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WWW.BLOGLOBAL.NET NUMERO 24/2013, 28 LUGLIO - 31 LUGLIO 2013

B l o Gl o b a l

We e k l y

RASSEGNA DI BLOGLOBAL OSSERVATORIO DI POLITICA INTERNAZIONALE

BloGlobal Weekly N°24/2013 - Panorama

MONDO - Focus EGITTO - Le tensioni e le violenze in Egitto non accennano a diminuire. Il mese di agosto è stato contrassegnato da manifestazioni a favore e contro i Fratelli Musulmani. Proteste e raduni segnati da grandi violenze e scontri con le forze armate che hanno prodotto oltre un migliaio di morti, soprattutto tra i filo-islamici. Se i Fratelli Musulmani accusano esercito e forze di polizia di aizzare e sparare intenzionalmente sulla folla, da parte loro, le autorità hanno smentito qualsiasi accusa a loro carico e hanno puntato più volte il dito contro gli islamisti considerati responsabili di fomentare le violenze. Più volte il Presidente ad interim Adly Mansour, il Premier Hazem el-Beblawi e il Generale Abdel Fattah el-Sisi – vero dominus della politica egiziana (Ministro della Difesa, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito e primo vice Primo Ministro) –, avevano più volte intimato alla piazza islamica di porre fine immediatamente a tutti i sit-in e le manifestazioni violente, minacciando in caso contrario “dure rappresaglie contro tutti coloro che met© BloGlobal.net 2013


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tono a repentaglio la sicurezza della nazione”. Polarizzazione delle piazze egiziane che è emersa con netta evidenza con il tentativo di mediazione – poi fallito a causa dell’intransigenza di entrambe le parti – portato avanti agli inizi di agosto dai rappresentanti USA e UE, dai Ministri degli Esteri di Qatar e Emirati Arabi Uniti e da una delegazione dell’Unione Africana. Ad ogni modo, nel tentativo di svuotare i due presidi quasi permanenti di Rabaa el-Adawiya e al-Nahda, la polizia e l’esercito hanno dato vita ad una dura repressione dei filo-islamisti cominciata all’alba del 14 agosto e proseguita per 5 giorni consecutivi. Secondo le stime ufficiali sarebbero 830 i morti, ma la Fratellanza ha parlato di almeno 2.000 vittime. Anche al-Jazeera – che dallo scorso 29 agosto ha subito la chiusura della sua sede cairota in quanto accusata dall’esecutivo di spalleggiare gli islamici filo-Mursi – e alcuni giornalisti arrestati hanno parlato di cifre sottostimate, precisando però come fosse particolarmente difficile poter dare dati più o meno veritieri. Un duro colpo, questo, soprattutto per la Fratellanza, la quale ha subito circa 75 arresti tra cui spiccano quelli di Mohamed el-Beltagy, Segretario Generale di Libertà e Giustizia e, soprattutto, quello di Mohamed Badie, guida spirituale dell’Ikwhan temporaneamente sostituita nella sua carica dal vice Mahmud Izzat. Violenze e morti che hanno lasciato un segno anche nella compagine governativa: all’indomani del massacro del Cairo, il Vice Presidente Mohamed el-Baradei ha abbandonato l’incarico in aperto contrasto con la decisione dei militari. La decisione del diplomatico egiziano è stata ritenuta da molti come un’azione opportunistica utile a salvare la propria immagine in vista di una sua possibile candidatura nelle elezioni presidenziali fissate dalla road map per febbraio 2014. In attesa che anche la sua posizione politica venga chiarita, il Vice Presidente dimissionario dovrà affrontare un processo per “aver tradito la fiducia della Nazione”. Al contempo, altre due situazioni rischiano di far salire ulteriormente la tensione già alle stelle nel Paese: da un lato, le dichiarazioni dure di el-Beblawi circa l’intenzione dell’esecutivo di mettere al bando la Fratellanza e tutti i partiti filo-islamisti – con il rischio di una polarizzazione ulteriore della scena nazionale –, dall’altro, la decisione della corte egiziana del Cairo di disporre la scarcerazione dell’ex rais Hosni Mubarak e la messa agli arresti domiciliari dell’ex Presidente nella sua casa di Sharm el-Sheyk. Intanto, si aggrava la situazione nella Penisola del Sinai, sempre più polveriera di questo Medio Oriente devastato. Nel solo mese di luglio, le autorità egiziane hanno calcolato ben 85 attentati contro posti di blocco e caserme, causando la morte di 47 tra civili e militari. Per tentare di porre rimedio all’anarchia della regione confinante con Israele, il governo centrale ha provato a lanciare un’offensiva militare, denominata “Desert Storm”, contro cellule jihadiste, salafiti e criminali comuni attivi nella Penisola sinaitica. Avvalendosi anche del supporto logistico e militare israeliano – si veda l’attacco con drone avvenuto in accordo con i militari egiziani lo scorso 9 agosto nell’area di al-Ojra, 3 km dal confine meridionale, che ha ucciso almeno 5 miliziani del gruppo Ansar Bayt al-Maqdis e che, a detta dello Stato maggiore dell’IDF, “erano pronti a lanciare razzi contro Israele” –, il Cairo ha lanciato la più grande offensiva militare nell’area e necessaria a garantire la sicurezza dei confini, regolati dagli accordi di Camp David del 1978. Fonti d'intelligence dei due Paesi ipotizzano che i miliziani islamici attivi nel Sinai siano in possesso di missili portatili, di tipo Stinger, capaci di abbattere un aereo di linea. Ad ogni modo la situazione nel Sinai resta critica e molto pericolosa: lo scorso 20 agosto a Rafah sono morti in un attentato 24 agenti della sicurezza nazionale egiziana. Nel frattempo, a livello internazionale, monta la preoccupazione: il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, ha invitato alla riconciliazione e ha chiesto ripetutamente al governo ad interim di mettere fine alle violenze, agli arresti arbitrari e ad altre azioni persecutorie nei confronti dell'opposizione. Sulla stessa linea anche Turchia, Qatar e i governi islamici di Tunisia e Marocco. Posizione dure ma ambigue quelle di Unione Europea e Stati Uniti che hanno recentemente assunto alcune misure contro il governo del Cairo. Washington dopo aver cancellato la consegna di quattro caccia F-16, dopo la strage di ferragosto, ha deciso di annullare le consuete esercitazioni militari congiunte, previste per il mese prossimo, minacciando inoltre l’uso di ulteriori misure restrittive come la riduzione degli aiuti militari ed economici (secondo i dati del Congresso USA, dal 1948 al 2011 sono stati versati all’Egitto oltre 71 mld di $, circa 1,5 mld annui). Una minaccia subito ridimensionata poiché comporterebbe pesanti ricadute strategiche e industriali anche per gli stessi USA, primi fornitori di equipaggiamenti e sistemi difensivi per l’Egitto. Bruxelles, invece, solo dopo la riunione straordinaria del Consiglio dei Ministri degli Affari Esteri (19-21 agosto) ha stabilito una sospensione delle forniture di equipaggiamento armi e una possibile revisione degli aiuti economici all’Egitto, anche se, come ha poi precisato l’Alto Rappresentante UE per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza Catherine Ashton, “spetta a ogni singolo Paese esaminare la questione”. Di tutt’altro tenore, invece, l’atteggiamento delle monarchie del Golfo (Kuwait, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita) che hanno confermato il loro sostegno politico e si sono dette pronte a subentrare anche economicamente agli aiuti finanziari e militari degli occidentali.


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ISRAELE-PALESTINA – Sono ufficialmente ripresi lo scorso 30 luglio i negoziati di pace tra Israele e Palestina, interrotti tre anni fa a causa della scelta unilaterale di Netanyahu di non congelare il piano di insediamenti a Gerusalemme Est e decretando così la morte dell’ennesimo negoziato. I due storici antagonisti si sono ritrovati dinanzi ad un tavolo negoziale già tre volte. Il primo a Washington, al Dipartimento di Stato USA alla presenza del Segretario John Kerry e del neo rappresentate per il Medio Oriente Martin Indyk, ex Ambasciatore in Israele durante l’era Clinton. Gli altri due incontri sono avvenuti a Gerusalemme e a Gerico, rispettivamente il 14 e 20 agosto. A rappresentare le parti sono, per i Palestinesi, il capo negoziatore Saeb Erekat e l’economista Mohamed Shtayyeh, mentre, per gli Israeliani, il Ministro della Giustizia Tzipi Livni accompagnata dall’inviato speciale di Netanyahu, Isaac Molho. Sebbene i piani di attuazione dell’accordo siano ritenuti da tutte le parti molto ambiziosi, gli Stati Uniti ritengono possibile che attraverso questi incontri preliminari si possa stabilire un'agenda dei lavori da sviluppare entro i prossimi nove mesi per poi giungere ad un’intesa finale che preveda la restituzione di quasi tutti i territori occupati dagli Israeliani dopo la guerra dei Sei Giorni del 1967, la gestione o co-gestione di Gerusalemme, la creazione di uno Stato palestinese, la questione dei rifugiati palestinesi, il riconoscimento dello Stato di Israele e un trattato di pace che preveda la convivenza pacifica. Se con la liberazione dei primi 26 dei 104 detenuti palestinesi previsti dall’accordo preliminare Israele ha mostrato una certa flessibilità e disponibilità al dialogo, la questione sempre delicata delle colonie rischia di far saltare il banco delle trattative. Infatti, alla vigilia del secondo round di negoziati l'amministrazione municipale di Gerusalemme ha approvato la costruzione di 942 nuove unità abitative per coloni a Gilo, un insediamento già esistente nella parte sud-occidentale di Gerusalemme Est. Le ulteriori case da edificare vanno ad aggiungersi alle oltre mille già autorizzate dallo Stato ebraico pochi giorni prima: 793 a Gerusalemme Est e 394 in Cisgiordania. Tale decisione aveva provocato l'ira dei Palestinesi e le critiche della comunità internazionale, comprese quelle degli Stati Uniti che hanno visto nella scelta israeliana un tentativo di far naufragare prematuramente i negoziati. Ad ogni modo, la scelta delle autorità israeliane di estendere nuovi alloggi in Cisgiordania risponde anche a precise esigenze politiche. Netanyahu deve affrontare le fronde interne della sua composita e variegata maggioranza: la destra religiosa e radicale strizza spesso l’occhio al suo elettorato, molto forte tra i coloni, e per questo motivo si definisce indisposta a fare concessioni nei confronti dei Palestinesi o ad interrompere i piani di insediamento in West Bank. Intanto il nuovo incontro che si sarebbe dovuto tenere a Gerico il 27 agosto è saltato per protesta palestinese contro l’uccisione di tre suoi cittadini da parte della polizia israeliana, evento avvenuto ventiquattro ore prima nel campo profughi di Qalandiya, a Nord di Gerusalemme, in seguito a un'operazione di arresto di un detenuto palestinese rilasciato circa un mese fa. Il Dipartimento di Stato USA ha condannato l’episodio e ha immediatamente smentito le informazioni di stampa secondo cui sarebbero stati sospesi i negoziati. Un episodio che, secondo i media, ha causato comunque un rallentamento negli incontri informali tra le parti e che potrebbe avere ricadute sul processo di pace. LIBIA – Il Paese nordafricano, al centro di una spirale di violenze tribali e politiche senza precedenti, non sembra ancora conoscere pace. Mentre la mancanza di sicurezza continua a rimanere un enorme handicap per la stabilità nazionale, il potere di Alì Zeidan è molto debole perché suscettibile sia del ricatto politico-tribale delle forze che lo sostengono (la coalizione costituita dai laici di Alleanza Nazionale di Mahmoud Jibril e dagli islamisti della Fratellanza Musulmana), sia di quello militare delle milizie. In queste ultime settimane Il Primo Ministro, nel tentativo di uscire dallo stallo politico, ha provato a rilanciare l'avvio di un dialogo nazionale su questioni che vanno dalla riconciliazione nazionale al disarmo. Come ha sottolineato lo stesso Zeidan, “si tratta di formare una commissione di personalità della società civile libica che cominceranno a discutere della futura Costituzione, di riconciliazione nazionale, di sfollati e profughi, di disarmo e di sicurezza”. Ciò, ha aggiunto il Premier, avverrà con il sostegno della Missione delle Nazioni Unite in Libia (UNSMIL). Dal canto suo, il capo della Missione ONU, Tarek al-Metri, ha spiegato che “questo dialogo permetterà di risolvere le divergenze tra i libici nel loro ambito e di chiarire le diversità della società libica” proprio per recuperare l'identità nazionale del Paese. Proposta, questa, accolta tuttavia tiepidamente dalle forze politiche componenti l’Assemblea nazionale. Il tema della sicurezza viene considerato il principale problema nazionale poiché percepito come una seria minaccia alla stabilità e al consolidamento del processo democratico dello Stato. Le oltre 500 milizie armate, che non hanno


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mai ceduto le armi dalla guerra contro Gheddafi e ancora oggi detengono il potere reale in Libia, sarebbero dovute essere sciolte e assorbite in una sorta di polizia nazionale, ma qualsiasi tentativo è risultato vano sia per l’incapacità del potere centrale di far rispettare la legge, sia per la scelta delle stesse milizie di non consegnare le armi a guerra finita. A tal proposito, desta grande preoccupazione la situazione della sicurezza in Cirenaica, da diverse settimane sempre più allo sbando: omicidi politici (come quelli di Abdessalem al-Mesmari, attivista politico anti-gheddafiano e anti-islamista, e del procuratore generale militare Yusuf Ali al-Asifar, uccisi a Bengasi rispettivamente lo scorso 26 luglio e 29 agosto), attentati contro le rappresentanze diplomatiche occidentali e delle monarchie del Golfo, sommosse islamiste (il 28 luglio vi è stata una fuga di 1.117 prigionieri dal carcere di alKuifiya, tra i quali erano presenti anche alcuni affiliati qaedisti), nonché ondate separatiste agitano quotidianamente la sicurezza di Bengasi e della regione. Di fronte agli eventi e alle accuse di inattività verso i fondamentalisti attivi nell’Est del Paese, Zeidan ha potuto solo minacciare lo scioglimento del governo, nominare un nuovo Capo di Stato Maggiore dell’Esercito – il Colonnello Abdulsalam al-Obaidi al posto del Generale Salem Gnaidi – e provare a rimescolare le carte riportando l’attenzione internazionale sulla questione della stabilizzazione delle frontiere le quali, al pari del problema delle milizie armate, rappresentano il ventre molle della sicurezza libica. Ad Est, da e verso l'Egitto, si assiste ad un continuo flusso di criminali comuni, islamisti e guerriglieri. A Sud, dal Fezzan, agiscono le bande armate legate ad AQIM (Al-Qaida in the Islamic Maghreb) che hanno attaccato l’impianto gasifero di In Amenas, in Algeria, e che continuano ad imperversare nel Nord del Mali e in Niger. Infine, ad Ovest, verso la Tunisia si assiste con sempre maggior frequenza a fenomeni di penetrazione delle frontiere nazionali di gruppi armati di varia natura. In questo contesto problematico, infatti, a soffrire è anche l’economia e, in particolare, il principale prodotto della ricchezza libica, il petrolio. Come affermato dal Ministro del Petrolio Abdelbari al-Arussi, a causa dei disordini e degli scioperi in Cirenaica che hanno provocato la chiusura dei terminal a Ras Lanouf, Zueitina, al-Sedra e al-Hariga, riaperti solo subito dopo ferragosto, le vendite dell’oro nero sono calate del 70% in un mese passando da una media di 1,4 milioni di barili giornalieri ad una di 330 mila. Il danno economico per il Paese, dall’inizio delle proteste è stato quantificato in almeno 1,6 miliardi di dollari. SIRIA – Sfumata nel corso dell’estate qualsiasi possibilità di portare le maggiori diplomazie internazionali al tavolo dei negoziati di Ginevra, il conflitto siriano è entrato in una nuova fase all’indomani dell’annuncio da parte dei ribelli dell’utilizzo di armi chimiche – cosa smentita da Damasco – da parte del regime di Assad. Il bombardamento con gas nervini – tra cui anche il sarin – sarebbe stato compiuto nelle prime ore del 21 agosto nelle aree del Ghouta orientale (regione ad est della capitale) in mano ai ribelli e, precisamente, nelle località di Ayn Tarma, Zamalka, Hamuriya, Arbin, Saqba, Kfar Batna e Duma, e a sud della stessa Damasco, a Daraya e Muaddamiya. Un video diffuso dagli attivisti non lascerebbe adito a dubbi circa il bilancio dell’attacco: oltre 1.300 morti per i gruppi di opposizione, cifra rivista al ribasso – ma ugualmente significativa – dalle organizzazioni umanitarie presenti sul territorio. Per quanto il dibattito sull’utilizzo delle armi non convenzionali in Siria sia in corso da mesi visto che già nel comunicato del 12 giugno del vice consigliere per la sicurezza nazionale USA Benjamin Rhodes si parlava di uso di armi chimiche su scala ridotta in almeno quattro occasioni (cosa che ha indotto Obama a firmare il decreto che consegna alla CIA il compito di occuparsi del coordinamento dell’invio di armi ai ribelli), l’episodio del 21 agosto ha posto la comunità internazionale di fronte alla necessità di dare un seguito al monito lanciato la scorsa estate (e nuovamente lo scorso giugno a pochi giorni dal G8 in Irlanda del Nord) sulla “red line” che il governo di Damasco non avrebbe dovuto oltrepassare e ha avviato il conto alla rovescia per un’operazione militare la cui approvazione è stata rinviata al Congresso USA, il quale tuttavia non si riunirà prima del 9 settembre. Una decisione “a sorpresa” quella di Obama, motivata non solo dalle pressioni ricevute da oltre 200 deputati (democratici e repubblicani) di chiedere un voto sull’uso della forza, e non solo dal grado di incertezza sull’uso di tali armi nonostante l’assoluta fiducia riposta da Kerry nella colpevolezza di Assad e nell’altrettanta non responsabilità dei ribelli, ma anche dallo smacco subito dal Premier David Cameron, i cui piani d’attacco (erano già state mobilitate le basi cipriote di Akrotiri e Dhekelia) e la cui proposta di Risoluzione alle Nazioni Unite è stata bocciata dal Parlamento britannico. Ad ogni modo, se il Congresso americano darà il suo via libera, Obama ha rassicurato su una missione di breve durata e che non implicherà lo schieramento di truppe di terra. Il ventaglio delle possibilità per gli Americani va così da raid affidati ai missili da crociera Tomahawk imbarcati sulle quattro cacciatorpediniere statunitensi e su un sottomarino britannico schierati nel Mediterraneo volti a colpi-


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re centri di comando e di intelligence di Damasco, alle incursioni con bombardieri con tecnologia “stealth” (come i B-2 Spirit) già sperimentate in Iraq nel 2003 e in Libia nel 2011. Se più remota appare la possibilità di istituire una no fly zone a causa della complessità e della pianificazione anche da parte di Giordania e Turchia (esponendole pertanto a rappresaglie nei loro confronti), più concreto nel breve periodo appare il rafforzamento degli aiuti ai ribelli: dal 23 agosto il confine turco-siriano sarebbe attraversato da convogli che recherebbero tonnellate di armi e munizioni fornite ai ribelli da sauditi ed emirati del Golfo. In effetti la formazione di una colazione arabo-occidentale sul modello della coalition of the willing che si è incontrata ad Amman lo scorso 26 agosto, dietro la quale si muoverebbero con supporto operativo e di intelligence Stati Uniti e Paesi europei (per lo meno quelli favorevoli all’attacco), sembra l’opzione più realistica e praticabile anche in nome della vocazione del leading from behind. Sul fronte europeo, in effetti, fuori dai giochi la Gran Bretagna, solo la Francia di François Hollande resta realmente intenzionata a perseguire l’obiettivo bellico: fortemente contraria la Germania di Angela Merkel, ora concentrata sul rush finale della campagna elettorale, e sempre meno interventista anche l’Italia. Per il Ministro degli Esteri Bonino anche il placet dell’ONU potrebbe non essere sufficiente a garantire l’impegno italiano. Mentre si attende difatti l’esito delle indagini condotte sul territorio dagli ispettori dell’ONU, il problema non resta tanto nel quesito strike no/strike si, quanto agli effetti che quest’ultimo potrà avere negli equilibri regionali già notevolmente intaccati dal conflitto: in primo luogo in Libano dove lo scorso 23 agosto alcune esplosioni contro moschee sunnite di Tripoli (città settentrionale segnata da mesi di scontri tra fazioni armate sunnite e alawite, schierate rispettivamente contro e a favore del regime siriano) hanno provocato 50 morti e oltre 500 feriti, diventando il peggior attentato dalla fine della guerra civile nel 1990. Già 8 giorni prima un’autobomba ha ucciso 27 persone in un quartiere nel sud di Beirut, roccaforte del movimento sciita Hezbollah, il quale negli ultimi due mesi ha dato un contributo decisivo alla riconquista di numerosi territori (Qusayr innanzitutto) e al lancio di nuove offensive da parte delle forze lealiste nella città di Homs e Aleppo (Operazione Tormenta nel Nord, che ha dato un duro colpo al gruppo ribelle Jabhat al-Nusra). Tra l’altro, poche ore prima dell’attentato di Tripoli, un raid aereo israeliano a sud della capitale libanese ha colpito la base del gruppo palestinese Fronte popolare per la liberazione della Palestina-Comando Generale (Fplp-Cg) di Ahmad Jibril, sostenuto da Damasco, in risposta al lancio di quattro razzi avvenuti il giorno precedente dal Libano contro lo Stato ebraico. Proprio il governo Netanyahu, peraltro già preoccupato sul fronte meridionale per i fatti in Egitto, ha deciso di spostare due batterie antimissili iron-dome nel nord del Paese (nella città di Haifa) e nella capitale. Una precauzione inevitabile anche alla luce delle dichiarazioni del vice capo di Stato maggiore dell'esercito iraniano, il generale Masoud Jazayeri, di una possibile ritorsione nei confronti di Tel Aviv. Anche se questa ipotesi non si dovesse verificare, essa rafforzerebbe comunque lo scontro e raffredderebbe l’apertura al dialogo dimostrata da Hassan Rouhani e dal suo Ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif sulla questione nucleare. Sullo sfondo – ma nemmeno poi tanto, vista la posizione in sede ONU e la deterrenza che riesce ad esercitare a causa delle forniture militari – resta il maggior alleato di Assad, la Russia, anch’essa pronta a qualsiasi scenario: due nuove navi militari, un anti-sommergibile e un incrociatore, sono giunte nel Mediterraneo. TUNISIA – Tensione ancora alle stelle in Tunisia a causa dell’instabilità seguita all’omicidio politico di Mohamed Brahmi, il secondo dopo quello di Chokri Belaid negli ultimi sei mesi. Da settimane le piazze della capitale e delle altre principali città tunisine sono gremite di centinaia di manifestanti proe contro-Ennahda. Le opposizioni laiche, già sul piede di guerra in Assemblea Costituente per i ritardi sui lavori della Carta fondamentale, sono riusciti il 7 agosto ad interrompere sine die i lavori per la redazione della Costituzione. Nel frattempo, diversi partiti liberali, socialisti e di sinistra hanno annunciato la formazione di un Fronte di Salvezza Nazionale, sul modello egiziano, facendo appello alla disobbedienza civile e a sit-in permanenti all'esterno dell'Assemblea Nazionale fino a quando quest'ultima e il governo non saranno sciolti per dare vita ad un esecutivo di unità nazionale che traghetti il Paese ad elezioni anticipate entro la fine dell’anno. Il Premier Ali Laarayedh, spalleggiato dal leader di Ennahda, Rachid Ghannouchi, ha ribadito il rifiuto dell’attuale governo ad accondiscendere alla richiesta di scioglimento presentata dai partiti dell’opposizione. Tuttavia, le consultazioni non sono un’eventualità da escludere a priori vista la situazione critica a livello socio-economico in cui versa il Paese e dopo che anche all’interno della compagine governativa iniziano ad avvertirsi alcuni scricchiolii: vedi le dimis-


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sioni del Ministro dell'Istruzione Salem Labiadh e la posizione sempre più critica nei confronti dell’esecutivo di Ettakatol, terza anima insieme a Ennahda e Congresso per la Repubblica dell’attuale maggioranza di governo. Da tempo Ettakatol starebbe valutando l’ipotesi di costituire una nuova formazione politica di centro-sinistra insieme a Partito del Lavoro tunisino, Alleanza democratica e Nidaa Tounes, quest’ultima principale forza di opposizione e in grande ascesa nei sondaggi nazionali. Oltre alle tensioni politiche, a preoccupare ci sono anche le questioni legate alla sicurezza dei confini. Sono sempre più numerosi i casi di attentati da parte di salafiti radicali, jihadisti e qaedisti infiltrati lungo il confine condiviso con l’Algeria, tra i Monti Chaambi e il wilayat algerino di el-Oued. Situazioni, queste, che lo scorso 29 luglio hanno costretto il governo tunisino a lanciare un’intensa offensiva militare (aerea e terrestre) in collaborazione con l’esercito di Algeri e volta a sgominare le cellule rifugiatesi lungo i territori dei due Paesi. Da quest’area, infatti, secondo il Ministro degli Interni tunisino Lofti Ben Jeddou, sarebbero giunti gli assassini di Chokri Belaid e Mohamed Brahmi, uccisi entrambi dalla stessa cellula in odore di terrorismo e politicamente legata ad Ansar al-Sharia, partito salafita alleato di governo di Ennahda che lo scorso 28 agosto è stato inserito dall’esecutivo nella black list delle organizzazioni terroristiche.

MONDO - Brevi COREE, 14 agosto – Raggiunto a sorpresa un accordo per la riapertura del complesso industriale di Kaesong, chiuso dallo scorso 10 aprile a causa delle tensioni tra Seul e Pyongyang, quando quest’ultimo aveva minacciato un attacco contro il Sud, il Giappone e gli Stati Uniti. Dopo sei incontri precedenti non andati a buon fine, i rappresentanti dei due Paesi hanno raggiunto un'intesa di cinque punti per riavviare l'attività del complesso tra i quali è presente una clausola che fa divieto a Pyongyang di interrompere o chiudere unilateralmente la zona economica speciale, favorendo al contempo anche l’ingresso di aziende/multinazionali straniere. Infatti, la chiusura di Kaesong aveva costretto numerosi operatori di mercato e investitori esteri a spostare le proprie attività in Cina e Vietnam provocando perdite per l’economia di entrambi (intorno ai 20 milioni di dollari per Seul e agli 87 per Pyongyang). Il complesso di Kaesong impiegava circa 50.000 cittadini e, grazie alla presenza di oltre 120 industrie sudcoreane, aveva generato un fatturato di oltre 500 milioni di dollari nel 2012. IRAQ, 28 agosto – Continuano gli attentati a sfondo settario nel Paese mediorientale che, secondo un conteggio di Associated Press, avrebbero causato oltre 500 morti ad agosto, la gran parte dei quali avvenuti tra Baghdad e provincia durante la seconda metà del mese. Quasi tutti gli attentati sono stati rivendicati dalla sezione irachena di al-Qaeda (AQI) e dalla variegata galassia estremista che ruota attorno al recentemente istituito Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIL). Ultimo di una lunga scia di sangue, l’attacco del 28 agosto nella capitale irachena ha avuto come bersaglio i quartieri sciiti e, secondo fonti della polizia, avrebbe provocato almeno 71 vittime e 201 persone sono state ferite. Sebbene il governo a guida sciita di Nouri al-Maliki abbia lanciato massicce operazioni antiterrorismo a Baghdad, nel Nord e nell’Ovest del Paese, i risultati sono ancora molto limitati. A conferma della rinnovata violenza, le Nazioni Unite hanno stimato che nel solo mese di luglio sono morti più di 1.000 civili – il bilancio mensile più pesante dal 2008 –, mentre da inizio anno sarebbero state uccise circa 3.700 persone. L’escalation di violenze a sfondo settario, le tensioni con l'Iran, le ripercussioni della guerra civile siriana e la fragilità delle procedure democratiche per conferire legittimità alle istituzioni irachene rischiano dunque di trascinare il Paese sempre più verso il baratro sociale e politico. MALI, 11 agosto – Dopo 18 mesi di sanguinosa crisi politico-militare, il Paese africano ha eletto il nuovo Capo di Stato. L’ex Premier Ibrahim Boubacar Keità (IBK), dopo aver ottenuto al primo turno (28 luglio) il 40% dei voti, ha vinto anche il ballottaggio contro l’ex Ministro delle Finanze Soumailà Cissé diventando così il nuovo Presidente del Mali. Secondo i dati diffusi il 15 agosto dal Ministro degli Interni Moussa Sinko Coulibaly, IBK è stato eletto con il 77,61% dei voti contro il 22,39% del suo avversario. Il tasso di partecipazione alle elezioni è stato del 45,78%, con una grande concentrazione nell’area della capitale Bamako. Complimenti per la regolarità del voto sono giunti dalla Francia – principale sponsor politico-militare della guerra contro gli islamisti radicali del Nord –, dal Presidente della Commissione europea José Manuel Barroso e dalla tutta la Comunità internazionale. In particolare, l’inviato speciale del Segretario Generale dell’ONU per il Sahel, Romano Prodi, nel complimentarsi con i contendenti, ha


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sottolineato l’alto valore simbolico delle consultazioni maliane sperando che queste possano fungere da esempio per la fragile regione del Sahel. Sfide principali per il neo Presidente saranno ricostruzione economica, crisi alimentare e pacificazione nazionale. REPUBBLICA CECA, 8 agosto – Con 100 voti contrari e 93 favorevoli, il governo ceco guidato dall'economista Jiří Rusnok non è riuscito ad ottenere la fiducia al Parlamento. Il Premier incaricato era stato nominato dal Presidente Milos Zeman lo scorso 25 giugno a seguito delle dimissioni in massa dell’Esecutivo di centrodestra guidato da Petr Nečas a causa di uno scandalo per corruzione e abuso di ufficio. Tra i capi di d’accusa per il governo a maggioranza Občanská demokratická strana ODS (Partito civile democratico) vi sono l’utilizzo illegittimo di intercettazioni telefoniche, la compravendita di deputati, ricompensati – per l’accusa dal capo di gabinetto Jana Nagyova – con l’offerta di posti nell’amministrazione pubblica. L’incarico affidato pertanto a Rusnok è stato fin da subito oggetto di critiche sia dal partito di opposizione (i Socialdemocratici della CSSD) che chiedevano elezioni anticipate a settembre, sia dalla coalizione di centro-destra che aveva proposto la candidatura di Miroslava Nemcova. La mancata fiducia non è stata dunque una sorpresa e capita in un momento di particolare crisi economica. Data l’impossibilità di un accordo politico, il Presidente Zeman ha sciolto il Parlamento e ha indetto elezioni anticipate per il 25 e 26 di ottobre. REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO, 24 agosto – L’esercito di Kinshasa, insieme ai Caschi Blu della MONUSCO e alla Brigata d’Intervento africana (composta da truppe del Sud Africa, Tanzania e Malawi) è impegnato in una vasta offensiva per sradicare i miliziani del gruppo ribelle M23 dalle colline del Kibati, nei pressi di Goma, capoluogo del Nord Kivu, nell’Est del Paese. I combattimenti hanno avuto inizio sabato 24 agosto dopo che i ribelli M23 avevano sferrato un nuovo attacco contro la Brigata d’Intervento africana a Goma, uccidendo un soldato tanzaniano e provocando così la reazione delle truppe congolesi e internazionali che in un’azione di rappresaglia avrebbero ucciso anche alcuni civili. Il Sottosegretario dell’ONU per le operazioni di mantenimento della pace, Edmond Mulet, ha denunciato l’appoggio di Kigali agli insorti, affermando di avere “informazioni credibili e coerenti” sul sostegno dell’esercito ruandese ai ribelli nei combattimenti in corso a Nord di Goma. Da parte sua, il Ruanda ha accusato la RDC di continui bombardamenti di artiglieria nel proprio territorio, sottolineando che “un’ulteriore provocazione non sarà più tollerata”.

ANALISI E COMMENTI ELEZIONI IN ZIMBABWE: MUGABE ULTIMO ATTO? di Salvatore Denaro – 30 luglio 2013 Le elezioni politiche del 31 luglio in Zimbabwe vedono sfidarsi il Presidente Robert Mugabe – 89 anni, leader del partito Zimbabwe African National Union – Patriotic Front (ZANU–PF) e al potere dal 1980 – e l’attuale Premier Morgan Tsvangirai, 61anni anni, a capo del Movement for Democratic Change Zimbabwe (MDC-T). Sembra un remake di quanto accaduto nelle politiche del giugno 2008 in cui tensioni, violenze ed intimidazioni nei confronti degli oppositori di Mugabe stavano portando il Paese ad una guerra civile. Infatti, lo storico leader dell’ex Rhodesia del sud, nonostante brogli e illeciti per portare a casa la vittoria, non ottenne la maggioranza parlamentare ma riuscì ugualmente a vincere il ballottaggio presidenziale. Per le Nazioni Unite, G8 e Unione Europea si trattò di un voto assolutamente illegittimo, lontano dagli standard minimi di democrazia. Per evitare che la protesta nei suoi confronti potesse degenerare, Mugabe diede a Tsvangirai l’incarico di formare un governo di unità nazionale. Nonostante ciò, il Presidente è riuscito a tenere per sé le più importanti prerogative e a nominare alcune cariche chiave tra le quali diversi governatori provinciali e il direttore della Banca centrale, senza consultare il Premier. Anche due Ministeri fondamentali come quello degli Interni e della Difesa sono stati affidati a due uomini vicini al Presidente, rispettivamente Kembo Mohadi e Emmerson Mnangagwa. Tra il 2009 e il 2012, i due Ministeri hanno reclutato circa 10.000 tra poliziotti e soldati, creando una voragine di 150 milioni di euro nel deserto dei conti statali: nulla, purtroppo, di fronte alla drammaticità della situazione economica, politica e sociale in cui il Paese versa. [continua a leggere sul sito]


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MINACCE INFORMATICHE: FINE DELLE RELAZIONI DIPLOMATICHE O NUOVO INIZIO? di Simone Vettore – 31 luglio 2013 Edward Snowden, il tecnico informatico addetto della Booz Allen Hamilton che ha svelato al mondo i programmi di monitoraggio delle comunicazioni (avvenissero esse telefonicamente, via mail o Skype oppure ancora attraverso i social network) portati avanti dal Governo statunitense ai danni dei propri cittadini (e non solo), continua il suo soggiorno forzato presso l’area transiti dell’aeroporto moscovita di Sheremetevo, nell’attesa che venga sbrogliata la matassa diplomatica che si è creata attorno alla sua persona. Gli Stati Uniti lo vogliono indietro per processarlo per aver divulgato segreti di Stato mentre all’opposto è stata ventilata la concessione dell’asilo politico da parte di numerosi Stati, non necessariamente ostili agli Stati Uniti (come l’Islanda o la Finlandia), anche se all’atto pratico le uniche opzioni effettivamente percorribili condurrebbero in Sud America ed esattamente al Venezuela di Nicolas Maduro, “delfino” e successore di Hugo Chavez, all’Ecuador di Rafel Correa (uno per intenderci che non ha mancato di assicurare il suo sostegno ad Ahmadinejad, accogliendolo trionfalmente a Quito qualche anno fa) per finire con la Bolivia di Evo Morales. La vicenda dunque parrebbe rientrare, ad un’analisi superficiale, all’interno dei tradizionali schemi dell’antiamericanismo sudamericano. [continua a leggere sul sito] LE TRASFORMAZIONI DEL MOVIMENTO SALAFITA: IMPLICAZIONI FUTURE E RUOLO POLITICO di Arianna Barilaro – 5 agosto 2013 Le rivoluzioni democratiche dei Paesi arabi hanno rappresentato il punto di svolta storico nel percorso che fino ad allora il movimento salafita aveva intrapreso: proiettandosi sulla scena politica ed istituzionale e partecipando pubblicamente alle discussioni riguardanti il cambiamento sociale, culturale, politico ed istituzionale che ha scosso, ed ancora scuote, i Paesi arabi, il movimento è uscito dalla sua dimensione esclusivamente “educativa”, dando nuovi slanci e nuovi input agli ideali che lo caratterizzano. Lo scorso 1 luglio, il Center of Strategic Studies dell’ Università di Amman, in collaborazione con la Friedrich Ebert Stiftung Fundation, ha tenuto un’ interessante ed approfondita conferenza sull’argomento attraverso le testimonianze dirette di esponenti del movimento salafita tunisino, egiziano, saudita, libanese, siriano e giordano, che si sono confrontati sulle diverse dinamiche e modalità di sviluppo caratterizzanti la trasformazione salafita in modo diverso in ciascun Paese: è chiaro infatti, come i recenti cambiamenti e il coinvolgimento nel “gioco politico” abbiano inevitabilmente messo in discussione alcuni principi propri dell’ ideologia salafita, provocando scissioni e disomogeneità all’interno del movimento, in senso ampio inteso, e all’ interno delle sue dinamiche in ciascun paese. [continua a leggere sul sito] LA TRAPPOLA DELL’AUSTERITY METTE IN CRISI ANCHE IL PORTOGALLO di Federica Castellana – 7 agosto 2013 Dopo anni di popolarità il mito dell’austerity comincia ormai a vacillare: la cieca fiducia nel rigore fiscale come cura per tutti i mali (leggi: per compiacere i creditori internazionali) non sembra infatti in grado di garantire ai Paesi in difficoltà né la ripresa né la stabilità necessarie e lo stesso FMI ha riconosciuto a gennaio di averne sottovalutato l’impatto recessivo. Eppure i seri limiti dell’austerità e il circolo vizioso che questa innesca erano piuttosto prevedibili: notoriamente i tagli alla spesa pubblica e l’aumento della tassazione comportano un calo della domanda e della produzione domestiche con effetti negativi sull’occupazione e sugli investimenti; tale recessione a sua volta riduce le entrate fiscali e incrementa le uscite in forma di sussidi di varia natura, traducendosi in un contesto generale di tensioni sia economiche che politico-sociali. A tal proposito, le vicende portoghesi delle ultime settimane sono state particolarmente interessanti in quanto si è trattato di una crisi tutta politica, avvenuta nei palazzi, ma scaturita da contrasti interni proprio sulla gestione della crisi economica nazionale. Anche in Portogallo il rimedio dell’austerity praticato nell’ultimo biennio non ha avuto nei fatti il successo sperato e la ripresa è ancora lontana. [continua a leggere sul sito]


Numero 24/2013, 28 luglio - 31 luglio 2013

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“FRONTE POPOLARE—PER LA RUSSIA”: RUSSIA UNITA 2.0 O PUTINISMO IN ESPANSIONE? di Fabio Resmini – 9 agosto 2013 L’11 e il 12 giugno scorso si è tenuto a Mosca il congresso costituente del “movimento sociale ‘Fronte Popolare – Per la Russia’”, un soggetto socio-politico legato a doppio filo col Cremlino. L’organizzazione è una versione rinnovata del “Fronte Popolare Panrusso” (ONF), fondato nel maggio 2011 su iniziativa dell’allora Primo Ministro Vladimir Putin. Le sue funzioni, tuttavia, si sono ampliate in maniera considerevole, dando vita a un progetto certamente più ambizioso di come era stato concepito in principio. Proprio per questo motivo si sollevano interrogativi sui reali obiettivi del movimento e sul ruolo che andrà a occupare rispetto al partito presidenziale Russia Unita, da qualche anno in evidente crisi di consensi. L’idea di creare un ampio fronte popolare in grado di unire forze politiche affini emerse durante una conferenza interregionale di Russia Unita, tenutasi a Volgograd il 6 maggio del 2011. L’obiettivo del progetto era quello di attirare candidati indipendenti per ampliare la base elettorale putiniana in vista dell’imminente chiamata alle urne: il Fronte Popolare Panrusso puntava così a ricondurre sotto di sé personalità provenienti dai settori più disparati – sindacati, organizzazioni non-governative, società d’affari, gruppi giovanili. Tuttavia, l’esatta natura del movimento e le modalità di raggiungimento degli obiettivi prefissati erano ancora vagamente definiti. [continua a leggere sul sito] CALA IL SIPARIO SUL NABUCCO di Ilenia Maria Calafiore – 22 agosto 2013 L’idea, nata in ambito europeo nel 2002, era quella di trovare una fonte alternativa per l’approvvigionamento di gas naturale che potesse svincolare l’Unione Europea dalla Russia. Per questo fine, la EEPR (European Energy Programme for Recovery) aveva stanziato 200 milioni di euro per partecipare alla costruzione di un gasdotto, progetto definito fondamentale per l’approvvigionamento europeo. L’agenzia cercava un’altra via, comune, rispetto ad altri progetti avviati da singoli Stati membri, come il South Stream: un gasdotto sviluppato dall’intesa tra l’Eni e la russa Gazprom, che transiterà solo in territorio dell’Unione, la cui costruzione dovrebbe concludersi entro il 2015. Ma perché tanto interesse nell’estromettere la Russia? Per capire i difficili rapporti tra il Paese che è il maggior fornitore di gas dell’Europa, ed un’Unione Europea in costante ricerca di energia, l’anno chiave è il 2006: nell’anno in cui l’Unione rinnovava il Country Strategy Paper con la Russia e firmava gli Accordi di Partenariato e Cooperazione che coinvolgevano Russia, Europa Orientale, Caucaso meridionale e Asia centrale, si scatenava la “Guerra del gas” tra Mosca e Kiev: Gazprom blocca le forniture all’Ucraina per un contenzioso sul prezzo del gas, il colosso energetico russo vuole alzare il prezzo da 50 dollari a 230 dollari per 1.000 metri cubi. [continua a leggere sul sito] EGITTO: BRACCIO DI FERRO SENZA FINE di Giuseppe Dentice – 27 agosto 2013 In un Egitto sempre più polarizzato, da settimane si susseguono manifestazioni a favore e contro i Fratelli Musulmani. Proteste e raduni contrassegnati da violenze e scontri soprattutto nei confronti dei filo-islamici. Non ultimi quelli andati in scena all’alba del 14 agosto e nei giorni immediatamente a seguire a Rabaa el-Adawiya e al-Nahda. Nel tentativo di svuotare i due presidi quasi permanenti dei filoislamisti, la polizia e l’esercito hanno dato vita ad una dura repressione che secondo le stime ufficiali avrebbe provocato la morte di 830 persone, ma che la Fratellanza ha subito smentito parlando di almeno 2.000 vittime. Fratellanza che ha poi subìto anche l’arresto di circa 75 suoi affiliati tra i quali spiccano Mohamed elBeltagy, segretario generale di Libertà e Giustizia e, soprattutto, Mohamed Badie, guida spirituale dell’Ikwhan e temporaneamente sostituito nella sua carica dal vice Mahmud Izzat. Violenze e morti che hanno lasciato un segno anche nella compagine governativa: all’indomani del massacro del Cairo il Vice Presidente Mohamed el-Baradei ha abbandonato l’incarico in aperto contrasto con la decisione dei militari. [continua a leggere sul sito]


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LA VERA “SFIDA” DI PUIN È L’ESTREMO ORIENTE di Oleksiy Bondarenko – 29 agosto 2013 Riascoltando uno dei primi discorsi pubblici di Vladimir Putin dopo la sua ascesa al potere, appare evidente come, nonostante numerosi successi sul piano economico, politico e sociale che hanno caratterizzato la sua presidenza, una questione ancora irrisolta riguarda lo sviluppo socio-economico della regione Estremo Orientale della Federazione. L’importanza della regione più depressa e sottosviluppata della Russia risiede non solo nella sua estensione continentale e nelle sue ingenti risorse, ma anche nel significato simbolico che possiede nella costruzione dell’identità politica di Mosca. E’ proprio l’Estremo Oriente, insieme alla Siberia, che determinano la cosiddetta “vocazione asiatica” della Russia, che dopo numerose trasformazioni ideologiche ha assunto, negli ultimi anni, il paradigma del “ponte” tra Europa e Asia. Lo sviluppo e la sicurezza dell’Estremo Oriente hanno rappresentato le priorità del governo centrale a partire dalla seconda metà degli anni ’60 del Novecento, soprattutto in seguito allo scisma sino-sovietico che trasformò l’Estremo Oriente da una regione “interna” in una vera e propria zona di confine sotto costante minaccia. [continua a leggere sul sito]

LE VIGNETTE DI BLOGLOBAL di Luigi Porceddu

Questa opera è distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione — Non commerciale — Non opere derivate 3.0 Italia. BloGlobal Weekly N° 24/2013 è a cura di Maria Serra e Giuseppe Dentice


Bloglobal weekly n°24/2013