Page 1

ISSN: 2284-1024 NUMERO 6/2014, 23 FEBBRAIO-1 MARZO 2014 WWW.BLOGLOBAL.NET

B loG l o b a l

We e k l y

RASSEGNA DI BLOGLOBAL OSSERVATORIO DI POLITICA INTERNAZIONALE

BloGlobal Weekly N°6/2014 - Panorama

MONDO - Focus SIRIA-LIBANO – Domenica 23 febbraio un comandante ribelle siriano Khaled al-Suri, che in passato aveva combattuto al fianco di Osama bin Laden e che adesso agiva come rappresentante in Siria dell’attuale capo di al-Qaeda Ayman al-Zawahiri, è stato ucciso da un attacco kamikaze ad Aleppo. La sua morte, insieme a quella di altre sei persone, è stata provocata, secondo l’Osservatorio Siriano dei diritti umani, da un combattente dell’organizzazione denominata Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIS) che si è fatto esplodere nei pressi di Anhar al-Sham nell’area di al-Halq. Il portavoce dell’ISIS, Akram al-Halabi, non ha confermato né smentito, ma ha precisato all’Associated Press che al-Suri era stato molto critico, in passato, nei confronti della sua organizzazione: in effetti, al-Suri aveva criticato particolarmente l’ISIS per aver fomentato le rivalità tra i vari gruppi ribelli siriani che avevano causato centinaia di morti. La morte di al-Suri potrebbe frazionare ulteriormente il fronte dei ribelli siriani che si oppongono al Pre© BloGlobal.net 2014


BloGlobal Weekly

Pagina 2

sidente Bashar al-Assad. Infatti, due giorni dopo, Abu Mohammed al-Golani, leader del potente gruppo Jabhat al-Nusra, ha lanciato un ultimatum di cinque giorni alla leadership dell’ISIS e alle altre organizzazioni associate, chiedendo loro di sottomettersi al giudizio di un comitato islamico o saranno espulsi dalla regione. Poco prima della scadenza dell’ultimatum, i combattenti dell’ISIS hanno cominciato a ritirarsi dalle zone settentrionali della Siria: secondo l’Osservatorio Siriano dei diritti umani, l’ISIS avrebbe già abbandonato Aazaz, il suo più importante caposaldo nella regione di Aleppo, così come i villaggi di Deir Jamal e Kafin, avendo paura di poter essere attaccati dagli altri gruppi ribelli nella regione in cui sono più deboli. Nel frattempo le forze governative siriane, approfittando della confusione all’interno dello schieramento ribelle, stanno continuando a guadagnare terreno: l’esercito ha dato vita ad una serie di operazioni contro le posizioni ribelli nelle aree di al-Sahel, Mushrifeh e Rima, circondando l’area di Yabrud, un importante punto sulla strada che congiunge Damasco a Homs e alle città costiere. Nelle vicinanze di Damasco, ad al-Ataibeh, le truppe governative hanno teso un’imponente imboscata ai danni dei combattenti islamisti, uccidendo 175 ribelli, appartenenti, secondo l’agenzia di Stato Sana, ai gruppi al-Nusra e Jaish al-Islam, e provenienti principalmente da Arabia Saudita, Qatar e Cecenia. Nonostante i tentativi del governo siriano di mettere in sicurezza l’area al confine con il Libano, questa zona rappresenta un forte motivo di frizione tra governo siriano, ribelli ed Israele. Il confine viene utilizzato dal gruppo sciita libanese di Hezbollah, che sostiene Assad, per movimentare persone ed armi, ma, allo stesso tempo è frequentato da gruppi ribelli che nella zona di Qalamoun hanno uno dei principali bastioni della resistenza. Proprio nella giornata di venerdì 28 febbraio jet siriani hanno lanciato una serie di attacchi coordinati nell’area, miranti a chiudere ogni possibilità di rifornimento all’area di Qalamoun, adiacente al confine con il Libano. I movimenti di Hezbollah sono, naturalmente, guardati con sospetto da Israele: una serie di raid dell’aviazione israeliana hanno colpito proprio quest’area di confine tra Libano e Siria, con l’obiettivo di neutralizzare una base missilistica di Hezbollah vicino Nabi Sheet, un villaggio remoto nella valle di Beqaa. Hezbollah ha confermato l’attacco dicendo che non ha avuto ripercussioni né feriti e precisando che avrebbe deciso come e quando rispondere. STATI UNITI – Il Segretario alla Difesa Chuck Hagel ha reso pubblico il bilancio preventivo, o per meglio dire la spending review, per il Pentagono che prevede ulteriori tagli, seppur non lineari (come invece sarebbe se scattasse il sequester) alle Forze Armate statunitensi a partire dal 2015. Il budget che il Congresso ha riservato alla Difesa ammonta a poco meno di 500 miliardi di dollari. In un’ottica di snellimento e di efficienza, la revisione di spesa pone un forte accento sull’evoluzione tecnologica militare, e quindi sulla qualità, a scapito del numero di uomini, e quindi della quantità. Come ha dichiarato Hagel, per gli Stati Uniti è necessario sostenere «una modernizzazione in funzione delle priorità di lungo termine». Nel concreto, la spending review prevede il taglio di oltre settantamila unità dell’Esercito, che così passerebbe da 522.000 effettivi a 450.000. Le attuali undici portaerei dovrebbero restare in servizio ancora per un anno, mentre gli U2 (aerei spia) verranno ritirati e rimpiazzati dai meno costosi droni. Anche l’intera flotta dei caccia A10 verrà ritirata per devolvere ulteriori fondi al progetto dell’F35. Per la Marina dovrebbero essere invece stanziati fondi per la realizzazione di una nuova fregata. Parallelamente alla pubblicazione del bilancio preventivo, il Pentagono e l’amministrazione Obama stanno studiando quale impegno adottare in Afghanistan a seguito del ritiro dalla combat mission entro il 2014. A fronte dell’indisponibilità del Presidente afghano Hamid Karzai a firmare l’accordo di sicurezza bilaterale, Barack Obama ha prospettato differenti tipi di soluzione, in attesa che la partnership possa essere finalmente conclusa a seguito delle elezioni presidenziali afghane in programma tra un mese. Fatta salva la volontà di Washington di lasciare in Afghanistan un contenuto manipolo di uomini tra i 4.000 e i 10.000 con funzioni di training, mentoring e lotta al terrorismo, la posizione di Karzai ha spinto Obama a prospettare il ritiro totale, come già era accaduto in Iraq. È la cosiddetta “opzione zero”, per cui nessun soldato americano sarebbe dispiegato nemmeno con semplici compiti logistici. Tale possibilità è stata fatta presente al Presidente afghano dallo stesso Obama in una recente telefonata. È ovvio che qualsiasi risvolto delle trattative per l’accordo bilaterale avrà conseguenze sulla NATO. In occasione del vertice di Bruxelles tra i Ministri della Difesa dell’Alleanza, il Segretario Generale Anders Fogh Rasmussen ha quindi dichiarato che «se non ci sarà nessun accordo sulla sicurezza non ci saranno nemmeno le condizioni legali per continuare la nostra missione di addestramento e dovremo ritirare tutte le forze entro la fine del 2014»; questa, ha continuato Rasmussen, non è «l’opzione che preferiamo», invitando Karzai a riflettere sulle


Numero 6/2014, 23 febbraio-1 marzo 2014

Pagina 3

implicazioni della sua riluttanza. Al di là delle questioni di sicurezza, per gli Stati Uniti è stata una settimana importante anche da un punto di vista dell’economia. In un’audizione di fronte al Congresso, la Presidentessa della Fed Janet Yellen ha riaperto alla possibilità di modificare la politica di tapering in caso di un rallentamento della crescita economica e della riduzione del tasso di occupazione. «Se c’è un importante cambiamento nell’outlook», ha affermato la Yellen, «saremo aperti a un ripensamento. Non voglio però giungere a conclusioni affrettate». D’altro canto alla Fed stanno volgendo particolare attenzione alla stabilità dei mercati finanziari, dove potrebbero nascere nuove tensioni «in un protratto clima di bassi tassi di interesse». Infine la Yellen si è mostrata dubbiosa sull’aumento del salario minimo recentemente prospettato da Obama, che potrebbe avere un impatto negativo sull’occupazione. UCRAINA – Nel giro di pochi giorni la crisi interna ucraina ha sempre più assunto i caratteri di una crisi internazionale. A seguito dell'esautorazione da parte della Rada del Presidente Viktor Yanukovich (per il quale è stato emanato anche un mandato di arresto internazionale) e del conferimento delle facenti funzioni di Capo di Stato all'ex uomo dei servizi segreti ucraini e braccio destro del leader di opposizione Yulia Timoshenko, Oleksandr Turchinov, lo stesso ex Presidente è stato costretto a ritirarsi nella parte orientale del Paese - a Kharkiv - dove ha trovato il sostegno delle autorità filo-russe. Mentre il neo-insediato governo di Kiev, disconosciuto da queste stesse autorità, procedeva tra le giornate del 26 e 27 febbraio a nominare le nuove cariche (Arseniy Yatsenyuk come Primo Ministro) ed ad operare un significativo ricambio ad i vertici militari e della giustizia (Oleg Makhnitski, di Svoboda, nuovo Procuratore Generale di Kiev; Valentyn Nalyvaichenko, dell'Udar, a capo delle Forze di Sicurezza, smantellando, peraltro, il dipartimento di polizia anti-sommossa Berkut), gruppi filo-russi non meglio identificati hanno preso ad assediare i palazzi governativi di Simferopoli (facendovi sventolare la bandiera russa), capitale della Repubblica Autonoma di Crimea, e a bloccarne l'aeroporto insieme a quello di Belbek. Non si sono fatte attendere le reazioni di protesta da parte della cospicua minoranza tatara della penisola al grido di " Ucraina non è Russia" . Se da un lato nella giornata del 27 febbraio il Consiglio Superiore di Crimea ha sfiduciato il proprio governo indicendo un referendum sull'autonomia per il 25 maggio (anticipato poi al 30 marzo per accelerare i tempi ed evitare una sovrapposizione con quelle che dovrebbero svolgersi a livel lo generale dopo la destituzione di Yanukovich), Mosca ha preso un'iniziativa militare che non ha tardato di suscitare violente reazioni a livello interno ed internazionale: dalla vicina Anapa sono giunti a bordo della nave "Nikolai Filchenkov" 200 uomini delle forze speciali russe, altre due navi caccia-sottomarini sono state avvistate a largo della base russa di Sebastopoli e, a seguito dell'espressa richiesta di Vladimir Putin, il Consiglio Federale della Russia (il Senato) ha approvato un ulteriore dispiegamento di mezzi e forze nella penisola. Un'azione militare che fa peraltro seguito alle dichiarazioni del Ministro della Difesa russo Serghej Shoigu, secondo il quale nei prossimi anni Mosca sarà impegnata a ricostruire le proprie basi navali militari in Venezuela, Singapore, Seychelles, Nicaragua e Cuba, dove, tra l'altro, nella giornata del 28 febbraio è approdata la nave russa "Viktor Lenov" per quella che è stata una “visita di amicizia”. Sarebbero almeno 15.000, secondo Kiev, le forze russe che si muoverebbero incontrollate sul territorio meridionale ucraino prendendo possesso delle postazioni militari strategiche. Sempre da parte sua, Kiev ha richiamato i propri militari riservisti, ha chiuso lo spazio aereo ai velivoli militari e ha fatto richiesta a Stati Uniti e a Regno Unito di un eventuale supporto militare. Mentre nell'ambito della riunione straordinaria del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite - svoltosi nella serata del 1° marzo - il Segretario Generale dell'ONU si è limitato ad un invito a mantenere la calma e ad optare per la soluzione diplomatica, il Consiglio straordinario della NATO (nella mattinata del 2 marzo) ha adottato un atteggiamento molto più duro: il Segretario Generale dell'Alleanza Atlantica, Anders Fogh Rasmussen, ha dichiarato che l'iniziativa del Cremlino viola i principi della Carta delle Nazioni Unite, mettendo a serio rischio la pace e la sicurezza in Europa. Il Consiglio dei Ministri degli Affari Esteri dell'Unione Europea si svolgerà invece nella giornata del 3 marzo, mentre Yulia Timoshenko si recherà a Mosca per trattare direttamente con Putin. Dal canto loro gli Stati Uniti, il cui Presidente Obama ha avuto una lunga conversazione telefonica con il proprio omologo russo nella serata del 1° marzo, si sono dichiarati garanti della sicurezza dell'Ucraina e della sua integrità territoriale e, per mezzo del Segretario di Stato John Kerry, hanno minacciato non solo di non presentarsi al G8 di Sochi previsto per il prossimo mese di giugno ma anche di imporre pesanti sanzioni economiche per la Crimea. La stessa Russia, come dichiarato da Kerry, rischia il posto tra i membri del medesimo consesso internazionale. Anche Francia e Regno Unito hanno annunciato la loro assenza ai lavori di Sochi, mentre il Canada ha richiamato il


BloGlobal Weekly

Pagina 4

proprio Ambasciatore a Mosca (John Sloan) a sostegno dell'iniziativa statunitense e in risposta al richiamo del rappresentante russo a Washington (Leonid Slutsky) avvenuto nella giornata del 1° marzo. VENEZUELA – Non accennano a diminuire gli scontri e le violenze in corso nel Paese sudamericano. Le proteste, scoppiate il 4 febbraio inizialmente nella regione di Tachira, al confine con la Colombia, per poi allagarsi a tutto il Paese, sono dirette contro il malgoverno chavista che sta portando il Paese verso un default socio-economico: alto tasso di criminalità e di insicurezza, un’economia in totale declino e una corruzione dilagante sono i principali problemi a quasi un anno dalla morte del caudillo di Barinas. Il bilancio ufficiale della repressione diffuso dal procuratore generale del Venezuela, Luisa Ortega Diaz, recita 16 morti, 261 feriti e ben 700 arresti. Al momento non sembrano scorgersi all’orizzonte possibili vie d’uscita. Anche la recente proposta di Conferenza di Pace sul Venezuela indetta dal regime, che sarebbe dovuta tenersi lo scorso 26 febbraio, si è tramutata in un fiasco totale a causa del forfait nelle ultime ore di Henrique Capriles Radonski. L’ex candidato alle presidenziali 2013 e 2014 per la Mesa de Unidád Democratica – la piattaforma unica delle opposizioni anti-chaviste – ha annunciato con una mossa a sorpresa la sua rinuncia definendo il possibile incontro con Maduro «uno show personale ad uso e consumo del regime». Capriles, inoltre, ha affermato di essere «stanco di tutte le bugie del governo e delle violente repressioni degli studenti da parte della polizia» e ha chiesto una mediazione della Santa Sede per la fine immediata delle violenze. Il ritorno sulla scena del “mite” Capriles riporta l’attenzione sulle divisioni all’interno del fronte delle opposizioni. Da una parte vi è il Governatore dello Stato di Miranda e il suo gruppo di militanti più pacifici che rifiutano la strategia delle proteste di piazza e che temono che in questo modo la situazione possa solo radicalizzarsi con una repressione sempre più dura; d'altra, vi è Leopoldo Lopez e tutta l’ala massimalista dei movimenti anti-regime, convinti che la protesta, anche violenta, possa diventare a lungo insostenibile per il governo portando così alle dimissioni dell’attuale Presidente. Intanto, mentre il regime nel tentativo di fiaccare i cortei ha incarcerato con le accuse di golpismo anche Carlos Vecchio, un altro leader di Voluntad Popular, Maduro ha espulso sette uomini del SEBIN, il potente servizio di intelligence venezuelano, con le accuse a loro carico di tortura ed eccessivo uso della forza. Già nei giorni scorsi il Presidente aveva fatto arrestare tre agenti di polizia per la mano dura nei confronti dei manifestanti. Anche il Governatore di Tachira e militare filo-chavista, José Vielma Mora, ha riconosciuto che «ci sono stati eccessi nella repressione». Tutti questi segnali dimostrano allo stesso tempo l’esistenza di piccole crepe anche all’interno del regime nel quale, almeno per il momento, sembra prevalere la linea dell’appoggio dei militari al governo in carica al fine di evitare un’ulteriore frammentazione politica, anche se non sono da scartarsi a priori opportunità di smarcamento dei primi al fine di preservare i propri interes si. La dura repressione ha sollevato immediate proteste internazionali, in particolare da parte di Unione Europea e Stati Uniti. Proprio questi ultimi, al pari del “nemico” colombiano, sono accusati dal Presidente Maduro di "ingerenza" negli affari interni venezuelani e di fomentare un golpe contro la sua persona. Proprio la Casa Bianca in risposta alle espulsioni della settimana scorsa dei giornalisti della CNN e dei tre funzionari dell’Ambasciata USA a Caracas, ha espulso dal Paese tre diplomatici venezuelani, mentre sempre il 26 febbraio numerosi studenti venezuelani hanno marciato verso l’Ambasciata di Cuba, ritenuta dai manifestanti co-responsabile nella crisi in atto nello Stato sudamericano.

MONDO - Brevi COREA DEL NORD, 27 febbraio – Il governo della Corea del Nord ha effettuato il lancio di quattro missili scud, al largo delle coste orientali del Paese. Il Pentagono, che ha descritto l’attività come un problema di livello molto basso, ha rivelato che il lancio è stato effettuato in direzione della Russia e che i missili sono caduti in mare, senza riportare alcun tipo di danno. È la prima volta dal 2009 che la Corea del Nord effettua un lancio di missili scud, che hanno la potenzialità di colpire l’intera penisola coreana. Il lancio è avvenuto qualche giorno dopo l’inizio dell’annuale esercitazione militare che coinvolge Stati Uniti e Corea del Sud, attività fortemente osteggiata dagli ambienti militari nordcoreani. Benché l’operazione non abbia destato particolari preoccupazioni e nonostante facesse parte di esercitazioni militari programmate, è stata da subito condannata dal Ministero della Difesa sudcoreano, attraverso il suo portavoce Kim Ming-seok. Resta vero il fatto che l’annuale esercitazione militare congiunta di Stati Uniti e Corea


Numero 6/2014, 23 febbraio-1 marzo 2014

Pagina 5

del Sud ravviva i propositi militaristi del leader nordcoreano Kim Jong-un: nel 2013 protestò bruscamente quando l’esercitazione prevedeva la presenza di caccia stealth che simulavano un bombardamento a terra. Nonostante molti analisti ritengano che Kim Jong-un sia molto lontano dalla possibilità di montare una testata nucleare su un missile, i progressi militari nordcoreani vengono guardati con molta attenzione: la Corea del Nord possiede centinaia di missili balistici a medio raggio, nel dicembre 2012 Pyongyang ha testato un missile multilivello con un raggio potenziale intercontinentale, e nel febbraio 2013 ha effettuato il suo terzo test nucleare. EGITTO, 25 febbraio – A poco più di un mese dalle elezioni presidenziali di aprile – nelle quali il dominus della scena politica egiziana il Feldmaresciallo Abdel Fattah al-Sisi rimane il favorito assoluto – si è registrato un nuovo colpo di scena nella delicata fase di transizione democratica del gigante nordafricano. Il governo retto dallo scorso 14 luglio da Hazem al-Beblawi si è dimesso improvvisamente e senza rilasciare alcuna spiegazione ufficiale. Secondo gli analisti al-Belblawi avrebbe pagato il pessimo andamento dell’economia nazionale, fiaccata nelle ultime settimane dalle continue proteste di numerose categorie lavorative (come ad esempio quelle dei poliziotti, che hanno ottenuto tuttavia un aumento salariale del 30%), e la preoccupante questione sicurezza non più rilegabile al solo Sinai, soprattutto dopo i sanguinari attentati di Ansar al-Maqdis al Cairo lo scorso 7 febbraio. Al suo posto si è insediato un nuovo esecutivo composto da 31 Ministri e guidato da Ibrahim Mahlab, ex capo del Dicastero dell’Edilizi a pubblica e uomo molto vicino alla famiglia Mubarak. Il governo insediatosi ufficialmente lo scorso 1° marzo presenta undici novità rispetto al precedente esecutivo e in quasi tutti i Ministeri chiave (Difesa, Interni, Esteri, Turismo e Petrolio) non vi sono da segnalare variazioni di rilievo. L’unico Dicastero di peso che ha presentato un cambiamento è quello delle Finanze che ha visto l’ insediamento di Hani Qadri Demian al posto di Ahmed Galal. Vicino a Youssef Boutros Ghali, potente Ministro delle Finanze dell'epoca Mubarak ed ex vice Ministro con delega alle Finanze nell’esecutivo Mursi dall’ottobre 2012 all’aprile 2013, quando si dimise per i netti contrasti con il governo sull’azione di politica economica da seguire, Demian ha avuto nel recente passato anche un ruolo chiave come negoziatore egiziano nelle trattative – poi congelate – con il Fondo Monetario Internazionale per il prestito da 4,8 miliardi di dollari, utile a far rifiatare le esanimi casse egiziane. Oltre a Galal, altri esautorati illustri sono stati Hossam Eissa (che ha servito come vice Primo Ministro e Ministro dell'Istruzione superiore) e Kamal Abu-Eita (ex Ministro dell’Impiego). Il rimpasto di governo ha visto, inoltre, la fusione di dodici Ministeri in sei nuove entità: Dicastero del Commercio e degli Investimenti, Pianificazione e Cooperazione, Sport e Gioventù, Istruzione superiore e Ricerca scientifica, Sviluppo locale e Funzione amministrativa e, infine, Transizione giudiziaria e Affari parlamentari. GERMANIA, 27 febbraio – È stata un’importante visita quella che la Cancelliera tedesca Angela Merkel ha effettuato in Regno Unito. All’interno della prestigiosa Royal Gallery di Westminster e di fronte alla Camera dei Comuni e di quella dei Lord riunite (un onore riservato ad altri soli due Cancellieri dal Secondo dopoguerra), la Merkel ha rivolto parole tanto decise quanto concilianti sullo status di Londra all’interno dell’Unione Europea: «chi si aspetta da me oggi il sostegno a una revisione fondamentale dell’architettura europea, sarà deluso. Chi, al contrario, si auspica di sentirmi dire che l’Europa non è pronta a pagare qualunque prezzo per accomodare la Gran Bretagna nell’UE vedrà le sue speranze disattese». La Merkel ammette infatti l’esigenza di «tagliare la burocrazia europea, rivedere i regolamenti di Bruxelles, rispettare il principio di sussidiarietà», tanto caro alla sovranità esercitata da Londra, ma è anche vero che la legge sulla restrizione dell’accesso al welfare nazionale recentemente promulgata da David Cameron «non è quanto intendo io per libera circolazione dei cittadini», un principio cui Berlino (e Bruxelles) tiene particolarmente. Un altro passaggio importante è stato quello sull’integrazione dell’eurozona: «solo attraverso una stretta e vincolante cooperazione delle politiche economiche si può evitare nel lungo termine di rimanere colpiti da un’altra crisi. Ritengo quindi sia necessario adattare le basi legali dell’unione monetaria in modo rapido ed efficace». E dunque, ha concluso la Merkel, «c’è la necessità di una Gran Bretagna forte e con forte voce nell’Unione per fare i cambiamenti necessari». Concluso il discorso a Westminster, la Cancelliera tedesca ha anche incontrato la Regina Elisabetta II. IRAQ-IRAN, 24-25 febbraio – Sarebbe di 195 milioni di dollari il valore di un accordo di fornitura militare che l'Iran avrebbe firmato con l'Iraq allo scopo di sostenere il governo di Baghdad nella lotta contro la recrudescenza terroristica condotta dallo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIS), gruppo affiliato ad al-Qaeda. L'intesa, smentita successivamente dal Premier iracheno Nouri alMaliki, ha scatenato le proteste degli Stati Uniti, che hanno immediatamente ricordato quanto il patto costituirebbe una grave vio-


BloGlobal Weekly

Pagina 6

lazione dell'embargo ONU sulla vendita delle armi iraniane (Risoluzione 1747 del Consiglio di Sicurezza) e che ciò rappresenterebbe una battuta d'arresto per la prosecuzione dei colloqui sul nucleare. Secondo quanto riportato da Reuters l'accordo avrebbe previsto in particolare la fornitura di armi leggere (fucili d'assalto, munizioni e proiettili) e sistemi elettronici di comunicazione. Già nel corso degli ultimi mesi l'Iraq ha stretto accordi di natura militare con gli USA ma, soprattutto, con la Russia allo scopo, appunto, di diversificare il proprio approvvigionamento militare. La possibile partnership del governo sciita di al-Maliki con l'Iran avrebbe tuttavia anche lo scopo di trovare il sostegno politico in vista delle elezioni del prossimo 30 aprile: in carica dal 2005, il Premier iracheno dovrà fare affidamento a Teheran per assicurarsi la riconferma in un momento delicato per gli equilibri nazionali sempre più minati dalle lacerazioni interne. ITALIA, 28 febbraio – Nuova squadra di governo e nuovo team in politica estera per l’Italia renziana. Il rimpasto dell’esecutivo ha infatti portato volti nuovi alla Farnesina: hanno lasciato il Ministro Emma Bonino e il Sottosegretario Marta Dassù, e al loro posto si sono insediati la giovane Federica Mogherini e Benedetto della Vedova. Conferme a Sottosegretari, invece, per Lapo Pistelli (Cooperazione Internazionale) e Mario Giro (Africa e America latina). Matteo Renzi ha inoltre soppresso il Ministero per gli Affari Europei, dando la delega alle politiche europee a Sandro Gozi, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. Il debutto in pubblico della Mogherini è stato al congresso del Partito Socialista Europeo a Roma, dove ha fatto sfoggio di acceso europeismo nel dichiarare che «non esistono la Germania, la Grecia o la Finlandia, ma i conservatori o i progressisti. Noi vogliamo essere identificati per il nostro orientamento politico, non per la nostra nazione». Dal canto suo Renzi, pur mantenendo saldo il legame europeo, ha voluto sottolineare la naturale vocazione mediterranea dell’Italia, affermando nel discorso alla Camera per la fiducia che il suo primo viaggio da Presidente del Consiglio avverrà simbolicamente in Nord Africa e, nella fattispecie, in Tunisia. Nel frattempo appaiono discordanti i dati economici recentemente diffusi sull’Italia. Da un lato, infatti il tasso di disoccupazione è salito al 12,9%, mai così alto dal 1977, con una perdita nel 2013 di 478.000 posti di lavoro. Dall’altro sono state un successo le aste per i titoli di Stato quinquennali e decennali con tassi ai minimi dal 2005, così come è confortante la discesa dello spread (in relazione ai bund tedeschi), mai così basso nel corso degli ultimi tre anni. KOSOVO, 23 febbraio – È finalmente arrivata a conclusione la telenovela elettorale in Kosovo: le elezioni municipali tenute il 24 febbraio a Kosovska Mitrovica (Mitrovica nord) sono state vinte con il 52,6% da Goran Rakic, il candidato appoggiato dal governo di Belgrado, rappresentante della lista Iniziativa Civica Serba, che sarà il nuovo sindaco della tormentata città situata al nord del Kosovo. Come ha riferito la commissione elettorale, al secondo posto si è piazzato Oliver Ivanovic, l'altro candidato serbo al quale è andato il 27,7% dei voti, seguito dai due candidati di etnia albanese, Fljorent Azemi (Partito Democratico del Kosovo) con l'11% e Musa Myftari (Lega Democratica del Kosovo) con l'8,7%. L'affluenza alle urne è stata molto bassa, poco più del 20%, ma l'OSCE ha espresso soddisfazione per la consultazione che si è svolta in maniera regolare, senza incidenti. La saga elettorale a Kossovska Mitrovica era iniziata lo scorso 3 novembre quando, a seguito degli accordi di normalizzazione firmati ad aprile tra governo serbo e governo kossovaro, ai serbi del Kosovo era stato permesso di votare per le proprie amministrazioni locali all ’interno della cornice costituzionale kossovara. Questa votazione rappresenta il primo passaggio di un processo che dovrebbe portare, in un futuro prossimo, alla creazione dell’Associazione delle municipalità serbe, un organismo accettato da Pristina che dovrebbe sostituirsi alle strutture autonome create in passato dai serbi nel nord del Kosovo e finanziate dal governo di Belgrado. Le elezioni di novembre in Kosovo si erano svolte in maniera regolare, ad eccezione proprio di Mitrovica Nord, vero e proprio test di tenuta dell’accordo, dove le cose non erano andate come programmato da Belgrado e Pristina, ma soprattutto dalla UE. Le elezioni erano state rovinate da diversi incidenti, ed un prima ripetizione aveva portato ad un ulteriore nulla di fatto. La seconda ripetizione delle elezioni era, invece, naufragata quando il nuovo sindaco eletto Kristmir Pantic, anche lui di Iniziativa Civica Serba, si era rifiutato di firmare i documenti che attestavano il suo incarico ufficiale perché sugli atti figurava, coperto da adesivi bianchi, lo stemma della Repubblica del Kosovo. MAROCCO-FRANCIA, 27 febbraio – Dopo le accuse dei giorni scorsi, non accennano a placarsi le tensioni diplomatiche tra Francia e Marocco in merito al “caso Hammouchi”. Il governo marocchino ha ufficialmente sospeso gli accordi in materia di cooperazione giudiziaria con la Francia dopo le accuse di torture e abusi dei diritti umani formulate dall’ONG francese Action des Chrétiens pour l’Abolition de la Torture (ACAT France) nei confronti del servizio di intelligence marocchino. In particolare, le accuse più dure –


Numero 6/2014, 23 febbraio-1 marzo 2014

Pagina 7

«complicità in atti di tortura» – sono state rivolte contro Abdellatif Hammouchi, numero uno della Diréction de Surveillance du Térritoire (DST) e consigliere del Re Mohammed VI in materia di antiterrorismo. Alla base dello scontro diplomatico ci sarebbe il caso di Ennaama Asfari, un cittadino marocchino che da anni si batte per la causa Saharawi. Arrestato nel 2010 e condannato a 30 anni di carcere, Asfari avrebbe confessato sotto tortura la sua responsabilità con il Fronte Polisario, il movimento politico che si batte contro il Marocco per l’indipendenza del Sahara Occidentale. Per Mustafa al-Khalfi, Ministro dell'Informazione e portavoce dell’Esecutivo, le cause che hanno portato alla crisi sarebbero da addebitarsi all’«atteggiamento provocatorio della Francia». Nonostante le scuse del Presidente François Hollande e del Ministro degli Esteri Laurent Fabius al governo marocchino per il «deplorevole incidente», la crisi non è ancora rientrata, tanto che Parigi ha richiamato la controparte marocchina ad un maggior senso di responsabilità in nome dell’«antico e solido legame e della profonda amicizia che lega i due popoli». Nei giorni scorsi, migliaia di marocchini avevano manifestato in maniera vibrante davanti all'Ambasciata francese a Rabat chiedendo le scuse ufficiale del rappresentante dell’Eliseo. TURCHIA, 25 febbraio – Lo scandalo corruzione che dalla fine di dicembre 2013 sta segnando la vita politica turca sembra ora direttamente coinvolgere il Premier Recep Tayyp Erdoğan: a seguito della divulgazione attraverso YouTube di alcune presunte conversazioni telefoniche che il Premier avrebbe intrattenuto lo scorso 17 dicembre con il figlio Necmettin Bilal, nel corso delle quali lo avvisava dell'avvio della maxi operazione anti-corruzione e lo esortava a far sparire ingenti somme di denaro illecito nascoste nelle sue case di proprietà, una serie di manifestazioni sono scoppiate ad Ankara e nelle maggiori città del Paese (Istanbul, Izmir e Antalya). Al centro delle proteste le dimissioni dello stesso leader di AKP, il quale ha prontamente smentito l'autenticità delle registrazioni – cosa annunciata anche dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri – e ha accusato le opposizioni (in particolare il Partito Repubblicano Popolare – CHP) e le lobby politico-finanziarie – che lavorerebbero in parallelo con il movimento Hizmet dell'ex alleato del Premier, Fetullah Gülen – di tramare un colpo di Stato. A mobilitare la piazza nei giorni precedenti aveva peraltro contributo l'approvazione da parte del Parlamento della legge che concede al governo la possibilità di controllare il traffico su internet: l'agenzia per le telecomunicazioni TIB avrebbe così la possibilità di bloccare direttamente l'accesso alle pagine giudicate offensive, senza dover ottenere l'autorizzazione da parte di un tribunale. In attesa del risultato delle indagini sull'autenticità dei file audio, la vicenda rappresenta un altro duro colpo per Erdoğan e il suo governo che si apprestano ad affrontare il primo test elettorale del 2014 con le consultazioni amministrative di marzo.

ANALISI E COMMENTI LA FERITA UCRAINA: INTERVISTA ALL’AMBASCIATORE FABRIZIO ROMANO di Maria Serra e Giuseppe Dentice – 24 febbraio 2014 [leggi sul sito] UCRAINA: RIVOLUZIONE NAZIONALE, MA SOLO A METÀ di Oleksiy Bondarenko – 25 febbraio 2014 [leggi sul sito] I PORTI DI CHABAHAR E GWADAR AL CENTRO DEI “GRANDI GIOCHI” TRA ASIA CENTRALE E OCEANO INDIANO di Stefano Lupo – 27 febbraio 2014 [leggi sul sito]

Questa opera è distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione — Non commerciale — Non opere derivate 3.0 Italia. BloGlobal Weekly N° 6/2014 è a cura di Maria Serra, Giuseppe Dentice, Davide Borsani e Danilo Giordano

BloGlobal Weekly N°6/2014  

Rassegna di BloGlobal-Osservatorio di Politica Internazionale (23 febbraio-1 marzo 2014)

Read more
Read more
Similar to
Popular now
Just for you