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Editoriale

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SCENARI ITALIA Terremoto: il decreto c’è, gli aiuti no 9 Papa Francesco, rompicapo sulle nomine 10 Università telematica, regole da cambiare 11

In copertina: elaborazione di Stefano Carrara

ECONOMIA De Felice, si riparte se si investe 12 Cartelle esattoriali, rottamare è un rebus 14 La crescita italiana passa dal Mediterraneo 15 MONDO Italia-Libia: un accordo senza certezze La Tunisia rischia il rientro di 800 foreign fighter

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FRONTIERE Social robot. I nostri prossimi amici

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CULTURA Comprare Guercino (anche) per amore Torna la vera luce di Michelangelo Il vino che può salvare Selinunte

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Panorama | 9 febbraio 2017

Cesare Romiti: la primavera del patriarca A 93 anni Cesare Romiti è più battagliero che mai. All’indomani del terremoto di agosto che ha colpito il Centro Italia, l’ex amministratore delegato di Fiat si è recato in quelle terre martoriate e ha adottato 20 famiglie che hanno perso tutto. Ma in questa intervista a tutto campo, il vecchio leone non depone le armi. Anzi. Renzi? «Una delusione. Nessuno sa se vincerà alle elezioni. Beppe Grillo e Virginia Raggi? «Oggi non voterei né per lui né per la sua sindaca nemmeno se mi torturassero».

Per commentare #PanoramaRomiti

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9 febbraio 2017

iPAD

DA MERCOLEDÌ Leggi Panorama in versione digitale a solo 1,99 euro un giorno prima dell’uscita in edicola e arricchito da tanti contenuti multimediali. Scarica l’applicazione per iPhone e iPad dall’App Store o la versione Android da Google Play e scegli l’abbonamento che preferisci.

FATTI Grillini duri & impuri 30 La Virginia nel suo labirinto 36 Perché Renzi torna dalle parti di Arcore 38 Maroni: mi piace Trump, ma Zaia di più 40 Troppi soldi spesi male: tutto da rifare 42 Ci vuole un’agenzia di rating europea 45 Tangentopoli 25 anni dopo: parla Violante 46 Romiti, la primavera del patriarca 50 Le Donne del sole contro gli orchi dell’Isis 54 La guerra dei lupi 60 La donna da otto miliardi di dollari 64 Medicina italiana all’export 67

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Le soldatesse anti Isis

Le Donne del sole sono un battaglione femminile addestrato a combattere. Nel loro mirino ci sono i seguaci dell’Isis che in Iraq hanno rapito madri, mogli e figlie e le hanno trasformate in schiave del sesso. Ora le vogliono liberare. Armi in pugno. Per commentare #PanoramaSunLadies

Al lupo al lupo

Per ora è stato bloccato il Piano nazionale che prevede anche abbattimenti selettivi di esemplari di questa specie in crescita. Ma la convivenza tra lupi e uomo resta problematica. «Non gestirla», dice il biologo Luigi Boitani, autore del provvedimento, «è ipocrita, un boomerang per la stessa conservazione». Per commentare #PanoramaLupi

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DIRETTORE RESPONSABILE Giorgio Mulè

Anno LV - n. 08

Arnoldo Mondadori Editore S.p.a. via Bianca di Savoia 12 - 20129 Milano. Tutti i diritti di proprietà letteraria e artistica riservati. Pubblicazione settimanale registrata al Tribunale di Milano il 10.6.1965 n. 166

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LINK A New York. Scatti d’autore La scena è servita Luca Bianchini. Sognare l’upgrading Milla Jovovich. Ora sono meno pazza Le scarpe che vanno in Borsa La moda gioca con il falso ma vero Le sirene arrivano in Italia Io viaggio da solo Periscopio Incipit

Questo periodico è iscritto alla FIEG - Federazione Italiana Editori Giornali Accertamento Diffusione Stampa - Certificato n. 8132 del 6.4.2016

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Stampatore: ELCOGRAF SpA via Mondadori 15, Verona Centro stampa Amedeo Massari, via Marco Polo 2, Melzo (Mi) 9 febbraio 2017 | Panorama

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EDITORIALE di Giorgio Mulè

UN CAVALLO PER MATTEO RENZI

È

tempo di giravolte in politica. Matteo Renzi fa quasi tenerezza, si affanna a far filtrare ai fidi retroscenisti quello che sussurra ai «suoi» pur di riuscire nell’impresa di votare prima possibile. E quindi concede, smussa, indietreggia. Da quando ha perso la battaglia della vita con il referendum, le sue truppe vagano smarrite e impaurite. Così non passa giorno senza che qualcuno dei «suoi» si sganci, precisi, si riposizioni… Chi resta al suo fianco all’interno del Pd, o non ci mette più la faccia o lo fa malvolentieri. Gli alfieri della società civile che lo scortavano come pretoriani in ogni dove, poi, ve li raccomando. Spariti. Divertitevi a cercare dichiarazioni, tweet, post su Facebook dello squadrone renziano dopo la débacle di dicembre. Che so, scrivete Davide Serra, il finanziere portabandiera del renzismo che fu, e avrete pagine e pagine di risultati su: gas serra, effetto serra, zucchine in serra. Inutile andare a caccia di un attestato di solidarietà a Renzi da parte di Serra con la S maiuscola, anche solo un misero hashtag tipo #coraggiomatteo. Niente, zeru tituli. Tutto questo per dire che si sta avverando ciò che da anni abbiamo, più o meno in splendida solitudine, scritto: e cioè che il più grande limite del renzismo risiedeva nell’incapacità di avere una visione aggregatrice di questo Paese e poggiava nella contingenza di un nucleo di potere trasversale lesto a lunsigarlo e a fargli credere di essere il sol dell’avvenire unicamente per incamerare benefici. Diagnosi spietata e a lungo impopolare, mi rendo conto, che ha fatto storcere il naso a molti lettori di Panorama affascinati dall’ex premier, che sono LA TUA OPINIONE arrivati a lamentare quasi una persecuzione nei suoi confronti. È UN FATTO Sono un’abbonata di Non lo era e non lo è mai stata. Riscontrare oggi negli interventi e Panorama e penso che il nei commenti dei lettori un pentimento o una rilettura critica del «mio» giornale si sia renzismo con l’ammissione di aver ecceduto nella concessione accanito non poco nei confronti di Matteo Renzi. di credito dà in ogni caso la misura di come il vento sia cambiato.

Ero tra coloro che hanno creduto nel cambiamento, nella possibilità che davvero l’Italia potesse prendere una direzione nuova con Renzi. Mi sono sbagliata e non ho vergogna ad ammetterlo. L’Italia non è ripartita e già si parla delle nuove, vecchissime tasse: benzina, sigarette...

Non so quanto e se Renzi resisterà alla guida della segreteria del Partito democratico, se dovrà inventarsi una vita perché la guerra interna lo costringerà a cercarsi un lavoro «normale». In questi giorni mi ha colpito, in tal senso, la capacità di resilienza di un suo predecessore alla guida del Pd, Walter Veltroni. Fallito il tentativo di guidare l’Italia ha fatto di tutto, a cominciare dall’attività di scrittore (Renzi si sta cimentando su questo versante). Ma è stata solo una parentesi alla quale hanno fatto seguito cimenti di ogni Anna T. genere: da regista di documentari ad autore televisivo. L’ultima capriola di Veltroni consiste nel pensare di poter fare il presidente della Lega calcio. Certo, Renzi per ora è concentrato nello sforzo straordinario di essere il segretario di un partito sfilacciato il cui unico obiettivo dovrebbe essere di avere una sola parola d’ordine avanti a lui: unire. Ma se dovesse andargli male col Pd, seguendo l’esempio del funambolico Veltroni, potrebbe bastargli mettere una maiuscola a quella parola d’ordine e reinventarsi segretario dell’Unire, l’Unione nazionale incremento razze equine. Ma ci pensate? Due ex segretari del Pd impegnati nello sport: uno si è dato al calcio, l’altro il calcio se l’è dato da solo e presto potrebbe darsi all’ippica. n © RIPRODUZIONE RISERVATA

9 febbraio 2017 | Panorama

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Scenari

ITALIA_ ECONOMIA_MONDO_FRONTIERE _CULTURA

Getty Images

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Decreto molto annunciato. Ma non arrivato «Provvedimenti immediati» quelli che il governo anticipava per le zone del sisma. Accadeva oltre due settimane fa.

N

on possiamo avere strozzature burocratiche, dobbiamo dare un segnale di accelerazione « forte e chiaro ai cittadini, tra i quali si è diffusa la disperazione». Era il 22 gennaio, il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni annunciava, alla fine di una settimana segnata da nuove scosse e da nevicate straordinarie, provvedimenti immediati. Più volte Panorama ha sollecitato misure urgenti per accelerare gli interventi. Le dichiarazioni del premier dovevano quindi segnare un cambio di passo. Quando, il 2 febbraio, il Consiglio dei ministri si è riunito per varare un decreto con l’obiettivo di «sostenere il reddito delle popolazioni e delle imprese e rilanciare le attività produttive», i sindaci hanno tirato un sospiro di sollievo. Forse questa è la volta buona, hanno detto. Ma si sono dovuti ricredere. Al 7 febbraio il decreto non era ancora disponibile. Non solo. L’Anci (l’associazione che riunisce i Comuni) ha avuto la soffiata che il provvedimento è monco della tanto auspicata misura sulla «zona franca fiscale». Il decreto sarebbe poco incisivo anche per l’emergenza abitativa. Per accelerare i tempi si provvederebbe

all’acquisto di appartamenti liberi, non danneggiati, da destinare ai terremotati. La procedura prevede il coinvolgimento di diversi soggetti dai comuni alla regione e al commissario per la ricostruzione. Siamo alle solite, i tempi del decreto non corrispondono a quelli delle necessità. Riassumendo: a distanza di oltre cinque mesi dalla prima scossa, nessun terremotato è stato ancora sistemato in una abitazione d’emergenza. Anche nei due Comuni, Amatrice e Norcia, dove la procedura è più avanzata, e si è fatto addirittura ricorso a una lotteria per l’assegnazione, le poche strutture di legno disponibili sono ancora vuote. Non va meglio per il settore agricolo. Su circa 700 richieste di ripari provvisori per il bestiame, è stato messo a disposizione appena il 15-20 per cento. «Servono norme taglia-burocrazia per accelerare gli adempimenti e sciogliere i vincoli che ancora impediscono, per esempio, la costruzione di stalle mobili per il ricovero degli animali che sono in balia di neve e gelo» dice il presidente della Cia-Agricoltori Italiani, Dino Scanavino. (Laura Della Pasqua) © RIPRODUZIONE RISERVATA

9 febbraio 2017 | Panorama

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SCENARI_ITALIA

Nomine, pronto il piano Bergoglio

Il Papa temporeggia per evitare gli errori del passato. In corsa grandi nomi, ma si potrebbe pescare tra i parroci.

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apa Francesco sulle nomine sembra non avere fretta. Temporeggia. In realtà (filtra dal Vaticano) teme di commettere altri passi falsi come nel recente passato, quando è stato costretto a ricredersi su alcuni ecclesiastici a cui aveva assegnato importanti incarichi. Basti pensare alla irresistibile ascesa del monsignore spagnolo Lucio Vallejo Balda (in quota Opus Dei), l’ex segretario della prefettura per gli Affari economici condannato a 18 mesi dal tribunale del Vaticano per aver diffuso alla stampa documenti riservati. Ma anche al cardinale australiano George Pell, prefetto della Segreteria per l’economia, sotto processo in Australia per omesso controllo su casi di pedofilia nella sua ex diocesi di Sidney. Due vicende che hanno scosso non poco Bergoglio, che ora procede con estrema prudenza nel fare altre promozioni. Come a Roma (dove il cardinale vicario Agostino Vallini, 77 anni, è «in prorogatio» dal 2015), e a Milano, la più grande diocesi del mondo, dove il cardinale Angelo Scola, come Pell e Vallini, ha già compiuto i 75 anni, l’età che stando al diritto canonico impone a vescovi e cardinali di lasciare i loro uffici. Analoga situazione alla Conferenza episcopale italiana (Cei), col cardinale-presidente Angelo Bagnasco, in scadenza di incarico dopo due mandati e la DIOCESI DI MILANO recente elezione a presidente dei Tra i nomi vescovi europei. in corsa per Vicariato, diocesi di Milano, Cei il dopo-Scola e Segreteria per l’Economia, imc’è il vescovo di Chieti, portanti poltrone che, comunque, Bruno Forte. Bergoglio non potrà lasciare per troppo tempo scoperte. Nell’attesa, PRESIDENZA CEI il totonomine impazza. Tra i nomi più importanti in corsa per il dopo Si prevede la nomina Vallini, il vescovo Angelo Becciu, del cardinale il sostituto della Segreteria di Stato di Firenze della santa sede (sorta di ministro Giuseppe Betori. degli Interni), ma il Papa, dopo averlo confermato per altri cinque anni, lo ha appena nominato suo delegato presso l’Ordine di Malta. Altro nome di peso, Domenico Pompili, vescovo di Rieti, ex portavoce di Bagnasco, molto seguito da Francesco per il suo impegno vicino ai terremotati. Più defilato, Angelo De Donatis, vescovo ausiliare per il clero di Roma, dopo una lunga esperienza parrocchiale, 10

Panorama | 9 febbraio 2017

VICARIATO DI ROMA Da sinistra: Angelo De Donatis e Domenico Pompili i porporati in corsa per la Capitale.

molto apprezzato per questo dal Papa, intenzionato - si apprende Oltretevere - a nominare come suo nuovo vicario un semplice parroco capace di stare in mezzo alla gente e non un burocrate, come ha già fatto a Palermo e a Bologna, con le nomine rispettivamente di don Corrado Lorefice e di don Matteo Maria Zuppi, una vita spesa tra i poveri con la Comunità di S.Egidio. Stesso rompicapo per Milano (che il Papa visiterà il 25 marzo prossimo), dove al posto di Scola sembrano in corsa nomi importanti come il vescovo di Chieti Bruno Forte, biblista di fama, allievo di papa Ratzinger e segretario aggiunto del Sinodo sulla famiglia. Ma la sorpresa potrebbe arrivare tra i 2.600 parroci milanesi. Analogo quesito per la presidenza Cei, dove non è azzardato prevedere la nomina del cardinale di Firenze Giuseppe Betori, ex segretario generale della stessa Conferenza episcopale. Ma l’imprevedibilità e la mancanza di schemi precostituiti a cui Francesco ricorre nella scelta dei collaboratori «potrebbero riservarci non poche sorprese» avvertono i bene informati in Vaticano. (Orazio La Rocca) © RIPRODUZIONE RISERVATA

Papa Francesco si è dovuto ricredere su alcuni cardinali a cui aveva assegnato importanti incarichi.


SCENARI_ITALIA

LA PROPOSTA

Università telematica, rivediamo le regole

Gli effetti del decreto Giannini di fine 2016 sono stati fortunatamente rinviati. Ma ora è il momento di intervenire. Perché, sottolinea il pedagogista Pier Giuseppe Rossi, è previsto un rapporto docenti-studenti troppo alto, come se si trattasse di lezioni in aula. Mentre è troppo basso il numero minimo di tutor, indispensabili nell’e-learning.

M

inacciava di danneggiare tutta l’istruzione universitaria, e in particolare quella telematica, per fortuna è stato stoppato: ma il decreto Giannini, firmato dall’ex ministro dell’Istruzione nell’ultimo giorno del governo Renzi - il 12 dicembre scorso - e posticipato nei suoi effetti da un nuovo e provvidenziale decreto del neo ministro Valeria Fedeli, potrebbe ancora far danni. Il testo contiene indicazioni, differite ma non eliminate, che sembrano andare in direzione opposta alla qualità della formazione: parola di Pier Giuseppe Rossi, docente ordinario di didattica generale all’Università statale di Macerata e presidente della Società italiana di ricerca sull’educazione mediale. Ora c’è però il tempo di rimediare. E un «tavolo tecnico» sulla materia è quello che si auspica da più parti.

di animazioni e simulazioni, di schede di lavoro e studi di caso: materiali multimediali che, una volta ben costruiti, possono essere utilizzati milioni di volte, ma per la cui preparazione occorrono alte competenze sia di chi li progetta e sia di chi li realizza. E, soprattutto, tempi lunghi per confezionarli. Il docente on line è un ingegnere della formazione. «Che senso ha calcolare il numero dei docenti in funzione di quello degli studenti come se fossimo in aula?», si chiede Rossi. Il decreto fissa per la formazione a distanza lo stesso rapporto dei corsi in presenza, inutilmente alto per chi deve preparare dei materiali di qualità; e comunque troppo basso se si pensa a un’interazione didattica personalizzata. Per questo nell’online vi è la figura del tutor.

Ma, ed ecco il secondo limite del decreto, il numero minimo di tutor prescritto dal decreto è «Il decreto Giannini aveva veramente ridicolo: «Stavolta per e mantiene due limiti», spiedifetto», sottolinea Rossi: «Per ga Rossi. «Primo, prescrive un tutti gli insegnamenti di un corrapporto docenti-studenti tropso triennale e per un numero di Pier Giuseppe Rossi, po alto, come se avessero un’aula studenti che può arrivare a 25, il dedocente ordinario di didattica generale gremita di fronte a loro. La qualità creto fissa il numero minimo a due all’Università statale dell’e-learning è data dalla strut- di Macerata e presidente tutor disciplinari. In questo caso tura del percorso didattico e dei occorre un rapporto molto più alto della Società italiana materiali e tutto ciò non dipende di ricerca sull’educazione tale da permettere una relazione mediale. dagli studenti che lo utilizzano: più effettiva con gli studenti. E occoralto è il numero di studenti per docente e più si rerebbe indicare anche le competenze disciplinari può investire per preparare materiali di altissimo e relazionali di tali tutor». (Sergio Luciano) livello». Si tratta di audio e video, di infografiche, © RIPRODUZIONE RISERVATA 9 febbraio 2017 | Panorama

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ECONOMIA

SCENARI_

Si riparte se si investe Gregorio De Felice, capo economista di Intesa Sanpaolo, spiega perché Brexit ed effetto Trump possono avere un impatto negativo sul nostro Paese. Che però ha molte vie d’uscita...

Burocrazia e incertezza non aiutano

I fattori che hanno spinto gli investimenti nel 2016 e quelli che li hanno frenati. Indagine Intesa Sanpaolo. Incentivi fiscali

70,1

Condizioni di accesso al credito

42

Livello di capacità produttiva

26,1

Re Shoring

12,7

-6,7 Delocalizzazione -11,2 Età dell’imprenditore -16 -27,9

-76,6

Burocrazia

-81,4 -80

Incertezza mercati -60

-40

-20

Indagine Intesa Sanpaolo

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Livello di domanda attesa Infrastrutture italiane

-40,2

-100

Livello redditività aziendale

Panorama | 9 febbraio 2017

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ai trattati. L’Unione dovrebbe porre più attenzione alla crescita, all’innovazione, ai giovani. Manca una vera sensibilità verso il tema dello sviluppo. Ma la trattativa sulla Brexit bloccherà tutto. E l’Italia da sola, con il suo alto debito, può fare davvero poco. Allora anche lei si schiera contro il fronte dell’austerità? Rispetto al 2008 in Italia gli investimenti privati sono scesi del 25 per cento, quelli pubblici del 22,5 per cento. Il calo cumulato di questi ultimi è pari a circa 50 miliardi di euro che avrebbero aiutato il Paese a crescere di più. L’Italia ha applicato l’austerity tagliando le spese discrezionali, come gli investimenti, senza incidere abbastanza sulle spese strutturali. Quindi, le politiche di austerità dovrebbero maggiormente tener conto degli obiettivi di crescita e riqualificazione della spesa. Secondo lei la Germania sta pensando di uscire dall’euro? No, l’uscita dall’euro provocherebbe una rivalutazione eccessiva della sua moneta. Certo Berlino dovrebbe guardare più avanti, rendendosi conto che un’Italia e una Francia che crescono più velocemente le farebbero solo del bene. Perché l’arrivo di Trump alla Casa Bianca non è una buona notizia per l’Italia? C’è il rischio che con questa presidenza aumentino le tensioni internazionali e che l’Europa perda potere sullo scacchiere mondiale. Inoltre, una politica commerciale americana più nazionalista rappresenta una minaccia concreta per chi esporta negli Stati Uniti. C’è però almeno un aspetto positivo: la riduzione della tassazione, se abbastanza ampia, potrebbe far accelerare la crescita economica degli Usa. È finita l’era dei tassi-zero? Non ancora, l’inflazione nell’area euro non si è avvicinata all’obiettivo del 2 per cento indicato dalla Bce. Penso che un primo rialzo dei tassi di interesse potrà avvenire verso la fine del 2018. Nel frattempo ci sarà un aumento dei tassi di interesse

Gregorio De Felice, 59 anni, capo economista di Intesa Sanpaolo.

Imagoeconomica

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on sarà un anno facile, il 2017. La crescita stenterà ad arrivare, i tassi di interesse non saliranno di molto. E soprattutto la Brexit e l’elezione di Donald Trump porteranno con sé più rischi che vantaggi per l’Italia e per l’Europa. Ne è convinto Gregorio De Felice, da più di 20 anni capo economista di Intesa Sanpaolo, dove guida un team formato da 70 esperti e considerato uno dei miglior osservatori economici del Paese. Perché la Brexit rappresenta un problema? La svalutazione della sterlina, provocata dalla decisione di Londra di uscire dall’Unione europea, penalizza il nostro export verso il Regno Unito: si tratta del 5,4 per cento delle nostre esportazioni complessive. Ma questo tutto sommato è il male minore. Il vero problema è che le trattative tra governo inglese ed Europa bloccheranno per due anni ogni tentativo di riformare la governance di Bruxelles. Di fronte al diffondersi di movimenti politici anti-Europa, è necessario rimettere mano


a lungo, come già si vede sui Btp e i Bund tedeschi. Un altro anno difficile per le banche e le imprese? Un po’ meno: sui prestiti alle imprese e sulle sofferenze bancarie la situazione è migliorata. E l’ingresso dello Stato nel Monte dei Paschi ha diradato le nubi che, anche agli occhi degli investitori internazionali, avvolgevano una delle maggiori banche italiane. Perché l’Italia non cresce? Perché la nostra produttività (cioè quanto produciamo a parità di ore lavorate) cresce meno rispetto agli altri Paesi. Perché la popolazione italiana sta invecchiando, anche a causa della bassa natalità. Perché la nostra pubblica amministrazione è inefficiente. I gestori di Intesa Sanpaolo hanno intervistato 140 mila imprenditori tra ottobre e novembre scorsi per sapere che cosa, secondo loro, favorisce gli investimenti in Italia e che cosa li scoraggia: a favore sono stati indicati i tassi bassi e gli incentivi fiscali; tra gli ostacoli ha vinto la burocrazia, addirittura prima della tassazione elevata. Il governo di Matteo Renzi non ha fatto abbastanza? Ha sostenuto la domanda interna, ma non basta. Ora bisogna lavorare sull’offerta favorendo le imprese e creando il clima giusto per gli investimenti. Fare riforme che lubrifichino il sistema. Altrimenti gli imprenditori vanno all’estero. O vendono le loro attività a qualche gruppo straniero. (Guido Fontanelli) © RIPRODUZIONE RISERVATA

Come corre l’America

Crescita del Pil basata sulla serie temporale del Fondo monetario internazionale per i dati storici. Usa Area Euro GERMANIA FRANCIA ITALIA SPAGNA Opec Europa Orientale TURCHIA RUSSIA America Latina BRASILE GIAPPONE Cina India MONDO

2014

2015

2016

2017

2018

2,4 1,2 1,6 0,7 0,2 1,4 3,1 1,6 3,0 0,7 0,7 0,5 -0,1 7,3 7,0 3,4

2,6 1,9 1,7 1,2 0,6 3,2 2,5 -0,5 4,0 -3,7 -0,8 -3,8 0,6 6,9 7,2 3,1

1,6 1,6 1,7 1,2 0,9 3,3 1,8 1,0 2,0 -0,5 -0,9 -3,3 0,8 6,7 7,1 3,0

2,2 1,5 1,5 1,3 1,0 2,5 2,6 2,0 1,8 1,0 1,3 1,1 1,2 6,4 7,2 3,4

2,5 1,6 1,6 1,6 1,2 1,7 3,6 2,2 2,5 1,7 2,6 1,5 1,0 6,1 7,3 3,6

Indagine Intesa Sanpaolo

9 febbraio 2017 | Panorama

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SCENARI_ITALIA

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Cartelle esattoriali, rottamare è un rebus

Se riguarda Equitalia, si può fare anche nei Comuni che non hanno aderito. Perché ogni tassa ha la sua storia.

S

ì, no, nì. La cartella esattoriale può essere rottamata? Rispondere non è così semplice. Prendete il Comune di Milano, per esempio. Panorama ha chiamato lo 020202 per sapere quali cartelle sarà possibile rottamare. «In data 27 gennaio il sindaco Giuseppe Sala ha stabilito che nessuna cartella beneficerà di detrazioni», ha risposto l’operatrice al telefono. Le cose però non stanno esattamente così: a Milano, dopo che la giunta ha detto «no» al condono, risultano comunque rottamabili le cartelle emesse dal 2000 al 2014, quando l’attività di riscossione era affidata a Equitalia. Soltanto su quelle successive, gestite da Palazzo Marino, non si avranno sconti. Insomma, siamo davanti un nuovo pasticcio burocratico. La sanatoria concessa da Equitalia per le iscrizioni a ruolo relative al periodo 2000-2016 permette infatti di pagare l’importo residuo del debito senza corrispondere le sanzioni

e gli interessi di mora. Il provvedimento con cui il governo Renzi (che contava di recuperare così due miliardi di euro) ha avviato l’operazione prevedeva poi che entro il primo febbraio i Comuni usciti dall’orbita di Equitalia per affidarsi ad altri enti di riscossione decidessero se offrire o meno la scorciatoia fiscale ai propri contribuenti, estendendo il condono anche alle cartelle sui tributi locali e sulle multe riscosse da altre società. In molti hanno detto no. Eppure anche nelle città che non hanno aderito sarà possibile rottamare le cartelle emesse in determinati periodi o legate a certi tributi. Orientarsi in questo labirinto non è semplice. I sindaci che non si servono di Equitalia sono la maggioranza, più di 4.500. Bologna è stata una delle prime città a tirarsi indietro: qui a ogni modo potranno essere rottamate le cartelle emesse tra il 2000 e il 2011, quando il Comune era ancora con Equitalia. A Torino, nonostante

Ernesto Maria Ruffini, 47 anni, amministratore delegato di Equitalia.

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Panorama | 9 febbraio 2017

il niet di Chiara Appendino, il condono vale per le cartelle relative ai tributi locali emesse tra il 2000 e il 2004 (prima dell’arrivo della Soris Riscossioni), mentre per le multe l’asticella temporale sale fino al 2007. A Campobasso la sanatoria riguarda solo le iscrizioni a ruolo post 2014. A Modena, dove dal 2011 l’imposta sulla pubblicità viene gestita dalla Ica Tributi, non sarà possibile ottenere sconti sulle cartelle legate a questa particolare tassa. Domanda: quando va presentata la domanda di adesione agevolata in cui ci si impegna a versare entro il 15 dicembre 2017 almeno il 70 per cento del debito? In teoria entro il 31 marzo. In realtà però la data cambia da un Comune all’altro. A Cuneo per esempio la giunta ha optato per il 30 aprile, a Benevento e Oristano il termine ultimo è il 2 maggio. La rottamazione si è trasformata in un labirinto senza uscita. (Francesco Bisozzi) © RIPRODUZIONE RISERVATA


SCENARI_ECONOMIA

L’ANALISI

La crescita italiana passa dal Mediterraneo Le imprese devono cogliere l’opportunità di questo grande mercato, dove la scolarizzazione fa continui progressi e in cui gli investimenti nell’innovazione, anche hi-tech, diventano sempre più numerosi. Sono i temi di cui si discute a Roma in occasione del forum organizzato da EY, che guarda anche ai rapporti con l’Estremo Oriente.

I

n un momento di grande difficoltà per le dinamiche delle politiche internazionali, l’Italia può e deve ritrovare una posizione centrale nella geografia economica e politica dell’Europa e del Mediterraneo. L’Italia può giocare un ruolo centrale come motore di crescita nello sviluppo dell’area. Il driver è il rilancio di una politica industriale 4.0, come ribadito a Berlino dal presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, assieme alla cancelliera Angela Merkel. di Donato Iacovone amministratore delegato di EY in Italia e managing partner dell’Area mediterranea

Il tema fondamentale è come una politica industriale innovativa e liberale possa essere garanzia di crescita per un’Italia dotata di una grande potenzialità produttiva e con il vantaggio di essere l’hub geografico di un’area che produce ben oltre il 13 per cento del Pil mondiale. Maggiori investimenti e rapporti commerciali sempre più fitti rappresentano le prospettive di sviluppo più interessanti, nonostante l’instabilità politica della regione. Il tasso medio di crescita della popolazione mediterranea è del 2 per cento annuo e se oggi la popolazione dell’area si attesta sui 565 milioni, la prospettiva è che raggiunga i 750 milioni nel 2040. Fra il 2000 e il 2010, secondo la Banca mondiale, in Nordafrica e Medioriente è cresciuto molto il tasso di educazione

Quattro tematiche per il Forum di Roma

All’Hotel Rome Cavalieri la seconda edizione dello Strategic growth forum mediterranean organizzato da EY, con imprenditori, investitori, funzionari governativi, opinion leader di Europa, Medio Oriente, Nord Africa, India e Cina. Dibattito sui flussi di investimento legati soprattutto ai rapporti con i mercati emergenti dell’Estremo Oriente. Quattro le tematiche che saranno approfondite: tecnologia e impatto del digitale, energie rinnovabili ed efficienza energetica, sicurezza e cyber security, infrastrutture e logistica. Tra i relatori, oltre a Donato Iacovone di EY; Angelino Alfano, ministro degli Esteri; Jean-Paul Fitoussi, Institut d’Etudes Politiques de Paris e Luiss; Luciano Floridi, University of Oxford; Fadhel Abdelkéfi, ministro per lo Sviluppo, gli investimenti e la cooperazione della Tunisia; Ahmed Maiteeq, vice primo ministro libico; Samuele Furfari, Commissione Ue; Fathallah Sijilmassi, segretario generale Union for the Mediterranean.

primaria (dall’86 al 94 per cento) e secondaria (dal 62 al 70 per cento): questo è una garanzia in termini di professionalità sempre più qualificate. Per quanto riguarda le opportunità per l’innovazione hi-tech, Marocco, Tunisia ed Egitto sono state a lungo le mete preferite per l’outsourcing IT. I Paesi del Golfo stanno diversificando l’attrazione di investimenti esteri rispetto al petrolio e guardano all’Italia soprattutto per real estate, agroalimentare, manifatturiero. In generale, ciò che emerge dall’analisi BaroMed sviluppata da EY è che le prospettive di stabilizzazione di lungo termine abbiano avuto la meglio sull’incertezza politica ed economica che regna nella regione. Ma la nota forse più interessante è che gli investimenti hi-tech rappresentano il terzo settore dell’economia euro-mediterranea in termini di progetti greenfield e il secondo in termini di M&A. Tre Paesi si distinguono in termini di sviluppo del software: Israele, Francia e Spagna. In questi Paesi, i finanziamenti pubblici e privati per ricerca e sviluppo, l’accesso al capitale di rischio e la formazione hanno trasformato il digitale in un fattore di sviluppo primario. I miglioramenti della qualità dell’istruzione e delle infrastrutture di telecomunicazioni hanno aiutato la regione a diventare più attraente per un crescente numero di aziende tecnologiche. Israele è un digital hub primario, soprattutto per startup e imprese impegnate nella cybersecurity. La sfida al digitale sul fronte dell’Europa mediterranea è stata colta pienamente dalla Francia, con la creazione di 112 laboratori di ricerca e sviluppo fra il 2013 e il 2015, il 41 per cento di tutti i progetti di ricerca e sviluppo di tutta l’area euromediterranea. Per quanto riguarda l’Italia non mancano le opportunità, a patto che le nostre imprese non perdano fiducia in investimenti in innovazione e nuovi mercati. @DonatoIacovone n © RIPRODUZIONE RISERVATA

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MONDO

SCENARI_

Tra Italia e Libia c’è un accordo... senza certezze

motivi. Da un lato l’aver finalmente portato le autorità libiche post-gheddafiane a un’assunzione di responsabilità; dall’altro aver ottenuto dai 27 partner europei l’approvazione esplicita di una mossa importante per tutti ma cruciale per l’Italia che, nel corso dello scorso anno e solo attraverso il Mediterraneo, è stata raggiunta da 180 mila migranti e profughi. Il documento sottoscritto a Roma mostra però degli aspetti problematici e si presta a critiche e dubbi da posizioni speculari: tanto da chi lo ritenga poco più I premier Gentiloni e Sarraj hanno fimato un’intesa sull’emergenza che un accordo scritto sull’acqua, quanto da chi si erga migranti. Che rischia, però, di fermarsi alle intenzioni: perché non dà a paladino dei diritti umani (oltre che da tutti coloro alternative concrete alle milizie coinvolte nel traffico di esseri umani. che dell’accoglienza hanno fatto un vero e proprio business). Per i primi il problema centrale è costituito l vertice di Malta del 3 febbraio scorso, i leader dall’affidabilità complessiva del governo libico e, in dei 28 Paesi dell’Unione Europea hanno dato particolare, dall’effettiva capacità del fragile esecutivo il loro placet all’accordo stilato il giorno prima guidato da Fayez al Sarraj di esercitare un’effettiva tra Italia e Libia in materia di migrazioni. Il autorità al di fuori del quartiere portuale di Tripoli premier Paolo Gentiloni lo ha rivendicato con e poche altre enclave nel Paese. Per parafrasare un soddisfazione e persino orgoglio (sia pur conromano diverso da Gentiloni, «Libya est omnis divisa tenuto, nello stile felpato dell’uomo) durante in partes tres...»: una sotto il controllo del governo di la conferenza stampa conclusiva. L’accordo aspira a Tripoli, una alle dipendenze del generale Haftar e del di Vittorio Emanuele chiudere anche la via del mare ai fuggitivi diretti verso suo «Esercito nazionale libico» e la terza nelle mani Parsi l’Europa da Africa e Asia, sulla falsariga di quanto di svariate milizie, alcune delle quali ufficialmente accaduto con l’analogo trattato stipulato tra l’Ue e la «alleate» di Sarraj. Turchia nel 2015. Haftar, l’uomo forte della Libia, appoggiato aperSi tratterebbe di un successo significativo nella tamente da russi ed egiziani (e più discretamente da lotta per il contenimento e la regolamentazione francesi e inglesi, nonostante le dichiarazioni dell’immigrazione indesiderata proveniente ufficiali di smentita) non ha mai fatto mistero dall’ex «quarta sponda», almeno per due di non voler assumere alcuna responsabiMILIONI lità sul controllo del traffico dei migranti. DI EURO: Si tratta di una posizione che nel corso IL RICAVO DEI TRAFFICANTI dell’ultimo anno si è rafforzata: in aperta LIBICI polemica verso l’Italia, strumentalmente NEL 2016 accusata di «ambizioni neocoloniali», anche perché una parte di questo turpe traffico si sviluppa proprio dalla Cirenaica. I grandi pescherecci che partono dai porti egiziani effettuano il loro carico umano al traverso delle coste orientali della Libia, dove sostano fino a 72 ore, mentre imbarcazioni più piccole fanno la spola tra le navi madre e la costa. Haftar è sempre più audace nella sua sfida all’Italia, tanto più ora che gode dell’appoggio più esplicito da Mosca e dal Cairo. Il 16 gennaio scorso, nelle acque internazionali davanti a Bengasi e Derna, tre motopescherecci della flotta di Mazara del Vallo sono miracolosamente sfuggiti al sequestro dopo una rocambolesca fuga. Nel corso dell’azione sono stati oggetto L’operazione di soccorso condotta dalla Croce rossa italiana e dall’ong Moas che, lo scorso 4 novembre, ha salvato 158 migranti davanti alle coste libiche. di ripetute scariche di mitra da parte degli equipaggi di

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Ansa

due motovedette libiche. Da sottolineare che la nostra Marina militare è impegnata da decenni in operazioni di «sorveglianza (protezione) della pesca» in quelle acque, ma il suo crescente coinvolgimento sull’emergenza migranti ha oggettivamente comportato conseguenze sull’efficacia di questo impegno. Chi segue da vicino e con continuità le vicende libiche avverte che a essere cruciale è il coinvolgimento delle milizie le quali, più che a un riconoscimento politico internazionale, puntano a ottenere denaro per poter consolidare il proprio potere locale e la capacità di pressione sugli altri interlocutori domestici. Se consideriamo che ogni singolo migrante ha un valore di 1.500 dollari, ci rendiamo conto che, e solo per il tratto libico, stiamo parlando di un ricavo stimabile (prudenzialmente) per lo scorso anno intorno ai 250 milioni di euro. Per convincere le milizie a collaborare occorrerà dunque rendere più redditizia questa scelta rispetto al traffico di esseri umani. Il governo ha sbandierato una

cifra di 80 milioni di euro per «sostenere lo sviluppo economico delle aree coinvolte»; ma si tratta di una cifra che dovrebbe essere impiegata anche a favore dei Paesi di transito e provenienza dei migranti che fa temere si tratti delle solite «nozze coi fichi secchi». Dal canto loro le diverse ong e i movimenti coinvolti nell’assistenza ai migranti mettono in luce come proprio le milizie dovrebbero essere chiamate a sigillare i confini terrestri della Libia ai flussi migratori e occuparsi della sorveglianza dei migranti in attesa di rimpatrio: con quali garanzie per il rispetto dei diritti umani di questi ultimi è facile immaginare. L’accordo, da questo punto di vista, non sembra poi così diverso da quello stipulato tra Silvio Berlusconi e Mu’ammar Gheddafi che fece gridare tanti allo scandalo ma che, se non altro, era per lo meno efficace nel perseguimento degli scopi che si prefiggeva. Cosa che di quest’ultimo non sembra proprio potersi dire. n

Il premier italiano Paolo Gentiloni e il suo omologo libico Fayez al Sarraj si stringono la mano dopo aver firmato l’accordo sui migranti a Palazzo Chigi il 2 febbraio.

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SCENARI_MONDO

CHE COSA È SUCCESSO

Con Fillon travolto dagli scandali, si sogna un piano B che non c’è

La Tunisia rischia per il rientro di 800 foreign fighter

Da Londra agli Usa, le donne ai vertici dell’intelligence

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Dopo il trionfo alle primarie del centrodestra, il 27 novembre, François Fillon (foto) pareva avviato alla vittoria delle presidenziali, in un ballottaggio che tutti prevedevano tra lui e Marine Le Pen. Il Penelopegate (lo scandalo con il nome di sua moglie scoppiato il 25 gennaio) ha rimescolato le carte. Il candidato è accusato di aver pagato per anni la moglie come assistente parlamentare, senza che lei abbia mai mosso un dito. E lo

stesso sarebbe accaduto a due dei suoi figli. Tanto che la giustizia ha già aperto un’inchiesta. Fillon si è difeso, ma con un po’ di fatica. Anche lunedì 7 febbraio, «scusandosi» con i francesi, ma aggiungendo di «non aver fatto niente di illegale». Intanto, nei sondaggi sul primo turno delle presidenziali, Fillon è crollato a più riprese al terzo posto, dietro a Emmanuel Macron. E nonostante le smentite c’è già chi pensa a un piano B.

Il ritorno in patria di 800 tunisini che hanno preso parte ai combattimenti tra le file dello Stato islamico in Libia, Siria e Iraq sembra mettere la Tunisia di fronte a una nuova sfida. Le cifre diramate dal ministero degli Interni di Tunisi a fine 2016 indicano che il problema della radicalizzazione rischia di degenerare. Tanto che alcuni analisti locali già parlano di una possibile somalizzazione. La Tunisia è il Paese con il più alto numero di foreign fighter (circa 6 mila) rispetto agli abitanti

dell’intero mondo arabo. Nel Paese si è adesso scatenato un aspro dibattito. Alcuni esponenti dell’ala più laica e nazionalista hanno proposto di togliere la cittadinanza ai combattenti di ritorno. Tuttavia al momento l’ipotesi è anticostituzionale. Le misure prese contro il fenomeno sono insufficienti. Lo scorso marzo un gruppo di jihadisti tunisini ha attraversato il confine della Libia, Paese dove combattono, sferrando un attacco contro la cittadina di Ben Gardane.

Il mitico «Q», responsabile dei gadget ultratecnologici forniti a 007 nei film di James Bond, è sempre stato un uomo. Ma ora il capo dell’MI6 (foto), il servizio segreto esterno, sir Alex Younger, ha rivelato che, per la prima volta, Q è una donna. Il nome è segreto, ma la presenza femminile nell’intelligence britannica ha importanti precedenti. Eppure nessuno immaginava che una signora potesse arrivare a guidare il cruciale campo della tecnologia al servizio dello

spionaggio. L’MI5, gemello interno dell’intelligence britannica, ha già avuto due direttori donna: Stella Rimington, poi autrice di bestseller, ed Eliza Manningham Buller. Entrambe avevano ricoperto delicati incarichi nel controspionaggio e in Irlanda del Nord. L’ultima a scalare i vertici spionistici è Gina Haspel, 60 anni, nominata il primo febbraio vicedirettore della Cia (nonostante un ruolo cruciale nel waterboarding e nella consegna dei terroristi catturati dagli Usa ai Paesi di origine).


È ormai impossibile organizzare nuove primarie per scegliere un altro candidato. Ma se fosse necessario sostituire Fillon, potrebbero pensarci i vertici dei repubblicani. Su chi scommettere? Una possibilità sarebbe Alain Juppé, arrivato secondo alle primarie. Ma lui si nega. Eppure, ha detto un dirigente del partito a Le Figaro, «se sarà necessario, dovrà fare il suo dovere per la Francia». Altri puntano sul sarkozysta François Baroin, che «dall’alto dei suoi 51 anni può diventare una sorta di anti-Macron di destra», scrive l’Express. Più giovane di Fillon e soprattutto di Juppé, l’ex figlioccio politico di Jacques Chirac ha «la capacità di mettere insieme fedeli di Sarkozy e di Juppé, assai rara di questi tempi» aggiunge il settimanale.

L’agenzia Reuters spiega che il dibattito si è infiammato dopo l’attacco di Berlino sferrato il 19 dicembre da un tunisino. Il premier Youssef Chahed ha garantito che gli jihadisti di ritorno saranno arrestati in base della legge antiterrorismo approvata nel 2015. L’ Economist racconta un Paese costretto ad affrontare una sfida tra un percorso democratico (per ora il più promettente fra quelli delle rivolte arabe) e la radicalizzazione dei cittadini più giovani e indigenti. Il settimanale cita Ben Gardane, cittadina che ha dato i natali a numerosi foreign fighter, come metafora della situazione, con le istituzioni impegnate a fronteggiare una disoccupazione al 16 per cento, che continua a rendere il Paese terreno fertile per i nuovi jihadisti.

«Se qualcuna di voi vuole arruolarsi, il vero Q è una donna» è la frase pronunciata dal capo dei servizi britannici, sir Younger, in occasione di un premio per donne esperte di tecnologia informatica. Il Guardian, che ha riportato la frase, aggiunge: «Younger ha spiegato che il successo nelle condizioni ad alta tensione in cui operiamo dipende dalle differenti personalità a disposizione: dalle più ampie competenze tecnologiche alla maggiore presenza di donne». Il New York Times stigmatizza invece la nomina del nuovo vicedirettore Cia: «Gina Haspel ha supervisionato la tortura di due sospetti terroristi e preso parte alla distruzione dei video che documentavano brutali interrogatori in una prigione segreta in Thailandia».

CHE COSA SUCCEDERÀ

IL PARERE DI THOMAS GUÉNOLÉ

politologo e professore universitario.

IL PARERE DI FABIO MERONE esperto dell’Islam radicale tunisino all’Università di Gand.

IL PARERE DI ALFREDO MANTICI

direttore editoriale di Lookout News, ex capo del Dipartimento analisi del Sisde.

Un piano B è possibile solo se ci saranno nuove rivelazioni su Fillon (non è escluso, come potrebbero arrivarne su Macron). Ma, allo stato attuale, credo che Fillon andrà avanti. Per i repubblicani trovare un’alternativa credibile sarebbe arduo. Anche la sostituzione con Baroin sarebbe rischiosa: molto «parigino», è poco conosciuto dalla popolazione. L’importante per Fillon è tenersi dietro l’elettorato di destra. Con le sue «scuse», forse c’è riuscito. In tal caso passerebbe al ballottaggio. A quel punto credo che chiunque potrebbe battere Marine Le Pen, in nome del «tutti contro l’estrema destra».

La radicalizzazione in Tunisia continuerà a essere critica se il governo non troverà una soluzione politica e sociale. Dopo la rivoluzione del 2011, a differenza di quanto accaduto in Paesi come l’Egitto, l’apertura alla transizione democratica ha lasciato da parte i movimenti salafiti. L’assenza di rappresentanza politica ha emarginato i sostenitori dell’Islam radicale e non ha permesso al governo di aprire un dialogo con i salafiti per poter contrastare chi decide di sposare la lotta armata. Il ritorno dei jihadisti aggrava un contesto in cui le istituzioni non paiono volersi sforzare a trovare una soluzione.

Anche nei nostri servizi le donne possono fare carriera fino a posizioni di vertice. Tra il 1996 e il 2000, Annamaria Sorge Lodovici è stata vicedirettore del Sisde. Pure oggi sia nel Dis (la struttura di coordinamento e alta direzione delle due agenzie) sia nell’Aisi (sicurezza interna) sia nell’Aise (sicurezza esterna) ci sono alti funzionari donna in posizioni di vertice. Ma, stranamente, i servizi più efficienti del mondo, gli israeliani, i russi e i cinesi (per non parlare di quelli arabi) sono i più «maschilisti». Si tratta di un probabile riflesso di fattori antropologico-culturali duri a morire. 9 febbraio 2017 | Panorama

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Reuters, Getty Images

CHE COSA HANNO SCRITTO


FRONTIERE

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Social robot I nostri prossimi amici e coinquilini Alcuni sono giocattoli evoluti, altri sono droidi utili e intelligenti. Facciamo la loro conoscenza, perché presto entreranno in famiglia.

F Lettore di emozioni

Pepper (1.500 euro) è un robot «emozionale» dotato dell’intelligenza Watson, sviluppata da Ibm. Ecco che tiene compagnia, interpreta e capisce gli stati d’animo osservando i gesti e le espressioni facciali. Pepper si evolve e impara da ciò che gli accade.

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ino a pochi anni fa i robot appartenevano solo a letteratura e film di fantascienza: simpatici eroi tuttofare come i droidi della saga Star Wars, oppure pericolosi e letali come Terminator. In ogni caso, sono sempre stati una proiezione di un futuro lontano. Ma non è più così. Al Ces di Las Vegas, la più importante fiera mondiale dedicata all’elettronica di consumo che si è tenuta a inizio gennaio, ne sono stati presentati tantissimi che entro pochi mesi potranno conquistare un posto nelle nostre case. Si venderanno, infatti, nei negozi dove abitualmente acquistiamo schermi piatti, lavatrici e videogame. Sono una via di mezzo tra un elettrodomestico e un giocattolo e promettono di diventare un nuovo componente della famiglia e della quotidianità. Secondo una ricerca dell’Università di Stanford nei prossimi cinque anni una famiglia su dieci ne avrà uno. Il rapporto The Future of Jobs presentato al World economic forum 2016 trasforma la teoria in numeri: entro il 2020 il valore complessivo del mercato dei robot raggiungerà 151,7 miliardi di dollari. I robot domestici, volendo dare un termine di paragone, stanno per avere un boom simile a quello avuto dai primi smartphone. Secondo le stime, nei prossimi due anni ne verranno venduti circa 35 milioni. Per adesso, assomigliano molto più a un giocattolo che a un vero assistente domestico. Ma la loro evoluzione sarà esponenziale. Ibm, per esempio, ha inserito la sua intelligenza artificiale «Watson» all’interno di Pepper (a sinistra), il primo robot in grado di capire gli stati d’animo osservando i gesti e le espressioni facciali. Pepper si evolve e impara da ciò che gli accade. Può fare da badante, come intrattenere i clienti in banca e nei negozi. In Giappone, la Nestlé li usa in mille store Nescafé (le vendite sono cresciute del 20 per cento in un anno). Si trovano già alle stazioni dei treni in Francia e anche come concierge a bordo delle navi Costa Crociere. Sono in grado di fornire servizi, ma anche osservare la clientela e registrarne i comportamenti, per affinare le strategie commerciali. Una nuova era è appena cominciata. (Guido Castellano) © RIPRODUZIONE RISERVATA

Cuore sportivo

Alpha 1S di Ubtech (499 euro) può giocare a calcio, assumere posizioni yoga e mimare mosse di kung fu, ballare a ritmo di musica: 16 motori lo rendono estremamente snodabile e altrettanto magnetico per i più piccoli.

Padrone della Forza

Il droide BB-8 uscito dalla saga di Star Wars e prodotto da Sphero, si comanda per mezzo di Force Band (venduti insieme a 230 euro), un braccialetto che riconosce i movimenti: basta stendere una mano e il robot comincia a rotolare.


Mattoncini 2.0

Svelato al Ces, la fiera della tecnologia di Las Vegas, disponibile dal prossimo agosto, Lego Boost permetterà di costruire un robot della forma desiderata con parti mobili (un androide, un cane, una chitarra) e di programmarlo tramite smartphone e tablet, rendendolo un giocattolo «vivo».

Aiuto in casa

Hub Robot di LG è un provetto maggiordomo: attiva condizionatore e lavatrice, spiega come si cucina una ricetta, riconosce ogni abitante della casa e lo saluta in modo personalizzato. Arriverà a fine anno.

La valigia che ti segue

Progettato dalla Piaggio (quella della Vespa) Gita è un robot intelligente che segue il suo proprietario. All’interno ha un vano di carico che può trasportare fino a 18 chili di bagaglio. Per ora è un prototipo, ma sarà disponibile già dall’anno prossimo.

Compagno di chip

Si muove, evita gli ostacoli, riproduce musica: Kuri (in arrivo in estate, a 650 euro) è un assistente domestico con due fotocamere al posto degli occhi, che immortala i momenti indimenticabili della vita familiare.

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CULTURA

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Comprare Guercino (anche) per amore L’unica cosa certa nel contemporaneo è l’incertezza. Lo scrive il New York Times e lo confermano gli esperti italiani. Che avvisano: meglio uscire dal recinto e puntare sull’arte antica, dove l’investimento non è soltanto una scommessa.

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ualcosa è cambiato. Lo scintillio dell’arte contemporanea, che ci ha tormentato negli ultimi dieci anni con vernissage esclusivi e overdosi di fiere e biennali da Miami a Hong Kong, pare davvero avviarsi al tramonto. Sembra che una piaga divina si sia abbattuta su tutto questo: la noia. Arte Fiera Bologna, la più longeva kermesse italiana per il moderno e contemporaneo, ha chiuso la 41esima edizione (lo scorso 30 gennaio) con 10 mila visitatori in meno rispetto al 2016. La storica dell’arte Angela Vettese, per la prima volta direttore artistico a Bologna, ha fatto l’impossibile per rianimare una manifestazione che negli ultimi anni aveva perso molta della sua allure. Gallerie più selezionate e alcuni stand dal livello museale, eppure tra i corridoi si respirava una certa stanchezza. «Manca la fame da preview» sintetizza il gallerista Roberto Niccoli. Ossia gli sciami di collezionisti che in poche ore dall’apertura compravano intere pareti, neanche facessero la spesa al Carrefour. «Se l’arte contemporanea si chiude in un recinto, rischia di diventare solo un investimento asfittico» riflette Vettese. «Curatori, gallerie, pubblico vip: è una catena che mostra ormai la sua età. Bisogna aprire alle manifatture, all’uomo artigiano. Lucio Fontana nella sua grande intelligenza faceva sia il taglio, il Concetto spaziale, sia il pasticcio con le mani ad Albissola. Sono per quella convivenza, per gli artisti che non si sono rinchiusi in San Pietro pentito una gabbia». del Guercino, Già nel 1972 il portato critico Lawrence Alalla fiera Modenantiquaria loway parlava di sida Robilant stema dell’arte: «Che + Voena e stimato oggi sta diventando circa un milione di euro. un presepe, sicura-

Sant’Agostino di Michelino da Besozzo, prezioso fondo oro proposto a Modena da Moretti fine art e stimato oltre 400 mila euro.


Due dame eleganti, olio su tela del 1885 di Vittorio Corcos, sarà portato in fiera a Modena dalla galleria Mason.

Un’opera su tavola del pittore cinquecentesco Lelio Orsi, con un valore di circa mezzo milione di euro e portato a Modena dalla galleria Cantore.

mente funzionale all’investimento, ma la produzione culturale è un’altra cosa. Dovremmo prenderci delle libertà da questo sistema» conclude Vettese. Un mondo fondato sulla circolazione del denaro, che sembra sempre più un fragile castello di carta. L’unica cosa certa del contemporaneo è l’incertezza, così scrive anche il New York Times in un recente articolo. I grandi collezionisti non rischiano più, si buttano sulle blue chip, gli acquisti sicuri, da Yves Klein a Josef Albers, una delle ultime riscoperte. Altra atmosfera si respira tra i cultori dell’antico, che attendono a marzo il sontuoso Tefaf di Maastricht, mentre tra pochi giorni inaugura Modenantiquaria (dall’11 al 19 febbraio, Modena Fiere), la più antica e importante vetrina annuale dell’antiquariato italiano. «Siamo arrivati all’ora zero e adesso stiamo risalendo.

Negli anni 80 qualsiasi “sciura” apriva una bottega di antichità, la crisi le ha spazzate via, oggi restano solo i grandi professionisti» racconta Pietro Cantore, presidente degli antiquari modenesi e anima culturale della mostra mercato, che parla di un rilancio in un momento ancora difficile e di una crescita insperata. «Stanno tornando cose belle e di qualità, e a prezzi giusti. La passione per l’arte antica da noi è ancora forte» continua. A Modena ci saranno opere importanti come un San Pietro pentito del Guercino portato da Robilant+Voena e un Sant’Agostino di Michelino da Besozzo, prezioso fondo oro della Moretti fine art. Paolo Fantuzzi, amministratore delegato di Modena Fiere, la cui gestione, ora arrivata al terzo anno, ha contribuito al rilancio della manifestazione, spiega: «Siamo gli unici ad avere il patrocinio

dall’associazione Antiquari d’Italia, che per questa edizione propone uno stand collettivo a cura dei dieci più importanti professionisti italiani del settore». Tra loro anche Fabrizio Moretti, gallerista attivo sul mercato internazionale: «L’arte non andrebbe vista come un bene da investimento finanziario, ma come qualcosa che migliora la qualità della vita» spiega. «L’arte antica si compra per amore, per senso filologico, per puro piacere. I grandi mecenati non pensavano certo a un ritorno». E poi affonda la lama: «Il collezionismo del contemporaneo è formato da tanti players per tanti oggetti. Nell’antico invece gli oggetti sono pochi e così pure i players». I quali, fino al 19 febbraio, sono in tempo per Modenantiquaria, dove buttarsi sul sicuro. (Terry Marocco) © RIPRODUZIONE RISERVATA

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SCENARI_CULTURA

Andrea Jemolo

La tomba di Papa Giulio II realizzata dal Buonarroti in San Pietro in Vincoli, a Roma.

Torna la vera luce di Michelangelo

La tomba di Giulio II è stata illuminata da Lottomatica grazie al contributo del Gioco del lotto.

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alla scalinata di San Pietro in Vincoli, si ammira uno dei tramonti più struggenti di Roma. Anche il transetto della chiesa custodiva il suo capolavoro di luce cangiante, scolpito da Michelangelo a metà Cinquecento: la tomba di Papa Giulio II della Rovere, accesa da una coppia di finestre che vestivano di spessore il Mosè protagonista. Il tempo, però, ha imposto le sue cicatrici: polverose patine dei secoli a parte, l’intervento umano ha lasciato un’ingombrante impronta. Una finestra è stata sbarrata, l’altra è stata ingrandita, col risultato di spegnere l’effetto di profondità sull’opera. Una sintesi di perizia e tecnologia ha ora restituito le condizioni originali: prima sono stati rilevati intensità e colori trasmessi dai raggi solari nelle varie ore del giorno, poi sono state installate lampade a led e creato un software per riprodurre le tonalità della luce in modo fedele. Un’intuizione frutto della collaborazione tra Mario Nanni, specialista di illuminazioni, che ha curato l’impianto, e il restauratore Antonio Forcellino, che ha pulito il monumento recuperando le sfumature autentiche del marmo. Fabio Cairoli, 51 anni, presidente e amministratore delegato di Lottomatica Holding.

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Panorama | 9 febbraio 2017

Un progetto complesso, firmato dalla Soprintendenza speciale per il Colosseo e l’area archeologica centrale di Roma con il contributo del Gioco del lotto. È l’ultimo passo di un percorso avviato nel 2000, con un primo restauro della tomba di Giulio II che sarà valorizzata anche da campagne di comunicazione. «Questa è la tappa conclusiva della valorizzazione di un capolavoro di fama mondiale, iniziata 17 anni fa, quando Lottomatica decise di supportarlo attraverso il Gioco del lotto» spiega a Panorama Fabio Cairoli, presidente e amministratore delegato di Lottomatica Holding. «Un scelta dettata anche dalla relazione storica tra il Lotto e il patrimonio culturale del nostro Paese» aggiunge. «Penso sia un esempio di come pubblico e privato possano cooperare concretamente per sostenere progetti di rilevanza sociale». Non solo nell’universo dell’arte: «A ulteriore conferma del nostro approccio, a breve promuoveremo un’iniziativa che si concentrerà su un altro tema a cui teniamo molto: il supporto ai nostri giovani laureati» anticipa Cairoli. Ancora luce. Per illuminare percorsi di futuro. (Marco Morello) © RIPRODUZIONE RISERVATA


Alessandro Saffo/SIME

L’area archeologica di Selinunte, in provincia di Trapani.

Il vino che può salvare Selinunte

Vito Varvaro, presidente di Cantine Settesoli, spiega l’iniziativa a sostegno del sito archeologico.

È

di Vito Varvaro*

possibile mettere d’accordo realtà commerciali, bellezza del territorio e beni culturali? Si possono sposare gli obiettivi dei viticoltori siciliani con la valorizzazione del sito archeologico di Selinunte? Il progetto di Cantine Settesoli dimostra che si può fare, integrando la volontà delle istituzioni con quella dei privati sensibili alla bellezza. Cantine Settesoli è una comunità siciliana del vino, fondata a Menfi (Agrigento) e formata da 2 mila viticoltori. Da oltre 50 anni, si prende cura di un vigneto di 6 mila ettari sulla costa sud occidentale dell’isola dove si coltivano 28 differenti tipi di uva. E da qui, 25 milioni di bottiglie vengono prodotte e distribuite in oltre 30 Paesi del mondo, dando vita a un sistema che consente di generare reddito per ogni singolo agricoltore. Ma l’attenzione di Cantine Settesoli non è rivolta soltanto all’aspetto commerciale. Uno dei punti chiave della missione aziendale è quello di favorire lo sviluppo del territorio anche dal punto di vista turistico e culturale. Da questa volontà è nato un progetto di fundraising in favore del più grande parco archeologico d’Europa, quello di Selinunte: un patrimonio di inestimabile valore,

incorniciato proprio dai vigneti di Cantine Settesoli, e che necessita di continue cure di restauro e manutenzione. In accordo con l’assessorato regionale ai Beni culturali e identità siciliana e con la direzione del parco, a settembre 2016 è partita la campagna di raccolta fondi Settesoli sostiene Selinunte. Chiunque può partecipare comprando una bottiglia di vino Settesoli (distribuito nei supermercati di tutta Italia) oppure attraverso libere donazioni (con la possibilità usufruire delle detrazioni fiscali previste dalla legge Art bonus). Cantine Settesoli è riuscita a coinvolgere nel progetto di solidarietà altre realtà aziendali; è nato il sito Settesolisostieneselinunte.it, dove è possibile seguire l’evoluzione della raccolta; ed è stata promossa una campagna televisiva nazionale sulle reti Rai, Mediaset e La7. L’obiettivo è raggiungere i 500 mila euro necessari per illuminare la cinta muraria del sito archeologico e restaurare il tempio C. L’ambizione di migliorare la fruibilità del parco, così, diventerà realtà. Grazie al lavoro di tutti. *Presidente di Cantine Settesoli 9 febbraio 2017 | Panorama

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PANORAMA PER RANGE ROVER EVOQUE

LA VERA AVVENTURA È IN CITTÀ DIMENSIONI COMPATTE, STILE METROPOLITANO, ANIMA TECNOLOGICA. RANGE ROVER EVOQUE URBAN ATTITUDE EDITION: LA LIBERTÀ DI VIVERE L’URBAN STYLE.

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uò un auto cambiare la propria quotidianità? Può regalare al proprio vissuto urbano fatto di tragitti più o meno prevedibili dimensioni fisiche ed emotive mai esplorate? La risposta è decisamente positiva a giudicare dal successo di Range Rover Evoque, un SUV dalle dimensioni compatte che da qualche anno percorre con sempre più frequenza e visibilità le strade delle grandi città italiane. Indubbiamente l’heritage off-road e l’immaginario avventuroso legato al brand Range Rover non devono essere stati ininfluenti a favorirne l’affermazione, ma sicuramente il design slanciato con le linee ben scolpite, i sofisticati contenuti tecnologici e lo stile degli interni hanno sedotto un pubblico esigente, sensibile alle continue innovazioni che rendono sempre interessante il presente. Con queste premesse il successo di Range Rover Evoque sarà replicato da una Limited Edition a due ruote motrici anteriori di soli 550 esemplari con un appeal ancora più metropolitano: la Range Rover Evoque Urban Attitude Edition. Un’auto sofisticata, elegante e cool che consentirà anche a un target più giovane di vivere con stile e con spirito d’avventura – è sempre una Land Rover! - la città e di scoprire che anche un percorso urbano può


regalare emozioni inaspettate. Che si tratti, infatti, di un quartiere inesplorato, di un centro storico articolato o di una larga strada periferica, la posizione elevata di guida regala una prospettiva dominante e una sicurezza dinamica mai provata prima. Assicurato anche il divertimento di guida grazie alla motorizzazione Diesel 2.0 da 150 CV con trasmissione manuale a 6 rapporti. Il sottile piacere di catalizzare in giro gli sguardi “giusti” è favorito dall’elegante contrasto tra il Fuji White della carrozzeria e il nero del tetto che esaltano ancora di più la bellezza del design. Il confort di vita a bordo non si discute con i materiali e le finiture di altissima qualità, le linee pulite del design interno e la sofisticata strumentazione di

Range Rover Evoque Urban Attitude Edition

Motorizzazione Diesel 2 litri - 150 CV, 2WD con trasmissione manuale a 6 rapporti, vernice Fuji White, tetto a contrasto nero, cerchi in lega da 19” con finitura Sparkle Silver, navigatore satellitare, sensori di parcheggio anteriori, posteriori e Rear View Camera: Euro 37.100 (chiavi in mano).

guida, compreso il navigatore satellitare. Di grandissima utilità per muoversi agevolmente anche negli spazi più angusti i sensori di parcheggio anteriori, posteriori e la telecamera posteriore Rear View Camera. In definitiva, se è pur vero che gli Urban SUV sono sempre più numerosi in città, vivere quest’ultima da protagonisti con lo stile della Range Rover Evoque, e in particolare della sua versione Urban Attitude Edition, fa una bella differenza.

Una Range Rover di successo

Sebbene proposta nel numero limitato di 550 unità, Range Rover Evoque Urban Attitude arricchisce con la versione 2.0 Diesel l’offerta di Range Rover Evoque, il SUV compatto di lusso più riconoscibile al mondo. A 6 anni dal lancio in Italia, nel 2016 ha registrato un incremento delle vendite del 28,7% rispetto al 2015, superando le 10.000 unità vendute nell’anno.


IN EDICOLA LA PROSSIMA SETTIMANA

Columbia Pictures/Courtesy Everett Collection

superanteprima

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INFERNO

Panorama | 9 febbraio 2017


Da giovedì 16 febbraio il dvd e il blu ray con Panorama e in streaming su Panorama.it

Dal bestseller di Dan Brown una nuova avventura mozzafiato tra simboli medievali e complotti globali.

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a Firenze a Venezia fino a Istan- tracce collegate al sommo Dante bul. A gran ritmo da un museo Alighieri. «Inferno sarà la fine», è la all’altro, da un indizio da deci- minaccia che subito ricorre. Il miliofrare a un simbolo nascosto da nario bioingegnere Bertrand Zobrist scovare, Tom Hanks ha perso la (Ben Foster), tormentato dalle consememoria ma non il suo smalto guenze letali a cui potrebbe portare da esperto risolutore di enigmi. Eccolo la sovrappopolazione del pianeta, di nuovo protagonista di un thriller escogita un inquietante complotto. Braccato da tre uomini, si lascia avvincente che mescola letteratura, storia dell’arte e suspense. È ancora cadere dalla vetta di un campanile di lui l’iconico professore di simbologia Firenze. Anche Robert Langdon è a Robert Langdon in Inferno, prossima Firenze ma non sa perché. Si ritrova anteprima in dvd in uscita con Pano- su un letto d’ospedale, senza ricordarama. Dopo Il codice da Vinci e An- re più niente, assistito dalla dottoresgeli e demoni, Ron Howard rinnova sa Sienna Brooks (Felicity Jones). Lo la sinergia vincente con Dan Brown torturano visioni che gli richiamano adattando per la terza volta uno dei l’Inferno della Divina Commedia dantesca. Ma Langdon non è suoi romanzi di successo. Nella pagina Lo studioso dal volto accanto, Tom Hanks al sicuro neanche in ospee Felicity Jones in dale: è inseguito da qualindelebile di Hanks è alle una scena di Inferno, cuno che lo vuole elimiprese con una misteriosa a Venezia. Sotto, l’attore Omar Sy. nare. Sarà la dottoressa amnesia e una serie di Brooks a proteggerlo e ad aiutarlo a ricostruire i suoi ultimi giorni in Toscana. Per farlo i due dovranno capire cosa nasconde la mappa dell’Inferno disegnata da Botticelli, scrutare da vicino la maschera della morte del «divino» poeta, cogliere il significato arcano di alcune citazioni del Paradiso... Correndo dal Giardino di Boboli fino alla Galleria degli Uffizi, da piazza San Marco al Palazzo dei Dogi, il film è un magnifico spot turistico alle bellezze italiane. E un intrigante allenamento mentale. n

TUTTI I CODICI DEL MISTERO Con Panorama arriva anche il cofanetto dvd con i film Il codice da Vinci e Angeli e demoni, tratti dagli omonimi thriller di Dan Brown e interpretati da Tom Hanks. Dal 16 febbraio, in edicola a soli 12,90 euro (rivista esclusa).

9 febbraio 2017 | Panorama

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Roberto Fico

Guida politica degli ortodossi, chiede un ritorno alle origini (contro Di Maio).

Medusa era la temuta figura mitologica greca che faceva la guardiana e che pietrificava chiunque incrociasse il suo sguardo. Anche Grillo si ergeva a guardiano del popolo e avrebbe voluto pietrificare i suoi avversari. Medusa finì decapitata da Perseo, Grillo rischia di decapitarsi da solo (nella foto piccola, il famoso quadro di Caravaggio che la raffigura e che ha ispirato l’elaborazione di Panorama).

Rocco Casalino

Stefano Carrara

Davide Casaleggio

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Al padre i militanti riconoscevano un’altra statura. Perciò lo rispettano relativamente.

Panorama | 9 febbraio 2017

Virginia Raggi

Grillo la difende anima e corpo. La sensazione è che, a Roma, si stia giocando il tutto per tutto.

Roberta Lombardi

Grillo la accusa di aver fomentato gli scandali romani. Ma gode di grande popolarità.

Grillo gli ha affidato il potere assoluto di controllo sui parlamentari. Che lo detestano...


EXNUOVO COPERTINA

Luigi Di Maio

Casaleggio e Grillo puntano decisi su Giggino. Tuttavia, dentro l’M5s molti gli remano contro.

Carrierismi, familismi, clientele. Poi veleni, inchieste e dossier costruiti ad arte. Così i 5 Stelle hanno smarrito la loro diversità. Fino a diventare come tutti gli altri partiti.. di Carlo Puca

Alessandro Di Battista

«Dibba» è una via di mezzo tra Di Maio e Fico. Come leader, potrebbe anche spuntarla lui.

MA VE LI MERITATE Vedere la gridata purezza dei Cinque Stelle sgonfiarsi come un soufflé e il movimento dimostrarsi un gruppo di dilettanti allo sbaraglio fa gongolare gli avversari politici che temono di essere spazzati via dall’onda populista. Quegli avversari, però, dimenticano che se la diversità dei grillini era presunta, la stanchezza della gente verso il Palazzo è reale. Diremmo sacrosanta. Anni di malgoverno, di guerre e di giochi tutti interni ai partiti, di corruzione e di inefficienza, hanno partorito l’esasperazione dei cittadini. Stiano attenti, dunque, i signori dei partiti a fregarsi le mani per le crisi altrui perché oggi la priorità diffusa tra la gente è quella di dare la spallata perfino turandosi il naso di fronte ai Trump, alle Le Pen e ai comici-tribuni. Finché si vedranno aule parlamentari vuote anche quando si parla dell’emergenza terremoto, finché la torre politica rimarrà d’avorio, la si vorrà buttare giù costi quel che costi.

D

ieci febbraio 2008. Quel giorno, era un giovedì, sotto il titolo di «comunicato politico n° 1», Beppe Grillo pubblicava sul suo blog il primo manifesto dei 5 Stelle. Sulla home-page spiccava l’immagine del comico in versione Indro Montanelli, sguardo minaccioso e una mitica macchina da scrivere, la Lettera 22 sulle ginocchia. Insomma, dopo esperienze minori, debuttava ufficialmente il «duro e puro» moVimento grillino. E lo faceva con propositi caparbi: lo streaming, la trasparenza amministrativa, la meritocrazia contro la partitocrazia, le iniziative di legge di proposta popolare sul Parlamento pulito, i condannati da cacciare, gli indagati (almeno) da non candidare. Cinque anni dopo, il moVimento è rimasto duro, ma si è fatto impuro. Lo streaming è completamente sparito dai radar, anzi dai wifi nazionale e internazionale. Le chat della compagnia di giro di Virginia Raggi hanno invece svelato la guerra totale che dilania l’intestino dei 5 Stelle, peggiore di quella che caratterizzò la Democrazia cristiana; allora, infatti, almeno si combatteva per correnti; oggi, tra i pentastellati, ogni singolo capataz fa da sé, mosso dall’obiettivo permanente di fregare l’altro, foss’anche il suo migliore amico. Figurarsi un nemico. 9 febbraio 2017 | Panorama

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COPERTINA

I...

OMBOL I CAPIT

È così che si è arrivati ai veleni, al presunto dossier fabbricato da tre ex consiglieri comunali contro Marcello De Vito per escluderlo dalla corsa al Campidoglio in favore di Virginia Raggi. È sempre così che sono circolate le cattiverie sulla baby sitter assunta da Roberta Lombardi e messa a nota spese di Montecitorio. È ancora così che sono volate e volano brutte chiacchiere sul candidato premier in pectore, Luigi Di Maio. Il 5 agosto 2016 Di Maio venne informato via mail dalla senatrice Paola Taverna delle indagini sull’allora assessora all’Ambiente di Roma, Paola Muraro. Ma poi giurò di non averla letta. Non paghi, molti parlamentari rivelano sottovoce che nelle loro riunioni riservate «Luigi difendeva calorosamente Muraro» e anche Raffaele Marra (poi arrestato), Salvatore Romeo (indagato) e la stessa Raggi (idem). «Che interesse aveva?» sussurrano i suddetti con la classica risatina da complottista. Si dirà: questo è il melmoso teatrino romano, chiunque lo calchi, prima o poi si sporca. Pensiero inesatto, i capataz cospirano ovunque. In alcuni luoghi (Ravenna, Rimini, Salerno, Caserta, Latina, la Regione Sardegna) i 5 Stelle hanno persino rinunciato a presentare le liste alle elezioni a causa degli scontri interni (dossier compresi). In altri posti, per le tensioni, si sono auto eliminati dalla corsa per la vittoria, come a Milano e a Napoli, dove il battagliare tra Di Maio e Roberto Fico si è fatto insostenibile. Il caso più pittoresco, tuttavia, rimane quello di Porto Torres, in Sardegna. Qui la capogruppo del M5s, Paola Conticelli, è stata espulsa perché «il mio compagno è un giornalista» nemico del sindaco Sean Christian Wheeler, detto «l’americano». Complimenti, manco Donald Trump sarebbe arrivato a tanto... Tra l’altro, questo rimane l’unico episodio di espulsione per motivi parentali. Proprio i 5 Stelle, infatti, sono il gruppo politico più familistico d’Italia, a partire dai 32

Panorama | 9 febbraio 2017

Gennaio 2016

Caso Quarto

30,4% Luglio 2016

Maggio 2016

A Quarto, in provincia di Napoli, la procura ipotizza infilitrazioni mafiose nel Comune amministrato dal M5s. La sindaca viene espulsa dopo aver sostenuto che Fico e Di Maio, sapevano.

Sospensione Federico Pizzarotti Il Non statuto dei 5 Stelle viene modificato apposta per escludere il sindaco di Parma, Federico Pizzarotti, dalle elezioni del 2017. Alcuni parlamentari si schierano con lui.

24,6% Gennaio 2016

Luglio 2016

Dossier contro De Vito

Marco Lillo del Fatto quotidiano scopre l’esistenza di un dossier costruito a tavolino per screditare Marcello De Vito e favorire la corsa di Virginia Raggi al Campidoglio.

24,6% Maggio 2016


NSO CONSE ...MA IL FINORA ITO RISENT A H E N NON

31%

Febbraio 2017

30,9% Gennaio 2017

30,5% Settembre 2016

30,5%

* la percentuale è data dalla media rivelata da alcuni tra i principali istituti di sondaggio (Euromedia, Swg, Emg, Ipr, Tecné)

Dicembre 2016

Settembre 2016

Caso Muraro

L’allora assessora all’Ambiente del Comune di Roma è indagata. Raggi, ne era a conoscenza da luglio, ma lo rivela soltanto dopo mesi. Sostiene di aver informato il direttorio pentastellato. Ma nessuno ne sapeva nulla.

Dicembre 2016

Arresto Marra

Raffaele Marra, capo del personale del Comune di Roma e braccio destro di Virginia Raggi, finisce in carcere con l’accusa di corruzione: avrebbe incassato una maxi-tangente dall’imprenditore Sergio Scarpellini.

Grillo fa approvare on line l’adesione al gruppo Alde del Parlamento Ue. Ma all’ultimo istante il capogruppo Guy Verhofstadt rifiuta l’ingresso ai 5 Stelle. È la più brutta figura politica finora fatta dal movimento.

Gennaio 2017

Mancata iscrizione gruppo Alde nella Ue.

Alla sindaca di Roma vengono contestati i reati di falso e di abuso d’ufficio nella vicenda delle nomine dei dirigenti capitolini, in un’indagine che coinvolge anche Raffaele Marra per la nomina di suo fratello Renato alla direzione turismo.

Febbraio 2017

Raggi indagata 0 mese 2017 | Panorama

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Tania/A3/Contrasto - Ansa

vertici. Davide Casaleggio, dopo la morte del padre Gianroberto, ha ereditato società (la Casaleggio associati) e retroguida del partito (appunto, i 5 Stelle). Grillo ha creato l’Associazione moVimento 5 Stelle e si è nominato presidente. Come vice ha scelto il nipote, l’avvocato Enrico Grillo. Segretario è invece il suo commercialista, Enrico Maria Nadasi, membro del Cda della Filse, la finanziaria della regione Liguria, nominato (va da sé) in quota pentastellata. E se Beppe fa così, figurarsi il resto: Senato, Camera, l’Europarlamento, Regioni e Comuni pullulano di parenti, fidanzati, amici degli eletti. O di trombati alle elezioni e riciclati come assistenti, nel solco della peggiore tradizione partitocratica. Insomma, come documentato (Panorama del 19 gennaio scorso), altro che «lavoratori trasparenti, onesti e volenterosi, competenti e puliti» scelti su base curriculare e meritocratica, come annunciava nel marzo del 2013 la solita Lombardi. E non parliamo di poca gente: solo i 15 eurodeputati pentastellati sommano 103 collaboratori, lo stesso numero medio di qualsiasi partito tradizionale. Smarrita la strada della diversità politico-antropologica (qual è la differenza con gli altri?), pure la magistratura, un tempo vicina alle istanze dei 5 Stelle, ha cominciato a dubitare. E ci ha messo la testa. Ai primi avvisi di garanzia, il comico-leader ha reagito così: gli avversari politici «ci stanno combattendo con tutte le armi, comprese le denunce facili, che comunque comportano atti dovuti come l’iscrizione nel registro degli indagati o gli avvisi di garanzia». Ma i principali guai giudiziari sono tutt’altro che «denunce facili», anzi: riguardano la losca faccenda delle firme false raccolte per le comunali palermitane del 2012 e i pasticci di Virginia Raggi (e relativa corte) al Campidoglio. Per metterci una pezza, Grillo e Casaleggio hanno imposto, il 3 gennaio 2017, il nuovo Codice etico. Stabilisce l’obbligo di dimissioni solo in caso di condanna di primo grado 34

Panorama | 9 febbraio 2017

e, comunque, non per i reati di opinione. Inoltre, fatto più importante, l’avviso di garanzia non comporta più la sospensione o l’espulsione, tantomeno le dimissioni. Sono tutte indicazioni, queste, che negano la storica natura grillina. Già il 10 dicembre del 2009, infatti, il comico genovese aveva diffuso il «Non Statuto». All’articolo 7 prevede, per candidati e iscritti, il criterio dell’esclusione per qualsiasi procedimento penale in corso e l’obbligo di informare il moVimento. Era quello il periodo in cui Luigi Di Maio diceva: «Non sono a favore della presunzione d’innocenza per i politici. Se uno è indagato, deve lasciare». Ancora più netto risultava Grillo: «Basta essere indagato e sei fuori». Ecco, gli indagati. Alla nascita del M5s, il comico li etichettava come «diversamente onesti». Nel corso degli anni la presunzione d’innocenza proprio non è esistita, valeva lo slogan «o-ne-stà, o-ne-stà», tanto è vero che a ogni sospiro dei pm sui politici, corrispondeva una richiesta di dimissioni. Grillo arrivava a coniare la rubrica L’indagato del giorno e a maramaldeggiare sugli avvisi di garanzia al Pd («Sono come i rotoloni Regina, non finiscono mai...»). A volte, anche quando indagati non ce n’erano, la ghigliottina pentastellata si abbatteva lo stesso, anche per bocca dei vari Di Maio, Fico e Alessandro Di Battista contro Angelino Alfano, Maurizio Lupi, Giovanni Toti e altri ancora. Anche perché, nel frattempo, le norme etiche del moVimento si facevano sempre più stringenti. È accaduto con i regolamenti emanati nel 2013 e nel 2014 e con il codice di comportamento per i candidati a Roma, approvato nel febbraio 2016, con il quale debutta pure la multa da 150 mila euro per i renitenti alla linea di Grillo. A ottobre 2016 l’asticella si è alzata ancora, con la modifica dell’articolo 5 del Non Statuto. Introduce una sospensione di 24 mesi costruita ad personam contro l’irriducibile sindaco di Parma Federico Pizzarotti, che perciò molla il moVimento per fondarne uno suo. Insomma, per molti anni la strategia di Grillo e dei due Casaleggio (prima Gianroberto e poi Davide) è stata chiarissima: più i 5 Stelle si impantanavano, più stringevano la forca giustizialista. E per due ragioni. La prima era mediatica:

il continuo rilancio sulle manette facili serviva a distrarre l’opinione pubblica. La seconda ragione era invece interna: con le sospensioni ed espulsioni selettive, infatti, Grillo e i Casaleggio hanno potuto liberarsi delle figure per loro più scomode. I vari fulmini giudiziari che hanno investito il moVimento segnalano infatti una disparità di trattamento impressionante. Per citare un caso dimenticato, nel 2013, in Piemonte, due consiglieri regionali (Davide Bono e Fabrizio Biolè) vennero indagati per rimborsopoli, ma poi archiviati. Bono è stato ricandidato come governatore, Biolè fatto accomodare fuori dal moVimento, proprio come Pizzarotti. Nel febbraio 2016 è invece esploso il caso-Quarto. Nel paesone in provincia di Napoli, Rosa Capuozzo è stata espulsa dopo aver respinto la richiesta di dimissioni da sindaco avanzata da Grillo perché «siamo il moVimento 5 Stelle e non un Pd qualsiasi…». Il Comune era stato infatti investito da un’inchiesta su presunte infiltrazioni camorristiche partita dai ricatti del consigliere comunale M5s, Giovanni De Robbio, ai danni della prima cittadina. In questo caso, siamo all’apoteosi del procedere selettivo.


Cacciati

COPERTINA

A sinistra: Federico Pizzarotti, sindaco di Parma. A destra: Rosa Capuozzo, prima cittadina di Quarto (Napoli). Entrambi sono stati fatti sloggiare dai 5 Stelle.

Capuozzo è stata infatti ignorata dai vertici nazionali del suo movimento anche quando si addentrava in operazioni discutibili. A parte il fatto di abitare in una mansarda abusiva, la sindaca ha: mantenuto l’appalto del marito tipografo con il municipio; cancellato la convenzione comunale con la squadra anticamorra Nuova Quarto Calcio per la Legalità; revocato la pubblicazione del Puc (Piano urbanistico comunale) approvato dalla commissione prefettizia insediatasi al Comune dopo il precedente scioglimento per camorra. Soltanto dopo è spuntato il presunto ricatto. Sul quale, comunque, lo stato maggiore grillino ha inizialmente di-

feso, come un sol uomo, la prima cittadina. Capuozzo, per dirla chiara, è stata espulsa quando ha ammesso che al M5s sono andati «anche i voti sporchi» e ha detto che «Di Maio e Fico lo sapevano», trascinandoli nella polemica politica e giudiziaria. Altrimenti Rosa sarebbe ancora lì a esercitare le sue pratiche amministrative in nome e per conto dei 5 Stelle. Ancora: nel maggio del 2016, il sindaco di Pomezia, Fabio Fucci, ha annunciato di aver ricevuto ben due avvisi di garanzia, poi archiviati, dei quali però non ha detto nulla ai vertici del moVimento. Per un

Finiti i tempi delle norme etiche stringenti e delle forche giustizialiste

I GRILLINI SI SONO ADEGUATI AI politici DI PROFESSIONE

uguale silenzio, Pizzarotti è stato messo alla porta, Fucci è ancora lì, né sospeso né espulso. Così anche il sindaco di Livorno, Filippo Nogarin, indagato per abuso d’ufficio per lo stanziamento di quasi 40 mila euro all’anno per rimborsare agli amministratori le spese per raggiungere il Comune. Attenzione, però: tale strategia della «doppia morale» (affettuosi con gli amici, feroci con i nemici) ha funzionato benissimo. Finora, stando ai sondaggi, a ogni crisi nei 5 Stelle è seguito un avanzamento nel gradimento degli italiani: la Medusa-Grillo è sempre stata capace di pietrificare chiunque incrociasse il suo sguardo da giustiziere, nessun Perseo è riuscito a ucciderlo. Tuttavia, il gioco ha retto finché ha potuto. Ovvero fino al dicembre del 2016, quando a Palermo, dopo un servizio de Le Iene di Italia Uno, la procura ha scoperto l’esistenza di almeno 200 firme false, indispensabili per presentare la lista del M5s alle comunali del 2012. Tredici gli indagati pentastellati, compresi due deputati regionali, Claudia La Rocca e Giorgio Ciaccio, che hanno confermato la vicenda e si sono autosospesi, e i parlamentari nazionali Riccardo Nuti, Giulia Di Vita e Claudio Mannino, poi sospesi dal moVimento. Sospesi, appunto, non espulsi, mentre in passato altri parlamentari e sindaci erano stati cacciati per molto meno. Quanto a Raggi, la sua parabola è raccontata nelle pagine seguenti. È certo, però, che tra omissioni, bugie, chat, nomine, inchieste giudiziarie, avvisi di garanzia, sembra, parafrasando Grillo, «un Pd qualsiasi». Anzi peggio perché, stando alle indagini della Procura di Roma, dopo aver promesso trasparenza e onestà, avrebbe licenziato i puri (Marcello Minenna, Carla Raineri) per circondarsi di impuri, gli indagati Paola Muraro e Salvatore Romeo e l’arrestato Raffaele Marra. È evidente: difendendo Virginia («Er sinnaco de Roma nun se tocca»), la MedusaGrillo difende anche il suo discutibile giro. E se alla fine fosse proprio Raggi l’involontario Perseo contemporaneo? n © RIPRODUZIONE RISERVATA

9 febbraio 2017 | Panorama

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Virginia nel suo labirinto In sette mesi di lavoro, la sindaca rivendica 43 provvedimenti varati e 91 successi raggiunti. Ma Roma resta la città europea più sporca, triste e trascurata.

di Bruno Vespa 36

Panorama | 9 febbraio 2017

È

passato un secolo da quel 12 luglio 2016 in cui Virginia Raggi, fresca di una spettacolare vittoria alle elezioni comunali di Roma, posta su Twitter la foto della prima visita in Campidoglio del suo mentore Beppe Grillo. Seduta sul margine esterno della poltrona, le mani incrociate sulle ginocchia, Virginia assomiglia alla Vergine di uno dei tanti dipinti dell’Annunciazione, in atto composto e devoto verso l’Angelo. Oppure, se vogliamo scendere sulla terra, alla prima Irene Pivetti quando incontrava Umberto Bossi. A ben vedere, sia la Raggi che la Pivetti avevano un ruolo istituzionale maggiore dei loro interlocutori. Ma li guardavano giustamente rapite come fonte di Grazia. Grillo mi ha detto tempo fa che non riesco a stargli sulle scatole. Ricambio la cortesia ammettendo che Raggi mi sta simpatica. Quando la intervistai a lungo a Porta a porta poco prima delle elezioni, se la cavò egregiamente. Certo, parlava un po’ per frasi fatte, ma le diceva bene, condendole - come fa oggi - con un bel sorriso disarmante. Da allora non l’ho più vista, grazie a una fatwa del M5s e in particolare di Roberto Fico, che sarà pure in disgrazia presso Grillo, ma è presidente della commissione di Vigilanza sulla Rai, cioè sull’azienda in cui lavoro. (Nonostante Rocco Casalino, plenipotenziario del M5s per la comunicazione, dica che sono il giornalista televisivo più corretto e lo abbia ripetuto davanti a Grillo). L’ultima di Fico è del 26 agosto scorso e ha effetti perduranti sul divieto ai membri del M5s di venire a Porta a porta. C’era stato il primo terremoto di Amatrice e convenimmo con il ministro Graziano Delrio e il geologo Francesco Peduto che la ricostruzione dopo la tragedia avrebbe potuto ridare fiato all’economia dei centri distrutti come è avvenuto a L’Aquila e in Emilia. Fico disse che «affermare che il terremoto produce economia è a dir poco criminale» invocando la mia espulsione dal servizio pubblico. Peccato che il 26 ottobre successivo un eminente e signorile dirigente del M5s, Danilo Toninelli, ospite di Otto e mezzo disse: «La ricostruzione salverà le vite e creerà decine di migliaia di posti di lavoro. Lo dicono i centri studi: un miliardo di euro investito in ricostruzioni sono 15 mila posti di lavoro». Anche Toninelli merita l’espulsione? Ma torniamo alla Raggi. Fare il sindaco di Roma è più difficile che fare il presidente del Consiglio. Consapevole che il disprezzo dei romani per la destra e la sinistra al governo della capitale l’avrebbe portata al Campidoglio su un currus triomphalis, qualche misura avrebbe dovuto prenderla per tempo. È vero che Torino ha minori difficoltà di Roma, ma quando Chiara Appendino è stata eletta, la giunta era pronta e il suo approccio istituzionale le sta procurando rispetto e vantaggi. Volete che la Raggi non avrebbe potuto scegliere per tempo fior da fiore, visto che il carro del vincitore è sempre allettante? E invece s’è comportata come se fosse stata sorteggiata un minuto prima delle elezioni. Aveva due punti di forza in giunta: il magistrato Carla Raineri e l’assessore al Bilancio Marcello Minenna. Fuori


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Virgina Raggi, 38 anni, dal 22 giugno scorso è sindaca di Roma.

Vincenzo Tersigni / Eidon

entrambi. Dimissionari i nuovi dirigenti delle aziende dei trasporti e dei rifiuti: i punti nodali di una città precipitata a condizioni da terzo mondo. Dimissionario un altro assessore al Bilancio perché indagato. Dimissionaria l’assessore all’Ambiente Paola Muraro, di cui fu nascosto per mesi un avviso di garanzia. L’aspetto più incomprensibile sono tuttavia i «quattro amici al bar». Certamente i colleghi della Raggi a Londra, Parigi e Berlino avranno intorno a sé uomini di fiducia. Renzi ha il «giglio magico», derivazione immaginifica del «cerchio magico» di Silvio Berlusconi. Ma l’idea che una città complessa e strategica come Roma possa essere governata con la decisiva assistenza di Raffaele Marra, Daniele Frongia e Salvatore Romeo lascia letteralmente interdetti. Frongia passa da consigliere comunale a capo di gabinetto, retrocesso poi a vice sindaco e dimissionario anche da questo incarico. Marra è un ufficiale della Guardia di finanza brillante e manovriero che lascia il Corpo per entrare nell’entourage di Gianni Alemanno. Collabora con la giunta di centrodestra di Renata Polverini. Diventa vice capo di gabinetto, poi viene retrocesso a capo del personale ruolo di cui avrebbe abusato per far nominare il fratello Renato, dirigente dei vigili urbani, a direttore del servizio turismo. Viene poi arrestato per corruzione insieme con un costruttore. Salvatore Romeo è un dipendente comunale che Raggi eleva a capo della sua segreteria politica triplicandogli lo stipendio. Anche lui deve dimettersi. Si scopre poi che la Raggi è intestataria a sua insaputa di una polizza vita stipulata da Romeo «per ragioni affettive» pur negando coinvolgimenti sentimentali. Insomma un disastro, che porta la Raggi a doversi difendere dalle accuse di falso e di abuso d’ufficio, accusa – quest’ultima – contestata anche a Romeo. Disastrosa nella formazione della squadra di testa, la Raggi è finita sui giornali di tutto il mondo per aver rinunciato alle Olimpiadi. È noto, purtroppo, che a Roma dopo i Giochi del 1960 sono state costruite tre sole opere pubbliche significative: l’Auditorium di Renzo Piano, il Ponte della musica di Buro Happold e la Nuvola di Massimiliano Fuksas. Le Olimpiadi avrebbero potuto essere una straordinaria occasione per ammodernare la città. Ora non sarebbe contraria a costruire il nuovo stadio della Roma (#famolostadio, le ha scritto Francesco Totti) ma il suo assessore ai Lavori pubblici è irremovibile. Grillo la difende perché in un anno elettorale non può ammettere di aver fallito sulla prova della capacità del M5s di governare l’Italia. Nonostante la rivolta della base che non perdona alla Raggi anche di essersi circondata di uomini di destra. E ha diffuso l’elenco dei 43 provvedimenti adottati nei sette mesi di lavoro della giunta (e con rilancio via Facebook di 91 successi). Qualcosa di buono c’è. Ma il centro storico resta spesso sommerso di rifiuti e Roma resta la metropoli europea più sporca, triste, meno illuminata. Milano è salita in Europa, Roma rischia di scivolare in Africa. Virginia, se ci sei, batti un colpo. n

9 febbraio 2017| Panorama

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La rinuncia al dogma della propria premiership, il premio di coalizione nella legge elettorale, un incontro con Bolloré per difendere l’italianità: l’ex capo del governo cerca di riconquistare la fiducia di Silvio Berlusconi pur di votare al più presto. Anche se c’è da fare i conti col «fattore Mattarella». di Keyser Söze

In fondo non gli dispiace. Pragmatico com’è, Matteo Renzi accetta l’idea del do ut des, come uno degli obblighi, delle incombenze che regolano alcuni passaggi delicati della politica, come della vita. E, nella sua situazione attuale, non certo facile, l’ipotesi di un «compromesso» rappresenta un’onorevole via d’uscita. Ma quale? A uno dei tanti inquilini del Palazzo che gli spiegava l’interesse di Silvio Berlusconi per una modifica della legge elettorale, prodotta dalla Consulta, che introducesse il «premio di coalizione», ha risposto: «Io non sono entusiasta del premio alla coalizione, per filosofia e altro, ma se lui lo vuole e comprende, contemporaneamente, che il Paese ha bisogno di andare alle elezioni a giugno, io sono pronto». Inutile dire che il «lui» è, appunto, il Cavaliere. E quella proposta non è di poco conto, perché rappresenta nella testa dell’ex-premier una mezza rivoluzione copernicana. Viene meno, infatti, il secondo dogma del Renzismo: il primo, anticipato tempo fa, proprio da Panorama, è stata la disponibilità a rinunciare alla premiership, che ha mandato in soffitta la figura del Renzi «dominus» incontrastato, che il segretario del Pd aveva coltivato ed evocato per tutto il periodo della sua permanenza a Palazzo Chigi. Ora con la disponibilità ad accettare il premio di coalizione, cade anche il presupposto indispensabile per l’altro caposaldo della filosofia renziana, cioè il partito della Nazione: al posto del partito-contenitore che mette insieme Denis Verdini, Angelino Alfano, Maria Elena Boschi e Pier Luigi Bersani, cioè il diavolo e l’acqua santa, si ritorna allo schema più tradizionale della coalizione tra 38

Panorama | 9 febbraio 2017

IMAGOECONOMICA

Perché Renzi torna dalle parti di Arcore partiti diversi. Quindi, la metamorfosi di Renzi è compiuta, con questo che è, nei fatti, un altro passo, probabilmente l’ultimo, verso il Cav. Ora toccherà a Berlusconi decidere. Eh sì, perché, nelle ultime settimane, di passi per riaprire un dialogo con Berlusconi e riconquistarne la fiducia, Renzi ne ha compiuti tanti. Addirittura i bene informati raccontano che il 3 febbraio l’ex-premier ha incontrato Vincent Bolloré, il patron di Vivendi, la società francese che ha tentato un’Opa ostile su Mediaset, per spezzare una lancia in difesa dell’italianità del Biscione. Un altro segnale rilevante, lanciato al Cavaliere, per riprendere il filo di un dialogo, che, sempre nel rispetto delle diversità, potrebbe essere proficuo per entrambi, in questa complessa fase di transizione. Renzi, ha capito, infatti, che Matteo Salvini, Giorgia Meloni e, per alcuni versi, Beppe Grillo, sono costretti - o per convinzione, o perché obbligati dal loro

L’articolo del 5 gennaio su Panorama che anticipava l’intenzione di Renzi di non candidarsi a premier. La notizia è stata rilanciata alcune settimane dopo sui quotidiani (sotto, il Corriere della Sera del 3 febbraio).


Matteo Renzi, 42 anni. In vista del voto, il segretario del Pd sta riaprendo un canale di dialogo con il leader del centrodestra, Silvio Berlusconi.

gittimato dagli elettori, per confrontarci con l’Europa sulla legge di Stabilità, altrimenti quelli ci romperanno le ossa». E Berlusconi? Il canale di comunicazione con Renzi si è riaperto e, magari, presto sarà anche diretto. Resta, però, un atteggiamento enigmatico del Cav sul voto.

elettorato - ad assecondare l’ipotesi di elezioni a giugno. Per cui i suoi avversari nel Pd, che puntano a rinviare le urne al 2018 nella speranza di cucinarselo, hanno un unico punto di riferimento esterno, cioè il Cav. «So che molti» ha raccontato Renzi ai superstiti del Giglio magico «sono andati a parlare con Berlusconi per informarlo che sono più debole. Magari lo sarò pure, ma finché sono segretario del Pd, sarà per le candidature, sarà perché per essere messi in lista hanno bisogno di qualche deroga, li tengo in pugno». Nella follia che ha contagiato il Pd, infatti, si è innescata una strana corsa verso Arcore. La proposta del premio di coalizione, ad esempio, è stata lanciata lo stesso giorno da Dario Franceschini, per scelta autonoma, e da Graziano Del Rio, per conto di Renzi. E quella mossa del ministro dei Beni culturali è sembrata a molti un segnale, una fuga in avanti per ritagliarsi un ruolo. Un’uscita che lo stesso segretario del Pd ha commentato a suo modo: «Dario ha una personalità particolare». Resta il problema di convincere il Cavaliere ad assecondare l’ipotesi delle elezioni a giugno. Renzi non ne fa una questione legata solo alle logiche interne del Pd. «Qui tutti si sono dimenticati l’esperienza del governo Monti» ha spiegato ai suoi collaboratori, usando argomenti che potrebbe usare anche con il Cav. «Con il trascorrere dei mesi rischiamo non solo di indebolirci sul piano elettorale, ma addirittura di logorare le formule politiche future, quelle che potrebbero rendersi necessarie nella prossima legislatura. Rischiamo di fare solo il gioco dei populisti. Senza contare che in autunno avremo bisogno di un governo forte, intendo le-

Conoscendo l’indole del leader di Forza Italia, alla fine assumerà una posizione neutrale. Imparziale. Lascerà che sul tema lo scontro si consumi dentro il Pd. «In fondo » ha spiegato ai collaboratori più vicini «noi non possiamo far nulla, né in un senso, né nell’altro, visto che non possiamo certo appoggiare l’attuale governo». Poi, naturalmente, ci sono le mille congetture, pro e contro. Da una parte, la speranza per l’esito del ricorso alla Corte di Strasburgo, spinge Berlusconi a tifare per elezioni a scadenza naturale. Dall’altra c’è la consapevolezza che se si votasse a giugno avrebbe sicuramente l’agognato premio di coalizione, essenziale per tenere unito il centrodestra. Inoltre, per quella data, lo scontro interno del Pd non sarebbe riassorbito e si verificherebbe di sicuro una scissione. Altro dato positivo per il centrodestra. Ed ancora, la vicenda di Roma penalizzerebbe oltremodo i grillini, che, invece, in autunno potrebbero essere rilanciati da una legge di Stabilità che imporrà sacrifici agli italiani. Una legge su cui il capo dello Stato potrebbe richiedere una prova di responsabilità anche a Forza Italia. Insomma, altri guai. E siamo a Sergio Mattarella. L’ultimo interrogativo riguarda proprio le reali intenzioni del presidente. «Io so» ha detto Berlusconi «che Mattarella non vuole elezioni prima del prossimo autunno». Una previsione che si scontra, però, con una convinzione di Renzi: «Penso che il capo dello Stato non mi lascerà mai solo». Pronostici diversi tra due personaggi che, paradossalmente, ruppero il loro Patto proprio sull’elezione di Mattarella. n © RIPRODUZIONE RISERVATA

Chi è Keyser Söze: lo pseudonimo è tratto dal film-cult I soliti sospetti, dove quel personaggio è interpretato da Kevin Spacey (foto), e nasconde un importante rappresentante delle istituzioni, che su Panorama racconta la politica dal di dentro.

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LEADER POLITICI

Il presidente della Regione Lombardia, Roberto Maroni con l’assessore alla Cultura Cristina Cappellini, all’evento National Prayer Breakfast, a Washington, lo scorso 3 febbraio.

Di ritorno dagli Usa, il presidente della Regione Lombardia parla con Panorama di migranti, crisi del Pd, prospettive elettorali nel centrodestra. «Io? Voglio portare la Lombardia ad ottenere lo statuto speciale». di Antonio Rossitto

MARONI: «MI PIACE TRUMP, MA ZAIA

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Panorama | 9 febbraio 2017

prodotto alcun effetto. Il raddoppio delle espulsioni è pura teoria. Quanto ai Cie: ogni struttura accoglierebbe solo cento persone e in Lombardia ci sono 20 mila clandestini. Non servirebbe a nulla. Lei è stato ministro dell’Interno. Chi ha affrontato meglio l’emergenza: Minniti o Angelino Alfano? I risultati dell’ex ministro Alfano sono stati lo zero assoluto. Un buonismo sterile e urtante. Minniti, almeno, è arrivato allo zero virgola. Conosce bene la materia e qualcosina in più ha tentato di fare. Ma per adesso siamo fermi all’annuncite. Anche perché ogni prova muscolare è malvista all’interno del Pd. Donald Trump, 70 anni: la politica del neopresidente Usa è molto apprezzata da Roberto Maroni.

IL PRESIDENTE USA? REALIZZA

SOLO QUEL CHE AVEVA PROMESSO IN CAMPAGNA ELETTORALE

Joe Raedle/Getty Images

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oberto Maroni è appena tornato da Washington, dove ha partecipato al National prayer breakfast: una «colazione di preghiera», organizzata dalla Fellowship foundation, a cui sono invitati ogni anno leader politici di mezzo mondo. C’era anche il presidente degli Stati Uniti: Donald Trump. «Ha fatto un discorso forte ed emozionante, in difesa dei nostri valori e della sicurezza nazionale» spiega al telefono il governatore lombardo, sfegatato trumpista. in viaggio tra una galleria e un’altra. Un’incondizionata stima che diventa la stura per parlare di attualità italiana: dall’allarme immigrazione al caos politico. Negli Usa il decreto che limita l’ingresso dei migranti musulmani incontra forti resistenze. La prevedibile reazione dell’establishment. Donald Trump sta realizzando quel che ha promesso in campagna elettorale. Le sue scelte sono assolutamente condivisibili. Potrebbe essere applicato anche in Italia? Noi abbiamo un problema molto diverso: l’invasione di immigrati irregolari. Nel 2016 sono sbarcati sulle nostre coste 181 mila persone: il 18 per cento in più rispetto al 2015. Il ministro dell’Interno Marco Minniti ha annunciato patti internazionali, linea dura sugli allontanamenti e Centri di identificazione ed espulsione (Cie) in ogni regione. Sì, appunto: ha annunciato. Però di concreto non abbiamo visto niente. L’accordo con la Libia non ha


Proprio sull’immigrazione, con i presidenti del Veneto, Luca Zaia, e della Liguria, Giovanni Toti, avete firmato la Carta di Genova. È l’ennesima trilaterale con i suoi due colleghi. Quando sarà ufficializzato il «partito dei governatori»? Non vorrei deluderla, ma non c’è alcun partito dei governatori: solo collaborazione istituzionale. Cerchiamo di... Per qualche secondo la linea si interrompe. Presidente, non la sento più... ...Mi scusi, sono in macchina: sto andando a Sanremo, da Toti. Lupus in fabula! Ma no, lei è fuori strada. Cerchiamo di dimostrare che il centrodestra unito amministra bene, risolve i problemi e può guidare l’Italia. A proposito: le urne sembrano allontanarsi. Lei però, come Matteo Salvini, suo leader nella Lega, invoca elezioni. Sarebbe auspicabile. Ma Silvio Berlusconi frena, per diversi motivi. Tutto dipende ancora dall’immortale Cavaliere: le sorti del governo, la fine della legislatura, il futuro del centrodestra. Per Matteo Renzi vale il discorso contrario. Credeva di essere un pescecane. Adesso però sembra un luccio, rimasto intrappolato nella rete di pescatori più abili e pazienti. «Tanti nemici, tanto onore» era il suo motto. Ma troppi nemici ti schiantano. La candidatura alla guida del Pd del governatore pugliese, Michele Emiliano, è ben calcolata e studiata. Il messaggio è chiaro: «Il Sud è con me». Renzi è sempre più isolato: per ora non ha chance. Anche il centrodestra è in ambasce. Il ragionamento, secondo me, va fatto su due piani. C’è la coalizione. E qui ci sono tre leader indiscussi:

DI PIÙ»

Paolo Tre/A3/Contrasto

Silvio Berlusconi: per Roberto Maroni continua a essere il vero «kingmaker» della politica italiana.

DA SILVIO BERLUSCONI ANCORA

DIPENDONO LE SORTI DEL GOVERNO E LA FINE DELLA LEGISLATURA

Salvini, Berlusconi e Giorgia Meloni. Hanno un carisma riconosciuto nei loro partiti. Saranno loro a condurre alle prossime elezioni Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia. Poi c’è la candidatura a premier. E in questo caso servono primarie aperte a tutti: è l’unico modo per uscire dall’impasse. E bisognerebbe pure farle presto: in modo da rivitalizzare il nostro elettorato e la coalizione. Quindi primarie tra Salvini, Berlusconi e Meloni? E perché? Non è detto che un leader di partito sia la migliore scelta. Umberto Bossi è stato uno dei più grandi segretari politici degli ultimi decenni. Ma non era adatto a guidare il Paese. Sta affossando le velleità di Matteo Salvini. Il suo limite sarebbe la scarsa esperienza di governo. Del resto anch’io, quando fui nominato ministro dell’Interno, ero stato solo assessore a Varese. Ogni tanto riemerge Luca Zaia. Luca avrebbe un profilo perfetto. Lo stimo molto: giovane, capace, con un grande avvenire. Nei sondaggi è il presidente di Regione più amato d’Italia. Ha lavorato benissimo sia in Veneto che a Roma, come ministro per l’Agricoltura. Ma, per paura di bruciarlo, non lo candido a nulla. Anzi, il fatto che venga spesso evocato mi fa temere il tiro al piccione. Lui nega ogni interesse. Anche se ne avesse, non potrebbe dire altro. Sono tatticismi ovvi. È la politica. Adesso, in generale, è il momento della suspence. E l’altro «pattista» Giovanni Toti? Per lui il discorso è diverso. Ha cominciato da poco, ereditando una regione in grande difficoltà. Ha molto lavoro davanti. E poi in Forza Italia i giochi sono chiusi: dopo Berlusconi c’è ancora Berlusconi. Lei resta un membro della «trilaterale»: Il suo mandato scade a primavera 2018: in concomitanza con la fine della legislatura. Quindi... Alt! La fermo subito. Non parteciperò a eventuali primarie. Voglio solo essere rieletto e finire il secondo mandato. Ci sono da fare nuove infrastrutture, a partire dalla Pedemontana. E poi bisogna battagliare a Roma. La Lombardia deve diventare una regione a statuto speciale. Come il Trentino Alto-Adige? No, come la Sicilia. Se avessimo la loro autonomia saremmo pronti per la rivoluzione. n © RIPRODUZIONE RISERVATA

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MANOVRA

TROPPI SOLDI SPESI MALE: TUTTO DA RIFARE Il bonus da 10 miliardi, altri 10 miliardi per le assunzioni, poi le prebende pro-referendum. Con effetti inconsistenti sulla crescita. Così i conti sono sballati. I mercati se ne sono accorti, lo spread vola, la Ue non accetta più compromessi. Possiamo ringraziare Renzi.

Il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, 66 anni, con Pierre Moscovici, 59 anni, commissario europeo agli Affari economici, che ha chiesto all’Italia di rispettare gli impegni.

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AFP/Getty Images

Quasi amici


di Luca Ricolfi

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untuale come un orologio svizzero, la manovra correttiva è arrivata. Non ci voleva molto a prevederlo, e infatti in molti l’avevano prevista, beccandosi puntualmente l’accusa di essere dei «gufi». Ma vediamo in che cosa consisterà e perché ci siamo arrivati. Di per sé non si tratta di grandi cifre: circa 3 miliardi e mezzo, pari allo 0,2 per cento del Pil, più o meno un decimo di una vera manovra finanziaria «lacrime e sangue», tipo quella da 90 mila miliardi (di lire) del governo Amato nel 1992. Secondo le cifre che circolano la manovra, che il governo – per ora – si è ben guardato dal tradurre in precisi provvedimenti di legge, consisterà di cinque provvedimenti. 1. Un aumento del prezzo dei tabacchi, che potrebbe valere 100 o 200 milioni. 2. Aumento delle accise sui carburanti, con un incasso di circa 1,4 miliardi. 3. Eliminazione di benefici fiscali (per meno di 100 milioni). 4. Le solite, immancabili, «misure anti-evasione», per un incasso previsto di 1 miliardo. 5. Tagli ai consumi intermedi della Pubblica amministrazione (quasi 800 milioni). Come si vede, quasi l’80 per cento sono aumenti di tasse, e solo una piccola parte (poco più del 20) sono riduzioni di spese. È un classico, specie con i governi

di centrosinistra: le spese non si possono ridurre, perché sono il cuore della macchina del consenso, e allora si aumentano le tasse, in modo più o meno mascherato. Né deve trarre in inganno la retorica della lotta all’evasione: se riscuote quel che si prefigge di riscuotere (1 miliardo, in questa circostanza), costituisce un aumento della pressione fiscale, che resta invariata solo se i proventi della lotta all’evasione vengono usati per ridurre le aliquote che gravano sui contribuenti onesti e non per rimpinguare le casse dello Stato. Ma perché siamo arrivati a questo punto? Perché il governo si è trovato, o meglio si è ritrovato ancora una volta, a dover spegnere precipitosamente l’incendio dello spread, tornato ad avvicinarsi perigliosamente ai 200 punti base? La storia di come ci siamo arrivati è lunga, perché inizia fin dalla primavera del 2014. Allora Matteo Renzi stacca il primo grosso assegno cattura-consenso, quei 10 miliardi (all’anno) di riduzione Irpef con cui può erogare il bonus da 80 euro ai lavoratori dipendenti che guadagnano abbastanza da poter avvertire lo sgravio. Lì i conti pubblici subiscono il primo shock. La crescita ne beneficia pochissimo, come farà intendere (inascoltato) il vice ministro Enrico Morando, che avrebbe preferito uno sgravio Irap, ben più incisivo sui conti delle imprese e quindi sugli investimenti. Così come ne beneficiano pochissimo (anzi niente) i veri poveri, esclusi dal provvedimento in quanto incapienti (per usufruire di uno sgravio fiscale bisogna pagare le tasse, e chi guadagna meno di 8 mila euro l’anno non paga tasse, quindi non può beneficiare di alcuno sgravio). Ma è solo il primo colpo. Dal 1° gennaio 2015 parte la decontribuzione per i neo assunti a tempo indeterminato. Un provvedimento che costerà quasi altri 10 miliardi l’anno per tre anni, e creerà pochissimi posti di lavoro aggiuntivi rispetto a quelli che si sarebbero creati comunque. La ragione è semplice: Renzi, che vuole (e avrà) il consenso convinto di Confindustria, intende alleggerire i costi salariali di tutte le imprese, anziché concentrare le

MA C’È ANCHE CHI FA PEGGIO

Il rapporto deficit/Pil nel 2017 secondo la Commissione europea. La Francia, e soprattutto la Spagna, sfondano il limite del 3 per cento.

ITALIA

FRANCIA

SPAGNA

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MANOVRA

LA CORREZIONE DEI CONTI La Ue chiede una manovra dello 0,2 per cento del Pil, circa 3,4 miliardi di euro, per riportare il rapporto deficit/Pil al 2,1 per cento.

Qualche taglio...

Circa un quarto della cifra, secondo le indicazioni del governo Gentiloni, dovrebbe essere reperita effettuando tagli alla spesa pubblica.

risorse su quelle che aumentano l’occupazione, come gli suggeriscono, inascoltate, Susanna Camusso (Cgil) e Giorgia Meloni (Fratelli d’Italia), che a loro volta raccolgono una proposta della Fondazione David Hume (il «job Italia», un contratto a costo zero per lo Stato, ancora più conveniente per le imprese, ma riservato a chi aumenta il livello di occupazione). Accanto a questi provvedimenti, molto costosi per lo Stato, ne partono diversi altri di impatto minore ma, proprio perché numerosi, complessivamente piuttosto onerosi. Ad esempio il bonus bebé, il bonus giovani per la cultura (da molti speso in ben altro), le assunzioni nella scuola (nonostante i confronti internazionali da anni segnalino, per l’Italia, un rapporto insegnanti/allievi troppo alto). Tutto ciò nei primi due anni del governo Renzi. C’è poi la fase due, quella che va dalla primavera del 2016 alla data del referendum. Qui la compulsione a spendere entra in una nuova fase: si tratta di 44

Panorama | 9 febbraio 2017

...e la solita benzina

Il grosso della manovra si basa invece sulla lotta all’evasione (si vedrà) e sull’aumento delle accise per sigarette e benzina (questi invece garantiscono introiti certi).

mettere sul piatto tutte le risorse possibili per conquistare voti alla causa del «Sì» (promesse di fondi a Regioni e Comuni, promesse di aumenti ai pensionati, piani di messa in sicurezza del territorio, delle scuole, delle zone terremotate, ecc.). Ma non si tratta solo di promettere, si tratta anche di nascondere. Nonostante i dissesti bancari siano noti da anni, e i nodi stiano venendo tragicamente al pettine, il governo preferisce temporeggiare, rimandando tutto a dopo il 4 dicembre. Mentre le reti tv vengono inondate dalle esternazioni del duo Renzi-Boschi e dalle rassicurazioni del ministro dell’Economia, decine e decine di provvedimenti giacciono in Parlamento, e l’inerzia sul nodo bancario alza i costi delle operazioni di salvataggio future (come, sia pure a cose fatte, non mancherà di rimarcare Lorenzo Bini Smaghi in un’intervista alla Stampa). Nel frattempo la verità sui conti pubblici comincia a farsi strada anche fra gli

osservatori meno desiderosi di prenderne atto. Quel che si vedeva a occhio nudo fin dall’inizio del 2016, e cioè che l’Italia non avrebbe mantenuto la solenne promessa renziana di ridurre il rapporto debito-Pil nel 2016, ora lo vedono tutti. Il debito continua a salire, non solo in assoluto, ma anche in rapporto al Pil, la pressione fiscale e la spesa pubblica corrente – decimale più, decimale meno – sono al livello cui Renzi le aveva ereditate da Enrico Letta, lo spread è ai massimi da tre anni. Le previsioni di crescita dell’Italia nel 2017 sono le peggiori dell’intera Ue. E, come se non bastasse, il nostro governo non trova di meglio che addossare alla rigidità delle regole europee la propria incapacità di far ripartire la crescita. Come se le regole valessero solo per l’Italia, e i Paesi europei che sono tornati a crescere (la maggior parte) ne fossero invece esentati. C’è da stupirsi se i mercati sono tornati a non fidarsi dell’Italia? n © RIPRODUZIONE RISERVATA


FINANZA TOSSICA

Europei, diamoci un rating

A Trani il processo a Standard & Poor’s è alle battute finali e nel frattempo l’Italia è stata di nuovo declassata con una valutazione che non tiene conto di variabili fondamentali per i Paesi Ue. La soluzione? Creiamo una «nostra» agenzia.

di Fabrizio Pezzani docente di Programmazione e controllo Univ. Bocconi membro del consiglio strategico Sda Bocconi

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uis custodies ipsos custodes?», si chiedeva Giovenale nelle Satire, domanda da porsi anche in merito alle agenzie di rating, specie dopo l’accusa « a Standard & Poor’s promossa dal Tribunale di Trani. La stessa agenzia era già stata condannata dal Dipartimento di giustizia Usa patteggiando 1,5 miliardi di dollari, i 4,5 milioni di euro richiesti a Trani (processo di cui sono in corso le arringhe dei difensori dopo le richieste di condanna dell’accusa, ndr) sono solo noccioline in confronto. I giudizi delle agenzie sembrano sempre più opachi e opportunistici. Già avevano dato il peggio nel tutelare con la tripla A i fondi che avevano destabilizzato il sistema nel 2008 e Lehman Brothers , AAA fino al giorno prima del default, è stato il gioiello dell’illusionismo predatorio della finanza. Il recente deprezzamento del nostro Paese (BBB) assolutamente asimmetrico alla realtà è ancora una volta il segnale di quanto queste agenzie siano strumentali ad altri interessi e lontane dalla realtà. La finanza , dopo avere minacciato invano il Paese prima del referendum in caso di vittoria del No, si è trovata nell’impossibilità di manovrare lo spread perché sarebbe stato troppo evidente il gioco dei numeri fittizi. Così ora stanno preparando il downgrading per tornare all’attacco con lo spread? Lo sapremo presto ma già oggi vediamo l’incapacità del Paese di reagire.

La principale criticità è la posizione monopolistica ( S & P ha il 40 per cento del mercato e Moody’s il 39) delle agenzie costruite sulla cultura Usa del mercato, asimmetrica a quella europea basata sul welfare. Una prima tipologia di potenziale conflitto di interesse riguarda i soggetti che pubblicano i rating e nel contempo svolgono attività di banca d’affari. Il rating potrebbe essere strumentalizzato nell’interesse della banca ovvero dei clienti per attività speculative o per l’acquisizione di asset a prezzi di realizzo. Un declassamento provoca un rialzo degli interessi sui prestiti, e quindi un aumento degli oneri finanziari. Il debitore potrebbe cedere aziende pubbliche, come abbiamo fatto, a prezzi di realizzo, per evitare un peggioramento del rating. Di fonte al declassamento, la comunità finanziaria spesso reagisce con un deprezzamento, privilegiando le decisioni degli analisti rispetto alle ragioni dell’emittente. In questo senso, si è parlato di «dittatura degli analisti». Un declassamento o una sovrastima del rating aprono occasioni di guadagno speculativo. Il contesto socio-economico si è andato arricchendo, all’aumentare della globalizzazione, di problematiche sempre più interconnesse - religiose, politiche, sociali, ambientali, economiche - che hanno aumentato le variabili indipendenti; ciò ha reso estremamente difficoltosa la costruzione di modelli idonei a prevedere il loro evolversi. Le agenzie dimostrano l’inadeguatezza dei loro modelli di analisi che considerano irrilevante la capacità di tenuta di una società a fronte di problemi economici, ma non prendono in considerazione le sue strutture di regolazione. A parità di indicatori finanziari, a fronte di una situazione di crisi ha più tenuta una società con alta uguaglianza o una con alta disuguaglianza di reddito? Sarebbe necessaria un’agenzia europea per limitare la dannosità di giudizi che sembrano sentenze irrevocabili e cominciare a valutare le loro responsabilità nei processi di destabilizzazione sociale e, se del caso, proporre una class action. n © RIPRODUZIONE RISERVATA

9 febbraio 2017 | Panorama

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TANGENTOPOLI

25 anni dopo

E i giudici vollero sostituirsi ai politici «Craxi non può essere schiacciato in un dibattito tra innocentisti e colpevolisti perché seppe interpretare la società italiana meglio di altri». Luciano Violante rilegge senza riserve Mani pulite. Con la critica severa ai magistrati, un tributo alle vittime e una stoccata a Piercamillo Davigo che, pur di rimanere in sella all’Anm, si muove come un leader della Prima repubblica.

di Annalisa Chirico

I

l violante del dogma. L’ex presidente della Camera, già magistrato comunista mai toga rossa, «piccolo Vishinsky» nelle parole di Francesco Cossiga, su Tangentopoli ha detto e scritto in abbondanza. Per esempio, il 3 agosto 1993, sulle colonne de L’Unità Luciano Violante riteneva che fosse doveroso «vietare ai magistrati, con adeguate sanzioni disciplinari, di dare interviste o rilasciare dichiarazioni sui procedimenti a loro affidati; il magistrato ha gli stessi diritti di qualsiasi cittadino tranne che in relazione agli specifici processi che sta conducendo: in quella materia deve parlare soltanto con i propri atti, non attraverso i 46

Panorama | 9 febbraio 2017

Luciano Violante (Pd), ex presidente della Camera ed ex magistrato.

telegiornali». Per amore di chiarezza proseguiva così: «Il magistrato non persegue finalità politiche come l’abbattimento del sistema politico. Questo può diventare un effetto della sua azione, ma non può costituirne il motivo ispiratore». A distanza di 25 anni dall’arresto di Mario Chiesa, si torna a parlare dell’inchiesta che terremotò il panorama politico italiano. «Tangentopoli si è fondata su un grande equivoco» dice Violante a Panorama. «Non spetta alla magistratura estirpare fenomeni sociali sebbene si sia incaricata di farlo, nell’ordine, contro terrorismo, mafia e corruzione. I magistrati devono individuare e processare i terroristi, i mafiosi e i corrotti. Sono due prospettive opposte». Il sindaco di Milano Beppe Sala ha aperto alla possibilità di intestare un luogo pubblico al leader socialista Bettino Craxi. Il rischio di queste sortite è che si traducano in iniziative estemporanee foriere di aspre polemiche e nessun risultato. Schiacciare Craxi in un’arena tra innocentisti e colpevolisti non esaurisce la capacità dell’uomo politico. Pongo da lungo tempo la necessità


La prima mazzetta

Foto A3/Contrasto_Fotogramma (2)

Mario Chiesa fu arrestato il 17 febbraio 1992, mentre accettava una tangente di sette milioni di lire dall’imprenditore Luca Magni. Fu l’inizio di Tangentopoli.

di una riflessione pacata e seria su una figura che non si diritto e magari, un giorno, di indossare la toga. La può ridurre alla vicenda giudiziaria. Non c’è dubbio che prima la scrisse, prima di suicidarsi in cella, il deputain quegli anni il partito socialista guidato da Craxi sia to socialista Sergio Moroni il quale cita il «grande velo riuscito a comprendere e a interpretare i movimenti della di ipocrisia» che ha coperto per anni i modi di vita dei società italiana meglio di ogni altro. partiti e i loro sistemi di finanziamento. Agli inizi degli anni Duemila, alla Camera, lei Nella missiva indirizzata all’allora presidente Il tempo dei garofani finì sotto il fuoco di fila dei suoi stessi colleghi della Camera Giorgio Napolitano, il parlamenIl leader del Psi Bettino per aver sollevato l’ipotesi di una commissiotare denunciava «la propensione allo sciacalCraxi sventola un mazzo ne d’inchiesta su Tangentopoli. laggio di soggetti politici che, ricercando un di garofani, fiori simbolo del partito, durante una In realtà io esprimevo la disponibilità a un utile meschino, dimenticano di essere stati per manifestazione del 1980. molti versi protagonisti di un sistema rispetto approfondimento sull’inchiesta e i suoi effetti, si sarebbe potuto assegnare a una commissione al quale oggi si ergono a censori». già esistente il compito di svolgere un’indagine La seconda epistola appartiene al presidente conoscitiva. Il centrodestra presentò una proposta dell’Eni Gabriele Cagliari, da San Vittore la spedì alla che poneva l’accento soltanto sugli abusi delle toghe famiglia prima del suicidio, il 20 luglio del 1993. A 67 in modo da imbastire una sorta di controprocesso in anni si domanda quali siano le esigenze cautelari che Parlamento. Alla fine non se ne fece nulla. da quattro mesi lo trattengono in galera e dice teTra gli eccessi di Tangentopoli primeggiano le stualmente: «La criminalizzazione di comportamenti manette preventive come mezzo per estorcere che sono stati di tutti, degli stessi magistrati, anche a confessioni e sfibrare l’indagato nello spirito e nel Milano, ha messo fuori gioco soltanto alcuni di noi, corpo. C’è chi si è arreso spegnendosi da innocente abbandonandoci alla gogna e al rancore dell’opinione dietro le sbarre. pubblica. La mano pesante, squilibrata e ingiusta dei In aula ai miei allievi propongo sempre, a ogni corso, giudici ha fatto il resto. Ci trattano veramente come la lettura di due lettere fondamentali per comprendere non-persone, come cani ricacciati ogni volta al canile». quale onere assume su di sé chi sceglie di studiare il Vengono i brividi. In Italia certi magistrati fondano 9 febbraio 2017 | Panorama

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TANGENTOPOLI partiti, in molti fanno politica senza abbandonare la toga. Antonio Di Pietro e Antonio Ingroia, due magistrati capipartito, sono un’anomalia nazionale, non conosco casi simili all’estero. Quando decisi di candidarmi in Parlamento, mi dimisi dalla magistratura. Penso che Michele Emiliano e Anna Finocchiaro, entrambi in aspettativa, non tornerebbero mai alla funzione giurisdizionale. Mi lasci dire, però, che ci sono pure magistrati non iscritti ad alcun partito, ma non per questo meno faziosi. Il che non fa dormire sonni tranquilli. Dalla metà degli anni Settanta si afferma l’idea di una magistratura di scopo che si prefigge un obiettivo e s’impegna per realizzarlo. Così facendo colma il vuoto della politica che abdica al proprio ruolo e delega ai magistrati funzioni che in uno stato democratico non ricadono sotto la competenza di questi ultimi. Il giudice deve applicare le regole secondo un principio di responsabilità, non asservire il diritto al raggiungimento di uno scopo, giusto o sbagliato che sia. Lei ha scritto che se un tempo dalle inchieste giornalistiche scaturivano quelle giudiziarie, oggi accade l’opposto. C’è un gigantesco problema di violazione del segreto istruttorio, basta sfogliare i giornali per averne contezza. Durante Tangentopoli, invece, c’era una comunicazione organizzata: i giornalisti s’incontravano a una certa ora al bar per decidere quali notizie far uscire all’indomani affinché nessuno bucasse lo scoop. Di recente abbiamo assistito alla giustizia in streaming quando, a interrogatorio in corso, due testate hanno pubblicato la notizia della polizza contestata dai pm al sindaco di Roma Virginia Raggi. A proposito, i grillini non sono più i depositari della purezza? Ho letto le fuoriuscite e sono rimasto perplesso. Com’è possibile che ciò accada? Raggi non deve dimettersi per un avviso di garanzia, semmai per una questione politica. Il M5S è nato sul presupposto della subalternità della politica al potere giudiziario, i grillini hanno invocato le dimissioni degli avversari per molto meno. Spero che i guai giudiziari li portino a una maturazione. Tra i protagonisti di Tangentopoli c’è Piercamillo Davigo, che oggi presiede l’Anm e regala ai media sortite pirotecniche: ha anche affermato che non esistono innocenti, ma colpevoli non ancora scoperti. Mi sembra che le correnti abbiano siglato un accordo simile a quello tra Craxi e Ciriaco de Mita. Ora che si avvicina il momento della rotazione Davigo alza il tiro, forse nella speranza di essere riconfermato. n © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Panorama | 9 febbraio 2017

25 anni dopo

Ma noi politici non capimmo e i giudici ne approfittarono Il Parlamento fu travolto per l’incapacità di intercettare la necessità del cambiamento: l’arma letale fu l’uso violento e distorto della giustizia. La Seconda repubblica? Produsse più debito, più corruzione e meno benessere. E oggi governano i servitori.

di Claudio Martelli

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hiedo scusa per il disastro seguito a Mani pulite. Non valeva la pena di buttare il mondo precedente per cadere in « quello attuale». L’epitaffio è di Francesco Saverio Borrelli, procuratore capo dell’epoca che chiede scusa non per le intenzioni, non per i mezzi usati, ma per le disastrose conseguenze. Nel linguaggio giuridico di Borrelli questo genere di responsabilità si chiama «delitto colposo». Rileggiamo: «Non valeva la pena di buttare il mondo precedente, la Prima repubblica, per cadere in quello attuale, la Seconda» o come vogliamo chiamarla. La Prima era quella dei partiti che la repubblica l’avevano creata e ne erano signori e padroni. Partiti veri, formazioni storiche, comunità organizzate, divise da ideologie, legami internazionali, conflitti di classe. Più forti delle istituzioni


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e dell’amministrazione pubblica, i partiti se ne impadronirono e attraverso di esse trasformarono lo Stato fascista nello Stato dei partiti. In alcuni strati lo Stato resistette facendosi corpo separato, in altri si sottomise e venne occupato, spartito, lottizzato. La stessa società civile non si sottrasse all’imbracatura partitica forte di dieci milioni di iscritti e innervata da un milione di professionisti full time. Mobilitazione permanente e partecipazione straordinaria: i partiti con le loro migliaia di sedi, i loro giornali, i loro funzionari, i loro congressi e convegni, le loro associazioni fiancheggiatrici, le loro campagne elettorali, non vivevano d’aria. Li sorreggeva un sistema di finanziamento vasto, ramificato e spesso illegale. La Dc, oltre che dell’imponente retroterra cattolico organizzato e del sostegno americano, godeva dell’appoggio dell’industria di Stato e del capitalismo privato. Il Pci, «il più grande e il più pagato partito comunista dell’Occidente» (parole di Bettino Craxi) era finanziato direttamente dal Pcus, dalla rete import-export con l’Est, dalle cooperative, da favori privati. Il Psi, un tempo legato al carro sovietico, accedendo al governo imparò ad arrangiarsi, come i partiti più colossale operazione di polizia giudiziaria della nostra laici e persino il Msi. L’illegalità era universale, trasversale, storia, l’unica mirata su politici e colletti bianchi. Trentasistemica. Dalla Federconsorzi ai petroli, dai tabacchi alle tremila furono gli indagati, tremila gli arrestati, tra cui 500 banane, dall’Iri, all’Eni, alle banche, scandali clamorosi parlamentari, decine tra ministri e primi ministri, grandi neutralizzati o dal regime delle immunità politiche o e piccoli imprenditori, dirigenti, funzionari. Decapitati in dall’indulgenza giudiziaria macchiavano la repubpiazza e in effigie i leader e i partiti di governo, la Tre del pool blica. Scandali per migliaia o centinaia di miliardi. Al repubblica si schiantò e si cronicizzò una crisi che Nella Galleria Vittorio confronto la tangente Enimont - «la madre di tutte le non ci ha più lasciato. Emanuele di Milano tangenti» secondo Antonio Di Pietro - fu un parente camminano, da sinistra, E la Seconda? Il debito pubblico ereditato dalla Antonio Di Pietro, povero, l’ultima nipotina del sistema. Prima repubblica, in metà del tempo è cresciuto Gherardo Colombo La repubblica dei partiti, la sua Costituzione, la del doppio nonostante i bassi interessi e malgrado e Francesco Saverio legge elettorale proporzionale dovevano assolutamengli acquisti della Bce; il sistema industriale e delle Borrelli. te essere riformati, cambiati in radice, soprattutto da infrastrutture è arretrato; la produttività e il tenore di quando, con il crollo del comunismo e il varo del mervita in vent’anni sono calati del 20 e del 14 per cento; cato unico europeo, il contesto internazionale da amichevole abbiamo meno diplomati e laureati di tre lustri fa. Solo la si era fatto ostile. I leader democratici della repubblica non corruzione è aumentata e ci colloca sempre più in basso lo capirono o comunque non agirono e furono travolti. Tranelle graduatorie internazionali. Invece, il male strutturale volti dalla rivolta anti partitica scatenata dall’establishment della Prima repubblica - la partitocrazia - sopravvissuto finanziario e dai suoi organi di informazione, dalle nuove e alla morte dei partiti, residua nei comitati elettorali al vecchie forze anti sistema mentre il Paese precipitava nella servizio di un capo o di nomenklature onnipotenti che crisi economica, la lira venne svalutata, il governo nottefanno senatori i loro servitori. tempo mise mano nei conti correnti degli italiani. Nulla più della parabola di Di Pietro dà il senso del diArma letale fu l’uso violento e distorto della giustizia sastro. L’inquisitore dei politici che rubavano per il partito a partire appunto da Mani pulite. Scoperchiata la squalbeccato a prendere soldi in prestito dalla gente che indagava, lida vicenda delle tangenti al Pio Albergo Trivulzio, gli ha dovuto svestire la toga. Poi, pizzicato dalla tv a sacchegarresti e il carcere preventivo usati come una tortura per giare il suo partito, ha dovuto lasciare anche la politica. n estorcere confessioni produssero delazioni e chiamate di © RIPRODUZIONE RISERVATA correità a catena. L’esempio, imitato ovunque, generò la 9 febbraio 2017 | Panorama

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L’INTERVISTA/CESARE ROMITI

LA PRIMAVERA DEL PATRIARCA

Augusto Casasoli A3

D

iceva Albert Einstein di avere imparato a reagire al freddo e al caldo, al dolore e alla gioia nella stessa maniera, così da essere pronto a ogni variazione della sua esistenza. Vero. La vita ha molta più fantasia di noi e ci mette davanti a cambiamenti inimmaginabili. Parafrasando il genio possiamo dire che Cesare Romiti è oggi uno degli esempi più calzanti di questo pensiero einsteiniano. Il dottore, infatti, per lunghi anni bandiera del capitalismo italiano e oggi 93enne, pare aver perso la tempra dura dell’uomo di potere per entrare in un’altra anima e vivere oggi una terza vita rivoluzionata e rivoluzionaria. Ha iniziato anni fa parlando di un nuovo piano Marshall per l’Italia dove pensare alla trasformazione economica del Paese rivolta alle aree più povere, ha continuato in interviste e interventi a ricordare che gli imprenditori dovrebbero assumere disoccupati, giovani e bisognosi. Ma lo shock arriva prima delle elezioni, dove il 50

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L’ex amministratore delegato di Fiat ha adottato 20 famiglie terremotate. E non depone le armi. Anzi. Renzi? «Una delusione». Grillo e la Raggi? «Non li voterei più». di Stella Pende

Cesare della finanza italiana fa capire chiaramente il suo debole per il Movimento 5 stelle. Ma è dopo il terremoto di Amatrice che arriva la vera bomba. In quei giorni Romiti prende la sua auto e arriva da solo nei paesi ingoiati dalla violenza della terra e lì decide di adottare 20 tra le famiglie più colpite dalla tragedia. Le vede una per una, le assiste e non finisce mai di aiutarle. Dov’è finito l’uomo di ferro? Che ne è di quel mastino che in Fiat aveva licenziato 23 mila operai nel 1980 e che oggi soccorre poveri e terremotati parlando di Beppe Grillo come il suo ideale politico? Lo abbiamo chiesto direttamente a lui.

Dottore ma che le è successo? È cascato nella piscina di Lourdes o vuole conquistarsi un posto in Paradiso? A Lourdes non sono mai andato. E in Paradiso ci vanno certamente persone migliori di me. Però... Cominciamo dai terremotati. Quando è arrivata la decisione di aiutare quelle povere famiglie? Il 24 agosto ero in vacanza, ma dopo quel terremoto devastante non sono più riuscito a staccarmi dalla televisione e ho finito per seguire commosso ogni istante di quella tragedia. Poi mi son detto: devo fare qualcosa. Dopo la disgrazia dell’Aquila avevo offerto già un buon aiuto economico, ma ho fatto l’errore di passare attraverso politici e Regioni. Non ho più saputo niente. Questa volta mi sono detto: adesso fai da solo. Così sono arrivato in quei luoghi ingoiati dalla rabbia della terra. Lì, tra le macerie, ho visto un dolore che non dimenticherò. Ho stretto mani e abbracciato quei poveretti. Poi, fortunatamente, una professoressa e un operaio di Accumoli mi hanno raccontato le storie dei più sfortunati.


Cesare Romiti, 93 anni, è entrato in Fiat nel 1974: ne è stato direttore generale, amministratore delegato e poi presidente fino al 1998.

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Paternò - Fotogramma/Mimmo Carulli - Mondadori Portfolio - Lapresse (2)

Con Bettino Craxi, allora presidente del Consiglio, e Gianni Agnelli.

Famiglie devastate. Allora ho chiamato i miei figli e ho detto: vi comunico che voglio aiutare economicamente le vittime del terremoto. Loro ne sono stati felici. Compito difficile. Come decidere questi sì e questi no? Non ho mai detto un no. È vero che li ha conosciuti uno per uno? Vorrei vedere. Li ho visti lì sul posto, altri in un albergo a San Benedetto del Tronto dove sono rifugiati, altri ancora a Roma. Con loro ho continui contatti. Hanno tutti ancora lo stesso boato nella memoria. Un’esplosione e poi nel buio solo urla. I racconti si assomigliano tutti. Quello di una ragazza e di sua figlia di quattro anni che non hanno più nulla. La bambina mi ha fatto con grande naturalezza un racconto da brividi del terremoto: «Ho sentito come un urlo della casa e dopo il letto è caduto». Poi un ragazzo di 22 anni. Ha perso tutta la famiglia. Oggi è distaccato e freddo come una statua, mi dice «grazie dottore, adesso sto bene». Ma gli psicologi con cui mi confronto mi dicono che la sua condizione è disperata. Una famiglia, tante famiglie, senza più un tetto. Vede, la casa è la tua memoria e perderla vuol dire perdersi. Questa gente ha il pudore del dolore, ma anche la voglia di rinascere. Per questo ho offerto a tutti loro un mensile di mille euro. Con una promessa: che così avrebbero ripreso le loro attività. Poi si vedrà. Gandhi diceva: se vuoi aiutare qualcuno dagli la possibilità di ritrovare la sua dignità. Una possibilità che altri grandi imprenditori italiani dovrebbero dare? È questo il suo messaggio? Non posso dire ad altri che cosa devono fare. Certo, un gigante come Bill Gates ha deciso di offrire il suo denaro agli altri del mondo, ma anche Warren Buffett ha messo i suoi soldi nella Fondazione Gates rinunciando alla vetrina. Questi uomini dovrebbero essere un esempio per l’Italia e per il mondo. È vero che ha simpatie per Beppe 52

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1985

1990

Romiti con Agnelli e Papa Wojtyla. Di lui ha detto: «È stato un pungolo».

1986 Con Carlo De Benedetti (a destra), all’epoca presidente della Buitoni. Dietro, Mario Monti.

Grillo. Ma com’è possibile? Possibilissimo. Ho votato per lui e anche per la sua Virginia Raggi. Il mio era insieme un voto di speranza e ribellione. Leggevo nelle parole di Grillo un vento nuovo che avrebbe spazzato via il male delle mafie e la mediocrità del sistema. Non sopporto di assistere all’agonia del mio Paese. Grillo poteva essere la strada. Perché parla al passato? Perché oggi non voterei né per lui né per la sua sindaca nemmeno se mi torturassero. Hanno dato prova di dilettantismo allo sbaraglio e, a quanto pare, persone poco affidabili e strane assicurazioni hanno camminato molto anche nei loro candidi uffici. Un aggettivo per Matteo Renzi. Secondo lei vincerà alle nuove elezioni? Non un aggettivo, ma una parola: delusione. Il suo governo è stato come comprare una bella cornice per non metterci mai dentro il quadro. Nessuno sa se vincerà alle elezioni. Molti sanno che non vorrebbero. Lei parla di mediocrità del sistema. Ma Romiti ha navigato nello scorso secolo come il transatlantico del sistema e del potere e oggi diventa improvvisamente

l’uomo antisistema. Le rivoluzioni si fanno a 20 anni, dottore. Lei la sta facendo a 93. Insisto: che le succede? Senta, troppo spesso potere e responsabilità si fondono e si confondono. Barack Obama, l’ex presidente degli Stati Uniti, ha preso addosso con la sua elezione la responsabilità del mondo intero diventando l’uomo del potere universale. Io come amministratore delegato di Fiat, l’azienda più importante d’Italia, ho dovuto prendere decisioni difficili. La più nota è quella del licenziamento di 23 mila operai. Nell’azienda erano entrati il terrorismo e il caos. Ricordo la telefonata di Virginio Rognoni, allora ministro dell’Interno: «Le Br si sono accordate con i sindacati dottore, sospendete i licenziamenti». Luciano Lama, Giorgio Benvenuto e Pierre Carniti mi guardavano con facce vitree. Ho detto a Gianni Agnelli: «Avvocato, sparisca per un mese». Lui sparì e io, se lo crede bene, altrimenti pazienza, sempre con la testa a quelle famiglie sulla strada. Ma non ho avuto un solo dubbio. Fiat doveva salvarsi e con essa l’Italia. E in quella scelta il potere non c’entra un fico secco. Dica la verità, oggi farebbe lo stesso?


L’INTERVISTA

Da sinistra, Sergio Pininfarina, Silvio Berlusconi, Gianni Agnelli e Romiti in Confindustria.

1994

2002 Romiti ha sempre avuto rapporti contrastanti con Giulio Andreotti.

Non c’è la verità assoluta, ma solo la verità del momento. In questo momento non so proprio che cosa farei. Molti dicono che la crisi Fiat sia cominciata dopo di lei. Alcuni, prima, con lei… Molti dicono tutto. Intanto con me la Fiat era la Fiat. Dopo di me il mio ruolo doveva andare a Paolo Cantarella, ma poi l’Avvocato preferì il brillante vice presidente di General Electric, l’avvocato Paolo Fresco, che però non aveva mai diretto un’azienda. Da lì in poi vi è stato un rotolare fatale. Parla anche di Sergio Marchionne? Non parlo della Fiat di oggi. Ricordo solo che Agnelli diceva: «Sa Romiti, in barca il timone lo deve tenere una persona sola. Quando invece dividi le responsabilità allora è un vero guaio». Il momento davvero difficile con Agnelli. Dopo la morte di suo figlio. «Avvocato, che cosa si dice a un padre che perde un figlio?» gli ho detto. E lui: «Romiti mi dica piuttosto: come sta lei?». Pochissimi hanno capito Agnelli. Io invece sono

2017 Romano, classe 1923, Cesare Romiti è stato BIO l’emblema del GRA capitalismo FIA italiano dal dopoguerra ai giorni nostri. Una laurea in economia in tasca, inizia la sua carriera in Snia Viscosa per poi passare all’Iri come direttore generale e amministratore delegato di Alitalia. Ma Romiti ha legato la sua vita professionale a Fiat, dove approda nel 1974 come direttore generale e poi come amministratore delegato dopo l’addio di Vittorio Ghidella fino a diventarne presidente. Nel 1998 l’addio a Torino e la nuova vita da imprenditore con Gemina, holding che controlla Rcs e alcuni marchi di moda. Nel 2003 diventa promotore della Fondazione Italia-Cina di cui è tuttora presidente.

Il patriarca Romiti ritratto con la pronipote Olivia di quattro anni.

certo che quella malattia fatale è iniziata nell’attimo esatto in cui ha riconosciuto Edoardo in fondo a quel viadotto. Che dire di Donald Trump? Che la sua elezione è una calamità per il mondo intero. I suoi sono muri contro i messicani e gli immigrati, ma anche contro l’Europa e tutti noi. Guardiamo alla ribellione degli intellettuali americani e a Hollywood. Da Philip Roth a Meryl Streep. Ma anche noi cittadini del mondo non possiamo tacere. Dobbiamo parlare e rivoltarci contro tutti coloro che umiliano le ragioni di chi soffre e di chi muore in mare per una nuova vita. E in questa sua nuova vita le rimane un rimpianto? Una nuova vita? A 93 anni ci si può concedere il lusso di fare quello che senti! Un rimpianto però c’è. Quello di non aver mai conosciuto e forse capito i miei figli. Con me la vita è stata generosa, ma è un prezzo caro quello che ho pagato e con me la mia famiglia. Oggi cerco l’emozione del bisnonno nel sorriso di Olivia, la mia pronipotina di quattro anni. Forse solo da vecchi si impara a esser bambini. n © RIPRODUZIONE RISERVATA

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REPORTAGE Nel nord dell’Iraq l’Isis ha ucciso 5 mila yazidi perché considerati infedeli. Madri, mogli e figlie sono state torturate o sono diventate schiave del sesso a Mosul come bottino di guerra. Adesso un battaglione di sole donne ha indossato la divisa per farsi giustizia. di Patrick Witte Foto di Patrick Tombola

NOI SOLDATESSE IN PRIMA LINEA PER VENDICARCI 54


Il comandante Khate con due soldatesse. Il battaglione delle Donne del Sole, fondato nel 2015, è costituito da 140 combattenti. Ce ne sono 1.700 pronte ad arruolarsi.

Quando riesce a stare da sola,

la diciassettenne Nadia Haji Cholw, in mimetica verde oliva e con il berretto rosso, si accoccola sul tetto della caserma appoggiandosi contro il muro e ascolta un po’ di musica pop curda dal suo cellulare. Le canzoni parlano di amori e matrimoni e Nadia, a occhi chiusi, rivolge il viso tondo e liscio verso il sole. Per qualche istante le sembra di rivivere quel sentimento strappatole ormai da tanto tempo: la felicità. Poi, all’improvviso, il ritorno alla realtà: il muro di sacchi di sabbia, la torre di guardia al margine del tetto e il posto di osservazione da cui la regione brulla, quasi spoglia del Sinjar, nell’estremo nord dell’Iraq, sembra grande quanto un foglio di carta. Nadia guarda i villaggi bombardati, le case crollate. Un territorio distrutto. Poi torna a osservare le sue compagne Einas, Hamsa e Alea, stravaccate accanto a lei su sedie da campeggio in plastica rossa. Anche loro hanno tra i 17 e i 18 anni e, come Nadia, indossano la mimetica verde oliva e tengono sulle ginocchia gli AK-47. Nadia lo sa: il tempo dei sogni è finito. È arrivato il momento di combattere.

«Non abbiamo paura della morte, noi combatteremo contro di loro», dichiara Nadia, intendendo con «noi» le Sun Ladies, le Donne del sole, un battaglione interamente femminile, composto da oltre 140 donne della comunità yazida, un gruppo religioso presente nella regione da millenni. Oggi, le yazide lottano contro il loro nemico numero uno: lo Stato islamico. Le bandiere nere con la scritta bianca sventolano a nemmeno un’ora di macchina di distanza e la ragazza non ha dubbi: «Torneranno». Ed è proprio questo che le Donne del sole desiderano evitare. Sulle porte dei garage di alcune basi abbandonate campeggia ancora la scritta «I leoni dell’Isis sono qui per uccidere», ma di recente hanno iniziato a comparire anche le risposte: «Isis, andate a quel paese, grazie peshmerga!» All’orizzonte, contro il terreno color ocra, si staglia il Sinjar, il monte sacro degli yazidi. Sul massiccio roccioso si vedono gli insediamenti dei fuggitivi con i loro luoghi di culto e le torri sacre. Il fronte è invece più in là. Per 55


REPORTAGE

il momento. L’Isis ha già dimostrato di voler mettere le mani sul territorio yazida. I combattenti hanno preso di mira inizialmente singoli villaggi e poi l’intera regione, lanciando granate e sferrando attacchi con le mitragliatrici dai loro pick-up. Gli yazidi venerano l’angelo caduto Melek Taus, che ha spento il fuoco infernale con le sue lacrime, pregano un pavone blu e credono nella trasmigrazione delle anime: questo li rende, agli occhi dell’Isis, degli infedeli adoratori del diavolo, e costituisce un motivo sufficiente per farli fuori.

Nell’estate del 2014 alcune immagini atroci hanno fatto il giro del mondo. Le Nazioni unite riferivano infatti di oltre 400 mila yazidi in fuga dagli squadroni dell’Isis, ma molti si trovavano sul monte Sinjar, sotto assedio da giorni. Solo al termine di una dura battaglia e grazie ai bombardamenti dei peshmerga e delle milizie curde è stato possibile aprire un corridoio di fuga. A quel punto però lo Stato islamico aveva già giustiziato per fucilazione o decapitazione più di 5 mila uomini, e oltre 7 mila tra donne e bambini erano già stati rapiti e ridotti in schiavitù. Quelli scampati all’esecuzione sono stati spartiti tra le varie unità dell’Isis come bottino di guerra. Le donne e le ragazze sono state costrette al matrimonio, stuprate o vendute via WhatsApp o come al mercato del bestiame. Alcune avevano appena otto anni. Nel corso dei secoli gli yazidi hanno resistito a 73 tentativi di annientamento. Ma l’ultimo è stato il più feroce perché, come dice Nadia, «senza le nostre donne e i nostri bambini non può esserci la vita». Ecco cosa spinge le Sun Ladies alla lotta. La loro guerra è unica perché non combattono solo per la loro terra, ma anche per liberare le donne tenute in ostaggio dallo Stato islamico. «Sono qui per le nostre donne e sono pronta ad andare al fronte», afferma Nadia, convinta che lo Stato islamico abbia paura delle soldatesse perché «se uno dei loro combattenti muore per mano di una donna non andrà in paradiso da martire». Einas, Hamsa e Alea non ridono. Annuiscono. La guerra delle Donne del sole partirà dal loro quartier generale, una scuola abbandonata a due piani nella steppa del Sinjar, a sei ore d’auto da Erbil, la capitale dell’Iraq curdo. È possibile entrare nella vecchia scuola solo dopo una serie di autorizzazioni, controlli dei documenti e innumerevoli colloqui ai checkpoint. La costruzione massiccia sembra conficcata nel terreno pianeggiante e ha un muro di cinta alto alcuni metri. I pick-up color sabbia sono parcheggiati nel cortile di 56

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Anche se indossano la mimetica, le Donne del sole non trascurano la loro femminilità. Più in alto, due soldatesse scherzano mentre preparano la cena.

ghiaia insieme a un Humvee con il parabrezza in frantumi. A poca distanza, legata a un palo, una capretta bruca sommessamente. Le Donne del sole dormono nelle aule dismesse, otto per stanza, su materassi in gommapiuma e sotto un cumulo di coperte di lana per proteggersi dal rigido inverno curdo. Il riscaldamento è affidato a una piccola stufa a benzina, e il puzzo del carburante appesta i locali. C’è un misto di femminilità e rigore militare. I materassi sono stesi uno vicino all’altro, e all’ora della ritirata, cioè alle 22, le soldatesse si raggruppano come liceali,


Nadia, che rimane seria. Lei non sbaglia e tiene stretto il fucile: vuole che le Donne del sole abbiano successo e impartisce ordini sotto lo sguardo soddisfatto del capitano Khatoon Khider. Quest’ultima, 36enne, ha fondato le Donne del sole nel novembre 2015. Nel corso di una negoziazione con i peshmerga curdi guidati dal presidente Massoud Barzani, Khatoon ha richiesto la loro protezione, offrendo in cambio di rimpolpare le fila dei combattenti curdi con un nuovo battaglione di donne.

I peshmerga hanno accettato, in parte perché la loro ritirata di fronte alle truppe dell’Isis era stata una delle cause del massacro yazida,

addossano i fucili alle pareti e parlano ridacchiando di ragazzi, si pettinano a vicenda o si scambiano consigli di make-up. Il battaglione è costituito da tre reparti di 40 combattenti, che ogni mese si alternano alla base in turni di dieci giorni. La loro giornata inizia sempre alle 8,30 in punto: l’adunata per l’appello; poi le marce; segue la presentazione dell’arma. Nella foschia mattutina, le Donne del sole si esercitano a gruppi di tre intorno all’Humvee, sul fondo di cemento rovinato, e a ogni terzo passo piantano la gamba sinistra a terra. Se durante la marcia qualcuna fa un errore, le altre ridono, ma non

Momenti di svago tra un turno e l’altro: chiacchiere nella scuola che ospita le soldatesse; braccio di ferro con il Kalashnikov in spalla.

ma anche perché schierando un battaglione femminile yazida avrebbero potuto dimostrare agli alleati occidentali la modernità delle linee curde, ottenendo quindi appoggio nella lotta contro gli jihadisti. In precedenza, Khider aveva raggiunto la celebrità cantando ai matrimoni, viaggiando per tutto il Sinjar insieme al padre, vestita di rosso e con i capelli al vento. Ha cantato i canti tradizionali con voce piena fino all’agosto 2014, quando si è ammutolita. Anche lei è dovuta fuggire, ha dovuto riparare sui monti e vedere il suo popolo quasi morire di sete e di fame. «Quando uscirò di qui», ha giurato a se stessa «gli yazidi non resteranno mai più indifesi». Oggi la ex cantante sfoggia tre stelle d’oro sulle spalline dell’uniforme, una Heckler & Koch automatica al fianco, ed è costantemente accompagnata da due guardie del corpo. «Riesci a immaginare una bambina di nove anni 9 febbraio 2017 | Panorama

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REPORTAGE

violentata da un branco di uomini? Venduta e tenuta in ostaggio come schiava del sesso?» mi chiede Khider. «Vogliamo far sapere al mondo cosa è successo qui». All’adunata del mattino seguono incombenze diverse: una truppa fa esercizio fisico, un’altra pulisce le armi, e bisogna anche fare il bucato e cucinare. Le Donne del sole coadiuvano anche i soldati peshmerga ai vari checkpoint, massicciate di terra marrone e blocchi di cemento a distanza di 500 metri dalla strada. Il gruppo non è un manipolo improvvisato, ma una realtà unita e organizzata. Le milizie peshmerga hanno adibito all’addestramento delle yazide una base nei pressi della città curda di Dahuk. Per sei settimane ci si allena nel corpo a corpo, si salta attraverso cerchi infuocati e si suda per ore nei percorsi a ostacoli. Le Sun Ladies imparano anche a maneggiare kalashnikov, mitragliatrici e bombe a mano. L’adesione è tale che in lista d’attesa ci sarebbero oltre 1.700 yazide: non appena saranno reperiti il denaro e l’equipaggiamento partirà quindi una nuova tornata di addestramenti.

Ma la lotta a favore delle donne e dei bambini rapiti avviene anche con mezzi diversi, pacifici. È il caso di Nadia Murad e Lamiya Aji, che sono state entrambe catturate dall’Isis, riuscendo però a fuggire e a portare la propria testimonianza alla Commissione dell’Onu per i diritti umani, e ottenendo dunque riconoscimenti importanti come il Premio Sacharov o il Premio dei diritti umani Václav Havel, utilizzando come unica arma le parole. Se il mondo si è interessato al destino degli yazidi è merito loro. Le Donne del sole, invece, sono perfette sconosciute. «La Murad combatte a modo suo», replica Nadia, «ma non bastano le parole per conquistare Mosul. Al resto pensiamo noi». Mosul, la roccaforte dello Stato islamico in Iraq, è l’obiettivo delle Donne del sole. Nel febbraio 2017, la città, oltre un milione di abitanti, è duramente contesa, e le Donne del sole lo sanno: se cade Mosul, cade anche l’Isis, almeno in Iraq. Ma soprattutto, la maggior parte delle prigioniere yazide è rinchiusa proprio qui. Se cade la città, anche loro potranno essere liberate. Ma nessuno dei comandanti peshmerga dà il via libera alle Donne del sole per iniziare la battaglia. Rimangono nel quartier generale, a quasi 150 chilometri di distanza. Finora, la principale operazione militare è stata la messa in sicurezza di strade e la scorta a soldati peshmerga e del Pkk verso villaggi liberati della zona yazida,. Il capitano Khider giustifica il fatto che le sue truppe 58

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Anche il finestrino di un Humvee può servire per controllare la pettinatura.

non abbiano ancora ricevuto l’ordine di mettersi in marcia verso Mosul come una strategia militare. Alle Donne del sole non rimane quindi altro da fare che osservare le combattenti peshmerga e quelle del Pkk al telegiornale, osservarle lanciare granate sulla città dilaniata o guadare i torrenti di montagna al tramonto reggendo le armi sopra la testa. Almeno per ora. Le Donne del sole mettono in sicurezza prima di tutto le zone periferiche. Anche qui l’Isis potrebbe sferrare un attacco in qualunque momento, come ricorda il capitano, senza contare che alle sue donne mancano le competenze necessarie per l’offensiva a Mosul, come l’uso di carri armati ed elicotteri. Non sono un manipolo improvvisato, ma nemmeno un’unità speciale. Anche per questo motivo, senza un supporto esterno, non arriveranno mai a Mosul: la città verrà conquistata per mano di forze speciali con una guerra urbana. Eppure, continua Khider, verrà l’ora del suo battaglione, perché sono loro a sapere dove sono nascoste le donne, dove si trovano prigioni e abitazioni private, e saranno sempre loro a mostrare la strada alle unità


il padre e le sue due mogli, al giardino pieno di olivi e roseti e alla sua camera con i poster di Bollywood e gli orsetti di peluche. «Era una vita bellissima, avevo tanti amici e c’era sempre qualcosa da fare». I musulmani e gli yazidi convivevano senza problema, aggiunge Nadia. Andava a scuola e alle feste di compleanno dei suoi amici. Viveva alla giornata, senza progetti per il futuro. Poi arrivò lo Stato islamico. «Pensavo che si sarebbe trattato solo di qualche bomba e che poi se ne sarebbero andati, perché dopotutto avevamo le truppe peshmerga dalla nostra». Ma si sbagliava: la mattina del 3 agosto è iniziato l’attacco dell’Isis. E i peshmerga sono stati i primi a scappare. La sua famiglia stava ancora dormendo. Solo Nadia era già sveglia nel letto con addosso il pigiama del Real Madrid, e leggeva degli appunti per la scuola. Prima ha sentito le granate, poi è suonato il telefono. Un amico, un peshmerga, li avvisava. La famiglia è fuggita con il passaporto in mano mentre i primi mezzi dell’Isis arrivano davanti all’abitazione. «Ho visto più di 30 uomini, tutti con una lunga barba e rasati solo sul labbro superiore. Sotto ai pantaloni lunghi e sformati erano in infradito o in scarpe da ginnastica». Tra di loro Nadia ha riconosciuto anche un suo vicino di casa musulmano, la spia che aveva raccolto informazioni sul per intere settimane. A quel punto li hanno trascinati in strada. I soldati avevano gli occhi grandi e ingoiavano le pilloline bianche di Captagon (uno psicostimolante) come caramelle. «Hanno messo la gente in fila e hanno detto “convertitevi e non vi succederà nulla”». Nessuno proferisce parola. Vengono fucilati uno a uno. Passando dal cortile sul retro, Nadia e lo zio riescono a intrufolarsi nella casa vicina, dove rimangono nascosti per sei giorni mentre i soldati dell’Isis conducono ispezioni sommarie. Dopo alcuni giorni le provviste si sono esaurite. Nadia e suo zio lasciano la casa nel cuore della notte con un obiettivo: il monte Sinjar, la loro montagna sacra. Sgattaiolano di portone in portone, di villaggio in villaggio, senza sosta. Dopo 12 ore incontrano i soldati del Pkk. Oggi Mosul è ancora molto lontana per le Donne del sole, ma sono convinte che il loro intervento sia imminente. Sanno già cosa faranno ai nemici. «Verranno processati e poi finiranno in carcere», risponde Nadia. «E lì io li ucciderò. Ogni giorno. Con il mio sguardo, e con una sola domanda: perché?». n

CI SONO MADRI CHE HANNO VISTO COSPARGERE DI BENZINA I BAMBINI E DAR LORO FUOCO

speciali dell’esercito iracheno o ai peshmerga. Questa conoscenza è il loro principale asso nella manica. E questo stesso ricordo è il loro fardello più pesante, perché anche molte militanti delle Donne del sole sono state a loro volta catturate dall’Isis. Sono fuggite dai loro villaggi, hanno perso il loro cari e hanno dovuto scavalcare cadaveri. Conoscono le storie terrificanti delle madri yazide che hanno visto gli uomini del califfato cospargere i loro bambini di benzina e dar loro fuoco. Le Donne del sole vi hanno assistito personalmente, prima di essere rapite. Combattono infatti una seconda battaglia, tutta personale. Dall’orgoglio e dalla sicurezza con cui imbracciano i kalashnikov si ha l’impressione che queste armi siano anche una forma di protezione per loro. Sono in lotta per una nuova vita. Quando Nadia riesce ad accoccolarsi al sole sul tetto della caserma, a chiudere gli occhi e ascoltare la musica, torna con la mente alla sua vecchia vita nel villaggio di Tal al-Banat, alla casa dei genitori, in cui è cresciuta con i nove fratelli,

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TRA ECOLOGIA E DEMAGOGIA

Getty Images

Non ci saranno abbattimenti del predatore che ora ripopola le nostre montagne. Ma non

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Una femmina di lupo grigio con un cucciolo. Si stima che l’Italia conti tra 1.500 e 2.500 esemplari. il Piano nazionale per gestirne la popolazione è stato per ora bloccato.

Al lupo al lupo gestire la sua convivenza con l’uomo è ipocrita e non aiuta a conservare la specie.

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di Marco Ventura

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a «guerra del lupo» l’hanno vinta gli ambientalisti. No all’abbattimento selettivo avallato dal Piano nazionale sotto l’ombrello del ministero dell’Ambiente. Ma le polemiche sulla possibile, corretta gestione di questo predatore che è tornato a diffondersi tra Alpi e Appennini, diventano un ennesimo specchio dell’Italia: delle sue sensibilità e ipocrisie. Della qualità della sua politica. Ne ha fatta di strada il lupo italiano da quando negli anni 70 le guardie del Parco nazionale d’Abruzzo appoggiavano sulla neve i quarti di bue sotto la Camosciara e aspettavano che i pochi esemplari rimasti, non più di una dozzina, scendessero dalle montagne ed era tutto un baluginare di occhi fosforescenti nella notte, quasi una fiaccolata. Oggi nel Parco gravitano nove branchi, in totale una cinquantina di capi. In tutta Italia la popolazione di lupi è stimata in 1000-2000. Luigi Boitani, professore di Biologia della conservazione alla “Sapienza” di Roma e massimo studioso italiano del lupo, ha coordinato gli esperti che hanno collaborato alle 70 pagine del Piano. Ma le Regioni, alla fine, sotto pressione degli ambientalisti non l’hanno approvato. In attesa che il ministro dell’Ambiente Gianlcuca Galletti decida quando e in quali termini riconvocare le parti in causa. È una guerra persa anche per il lupo, dice Boitani che attacca la «religione ambientalista». Lo zoologo esclude di aver mai parlato di «abbattimento selettivo». Nel Piano si contemplano «deroghe al divieto di rimozione di lupi dall’ambiente naturale», già previste dalla Direttiva Habitat del 1992. Tali eccezioni portano anche all’uccisione da parte delle guardie forestali, ammette 62

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Boitani, ma «la direttiva prevedeva quattro condizioni che noi giudichiamo insufficienti e perciò ne aggiungiamo tre, in più introduciamo una soglia massima del 5 per cento rispetto alla stima più conservativa della popolazione». A conti fatti, una cinquantina di lupi su mille. E qui è partita, secondo Boitani, una campagna di «demagogia, ignoranza, malafede, falsità da parte di una marea di persone, come se si fosse aperta la caccia al lupo». Liquidata dal professore con una parola la grancassa ambientalista, in inglese perché suona più morbida: bullshit. Cavolate. «Io non ho mai scritto che si debbano ammazzare ogni anno il 5 per cento dei lupi. Abbiamo indicato 21 azioni per la conservazione e la gestione. Poi sarebbero state le Regioni a scegliere cosa fare». Si va dalla creazione di un nucleo di cani addestrati a scoprire i bocconi avvelenati lasciati dai bracconieri, alla prevenzione e mitigazione dei conflitti con gli allevatori, alla predazione di animali domestici e da allevamento. E ancora, ci sono la lotta ai fenomeni di randagismo e ibridazione cane-lupo o la cattura e cura dei lupi feriti o malati. C’è anche quella che impropriamente viene definita

«la ventiduesima azione», banalizzata in «abbattimento selettivo». E qui, via alla protesta delle associazioni ambientaliste compresi Legambiente e WWF, delle guide escursionistiche e delle stesse Regioni. Tra le fila di queste ultime, per Boitani, c’è «un concentrato di incapaci: chi ha urlato di più è il Lazio, che per il lupo non ha fatto quasi nulla. L’unica Regione che si sia distinta per anni e abbia pagato di tasca propria un progetto per il lupo è il Piemonte, che però alla fine ha preferito soprassedere per paura degli ambientalisti». Nel Piano si parte dalla stima della popolazione attuale. Un totale di 150 lupi sulle Alpi (23 branchi di cui 18 in Piemonte, tre al confine con la Liguria, uno con la Val d’Aosta e ancora uno in Veneto). Nell’Ap-

Nelle scorse settimane sono stati avvistati lupi anche nelle zone colpite dal sisma. Quelli nella foto sono stati fotografati in paese dal sindaco di Ussita, Marco Rinaldi.


TRA ECOLOGIA E DEMAGOGIA

Angelo Gandolfi/ Nature Picture Library

Un branco di lupi ha abbattuto una pecora nel Parco nazionale d’Abruzzo, dove i conflitti con gli allevatori sono frequenti.

Il filosofo: «No a ogni radicalismo ambientale» «L’ipocrisia di chi ama i lupi ma non si commuove per la sorte dei vitelli». Leonardo Caffo, filosofo e scrittore del Politecnico di Torino, considera dal suo punto di vista «immorale l’abbattimento selettivo», ma aggiunge che «non bisogna essere assolutisti. Volendo usare un po’ di filosofia, nella cornice ecologica superficiale l’abbattimento è tecnicamente giusto: si contiene una specie per garantire la qualità dell’equilibrio con le altre specie nell’intero ecosistema. Ma col metro di un’ecologia radicale o animalista, l’abbattimento risulta immorale: ciò che conta non è il benessere della somma degli individui o degli ecosistemi, ma ogni individuo che

non si può sacrificare. Il meccanismo logico è lo stesso di certi politici per il sovraccarico di migranti: sopra una certa soglia non vanno accolti». Se il problema non è solo il lupo ma più in generale la gestione degli animali da parte dell’uomo, «è molto difficile essere contro l’abbattimento del lupo e comunque trascurare gli altri. Quanta commozione per le mucche sepolte nella neve dopo il terremoto, ma nessuno ha detto che quelle erano vive per sbaglio: invece di essere macellate il giorno dopo, la neve ha prolungato la loro sopravvivenza». La soluzione? «Ci sarebbe, ma costa. I parchi del Nord Europa possono accogliere i lupi che altrimenti verrebbero uccisi».

pennino, invece, molti di più: una media di 1580 fra un minimo di 1070 e un massimo di 2472. «Rispetto a una base media di 1500» semplifica Boitani «l’incremento annuo demografico in Italia è del 20-25 per cento. Se abbiamo 1000 lupi, l’anno successivo saranno 1200. Ma in Italia ci sono anche 60 milioni di abitanti e la nostra sfida è tenere insieme i primi e i secondi. I lupi predano il cervo ma se trovano un piatto di spaghetti non si tirano indietro. Una volta erano circa 100-200. Oggi noi dobbiamo gestire un successo della conservazione, perciò va cambiata la tattica di gestione». Qualche esempio? «Esiste un branco che vive accanto alle reti che delimitano l’aeroporto di Fiumicino e non fa danni. Ma c’è un altro piccolo gruppo sull’Appennino modenese che addirittura si porta via i cani al guinzaglio. La rimozione, in questo caso, risolverebbe il problema». Altrimenti, chi si ritrova uno scheletro al posto di Fido «finirà per mettere le polpette avvelenate». Il bracconaggio sopprime il 15-20 per cento di lupi ogni anno. Alcuni stimano che si arrivi a 300 esemplari. «Ma quelli che li uccidono, spesso, sono solo allevatori esasperati che cercano di farsi giustizia da soli». Da una parte, insiste Boitani, c’è «la malafede totale di associazioni ambientaliste che fanno la loro guerra di religione per il lupo santo da venerare in chiesa a costo di spargere in giro idiozie, tanto ormai l’ambientalismo si è ridotto all’animalismo». Dall’altra c’è «lo Stato laico che non può fermarsi ai valori ma deve gestire le situazioni, altrimenti succede che le Regioni continueranno a delegare di fatto la soluzione del problema ai bracconieri». Il problema è di civiltà politica. n © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Linda Rottenberg, 48 anni, studi alle università di Harvard e Yale, è il ceo di Endeavor. Sposata, vive a New York e ha due figlie gemelle.

LA DONNA DA 64

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IDEE DI SUCCESSO

Elaborazione immagine: Stefano Carrara

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efinisce la sua società «un paradiso per matti», senza voler offendere nessuno. «Pazzo è un complimento» che racchiude il motto, la filosofia e il titolo del libro bestseller dell’imprenditrice Linda Rottenberg, radici nella periferia di Boston, tra i 100 innovatori più influenti di questo secolo secondo la rivista Time: «Ci vuole un po’ di follia per immaginare quello che gli altri non vedono. Per pensare un’idea insolita e portarla avanti. Alle mie figlie raccomando sempre di sognare sogni impossibili» racconta a Panorama davanti al grande camino di un hotel di Menlo Park, sobborgo di San Francisco a qualche chilometro dalle titaniche sedi di Google, Apple e Facebook. Modi informali ma decisi, sorriso largo e parole infilate a raffica, Rottenberg è qui in Silicon Valley per rafforzare con altri talenti la già nutrita squadra di Endeavor, l’organizzazione che ha creato nel 1997, 20 anni fa, «quando sostenere le aziende ricche di potenziale non era ancora una moda». Finora ne ha reclutate oltre 1.300 in 26 Paesi, da pochi

mesi anche in Italia, dove ha aperto una filiale affidando la presidenza del board a Pietro Sella, ceo del gruppo Banca Sella, e individuato le prime quattro idee da supportare (vedere le schede a pagina 66). E altre seguiranno a breve. Chiunque può candidarsi per salire a bordo, ma per essere accolti occorre superare rigide selezioni locali e internazionali, illustrando il proprio modello di business, ragionando su pubblico e mercati di riferimento, delineando prospettive di crescita ed espansione globale: l’ultima fase è un esame in piena regola, con una commissione formata ogni volta da nomi di rilievo. Tra cui spiccano Reid Hoffman e Oscar Salazar, cofondatori di LinkedIn e Uber. E per passare, serve il consenso unanime dei membri della giuria, altrimenti non si entra.

Chi ce l’ha fatta, ha avuto accesso più facile a nuovo capitale, raccogliendo lo scorso anno circa 750 milioni di dollari tra investimenti diretti o indiretti, che si stima raggiungeranno i 2 miliardi nel 2020. Merito di una parola magica: networking. Una rete di contatti. «Per esempio» spiega Rottenberg «a un’azienda che si occupa di moda presentiamo i

nomi di riferimento del settore fashion a New York e così via. Diamo accesso immediato e privilegiato a relazioni che altrimenti non avrebbero mai. «Inoltre» aggiunge «abbiamo momenti di formazione d’eccellenza, inclusi programmi ad hoc presso la School of business di Stanford (una delle più prestigiose università al mondo, ndr)». Endeavor è una palestra per imprenditori, un circolo privato permeabile «basato sul pilastro della meritocrazia». Che produce frutti: negli ultimi 12 mesi i suoi componenti sono riusciti a fatturare complessivamente più di 8 miliardi di dollari e, rispetto ai dati medi della Banca mondiale, le aziende aderenti hanno creato oltre il quintuplo di posti di lavoro. Il segreto è continuare a scegliere quelle giuste: «Non mi sento una giocatrice d’azzardo che scommette sul talento» afferma l’imprenditrice «piuttosto assomiglio a un cecchino. Non sono un’appassionata di armi, ma direi che il paragone regge: con l’esperienza ho imparato a riconoscere gli obiettivi migliori e a centrarli». Resta da capire che cosa ci guadagni

OTTO MILIARDI DI DOLLARI È il fatturato generato in un anno dalle 1.300 aziende di 26 Paesi sostenute da Endeavor, la società che Linda Rottenberg ha creato per coltivare il talento. Investimenti riservati solo a chi possiede la giusta dose di follia. di Marco Morello - da San Francisco 9 febbraio 2017 | Panorama

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IDEE DI SUCCESSO

QUATTRO ECCELLENZE ITALIANE SOSTENUTE DALLA SOCIETÀ GUIDATA DA LINDA ROTTENBERG Lanieri Riccardo Schiavotto, 31 anni, e Simone Maggi, 34 anni. Due ingegneri: Riccardo di Vicenza e Simone di Pavia (da sinistra nella foto). E un’intuizione: creare un negozio digitale di abiti e accessori maschili su misura, usando i migliori tessuti italiani. I clienti (da 50 Paesi) prendono le misure da soli, seguendo semplici istruzioni online, e ricevono tutto a casa.

Empatica Matteo Lai, 35 anni. Origini cagliaritane, studi al Politecnico di Milano, un’azienda con sede a Boston che progetta braccialetti come Embrace in grado di tenere sotto controllo l’attività del sistema nervoso e inviare in tempo reale un allarme agli operatori sanitari se chi lo indossa viene colpito da una crisi epilettica.

Talent garden Davide Dattoli, 26 anni. Il suo gruppo è diventato il riferimento europeo del coworking, gli spazi condivisi dove lavorare insieme che hanno sostituito i vecchi uffici. Dopo gli esordi da consulente, Dattoli ha aperto il primo sei anni fa nella sua Brescia, l’ultimo a Vienna il mese scorso. In tutto sono 18 in sei Paesi, dalla Spagna all’Albania.

D-Orbit Luca Rossettini, 41 anni. Ingegnere aerospaziale vicentino con studi in California ed esperienze presso la Nasa, ha fondato una società che sviluppa tecnologie per posizionare i satelliti e rimuoverli in modo efficiente, trasformandosi in una sorta di spazzino interstellare. L’azienda ha sedi anche in America e Portogallo.

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la sua organizzazione: innanzitutto una percentuale delle somme investite in caso d’uscita, di vendita con profitto di una società del club ad altri gruppi. E poi, in generale, vige la logica del give back: chi ha ricevuto benefici da Endeavor, è desideroso di contribuire alla sua crescita con tempo, risorse, supporto ai nuovi arrivati. Un meccanismo che prospera autoalimentandosi, un’orchestra guidata da un direttore donna.

Un’eccezione nello scenario internazionale, almeno per ora: «Partecipo a moltissime riunioni in cui sono l’unica a non indossare un completo grigio, ma penso che la situazione evolverà. Desiderare un figlio non è un ostacolo all’imprenditoria femminile: una volta cresciuto, resta parecchio tempo davanti. Le mie gemelle hanno undici anni e mezzo e tanto bisogno di me, ma quando saranno adolescenti dovrò essere io a cercarle per parlarci». Dopo un’ora abbondante di intervista, è evidente che determinazione e pensieri brillanti siano state le chiavi del successo di Rottenberg. Un traguardo che, a suo avviso, oggi non è precluso a nessuno: «La metà delle 500 società con il più alto tasso di crescita degli Stati Uniti hanno iniziato con un capitale inferiore ai 10 mila dollari. Grazie ai social network, alla raccolta di fondi su internet, è facilissimo mettere alla prova il valore di un progetto, capire se ha potenziale oppure no. Le migliori idee non vengono ammazzate dal mercato, ma nelle docce dove le persone le pensano e poi le abbandonano, senza avere il coraggio di portarle avanti. La sfida più grande non è convincere i genitori, gli amici, i finanziatori, ma se stessi». La vera pazzia? Non provarci nemmeno. (Twitter: @MarMorello) n © RIPRODUZIONE RISERVATA


L’INTERVENTO

Medicina italiana all’export

All’incontro di New York - Italy meets United States of America, organizzato da Italian business & investment initiative - si parlerà d’industria farmaceutica tricolore. Un importante hub produttivo, molto apprezzato anche Oltreoceano.

di Massimo Scaccabarozzi, presidente Farmindustria

Il 14 febbraio a New York Panorama seguirà le eccellenze del made in Italy.

I

nternazionalizzazione, capacità innovativa, ricerca, export, qualità delle risorse umane. Sono i fiori all’occhiello per competere a livello globale. E tutti sono propri delle imprese del farmaco che in questi anni hanno dimostrato di essere un asset strategico per la crescita economica del Paese. L’industria farmaceutica italiana è leader in Europa, con una produzione di 30 miliardi, seconda di poco soltanto alla Germania, per oltre il 70 per cento destinata all’export. Il numero di occupati è di 64 mila, un vero e proprio hub produttivo continentale, che può diventare anche hub dell’innovazione. Nel 2015 gli investimenti in ricerca sono stati 1,4 miliardi (7 per cento del totale in Italia), gli addetti dedicati hanno raggiunto quota 6.100 e le imprese hanno contribuito con 700 milioni agli studi clinici presso le strutture del Servizio sanitario nazionale, aumentati del 15 per cento in due anni. Senza dimenticare i risultati del made in Italy nei vaccini, nei medicinali biotech, negli emoderivati e nei trattamenti per le malattie rare e la leadership nelle terapie avanzate (tre su sei autorizzate in Europa sono nate in Italia). La capacità 4.0 delle nostre imprese, la preparazione delle università e dei centri di ricerca pubblici e privati fanno poi dell’Italia uno dei Paesi capofila del modello network innovation, con il valore aggiunto della qualità straordinaria degli addetti. Il VI summit organizzato dall’Italian business & investment initiative,

EY e American chamber of commerce che si svolgerà a New York il 14 febbraio offre all’industria farmaceutica un’ulteriore possibilità di descrivere la propria realtà, dinamica, altamente tecnologica e innovativa. Con una caratteristica unica in Europa rappresentata da una composizione bilanciata tra imprese a capitale estero (60 per cento) e a capitale italiano (40 per cento), che crescono grazie a ricerca e internazionalizzazione. Oggi la farmaceutica è il secondo settore manifatturiero in Italia (dopo l’auto). Un processo che negli Stati Uniti ha visto di recente importanti operazioni di acquisizione e partnership da parte di imprese italiane, grandi e piccole. Gli Stati Uniti sono un interlocutore privilegiato per la farmaceutica in Italia: oltre il 20 per cento del settore dipende da imprese a capitale americano e il nostro Paese è il primo tra i big europei per attrazione d’investimenti e per produzione da parte di imprese statunitensi. Risultati raggiunti anche grazie all’azione del governo e del ministro della Salute che hanno messo in campo misure importanti: stabilità del quadro regolatorio, aumento del Fondo sanitario nazionale, creazione di Fondi per i farmaci innovativi, rafforzamento del credito d’imposta, patent box, varo del Piano industria 4.0. Adesso manca un ultimo passo: una nuova governance che sia più sostenibile, più attenta a un settore in profondo cambiamento a livello mondiale e più favorevole per l’accesso all’innovazione. Il futuro lo si costruisce oggi. Insieme. E le imprese farmaceutiche italiane vogliono continuare a creare occupazione, a investire, innovare, fare ricerca e competere nel mondo. n © RIPRODUZIONE RISERVATA

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A NEW YORK

F. Giacobetti, Untitled 1960-1970, Courtesy Steven Kasher Gallery

Attrazione assoluta

Una Jane Birkin giovanissima, negli anni Sessanta, colta nella sua magnetica sensualità dall’obiettivo di Francis Giacobetti. Il maestro marsigliese, che ha 88 anni, è uno dei Three Masters of Erotic Photography, con Kishin Shinoyama e Sam Haskins, la bella mostra che apre dal 23 febbraio e continua fino al 15 aprile, alla Steven Kasher Gallery di New York. Cinquanta ritratti in bianco e nero riemersi da una grande collezione, che dopo molti decenni sono più che mai contemporanei.

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LA SCENA È SERVITA

Un fornello a ogni tavolo, l’anatra pressata in diretta, dolci «dipinti» davanti ai commensali. L’ultima moda della ristorazione? Stupire non solo la gola. di Fiammetta Fadda

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DOLCEMENTE SCOMPOSTI A Chicago, da Alinea, i dessert vengono scomposti e «pennellati» al tavolo da Grant Achatz, chef e proprietario del locale, come se fossero una tela.

Lara Kastner

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’era una volta lo show in sala. Le fiamme che salivano dalle crêpe, le paste alla lampada, i volatili scalcati, i grandi pesci nel loro involucro di creta toelettati alla perfezione da mani esperte. Uno spettacolo. Tutto ciò prima della nouvelle cuisine e della ricetta-design acconciata dallo chef per essere contemplata da ogni commensale in solitario piacere. Dopo mezzo secolo, la sfilata dei bocconi miniaturizzati appare avviata alla fossilizzazione nel gradimento dei capricciosi palati contemporanei, mentre avanza la sensualità trionfale della preparazione «davanti». Astuzia ben nota ad Auguste Escoffier, che al Savoy di Londra insegnava come tagliare il roast beef al tavolo per farne uscire quel filo di sangue che mandava in visibilio i palati dell’aristocrazia anglosassone. Sembra una faccenda retró: in fondo, in provincia, il carrello dei bolliti ha continuato a esistere nel suo pantagruelico esibizionismo


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Simone Giannini

LA CERIMONIA DEL CAFFÈ Gabriele Fedeli, maître del Palagio al Four Seasons di Firenze, prepara «l’oro nero» in tre maniere.

TRADIZIONI SECOLARI La preparazione dell’anatra all’arancia alla Tour d’argent, a Parigi. Dietro il maître, il quadro che riproduce lo stesso rito, nell’800.

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come all’Osteria del Borgo di Carrù; né manca, qua e là, lo show per ospiti privilegiati di qualche proprietario, del tipo la maionese montata al tavolo di Romano Franceschini, a Viareggio. Invece qui si tratta dell’evoluzione più recente della cucina-spettacolo. Ormai, per vivere un’esperienza intensa e godibile, al ristorante non basta osservare lo chef all’opera nella cucina a vista, ovvero la situazione «live» finora più vicina agli show cooking televisivi. Il nuovo imperativo è: solo per me, su ordinazione, dal vivo. Col resto della sala in invidiosa ammirazione. E questa volta il primo attore non è più il cuoco, ma il maître o la brigata di sala, quando non lo chef trancheur, versione contemporanea


PASSIONE CARNALE Il carrello dei bolliti all’Osteria del borgo di Carrù.

GLI INDIRIZZI Dal bollito di Carrù alla zucca di Chicago: ce n’è per tutte le voglie. OSTERIA DEL BORGO Carrù (Cn) Carrello dei bolliti osteriadelborgo.com LA TOUR D’ARGENT Parigi Canard à la Tour D’Argent tourdargent.com ELEVEN MADISON PARK New York Arrosto di caccia con rape e cipolle elevenmadisonpark.com

IL POLLO COREOGRAFICO Il pollo preparato alla Locanda Margon di Ravina (Trento).

LOCANDA MARGON Ravina (Tn) Pollo ruspante locandamargon.it LE JARDIN DE RUSSIE, HOTEL DE RUSSIE Roma Sashimi mediterraneo roccofortehotels.com

Phototecnica

YAZAWA Milano Wagyu grigliato yazawa.it

del cinquecentesco trinciante. Su cosa puntare? La portata più fastosa è il canard à la presse, l’anatra alla pressa, piatto per cui va famosa La Tour d’Argent di Parigi, che numera gli esemplari serviti. Al presidente Franklin Delano Roosevelt toccò il 112.151, a Marlene Dietrich il 203.728, oggi siamo intorno al milione. Preparazione sanguinaria, notoriamente richiesta da gentiluomini inclini alle pratiche sadiche per capire, in anticipo, se la dama invitata sarà all’altezza. Questa la prassi: dall’anatroccolo arrosto si tolgono le ali e le cosce, il petto scarnificato viene messo da parte. Si inserisce la carcassa nella pressa, che ha tutto l’aspetto di uno strumento di tortura da boudoir, e la si aziona girando la maniglia

rotonda. Si raccoglie il sangue; lo si passa in padella dove attende il petto, con burro, cognac, pinot nero, sale, pepe; si flamba. Magnifico e coreografico il procedimento, fantastico il risultato. Tra le scenografie altrettanto ghiotte, ma meno traumatiche, c’è il fagiano, esibito tra i tavoli col ciuffo delle sue penne piantato nel derrière, dell’Eleven Madison Park di New York (dove, per inciso, non manca - sola performance vegana finora nota - una tartara di carote eseguita al tavolo con l’ausilio di un tritacarne d’epoca) o il pollo della Locanda Margon, nella campagna trentina, fatto circolare tra i commensali in una speciale pentola dove cuoce «in piedi» cioè impalato, prima di essere scalcato in sala.

LUNASIA AL PLAZA E DE RUSSIE Viareggio Carbonara di mare plazaederussie.com LIDO 84 Gardone Riviera (Bs) Cacio e pepe in vescica ristorantelido.com IL PALAGIO, FOUR SEASONS HOTEL Firenze Caffè in tre maniere fourseasons.com/florence MISTRAL, VILLA SERBELLONI Bellagio (Co) Pesca con gelato all’azoto liquido ristorante-mistral.com ALINEA Chicago Torta di zucca al cioccolato alinearestaurant.com 9 febbraio 2017 | Panorama

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Francesca Moscheni

CI LASCIA LE PENNE La preparazione del pollo, con piume nel derrière, all’Eleven Madison Park di New York.

COME PER MAGIA Lo chef Ettore Bocchia, del Mistral a Villa Serbelloni, prepara il gelato con l’azoto liquido.

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Per chi preferisce il minimalismo giapponese, dove le operazioni di taglio sono anche un espediente scenografico, Yazawa, a Milano, depone e scotta fettine di manzo Kobe, in progressive sfumature di rarità, sui fornelli incastrati nei tavoli; mentre al Jardin del romano Hotel De Russie, la silhouette dei filetti di pesce diliscati viene ustionata su mattonelle di sale rosa dell’Himalaya a 220 gradi, oppure servita cruda sullo stesso supporto ghiacciato. Straordinario, poi, l’itinerario della pasta, una volta piatto di sussistenza, poi «turbante» creativo, adesso tornata «alla lampada» nella Carbonara di mare di Luca Landi, al Lunasia di Viareggio, con gli spaghetti alla chitarra di sfoglia emiliana affumicati e lavorati a vista con crostacei e molluschi. Ultimo futuribile exploit, i Rigatoni cacio e pepe in vescica, dei fratelli Camanini, a Lido 84 sul Garda: sul carrello arriva un contenitore con una sfera traslucida al centro. Si scopre che è una vescica di maiale in cui è stata cotta la pasta già condita. Un colpo di coltello squarcia l’involucro in diretta, e il piatto è pronto, arricchito da

Francesco Tonelli

A CIASCUNO IL SUO FORNELLO Da Yazawa, a Milano, fettine di manzo kobe vengono scottate direttamente al tavolo dei clienti.

arcane sfumature suine. Ma, non hanno dubbi al Four Seasons di Firenze, il piatto più «wonderfully enchanting» sono le crêpe suzette, best seller a San Valentino: le crêpe in attesa sul gueridon, il fornelletto acceso, il burro, lo zucchero, l’arancia, il Grand Marnier. Al momento giusto la padellina d’argento viene inclinata con consumata eleganza e si sprigionano le fiamme. L’effetto wow arriva però con la cucina molecolare. Per esempio con il gelato all’azoto liquido, al Mistral di Villa Serbelloni, sul lago di Como, da Ettore Bocchia, con i fumi a meno 160 gradi che avvolgono il tavolo uscendo dal cilindro in cui viene mantecata la crema. Mentre per l’effetto happening d’arte contemporanea bisogna spostarsi a Chicago da Alinea, dove i dessert vengono composti e pennellati sul tavolo come su una tela. Gran finale, il lusso di un’infusione fatta con le foglioline di piante aromatiche sforbiciate al momento; o un caffè, i chicchi macinati a mano davanti al cliente, e la polvere infusa, a piacere con il sifone, con la moka o con un sofisticato decanter. n

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MEDICAL PONTINO, un’eccellenza tutta italiana

La qualità nella sanità per una sanità di qualità

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edical Pontino è una realtà italiana d’eccellenza. Da oltre trent’anni ai vertici del settore della diagnostica specialistica e della medicina ambulatoriale, l’azienda si è da subito distinta per l’alta qualità, l’affidabilità e la completezza dei servizi offerti. Forte anche di una dotazione tecnologica scientificamente all’avanguardia e costantemente aggiornata, nel corso degli anni Mediacal Pontino ha ampliato e diversificato la propria offerta trasformandosi da semplice laboratorio di analisi in un poliambulatorio multidisciplinare. Fautore di questa straordinaria metamorfosi è Elio Chiavetta, con un trascorso da dirigente nella N.A.T.O. oggi in pensione, che dal 1999, anno in cui ha rilevato la maggioranza della società, ricopre il ruolo di Chief Executive Officer di Medical Pontino Srl. Oggi il centro, nella nuova sede di Via Custosa a Latina, è strutturato su 800 metri quadrati, ha 17 dipendenti e si avvale della collaborazione di 40 medici specialistici. In pochi anni l’azienda è riuscita ad imporre la propria leadership in un mercato sempre più selettivo ed a guadagnarsi la fiducia degli utenti: circa 25mila persone l’anno transitano nei nuovi laboratori confermando gli elevati livelli di customer satisfaction. La vision aziendale, basata su logiche di total quality management (fortemente sostenuta dal direttore sanitario Antonio Tranquilli nonché dai soci Giampietro Ciancaglini, Luciana M. Sciaudone e Luciano Morza rispettivamente oncologo e ginecologo, direttore di laboratorio e tecnico di radiologia), è infatti orientata alla piena soddisfazione dei clienti attraverso un’offerta focalizzata su servizi di alta qualità resi da professionisti di riconosciute capacità. Di quali servizi è possibile usufruire presso il vostro centro? “Presso i nostri laboratori è possibile effettuare le più svariate analisi cliniche: dagli esami di laboratorio (tradizionali, microbiologici, citogenetici, istocitologici e tossicologici) alla diagnostica per immagini (ecocolordoppler, MOC metodo D.E.X.A., ecografie, risonanza magnetica articolare e mammografia digitale) fino agli screening di medicina specialistica. Il nostro centro, infatti, oltre ai servizi convenzionati di analisi cliniche e radiografie, ha una vasta gamma di specialistiche in 24 branche di indubbia importanza tra le quali la cardiologia, l’urologia, la ginecologia e l’ortopedia” afferma con orgoglio Gianni Chiavetta, General Manager di Medical Pontino. Quali sono i vostri punti di forza rispetto alla concorrenza? “La qualità dei servizi resi a prezzi accessibili, per agevolare sopratutto le famiglie meno abbienti, e l’elevata professionalità degli operatori che, a diverso titolo, concorrono all’erogazione di tali prestazioni. Le risorse umane sono il vero punto di forza della nostra azienda non solo per l’elevata preparazione tecnico-scientifica ma anche per l’umanità con la quale si approcciano ai pazienti. Tra le varie eccellenze spiccano i nomi del dott. Enrico Mariani, direttore tecnico di radiologia, del dott. Stefano Falpo, direttore tecnico di RMN; della dott.ssa Cristina Pane, referente del reparto di ginecologia; della dott.ssa Veronica Leggeri, referente del centro dimagrimento e del dott. Raffaele Cotrone, direttore tecnico di fisioterapia e riabilitazione. Di più. La nostra azienda è l’unica, in provincia di Latina, ad effettuare il servizio di radiologia a domicilio, nato per soddisfare le esigenze di un numero sempre maggiore di pazienti. Anche a domicilio viene applicata la stessa tecnologia utilizzata negli ambulatori: le nostre apparecchiature sono in grado di fornire immagini di alta qualità, comparabili con quelle ospedaliere, che, abbinate alla competenza del nostro personale, garantiscono un servizio d'eccellenza”. Fiore all’occhiello della struttura è il Centro Trombosi, l’unico in provincia di Latina. Affiliato dal 2007 alla Federazione Centri per la diagnosi della trombosi e la Sorveglianza delle terapie Antitrombotiche (F.C.S.A.), diretto dal dott. Silverio Guarino e coadiuvato dal dott. Pietro Falco, il Centro svolge attività di sorveglianza e monitoraggio laboratoristico e clinico dei pazienti in Terapia Anticoagulante Orale (TAO); una terapia efficace che consente di deprimere, in modo controllato e reversibile, la coagulabilità del sangue per ottenere la massima protezione possibile dagli incidenti tromboembolici. Nei prossimi anni sarà potenziato il Centro dimagrimento dove, grazie ad un approccio scientifico, all’ausilio di innovative apparecchiature tecnologiche e ad uno staff medico multidisciplinare, il paziente potrà ritrovare il giusto peso forma in tutta sicurezza.


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L’upgrading? Molto meglio sognarlo

CON LUCIANA LITTIZZETTO Il Lungo Po Moncalieri, a Torino, dove ama passeggiare con l’amica comica.

Adora le patatine fritte, le città di provincia e le t-shirt. Nato povero, ora lo scrittore Luca Bianchini si concede piccoli lussi. Ma senza esagerare. di Stefania Berbenni

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e non avete mai letto un libro di Luca Bianchini. Se non avete visto Io che amo solo te, il film del 2015 con Riccardo Scamarcio e Laura Chiatti, tratto dal suo omonimo romanzo e ambientato nella Puglia delle contraddizioni. Se non sapete che ogni suo nuovo titolo finisce dritto in classsifica, compreso l’ultimo, Nessuno come noi, novità di metà gennaio. Se non lo avete mai sentito né in radio né visto in tv, ospite, e il nome vi dice poco e niente, la prima cosa da mettere in memoria è che questo 46enne torinese non si nasconde. Quasi con orgoglio snocciola le origini («vengo dal basso, sono nato povero»), e le debolezze caratteriali (la vanità, l’immodestia), e le tentazioni respinte (scrivere «seguiti»), e il suo doppio registro di malinconico e di amante delle risate intelligenti. Bianchini, le risate le sa anche suscitare, perché è un simpatico nato, un saggio frequentatore della leggerezza come la intendeva Italo Calvino: «Un valore anziché un difetto». Partiamo «cattivi»: troppo facile scrivere una storia di adolescenti, è un filone che paga. Perché li ha messi al centro di Nessuno come noi? Nulla di calcolato. Ho trovato il mio diario di terza liceo, in verità cercavo quello della quarta... Comunque le rispondo meglio: se cerchi di acchiapparli per fare una cosa per loro, sbagli. Adesso però spero che lo leggano, e lo stanno facendo perché mi arrivano tanti commenti sui social. Qual è la sua forza? Non faccia il modesto però... È non scendere a compromessi, avrei potuto cavalcare l’onda pugliese, scrivere il terzo episodio e invece non l’ho fatto. La mia forza è sorprendere, 78

Panorama | 9 febbraio 2017

A BERLINO Un indirizzo «cool» della città tedesca è Monsieur Vuong: per bere cocktail, mangiare e comprare la t-shirt del locale.

MITICHE Le patatine fritte, un piatto «sottovalutato» mentre è una goduria.

perché scrivere è come fare un regalo e quando ci tieni, ci pensi e ti fai venire un’idea, compri qualcosa proprio per quella persona. A proposito, non sono per niente modesto. Nessuno come noi è ambientato nel liceo da lei frequentato ai tempi: il Majorana di Moncalieri. Un luogo strategico, ai piedi dei colli vicino a Torino. C’erano ragazzi che arrivavano dalle zone «povere» come me che abitavo a Nichelino, e poi c’erano i ricchi. Negli anni Ottanta, i meridionali erano gli extracomunitari di oggi. Ricordo la frase: «È meridionale, ma è brava» quando consigliavano una donna di servizio. Non si dice quasi uguale ora con le badanti dell’Est Europa? Il Majorana come crocevia di due mondi? Noi vivevamo in case popolari con il citofono bruciato, loro in ville patrizie; da noi c’era la nebbia e quando arrivavamo a casa loro c’era il sole: stavano in collina. Da noi pioveva, da loro nevicava. Eravamo poveri anche nel meteo. E cosa ha trovato nel suo diario di terza? Ho capito due cose: maschi e femmine sono due mondi che non si conoscono, allora le ragazzine


BIO GRA FIA

LUCA BIANCHINI 46 anni, nato a Nichelino (Torino). Oggi è uno scrittore di successo, tradotto in sei lingue. L’ultimo suo libro, Nessuno come noi (Mondadori, pp.250, 18 euro) è in classifica in questi giorni. Prima di dedicarsi alla scrittura, Bianchini ha fatto l’intervistatore telefonico, il redattore filatelico alla Bolaffi e il copywriter in alcune agenzie pubblicitarie. IL FILM DEL CUORE Pretty woman: lo si potrebbe vedere all’infinito.

TITOLO Un’Am, nim et lam in plaut restinverro velicipsum expe volupicilia dolorepro et vel

UN INDIRIZZO PREZIOSO A Londra, l’Italian Bookshop al 123 di Gloucester road.

Cannarsa Basso, Alamy Stock Photo , Berthold Steinhilber/laif, Everett Collection, Michele D’Ottavio

SORPRESA Ama le città dove devi «decidere di andare», fuori dalle rotte solite. Come Gorizia.

facevano fra di loro lezioni con le banane per imparare a dare piacere ai maschi, ora lo fanno con il tutorial su internet; la seconda: come sei a 17 anni, lo sarai per sempre. I menefreghisti di allora sono adulti annoiati, chi era impegnato lo è tuttora. Insomma, ai genitori di adolescenti dico: «Fatevene una ragione, i vostri figli rimarranno così». Indirizzi non banali della sua Torino. Amici miei, una pizzeria napoletana dove mi sento a casa e vado a festeggiare e a bere prosecco come se non ci fosse un domani. Poi il Lungo Po sul lato di Moncalieri, il meno frequentato: lì amo andare a passeggiare con Luciana Littizzetto. L’Arco Olimpico dietro il Lingotto. E la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo che oltre alle mostre ha un ottimo ristorante. È vanitoso: ha un capo d’abbigliamento feticcio? La t-shirt, purché non inflazionata, adoro quella di alcuni ristoranti come quella con il bambino di Monsieur Vuong di Berlino. A proposito di tavola: il piatto preferito? Le patatine fritte, le prendiamo sottogamba e invece noi occidentali dovremmo dissertare su questa

meraviglia, che vale tartufi e porcini come godimento, ma sono alla buona e allora le si sottovaluta. Città amate? Gorizia, Aosta. E Napoli, che però non mi fila. La amo io, non ricambiato. Poi Londra, dove c’è l’Italian Bookshop: ogni volta trovo qualcosa di speciale Musica. Ivano Fossati. È un artista che mi tocca. Film. Pretty woman: lo sai a memoria, ma lo puoi vedere e rivedere. Il libro. Un illustrato: Il libro dell’amore di Gus & Waldo di Massimo Fenati. Adesso che è ricco, che cosa si compra? Mi piacciono i piccoli lussi, l’upgrading, qualche acquisto di abbigliamento più bello. Ma è come se avessi paura: guadagnare improvvisamente dei soldi mi ha creato un certo disagio perché inizi a pensare: che cosa devo fare, a chi li voglio regalare, e se poi finiscono in fretta?. Così ho capito che il sogno è molto più bello della realizzazione del sogno. n

ILLUSTRATO Di Massimo Fenati, Il libro dell’amore di Gus & Waldo (Tea, pp. 96, 10 euro).

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9 febbraio 2017 | Panorama

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MILLA JOVOVICH MI SONO SCOLLEGATA DAL MIO LATO PAZZO Inquieta fin da ragazza, quando calcava le passerelle. Al centro di storie d’amore da rotocalco. Stilista (fallita), poi cantante, oggi è attrice, compagna e mamma. Quasi perfetta. di Marco Giovannini - da Los Angeles

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i dia un voto come modella. «Dieci». Attrice? «Sei e mezzo». Cantante? «Quattro». Madre? «Otto». Business woman? «Cinque, perché quando ho provato a fare la stilista di moda, la parte creativa era ok, ma marketing e conti un incubo». Non manca nessuna delle sue molteplici personalità? «Eccome: l’essere umano…». E che voto si dà?. «Otto. No, un momento, forse è più giusto sette». Perché? «Lotto per le mie figlie, ma quanto lotto per il mondo?». Milla Jovovich è in vena di bilanci. È di ritorno da un autentico giro del mondo (Tokyo, Hong Kong, Russia, Europa) per promuovere il film, Resident evil: the final chapter (nei cinema dal 16 febbraio), sesto della serie, ma anche l’ultimo, perché dopo 15 anni dice per sempre addio al suo personaggio più famoso, Alice, tostissima cacciatrice di zombie, geneticamente modificata in una Terra post apocalittica. Oltre un miliardo di dollari di incasso complessivo, la serie più di successo tratta da un videogame, e il personaggio femminile più replicato. Milla, però, non può permettersi tristezze, perché c’è da festeggiare l’esordio di una mini se stessa, la figlia Ever, 9 80

Panorama | 9 febbraio 2017

anni, che ha due ruoli antitetici, Alice da giovane, e l’arcinemica, la Regina rossa, ologramma di un super computer. In più ha già posato per fotografi famosi come Ellen von Unwerth, Karl Lagerfeld, Mario Sorrenti. Il padre è Paul W.S. Anderson, regista di Resident Evil. Stanno insieme dal primo film, nel 2002; Ever è nata dopo il terzo, nel 2007; si sono sposati durante il quarto, nel 2009; e la seconda figlia, Dashiell, è nata dopo il quinto, nel 2015. Un vero affare di famiglia, e un periodo che Milla chiama: «I 15 anni che sconvolsero la mia vita». Oddio, non è che sia mai stata una ragazza tranquilla, visto che è stata una modella a 11 anni, attrice a 13, cantante a 14. Ed è al terzo matrimonio, dopo quello di due mesi con l’attore Shawn Andrews (poi annullato perché lei era minorenne), e quello di due anni col regista Luc Besson. Una cosa che proprio non sopporta? La noia. Quando non ho niente da fare sono guai, se ho il jet lag o le mestruazioni sto inebetita a letto a guardare qualcosa di stupido in tv. E divento esistenziale, penso di essere una fallita, mi domando perché mai il pubblico dovrebbe essere ispirato da me, se neanche io lo sono. È vero che scrive ancora il diario, come da bambina? Lo facevo, sì. Ma è da un po’ che non scrivo. Non saprei che cosa dire. È la seconda tragedia dopo la noia. Perché? Matrimonio, figli, responsabilità, arriva Milla Jovovich, 41 anni, ex modella, ora attrice.


Patricia De La Rosa/Headpress/Photomovie

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0 mese 2015 | Panorama

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di Claudio Trionfera

Screen Gems/Courtesy Everett Collection

LE PERIPEZIE DI UN SOVRANO GIRAMONDO Il cinema belga quando esce dal suo guscio, si fa sentire. Lo ha fatto ultimamente

un momento che devi essere presente a te stessa, mentre per me, invece, l’artista dovrebbe essere crazy. Da quando è nata Dashiell è come se mi fossi scollegata dal mio lato pazzo. Con Ever è stato differente? Sì, perché ero ancora relativamente giovane. A 31 anni avevo energia e passione da vendere. Non mi dica che compiere 40 anni è stato traumatico… Non un problema in sé, ma un momento di riflessione. Mi sarei aspettata di aver già raggiunto certi obiettivi. La mia carriera di cantante non è mai decollata. Forse non sono stata così focalizzata come col cinema. La passione, senza dedizione, serve a poco. È rimasta in buoni rapporti con Luc Besson? Sì, ci siamo da poco incontrati in Cina. Non vedo l’ora che esca il suo nuovo film Valerian e la città dei mille pianeti, con Cara Delevingne. Cara è la nuova Milla? Forse. Nel club delle modelle passate al cinema con successo, siamo in poche: Amber Valletta, io, e ora Cara. Ma le modelle non sono delle «belle senz’anima»? Ma chi l’ha detto? Sono delle muse, come quelle che ispiravano Egon Schiele o Amedeo Modigliani. Non è solo questione di bellezza, ma di personalità: il mix 82

Panorama | 9 febbraio 2017

Milla Jovovich in Resident evil: final chapter, dal 16 febbraio al cinema.

della musica che ascolto, i libri che leggo, i film che vedo, i miei pensieri. Devo convincere il fotografo che c’è qualcosa che può ricavare solo da me. Lei ha anche un enorme seguito gay. Come lo spiega? Sono alta 1,73, e le mie misure sono 86.5, 61, 86.5, per cui posso essere facilmente androgina: non ho mai avuto seno, tranne quando ero incinta. E in quei periodi, con 25 chili in più, avevo la strana sensazione che le tette camminassero da sole, precedendomi. La sua eventuale cotta femminile sarebbe androgina? No, preferisco curve e rossetto. Una tipo Elizabeth Banks. Chi ha voluto che sua figlia avesse una parte nel film? Lei, suo marito o Ever? È da quando ha cinque anni che Ever mi chiede di farle fare dei provini in tv. L’ho messa alla prova con un sacco di ostacoli, ma li ha superati tutti. Per esempio? Imparare a leggere ancora prima di andare a scuola, studiare le lingue (inglese, francese, russo, ndr), praticare le arti marziali, fare un corso di recitazione. Ha una passione che io alla sua età mi sognavo. n © RIPRODUZIONE RISERVATA

con Jaco van Dormael e i fratelli Dardenne, torna a farlo adesso con Peter Brosens e Jessica Woodworth, marito e moglie, coppia di culto dopo aver scodellato una seducente trilogia sulla terra travisata (Khadak, Altiplano, La quinta stagione). Oggi, Un re allo sbando, cronaca di un film immaginario sull’odissea turco-balcanica del re del Belgio (Peter van den Begin, foto) in viaggio diplomatico a Istanbul costretto da una crisi politica a tornare a Bruxelles. Prigioniero d’una tempesta solare che blocca voli e comunicazioni, il re scappa col suo staff dalla Turchia e s’infila in un trip folle senza protocollo: travestito da sirena del Mar Nero, alla guida di un’ambulanza che finisce fuori strada, su una barca attraverso l’Adriatico e altre stravaganze on the road, prima di arrivare a destinazione e scoprire, forse, d’essere diventato un altro. Il finto documentario su di lui lèvita in metacinema, tranciando il confine realtà-finzione, riscrivendo la filosofia della macchina da presa, chiedendosi qualcosa d’importante sull’identità, sulla felicità, sull’Europa (dis)unita, sulla volatile monarchia.

UN RE ALLO SBANDO Regia P. Brosens e J. Wodworth Uscita in Italia 9 febbraio


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La sneaker dei miracoli Storia di un’azienda di Marghera che ora vale 430 milioni di euro. di Micaela Osella

Paolo Ciriello (2)

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a debuttato 15 anni fa e oggi vale ben 430 milioni di euro. È infatti questa la cifra che pagherà il fondo Carlyle, guidato in Italia da Marco De Benedetti, per acquisirne il controllo dal fondo Ergon. E, in effetti, i numeri raccontano di un exploit fuori dal comune. Parliamo di Golden Goose, che nel 2016 ha fatturato 100 milioni, con una redditività oltre il 20 per cento. Come dice Roberta Benaglia, Ceo del gruppo: «Quest’anno diventeranno 140 milioni, per poi raddoppiare entro il 2019 grazie al fatturato estero che salirà all’85 per cento». Oggi le sue sneakers made in Italy, vendute in Usa, Inghilterra, Cina, Giappone, fanno salire l’export al 65 per cento. Quella di Golden Goose poteva essere una storia come tante, nata a Marghera dall’intuizione di Alessandro e Francesca Gallo, una coppia nel lavoro e nella vita. Invece loro, cedendone il controllo quan-

Sopra, un modello di sneaker Golden Goose. In alto, un’installazione fashion.

do era ancora in erba (prima al fondo di private equity Dgpa e nel maggio 2015 ai belgi di Ergon Capital), hanno mescolato ad arte ingegno, tempismo e finanza. Il segreto, svela Benaglia, «è essere stati precursori di una tendenza diventata globale: rendere casual la moda». Ora sarà fondamentale operare in una logica di continuità, come spiega la Ceo: «Il passaggio di testimone fra i fondatori e i fondi ha funzionato perché l’azienda aveva tanti punti di forza, ma anche potenzialità inespresse». E ricorda: «La collezione c’era, il dna del marchio pure, ma tutto il resto era da costruire. Il segreto è stato credere nelle persone e nelle loro capacità e non certo nei soldi». n © RIPRODUZIONE RISERVATA

COLLEZIONI DI PRIMAVERA Saranno più di 1.400 gli espostori invitati all’edizione numero 83 di Micam (dal 12 al 15 febbraio), la fiera dedicata alla calzatura tra le più note al mondo. C’è grande attesa per le produzioni 100 per cento made in Italy, sempre più rare e costose, ma che i diversi presidi, maceratesi e veneti, difendono con tenacia dimostrando che si può matenere alto il livello di qualità, design, ricerca senza necessariamente raggiungere prezzi di vendita stratosferici. In foto, due modelli del calzaturificio veronese Maritan.

FOCUS SUI LACCI Classico, elegante, con un tocco estroso. Il polacchino maschile in suede cammello ha le stringhe a contrasto color lavanda. Punta affusolata e fondo in cuoio per un evergreen di stagione.

EFFETTO SHINING Stringata da donna scintillante, ideale da giorno, perfetta per accendere un tailleur rigoroso. Oro, argento, rosato e bronzo: la combinazione dei quattro colori metal, con effetto craquelé, rende questo modello unico e particolare. 9 febbraio 2017 | Panorama

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LA MODA

CHRISTIAN DIOR J’Adior è l’ironica scritta che la maison francese usa per citare i plagi del suo brand.

GIOCA CON

I designer si ispirano alle copie tarocche. E inventano un altro business. di Antonella Matarrese

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volte la moda sa essere veramente diabolica. E non si tratta di mandare in passerella costosissimi jeans stracciati e canottiere bianche da muratore, sottovesti spacciate per abiti da sera o pantofole di pelo che sbucano dal gessato. Siamo oltre lo sdoganamento del bizzarro che diventa regola di stile. L’operazione ora è più raffinata, degna del filosofo americano Noam Chomsky, che potrebbe tirare in ballo le sue analisi sul meta linguaggio per spiegarci come mai un marchio di moda si appropri dell’idioma delle sue imitazioni producendo copie delle copie che, in quanto esplicitate, diventano vere. Un’operazione raffinata in cui la moda, stranamente fulminata sulla via dell’ironia, fagocita le imitazioni dei suoi brand, si lascia addirittura 84

Panorama | 9 febbraio 2017

DOLCE & GABBANA Ricamata e impreziosita da pietre la T-shirt con la scritta Docce & Gabinetti.

ispirare dalle copie tarocche, e le mette in passerella come pezzi cult. Ma andiamo per ordine. La prima mossa l’ha fatta il designer statunitense di origini taiwanesi Alexander Wang che, chiamato dal marchio sportivo Adidas a disegnare una collezione in cobranding, ha deciso di allestire la sfilata in Canal street a New York, storicamente nota per essere la strada dei fake e delle imitazioni cinesi. Non solo, Wang ha messo in mano ai modelli sacchi neri della spazzatura contenenti abiti, t-shir, borse, quegli stessi sacchi che tutti abbiamo visto in mano ai vu cumprà quando devono sfuggire a qualche poliziotto in agguato. Non contento, l’acclamato designer ha perfino capovolto il logo del brand Adidas proprio come spesso accade con i falsi. Il successo tra i millennians è stato totale e i pezzi della collezione sono andati a ruba. A Seul, qualche giorno prima della fashion week coreana di dicembre, uno dei più amati designer del momento Demna Gvasalia, direttore creativo di Balenciaga nonché ideatore del marchio di culto Ve-

GettyImages(2)/Sgp/Massimo Sestini/Instagram(2)

ALEXANDER WANG E ADIDAS Una modella durante la sfilata in Canal street a New York con il sacco della spazzatura.


GOSHA RUBCHINSKIY il designer russo usa i vecchi loghi dei brand sportivi degli anni Settanta.

VETEMENTS Un ragazzo asiatico indossa un pezzo della collezione Original Fake di «Vetememes».

GUCCI Logo gigante e lettering maxi come spesso accade con i pezzi contraffatti.

IL FALSO MA VERO tements, ha escogitato una vendita flash di Orginal Fake, ovvero di pezzi best seller della sua collezione, ma griffati «Vetememens» contrazione di Vetements e di «même» (dal francese stesso, medesimo). Risultato: isteria tra la folla di ragazzi, molti dei quali arrivati il giorno prima da Tokio. Operazione simile, quella del trentaduen-

ne moscovita Gosha Rubchinskiy il quale, memore delle false edizioni di magliette e tute sportive delle periferie dell’Est, ha mandato in passerella proprio le copie di quelle copie con tanto di logo di Fila, Robe di Kappa, Segio Tacchini. «Docce & Gabinetto», «Diventa & Grande», «Dentice & Gamberetti» sono le diver-

E C’È CHI OSA COBRANDING IMPOSSIBILI

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ichael Lopez, padre haitiano e madre di Santo Domingo, è un diciottenne sveglio con il pallino del calcio e del business legato alla moda. Insieme al suo socio Yaya Soumah, di origine africana ma con accento mantovano, ha creato il brand A Vision of. «Abbiamo immaginato collaborazioni impossibili tra brand di lusso e marchi di street wear creando pezzi unici customizzati anche da artisti, perché crediamo che la moda si evolverà proprio in questo senso: ibridando linguaggi molto diversi». A Vision of ha fatto nascere improbabili collaborazioni tra Nike e Gucci, tra Hermès e Supreme (in foto), tra Louis Vuitton e Nintendo. «Il nostro sogno è di essere contattati dai grandi marchi per consulenze. Per il momento ci autofinanziamo, ma siamo fiduciosi».

tenti scritte che occhieggiano sulle canotte dei mercati da Ventimiglia a Napoli. Ebbene le stesse scritte sono state trasferite su preziose t-shirt indossate dalle modelle durante la sfilata di Dolce & Gabbana per la primavera-estate 2017. Per non parlare della scritta «J’Adior», da sempre sinonimo di scanzonata imitazione, che invece viene adottata da Maria Grazia Chiuri, neo direttore creativo della maison francese, per griffare borse, occhiali, scarpe. Non è da meno Alessandro Michele, che per Gucci ripristina il lettering dei fake e lo spalma su pullover e t-shirt oltre a modificare e ingigantire le G del logo, giocando proprio su quelle proporzioni che spesso costituiscono il metro di confronto tra vero e falso. Insomma, è il potere della cultura bootleg, come la chiamano i sociologi del consumo. In fondo, lo diceva già Coco Chanel: «Se mi copiano vuol dire che sono brava». E i brand sono bravi davvero: una t-shirt Dolce & Gabbana, copia ricamata di un esemplare contraffatto, va dai 600 ai 900 euro.n © RIPRODUZIONE RISERVATA

9 febbraio 2017 | Panorama

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Jean-Francois Gratton/Shoot Studio

BALLI D’AMORE Miranda inscena danze e acrobazie nella bolla d’acqua, dove la troverà e la bacerà il suo Romeo.

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LEARRIVANOSIRENE IN ITALIA A Roma l’unica tappa di Amaluna, l’isola misteriosa del Cirque du Soleil, dove gli acrobati sono in maggioranza donne. Dietro le quinte di un mondo magico che «sbarcherà» ad aprile con 65 camion, un’équipe di 112 persone e numeri tutti nuovi.

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di Angelo Sica

Jean-Francois Gratton/Shoot Studio

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maluna è l’isola dove le foreste prendono vita, una stirpe di amazzoni sfida la legge di gravità in un carosello volante, divinità capricciose scatenano tempeste e assecondano amori. Ma questi sono solo alcuni degli effetti speciali che accompagnano il ritorno, dopo dieci anni di assenza, del Cirque du Soleil a Roma. Lo show Amaluna sarà a Tor di Quinto, nella capitale, dal 29 aprile al 28 maggio con il Grand Chapiteau bianco: un tendone da 2.600 posti e un villaggio viaggiante, duemila tonnellate di equipaggiamento che arriveranno in Italia su 65 camion, per ospitare un cast artistico e tecnico di 112 persone (biglietti a partire da 29 euro disponibili su www.cirquedusoleil. com/amaluna, su Ticket One o chiamando il numero 892 101). I numeri descrivono uno degli eventi più spettacolari di sempre, quello che si vedrà sul palcoscenico segna poi una «prima volta» nella storia della compagnia circense canadese. Sarà un omaggio alle donne. Dei 48 artisti che si esibiranno, la quota rosa supera la metà: ci sono 28 performer tra acrobate, equilibriste, contorsioniste, clown. Persino la rockband che suona sul palco è fatta solo da musiciste. La storia di Amaluna si svolge su un’isola misteriosa guidata dai cicli della Luna e abitata da sirene e amazzoni. Qui approda un gruppo di uomini, spinti da una tempesta: quando il loro giovane comandante Romeo incontra Miranda, la figlia della regina Prospera, nascerà una storia d’amore contrastata, ma alla fine vittoriosa. Su questa trama ha lavorato la regista newyorkese Diane Paulus, uno dei nomi più riconosciuti a Broadway: ha vinto varie volte il Tony Award per la miglior regia di un musical e come direttore d’opera ha curato per il Chicago Opera Theater Le nozze di Figaro, Così fan tutte, Orfeo. Amaluna è il suo esordio nel mondo del circo: «Per il concetto dello show, mi sono ispirata a temi e personaggi della mitologia greca e 88

Panorama | 9 febbraio 2017

INCONTRI DIVINI La dea Amaluna incontra Miranda.

nordica, ma anche a capolavori della letteratura e della musica come La tempesta di William Shakespeare e Il flauto magico di Wolfgang Amadeus Mozart». L’intento era sin dall’inizio quello di allestire una celebrazione del femminile: «Non volevo creare uno spettacolo di stampo femminista, ma un racconto con al centro le donne, porto sotto i riflettori il loro eroismo, la fierezza, la sensibilità». E la determinazione. Haley Vigoria, 25 anni, interpreta la Dea della Tempesta. A San Francisco, sua città natale, ha visto il Cirque du Soleil quando era diciottenne: così è nata l’ambizione di salire sul palcoscenico circense più prestigioso (e più pagato). Il suo esordio in Amaluna sarà proprio a Roma, ha un numero acrobatico nuovo, studiato ad hoc per le date italiane:

«La sfida per noi donne è quella di non far sentire la differenza, sul piano atletico, rispetto alle performance degli uomini. Mi alleno tredici ore al giorno per perfezionarmi al massimo. Lo stesso fanno le mie colleghe. Siamo riuscite a superare le invidie che possono nascere quando si convive in tour per tanti mesi: ci sentiamo parte di una sola squadra. L’obiettivo non è competere tra noi, ma stupire il pubblico». Come succede a Miranda, anche Haley ha trovato l’amore qui ad Amaluna, anche lui è un artista dello show. Fidanzato a parte, la magia di lavorare nel Cirque du Soleil è quella di abolire ogni barriera culturale. Nel villaggio itinerante che si sta muovendo per l’Europa convivono infatti persone di 18 nazionalità, dall’Australia alla Cina, dall’Ucraina alla Mongolia, dal Brasile alla Spagna. «Il nostro è un mondo in miniatura» dice Haley. n © RIPRODUZIONE RISERVATA


CORTEGGIAMENTI ARDITI Romeo si esibisce in difficili contorsionismi per fare colpo su Miranda (nella foto sotto).

CIRCO DELLE MERAVIGLIE Costumi fiabeschi con veli di 60 metri, alta tecnologia per riprodurre le maschere. Il cast è composto da 48 artisti, di cui 28 donne, ai quali si aggiunge un’equipe tecnica di 64 dipendenti (compresi due medici e tre cuochi). Rappresentano un totale di 18 nazionalità: Australia, Belgio, Brasile, canada, Cina, Francia, Giappone, Messico, Mongolia, Nuova Zelanda, Olanda, Regno Unito, Russia, Spagna, Stati Uniti, Svezia, Svizzera, Ucraina. Inoltre, per ogni tappa del tour europeo vengono assunte localmente altre 150 persone.

magazzini, uffici e le cucine che servono 250 pasti al giorno.

Amaluna viaggia su 65 camion: duemila tonnellate di equipaggiamenti e sei generatori. Il villaggio mobile è completamente autosufficiente per la corrente elettrica; include il tendone del diametro di 51 metri, con 11 tunnel, che ospita sino a 2.600 persone di pubblico, una tenda d’ingresso, una zona vip,

Ci sono oltre 130 costumi in Amaluna, di quasi mille materiali differenti (esiste anche un tessuto color pelle creato per la pelle di ogni singolo artista). Nel vestito della Danza del Pavone, la gonna è composta da 60 metri di tulle bianco coperto di pizzo d’argento e cristalli Swarovski, con il bustino conta un totale di 6.500 pezzi e 325 aggiunte di pizzo.

A Montreal, sede del Cirque du Soleil, viene realizzata la scannerizzazione tridimensionale del corpo e della testa di ogni artista per produrre dei manichini su cui vengono cuciti costumi e maschere. Ogni costume, maschera e tatuaggio scenico, in questo modo, è perfettamente su misura del performer che lo indossa.

9 febbraio 2017 | Panorama

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viaggio da solo Una vacanza su tre, di quelle prenotate online, è scelta da chi vuole esplorare il mondo per ritrovare se stesso (e non l’anima gemella). Unici compagni accettati? Lo smartphone e speciali app. Che permettono di muoversi come se si fosse persone del luogo. di Marco Morello

S © Arnd Wiegmann / Reuters

taccare. Dal lavoro, dallo studio, dalla giostra della routine, dalla famiglia e i soliti amici. Partire, con l’unica compagnia di uno zaino e un trolley come scudiero. Viaggiare da soli non è una condanna per malinconici introversi o uno sfogo salvifico per stressati in crisi di nervi, ma «la tendenza chiave del 2017»: lo sostiene un sondaggio pubblicato dal sito delle guide Lonely Planet, secondo il quale il 51 per cento degli interpellati farà nel corso dell’anno una vacanza con se stesso. Niente equilibrismi per decidere quando e dove mangiare, che cosa visitare, a che ora puntare la sveglia: se non del proprio destino, si ritorna quantomeno padroni del quotidiano. Un orizzonte molto provvisorio, un filo anarchico, totalmente appagante. Che non si tratti soltanto di vaghi propositi lo confermano i dati elaborati in esclusiva per Panorama da eDreams, l’agenzia di viaggi online leader in Europa: dal 2014 a oggi le prenotazioni di vacanze per globetrotter solitari sono cresciute del 15 per cento, rappresentano quasi un terzo di quelle effettuate sul sito. Tra le mete vicine più gettonate, ci sono ovvie capitali come Londra, Parigi e Barcellona, ma anche destinazioni emergenti come Malta o 90


Le cascate di Sciaffusa, in Svizzera. Secondo la rivista Travel + Leisure il Paese elvetico è una destinazione ideale per viaggiatori solitari.

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Panorama | 9 Febbraio 2017

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BACKPACKR

Tramonto

in Marocco, Monaco; ancora più interessante conferma Bangkok, aggiunge tra le mete la classifica degli approdi a lungo Dublino o l’Islanda, «dove gli preferite da chi raggio: accanto alla regina New viaggia da solo. abitanti» si legge nel testo «sono York, ecco richiami più esotici, davvero amichevoli ed è uno da Casablanca a Bangkok, da L’Avana a dei Paesi più sicuri al mondo, perciò non Marrakech. Tempo medio di permanenza: bisogna preoccuparsi dei crimini». Anche sette giorni. Non troppo, giusto quanto la rivista Travel + Leisure ha stilato la sua occorre per ricaricare l’entusiasmo e tor- classifica delle destinazioni perfette per nare a immergersi nella monotonia delle gruppi di una persona: se la vincitrice abitudini con ritrovata energia. Nuova Zelanda è troppo fuori mano, ecco «Questi viaggi sono diventati una scel- nel podio Norvegia e Svizzera, decisata di vita per molti, un nuovo modo di mente più a portata. entrare in sintonia con gli altri» commenta Intanto, il colosso degli affitti di case Alexandra Koukoulian, country manager Airbnb ha lanciato la sezione «esperienper l’Italia di eDreams. Perché partire da ze»: si acquista una pedalata, un corso di soli non significa rimanere sempre soli, surf o una sera in un club con gente del condannarsi all’eremitaggio: bastano uno luogo, un po’ guide e un po’ compagni. smartphone e applicazioni ad hoc (alcuni Un rifugio a portata di clic contro i sussulti esempi qui accanto) per fare conoscenza di solitudine. Stesso approccio su Viator, con gente locale desiderosa di mostrare società del gruppo TripAdvisor: da una la propria città agli stranieri o con altri cena con spettacolo a Tokyo a un volo in visitatori da tutto il mondo. Il sottinteso mongolfiera sulla Catalogna, l’opzione non è sessuale come la malizia potrebbe «un adulto» è sempre contemplata. Con suggerire, l’ossessione non è un flirt con risultati sorprendenti: «Sono andata in partner occasionali: quel compito lo as- vacanza da sola e mi ha cambiato la visolvono consolidati servizi di dating, da ta» racconta sul magazine la giornalista Tinder in giù. Piuttosto, prevale il deside- Ashley Ross. rio di condividere, assaggiare l’atmosfera L’approccio giusto è non temere di autentica del posto, arricchirsi a vicenda. sembrare un perdente agli occhi degli Una sincera empatia: «Questo tipo di con- amici, non torturarsi immaginando posnessioni tra sconosciuti regalano forti sibili imprevisti all’arrivo, tantomeno presensazioni di benessere» scrive il New occuparsi di chiedere un tavolo per uno York Times citando uno studio di due al ristorante. Lasciare a casa la paura di psicologi dell’università di Chicago in un provare è il punto di partenza di qualsiasi articolo sui piaceri di partire in solitaria. viaggio. n Tra le mete ideali, il quotidiano americano © RIPRODUZIONE RISERVATA


LE GRANDI INIZIATIVE DI PANORAMA

PRIM USCITAA 9 FEBB RAIO

Otto film che hanno fatto centro nel 2016 Le grandi saghe, i film d’azione e i supereroi: ogni settimana a 9,90 euro con Panorama arriva il meglio del grande cinema di Hollywood.

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l 2016 è stato un buon anno per il cinema, grazie a numerosi titoli che, riscosso l’interesse del pubblico e della critica, hanno ottenuto ottimi risultati al botteghino. Panorama propone otto titoli, tutti usciti nel 2016 e tutti in formato blu ray, al prezzo incredibile di soli 9,90 euro ciascuno. Con cast di grandi nomi e diretti dai migliori registi, la selezione dei titoli spazia dai supereroi ai film d’azione fino ai nuovi capitoli delle grandi saghe cinematografiche di sempre. Si parte il 9 febbraio, con I Fantastici 4, l’ultimo titolo della serie cinematografica dedicata al gruppo di supermutanti Marvel: effetti speciali e una trama avvincente e ricca di colpi di scena, come prescrive la formula che ha fatto il successo di tutti i film Marvel degli ultimi anni. Nelle settimane successive, fino al 30 marzo, ogni settimana Panorama sarà in edicola con un nuovo successo della passata stagione, sempre in blu ray e sempre di grandissimo successo.

Dopo I Fantastici 4, nell’ordine di uscita, avremo: The Martin, Spectre, Revenant, Deadpool, Heart of the Sea, Everest, Hunger Games – Canto della Rivolta parte 2. Il meglio del grande cinema di Hollywood, i grandi titoli più recenti in un formato di grande qualità; per godersi una serata soli o in compagnia con il meglio delle attuali produzioni. Un’offerta incredibile per tutti gli appassionati di film e per chi desidera coltivare la propria collezione con i migliori classici contemporanei. Tutto il meglio del cinema americano, tutto lo spettacolo del grande intrattenimento senza sacrificio alcuno dal lato della qualità narrativa e recitativa. n I Fantastici 4 sarà in edicola, con Panorama, dal 9 febbraio a soli 9,90 euro (rivista esclusa). I titoli successivi saranno in edicola, allo stesso prezzo, a cadenza settimanale.

I quattro anni che lanciarono i Beatles Gli anni compresi tra il 1962 ed il 1966 furono decisivi per la storia di quello che è stato il più grande gruppo di sempre: i Beatles. In questi quattro anni, infatti, il quartetto di Liverpool è passato dai polverosi club della propria città ai più importanti palchi di tutto il mondo, trascinanti dall’onda di un successo senza alcun precedente. The Beatles: Eight Days a Week è il

documentario, diretto da Ron Howard, che, attraverso filmati inediti e le parole dei quattro musicisti, ripercorre i primi anni di attività dei Beatles. Il film sarà in edicola, con Panorama, dal 14 febbraio a soli 14,90 euro (rivista esclusa).

9 febbraio 2017 | Panorama

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periscopi PANORAMA

JUSTIN BIEBER

L’idolo dei giovanissimi è permaloso e dopo gli strali delle fan, inviperite per la storia con Sofia Richie, figlia di Lionel, ad agosto ha chiuso il suo profilo Instagram (ma non quello Twitter). Il flirt è durato un paio di mesi, il periodo sabbatico perdura.

KENDALL JENNER

C’è chi fugge per strategia di marketing. La modella ha spento il suo account Instagram per qualche settimana, a fine 2016, lasciando orfani 60 milioni di seguaci: per l’effetto curiosità, ora ne ha oltre 73.

CLAUDIA GERINI

Un suo sfogo, a metà 2015, contro i tassisti romani introvabili, innescò una valanga di insulti. Gerini si arrese e si scusò, chiudendo il suo profilo Twitter. Lo ha riaperto dopo un bel po’ di mesi.

Social network

Mi si nota di più se ci sono o non ci sono? Addii (e arrivederci) 2.0. Abbandono perpetuo o breve digital detox? È il dilemma di chi sceglie una nuova vita offline, infoltendo il gruppone delle star in fuga da Twitter, Facebook e Instagram. Per noia, overdose o per i troppi odiatori seriali. Ultimo in ordine di tempo Lapo Elkann, reduce dalla storiaccia del finto sequestro a Manhattan: cadute le accuse, ha inaugurato la sua «nuova vita offline» annunciando urbi et orbi la chiusura dei suoi profili, sommersi da commenti feroci dopo la notte americana di eccessi. Si rivedrà prima o poi? C’è infatti chi ingrana la retromarcia per strategia, come la top model Kendall Jenner rientrata dopo un mese, e chi, come il regista Gabriele Muccino o Fiorello, non resiste all’astinenza da social. I più coerenti, finora, sono Julia Roberts e il direttore di Radio Deejay, Linus: nessun ripensamento sull’exit strategy. (Francesco Canino)

LAPO ELKANN

Dopo anni sui social, il rampollo di casa Agnelli ha appena dato l’«arrivederci» (e non l’addio) spegnendo i suoi profili. «Comincia una nuova fase per me» ha detto ringraziando i follower per averlo «spronato a migliorare». Noblesse oblige.

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Panorama | 9 febbraio 2017

LINUS

Travolto dagli haters per alcune dichiarazioni sulla Juve, di cui è tifoso, nel 2015 ha lasciato Twitter e non ha ancora fatto dietrofront. «Me ne sono andato grazie a un piccolo, ma agguerrito gruppo di ultrà juventini».


ED SHEERAN

Solo una star come lui può permettersi di sparire per un anno e poi tornare online per annunciare un nuovo album. È la nuova frontiera della self promotion: i fan s’arrabbiano, ma la pubblicità virale è garantita.

DEMI LOVATO

Le critiche a Mariah Carey l’anno scorso sono costate all’ex giudice di X Factor Usa un diluvio d’insulti difficile da gestire. Un colpo alla reputazione online con tanto di doppia fuga da Twitter e Instagram, durata solo due giorni: giusto il tempo di aprire anche un account su Snapchat.

RIHANNA

Censurata da Instagram nel 2014 per foto troppo hot, la «bad girl», si vendicò migrando su Twitter. Poi è tornata, più influente che mai. Oggi sfiora i 49 milioni di seguaci.

Jon Kopaloff/FilmMagic - Ipa (3) - Olycom - Getty Images (5) - Agf -Reuters

FIORELLO

È stato tra i primi famosi a scommettere su Twitter. Nel 2012, stufo, ha smesso improvvisamente di cinguettare, indispettendo il popolo del web. Lo showman è poi tornato più forte di prima e oggi ha oltre un milione di seguaci.

GABRIELE MUCCINO

Il regista ha prima abbandonato Twitter (per pochi mesi) dopo la lite col fratello Silvio. Nel 2015 è toccato a Facebook, dopo lo scivolone su Pier Paolo Pasolini (definito «regista senza stile»). Ora ha ripristinato tutto.

JULIA ROBERTS

Da sempre allergica ai social, a un certo punto si è fatta tentare da Instagram. Ma poi ha chiuso il profilo per evitare «il rischio di utilizzo compulsivo» delle app.

9 febbraio 2017 | Panorama

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PERISCOPIO

A FIANCO: VINCENT CASSEL. SOTTO: FRANCESCA LANCINI E LUCA TELESE.

Ashley Kirk

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L’«ex» di Cassel vira su Telese

Nonostante la pioggia e il nebbione, attori e registi saliti sulla «montagna dei romani» per il Terminillo film festival, sono riusciti comunque a divertirsi. Paolo Genovese non ha disfatto neanche il trolley per non perdersi la gita di gruppo in quad e Lillo Petrolo, con il cappello di pelliccia rosa passato di testa in testa, ha improvvisato un balletto con Max Vado, partner di Claudia Gerini in Dance dance dance. Più compassata, Paola Cortellesi ha presentato il nuovo film Mamma o papà. (S.F.)

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Panorama | 9 febbraio 2017

SOTTO, DA SINISTRA, PAOLO GENOVESE, LILLO PETROLO E PAOLA CORTELLESI.

Un dolce in bocca al lupo Panna e babà sulla torta del party Stasera tutti a casa, organizzato il 6 febbraio a Casa Sanremo da Tv Sorrisi e Canzoni, Radio 105 e Radio Monte Carlo, per festeggiare con gli artisti del festival nella città dei fiori. FIORELLA MANNOIA E ALDO VITALI, DIRETTORE DI TV SORRISI E CANZONI.

Carlos Folgoso / Massimo Sestini

FILM (E QUAD) IN QUOTA

2006 ha recitato infatti in Ocean’s Twelve, nel ruolo della fidanzata di Cassel. E nei suoi 33 anni di vita è pure riuscita a salire sul palco del Festival di Sanremo (accanto a Giorgio Panariello con l’altra modella Marta Cecchetto), a condurre in Rai e Sky e a scrivere due libri. Ora le tocca Telese, che ai tempi di In onda litigava spesso con la partner Luisella Costamagna. (A.P.)

IPA (2), Leonardo Puccini

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on deve essere semplice passare da un sex symbol come Vincent Cassel a un robusto anchorman come Luca Telese. Capita a chi, come Francesca Lancini, già modella e attrice e ora scrittrice, giornalista e conduttrice, ha una vita professionale camaleontica. La co-conduttrice (con Telese) di Bianco e Nero, il nuovo programma di cronaca de La7 nel

LA SCOPERTA

CAMALEONTICA LANCINI, DAL CINEMA A LA7

Massimo Masini

Marco Provvisionato / IPA, Getty images

abituè delle copertine di Maxim, Esquire e Gq, la modella americana Ashley Kirk, 26 anni , se la cava bene anche come attrice. Apparsa in Pawn, ha già recitato con Thomas Jane e Bruce Willis accanto a cui ha appena girato Precious cargo. Attiva (e molto nuda) sui social, ora sta preparando uno show tv sportivo.


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Anti Trump

La popstar guida, con Meryl Streep, la pattuglia delle celebrità anti Trump. Si temevano invettive contro il presidente anche al Super Bowl (a destra), ma non ci sono state.

Nei panni di Donatella Da amica ad alter ego sul piccolo schermo. La popstar sarà Donatella Versace nella serie American Crime Story.

I MILLE VOLTI DI MISS GERMANOTTA

Una, nessuna e centomila Gaga

I social network a Lady Gaga piacciono così tanto da averne creato uno suo, Little Monsters, dal nome dei suoi fan. Ma intanto continua a imporsi anche su Instagram, dove vanta ben 21 milioni di seguaci deliziati da un mix di foto che più pop non si può. Dalle feste con gli amici che contano, da Donatella Versace a Bradley Cooper, al backstage della clamorosa esibizione al Super Bowl 2017, dove ha appena debuttato anche lo spot di Tiffany che la vede protagonista nella veste raffinata esibita anche nell’ultimo album, Joanne. Accanto agli amati cani resistono anche le foto con l’ex Taylor Kinney, mollato la scorsa estate, a un passo dalle nozze. (F.C.)

Non solo sexy

In bikini o in lingerie con le modelle di Victoria’s Secret, punta spesso sul lato sexy. Ma non per Tiffany, che l’ha scelta come sobria testimonial di una nuova linea di gioielli.

I miei amici Paul e Tony Il diario di miss Germanotta è un trionfo di foto con amici famosi, da Bradley Cooper (sotto) alla top model Karlie Kloss a Tony Bennett, con cui ha duettato (qui sopra con Paul McCartney e Stevie Wonder).

FOTO SOCIAL LE FOTO DI LADY GAGA SONO TRATTE DAL SUO PROFILO INSTAGRAM.

9 febbraio 2017 | Panorama

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INCIPIT Ogni settimana un autore riscrive l’attualità come se fosse l’inizio di un libro.

La rabbia e la giustizia di Lorenzo Pavolini

IL FATTO A Vasto, il primo febbraio scorso, Fabio Di Lello ha ucciso con tre

colpi di pistola Italo D’Elisa. Il 21enne, il primo luglio del 2016, aveva travolto con l’auto la moglie di Di Lello, Roberta Smargiassi, causandone la morte. Per colui che la compie, la vendetta è la stazione finale di un dolore che toglie il respiro. Per la vittima che la subisce, è il compiersi di un destino buio che l’ha avvolto dal giorno dell’incidente. Lo scrittore Lorenzo Pavolini immagina le vite parallele dei due protagonisti di questa storia impossibile da riscrivere. Dove istinto e ragione restano drammaticamente divergenti.

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na donna in motorino, un ragazzo in macchina, un semaforo. Un paese davanti al mare. Allarghi il campo e c’è un marito, una panchina al cimitero, una pistola, un bar. Intorno ancora gli amici, una sorella, un padre, una fidanzata, un vescovo, i magistrati, una comunità, le sue ferite e le sue opinioni. L’appuntamento saltato tra desiderio di vendetta e la giustizia. Un appuntamento impossibile. In cinque secondi nel paese della rabbia succedono cose che non basta una vita a riparare. Se premi il pulsante atomico, fai sparire ogni cosa. Un’eclissi totale. La puoi rallentare un milione di volte ma non vedi i passaggi, c’è solo un prima e un dopo. L’uomo che impugna un’arma non ha più ragionamento. Solo la smania selvaggia di compiere un gesto. Di corrispondere a un riflesso che viene da un tempo cosmico profondissimo, ingranaggi inesorabili nei quali solo da qualche centinaia d’anni, con Cesare Beccaria, cerchiamo tenacemente di introdurre la sabbia splendente della giustizia, per arrestarli. Il fiume scorre sotterraneo, la sua corrente è tribale. E se la rabbia è tanto istantanea quanto la giustizia ha il passo ragionato, l’uomo invaso dalla prima deve affannarsi a chiedere soddisfazione a quest’ultima. Accettare la tregua considerando i destini da non calpestare mentre il tempo di questa considerazione può distruggerne altri. Questa storia andrebbe riscritta da capo ma non ne sono capace. La verità è che non conosciamo le circostanze che hanno generato l’errore iniziale, ma sappiamo soltanto che può capitare di compierne di simili tutti i giorni. n 

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Panorama | 9 febbraio 2017

© RIPRODUZIONE RISERVATA

L’A U T O R E LORENZO PAVOLINI Nato a Roma nel 1964, è redattore della rivista Nuovi argomenti. Ha pubblicato i romanzi Senza rivoluzione (Giunti 1997, premio Grinzane Cavour esordiente), Essere pronto (Pequod, 2005), Accanto alla tigre (2010, finalista al premio Strega, vincitore del premio Mondello e del Biografilm books award) e Tre fratelli magri (entrambi con Fandango). Pubblica racconti su giornali, ha partecipato a progetti teatrali, è autore e produttore radiofonico. Nel 2014 è uscito Si sente in fondo? Avventure dell’ascolto (Ediesse).


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Panorama [gio, 09 feb 2017] giorgio mule (direttore)