i libri: qui è concentrato il 60 per cento della produzione. E qui è nato Geronimo Stilton, fresco di debutto sull’iPad: il topo ideato da Francesca Dami per la Piemme è un fenomeno che ha rivoluzionato il settore con cifre da capogiro (20 milioni le copie vendute in Italia, 45 milioni le copie totali in dieci anni). Altro exploit di Piemme la serie “Gol!”, firmata da Luigi Garlando pubblicata nella collana Il Battello a Vapore. Resistono classici come le “Favole di Esopo” (Ape Junior) e in versione audiolibro il bestseller “L’Occhio del lupo” di Daniel Pennac letto da Claudio Bisio per Salani che assieme a Editoriale Scienza inizia a

puntare su saggi di divulgazione storica e scientifica. «Ai bambini di questa età si comincia a parlare di temi universali», dice Chiara Belliti, editor specializzata in libri per ragazzi che oggi consiglia “La mia vita con Yoda” di Tom Agleberger, (Il Castoro) dove il protagonista, lo sfigato Dwight, grazie a un origami a forma di Yoda dispensa perle di saggezza. Un autore di noir come Massimo Carlotto invece ne “Il mistero dei bisonti scomparsi” (Gallucci) mescola ecologia e lotta al razzismo: «I bambini hanno un sacco di cose da chiedere e le favole devono dare risposte», spiega. «Ma si devono creare nuove storie dato che le domande e le risposte di oggi non sono quelle di ieri». PASSAGGIO IN OMBRA

Le domande e le risposte sul presente ritornano anche nei libri per i preadolescenti, quell’età tra gli undici e i 13 anni che fino a poco fa segnava il passaggio verso la nonlettura. Ne “Il regalo nero” di Dolf Verroen (Beisler) la piccola protagonista riceve in regalo uno schiavo: uno straordinario apologo per grandi e piccoli della banalità del male. Anni cruciali, quelli delle scuole medie. Se fino a inizio 2000 questa fascia era dominata dalla narrativa di tensione, anche con autori come Carlo Lucarelli, negli ultimi anni il rosa ha scavalcato il giallo. Le ragazze leggono di più e a loro si indirizzano proposte specifiche come i libri di Jacqueline Wilson, “Piantatela”, “Chi l’ha detto

Illustrazioni di Hervé Tullet (sopra) e Beatrice Alemagna (a sinistra). In alto: uno stand a Salone del libro di Torino. Nella pagina accanto: tavola di Shaun Tan da “The rabbits”

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CULTURA

FLAUTO DOPPIAMENTE MAGICO «Pa- pa- pa- Papageno…»: con il suo inconfondibile richiamo il buffonesco, piumato maestro di cerimonie dell’opera di Mozart ci ricorda che a Natale in libreria saranno due le versioni del “Flauto Magico” a contendersi il favore di adulti e bambini. Lo straordinario film d’animazione di Giulio Gianini e Emanuele Luzzati (1978) riproposto per la prima volta in Dvd dall’editore Gallucci arriva accompagnato da un agile volumetto illustrato con disegni originali, fotografie, recensioni e perfino una lettera autografa di W.A. Mozart. L’altra novità è “Il flauto Magico secondo l’Orchestra di Piazza Vittorio”, libro + cd (Elliot) tratto dall’omonimo spettacolo ideato e diretto da Mario Tronco che da circa due anni gira per l’Europa con enorme successo. Difficile immaginare due metamorfosi più diverse: da una parte un magnifico cartone animato scandito dai ritmi e dalla partitura dell’opera (l’orchestra dei Berliner Philarmoniker diretta da Karl Böhm) dall’altra la leggerezza di una rivisitazione

in chiave multietnica tanto libera quanto inaspettatamente fedele all’originale. Eppure, in entrambe le versioni è proprio la fiaba a prevalere, assieme alla fantasia, alla forza comunicativa ingenua e allegra dell’arte popolare. Gianini e Luzzati, i due navigatori solitari del cartone animato, avevano impiegato due anni a compiere l’impresa. Il metodo

di lavoro della premiata ditta era molto semplice. Soggetto sceneggiatura e regia erano opera comune. Luzzati eseguiva i disegni trasformando materiali poveri e a volte poverissimi (centrini di carta, cascami di stoffa, copertine di vecchi quaderni) nei sontuosi mantelli della Regina della Notte o in quei suoi fondali di immaginifica ricchezza. I suoi disegni passavano poi a Gianini, un maestro della tecnica del decoupage. «Con “Il Flauto magico”» spiegava Luzzati, «ho capito che una scena può cambiare a tempo di musica, che è la musica a dettare il ritmo dei movimenti, delle immagini, dei colori». E infatti in questo loro “Flauto” non sono soltanto Tamino, Pamina, Papageno, Sarastro e Monostato a muoversi a ritmo di musica: anche piante, cieli, fiori, colori partecipano alla festa con un sorprendente effetto caleidoscopio.

I conflitti drammatici si appianano e si trasformano semmai in contrasti grafici e cromatici. Il vero protagonista è Papageno nella duplice versione animata e interpretata da un attore, Marcello Bartoli, che fa da narratore della storia. Per uno di quei prodigi di cui il libretto di Emanuel Schikaneder trabocca nel “Il Flauto Magico secondo l’Orchestra di Piazza Vittorio” la musica mozartiana si trasforma in reggae, jazz, intrecci ritmici africani e orientali. Il libro illustrato da Lino Fiorito riprende l’idea della favola tramandata in forma orale e giunta fino a noi attraverso le culture di appartenenza dei vari musicisti su cui è costruito lo spettacolo. «Siamo in un paese lontano, dove c’è tanta acqua e le palme sono verdi. C’è anche un bosco e dentro il bosco c’è una ragazzo straniero, il suo nome è Tamino…». L’inizio echeggia il classico “c’era una volta”, ma il finale riserva parecchie sorprese L’amore infatti trionfa dappertutto: e in una balera di Valparaiso la Regina della Notte e Sarastro, solle note di un mambo, scoprono di essere follemente innamorati. Alberto Dentice

Foto: M. Murat - Corbis

che il bullismo esiste so- Carlotto. A destra: lo tra i maschi” (Salani) Geronimo Stilton. Sotto: Tamino in un o le “Galline selvatiche” disegno di Luzzati di Sonda. I perdenti hanno sempre successo: è ormai un longseller affermato il “Diario di una schiappa” di Jeff Kinaney (Il Castoro) , un caso scoppiato sul web. Altra tendenza sono i libri sugli animali, come i “Warrior Cats” di Erin Hunter. O i dizionari della Sonda (Bambino/Gatto e Gatto/Bambino e Bambino/Cane e Cane Bambino), che hanno venduto più di centomila copie. quell’età. Anche se dai 14 anni in poi i raSCAFFALI PER TEENAGER gazzi o leggono o non leggono. E se leggoIn passato si dava per scontato che i giova- no spesso seguono la moda. «Nell’editoria ni avessero gusti analoghi agli adulti, oggi per ragazzi inseguire i bestseller spesso ha invece si cercano proposte specifiche per portato a trascurare il catalogo», dice Lui-

gi Spagnol che ha recuperato autori come David Halmond, con il suo capolavoro “Skellig”. “La fabbrica di cioccolato” di Roald Dahl, sbarcato in Italia grazie all’intuito di Donatella Ziliotto, l’inventrice degli Istrici Salani, ha beneficiato invece del film di Tim Burton. «Avevamo il capolavoro di Dahl in catalogo e grazie al film ne abbiamo vendute 300 mila copie, ovviamente anche tra gli adulti», dice Spagnol che per il futuro punta su un altro titolo da young adult, “Il libro selvaggio” di Juan Villoro. Insomma, se è vero che questa è la fascia d’età dove spopolano “Twilight” di Stephenie Meyer (Fazi) e la “Saga del mondo emerso” di Licia Troisi (Mondadori), oltre a fantasy e vampiri c’è di più. Mentre la collana Freeway di Piemme passa dal thriller al rosa, le tematiche impegnate di cui è stata pioniera Orietta Fatucci di E-elle tornano in libri come “Méto” di Yves Grevet (Sonda) dov 64 ragazzi vivono sottoposti a una rigida educazione marziale. E la ricerca di nuovi eroi universali scopre la storia: come “Anita,” (Gallucci) di Antony Valerio,un personaggio che può piacere anche a un genitore. O addirittura a un nonno. ■


CULTURA

Ciak sul palcoscenico ui palcoscenici di New York, in questi giorni, c’è Al Pacino ne “Il mercante di Venezia”, Vanessa Redgrave in “A spasso con Daisy”, Laura Linney e Christina Ricci in “Time stands still”, una pièce nominata al Tony (l’Oscar per il teatro). Ma non è una novità: a New York, come a Londra e anche a Parigi, il mondo del cinema e quello del teatro coabitano in una vivificante osmosi. Nonostante le paghe del teatro in quei Paesi siano simboliche, gli attori si ritagliano lo spazio per frequentare il palcoscenico, perché, magari dopo un film d’azione o di fantascienza, è lì che si si rigenerano, e soprattutto, tornano alle radici del mestiere. In Italia invece, da anni, cinema e teatro sono mondi a parte. Ma la stagione appena cominciata segna una curiosa inversione di tendenza. Quest’anno, il cinema torna in forze negli spazi teatrali. Forse perché, visti i tagli ai fondi per la cultura, fare film è diventato più difficile. Sicuramente questo rimescolare di generi può far bene al teatro. Valerio Binasco è protagonista di “Filippo” di Alfieri, al Teatro Carignano di Torino, diretto da Mario Martone, il regista che lo ha voluto anche nel film “Noi credevamo”. L’attore, a sua volta, a breve, dirigerà due star del cinema prestate al palcoscenico: Riccardo Scamarcio e Isabella Ferrari. «Il teatro non è solo in cerca di fondi, ma di senso. E il senso ce l’ha, quando la sala è piena di gente, perché il teatro è una festa sociale», dice. Poi avverte: «Bisogna solo stare attenti che i palcoscenici non si riempiano di finte star». E spiega: «Il muro tra cinema e teatro è comunque un fatto recente, è stato il neorealismo a distanziare i due. Anche se i grandi dello schermo - Manfredi, Tognazzi, Moschin, Gassman - erano grandi attori anche di teatro». Binasco par-

Foto: F. Ferri, F. Riva, Olycom

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Ferrari e Martone. Scamarcio, Servillo e Virzì. Attori e registi del grande schermo tornano a cimentarsi con il teatro. Perché? Ecco le loro risposte DI MONICA CAPUANI

Isabella Ferrari (prima a destra) in “Due partite”. In alto: un ritratto dell’attrice. A fianco: Alessandro Gassman in “Roman e il suo cucciolo”

la pure dell’influenza reciproca tra teatro e cinema americano che, a un certo punto, ha rinnovato l’arte della recitazione. «L’Italia invece, per decenni, ha avuto la sventura del “teatro di regia”, da Strehler a Ronconi, che privilegia il lato formale dello spettacolo: una scuola che ha sfornato una generazione di attori analfabeti di cinema. Oggi, per fortuna c’è una leva di attori e registi che si sono ripresi il loro mestiere e viaggiano indistintamente, e con successo, tra i due generi. Uno per tutti? Toni Servillo. Mi dispiace invece che due grandi come Sergio Castellitto e Sergio Rubini non stiano rispondendo alla chiamata del teatro». Riccardo Scamarcio, che Binasco definisce «sensibile, inquieto, intelligente, sarà al-

l’Eliseo di Roma dal 14 febbraio al 13 marzo con “Romeo e Giulietta” di Shakespeare. «Il sogno di fare Romeo», racconta Scamarcio, «risale a quando ho cominciato a fare l’attore. Romeo incarna un sentimento assoluto, un candore ideologico, vive soggiogato dal mistero. E poi, un pubblico dal vivo ti fa ritrovare quella passione per cui ti perdi dentro un personaggio». Tutto bene quindi? No. Spesso gli attori di cinema non fanno teatro per la difficoltà delle lunghe tournée in tutta Italia. Ecco perché Scamarcio farà un mese solo a Roma, almeno per questa stagione: chi vorrà vederlo dovrà spostarsi. Stessa cosa per uno spettacolo che andrà in scena dal 15 marzo al 15 maggio, sempre all’Eliseo: “Se non ci sono altre domande”, scritto e diretto da un regista di cinema doc, Paolo Virzì. I protagonisti: Silvio Or-

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CULTURA

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Ambra Angiolini.

nia Woolf, diretto da In basso: Riccardo Emanuela Giordano». Scamarcio Valeria Solarino è pure lei attrice che il pubblico conosce grazie al cinema (“Vallanzasca”, “Manuale d’amore 2”). Dall’11 al 23 gennaio, sarà sempre al Carignano di Torino la protagonista di “La signorina Julie” di Strindberg, regia di Valter Malosti. «Il teatro è un bisogno», confessa: «Ci si può esprimere, liberi dal montaggio e da tutte le sovrastrutture». E sempre parlando di contaminazioni tra i due generi: dall’1 al 13 febbraio, al Quirino di Roma si potrà vedere “I pugni in tasca” di Marco Bellocchio, con la regia di Stefania De Santis, e Ambra Angiolini nel ruolo che sullo schermo fu di Paola Pitagora. Beppe Battiston, uno che frequenta sia il cinema che il teatro riassume con un po’ di polemica: «Il teatro, che soffre per colpa dei tagli del governo, è un terreno dove c’è libertà assoluta, anche per quelle tipologie di ruoli che al cinema ti sono preclusi. Ecco perché quando penso che chi fa cinema e tv porta via i pochi ruoli riservati agli attori di teatro, mi arrabbio. Ma poi: come nei paesi normali, anche in Italia tutti gli attori dovrebbero poter fare sia il cinema e tv che il teatro». ■

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Foto: F. Lovino - Contrasto, L. Pesce - Contrasto

lando, Chiara Caselli, Lorenza La scuola di Indovina, Lorenzo Citran. «Da tempo Silvio Orlando mi propo- Strehler e Ronconi neva regie di teatro. Quest’anno, ha creato attori gli ho detto di sì. Ma siccome soanalfabeti di no alle prime armi, gli ho posto una condizione: che fossi io l’au- cinema. Ora tutto tore del testo», dice Virzì: «La sta cambiando storia racconta di un uomo comune, un impiegato delle assicurazioni. Mi auguro che il mio non rimanga un esperimento isolato. Sarebbe bello che fare ogni tanto teatro fosse una pratica consueta per Manzoni di Milano, poi in i registi di cinema, per sperimentare forme tournée. Racconta la Ferrari: di narrazione, temi, e attori diversi. Vorrei «Carrière era lo sceneggiatoche si prendesse come esempio l’Inghilter- re di Buñuel, un regista che ha ra, dove si va a teatro con lo stesso spirito rappresentato donne particocon cui si va al cinema: a vedere una novi- lari, misteriose. “Il catalogo”, tà, non al museo». lo avevo letto anni fa, e mi è E poi c’è il caso Alessandro Gassman. Uomo caduto addosso mentre metdi cinema ma anche direttore dello Stabile tevo a posto la libreria. Mi ofdi Venezia, Gassman ha firmato la regia di fre un’occasione che dal pun“Immanuel Kant” di Thomas Bernhard, to di vista della qualità il cineuno spettacolo che sta girando con succes- ma non dà. Mi è venuta voglia so l’Italia. È pure regista e protagonista di di tornare alle origini del mio “Roman e il suo cucciolo”. A lui, bello e fa- mestiere e di incontrare il pubmoso, il cinema e la tv possono garantire blico. È la cosa che mi attrae e ruoli a getto continuo, perché ha optato per mi terrorizza del teatro: il conil teatro? «Il cinema è certamente più faci- tatto fisico, gli occhi, il respile, ma il teatro è soddisfazione e godimen- ro del pubblico tutte le sere». E sempre Crito. Sedere in platea quando c’è il mio stina Comencini è l’autrice di “Libere” un “Kant”, e vedere in diretta le facce degli altro spettacolo, con protagonista un volto spettatori mi ripaga di tutte le fatiche». noto del cinema, Isabella Ragonese (“La noLa prima esperienza teatrale di Isabella Fer- stra vita” di Daniele Luchetti). In verità la rari, che il cinema ha strappato ragazzina al- Ragonese ha cominciato la carriera sul palla scuola, è recentissima. L’ha convinta Cri- coscenico, e ora, dopo anni di grande scherstina Comencini nel suo “Due partite”. Ma mo, ne ha ritrovato il gusto grazie a “Libequest’anno recita anche accanto a Ennio re” appunto, un esperimento di teatro civiFantastichini ne “Il catalogo” di Jean- le promosso dall’associazione Di Nuovo, Claude Carrière, dall’11 al 30 gennaio al nata per discutere il ruolo della donna nella società italiana. «Più che un ritorno a teatro», lo spettacolo con la regia di Francesca Comencini (sorella dell’autrice) e Lunetta Savino al mio fianco, è stata un’esperienza. La prima volta che lo abbiamo fatto, a luglio a Roma, vedere che 250 persone erano in coda per strada, perché era tutto esaurito, è stato una sorpresa e un piacere. Mi è piaciuta l’idea di contribuire a protestare contro la perdita di diritti che sembravano acquisiti con il mio mestiere, che è la recitazione. Il teatro è polis, incontri gente che non conosci e condividi un’esperienza. E il prossimo anno tornerò sul palcoscenico, con un adattamento da “Orlando” di Virgi-


CULTURA ALBERTO ABRUZZESE INTERVENTO

McLuhan era già Web Famosissimo e incompreso. Citato da tutti ma misconosciuto. Un convegno invita a riscoprire il grande massmediologo. Che studiando la tv previde la Rete elebre per una intervista del 1969 a “Playboy”. Attore con Woody Allen in “Io e Annie”. Due libri cardine del pensiero novecentesco sulle tecnologie della comunicazione “Il medium è il messaggio” e “Il villaggio globale” - talmente profetici e dirompenti da essere entrati di diritto perfino nella chiacchiera quotidiana. E slogan - scippati, secondo alcuni, al futurismo di Marinetti - usati e interpretati da tantissimi specialisti. Tutto questo appartiene al talento di una sola persona, di cui l’anno prossimo si celebrerà il centenario della nascita: Marshall McLuhan (1911-1980). Nata nella prestigiosa Università di Toronto e poi dilagata in tutto il mondo, grazie anche all’allievo Derrick de Kerckhove, la sua fama si dice più apparente che reale: genio troppo grande per non essere onorato e troppo misconosciuto per non essere celebrato male o in modo fanatico? Vedremo. Intanto ecco qualche indicazione per chi voglia pensare McLuhan nella maniera che si merita e non solo per riparare i torti ricevuti da uomini di cultura tanto chiusi in sé da non esser-

si potuti spingere al di là delle citazioni imposte dalle proprie discipline: letterati, filosofi e intellettuali che mai - con un'eccezione, Renato Barilli - Marshall hanno preso in considerazione McLuhan le pagine su autori come Shakespeare ed Ezra Pound, scritte sempre da net. A leggere i primi trattati di Manuel originalissimo umanista anti-umanista Castells sulla nascita delle Reti, ci si acquale era. Nonostante McLuhan si fosse corge che i punti in cui la scrittura di queconvertito al cattolicesimo, non pochi sto noto sociologo si fa efficace dipendopensatori di formazione cattolica critica- no interamente dalla vocazione emotiva rono il suo stile antidogmatico: va rico- e antisistematica di McLuhan. Il medium nosciuto a Gianpiero Gamaleri di essere è il messaggio ma, a detta sua, è anche il stato tra chi ha più contribuito alla diffu- “massaggio”: accresce, aumenta sione in Italia della sua opera. Furono cri- l’espressione umana. McLuhan è stato tici anche alcuni scrittori che trattavano un “veggente” perché ha sostenuto che la gli stessi autori amati da McLuhan. A suo tecnica niente altro sia che il progressivo tempo - quando si sarebbe dovuto legit- espandersi nel mondo della carne umatimare l’autore di “La sposa meccanica” na. Il concetto di tecnica come protesi lo (del 1951, pochi decenni dopo le “mac- ha spinto a interpretare la televisione cochine celibi” delle avanguardie storiche e sì in profondo da vedervi già in azione la le pagine di Walter Benjamin sul sex ap- corporeità, emotività e tattilità di cui ogpeal delle merci e delle vetrine), “La Ga- gi si parla per il personal computer. lassia Gutenberg” (1962) e “Gli stru- Straordinaria per le sue indicazioni pomenti del comunicare” (1964) - si prefe- litiche è la sua opposizione tra linguagrì giudicarlo privo di basi teoriche e inca- gi del sentire (l’udito ma anche l’olfatpace di un’analisi degli effetti del conte- to e il tatto) e i linguaggi del vedere (non nuto dei media sulla società. Si arrivò a solo dunque la scrittura ma anche l’imritenerlo un agente magine). Infatti la scrittura è il medium dell’imperialismo delle leggi, del sapere istituzionale, delamericano. lo spirito delle nazioni, delle ideologie Organizzato da Alberto Abruzzese e Andrea Miconi, “Il secolo Perché allora cele- autoritarie e imperialiste che mortificaMcLuhan” è il convegno con cui la IULM di Milano apre le brarlo? Perché - e no e inibiscono il corpo e la vita quoticelebrazioni per il centenario della nascita del mediologo ora lo ammettono diana, mentre il sentire è il medium di canadese. Partecipano alcuni dei suoi più noti studiosi: Derrick de anche quanti gli han- ciò che sconfina oltre le barriere tra sfeKerckhove, a lungo direttore del Centro McLuhan all’Università di no prestato così po- ra privata e sfera pubblica: l’esperienza Toronto; Renato Barilli, studioso di arte e letteratura; il presidente ca attenzione - ha vissuta che si esprime nelle mode e neldella Quadriennale di Roma, Gino Agnese, e tanti altri tra i quali anticipato le dimen- le piattaforme espressive dei consumi. I Peppino Ortoleva, storico delle tecnologie della comunicazione, e sioni interattive e barbari della neo-oralità. Tutto questo Carlo Formenti, sociologo dei new media. I lavori si svolgono il 20 psicosomatiche, per- non è forse oggi al centro dello scontro e il 21 dicembre nella Aula Seminari della IULM, via Carlo Bo, 1 sonali e espanse, politico, e di governo, tra vecchi e nuo(per informazioni, mediascapes@mediascapes.it). inaugurate da Inter- vi contenuti? ■

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Foto: GettyImages, P. Cerroni - Imagoeconomica

Cent’anni di media

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CULTURA LA CARICA DEGLI ANTIEROI

Far West Coen DI LORENZO SORIA

ell’onorata storia del western, “True Grit” - in Italia “Il Grinta” - occupa un posto tutto suo. Diretto da George Hathaway, narra di una quattordicenne di nome Mattie Ross che per vendicare il padre ucciso da un malfattore arriva in paese alla ricerca del più duro degli sceriffi, di quello con più grinta e più attributi di tutti. Finisce nelle mani di Rooster Cogburn, un John Wayne un po’ traballante che pur con l’occhio sinistro bendato non sbaglia un colpo e che con quella sua interpretazione finì per conquistare l’unico Oscar della sua carriera. E assieme a un Texas Ranger anche lui sulle tracce del vile assassino, partono tutti e tre per una classica e avvincente caccia all’uomo, tra canyon, fiumi, deserti, fuorilegge, agguati, faccendieri, indiani, sparatorie, serpenti, cavalli fedeli che muoiono stremati dalla fatica e musica eroica al momento giusto. Quarantuno anni dopo, “True Grit” torna sugli schermi, diretto da un regista, anzi da due, che in realtà non sono mai stati dei fan del film originale e che a fare un western non ci avevano mai pensato: i fratelli Joel ed Ethan Coen o, come li chiamano ormai tutti, semplicemente “The Brothers”. «Non era un gran film, diciamocelo», sostiene senza mezze misu-

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re Joel. Ma per lui e per il fratello il libro di Charles Portis che ha ispirato il primo film e ora il loro, è un’altra cosa, un testo prezioso cui l’originale non aveva saputo rendere giustizia e che invece, nel riproporlo, hanno voluto seguire il più letteralmente possibile. «Il romanzo è davvero fantastico, hanno ricavato un film mediocre da un grande libro», insiste Joel: «Intanto, il punto di vista è quello della bambina. C’è anche molto più humour che in quel film. E tutto è molto più duro e più violento, il che è parte di ciò che lo rende interessante». “True Grit” dei fratelli Coen insomma non è il solito remake. E a costo di venire accusati di lesa maestà da milioni di fan di John Wayne che ancora adesso lo riveriscono come l’incarnazione delle virtù virili americane e per i quali resta “The Duke”, i “Brothers” hanno poi avuto la pensata di fare indossare la benda di Cogburn - spostata per vezzo sull’occhio destro - a un attore che è un po’ la sua antitesi contemporanea: a Jeff Bridges, un Oscar l’anno scorso come cantante country in “Crazy Heart” e per tutti “The Dude”, dal nome del giocatore di

bowling sempre stonato de “Il grande Lebowski”, primo grande successo dei Coen: un personaggio che conta su centinaia di siti Internet dedicati al suo culto e che gli assomiglia così tanto. “The Duke” contro “The Dude”, insomma: ma Bridges mette le mani avanti. «Quando mi hanno detto che non era proprio un remake mi sono sentito sollevato, perché non avrei voluto misurarmi con Wayne», spiega: «E se leggi il libro lo capisci: questa è una storia molto alla Coen». “L’espresso” ha avuto l’occasione di vedere in anteprima il “True Grit”, che esce negli Usa il 22 dicembre e in Italia a febbraio. È un film che rispetta le regole e l’iconografia del western, ma che allo stesso tempo porta il loro inconfondibile marchio di noir, di violenza quasi comica, di ironia, di misticismo, di senso dell’humour e dell’assurdo. Bridges - che tra poco apparirà nelle sale oltre che nella frontiera del vecchio West in quella digitale di “Tron” - offre un Rooster con tutti i luoghi

Hallee Steinfeld e Matt Damon in “True Grit”. Sopra e a destra: il protagonista Jeff Bridges. In alto: Ethan (a sinistra) e Joel Coen

Foto: P. Freed - Corbis

I fratelli registi del cinema Usa debuttano nel western. Con un remake duro e ironico di “Il Grinta”. E con un grande Jeff Bridges al posto di John Wayne

Rapitori e assassini, fannulloni e spacciatori: il mondo dei due registi

comuni dell’eroe un po’ andato e tirato per le maniche, ma allo stesso tempo sa dare al suo personaggio un marchio indelebile. «Quando pensi ai protagonisti dei grandi western, sono sempre tutti personaggi silenziosi, e invece nel corso della caccia Rooster non smette mai di parlare e di raccontare delle storie», commenta. L’assassino braccato è Josh Brolin, che era la vittima in “Non è paese per vecchi”, uno dei più recenti successi dei due fratelli registi, e che qui invece è la caricatura del fuorilegge cattivo. Se Bridges e Brolin sono due tra gli attori preferiti dei Coen, è invece al suo debutto Matt Damon, nella parte di un Texas Ranger che si unisce alla caccia a Brolin per l’omicidio di un senatore texano. Ma la forza trainante del film è la piccola Mattie. «Il libro è la voce di una quattordicenne e questo imprime alla storia un tono particolare», continua Ethan. Per trovarla, i

Arizona Junior. Tre anni dopo la

Il Grande Lebowski. Nel 1998

loro scoperta con “Sangue facile”, in questo film del 1987 Joel ed Ethan Coen entrano nel noir grottesco. Al centro, una improbabile coppia costituita dall’ex carcerato Nicolas Cage e l’ex poliziotta Holly Hunter che rubano il bimbo di un magnate. Nel cast, altri due del repertorio dei Coen: John Goodman e Frances McDormand, che Joel se lo è sposato. Fargo. Arriva nel 1996 il loro film più universalmente ammirato. C’è un altro sequestro, a organizzarlo questa volta è William Macy che vuole far rapire la moglie per estorcere soldi al suocero. Naturalmente va tutto storto, grazie alle intuizioni della McDormand nella parte di una poliziotta molto incinta. E Steve Buscemi finisce a testa in giù a sgambettare dentro uno sminuzzatore per il legno.

arriva un film che ai tempi è stato snobbato da critica e pubblico e che adesso ha un seguito da culto, con tanto di “Lebowski Fests” celebrate in tutti gli Usa e pure la religione del “Dudeism”, fondata sulla filosofia di vita di “The Dude”, il protagonista interpretato da Jeff Bridges. Non è paese per vecchi. Quello che i Coen hanno tratto dall’omonimo libro di Cormac McCarthy in realtà non è paese per chi ha ancora il senso dell’onore e della legge. È il film col quale i fratelli hanno vinto l’Oscar per miglior film e miglior regia. C’è stata una statuetta anche per Javier Bardem, nella parte di un assassino che più cattivo non si può. Bravi anche Tommy Lee Jones, lo sceriffo, e Josh Brolin, il veterano del Vietnam che si imbatte in un bottino di 2 milioni di dollari che gli porterà molta sfortuna.

“Brothers” hanno fatto 15 mila provini finché hanno puntato su Hallee Steinfeld, 13 anni quando ha girato il film, una ragazzina che con quella sua straordinaria ostinazione a voler mettere ordine in un mondo totalmente disordinato è già la piccola diva più quotata nelle previsioni per gli Oscar. «È un’anima molto saggia dentro il corpo di una tredicenne», sostiene Damon. E Bridges aggiunge: «Devo dire che quando l’ho vista il primo giorno di riprese ero un po’ nervoso, ma siamo stati davvero fortunati. Hallee è molto matura, molto aperta e non nasconde la sua innocenza». A partire da quando sono emersi nel 1984 con “Sangue facile”, Joel e Ethan Coen hanno saputo raccogliere un seguito da culto. I loro film, e il loro straordinario e bizzarro universo di situazioni, di personaggi e di atmosfere, vengono discussi, celebrati, imitati, disprezzati, osannati da legioni di spettatori e nelle scuole di cinema. C’è chi sostiene che sono dei nichilisti e dei fatalisti e chi dei geni e dei poeti, chi dei cinici che non hanno alcuna compassio-

ne per la sofferenza dei loro personaggi e chi dei giocherelloni che si dilettano a piazzare individui innocenti e tremendamente imperfetti in un universo duro, che non GUARDA IL FILMATO perdona, dove la vioFotografa questo lenza può essere così codice e vedi grottesca che alla fine il trailer di puoi solo riderci so“True Grit” pra. Ed è inutile andadal tuo cellulare. re a chiedere a Joel e A pagina 32 ad Ethan i significati le istruzioni per attivare il servizio nascosti e i simbolismi e le metafore del loro lavoro: al massimo si cava un «It was fun», era divertente. «Non siamo neanche poi così impegnati», aggiunge Ethan: «Un attore fa qualcosa di buono, noi ridiamo e poi chiediamo a Roger (Roger Deakins, il loro elegante direttore della fotografia sin dai tempi di “Barton Fink”, ndr.) che cosa ne pensa». E Jeff Bridges? Lui invece che cosa ci ha trovato in “True Grit”? Perché tornarci sopra? «Se c’è una morale non mi va nemmeno di parlarne perché il bello del film è scoprire le cose da soli. E poi c’è tutto quello che non viene detto», continua “The Dude”: «Ma c’è anche un qualcosa di biblico qui, un po’ come in tutti i film dei “Brothers”. Perché i protagonisti hanno tutti “true grit”, hanno la grinta per arrivare sino in fondo: e questa è una definizione che quasi coincide con quella dell’Illuminazione». ■

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CULTURA CINEMA di Lietta Tornabuoni

Woody incontra Buddha ome un Buddha sereno, dall’alto dell’età e dell’esperienza Woody Allen guarda donne e uomini quasi fossero formiche frenetiche che sul terreno s’incontrano, si scontrano, si incrociano, si mettono in fila, senza alcun motivo: e meno male che il carattere non cattivo gli fa preferire la benevolenza al disprezzo. Il tema di fondo del suo nuovo film, “Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni” è l’illusione, succedaneo della speranza, che aiuta i personaggi-formiche a sopravvivere: «A volte le illusioni funzionano meglio delle medicine». Film brillante, arricchito da un’aria leggermente antiquata, da musiche dolci, dal chiarore grigioperla di Londra. Eleganza. Manhattan spostata sul Tamigi. Attori ammirevoli. Anthony Hopkins, finalmente bravo in un periodo per lui molto poco felice, è un uomo anziano deciso a sconfiggere la vecchiaia e la morte: lascia la moglie coetanea, si risposa con una giovane puttana esibizionista e traditrice, va a correre, va in palestra, prende il Viagra, guida una decappottabile, veste sempre di bianco o di colori pastello. Sua moglie Gemma Jones s’affida all’alcol, alla chiromante, all’incontro con un vedovo bibliofilo quasi pazzo. La loro figlia Naomi Watts s’interessa troppo al proprietario della galleria d’arte in cui lavora, Antonio Banderas. Il marito di lei Josh Brolin è attanagliato dall’ansia: dopo un primo romanzo di successo s’è bloccato, il nuovo libro gli viene rifiutato, l’unica soluzione per non confessarsi fallito a se stesso e agli altri sta nel compiere un’azione indegna per la quale verrà forse punito. Altri personaggi circondano questo quartetto

Foto: M. Sayles - Ap / LaPresse

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In alto: “Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni”. Al centro: Ridley Scott. A destra, in senso orario: “L’ultimo esorcismo”, “In un mondo migliore” “Nowhere Boy”

L’espresso 16 dicembre 2010

ALTRI FILM

L. T.

NOWHERE BOY di Sam Taylor Liverpool nel 1955. John Lennon è un quindicenne affamato di vita: dal libro “Imagine This” della sua sorellastra Julia Baird, una adolescenza difficile tra madre e zia, un rapporto essenziale con la musica, una formazione tormentosa.

sconclusionato: nessuno ottiene quanto desidera, tutti si consolano con l’illusione che ci riusciranno. Prima o poi. Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni di Woody Allen con Naomi Watts, Anthony Hopkins, Josh Brolin, Frieda Pinto

Natale con gli alieni

IN UN MONDO MIGLIORE di Susanne Bier Due bambini amici, uno perfido e uno buono, si influenzano e condizionano a vicenda, in una scuola piena di bulli violenti e in famiglie sconnesse molto per bene. L’esattezza psicologica e l’accuratezza del film meritano ogni ammirazione. L’ULTIMO ESORCISMO di Daniel Stamm I rituali ben noti (ragazzina indemoniata, turpiloquio, torsioni del corpo, croci, invocazioni) sono (in parte) modernizzati dalla presenza di una troupe televisiva che tutto riprende. Bell’atmosfera decadente tra campagne e baracche della Louisiana, non lontano da Baton Rouge.

Complice il Natale, tornano in Blu-ray (in lussuosi box) due delle saghe cinematografiche più amate: quelle dell’indomita Sarah Ripley in “Alien Anthology” (Fox) e dell’avventuroso Marty McFly in “Ritorno al futuro - La Trilogia” (Universal). Sono note a tutti le trame, e la bravura di registi quali Ridley Scott, James Cameron, Robert Zemeckis. A strabiliare è qui la qualità audio e video, più la quantità degli extra: ad esempio, ben 17 ore di speciali per la prima, 16 scene eliminate e un lungo dietro le quinte per la seconda. Una vera festa per i fan. F. T.

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CULTURA DI ALESSANDRA MAMMÌ Ruderi&Sushi. “Made in Japan”. Fino al 28 gennaio. Galleria The Office e “Videozoom: Giappone”. Fino al 10 gennaio. Galleria Sala Uno. Roma

ARCHITETTURA di Massimiliano Fuksas

FANTASMI IN FACOLT≈ iove sui muri corrosi dall’incuria. Piove sulla Roma Imperiale. Piove, in questo lungo autunno, sulla decadenza dei politici. Piove su cortei di studenti. Piove sui ricercatori. Piove sui terrazzi difficilmente accessibili con studenti e dottori. Piove su un declino in questo autunno tardo e umido. Metafora di un autunno di crisi della cultura e del governo. Ma improvvisa speranza, per una coscienza che ritorna e si ripropone con le migliaia di voci che escono, dopo il torpore, dalle tv generaliste. Piove su studenti di architettura: oltre 70 mila. Andranno a ingrossare l’esercito dei 253 mila studi di architettura, che da dati più precisi, hanno 221 mila studi nella solitudine dell’unico addetto. In Germania sono 42 mila con un solo dipendente. La quantità dei professori delle Facoltà di architettura e il diffondersi di sedi periferiche e pseudo succursali su tutto il territorio nazionale hanno ormai raggiun-

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to un livello di isteria e di mancanza di contenuti che non merita probabilmente solo una riforma, ma dovrebbe divenire il tema fondante del nuovo rapporto tra educazione, formazione e ricerca. La maggior parte degli insegnanti di architettura hanno costruito pochissimo. A volte nulla. I rettori sembrano il prodotto di una sorta di amnesia in cui piccole carriere trovano uno sbocco amministrativo attraversando la politica. Sembra che la passione che scuole sono preda di deanima studenti e insegnanti di pressione. Però, sotto la scuole come Bartlett a Londra pioggia d’autunno, sui o Colombia a New York sia monumenti nella città, scomparsa in Italia. Un lavoro qualche cosa improvvistraordinario essere architetto. Di cui il pe- samente sembra cambiare. Sembra che il riodo migliore è quando si è studenti e ogni Dna stravolto dal consumismo, lentamensperimentazione ha cittadinanza. Invece le te, ritrovi le sue ragioni profonde.

ARTE di Germano Celant

Sculture fotografiche Scorrendo le pagine di un libro illustrato o di un settimanale con immagini, il lettore tende a considerare il testo come unica valutazione critica o teorica, tuttavia il suo sguardo è parimenti attratto dalla presenza delle riproduzioni fotografiche, che funzionano da illustrazioni del soggetto trattato. Anch’esse sono “interpretazioni”, agiscono da commento e giudizio, infatti oltre a documentare e a diffondere una “rappresentazione” dell’evento, spingono la percezione in una specifica direzione, quella dovuta alla messa a fuoco, al taglio, all’angolazione, all’illuminazione e a tutte le manipolazioni indotte dal fotografo: si offrono come un’ulteriore scrittura che descrive e giudica. Nell’ambito della storia dell’arte il valore

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Una passeggiata nel Giappone contemporaneo al centro della capitale dal Colosseo a San Giovanni. Di buon passo si può anche fare a piedi partendo da Sala Uno (piazza San Giovanni) dove è in scena una rassegna di video arte curata da Kenichi Kondo, del Mori Art Museum.

interpretativo della fotografia è risultato fondante, perché accanto alla funzione archivistica e mnemonica, le immagini prima in bianco e nero, ora a colori, si sono affermate come fonte di un diverso immaginario, oggi condiviso da un consumo di massa. In particolare la scultura, con le sue varianti a 360 gradi è stata oggetto di un’esplorazione ampia, che va dal 1839 al presente (“The Orginal Copy”, Museum of Modern Art Editions, New York) toccando dalle statue ottocentesche alle sperimentazioni materiche e formali, da Rosso a Rodin e Brancusi, per arrivare all’espansione del vedere su manifestazioni come la body art e la land art, che senza il documento fotografico avrebbero difficoltà a essere conosciute e comprese da molti. Un ruolo influente che amplia le intenzioni dello scultore, tanto che oggi anche la fotografia, da Mapplethorpe a Wurm è diventata scultura.

16 dicembre 2010 L’espresso

Foto: R. Caccuri - Contrasto

ART BOX

Università di Roma. Al centro: un’opera di Nobuyoshi Araki. In basso: Alois Lörcher, trasporto della “Statua Bavaria” a Theresienwiese a Monaco nel 1850

Qui si scopre che i giovani di Osaka e Tokyo sono concentrati sulla loro cameretta e il loro quotidiano. Ma il microcosmo spesso raccoglie il cosmo intero ed ecco che queste storie diventano parabola sulla crisi del Paese più orientale dell’Occidente e più occidentale dell’Oriente. Poi con questi pensieri in testa basta scendere lungo il colle verso il Colosseo e raggiungere in via Ostilia una galleria appena nata dalla costola di una casa cinematografica indipendente. Per il suo debutto The Office ha scelto maestri dell’ultima avanguardia giapponese. Tutti imperdibili: Nobuyoshi Araki, Yasumasa Morimura, Hiroshi Sugimoto e Yo Akao nel ruolo di allievo di cotanta nipponica sapienza.


CULTURA TELEVISIONE di Stefano Bartezzaghi

hi ha il mare, fa le spiagge e gli stabilimenti balneari. Chi ha la neve, costruisce gli skilift. Chi ha il petrolio, mette le trivelle. Chi ha il sole, coltiva pomodori. Chi ha avuto servizi segreti deviati, stragi, colpi di spugna, criminalizzazioni della meglio gioventù e protezioni politiche ai peggio criminali che deve fare? In mancanza d’altro (per esempio, in mancanza di soluzioni giudiziarie e politiche dei crimini sistematici) li vende. I primi a capirlo sono stati i dietrologi. Poi sono arrivati gli altri: giornalisti, avvocati, conduttori tv, scrittori, magistrati. In un Paese in cui i giudici scrivono romanzi e ispirano fiction, oggi c’è una tv non generalista, quindi non particolarmente vincolata ad ag-

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giungere una scena di casto amore per compensare presso la pia mamma gli squartamenti sanguinosi che hanno deliziato il figlio adolescente. Così “Romanzo criminale” (regia di Stefano Sollima; Sky Cinema 1 e HD, giovedì h. 21.00) può serializzare gli orrori della banda della Magliana, inventandosene di nuovi, visto che quelli ispirati alla vera storia e già filtrati dal giudice Giancarlo De Cataldo nel suo romanzo e già passati nel film e nella prima serie, sono ormai esauriti. L’esito non pare neppure un pro-

dotto italiano, tanto è assente qualsiasi cedimento macchiettistico o patetico. Ritmo, realismo nel linguaggio e nelle ricostruzioni, bravi attori (salvo il solito paio di cani che altrove non lavorerebbero) a raccontare una banda di self-made bad men, in bilico tra l’animalità degli istinti e il calcolo strategico delle conseguenze: le due facce difficilmente conciliabili del crimine. Anagramma: Romanzo criminale = zoom:

clan neri, armi.

LIRICA di Riccardo Lenzi CD ROCK

Gli amici di Ron In attesa del tour d’addio dei Rolling Stones, Ron Wood torna a dedicarsi all’attività da solista. Lo fa con un nuovo album, “I Feel Like Playing”, con cui sembra aver messo a tacere i gossip sulla sua turbolenta vita privata. Per realizzarlo, a Los Angeles, Wood ha alzato la cornetta del telefono e chiamato una serie di amici importanti come Flea (Red Hot Chili Peppers), Eddie Vedder (Pearl Jam), Slash (Guns’n’Roses), Billy Gibbons (ZZ Top), Ian McLagan (Faces), Jim Keltner (Traffic), solo per citarne alcuni. Il disco contiene 12 canzoni che racchiudono gli amori musicali del chitarrista inglese: da vecchi standard rivisitati (“Spoonful”) a energici brani rock (“Lucky Man”, “I Don’t Think So”), da solari episodi reggae (“Sweetness My Weakness”) a pezzi intrisi di blues (“Fancy Pants”). R.C. Anna Nicole Smith. Al centro: Ron Wood. In alto: “Romanzo criminale”

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Parabola di una coniglietta Nella storia della musica lirica i personaggi scandalosi, per non dire scabrosi, non sono mai mancati. Basterebbe pensare alle turbolenze moralistiche che suscitarono, nelle rispettive epoche, Violetta Valery, la Dama delle Camelie trasformata in “Traviata” da Verdi, o le vicende eroticopicaresche della Lulu di Alban Berg. Non devono quindi storcere il naso i benpensanti di fronte ad “Anna Nicole”, la nuova opera di Mark-Anthony Turnage, uno dei compositori più colti e raffinati

dell’ultima generazione, diretta da Tony Pappano, conduttore ben conosciuto e apprezzato dal pubblico di Santa Cecilia, in prima assoluta al Covent Garden di Londra dal prossimo 17 febbraio. Sul prestigioso palcoscenico verrà infatti narrata la parabola esistenziale di Anna Nicole Smith, modella di “Playboy” divenuta celebre quando si sposò con il ricchissimo petroliere J. Howard Marshall, di sessantatré anni più anziano, che l’aveva notata in un topless bar. Successivamente protagonista di un’eredità contesa, di scandali e infinite battaglie legali, concluse dalla morte sospetta, a quanto pare per overdose (le autorità competenti dichiararono che la Smith morì per un collasso in seguito all’uso eccessivo e contemporaneo di almeno nove sostanze diverse da lei abitualmente consumate per combattere la depressione e l’insonnia), ad appena quarant’anni di età: anche questo, un classico del melodramma. Temi osé, linguaggio forte, espliciti richiami sessuali sono gli ingredienti di questa eccitante storia, con l’avvenente interpretazione, nel ruolo del titolo, della soprano Eva-Maria Westbroek.

16 dicembre 2010 L’espresso

Foto: J. RYAN - AP / LaPresse, E. Scarpa, S. Mircovich - Reuters / Contrasto

Crimini perfetti


CULTURA LIBRERIE

IL LIBRO di Mario Fortunato

UNA SNOB IN FATTORIA na quindicina di anni fa John Schlesinger girò per la Bbc un film che in Italia sarebbe uscito invece nelle sale cinematografiche. Aveva un cast di prim’ordine: fra gli altri, Ian McKellen e Stephen Fry. Si intitolava “Cold Comfort Farm” ed era un autentico spasso. Fu così che scoprii il romanzo omonimo, scritto da Stella Gibbons nel 1932 e da allora uno dei più felici long-seller della tradizione letteraria britannica. Dopo qualche carsica e molto marginale apparizione italiana, quel romanzo vede finalmente la luce anche da noi con il titolo “La fattoria delle magre consolazioni”, inaugurando la nuova casa editrice Astoria (traduzione di Bruna Mora, pp. 287, € 17). Ora mettiamola così. Se avete apprezzato la “Zia Mame” di Patrick Dennis, dovreste aver già letto il libro di Stella Gibbons. Dennis è un americano che gioca a faro lo snob: il che è quasi una contraddizione in termini. Il suo sense of humour

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(stravagantissimo, godibilissimo) è solo una pallida copia di quello che travolge il lettore fin dalle prime righe della “Fattoria”. E la ragione è presto detta: se l’autore americano gioca a fare lo snob, Stella Gibbons è autenticamente se stessa, cioè una snob. Tutto comincia con la giovane Flora, ragazza londinese seria, efficiente e con precise pretese intellettuali che, per pure ragioni di interesse economico, si trasferisce presso dei lontani cugini, in una fattoria che definire bizzarra, scombinata e invivibile è un allegro eufemismo. Flora raddrizzerà le cose inesorabilmente, regalandoci una delle storie più divertenti della letteratura anglosassone.

La Lonely Planet pubblica nel suo “The Best 2011” una lista delle migliori librerie. E nella lista, c’è la libreria di Palazzo delle Esposizioni a Roma: cataloghi, documentari e film d'autore, oltre che ghiottonerie per architetti, designer e bambini. Nella lista, sorpresa, non c’è la Strand di New York, ma piuttosto ambienti magnifici o scelte non scontate. Quella di Ferlinghetti, la City Lights Books di San Francisco è al primo posto. A Buenos Aires si segnala El Ateneo, e con un auditorium del 1920. Una gemma dell'Art Nouveau di Porto, Livraria Lello, spicca per per lo stile gotico. Shakespeare & Company nel quartiere latino, rappresenta Parigi, Daunt Books Londra, Another Country Berlino. Atlantis Books è invece stata aperta da studenti a Santorini. E dalla finestra si vede il mare. C. M. C.

Libreria Shakespeare&Company a Parigi. In alto: West Berkshire in Inghilterra. In basso: Margherita Sarfatti nel 1931

LA LETTURA

La donna che inventò il Duce DI NELLO AJELLO «Benito, mio amore, mio amante, mio adorato!». L’invocazione porta una data, primo gennaio 1923, e una firma, quella di Margherita Sarfatti. La relazione fra Mussolini e l’intellettuale veneziana, di nascita e cultura ebraica, era cominciata nel 1912, quando il futuro duce assunse la direzione dell’“Avanti!” e la Sarfatti, che del quotidiano era critica d’arte, andò a presentargli le dimissioni di rito: respinte. Per quasi

vent’anni, il rapporto fra i due sarebbe proseguito su base paritaria, malgrado il maschilismo di colui che intanto aveva assunto il potere. La mitologia di Margherita trova espressione in un suo libro del 1925, “Dux”. A raccontare questa storia, già in parte nota, è Roberto Festorazzi in “Margherita Sarfatti, la donna che inventò Mussolini” (Colla editore, pp.432, E 22). Che Margherita lo abbia inventato suona eccessivo, ma è indubbio il suo impegno a dirozzare l’amante, destando in lui interessi d’arte. Inalterato rimarrà tuttavia lo scarto di provenienza sociale fra i due: Rachele

Mussolini definirà Margherita «una donnaccia», mentre alla Sarfatti l’entourage del dittatore apparirà un’accolta di parvenus. Alla caduta di Margherita agli occhi del duce valsero in parte gli intrighi orditi da Edda Ciano, oltre alla contrarietà della Sarfatti all’impresa etiopica, l’orrore che le susciteranno la guerra di Spagna, l’Asse RomaBerlino e la campagna antiebraica, che la costrinse all’esilio in Sud America. Resta, un giudizio tagliente della donna: colui «che nel ’45 venne fucilato da patrioti crudeli e indignati era il guscio degenerato del primo Mussolini». Il che sembra un postumo, patetico “anti-Dux”.

Foto: B. Wood - Corbis, S. Paiva - Anzenberger / Contrasto, Archivio GBB - Contrasto

VISTA MARE


LA STORIA

Decennio d’illusioni DI GIUSEPPE BERTA

Morti, che comincia poco oltre le nostre città. Così i casi della vita, i destini, scorrono sotto i nostri occhi, con accenti che vanno, dal tragico al comico, dal sarcastico al malinconico, dal patetico al depressivo. La tastiera di Arminio, in questo che è il suo breve capolavoro, è variabile, e insieme ripetitiva, per quanto nessuna vita somigli all’altra: la diversità come sintesi dell’umano. Il destino coglie i morenti in situazioni strane, paradossali; oppure no: nella perfetta normalità del vivere. Tutti si ricordano di sé nell’atto di transitare da viventi a trapassati. In verità, tutte queste 127 vite sono la medesima vita vista da 128 punti di vista differenti, la vita di Arminio. Arminio è il poeta del nostro sconcerto quotidiano, poeta in prosa del nostro affondamento progressivo.

he cos’è restato degli anni Ottanta?, verrebbe da chiedersi riecheggiando una canzone di quell’epoca, che allineava proIL ROMANZO di Marco Belpoliti tagonisti da lungo usciti di scena. Molti direbbero che, in Italia, il lascito ha un nome, quello di Berlusconi, affioraLa letteratura è un dialogo racconta le cause e i modi to da una Milano capitale di un’effimera con i morti, asseriva Giorgio della sua morte: “Cartoline modernità. E appunto la cifra del moderno Manganelli: la si scrive, dai morti” Nottetempo, pp. è quella che uno studioso quarantenne, non solo per coloro che 136, € 8). Cartoline perché Marco Gervasoni, autore di saggi di storia sono stati vivi, con cui si tratta di poche righe, politica e culturale, adopera per rileggere si continua il dialogo secche e compendiose quel decennio controverso (“Storia d’Italia in assenza, ma anche, e come quelle frasi che si degli anni Ottanta. Quando eravamo mosoprattutto, per coloro che scrivevano sul retro di foto derni”, Marsilio, pp. 253, € 20). Si pensi altra poco non lo saranno più. dei paesaggi. Qui però l’irruzione nel linguaggio politico della caUno scrittore cinquantenne, c’è solo lo spazio bianco, tegoria di “modernizzazione”, impiegata afflitto da ipocondria, mentre l’immagine della estensivamente da Craxi per denotare Franco Arminio, poeta città, del paese, del l’azione dei socialisti, in sintonia con una e paesologo, abitante a monumento, della chiesa, società in rapida evoluzione che si stava alBisaccia, in Irpinia, ha non si vede, forse perché lontanando dai due grandi partiti di masdeciso di fingersi morto, tutti questi morti che sa, la Dc e i comunisti. Un decennio all’ine di scriversi delle cartoline scrivono sono membri segna della discontinuità anche secondo indirizzate a se stesso, in del medesimo luogo, Gervasoni, che lo ritrae come una sorta di cui ogni singolo defunto appartengono al Paese dei terra di mezzo fra la Prima Bettino Craxi nel e la Seconda Repubblica. CARTOONING 1984. In basso: Ha ragione lo storico a riun’immagine di cordarci che non c’era af“Anna Blume” di fatto un destino inscritto Vassela Dantscheva. “Esterhazy” di Izabela Plucinska, mediometraggio animato in negli eventi e che non si posIn alto: un cimitero plastilina tratto dal romanzo di Hans Magnus Enzensberger e Irene sono ripercorrere quegli Dische, è uno dei punti di forza del programma della terza edizione anni come una sorta di pedel Piccolo Festival dell’Animazione di Udine, che si avvia il 17 riodo preparatorio a quandicembre. Il programma (su www.upfan.org e www.visionario.info) to accadde dopo. Nella ricomprende 27 opere e tra queste due lungometraggi: il cinese lettura di Gervasoni, anzi, “Piercing I” e la coproduzione europea “The Secret of Kells”. finiscono col delinearsi delIl festival, con la direzione artistica di Paola Bristot, è organizzato le occasioni mancate: l’Itadal Centro Espressioni Cinematografiche e dal CAV, Centro per le Arti Visive, insieme al festival Animateka di Lubiana e ha un ricco lia pareva ridurre la distanprogramma di opere provenienti da tutto il mondo, tra cui gli attesi za dalla società europea e “Lizard” di John Skibinski e “The Lost Thing” del prodigioso fare tendenza. Per un mocartoonist Shaun Tan. Oscar Cosulich mento ci sentimmo forti, grazie al made in Italy e al sistema moda, al successo di prodotti come la Fiat Uno e al computer M24 dalla Olivetti. Durò poco: già alla fine del decennio erano molte le ombre che si addensavano sul futuro di un Paese che stava per riscoprire le proprie fragilità.

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Centoventotto vite

Enzensberger in comics

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Foto: M. Lombezzi - Contrasto, P. Angelo - Contrasto

CULTURA


TECNOLOGIA

WEB E PRIVACY n vigile di Milano ha sperimentato sulla propria pelle, quest’autunno, quanto sia facile scoprire tutto su qualcuno via Internet. Era da giorni in malattia per un infortunio al polso, ma ha pubblicato su Facebook foto appena scattate in cui giocava alla lotta sulla spiaggia e sollevava sedie a sdraio. I colleghi l’hanno smascherato con una semplice ricerca. A ottobre, al ritorno dalle sue imprese estive, ha trovato ad accoglierlo in ufficio un’inchiesta per truffa aggravata e falso ideologico. Facebook è la via più facile per scoprire informazioni su qualcuno: ma ci sono modi più sofisticati, utilizzati da chi lo fa per professione. Investigatori, cacciatori di teste, truffatori di ogni risma, datori di lavoro a caccia di notizie sui dipendenti, addetti al marketing, avvocati e così via. In tanti infatti si aggirano sul Web cercando informazioni su altre persone, per scopi più o meno leciti. Una conferma è il successo crescente di 123People, il principale motore di ricerca specializzato sulle persone. In un’apposita casellina noi scriviamo nome e cognome della persona su cui ci interessa avere informazioni, e subito appaiono foto, indirizzi e-mail, pagine Web e altre informazioni, raccolte da vari siti e social network.

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Si diffondono i siti che svelano tutto di chiunque. Incrociando i diversi dati biografici sparsi per la Rete. E in Italia li usa soprattutto la Polizia

Nato a Vienna, questo sito curiosone adesso opera su 13 paesi, tra cui di recente il Brasile. Ha 40 milioni di utenti al mese, tre milioni in Italia. Motori di ricerca simili sono Pipl, Webmii (che chiedono anche di indicare la città dell’utente da trovare), Whoishim. Con Spokeo, partendo da una mail, un nome, un numero di telefono, possiamo ottenere le informazioni che ci servono su una persona. Questi strumenti generici sono solo il punto di partenza di una ricerca Web fatta bene. La si può approfondire in vari modi. Facebook - una volta individuato il profilo giusto e scartati gli omonimi- ci può dire l’indirizzo di casa e i gusti della persona. Non ci dobbiamo limitare alle informazioni del profilo ma anche ai commenti pubblicati e ai gruppi su Facebook a cui è iscritto. C’è una bella differenza tra l’indicare “calcio” nei propri interessi e l’essere iscritto a un gruppo di ultras dove abbondano commenti violenti. Certo, molte foto e informazioni possono essere nascoste sul profilo di Facebook e visibili solo agli amici. Ma è un ostacolo aggirabile con facilità: spesso basta richiedere l’amicizia dell’interessato: molti la concedono, sul social network, senza pensarci due volte. A maggior ragione se prima abbiamo avuto l’accortezza di ottenere l’amicizia dei suoi contatti e di mettere interessi comuni nel nostro profilo. E non c’è solo Facebook. Altra miniera di informazioni è Twitter. Può essere più difficile riuscire a identificare il profilo dell’utente se questi usa un nickname, ma sul Web molti indizi consentono di scoprirlo. A questo punto ci si apre un mondo. Possiamo persino iscriverci a servizi come Tweetbeep, che ci mandano una mail ogni volta che un nome viene citato su Twitter o altri network. Così saremo aggiornati sia su quello che scrive l’utente sia su quello che si dice di lui o lei. Su Twitter l’uten-

GLI INVESTIGATORI 1. Ministero dell’Interno 2. Regione Toscana 3. Ministero della Giustizia dip.org.giudiziaria del personale e dei servizi 4. Sanpaolo Imi s.p.a. 5. INPS Istituto nazionale previdenza sociale 6. BNL spa 7. Comando generale Arma dei carabinieri 8. Infocamere 9. Portale Comune di Roma 10. Ente Regione Marche Classifica degli utenti di provenienza dall’Italia di 123People. Il Ministero dell’Interno la guida con una frequenza di richieste quasi doppia rispetto al secondo classificato.

te può comunicare dov’è o dove intende andare. Se utilizza servizi per cellulari come Foursquare o Google Latitude, e noi siamo entrati nella sua cerchia di contatti, possiamo sapere anche il posto dove si trova momento per momento, via Gps. Non bisogna sottovalutare blog e forum vari, però, dove l’utente può scrivere commenti molto espliciti, magari con un nickname che abbiamo già identificato. E se il sito o il blog dove il “nostro uomo” si è confessato sono ormai scomparsi da Internet? Usare la cache di Google (opzione che appare dopo una qualsiasi ricerca) è l’abc; ci sono infatti servizi

DI ALESSANDRO LONGO

Chi sei? INTERNET lo sa 142

L’espresso

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La sede di 123People a Vienna. In alto, Domenico Vulpiani (polizia postale)


TECNOLOGIA meno noti, come Webarchive.org e Domaintools.com per andare indietro nel tempo. «Io uso 123People e Pipl, per scopi professionali», dice Fulvio Sarzana, avvocato esperto di diritto digitale: «Se voglio trovare un numero di telefono, uso invece Zabasearch, che è americano, ma io l’ho adoperato con successo anche per rintracciare una persona in Svezia», aggiunge. A questo punto dovremmo aver scoperto l’indirizzo o almeno la città dell’utente. Traok, Twitter, 123People, mite Paginebianche.it possiablog, forum, per qualsiasi mo risalire così al numero di Russell Perry, il fondatore tipo di indagine, anche pretelefono (se è in elenco). Ulti- del sito 123People. ventive, per vedere se un A destra: una sala operativa mo passo: con l’indirizzo, della Polizia postale qualche soggetto è sospetto Google Maps (maps.google di un’attività penale». .it) ci fa vedere la casa, dall’alto del sa- Del resto, il ministero dell’Interno è il tellite o con fotografie riprese dal livello primo utilizzatore di 123People in Italia della strada. Quest’ultimo servizio or- (come emerge dalla classifica a pagina mai copre quasi tutte le località italiane. 143) . Seguono la Regione Toscana, il La somma e l’incrocio delle informazio- ministero della Giustizia, Sanpaolo Imi ni così ottenute ci può dire moltissimo e l’Inps. È quanto risulta a un’inchiesta del soggetto: l’ha dimostrato l’anno che 123People sta per pubblicare, dopo scorso un esperimento della rivista fran- aver analizzato il proprio traffico per cese “Le Tigre”. Ha ricostruito la bio- scoprire quali sono le aziende e istitugrafia di un ragazzo qualsiasi solo usan- zioni che si sono connesse più spesso al do le informazioni pubbliche presenti su sito negli ultimi due anni. Dalla RegioInternet: amici, frequentazioni, fidanzate, appuntamenti nell’arco di dieci anni, feste e persino il numero di cellulare. 123People esempio raccoglie «Molti investigatori usano il Web per faIl principale motore profili di 500 re indagini su persone. Per esempio per di ricerca sulle milioni di persone conto del coniuge o dei soci di un’azienpersone. Attinge al mondo. Su da, che sospettano tradimenti o frodi», informazioni da Twitter si scopre conferma Miriam Tomponzi, a capo del200 fonti, tra cui spesso dove le la storica Tomponzi Investigations: «Si social network, persone vanno e possono fare ricerche su siti specializzati, blog, siti vari, per che cosa fanno in finanza e affari ad esempio, se la persotrovare foto, e-mail durante la giornata. na lavora in un campo specifico». e altri dati. Google Maps Ma il Web è una miniera anche per gli inPipl Una volta scoperto vestigatori della Polizia di Stato. «Ai miei Inserendo nome, l’indirizzo della tempi c’erano altri mezzi, ora c’è Facebocognome, città, persona cercata è ok ed è ovvio che gli investigatori vadano mail o numero di possibile vedere a guardare anche lì, dove molti dicono patelefono è possibile dall’alto la sua casa recchie cose di sé», dice Domenico Vulavere informazioni e immagini della piani, direttore del servizio di polizia posu una persona. Il via dove abita. stale e delle comunicazioni. Prima di ocservizio afferma di Foursquare riuscire a scavare Ci permette di cuparsi di cybercrime, è stato per cinque anche in pagine sapere dov’è la anni a capo della Digos di Roma: «Alla fiinaccessibili ai persona in ogni ne, un profilo della persona te lo riesci a motori di ricerca. momento a patto ricostruire, anche attraverso gli amici e gli Social network che renda pubblica amici degli amici di quel contatto». È il modo più questa informazione Fonti vicine alla polizia postale fanno saelementare per ai propri “amici”. pere a “L’espresso” che «si usano Facebo-

Foto pagine 142-143: Elaborazione fotografica di Daniele Zendroni, Corbis (2), P. Cerroni - Imagoeconomica, A. Vascellari Pagina 145: F. Fiorani - Sintesi

Attenti a questi

trovare informazioni su qualcuno. Facebook ad

L’espresso 16 dicembre 2010

Simile a Google Latitude e a Nokia Maps.

ne Toscana e dal ministero degli Interni spiegano la cosa con la semplice statistica: sono tra le istituzioni che più abbondano di computer connessi a Internet e quindi non ci sarebbe nulla di strano se i dipendenti vogliono informarsi su persone con cui hanno un appuntamento o un rapporto di lavoro. È tuttavia lecito supporre che, almeno nel caso del Viminale (quindi della Polizia di Stato), il sito venga usato come strumento di indagine conoscitiva sulle persone. Non a caso nella “top ten” ci sono anche i Carabinieri. Le banche, probabilmente, sono invece in cerca di informazioni sui clienti (ad esempio, la solvibilità). Non ci sono prove, ma si pensa che il sito venga infine usato dalle aziende pubbliche e private per un monitoraggio sia dei propri dipendenti sia di chi chiede di essere assunto. In generale, i datori di lavori ricorrono a investigatori o fanno da sé quando vogliono smascherare dipendenti furbacchioni o per sapere qualcosa di più su chi invia i curriculum: il 36 per cento dei responsabili delle risorse umane indaga via Web sui candidati, come riferisce una ricerca condotta quest’anno su cento imprese italiane, da Adecco, 123People e Digital Reputation.it. Poi ci sono anche i truffatori on line (i “phisher”) «che utilizzano siti come Linkedin e 123People per scoprire informazioni su utenti a cui vogliono sottrarre soldi», aggiunge Vulpiani. Tutti questi figuri che spiano gli utenti on line avranno vita più difficile se va in porto la campagna delle autorità europee garanti della privacy: premono sui social network perché rendano più visibili le opzioni con cui proteggere la privacy. Nel frattempo, la vita di molti resterà un libro aperto, sul Web, per chi sa ben cercare. ■

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INTERNET NEWS INFORMAZIONE di Carola Frediani

RIMBALZA LA NOTIZIA na volta un servizio televisivo o un articolo di giornale erano destinati solo a chi, appunto, in quel momento guardava la tivù o quel mattino aveva comprato un giornale. Adesso non è più così: Internet si impossessa di una notizia o di un video destinandoli a una nuova circolazione a un tam-tam che rimbomba di sito in sito. Così la Cnn ha deciso di svolgere un’ampia indagine internazionale per cercare di capire come vengano diffuse le informazioni on line, perché e da chi. In prima fila, in questo fenomeno, sono ovviamente i social network: il 43 per cento della condivisione avviene così; ma i link alle news si diffondono anche via e-mail (30 per cento), sms (15 per cento) e instant messenger (12 per cento). Tra le altre cose è emerso che a condivi-

Gli studi della Cnn. In basso: l’iniziativa “Dead Drops”

U

dere l’87 per cento delle storie è un gruppo di persone molto attive che rappresenta appena il 27 per cento degli utenti. Ecco perché li chiamano “influenti”. È quindi sulle loro bacheche virtuali che le testate devono far arrivare i link ai propri contenuti per fare traffico on line e diffondere il proprio marchio. Tra gli argomenti più gettonati, le storie con forti risvolti umani e personali, le notizie economiche, quelle di scienza e tecnologia. Seguono la satira e gli spettacoli.

NON SOLO CYBER

Uno scontrino contro Romani

Foto: E. Lesser - Redux / Contrasto

DI VITTORIO ZAMBARDINO Alla fine questa storia della disubbidienza civile sul decreto Romani sulle web tv potrebbe diventare una battaglia di scontrini. Il termine “disubbidienza civile” è associato a conflitti chiari. Di qua il buon diritto, di là la sopraffazione del potere. La disubbidienza, obbligando il potere ad attuare la sua legalità, ne rende evidente l’ingiustizia. Ma che succede se la situazione è meno chiara? Se il potere sfugge, si cela dietro cavilli ed ostacoli? L’autoritarismo soffice elude la provocazione gandhiana. Ed è questa la situazione nella quale si sono trovati i promotori dell’azione di disubbidienza contro le norme del decreto Romani. Più che abuso evidente, qui c’è la silenziosa applicazione di un approccio burocratico televisivo timoroso dei possibili danni alle audience costituite. Alle web tv perciò si chiede di rispettare le normative della televisione “vera”, quelle sulle fasce orarie e sui tetti di produzione originale tra le altre. Come si trasgredisce se il limite per la violazione - per esempio i 100 mila euro di fatturato pubblicitario è un traguardo difficile da conquistare? Ecco l’idea dell’appello, venuta a quelli di Agorà Digitale, l’associazione che promuove l’azione: mandateci tutti gli scontrini fiscali che avete, fino ad arrivare e superare quota 100 mila euro. Si cercherà di farli convergere dentro il “fatturato” di una televisione “disubbidiente”, che a sua volta cercherà di violare altre norme del decreto. Ma per essere “co-disubbidienti” potrebbe bastare la ricevuta dell’iPad che regalerete a Natale, o anche quella di un romanzo. In Rete: www.agoradigitale.org zetavu@gmail.com

L’espresso 16 dicembre 2010

Chiavetta con sorpresa Chiavette Usb che sbucano dai muri o dai lampioni come se fossero un normale oggetto di arredo urbano, una ringhiera o un portacenere: non è un’allucinazione di utenti ossessionati dal digitale ma un progetto artisticotecnologico realizzato a New York da Aram Barthol, che vuole mettere in piedi un network di file-sharing nel mondo fisico e in spazi pubblici. Tra Brooklyn e Manhattan si possono già incontrare alcune di queste chiavette, inserite tra i mattoni color terra bruciata delle case e perfettamente funzionanti. Chiunque può attaccarci il proprio pc e caricare o scaricare qualsiasi genere di file e contenuto vi trovi. L’operazione di disseminare chiavette Usb in luoghi pubblici è stata chiamata Dead Drops, un’espressione che indica, nel vecchio gergo spionistico, un luogo o un oggetto usato per scambiarsi informazioni di nascosto senza incontrarsi. E certamente l’idea di incrociare per strada una pendrive che non sappiamo cosa possa contenere può essere molto intrigante. Virus e altri software malevoli permettendo. C. F.

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TECNO SHOP MINI MINI

Cubo magico La forma è quella classica della Radiocubo Brionvega. Ma il TS525 è un sistema audio completo: Radio Internet con connessione Wi-Fi ed ethernet, con porte Usb, Radio FM, DAB/DAB+, docking station per iPhone e iPod, radiosveglia e telecomando. Il display è Lcd, e permette di ascoltare più di 12 mila stazioni. Prezzo: 549 euro. Info: www.radiocubo.it

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ECONOMIA

EURO NEL CAOS

LA BUFERA

Da sinistra, in senso orario: la sede della Banca d’Italia, Giulio Tremonti, Mario Draghi

SI AVVICINA

L’egoismo tedesco. Il coraggio di Trichet. I tassi sul debito in risalita. Il rischio crescita per l’Italia. I dubbi di Bruxelles. E la probabilità di una manovra. Scene da una crisi epocale

L

DI PAOLA PILATI

po del London Stock Exchange Xavier Rolet sorprendentemente indica come il prossimo paese sotto attacco per via del suo enorme debito pubblico. E l’Italia? Che ne sarà dell’Italia quando dovrà chiedere ai mercati di rifinanziare il suo megadebito, secondo solo a quello greco? Riuscirà a convincere i vigilantes dei bond come li ha definiti l’economista americano Ed Yardeni - a fidarsi della promessa che verranno ripagati, e che non ci saranno ritrutturazioni o, peggio, default? E soprattutto, al Tesoro italiano quanto costerà essere creduto dai mercati? Dovrà pagare tassi più alti o ricorrere a una nuova stretta dei conti, in altri termini a una nuova manovra? Che i tassi a lungo termine saliranno per tutti, non ci sono dubbi. «Potrebbe crescere il rischio di un circolo vizioso tra il costo e il livello del debito pubblico», avverte Via Nazionale nel suo primo Rapporto sulla stabili-

Più inflazione, zero svalutazione

tà finanziaria fresco di stampa: «L’incremento del debito provoca un aumento della curva dei rendimenti, che a sua volta spinge al rialzo il disavanzo e il debito». Pur non facendo riferimento all’Italia, sembra la foto di famiglia, scattata a via XX Settembre. Solo nel 2011 lo Stato italiano ha in scadenza 260 miliardi di titoli tra Bot, Btp, Cct (tanto per fare un paragone la Spagna, secondo il “Financial Times” dovrà rinnovare titoli per 160-180 miliardi): un centinaio dei quali solo tra febbraio e aprile. A imbellettarsi per i mercati, per di più, i governi non saranno soli, perché anche banche e imprese europee hanno fatto ricorso alle obbligazioni per raccogliere denaro negli ultimi due anni e quasi 800 miliardi sono in scadenza nel 2011. La gara per convincere i vigilantes dei bond (fondi pensione, assicurazioni, ma anche i singoli bond-people) a metterci ancora il loro denaro sarà durissima. «È qui che dovrebbe entrare in campo la politica», afferma Sandro Gozi, capogruppo Pd nella Commissione per le politiche dell’Unione europea alla Camera, «finora i governi hanno agito in un’ottica emergenziale, un tassello qui un tassello là. Ma non si capisce se ne uscirà un bel

L’espresso

A chi prestano le banche italiane

Foto: A. Casasoli - A3 (2), R. Franceschin - Luz Photo

a regola d’oro, di questi tempi, è: non stuzzicare i mercati. Non far annusare agli speculatori in movimento come lupi affamati la tua paura, non fargli avvistare il tuo lato scoperto. «L’euro non è in discussione», ha scandito pochi giorni fa il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi aggiungendo la sua ad altre autorevoli voci dell’eurocontinente scese in campo per scaldare la fiducia nella moneta unica e nel suo futuro, niente fughe, niente paesi di serie A e di serie B, nervi saldi e denti stretti, passerà la nottata. Eppure quei lupi affamati che hanno messo sotto tiro l’Irlanda dei crac bancari non perdono di vista le nuove prede: Portogallo e Spagna, prima di tutto, ma ogni occasione è buona per allungare la lista. Ecco quindi puntare all’Ungheria appena punita da Moody’s con un voto che rasenta il titolo spazzatura, o alla Francia, che il ca-

mosaico stile Ravenna o un orrendo patchwork». In effetti finora dalle capitali europee sono arrivati segnali contrastanti. La Germania ha accettato il salvataggio delle banche irlandesi malgestite perché il costo del loro crack sarebbe troppo elevato per la comunità dell’euro, ma soprat-

16 dicembre 2010

Case nel mirino: tassate una tantum? L’Italia non è certo il primo degli eurosorvegliati speciali della Commissione Ue, ma Bruxelles non mostra alcuna indulgenza di fronte a eventuali scostamenti nel nostro cammino di rientro nei paramentri. Così, ha detto a chiare lettere al governo italiano che potrebbe esserci una manovra di aggiustamento dei conti l’anno prossimo. Già, ma come? I primi indizi portano verso il patrimonio immobiliare. Graziato dal taglio dell’Ici per tutti voluto dal governo Berlusconi, ora torna nel mirino del fisco. Con un “una tantum” che dovrebbe portare nelle casse di Tremonti almeno 7-8 miliardi.

tutto perché avrebbe danneggiato le proprie banche, molto esposte in Irlanda (come pure in Spagna). Ma si è opposta alla soluzione di difendere i debiti sovrani attraverso la creazione di una Agenzia del debito europeo, caldeggiata ufficialmente da Giulio Tremonti e dal lussemburghese Claude Junker. «Mettere in comune pezzi del debito sarebbe il modo per arginare la speculazione», afferma anche l’ex ministro delle Finanze Vincenzo Visco (in un’inedita convergenza con Tremonti): «Negli Usa se c’è una crisi di bilancio dell’Ohio o dell’Arkansas, nessuno si mette ad attaccare il dollaro». Merkel e il suo ministro delle Finanze Wolfgang Schauble da questo orecchio

non ci sentono. L’alchimia di mettere insieme paesi con la tripla A e paesi periferici meno affidabili nella gestione del proprio debito pubblico darebbe vita a un mercato da 6 mila miliardi di dollari, lo metterebbe in concorrenza con il mercato dei Treasury americani, che di miliardi di dollari ne vale 6.900, ma avrebbe soprattutto l’effetto di dare sollievo alle finanze dei meno virtuosi gravando sulle economie più forti: i tassi degli e-bond, insomma, sarebbero più bassi di quelli portoghesi, o italiani, ma più alti di quelli tedeschi, e magari anche francesi. Si può capire perché Berlino e Parigi non ci stanno: la moneta unica non può eliminare il rischio insito nelle diverse economie dell’Unione, non può lasciare spazio

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ECONOMIA Ecco l’arma letale degli speculatori

Foto: P. Tre - A3

Un salone del ministero dell’Economia

all’“azzardo morale” di chi poi non vuole pagarne il prezzo. Vero. Ma, viceversa, c’è chi fa notare i vantaggi che finora i tedeschi hanno goduto grazie all’euro: «Il cambio fisso con gli altri paesi europei», spiega Visco, «ha consentito all’export tedesco di decollare come mai sarebbe successo con il marco». Per quanto ancora potranno arroccarsi in difesa dei propri interessi nazionali, se intorno cresce la paura di viaggiare su di un Titanic e i mercati finiranno per farla pagare un po’ a tutti? L’eroe di questi giorni è stato il capo della Bce Jean-Claude Trichet. Questo ex ingegnere e civil servant francese è riuscito a tenere la barra da solo in mezzo all’eurocaos. Ha respinto gli attacchi ai paesi più deboli comprando senza risparmiarsi i loro titoli (ha speso finora 69 miliardi, e i mercati fantasticano che potrebbe arrivare fino a mille miliardi di euro). Ha vinto le resistenze del consigliere della Bundesbank. Soprattutto, ha chiamato i governi a fare la loro parte. Che non è solo prepararsi a sostenere il Fondo di stabilizzazione da 440 miliardi creato per intervenire nelle crisi, o pensare che cosa avverrà dal 2013 in poi, quando la rete di salvataggio transitoria dovrà lasciare il passo a un meccanismo permanente ancora tutto da costruire. Ma è soprattutto rendere credibili i piani di riduzione del debito. Cioè il graduale ritorno dentro i parametri di Maastricht. Un cammino che per noi è particolarmente difficile. Le regole europee ci chiedono di riportare il deficit pubblico sotto il 3 per cento entro il 2012 dal 5,3 attuale, e di ridurre il debito a tappe forzate, la qual cosa comporterebbe, secondo le stime,

L’espresso 16 dicembre 2010

Nell’Europa dell’euro che scricchiola, l’attacco allo Stato effettuato attraverso i Cds (Credit default swaps) è già avvenuto in primavera in Grecia e in autunno in Irlanda. Ora nel mirino c’è il Portogallo e l’anno prossimo potrebbe toccare a Spagna e Italia. Prendere a spallate un paese vendendo allo scoperto i suoi bond richiede somme ingenti, mentre con i Cds bastano anche pochi quattrini. Qualcuno spiega col seguente raccontino il loro micidiale impatto. Alla signora rubano la borsetta contenente patente, documenti, carte di credito, agenda, stilo d’argento: per la derubata, un danno di un migliaio di euro, per il ladruncolo un incasso solo degli euro nel portafoglio. Con i Cds è più o meno lo stesso: per chi li compra e vende nei momenti giusti, l’utile può rivelarsi assai inferiore rispetto ai guasti che possono produrre. Perché far schizzare verso l’alto il valore di queste polizze assicurative (nate come strumento di protezione e poi trasformate in arma speculativa) può inguaiare di brutto un paese sovrano, che vedrà crollare i prezzi dei titoli di Stato e sarà costretto, nelle aste successive, a offrire rendimenti superiori. I Cds sono stipulati tra due operatori, che danno un prezzo all’eventuale rischio di fallimento di uno Stato, di una banca, di un’industria. Per proteggersi si paga un certo costo (vedere tabella). Sul mercato, poi, i Cds diventano anche uno strumento in grado di vivere di vita propria, anche se avvolto da una certa opacità: non esistono prezzi ufficiali e il valore è indicato dalle stesse banche d’affari - le grandi protagoniste sono Goldman Sachs, Morgan Stanley, JP Morgan e le altre grandi firme della finanza anglosassone - che costruiscono la polizza. Gli attuali valori dei Cds danno all’Italia una probabilità di fallimento del 12,7 per cento nei prossimi cinque anni, contro il 34 per cento dell’Irlanda e il 28 per cento del Portogallo. Il controvalore di Cds in giro sul debito italiano è il più alto del mondo (circa 30 miliardi di dollari) e nei primi sei mesi del 2010 ne sono stati scambiati per 550 milioni di dollari al giorno. «Se vuoi operare con i Cds, confronti i prezzi migliori offerti dai broker e li compri. I più liquidi sono quelli a cinque anni ma nessuno li tiene troppo a lungo. Chi li acquista “nudi”, cioè non per assicurare un investimento sottostante, vuol sfruttare l’estrema volatilità che caratterizza quelli dei Paesi identificati come deboli», dice Patrizio Pazzaglia di Bank Insinger. «La scommessa sulla discesa dei titoli di Stato è più difficoltosa perché se li vendi allo scoperto e poi non li reperisci sul mercato puoi vanificare il guadagno, invece i Cds sono teoricamente illimitati», aggiunge Giovanni

Gallone, specialista di derivati titolare di uno studio indipendente. Nessuno rivendica apertamente il merito di avviare, con i Cds, le valanghe che si abbattono sui singoli Paesi. Si sa che le solite grosse banche di Londra e Wall Street ne trattano parecchi, ma non si conoscono le controparti. È tutta una faccenda di “timing”, sostiene un altro esperto: «Quando si sa che uno Stato o una banca non è in grande salute, gli specialisti degli hedge fund monitorano le scadenze e con l’avvicinarsi del periodo del rifinanziamento, cominciano a vendere bond allo scoperto e comprare Cds. Il cui prezzo, naturalmente, prende a salire. Poi si accodano gli altri, che non vogliono perdere il treno, come i fondi obbligazionari, che hanno in portafoglio i bond in discesa. Tra febbraio e aprile 2011, Spagna e Italia dovranno emettere titoli per decine di miliardi. È sicuro che in qualche “trading room” si fa il conto alla rovescia per i prossimi raid, a meno che nel frattempo la situazione economica dei due paesi non migliori. C’è anche chi invita però a non prendersela con gli speculatori. Come Gianluca Garbi, responsabile mondiale del settore finanza pubblica di Commerzbank: «I politici danno colpa alla speculazione e invece è la mancanza di una politica europea la causa dei problemi. Non dà le risposte chiare che i mercati si attendono ed è la prima alleata di chi, vendendo bond o comprando Cds dei paesi in difficoltà, amplifica gli effetti delle crisi». Maurizio Maggi

Scommesse sul crack Paese Grecia Irlanda Portogallo Ungheria Spagna Italia Belgio Francia Gran Bretagna Germania

Quotazione Cds a 5 anni 927,00 555,67 435,83 373,10 314,92 216,17 188,37 92,31 71,96 46,51

I valori dei Credit default swaps (Cds) del 6 dicembre 2010, con durata di 5 anni, calcolati da Bloomberg tenendo conto delle quotazioni dei principali operatori, soprattutto banche d’affari internazionali. I Cds sono dei contratti assicurativi bilaterali con cui due controparti danno un prezzo al potenziale rischio di fallimento di uno Stato: una delle due vende una protezione a un certo costo (per l’Italia, quel 216,17 significa pagare il 2,161 per cento sul controvalore da coprire), l’altra acquista la protezione. Hedge fund e gestori d’ogni tipo li possono poi comprare e rivendere. Non c’è però un prezzo ufficiale e il valore viene definito dalle stesse banche che strutturano la polizza.


ECONOMIA manovre dell’ordine dei 35-40 miliardi l’anno. È vero però che la trattativa su tempistica e penali per il rispetto di questo parametro sono ancora in discussione. Ma è l’obiettivo deficit che preoccupa i cani da guardia di Bruxelles. Le stime della Commissione, infatti, divergono da quelle del governo italiano: nel 2012 il rapporto deficit-Pil dovrebbe essere del 3,5 e non, come assicurato da Tremonti, del 2,7. Sembra un piccolo scarto, ma non lo è. Soprattutto se si considera che la Germania, sempre la prima della classe, scenderà sotto il 3 per cento entro il 2011, con ben due anni di anticipo. Il nostro cammino di avvicinamento all’obiettivo è infatti irto di molti pericoli. Intanto, nel 2011 il governo punta ottimisticamente a scendere dal 5 al 3,9. Bruxelles lo fredda fermandosi al 4,3. Ma è soprattutto la crescita che può giocare un brutto scherzo alle ambizioni di Tremonti. In un’Europa che cresce poco, l’Italia cresce pochissimo, e il 2011 potrebbe deludere le aspettative, avanzando al ritmo di un più 1,1 per cento (stima Ue) contro l’1,3. Lo spazio per arrivare all’obiettivo senza infliggere muove amare medicine al sistema Arrigo Sadun è dunque molto esiguo. Sommando lo scostamento del 2011 con quello del 2012, si materializza un buco totale di 12 mila mihe l’attuale crisi economica liardi. Questo immaginando che tagli delsia una crisi strutturale e non le spese e incassi fiscali funzionino come un semplicemente un momento orologio svizzero. «Il rischio di un aggiudel ciclo economico è ormai stamento da 7 miliardi a fine 2011 c’è», chiaro a tutti, in Europa come ammette Visco, «anche se conviene sem- negli Stati Uniti. A ribardirlo a margine dei pre anticipare le attese dei mercati». Ap- “Nobels Colloquia” di Venezia, è Arrigo puntamento addirittura a gennaio? ■ Sadun, uno dei direttori esecutivi del Fondo monetario internazionale con deleghe ad alcuni paesi europei tra cui la Grecia e l’Italia. «È una crisi di sistema provocata da una crisi finanziaria, cosa che comporta danni maggiori rispetto a quelli provocati da un ciclo congiunturale», spiega. Per illustrare meglio il concetto utilizza il diagramma della cosiddetta “Tinozza Vittoriana”, una vasca con lo schienale più alto rispetto al poggiapiedi, che magari non sarà elegante come i tracciati delle “V” e

Paura della crisi? RAFFORZER≈LaL’EUROPA ripresa economica

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Foto: Scudieri - Imagoeconomica

Debito sovrano di qui a dieci anni

L’espresso 16 dicembre 2010

è alle porte. Nell’attesa l’Unione europea può sfruttare la crisi per fare un passo avanti COLLOQUIO CON ARRIGO SADUN DI FEDERICA BIANCHI “W”, le lettere tradizionalmente impiegate per illustrare i classici cicli economici, ma è di immediata comprensione. «Il periodo per ristabilire l’equilibrio è molto più lungo rispetto a quello di una crisi ciclica, provoca danni maggiori e il nuovo equilibrio si stabilizza a un livello di Pil, entrate fiscali ed occupazione più basso di quello di partenza». Insomma il bagno nella tinozza è per molti paesi una questione di anni. «Il problema è che nelle moderne economie di mercato il settore finanziario è come il sistema linfatico», prosegue Sadun: «Senza una sua buona circolazione il sistema economico non funziona. Il permanere dello squilibrio crea disoccupazione strutturale, che a sua volta si traduce nell’obsolescenza delle abilità dei lavoratori, in un capitale che non gira, e un gettito fiscale in calo. Ma contestualmente aumentano le richieste di denaro pubblico per fare fronte ai danni causati dalla disoccupazione». Risultato: i conti pubblici finiscono sotto pressione. Come è capitato quest’anno ad alcune economie europee...

«Il debito italiano non ha nulla a che fare con la recessione, sono quarant’anni che abbiamo un debito elevato, ma altri paesi fiscalmente virtuosi ne hanno molto risentito. Per nazioni come l’Irlanda le prospettive sono cambiate di colpo». Noi invece viviamo in un’economia anemica da qualche anno...

«L’Italia e la Germania sono i paesi messi meglio in Europa. L’Italia ha portato sotto controllo la dinamica della crescita del debito da tempo, e più passano gli anni, più si vedono i frutti della riforma delle pensioni e di quella sanitaria». Rahm Emanuel, l’ex capo di gabinetto del presidente americano Barack Obama una volta

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ECONOMIA

Ad esempio?

progredire con l’unione fiscale dell’Europa?

«Quello che abbiamo compiuto sotto il pungolo della crisi di maggio veniva considerato da molti osservatori non fattibile. La decisione di dare assistenza a paesi come la Grecia era proibita dal trattato dell’euro tant’è che la Merkel aveva sollevato anche preoccupazioni di carattere costituzionale. E lo scorso mese, con l’Irlanda, ab-

«L’idea di una Cassa comune del debito mi sembra interessante così come l’ipotesi della conversione di alcuni dei debiti contratti da Grecia ed Irlanda in strumenti di debito europeo. E per quanto riguarda il Fondo... beh già c’è, ma non ce ne siamo accorti. Le funzioni principali dell’Fmi l’attività di sorveglianza, l’assistenza tecnica e gli interventi finanziari - esistono già in Europa, ma sono svolti da organismi diversi. Ad un certo punto si potrebbe portarle tutte sotto un unico ombrello».

La Borsa di Francoforte

Cosa dobbiamo aspettarci nei prossimi mesi, diciamo da qui ad aprile?

«Di tutto. Nessuno farà default, ma i mercati sono nervosi. Siamo nel fondo della vasca, in alcuni casi con una leggera pendenza positiva. La ripresa continuerà una volta che avremo sanato tutti i danni causati dalla crisi finanziaria. Nel frattempo, dovremo avere aspettative ridotte perché quel periodo eccezionale di prosperità è finito. L’Italia non ha grandi difficoltà, la Spagna qualcuna sì: non ha ancora finito di digerire la bolla immobiliare». E la Germania che si lamenta di dovere pagare gli stravizi dei paesi periferici?

«Ma se l’euro è stato l’affare della loro vita! È nato come patto tra tedeschi e francesi: gli uni volevano la protezione dell’agricoltura, gli altri un libero mercato per le esportazioni. In cambio, i tedeschi pensavano di dovere subire un tasso di inflazione più alto, che però non c’è mai stato. Certo, si lamentano che pagano troppo per il bilancio della Commissione, ma questo non c’entra con l’euro, se la devono vedere con i francesi con cui hanno fatto questo accordo. Hanno avuto quello che hanno contrattato senza pagare. È l’Italia piuttosto che dovrebbe essere stufa di contribuire al salvataggio di paesi verso cui non ha nessuna esposizione. Ma lo sa che nel caso dell’Irlanda l’esposizione delle banche tedesche è di oltre 100 miliardi?» Siamo ormai alla fine del 2010. Quale lezione possiamo trarre da questo anno economicamente burrascoso?

«La lezione di questa crisi è che il nostro futuro è nelle mani dei dirigenti politici, non dei trader. I politici hanno preso in mano la situazione ed hanno evitato la crisi del ’29. Un grande risultato». ■

Un lungo bagno nella tinozza vittoriana

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Non disegna una V, né una W e neanche una L: l’andamento della crisi, secondo Arrigo Sadun, ricalca il profilo di una tinozza vittoriana

Foto: J. Boening - Laif / Contrasto

biamo fatto un altro passo in avanti. Si è deciso che l’assistenza può durare addirittura dieci anni, mentre a maggio nel caso della Grecia non ci eravamo spinti fino a «Ho cominciato la mia carriera lavorando questo punto». con Altiero Spinelli ( il politico italiano con- Si può andare oltre e trovare un meccanismo ausiderato il padre dell’Europa, ndr.). Ero in- tomatico di protezione dell’euro? namorato dell’Europa, di un’Europa addi- «Credo proprio che il processo d’integrarittura in senso federale. Ma l’esperienza zione continuerà. Sarebbe meglio arrivaempirica di questi decenni ci ha insegnato re a questi progressi in modo meno esiche occorrono dei periodi di crisi per fare tante, ma comunque nel progresso storidei passi avanti. I paesi europei hanno tra- co ci stanno anche gli errori. Alla fine trodizioni e organizzazioni statali consolidate viamo sempre una soluzione, magari non nei secoli - e parlo dell’Europa a 12, non de- ottimale, ma la troviamo. D’altra parte gli ex paesi comunisti che hanno dovuto siamo 27 paesi. E se fossi cattivo, e non passare per forza per trasformazioni fon- lo sono, agli americani che criticano il ridamentali - e la progressiva cessione di so- tardo della risposta europea alla crisi povranità nazionale a un’entità sovranazio- trei rispondere: “Voi per unificare il Paenale è difficile perché occorre spezzare tut- se avete avuto una guerra civile, noi stiate queste incrostazioni giustificabilissime. mo creando l’Europa con delle banali criIl momento in cui si riesce a vincere le resi- si economiche”». stenze richiede per necessità un momento Tra le ipotesi di ulteriori passi in avanti si parla di crisi. Tutta la classe dirigente, non soltan- di una Cassa comune del debito, di Eurobond e to i politici, si deve convincere che siamo ar- di un Fondo monetario europeo. Qual è la sua rivati ad un punto morto e che vale la pena idea delle misure che si potrebbero intraprenfare un passo in avanti». dere nel medio termine per stabilizzare l’euro e disse: «Non bisogna sprecare una buona crisi: durante una crisi è possibile compiere passi che sarebbero impensabili in tempi tranquilli». Potrebbe valere anche per l’Europa?


AVVISO AI NAVIGANTI MASSIMO RIVA

Prova del fuoco per Vegas neppure negli asili infantili. Con studiata accortezza, però, i francesi intendono perseguire le loro mire con il minimo sforzo. Sottoscriveranno sì una quota dell’aumento di capitale Premafin, ma tale da tenerli lontani da quel limite del 30 per cento che farebbe scattare a loro carico l’obbligo di un’offerta pubblica d’acquisto a favore dell’intero azionariato della società. Anzi, per non lasciare dubbi al riguardo, gli uomini di Groupama hanno già fatto sapere che qualora si materializzasse l’onere dell’Opa essi si ritirerebbero dall’affare. La questione, tuttavia, rimane più che mai aperta. Una volta che l’operazione fosse perfezionata, infatti, Ligresti e Groupama si troverebbero ad esercitare insieme un controllo della società parecchio superiore alla fatidica soglia del 30 per cento, con le conseguenze di cui sopra. Ed è proprio questo in sostanza l’interrogativo su cui la Consob è chiamata a pronunciarsi: nella Premafin ricapitalizzata le intese Ligresti-Groupama configurano o no la fattispecie del “controllo congiunto”? Se Vegas e colleghi decidono per il sì, l’operazione salta e l’indebitato Ligresti dovrà cercare altre soluzioni per i suoi guai. Se invece decidono per il no, l’affare va in porto, Ligresti festeggia, i francesi pure in attesa di ulteriori mosse, ma tutti gli azionisti di minoranza restano condannati al ruolo di passivi spettatori di accordi lucrosi soltanto per i maggiori protagonisti. Il giudiGiuseppe Vegas, zio sul mercato azionario italianeopresidente Consob no come riserva di caccia per una ristretta conventicola di affaristi prepotenti riceverebbe l’ennesima e incresciosa conferma. Certo, il sottinteso controllo congiunto potrebbe emergere con piena evidenza solo dopo che Ligresti e Groupama si accordassero, ad esempio, per una spartizione del settore assicurativo del gruppo. Ma alla Consob spetta sanzionare tanto gli abusi perfezionati quanto anche quelli tentati.

Foto: A. Dadi - AGF

Il caso Ligresti-Groupama offre alla nuova Consob, guidata da Giuseppe Vegas, la preziosa opportunità di far capire da subito al mercato da che parte sta. Da quella dei pochi gruppi dominanti, abituati a fare i propri comodi a Piazza degli Affari, ovvero da quella della larga platea dei piccoli risparmiatori o azionisti di minoranza sovente trattati come indifeso gregge da tosare? Il nodo da sciogliere riguarda la valutazione dei termini dell’ingresso dei francesi di Groupama in Premafin, la holding di controllo della piramide societaria di Ligresti, che sta per operare un robusto aumento di capitale per raccogliere il denaro fresco utile a ridurre un indebitamento complessivo delle aziende del costruttore siciliano ormai prossimo all’insostenibilità. Quale sia l’interesse del gruppo assicurativo francese a impegnarsi nell’operazione è fin troppo evidente: approfittare delle difficoltà finanziarie di Ligresti per offrirgli una ciambella di salvataggio da farsi ripagare in futuro allungando le mani sull’importante business assicurativo (Fondiaria-Sai) del medesimo impero Ligresti. Che Groupama si muova per una semplice moto di generosità ovvero per aiutare Premafin & C. a costruire altri grattacieli è un’ipotesi che non troverebbe ascolto

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Se ne parla su www.espressonline.it

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ECONOMIA

Da sinistra: lo stabilimento di Pomigliano d’Arco; la Giulietta; Walter de’ Silva; Ferdinand Piech. In basso: Fabiano Fabiani

IL FUTURO DEL BISCIONE

ICH BIN GIULIETTA DI MAURIZIO MAGGI

ch Bin Giulietta? Parlerà tedesco, l’Alfa Romeo che ha affidato all’intrigante Uma Thurman lo spot televisivo della nuova vettura del segmento C? A Wolfsburg, nel quartier generale della Volkswagen, per la storica marca del gruppo Fiat nutrono una vera e propria passione. A cominciare dal gran capo Ferdinand Piech, che ha pubblicamente manifestato il desiderio di portarla nell’armata che già schiera Volkswagen, Audi e Lamborghini. Mossa curiosa, per un potenziale compratore: dichiarare l’interesse verso un obiettivo, di solito, fa lievitare il valore del bersaglio. Ma Piech lo sa che, per convincere Sergio Marchionne dovrà mettere sul tavolo un sacco di soldi, ammesso che l’amministratore delegato della Fiat decida davvero di vendere l’Alfa. Nonostante le smentite che arrivano da Fiat e da VW, diverse fonti sostengono che

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colloqui sull’argomento vanno avanti da almeno quattro mesi. La ben informata testata “Automotive News” riferisce che Marchionne avrebbe chiesto ai top manager del Lingotto di valutare quali effetti avrebbe una eventuale vendita della centenaria casa del Biscione sui piani di rilancio del gruppo. I prossimi due anni si presentano duri: se a Torino pensano di farcela anche con l’Alfa, che da anni perde con implacabile costanza 200 milioni di euro l’anno, l’Alfa se la terranno stretta e sarà un’arma importante per avvicinare il gruppo alla produzione annua dei 6 milioni di pezzi, sbandierata da Marchionne quale quota necessaria alla sopravvivenza da costruttore indipendente nel lungo periodo. Ma se le perplessità aumentano e insieme crescono le difficoltà di varo del progetto Fabbrica Italia, con il braccio di ferro con il sindacato che ora coinvolge

anche Mirafiori, allora la sfida si sposta sul fronte del negoziato finanziario, dove convincere i teutonici corteggiatori a pagare a caro prezzo una marca che, negli ultimi dieci anni, ha dimezzato produzione e vendite. E che da anni si fissa traguardi numerici inesorabilmente disattesi. Le 300 mila macchine all’anno ipotizzate da Marchionne agli inizi della sua avventura sono rimaste un sogno, e le 500 mila vetture annue, previste per il 2014 nel piano annunciato nell’aprile scorso, sono stati giudicate eccessivamente ambiziose da molti analisti industriali e finanziari. «Non vedo come potrebbero essere talmente abili da “rubare” così tanti compratori ai concorrenti tedeschi», aveva commentato Massimo Vecchio di Mediobanca. E Arndt Ellinghorst di Credit Suisse, che pure ritiene la vendita dell’Alfa «una soluzione sbagliata perché anch’essa può sfruttare tecnologie e piattaforme da saturare», all’epoca aveva crudamente sostenuto: «Alfa Romeo potrebbe arrivare a mezzo milione di unità ma solo se il brand passasse alla Volkswagen». Ellinghorst parlava di “brand” e non di fabbriche. Perché quelle, alla VW non interessano proprio. Tanto che l’ipotetico prezzo di cui si parla, compreso tra 1,5 e 2 miliardi di euro, non comprenderebbe alcun impianto. Del resto, oggi non esiste

L’espresso

Gran bel marchio, poco business

una “fabbrica dell’Alfa”. A Pomigliano si producono a singhiozzo le ultime 159 berlina e familiare, destinate a uscire di scena, in attesa che si comincino finalmente a installare le linee della nuova Fiat Panda. La Giulietta su cui il capo della Fiat ripone parecchie speranze esce invece dallo stabilimento di Cassino, dove si produce anche la Fiat Bravo, con la quale l’anti-Golf del Biscione condivide il pianale e diverse componenti. La piccola Mito viene invece

Vendite dimezzate in dieci anni Foto: Imagoeconomica, Ap / Lapresse, A. Paris - Imagoeconomica

L’Alfa Romeo piace tanto ai tedeschi di Volkswagen. Dietro le smentite i contatti proseguono. E sarà solo questione di prezzo. Che Marchionne vuole alto

realizzata a Mirafiori. I te- linee delle future Alfa. Fino a quattro anni deschi, qualora l’affare an- fa, il centro stile era ancora ad Arese, neldasse in porto, non si sba- la storica base dell’Alfa alle porte di Milarazzerebbero al volo di tut- no. Ora terreni e capannoni appartengono to ciò che oggi sta facendo a un consorzio controllato da Regione l’Alfa. L’Alfa seguiterebbe a Lombardia e comuni dell’area. Qualche fare la sua, e pure la Mito, mese fa rappresentanti della VW hanno inche ha debuttato nel 2008, contrato la Regione per presentare un procontinuerebbe la sua marcia getto che coinvolge gli studenti del Politecalmeno per qualche anno. nico di Milano. Poi, entrerebbero in scena la Qualcuno spera invece che un’Alfa in salpotenza economica di Wol- sa germanica riporti proprio ad Arese il fsburg, dove sono convinti cuore del design Alfa. Piech l’Alfa la vuodi riuscire a far sfracelli con le, ne apprezza il valore e la storia, ma non uno dei pochi brand delle pare disposto a strapagarla e non ha fretquattro ruote apprezzati e ta. Per Volvo, che produceva oltre 300 conosciuti in tutto il mondo, mila macchine, aveva una sua fabbrica e e le sapienti matite di Gior- un suo centro design, i cinesi di Geely getto Giugiaro, la cui Italdesign è passata hanno sborsato 1,3 miliardi di euro. A di recente al gruppo VW, e soprattutto di Torino, ritengono che l’Alfa valga di più Walter de’ Silva. e a Wolfsburg sono d’accordo. Ma quanIl designer comasco, gran capo dello stile to, di più? Se la trattativa comincerà vedi tutto il gruppo Volkswagen, ha l’Alfa nel ramente, sarà lunga. ■ cuore, forse ancor più di Piech. È lui il papà della 156, la macchina di maggior successo della colloquio con Fabiano Fabiani di Maurizio Maggi recente storia delQuando si parla dei problemi dell’Alfa Romeo, delle sue difficoltà l’Alfa, con circa di mercato, riemerge sempre lo stesso, amletico dubbio: come 700 mila unità prosarebbero andate le cose se anziché alla Fiat, in quel lontano 1986, dotte tra il 1997 e il la Finmeccanica, cioè lo Stato, l’Alfa l’avesse ceduta alla Ford? 2005 e la corona di «Ripeto ciò che ho sempre sostenuto: quella della Fiat, dal punto “Auto dell’anno di vista del venditore, era di gran lunga l’offerta finanziariamente 1998”. De’ Silva più vantaggiosa», ribadisce a “L’espresso” Fabiano Fabiani, il racconta agli amici manager che è stato in Finmeccanica dal 1981 al 1997 e che di aver già pronte all’epoca era il direttore generale della holding del gruppo Iri, un po’ in testa e un proprietaria dell’Alfa». po’ nel cassetto - le È stata anche per l’Alfa la scelta migliore?

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«Veda, noi partivamo da questo ragionemanento: lo stabilimento di Pomigliano poteva costruire 500 mila vetture e l’Alfa non riusciva a vendere mai più di 200-220 mila l’anno. L’unico sbocco possibile era la saturazione dell’impianto, che sia Ford che Fiat avrebbero potuto ottenere producendo a Pomigliano non solo le Alfa Romeo». A distanza di un quarto di secolo, non ritiene che fu uno sbaglio creare una nuova fabbrica di macchine per un solo marchio? «La decisione di realizzare lo stabilimento dell’Alfa Sud venne presa da una commissione di tecnici presieduta da Bruno Visentini, che allora era vicepresidente dell’Iri. Appena fu pronto a produrre, incappammo nella prima crisi energetica che mandò in crisi tutto il mercato dell’auto. Le provammo tutte, per raddrizzare la situazione, ma non ce la facemmo. Anche perché l’Alfa, già a quei tempi, aveva un gran nome ma una scarsa capacità commerciale. Un po’ come ora». Potrebbe risollevarsi, l’Alfa, se davvero se la comprasse la Volkswagen? «Difficile dirlo. Se la Fiat la mette davvero in vendita e la Volkswagen se la compra, significa che i tedeschi ci credono».


ECONOMIA

AIUTI DI STATO

Manica larga alla SACE Fiat, Saipem, Brembo, Marcegaglia, Impregilo... La corsa ai fondi pubblici per la delocalizzazione favorisce le imprese ma senza tutele per l’Italia DI MICHELE SASSO

a domanda è appena arrivata nella sede della Sace dal Lingotto: la Fiat chiede la copertura assicurativa degli investimenti in Serbia alla società controllata dal ministero dell’Economia. Mentre in Italia si chiude lo stabilimento siciliano di Termini Imerese e si attinge alla cassa integrazione per Pomigliano d’Arco e Mirafiori, dall’altra sponda dell’Adriatico si avvia la costruzione del nuovo stabilimento Fiat. È un caso emblematico di uno dei tanti paradossi italiani: lo Stato che assiste al blocco della produzione in Italia, e apre il portafoglio per pagare la cassa integrazione (25 mila posti “congelati” quest’anno nel gruppo Fiat), svuotando così le fabbriche di tecnologia e manodopera, e sempre lo stesso Stato che garantisce le delocalizzazioni, attraverso Sace. Un corto circuito che spinge molti imprenditori del made in Italy a spostarsi all’estero dove il costo del lavoro è più basso e gli incentivi allettanti. Mentre in Italia si fa il deserto di fabbriche e posti. Intendiamoci: nell’economia globalizzata gli investimenti all’estero sono fondamentali, ed è giusto che anche l’Italia sia dota-

Foto: F. H. Mancini - Prospekt, F. Cavassi / AGF

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ta di uno strumento per le imprese (vedi box a pag. 165). Senza la garanzia dello Stato nessuno si assumerebbe i rischi e le imprese non potrebbero crescere e concorrere sul mercato mondiale. Ma c’è una condizione: le agevolazioni non si applicano ai progetti delle imprese che, investendo all’estero, non prevedano il mantenimento sul territorio nazionale delle attività di ricerca, sviluppo, direzione commerciale, nonché di una parte sostanziale delle attività produttive. Per accertare questa “parte sostanziale”, alla Sace si limitano a chiedere una dichiarazione dell’assicurato. Negli Usa, in Gran Bretagna e in Germania, invece, le agenzie omologhe riferiscono al governo quanti posti di lavoro

sono stati creati con l’intervento pubblico. «Non è rilevante che la produzione rimanga in Italia», conferma la Sace: «Noi valutiamo la polizza secondo un criterio di sostenibilità: cioè i rischi economici e commerciali della singola operazione». E basta. Nei Balcani il Lingotto è pronto a gestire un investimento da un miliardo di euro (con tasse tagliate per dieci anni e 10 mila euro di incentivo per ogni nuovo lavoratore), per fare 300 mila auto all’anno, secondo la stima di Giorgio Airaudo della Fiom, che verranno sottratte alle catene di montaggio domestiche. La cifra che verrà assicurata non si conosce, ma la Sace è arrivata in aiuto della Fiat nel 2009 per la joint venture in India con Tata (130 milioni di euro) e nel 2004 per la linea di produzione brasiliana (60 milioni). Le garanzie dello Stato italiano hanno dato origine nel 2009 a un giro d’affari di 49 miliardi di euro per operazioni commerciali e finanziamenti in 181 paesi. Tutti con grandi nomi: dal gruppo Marcegaglia (42 milioni di euro per andare in Polonia), all’Italcementi (oltre un miliardo di euro in quattro paesi emerLa fabbrica della Fiat genti), a Saipem, Nuovo a Zastava. Sopra: Pignone e Ilva (250 mil’ad del Lingotto, lioni per la costruzioSergio Marchionne

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ECONOMIA ne di un rigassificatore in Perù). Tutto bene: ma quando andare all’estero serve a tagliare in casa? Prendiamo il caso della Bialetti (articolo a pag. 163). Il celebre marchio della moka il 7 aprile 2010 chiude lo stabilimento storico di Omegna e mette in mobilità 120 lavoratori. La strategia è descritta a chiare lettere dal gruppo bresciano: «Delocalizzare al fine di poter beneficiare dei minori costi di produzione che caratterizzano tali mercati». La Sace aveva garantito nel 2004 finanziamenti per 2 milio- commesse da oltre un miliardo di dollani e mezzo di euro per costruire un im- ri nel 2007 per strutture in Qatar ed Emipianto in India. rati Arabi Uniti. Peccato che nonostante Nel 2007 il governo Prodi ridisegna il ciò abbia tagliato un terzo dei lavoratoruolo della Sace e cambia lo statuto della ri italiani. Fisia ad oggi è rimasta solo a società guidata da Giovanni Castellaneta Genova, dove continua la cassa integradandole la possibilità di «garantire i ri- zione per 210 impiegati. «L’intervento schi di operazioni di rilievo pubblico», spiega Agustin Brestrategico per l’economia da, dirigente sindacale del settoitaliana anche in assenza di re servizi, «ha favorito il manteoperatori nazionali». Cade nimento di Impregilo come leail vincolo formale di avere der mondiale per le commesse di solo clienti italiani e si perinfrastrutture, ma senza il vincomette a Sace di assicurare lo della progettazione e dell’ocanche infrastrutture e grancupazione in Italia». di commesse. Stesso rischio che corrono i laNe approfitta subito la Fivoratori della Brembo. La sociesia Italimpianti del gruppo tà del vicepresidente di ConfinImpregilo, specializzata in dustria Alberto Bombassei ha impianti di dissalazione, ottenuto lo scorso maggio una che ottiene la garanzia su Alberto Bombassei garanzia da 21,6 milioni di euro per l’acquisto di macchinari a Nanchino. Il progetto prevede un polo produttivo con fonderia per pinze e dischi freno da venSace è una società controllata dal ministero dere sul mercato cinese. dell’Economia al quale ha girato utili per 460 Ma l’espansione arriva dopo un milioni di euro nel 2009. Questo il meccanismo: periodo nero: 400 operai con le oltre 200 mila imprese esportatrici che vogliono contratto a tempo determinato assicurare le operazioni con l’estero (vendite a lasciati a casa nel 2008, 2.230 lacredito, investimenti in stabilimenti, commesse) voratori in cassa integrazione nei dai rischi politici e commerciali, pagano un premio primi mesi dell’anno successivo e la Sace stipula una polizza. Se l’affare non va in su un totale di 2.800 operai in Itaporto o il cliente non paga, scatta l’indennizzo. Sarà Sace a saldare il conto all’impresa e a farselo lia. Sotto osservazione dei sindarestituire dal cliente moroso o dal governo locale cati anche gli investimenti in Pointervenuto come garante. lonia perché, se il gruppo punta Dal portafoglio aggiornato al 30 settembre scorso su nuove produzioni all’estero, in su un totale di impegni pari a 36 miliardi di euro quelle di casa si investono solo le operazioni principali sono il credito acquirente 10-12 milioni di euro. «Nel no(40,7 per cento) cioè le garanzie alle banche per stro Paese», dice Giuseppe Severfinanziamenti alle imprese, e le garanzie gnini, sindacalista della Brembo, finanziarie (30,9 per cento) che Sace eroga per «restano solo le spese ordinarie coprire investimenti per la costruzione di per la manutenzione: se si maninfrastrutture e opere pubbliche, e i surety bond tiene questo trend, gli stabilimen(13,7 per cento), cioè garanzie sotto forma di ti invecchiano e si impoverisce la obbligazioni per partecipare alle commesse produzione». E il rischio chiusuinternazionali. ra aumenta. ■

Con la riforma dello statuto fatta dal governo Prodi nel 2007 cadono i vincoli ai finanziamenti

Foto: Scarpiello - Imagoeconomica

Un paracadute di miliardi

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ECONOMIA

MACCHINE PER IL CAFFÈ

La disfida della cialda Illy, Bialetti e Lavazza, incalzate dal gigante americano Nespresso, rispondono puntando su design, qualità della miscela e nuova tecnologia. Ma poi tutti vanno a produrre in Cina DI ALESSANDRO LONGO

marchi italiani non ci stanno a farsi insegnare l’arte del caffè da George Clooney. Bialetti, Illy, Lavazza si sono messi in testa che possono fare meglio di Nespresso, del suo sistema basato su capsule, cialde, di cui Clooney è da tempo testimonial. Riprendono la stessa formula, che sta cambiando le abitudini inveterate degli italiani: invece di caricare a mano il caffè nella moka o Un negozio della Nespresso a Monaco nelle classiche macchinette, si mette una nostre macchine con capsule presenti nelcapsula, si preme un pulsante e voilà: pron- le famiglie italiane è cresciuto del 40 per to in tazza. I numeri stanno dando ragione cento, nel 2010: ora sono 800 mila», dia questa scommessa. Le vendite di macchi- ce Giuseppe Lavazza, direttore markene da caffè con cialda sono cresciute del ting e vice presidente dell’azienda. «Nel 24,3 per cento tra ottobre 2009 e settembre 2010 saranno usate 150 mila macchine 2010, stima Gfk. È la sola categoria di mac- Iperespresso, con capsule: il doppio richina espresso che cresce: calano invece le spetto al 2009. Nel 2011 credo raddopvendite di quelle tradizionali. pieranno ancora. Puntiamo a ottenere il Queste capsuline sono una miniera 30 per cento del fatturato da Iperespresd’oro, insomma, che ora scatena la guer- so», dice Andrea Illy, amministratore dera tra i marchi italiani: «Il numero delle legato dell’omonima azienda. Bialetti ha

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potenziato l’offerta, con due nuove macchine dotate di capsule. Ma come possono i marchi italiani vincere contro la potenza del marketing Nespresso? Loro ci provano puntando sul design e la qualità del caffè, entrambi pensati per soddisfare il gusto italiano. «Per quanto ci provi, non riesco proprio a farmi un caffè forte con Nespresso», è un commento comune che si trova sul Web. La spiegazione è nelle regole auree del caffè italiano, che ne determinano il sapore: «Circa 7 grammi di caffè per porzione. Un tempo di erogazione intorno ai 25 secondi. Una temperatura in tazza di 60-66 gradi», spiega Luigi Odello, segretario generale dell’Istituto nazionale espresso italiano e docente di Analisi sensoriale. Nespresso ha 5,5 grammi per capsula. «Già, non utilizza certo le regole auree del caffè italiano, quelle tramandate dai nonni», accusa Lavazza: «Noi ne mettiamo 7,5 grammi». Illy ne ha 6,8 grammi, Bialetti 7. Detta così, fare il caffè sembra davvero una cosa seria, chi l’avrebbe detto. Del tipo: difendiamo le nostre tradizioni dall’invasione americana. In realtà, grammi di caffè a parte, questa è una battaglia che si combatte anche a colpi di tecno-

Foto: G. Krzikowski - Bloomberg / Getty Images, Ap / Lapresse

Quattro gusti a confronto ILLY Modello: Y1 Tecnologia: Il caffè viene infuso nell’acqua (come alla turca) e poi nella crema viene sparata aria. Non entra mai in contatto con la macchina. 6,8 grammi di caffè per capsula. Pressione pompa: 19 bar. Paese di produzione: Cina Prezzo: 159 euro. Prezzo della capsula: 39 cent., acquistabile on line o in specifici punti vendita.

BIALETTI Modello: Mini Express Tecnologia: La capsula di alluminio viene attraversata dall’acqua ad alta pressione e si apre per fare uscire il caffè. Sette grammi di caffè per capsula. Pressione pompa: 20 bar. Paese di produzione: Cina Prezzo: 79,90 euro. Prezzo della capsula: 35 cent., acquistabile on line o in specifici punti vendita.

LAVAZZA Modello: Saeco Silver Grey Tecnologia: La capsula di plastica è attraversata dall’acqua ad alta pressione e si apre per fare uscire il caffè. Sette grammi e mezzo di caffè pressato. Sono comprese le funzioni per fare cappuccini e the e per scegliere la temperatura del caffè in tazza. Pressione pompa: 15 bar. Paese di produzione: Cina

Prezzo della macchina: 159 euro. Prezzo della capsula: 34 cent., acquistabile on line o nella grande distribuzione. NESPRESSO Modello: De Longhi CitiZ Silver Chrome Tecnologia: La capsula di alluminio è attraversata dall’acqua ad alta pressione e si apre per fare uscire il caffè. Cinque grammi e mezzo di caffè. Pressione pompa: 19 bar. Paese di produzione: Europa-Cina Prezzo: 199 euro. Prezzo della capsula: 34 cent., acquistabile on line, per telefono o in specifici punti vendita.


ECONOMIA logia delle macchine. Sì, perché marchi come Lavazza, Illy sono noti al grande pubblico per il loro caffè, ma di questi tempi devono lavorare anche alla creazione di macchine per restare competitivi. Il motivo è sempre lui: Clooney. Il “suo” Nespresso ha imposto un modello di qualità basato su un sistema chiuso (brevettato da Nestlè), dove tutto è gestito e controllato dallo stesso marchio: scelta del caffè, capsule, tecnologia. Anche se le macchine vengono realizzate da Siemens, Krups, De Longhi. Stessa formula per i marchi italiani. Hanno brevettato capsule e tecnologia. La differenza sta nei dettagli. «La nostra capsula è brevettata perché è la sola dove il caffè è stato pressato», dice Lavazza. Il sistema di erogazione è simile a Nespresso: acqua bollente ad alta pressione costringe il fondo della capsula ad aprirsi e il caffè esce (“Percola” è il termine tecnico) da alcuni forellini, creati da parti appuntite della macchina. Quelle Nespresso hanno però una pressione maggiore, 19 bar contro i 15 di Lavazza. Illy ha pure 19 bar, mentre Bialetti fa il record con 20, e dichiara di avere le macchine con

le nostre», ammette Lavazza. Lo sanno bene, loro malgrado, gli operai di Bialetti, che ad aprile ha chiuso la fabbrica piemontese per trasferire in Cina la produGiuseppe Lavazza. Sopra: lo stabilimento zione. «Sì, ma le macdella Illy a Trieste chine degli altri sono la pressione più alta. Bialetti si distingue an- fatte dalle stesse fabbriche cinesi. La noche perché le macchine sono low cost (da stra invece lavora solo per noi e control79,90 euro). Nespresso e Bialetti si differen- liamo la produzione di continuo, in teleziano inoltre per le capsule in alluminio in- metria», ribatte Illy. Ci sono altri aspetti vece che in plastica. su cui giocano i marchi italiani per resisteIlly sceglie un’altra strada tecnologica: la re all’avanzata del gigante americano. Lamacchina fa un mix di infusione e di emul- vazza ha la distribuzione più capillare. Le sione. Il caffè viene immerso nell’acqua co- sue capsule sono acquistabili nei comuni munque gettata ad alta pressione. «Un po’ supermercati, mentre quelle degli altri socome il caffè alla turca. Un sistema che per- lo per posta o in specifici negozi. Mette mette di estrarre meglio tutti gli aromi del inoltre funzioni aggiuntive nelle macchicaffè», spiega Illy. L’emulsione significa che ne, per fare anche il cappuccino o il the, viene sparata aria nel caffè, per migliorare la presenti solo nelle macchine Nespresso consistenza della crema. più costose (da 250 euro in su, contro i 159 Non facciamoci illusioni, però. Marchio euro di Lavazza). I prezzi delle capsule vaitaliano o no, «quasi tutte le macchine di riano di poco, invece: sono 34-35 cent per caffè al mondo sono fatte in Cina. Anche tutti, eccetto Illy (39 cent). ■


SALUTE

MALATTIE CARDIOVASCOLARI

PERSONAL PRESSIONE DI FEDERICO MERETA

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immi che geni hai e ti dirò che farmaco devi prendere per abbassare la pressione. Potrebbe essere questa la risposta del medico di fronte a una persona che soffre di ipertensione perché grazie allo studio del genoma del singolo individuo si potrà valutare la classe di medicinali più indicata. A ridar fiato alla farmacogenomica dell’ipertensione, che punta alla personalizzazione della terapia, è una ricerca italiana, che ha visto protagonisti i ricercatori della Prassis, appartenente al Gruppo Sigma-Tau, e dell’Istituto San Raffaele di Milano. Lo studio, pubblicato su “Science Translational Medicine”, ha infatti descritto specifici meccanismi molecolari attivi in alcuni pazienti ipertesi e non in altri; ne ha identificato i marcatori gene-

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Foto: A. Gilbertson - VII Network (2), Corbis (2)

L’ipertensione colpisce un miliardo e mezzo di persone nel mondo. Che devono prendere pasticche a vita. Ma uno studio italiano cambia le carte in tavola: trova un gene responsabile e disegna la cura su misura

tici grazie ai quali è possibile individuarli con un prelievo di sangue; e li ha trattati con un farmaco sperimentale, il rostafuroxin, espressamente studiato per intervenire sui meccanismi molecolari responsabili della malattia in quel gruppo di pazienti e quindi capace di agire selettivamente sull’aumento della pressione legato ai geni mutati. Anche se soltanto una piccola parte dei pazienti ipertesi ha questa caratteristica genetica, lo studio Prassis-San Raffaele inaugura una superstrada perché mostra che è possibile pensare a nuove famiglie di farmaci biologici, quindi mirati e precisi, per le patologie cardiovascolari, il più grande bacino di malati al mondo e il più lucroso dei business di Big Pharma che, però, da qualche anno è allo stallo, incapace di trovare nuove terapie miliardarie da proporre ai milioni di malati di queste patologie nel mondo mentre i vec-

chi farmaci si avviano alla scadenza di brevetto. E proprio l’ipertensione è forse la più cara delle galline dalle uova d’oro: un miliardo e mezzo di malati curati a vita, con 7 milioni di morti l’anno, nel mondo; e 15 milioni di italiani ipertesi, con 240 mila morti l’anno, il 40 per cento dei decessi nel nostro paese.

Medici e kit

Insomma, milioni di persone che prendono miliardi di pasticche per decine di anni. E a decidere quali farmaci vanno bene per quali pazienti oggi non è la genetica ma è l’occhio del medico. Che, sulla base delle caratteristiche cliniche del suo malato e delle indicazioni delle linee guida identifica la terapia. Scegliendo tra diverse classi farmacologiche oggi disponibili quale sia meglio per abbassare la pressione. Le terapie possibili vanno dai diuretici, che favoriscono l’eliminazione del sodio e dei liquidi in eccesso, ai beta-bloccanti, che operano sui recettori delle catecolamine, sostanze come l’adrenalina e la noradrenalina, capaci di causare cambiamenti fisiologici generali e indurre aumento del battito cardiaco e della pressione, così come gli alfabloccanti. I classici calcio-antagonisti lavorano sui canali del calcio delle cellule muscolari, mentre i più recenti AceInibitori agiscono su un sistema di controllo della pressione localizzato nei reni, così come fanno gli antagonisti di un ormone che contribuisce a regolare i valori pressori (l’angiotensina II). Spesso i medici scelgono una combinazione tra farmaci di classi diverse, per avere In queste pagine: la un’azione più efficace nel congiornata dei pazienti trollo pressorio. E a guidare la di un centro di cura scelta terapeutica ci sono la specializzato per ipertesi a Cleveland. In alto: l’arteria coronaria

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SALUTE pratica clinica e gli studi di popolazione. Nel futuro, invece, potrebbe essere la scheda genetica di ognuno. E negli Usa il mercato già si muove: con un kit che costa pochi dollari si può conoscere il proprio profilo genetico per quanto riguarda il sistema renina-angiotensina, e quindi ipotizzare le risposte a un trattamento con farmaci come gli inibitori dello stesso meccanismo o per gli Ace-inibitori. Ma al momento non ci sono ancora certezze sulla reale efficacia di questi test nel definire il farmaco più indicato per chi presenta particolari differenze nel profilo genetico rispetto alla gran parte degli individui. Di più ci si aspetta, invece, dalla scoperta di una modificazione genetica che sembra predisporre all’ipertensione ed è stata identificata da un gruppo di ricercatori coordinati dall’Università di Glasgow e dall’Istituto Auxologico Italiano di Milano. Come conferma lo studio pubblicato su “Plos Genetics”, questa nuova variante genetica si associa a un rischio ridotto di ipertensione e di accidenti cardiovascolari, con una riduzione del 7,7 per cento di ictus, infarti del miocardio e morti coronariche. La variante genetica protettrice è situata nel gene Umod, sul cromosoma 16, che esprime una proteina renale

eliminata nelle urine, l’uromodulina, che sarebbe ridotta in quantità minore da chi risulta maggiormente protetto.

Questione di sodio Chi ha questa caratteristica genetica può sentirsi più protetto. E magari, un test ad hoc potrà dire a questi presupposti fortunati che possono stare tranquilli magari anche salando un po’ di più i cibi. Per tutti gli altri, invece, il sodio è il nemico. E anche i ricercatori del San Raffaele e di Prassis, hanno concentrato la loro attenzione proprio sulle mutazione dei geni che controllano la funzione di rilassamento nella di una proteina, chiamata Esercizi palestra del centro di Cleveland adducina, legata allo scheletro della cellula che contribuisce a di pressione. regolare il trasporto, in particolare, del «Questa condizione genetica è responsasodio. Quando i geni che ne regolano la bile di un incremento limitato della presproduzione sono mutati, aumenta il rias- sione massima, cioè della sistolica, e si sorbimento del sodio all’interno dei reni, trova in una parte minima della popolae questo fenomeno conduce all’aumento zione. Si deve poi sottolineare che dai

Foto: A. Gilbertson - VII Network, Spl - Contrasto (2), Corbis

ECCO I BERSAGLI L’aumento della pressione porta ad un progressivo indurimento delle pareti arteriose, con i vasi che diventano più rigidi e quindi meno sensibili alle necessità dell’organismo. Col tempo anche la membrana più interna dell’arteria, chiamata endotelio, tende ad alterarsi favorendo l’insorgenza di lesioni aterosclerotiche. Soprattutto se sono presenti ipercolesterolemia e altri fattori di rischio. Il risultato di questi processi è che negli anni i vasi sanguigni si fanno più stretti e rigidi, rendendo più difficoltoso l’apporto di sangue e ossigeno alle diverse strutture dell’organismo, specie nei momenti di maggior richiesta. E diversi organi sono messi in maggior pericolo. Cervello. L’ipertensione è il principale fattore di rischio per l’ictus cerebrale, sia di tipo ischemico, cioè legato a un’ostruzione del passaggio del sangue attraverso i vasi che irrorano il cervello, sia emorragico, che induce un’emorragia cerebrale. Nel secondo caso il danno è diretto, mentre per quanto riguarda l’ischemia è dovuto alle progressive lesioni delle arterie legate all’aterosclerosi, combinata con la pressione alta. Questo processo può infatti portare una una lenta ostruzione dei piccoli e grandi vasi sanguigni che alimentano il cervello.

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Da tenere in particolare considerazione in chiave preventiva è la presenza di ipertrofia ventricolare sinistra, cioè l’ingrossamento delle pareti del ventricolo sinistro del cuore, che può rivelarsi un segnale accessorio di pericolo per il cervello. A dirlo è una ricerca condotta dai dipartimenti di Angio-cardio-neurologia e di Neuroradiologia dell’Irccs Neuromed, dell’Università La Sapienza di Roma, recentemente pubblicata su “Stroke”. Cuore. L’innalzamento della pressione arteriosa, sia la massima che la minima, porta il muscolo cardiaco a uno sforzo maggiore per spingere il sangue nell’organismo. Il fenomeno coinvolge soprattutto il ventricolo sinistro, quello che ad ogni battito invia il sangue a tutto l’organismo. Col tempo questa condizione determina un ingrandimento del ventricolo stesso, che può aprire la strada allo scompenso cardiaco. D’altro canto l’ipertensione contribuisce anche a ridurre l’afflusso di sangue al cuore perché mina la funzionalità delle arterie coronariche, favorendo quindi l’infarto. Reni. La malattia renale cronica, che spesso non dà alcun segno della sua presenza, colpisce attualmente circa il 10 per cento della popolazione, concentrandosi soprattutto negli ipertesi e nei diabetici, e comporta un notevole aumento del rischio di incidenti cerebro e cardiovascolari, rappresentando, direttamente o indirettamente, un’importante fonte di spesa per i sistemi socio-sanitari dei paesi industrializzati. L’ipertensione danneggia direttamente i reni, per cui si studia con sempre maggior attenzione un approccio terapeutico che consenta non solo di mantenere sotto controllo i valori pressori, ma anche di proteggere i reni. Oggi esistono sistemi efficaci, come la valutazione della microalbuminuria (test che misura la presenza di minime quantità di albumina nelle urine), che aiutano ad individuare i pazienti ipertesi che hanno un maggior rischio di complicazioni a carico degli stessi reni, del cervello e del cuore.

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SALUTE

pochi studi di intervento disponibili fino ad ora e mirati proprio sui valori di adducina sembra emergere che la proteina è solo una componente del processo che conduce all’ipertensione», commenta Roberto Pontremoli, docente di Nefrologia all’Università di Genova: «È comunque evidente che nei soggetti portatori della mutazione genetica si potrà pensare in futuro anche ad un trattamento mirato con farmaci che agiscono su questo fattore». Con un occhio al futuro e uno ai milioni di ipertesi alle porte i clinici avvertono che per tenere a bada il sodio, si può e si deve diminuire l’introito di sale con la dieta, e la conseguente diminuzione del sodio in entrata nell���organismo che Pazienti ipertesi in palestra a Cleveland è indicata per tutti gli ipertesi, anche perché favorisce l’effetto dei farmaci. Una modica restrizione del sodio nella dieta, infatti, generalmente riduce la pressione di 5-10 millimetri di mercurio, rispetto a chi consuma quantità molto elevate di cloruro di sodio. Ma nelle persone che hanno un’ipertensione legata all’aumento del volume del sangue circolante e quindi al sodio presente, magari anche perché i reni tendono a conservarlo invece che ad eliminarlo con un meccanismo che può essere mediato proprio dall’adducina, l’effetto può essere di gran lunga maggiore. Capita ad esempio negli anziani con la sola “massi-

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I nemici da sconfiggere La prima regola per prevenire l’ipertensione e raggiungendo i fatidici 120/80 considerati ottimali, sta nelle buone abitudini. Prima di tutto occorre smettere di fumare, perché ogni sigaretta che si fuma provoca una vasocostrizione, cioè fa restringere il calibro dei vasi. Altro nemico da contrastare è lo stress: l’eccessiva tensione nervosa porta alla produzione di elevate quantità di ormoni, chiamati catecolamine, capaci di indurre un restringimento dei vasi sanguigni e un aumento dei battiti cardiaci. Attenzione poi va prestata ai chili di troppo. Nelle forme più lievi di ipertensione perdere pochi chili di peso può bastare a riportare a valori accettabili la pressione. A tavola, meglio lasciare ampio spazio ai vegetali che, oltre a contenere poche calorie e molte fibre, sono ricche di vitamine ad azione antiossidante che combattono il danno delle cellule dei vasi sanguigni. Va poi ricordato che ipertensione e sovrappeso fanno spesso rima con colesterolo elevato. Oltre a controllare le dosi dei grassi conviene privilegiare quelli di origine vegetale, come l’olio extravergine d’oliva, e consumare pesce, ricco di acidi grassi polinsaturi omega 3. Il peggior nemico dei vasi è però il sale, perché il cloruro di sodio tende a mantenere liquidi nel sangue, aumentando quindi la “fatica” che il cuore deve fare per spingere il sangue stesso nell’organismo. Bisogna evitare di aggiungere sale agli alimenti e ridurre il consumo dei cibi che ne sono ricchi, come i formaggi stagionati e i dadi da brodo, magari impiegando altri sistemi per insaporire gli alimenti, come le spezie. Recenti ricerche dimostrano che timo, salvia, origano e rosmarino oltre a rendere gli alimenti più gustosi favoriscono il benessere dell’organismo. Infine, l’attività aerobica, che prevede sforzi lenti e prolungati (ad esempio nuoto, corsa lenta o passeggiate, ciclismo in pianura) può aiutare nella prevenzione e, concordata con il medico, può contribuire a far scedenre i valori pressori negli ipertesi.

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Foto: A. Gilbertson - VII Network

L’obiettivo principe è tenere a bada il sodio: a questo mirano molti farmaci. Ma anche una dieta con poco sale

ma” particolarmente elevata. Insomma, anche l’alimentazione può essere uno strumento da personalizzare, e per alcuni pazienti togliere il sale può essere molto più utile che per altri. Si tratta, quindi, di affrontare quello che i clinici chiamano il “killer silenzioso” mettendo al centro il paziente. E spingendo le persone a controllarsi e a capire bene che razza di patologia hanno davanti: quasi tre persone su dieci in Italia hanno la pressione alta e quindi rischiano di più infarti ed ictus cerebrali se questa non è ben controllata. Eppure molti non sanno di essere ipertesi e molti altri non sono trattati come dovrebbero: oggi solo un iperteso su cinque si può dire ben trattato anche perché, pur nella miriade di farmaci disponibili, l’aderenza ad una terapia da assumere ogni giorno per tutta la vita in assenza quasi totale di fastidi è difficile da ottenere. «Questi fatti dimostrano quanto è importante una terapia su misura. E, in attesa di quanto potrà fare la farmacogenomica, dobbiamo pensarla già oggi con i farmaci a disposizione, indipendentemente dai meccanismi specifici che generano l’ipertensione», conclude Pontremoli. Peché il trattamento non deve aiutare solamente a controllare i valori pressori, ma a preservare il più possibile i vasi sanguigni e i diversi organi da possibili danni legati a questo processo. ■


SALUTE

TERAPIE ALTERNATIVE

QUEL GENE FA MIRACOLI Quattromila malattie diverse, per lo più incurabili. Tutte insieme colpiscono tre milioni di italiani. Le chiamano “rare”. Ma la genetica ha la risposta giusta: il trapianto di Dna DI AGNESE CODIGNOLA

’è Alessandro, la cui vista ha iniziato a peggiorare: piange per nulla, soprattutto di sera, sbatte contro porte e spigoli, e sembra aver paura di essere abbandonato al buio. Gli dicono che soffre di retinite pigmentosa, una malattia dege- altri due anni prima di poter operare il se- di, con la maratona in programma il 17, 18 nerativa che porta inesorabilmente alla ce- condo occhio, ma i presupposti sono buo- e 19 dicembre. Perché in questi anni molte cità, ma lui riesce comunque a frequentare ni. Forse gli è andata bene, e come a lui è cose sono cambiate e a forza di studiare e la scuola, e a diventare campione regiona- andata bene a Tommaso e Josalinda, due fare buona scienza la terapia genica sta cole di marcia. Poi, nel 2006, quando ha 16 gemelli malati di 27 anni, e a un bambino minciando a diventare realtà. L’unica realanni, gli fanno una diagnosi più dettaglia- di Orlando, in Florida, tutti già operati a Fi- tà possibile per i malati delle cosiddette mata: amaurosi congenita di Leber, una malat- ladelfia. lattie rare, che poi, tutte insieme rare non tia genetica molto rara, e una condanna al- È con il volto dei malati che, quest’anno, sono: colpiscono cinque persone ogni 10 la cecità. A salvarlo è stata una telefonata Telethon si presenta alla sua raccolta fon- mila ma, nel loro insieme, a seconda deldei suoi medici di Napoli: il Graphic della doppia ragazzo è stato selezionato per elica del Dna. In un intervento sperimentale di alto: laboratorio di ricerca genetica terapia genica targato Tele3 milioni: gli italiani con una malattia rara: thon, da effettuare a Filadel25 milioni: gli europei con una malattia fia. Con la microchirurgia gli rara. inseriscono in un occhio un vi3.600: le malattie rare censite dalla rete rus modificato che trasporta il nazionale, che fa capo all’Istituto superiore gene sano capace di contrastadi sanità (www.iss.it/cnmr). Nel database sono re l’anomalia che lo ha fatto presenti informazioni sui laboratori di diagnosi ammalare. Funziona. Dieci molecolare (160) e sui centri clinici specializzati giorni dopo, con la benda sul(80), nonché quelle su oltre 160 associazioni di pazienti. l’occhio, mentre sta per pren80 per cento: le malattie rare di origine dere l’aereo per tornare a casa, genetica. non resiste, sbircia, e si accor5 per cento: le malattie rare per le quali ge che riesce a distinguere beesiste una cura. ne il cameriere del bar. E al pri200 circa: i farmaci per le malattie rare mo controllo capisce che le letapprovati negli Stati Uniti dal 1983, anno tere del tabellone che riesce a dell’entrata in vigore dell’Orphan Drug Act. leggere sono passate da 3 a 33, 18: i farmaci orfani approvati nell’Unione e che anche l’occhio non opeEuropea dal 1999, anno dell’entrata in vigore di rato è migliorato. Ci vorranno

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Foto: Spl - Contrasto, Corbis

Malati particolari

una normativa ad hoc: sgravi fiscali, esclusiva per dieci anni del prodotto, esonero totale o parziale del pagamento della registrazione.

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SALUTE

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forma frutto di anni di studi», sottolinea Pasinelli: «E le aziende ci danno una mano sia per l’aspetto normativo (cioè per rendere un protocollo sperimentale standardizzato e praticabile ovunque) sia per la produzione di cure che per noi sono troppo onerose, anche perché l’aspetto produttivo è al di fuori della nostra missione». Non solo, sempre l’immensa mole di dati sciorinati ogni giorno dai genetisti apre ai malati delle rare una nuova finestra. La impersona Andrea Ballabio, genetista insigne, uomo Telethon e direttore del Tigem di Napoli, che è stato chiamato a Houston, in Texas, a dirigere un laboratorio sulla malattia di Batten, una rara patologia genetica nella quale l’organismo si intossica perché non riesce a smaltire i rifiuti delle cellule, e dopo circa vent’anni di vita muore. A contattare Ballabio è stata un’associazione fondata dai genitori di una malata perché lui è ritenuto il massimo esperto mondiale di questo tipo di patologie, chiamate da accumulo lisosomiale. Ma di questo tipo sono anche malattie come la corea di Huntington (neurodegenerativa), il morbo di Parkinson e quello di Alzheimer: big killer, insomma. E se Ballabio trova la strada per i suoi pochi malati di Batten, ne potranno beneficiare milioni di persone nel mondo. Quanto basta per avere la certezza che sul suo lavoro c’è più di un occhio puntato «Da un certo punto di vista le malattie rare, causate dalla mutazione di un solo gene, sono un modello ideale per studiare che cosa accade quando il gene non funziona e quando si cerca di correggere il difetto», spiega Pasinelli: «Possiamo dire di essere sulla buona strada per curarne alcune, e di aver contribuito a fornire informazioni, protocolli e condizioni sperimentali utili a tutti». Per sostenere Telethon si può inviare un sms al numero 45505 (attivo tra il primo e il 21 dicembre), oppure recarsi presso uno sportello Bnl, tradizionale partner di Telethon e in molti altri luoghi: www.telethon.it. ■

Trovare il difetto nel genoma del malato. E correggerlo. Non è più un’utopia: molti bambini sono già stati curati

lo a Milano: quello per i cosiddetti bambini bolla, colpiti da una gravissima immunodeficienza congenita e destinati a vivere appunto in bolle sterili. La malattia (chiamata ADA-SCID) oggi si può curare sostituendo il gene difettoso con quello sano, e i bambini curati nel mondo sono già una quindicina. Ma quella sperimentazione, poi diventata terapia, ha fatto scuola: con un approccio simile è partito il protocollo per la cecità di Alessandro e degli altri, e il virus usato come vettore del gene difettoso potrebbe essere utile anche per altre sei malattie rare. E risultare molto interessante per Big Pharma, come dimostra l’accordo appena raggiunto con GlaxoSmithKline, che ha stanziato 10 milioni di euro per sostenere gli studi di Telethon, ricevendone in cambio l’esclusiva sulla commercializzazione dei protocolli. «Noi mettiamo a disposizione una piatta-

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Foto: Spl - Contrasto, S. Capra - Imagoeconomica

le stime, ne è colpita una percentuale di popolazione che va dal 4 al 10 per cento, solo in Italia tre milioni di persone. Molti malati, ma di patologie diversissime (secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, ne sono state descritte oltre 5 mila) a volte inesorabili ma che, prese singolarmente, colpiscono un numero così esiguo di persone che nessuna industria si sobbarcherà i costi di cercare e sperimentare una terapia. Non solo, state a sentire cosa è successo a Beatrice, che da 28 anni dorme in un letto incartato nell’alluminio, sotto una lampada solare, nuda, anche quando fuori ci sono 40 gradi. Lo deve fare per In basso: forza, ogni notte, perché il Francesca suo organismo non metaboPasinelli, direttore lizza la bilirubina a causa di generale di una malattia genetica rarissiTelethon ma, la sindrome di CriglerNajjar che le ha impedito di condividere con gli amici le gite scolastiche, le notti fuori casa, le vacanze, ma non di laurearsi in biologia e innamorarsi di Paolo, da cui oggi aspetta un bambino. Fino a qualche anno fa per lei e per le poche decine di malati italiani c’era un farmaco che funzionava e permetteva di saltare per qualche notte la lampada, ma è stato ritirato dal mercato perché persino i costi della commercializzazione non sono sopportati dall’esiguità della richiesta. Quindi, anche se tutti insieme sono tanti, quelli che soffrono di una malattia rara fino a oggi avevano solo due possibilità, spiega Francesca Pasinelli, direttore generale di Telethon: «O riuscivano a fare massa critica, e diventare così appetibili per le aziende, oppure dovevano affidarsi a chi, come Telethon, finanzia studi su pochissimi casi, anche quando è presumibile che l’interesse delle industrie non arriverà mai». Oggi, invece, proprio grazie al fatto che la ricerca scientifica ha palesato molti meccanismi genetici che stanno alla base delle malattie, si è compreso che se è vero che ognuna di queste malattie è diversa dall’altra, è altrettanto indubbio che, almeno in certi casi, l’approccio può essere simile e può risultare utile anche per altre malattie e diventare appetibile per le aziende. Un esempio è quello del primo protocollo di terapia genica approvato nel mondo, messo a punto da Maria Grazia Roncaro-


SALUTE SCLEROSI MULTIPLA

CHIRURGIA di Agnese Codignola

SENO NUOVO CON LE STAMINALI

ualcosa sta cambiando, almeno per coloro che desiderano intervenire sul proprio seno: oggi possono contare su quello che viene definito trapianto di cellule staminali. Anche se, specifica Maurizio Nava, chirurgo plastico-ricostruttivo dell’Istituto dei tumori di Milano, che ha già al suo attivo oltre 1.250 interventi di questo tipo, «non si trapiantano le staminali, ma il tessuto adiposo nel suo insieme, perché solo nella miscela sono presenti tutti quei fattori di crescita che rendono possibile l’attecchimento e il successivo sviluppo delle cellule staminali». Le staminali, infatti, sono non più dell’1-3 per cento del volume, il resto è costituito da cellule adipose, prelevate dalla donna, fatto che elimina qualunque rischio di rigetto. Una volta iniettate, le staminali iniziano a crescere, riempiono gli spazi a disposizione e danno alla mammella quella naturalezza che nessuna protesi può garantire, favorendo anche la guarigione di eventuali cicatrici. Resta da stabilire in che condizioni è possibile il trapianto. E, annota Nava: «Quando lo si fa per motivi estetici bisogna stare molto attenti alla storia della donna, e cioè verificare se nella sua famiglia ci sono stati tumori e, in questo caso, se lei stessa ha i geni mutati che predispongono alla malattia (Brca 1 e 2); o anche, più semplicemente, se ha un tipo di mammella difficile da visualizzare alla mammografia: non sappiamo ancora se le cellule staminali possano avere, negli anni, effetti su donne più a rischio di tumore, e per questo la cautela deve essere massima». Se invece a richiedere l’intervento sono donne operate per un tumore, il trapianto può sia migliorare l’aspetto del seno sia ricostruirlo completamente, perché dopo la radioterapia e la chemioterapia è facile che i tessuti non rispondano come si vorrebbe. «Bisogna tenere presente», conclude il chirurgo, che non tutte reagiscono allo stesso modo: in alcune il tra-

Foto: Masterfile - Sie (2), Spl - Contrasto

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pianto attecchisce bene, in altre molto meno, a causa della minore produzione di fattori di crescita». Per questo esistono appositi test per capire prima con che tipo di tessuto si va a lavorare, e algoritmi di trattamento per decidere qual è l’approccio migliore. Inoltre conta molto il peso della donna: se è troppo magra, difficilmente avrà tessuto adiposo a sufficienza.

Arriva il dottor Apple Un’applicazione iPhone per assistere i malati di sclerosi multipla: si chiama Extavia ed, presentata da Novartis, sarà disponibile negli Stati Uniti a dicembre e nel 2011 sbarcherà anche in Europa, raggiungendo per prima la Germania. L’applicazione si compone di 9 miniapp pensate per assistere chi assume l’interferone beta-1b, aiutandolo nella gestione e nell’aderenza alla terapia. Il malato deve solo programmare le date in agenda delle iniezioni, una mini-app ricorda quando e dove ripetere la terapia. Si può infatti memorizzare in quale zona del corpo si è fatta l’iniezione e la volta successiva l’app ne indicherà una nuova, per scongiurare il rischio di infezioni. Medici e infermieri possono seguire a distanza i pazienti con un sistema via e-mail e archivio del diario delle iniezioni con tutte le informazioni e gli eventuali problemi riscontrati dal malato. Mentre per tenersi in forma un’altra mini-app suggerisce una serie di esercizi specifici per il paziente, per allenare le spalle, le gambe, e segue il malato nelle sue passeggiate, registrandone la mappa, la lunghezza e la durata. Infine, sono disponibili informazioni sulla malattia, sui siti , sulle associazioni dei pazienti, sui termini medici. Anna Lisa Bonfranceschi

Prodotti sicuri

Quel giocattolo è pericoloso Da gennaio a oggi sono circa cinquecento i giocattoli bocciati dal Sistema Rapido di Allerta dell’Unione europea (Rapex system) che controlla la sicurezza dei prodotti venduti nei Paesi dell’Unione. «Nel 2009 i giocattoli sono stati i prodotti più frequentemente denunciati con 472 notifiche, cioè il 28 per cento del totale, seguiti da prodotti tessili ed abbigliamento con 395 notifiche, ovvero il 23 per cento», spiega Paola Piazza, dell’Unità di Sicurezza sui prodotti dell’Unione europea a Bruxelles. E la Ue ha intenzione di creare un progetto per la sicurezza dei giocattoli destinati ai bambini sotto i tre anni finanziato dalla Commissione Europea che include l’invito a usare la spettrofotometria a raggi X per scovare i metalli pesanti nei prodotti e bloccarne il commercio. Agnese Ferrara


SALUTE ANORESSIA di Caterina Visco

Freud in famiglia

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ha riguardato un campione di 120 adolescenti cui era stata diagnostica l’anoressia. Metà è stata coinvolta in una psicoterapia familiare, e metà in una individuale. I risultati hanno mostrato che il 50 per cento delle ragazze del primo gruppo dopo un anno di terapia mostrava piena remissione, contro il 23 per cento di quelle che avevano ricevuto una terapia individuale. Inoltre, dopo un anno di follow-up del primo gruppo, solo il 10 per cento ha avuto una ricaduta, mentre del secondo gruppo ben il 40 per cento.

L’anoressia colpisce prevalentemente gli adolescenti. Sotto: Chiara Simonelli

Le caratteristiche delle donne orgasmiche, del partner e della relazione in questa ricerca non sono state messe a fuoco ma è ovvio che abbiano un peso notevole. Sappiamo tuttavia quanto sia diffusa l’anorgasmia che nella popolazione femminile è seconda solo al calo del desiderio. Si calcola che in America, ad esempio, il problema riguardi un quarto delle donne e che un altro 20-30 per cento non Sesso riesce ad avere l’orgasmo durante il rapporto sessuale. Da noi le cifre non si discostano molto: nel recente saggio di Barbagli sulla DI CHIARA SIMONELLI “Sessualità degli italiani”, edito da Il Mulino, a raggiungere sempre l’orgasmo sono Esistono diversi tipi di orgasmo femminile? otto italiani su dieci mentre solo tre donne Il londinese Robert King ne è convinto. sottoscrivono questa affermazione. Insieme ad un paio di colleghi canadesi Tuttavia la centralità del piacere, inteso come ha effettuato il primo confronto tra l’orgasmo scambio reciproco, fa parte delle aspettative masturbatorio e quello ottenuto in vari modi delle coppie, e in Italia è diffusa soprattutto con un partner: il piacere solitario in media nelle nuove generazioni. Solo il 6 per cento, provoca reazioni fisiche ed emotive minori ma cioè un’esigua minoranza di donne, pensa più rilassamento. Altre distinzioni riguardano le gradazioni possibili dell’intensità del piacere che la propria sessualità sia al servizio della gratificazione del partner. che si possono provare: la diffusione o la Nelle coppie stabili esiste inoltre una localizzazione delle contrazioni come anche discordanza tra il numero di donne la durata e la profondità delle stesse, il senso che raggiungono l’orgasmo e la sovrastima di vicinanza emotiva e di partecipazione dei partner dello stesso evento: simulare variano molto nei resoconti delle donne. E l’orgasmo non garantisce di per sé una buona il proprio piacere è ancora una pratica diffusa. Si finge per non deludere qualità dell’esperienza sessuale femminile. o ferire l’altro, per abbreviare i tempi, Negli orgasmi eccellenti sono presenti per essere accettate e per dimostrare delle variabili psicologiche e relazionali che la relazione funziona bene. di tutto rispetto: una sensazione di felicità e di appagamento che a cascata producono una grande vicinanza emotiva www.espressonline.it nella coppia. In questi casi il riflesso Leggi e commenta il blog della coinvolge profondamente tutto il corpo e sessuologa Chiara Simonelli: viene vissuto come un fenomeno più www.sesso.blogautore.espresso.repubblica.it esteso, profondo e di maggior durata.

DI CHE ORGASMO SEI?

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Allergie

Il cane ti protegge Quando i bambini che rischiano di diventare allergici - per esempio perché figli di genitori allergici vivono con un cane, la loro probabilità di sviluppare una dermatite atopica è quattro volte inferiore rispetto a quella di bambini che hanno gli stessi rischi ma vivono senza cani; la convivenza con i gatti, al contrario, può essere deleterea. L’effetto protettivo dei cani è stato dimostrato dai pediatri dell’Università di Cincinnati che hanno controllato abitudini, composizione del nucleo familiare e allergie a 17 diversi agenti (con relative manifestazioni, dalla dermatite all’asma) in oltre 600 bambini di età compresa tra uno e quattro anni. Netta la conclusione, riportata sul “Journal of Pediatrics”: i bambini cresciuti con un cane in casa sono molto più protetti degli altri, mentre quelli cresciuti con un gatto hanno un rischio di sviluppare una dermatite allergica specifica 13 volte superiore rispetto ai bambini che non hanno un gatto in casa. A. Cod.

Foto: S. Wernet - Laif / Contrasto, Begotti - Olycom, Masterfile - Sie

i chiama “approccio Maudsley” e funziona. È la psicoterapia familiare come trattamento dell’anoressia nervosa nelle adolescenti e, secondo uno studio pubblicato sugli “Archives of General Psychiatry”, dovrebbe essere la prima scelta nella lotta a questa patologia, quando la situazione medica della paziente è stabile. Lo studio, condotto da Daniel Le Grange, docente di psichiatria e direttore della clinica dei disturbi alimentari dello University of Chicago Medical Center,

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e POVERI CINQUANTENNI Società

DAL CINEMA ALLA VITA

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Snob, egoisti, narcisisti. Eterni fanciulli. Quelli che volevano fare la rivoluzione e invece hanno fatto l’estate romana. Un film mette sotto accusa una generazione. E ne smaschera tic e tabù DI ALESSANDRA MAMMÌ

spesso i medici: ossessione verso il sesso, sindrome da “Forever young”, allergia alle problematiche della vita fino a diventare irritante. C’è il consulente finanziario (il come sempre straordinario Gianfelice Imparato) cupo come gli attuali venti economi-

Stanno per entrare dalla giovinezza nella vecchiaia senza essere mai riusciti a passare dall’età adulta

ci, pieno di eczemi e psicosomatici malanni. C’è la giornalista incazzata e perennemente affannata; non ha tempo, né per sé (infatti esibisce sui capelli una vistosa ricrescita grigia) né per suo figlio (infatti ne sta facendo un disadattato). C’è la preside sovrappeso che affoga nel cibo la frustrazione dell’intero sistema scolastico nazionale. E poi ci sono i nostri eroi protagonisti. Castellitto di professione architetto, con occhiale design. E la Morante di professione psicologa con un debole per Lacan che si porta a casa il lavoro: ovvero due squinternati pazienti che danno al film un tocco sur-

L’espresso

Foto: M. Rossi - Photomovie

osa fate se un giorno vostra figlia ventenne - una tipa studiosa, un filo saccente ma brava ragazza vi presenta, in qualità di suo fidanzato, un canuto signore di settant’anni? E come reagireste se questo “Indovina chi viene a cena” vi casca fra capo e collo durante un weekend nella casa in campagna dove avete invitato tutti i vostri amici? È dura. Tanto dura che nessuno può rimanere indifferente di fronte a Marcello (Sergio Castellitto) e Marina (Laura Morante), genitori progressisti del film “La bellezza del somaro” a cui capita tanta disgrazia. Una coppia di bravi cristi dai buoni sentimenti e dall’animo aperto al mondo, che ha subodorato la leggera follia di un amore nell’aria di casa. In effetti, la loro bambina è strana, reticente e lo dice chiaramente «Sì, c’è qualcosa, ma ho paura del vostro giudizio». Babbo e mamma sorridono compiaciuti: «Capito tutto: la piccola ha preso una cotta per il ragazzino nero con i rasta che gira intorno a scuola. Ma dov’è il problema?», si dicono:« Oggigiorno anche il presidente degli Stati Uniti è nero...». Nero sì, ma giovane e bello. Mentre qui il fidanzato è bianco ma vecchio e rugoso. Il film parte, come raccontano a “L’espresso” il regista (Castellitto, appunto) e la sceneggiatrice (Margaret Mazzantini), proprio dall’ultimo tabù: la vecchiaia imperdonabile. Soprattutto per un gruppo di italici cinquantenni borghesi tra i quali alla sola idea della terza età si scatenano crisi di panico. Eccoli gli “Amici miei” della sinistra in cachemire. Professionisti e benestanti, pallidamente politicizzati alla “quel che resta del ’68”, più sensibili ai problemi ecologici che a quelli dei figli. Simpatici non si può proprio dire. Ma di certo verosimili. C’è il cardiologo (Marco Giallini) malato di quel vitalismo esagerato che affligge

Due scene del film. A sinistra: Sergio Castellitto e Margaret Mazzantini

reale alla Monty Phyton. Per età e professione questo gruppo di borghesi in un interno dovrebbe rappresentare la colonna vertebrale d’Italia, invece sono lo specchio del suo disastro: fanciulloni al limite dell’idiozia, incapaci di fare il padre e/o la madre, aggrappati a un’interpretazione grossolana e comoda del metodo Montessori (stile «Il rapporto con i nostri figli è bellissimo, siamo i loro migliori ami-

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ci» e «dobbiamo comprendere e mai vietare»). Insomma, un mucchio selvaggio di uomini e donne che stanno per cadere dalla giovinezza alla vecchiaia senza essere riusciti a passare per l’età adulta. Tanto ridicoli che neanche i figli li rispettano un granché: «Avete fatto il ’68 e il ’77», si sentono dire: «Avete anche fatto cadere il muro di Berlino. Ma poi avete preso i calcinacci, li avete portati a casa e messi sulla

credenza come souvenir». O ancora: «Avete cercato Dio nel deserto e ce lo avete riempito di bottigliette di plastica». «Tra voi non ci sono più maestri, al massimo qualche esperto di settore». Va bene: questi cinquantenni non saranno proprio eroi, però, poveracci, questi figli non risparmiano niente. «Quando eravamo figli», borbotta triste Imparato, «i figli non contavano un cazzo e ora che siamo

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e

Società GUARDA IL FILMATO Fotografa il codice e guarda il trailer de “La bellezza del somaro” sul tuo cellulare. A pagina 32 le istruzioni per attivare il servizio

Foto: Everett Collection / Contrasto

genitori, i genitori non contano un cazzo, è la ruota». E poi c’è questo vecchio misterioso e silenzioso, che ha il volto di Enzo Jannacci e l’aria ispirata da guru. L’unico personaggio positivo in questa commedia feroce dai sapori caustici alla Dino Risi, dove si ride sperando però che si parli di qualcun altro e non di noi. E invece Castellitto e la Mazzantini non lasciano speranza: «Questi giuggioloni intorno a un barbecue siamo proprio noi. Quelli nati negli anni Cinquanta e Sessanta. Quelli che chiamano la figlia Rosa in omaggio a Rosa Luxembourg. Quelli che volevano fare la rivoluzione e invece hanno fatto l’estate romana. Quelli che hanno fallito come fallisce ogni generazione che non riesce a costruire un futuro migliore per quella successiva». Eppur si ride, in questa agreste commedia di pasciuti falliti. Si ride di fronte alla faccia stravolta di Castellitto, alla confusione della Morante, alla ferrea logica della cameriera rumena che in realtà è ingegnere molto più preparata e colta dei suoi datori di lavoro. Si ride, amaro ma si ride, quando l’amico guardando Jannacci e la ragazza consola papà Castellitto dicendo:« Che vuoi, loro sono senza lavoro, noi senza pensione: è normale che cerchino qualcuno che almeno la pensione ce l’ha». Giusto. Non ci resta che ridere. ■

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Un’altra scena del film. In basso: Little Miss Sunshine

I FIGLI DEI FIGLI DEI FIORI

ABBASSO LA RIVOLUZIONE Sorpassano i genitori a destra. Ne criticano i sogni. Contestano l’educazione. Tra libri e musica cresce la protesta DI SABINA MINARDI l pamphlet è pronto anche se ancora in bozze. E basterebbe che i giovani se ne innamorassero per trasformarlo nel manifesto di una generazione arrabbiata, delusa. E soprattutto decisa a trasformare il fisiologico conflitto genitori-figli in una resa dei conti storica e definitiva. Perché “La congiura contro i giovani”, il saggio del ricercatore Stefano Laffi, che Feltrinelli manderà a febbraio in libreria, addita i padri, senza mezzi termini, come i responsabili della difficile realtà dei giovani di oggi. Quegli adulti che hanno creato una società giovanilistica nell’immaginario ma gerontocratica nella realtà. E che, persi nell’universo delle loro fantasie, rassicurati dai loro agi, troppo presi dalle ansie d’invecchiamento, ora tentano l’operazione sporca: allontanare la crisi d’identità da sé. E scaricarla sul mondo giovanile. Libri, canzoni. Non c’è solo “il somaro”

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del film di Sergio Castellitto, emblema recalcitrante e tosto di chi è deciso a sbattere in faccia la sacrosanta verità: basta ai genitori-amici; stop agli ideali finti; e dove-eravate-quando-avevamo-bisogno-di-voi. Il re è nudo e la questione è chiara: se il mondo è più sporco, più triste, più povero; se ha perso i padri e non ha più ritrovato i maestri, è la generazione degli attuali cinquantenni sotto accusa. Sospettata di non aver fatto abbastanza. Neppure nel trasmettere quegli stessi ideali in cui più ha creduto: se è vero, come l’Istituto Gramsci e l’Istituto Cattaneo di Bologna hanno appena certificato, che anche nel passaggio di valori c’è un’inversione in atto: i figli scavalcano a destra i padri, dimostrandosi molto più conservatori di loro. «Gli anni Settanta sono un falso mito. Serrande abbassate e morti di overdose anche tra i boyscout come me», ha detto a sorpresa Lorenzo Jovanotti che, annusata l’aria di conflitto, inneggia al cambiamento in “Viva tutto”, monumentale dialogo col filosofo Franco Bolelli, appena pubblicato da Add Editore: «Quella che in genere si definisce crisi è in realtà una gran figata, perché spazza via il vecchio e fa largo al nuovo. E il nuovo è migliore». «Li ho contestati, mi sono rappacificata. In fondo, oggi, li invidio un po’: i nostri ge-

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Società nitori hanno avuto la possibilità di vivere in un mondo più generoso, più tollerante, con molte più possibilità di quelle attuali», aggiunge Domitilla Calamai, che qualche anno fa aveva raccontato il trambusto del Sessantotto attraverso gli occhi di una bambina. Si intitolava “Tutta colpa di Fidel” (La Tartaruga), il fortunato romanzo diventato anche un film diretto da Julie Gavras. «Descrivevo questi genitori, ideologicamente impegnati, intrisi di retorica, e così assenti dai loro figli. Era la prima generazione senza guerra, cresciuta tra gli agi, che poteva permettersi di “giocare” con la vita. Genitori molto giovani, con la sensazione di vivere con tutte le strade sempre aperte. Ma che dietro grandi proclami, dietro nuove filosofie, na-

con Violante Placido, figlia di un ex sessantottino che sogna un matrimonio da Barbie. «Eccomi qui. Prodotto imperfetto dell’anti-autoritarismo, delle barricate, dello spontaneismo. Sposata, due figli. Mi piace preparare le In alto: la scrittrice torte e spesso vesto Domitilla Calamai. In basso: mia figlia di rosa», scondeva una disattenzione verso la quotila band milanese scrive Caterina DuzClub Dogo zi in “Compagni gedianità per me grave. Oggi io sono una madre apprensiva e responsabile. Non ricornitori, comunisti imdo che i miei genitori si siano mai troppo maginari. Diventare grande nonostante il interessati dei miei studi. Mia mamma, ’68” (Rizzoli), romanzo su come il sogno semmai, era più divertita dall’essere scam- dei rivoluzionari sia stato l’incubo dei loro biata per una studentessa». figli, tra compagni sui divano, comuni di Contrappasso tipico il senso di responsa- sole donne, spiagge di nudisti: «A quanto bilità, l’ambizione di una famiglia, il revi- pare, l’educazione antiborghese non ha laval di nozze fiabesche: vedi alla voce “Il sciato tracce su di me». Le ha lasciate sulla giorno più bello”, film di qualche anno fa spigliata conduttrice tv Camilla Raznovich, molto più con la testa sulle spalle di quanto la sua infanzia, i suoi genitori hippy, il suo girovaCi sono quelli che, con i figli, vanno in discoteca, non gare tra ashram indiani non farebper ballare o per sorvegliarli, ma per lavorare insieme. E bero immaginare (“Lo rifarei”, quelli che alla mamma dedicano struggenti canzoni Baldini Castoldi Dalai). neomelodiche, per chiederle perdono per i trascorsi Perché se la rivoluzione è appena poco edificanti. cominciata, la letteratura già da È l’Italia dei gap generazionali azzerati, complice la pop tempo ne registra le intenzioni. music. Che più di qualsiasi altra forma di linguaggio Raccontando famiglie variamengiovanile ha ammorbidito, anziché esasperarli, i conflitti te assortite, che fanno i conti con famigliari. Così, nei club della dance music trionfano le se stessi e con i propri sogni, come famiglie felici che si recano al lavoro, padri dj che veleggiano verso i 50 anni e figli poco più che quelle a bordo dello sgangherato adolescenti, uniti dallo stesso interesse: la pista da ballo. Succede con i due più famosi dj italiani, Volkswagen T2 di “Little Miss Claudio Coccoluto, che ha visto esordire il suo rampollo come dj, e con Joe T. Vannelli che da tempo Sunshine”. Spruzzando tutto di fa “aprire” molte sue serate ai suoi due figli, i Vannelli Bros. Fascinazioni, quelle domestiche, alle quali ironia, come in molte delle comnon hanno resistito i milanesi Club Dogo, gruppo che ha sempre toccato nei testi temi scomodi come medie interpretate da Hugh le droghe. Nel nuovo album, “Che bello essere noi”, alle loro mamme dedicano una canzone struggente, Grant, testimonial degli eterni radi rigoglioso romanticismo, “Il sole e al luna”, per scusarsi delle angosce procurate, dei rischi di una vita gazzi. “I supereroi” (Bompiani), vissuta pericolosamente. E il perdono materno, e la riconoscenza, è un tratto caratteristico dell’hip hop, generazione che pensava di poter soprattutto di quello originale dei ghetti afro-americani. Dove la musica è occasione di riconciliazione, cambiare tutto e non c’è riuscita, espressione di un bisogno impossibile di ritorno al focolare, distrutto dalla strada. 2Pac rende omaggio in “Dear Mama” alla sua mamma attivista delle Black Panthers, come il ragazzo cattivo Eminem, raccontata con occhio divertito da in “I’m Sorry Mama”, esprime con nostalgia il disperato tentativo di guardarsi indietro. Ci pensarono Ilaria Bernardini, classe 1977. La gli irriverenti Beastie Boys in “Fight for Your Right to Party” a descrivere invece un ambiente famigliare stessa fatta a pezzi dai protagonida devastare, con spirito ispirato da film come “Animal Party”. E allora la famiglia è solo un ostacolo sti di Marco Archetti, Arto e Gioda rimuovere per godersi la “festa perfetta”. Un concentrato di edonismo fracassone dove i valori dei suè in viaggio per Lourdes. Da picgenitori sono spazzati via dalle chitarre elettriche mixate alle batterie elettroniche. Altro che l’inferno coli, i genitori si erano trasferiti a famigliare descritto da Pink in “Family Portrait”, dove il desiderio resta quello di rimettere insieme i Cuba per inseguire l’ideale e “cococci e ricreare l’armonia. Più cinici i canadesi, sofisticati e decadenti, Arcade Fire: in “Rebellion (Lies)” struire il comunismo con la cazci ricordano che i genitori ammazzano i sogni dei ragazzi. Ma che il pop non sia proprio il territorio degli zuola”. E il libro (Feltrinelli), scontri frontali tra generazioni, lo pensava un artista realmente maledetto come Johnny Cash quando, nel guarda caso, evocava anche lui gli Carcere di San Quentin, eseguiva dal vivo la memorabile “A Boy Named Sue”: l’odio del figlio per il padre, equini: “Gli asini volano alto”. ■ che gli ha affibbiato un ridicolo nome da femminuccia, rovinandogli la vita, alla fine si stempera e i due si riavvicinano. Anche se, canta Cash, «se mai avrò un figlio, credo che lo chiamerò Bill o George, qualsiasi cosa ma non Sue». Pierfrancesco Pacoda

16 dicembre 2010 L’espresso

Foto: T. Bonaventura - Contrasto

Viva la mamma


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Società EVENTI

NAPOLI

MILIONARIA

Era il 1960. La città aveva ancora il suo fascino intatto. Come il Ballo dei Re che venne organizzato. Una festa alla quale nessuno volle mancare. Oggi un libro e una mostra raccontano la storia e l’atmosfera di quel ricevimento

Da sinistra, e in senso orario: Myrta Barberini Colonna di Sciarra; Onassis e Maria Callas; le principesse Irene e Beatrice d’Olanda; Ines Theodoli e Nino Torlonia; giovani invitati al ballo, con al centro Andreana Caracciolo; Edda Ciano, di spalle il figlio Fabrizio

DI ELEONORA ATTOLICO apoli è la più bella città dell’Universo, scrisse Stendhal. Il 3 settembre 1960, il Ballo dei Re, a Palazzo Serra di Cassano, lo dimostrò. Era l’anno delle Olimpiadi a Roma e Napoli ospitava le regate veliche. Per ricordare il fastoso ricevimento, arriva in libreria, pubblicato da Electa, un volume di 150 fotografie con testi di Nicola Caracciolo, Paolo Bulgari, Roberto Capucci e Mario D’Urso. L’iniziativa editoriale, voluta dal Comitato Serra di Cassano, vuole rilanciare l’immagine della città oggi sommersa dai rifiuti e sfregiata dalla speculazione edilizia. È il ruolo internazionale di Napoli quello che più si tende a dimenticare, eppure al ballo parteciparono i reali di Grecia e Norvegia, Beatrice d’Olanda, Margharetha di Svezia. Ci fu la corsa all’invito. Il Duca Francesco, insieme alla moglie Elena (nata Parodi Delfino) dovettero dare parecchie sforbiciate alla lista, restringendo la scelta a mille ospiti. Si parlò del caso Onassis. Il magnate greco teneva a tutti i costi a presentarsi in società al braccio di Maria Callas, ma i Serra di Cassano, grandi amici della prima mo-

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glie, Tina Livanos, non lo volevano a Palazzo. Fu solo grazie alla mediazione di Lucio Caracciolo d’Aquara che ottenne l’agognato invito. Nel capoluogo partenopeo è aperta al pubblico dal 3 dicembre, proprio a Palazzo Serra a Monte di Dio, una mostra fotografica con le immagini del libro. Si scopre così che le bellezze dell’epoca erano Myrta Barberini Colonna di Sciarra (la madre dell’attore Urbano Barberini) e Domitilla Salviati Ruspoli. Non potevano mancare personaggi come Gianni e Marella Agnelli, Alvise di Robilant, Rosanna Valdoni del Drago, il cui padre Pietro, nel 1948, aveva operato e salvato Palmiro Togliatti dopo l’attentato. I duchi Serra non badarono a spese: arrivarono 16 mila garofani da Sanremo, i vassoi d’argento erano ricolmi di caviale, aragoste, fagiani e pernici, in una delle sale cantava Peppino di Capri. Il libro “L’anno dei Re a Napoli” è stato presentato anche a Milano, allo Spazio Krizia, il 9 dicembre da Lina Sotis e Peter Glidewell, tra pochi giorni sarà la volta di Roma dove ne parleranno, a Palazzo Ruspoli, Mario D’Urso e Carlo Rossella. Il prezzo? Reale anche quello: 50 euro. ■

L’espresso

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MODA

dettagli, un uomo che sa capire la raffinatezza di ciò che indossa. Gant Uomo è molto più approcciabile: un giovane parte da lì e man mano che il suo gusto si raffina arriva a Michael Bastian for Men».

L’uomo Gant è sportivo. Voleva accanto una donna speciale. Ora c’è. Firmata da Michael Bastian

Stesso approccio per i due mercati?

DI ANDREA VISCONTI DA NEW YORK

«La mia collezione Uomo è prodotta in Italia, mi appoggio a una fabbrica in Umbria. Uno stile americano con gusto europeo. Che dif- Il 90 per cento dei tessuti che uso per la colferenza c’è fra America e Europa nella moda? lezione sono italiani. Trascorro metà del«Passo metà dell’anno in Europa e ovun- l’anno in Italia, mi è entrata dentro. L’Italia que ho la sensazione che tutti rispondano è il Ground Zero della moda maschile». nello stesso modo al nostro look. Il noPer l’autunno 2011 Gant stro abbigliamento aiuta l’uomo ad apintroduce molti elementi parire al meglio, è a suo agio e gli dà silegati allo sci. curezza. La stagione scorsa tutti gli sfor«È stato un elemento zi erano rivolti a differenziare l’Uomo forte della mia giovenGant dalla linea maschile che porta il tù, perciò lo voglio promio nome, Michael Bastian for Men, porre per la collezione perchè non volevo che fossero troppo sin. 3, su cui stiamo già mili. Il Dna è lo stesso ma sono come fralavorando. La Gant è telli, non gemelli. Il marchio che porta il un gigante globale, opemio nome è una linea sportiva di altissira con grande anticipo. ma qualità, la mia è una linea per intenComunque, per me il ditori. I segreti della sua qualità sono nabarometro è semplice: scosti, ci vuole occhio per distinguerne i se qualcosa non mi sento di indossarla io, non finisce in passerella». ■

orta una camicia a righe infilata nei jeans strappati sul ginocchio. Michael Bastian è lui stesso l’immagine dell’uomo Gant. Nonostante i capelli grigi e la barba brizzolata sembra un ragazzo, ma il designer americano del marchio Gant ha anni di carriera alle spalle. Si è fatto le ossa come buyer da Abraham & Strauss, è stato da Sotheby’s, Tiffany e Polo Ralph Lauren, poi da Bergdorf Goodman come direttore del settore uomo. E da 9 stagioni lega il suo nome a quello del gigante svedese, per la collezione Uomo. E ora lo incontriamo a New York per una nuova linea, Gant Donna.

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Gant Man è un bravo ragazzo, sportivo e salutista. Che tipo di donna gli si affianca?

«Io vivo a New York, osservo spesso che il tipo d’uomo cui mi rivolgo si accompagna sempre a una ragazza alla moda, genere redattrice di Vogue che sta con uno che lavora a Wall Street. Ai ragazzi posati piace una ragazza trendy, c’è magnetismo fra questi due tipi di persone. Non vedo mai ragazzi tradizionalisti e atletici con ragazze come loro, in una coppia più le persone sono diverse più si attirano. Per questo abbiamo deciso che volevamo che la nostra Gant girl fosse molto fashion».

«Credo che questo diventerà un dialogo molto personale fra me e le donne che vestono Gant. Le donne comprano abbigliamento in un modo diverso dall’uomo. Vanno di più per negozi, acquistano di più, sono aperte al nuovo. Per noi è una prova importante. Stiamo tastando il terreno».

Che tipo di rapporto la lega all’Italia?

Mentre gli uomini non amano cambiare.

«A loro basta un piccolo tocco che li aiuti a migliorare, le donne invece ogni stagione sono pronte ad assumere una nuova identità: una stagione fanno le vamp, quella successiva abbracciano lo stile gotico, l’altra il genere intellettuale-sexy. Così abbiamo creato la coppia Gant». Fate sfilare modelli e modelle insieme.

«Con Gant Donna stiamo aprendo un percorso nuovo. Per anni la nostra ragazza è stata una sorta di sorellina minore, ora è ben definita».

L’espresso 16 dicembre 2010

A sinistra: Michael Bastian. Dall’alto, in senso orario: tre sue creazioni per il marchio Gant

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Società

Salvatore Scibona. Sopra: una strada di Cleveland, Ohio

SCRITTORI EMERGENTI

LA FICTION ∂ SOGNO Per il “New Yorker” è tra i più promettenti giovani autori americani. Si chiama Salvatore Scibona. E le storie che racconta sono anche le nostre

Foto: P. Matsas - Opale / Luz Photos, S. Franklin - Magnum Photos / Contrasto

DI ANTONIO CARLUCCI DA NEW YORK l sogno è cominciato all’età di dieci anni. Fantasticava di scrivere un libro, anzi un romanzo, di mandarlo in lettura a un editore che lo avrebbe approvato senza sapere ed accorgersi che era frutto del lavoro di un bambino. Salvatore Scibona, 35 anni, americano, scrittore, celebrato e premiato come uno dei giovani e più promettenti autori di fiction della scena statunitense, racconta con assoluto candore come è cominciato il suo rapporto con la scrittura. Come un sogno, appunto, che lui ha perseguito ostinatamente per i successivi 25 anni. E nel suo caso, il risveglio dal sogno, ov-

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L’espresso 16 dicembre 2010

vero la realtà di oggi, racconta una storia di successo. Che cos’altro è se non il raggiungimento di un traguardo la dichiarazione di amore che il prestigioso “The New Yorker” ha fatto il 14 giugno 2010 nei confronti di Salvatore Scibona? Lo ha inserito tra i migliori 20 autori di fiction sotto i 40 anni. Una scelta, scrivono i grandi capi di The New Yorker, «che può apparire arbitraria o assurda», ma che ha il solo scopo di offrire «un focus sui talenti che germogliano e fioriscono attorno a noi». Di Scibona la rivista newyorkese elogia «il lirico realismo» della sua narrazione e ha pubblicato il racconto breve “The Kid”, il

bambino, storia di un fanciullo solo nell’aeroporto di Amsterdam. L’autore americano di origine italiana (quarta generazione proveniente dall’unione di una famiglia siciliana e una polacca emigrate a Cleveland, in Ohio) non ha ricevuto solo gli elogi di “The New Yorker”. Nel 2009 ha ricevuto il Whiting Writers Award per la fiction con una serata di gala nel grande salone di New York. E l’anno prima era uno dei finalisti del National Book Award. A fargli vincere entrambi i premi è stato “The End” (sarà pubblicato in primavera in Italia dall’editore 66thand2nd), romanzo che naviga attraverso varie generazioni e che prende avvio il 15 agosto del 1953 dalla scelta di Rocco LaGrassa di chiudere per la prima volta in 29 anni il suo negozio di panettiere alla notizia che il figlio era morto in un campo di prigionia in Corea. Il romanzo mette a confronto diverse generazio-

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Società

ni di emigrati, è intriso dell’esperienza familiare dell’autore, il quale assicura di «non aver trasferito direttamente parole e gesti appresi nel corso degli anni da nonni e genitori». Anche se poi gran parte delle sue ricerche le ha compiute in Italia grazie a una borsa del Fullbright Program. «Ho impiegato 12 anni a scrivere “The End”», racconta Salvatore Scibona a “L’espresso” il giorno dopo aver presenziato all’edizione 2010 del National Book Award. Un tempo che non gli consente di vivere con i proventi del romanzo e dei racconti fino a oggi prodotti. Scibona lo sa benissimo, ma gli piace prendersi tutto il tempo necessario a raggiungere il risultato che cerca e così ha organizzato la vita in modo da garantirsi l’autonomia finanziaria per potersi dedicare alla scrittura. Da Cleveland, città pesantemente colpita dalla recessione nel 2008 (anche il padre e la madre dello scrittore hanno perso il lavoro), dopo un breve passaggio a New York dove poteva scrivere solo alzandosi alle 4 del mattino dovendo poi lavorare, Scibona è approdato a Province-

Scrivere è come guidare di notte, con i fari che illuminano davanti a te per trenta metri: non vedi dove finisce la strada, puoi scoprirla solo pezzo dopo pezzo 196

town, un delizioso paesino del Massachusetts che si trova sulla punta della penisola di Cape Cod. Lavora part time presso il Fine Arts Work Center, una organizzazione non profit che si occupa di sostenere giovani scrittori e giovani talenti nelle arti visive. «Io organizzo il lavoro di selezione del materiale, tengo i contatti, preparo le letture pubbliche, mantengo i rapporti con i partecipanti», racconta Scibona. Questo gli lascia libera l’intera mattina per la scrittura. Una organizzazione di vita perfetta, oggi che ha cominciato un nuovo romanzo di cui non vuole fornire dettagli. Non tanto per il gusto di mantenere segreta l’idea e la trama, ma soprattutto perché quello che ha scritto ieri forse domani finirà nel cestino. Scibona usa una macchina da scrivere e solo dopo infinite revisioni il testo finisce su un computer. Usa due esempi per descrivere la difficoltà della scrittura: «Come una balena che dorme: non può mai del tutto addormentarsi, perché ogni tanto deve salire a galla per respirare». Oppure: «È come guidare su una lunga strada dritta di notte con i fari che illuminano davanti a te per 30 metri: tu sai dove finisce la strada ma non puoi vedere il punto finale. Solo scoprirla pezzo dopo pezzo». ■

16 dicembre 2010 L’espresso

Foto: E. Hartmann - Magnum Photos / Contrasto

Una fotografia del 1954 scattata da Erich Hartmann in una fabbrica di Cleveland


A sinistra: Conran Shop, a Londra. Sotto: Dover Street Market; creazioni Hermès

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Società Maison in officina

INDIRIZZI di Luisa Taliento

MISSIONE SHOPPING ondra e New York sono due delle capitali più fashion, dove fare acquisti originali, approfittando del cambio favorevole del dollaro e dei prezzi da austerity che si trovano a Londra. Le due mete si abbinano con “Retail Therapy”: pacchetto con volo a/r, due notti a Londra e quattro a New York (da 1059 euro, tel. 035 882115, www.lafabbricadeisogni.biz). La prima fermata è la capitale britannica che, con i suoi 30 mila negozi, offre il meglio della moda per tutte le tasche. Si può partire da Vintage Modes, a pochi passi da Bond Street, disegnato dallo scenografo Finlay McLay e molto amato dalle star per la collezione di abiti firmati, da Balenciaga a Chanel (vintagemodes.co.uk). Per le ultime tendenze ci sono, invece, i sei piani del Dover Street Market, nel quartiere di Myfair, con abiti, opere d’arte e musica (www.doverstreetmarket.com). Mobili e oggetti di design si acquistano all’SCP, nel quartiere dell’East End, dove le porcellane old style costano solo 11 sterline (www.scp.co.uk/), e a South Kensington, nello storico Conran Shop,

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all’interno della Michelin House (www.conranshop.co.uk). Quando la valigia è quasi piena si può riprendere il volo che porta a New York. Ottimi acquisti si fanno da Hollister a Soho, la seconda linea di Abercrombie, con lo stesso stile e prezzi ridotti della metà. Tutti possono trovare qualcosa anche da Billy Reid, stilista che ha trasportato il fascino del Sud nel cuore di Bond Street (www.billyreid.com). Una splendida selezione di chitarre e spartiti è invece in vetrina da Mandolin Brothers, a Staten Island (mandoweb.com). Indirizzi mirati e aperture si trovano nella sezione shopping di www.nycgo.com.

L’origine della più raffinata delle Maison parigine è in una selleria che il fondatore Thierry Hermès aprì nel 1837, per far belli i cavalli di una nobiltà europea sempre più esigente. Oggi Hermès, nella mente di tutti, rievoca essenzialmente due oggetti iconici: il celebre foulard carré, vero marchio di fabbrica, e la stupenda - e proibitiva - Birkin Bag. Ma anche per una casa di moda che dell’allure classico ha fatto la sua filosofia, arriva il momento di una svolta. La prossima collezione della Maison, infatti, sarà la cosa più nuova in fatto di moda degli ultimi dieci anni, pur essendo un netto e geniale ritorno al passato. Petit h, questo il nome della nuova linea, segna la riscoperta delle radici perché riapre le porte delle vecchie botteghe pellettiere. Sempre identiche, soltanto più affollate. «L’idea mi è venuta visitando le nostre stupende officine», racconta Madame Mussard, pro-pronipote del capostipite Thierry: «Vedevo enormi quantità di stupenda pelle lavorata cadere dai tavoli degli artigiani solo perché materiale di scarto. Perché non riutilizzarla per farne qualcosa di assolutamente unico?». Risultato: pezzi unici e duraturi particolarmente charmant, anche perché non si prendono affatto sul serio. Come la cassettiera di pelle coi colori di Matisse, o il bellissimo Bambi a grandezza naturale di classica pelle marrone arancio Hermès. «Petit h non sarà una produzione in serie, ma ogni volta una nuova collezione di pezzi unici, che verranno prima messi in mostra qui a Parigi per poi essere spediti in punti vendita e espositivi esclusivi in tutto il mondo». Ma non parlate di “eco fashion”, qui il progetto è diverso, anche perché si è capito che i costi della bio fashion restano, almeno per ora, proibitivi. «Ma la creatività ci salverà», parola di Madame: «Non dico certo che la nostra linea cambierà il mondo, ma è già molto che la coscienza di cosa fare del residuato industriale delle fabbriche sia arrivata ai piani alti delle maison di moda come la nostra». Simone Porrovecchio

a cura di Valeria Palermi L’espresso 16 dicembre 2010

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CREATIVI di Enrico Maria Albamonte

MATERIAL MEN

n’istantanea del genere umano. È così che da Dolce & Gabbana definiscono “Uomini”, titolo eloquente del nuovo libro tutto al maschile della coppia creativa tricolore. Il volume fotografico (edito da Rizzoli) celebra, fra neo-edonismo e passione sportiva, l’estetica maschile dei due stilisti legati a doppio filo all’iconografia degli eroi pagani. E così negli scatti sensuali e testosteronici di Mariano Vivanco rivivono icone virili di ieri e di oggi: dalle reincarnazioni dei Bronzi di Riace agli atleti scolpiti come patinati sirenetti, passando per guerrieri e aitanti gladiatori versione 2010, fino agli ultimi sex symbol. Come Tony Ward, modello e attore dal fascino rude ed evergreen apprezzato da Karl Lagerfeld e da molte celebri signore, fra le quali Madonna. Non a caso la “material girl”,

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oggi testimonial e beniamina della griffe, negli anni Novanta volle con sé il bel tenebroso nel provocatorio videoclip “Justify my love”, tratto dall’album-scandalo “Erotica”. E oggi al suo glamour da macho “quasi primitivo” è dedicata una sezione del libro. Oltre a inserirsi nel quadro dei festeggiamenti del ventesimo anniversario di Dolce & Gabbana Uomo, questo progetto mira a sostenere una buona causa di rilievo culturale: la digitalizzazione del Gabinetto Disegni e stampe degli Uffizi (GDSU). Il progetto si chiama “EUPLOOS” e ha l’obiettivo di rendere disponiDue scatti dal bile l’intera collezione del libro “Uomini”. In basso, museo fiorentino attraverso la realizzazione di a sinistra: Geox al Festival della un catalogo completo da Scienza di consultare e condividere Genova. A sul Web. destra: jogging

Foto: Grant Robinson/moodboard/Corbis

Scienza da respirare Un laboratorio con postazioni interattive per spiegare i sistemi di termoregolazione dell’organismo. L’ha messo a punto Geox, “family brand” di calzature e total look che, fin dagli anni Novanta, ha fatto dell’innovazione il suo cavallo di battaglia. Al recente Festival della Scienza di Genova l’azienda guidata da Mario Moretti Polegato ha presentato il “Laboratorio che respira”, composto da otto postazioni dai nomi che ricalcano titoli di film: “Cantando sotto la pioggia”, “Brivido caldo”, “A qualcuno (non ) piace caldo”... Tutto questo per spiegare con semplicità, grazie alla tecnologia, il ruolo della ricerca per il benessere fisico in ogni situazione. «Un modo pratico ed efficace per stimolare le idee dei ragazzi attraverso il gioco, il confronto e i dibattiti», ha spiegato Polegato che, per l’occasione, ha invitato il premio Nobel per la chimica Gerhard Ertl. Antonia Matarrese

L’espresso 16 dicembre 2010

Jogging culturale Unire la passione per il jogging con l’amore per la propria città. È nato così il “Sightseeing on the run”, l’ultima mania per gli sportivi, che combinano il turismo con l’allenamento: divisi in piccoli gruppi da massimo sei persone, macchina fotografica al collo, si segue un trainer che fa da guida turistica e si esplorano, facendo jogging, i siti d’interesse storico-culturale di una città. L’idea è nata negli Stati Uniti grazie all’entusiasmo di un istruttore appassionato d’arte, che allenava i suoi clienti tra nozioni di storia e architettura. La sua agenzia, la City Running Tour (www.cityrunningtours.com), ha aperto prima a New York, poi a Chicago, Washington, San Diego, Austin e Charleston, e dalle sue sedi operative organizza appuntamenti in tutto il paese. Visto il successo, l’idea si è diffusa. Fino ai nostri confini: a Roma la Sightjogging (www.sightjogging.it) con 15 percorsi ginnici trasforma le passeggiate turistiche in sessioni di fitness a cielo aperto, facendo lo slalom tra opere di archistar, parchi e capolavori millenari. Micol Passariello

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Una scena di “Kimba, il leone bianco”. Al centro: Technogym a New York. Sotto: Ali Begun

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Società

Trans Talk Show

LIBRI di Francesca Schianchi

Foto: S. Das - Ap /Lapresse

MONDO MANGA I l disegno raffinato di Lady Oscar, il capitano donna delle guardie del re di Francia ai tempi della Rivoluzione, educata come un maschio, opera di Ikeda Riyoko. Che, per il suo contributo alla diffusione della storia d’Oltralpe, ha anche ricevuto la Legione d’Onore. Lo scoppio della bomba atomica raccontato attraverso lo sguardo sbigottito e coraggioso di un bimbo, Gen di Hiroshima, manga autobiografico di Nakazawa Keiji. La ragazza dello spazio Lamù, attraverso cui vengono proposti, impastati di comicità, mitologia e folklore d’Oriente. Sono 500 le illustrazioni a colori, più di 300 le schede dedicate a personaggi e autori nel libro appena uscito in libreria “Manga Impact. Il mondo dell’animazione giapponese”, curato da oltre venti esperti in rappresentanza di sei Paesi (tra cui l’Italia) e tre continenti (edito da Phaidon Press Limited). Un viaggio attraverso l’universo della creatività nipponica, spesso arrivato nelle nostre case grazie a personaggi entrati nell’immaginario collettivo come Heidi, la generosa bambina delle Alpi ideata da Takahata Isao, o i teneri Pokémon, replicati in oltre 600 episodi tv e più di 20 film. A completare l’esplorazione di questo mondo, il volume contiene quindici saggi di approfondimento.

L’espresso 16 dicembre 2010

MADE IN ITALY A MANHATTAN Personal trainer per allenamenti personalizzati e consigli sull’alimentazione. Interior designer pronti a suggerire le soluzioni per il proprio spazio wellness in casa. E attrezzi di design made in Italy. Al numero 70 di Greene Street, a Manhattan, ha aperto il primo Wellness Store e showroom negli Stati Uniti di Technoygm, l’azienda italiana leader nelle soluzioni per fitness e wellness, già fornitore ufficiale delle ultime quattro edizioni di Olimpiadi e nominata a quelle di Londra del 2012. L’elegante store è su due livelli, collegati da una scala in un giardino verticale: al piano terra esposizione dei prodotti e wellness cafè, al livello inferiore la PT lounge per provare i prodotti sotto l’occhio dei personal trainer. Come Marcus Eave, che segue celebrities come Donna Karan e Mick Jagger: insieme ai clienti, e metterà alla prova le novità dello store. F. S.

Ali Saleem non dorme mai di notte. Vive in un bioritmo capovolto, da animale notturno. Il suo problema è il buio. Il buio dà linfa alle sue paure. Come quella di un’intrusione nel suo appartamento (blindato) e di essere ucciso. «È difficile essere una persona felice in un Paese di infelici», confida. Non in un posto qualunque nel mondo, ma in Pakistan, Ali Saleem, alias Begun, conduce sulla tv di Stato un Late-Night-Show che è il più visto del Paese. Avvolto in pregiati abiti femminili, Ali conduce la sua personale lotta per la liberazione sessuale del Pakistan. E la gente lo ama, anche se milioni di pakistani non vogliono credere che sotto gli abiti di Begun ci sia un uomo. 32 anni, guardaroba sconfinato, rossetto rosso, l’onda cotonata, il lungo sari tradizionale, per due ore ogni sera Ali-Begun intrattiene nel suo salottino di pelouche politici, attori, guide spirituali e militari d’alto rango. Cinque anni di rivoluzione dei costumi isolata e senza precedenti. Anche se, ammette, la sua Begun gli assomiglia più di quanto sembri: due bellezze eccentriche e capricciose dell’alta borghesia pakistana con un debole per la gestualità, le allusioni, e gli eccessi. Come quando afferma che ama indifferentemente uomini e donne. «Dopo la prima puntata del mio show, un alto esponente dell’esercito chiamò in redazione. Se qualcuno ti crea dei problemi per il tuo show, mi disse, chiamaci e ci pensiamo noi. In Pakistan a una donna non verrebbe mai permesso di condurre una trasmissione simile. Questo è il mio Paese: paralizzato in una camicia di forza di inibizioni. Abbiamo bisogno di una liberazione sessuale e dei costumi e io do il mio contributo». La drag queen più famosa del Pakistan ama Karachi, dove esiste un mondo scintillante per ricchi, con party e «tanto sesso disinvolto». Amico della Bhutto, che lo adorava, Ali reagisce alla paura con fatalismo, sognando un Paese pacificato. «Un giorno voglio diventare primo ministro. Come le termiti, politici e militari ci hanno divorato dall’interno”. S. P.


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Società

DEEJAY di Pierfrancesco Pacoda

SENTI CHE MUSICA el video del suo disco estivo, “Smile”, campeggiava il corpo esotico e televisivo di Nina Senicar, starlette passata per “l’Isola dei famosi”. E proprio al Papeete, ritrovo, a Milano Marittima, della consueta miscela di celebrità catodiche, lo ha presentato, di fronte allo stesso pubblico che per tutto l’inverno lo seguirà fedelmente ogni giovedì tra le pareti ovattate dell’esclusivo Armani Privé di Milano. Lui, Ben Taoufik, nome d’arte Bendj, è un ragazzo tunisino di 30 anni, che ha iniziato la sua

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carriera come dj nei tanti villaggi turistici da vacanze “tutto compreso” nel suo paese. Poi l’arrivo in Italia, dove, molto velocemente, si è imposto come protagonista delle notti “disco” sulla Riviera romagnola, senza tralasciare, nel frattempo, la presenza in club della Russia, Brasile, Costa Azzura ed Emirati Arabi. Adesso, a coronare un periodo felice, è arrivato il nuovo disco, dal titolo “The Mistress”, diventato imme-

Capalbio da leggere Un paese fatto di libri: i muri, i tetti delle case che circondano la vecchia torre. Con questa immagine in bianco e nero, Capalbio libri, evento che si svolge ogni anno nella località dell’Argentario, ha vinto il premio per il miglior manifesto del “Festival of festivals” di Bologna. La rassegna, dedicata ai vari eventi culturali italiani, ha premiato Capalbio per «la capacità di combinare immagine e slogan in uno strumento che rappresenta la sintesi immediata di un festival». Il riconoscimento è stato assegnato dai visitatori del sito del Fof, che hanno votato per il loro poster preferito. Il disegno al tratto del borgo medievale, con i libri che sono parte integrante del panorama, è stato realizzato da Piero Zagami per l’agenzia di comunicazione Zigzag, che organizza l’evento. Veronica Ulivieri

L’espresso 16 dicembre 2010

Bendj. Sotto: Refrigue; Woolrich; Herno; Feyem; Cape Horn. A sinistra: Capalbio Libri

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diatamente una delle canzoni più programmate da Pete Tong (a sua volta uno dei dj più influenti e famosi del mondo) su Bbc Radio One. Storie di immigrati di successo.

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MISTER PIUMINO Il ritorno del cappotto c’è. Ma, complici le piogge, il pratico piumino fa sempre la parte del leone. Tecnico, sartoriale, ultraleggero, fluo. 1. Per lui, il Woolrich Artic Parka distribuito da WP Lavori in Corso (tel. 051 4161411): icona di Woolrich, nasce nel 1972 per gli operai che costruivano l’oleodotto in 3 Alaska. È in cotone/nylon 5 trattato teflon, in piuma d’oca, bordato in pelliccia di coyote. Costa 629 euro. 2. Tessuto tecnico per il 4 piumino Beach Company per Refrigue (tel. 010 6121818). Ha cappuccio bordato di pelliccia e costa 490 euro. 3. Per lei, Herno (tel. 0322 77091) lancia il piumino ultralight da 200 grammi in nylon lucido, in finissima piuma d’oca con tecnica ad iniezione. Pettorina antivento e dettaglio collo in maglia. A 500 euro. 4. Per lei, Indira di Feyem (tel. 045 6450770): trapuntato, con imbottitura in piuma d’oca e tessuto esterno antimacchia, collo in pelliccia di volpe, costa 782 euro. 5. Viedma Murmarski di Cape Horn (tel. 0445 741580) ha un tessuto caratterizzato da laminazione interna per maggiore impermeabilità. Vari colori, costa 550 euro. A. Mat


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Società A sinistra: il ristorante Ducasse al Plaza Athénée. Sotto: pasta Mancini; Valentino Lonardi di Costadoro

LA TAVOLA di Enzo Vizzari

ATELIER DEL GUSTO

piatto di portata è lasciato accanto al cliente perché possa esserne servito a volontà, l’anatra arriva intera in tavola nella sua casseruola di ghisa ed è sezionata, come una volta, davanti all’ospite… Ma la svolta sta nel piatto: «Soggetto, verbo, complemento… prodotto, contorno, salsa», dice Ducasse, «tre componenti per ogni piatto, per ritrovare il gusto di ogni cosa». Dalla carta sono scomparse le chilometriche definizioni descrittive per lasciare il posto a “rombo, vongole e bietole”, “sogliole e porcini”, “pollo arrosto”, “agnello e carciofi”, “cioccolato, caffè e brioche”. È l’interpretazione ducassiana del lusso della semplicità e passa attraverso piatti più di sempre impeccabili nella concezione, nei prodotti, nella realizzazione e, soprattutto, di icastica definizione dei sapori. La semplificazione non riguarda, purtroppo, il conto: 360 euro il “menu collection, sui 250 alla carta.

er riempire i ristoranti non basta (più) far buona cucina; i gusti e le abitudini mutanti del pubblico possono essere intercettati se anche il ristorante si muove e cambia. Lo hanno capito bene i ristoratori e i cuochi più attenti a partire dai più blasonati. Una svolta radicale è quella annunciata da Ferran Adrià che, come si sa, chiuderà a fine luglio El Bulli, per concedersi una pausa d’un paio d’anni durante i quali metterà a punto il progetto della fondazione che occuperà gli spazi del Bulli: un grande “taller”, un laboratorio, collegato a università e centri di ricerca, dove una trentina di cuochi studieranno, sperimenteranno e diffonderanno via Internet l’innovazione gastronomica. Si Alain Ducasse au Plaza Athénée mangerà al “taller”? «Si potrà anche manParigi, Avenue Montaigne 25 giare, ma non sarà quella la priorità», ritel. (0033) 01 53676500 sponde Adrià. Meno radicale la svolta di Chiuso: sabato e domenica; Alain Ducasse al Plaza Athénée. A dieci anlunedì, martedì, mercoledì a pranzo ni dall’apertura ha cambiato lo chef, ha riwww.alain-ducasse.com disegnato e spogliato gli arredi della sala e guide@espressoedit.it della tavola e ha ridefinito i canoni della cucina. “Semplificare” è stata la parola d’ordine, sbarazzarsi di ogni Dopo diverse stagioni un po’ altalenanti, il Bardolino orpello per mettere il - storica denominazione veronese a base di corvina, cliente nelle condiziorondinella e molinara che si sviluppa sulle colline ni di concentrarsi sul moreniche a sud-est del lago di Garda - sta piatto, assecondarlo conquistando il palato degli appassionati con una nella ricerca del gusto. serie di azzeccate versioni sul piano dell’eleganza, “Puntare all’eccellendote precipua di questo rosso lacustre. Ne offre un za attraverso la semesemplare saggio il Broi 2008 di Valentino Lonardi plicità” è il motto. Il (azienda Costadoro, tel. 045 7211668, pane era ieri servito da cantina@agriturismocostadoro.com), prodotto nel un’elegante corbeille, cuore della zona classica: spiccati sentori floreali oggi viene tagliato su e sfumature speziate, invitante timbro sapido al un carrello al tavolo, il palato, sviluppo naturale, chiusura “pepata”.

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Fior di Bardolino

Spaghetti al design Filiera corta, anzi cortissima. L’Azienda Agricola Mancini “produce pasta in mezzo a un campo di grano”, sulle colline di Monte San Pietrangeli, nelle Marche, tra le province di Ascoli Piceno e Macerata. Massimo Mancini, terza generazione di coltivatori di cereali, dopo gli studi in scienze agrarie a Bologna e l’esperienza in grandi aziende dove ha seguito l'intera filiera produttiva: dal grano duro al marketing della pasta, ha deciso di valorizzare la tradizione di famiglia, trasformando in pasta parte della propria produzione di grano, agli inizi con l'aiuto di un vecchio pastaio, poi dando vita a un moderno pastificio. La pasta Mancini (www.pastamancini.it), dopo che il grano è stato immagazzinato con un processo di conservazione a freddo, vantaggioso sia per la salubrità sia per la conservazione delle sue caratteristiche organolettiche, è ottenuta con sistemi di pastificazione artigiani tradizionali: lavorata con trafile in bronzo e fatta asciugare su telai in legno. La sua qualità è straordinaria, ha grande consistenza, struttura porosa e alti valori nutrizionali. Viene proposta in packaging di design sotto forma di spaghetti, trenette, spaghetti alla chitarra, penne, maccheroni, fusilli, mezze maniche e tuffoli (paccheri). Su ogni pacchetto è indicato l’anno del raccolto. Fabrizia Fedele

Un rosso sottile e leggiadro dal prezzo a dir poco goloso: sui 6 euro in enoteca. Massimo Zanichelli L’espresso 16 dicembre 2010

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AUTO di Maurizio Maggi

PICCOLA E SNOB

uando uscirà, l’anno prossimo, la Cygnet se la potranno comprare tutti. Oddio, proprio tutti no, visto che dovrebbe costare almeno 30 mila euro. Comunque, sarà di gran lunga la più piccola ed “economica” Aston Martin, e per acquistarla non ci sarà bisogno di essere già proprietari di una macchina dello chicchissimo marchio inglese. Vien quasi da dire: peccato. La singolare ed elitaria condizione, infatti, avrebbe accresciuto a dismisura l’alone di snobismo che avvolge la citycar di lusso da quando s’è cominciato a parlare di lei. L’obbligo di aver già un’Aston Martin nel box per acchiapparne una avrebbe creato un singolare mercato secondario sulla vetturetta ma certo non aiutato la sua diffusione. E a Gaydon, quartier generale della marca mito dei film di James Bond, han-

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KUNG FU PANDA Marca e modello

Vendite gennaio/ottobre 2010

Fiat Panda Fiat 500 Smart Ford Ka Hyundai i10 Peugeot 107 Citroën C1 Toyota Aygo Chevrolet Spark Renault Twingo

117.762 59.602 23.123 15.762 15.143 14.637 14.500 11.752 10.659 10.105

Panda e 500 sempre al comando del segmento A, il più colpito dal taglio degli incentivi Fonte: Unrae

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La Toyota iQ. A destra: la Aston Martin Cygnet. In basso: la Cadillac Cts-W coupé

Toyota iQ 1.3 Executive

Accelerazione da 0 a 100 km/ora: 13 secondi Consumo: 20,4 km/litro Prezzo: 16 mila euro Emissioni di CO2: 11 gr/km Motore: 4 cilindri Lunghezza: 2,99 metri Cilindrata: 1.329 cc. Bollo annuale: da 190,92 Potenza massima: 99 cavalli Velocità massima: 170 km/ora a 210,16 euro

no evidentemente pensato che farla pagare quanto una berlina o quasi il doppio di una Golf potrà bastare, per rendere glamour la Cygnet. La mini Aston Martin che andrà in produzione nel 2011, peraltro, deriva da un’auto di serie, la Toyota iQ, che già di suo è sufficientemente costosa. Lanciata un paio di anni fa, è stata appena sottoposta a una serie di ritocchi, soprattutto estetici, che l’hanno resa più carina, specie nelle versioni al top della gamma, come la 1.300 Executive. Il cui prezzo non è inusitatamente salato come quello della cugina Cygnet ma che, con il pieno di optional, può tuttavia superare i 17 mila euro. Niente male per uno scricciolo di neanche tre metri, con due posti davanti e uno e mezzo dietro. Chiattarrella e con una spiccata personalità, la iQ è l’unica rivale della Smart, della quale è più lunga di 29 centimetri. Ma è la maggiore larghezza della giapponese (12 centimetri) a dif-

ferenziarla a prima vista dalla regina della citycar tascabili. Il maquillage ha migliorato gli interni della iQ, rendendoli più eleganti e allegri, con le plastiche soft touch, le cromature qua e là, la console bicolore. A proposito di colori, finalmente c’è una tavolozza a disposizione (la iQCollection presenta anche due blu, un rosso, persino un ametista) e non più la minimalista scelta tra i quattro colori base del lancio. La iQ è sbarcata in Italia nel pieno della crisi economica mondiale e non ha avuto vita facile. Accolta dall’entusiasmo della critica colta e attenta al design e dallo scetticismo di chi valuta le auto da città soprattutto in base al prezzo e ai consumi, ha aggiustato la filosofia commerciale imboccando due direzioni opposte: allestimenti base economicamente competitivi e versioni cool per chi non bada a spese. Poi arriverà la Cygnet e anche la più costosa delle iQ sembrerà regalata.

Missile yankee Il ritorno in Borsa e gli attestati di stima del presidente Obama hanno rimesso a lucido l’immagine della General Motors, che il pubblico italiano associa soprattutto alla marca Opel. Ma la GM di brand ne controlla parecchi e uno dei più prestigiosi è senz’altro quello della Cadillac. La cui punta di diamante, in termini di fascino e esclusività, nel Vecchio Continente è sicuramente la Cts-V Coupé, la versione più esuberante di una vettura che negli Usa si guida anche per andare a far la spesa. Massiccia, spigolosa e yankee fino al midollo, la Cts-V Coupé ha lo stesso passo della berlina ma un carattere straripante. Normale, se il motore è un otto cilindri di 6.162 centimetri cubi di cilindrata in grado di sprigionare 564 cavalli di potenza massima. Il suo terrificante biglietto da visita dice che va da ferma a 100 all’ora in meno di 4 secondi e potrebbe toccare i 308 orari di punta (però si autolimita a quota 282). Per divertirsi alla guida si può anche ridurre l’assistenza del controllo della trazione. I dealer della Cadillac si divertono invece quando vedono qualcuno che firma l’assegno da 82 mila euro abbondanti.

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Società AUTO

SALTA SU, ROBIN

ev’essere proprio vero che agli americani è tornata la voglia di comprare automobili. Sentite questa. Sul sito di acquisti on line www.firebox.com è in vendita, per la modica somma di 150 mila dollari (oltre 110 mila euro), l’esatta replica della Batmobile. Sì, della Batmobile, la fedele compagna d’avventure dell’uomo pipistrello. Non la copia di uno degli avveniristici prototipi che si sono susseguiti nelle pellicole più moderne, ma dell’originale, cioè dello straordinario veicolo utilizzato da Adam West nella prima serie di telefilm andata in onda a partire dal 1966. Quella macchina si rifaceva alle linee della show car Ford Lincoln Futura degli anni Cinquanta: una creazione di William M. Schmidt, a sua volta ispirato dalle particolari forme di pesci come la manta e lo squalo. La replica di oggi è lunga poco meno di sette

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metri, pesa quasi due tonnellate e soprattutto ripropone fedelmente i gadget (non funzionanti, si spera…) della Batmobile d’allora: dal bat-radar al batcomputer fino al reattore posteriore con tanto di fiammata, e così via. Siccome siamo pur sempre nel 2010 e chi spende 150 mila dollari per un giocattolone del genere sarà pure stravagante ma qualche comfort lo esige, non manca una serie di dotazioni più moderne: tipo lettore dvd sul cruscotto, sistema audio con sei altoparlanti e sedili in pelle. La peculiare verniciatura, dicono, da sola vale circa 20 mila dollari. Niente costume da Batman in dotazione, però. E niente Catwoman sul sedile del passeggero.

La Aprilia RSW4 Mille Factory. Al centro: la Batmobile. Sotto: la Fiat Punto MyLife

MOTO di Maurizio Tanca

Due ruote da sogno

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na Special edition per celebrare una storica impresa sportiva. È la nuovissima versione Se dell’Aprilia RSV4 1000 Factory, mirabile purosangue italiana che al suo secondo anno di vita ha già festeggiato con Max Biaggi - primo italiano a riuscirci la conquista del titolo iridato Superbike. Al di là della pancia tricolore della carenatura, è la massiccia iniezione di elettronica a giustificare l’esborso dei 2 mila euro in più, rispetto alla già cara Factory, necessari per portarsi a casa questo gioiello tecnologico. Una mo-

to il cui stile, già assai piacevole, è perfino migliorato grazie al nuovo silenziatore, più piccolo, leggero e più bello. Il sofisticatissimo software gestionale Aprc (Aprilia performance ride control), sviluppato direttamente in pista da Biaggi e abbondantemente settabile a piacimento, consente di sfruttare al meglio e con tanta sicurezza in più i 180 cavalli del fenomenale V4 italiano tramite l’acceleratore ride-by-wire. Il sistema ingloba ben quattro tipi di “aiuti elettronici”, gestibili tramite pulsanti sul maMarco Scafati nubrio e riscontrabili sul cruscotto, a sua volta configurabile per l’uso su straAprilia Rsv4 Factory Se da o in pista. Eccoli: il Prezzo: 22 mila euro controllo di trazione Cilindrata: 1.000 centimetri cubi Atc, con otto livelli di Motore: 4 cilindri, 16 valvole ingerenza e in grado di Potenza massima: 180 cavalli adattarsi automaticaVelocità massima: 290 km/ora mente a pneumatici Consumo medio: 14 km/litro posteriori di misure Capacità serbatoio: 17 litri differenti; il controllo Peso col pieno: 192 kg dell’impennata, Awc, Altezza sella da terra: 84,5 centimetri Bollo annuale: da 136,11 a 155,20 euro governato da due giroscopi e con tre livelli di intervento; l’Alc, che gestisce le tre porte e motore di 1,2 litri con 69 cavalli. Senza partenze a razzo con l’ulteriore permutare o rottamare niente, solo la Yaris Now (in aiuto del Quick Shift, che consenChe botte, sul ring del segmento B. Nella categoria offerta a 9.750 euro) sta sotto quota 10 mila. Già, te di cambiar marcia a raffica sendi Punto, Fiesta, Corsa e compagnia, la più dicono altri, noi siamo in promozione appena sopra za chiudere il gas. Non è finita: per rilevante per quantità sul mercato italiano, le rivali i 10 mila euro ma abbiamo un sacco di contenuti migliorare la stabilità, specie in sono tante e sgomitano. La trincea di fine 2010 in più. La Fiesta Pack Plus, spiegano alla Ford, sta frenata, sono stati leggermente è la soglia psicologica dei 10 mila euro. In Italia, a 10.250 euro ma con i fendinebbia e gli airbag modificati telaio e tarature delle sul fronte delle auto piccole, a menare le danze ovunque. Ok, potrebbero replicare a Torino, però la è sempre la Fiat: ecco perché sospensioni. Morale: una moto Punto MyLife ha 9 cavalli in più, la campagna appena avviata lo Start & Stop e il navigatore. Il ancor più formidabile, una vera da Torino con la Punto MyLyfe potenziale acquirente amante dei racer normalmente in vendita (anha infiammato ulteriormente confronti precisi può consumare che se non alla portata di tutti). la contesa. Nella fase di lancio, suole e taccuini, prima di Consigliata a un pubblico adulto.

Punto. E si continua

infatti, la MyLyfe - più sportiva delle Punto normali - è offerta a 9.900 euro, nell’allestimento a

scegliere. Stando attento alle nuove promozioni: perché nel segmento B la rincorsa è infinita.

16 dicembre 2010 L’espresso


LETTERE

PER POSTA,PER EMAIL Risponde Stefania Rossini stefania.rossini@espressoedit.it

Uomini in bambola Cara Rossini, da ormai due mesi, Barbara è entrata nella mia vita. Il giorno in cui sono andato a prenderla all’aeroporto, alla dogana dell’aeroporto per essere esatti, è stato un giorno felice. Barbara è bellissima, come le donne sono solo nei film, ma non è fatta di carne e sangue, è fatta di silicone e questo alla gente non va giù. Ormai sono migliaia gli uomini che hanno compagne come lei, ma si giudica ancora il fenomeno come una devianza sociale e i Dollovers come un branco di pervertiti. È un atteggiamento discriminatorio generato dall’ignoranza. Barbara infatti soddisfa ogni mio bisogno e desiderio. Mi tiene compagnia, mi fa sentire bene con me stesso. Inoltre mi costringe a prendermi quotidianamente cura di qualcun altro, cosa di cui non ero mai stato capace prima. Quando esco per comprarle dei vestiti o le spazzolo i capelli, quando le leggo un libro o ci faccio del sesso, io mi sento felice. Felice come nessuna donna biologica ha mai saputo o voluto rendermi. Ma questo è qualcosa che il mondo esterno non capisce e allora Barbara è costretta a rimanere nascosta in casa. Quindi io le chiedo: in un mondo dove violenza, inganni e crudeltà sono all’ordine del giorno, non si ha il diritto di scegliersi il proprio modo di far fronte alla solitudine, senza essere giudicati e senza doversene vergognare? Lettera firmata, e-mail

Forse il nostro lettore scherza, sperando di scandalizzarci e provocare una reazione vetero femminista (del tipo: questo è l’unico modo rimasto per sentirsi padroni di una donna) o forse è davvero la persona che descrive. Del resto basta un giro nella Rete per scoprire il fiorente commercio di questi manichini di silicone che vengono recapitati a domicilio al prezzo di un’utilitaria. Feticci femminili che non hanno più niente a che vedere con le vecchie e goffe bambole gonfiabili, ma sono verosimili in ogni particolare sul modello di bellezza imposto dalle tv. E noi che eravamo ferme al velinismo in politica e al dibattito sul corpo delle donne, riscopriamo questi uomini fragili e sperduti che si rifugiano nell’inanimato per la paura di vivere. Ma forse anche perché hanno capito prima degli altri la lezione dei tempi: le donne in carne ed ossa, specie le bellissime che affollano i luoghi di potere, non si trasformano più in bambole per il diletto degli uomini, ma per imparare ad afferrare loro stesse il potere.

Fontanella di alleggerimento Con profondo sconcerto ho letto l’articolo “Tribunale di Milano - Lo spreco della fontanella” (“L’espresso” n. 48). I lavori in questione attengono all’intervento strutturale effettuato al quinto piano del Tribunale, attraverso il recupero di un’area pericolante e inutilizzata. Si è così permesso l’allestimento, secondo rilevanti canoni architettonici (recupero del lucernario dell’arch. Piacentini, occluso da anni con una discutibile cementificazione che appunto ha reso inutilizzabili gli spazi indicati), di dodici nuovi locali che saranno destinati, ovviamente, a soddisfare esigenze dell’Ufficio (come

già in parte avvenuto) così sopperendo alla gravissima carenza di spazi che affligge gli Uffici del Tribunale. Il riferimento, poi, al fatto che tali nuove stanze sono “vicine in linea d’aria a quelle del presidente Livia Pomodoro” appare particolarmente sgradevole e del tutto fuorviante; infatti, non si tratta di un intervento in locali utilizzati da questa Presidenza o dalla Segreteria di Presidenza che seguita e seguiterà ad occupare i locali del terzo piano che, sin dalla costruzione del Palazzo, sono utilizzati a tale scopo. I nuovi locali saranno destinati peraltro non ai soli magistrati, ma fruibili da tutti i lavoratori del Palazzo. L’accesso ai

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LETTERE locali indicati avviene attraverso normalissimi ingressi del tutto accessibili. La scala metallica cui è fatto riferimento nell’articolo è elemento dell'uscita di emergenza che è prevista per legge dalle norme sulla sicurezza. Per quanto poi concerne il riferimento all’“uso di denaro pubblico” e che i lavori rappresentano un inutile “costoso maquillage”, desidero sottolineare come non solo il recupero dei locali, come già detto del tutto abbandonati, soddisfa un’evidente esigenza logistica degli Uffici, ma che tutto l’intervento è stato effettuato, previa debita approvazione della Commissione Manutenzione dell’intero Palazzo, direttamente dal Ministero delle Infrastrutture, senza sottrarre, quindi, un euro ai fondi destinati all’Amministrazione della Giustizia. I lavori sono stati fatti, come potrà indicare l’Amministrazione responsabile, con costi assolutamente contenuti; addirittura l’allestimento interno è stato effettuato con mobili acquistati presso la più economica grande catena di distribuzione. La stessa struttura presente nell’atrio di ingresso dei nuovi locali, definita “fontanella”, è una minima articolazione architettonica costituita da alcuni lastroni di granito assemblati e che, mi è stato riferito, nulla sono costati allo stesso Ministero delle Infrastrutture. Desidero precisare che tutto il manufatto è collaudato secondo le norme di legge per quanto riguarda l’areazione e l’illuminazione e la cosiddetta “fontana” corrisponde ad esigenze, note a tutti gli architetti, di alleggerimento nell’uso di locali artificialmente areati. Spiace, quindi, constatare come un intervento realizzato per ottimizzare l’utilizzo di un bene pubblico, peraltro ripristinando quanto maldestramente e inutilmente sovrastrutturato, per finalità di miglioramento del servizio e delle condizioni di lavoro di tutti sia stato presentato come un superfluo e costoso intervento. dott.ssa Livia Pomodoro, Presidente Tribunale ordinario di Milano

L’espresso 16 dicembre 2010

Ankara riconosca Cipro È spiacevole che uno studioso serio come Soli Ozel sia restato vittima della propaganda del suo governo, quando scrive (L’espresso n. 48) che l’Ue cede “all’irragionevole cocciutaggine dei ciprioti greci”. La prima responsabile degli ostacoli al processo di adesione è la Turchia stessa. È noto che la Turchia mantiene, in seguito all’invasione del 1974, truppe di occupazione sul 37 per cento del territorio cipriota (quindi europeo) e non il contrario. Inoltre, fin dal 2005 Ankara si rifiuta tenacemente e con ogni ufficialità di adempiere ai suoi impegni legali verso la Ue: riconoscere tutti gli Stati membri, quindi anche la Repubblica di Cipro, e aprire i suoi porti e aeroporti ai vettori con bandiera cipriota. E questo per citare solo i più clamorosi casi di inadempienza turca verso l’Ue. Ambasciatore Athena MavronicolaDroushiotis

Calciatore e lavoratore Da anni vi seguo condividendo la maggioranza delle vostre idee, per questo mi piacerebbe sapere la vostra posizione sullo sciopero dei calciatori. Per ora vi dico la mia: io sono un lavoratore autonomo, non sono un calciatore e non amo il calcio, ma leggendo uno striscione esposto in una curva con su scritto “lo sciopero ai lavoratori vergogna calciatori” mi sono irritato, mi chiedo chi dà diritto a una parte di lavoratori di togliere diritti a un’altra. Il calcio non è solo Totti, Cassano o serie A. Penso alla miriade di ragazzi che milita nelle serie minori per un migliaio di euro al mese alla mercè di procuratori e presidenti. Certi compensi milionari sono da ridiscutere con forza e fino qui tutti siamo d’accordo, ma smettiamo di combattere fra poveri e comprendiamo che tutti i diritti sono sacrosanti, altrimenti in Italia non cambierà mai nulla e alla fine prevarrà sempre di più il personalismo. rubestusel@libero.it L’espresso: Via Cristoforo Colombo, 90 - 00147 Roma E-mail: letterealdirettore@espressoedit.it

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UMBERTO ECO LA BUSTINA DI MINERVA

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che il dente avvelenato lo ha contro il governo americano e non contro il governo Berlusconi. Perché le vittime non vengono toccate, se non superficialmente? Perché, come tutti si sono accorti, i famosi messaggi segreti erano puro “Eco della Stampa”, e si limitavano a riferire quello che tutti in Europa sapevano e dicevano, e che persino in America era apparso già su “Newsweek”. Pertanto i rapporti segreti erano come i dossier che gli uffici stampa di un’azienda inviano all’amministratore delegato, il quale con tutto il daffare che ha non può leggere anche i giornali. È evidente che i rapporti inviati alla Clinton, non riguardando segrete cose, non erano “pizzini” spionistici. Ma se pure si fosse anche trattato di notizie apparente-

Gheddafi erano da tempo materia - peraltro anche vecchiotta - per i caricaturisti. La regola per cui i dossier segreti devono essere fatti soltanto di notizie già note è essenziale per la dinamica dei servizi segreti, e non solo in questo secolo. È la stessa per cui, se andate in una libreria dedicata a pubblicazioni esoteriche, vedrete che ogni nuovo libro ripete (sul Graal, sul mistero di Rennes-le-Chateau, sui Templari o sui Rosa-Croce) esattamente quello che era scritto nei libri precedenti. Questo non solo e non tanto perché l’autore di testi occultistici non ama fare ricerche inedite (né sa dove potrebbe ricercare notizie sull’inesistente) ma perché i devoti dell’occultismo credono solo a quello che sanno già, e che

Le “rivelazioni“ di WikiLeaks dimostrano l’inutilità dei rapporti della diplomazia e dei servizi segreti che trasmettono e archiviano soltanto quello che già era noto

mente più riservate, come il fatto che Berlusconi ha cointeressenze private negli affari del gas russo, anche lì (vera o falsa che la cosa sia) i pizzini non farebbero altro che ripetere ciò di cui parlano coloro che ai tempi del fascismo erano bollati come strateghi da caffè, e cioè quelli che parlano di politica al bar. E questo non fa altro che confermare un’altra cosa che si sa benissimo. E cioè che ogni dossier costruito per un servizio segreto (di qualsiasi nazione) è fatto esclusivamente di materiale già di dominio pubblico. Le “straordinarie“ rivelazioni americane sulle notti brave di Berlusconi riportano ciò che da mesi si poteva leggere su qualsiasi giornale italiano (meno due), e le manie satrapiche di

riconferma quello che avevano già appreso. Che è poi il meccanismo del successo di Dan Brown. Lo stesso accade per i dossier segreti. Pigro l’informatore e pigro, o di mente ristretta, il dirigente dei servizi segreti (altrimenti farebbe, che so, il redattore de “L’espresso”) che ritiene vero solo ciò che riconosce. Visto pertanto che i servizi segreti, di ogni paese, non servono a prevedere casi come l’attacco alle Twin Towers (e in certi casi, essendo regolarmente deviati, addirittura li producono) e archiviano soltanto quello che già si conosceva, tanto varrebbe eliminarli. Ma, coi tempi che corrono, tagliare altri posti di lavoro sarebbe davvero insensato.

16 dicembre 2010 L’espresso

Foto: G. Harari

ull’affare WikiLeaks si è detto molto ma pare ci sia sempre qualcosa di più da dire. Per esempio, come primo approccio, che sul piano dei contenuti WikiLeaks si rivela uno scandalo apparente, mentre su quello delle forme è qualcosa di più Uno scandalo è apparente quando porta a livello di pubblico discorso quello che tutti sapevano e dicevano in forme più private, e rimaneva per così dire sussurrato solo per ragioni di ipocrisia (per esempio che in certe facoltà vanno in cattedra i figli del barone). Qualsiasi persona, non dico addentro alle cose della diplomazia, ma che abbia visto alcuni film di intrigo internazionale, sapeva benissimo che, almeno dalla fine della seconda guerra mondiale, e cioè da quando i capi di Stato possono telefonarsi o prendere un aereo per incontrarsi a cena, le ambasciate hanno perso la loro funzione diplomatica (è stato inviato un ambasciatore in feluca a dichiarare guerra a Saddam?) e, tranne piccoli esercizi di rappresentanza, si sono trasformate, nei casi più evidenti, in centri di documentazione sul paese ospite (con l’ambasciatore che quando è bravo fa il lavoro del sociologo e del politologo), e nei casi più riservati, in vere e proprie centrali di spionaggio. Tuttavia il dichiararlo ad alta voce costringe oggi la diplomazia americana ad ammettere che ciò è vero, e pertanto a subire una perdita di immagine sul piano delle forme. Con la curiosa conseguenza che questa perdita, fuga, stillicidio di notizie riservate più che nuocere alle presunte vittime (Berlusconi, Sarkozy, Gheddafi o Merkel) nuoce al presunto carnefice, e cioè la povera signora Clinton, che probabilmente si limitava a ricevere i messaggi che gli addetti d’ambasciata le inviavano per dovere professionale visto che erano pagati solo per far questo. Il che è poi quello che Assange, secondo ogni evidenza, voleva, visto

SAPERE QUEL CHE SI SA



Espresso_50-2010