Page 1

WWW.BLOGLOBAL.NET NUMERO 29/2013, 13—19 OTTOBRE 2013

B l o Gl o b a l

We e k l y

RASSEGNA DI BLOGLOBAL OSSERVATORIO DI POLITICA INTERNAZIONALE

BloGlobal Weekly N°29/2013 - Panorama

MONDO - Focus ARABIA SAUDITA - Eletta per la prima volta tra i dieci membri non permanenti (e senza diritto di veto) del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, l’Arabia Saudita ha rifiutato di accettare il seggio accusando il consesso internazionale di essere “incapace di porre fine alle guerre e trovare una soluzione ai conflitti”. La scelta di Riyadh sarebbe motivata da due particolari eventi: la crisi siriana e la questione palestinese. Secondo il Ministero degli Esteri saudita, il Consiglio di Sicurezza non ha ottemperato ai suoi doveri nella guerra in Siria consentendo al Presidente Bashar al-Assad di “massacrare il suo popolo, anche con armi chimiche”. Inoltre “la questione palestinese – prosegue il comunicato ufficiale rilasciato alla Saudi Press Agency (SPA) – da 65 anni è la prova più evidente dell'incapacità dell'azione del Consiglio di Sicurezza dell'ONU”. La decisione della monarchia saudita ha trovato l’appoggio di Francia e Turchia, anch’esse pronte ad in intervento armato in Siria, mentre il Segretario Ge© BloGlobal.net 2013


BloGlobal Weekly

Pagina 2

nerale Ban Ki-moon ha fatto sapere che le Nazioni Unite non hanno ancora ricevuto alcuna comunicazione ufficiale dai Sauditi. Silenzio, invece, da parte dell’alleato statunitense. La rinuncia saudita è giunta alla vigilia della riunione del 22 ottobre a Londra degli Amici della Siria e a un mese circa dalla Conferenza di pace di Ginevra 2 (23-24 novembre) e cela sostanzialmente un certo nervosismo e disappunto soprattutto nei confronti della politica estera della Casa Bianca: Riyadh non ha gradito il disgelo nelle relazioni tra Washington e Teheran, quest’ultima sua principale rivale all’interno degli intricati equilibri del Golfo e del Medio Oriente. Una qualche avvisaglia era avvenuta quando il Ministro degli Esteri Saud al-Faysal aveva annullato il suo discorso durante l’Assemblea Generale dell’ONU dello scorso settembre durante la quale USA e Iran avevano mostrato primi segnali di distensione nei reciproci rapporti e avevano improntato il rapprochement verso un dialogo più equilibrato e aperto. Il nuovo corso nelle relazioni USA-Iran e il mal digerito accordo russo-americano sulla questione delle armi chimiche siriane – considerato da Riyadh un espediente che regala tempo prezioso al regime alawita permettendo, inoltre, una rilegittimazione internazionale di Assad e allontanando, dunque, ogni ipotesi di intervento militare contro Damasco – sono motivi di apprensione che, paradossalmente, stanno allineando sempre più la posizione dei Sauditi con quella dei nemici Israeliani: li lega infatti una comunanza d’interessi strategici che li vede coinvolti su vari e importanti dossier regionali (Egitto, Gaza, Siria e nucleare iraniano). IRAN - Si è tenuta a Ginevra la due giorni di negoziati sul dossier nucleare iraniano tra il 5+1 (Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Cina, Russia + Germania) e Teheran. Come ha riferito alla vigilia il Segretario di Stato americano, John Kerry, “la finestra negoziale si sta aprendo in modo deciso, ma teniamo gli occhi aperti”. In sede negoziale, il Ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif ha piacevolmente colpito la controparte utilizzando una presentazione PowerPoint dal titolo “Chiudere una crisi non necessaria e aprire nuovi orizzonti”, ed adottando l’inglese come lingua di dialogo, fatto insolito per gli iraniani, che preferiscono il persiano. Le slides hanno indicato quali dovrebbero essere, secondo Teheran, la prima e l’ultima mossa che le due controparti dovrebbero fare per porre fine allo storico stato di tensione che contraddistingue i rapporti tra Occidente, ma soprattutto Stati Uniti, ed Iran. Benché i dettagli ancora non siano emersi con nitidezza, si tratta su una sorta di road map che, secondo Zarif, dovrebbe portare alla fine del processo negoziale “entro un anno”. Ciò che sembra certo è che Teheran non è disposta a rinunciare all’arricchimento dell’uranio entro i propri confini – pur rispettando i parametri dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) – il che significherebbe che resterebbero attive le centrifughe, il cui numero rimane soggetto ad ulteriori negoziati, sotto la supervisione e il monitoraggio internazionale “trasparente e comprensivo”. Secondo la stampa iraniana, la road map sarebbe costituita da tre fasi che durerebbero da sei mesi ad un anno. Come ha dichiarato il vice Ministro degli Esteri iraniano Abbas Araqchi, l’obiettivo per Teheran è quello di farsi togliere le sanzioni economiche, che gravano pesantemente sullo stato del Paese, nel più breve tempo possibile. Zardari ha poi annunciato che quanto discusso a Ginevra è “l’inizio di una nuova fase”. Washington si è dimostrata favorevole a continuare i negoziati sulla base di un approccio distensivo inaugurato da Teheran e da lungo tempo atteso alla Casa Bianca. Il portavoce di Barack Obama, Jay Carney, ha confermato che gli Stati Uniti giudicano “utile la presentazione fatta dagli Iraniani, un approccio serio e sostanziale come non avevamo mai visto fino ad oggi dagli Iraniani”. Anche il capo della diplomazia dell’Unione Europea, Catherine Ashton, ha riferito di progressi sostanziali: “gli argomenti non erano mai stati presentati dagli Iraniani con tanta concretezza”. Mosca si è mostrata perplessa di fronte all’entusiasmo dell’Occidente, con il vice Ministro degli Esteri, Sergei Ryabkov, che ha dichiarato: “non ci sono ragioni per lasciarsi andare ad applausi; i risultati sono migliori di quelli raggiunti in precedenza, ciò non ci garantisce ulteriori progressi. Le cose sarebbero potute andare meglio”. Anche Israele si è dimostrata molto scettica riguardo all’approccio, apparso fin troppo distensivo, da parte dell’Iran. Ciononostante, un secondo round di negoziati si terrà nuovamente a Ginevra 7 e 8 novembre, a conferma del fatto che le parti non vogliono perdere il momentum che si è creato. Nel frattempo è trapelato che a Washington starebbero considerando di alleggerire le sanzioni economiche; secondo il New York Times, potrebbero infatti venire scongelati alcuni beni iraniani all’estero. ITALIA – Il Presidente del Consiglio Enrico Letta ha vissuto un’importante settimana internazionale segnata da due incontri molto rilevanti per la nostra politica estera: il bilaterale ad Ancona con la Serbia e la visita a Washington con Obama. Al Vertice intergovernativo italo-serbo (15 ottobre), oltre al Premer Letta e all’omologo serbo Ivica Dacic, erano presenti anche i rispettivi Mini-


Numero 29/2013, 13—19 ottobre 2013

Pagina 3

stri degli Esteri, dell'Interno, della Giustizia, della Difesa, dello Sviluppo Economico, delle Infrastrutture e Trasporti, dell'Istruzione, Università e Ricerca dei due Paesi. Nell’incontro con Dacic, Letta ha approfondito le opportunità di un rafforzamento della collaborazione commerciale ed economica bilaterale – esplorando ulteriori strade di internazionalizzazione per le nostre piccole e medie imprese e confermando i nostri importanti investimenti nell’area (vedi Fiat e Unicredit) –, nonché il sostegno politico del nostro Paese per un futuro ingresso del partner balcanico quale ventinovesimo Stato dell’Unione Europea. Il Presidente del Consiglio ha sottolineato più volte durante la conferenza stampa che “l’Italia ha lavorato con grande impegno per il processo di adesione di Belgrado all'Unione Europea”. Altro incontro di alto livello è stato quello tra Letta e il Presidente Barack Obama a Washington lo scorso 17 ottobre. Presenti ai colloqui anche il Segretario di Stato Usa, John Kerry e il Consigliere per la Sicurezza Nazionale, Susan Rice. Agenda dell’incontro: area di libero scambio USA-UE, economia, lavoro e sicurezza. Particolarmente rilevante quest’ultimo punto in merito al quale i due leader hanno discusso dell’opportunità di una maggiore collaborazione sui dossier Siria, Afghanistan e Libia. In particolare Obama avrebbe chiesto a Letta un maggiore coinvolgimento del nostro Paese non solo nel presidio delle rotte all’immigrazione clandestina e con una disponibilità ad ospitare altri marines e droni nella base americana di Sigonella in Sicilia, ma anche ad assumere un ruolo politico più attivo per combattere il terrorismo internazionale in Libia e nella regione nordafricana. A tal proposito la Casa Bianca ha lodato il ruolo avuto da Roma nelle principali aree di crisi globali definendo l'Italia “un partner eccezionale”. STATI UNITI - A poche ore dal fantasma del default degli Stati Uniti, Repubblicani e Democratici hanno trovato un accordo al Congresso sulla sospensione dello shutdown del governo e sull’innalzamento del tetto del debito pubblico. Dopo quindici giorni di ‘serrata’ dei servizi federali non-essenziali, come alcune agenzie e i parchi zoologici, le due parti hanno sottoscritto il rifinanziamento del bilancio corrente. È stata inoltre estesa al 7 febbraio la facoltà di finanziarsi sul mercato internazionale dei titoli, la cosiddetta ‘borrowing authority’, che altro non significa che la possibilità di contrarre ulteriori debiti per finanziare la spesa pubblica. L’ultimo giorno di negoziati tra Repubblicani e Democratici non è stato privo di colpi di scena, mentre da Wall Street giungevano i primi segni di insofferenza. A poco più di ventiquattro ore dal default, i leader dei due partiti al Senato, il Repubblicano Mitch McConnell e il Democratico Harry Reid, avevano raggiunto un’intesa di massima per un testo di legge che contemplava una serie di revisioni, seppur secondarie, della riforma sanitaria varata da Barack Obama e già dichiarata costituzionale dalla Corte Suprema. Mentre il Senato (a maggioranza democratica) stava per approvare il testo, dalla Camera dei Rappresentanti (a maggioranza repubblicana) è arrivata una contro-bozza che prevedeva un intervento ancora più massiccio sulle modifiche da effettuare ad Obamacare, un tema molto caro alla fazione oltranzista dei Tea Party, l’“estrema” destra americana, quantomeno in relazione alla finanza pubblica. In effetti, già nei giorni precedenti, il deputato repubblicano della Virginia, Morgan Griffith, aveva riassunto la posizione dei Tea Party sulla questione della possibile insolvenza del Paese: “Il default? È come la Rivoluzione americana. Dobbiamo compiere le nostre scelte guardando all’interesse di lungo termine degli Stati Uniti come fecero i patrioti che nel 1776 sfidando la Corona britannica, anche allora venne causato gran danno all’economia delle colonie, vi furono polemiche e forti contrarietà, ma il risultato nel lungo termine fu la nascita della più poderosa nazione della Terra”. Ted Yoho, deputato repubblicano della Florida, aveva poi dichiarato che “personalmente ritengo che il default porterà stabilità sui mercati finanziari perché il mancato aumento del debito testimonierà la serietà degli Stati Uniti nel volerlo ridurre”. La parte oltranzista del Partito Repubblicano avrebbe preferito giungere al default piuttosto che rifinanziare la spesa federale e, in particolare, quell’Obamacare altamente contestata per la sua natura assistenziale. L’accordo del 16 ottobre, però, è stato raggiunto in extremis senza il vincolo di modificare la riforma sanitaria. Ciò è stato dunque considerato come una vittoria di Obama ed una sconfitta per il Partito Repubblicano, in particolare per il Presidente della Camera dei Rappresentanti, John Boehner, che non è stato in grado di ricompattare il proprio partito diviso tra moderati ed oltranzisti. Tuttavia, la Casa Bianca ha rinunciato a facili trionfalismi: il portavoce Jay Carnay ha infatti dichiarato che “non ci sono vincitori perché il popolo americano [con lo shutdown] ha comunque pagato un prezzo. All’economia è stato inflitto un danno che si poteva evitare”.


BloGlobal Weekly

Pagina 4

UNIONE EUROPEA – Pochi mesi dopo (1° luglio) l’adesione a pieno titolo della Croazia nell’Unione Europea, la Direzione Generale per l’Allargamento della Commissione europea (DG ELARG) ha presentato come ogni anno (lo scorso 16 ottobre) il Rapporto annuale sui progressi compiuti dai Paesi candidati (o che hanno presentato domanda di adesione) all’ingresso nello spazio comunitario. Nonostante la crisi economica, infatti, il processo di allargamento è in corso e, come dichiarato dal Commissario Štefan Füle, esso costituisce “una politica valida che fa parte della soluzione. Affrontando in via prioritaria questioni fondamentali quali la lotta alla corruzione, la solidità della governance economica, la libertà di espressione e i media, i diritti umani e la tutela delle minoranze, l'allargamento consolida la stabilità politica ed economica nei Paesi aspiranti e nell'intera UE”. Come previsto, in virtù evidentemente dell’accordo dello scorso aprile sull’avvio della normalizzazione dei reciproci rapporti, i giudizi più positivi sono stati quelli nei confronti di Serbia (che ha ottenuto lo status di candidato a marzo del 2012) e Kosovo, per quanto per quest’ultima le raccomandazioni si inscrivono in linea con la Risoluzione 1244 (1999) del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e con il parere della Corte Internazionale di Giustizia sulla dichiarazione di indipendenza di Pristina. Proprio l’intesa raggiunta attraverso la mediazione di Bruxelles ha aperto la strada per l’avvio dei negoziati di adesione per la prima (la prima conferenza intergovernativa è prevista non più tardi di gennaio 2014, dopo che il Consiglio avrà adottato il quadro negoziale proposto dalla Commissione nel luglio 2013) e per l’avvio della procedura per la firma del'Accordo di Associazione e Stabilizzazione – prima tappa per il cammino dell’integrazione – per il secondo (il primo round di negoziati è previsto per il prossimo 28 ottobre). In particolare la Commissione ha riconosciuto i significativi passi in avanti compiuti da Pristina nella ristrutturazione del Ministero dell'Industria e del Commercio (fondamentale per l'SAA) - per quanto ulteriori sforzi vadano fatti per combattere i traffici illegali - e nell’avvio della legislazione per il censimento dell'agricoltura. Ulteriori miglioramenti sono stati fatti relativamente alla normativa riguardante l'asilo, il finanziamento ai partiti e nella lotta al traffico umano, ma - come individuato nel documento concernente le priorità 2014 - è necessario proseguire sulla strada della garanzia dello Stato di diritto, della trasparenza ed efficienza del potere giudiziario e della pubblica amministrazione, nel funzionamento dei meccanismi rappresentativi (sia una riforma del sistema parlamentare sia di quello elettorale), nella protezione dei diritti umani e, in particolare, dei diritti delle minoranze. Buono è stato anche il giudizio espresso nei confronti della vicina Albania: dopo il rifiuto posto più volte a causa della perdurante crisi politica (tendenzialmente rientrata dopo la vittoria di Edi Rama alle elezioni legislative del 27 giugno), la Commissione ha finalmente proposto che venga concesso al Paese delle Aquile lo status di candidato ufficiale (deciderà in merito il Consiglio europeo di dicembre), a patto che Tirana continui la lotta contro la corruzione e il crimine organizzato. Al Consiglio spetterà decidere anche se avviare o meno i negoziati di adesione per l'Ex Repubblica Jugoslava di Macedonia (FYROM, candidata ufficiale dal 2005), caldeggiati ancora una volta dalla Commissione ma bloccati a causa sia della disputa con la Grecia sulla questione del nome ufficiale della Repubblica, sia di quella con la Bulgaria relativa alla mancanza dell'accordo di buon vicinato, sia, infine, della crisi politico-istituzionale del dicembre 2012 nella quale dovettero intervenire per mediare lo stesso Füle e il rapporteur del Parlamento europeo per la Macedonia, Richard Howitt. Chi viene bocciata è, invece, la BosniaErzegovina, che secondo Bruxelles non solo non ha compiuto alcun miglioramento nel corso dell'ultimo anno ma non mostra nemmeno "alcuna visione condivisa sul futuro del Paese": a pesare come un macigno è la mancanza di un accordo su una modifica costituzionale che accolga la sentenza Sejdic-Finci della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo (2009) sull'uguaglianza dei diritti anche di quei cittadini che non appartengono alle tre etnie principali del Paese (serbi, croati e bosgnacchi) che si dividono la Presidenza tripartita e la Camera dei Popoli sulla base di quanto stabilito dagli Accordi di Dayton del 1995. Occhi puntati, infine, sulla Turchia, i cui negoziati - avviati nel 2005 - sono fermi da tre anni: la Commissione ha sollecitato l'apertura del capitolo di negoziato 22 (politica regionale e coordinamento degli strumenti strutturali), slittato a seguito delle proteste e delle tensioni sociali scaturite dai fatti di Gezi Park. Secondo Bruxelles, infatti, Ankara deve rispondere urgentemente alla necessità di "sviluppare una democrazia realmente partecipativa", attualmente ostacolata da un sistema giuridico che non garantisce pienamente le libertà fondamentali, ad iniziare dalla libertà di espressione. La Commissione ha però riconosciuto l'importanza del pacchetto di riforme in materia di giustizia e dell'avvio del processo di pace con i ribelli curdi del PKK. In questo contesto di allargamento completamente dominato dalla dimensione sud-orientale europea, c'è anche un piccolo spazio per la finestra settentrionale: l'Islanda - candidata dal 2009 e pressoché già adeguata ai criteri di Copenaghen grazie alla partecipazione


Numero 29/2013, 13—19 ottobre 2013

Pagina 5

allo Spazio Economico Europeo (SEE) e all'adesione allo spazio di Schengen - ha sospeso i negoziati nello scorso maggio. Per Reykjavik nessuna raccomandazione particolare, solo un punto della situazione in attesa del referendum popolare.

MONDO - Brevi IRAQ, 15-17 ottobre – Non si arresta la scia di attentati che colpisce ormai quotidianamente il Paese mediorientale. Il bilancio degli ultimi attacchi, avvenuti in occasione delle celebrazioni islamiche dell'Eid al-aḍḥā, festa in cui ha luogo il pellegrinaggio canonico alla Mecca (Hajj), parla di almeno 66 morti. Secondo fonti di polizia, il maggior numero di vittime (44) si è registrato a Baghdad per l'esplosione di nove autobombe in vari quartieri della città. Un violento attentato con 15 morti e 50 feriti ha colpito invece il villaggio di al-Mouwaffaqiyah, ad est di Mosul, nel nord del Paese. Altri 13 feriti sono stati registrati a Bassora, lungo il confine con il Kuwait, quando due autobombe sono esplose nei pressi di una zona commerciale. Nikolay Mladenov, Rappresentante Speciale in Iraq del Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon, ha lanciato un nuovo appello a tutti i leader politici e religiosi perché lavorino insieme per la “fine degli attentati” e creino le “condizioni per una maggiore coesione nazionale”. Gli attacchi odierni hanno portato il bilancio dei morti a quota 380 da inizio ottobre e oltre 5.000 dall’inizio dell’anno. Il numero crescente di attentati e le decine di migliaia di vittime hanno riportato il livello degli scontri settari in Iraq a quelli del 2006-2007. ISRAELE, 13 ottobre – L’esercito israeliano ha scoperto un tunnel lungo 2,5 Km vicino al kibbutz di Ein HaShelosha, nei pressi della frontiera con Gaza all'altezza della città palestinese di Dir el-Balaj. Secondo Tel Aviv, il passaggio sarebbe stato costruito “per attività terroristiche contro civili israeliani e personale militare dentro Israele”. Inoltre, il governo ha bloccato i trasferimenti nella Striscia di Gaza di materiale da costruzione per ragioni di sicurezza. Durante la conferenza stampa, il Premier Benjamin Netanyahu, nel ringraziare l’esercito e l’intelligence per l’ottimo lavoro svolto, ha detto che la decisione del blocco è stata dettata da “un incremento delle attività terroristiche avvenuto nelle recenti settimane”, mentre il Ministro della Difesa Moshe Ya’alon ha dichiarato che “il tunnel è un’ulteriore prova che Hamas, nonostante la tregua, continua a prepararsi allo scontro”. Anche l’Egitto del Generale Abdel-Fattah el-Sisi, che ha nuovamente chiuso la frontiera con Gaza, accusa la dirigenza islamista al governo nella Striscia di fornire aiuti militari ai gruppi radicali e jihadisti attivi nel Sinai. Proprio l’Egitto, dopo la caduta del Presidente Mohammed Mursi, ha incrementato la politica di messa in sicurezza della penisola sinaitica continuando la distruzione dei tunnel e delle gallerie sotterranee presenti a Rafah e lungo tutto il confine di Gaza – se ne stimano oltre un migliaio – e usati per il contrabbando di armi e per il passaggio di beni di prima necessità da e per la Striscia. LIBIA, 18 ottobre – Non si placano le tensioni in Libia dopo il rapimento, seppur di breve durata, del Primo Ministro, Ali Zeidan. L’11 ottobre, nei pressi della sede consolare della rappresentanza diplomatica svedese a Bengasi, è esplosa un’autobomba, che comunque non ha provocato morti e feriti. Secondo una fonte della sicurezza libica, l’autobomba era stata azionata a distanza e non ha causato ulteriori conseguenze oltre ai danni all’edificio in quanto il consolato era momentaneamente chiuso per festività. Il console onorario svedese, Anders Nilsson, ha riferito che "tutte le porte sono state strappate via dall'esplosione. Quando sono sceso giù dalle scale tutto era annerito dal fumo". Alcuni giorni dopo, a Sirte, quattro fondamentalisti di un gruppo legato ad alQaeda sono morti in seguito ad un’esplosione verificatasi nei pressi di un campo d’addestramento, forse in un deposito di munizioni. Contemporaneamente, Islam Faraj, il figlio del procuratore militare di Bengasi ai tempi di Muammar Gheddafi (Faraj Al Sousaa), è rimasto vittima a Bengasi dell’esplosione di un ordigno collocato sotto la sua automobile. Il 18 ottobre Ahmed al-Barghathi, ovvero uno dei primi ufficiali dell'esercito di Gheddafi a 'defezionare' per dare vita ad un gruppo di ribelli, attualmente comandante in capo della polizia militare libica, è stato assassinato in una sparatoria a Bengasi, mentre usciva di casa in direzione della moschea. Poche ore dopo, alcuni membri del suo clan della Cirenaica, al-Barghata, hanno tentato di uccidere Wissam ben Hamid, già leader dei miliziani gheddafiani della 'Brigata Scudo'. A causa dell’instabilità libica, l’Egitto ha deciso di chiudere la frontiera di Salloum. MALI, 16 ottobre – Le Nazioni Unite hanno rivolto un appello alle forze di pace impegnate in Mali per aumentare la propria presenza nella missione internazionale MINUSMA (Missione integrata delle Nazioni Unite per la stabilizzazione del Mali). Il Rappresen-


BloGlobal Weekly

Pagina 6

tante Speciale dell'ONU in Mali, l’olandese Bert Koenders, ha dichiarato che, a fronte della pesante escalation di attacchi islamisti, soprattutto nel Nord del Paese, è necessario l’invio di truppe supplementari e di elicotteri in grado di garantire la sicurezza. Già durante l’Assemblea Generale di settembre, Koenders e Ban Ki-moon avevano lanciato un monito sulla necessità di aumentare la presenza internazionale sul territorio mettendo in guardia dalla recrudescenza di una possibile nuova offensiva dei fondamentalisti islamici. La MINUSMA ha assunto ufficialmente il suo mandato lo scorso 1° luglio sotto il comando di una forza africana delle Nazioni Unite. Sebbene il Consiglio di Sicurezza avesse incaricato la costituzione di una forza di peacekeeping di 12.600 unità, nel Paese attualmente sono presenti solo 5.200 truppe. Negli ultimi mesi, infatti, dal Mali sono ritornati in Nigeria e Ciad circa 2.000 soldati e presto vedranno anche il ridimensionamento le forze francesi, impegnate con ancora 3.200 soldati ma che entro la fine dell’anno conteranno solo 1.000 uomini che faranno affiancamento ai caschi blu dell’ONU. PAKISTAN, 16 ottobre – Non accennano a diminuire gli attentati dei Talebani pachistani nel Paese. Un sanguinoso attacco è avvenuto nel villaggio di Dera Ismail Khan, nella provincia del Khyber Pakhtunkhwa, nel Pakistan nord occidentale al confine con l’Afghanistan, causando la morte di 8 persone, tra cui il Ministro locale della Giustizia, Israullah Khan Gandapur. L’attentato, che ha provocato anche il ferimento di 20 persone, è avvenuto in occasione delle celebrazioni dell'Eid al-aḍḥā. L’alto ufficiale della polizia locale, Mohammed Jan, ha affermato che l’attacco è stato rivendicato dal movimento fondamentalista pakistano Ansar alMujahideen, spiegando che l’azione è stata una vendetta “per l'uccisione di uno dei loro uomini”. Gandapur, figlio dell’ex governatore locale Inaytullah Khan Gandapur, era un uomo molto influente all’interno del Movimento per la Giustizia (Pakistan Tehreek-eInsaf – PTI) dell'ex campione di cricket Imran Khan e in prima linea nella lotta al fondamentalismo talebano. Attività, questa, che gli aveva procurato le ire dei gruppi talebani pakistani da mesi attivi contro le autorità laiche in sanguinosi attentati su tutto il territorio. Gandapur in pochi mesi aveva avviato numerose iniziative per ridurre gli attacchi terroristici nella provincia, formando anche un gruppo di militari (lashkar) incaricato di contrastare le infiltrazioni dei Talebani. SIRIA, 21 ottobre – Dopo il primo annuncio da parte del vice Premier siriano Qadri Jamil, anche il Segretario della Lega Araba, Nabil al-Araby, e l'inviato ONU per la Siria, Lakhdar Brahimi, hanno confermato che l'attesa Conferenza di pace di Ginevra sul conflitto siriano si svolgerà il prossimo 23 novembre. Tuttavia, come ha confermato lo stesso Brahimi impegnato in un tour mediorientale (Egitto, Qatar, Turchia e Iran per cercare di sondare le posizioni degli attori coinvolti), le trattative non saranno facili, a cominciare dal fatto che la leadership del Consiglio Nazionale Siriano - il gruppo più importante di opposizione al regime all'interno della Coalizione Nazionale Siriana - ha deciso di non partecipare ai lavori di Ginevra, minacciando di ritirarsi dalla Coalizione se questa deciderà di aderire al consesso internazionale. Mentre resta dunque difficile individuare un interlocutore espressione del popolo siriano, sul campo continuano a registrarsi scontri tra ribelli e lealisti: è di almeno 30 morti il bilancio dell'attentato, attribuito al Fronte al-Nusra, ad Hama, controllata dalle forze governative; procede l'avanzata dei ribelli sulla città orientale di Deir Ez Zor, dove lo stesso gruppo jihadista avrebbe compiuto omicidi sommari, uccidendo tra l'altro l’alto ufficiale dell’intelligence siriana, il Generale Jamaa Jamaa, che aveva comandato le truppe siriane in Libano fra il 1976 e il 2005. Nella zona di Idlib, nella località di Darkush, a ridosso del confine con la Turchia, un’autobomba avrebbe ucciso altre 27 persone. Rilasciati, invece, 3 dei 6 operatori del Comitato Internazionale della Croce Rossa (Cicr) e un volontario della Mezzaluna rossa siriana rapiti nel nordovest del Paese il 13 ottobre.

ANALISI E COMMENTI EMERGENZA RIFUGIATI: LAMPEDUSA CHIAMA L’EUROPA di Martina Tulimiero – 14 ottobre 2013 Gli ultimi tragici eventi di Lampedusa hanno riportato l’attenzione politica sulle condizioni dei rifugiati e dei richiedenti asilo presenti nel territorio italiano. Nel cosiddetto Rapporto di Ferragosto il Ministro dell’Interno aveva comunicato che dal 1 agosto 2012 al 10 agosto 2013 le persone sbarcate sulle coste siciliane erano circa 24.277. La causa principale che spinge una persona a fuggire dal proprio Paese è l’incubo della guerra. Lo dimostra il fatto che 55 rifugiati su 100 provengono da cinque


Numero 29/2013, 13—19 ottobre 2013

Pagina 7

Paesi coinvolti in conflitti: Afghanistan, Somalia, Iraq, Siria, Sudan; a questi si aggiungono coloro che fuggono dal Mali e dalla Repubblica Democratica del Congo. Dove non c’è la minaccia della guerra ci sono la fame, la disperazione e la speranza di costruire una vita migliore in Europa. I profughi che lasciano le coste africane per sbarcare in Sicilia vedono l’Italia come unica via di passaggio per raggiungere i Paesi del nord Europa, dove risiedono familiari ed amici e dove le possibilità di un lavoro e del riconoscimento dei diritti fondamentali sono più alte. Nell’ultimo decennio il numero di rifugiati diretti verso il continente europeo è cresciuto esponenzialmente tanto che a livello internazionale la cifra complessiva di rifugiati e sfollati ha raggiunto livelli che non erano sfiorati dal 1994. Secondo il Global Trends Report 2012 dell’UNHCR, le persone coinvolte in migrazioni forzate alla fine del 2011 erano 42,5 milioni, nel 2012 avevano raggiunto i 45,1 milioni e ad oggi sono in costante aumento. [continua a leggere sul sito] GLI USA IN MEDIO ORIENTE, UN’INFLUENZA IN DECLINO? INTERVISTA A GIANLUCA PASTORI di Redazione – 15 ottobre 2013 Sono trascorsi ormai oltre quattro anni dallo storico discorso di Barack Obama al Cairo. Era, quello, il momento in cui gli Stati Uniti annunciavano un ‘nuovo inizio’ nelle loro relazioni con il mondo arabo e musulmano, ovvero un punto focale della politica estera obamiana. A seguito dell’intervento in Afghanistan e dell’invasione dell’Iraq, la Casa Bianca, così come il popolo americano, avvertiva la necessità di distendere la propria mano verso quei Paesi che, in un modo o nell’altro, si sentivano vittime dell’‘imperialismo’ americano. Tra questi vi era certamente l’Iran, che, dalla Rivoluzione khomeinista del 1979, aveva identificato – non sempre senza contraddizioni – Washington come ‘il Grande Satana’, ossia il principale nemico da combattere per esportare la rivoluzione al di là dei propri confini. Il riavvio del programma nucleare nel 1984, inaugurato circa tre decenni prima dallo Scià Reza Pahlavi, è una sfida che Teheran, in un crescendo di percepita pericolosità in Occidente, ha portato fino ai giorni nostri. Il 15 ottobre a Ginevra, Iran e Stati Uniti, all’interno del forum diplomatico conosciuto come 5+1 (che include i cinque Paesi con diritto di veto al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, più la Germania), sono tornati a parlarsi in un clima di rinnovata distensione, che ha avuto pochi precedenti negli ultimi tre decenni. Un riavvicinamento che non sembra, però, raccogliere consensi unanimi, se è vero che Israele, tra i principali partner per gli americani nella regione, continua a considerare ‘non credibile’ la rinnovata ‘eroica flessibilità’ di Teheran proclamata dalla Guida Suprema, l’Ayatollah Ali Khamenei. Il filo che unisce Medio Oriente e Stati Uniti, però, non implica solo la questione nucleare iraniana. Le rivolte della cosiddetta ‘Primavera Araba’ hanno provocato la caduta di regimi autocratici di lungo corso, su tutti quello di Hosni Mubarak in Egitto, e la guerra civile in Siria, che sembra ben lontana dal concludersi, nonostante i recenti sviluppi diplomatici. [continua a leggere sul sito] LIBIA: DI RAPIMENTI E DI NAUFRAGI di Marta Ciranda – 17 ottobre 2013 Tripoli, 10 ottobre. È l’alba. Ali Zeidan, Primo Ministro in carica, si trova in una stanza del lussoso Corinthia Hotel, sua residenza nella capitale, quando il suo riposo viene bruscamente interrotto da uomini armati, che lo prelevano e per qualche ora ne fanno perdere le tracce, facendo temere il peggio. Rapimento? No, si è trattato di arresto, diranno più tardi gli artefici. Un arresto, tuttavia, mai autorizzato da nessuno degli organi competenti, ribadirà più tardi la Procura. Qualunque sia stata la natura del gesto, e chiunque ne sia stato l’ideatore e l’esecutore – al-Qaeda? Un gruppo di ex ribelli? Addirittura un gruppo di parlamentari, come affermato dallo stesso Premier? – una cosa è certa: la Libia è, purtroppo, inesorabilmente sprofondata nel caos e nell’insicurezza oramai da troppi mesi, e quanto accaduto non ne è che l’ennesima riprova. Le circostanze del rapimento sono ancora tutte da chiarire, e forse non lo saranno mai. Stando ai testimoni sono state diverse decine le persone che hanno fatto irruzione nell’hotel: quasi un’operazione di stampo militare, poi rivendicata dal gruppo denominato “Camera dei rivoluzionari di Libia”, una milizia di ex ribelli riassorbiti, con compiti di polizia, dal Ministero dell’Interno nel suo tentativo di tenere a bada i tanti gruppi armati rimasti a spadroneggiare sul territorio dopo la fine della guerra civile [continua a leggere sul sito]


Numero 29/2013, 13—19 ottobre 2013

LE VIGNETTE DI BLOGLOBAL di Luigi Porceddu

Questa opera è distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione — Non commerciale — Non opere derivate 3.0 Italia. BloGlobal Weekly N° 29/2013 è a cura di Maria Serra, Giuseppe Dentice e Davide Borsani

Pagina 8

Bloglobal Weekly N°29/2013  

Rassegna di BloGlobal - Osservatorio di Politica Internazionale