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N째9, 16-22 MARZO 2014 ISSN: 2284-1024

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BloGlobal Weekly Report Osservatorio di Politica Internazionale (OPI) © BloGlobal – Lo sguardo sul mondo Milano, 23 marzo 2014 ISSN: 2284-1024 A cura di: Davide Borsani Alessandro Dalpasso Giuseppe Dentice Danilo Giordano Maria Serra

Questa pubblicazione può essere scaricata da: www.bloglobal.net Parti di questa pubblicazione possono essere riprodotte, a patto di fornire la fonte nella seguente forma: Weekly Report N°9/2014 (16-22 marzo 2014), Osservatorio di Politica Internazionale (BloGlobal – Lo sguardo sul mondo), Milano 2014, www.bloglobal.net

Photo credits: Gianluigi Guercia, AFP/Getty Images, SIPRI, ANSA, Darko Vojinovic, AP/Lapresse, Dado Ruvic/Reuters, Hamid Foroutan, Mohammad Shoib, Valentina Pop.


FOCUS LIBIA ↴

Un'autobomba è esplosa il 18 marzo a Bengasi, capitale della Cirenaica, colpendo un convoglio militare nei pressi di una caserma dell’esercito. Il bilancio ufficiale dell’attentato, non ancora rivendicato, recita 10 morti e 22 feriti. Sgomento e rabbia da parte di tutte le autorità nazionali che hanno immediatamente indetto tre giorni di lutto e hanno definito l’attentato un «atto terroristico che mira a destabilizzare il Paese». Il Presidente del Congresso Nazionali Libico e Capo delle Forze Armate, Nuri Abu Sahmin, ha annunciato che il governo si impegnerà nella guerra al terrorismo. Epicentro delle violenze rimane, appunto, la Cirenaica e in particolare le città ribelli di Bengasi, Derna e Sirte, nelle quali attentati e omicidi mirati, soprattutto contro funzionari di sicurezza e governativi, sono diventati quotidianità. Il governo ha sempre accusato le connivenze tra i gruppi islamisti attivi, e più o meno legati alla Fratellanza Musulmana locale, con i gruppi secessionisti cirenaici, le milizie autonomiste e le tribù in lotta fra loro. Oggetto del contendere in Cirenaica, ricca regione di petrolio, è proprio il controllo dell’oro nero, base dell’intera economia libica e merce di scambio tra i vari gruppi di potere attivi. Attualmente gran parte delle risorse di idrocarburi sarebbero controllate da Ibrahim Jadran, ex rivoluzionario e comandante separatista che grazie alle milizie a lui fedeli detiene di fatto il potere nella Libia orientale. Dopo la guerra contro Gheddafi, Jadran era diventato responsabile delle guardie di sicurezza di alcuni impianti petroliferi nella regione, ma

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dalla fine di luglio 2013, approfittando degli scioperi nei terminal cirenaici e del conseguente crollo nella produzione – precipitata da circa 2 milioni di barili giornalieri a meno di 400.000, causando perdite per oltre 7 miliardi di dollari –, ha guidato la protesta contro Tripoli alzando sempre più la posta in gioco, accusando il governo di corruzione sulla vendita di greggio e minacciando in più occasioni la formazione di un Ufficio Politico nella Libia orientale indipendente dalla Tripolitania (poi avvenuto nell’agosto 2013). L’escalation di violenze che hanno caratterizzato la seconda parte del 2013 – il caso più eclatante fu il sequestro-lampo nell’ottobre di Alì Zeidan – e proseguita poi nel 2014 pare abbia come protagonista proprio lo stesso Jadran, il quale avrebbe un ruolo ombra anche nel tentato golpe del 14 febbraio scorso da parte dell’ex generale Khalifa Haftar. In questo contesto si inserisce anche il caso della Morning Glory, una petroliera libica battente bandiera nordcoreana che trasportava greggio acquistato illegalmente dai ribelli della Cirenaica. La nave era attraccata una settimana fa nel porto di Sidra per caricare greggio ed esportarlo per conto di un gruppo separatista della Cirenaica. Nonostante il divieto delle autorità centrali di abbandonare il porto, Abdo Rabbo alBarassi, Premier dell’autoproclamato governo di Cirenaica, ne aveva autorizzato l’iter. La nave sarebbe riuscita a ripartire da Sidra nonostante fosse circondata dalla flotta libica prima di essere nuovamente avvistata in acque internazionali, nei pressi di Cipro, ed essere poi bloccata grazie ad un intervento dei Navy Seals. Il blitz è scattato nella notte tra il 17 e il 18 marzo e, come confermato da un comunicato ufficiale del Pentagono, l’intervento delle forze speciali statunitensi è avvenuto dietro espressa «richiesta dei governi libico e cipriota». Il comunicato conclude sottolineando come l’operazione sia stata condotta con successo e senza che vi siano stati feriti. La nave di proprietà della compagnia nazionale petrolifera libica non è stata riconosciuta dalle autorità di Pyongyang come una sua imbarcazione e ha condannato le operazioni illegali dell’equipaggio definendole dedite al «contrabbando di petrolio». Così, a tre anni dalla fine della Jamahiriyya di Muammar Gheddafi, la Libia sembra dirigersi verso uno scenario afghano fatto di instabilità politica e sociale, di una mancanza di identità unica e condivisa tra la popolazione, nonché di un’assoluta assenza di un forte potere centrale in grado di stabilire il controllo sul territorio. Tripoli vive oggi una debolezza politica dettata dalla difficile convivenza tra le diverse anime componenti il governo. I Fratelli Musulmani hanno sfiduciato il Premier Zeidan – attualmente sostituito ad interim con il Ministro della Difesa Abdullah al-Thani – e se la crisi non rientrerà entro 3 mesi il Paese dovrà nuovamente recarsi alle urne nella più totale incertezza.

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SICUREZZA INTERNAZIONALE ↴

L’annuale pubblicazione da parte dello Stochkolm International Peace Research Institute (SIPRI) dei dati relativi al commercio internazionale di armi rappresenta dal 1950, anno della prima uscita, un importante spunto di riflessione delle dinamiche strategiche mondiali. L’Arms Transfers Database del SIPRI contiene informazioni su tutti i trasferimenti mondiali (vendite, donazioni o produzioni sotto licenza) dei principali sistemi d’arma a favore di Stati, Organizzazioni Internazionali e gruppi armati. L’ultima pubblicazione, edita il 17 marzo, esamina il commercio di armi nel quinquennio 2009-13, paragonandolo al quinquennio 2004-08 e suddividendo l’analisi tra paesi esportatori e paesi importatori. Il commercio internazionale di armi nel quinquennio 2009-13 è aumentato del 14% rispetto al periodo 200408. I cinque maggiori Paesi esportatori sono stati, nell’ordine, Stati Uniti, Russia, Germania, Cina e Francia: i cinque insieme rappresentano il 74% del volume mondiale di esportazioni, con USA e Russia che da soli servono il 56% del mercato. Gli Stati Uniti forniscono più sistemi d’arma di chiunque altro Paese e hanno accresciuto di un ulteriore 11% la loro quota di esportazione. I principali destinatari delle armi americane sono i Paesi dell’Asia, che ricevono il 47% delle forniture americane, seguiti a ruota dai Paesi del Medio Oriente ed infine da quelli europei. Il principale prodotto di esportazione americano è rappresentato dagli aerei da combattimento, che hanno registrato un incremento del 61%, destinato a crescere ulteriormente quando tutte le forniture del costoso progetto F-35 arriveranno a compimento. Il secondo Paese esportatore è la Russia, che nel quinquennio in esame ha accresciuto il proprio mercato del 28%: gran parte delle esportazioni russe sono dirette verso l’Asia, India e Cina in primis, e l’Africa, con l’Algeria principale acquirente. Negli anni 2009-13 la Russia è stato il principale esportatore di navi, rappresenta da sola il 27%

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di tutto il mercato, includendo l’indubbio successo della vendita all’India dell’unico sottomarino nucleare prodotto nel periodo di riferimento. È importante evidenziare la posizione della Cina, quarto esportatore mondiale di armi, che ha avuto una crescita del 212% delle proprie esportazioni, diretta principalmente verso i Paesi sottosviluppati e in via di sviluppo dell’Asia e dell’Africa. Restano forti le posizioni europee con Germania e Francia, rispettivamente al terzo e al quinto posto della classifica, che però, nonostante la posizione, perdono quote importanti di mercato a favore di altri Paesi produttori. Per quanto riguarda le importazioni, i cinque maggiori importatori di armi sono stati, nell’ordine, India, Cina, Pakistan, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita: i cinque insieme rappresentano il 32% del totale delle importazioni mondiali. La metà delle importazioni sono dirette verso i Paesi dell’Asia e dell’Oceania, seguiti da Medio Oriente ed Europa. Il SIPRI analizza, in maniera particolare, i flussi di armi diretti verso i Paesi in via di sviluppo di Africa e Asia. Nel quinquennio 2009-13 le importazioni di armi da parte di Paesi africani sono aumentate del 53%: i tre maggiori importatori sono stati Algeria (36% del totale), Marocco (22%) e Sudan (9%). È particolarmente interessante il dato dell’Uganda che ha mostrato un aumento di importazioni di armi del 1200%, principalmente dovuto all’aumento della presenza nel conflitto civile sud sudanese nel 2013. Per quanto riguarda in generale i Paesi dell’Africa sub-sahariana, il SIPRI mette in risalto la ricostituzione delle flotte marittime da parte di molti Paesi: i crescenti problemi e i mancati guadagni dovuti alla pirateria, al traffico di persone e alla pesca illegale, hanno reso necessario l’acquisizione di assetti marittimi da parte di Nigeria, Ghana, Kenya e Mozambico. Per quanto riguarda l’Asia, il SIPRI si focalizza soprattutto su India e Pakistan – da decenni impegnati in una guerra per l’irrisolta questione del Kashmir –, che hanno registrato incrementi delle importazioni rispettivamente del 111% e del 119%. Un cenno infine all’Europa che ha fatto registrare una diminuzione del 25% delle importazioni di armi, principalmente dovuto al fatto che la crisi economica ha spinto gli Europei all’acquisto di sistemi d’arma di seconda mano.

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STATI UNITI ↴

Mentre in Ucraina è in corso una delle più gravi crisi europee dalla fine della Guerra Fredda, i Paesi dell’Est Europa guardano con preoccupazione agli avvenimenti e a Mosca, chiedendo il sostegno degli Stati Uniti. Per fornire rassicurazioni agli ex Stati satelliti sovietici, ora entrati nella NATO, il Presidente americano Barack Obama ha inviato il 19 marzo il suo vice Joe Biden in Polonia e in Lituania. La prima tappa di Biden è stata quindi Varsavia, la capitale che, per ragioni storiche, ha sedimentato le maggiori paure nei confronti della Russia. Il vice Presidente statunitense ha constatato che «la Russia è rimasta sola rispetto al resto del mondo per l’aggressione che ha intrapreso. L’isolamento dei Russi potrà soltanto aumentare se si continuerà a seguire questa strada e ci saranno ulteriori sanzioni da parte degli USA e dell’UE». Washington, ha continuato Biden, non starà quindi a guardare, promettendo sostegno diplomatico e militare agli alleati, e ribadendo l’impegno per la sicurezza collettiva euro-atlantica: «Voglio che sia assolutamente chiaro a voi e a tutti i nostri alleati nella regione che il nostro impegno per la difesa reciproca, definito dall'articolo 5 della NATO, resta saldo come il ferro». Nella riunione che ha avuto con il Capo di Stato polacco, Bronislaw Komorowski, si è parlato di un dispiegamento di caccia americani e di un programma ad hoc che riunisca la Polonia con Estonia e Lituania. Proprio nella capitale lituana, Vilnius, Biden si è recato successivamente, dove ha incontrato la Presidentessa Dalia Grybauskaitė. Nella conferenza stampa a margine del meeting, Biden ha ribadito che «stiamo studiando una serie di misure supplementari per accrescere il ritmo e la portata della nostra cooperazione militare, tra cui una rotazione delle forze americane nella regione del Baltico per esercitazioni terrestri e navali e per delle missioni di addestramento».

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Non solo Europa, però, per Washington in questa settimana. Il governo statunitense ha ordinato alla rappresentanza diplomatica della Siria di abbandonare l’Ambasciata e i consolati negli USA a causa della dichiarata illegittimità della presidenza di Bashar al-Assad e delle atrocità da questi commesse; parallelamente, l’inviato speciale USA in Siria, Daniel Rubenstein, ha dichiarato che il suo Paese ha intenzione di continuare le relazioni diplomatiche con Damasco a patto che Assad abbandoni il potere. Sul fronte asiatico, da segnalare la visita della First Lady, Michelle Obama, accompagnata dalla madre e dalle due figlie, a Pechino. La “delegazione” femminile americana resterà in Cina fino a settimana prossima e Lady Obama terrà una serie di discorsi sotto il profilo educativo a platee di studenti cinesi. Il primo è stato allo Stanford Center dell'Università di Pechino, dove la Obama, pur evitando toni polemici verso il sistema di censura cinese, ha tenuto a sottolineare che «quando si tratta di esprimersi liberamente e praticare la religione che avete scelto e aver accesso alla libera informazione - noi pensiamo che si tratti di diritti universali che ogni persona su questo pianeta acquisisce alla nascita». Sul piano interno, infine, il governatore della FED, Janet Yellen, ha annunciato che la Banca Centrale americana ridurrà di altri 10 miliardi di dollari gli acquisti mensili di titoli di Stato, passando da 65 a 55 miliardi. La Yellen ha inoltre annunciato una riduzione dei vincoli in relazione a tali acquisti, affermando che quest’ultimi non saranno più da ritenersi legati all’andamento del tasso di disoccupazione. Tra il 2014 e il 2015 si prevede, dunque, un rialzo dei tassi di interessi statunitensi che avrà effetti sui mercati globali.

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UCRAINA ↴

Come da aspettative, il referendum del 16 marzo sullo status della Crimea non solo ha visto quasi la totalità della popolazione (97%) a favore della secessione dall'Ucraina, ma ha anche avviato la procedura di annessione alla Russia: a seguito della firma del Trattato di riunificazione (18 marzo) da parte del Presidente russo Vladimir Putin, del Primo Ministro e del Capo del Consiglio di Stato della Crimea, Serghej Aksenov e Vladimir Kostantinov, e del Sindaco di Sebastopoli Alexey Chaly, nella giornata del 20 marzo la Camera bassa della Duma di Stato russa – con 443 voti a favore e 1 contrario – ha ratificato l'annessione della Crimea alla Russia, mentre la città di Sebastopoli continuerà a godere di uno statuto speciale (lo stesso documento è stato approvato dalla Camera alta con 155 sì su 166 parlamentari). Il Ministro degli Esteri Serghej Lavrov si è affrettato a dichiarare che tale decisione «non viola il diritto internazionale, incluso il principio di sovranità nazionale e quello di autodeterminazione fissati dalla Carta delle Nazioni Unite». La reazione delle Cancellerie occidentali non si è fatta attendere: dando seguito alla bozza preparata dai Ventotto la settimana prima, il Consiglio degli Affari Esteri dell'Unione Europea il 17 marzo ha approvato un primo pacchetto di sanzioni nei confronti di 21 persone ritenute coinvolte nella secessione della Crimea (lista successivamente allungatasi a 33 individui, mentre la Cancelliera Angela Merkel ha annunciato la cancellazione del summit di giugno e la sospensione del G8), comprendenti limitazioni ai visti di ingresso e congelamento di asset finanziari, anche se per un periodo provvisorio di 6 mesi. Si tratta di una linea più morbida rispetto a quella impressa dagli Stati Uniti, non comprendendo, infatti, Ministri o Amministratori delle imprese energetiche russe e in quest'ottica il Ministro italiano Mogherini e l'omologo tedesco Steinmeier hanno d'altra parte dichiarato che resta aperto il dialogo con

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il Cremlino per una soluzione diplomatica della crisi. Washington dal canto suo ha mirato le restrizioni nei confronti di 11 persone molto vicine a Putin. Si tratta dei Consiglieri personali del Presidente, Vladislav Surkov e Serghej Glazyev, del vice Premier Dmitry Rogozin, del Presidente della Commissione Affari interni della Duma Leonid Slutsky e di quello della Commissione Affari costituzionali Andrei Klishas, del Presidente del Senato Valentina Matviyenko e del deputato della Duma Yelena Mizulina. Sul fronte ucraino, oltre ad Aksenov e a Kostantinov, sono stati sanzionati l'ex Presidente Viktor Yanukovich e il suo alleato, nonché leader della formazione filo-russa "Scelta ucraina", Viktor Medvedchuk. A questi nomi sono stati successivamente aggiunti Yuri Kovalchuck (Presidente e principale azionario della Banca Rossiya), Gennady Timchenko (Presidente del gruppo di investimento privato "Volga", attivo nei trasporti e nelle infrastrutture), i fratelli Arkadi e Boris Rotenberg (azionari nel campo energetico e sportivo), Evgeny Bushmin (vice Presidente del Senato russo e Capo della Commissione per il budget federale) e Vladimir Dhzabarov (vice Presidente del Comitato Affari Internazionali del Consiglio federale russo). Come dichiarato dal Presidente USA, si tratta delle «più ampie e complete misure applicate contro la Russia, dopo la fine della Guerra Fredda» e che si prevede apportino già nel giro di pochi giorni un vantaggio non indifferente nel cambio tra dollaro e rublo (almeno del 3%). In un primo momento escluse, sono piovute anche da Mosca contro-sanzioni dirette contro gli uomini di Obama: John Boehner (speaker della Camera dei Rappresentanti), il Senatore repubblicano John McCain, il Senatore democratico Herry Reid, il Presidente della Commissione Esteri Robert Menendez, l'assistente di Obama Daniel Pfeiffer, il Consigliere per gli Affari economici internazionali Caroline Atkinson e Benjamin Rhodes, vice Consigliere per la Comunicazione. Mentre si prospetta, dunque, un lungo periodo di guerra fredda politica ed economica, e mentre nella giornata del 21 marzo il governo di Kiev ha finalmente proceduto con la firma della parte politica dell'Accordo di Associazione con l'Unione Europea, resta ancora alta la tensione a livello militare: nella giornata del 18 marzo una base militare ucraina a Simferopoli è stata attaccata, un soldato ucraino è rimasto ucciso e un altro capitano è stato ferito. Il neo Premier Arseny Yatseniuk ha accusato direttamente la Russia e, parlando di "crimini di guerra", ha dichiarato che Kiev risponderà «anche con mezzi militari a tutti i tentativi di impossessarsi dell'Ucraina, di attraversamento delle frontiere da parte delle truppe russe o di annettere le regioni dell'Est o qualsiasi altra». Il riferimento era indirettamente rivolto alla Transnistria, regione di confine tra l'Ucraina e la Moldavia che da circa vent'anni rivendica l'indipendenza da Chișinău, le cui autorità dopo il referendum in Crimea sono tornate a richiedere l'annessione alla Russia. Come dichiarato dal Capo delle forze NATO in Europa, Philip Breedlove, la regione al di là del Dnestr – dove negli anni è rimasta stazionata la 14esima Armata – potrebbe diventare un pericoloso terreno di scontro e da cui potrebbero dipanarsi ulteriori azioni militari di Mosca. Mentre le forze russe e filo-russe hanno nel frattempo rioccupato gli ultimi presidi militari ucraini in Crimea – la base navale di Novoferodovka e quella aerea di Belbek, quest'ultima riconquistata dopo il lancio di un ultimatum, oltre a quelle di Levpatoria e 8


Novoozerme – restano in stato di allerta gli altri Paesi dell'Europa centroorientale: nuove esercitazioni militari di Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Bulgaria, Romania e Paesi baltici – sotto il cappello NATO – dovrebbero presto svolgersi nella base miliare polacca di Lask. Anche la Finlandia ha aumentato il livello di sorveglianza del proprio spazio aereo della Carelia, nel sud-est del Paese, al confine con la Russia. In attesa del Summit sulla sicurezza internazionale di lunedì 24 marzo (nel corso del quale dovrebbe essere peraltro previsto l'annuncio del Premier giapponese Shinzo Abe dello stanziamento di 1 miliardo di dollari di aiuti finanziari per contribuire alla stabilizzazione ucraina), Lavrov e Kerry sono tornati nuovamente ad incontrarsi all'Aja, dove tuttavia i due si sono semplicemente limitati a garantire il prosieguo dei contatti. Uno spiraglio per la soluzione diplomatica potrebbe venire invece dal consenso russo ad accettare il dispiegamento di una missione di osservazione OSCE (circa 100 funzionari, fino ad un massimo di 400), anche se non in Crimea, trattandosi ormai – come si legge nel comunicato della Federazione Russa – di territorio russo. Per il Segretario Generale dell'ONU Ban Ki-moon, che ha incontrato Putin a Mosca, resta fondamentale salvaguardare i diritti di tutti i cittadini dell'Ucraina, soprattutto delle minoranze.

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BREVI AFGHANISTAN, 20 MARZO ↴ Un commando di talebani ha assaltato l’hotel Serena di Kabul, causando la morte di nove persone. Tra queste anche quattro stranieri, nonché il giornalista afghano Sardar Ahmad, che lavorava per l’agenzia di stampa France-Press, ucciso insieme alla moglie e a due figli. Il commando è riuscito ad entrare all’interno dell’hotel Serena, eludendo tutti i controlli di sicurezza, per poi appostarsi nella sala del ristorante nell’attesa che si riempisse di clienti che di lì a poco avrebbero iniziato i festeggiamenti per il nowruz afghano. L’hotel Serena era considerato uno dei posti più sicuri di Kabul: dopo aver subito nel 2008 un cruento attacco terroristico, erano state accresciute tutte le misure di sicurezza che comprendevano uno stretto controllo perimetrale e metal detector agli ingressi. Per questo motivo era frequentato dagli stranieri che stazionano nella capitale afghana. Dalle prime notizie sembra che i militanti avessero nascosto le armi all’interno dei calzini, ma non è ancora chiaro come abbiano potuto oltrepassare i numerosi posti di blocco. I talebani hanno prontamente rivendicato l’attentato, confermando la loro volontà, resa esplicita più volte, di ostacolare le elezioni presidenziali del prossimo 5 aprile, fondamentale banco di prova della democrazia afghana. Nella stessa giornata di giovedì una serie di attacchi coordinati, avvenuti nel cuore della città di Jalalabad, situata nell’Afghanistan orientale, hanno portato alla morte di 18 poliziotti. L’assalto, che ha causato il ferimento di altri 14 agenti, è iniziato alle 5 della mattina, quando una macchina carica di esplosivo ha colpito il compound della polizia: dopo l’impatto iniziale sono esplose sei bombe, che hanno squassato la struttura, ed è iniziato un confronto a fuoco che è durato tre ore circa. Il periodo pre-elettorale era stato già turbato nei giorni antecedenti da un attentato suicida avvenuto in un mercato nell’Afghanistan settentrionale e dall’uccisione, in piena Kabul, di un giornalista svedese.

CAUCASO, 18 MARZO ↴ Secondo le notizie riportate dal Kavkaz Center, principale sito web dei gruppi islamisti ceceni, il loro leader, Doku Umarov, sarebbe morto. Non è stata riportata né la data precisa, né tantomeno la causa della sua morte, ma il sito ha semplicemente affermato che il leader dell’Emirato Islamico del Caucaso è diventato un martire, espressione usata dagli islamisti per dichiarare la morte. Non ci sono state conferme ufficiali nemmeno dalle autorità russe, che in 10


passato, più volte, avevano dichiarato la morte del leader ceceno, venendo poi puntualmente smentite dalla pubblicazione di video che lo mostravano in ottime condizioni di salute. Il Kavkaz Center ha già comunicato, attraverso il suo account Twitter, il nome del successore di Umarov: Ali Abu-Mukhammad è il nuovo leader dell’emirato caucasico ceceno. Doku Umarov ha combattuto contro le truppe russe in Cecenia sia nella guerra del 1994-96, al termine della quale la repubblica caucasica riuscì ad ottenne maggiore autonomia, sia nel conflitto del 1999, alla fine del quale la battaglia per l’indipendenza si trasformò in una più ampia guerriglia islamica. Nel 2007 Umarov ha creato l’Emirato Islamico del Caucaso, autoproclamandosi emiro. Il gruppo militante ceceno ha rivendicato la responsabilità di molti attacchi terroristici compiuti in Russia negli ultimi anni: Umarov è ritenuto, dalle autorità russe, diretto responsabile di numerosi attentati tra cui quello all’aeroporto di Mosca del gennaio 2011, che causò la morte di 36 persone, e quello del 2010 alla metropolitana della capitale russa in cui ne perirono altre 39. Sempre Umarov è ritenuto responsabile anche degli attentati di Volgograd, antecedenti i giochi olimpici di Sochi, perché più volte avrebbe indicato ai suoi seguaci di colpire la manifestazione sportiva, considerata dal Presidente russo Vladimir Putin un’importante occasione per dare un’immagine migliore de Paese.

COREA DEL NORD, 17 MARZO ↴ La Corea del Nord, nell’ambito di quelle che sono state definite come esercitazioni militari di routine, ha lanciato una trentina di missili a corta gittata che hanno percorso circa 60 Km prima di finire nel Mar del Giappone. Come sottolineano le agenzie di stampa sudcoreane, Pyongyang avrebbe risposto alle esercitazioni militari congiunte tra Washington e Seoul, denominate Resolve Key e Foal Eagle, che sono cominciate lo scorso 24 febbraio e che termineranno ufficialmente il prossimo 18 aprile. Le esercitazioni hanno impiegato, secondo i dati forniti, 12.700 soldati statunitensi e circa 200.000 militari sudcoreani. Già lo scorso 16 marzo, la Corea del Nord aveva lanciato 25 missili a corto raggio: una manovra che fu condannata dalla Corea del Sud che aveva chiesto di fermare i test definiti come “provocatori” di missili e testate potenzialmente pericolosi. Pyongyang non è nuova a questo tipo di azioni, andando quindi ad aumentare la tensione in uno scenario che vede già due potenze come Cina e Giappone contrapposte (per l'annosa questione delle Senkaku in primis) e che rischia di creare quindi un contesto in cui il minimo errore può portare all'irreparabile ipotesi di un conflitto.

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IRAN, 20 MARZO ↴ Si è tenuto a Vienna un nuovo round dei colloqui sul nucleare iraniano tra la delegazione diplomatica di Teheran e il gruppo 5+1 (Stati Uniti, Russia, Francia, Gran Bretagna, Cina e Germania). Al centro dei colloqui, secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa iraniana IRNA, vi sarebbe stato il reattore ad acqua pesante di Arak. Il G5+1 avrebbe richiesto che tale reattore venga spento oppure convertito in un impianto che produca una quantità ridotta di plutonio, un materiale necessario per la produzione di armi atomiche. Una richiesta che, attraverso una lettera, era stata recentemente inoltrata anche al Presidente statunitense Barack Obama da circa 80 senatori americani. Il vice Ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghci, ha però affermato che la «chiusura è fuori discussione». Un accordo definitivo, come d’altronde preventivabile a questo stato dei negoziati, non è stato trovato. Ciononostante, il Ministro degli Esteri di Teheran, Javad Zarif, ha fatto sfoggio del consueto ottimismo dichiarando all'agenzia iraniana FARS che ha visto “segni” positivi in vista del raggiungimento di un accordo finale e che «è possibile un compromesso che rispetti i diritti della nazione iraniana». Zarif ha poi dichiarato che, per quanto riguarda l’Iran, è possibile raggiungere un accordo globale entro la scadenza fissata del 20 luglio. Anche la rappresentante del G5+1, nonché responsabile della politica estera dell’UE, Catherine Ashton, ha definito «sostanziale e utile» il recente round di Vienna, benché non si sia spinta oltre. Le due parti si sono dunque date un nuovo appuntamento, sempre nella capitale austriaca, per continuare i colloqui tra il 7 e il 9 aprile, questi a loro volta preceduti da negoziati più tecnici tra il 3 e il 5 dello stesso mese.

SERBIA, 16 MARZO ↴ Con il 48,34% dei voti, il Partito Progressista Serbo (SNS) del vice Primo Ministro Aleksandar Vučić – e di cui fa parte anche il Presidente della Repubblica Tomislav Nikolić – ha vinto le elezioni legislative anticipate, ottenendo ben 85 seggi in più rispetto alle consultazioni del 2012. Si è fermato al solo 13,1% (in calo dell'1,4%) il Partito Socialista Serbo (SPS) dell'ex Premier Ivica Dačić, la cui presenza all'interno dell'Assemblea resta tuttavia invariata (44 seggi). In caduta verticale il Partito Democratico (ND, la principale forza di opposizione) dell'ex sindaco di Belgrado Dragan Đilas, passato dal 22,7% al 6%, su cui ha inevitabilmente pesato anche la fuoriuscita durante il mese di gennaio dell'ex Presidente Boris Tadić, che con il suo Nuovo Partito Democratico (NDS-Z) è riuscito a raggiungere il 5,71%. Solo queste quattro formazioni sono state pertanto capaci di superare la soglia di sbarramento

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del 5%, alle quali tuttavia si aggiungono le rappresentanze delle minoranze linguistiche. Bassa, infine, l'affluenza alle urne, passata dal 57,7% al 53,2%. L'obiettivo di Vučić, come nelle dichiarazioni precedenti al voto, è stato quello di raccogliere i frutti del governo di coalizione degli ultimi due anni con i socialisti: dalla normalizzazione dei rapporti con il Kosovo al conseguente avvio dei negoziati di adesione con l'Unione Europea, passando per il processo di riforme interno e per la lotta alla corruzione e alla criminalità, aspetti che Bruxelles sta monitorando attentamente per valutare l'andamento dell'iter di integrazione. Punti, tutti, su cui il Premier ex nazionalista, ora conservatore moderato, continuerà ad imperniare il proprio programma di governo insieme con la lotta alla disoccupazione (che ha toccato il 20%) e alla riduzione del debito pubblico (ora al 60% del PIL), oltre ad un deficit di bilancio superiore del 7%. Lo stesso Nikolić ha assicurato che la conferma di Vučić, ora su basi più forti, permetterà di procedere più speditamente sulla strada dello spazio europeo e di una definitiva soluzione dei rapporti con Priština, anche se ciò non equivarrà ad un riconoscimento. Nonostante il trionfo, Vučić ha comunque dichiarato che la compagine governativa, che dovrà prestare giuramento entro il 1° maggio, sarà inclusiva delle forze di opposizione.

TURCHIA, 21 MARZO ↴ Il governo ha bloccato l’accesso a Twitter. Erdoğan aveva minacciato giovedì di bloccare il popolare social network, dopo la pubblicazione sulla piattaforma virtuale di intercettazioni telefoniche compromettenti. «Noi sopprimeremo Twitter. Me ne frego di quello che potrà dire la comunità internazionale», aveva dichiarato il Premier davanti a migliaia di sostenitori, in un comizio per le elezioni municipali del 30 marzo. All’inizio del mese, Erdoğan aveva già minacciato di vietare YouTube e Facebook. La Commissaria europea per le nuove tecnologie, Neelie Kroes, ha condannato nella notte fra giovedì e venerdì l’annuncio del blocco di Twitter da parte della Turchia. «L’interdizione di Twitter in Turchia è senza fondamento, inutile e vile – ha scritto la Commissaria proprio tramite il mezzo di 140 caratteri – Il popolo turco e la comunità internazionale vedranno questo come una censura. Cosa che è davvero». Nonostante già dai giorni successivi girassero in rete modi di aggirare il blocco, è preoccupante come nel Paese si assista sempre più spesso a plateali violazioni di libertà e di diritti fondamentali, che ne compromettono l'immagine e la credibilità internazionale, nonché ne riducono il sostegno di Erdoğan da parte dei suoi elettori.

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YEMEN, 18 MARZO ↴ Un kamikaze si è fatto esplodere nei pressi del quartier generale dell’intelligence yemenita a Touban, a quindici chilometri da Aden, nel sud del Paese. L’attentato ha provocato la morte di un militare e il ferimento di dieci suoi commilitoni. Secondo un portavoce dell’esercito si sospetta che dietro l'attacco ci sia al-Qaeda nella Penisola Arabica (AQAP). Solo poche settimane fa un altro attentato contro un ammiraglio della Marina a Shabwa, sempre nello Yemen sudorientale, aveva provocato due vittime. Nonostante la repressione condotta dalle autorità locali con l’aiuto dei droni USA, il numero di attacchi di AQAP sul territorio non accenna a diminuire. Secondo uno studio condotto dagli analisti statunitensi Bill Roggio e Bob Barry per The Long War Journal, dal 2002 (inizio delle attività offensive dei droni contro i qaedisti nel Paese) sono stati lanciati 93 attacchi che hanno ucciso 431 persone appartenenti all’organizzazione o sospettate di terrorismo. Tra le vittime, tuttavia, vi sono da segnalare anche un centinaio di civili.

UNIONE EUROPEA, 20 MARZO ↴ Al termine di una maratona negoziale durata 10 ore, e dopo alcuni mesi trattative, Consiglio e Parlamento Europeo hanno raggiunto un accordo sulla proposta della Commissione relativa al secondo pilastro dell'unione bancaria – il meccanismo di risoluzione e il fondo salvabanche – completando così il sistema di vigilanza unico sugli Istituti di credito dell'eurozona affidato dalla fine del 2014 alla Banca Centrale Europea. Il compromesso, che dovrà tuttavia ricevere l'ultimo via libera dal Parlamento nel mese di aprile e successivamente dal Consiglio, prevede la creazione di un fondo di 55 miliardi di euro nei prossimi 8 anni (e non 10 come inizialmente previsto): il 40% sarà già disponibile il primo anno con il contributo delle banche di ciascun Stato membro, il 70% dovrà essere messo a disposizione in un arco temporale di tre anni fino al completamento nel periodo rimanente. Superata in particolare la divergenza tra Germania e Paesi dell'Europa meridionale circa la sua natura (statale o comunitario), non è previsto il cosiddetto backstop, ossia il paracadute finanziario necessario a coprire esigenze impreviste nel periodo di entrata a regime del fondo. La BCE vedrà infine un ampliamento dei propri poteri, mentre verrà costituita un'apposita agenzia per la chiusura degli Istituti in fallimento. Il Commissario al Mercato Interno e ai Servizi Finanziari, Michel Barnier, ha commentato l'intesa come la riforma più importante dopo l'introduzione della moneta unica, mentre il Presidente dell'Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem, ne ha sottolineato l'estrema velocità di approvazione. 14


ALTRE DAL MONDO ISRAELE, 19 MARZO ↴ Il governo di Tel Aviv ha autorizzato alcune operazioni aeree contro obiettivi militari siriani a Quneitra, nel Golan. L’attacco sarebbe una risposta all’attentato ordito da truppe fedeli a Damasco, nella stessa area, contro un convoglio militare israeliano nel quale sono rimasti feriti quattro soldati.

ITALIA, 21 MARZO ↴ Il Ministro degli Esteri Federica Mogherini ha incontrato a margine del Consiglio degli Affari Esteri europeo di Bruxelles il Segretario Generale della NATO, Anders Fogh Rasmussen. Nel corso del colloquio si è discusso della crisi ucraina, della fine della missione ISAF in Afghanistan e della Libia. Temi, questi, che verranno affrontati anche nella prossima Conferenza ministeriale NATO, i prossimi 1-2 aprile a Bruxelles.

SOMALIA, 18 MARZO ↴ Le milizie di al-Shabaab hanno lanciato una nuova controffensiva nei pressi di Buula Burde, una città nella regione di Hiraan. Solo una settimana prima le truppe di Mogadiscio erano riuscite dopo un lungo assedio a riconquistare la città strategica strappandola agli islamisti insorti. Secondo un portavoce dell’Unione Africana sarebbero stati uccisi nel corso delle operazioni militari sei soldati, tra cui un alto comandante dell'esercito somalo.

SUD SUDAN, 19 MARZO ↴ Le forze governative di Juba hanno annunciato la riconquista di Malakal, capitale dello Stato dell’Upper Nile, occupata lo scorso mese dalle forze ribelli fedeli all’ex vice Presidente Riek Machar. Il portavoce dei ribelli, James Gatdet Dak, ha tuttavia dichiarato che si è trattato di «una ritirata per motivi tattici» e che presto ci sarà una controffensiva per riprendere la città.

TAIWAN, 21 MARZO ↴ 200 attivisti ultranazionalisti hanno occupato il Parlamento di Taipei in aperta contestazione contro i tentativi di distensione con la Cina dopo 65 anni di tensioni. Oltre all’intensificazione dei rapporti commerciali, nello scorso mese di febbraio, infatti le delegazioni dei due Paesi sono tornate ufficialmente a dialogare.

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THAILANDIA, 21 MARZO ↴ La Corte Costituzionale thailandese ha dichiarato invalide le elezioni legislative che si erano svolte lo scorso 2 febbraio a causa del fatto che il clima di tensioni e di proteste aveva costretto alla chiusura di circa un quinto dei seggi. Il 18 marzo il Premier Yingluck Shinawatra aveva abrogato lo stato di emergenza.

VENEZUELA, 20 MARZO ↴ Dopo quasi due mesi di proteste antigovernative e più di 30 morti, il governo di Nicolàs Maduro ha disposto l’arresto nei confronti di Daniel Ceballos e di Enzo Scarano, rispettivamente sindaci di San Cristobal e di San Diego, entrambe le municipalità nel governatorato di Tachira. Le accuse a loro carico sono di sostegno alla rivolta e di complotto contro il governo.

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ANALISI E COMMENTI IL NUOVO GOVERNO DEL LIBANO TRA ASPETTATIVE E DEBOLEZZE SARA BRZUSKIEWICZ ↴ Se A metà febbraio il Libano ha assistito alla formazione di un nuovo governo di unità nazionale, dieci mesi dopo le dimissioni del Primo Ministro Najib Miqati. Sebbene la svolta rappresenti un indubbio passo avanti di cui il sempre più instabile Paese necessitava da tempo, i presupposti su cui nasce la nuova compagine governativa non lasciano spazio all’ottimismo. L’annuncio della nascita dell’Esecutivo giunge dopo anni estremamente travagliati per la politica libanese. Nel marzo del 2013 il governo di Miqati si era dimesso dopo che le tensioni tra gli opposti schieramenti si erano fatte insostenibili ve furono allora motivate dal fallimento di un accordo su una nuova legge elettorale (…) SEGUE >>>

CRISI IN UCRAINA: QUALE RUOLO PER L’ITALIA? GIUSEPPE CONSIGLIO ↴ La crisi in Ucraina impone ancora una volta una riflessione sul ruolo che l’Italia può giocare nella politica europea ed internazionale. Un contesto certamente problematico dove le recrudescenze di una contrapposizione, evidentemente solo sopita, tra blocco occidentale ed orientale tornano, forse anacronisticamente ma con nuovo prorompente vigore, a dominare le cronache risvegliando antiche rivalità. L’importanza strategica che l’Ucraina e la Crimea in particolare rivestono per la Russia ha spinto Putin a dispiegare le proprie forze militari sulla penisola occupando prima con l’appoggio delle neocostituite forze di autodifesa filorusse, poi con le proprie forze armate, i punti nevralgici della regione. La presenza russa è diventata più massiccia dopo la dichiarazione d’indipendenza sancita con 78 voti a favore su 81 dal Parlamento della Crimea (…) SEGUE >>>

SONGBUN E DIRITTI UMANI: LA COREA DEL NORD SOTTO ACCUSA DANIEL ANGELUCCI ↴ È sfociato in un Rapporto di 372 pagine il lavoro degli investigatori dell’ONU sullo stato dei diritti umani nella Corea del Nord. All’indagine, condotta da tre incaricati – Michael Kirby (Australia), Sonja Biserko (Serbia) e Marzuki Darusman (Indonesia) – è stata allegata un lettera indirizzata al Capo di Stato Kim Jong-un dove si rileva che le violazioni dei diritti umani sono di una gravità tale che gli investigatori chiedono il deferimento alla Corte Penale Internazionale dell’Aja dei dirigenti nordcoreani responsabili. Come era prevedibile, le autorità governative della Corea del Nord rifiutarono ogni forma di collaborazione con la Commissione di inchiesta ONU non rispondendo ai ripetuti appelli della stessa (…) SEGUE >>>

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A cura di OSSERVATORIO DI POLITICA INTERNAZIONALE Ente di ricerca di “BLOGLOBAL-LO SGUARDO SUL MONDO” Associazione culturale per la promozione della conoscenza della politica internazionale C.F. 98099880787 www.bloglobal.net

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BloGlobal Weekly N°9/2014