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Altan

L’Espresso 4 febbraio 2018

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Sommario L’Espresso N.6 4 febbraio 2018 Editoriale Non è una recita in famiglia

Marco Damilano

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Esclusivo I diari segreti di Arafat Da Berlusconi a Sigonella, gli appunti del capo palestinese sull’Italia Lirio Abbate 8 La sua ombra tra noi Il leader dell’Olp ha sempre gestito in segreto i inanziamenti ricevuti Alberto Negri 14

VISTI DA ALTROVE Il Paese senza Non siamo una società, ma una somma di individualismi Massimo Cacciari Una ruota panoramica Parlano i corrispondenti stranieri in Italia Susanna Turco Il numero Quanto pesano gli italiani residenti all’estero nelle prossime elezioni Lorenzo Pregliasco Il voto infelice e contento Ormai esercitiamo questo diritto con imbarazzo e disperazione Mattia Torre Avete bisogno di un Macron Colloquio con Margrethe Vestager Federica Bianchi

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ATTUALITÀ L’Italia abbandonata Brescia nera Senza immigrati sarebbe una città più povera. Ma il razzismo cresce

Fabrizio Gatti 44

Loggia continua Il massone si rimette il cappuccio Torna l’ombra dell’associazione segreta

Gianfrancesco Turano 50

Vaticano Eminenza, fuori i conti Maradiaga contro L’Espresso, ma non chiarisce nulla sui soldi

Emiliano Fittipaldi 54

Gli orfani dell’Isis 64

Redditi dispari Chi paga la disuguaglianza Un’indagine rivela le fasce più colpite dalla forbice sociale Francesca Sironi 56 Fine turno mai Due inchieste giornalistiche su come peggiora il mondo del lavoro Alessandro Gilioli 59 L’austerità fa crescere i fascismi Ecco perché ha successo l’estrema destra in Europa Emiliano Brancaccio 61

REPORTAGE Orfani dell’Isis I igli degli jihadisti morti sono dispersi tra campi profughi e prigioni

Linda Dorigo 64

CULTURA Lo confesso: sono vanitoso Perché il desiderio di afermarsi è un sentimento positivo

Eugenio Scalfari 72

Incompetenti al potere Non so niente e faccio tutto La mancanza di preparazione oggi viene perino teorizzata Denise Pardo 76 La fine della ragione Un estratto della graphic novel su un futuro oscurantista Roberto Recchioni 77 Allarme Medioevo Nell’era di Internet è nato un conformismo disinformato Oscar Cosulich 80

Il dibattito Il ’68 non è ancora finito È stato un processo, non una serie circoscritta di eventi

Umberto Gentiloni 92

Musica e teatro Nelle officine del pop La riscossa dei giovani non passa solo da talent e social network Alberto Dentice 94 Questa sera si recita in tv Con L’Espresso un raro catalogo di grandi dvd dall’archivio Rai Nicola Fano 98 In 1 foglio Room service Gianfrancesco Turano 101

Foto: Linda Dorigo

Rubriche Eweek Libri Ho visto cose Trash News Cinema Food & Drinks Noi e Voi

Opinioni 62 84 88 88 89 102 107

Altan Roberto Saviano Denise Pardo Michele Serra Marco Belpoliti Bruno Manfellotto Makkox

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In questo numero la rubrica “Il vetro sofiato” di Eugenio Scalfari è sostituita dall’articolo di pagina 72

Film lespresso.it

Copertina

I giochi dei grandi Due coppie con igli, all’apparenza felici, combattono le loro frustrazioni con l’adulterio, scambiandosi i partner

Emanuele Fucecchi

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MARCO DAMILANO

Non è una recita in famiglia

Foto: Tania - A3

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n giornalista politico, nel nostro paese, può contare su circa millecinquecento lettori: i ministri e i sottosegretari (tutti), i parlamentari (parte), i dirigenti di partito, sindacalisti, alti prelati e qualche industriale che vuole mostrarsi informato... Tutto il sistema è organizzato sul rapporto tra il giornalista politico e quel gruppo di lettori privilegiati. Trascurando questo elemento, ci si esclude la comprensione dell’aspetto più caratteristico del nostro giornalismo politico, forse della intera politica italiana: è l’atmosfera delle recite in famiglia, con protagonisti che si conoscono sin dall’infanzia, si ofrono a vicenda le battute, parlano una lingua allusiva e, anche quando si detestano, si vogliono bene. Si recita soltanto per il proprio piacere, beninteso, dal momento che non esiste pubblico pagante». Così scriveva Enzo Forcella che fu grande cronista politico del Mondo, del Giorno e della Stampa e poi direttore di Radiotre (ideatore, tra le altre cose, di “Prima Pagina” che va avanti da più di quarant’anni) e editorialista di Repubblica. Era il 1959 e l’informazione politica si muoveva esclusivamente

sulla carta stampata. Penso spesso a questo articolo di Forcella sul nostro lavoro quando scrivo un articolo, intervisto un politico, provo a spiegare le ragioni di una svolta o di un arretramento, con la presunzione, l’ambizione, a volte l’illusione, di forzare i conini di quel sistema, di andare oltre i “millecinquecento lettori”, il contesto degli inquilini di Palazzo che leggono i retroscena giornalistici per dovere di uicio, perché sono obbligati a farlo, o perché a quegli articoli hanno partecipato attivamente fornendo notizie, indiscrezioni, veleni. E ora che manca esattamente un mese al voto le parole di Forcella mi vengono in mente ancora di più. Oggi siamo in apparenza molto lontani da quella stagione. La politica ha cambiato linguaggio, non è più allusivo e incomprensibile come appariva un tempo (ma era davvero così?), i politici si muovono sui social, come i giornalisti, danno l’idea di voler abbattere le distanze, ci tengono a mostrarsi amichevoli, diretti, accessibili. Ma è proprio così? A volte penso che sia vero il contrario. E che l’atmosfera delle recite in famiglia di cui parlava Forcella sia dilagante in alcuni talk-show televisivi (non tutti, per fortuna) e sui social. Tutta questa comunicazione doveva portare a una maggiore trasparenza e invece ha creato una nuova forma di oscurità, più ipocrita del passato perché negata dai protagonisti, di separazione tra le élites politiche (e giornalistiche) e i cittadini e gli elettori. Ieri era il silenzio del potere a creare un velo di distacco, oggi è il frastuono. Ieri era il parlare criptico, oggi quello intamente amichevole. Ieri era l’assenza di informazioni, oggi la bulimia comunicativa delle fonti, dei mes-

saggi, degli spin che lanciano sempre più palline nel sistema mediatico, con efetto impazzimento. Ma in realtà non ne sappiamo molto di più di prima, anzi. Sulla formazione delle liste elettorali, per esempio, i criteri che muovevano le scelte di Dc, Pci, Psi, gli arcana imperii di Piazza del Gesù, Botteghe Oscure, via del Corso, le sedi dei vecchi partiti, erano più visibili dei segreti che agitano il Giglio magico o la Casaleggio associati o la corte di Arcore. Ad aggiungere confusione a confusione per gli elettori c’è stato l’improvvido regolamento dell’Autorità per le comunicazioni che voleva mettere addosso a tutti i giornalisti che partecipano a trasmissioni politiche in campagna elettorale una maglietta di appartenenza partitica e il ricorso massiccio dei partiti ai giornalisti, opinionisti, celebrità, come loro candidati. Così non si allarga la cerchia dei millecinquecento lettori e si restringe quella degli elettori. E il problema resta sempre lo stesso: guastare la festa, spezzare l’atmosfera di recita in famiglia. Tutelare la funzione pubblica e l’indipendenza dell’informazione da tutti i partiti e da tutti i poteri, che è un pilastro di tutte le democrazie, come racconta lo straordinario ilm di Steven Spielberg, “The Post”, anche di quella italiana che si avventura nel tunnel del 4 marzo. Q

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Esclusivo

di LIRIO ABBATE

I diari segreti di Arafat

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illustrazione di Emanuele Fucecchi

I fondi neri di Berlusconi. La verità sul caso Sigonella. L’incontro con Di Pietro. Gli appunti riservati del capo palestinese

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1969 Esclusivo

Processato a Milano, il Cavaliere si difende tirando in ballo l’Olp. E Yasser lo copre. Non gratis, naturalmente

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asser Arafat, il guerrigliero più famoso del Medio Oriente, il più celebre e misterioso protagonista della causa palestinese, ha riversato per diciannove anni i suoi pensieri più segreti nelle pagine di diciannove volumi, di cui solo adesso si è appresa l’esistenza. Li ha scritti in arabo, iniziando nel 1985. Ha continuato ino all’ottobre del 2004, un mese prima della morte. I diari rivelano tutto quello che in vita Arafat non ha detto pubblicamente. Chi ha già letto ciò che ha scritto Arafat ne ha raccontato un’ampia parte all’Espresso. I diciannove volumi sono una miniera di informazioni che raccontano intese politiche, azioni di guerra e afari che ino adesso erano rimasti oscuri. Sono appunti che rivelano ciò che faceva e pensava uno dei protagonisti del XX secolo, prima leader dell’Olp (Organizzazione per la liberazione della Palestina) e poi presidente dell’Autorità nazionale palestinese, primo abbozzo di uno Stato che non è mai nato. Nei diari di Arafat si parla anche del nostro Paese. Ci sono molti riferimenti a Giulio Andreotti, Bettino Craxi e a Silvio Berlusconi, e soprattutto al dirottamento della nave da crociera “Achille Lauro” e alla conseguente crisi di Sigonella (1985), il più grave incidente diplomatico mai avvenuto tra Italia e Usa. Si parla poi del famoso (e ino a 10

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ieri solo ipotizzato) accordo per evitare che ci fossero attentati terroristici in Italia. Ma soprattutto nei diari si racconta del rapporto tra il leader palestinese e Berlusconi. C’è anche la rivelazione di un incontro segreto fra i due, avvenuto in una capitale europea nello stesso periodo in cui a Milano era in corso il processo nel quale il Cavaliere era imputato di aver gestito, attraverso la società ofshore All Iberian, i miliardi in nero destinati dalla Fininvest al Partito socialista di Bettino Craxi. Sono fatti poi dichiarati prescritti dal tribunale, ma di cui ora si apprendono retroscena sconosciuti. Il Cavaliere, per difendersi durante il processo, aveva indicato come beneiciario inale dei suoi dieci miliardi di lire l’Olp, a cui avrebbe fatto pervenire il denaro - come sostegno alla causa palestinese, su richiesta di Craxi usando come mediatore Tarak Ben Ammar: produttore televisivo tunisino amico e socio di Berlusconi, oggi nel cda di Mediaset ma anche in quelli di Generali, Mediobanca, Telecom Italia e Vivendi. Tarak Ben Ammar aveva confermato questa versione, sostenendo che quei soldi erano andati a lui, legalmente, per poi essere destinati all’Olp. Quindi non erano, secondo Berlusconi e Ben Ammar, inanziamenti illeciti a Craxi. Arafat nei suoi diari racconta però una storia molto diversa. Scrive infatti di essere rimasto estremamente sorpreso nell’apprendere dai giornali che Berlusconi lo aveva

Foto: G. Chauvel- Sygma / Sygma via Getty Images, J. Garofalo / Paris Match via Getty Images

Yasser Arafat quando era capo del gruppo Al Fatah e viveva nascosto in Giordania insieme ai suoi guerriglieri


1978

Arafat in albergo a Damasco per la “Conferenza del rifiuto” degli accordi di Camp David tra Egitto e Israele

inanziato: di quei dieci miliardi all’Olp non era mai arrivata nemmeno una lira. Per chiarire la vicenda, lo stesso Arafat organizza allora un incontro con Berlusconi, in un luogo segreto fuori dall’Italia, nella primavera del 1998. Il Cavaliere accetta. Sul diario si legge: «Berlusconi mi parla di Tarak Ben Hammar, ma io non lo conosco». Arafat ribadisce quindi di non aver mai ricevuto i dieci miliardi e lo dice chiaramente anche a Berlusconi. Ma il leader palestinese, contemporaneamente, apre una porta al Cavaliere: gli dice che se avesse voluto una sua dichiarazione di conferma di aver ricevuto quei soldi, da utilizzare ai ini processuali, l’avrebbe fatta. Naturalmente, in cambio di un versamento. E così è stato: la dichiarazione di Arafat in favore di Berlusconi (che quindi conferma la sua tesi difensiva) viene resa nota e pubblicata su un giornale israeliano. L’incontro segreto rivelato da Arafat è confermato all’Espresso da personalità che erano presenti. A questa storia nel diario del leader palestinese vengono riservate dieci pagine, dove si trovano annotati i dettagli con i numeri di conto e i trasferimenti del denaro ottenuto da Arafat.

L’incontro con Di Pietro Negli appunti c’è anche la notizia di un incontro tra Arafat e Antonio Di Pietro, nel 1998. L’ex magistrato arriva a

Gaza nello stesso periodo in cui è in corso il processo All Iberian a Milano. E Arafat scrive nel suo diario: «Non ho potuto dire nulla a Di Pietro perché avevo già un accordo personale con Berlusconi». Contattato dall’Espresso, Di Pietro oggi dice: «Non era una rogatoria e non ero lì per All Iberian. In quel periodo avevo già lasciato la magistratura. È vero, ho incontrato Arafat, ma il motivo lo tengo per me». E poi aggiunge: «In quel periodo ero sotto attacco dall’area di Berlusconi». Facendo riferimento a quello che scrive il leader palestinese l’ex magistrato spiega: «So bene a cosa si riferisce Arafat negli appunti. Ripeto, l’ho visto e ci ho pure parlato a lungo. Abbiamo anche pranzato insieme e con noi c’erano altre quattro persone».

Il caso Sigonella I diari rivelano poi la trattativa tra Arafat e l’Italia avvenuta nel 1985, quando Craxi era presidente del Consiglio, durante e dopo la vicenda dell’Achille Lauro, la nave da crociera dirottata da quattro terroristi palestinesi. Durante il sequestro della nave il governo italiano cerca di risolvere la vicenda contattando Arafat. Il quale invia sull’Achille Lauro un suo uomo, Abu Abbas, indicandolo come mediatore. Dopo pochi giorni i quattro dirottatori e Abu Abbas portano la nave in Egitto e rilasciano i passeggeri: ma uno di loro - l’americano Leon Klinghofer, di origini ebraiche - era stato ucciso e gettato in mare.

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1987 Esclusivo

Non fu Craxi a fermare gli americani che volevano Abu Abbas. Ma Andreotti, da sempre mediatore tra Medio Oriente e Stati Uniti Il leader dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina con l’allora presidente del Consiglio italiano, Bettino Craxi

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si e le commenta. Chi lo ha conosciuto e gli è stato al ianco per diversi anni conferma all’Espresso che Arafat «non ha mai ordinato un attentato. A lui venivano proposti e lui si limitava a rispondere: “Fate voi”. Poi quando scoppiavano le bombe che gli erano state annunciate, il comandante sorrideva e diceva: “bene, bene”». Ma nessun attentato dell’Olp coinvolse il nostro Paese. «L’Italia è la sponda palestinese del Mediterraneo», scrive Arafat. E per questo doveva essere preservata da attacchi.

Il triangolo Gelli, Berlusconi, Craxi Parlando di Craxi, Berlusconi e Licio Gelli, il capo dell’Olp racconta nei suoi appunti una storia che li vede tutti e tre collegati tra loro. Si tratta di una vicenda dei primissimi anni Ottanta, quando Roberto Calvi - allora presidente del Banco Ambrosiano e uomo di Licio Gelli - ha bisogno di un passaporto nicaraguense. Per procurarglielo, Gelli si sarebbe rivolto a Berlusconi (membro della sua loggia, la P2) e il Cavaliere a sua volta avrebbe chiesto aiuto all’amico Bettino Craxi. Il quale avrebbe investito della questione Arafat, ritenuto in grado di procurare un passaporto del Nicaragua. Ci sono anche alcuni aneddoti che Arafat riporta nei suoi appunti e collegati alle visite uiciali in Italia. Ad esempio, il 5 aprile 1990 il capo dell’Olp arriva a Roma con un volo proveniente da Parigi. Deve incontrare, tra gli

Foto: A. Palma - A3, Ansa, M. Brambati - Ansa

Secondo gli accordi, i terroristi sarebbero dovuti andare in Tunisia, con un aereo e un salvacondotto, sempre in compagnia di Abu Abbas. Venuti a conoscenza della morte di Klinghofer, però, gli americani fanno alzare in volo i loro caccia e costringono l’aereo in cui i cinque si trovano ad atterrare nella base Nato di Sigonella, in Sicilia. Qui, dopo una lunga trattativa, i quattro terroristi si consegnano alle autorità italiane. Ma gli americani vogliono anche l’arresto di Abu Abbas, considerandolo un terrorista al pari dei quattro. Gli italiani si riiutano di consegnarlo, al punto da circondare l’aereo con i carabinieri. E consentono così ad Abu Abbas di scappare in Bulgaria e di lì rifugiarsi prima in Tunisia poi a Gaza. Chi ha letto gli appunti di Arafat rivela che la linea dura del governo italiano verso le pretese americane sarebbe stata decisa non da Craxi - come si è sempre creduto - ma da Andreotti, che era in contatto diretto con Arafat. Sarebbe stato Andreotti a imporre di fatto a Craxi di fermare gli americani e di rispettare gli accordi presi con Arafat. Del resto Andreotti, secondo quanto emerge dai diari del leader palestinese, aveva sempre avuto un ruolo importante nelle mediazioni internazionali che hanno riguardato la Palestina e sarebbe stato spesso una sorta di “mediatore nascosto” tra l’Olp e gli americani. Nei diari il leader palestinese non si assume mai la responsabilità di aver commissionato un attentato o un omicidio. Prende atto delle stragi compiute dai palestine-


1990

2001

Il capo dell’Olp con Giulio Andreotti, all’epoca capo del governo. In secondo piano Gianni De Michelis, ministro degli Esteri

Con Silvio Berlusconi, quando questi era appena tornato premier dopo aver vinto le elezioni contro il centrosinistra

altri, il presidente della Repubblica, Francesco Cossiga. Arafat scrive nel diario che quando arriva al Quirinale il capo del protocollo gli fa togliere il cinturone con la pistola, quello che lui portava sempre con sé. Arafat racconta che a quel punto i pantaloni erano troppo larghi e gli cadevano. Per questo si presentò davanti a Cossiga tenendoli stretti con le mani, evitando una brutta igura istituzionale. Al Capo dello Stato disse: «Mi scusi signor Presidente, non è colpa mia ma del suo ambasciatore...», quello che gli aveva fatto togliere il cinturone. Anche il giorno della consegna del Premio Nobel per la Pace, il comandante palestinese scrive che il programma della cerimonia ha avuto un ritardo a causa della sua divisa militare che comprendeva la pistola. Il 17 luglio 1990 Arafat, che per lungo tempo era stato single (e mai erano apparse donne nella sua vita) sposa Suha Tawil. Lui conida sul diario: «Come faccio a sposarmi con Suha? Io sono già sposato con la Palestina ed il suo popolo».

L’amicizia con Fidel Arafat dedica poi molto spazio a raccontare i suoi rapporti con il dittatore cubano Fidel Castro, ino all’ultimo incontro avvenuto all’Avana. Quasi coetanei, i due avevano in comune anche la militanza guerrigliera e i principali nemici, cioè Stati Uniti e

Israele. Entrambi, inoltre, amavano le uniformi, portavano la barba e avevano il carisma del leader capace di suscitare grandi speranze e aspettative nei propri popoli. Oltre che a Cuba, Castro e Arafat si erano incontrati spesso alle riunioni dei Paesi non allineati e ai funerali dei vecchi leader sovietici, dai quali entrambi avevano ricevuto sostegno politico e un iume di rubli negli anni della Guerra Fredda. Le pagine dei diari raccolgono poi il disagio e lo sfogo del capo palestinese quando deve appoggiare Saddam Hussein, durante la prima guerra del Golfo (1990-1991). Così scrive Arafat: «Devo schierarmi con lui: il mio popolo me lo impone. Ma ho cercato con più telefonate di farlo desistere dalla follia che sta facendo». Arafat racconta quindi di negoziazioni di pace, segrete, con l’allora premier Yitzhak Rabin, mentre dell’ex presidente israeliano Shimon Peres scrive: «Una bravissima persona: un bel soprammobile». I diciannove volumi sono stati aidati a due iduciari lussemburghesi, che dopo una lunga negoziazione hanno terminato la cessione dei documenti a una fondazione francese con la clausola che il contenuto dei diari debba essere usato solo come “documentazione di studio” e non per pubblicare libri o girare ilm. Il carico di testimonianza che lascia Arafat è pesante. E non sarà facile, per molti, accettare le conseguenze delle rivelazioni contenute nelle pagine di questo diario. n

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Esclusivo

Il leader arabo ha sempre gestito nel mistero i finanziamenti. Un’eredità pesante che può ancora riservare sorprese

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essuno come lui ha rappresentato il popolo palestinese e nessuno come lui forse lo ha più illuso di avere una patria unita e uno Stato. Ma se si vuole raccontare la storia degli ultimi 50 anni della Palestina la igura carismatica di Yasser Arafat è ineludibile. Anche adesso riemerge, a 14 anni di distanza dalla morte, l’11 novembre 2004, quando Abu Ammar, questo il suo nome di battaglia, morì in ospedale militare di Parigi dopo avere vissuto gli ultimi anni nel quartiere generale della Muqata a Ramallah, sotto assedio del premier israeliano Ariel Sharon, il suo nemico più irriducibile. Sharon, quando era ministro della Difesa, arrivò a pensare di far saltare in aria l’intero stadio di Beirut pur di farlo fuori. Nell’intelligence israeliana era maturata l’idea che l’eliminazione di Arafat avrebbe risolto l’intera questione palestinese. Eppure quando nel 1959 aveva fondato Al Fatah, che poi sarebbe conluita nell’Olp (l’Organizzazione per liberazione della Palestina) Arafat veniva considerato dal Mossad soltanto un facinoroso studente di ingegneria del Cairo. Ma già nel 1968 gli israeliani, dopo i primi attentati, adde-

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strarono un prigioniero palestinese per trasformarlo in un killer programmato per ucciderlo, come accade al protagonista del ilm “he Manchurian Candidate”. Quello tra Sharon e Arafat fu un duello a distanza che fa parte della storia segreta del Medio Oriente. Rivelata oggi dal giornalista israeliano Ronen Bergman nel suo libro “Rise and Kill First”, l’ossessione di Sharon per uccidere Arafat era tale che da ministro della Difesa cominciò a mettere nel mirino dei caccia israeliani anche gli aerei civili che trasportavano Arafat e il suo seguito. E quando nel giugno il 1982 fu invaso il Libano sotto il comando di Sharon, l’ordine era uccidere Arafat e spingere i palestinesi in Giordania per formare un loro stato al posto della dinastia hashemita. Eppure i segreti dei servizi israeliani - che aiorano quando quasi tutti i protagonisti sono scomparsi - non sono gli unici che accompagnano Arafat e la Palestina. Anzi alcuni, come quelli inanziari, sembrano custoditi meglio di quelli del Mossad. Indagare nelle finanze dell’Olp e di Arafat non è mai stato un compito facile. Poco prima della sua morte, Forbes valutava la fortuna di Arafat 300 milioni di dollari, 1,2 miliardi secondo i servizi israeliani, sei miliardi secondo la Cia, una cifra che appare

di Alberto Negri francamente esagerata. Ma una cosa è certa: negli anni dell’esilio a Tunisi era Abu Ala, allora fedelissimo di Arafat, a gestire i petrodollari sauditi, 85 milioni di dollari l’anno secondo i dati uiciali, un altro centinaio in “nero”. I sauditi pagavano perché appoggiavano la causa palestinese e soprattutto per tenere lontano il terrorismo da casa loro: lo hanno sempre fatto anche con Al Qaeda e i jihadisti di tutte le risme. Era Abu Ala (Ahmed Qurei) che gestiva la inanziaria dell’Olp: lui comprava le linee aeree nel Centrafrica, le bananiere in Somalia, i terreni e gli immobili in Europa. Ma la irma inale su ogni operazione era sempre quella di Arafat. Sul tesoro di Arafat si è sempre molto fantasticato e ancora adesso resta avvolto nel mistero come lo stesso luogo di nascita che lui sosteneva essere Gerusalemme mentre la maggior parte delle fonti lo fa nascere al Cairo nell’agosto del 1929. E anche la sua morte non è per niente chiara: forse avvelenato dal polonio trovato in misura assai sospetta nel cadavere riesumato nel 2012. Il suo braccio inanziario, Mohammed Rashid, ha comunque sempre afermato che «Arafat non aveva proprietà personali in nessuna parte del mondo». In parte aveva ragione. Arafat non era


ricco nel senso che quel denaro non lo ha mai goduto come un qualunque sceicco arabo in vacanza a Londra o a Parigi ma lo ha usato come strumento del suo potere. Il discorso potrebbe essere diverso per la vedova Suha Tawil Arafat, che vive con la iglia a Malta: riceve una pensione da 12 mila dollari al mese dall’Autorità palestinese ma nel 2011 venne anche inseguita da un mandato d’arresto della Tunisia per malversazioni inanziarie. Una vicenda svanita nel nulla perché ai tunisini interessavano i rapporti tra Suha e la moglie dell’ex dittatore Ben Alì. Di certo ci sono le dozzine di miliardi versati all’Autorità Palestinese: dagli arabi, dagli americani (che ora minacciano di congelare gli aiuti) e soprattutto dall’Unione europea. Ma anche dagli Stati dell’ex Patto di Varsavia, da partiti e movimenti politici come quelli italiani che con Arafat erano in afari, per un motivo o per un altro. Tutti lo conoscevano e lui, quando lo andavano a trovare, dolcemente li prendeva per mano, politici, giornalisti, banchieri. E se aiorano novità su questi rapporti, l’eredità di Arafat può diventare di nuovo pesante. Lo Stato palestinese oggi sembra un’utopia ma l’ombra di Mister Palestina si aggira ancora tra noi. Q

Arafat si esercita con la pistola in un’immagine scattata negli anni Settanta

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ROBERTO SAVIANO L’ANTITALIANO

IL PAESE SALVATO DAGLI IMMIGRATI

Foto: M. Chianura / Agf

Petruro Irpino, duecento abitanti, decide di accogliere venti rifugiati. Per fermare il calo demografico. L’esperimento riesce Diego Bianchi e Pierfrancesco Citriniti sono andati a Petruro Irpino, uno dei paesi più piccoli d’Italia, con una semplice telecamera e armati di curiosità umana per raccontarci una storia di inclusione. Oserei quasi dire per raccontarci una storia normale, se non fosse che storie come questa in genere non trovano facilmente spazio in televisione. Un servizio andato in onda due venerdì fa su La7 a Propaganda Live, reperibile facilmente su YouTube e che vi consiglio di vedere. Un servizio il cui costo complessivo credo sia quantiicabile in benzina e autostrada Roma-Petruro Irpino perché vitto e alloggio, a Diego e Pierfrancesco, sono stati oferti dagli abitanti del paese, 200 autoctoni e 20 immigrati. Ed è proprio questa la storia che ci raccontano, quella di 220 persone che vivono in un paesino da sempre demitiano, nel quale il sindaco, visto il drammatico calo demograico, decide di avviare un programma di accoglienza per provare a salvare la sua terra da morte certa. Eh sì, perché anche un luogo può morire, e precisamente muore quando non c’è più nessuno che crede nelle sue potenzialità, quando i giovani vanno a dormire pensando di stare sprecando gli anni migliori della loro vita e si alzano ogni mattina con la

stessa domanda nella testa: «Ma che cosa ci faccio ancora qua?». Quindi il sindaco, senza indire alcuna assemblea cittadina perché si sa, nel mucchio vincono le paure e perde il ragionamento, parla con gli abitanti del suo paese, uno a uno, e li convince che non c’è nulla da temere, ché gli immigrati non sono un pericolo per loro, ma una risorsa. Quanto è usurata - starete pensando - questa espressione: gli immigrati non sono un pericolo ma una risorsa, e quanta poca iducia vi è rimasta ormai nella capacità di accogliere gli stranieri che ha l’Italia senza lucrare, senza sperperare, senza togliere a chi già ha poco. Ma se vi manca la iducia non è colpa vostra; se vi manca la fiducia è solo perché a mancare è quel segmento di informazione necessario, direi anzi fondamentale, per completare un quadro meno cupo di quanto non si creda. Non concordo con chi dice: colpa vostra che non sapete, le informazioni esistono, dovete solo cercarle. Le informazioni esistono, certo, ma la funzione di chi le produce e di chi può raccontarle è renderle chiare anche a chi non ha dimestichezza, per esempio, con i new media. Saper fare un post su Facebook o su Instagram non significa saper valutare la veridicità di una notizia, e

scorgo un certo malcelato classismo in chi dice: se stai sul web devi anche essere capace di orientarti. Diego Bianchi e Pierfrancesco Citriniti (Zoro non ha bisogno di presentazioni, ma se non conoscete Pierfrancesco, vi perdete ragazzo corpulento e simpatico, un molisano giovane ma antico, che qualche mese fa durante un servizio a Grisciano, comune totalmente raso al suolo dal terremoto, si mise ad aggiustare caldaie in tutto il paese) ci danno quel segmento di informazione che mancava, quasi un frammento, ma fondamentale per capire noi italiani chi siamo. E che non lo sappiamo chi siamo? Certo che sì, ma non capita anche a voi di sentirvi descrivere come mai avreste immaginato? Timorosi, chiusi, sospettosi, razzisti. Ecco, razzisti. Ma voi davvero ce la fate a sentirvi descrivere come un popolo di razzisti? E allora, se non siamo razzisti, cosa siamo? Siamo i igli, i nipoti o i pronipoti di uomini e donne che hanno soferto gli stenti delle guerre. Di uomini e donne che hanno perso genitori, fratelli e sorelle, che hanno perso le case, che si sono dovuti rifugiare in gallerie o sulle montagne, in ricoveri di fortuna per scampare ai bombardamenti. Noi questo siamo e non ce lo possiamo dimenticare: siamo eredi di questa soferenza e quindi anche eredi di chi non può immaginare di abbandonare al proprio destino chi sofre ora, anche se questo dovesse signiicare condividere le nostre risorse. I 200 abitanti di Petruro Irpino, dal 2016, ospitano un progetto Sprar destinato a 20 richiedenti asilo, di cui 14 posti per nuclei familiari e 6 per nuclei familiari monoparentali. La vita del paese e dei suoi abitanti è cambiata in meglio. Ecco, è questo il segmento che solitamente manca e cioè la seconda parte della narrazione: come stai dopo che hai accolto? Come cambia la vita della tua comunità? La risposta è sempre la stessa: meglio. Q L’Espresso 4 febbraio 2018

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DENISE PARDO PANTHEON

PER ORA VINCE IL CONFUSIONELLUM Tutti contro tutti, disperatamente. E un sistema elettorale che nessuno capisce. Ma coraggio, passerà anche il 4 marzo Fino al 4 marzo va così. Dovunque si vada, al bar, al mercato, a cena, a mensa le divagazioni sulle elezioni sono in agguato e, nonostante si giuri di non cadere più nella trappola, si inisce per farlo come la vulpes vulpes che manda in brodo di giuggiole i cacciatori britannici. Sarebbe nell’ordine naturale delle cose se non fosse che la litania è fedele a se stessa, fenomeno non domestico e considerato sospetto in Italia, e si sgrana come un rosario, si ripete come un Om. Sarà perché la campagna elettorale è a ciclo continuo e non accade nulla di veramente nuovo, per esempio D’Alema buono, Berlusconi povero, ma parlare di politica è diventato uno scambio di frasi fatte molto chiassoso. Dov’è inita la maggioranza silenziosa? E il ceto medio rilessivo? La giaculatoria del votante con il ping pong di chi è contro e chi è pro, chi ci fa e chi ci è, si divide in grandi fazioni, ecco un sunto. Renziarie. È arrogante, ha fatto bene all’inizio, dopo il referendum non ne ha azzeccato una, è divisivo, parla solo con il Giglio magico, doveva mandare in Europa D’Alema e Letta così li placava, è ansiogeno, è come Berlusconi, stavolta sarà un bagno di sangue, ora si è paragonato alla Red Bull. È un fenomeno,

in tre anni ha fatto quello che non aveva mai fatto nessuno, è la sinistra moderna non vetero, fa bene a non idarsi, andrà meglio di quello che dicono i sondaggi. Caratteristica di questo ping pong è il fuoco amico. Anche chi è contro Renzi e lo attacca, pensa obtorto collo di votarlo. Da bandiera rossa a Toro Rosso. Berlusconarie. Un formidabile lottatore, ha creato un impero, è generoso, un vero capo, la magistratura l’ha perseguitato, non l’hanno mai lasciato lavorare, è simpatico, positivo. Ha pensato solo ai fatti suoi, ha usato la politica per le leggi ad personam, ha il sesso in testa, ci ha ridicolizzati, ha fatto andare lo spread alle stelle, sembra la mummia, non può essere il salvatore della patria. Segni particolari della conversazione: chi è contro non lo voterà mai. Il fuoco è solo nemico. Papi della patria. Melonarie. La Meloni è troppo nera, sta sempre in mezzo ma non conta, non favella ma schiuma, è in perenne modalità da esorcista. È molto preparata, studia, è seria, è una vera che non si camufa, al Campidoglio avrebbe fatto meglio di quella gatta morta della Raggi. Come direbbe donna Assunta (Almirante) ha gli attributi. Meloni trans (politica).

Grillarie. Grillo pover’uomo ha fatto un passo indietro per valorizzare le gigginarie, non è interessato al potere, pensa solo al bene dei Cinque Stelle. No, è un furbacchione, non gli va bene Luigi Di Maio, aspetta di vedere come andranno a inire i lop di Roma e Torino, non è convinto che al voto il Movimento viri alla grande come dicono i sondaggi. Il grilletto di Grillo. Salvinarie. È populista, razzista, detesta migranti, meridionali, odia l’Europa ma l’europarlamento gli paga lo stipendio, è il Le Pen italiano. Un po’ di populismo non fa male, bisognerà pure fermare l’invasione degli immigrati, il Sud deve darsi una regolata, è andato a Bruxelles per difenderci, serve uno come lui per inirla con l’ipocrisia dell’accoglienza. Per il leader leghista critiche e apprezzamenti sono speculari. Salvini non è patrimonio dell’umanità. Gentilonarie. È rassicurante, moderato, si vede che è un conte, è spiritoso, sa le lingue ma usa il romanesco, è ipnoinducente come la camomilla con cui si è identiicato, all’estero fa bella igura. Però è la controigura di Renzi, faccia qualcosa per i suoi capelli, cambi barbiere o metta un gel. Il contro tifo è ai minimi consentiti, Gentiloni è patrimonio dell’umanità. Rosatellarie. Per quelli che andranno a votare - bravi, bravi - la legge di Ettore Rosato affratella, unisce, compatta, assembla. Contenta qua, contenta là, il risultato è che nessuno capisce niente. In un tourbillon di opinioni campate in aria, tra proporzionale, uninominale, politici di destra candidati a sinistra e viceversa, c’è perino chi crede ci sia anche il secondo turno. Confusionellum magnum. Q L’Espresso 4 febbraio 2018

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MICHELE SERRA SATIRA PREVENTIVA

VOTA PER NINO È BRAVO COI TAPPI

Foto: Filippo Milani

Ecco una scelta dei candidati più significativi per le nuove Camere. C’è anche Galliani in tribuna coperta Quali i candidati più significativi per le nuove Camere? Senza pretendere di esaurire un repertorio così ricco e vasto, ne abbiamo selezionati alcuni che ci sembrano particolarmente rappresentativi. Romolo Bastonari Gestore del laboratorio “Tatuaggi forzati” sul lungomare di Ostia, considera la sua candidatura con Forza Nuova il coronamento di una intensa attività sociale, iniziata sui banchi del liceo incidendo con un coltellino la parola DVX sulla nuca di un compagno addormentato. In segno del suo profondo legame con il popolo conosce male non solo l’italiano, ma anche il romanesco, che parla in modo stentato e solo se munito di megafono, dal quale non si separa mai anche quando è in casa. Vive da solo dopo essere stato lasciato dai genitori e dalla fidanzata. Convinto sostenitore della supremazia della razza bianca, gli è stato consigliato, per non nuocere alla causa, di farsi vedere in pubblico il meno possibile, e di mandare in Parlamento, in caso di elezione, una controigura. Nino Di Gino Eletto con soli undici clic alle primarie dei Cinquestelle (un record del quale è molto iero) Di Gino è il tipico quarantenne di talento azzoppato dalla crisi. Abilissimo, in da piccolo, nella righettatura dei tappi a corona, si è visto chiudere le porte in faccia

da tutte le fabbriche di tappi d’Italia, perché non aveva raccomandazioni. Oggi Di Gino, grazie ai Cinquestelle, sarà inalmente nelle condizioni di dare lezioni di economia al governatore di Bankitalia. Il suo sogno è interrompere il presidente della Repubblica durante il discorso di ine anno per rendere inalmente giustizia al settore dei tappi a corona. Gino Di Nino Ventidue voti alla primarie (ma almeno altri due sarebbero initi per errore nella spam), Di Nino è un fuori corso dell’Università di Chieti, duramente penalizzato dal fatto che l’Università di Chieti non esiste e lui ci si era iscritto idandosi di un amico. Conta di arrivare in Parlamento anche per denunciare il grave fenomeno delle università fantasma. Suo anche il merito di avere messo in luce, nel suo blog, il fatto che Alberto Angela è il iglio di Piero Angela. Fiorella Pirinelli Renziana della prima ora, ha iniziato come addetta all’immagine nella commissione Orpes per le transazioni a termine, poi è stata stretta collaboratrice del Garante provvisorio per le nuove funzioni, dal luglio scorso è responsabile per il Pd dei rapporti di secondo livello con le aziende del quarto settore. Dalla sua autobiograia, “Lavori misteriosi”, emerge l’immagine di una giovane donna brillante e determi-

nata, che non si è arresa nemmeno di fronte all’esperienza, molto spaesante, di non sapere che lavoro fa. Quanto alle idee politiche, «verrà il tempo spiega Fiorella con un sorriso - per farmi un’opinione personale: per ora mi sto formando come persona e come cittadina». Gisella Corallini Renziana della prima ora, è stata assessore alle Mansioni del Comune di Nagliarello, responsabile degli hinterland secondari per il Cesap-Urg, inine portavoce del Consorzio interregionale per la stabilità amministrativa (ex-Gefren). Ne parlano come di una giovane donna brillante e determinata. Politicamente, crede in un Italia libera e iduciosa, come riportato nella sua autobiograia, “Per un’Italia libera e iduciosa”. Ama la natura, ma senza esagerare: anche la vita in città è tra le sue abitudini preferite. Onorio Gorbi Corre per Liberi e Uguali. Sindacalista di lungo corso, si occupava di pensionati. Ora è in pensione. Persona stimata, disinteressata, benvoluta da tutti, ha chiesto, per la campagna elettorale, solo una cosa: un ciclostile. Nei suoi volantini chiede che, entro il 1995, sia possibile introdurre in busta paga un aumento di sedicimila lire. Si dice che nel partito, pur volendogli bene, tutti sperino che non venga eletto. Adriano Galliani Novantatre anni compiuti da poco, per sessanta presidente del Milan, è ormai una leggenda vivente. È l’unica persona al mondo che sia riuscita a condurre e portare a termine da solo una delicatissima trattativa: in quanto presidente della Lega Calcio ha venduto a se stesso, come presidente di Mediaset, i diritti televisivi, telefonandosi per consultarsi come presidente del Milan. Vive da sempre a Milano, città dalla quale è uscito solo per recarsi a Werder Brema e a Paok Salonicco. Uomo semplice e cordiale, non si è mai occupato di politica e per questo ha chiesto, quando sarà in Parlamento, di avere un posto in tribuna coperta. Q L’Espresso 4 febbraio 2018

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MARCO BELPOLITI UNA FOTOGRAFIA

Foto: D. Balibouse - Reuters / Contrasto

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a banda dei Grigioni suona per lui al summit di Davos. Un atto di omaggio. Eppure Donald Trump è accigliato. Meglio: corrucciato. Così lo colgono molte delle immagini riportate dai giornali di tutto il mondo, non solo qui in Svizzera, ma a Washington, a New York, nel suo resort in Florida. Probabilmente i fotograi sono maliziosi nel coglierlo mentre appare imbronciato. E anche i giornali nel pubblicare le foto. Tuttavia è sicuro che il Presidente americano tende al grugno. Una smoria del viso tra il corrugamento e il malpiglio. Un’espressione che gli è tipica. Come se qualcosa fosse andato storto. Non proprio un cipiglio, per quanto sul suo viso si noti un increspamento della fronte, una contrazione delle ciglia, un socchiudersi degli occhi. Una manifestazione di turbamento e insieme d’irritazione. Non sorride mai, come invece il suo predecessore Barack Obama, che distribuiva sorrisi kennediani all’intorno: il buonumore quale forma dell’apparire in pubblico. Trump no. Ofre agli scatti dei fotograi occhiatacce, musi, ghigni. Sembra sempre risentito. Anche qui, mentre applaude l’esibizione dei suonatori. Dovrebbe essere soddisfatto: lo riveriscono. Non lo è. Chissà a cosa pensa. Forse ha la sensazione di essere, nonostante tutto, fuori posto. Oppure che gli altri attorno siano fuori posto rispetto a lui. Non si sente amato, apprezzato, altrimenti non avrebbe quel cipiglio grugnoso. Malmostoso lo deve essere, e nel profondo. Non è necessario seguirlo su Twitter per capire cosa prova, basta questa fotograia. Q L’Espresso 4 febbraio 2018

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POLITICA Verso le elezioni Uno straniero in patria: Massimo Cacciari. E i corrispondenti dei giornali esteri. CosĂŹ guardano al voto italiano

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isti trove L’Espresso 4 febbraio 2018

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POLITICA Verso le elezioni

O di MASSIMO CACCIARI

L’Italia che va alle urne non è una società. Ma una somma di individualismi. Sempre più identitari e prepotenti 26

4 febbraio 2018 L’Espresso

rmai da molti anni sembra che questo Paese, in tutte le sue membra, sia impegnato a inverare le tesi di illustri sociologi sulla “società liquida”. In realtà, ad andare un po’ oltre le apparenze, sono strutture di potere ben solide a decidere delle nostre vite, dall’universale bagascia del Denaro (Shakespeare), merce sempre più nelle salde mani di pochi eletti, a grandi Stati (che occorrerebbe chiamare Imperi), fino a organismi sovra-statuali capaci di rapportarsi con le strategie, di respiro globale per propria natura, delle imprese multinazionali. Tuttavia, lo spappolamento della dimensione istituzionale-politica italiana, e per molti versi pure europea, si è avvicinato nell’ultimo periodo al “grado zero”. Coalizioni mosse esclusivamente dalla libido dominandi, che trovano uno strumentale punto di equilibrio in un signore neppure eleggibile. Antiche casematte dissolte come sabbia al vento. Leadership che avevano illuso di carismatiche capacità decisionistiche impegnate in defatiganti trattative su qualche collegio elettorale, mentre evapora anche quel poco che restava del loro mal sopportato partito. E “i nuovi” che illudono di risolvere il colossale problema della partecipazione democratica “selezionando” futuri legislatori con messaggini e tweet. Sta saltando ogni intermediazione tra opinione pubblica e istituzioni; sta esplodendo ogni procedura razionale che connetta, anche conlittualmente, il potere costituente del popolo al potere costituito, e cioè l’insieme degli organismi rappresentativi e del sistema amministrativo. Mancano le connessioni. Come in un cervello dotato, sì, delle sue diverse parti, ma in cui siano saltate tutte le sinapsi. Potremmo anche dire: nulla per noi di veramente straordinario. Quando mai questo Paese ha dato prova di sapersi federare? E cioè di costituire una società, nella quale, certo, diverse idee e diversi interessi competono, ma riconoscendosi reciprocamente fattori di


Foto: M. Toniolo - Errebi

Il paese senza una comune forma di vita e di un comune benessere da perseguire. Si dirà: troppo distanti i caratteri delle “tribù” italiane. In fondo, l’Italia è un mito intellettuale. Altri Stati europei possono con buon diritto chiamarsi nazionali, poiché davvero su una comunità, non in senso organicistico (anche il potere assoluto o la violenza rivoluzionaria possono costituirla) si fonda la loro struttura. Quale comunità è invece quella italiana? Eppure, proprio le grandi diferenze che caratterizzano la storia passata e presente di questo Paese avrebbero potuto essere considerate non come divisioni da “maledire” e superare secondo un unico paradigma, ma soggetti di un Patto, che responsabilizzasse i diversi livelli istituzionali a cooperare per promuovere le potenzialità e risorse di ciascun territorio. Nulla di più lontano da questa idea di federalismo della immensa bolla di sperimenti, abbozzi e aborti cui si riducono le “riforme” dell’ultimo ventennio. E allora perché stupirci se sembra ormai imporsi quel carattere degli italiani esecrato dal nostro Leopardi, per cui ciascuno tende a farsi «società a sé»? “Società a sé” è quella del privato che ritiene i propri interessi l’ombelico del mondo; “società a sé” fa il deputato che trasvola da gruppo a gruppo per mantenere lo spicchio del proprio potere; “società a sé” sono quei fanta-

smi di partito o di corrente inventati per rappresentare qualche politico sopravvissuto. Tuttavia, questo costume eminentemente individualista, l’utilitarismo miope, la ritrosia a formare connessioni e organismi duraturi, questo costume, che è l’opposto di un’etica pubblica, aveva in passato anche alcune caratteristiche forse “virtuose”. Diicile incantarlo con grandi mitologie nazionalistiche o ideologie palingenetiche. Una sana disposizione all’ironia nei confronti di ogni promessa da parte del potere - ironia che è facile si volga a mero scetticismo e impolitica acquisizione dello status quo, e che tuttavia è sempre anche segno di un pensiero libero. Una forma di “politeismo”, certo, estremamente debole, nient’affatto curioso di conoscere davvero i valori in campo, e tuttavia essenzialmente tollerante e in grado, per quanto frettolosamente, di prestare ascolto alle ragioni dell’altro. Ora anche queste così deboli “virtù” sembrano in via di liquidazione. L’individualismo tradizionale si è fatto identitario e prepotente. Gli attori in campo si fingono perfettamente persuasi della bontà dei “valori” che agitano e perciò convinti del dis-valore di quelli altrui. Ognuno, dall’alto del proprio particolare Campidoglio, li sventola come non scambiabili, supremi. Meno è capace di

renderne ragione, di ricondurli a progetti dove obbiettivo e mezzi per perseguirlo risultino “calcolabili”, più essi sono fatti apparire Verità. Più cresce l’incapacità di rispondere sensatamente e realisticamente alla crisi che attraversiamo dell’intero Ordine democratico, più la contesa politica si conigura come farsesca imitazione del rapporto di pura inimicizia. Più dovrebbe imporsi ad ogni livello l’imperativo di federare, superando le storiche disarticolazioni della nostra società, più ci si accusa l’un l’altro, con l’aria più feroce e meno ironica del mondo, di rappresentare il sommo pericolo per l’Italia, il mortale nemico d’Europa, il tramonto dell’Occidente. Una bella campagna a “demonizzarsi” reciprocamente e ad avvolgere di spesse nebbie i propri fallimenti e le proprie impotenze. Sullo sfondo, afrontati da nessuno, i problemi sui quali invece tutti dovrebbero cercare ancora: come salvare il processo di integrazione politica europea, come dare credibilità nuova a quelle inalità di uguaglianza, che sono il sale dell’ordine democratico. Nodi che sarà pure necessario cercare di sciogliere se non vogliamo inire impiccati. Chi lo dicesse con onestà e sobrietà, riconoscendo propri limiti e errori, e si confrontasse su di essi con i suoi avversari, meriterebbe già solo per questo il nostro voto. Q L’Espresso 4 febbraio 2018

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le elezioni asddfoni POLITICA VersoVesadsa SDALTROVE

Una ruota panoramica di Susanna Turco

La parabola di Renzi. Il ritorno di Berlusconi. L’incognita dei Cinque Stelle. Parlano i giornalisti internazionali 28

4 febbraio 2018 L’Espresso

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olta nebbia, nessun Macron all’oriz zonte. Un gran senso di attesa, leader già usati (quando non consunti). L’inquietante avanzare dei partiti populisti ed euroscettici, come Lega e Cinque Stelle. C’è attenzione, preoccupazione, «anche se l’Italia ci ha abituato, dai tempi in cui il Cavaliere governava coi post fascisti e la Lega». Il prossimo premier avvolto nell’ombra, ancora tecnicamente incognito: non Berlusconi, non Renzi, forse Gentiloni, chissà. Così vedono l’Italia corrispondenti e giornalisti della stampa estera di cui L’Espresso ha raccolto commenti e impressioni in queste pagine, ora che si accingono, alcuni per la settima o quindicesima volta, a seguire la campagna elettorale per il voto italiano. Dopo gli anni furenti di Berlusconi, dopo la crisi del 2011 e il governo Monti, dopo, l’arrembaggio del “nuovo verso” renziano e il crollo post-referendum, nei loro racconti c’è l’eco involontaria di una specie di parco giochi al quale abbiano spento le luci. C’è sempre la ruota panoramica, c’è di nuovo


Silvio Berlusconi che si è rimesso in scena, ormai quasi un genere letterario internazionale. Tutti consideravano impossibile il «rientro di un condannato», ma non sono più i tempi feroci del premier «unit to lead Italy» o peggio ancora della fase che con senso pratico sintetizzano «del bunga bunga». Certo è forte il senso dell’incredulità che ha percorso le redazioni di mezzo mondo, che si sono viste proporre articoli sul ritorno dell’ex premier. «Ma sei forse impazzito?», racconta di essersi sentito rispondere ad esempio il norvegese Simen Ekern, dal Morgen Bladet. Diicile un po’ per tutti raccontare la parabola di Renzi, che più di uno definisce «poco comprensibile». È invece forte, anche se per ora resta prudente e sotto coperta, la curiosità circa i risultati di Lega e Cinque Stelle. Un fronte populista ed euroscettico rispetto al quale l’Italia si trova in una posizione particolare, di frontiera. «Il Movimento 5 Stelle è un fenomeno unico, che all’inizio poteva far pensare a formazioni come il Front national, Podemos, Syriza, o persino Ciudadanos, e invece si è capito che non ha niente a che fare con ciò che conoscevamo», nota il corrispondente di El Pais, Daniel Verdu. C’è chi già vede una “normalizzazione” del movimento, nel passaggio di consegne da Grillo a Di Maio. Ma l’attesa è soprattutto per i risultati del voto. «È improbabile ma possibile, la vittoria dei Cinque Stelle da soli. La loro retorica antieuropea, se tradotta in azioni concrete, potrebbe essere vista con timore dagli altri paesi Ue, e la loro totale mancanza di esperienza rappresenterebbe un fattore di rischio per i mercati», dice Philip Willan, collaboratore del Times. Qualcosa di preoccupante, poco di luccicante, comunque. «Sin qui, i tre grandi poli giocano soprattutto in rimessa, non ci sono grandi proposte di visione, tutti i partiti giocano a mobilitare elettori nei confronti degli altri», racconta Eric Jozsef di Libération: «La sensazione prevalente è quella che si tratti di una elezione intermedia, come se il vero obiettivo fosse cercare di concludere dei cicli». Q

Un passaggio non risolutivo Eric Jozsef Libération Sono alla settima campagna elettorale, raccontare questa è più dificile del solito. Intanto perché all’estero sta succedendo di tutto, e poi perché c’è stato un calo dell’attenzione sull’Italia a partire dal referendum del 4 dicembre 2016. Sarà pure una responsabilità dei corrispondenti, ma all’estero è stato dificile comprendere il calo dei consensi di Renzi, che come premier aveva una immagine molto positiva al livello internazionale, così come è dificile capire perché l’Italia abbia bocciato una riforma che sembrava sempliicare e dare stabilità al sistema politico istituzionale italiano. Aggiungiamo inine il premier Paolo Gentiloni, una igura molto rispettata, più misurata ma meno carismatica, e che rispetto a Letta e Renzi sembra avere meno forza di iniziativa politica. Tutto ciò fa sì che l’Italia trovi meno spazio. Naturalmente restano molti elementi di interesse. Oltre alla tenuta dei conti pubblici, l’impegno economico e inanziario dell’Italia, c’è il ritorno di Berlusconi, anche se è poco comprensibile: al giornale neanche volevano credermi, ad agosto, quando ho proposto un articolo sul suo ritorno. Pensavano avessi preso un abbaglio. Si osserva con attenzione la forza degli euroscettici, la loro avanzata che peraltro riguarda tutta Europa. Per quel che riguarda l’Italia, lo si considera un rischio reale, più che altro per le conseguenze che comporta sulla tenuta dell’Europa. Un accordo tra lega e Cinque Stelle così come una Ital-exit sono ritenute prospettive improbabili: quello che si teme è avere una forza che rallenterebbe il processo europeo, e soprattutto che l’Italia non ne sia più protagonista. Dunque preoccupazione e attenzione sì, ma non paura di una catastrofe: anche perché l’Italia ci ha un po’ abituato. Dai tempi in cui Berlusconi governava coi post fascisti e la Lega.

Personalmente, osservando le prime mosse della campagna elettorale vedo che i tre grandi poli giocano soprattutto in rimessa, non ci sono grandi proposte di visione per l’Italia, tutti i partiti giocano a mobilitare elettori nei confronti degli altri. I Cinque Stelle si sono normalizzati, hanno perso per strada temi come l’economia sostenibile, l’ambientalismo, sono diventati un partito vero e proprio che gioca a screditare gli altri; Renzi gioca sulla paura dei populisti; Berlusconi gioca per mobilitare gli elettori di centrodestra che temono i Cinque Stelle. La sensazione prevalente è quella che si tratti di una elezione intermedia, non risolutiva. È vero che nel passato c’è già stato il voto “anti” qualcosa, ma ora davvero si ha la sensazione che i tre poli abbiano poco da proporre in termini di visione per l’evoluzione del paese. Peraltro con dei leader abbastanza usati: non c’è tanto l’effetto novità. Certo, c’è Di Maio, che non ha mai governato: ma si presenta come un simbolo della normalizzazione del Movimento, diventa leader nel momento in cui scompaiono il riiuto dell’establishment e la forza propositiva che erano all’origine di M5S. Dunque non c’è una forza politica molto nuova, e non c’è un Macron della situazione. E persino Renzi, che era stato salutato come l’uomo nuovo della politica italiana ormai incarna il vecchio, l’establisment, nonostante il fatto che a freddo il bilancio di questi anni di centrosinistra al potere Q sia alla ine tutt’altro che negativo. L’Espresso 4 febbraio 2018

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POLITICA Verso le elezioni Partiti fantasma e promesse blu Tobias Piller Frankfurter Allgemeine Zeitung Le tante promesse dei politici in campagna elettorale sono certamente un tema ghiotto. Soprattutto quando si vede come sono approssimativi i calcoli sui costi e su come saranno inanziate le promesse. I miei colleghi, per il titolo hanno utilizzato un detto tedesco: «I politici italiani promettono il colore blu

Il Numero di Lorenzo Pregliasco*

1.103.989

Appena un milione di votanti (alle Politiche 2013), rappresentati però in Parlamento da ben 12 deputati e 6 senatori. Che anche in questa tornata potrebbero inluire sulle future maggioranze di Camera e Senato. Sono gli italiani residenti all’estero, che dal 2006 contribuiscono con il proprio voto all’elezione del Parlamento. Cinque anni fa, nel complesso i voti all’estero premiarono largamente il Pd (primo partito con il 29,3% e 5 eletti su 12 a Montecitorio) e la lista Monti (18,4% e 2 deputati). In America Latina furono però le formazioni locali, come il Maie e l’Usei, a farla da padroni (oltre il 50% complessivo e 3 eletti su 4). E seguendo il trend nazionale, anche la circoscrizioen Estero ha registrato un pronunciato calo della partecipazione al voto. Nel 2013 l’afluenza è scesa al 32%, poi confermata al referendum del 4 dicembre, dopo il 39% toccato nel 2006 e nel 2008. Con le possibili maggioranze appese a un ilo non è da escludere, comunque, che anche il 4 marzo il “pacchetto” di eletti all’estero possa incidere sugli scenari del dopo-voto. Il sistema elettorale, lì, non è cambiato: proporzionale con preferenze in megacircoscrizione. Ai blocchi di partenza Pd e centrodestra sembrano favoriti rispetto ai Cinque Stelle, inora penalizzati dai nostri connazionali all’estero. *YouTrend

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4 febbraio 2018 L’Espresso

del cielo». Dall’altro lato, trovo che sia una grande limitazione parlare solo di aumenti di spesa pubblica. Sono convinto che così non cresce l’economia italiana. Invece, occorrerebbe discutere su come attirare investitori dall’estero, incentivare le aziende a fare ancora più investimenti, invogliare giovani a

Arrivano pari, meglio così Philip Willan The Times, Sunday Herald Per il momento la campagna elettorale mi sembra dominata dalla confusione. C’è all’orizzonte la possibilità di risultati elettorali che sarebbero preoccupanti per gli altri Paesi europei così come per gli investitori: per esempio una vittoria dei populisti, che sono fortemente contrari alla unione europea o all’euro, come Lega, Cinque Stelle, e forse anche Fratelli d’Italia che ha una posizione meno decisa. È possibile, anche se non probabile, una vittoria della coalizione guidata da Silvio Berlusconi con al suo interno la Lega di Salvini come partito dominante. Oppure l’affermazione dei Cinque Stelle da soli: la loro retorica anti europea, se fosse tradotta in azioni concrete, potrebbe essere vista con timore dagli altri paesi Ue, e loro totale mancanza esperienza rappresenterebbe un ulteriore fattore di rischio per i mercati. Credo che l’establishment britannico vedrebbe con preoccupazione una disgregazione dell’Unione europea, perché - anche se loro ne stanno uscendo - certamente non sarebbe


Foto: Getty images

rimanere in Italia e fondare nuove aziende, e inine su come svecchiare ed ampliare l’offerta turistica. Altro tema è come i politici italiani, ultimamente Renzi, abbiano fatto di tutto per distruggere i partiti. Qui ci vorrebbero degli esperti, ed una buona dose di memoria storica. Così, in tempi di opposizione, si potrebbero mantenere vive delle esperienze anche quando un partito non può sfruttare le posizioni di governo per aggiornare le proprie competenze. Un altro elemento che salta all’occhio in quei fantasmi di partiti che sono rimasti, che

in Germania si chiamerebbero «associazioni per le elezioni»: con gli occhi dei tedeschi, è del tutto fuori dall’ordinario che il capo del partito si chiuda per fare le liste elettorali o che un leader politico dichiari di aver fatto una «scrematura» dei candidati. Certamente, in Germania tutto questo sarebbe contro la Costituzione, perché lì ci sono scritte le condizioni di democrazia interna. Vuol dire che i candidati si determinano con elezione in una Direzione, un Congresso o in un’Assemblea del partito in provincia. Certamente non con una «scrematura».

un processo indolore, avrebbe conseguenze spaventose un po’ per tutti, anche per gli inglesi. Certo, parliamo di eventualità abbastanza improbabili, ma dopo Brexit e Trump abbiamo visto che anche l’implausibile può avvenire. In questi giorni ho trovato curiosa la quantità di promesse che ho visto fare. Gli italiani credo siano un popolo estremamente scettico e cinico nei confronti dei loro politici, hanno molta dificoltà a credere alle rassicurazioni del potere, dunque è paradossale che nello stesso tempo i candidati stiano facendo queste promesse mirabolanti e poco credibili. Curioso che si offra la luna a un popolo che crede così poco alle parole dei politici. E comunque tutto questo quale risultato produce? Non sarebbe meglio fare una campagna basata sul realismo, invece che blandire? Del resto in Italia c’è una situazione generalizzata di siducia, e dunque è palpabile la tentazione di spazzare via il vecchio e fare un salto nel buio afidandosi a gente senza esperienza: persone che possono anche fare bene, ma si tratta comunque di un azzardo. È un quadro nel quale c’è il ritorno di Berlusconi, un evento spiazzante per gli inglesi, anche se il personaggio è meno pericoloso di prima - io stesso sono stato quasi conquistato da questa immagine di nonno d’Italia, che ama gli animali e risulta quasi rassicurante.

Una quadro nel quale, personalmente, vedo l’immagine di Renzi molto intaccata dall’arroganza dimostrata nella sua carriera, e anche negativa l’immagine del Giglio magico, che è diventata una specie di “Cricca magica”: può essere una percezione giusta o no, però è arrivata così alla gente. Insomma, penso che molti dovranno turarsi il naso. L’esito più plausibile è un pareggio tra i tre blocchi e quindi la necessità di una grande coalizione o un governo del presidente: non è vista come una soluzione meravigliosa ma, visto il livello di offerta, potrebbe essere meglio della vittoria di una sola parte politica.

L’Italia non conta più Talal Khrais Al Manar È impressionante constatare per me, che sono corrispondente per il Libano dal 1986, la caduta della autorevolezza dell’Italia e il crollo della sua politica estera. Non ci sono più grandi leader, autorevoli, si fatica a ricordare il nome del capo della Farnesina, guardiamo soltanto a quel che fa l’America di Trump e la Russia di Putin. Perché all’opinione pubblica internazionale interessano gli interlocutori politici validi, mentre qui si stringono accordi che non vedono mai la luce. La scorsa settimana con altri colleghi ho assistito all’intervento di un esponente dei Cinque stelle: non diceva niente, neanche quasi si capiva il messaggio. Sento fare tante promesse, come in passato non succedeva; si parla di crescita e occupazione, quando in realtà i ragazzi sono sfruttati con lavori parttime e contratti falsi, e gli italiani si impoveriscono. Una torsione verso l’inganno che rende dificile raccontare qualsiasi cosa. È tutto ridotto a una lotta interna, chiusa, nell’incapacità di costruire alleanze. È chiaro che la gente li abbandonerà e preferirà non votare.

L’Espresso 4 febbraio 2018

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POLITICA Verso le elezioni

Non inirà come in Spagna Daniel Verdu El País

In questa fase mi occupo anzitutto di osservare il Movimento Cinque stelle, un fenomeno unico, un tango che all’inizio poteva far pensare a formazioni come il Front national, Podemos, Siriza, o persino Ciudadanos, e invece si è capito che non ha niente a che fare con ciò che già conoscevamo. Per gli spagnoli è molto interessante, soprattutto ora che la sua vittoria è possibile, e che non è escluso arrivi a governare. Lo dicono non soltanto i sondaggi e i risultati di questi anni, ma anche il fatto che chi li vota ha dimostrato una forte resistenza alla realtà, soprattutto dopo le gestioni di Roma e di Torino: ha funzionato molto bene la campagna di discredito verso i giornalisti, molto simile a quella fatta in Spagna da Podemos, grazie alla quale chiunque sia critico viene accusato di stare con l’establishment e gli interesssi occulti. L’ipotesi che i Cinque Stelle possano fare un accordo con la Lega mi sembra molto esotica: si tratta di un partito xenofobo ed eurofobo, anche se in in dei conti ha più a che fare con loro di quanto non abbia in comune con Liberi e Uguali, con la quale pure si è ipotizzato un accordo. Credo

Il populismo inisce a destra Simen Ekern Morgenbladet Spiegare Berlusconi ai norvegesi era già dificile prima: adesso è diventato impossibile. Oggi Berlusconi, che è un proto-populista, uno che è arrivato prima di Trump, rischia di passare al limite per

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che la parte più interessante sarà il possibile blocco parlamentare: l’abbiamo già vissuto in Spagna, mi sembra che qui potrebbe succedere la stessa cosa. Non conteranno tanto le elezioni, quanto i patti che si faranno dopo: il fenomeno meraviglioso è che oggi non conosciamo il prossimo primo ministro. Non sarà nessuno di quelli che vediamo ora, il che per gli spagnoli è affascinante. A chi mi chiede se anche l’Italia si troverà senza governo come è accaduto in Spagna, rispondo che - con sessantaquattro governi in settant’anni - sono più abituati di noi a questo genere di “situazione italiana”. L’abitudine dei politici lasciare una porta aperta, a lavorare su più livelli, aiuterà forse a trovare una soluzione ancora prima di trovarsi nello stallo. È qualcosa che noi in Spagna non sappiamo fare: ci siamo chiusi tutte le porte per gli accordi, siamo andati allo scontro frontale, e il sistema si è bloccato. È accaduto così anche per l’indipendenza della Catalogna, dove si è creata infatti una situazione senza via d’uscita, incomprensibile per gli italiani.

un politico che possa salvare l’Europa dal populismo. Un’idea curiosa, ma interessante, tanto più perché dice molto sul suo ruolo nella politica italiana, anche rispetto alla Lega. La trasformazione del partito di Salvini è stato un fenomeno molto interessante: lui è stato abile a seguire gli altri modelli della estrema destra, a partire dalla Le Pen, e così ha cambiato il suo partito togliendogli la patina separatista e inserendolo invece in una scia di populismo di destra europea. Se Berlusconi è morto politicamente troppe volte per credere che ci sia ancora soprattutto per un lettore norvegese - Renzi


Vivo in Italia dagli anni Ottanta, l’ho capito dai tempi della campagna per l’abolizione della scala mobile che la pancia degli italiani non è come appare. Questa volta, senza usare parole forti, la campagna elettorale mi sembra piu folkloristica delle altre. C’è poca sostanza, il mercato dei numeri e delle promesse - che ha colpito quasi tutto il mondo - lo spogliarsi completamente di politica, questo è di per sé preoccupante. Ma mondo arabo è abituato al fatto che politica italiana, sotto sotto, sia stabile e tutti dobbiamo ricordare che il valore di interscambio col mercato arabo è molto importante: in molti casi l’Italia rappresenta il primo o il secondo

partner commerciale. E ciò rende dificile immaginare di addentrarsi in una politica estera squilibrata. Sin qui, in campagna elettorale, ciascuno ha messo la sua dose: Berlusconi coi mille euro, il reddito di cittadinanza ino al Pd che, da partito di governo, ha promesso di abolire il canone Rai. Una politica gestita in questa maniera è molto preoccupante, anche perché tutto il mondo sa che l’Italia è un Paese indebitato. Quel che va raccontato adesso è che stiamo entrando in uno scenario inedito. Non è nulla di simile al pentapartito, perché quella era una coalizione in cui c’era un partito più importante, responsabile, la Democrazia Cristiana. Qui abbiamo un partito ancora ignoto, perché al di là della propaganda non si capisce precisamente quale sia la posizione dei Cinque Stelle: in Europa, verso l’euro, l’immigrazione e via dicendo. Se i sondaggi dicono il vero - ma non ci credo molto - sarà questa la forza principale: ma ciò vuol dire che ci sarà molta nebbia, un periodo di grande incertezza. Parlando coi diplomatici di diversi paesi, ma anche con molti colleghi, viene fuori che quel che si sa è che si tratta di un partito fondato da un comico, e quindi non si riesce a percepirlo come una forza politica vera e propria. Il Movimento non lo conoscono nelle sedi diplomatiche mediorientali: Di Maio è andato a Bruxelles, ma il M5S non si è speso a farsi conoscere nel resto del mondo e, in particolare nel Mediterraneo, dove l’Italia ha un peso e ruolo importante.

rimane un caso molto interessante. La socialdemocrazia è in crisi anche da noi, quindi si guarda con curiosità ai suoi esperimenti per realizzare una socialdemocrazia di destra, e come gestisce l’opposizione di sinistra. Perché il problema è comune, più o meno suona così: è ancora possibile avere avere un centrosinistra che funziona, o è tutto inito? Certo, quanto a ricette non mi sembra che Renzi abbia trovato quella di Macron. In generale la politica italiana mi sembra vuota di idee, come in tanti altri paesi europei: salvo i populisti, che sanno cosa dire. I Cinque stelle, con le loro ricette

intercambiabili, inora sono stati raccontati soprattutto attraverso la igura di Grillo: adesso sarà piu complicato spiegarli, anche perché non esiste da noi un populismo così post ideologico. Spesso mi sono trovato a dover rispondere alla domanda: ma sono di destra o di sinistra? Tanti sembravano di sinistra, e se iniranno a fare una alleanza con la Lega, sarà interessante cercare di spiegare come questo movimento possa essere inito là. Mi ricordo la sera delle elezioni, cinque anni fa, quando Pier Luigi Bersani disse che il populismo in Italia inisce sempre a destra: pensavo non fosse vero, alla ine forse aveva ragione.

Ma chi è questo Di Maio? Mahdi El-Nemr Kuwait News Agency

È Gentiloni il vero anti-B. Eric J. Lyman Xinhua, Usa Today Per l’Asia è dificile immaginare qualcosa come i Cinque Stelle, là non esiste un partito del genere. Ne erano molto curiosi già nel 2013, con le elezioni in cui non ha vinto nessuno. Il loro ruolo era molto dificile da spiegare a un uditorio internazionale: non volevano collaborare con nessuno, e nemmeno fare un governo. Adesso il Movimento è più conosciuto, Luigi Di Maio è un leader di partito più tradizionale: siamo a una seconda fase, quella arrabbiata è passata, vediamo come andrà senza Grillo. Quanto a Berlusconi, poiché collaboro anche con Usa Today posso dire di aver notato che l’America sia più interessata, rispetto alla Cina o all’Asia, alla igura del personaggio Berlusconi. Soprattutto ora che c’è Trump i paragoni si sprecano. C’è da dire che, rispetto al periodo di Monti, o al Renzi del 40 per cento, l’Italia fa meno notizia, e forse è anche un buon segno per chi ci vive. Certo un personaggio come Paolo Gentiloni non è tipo che corra verso i giornalisti. È più rispettato, stimato all’estero, ma meno conosciuto. Ho trovato un segnale signiicativo il fatto che, a parte Berlusconi, sia stato lui il primo presidente del Consiglio a presiedere un G7 sin dai tempi di Amintore Fanfani. Per vent’anni avevamo visto solo l’ex Cavaliere: in qualche modo Paolo Gentiloni è un anti-Silvio.

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POLITICA Verso le elezioni Ci diverte solo Silvio Josephine McKenna Seven Network, ABC Siamo ancora all’inizio ma tutti i partiti hanno fatto promesse abbastanza ridicole, si può dire? In Australia come sempre sono molto interessati a cosa fa Berlusconi. Hanno una specie di ossessione, devo ammettere: anche di più ora che c’è Donald Trump. Vedono quello che fa il presidente americano e c’è qualcosa che risveglia in loro il ricordo di Berlusconi. Al di là dell’uomo che da noi è conosciuto soprattutto per il “bunga bunga”, le elezioni sono particolarmente critiche per l’Italia. Secondo me c’è un grande rischio di un governo instabile e una situazione insostenibile. Purtroppo tanta gente fuori dall’Italia si aspetta lo stesso. Chi li guarda dall’estero ha sempre l’impressione che gli italiani amino

I grillini, che bizzarria Gina Marques RFI Brasil A essere sincera in questo momento il Brasile è troppo preso dalle proprie vicende per occuparsi anche di quelle italiane. Semmai l’Operação Lava Jato, attraverso la quale per la prima volta i giudici hanno messo le mani sui rapporti tra imprenditori e politici, ha riportato d’attualità da noi Mani Pulite: si fanno paragoni, si sottolineano differenze e somiglianze, in pratica si cerca una qualche forma di identiicazione. Naturalmente, anche se non si è ancora entrati nel vivo della campagna elettorale, Silvio Berlusconi interessa sempre: esiste ancora? Comanda o no? E come mai un uomo condannato è ancora leader? Ma è soprattutto folklore, un personaggio che strappa

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sempre un sorriso, in tutto il mondo. Poi c’è il ritorno della destra, un rigurgito che percorre tutta l’Europa. E, come fenomeno però solo italiano, c’è il Movimento 5 Stelle, che è visto come una bizzarria: in Brasile abbiamo ventitrenta partiti, ma non c’è niente che gli somigli. E in effetti esiste qualcosa di simile nel mondo? È un partito guidato da un comico che propone una democrazia che passa per internet. Un fenomeno che attira tanto perché oltretutto rappresenta un voto di trasgressione, anche se ormai punta al governo. Molto dificile da spiegare all’estero, anche se non dificile quanto i meccanismi legati alla nuova legge elettorale.

il caos, e che siano incapaci a formare un governo che funzioni. Specialmente adesso con il sistema elettorale proporzionale che porta una instabilità che incomprensibile agli stranieri. Ma vedo un paese dove sono tutti stanchi, e vorrebbero almeno una classe politica che facesse avanzare il Paese. Vivo in Italia da dieci anni, vedo che gli stipendi della classe media non cambiano, gli stagisti non sono pagati, e le aziende faticano molto. Nel mio ultimo viaggio in Australia ho conosciuto un sacco di giovani italiani che cercavano le opportunità che non trovavano mai qui. Dove sono le iniziative e gli incentivi per promuovere i loro sogni? Questa è una domanda fondamentale alla quale i candidati dovrebbero rispondere.


UN PARTITO COSTRUITO INTORNO A SÉ

BRUNO MANFELLOTTO

Foto: M. Sestini

In tutta sincerità, non si ricorda una tornata elettorale senza liti, notti insonni e liste contestate. Dovremmo esserci abituati, no? Peraltro il rituale ricalca i protocolli delle nomine in banche e aziende pubbliche (ino a qualche anno fa erano molte di più): con un esperto del ramo per ogni partito e un collaudato manuale lottizzatorio, si andava avanti a oltranza ino alla soddisfazione della maggioranza pro tempore e l’inevitabile esclusione degli altri. Che però contavano di tornare presto in sella. E dunque, perché tante storie? Stavolta, è vero, ne sono usciti scossi perino due marpioni come Berlusconi («Meno male che è inita, non ce la facevo più») e Renzi («Devastante»). Ma non è solo questo. Dietro la pantomima delle recriminazioni e delle esclusioni eccellenti si nasconde qualcosa di più: si va delineando una nuova versione del partito del capo, un leaderismo 2.0 che è indice a sua volta di una crisi profonda della politica. Cominciamo da chi l’ha inventato, il partito dell’uomo solo al comando, e poi fatto e disfatto a suo piacimento, o da Arcore, o in diretta tv, o montando su un predellino: Silvio Berlusconi. Del resto, Forza Italia è nata venticinque anni fa da una costola di Publitalia, una sua azienda, e in qualche modo è stata costruita intorno a lui, come dice l’amico Doris della sua banca. Era proprio il capo, il Cav., a identiicarsi con il marchio di fabbrica e a garantire potere e successo ai suoi rissosi alleati. Anche grazie a un ingrediente formidabile capace all’occorrenza di superare diaspore e tradimenti: il potere dei soldi. Ragion per cui, se poi era lui da solo a riempire le liste elettorali di nani e ballerine, be’, la cosa non sorprendeva più che tanto. Anche stavolta la formula ha

funzionato: B. è sceso di nuovo in campo, ha rimesso insieme i pezzi sparsi del centrodestra e sta giocando tutto sulla sua igura di capo politico di un partito del capo, ineleggibile ma garanzia per i suoi fan. Se poi l’alleanza reggerà alla prova del dopo voto, questo nessuno può dirlo perché naturalmente anche gli altri si fanno il loro partito personale, compreso Matteo Salvini che infatti ha vietato le liste a ogni pur lontano dissidente. Il fatto è che, secondo i più, il 5 marzo nessuno si potrà dire davvero vincitore e ciò che conterà saranno i rapporti di forza tra leader e leaderini. Perché meravigliarsi, allora, se ognuno si costruisce un fortino a misura della propria personale sopravvivenza politica? O se, come D’Alema & C., affrontano addirittura i rischi di una scissione? Il caso del Pd, invece, ha fatto scalpore, eccome, anche se ha genesi e motivazioni precise. Il partito ereditato da Renzi era già in crisi. Ancora giovane, ma nato da una “fusione a freddo” (copyright Emanuele Macaluso), con minore presa anche nelle aree storicamente “rosse”, era appena passato per la “non vittoria” alle elezioni del 2013 e lo scivolone delle trattative in streaming Bersani-Grillo. In casi come questi, o si torna indietro o si sceglie una strada tutta nuova. Renzi si è afidato invece a una ricetta sperimentata: il partito del capo, appunto, rottamando la nomenklatura e il pantheon che essa rappresentava. Referendum dopo referendum. Su se stesso. Con la battaglia delle liste e il deinitivo ridimensionamento delle opposizioni, dunque, si può dire conclusa la lunga parabola che aveva portato il giovane ex sindaco di Firenze a conquistare Pd e governo.

Adesso quel partito, l’ultimo erede di una tradizione che faceva della partecipazione allargata il suo fondamento, non c’è più. Matteo über alles. Però se il 4 marzo non vincerà, la guerra ricomincerà. Stavolta, è vero, avrà tutte le truppe con sé, ma ogni responsabilità ricadrà inevitabilmente solo su di lui. E poi c’è Luigi Di Maio, l’altra sorpresa, l’altro paradosso. Il partitonon partito, il movimento delle piazze e dei vaffa, i profeti dell’uno vale uno e della selezione di uomini e programmi via internet che invece si dissolvono tutti insieme nelle segrete stanze dove il candidato premier gomma e matita - cancella depenna boccia e promuove. Con gaffe e risultati catastroici, s’è visto, per ciò che riguarda qualità delle liste e degli uomini prescelti. E questo dovrebbe costringerci a porci qualche domanda. Il nuovo che avanza, insomma, non resiste alle tentazioni, cede a vizi antichi, scopiazza il già visto, clona la matrice berlusconiana, non riesce a esprimere una nuova classe dirigente né a realizzare alcuna novità rispetto alla triste stagione della politica che ci tocca attraversare. Eppure la contraddizione non sembra intaccare più di tanto il consenso ai 5Stelle che i sondaggi presentano ancora come i più votati. Perché? Evidentemente ogni gioco si consuma dentro un’area sempre più ristretta dell’elettorato, dove magari cambiano le facce, i nomi, le grida, ma alla ine ci si riconosce tutti nei modi e nei comportamenti di sempre. E gli altri? Be’, gli altri se ne stanno a casa. Sempre più numerosi. Finché qualcuno non si renderà conto che è qui che si deve pescare, ricominciare a fare politica. Se davvero si vuole cambiare verso. Q

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Verso le elezioni

POLITICA

Il voto infelice e contento di Mattia Torre

Foto: R. Ghilardi

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iamo sotto elezioni, presto saremo chiamati a votare, a esercitare il nostro diritto/dovere di esprimere un voto; e al di là dell’orientamento politico, ci sono modi diversi di votare: c’è chi vota inseguendo un tornaconto personale, chi vota solo per odio nei confronti dell’avversario, chi esercita il cosiddetto voto utile, e c’è chi ancora – provando ormai quasi imbarazzo – vota in nome di ragioni ideali; ma in fondo tutti sono voti disperati. Sono voti che nascono dalla disperazione, e infatti generalmente l’italiano entra nella cabina elettorale di pessimo umore; è insoferente alla matita, è insoferente allo scrutatore annoiato che mastica la gomma, è insoferente persino a quelle cabine di legno che pure lontanamente potrebbero ricordargli le cabine del mare, dove da piccoli si lasciavano pinne, maschere e costumi bagnati. Ma quei tempi sono lontani: ora hai una matita in mano, ti trema la mano, devi votare: e sei solo infelice. Qualcuno potrebbe dire: non è vero, io voto felice. Ma sta mentendo. Sono come quelli che ti dicono che in aereo non hanno paura. Non è vero. Tutti in aereo hanno paura, o quan-

tomeno tutti sono stressati. E cosi in cabina elettorale: quantomeno, sei stressato. Chi ti dice che vota felice, o mente, oppure, peggio ancora, crede davvero di essere felice, ed è la categoria più pericolosa: quelli disperati senza saperlo. Il voto è infelice perché la forza politica che negli anni hai votato ti ha sistematicamente deluso, ti ha sempre fatto soffrire, sia che perdesse (perché perdeva) sia che vincesse (perché al governo non ha poi fatto ciò che ti aspettavi facesse). E quando poi, secondo le regole della democrazia, al governo è andata una forza avversaria, quella a sua volta ha deluso chi l’aveva votata, e tu hai goduto di questo, che quelli fossero delusi, e quando dopo un certo periodo di tempo quel movimento politico, a furia di delusioni, ha di nuovo lasciato il governo alla tua forza politica, gli elettori della forza avversaria hanno pregustato la tua delusione, che poi puntualmente è arrivata, e hanno goduto tantissimo che tu fossi deluso, e la politica italiana da molto tempo è una lotta a chi è più deluso, e gli altri sono soddisfatti se tu sei più deluso di loro, e tu godi se loro sono delusissimi (e se il loro governo non ha i numeri per un provvedimento di buonsenso che al limite condividi pure, tu co-

munque esulti “E sì! E vai! To’!”) E anche nella tua regione e nella tua città, se perdi alle elezioni dici subito: “Tanto vi do nove mesi, tempo nove mesi qui sprofonda tutto! Voglio proprio vedere!” E ridi anche, ridi pazzo (“Ah ah ah”) e lo speri davvero che tutto sprofondi, lo speri intimamente, ma poi ti accorgi che stai parlando della tua regione, della tua città, ed è come se ti augurassi che sprofondi casa tua, ma sei talmente accecato dall’infelicità che non ti frega niente. E questo fenomeno, che si chiama tecnicamente deicit di rappresentanza (ossia che non c’è in campo una forza politica che non ti deluderà), alla lunga ha creato un sentimento, per così dire, di siducia, e questo è il punto. Il punto è che la sfiducia e l’infelicità vanno di pari passo, così come vanno di pari passo i loro contrari: la iducia e la felicità. La iducia e la felicità sono cose che vanno insieme, perché l’atto di dare fiducia a qualcuno per definizione non è un atto infelice, è un atto felice. Se ti idi, sei felice. Se si idano di te, sei felice. Ed è ciò di cui abbiamo più bisogno: di iducia. Fiducia da ricevere e iducia da dare. Allora, solo allora, torneremo ad essere e votare felici. Q

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PRIMA PAGINA Roma e Bruxelles

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ndiscutibilmente è la donna più potente di Bruxelles. Ottimista, pragmatica, a soli 48 anni la danese Margrethe Vestager è la leader che molti vorrebbero vedere al posto di Claude Juncker sulla poltrona di presidente della Commissione europea. Vestager fa politica in da quando studiava all’università di Copenaghen. Nipote del fondatore del minuscolo Partito liberale socialista danese e iglia di due pastori luterani, è stata reclutata a salvare le sorti del partito appena laureata, diventandone rapidamente segretaria nazionale. Ministra per l’Educazione a 30 anni, a 33 è entrata nel parlamento danese. Nel 2011 è diventata ministro dell’Economia e ha trascinato la Danimarca fuori dalla recessione, diventando un’eroina a Copenaghen. Tre anni dopo è stata chiamata a Bruxelles come Commissaria alla Concorrenza. I suoi occhi di ghiaccio si piegano in frequenti sorrisi che non le impediscono però di attirarsi le ire degli uomini più potenti del mondo, alle cui aziende - da Google a Apple, da Fiat a Starbucks - non ha risparmiato sanzioni e multe astronomiche per distorsione della concorrenza ed evasione iscale. L’Espresso l’ha intervistata.

Signora Vestager, iniziamo dall’Italia. È ancora considerata l’anello debole del progetto europeo?

«L’economia italiana è in una condizione di gran lunga migliore di quella di altri Paesi europei e, grazie alle riforme fatte negli ultimi anni, il futuro è molto più luminoso per l’Italia. Mi riferisco soprattutto alle leggi sull’insolvenza per prevenire ulteriori fallimenti. Il settore bancario è in condizioni migliori di prima. Certo, molte società hanno fatto fatica, la disoccupazione giovanile è molto alta ma la ricchezza italiana sta tornando e questo è riconosciuto da tutti». Che cosa ha spinto la Commissione ad autorizzare i 5 miliardi di aiuti di Stato alla Popolare di Vicenza e a Veneto Banca?

«Il governo italiano sicuramente. Ma vorrei che fosse chiaro che abbiamo potuto farlo perché non contravveniva alle regole europee. Io lo so bene perché ero ministro danese per l’Economia quando quelle regole furono scritte. Al tempo non c’era nessuna intenzione di rendere ogni situazione troppo rigida. Il settore inanziario europeo non è stato creato in una notte, ma in diversi periodi storici e con diverse tradizioni e modi di organizzare le cose. Oggi le regole sono abbastanza lessibili da aprirsi a soluzioni diversiicate. Nel caso italiano

colloquio con Margrethe Vestager di Federica Bianchi

L’’Europa non ha paura delle scelte italiane. Ma tra il vecchio e l’estremo, spera in una terza via. Parla la donna più potente della Ue

stiamo parlando di una regione, il Veneto, che da sola ha un Pil simile a quello di alcuni piccoli Stati europei: l’efetto di un collasso bancario non sarebbe stato trascurabile». Come sta andando l’indagine sulla fusione Ilva-Arcelor-Mittal?

«I risultati non arriveranno prima del 18 marzo. La situazione è complessa. Non abbiamo un problema con la fusione in sé ma con i suoi efetti sugli acquirenti di acciaio: il settore delle auto, delle costruzioni, quello navale, etc. Ci stiamo confrontando con Arcelor-Mittal sui dati per vedere se è possibile, e come, evitare un aumento del prezzo dell’acciaio e la distorsione della concorrenza». Siamo ad un mese dalle elezioni italiane. Alcuni esponenti della Commissione hanno già espresso la preoccupazione che la vittoria di partiti “antisistema” possa allontanare l’Italia dal patto europeo, in particolare sul limite del 3 per cento di deficit. Condivide la preoccupazione?

«Non conosco abbastanza la politica italiana per commentare. Ma la Commissione non deve avere paura dei populismi quanto piuttosto di non rispondere alle preoccupazioni della popolazione. La gente decide di votare per la destra o la sinistra estrema perché il vecchio sistema di partiti li ha delusi. Dunque votano per l’alternativa. È una scelta legittima. Dire “abbiamo votato per voi per decadi e non ci avete ascoltati” non è un comportamento estremista. È vero però che i votanti spesso vorrebbero avere più scelta di quella tra il “vecchio” e l’“estremo”, come ha dimostrato la Francia. Ai francesi è stata oferta un altro tipo di scelta. “En marche” è un partito di centro ma è nuovo nel suo modo di comportarsi e Emmanuel Macron sta facendo esattamente quello che aveva detto avrebbe fatto. Durante la sua campagna non aveva mai nascosto agli elettori che avrebbe fatto delle riforme, che sarebbero state equilibrate

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Foto: J. Dittmar - Redux / Contrasto

La commissaria europea Margrethe Vestager

di un Macron L’Espresso 4 febbraio 2018

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Roma e Bruxelles ma che le avrebbe fatte, e che insieme alla riforma della Francia avrebbe anche cercato di riformare l’Europa. Non credo che gli italiani vogliano scegliere l’estremismo quanto invece dire ai vecchi partiti: “Avete avuto la vostra possibilità, adesso abbiamo bisogno di qualcosa di nuovo perché il mondo sta cambiando”». In una puntata della serie televisiva danese “Borgen” quando la protagonista non riesce a formare il governo qualcuno esclama due volte che la situazione «non è accettabile perché non siamo mica l’Italia». Un pugno allo stomaco o un bagno di realtà per noi italiani?

«I danesi amano l’Italia e si considerano i “veneziani della Scandinavia”, ovvero siamo più divertenti e allegri dei norvegesi e dei inlandesi. Ma la politica italiana non la capiscono: manca di continuità, sembra che cambiate sempre governo, che viviate nell’incertezza perenne. Poi ci sono gli italiani con cui lavoriamo a Bruxelles e chi li conosce ha subito un’immagine diversa della politica italiana. Pier Carlo Padoan, ad esempio, ha un efetto incredibile sulla visione dell’Italia da parte della Commissione: il modo in cui agisce è esaustivo, calmo, qualiicato. E così quello della sua squadra». Mario Monti, il commissario alla Concorrenza tra il 1999 e il 2004, è l’italiano che in molti paragonano a lei per la tenacia e la perseveranza nel perseguire le multinazionali che non rispettano le regole della concorrenza europea...

«Non oserei mai paragonarmi a lui. È incredibile: una persona di cui ti fidi immediatamente. Qualcuno che mantiene i segreti. Che, se prende una decisione, lo fa sempre con equilibrio». In Italia non è amatissimo. Su di lui lo stigma di un’austerità eccessiva...

«Il problema, che riguarda anche l’Italia, è che ai cittadini le riforme vanno spiegate. Poi potranno non essere d’accordo ma si renderanno conto del perché di una data misura, di quello che potrebbe succedere se non ci fosse, e che forse l’alternativa sarebbe peggiore, con inanze pubbliche non sostenibili. Allungare l’età lavorativa ha senso perché altrimenti rischiamo che la gente sia esclusa dal mercato del lavoro senza motivo. La situazione è molto diversa nei diversi Paesi membri ma complessivamente il

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numero degli occupati non è mai stato così alto come oggi». Lei ha inflitto pesanti multe a Fiat, Starbucks, Apple, Google, Facebook, Amazon. È considerata la poliziotta d’Europa, che difende il mercato dallo strapotere delle multinazionali. Alcuni dicono che se l’innovazione tecnologica avviene negli Usa, le regole del settore hi-tech le sta facendo l’Europa. E portano la sua firma...

«Le cose stanno cambiando. Il problema non è che non abbiamo startup tecnologiche ma che queste vengono acquisite da fuori. L’humus tecnologico e umano europeo è fertile, ma troppo spesso le aziende che hanno potenzialità sono acquistate con soldi americani. Dev’esserci un’alternativa per gli imprenditori europei a quella di essere venduti agli americani. Il messaggio che vogliamo dare è: potete diventare voi il prossimo “big”, qui, in Europa, con un mercato più dinamico». Perché le sue indagini si concentrano soprattutto sul settore tecnologico?

«Abbiamo in corso tante indagini anche nel settore dell’energia. Il motivo è semplice. I cambiamenti nelle modalità di produzione dell’energia e la digitalizzazione dell’economia sono i due fattori che cambieranno la nostra vita. Per questo sono ad alta priorità. Dobbiamo guardare allo scenario più ampio: qual è il nuovo ruolo dei dati, come lo sta viven-

do la gente, come possiamo avere un mercato aperto e competitivo quando ci sono pochi giganti che ne occupano tanta parte. Questi temi stanno deinendo le nostre società in modo ancora più profondo di quanto fece la rivoluzione industriale». Ma alla fine questi grandi colossi, le multe che lei infligge le pagano?

«Fiat e Starbucks hanno pagato. Amazon ha ancora tempo per farlo. Solo Apple non ha pagato ed è anche il caso più grande. È diverso tenersi 13 miliardi di euro che 250 milioni. Ma alla fine Apple pagherà. Anche le grandi aziende devono rispettare le regole del gioco e pagare le tasse. E lo faranno. Tutte». Lei si è espressa più volte contro l’idea di un’Europa federale: perché?

«Parte della soluzione è rimanere diversi. In fondo abbiamo sempre combattuto per l’identità e la cultura. Non capisco perché alcuni pensano che essere uguali sia la soluzione. L’Europa non funziona se le decisioni sono prese al centro e poi implementate in periferia ma se sono decise insieme e poi attuate a casa, cosa non facile. Dobbiamo concentrarci sul far funzionare le direttive comunitarie che abbiamo e che non sono applicate. Se lo fossero, allora l’Europa funzionerebbe molto meglio perché avremmo davvero un mercato comune, con standard uguali in tutti gli Stati». Q

“Sembra che viviate in una perenne incertezza. Ma ho conosciuto Monti e Padoan: persone incredibilmente equilibrate e affidabili”

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CRONACHE DA FUORI di Makkox


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PERIFERIE L’Italia abbandonata

Brescia foto di Alessandro Grassani per L’Espresso

L’oratorio di Santa Maria in Silva è frequentato da mamme e bambini di ogni religione

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di FABRIZIO GATTI

L nera

a sera, subito dopo l’intervista al iglio, telefona la mamma: «Le chiedo un favore: non scriva il nostro cognome, la prego. Nostro iglio ha solo vent’anni. Può ancora cambiare le sue idee. Pubblicare la sua identità, signiica rovinarlo per sempre». Mette i brividi sentire come la periferia tra il mondo e l’immondo possa facilmente attraversare una tranquilla famiglia lombarda. Il papà ricercatore, la mamma assessore di centrosinistra in un piccolo paese della provincia bresciana. E il loro ragazzo già leader di Forza nuova al liceo che parla di razza, del parroco traditore e di come cacciare via tutti gli immigrati. Proprio tutti? «Va favorito un ritorno, non bisogna permettere a nessuno la permanenza prolungata», sostiene Lorenzo, oggi studente al primo anno di Sociologia e va bene, niente cognome. La gente in via Corsica, quartiere don Bosco dietro la stazione di Brescia, torna dalla fabbrica e dagli uici che è già buio. Passano a piedi, o in bicicletta. E hanno quasi tutti la pelle scura. Sono stranieri o nati da genitori stranieri. Li guardi e ti chiedi come sarebbe senza di loro la seconda città più grande della Lombardia. Via il trentotto per cento dei piccoli da zero a quattro anni. Via 7.868 bambini e ragazzi ino a quindici anni, il trenta per cento sul totale dei coetanei. Via 28.138 persone tra i quindici e i sessantaquattro anni, il 23 per cento della forza lavoro che il 4 marzo non potrà votare. Via tutti i residenti non italiani: 36.767 persone, cioè il 18,7 per cento dei 196 mila abitanti attuali, la più alta concentra-

Senza immigrati sarebbe una città vecchia. E più povera. Ma il razzismo cresce. Soprattutto tra giovani L’Espresso 4 febbraio 2018

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PERIFERIE L’Italia abbandonata zione nazionale per una città, insieme con Milano e Prato. Se le idee che preoccupano la mamma di Lorenzo ottenessero la maggioranza del Parlamento, Brescia si ridurrebbe a una cittadina di 159 mila abitanti: meno di quanti ne aveva tra il 1951, quando Nunzio Filogamo presentava alla radio la prima edizione del Festival di Sanremo, e il censimento del 1961, anno della costruzione del Muro di Berlino. Ma soprattutto sarebbe una città inesorabilmente vecchia: con 47.525 bresciani sopra i sessantacinque anni, il trenta per cento sul totale, più del cinquanta per cento della potenziale forza lavoro, a sua volta condannata a mantenerli pagando a molti di loro la pensione. Sarebbe una mazzata economica, non solo demografica. E senza manodopera, addio record che rende Brescia uno dei primi distretti industriali d’Europa: 35 miliardi di Pil, 10 miliardi di valore aggiunto, centosessantamila posti di lavoro. L’economia qui è tornata a pedalare. Molto lentamente. Ma pedala. Lo si annusa nella puzza che impregna il respiro non appena la notte nasconde i fumi delle fabbriche. Eppure la geograia dei consigli comunali leghisti eletti appena fuori città dimostra che da queste parti sono migliaia i lombardi convinti dall’utopia (o distopia) dello sviluppo senza operai. Per questo Brescia non è soltanto la provincia lombarda più orientale, al confine con il Veneto. Del Nord Est è anche la porta ideologica: nei paesi curati ino all’ossessione non si incontrano ghetti o quartieri fuori legge. Non esistono isolati militarmente occupati dagli spacciatori. La povertà scrosta le facciate soltanto in qualche cortile e ai numeri alti di via Milano, periferia occidentale del capoluogo, dopo il cimitero. Il deserto a un’ora di autostrada da Milano aiora invece nelle parole, nella presunta identità italiana o addirittura bresciana impugnata come scorciatoia per interpretare la realtà, nell’incapacità di gioire dei propri successi, nel bisogno costante di avere paura. E se niente e nessuno fa paura, basta inventarne la sua percezione. Come? L’ordinanza del sindaco è il soietto amministrativo più usato per ravvivare il fuoco del popolo. Le terre bresciane ne hanno coltivate a decine, accanto a inamovibili risoluzioni dei consigli comunali. Come l’obbligo per i 46

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non residenti di chiedere e pagare con dieci giorni lavorativi d’anticipo l’autorizzazione per un normale pic-nic domenicale, nel parco realizzato con i soldi pubblici dell’Unione Europea (2016, Castel Mella, undicimila abitanti, 8,3 per cento stranieri). Il premio ai vigili urbani per ogni immigrato irregolare fermato (2006, Adro, settemila abitanti, 6,1 per cento stranieri). O il provvedimento che vietava ai non cristiani di avvicinarsi a meno di quindici metri dalle chiese (2000, Rovato, diciannovemila abitanti, 21,5 per

cento stranieri). E suor Anna che per protesta si avvicinava, ogni giorno con un cartello diverso: “Sono musulmana”, “Sono ebrea”. Da allora sono trascorsi diciott’anni di fascismo militante, spacciato per autonomia e voglia di secessione. Il liceo statale dedicato alla poetessa Veronica Gambara ha diplomato generazioni di insegnanti bresciani. La targa all’ingresso della biblioteca ricorda Clementina Calzari Trebeschi, la professoressa di italiano del Gambara morta a 31 anni il 28 maggio 1978 nella strage di


La redazione di Radio Onda d’urto, da sempre impegnata a promuovere l’integrazione. A sinistra la zona di Brescia 2, nei pressi della stazione ferroviaria e (sotto) una donna passeggia nel quartiere multietnico di San Polo

piazza della Loggia. Quel giorno la bomba fatta esplodere in mezzo a una manifestazione contro il terrorismo neofascista uccide anche il marito di Clementina, Alberto Trebeschi, 37 anni, professore di isica. Tra le otto vittime dell’attentato, cinque sono insegnanti. Oggi il Gambara è un indicatore sociale. La sua sede in centro raccoglie studenti dai quartieri benestanti, ma anche dalla periferia e dalla provincia. Avendo un passato di istituto magistrale, la maggioranza sono ragazze. E tra di loro, il colore dei volti oppure il velo sui capelli misura il successo della scuola come oicina di una nuova comunità. L’allarme suona nel 2015 con l’elezione dei rappresentanti degli studenti: la lista “Lotta studentesca” del partito fascista Forza nuova prende 168 voti e non passa. Ma dodici mesi dopo, per l’anno scolastico 2016-2017, fa il pieno: 780 voti su circa milleduecento allievi, il 65 per cento. Gli eletti vengono addirittura dal corso in scienze umane. E il più votato è proprio Lorenzo, 460 preferenze contro le 98 dell’anno prima. Come avete fatto? «Ci siamo proposti un po’ più moderati», risponde lui, capelli corti sulle orecchie, ciufo tirato da parte, maglione grigio con lo stemma della Marina militare e un rosario di legno nella tasca sinistra del

giaccone. Ci sediamo nel bar di fronte a un negozio che da giorni espone in vetrina il cartello “Cercasi personale” e non lo trova. «Io ad esempio mi sono tolto gli anibi», aggiunge con un sorriso. Qual era il vostro programma? Escludere gli stranieri dal diritto allo studio? «No, no, abbiamo proposto e ottenuto gli specchi nei bagni». Per una lista identitaria lo specchio per guardarsi è quasi un lapsus freudiano: la forma più rudimentale di selie. O forse, come minimizzano oggi alcune insegnanti, è l’alta utenza femminile ad avere decretato il successo di tre maschi fascistelli. Cosa le fa più paura? «Il lavoro che non c’è», dice subito Lorenzo. Poi? «Che ciò che mi rappresenta come comu-

nità sparisca, nella religione, nella gastronomia, nella lingua locale. Il vuoto favorirà l’islamizzazione dell’Europa». Qual è il ruolo della donna nella società? «La donna deve essere l’angelo del focolare. Non è una costrizione, questo deve entrare nella testa delle donne: la donna deve tornare alla sua natura di fare igli e stare a casa». È la stessa visione degli estremisti islamici: che efetto le fa aderire a un partito fondato da Roberto Fiore, condannato per reati di terrorismo? «Non ho approfondito la questione. Ma faccio i complimenti alle musulmane che si coprono il volto, rispettano la loro cultura. Comunque ho lasciato Forza nuova. Dopo un breve periodo in

Il leader dell’estrema destra studentesca: «La donna deve tornare alla sua natura, fare figli» L’Espresso 4 febbraio 2018

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PERIFERIE L’Italia abbandonata Generazione identitaria, sto dando il mio contributo alla nascita di Brescia ai bresciani». Cosa voterà il 4 marzo? «Forza nuova. Avrei votato Salvini, se non si fosse schierato con Berlusconi». Fascisti, identitari, leghisti, astenuti, disinteressati. È un magma giovanile in attesa di un leader comune, che magari mettendo gli elettori davanti allo specchio distolga i più distratti dalle vere intenzioni. Proprio come al Gambara. Era normale che prima o poi accadesse, in un liceo che fonda le sue radici popolari nella città e nella provincia. Oggi, con il passaggio all’università dei rappresentanti eletti, rimangono le rilessioni sulla facilità con cui è successo. Tra le paure attuali degli studenti di quinta che quest’anno voteranno per la prima volta non appare afatto l’immigrazione. Eccone una lista, dopo un breve incontro: l’ignoranza della gente, la politica estera degli Stati Uniti, non avere la sicurezza economica attraverso il lavoro, deludere gli altri... Non signiica che la convivenza sia una condizione scontata. L’onda lunga della crisi ha portato la disoccupazione dal 3,2 al 9,1 per cento. Dal 2007 al 2013 la natalità bresciana è crollata del 21 per cento e del 3 per cento tra gli stranieri. Il 22 per cento dei nati italiani può usufruire dell’asilo nido, contro il 10 per cento delle famiglie immigrate. Il 32 per cento dei bresciani sopra i 65 anni vive solo. Il 16 per cento di chi chiede aiuto alla Caritas ha un lavoro, ma non uno stipendio che permetta l’autosufficienza. Nella graduatoria in attesa di una casa popolare, sono stranieri 69 assegnatari tra i primi cento. E a Vobarno in Val Sabbia, 8 mila abitanti, 16,4 per cento di immigrati, lo sono 62 su 74, l’83 per cento degli aventi diritto. L’identità è una brutta bestia. Perché, come insegna il sociologo irlandese Benedict Anderson, si genera parlandone. Per mostrarne i possibili efetti, Marco Traversari, 54 anni, insegnante del Gambara e tra gli antropologi più attivi del momento, ha portato i suoi studenti a Srebrenica, sui luoghi del genocidio di ottomila musulmani massacrati nel 1995 dall’unità serba del generale Mladić. «La crisi e il taglio al welfare crea scarsità di risorse e quando le risorse sono scarse, il discorso dell’identità culturale e di appartenenza rientra in gioco», spiega Tra48

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versari: «Alle battaglie universaliste del sindacato in cui tutti abbiamo gli stessi diritti si contrappone il relativismo della destra: loro lottano per un solo gruppo etnico. Vogliono l’etnicizzazione del conlitto». Se il puzzle bresciano non si sgretolerà, sarà grazie all’argine sociale innalzato in totale solitudine molto prima che l’attuale giunta di centrosinistra venisse eletta cinque anni fa. Don Fabio Corazzina, 57 anni, parroco di Santa Maria in Silva, è uno dei costruttori. Il suo oratorio acco-

glie i visitatori con le parole dell’arcivescovo Carlo Maria Martini: “Lasciateci sognare”. Ed è frequentato da centinaia di dreamer italiani: la generazione di bambini che è nata in Italia, studia in italiano, forse lavorerà in italiano. Ma rimane straniera. Non è necessario essere cristiani per entrare. Don Fabio accoglie tutti e il pomeriggio arrivano le mamme straniere con i loro igli per il doposcuola gestito da volontari cattolici e anche musulmani. La scuola media del quartiere, su tre classi di prima, ha solo due


Dalla pagina a fianco in senso orario: case popolari nel quartiere di San Polo, dove convivono italiani e migranti, la preghiera del venerdì nella moschea di viale Volta e un negozio etnico in zona Contrada del Carmine

alunni italiani. Brescia è un modello di insegnamento, anche al quartiere del Carmine. «Ma fra i cosiddetti stranieri», aggiunge don Fabio, «il sessanta per cento dei bambini è nato in Italia. Li guardi: ci sono trenta provenienze diverse. Se io aspetto che qui vengano solo cattolici, posso chiudere. Serve tempo. E il tempo necessario a conoscersi non è il tempo amministrativo. Il doposcuola esiste da otto anni. Sikh indiani e imam hanno a loro volta aperto i loro luoghi di culto alle visite delle scuole. Non bisogna smobilitare la convivenza nei quartieri». Quando don Fabio ha portato i parrocchiani in Baviera a visitare i luoghi della Rosa bianca, il movimento di studenti cristiani decapitati per essersi opposti al nazismo, i fascisti bresciani gli hanno ricoperto la macchina di svastiche. «L’identità è un tema di destra. Ma l’identità cattolica non è un tema di destra», aferma, «perché è un’identità evangelica: signiica accogliere il prossimo come ha detto Gesù. La Lega è stata sdoganata per una supericialità culturale e la chiesa del Nord ha le sue responsabilità. Il magistero sociale della chiesa risale all’enciclica Rerum Novarum, 1891, e già parlava di salario minimo familiare». L’altro costruttore dell’argine, Umberto Gobbi, 55 anni, cofondatore di “Radio Onda d’urto”

e dell’associazione “Diritti per tutti”, lo trovi la mattina presto a rinviare lo sfratto di una mamma marocchina separata e delle sue tre iglie. Grazie a un protocollo condiviso con prefettura, Comune, forze dell’ordine, si cerca sempre una mediazione per attivare il canone moderato o trasferire la famiglia in una casa popolare. Gli sfratti hanno rischiato di incendiare Brescia. Nel 2014 erano 800 in città e duemila in provincia. L’anno scorso sono scesi a 199. Ma aumentano i pignoramenti degli appartamenti di quanti non sono riusciti a pagare il mutuo: in Tribunale passano di mano quasi cinquecento alloggi al mese. Gobbi si fa sempre accom-

pagnare da un gruppetto di volontari. Qualcuno è italiano, qualcuno straniero. Anche questa è mediazione culturale. Lui sorride: «Chi crede di trovarsi sul lastrico per colpa degli immigrati si trova spiazzato. Diventa chiaro anche agli sfrattati italiani che senza solidarietà sarebbero initi sulla strada». n (2 - continua. Questa, dedicata a Brescia, è la seconda puntata di una serie di inchieste-reportage di Fabrizio Gatti sulle periferie italiane. La prima, dedicata a Torino, è uscita sullo scorso numero)

Don Fabio accoglie centinaia di bambini figli di migranti. Gli hanno ricoperto l’auto di svastiche L’Espresso 4 febbraio 2018

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INCHIESTA

Loggia continua

Il massone il


si rimette cappuccio di Gianfrancesco Turano

S

econdo Agatha Christie, un indizio è un indizio. Due indizi sono una coincidenza. Tre indizi sono una prova. Nell’inchiesta della Commissione parlamentare antimafia sui rapporti fra massoneria e crimine organizzato gli indizi sono 2.993. Tanti sono gli affiliati alle logge calabresi e siciliane che non è stato possibile identificare. Per un caso da manuale di eterogenesi dei ini, il lavoro della Commissione ha trovato il suo risultato più clamoroso in un contesto giuridico diverso da quello di partenza che era la caccia ai maiosi fra le colonne mistiche di Jachin e Boaz. I pregiudicati per 416 bis sono sei su 17.067 nominativi, una percentuale da beatiicazione degli ordini massonici ri-

spetto a qualunque categoria professionale calabro-sicula. E le cose non cambiano di molto se si considerano i 193 soggetti «aventi evidenze giudiziarie per fatti di maia... concluse in grande parte con decreti di archiviazione» o le «25 posizioni per cui vi sono ancora processi pendenti». A tornare in ballo nella relazione inale della Commissione è lo spettro della legge Anselmi sulle associazioni segrete nata all’indomani dello scandalo P2, la loggia coperta guidata dal Venerabile Licio Gelli con 962 ailiati, un terzo degli ignoti trovati nelle liste sequestrate per ordine di Rosy Bindi, presidente dell’Antimaia, il primo marzo del 2017. Per trentasei anni i dirigenti delle varie obbedienze hanno giurato di avere stroncato il fenomeno delle ailiazioni cosiddette all’orecchio o sulla spada cioè la pratica di occultare agli stessi fratelli, con l’eccezione del gran maestro, l’identità di

iscritti che dovevano rimanere sotto il cappuccio. Lo hanno ribadito anche durante le audizioni davanti alla Commissione e Stefano Bisi, gran maestro del Grande Oriente d’Italia (Goi) lo ha anche detto sotto la forma dell’interrogatorio (18 gennaio 2017) ossia in una delle fasi in cui l’Antimaia è investita dei suoi poteri giudiziari in base all’articolo della legge che la istituisce. Gli scontri polemici di Bisi con la presidente Bindi, senese come il gran maestro del Goi, sono stati i più accesi di tutte le audizioni. Esiste anche la possibilità che il suo caso venga segnalato alla procura e che Bisi (appena assolto a Siena nel processo Timeout, legato a Montepaschi) sia l’unico leader massonico a inire indagato per falsa testimonianza in relazione alla segretezza degli iscritti e alle vicende della loggia Rocco Verduci nella Locride, sospesa nel 2013 dopo l’inchiesta “Saggezza” per disposizione del predecessore di Bisi, Gustavo

Quasi tremila affiliati non identificabili. E torna l’ombra dell’associazione segreta L’Espresso 4 febbraio 2018

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Loggia continua

Rai, e poi cancellata. Quel che si può dire in da adesso è che nelle due regioni a maggior rischio di iniltrazione della criminalità organizzata la trasparenza è un sogno. I consulenti della Commissione, lo Scico della Guardia di inanza e i magistrati Marzia Sabella e Kate Tassone, hanno suggerito che non si può «escludere in maniera aprioristica fenomeni di mera supericialità nella tenuta degli elenchi». Ma la trascuratezza qui è sistema. Ottanta nomi sono inseriti con semplici iniziali, in parte riferibili a soggetti cancellati. Altri 1.883 presentano generalità incomplete e 1.030 sono «anagraficamente inesistenti» perché non possono essere associati a un codice iscale che riveli la certezza dell’identità.

“Irriconoscibili” ovunque In grandissima parte, quindi, si tratta di fratelli attivi che, presumibilmente, partecipano alle attività sociali e che pagano la quota annuale e i contributi in mancanza dei quali si è passibili di sospensione e poi di espulsione. Esoterica quanto si vuole, con i soldi la massoneria non scherza e intere logge sono state abbattute perché non versavano il dovuto. Eppure proprio la più mistica delle obbedienze, la Gran loggia regolare d’Italia (Glri) del gran maestro Fabio Venzi, successore di Giuliano Di Bernardo, presenta il numero più alto di iscritti non identiicabili. Sono 1.515 nelle 25 logge calabresi e nelle 44 logge siciliane su un totale di 1959 ailiati. La proporzione di fratelli non riconoscibili è del 77,3 per cento. La più grande obbedienza italiana, il Grande Oriente d’Italia (Goi) ha 1185 nomi non identiicabili, la Gran loggia degli Alam ne ha 258 e 35 la piccola Serenissima guidata da Massimo Criscuoli Tortora (appena 197 ailiati in tutta Italia di cui 60 nella sola Calabria). Il confronto con la precedente inchiesta sulla massoneria italiana, di stampo giudiziario perché condotta dalla Procura della Repubblica di Palmi e dal suo capo di allora Agostino Cordova nel 19931994, lascia scarso spazio all’ottimismo sulla voglia di trasparenza delle logge. Sui 5.743 nominativi di massoni calabresi e siciliani analizzati da Cordova un quarto non era identiicabile. Oggi è il 17,5 per 52

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cento. Oltre vent’anni dopo il miglioramento è trascurabile. Non solo, ma l’Antimaia segnala un passaggio inquietante. «Premesso che gli elenchi agli atti della Procura di Palmi nel 1993-1994 riguardavano un novero di obbedienze in parte diverso e più ampio rispetto a quelli oggetto di esame da parte di questa Commissione, va rilevato che vi è una parziale discordanza tra di essi nella misura in cui non sono stati rinvenuti negli elenchi acquisiti nel 2017, come noto riferiti a un arco di tempo che va dal 1990 a oggi, taluni nominativi di soggetti all’epoca censiti e poi coinvolti in fatti di maia». È il caso dell’Asl di Locri commissariata per iniltrazioni della “masso-’ndrangheta” e già al centro dell’omicidio maioso di Francesco Fortugno, vicepresidente del consiglio regionale, nell’ottobre del 2005. «Alcune delle modalità di tenuta dei registri sequestrati alle quattro obbedienza massoniche», dice il membro dell’antimafia Davide Mattiello (Pd), «fanno pensare a pratiche di segretezza che nulla hanno a che fare con la riservatezza. Una sostanziale pratica di segretezza e di irriducibilità all’ordinamento repubblicano delle obbedienza massoniche desumibile anche da altre caratteristiche raccontate dai gran maestri auditi in Commissione. Non poter parlare di quel che si fa, non poter conoscere quel che si farà nei livelli successivi del percorso iniziatico, né chi ci sia, non poter denunciare alla giustizia profana un fratello colpevole, riservarsi un autonomo giudizio massonico non riconoscendo validità alle sentenze della giustizia profana».

Tra esoterismo e fascismo Fatte le proporzioni, il dato più clamoroso riguarda l’obbedienza di Venzi (Glri) che raccoglie il 63 per cento dei suoi 2400 ailiati nelle due regioni a massimo rischio. Non è soltanto una questione numerica. La Glri è l’unica loggia italiana a potersi fregiare del riconoscimento internazionale più ambito, quello della Gran Loggia Unita d’Inghilterra (Ugle), vera casa madre della libera muratoria per iliazione diretta dalle Costituzioni di Anderson del 1717. A cavallo dello scandalo P2, che lo storico della massoneria Aldo Alessandro Mola ha deinito una loggia “speciale”

del Goi, era proprio il Grande Oriente d’Italia a godere del riconoscimento. Con l’uscita polemica e la scissione dell’ex gran maestro Di Bernardo nel 1993, in piena tempesta Cordova, la Ugle ha concesso il riconoscimento alla Regolare di Di Bernardo. Il suo erede Venzi, sociologo esperto di esoterismo, di Julius Evola e di rapporti tra massoneria e regime fascista che regna incontrastato sull’obbedienza dal 2001. Romano di origini calabresi, Venzi è il più restio ai rapporti con la stampa. In audizione ha messo in evidenza una volontà di massima di consegnare gli elenchi sua sponte senza poi metterla in pratica, in modo simile ad Antonio Binni, gran maestro degli Alam, e a diferenza di Bisi che si è opposto in dall’inizio. Per raforzare la sua posizione di trasparenza, Venzi ha dichiarato di presentare due volte all’anno gli elenchi al ministero dell’Interno e in particolare alla Digos per controlli. A prendere per vere queste parole, si dovrebbe concludere che i controlli sono stati negligenti: oltre tre quarti degli iscritti alla Regolare non sono identiicabili. Venzi in audizione ha spostato il problema sulle associazioni paramassoniche. «Bisogna veriicare», ha detto il gran maestro, «gli ambienti di Rotary, Lions e Kiwanis, dove massoni regolari e irregolari si incontrano. La ’ndrangheta sceglie le obbedienze spurie piuttosto che sopportare le nostre riunioni a carattere ilosoico-culturale».

In nome di San Giovanni La tempesta che investe la massoneria sta portando alla luce un fenomeno che l’Antimaia non ha avuto il tempo e la possibilità di veriicare. La disgregazione di alcune obbedienze come la Gran Loggia degli Alam, che avrebbe perso tremila ailiati sugli oltre ottomila che Binni aveva dichiarato solo un anno fa alla presidente Bindi, sta facendo proliferare nuove obbedienze e le cosiddette “logge di San Giovanni”. Due fuoriusciti

Foto: P. Scavuzzo - Agf (2)

INCHIESTA


Stefano Bisi, Gran maestro del Grande Oriente d’Italia, e la presidente della Commissione antimafia Rosy Bindi

dagli Alam, l’ex gran maestro Luigi Pruneti e il numero tre dell’obbedienza Sergio Ciannella, si sono messi in proprio ognuno con una loro organizzazione all’inizio e alla ine del 2017. «Noi aspettiamo che si risolva il contenzioso legale con Binni», dice Ciannella. «Se vinceremo ci riprenderemo palazzo Vitelleschi, se no, resteremo dove siamo e cercheremo di lanciare un discorso giuridico sull’articolo 18 della costituzione per stabilire i requisiti fondamentali su che cosa è la libera muratoria in collaborazione con la Serenissima, il Sovrano ordina massonico italiano e la Federazione del Diritto Umano. Oggi chiunque può dirsi massoneria e certamente esiste una proliferazione incontrollata di logge di San Giovanni. In parte, si spiega con la tendenza a sfuggire alla tirannia del gran maestro, che è un dato tipicamente italiano, mentre la massoneria nasce come loggia, non come obbedienza. In Svizzera il gran maestro è un semplice coordinatore, non un monarca. In parte, però, c’è la tendenza a coprire certe deviazioni malavitose che vogliamo e dobbiamo combattere insieme a quelle che un tempo si

chiamavano logge coperte». Bastano sette fratelli, magari espulsi da un’altra obbedienza, a organizzare un nuovo tempio. È a questo fenomeno che ha fatto riferimento il numero uno degli Alam Binni quando in Commissione ha dichiarato che soltanto ad Arezzo esistevano 92 raggruppamenti massonici autonomi.

Obiettivo lobby In Italia il fenomeno delle logge di San Giovanni è così difuso che è nata anche una federazione di queste monadi massoniche, con tanto di sito web e pagina Facebook. Da anni il procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Giuseppe Lombardo, sta afrontando il fenomeno. Una delle sue fonti principali è il collaboratore di giustizia Cosimo “Mino” Virgiglio che si è dilungato sull’attività della sua Loggia dei garibaldini, fra comitati d’afari, riti iniziatici da reality-show e ’ndrine di Gioia Tauro. «Noi non riconosciamo», si difende Stefano Bisi, «associazioni come quella dei garibaldini ed è motivo di provvedimento disciplinare frequentarsi in riti

misti, anche se fra obbedienze regolari. La massoneria irregolare noi l’abbiamo sempre combattuta». Ma il fenomeno non è mai stato debellato. Come ha dichiarato Virgiglio, l’obbligo di assistenza fra massoni va oltre l’appartenenza alle obbedienze e, secondo quanto racconta all’Espresso un fratello di provenienza Alam, sta tornando di attualità una riedizione perversa delle vecchie camere tecnico-professionali della massoneria pre-gelliana, quando i fratelli si riunivano per categorie di appartenenza (medici, giornalisti, avvocati) allo scopo di presentare proposte agli iniziati che sedevano in parlamento. Questo lobbying discreto in Calabria e in Sicilia ha visto partecipare migliaia di iscritti dei quali non si conosce l’identità. Se si pensa che mafia e ’ndrangheta hanno da tempo esteso la loro attività imprenditoriale ben più a nord del Pollino e che la Commissione non ha potuto approfondire le sue ricerche nelle altre diciotto regioni, c’è da sperare che la prossima legislatura continui il lavoro iniziato, anche se Bindi non si ricandiderà. Q

Dopo il caso P2, le obbedienze avevano promesso trasparenza. Invece regna l’opacità assoluta L’Espresso 4 febbraio 2018

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VATICANO Porpore e denaro

Eminenza, fuori i conti Il cardinale Maradiaga attacca L’Espresso. Ma deve ancora chiarire i suoi strani giri di soldi di Emiliano Fittipaldi

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a storia dei 35 mila euro al mese che ricevo dall’università cattolica di Tegucigalpa è tutta una calunnia». La risposta del cardinale Oscar Maradiaga alla pubblicazione dell’inchiesta dell’Espresso di un mese fa che ha raccontato dei pagamenti (per quasi mezzo milione l’anno) a favore della porpora e dell’inchiesta voluta dallo stesso Vaticano sulla diocesi honduregna e sul vescovo ausiliare Juan José Pineda, è stata durissima. «L’articolo», ha detto su alcuni media cattolici italiani e stranieri «è stato pubblicato da un giornalista con poca etica, destinato al fallimento, che guadagna denari da libri infami. Le notizie del settimanale sono un attacco al Santo Padre lanciato da coloro che non vogliono che la curia venga riformata». Al netto delle ingiurie e delle ipotesi complottistiche, il coordinatore del C9, il gruppo dei nove cardinali che deve aiutare papa Francesco nella gestione della Chiesa universale, è poi entrato nel merito delle denunce. Rivoltegli non da chi scrive, ma da alcuni testimoni honduregni (tra cui seminaristi, sacerdoti, dipendenti dell’ateneo, intimi amici del cardinale) che hanno parlato con il ve-

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scovo argentino Pedro Casaretto, il visitatore apostolico spedito in Honduras nel maggio del 2017 dallo stesso Bergoglio per investigare su una diocesi molto chiacchierata. «È stato il mio vescovo ausiliare Pineda a chiedere la visita, in modo da “pulire” il suo nome a seguito di molte calunnie di cui è stato oggetto», ha ragionato Maradiaga su “Avvenire”, confermando la veridicità dei documenti pubblicati. «Per quanto riguarda l’università, efettivamente è di proprietà dell’arcidiocesi. E per questo l’ateneo dà alla diocesi una quantità di soldi quasi equivalente a quella citata. Ma non per l’uso personale del cardinale. Quei soldi vengono usati per i seminaristi e per i sacerdoti di parrocchie rurali che non hanno quasi risorse, per la manutenzione degli ediici di culto, per le auto delle parrocchie e per aiutare molte persone povere». Se L’Espresso non ha mai detto che i soldi sono stati spesi per uso personale e aveva pure evidenziato come le strane uscite dell’università fossero state efettivamente giustificate dalla dicitura «sostegno pastorale», Maradiaga non spiega però come mai i pagamenti mensili dei primi nove mesi dell’anno siano stati fatti direttamente a suo nome e non con quello della diocesi di Tegucigalpa. Né perché l’università abbia girato de-

naro anche ad altri vescovi, come lo stesso Pineda e Romulo Emiliani (assai più bassi di quelli per Maradiaga, circa 3500 euro al mese ogni tre o quattro mesi). La porpora, che ha da poco compiuto 75 anni, non ha inora chiarito nemmeno il motivo per il quale ad ottobre del 2015 i versamenti da un milione di lempiras al mese (circa 35 mila euro al cambio attuale) fatti a suo nome siano stati poi dati con quello, generico, di “Chiesa cattolica”. Prendendo per buone le precisazioni di Maradiaga (che ha perso una querela in Honduras contro un quotidiano locale, El Conidencial, che nel 2016 parlando dei versamenti al cardinale parlò addirittura di corruzione) e confrontandole con altri documenti segreti visionati ora dall’Espresso, il mistero però si fa ancor più itto. Si tratta dei dati di bilancio consegnati dalla stessa diocesi di Tegucigalpa al Vaticano lo scorso settembre durante la “visita ad limina apostolorum”, un incontro che si tiene ogni cinque anni e che serve ai vescovi di tutto il mondo ad informare il papa sullo stato di salute delle diocesi che governano. Ebbene, nel paragrafo intitolato «Situazione economica globale della diocesi (previsione e bilancio delle risorse ordinarie)» sono elencate le «entrate lorde» del periodo


Foto: P. Scavuzzo - Agf

Il cardinale Oscar Maradiaga, stretto collaboratore di papa Francesco

che va dal 2008 al 2016, passate dai 6,4 milioni di lempiras (circa 220 mila euro) agli 8,9 milioni del 2016 (circa 305 mila euro). Denaro ricavato soprattutto dalle oferte, una sorta di “decima” che le varie parrocchie (quelle controllate da Tegucigalpa sono una quarantina) versano annualmente alla loro diocesi di appartenenza. Spulciando le tabelle, salta agli occhi che nel 2015, quando l’università ha versato alla voce “Oscar Maradiaga” e poi alla “Chiesa Cattolica” la bellezza di 14,5 milioni di lempiras (pari a mezzo milione di euro), alla voce entrate lorde il bilancio segnali una somma complessiva di appena 8,4 milioni di lempiras. Se è vero quello che ha detto il principale collaboratore di Bergoglio, ossia che i pagamenti ricevuti dall’ateneo “Nostra Seniora Reina” da lui stesso fondato nel 1992 e di cui è “Gran Cancelliere” sono stati girati direttamente alla diocesi che di fatto la controlla, come mai non ve n’è evidenza sui documenti contabili? Non ci sono altre indicazioni di entrate straordinarie: i paragrai, molto sintetici, elencano i dati complessivi - divisi per anno - delle «uscite ordinarie» (leggermente più alte delle entrate) e di quelle «straordinarie», oltre ad alcuni investimenti annuali in «certiicati di deposito a tempo determinato» pari a un totale di 25 milioni di lempiras.

Non solo. Nel bilancio uiciale che l’arcidiocesi ha presentato a Francesco non sembrano segnalati nemmeno i 30 milioni di lempiras, oltre un milione di euro, che il fedelissimo del cardinale, il vescovo Pineda, ha ottenuto nel 2015 da un ente governativo per la «sicurezza della popolazione» e che secondo alcuni media del povero Stato centroamericano non sono stati girati sui conti della diocesi, ma direttamente al presule. Un’altra partita di giro? Può essere, ma è un fatto che i giustiicativi per i progetti da centinaia di migliaia di euro per la «formazione dei valori dei parrocchiani» e per la «comprensione delle leggi e della vita sociale» non sono ancora spuntati fuori. Maradiaga ha risposto seccamente anche alle accuse di alcuni testimoni auditi dal vescovo Casaretti, che hanno parlato di somme ingenti investite, tramite il cardinale, in alcune inanziarie londinesi come la Leman Wealth Management, il cui titolare è Youssry Henien. Denaro che sarebbe in parte scomparso. «L’arcidiocesi ha un consiglio economico che non ha mai autorizzato questo tipo di investimenti... per quanto mi riguarda non so neanche se a Londra esista una compagnia finanziaria con quel nome», ha replicato Sua Eccellenza. Può esser vero che il cardinale non conosca il nome della società inglese. Ma di certo, durante la visita apostolica del maggio 2017 i cui risultati sono contenuti nel report ancora segreto che Casaretto ha mandato alla Congregazione dei Vescovi guidata dal cardinale Marc Ouellet e a Bergoglio, di stretti legami tra Maradiaga e il inanziere londinese Henien, che aveva società anche a Dubai, ha diffusamente parlato Martha Alegria Reichmann. Un testimone che il cardinale che ama suonare il sax conosce molto bene, essendo la vedova dell’ex ambasciatore honduregno presso la Santa Sede Alejandro Valladares. Un uomo potente che ha mantenuto il prestigioso incarico per 22 anni, tanto da diventare nel 2008 come si legge nell’omelia funebre recitata dal segretario di Stato Pietro Parolin nel dicembre 2013 - Decano del Corpo Diplomatico Vaticano.

Alegria Reichmann, che ha pubblicato un libro con Editrice Vaticana, ha confessato a Casaretto che Maradiaga (amico di famiglia di vecchia data tanto che per lustri il cardinale quando era a Roma avrebbe soggiornato nell’appartamento dell’ambasciatore e della consorte) avrebbe compiuto «un’intermediazione fraudolenta», insistendo ainché lei e il marito investissero tutti i loro risparmi nelle inanziarie del raider londinese. Secondo la testimone, Maradiaga avrebbe consigliato l’operazione inanziaria in un incontro avvenuto all’inizio del 2013, spiegando ai due amici che gli interessi erano altissimi, e che lui era talmente sicuro da avervi messo anche i soldi della diocesi di Tegucigalpa. Alegria Reichmann ha aggiunto a febbraio del 2015 si è accorta che il patrimonio di famiglia, investito in alcune banche tedesche, sarebbero svanito nel nulla, che i certificati erano fasulli, e che ogni tentativo di contattare Henien o Maradiaga per ottenere giustizia è miseramente fallito. Rintracciata al telefono da L’Espresso, l’ex moglie dell’ambasciatore si è trincerata dietro un secco «No comment». Ora non sappiamo se la vedova Valladares abbia prove concrete per dimostrare la veridicità delle gravi accuse lanciate. Né se esista una contabilità parallela della diocesi di Tegucigalpa che possa spiegare come siano stati spesi i soldi che l’università ha girato a nome “Maradiaga”. Sembra però diicile immaginare che i testimoni sentiti dal vescovo Casaretto (umili sacerdoti che tengono messa in sperdute parrocchie della foresta dell’Honduras, seminaristi, dipendenti laici, perino anziane vedove ex amiche del cardinale) si siano coalizzati, tutti d’accordo - come fa intendere Maradiaga e gran parte della stampa cattolica e non - contro il cardinale e il suo pupillo Pineda, per favorire un complotto contro il Santo Padre Per la cronaca, abbiamo mandato una email al cardinale chiedendo eventuali chiarimenti, che non ha avuto risposta. Il Vaticano ha preferito non rilasciare commenti, speciicando che sul caso si preferisce lasciar rispondere l’arcidiocesi. Q L’Espresso 4 febbraio 2018

55


RICCHEZZA Redditi dispari

Chi paga la disuguaglia di Francesca Sironi

U

n nuovo sguardo allo slittamento in corso nel Paese. Una foto inedita della crepa aperta al centro della società. Sono i dati elaborati dall’Istat per L’Espresso, pubblicati in queste pagine, che evidenziano come sono cambiate le disuguaglianze in Italia nelle diverse regioni e nelle diferenti classi di età, dal 2004 al 2016. Più che un’evoluzione, queste statistiche fanno aiorare un’involuzione. Certiicano cioè l’aggravarsi del divario fra chi ha e potrà avere, e chi non ha. Mostrando come il problema abbia solo siorato, per ora, alcune categorie, mentre ne ha già gravemente penalizzate altre. Soprattutto i giovani. Le regioni del Sud. E le persone attorno ai 55 anni. Parti di popolazione che si stanno separando a una velocità cui la politica risponde in ritardo. Innanzitutto, il metro. L’indicatore considerato qui per misurare la febbre alla malattia del secolo, la distribuzione ineguale della ricchezza, è “l’indice di disuguaglianza del reddito disponibile”. Si tratta di un valore utilizzato come riferimento per valutare il benessere economico

I giovani. Il Sud. Gli over 55. Un’indagine esclusiva rivela l’iniquità nel nostro Paese 56

4 febbraio 2018 L’Espresso


anza

illustrazione di Dario Duluoz L’Espresso 4 febbraio 2018

57


RICCHEZZA Redditi dispari Meridione ingiusto Nella igura sotto sono riportati gli indici di disuguaglianza del reddito disponibile per regione e ripartizione geograica. I dati sono relativi agli anni tra il 2007 e il 2016 e si riferiscono ai redditi tra il 2006 e il 2015 Nord

7,2 7,2

Centro Mezzogiorno

6,7 6,5

Italia

6,5 6,3

5,8

5,4

5,1

5,1

4,6

4,6

4,6

4,7

5,2 4,9

4,8 4,6

4,6

2010

4,5

2009

2008

2007

4,4

5,4

5,8

5,4

4,6 4,6

5,8

2016

4,8

5,8

2015

4,8

5,8 5,6

2014

5,2

5,3

5,7

2013

5,4

5,6

2012

5,6

2011

5,7

6,3

Fonte: Istat, Indagine Eu-Silc

della popolazione dall’Unione europea, dall’Ocse e dall’Istat. Deinisce la distanza fra i più ricchi e i più poveri, come il divario che separa il 20 per cento della popolazione con il reddito più alto dal 20 per cento con quello più basso. Nel calcolare di quanto si sia spalancata la forbice della ricchezza nel nostro Paese, la serie dell’Istat mostra ad esempio come in alcune regioni del Sud, Calabria e Sicilia in testa, i cittadini che si trovano al seminterrato della piramide sociale non riescano ormai nemmeno a intravederli, i fortunati ai piani alti. L’indicatore della disuguaglianza, in queste due regioni, è infatti oggi superiore a quello registrato all’interno di Paesi come Romania e Bulgaria. Ed è aumentato dal 2008 in poi. Nello stesso periodo si è fermato l’ascensore dei redditi anche nel Lazio: la regione della capitale di Stato è diventata il quarto territorio d’Italia per gap fra

ricchi e poveri. «Mentre al Nord i beneici della ripresa sembrano essere stati distribuiti meglio fra i residenti, in molte regioni del Sud la distanza aumenta», spiega Massimo Baldini dell’Università di Modena e Reggio Emilia: «Solo poche famiglie, in questi territori, partecipano allo sviluppo. Se il dato del 2016 verrà confermato dalle indagini future, sarà deinitivamente assodato che siamo di fronte a una ripresa solo per alcune fasce della popolazione, quelle già solide. Insomma, che piove sul bagnato». Questa deformazione nell’accesso al futuro riguarda tanto la geograia territoriale quanto quella sociale. E anagraica. «Dopo la crisi», dice Salvatore Morelli, ricercatore del Graduate Center della City University di New York (dove collabora con uno dei massimi esperti mondiali della materia, Branko Milanovic), «in Italia i redditi da lavoro dipendente e autonomo sono crollati, mentre le entrate garantite dalla proprietà di immobili, o dalle pensioni, sono rimaste più o meno stabili. I pensionati così hanno guadagnato terreno in termini relativi, mentre i lavoratori hanno perso». Giovani fragili da una parte, padri rimasti un po’ più protetti dai traumi economici dall’altra. È il nuovo conlitto generazionale. Con l’unico welfare rimasto, spesso: quello famigliare. Genitori accanto ai igli oltre i 30 anni. L’allarme arriva anche dal Fondo monetario internazionale, che in una nota appena pubblicata scrive: «Il rischio di povertà fra i giovani, in Europa, sta aumentando. Rispetto al 2008 la possibilità di scivolare sotto la soglia della povertà per gli over 65 è diminuita drasticamente, mentre per i ragazzi dai 18 ai 24 anni è cresciuta». Prima della scossa, la possibilità di ritrovarsi poveri colpiva in modo simile entrambe le fasce d’età. Ora la popolazione sotto i 34 anni possiede meno del cinque per cento della ricchezza del continente. L’Occidente sembra aver dimenticato in cantina i suoi igli. Negli Stati Uniti risaliti dallo shock economico, il reddito medio degli over 75 è cresciuto del 40 per cento dal 2013 ad oggi, «mentre quello delle famiglie con meno di 35 anni è aumentato soltanto del 12», ricorda Morelli. Quanto il nostro Paese ricalchi il quadro europeo lo spiegano Andrea Brandolini, Romina Gambacorta e Alfonso Rosolia in un saggio intitolato mestamente: “Disuguaglianza nella stagnazione: l’Italia nell’ultimo quarto di secolo”, che sarà pubblicato a breve in un volume della Oxford University Press. La crisi della distribuzione della ricchezza, spiegano gli autori, è stata una scossa violenta in Italia all’inizio della recessione degli anni ’90. Allora ci fu uno smottamento dalla

Il divario si allarga tra le generazioni. Resiste solo il welfare familiare 58

4 febbraio 2018 L’Espresso


classe medio-bassa alla povertà. Da quel momento in poi, però, spiegano gli autori, gli indici sembrano rimasti stabili. Tanto da portare i ricercatori a dire: «Non c’è evidenza di uno schiacciamento della classe media, in termini di reddito, preoccupazione invece ricorrente nel dibattito in Italia». La stabilità nasconde però delle debolezze altrettanto profonde e aumentate in questo periodo. Riguardano, concludono gli autori, le famiglie di immigrati, rimaste ai margini della distribuzione di ricchezza, e «i divari tra giovani e anziani». Ora, il bivio fra chi ha una prospettiva solida, chi potrà accumulare, cioè, avere possibilità di spendere, risparmiare, scegliere, e chi invece si vede sottratti ogni volta nuovi pezzi di orizzonte non separa solo i giovani dagli adulti. Ma anche i giovani dai giovani. Si sta ampliando infatti anche il divario fra coetanei, come mostrano i dati presentati in queste pagine. Cresce cioè anche la disuguaglianza all’interno della stessa classe d’età, soprattutto per chi ha dai 18 ai 24 anni. «L’ingresso nel mondo del lavoro avviene attraverso impieghi poco pagati o part time, sottoposti a una pressione verso il basso dei salari che è maggiore in Italia rispetto al resto d’Europa», commenta l’ex ministro Enrico Gio-

Fine turno mai di Alessandro Gilioli A volte anche i giornalisti capiscono qualcosa. E vanno a indagare su quel qualcosa. Ad esempio, sul modello economico vincente degli ultimi anni: quello basato sul precariato, sul cottimo, sul dumping salariale, sul lavoro a chiamata, somministrato, intermittente, insomma ad arbitrio. I giornalisti in questione, nel caso, sono Maurizio Di Fazio e Riccardo Staglianò, autori di due diversi libri usciti in questi giorni. Di Fazio ha scritto “Italian job, viaggio nel cuore nero del mercato del lavoro italiano” (Sperling & Kupfer); Staglianò è autore di “Lavoretti. Così la sharing economy ci rende tutti più poveri” (Einaudi). Due viaggi paralleli nelle dinamiche produttive le cui conseguenze poi iniscono per riguardare tutta la società, compresa quella parte non (ancora?) caduta nei gironi infernali di cui nei due libri si parla. “Italian job” raccoglie una serie di inchieste realizzate sul campo da Di Fazio, con nomi e cognomi delle aziende in cui è stato o di cui ha raccolto le testimonianze: Lidl, Amazon, Deliveroo, Foodora, RyanAir, Almaviva, MondoConvenienza. Ma il viaggio attraversa anche il mondo della sanità, dell’editoria, dello spettacolo. New e old economy accomunate dalle stessa corsa al ribasso, con i dipendenti privati dei diritti più elementari come quello di fare pipì, costretti a timbrare l’uscita e poi rientrare per continuare a lavorare gratis, imbottiti

vannini, ordinario di statistica economica a Tor Vergata, ora portavoce della “Alleanza Italiana per lo sviluppo sostenibile”: «Poiché nel nostro Paese poi la scala dell’aumento del reddito è molto più legata all’anzianità che non al merito, sarà diicile per i ventenni di oggi superare il gap». Quanto tempo sarà necessario per stringere il divario? Per colmare cioè il vantaggio che può esercitare oggi a 20 anni chi ha ereditato un capitale di partenza, con le relative chance, rispetto a chi deve crearsi una ricchezza in un contesto in cui diventa sempre più diicile fondare il proprio futuro sui propri redditi? In un sondaggio Ipsos, pubblicato nel 2017 e basato su oltre 18mila questionari raccolti in 22 Paesi, il 71 per cento dei francesi ha detto che i ragazzi avranno una vita peggiore di quella dei loro genitori. In India sono pessimisti solo in due su 10. In Italia, lo è il 48 per cento della popolazione. La distorsione dell’accesso al futuro non riguarda solo i salari. «In tutto il mondo stiamo assistendo a una polarizzazione del lavoro», spiega Emilio Reyneri, professore emerito di Sociologia all’università Bicocca di Milano. Ovvero una riduzione della cintura media di impiegati, di psicofarmaci per tenere i ritmi di produzione richiesti, schiavi di software che li geolocalizzano e li spediscono a consegnare cene in bicicletta, sidando la neve e il trafico pena “l’esclusione dall’algoritmo”, che è un modo moderno di chiamare il licenziamento. Il tutto con paghe da sussistenza, che spesso spariscono del tutto in caso di malattia o maternità. Sullo sfondo, le risposte arroganti e sempre uguali delle aziende: «Nessuno li obbliga a lavorare per noi». Come se la sopravvivenza non fosse un obbligo. “Lavoretti” di Staglianò ha il pregio di sgombrare un equivoco in dal titolo: quella che ancora molti chiamano “sharing economy” è invece solo “gig economy”, cioè appunto economia dei lavoretti. Sottopagati, cottimizzati, saltuari per deinizione, contrabbandati da “idee per arrotondare”, ma in realtà per molti unica fonte di reddito personale se non familiare. L’autore viaggia dalla Silicon Valley al Vesuvio per mostrare i meccanismi con cui le grandi piattaforme digitali e le corporation della rete sfruttano il lavoro, evadono il isco, accentrano i capitali e alla ine - a parte ogni giudizio etico - guastano il meccanismo stesso del capitalismo: quello basato su una classe media con abbastanza soldi e abbastanza prospettive per consumare e quindi alimentare la produzione. Lontano da ogni tentazione neoluddista - in quanto appassionato e amante delle potenzialità offerte dalle nuove tecnologie Staglianò punta il dito piuttosto sulla latitanza della politica, sulla mancata governance della rivoluzione digitale. Una fuga dalle responsabilità chissà se dovuta a insipienza o piuttosto a complicità con la ristrettissima minoranza che di questa assenza si è giovata, accumulando miliardi e impoverendo tutti gli altri. Q

L’Espresso 4 febbraio 2018

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RICCHEZZA Redditi dispari Così è aumentata la forbice sociale Indice di disuguaglianza del reddito disponibile per classe di età (anni 2007-2016, redditi 2006-2015). L’indicatore del rapporto fra il reddito equivalente totale ricevuto dal 20 per cento della popolazione con il più alto reddito e quello ricevuto dal 20 per cento della popolazione con il più basso reddito

ETÀ

2007

2008

2009

2010

2011

2012

2013

2014

2015

2016

0-17

5,6

5,4

5,6

5,8

6,3

6,0

6,3

6,4

6,4

6,4

18-24

5,4

5,5

5,5

6,1

6,5

6,5

6,7

6,6

6,8

7,6

25-34

5,1

4,9

4,9

5,3

6,1

5,9

6,2

5,5

5,7

6,4

35-44

5,4

5,3

5,2

5,6

5,6

5,6

5,9

6,3

5,7

6,3

45-54

5,6

5,2

5,4

5,6

5,9

5,7

6,0

6,0

6,2

6,7

55-59

5,6

5,6

5,7

5,6

6,7

6,6

6,8

6,6

7,1

7,9

60-64

5,8

5,3

5,8

5,2

5,8

6,1

6,4

5,9

6,0

7,0

65-74

5,1

4,8

5,2

4,6

4,9

4,8

4,9

4,9

5,0

5,3

75 e più

4,2

4,0

4,1

3,7

3,7

3,8

3,8

3,8

3,9

4,1

Totale

5,4

5,2

5,3

5,4

5,7

5,6

5,8

5,8

5,8

6,3

Fonte: Istat, Indagine Eu-Silc

operai, commercianti o artigiani - in via d’estinzione - a favore di una “fascia alta”, di tecnici e operai specializzati o esperti, e di una “fascia bassa” di mansioni a bassa produttività e basso valore aggiunto». Continua Reyneri: «Solo in Italia, e in Grecia, fra i Paesi sviluppati aumenta maggiormente l’oferta nella fascia bassa». Logistica, terziario, magazzini e centri commerciali, micro-imprese, o aziende che faticano a investire in innovazione. «Contrariamente a quanto sostiene l’opinione più difusa, il cuore del problema è questo, in Italia: più che il lavoro instabile, il cattivo lavoro disponibile». Risultato: «Abbiamo pochi laureati. Ma ancor meno posti di lavoro qualiicati», conclude Reyneri, «e quanti non si adattano ad abbassare le aspettative che fanno? Emigrano». È un’ipoteca sul futuro del Paese. Sulle nuove generazioni, la loro possibilità di crescere. E le risposte della politica sembrano girare a vuoto. «In Italia si parla quasi esclusivamente di interventi contro la povertà, come è avvenuto per il reddito di inclusione, introdotto di recente. Sono misure utili, certo, ma non avranno un impatto molto forte», commenta Maurizio Franzini, professore di economia politica alla Sapienza di Roma e fra gli autori pochi mesi fa

di un “Manifesto contro la disuguaglianza” pubblicato dalla rivista “Etica ed Economia”: «Per riequilibrare i redditi bisogna alzarli a chi sta in basso. Prendendo le risorse dove? Certo è impopolare dire che bisogna frenare chi sta al top, ma è così». In campagna elettorale al contrario vanno forte le proposte di lat tax. Ma la bilancia è già rotta: a metà 2017, ha denunciato Ofxam pochi giorni fa, in occasione del vertice inanziario di Davos, in Svizzera, il 20 per cento più ricco degli italiani deteneva oltre il 66 per cento della ricchezza. La mancata redistribuzione della ricchezza non è il solo ostacolo a una maggiore equità. «Soprattutto per i giovani, pesano anche le diferenze all’accesso nei percorsi di istruzione, e quindi di sviluppo del capitale umano», continua Franzini: «Così come la frammentazione dei contratti», che a parità di merito porta a destini separati per redditi e garanzie riconosciute. Almeno il Jobs act è servito ad appianare le diferenze? «Assai poco. Ha distribuito incentivi, sì, ma temporanei. E non ha ridotto, anzi ampliicato le opzioni contrattuali». Per cambiare rotta, servirebbero investimenti. In ricerca, istruzione, ammortizzatori sociali capaci di bloccare la spirale negativa del mercato del lavoro, riprende

In Calabria e Sicilia il gap fra ricchi e poveri è più alto che in Bulgaria. E sta crescendo 60

4 febbraio 2018 L’Espresso


L’austerità fa crescere i fascismi di Emiliano Brancaccio Uno spettro si aggira per l’Europa. E non è il comunismo. Tra le elezioni europee del 2004 e quelle del 2014, una costellazione di forze xenofobe, razziste, scioviniste, patriarcali, avverse ai diritti delle minoranze e benevole verso il fascismo ha fatto registrare un incremento medio dei consensi superiore al dieci per cento, con punte prossime ai venti punti. Nelle elezioni nazionali le tendenze sono analoghe e risultano confermate negli ultimi tre anni. In qualche occasione questi partiti hanno addirittura segnato una crescita tale da consentire loro l’ingresso nelle maggioranze di governo. Quali sono le ragioni profonde dell’avanzata dell’estrema destra in Europa? Quali le cause del suo rafforzamento e della credibilità delle sue ambizioni egemoniche? I cambiamenti nella struttura economica, per dirla con Marx, a quanto pare c’entrano molto. Da una serie di studi recenti si evincono infatti signiicativi legami statistici tra l’andamento di alcune variabili macroeconomiche e lo sviluppo passato e presente dei movimenti di estrema destra. Una ricerca di Galofré-Vilà ed altri, pubblicata nel 2017 dal National Bureau of Economic Research, esamina l’ascesa elettorale del partito nazista negli anni Trenta e la mette in relazione con l’intensità delle politiche di austerity attuate in quel periodo nei vari distretti della Germania. Lo studio rivela che tra il 1930 e il 1932 ogni incremento di un punto delle restrizioni di bilancio pubblico risulta statisticamente associato a un aumento dei voti ai nazisti di quasi due punti e mezzo. Nel caso speciico dei tagli alla sanità la relazione è ancora più forte, con un incremento corrispondente dei consensi al partito nazista di oltre cinque punti. Questa evidenza sembra trovare conferme anche per il tempo presente. Studi dedicati al periodo a cavallo della

Giovannini. Ma ci si ferma sempre al muro delle “politiche attive”, banco di sabbia per qualsiasi misura di sostegno al reddito in Italia. «Quando ero ministro facemmo un primo censimento dei centri per l’impiego, gli uici che dovrebbero aiutare i disoccupati a trovare nuovi percorsi: abbiamo in tutto un decimo dei dipendenti dedicati a questo in Germania. E la riforma si è bloccata con il referendum», per l’incertezza tra chi dovesse tenere in mano le leve del comando fra lo Stato, le Regioni e le Province. È rimasto tutto fermo. «Così continua a mancare welfare per chi è ai margini», o proprio fuori dal sistema pensionistico. Lo dimostra l’altro dato che percorre queste pagine. Se i pensionati sono stati più protetti dagli assegni o dai risparmi, in questi anni, non è andata così per coloro che si trovano al

grande recessione del 2008 segnalano l’esistenza di analoghi nessi tra politiche di austerità e ascesa delle destre xenofobe in Europa. Dalla ricerca accademica emergono anche altri spunti di rilessione. Trova ad esempio riscontri un legame statistico abbastanza intuitivo, secondo il quale i movimenti di estrema destra avanzano a seguito di cadute signiicative del prodotto interno lordo e aumenti corrispondenti della disoccupazione. Ciò non signiica, tuttavia, che i senza lavoro tendano a votare per queste forze: sia negli anni Trenta sia nei periodi più recenti, non si rilevano chiari indizi di una gravitazione del voto dei lavoratori disoccupati intorno all’estrema destra. Ieri come oggi, il bacino prevalente dei consensi verso queste forze sembra piuttosto situarsi nelle classi di mezzo, ad esempio tra i piccoli e medi proprietari indebitati e a rischio di depauperamento. Un altro risultato interessante riguarda l’immigrazione. Nella letteratura in materia non c’è affatto concordia sull’esistenza o meno di legami statistici tra l’aumento della popolazione immigrata e lo spostamento del voto dei nativi verso i partiti xenofobi. In molti casi, si vota per queste forze del tutto indipendentemente dall’aflusso effettivo di immigrati. Dai risultati di queste ricerche sembra lecito trarre una domanda per quelle forze di governo che in questi anni hanno issato la bandiera della lotta al fascismo mentre approvavano pesanti restrizioni ai bilanci pubblici e allo stato sociale. Se l’austerity contribuisce in modo rilevante al successo delle destre estreme, ino a che punto si può sostenerla e al tempo stesso portare coerentemente avanti le istanze dell’antifascismo? Se gli argini all’avanzata delle destre estreme ci sembrano oggi così fragili, forse lo dobbiamo anche al persistere di simili contraddizioni. Q

guado dell’età. Chi ha fra i 55 e i 59 anni, infatti, sta percorrendo oggi binari sempre più divergenti rispetto a dieci anni fa. «Da un lato c’è chi è stato costretto a rimanere al lavoro dalle riforme, ma ha continuato comunque a percepire uno stipendio», spiega Brandolini: «dall’altro chi ha perso il posto a causa della crisi e non è potuto andare in pensione». E nemmeno rientrare nel mercato, se non a fatica, o accettando retribuzioni molto inferiori alle precedenti. Scoprendosi così precario, e diseguale, alla vigilia dei sessant’anni. Per concludere con almeno una nota positiva, i milionari italiani, certiica l’ultimo rapporto targato Crédit Suisse sui paperoni globali, sono aumentati, arrivando a un milione e 288 mila nel 2017. In alto 138 mila lûte in più. Q L’Espresso 4 febbraio 2018

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TAGLIO ALTO

MAURO BIANI

’Eweek BANANA REPUBLIC GUIDO QUARANTA

La simpatia non abita al Nazareno Tempo fa Oscar Farinetti, l’imprenditore che ha fondato Eataly, ha detto - in un convegno della Leopolda che i renziani sono antipatici. Forse non ha torto. L’onorevole Maria Elena Boschi, per esempio, è intelligente, brillante, capace ma, secondo chi la conosce, proprio simpatica non sembra. E così non lo sono diversi parlamentari che, nei talkshow, decantano il Renzi-pensiero: alcuni non si preoccupano di piacere. Ma forse la palma dell’antipatia spetta a un pre-renziano: Piero Fassino. Piemontese, 69 anni Fassino ha molte doti. È stato sempre un gran lavoratore: da dirigente del Pci, da ministro, da sindaco di Torino, da presidente dell’Anci e, recentemente, anche da paziente negoziatore nel centrosinistra. È astuto, tenace, puntuale (tanto da essere soprannominato Patek Philippe). Chi ha lavorato con lui, però, ha subìto spesso aspre scenate e ruvide reprimenda. Insomma, il dono della simpatia non ce l’ha. Ma probabilmente chi fa politica può farne a meno. Q

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4 febbraio 2018 L’Espresso

POTERI & VELENI

STEFANO LIVADIOTTI

Ora Passera fa la toilette a Fido A 63 anni, con la futura banca Spaxs, Corrado Passera dà un taglio alla sua seconda vita. Sbocciata nel Duemila, quando il manager-banchiere in odore di Opus Dei, cresciuto alla corte di De Benedetti prima e di Bazoli poi, chiamato da Ciampi alle Poste, inciampa in una fanciulla di grande e ancor più consapevole avvenenza: Giovanna Salza, che dopo mille aut aut (e sapienti fughe) nel 2011 riuscirà a farsi impalmare, diventando per tutti «la marita». Pennellone, grigio e noioso perino a se stesso, l’ex enfant prodige, che la sera s’abbioccava in pantofole guardando Ncis in tv, lascia il focolare. Si compra i jeans e trova un’altra casa a Milano. Lei lo prende sul serio, sogna in grande e gli dà la linea. Lui, nel frattempo sbarcato a Banca Intesa (a 10.410 euro al giorno), si mette all’opera. Nell’estate del 2011, in gran segreto, tra le dune di Sabaudia, butta giù qualche pensierino per un governo: una cosuccia da mille pagine. Poi arriva la convocazione di Monti. Passera smania e ottiene tre ministeri al posto di uno. Salvo uscirsene dopo 5 mesi con umorismo di certo involontario: «L’ideona non c’è». S’era capito. Ma intanto lei ha tirato dritto. E lui si ritrova tra le mani un partitino, Italia Unica: 40 dipendenti, ingaggiati da lei e non proprio a Oxford, per 4 milioni l’anno. «Diventeremo i più grandi», assicura serio mentre sila imbavagliato davanti a Montecitorio come un operaio Alcoa. Dopo due anni il bilancio è di 3.000 tesserati, roba da boccioila. Corrado allora si ridesta. E cerca di tornare al suo mestiere. Ci prova con Montepaschi. Poi con Cdp. Ma Renzi, che non lo può vedere neanche dipinto, lo manda a sbattere. Così, nasce Spaxs. E, negli stessi giorni, per lei, Ca’ Zampa (ma con l’ex ministro nel Cda): toelettatura per Fido. Una parte che l’ex pr con ambizioni teatrali non aveva considerato. Q


FAKE DOCTORS

VOCI DALLA CAMPAGNA SUSANNA TURCO

La candidata più veloce del west Il renzismo 2.0 sta muovendo i suoi primi passi in campagna elettorale ma a quanto pare sarà ancora più svelto di quello prima maniera. Sfolgorante per rapidità l’esempio della giornalista e conduttrice Francesca Barra, neo candidata renziana in Basilicata, che in attesa dei voti può già vantare il record della più breve conduzione di un programma radiofonico degli ultimi anni. Certo, a viale Mazzini e via Asiago come al solito vorticano velenosità del tipo: «S’è iniziata a fare la campagna elettorale coi soldi del canone e prendendoci in giro«, o almeno così recita uno dei commenti più garbati che rimbalzano da giorni per i corridoi. Al netto delle opinioni, si è consumata in due settimane la sua conduzione di “Bella Davvero”, il programma di Radio Due fatto apposta per incensare le

meraviglie dello stivale, con l’esordio datato 13 gennaio, dodici giorni prima che la burrascosa nottata piddina nel quadrare liste la impalmasse per il collegio lucano di Matera-Meli. E dire che era stata proprio Barra a volere, per il suo esordio radiofonico, una puntata tutta e solo dedicata alla Basilicata: la sua terra, la sua infanzia, i suoi ricordi, il suo futuro fortino elettorale. Che si sia trattato soltanto di un caso è, soprattutto col senno del poi, la convinzione meno diffusa nei palazzi della Rai, trasformatasi in involontario megafono di un futuro candidato - peraltro alla faccia della par condicio. Ogni traccia, in tempi lampo, è stata cancellata dal sito internet del programma e dai social dell’azienda. Il sapore della beffa, invece, rimane. Q

VOCI DA BRUXELLES FEDERICA BIANCHI

Occhio, c’è Pittella in fuga Soltanto un anno fa si scontravano per la presidenza dell’Europarlamento: ora i due pesi massimi italiani nell’Unione - Antonio Tajani e Gianni Pittella potrebbero presto fare le valige e rientrare in patria. DI Tajani (che vinse quella corsa) si parla in queste settimane come possibile presidente del consiglio in caso di larghe intese. Quanto a Pittella, pare che in Basilicata il Pd non riesca a vincere senza i voti della sua dinastia, così è stato candidato per il Senato. Si dice, tra le ovvie smentite dei portavoce, che Renzi lo abbia richiamato promettendo in cambio di far eleggere in Europa, nel 2019,

La sociologa trentina Cinzia Boniatti è nella truppa dei pentastellati pronta a sbarcare in Parlamento. La Boniatti può vantarsi di essere competente: di coabitazione. Nel suo curriculum coabitano la candidatura col M5S e l’esperienza da comunicatrice a ianco di Ugo Rossi, leader del partito autonomista trentino e presidente della Provincia di Trento, schierato a supporto del Pd. Cristina Cucciniello

L’Espresso corretto Nel servizio sulla geografia (n. 5) la mappa che la didascalia di pag. 81 attribuiva a tale «dr. Kobayashi di Honolulu, 1907» è in realtà una leggendaria carta “millenaria” che sarebbe giunta via mare in Giappone da Honolulu circa un secolo fa. Il «particolare della mappa di Piri Reis» (didascalia di pag. 83) è invece una libera rielaborazione di una mappa del cartografo turco del XVI secolo.

il fratello Marcello, attuale presidente della regione Basilicata. In ogni caso la candidatura italiana di Gianni Pittella non poteva arrivare in un momento migliore (per lui): a stare al regolamento del gruppo socialista europeo - di cui Pittella è a capo - il suo quarto mandato era già stato un vistoso strappo alle regole e sicuramente non ce ne sarebbe stato un quinto nella prossima legislatura di Bruxelles. Certo è che richiamando i propri pezzi da novanta in patria, Roma rischia di perdere la guerra d’inluenza nell’Unione europea. A sostituire Pittella si sono già detti pronti Udo Bullman, socialista tedesco potente in Germania, e, sulla scia dei recenti successi economici del Portogallo, la deputata Maria João Rodrigues, veterana dell’economia sociale. D’altra parte spagnoli e portoghesi non si fanno più scrupolo alcuno a colmare a Bruxelles ogni vuoto di potere lasciato dall’Italia per conto del fronte meridionale d’Europa. Q

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Orfani dell’Isis 64

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I figli degli jihadisti morti sono dispersi tra campi profughi e prigioni. Ma ci sono anche storie a lieto fine testo e fotograie di LINDA DORIGO

Yusra e Abdul Bari, due dei quattro fratelli orfani di due combattenti dell’Isis: i primi ad essere riuniti L’Espresso 4 febbraio 2018

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na granata! Una granata!», urla Abdul Bari. Tutti si girano a guardarlo, ammutoliti dal suono della sua voce, così raro da quando il piccolo è tornato a casa. Più giù, oltre la collina, la musica dirige i festeggiamenti di un matrimonio alla periferia di Erbil, nel Kurdistan iracheno. Abdul Bari strattona le sorelle che provano a calmarlo, inutilmente: quel drone in cielo gli ha ricordato Mosul e gli ultimi anni nella città liberata dall’Isis lo scorso luglio. Abdul Bari e le tre sorelle Senduz, Yusra e Marwa sono stati i primi igli di combattenti dell’Isis a essere riuniti alla famiglia dopo la morte dei genitori. Il loro destino sembrava già scritto: sarebbero initi in un campo profughi insieme ad altri centinaia di orfani. Lì, nella migliore delle ipotesi, avrebbero imparato a leggere e scrivere. Altrimenti sarebbero entrati a far parte di qualche milizia che gli avrebbe insegnato a uccidere. I quattro, messi in salvo qualche giorno dopo la ine dei combattimenti, a chi gli chiedeva se avessero qualcuno che poteva prendersi cura di loro hanno fatto il nome dei nonni materni. Grazie all’intervento congiunto di un’organizzazione non governativa, dell’Unicef e

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Dall’alto a sinistra in senso orario: la piccola Marwa in macchina insieme allo zio paterno; un bambino nato a Raqqa durante la dominazione dello Stato islamico; uno scorcio di Raqqa dopo la liberazione e il figlio neonato di una donna fuggita dall’Isis

delle forze di polizia, dopo quasi quattro mesi i bambini hanno ritrovato i nonni. Il nonno Hamadamin e sua moglie Athia li hanno accolti senza riserve. «Come avremmo potuto rifiutarli?», domanda tra le lacrime Hamadamin. La nuova casa che i due coniugi hanno preso in aitto è più grande e costosa, perché ha una stanza in più dove i nipoti possono sentirsi protetti. Nono-

stante il trasloco, il ricordo della iglia Sirwa, la madre dei piccoli, e dell’altro iglio Askendar, entrambi uccisi nelle ile dell’Isis, non dà loro pace. «Se non sai dove sono», commenta Athia, «non li puoi seppellire». Come il fratello, Sirwa se ne è andata a combattere con l’Isis senza lasciare nulla dietro di sé, non una fotograia come ricordo, nessun numero di telefono né un


Abdul, Senduz, Yusra e Marwa hanno conosciuto l’inferno di Mosul. Ora vivono con i nonni grazie all’intervento dell’Unicef

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Un team di psicologi aiuta i più piccoli a cancellare i traumi vissuti nelle città liberate dal califfato

Sopra: la lettera scritta al padre da un diciassettenne detenuto a Erbil e, a destra, disegni dei bambini nel campo profughi di Baharka. Nella pagina a fianco: una vedova uzbeka di un combattente Isis. In alto Senduz e una foto di gruppo dei quattro orfani con i cugini

bigliettino. «Un venerdì eravamo invitati a pranzo dai parenti», ricorda l’anziana, «ma lei non è venuta con la scusa di stare poco bene. Non l’abbiamo più sentita per tre giorni. Poi ci ha chiamati dalla Turchia e ci ha detto che stava per entrare in Siria». Da lì Sirwa sarebbe entrata con i igli in Iraq, a Mosul, da dove si sarebbe sentita spesso con i genitori. «Non menzionava mai dove si trovava, né che ine avesse fatto suo marito Hemen, responsabile di averci portato tutti dentro questa maledetta guerra», conclude Athia. È stata la nipote più grande Senduz, undicenne, a raccontare a nonna Athia la morte della madre. «A Mosul sofriva

di mal testa. Un giorno più del solito e si è accasciata a terra e ha smesso di respirare». Delicata come una farfalla, Senduz ha imparato a non guardare gli uomini negli occhi, a riiutare i regali, a camminare senza attirare lo sguardo. Lei come suo fratello Abdul Bari ogni tanto si risveglia dall’apatia e impreca contro la nonna, rimpiangendo quando la mamma era viva e le preparava il suo dolce preferito. È sempre nei suoi pensieri, ne ritma lo scorrere, l’aiuta a prendere sonno. Quando ha ritrovato una cassa con dentro i suoi vestiti ha pianto ininterrottamente per un giorno intero. Marwa, la più piccola di appena quattro anni, riesce a illuminare gli occhi tristi

della nonna quando si sveglia con appetito: «se mangio volo come un uccello insieme a mamma e papà», dice sottovoce, mentre lo zio paterno, cieco e quasi gemello del padre morto, le si siede accanto. La piccola, credendolo Hemen, gli bacia le mani in segno di rispetto. A diferenza di altri coetanei, Abdul Bari, Senduz, Yusra e Marwa non hanno seguito ancora nessuna terapia né vanno a scuola. «Ad alcuni cambia persino il colore della pelle, che diventa più chiara», commenta Hanifa, psicologa che lavora con diverse organizzazioni non governative in supporto dei bambini vittime di violenze e accuL’Espresso 4 febbraio 2018

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Sopra: un’ora di lezione nel campo profughi di Baharka; a destra: un primo piano di Yusra (una dei quattro orfani dell’Isis riuniti dai nonni) e sotto alcuni ragazzini che fanno il bagno alle porte di Raqqa

sati di terrorismo . «Quando iniziano un percorso di psicoterapia li aiutiamo a superare il trauma delle visioni a cui hanno dovuto assistere, che sono tra le principali cause di ansia e stress. Ricordo un ragazzo di quindici anni costretto a raccogliere i corpi dei morti in battaglia. Viveva nella paura costante di essere lui stesso vittima di un’esplosione. Oppure un altro obbligato tutti i giorni a vedere il corpo del padre impiccato in piazza sulla strada di scuola. Ci sono state persino due ragazze yazide che per mesi hanno costruito bombe per l’Isis». Nel riformatorio di Erbil, supervisionato da Human Rights Watch e Unicef, sono rinchiuse oltre cinquecento persone: 160 sono i minori e tra questi 122 sono accusati di aver combattuto con Isis e varie milizie (Al- Shabi e Ashairi in primis). Tra questi 122 ci sono quattro ragazze. Qui non solo ricevono sostegno psicologico, medico e ludico, ma «anche un giusto trattamento legale», spiega la responsabile della prigione Diman Muhamed Bayiz, «perché a differenza dell’Iraq dove i casi di terrorismo sono condannati all’esecuzione, in Kurdistan nel 2010 la legge è stata modiicata a tutela dei diritti dei minori». Dal 2014, anno della presa di Mosul da parte di Isis, a oggi, il numero dei 70

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prigionieri è raddoppiato. «Le valutazioni si basano su un formulario di venti domande in cui viene rilevata la pericolosità del soggetto», spiega Khaled, «alcuni hanno subìto torture, con altri non possiamo neppure nominare Isis tanto è grave il trauma». Ci sono problemi di sovraffollamento, ma la questione più importante è stata la formazione degli operatori, chiamati a gestire un nuovo problema senza avere la preparazione per farlo. Non è possibile incontrare i prigionieri nelle loro celle perché da parte della direzione c’è una grande ostilità a lasciare documentare luoghi e persone. Così, nell’uicio di Khaled viene fatto entrare Omar, diventato maggiorenne da poco, che ammette di aver combattuto con Isis a Mosul per tre mesi nel 2014. «Quando l’Isis ha tentato di uccidere mio padre perché era un giudice, mi sono consegnato alla polizia. Ho visto quello che faceva e ho pensato che fosse sbagliato. Con loro non ho imparato un bel niente, neanche a sparare. Ma mi hanno torturato tre volte». Per i ragazzi come Omar le strade sono due: morire ammazzati o inire in prigione. Lui tra tre mesi sarà di nuovo libero perché ha scontato la sua pena, e la vera scommessa sarà ripartire. Dal nulla, ma vivo. «Voglio stare in pace», conclude Omar ,

«studiare il Corano e diventare un mullah. Non so ancora dove andrò. A Mosul, la mia città, non posso tornare». Attraverso i corridoi colorati dai ragazzi, tra nuvole e margherite pastello, dopo aver superato un paio di celle con i vestiti stesi di sbieco attraverso le grate, si arriva in biblioteca. Qui, seduto su una sedia rotta, c’è Sari Abdulla, diciassettenne di Kirkuk, che scrive una lettera al padre. Gli operatori del riformatorio si occuperanno di spedirla. Sari è rinchiuso da dieci mesi con l’accusa di essere un terrorista. Lui riiuta di deinirsi tale, addossa la colpa al cugino, membro dell’Isis che avrebbe fatto il suo nome per incastrarlo. Poi però ammette: «Non c’era nulla da fare, nessun lavoro. Guadagnavo 200 dinari al giorno servendo in un ristorante d’asporto. Non sarei potuto restare in città se non avessi appoggiato l’Isis. Ma non li supportavo», precisa, «seguivo soltanto tutte le loro regole. Ecco perché non mi hanno mai toccato». Prima di tornare in cella, Sari piega la lettera al padre, tentenna prima di inilarla nella busta e poi decide di leggerla a voce alta all’operatore: «Lettera a mio padre. Come stai, se Dio vuole, bene, se Dio vuole tornerò dalla mia famiglia. Se Dio vuole in due mesi sono fuori dalla prigione, se Dio vuole, e tornerò da te». Q


Nel riformatorio di Erbil sono rinchiusi 122 minorenni accusati di aver combattuto nelle milizie dello Stato islamico

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Cultura Rilessioni

di EUGENIO SCALFARI

In apparenza è un difetto. Ma il desiderio di affermarsi è un sentimento positivo

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o penso, dunque sono, così disse Descartes (Cartesio) ad un certo punto della sua vita. Ma poi pensò e scrisse molte altre cose, alcune delle quali servivano ad approfondire quel concetto, altre a contraddirlo. Per esempio a contraddire la fede nel Dio creatore o invece a confermarne l’esistenza. La prova di questa duplicità si ritrova in quattro altri personaggi di grande livello culturale: Montaigne, Pascal, Spinoza, Nietzsche. Ce ne sono molti altri naturalmente, a cominciare da Galileo, Giordano Bruno, Leibniz, Kant, e via dicendo, ma una parte di loro si appoggiava più alla scienza e alla isica teorica che alla pura e semplice ilosoia e da questo punto di vista è diicile trovare molti del livello dei suddetti quattro. Forse Diderot e il pensiero illuminista nel suo complesso, a cominciare da Hume, ma non Rousseau né Voltaire che insieme a un forte scetticismo sentiva anche una fede teologica

che considerava Dio come una sorta di forza creativa che dopo aver creato il mondo si limita a conservarlo così come è, animato da una forza propria che procede da sola nella propria evoluzione nei limiti che il Creatore gli impone. Ricordo a questo proposito che Voltaire fu sconvolto dal terremoto di Lisbona che distrusse interamente la città con una marea di morti scartando in questo drammatico evento la supposta forza conservatrice che avrebbe dovuto tutelare l’esistenza. Si dice anche che Voltaire non riuscisse a dormire ogni anno la notte di ricorrenza della strage degli ugonotti il 24 agosto del 1572 a Parigi. Era molto scettico ma era anche assai sensibile Voltaire e l’ha dimostrato più volte in una vita assai avventurosa non già del corpo ma del pensiero. Il tema del pensiero ha sempre afascinato anche me. Non parlo soltanto di quando qualche giorno fa sono stato aggredito con quello che veniva detto di

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Don Rodrigo e Fra Cristoforo

sono vanitoso L’Espresso 4 febbraio 2018

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Cultura Rilessioni me e al quale ho dovuto rispondere con un’intervista al bravissimo Francesco Merlo. Quello lo considero un caso chiuso dal mio punto di vista personale ma non delle ingiurie che come tali sono state deinite dal loro autore che me le ha scagliate contro. Ho rilettuto attentamente sulle cosiddette ingiurie o almeno ritenute tali dal loro autore: oggettivamente non sono ingiurie. Mi si dà del rimbambito e del vanitoso. A riletterci bene se il rimbambimento si dimostra soprattutto con una scarsa memoria di quanto è accaduto, a me capita spesso. Scordo i nomi di persone che un tempo ho ben conosciuto oppure i loro lineamenti e talvolta tutte e due le cose insieme. Se si considera che per una persona della mia tarda età questo può accadere, a me nel modo che ho detto sopra accade sovente e soprattutto da un paio d’anni a questa parte. Lo vogliamo chiamare rimbambimento? Non è un’ingiuria ma può essere un dato di fatto il quale ha come contropartita la mia memoria della cultura antica e moderna nelle sue varie forme con

mossi ad un grado superiore dopo un periodo preissato di anzianità nel gradino inferiore, ma accade anche che se hai svolto la tua attività con particolare eicacia al gradino superiore ci arrivi prima del tempo previsto. La vogliamo chiamare vanità? Si può chiamare in molti altri modi ma la sostanza significa progredire nelle mansioni che si hanno e ottenere approvazione e iducia per quanto stai facendo. Molto spesso questi argomenti sono oggetto di storie romanzesche. Gli scrittori di romanzi e parlo qui dei grandi romanzieri e non di quelli che scrivono storielle di vario tipo e genere, hanno come oggetto principale il fascino che alcuni loro personaggi esercitano sul loro prossimo. In parte le storie romanzate rilettono i sentimenti dell’autore; l’autore infatti scrive una storia che in parte vive lui stesso; se il romanzo è di grande livello i personaggi creati e soprattutto i protagonisti di quell’opera prendono la mano all’autore nel senso che sono loro che una volta creati acquistano una propria auto-

La duplicità di Fra Cristoforo: la generosità è allo stesso tempo una forma di egotismo un’esattezza che talvolta mi stupisce. Se parliamo di cultura moderna per me comincia con Montaigne e quindi siamo alla ine del Cinquecento.

nomia che non rilette più i sentimenti originari dello scrittore ma la logica oggettiva che i personaggi hanno acquisito ed impongono.

L’altro difetto che mi viene attribuito è quello di essere vanitoso. Ho molto rilettuto su questa che mi è stata diretta come una parola ingiuriosa ma in realtà non è un’ingiuria perché dovremmo deinirci tutti come vanitosi. Che cos’è la vanità? È quella di emergere nella propria vita, nel proprio lavoro, nella simpatia o addirittura nel fascino che riteniamo di ispirare nelle persone che desideriamo in qualche modo di conquistare. Accade molto spesso che chi ritiene di aver conquistato la persona che è l’oggetto della conquista, in realtà è lei che ti ha conquistato. Non parlo soltanto dei rapporti tra uomo e donna dove la conquista reciproca è praticamente la realtà di quanto è accaduto, ma parlo di tutto quanto avviene nella vita nel corso della quale ognuno di noi, quale che sia la sua attività, desidera di emergere, di fare strada, di salire volta per volta un gradino della scala che rilette la sua attività. In molte attività e aziende di qualunque tipo il gradino viene salito quasi sempre in modo automatico: si viene pro-

Uno dei grandi romanzi italiani dell’Ottocento è quello scritto da Alessandro Manzoni con il titolo “I Promessi sposi” che fu redatto in due versioni successive delle quali la seconda fu quella deinitivamente scelta. In questo romanzo ciascuno dei personaggi rappresenta le principali facoltà dell’animo di cui siamo dotati: Don Rodrigo è un esempio parlante del potere e della volontà di afermarlo a proprio ed esclusivo vantaggio; Don Abbondio è un parroco di campagna onesto ma di debolissima volontà e una dose notevole di vigliaccheria; Renzo Tramaglino e Lucia Mondella sono una coppia unita da un grande amore e desiderio molto rapido di coronarlo col matrimonio e tutto il romanzo procede in questo modo, da qui nasce la sua perfezione perché anche i personaggi minori, come per esempio don Ferrante, hanno con poche frasi una deinizione che non te li fa scordare. Poi c’è l’Innominato che da successive ricerche storiche risulterebbe sia stato osservato dal Manzoni in uno dei membri della famiglia Visconti che

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poi gli Spagnoli che avevano occupato la Lombardia riconobbero come loro amico e gli consentirono di riprendere il potere nel suo feudo che era appunto nei dintorni di Milano.

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Innominato per lungo tempo fu animato da sentimenti di potere spesso soddisfatti dai suoi “bravi” anche con la violenza ino a limiti micidiali. Ne avevano facoltà dal loro padrone il quale era interessato ai risultati e non alle modalità con cui erano stati effettuati. Non sto a raccontare il romanzo perché immagino sia ampiamente noto ai nostri lettori. Osservo soltanto che quella che abbiamo chiamato vanità è presente in tutti, perino in Renzo che durante i moti di Milano dove si trova nel corso della sua fuga verso Bergamo per mettersi al sicuro dalle vessazioni di Don Rodrigo diventa per il suo coraggio il capo di una rivolta popolare motivata dalla scarsità di vitto e di potere di acquisto e risoltasi con l’attacco ai forni capitanato proprio da Renzo. Vanitoso? Desideroso di afermarsi, in questo caso aiutando il prossimo ma divenendone sia pure per poche ore il leader. Accade a tutti, ciascuno al proprio livello. All’Innominato però accade un’altra cosa ancora e cioè la conversione improvvisa dopo il rapimento efettuato di Lucia dal convento dove era stata protettivamente nascosta per sfuggire ai desideri di Don Rodrigo. Quella giovane fanciulla rapita dai “bravi” dell’Innominato e portata nel suo castello per essere poi consegnata all’amico Don Rodrigo risveglia improvvisamente nell’animo di quel gran signore un sentimento ino ad allora a lui sconosciuto e cioè la pietà. Di qui una notte di inferno passata con sé stesso e poi la decisione di invocare quella pietà nei propri confronti da parte dell’arcivescovo Borromeo, ben noto per le sue facoltà di apostolato. Manzoni è stato con “I promessi sposi” uno dei grandi romanzieri italiani e fu molto apprezzato anche in Francia dove aveva vissuto in gioventù in una famiglia alquanto movimentata. Manzoni aveva del resto anche una venatura poetica molto forte e molto varia: in un’ode celeberrima («Sofermati sull’arida sponda») sostiene con grande eicacia i Moti del ’21 a favore della libertà e dell’Unità d’Italia, ma in un’altra ode scritta alla morte di Napoleone relegato nell’isola di Sant’Elena esalta quella igura come una che non potrà mai essere scordata dalla storia d’Europa e non per le crudeltà che mai commise, ma per la sua gloria militare ed anche per essere stato il culmine della grande Rivoluzione sia negli aspetti negativi che positivi.

Ma ora torniamo al tema che ho in qui trattato sperando di coglierne la duplice verità che esso contiene: quello del desiderio di emergere nel corso della vita, desiderio non eliminabile poiché fa parte integrante d’una specie come la nostra, contraddistinta dalla presenza dell’Io il quale combatte per sé e mai per gli altri, e a fronte dell’egotismo opporvi la generosità. Egotismo da un lato (o se volete chiamatela ancora vanità) e generosità dall’altro. Nel romanzo di Manzoni Fra Cristoforo ne è l’esempio più luminoso ma anche più signiicativo: nel suo colloquio a tu per tu con Don Rodrigo, quando alle insistenze del frate di lasciar perdere Lucia il suo interlocutore rispose di no, lui, come descrive il Manzoni, diventò terribile nel volto e negli occhi e disse a Don Rodrigo che quel no lo condannava all’Inferno e poi se ne andò sbattendo la porta. È chiaro che Fra Cristoforo era animato dalla fede ma la fede arrivò a un punto tale che in nome di Dio lui condannò Rodrigo all’Inferno cioè prese il posto di Dio. Vanitoso? Diciamo che condannare qualcuno all’Inferno da parte di un suo simile è un’identiicazione col Dio creatore alquanto azzardata. Se dovessi qui indicare altri autori e altri romanzi che afrontano in modi diversi il tema della generosità e quello della vanità che si completano a vicenda, debbo citare scrittori del Novecento perché è in questo secolo che ci precede che le conoscenze scientiiche e ilosoiche si sono fortemente aggiornate dopo le nuove tecnologie e gli scrittori di quel secolo dunque ne sono pienamente coscienti e più aderenti quindi alla realtà attuale. Farò i nomi come mi vengono alla memoria e non in ordine temporale: Steinbeck, Cronin, Sandor, Kundera, Rilke, Valéry, Conrad, Pessoa, Nabokov, Calvino, García Lorca. Le contraddizioni che in ogni romanzo in modo diverso ma con eguale intensità appaiono nelle pagine è dovuta ad una più attenta cognizione della realtà moderna rispetto ai romanzi di un secolo prima o di molti altri ancora più antichi, a cominciare da Rabelais e da Cervantes. Tuttavia la contraddizione di fondo è quella dell’amore di ogni protagonista di romanzo per sé stesso. Ma a questo punto non si tratta solo di romanzi ma della vita reale e il motivo per il quale ciascuno è sé stesso e tale rimane, deriva dal fatto che la nostra specie è contraddistinta dalla presenza dell’Io, che è l’elemento dominante della nostra specie e la distingue dagli altri animali. Salvo che è moderato dalla generosità. Anche la generosità è un modo per emergere e per conquistare il prossimo, quindi l’Io è presente anche quando è generoso. Questo Diderot lo sapeva e lo sentiva meglio degli altri. Ma lo sanno tutti, o perlomeno i più vigili di quanto accade. La maggioranza tuttavia queste cose non le sa e anzi opera in modo disdicevole e contrario. Obama lo sa, Trump no. E questo è il guado. Q

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Cultura Incompetenti al potere

Non so niente e faccio tutto di DENISE PARDO

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Scienza, medicina, politica. La mancanza di preparazione oggi viene teorizzata. E diventa strumento di facile consenso


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Cultura Incompetenti al potere

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ensare che un tempo era un insulto feroce, per moltissimi lo è ancora, meno

male, «lei è un incompetente, come si permette, la sfido a duello, a karate, a judo, a sumo». Poi dal fare spallucce all’offesa si è andati un passo avanti ancora o indietro dipende dai punti di vista e il giudizio offensivo ora si è tramutato in una qualità. È diventato un quoziente che sta cambiando la morfologia culturale della società

occidentale, si è trasformato in una parola e una parabola chiave dell’ampio raggio che da Donald Trump arriva a Luigi Di Maio (con le dovute mega-galattiche diferenze tra i due) e che contraddistingue la nuova classe politica (ma non solo quella) emergente e soprattutto vincente. Buoni a nulla diceva Leo Longanesi ma capaci di tutto. Nell’Italia del disagio e dell’inquietudine, della disoccupazione giovanile e del precariato a metà del guado tra liberismo e “postoissismo” il modello dell’incompetente di successo rassicura più delle lotte sindacali. Non c’è da stupirsi se la carenza di preparazione assurta però a dogma, dottrina e teoria politica, cuore del grillismo di ritorno, goda di un plauso sempre maggiore. Che liberazione aver fatto gli asini, i vitelloni, gli sfaccendati, non essere minimamente preparati, professare zero esperienza e competenza senza essere bollati come paria avendo sconitto inalmente, di fronte agli intel-

lettuali e agli esperti arroganti (i gufi professori già disprezzati da Matteo Renzi) il senso d’inferiorità. Ovvero il complesso di non aver conquistato uno straccio di diploma, un brandello di laurea, un master-borsa di studio, marchio di potenziale corruzione. O anatema degli anatemi non aver vinto un PhD massimo grado d’istruzione universitaria, in genere sventolato nei curricula di clan contaminati dal potere affiliati a lobby europee fellone con posto al calduccio in una banca centrale dell’Unione. Così il dolce far niente è diventato viatico per seggi al Senato e alla Camera, e forse in futuro per scranni ancora più alti nonostante briciole di studi e mozziconi d’impiego e dunque è meglio afermarlo nei salotti tv come il più orgoglioso dei manifesti. «In quarant’anni di vita ho lavorato solo sette mesi» ha fatto la ruota il grillino Alessandro Di Battista ma il «solo» è suonato quasi come un «ben sette mesi». Non è arrivato al punto di

spacciare i cinque anni di legislatura come un duro periodo lavorativo perché spulciando i resoconti del suo impegno parlamentare spesso il lustro appare una vacanza ben remunerata, in giro per l’Italia in scooter o in bici o al centro di comizi esagitati a arringare folle di qua e di là. Ma per Dibba grillino ridens sembra che anche il ruolo di onorevole sia stato assai usurante, tanto che diventato papà si è preso una pausa per godersi il suo pargoletto (o per osservare che ine farà il rivale candidato premier Di Maio o se prima del tempo la sindaca Raggi libererà il Campidoglio, si chiedono i linguacciuti retroscenisti politici). Lavorare stanca si sa, soprattutto per chi non ha l’arte, la parte nel senso di partito Dibba ce l’ha. La neo-scienza sociale dell’incompetenza è studiata con foga nei laboratori più accreditati dell’intellighenzia e dei cervelloni nella consapevolezza culturale che si tratti di uno scontro di sopravvivenza, di un mondo che può saltare

Trump, per esempio, non sa leggere un bilancio e non capisce le leggi. Ma di questo ha fatto un vanto 78

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Cultura Incompetenti al potere per aria o uscirne con un potere molto ridimensionato. Sull’argomento si sommano articoli, titoli, pubblicazioni, simposi soprattutto nel mondo accademico anglo-sassone dopo la Brexit e l’elezione di Trump presidente che non sa leggere un bilancio, non conosce le leggi ma di questo ha fatto un vanto e una bandiera che lo hanno portato dritto dritto alla Casa Bianca e a un anno di distanza non è mai stato messo in castigo da Wall Street e inizia persino a incassare qualche apprezzamento. Le fabbriche di teste d’uovo Harvard e Oxford monitorano il fenomeno e da noi anche l’università Luiss di Roma benemerita dà il suo contributo pubblicando un saggio al centro di un clamore internazionale. Titolo “La conoscenza e i suoi nemici” sottotitolo “L’era dell’incompetenza e i rischi per la democrazia” è scritto da Tom Nichols professore di National Security Affairs all’US Naval War College di Newport e cattedra alla Harvard Extension School.«Tutti dovrebbero leggere questo libro», ha consigliato il premier Paolo Gentiloni al Forum Ambrosetti a Cernobbio consacrando la sua uscita. La tesi è che l’enorme accesso alle porte della conoscenza offerto da Internet non ha creato l’alba di un nuovo illuminismo ma «il sorgere di un’età dell’incompetenza in cui una sorta di egualitarismo narcisistico e disinformato sembra avere la meglio sul “La conoscenza tradizionale sapere e i suoi nemici” consolidato». Nidi Tom Nichols chols ricorda il tweè stato appena et del fumettista e pubblicato dalle scrittore Scott edizioni Luiss Adams durante

Allarme Medioevo di Oscar Cosulich

Il Medioevo è alle porte: ci stiamo tornando con l’ottusa convinzione che chiunque appartenga a una fantomatica “casta” trasversale (che accomunerebbe politici, scienziati, tecnici e giornalisti), complotti per ingannare il “popolo”. L’esito di questa aberrante situazione è ipotizzato in “La ine della ragione” (Feltrinelli Comics), vibrante graphic novel scritta e disegnata da Roberto Recchioni. L’autore, dopo la fantascienza di Orfani e l’horror di Dylan Dog, affronta qui, per la prima volta, temi apertamente politici. La storia dipinge un mondo no-vax dove gli insegnanti sono i nemici del popolo, i libri sono messi al rogo, gli organi di informazione non esistono più e medici e accademici si sono auto-esiliati nei laboratori del Gran Sasso. Chi si ammala è curato dalla “saggezza popolare”, se poi non guarisce la colpa è del destino. In questa follia una madre lotta contro tutti pur di salvare la iglia. Recchioni ne racconta la sorte in un doloroso viaggio, dove la violenza del tema è stemperata solo dal gioco di citazioni e inluenze, che vanno dal Muppet Show all’“Avvelenata” di Francesco Guccini; dai cartoon Disney ai fumetti di Andrea Pazienza. «So che con questo volume mi inimicherò almeno il trenta per cento dei lettori, ma non si può e non si deve piacere a tutti. Certe cose vanno dette ora, prima che sia troppo tardi», ci dice l’autore. «Questo è un libro scritto di getto. Ho passato sei mesi sulla bacheca di Facebook, dove mi sono trovato a litigare con chiunque. I politici hanno rinunciato alle loro responsabilità, dicono solo frasi ad effetto come “aiutiamoli a casa loro”, uno slogan della destra che non può essere fatto proprio anche dalla sinistra. È il segno di una politica che rinuncia alle proprie responsabilità, per inseguire il populismo». Che l’autore non intenda fermarsi lo conferma il volume cui ora sta lavorando. Intitolato “Roma verrà distrutta in un giorno”: «Fonde Godzilla con il “Giudizio Universale” di Vittorio De Sica», dice Recchioni, «e narrerà lo sfacelo in cui è precipitata Roma». Q

Nell’era di Internet non è nato un nuovo illuminismo ma un conformismo narcisistico e disinformato 80

4 febbraio 2018 L’Espresso


Cultura Incompetenti al potere la campagna elettorale di Trump: «Se per diventare presidente è necessaria l’esperienza ditemi un tema politico che io non potrei padroneggiare in un’ora sotto la guida di superesperti», purché beninteso con l’aiuto di Google, Wikipedia e il tam tam di Facebook e Twitter. Una teoria confortante quanto un tête-à-tête con Kim Jong-un. «La nostra vita culturale e letteraria è piena di funerali prematuri», scrive nella prefazione il professore di Harvard. «Se le competenze di settore non sono morte, sono però nei guai. Qualcosa è andato terribilmente storto». Di sicuro in Italia è andato storto il rapporto pieno di aspettative tra opinione pubblica e approdo dei tecnici, i competenti, al governo. La pietra tombale di quello che all’inizio sembrava un idillio fiducioso, l’esperto aveva qualcosa di divino rispetto ai politici di professione grazie a preparazione, studi, conoscenza delle varie materie, è stata poggiata dal governo di Mario Monti. Nell’immaginario collettivo di buona parte degli italiani il senatore a vita e il suo ministro del Lavoro Elsa Fornero sono tuttora vissuti come vampiri assettati di tasse e di pensioni. In un afettuoso videogioco lui bloody Mario veste i panni di Dracula, lei quelli di un pipistrello. Non che il governo che li ha preceduti, quello di Silvio Berlusconi, non abbia la sua parte di responsabilità nella chiamata alle armi degli incompetenti. L’uomo del fare ha spalancato i cancelli dell’Eden politico-mediatico-acrobatico a un allegro bailamme d’igieniste dentali, attrici, veline, letterine, soubrette, promotori di pubblicità. Ed è stato il suo alleato Umberto Bossi nel ’94 a ringalluzzire lo steward (d’aereo) Francesco Speroni preferendo lui al ministero delle Riforme al posto del professore-ideologo Gianfranco Miglio. Oggi nella casella dei simil Speroni troneggia Di Maio trentenne

poco yè-yè ma molto preso di sé, una breve esperienza di steward (è il karma allora) allo stadio di Napoli, tribuna autorità però mica in curva, poi altri lavoretti non di concetto, insomma la competenza ideale per il governo di un Paese come il nostro così pacioso con le carte in ordine e le anime in riga. Naturalmente non tutti hanno fortuna e possibilità di trovare la propria strada con lungimiranza e costanza, ma quel che non torna è la presunzione dell’incompetenza, quel saper tutto di tutto: «persone qualsiasi persuase di essere depositarie di un patrimonio di sapere, di essere più informati degli esperti, dei professori e di essere molto più acuti della massa di creduloni», descrive Nichols nel libro. Li chiama «spiegatori» entusiasti di illuminare, in conversazioni «estenuanti», dalla storia dell’imperialismo ai pericoli connessi ai vaccini. È la comunità dei No Tav e dei No Tap che si battono contro un’opera pubblica e dei Novax avversa all’obbligatorietà dei vaccini, spesso non così erudita nei confronti della crociata da combattere. A Harvard un chirurgo di Napoli con 13 anni di studi di medicina in America ha domandato a Di Maio ospite dell’università come potesse pensare di conciliare le buone idee con la mancanza di strumenti e di governare senza preparazione, aggiungendo di essere stupefatto che Paola Taverna dissertasse di vaccini avendo alle spalle solo l’esperienza da segretaria in un laboratorio di analisi. Il caro estinto Robert Heinlein famoso scrittore di fantascienza avrebbe confutato il principio, secondo la sua storica frase «la specializzazione va bene per gli insetti». Per tornare ai terreni nostrani la tendenza a straparlare senza cognizione di causa non è ovviamente patrimonio esclusivo del grillismo rampante ignifugo alle critiche sulla questione. Anche la

stagione della rottamazione renziana portava con sé il seme della diidenza verso una classe dirigente che tra le sue migliori qualità aveva almeno quella di avere esperienza. Quel che ora rende la faccenda più complicata è il fatto che l’incompetenza punti sull’incompetenza degli altri. Pare sia l’efetto Dunning-Kruger dal nome dei due psicologi della Cornell University che hanno studiato quanto sia altamente improbabile che persone disinformate o incompetenti riconoscano la propria o l’altrui ignoranza o incompetenza. Secondo altri analisti questa dinamica spiegherebbe il trionfo di Trump il cui elettorato non era in grado di valutare a fondo le sue sparate. Come in Gran Bretagna. Quando i Brexiter vittoriosi hanno dovuto ammettere di aver inluenzato gli elettori con autentiche baggianate sono stati sommersi da critiche e proteste. Ma nessuno ha fatto ammenda anzi, Daniel Hannan, politico e scrittore conservatore si è persino imbufalito: «Ci sono persone che non si accontentano proprio mai». In vista delle elezioni i 5S sembrano tentare una mediazione (l’ha auspicata in un articolo Sabino Cassese: «Il problema è il rapporto tra competenza e democrazia... anche le élites non sono senza peccato…») presentando liste gonie di candidati con un passato da professionisti e Di Maio in una sorta di «guarda come gongolo» ha esultato: «Provate a chiamarci incompetenti». In effetti a esserlo sono rimasti solo i leader. Ma il gongolare del capo non è una gran notizia. Secondo Albert Einstein assai esperto in afari di relatività c’è qualcosa di peggio dell’incompetenza. La vera crisi, sosteneva lui, è la crisi dell’incompetenza e ora forse non ci viene risparmiata nemmeno questa. Q

Avanza una massa di persone persuase di essere più informate degli esperti e più acute dei creduloni 82

4 febbraio 2018 L’Espresso


Cultura Libro Nostalgia d’amicizia

Mario Fortunato

Il sodalizio tra due ragazzini divisi da tutto. “L’amico perduto” di Haasse nche se è stata tradotta e pubblicata da vari editori (Rizzoli, Lindau e oggi Iperborea), in Italia non ha mai goduto di grande notorietà, mentre in patria (cioè in Olanda) Hella Haasse (1918-2011) è stata una scrittrice molto amata e seguita. Adesso arriva in libreria il suo romanzo d’esordio del 1948: “L’amico perduto” (Iperborea, traduzione e postfazione di Fulvio Ferrari, pp. 141, € 16), grazie al quale scopro un’autrice che, come tipico dei classici, è capace di parlare della propria contemporaneità con un tono di voce che non appartiene a nessun tempo preciso, e perciò fa della cronaca di un momento una vicenda che appartiene a ogni epoca storica. “L’amico perduto” racconta il sodalizio fra un ragazzino di famiglia olandese però nato nell’ex colonia di Giava e un coetaneo indigeno. Benché divisi dalla razza, dalla cultura e dalla condizione sociale (l’io narrante è iglio del direttore di una piantagione in cui svolgono umili mansioni i genitori del secondo, Urug), fra i due si crea un legame potente e a tratti così profondo da far pensare anche ad altro. Crescendo, iniziando due corsi di studio diferenti, posti di fronte al limitato schematismo della vita adulta, i ragazzi avranno reazioni diverse al problema delle rispettive identità: il giovane olandese rimarrà in bilico fra la cultura europea e quella giava-

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Romanzo Osac venuto da lontano Paolo Di Paolo Per scrivere un romanzo così, la storia di un “cane selvaggio”, binario e bipolare, disadattato e generoso, ci vuole uno spirito alla Jack London. Romana Petri, che ha dimestichezza con l’epica, con “Il mio cane del Klondike” (Neri Pozza, pp. 208, € 16) ha scritto un romanzo su un’alleanza

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La scrittrice olandese Hella Haasse

nese, non riuscendo a sentirsi a casa né in una lingua né nell’altra, e individuando in Urug, nei sentimenti per lui, l’unica fedeltà della propria esistenza; l’altro invece scivolerà attraverso il bisogno di assimilazione con la civiltà occidentale, scoprendone bassezze e contraddizioni, e inine rifugiandosi in un riiuto ostile e antistorico della propria esperienza. Senza volerlo e senza darlo a vedere, Haasse tocca i punti nevralgici del post-colonialismo: la questione dell’identità e il rapporto con la storia. Nello stesso tempo, ciò che leggiamo non è che una favola incantevole e delicata, con nessuna pretesa ideologica o politica, che ci dice moltissimo anche sull’oggi: per esempio, sui neofondamentalismi che allignano nelle nostre periferie. Q

eroica fra umano e cane. Una donna, un pomeriggio di settembre, trova un enorme «cane riverso a terra contro il marciapiede, gli occhi arrovesciati, la lingua di fuori», ricoperto di ferite. Decide di prendersene cura, ma non è semplicemente questo: è come un colpo di fulmine, un riconoscersi, o un ritrovarsi. Il cane nero entra nella vita della donna come un ciclone pazzo, esagitato, geloso. La donna cerca di «ricostruire il suo passato», come si farebbe con un idanzato dificile. Petri fa del cane nero un personaggio impressionante, più che umano, capace di provare ogni sentimento e di mostrarlo («Rideva. Anche i cani

possono ridere. Si capisce guardandone gli occhi, il modo in cui tengono la bocca a rondine»). Il cane del Klondike parla, ha una sua voce, e questa voce agisce, anche se non è fatta di parole umane, ma più che umane. Una forma di comunicazione superiore, travolgente, invasiva, come il suo «odore di sottobosco» che riempie le stanze. Ne resta il segno impresso su pagine infuocate, viscerali nel senso non generico Q del termine, commoventi.


Freschi di stampa L’ATLANTE DELL’IMMAGINARIO Dario Lanzetti Mimesis pp. 132, € 14 Un viaggio attraverso “Le città invisibili” di Italo Calvino. Un percorso all’interno di un libro dai molti piani di lettura e dallo straordinario potere evocativo. Perché dentro quelle pagine pubblicate nel 1972 convivono passato e presente, futuro, mondo dei sogni, orizzonte del possibile. E tante forme: cerchi, labirinti, sfere, torri. A partire dal dialogo tra Marco Polo e l’imperatore Kublai Khan, l’autore gioca con le combinazioni nascoste nel testo, attraversando città sommerse dalla spazzatura, cittàsobborgo, città-periferie. Approda a Zoe, dove il viaggiatore “gira, gira e non ha che dubbi”; tra le aeree palaitte di Zenobia e le città sottili; a Eufemia, dove si scambiano, oltre alle merci, parole e racconti; o a Valdrada, che si ri-

Sabina Minardi

lette ossessivamente in un lago. E in questo viaggio dimostra come il linguaggio, e quello di Calvino specialmente, sia depositario dell’inconscio collettivo. ATLANTE DEI LUOGHI LETTERARI A cura di Laura Miller Rizzoli, pp. 320, € 35 Quattromila anni di narrativa, dall’Epopea di Gilgamesh ai misteri di Due anni, otto mesi e ventiquattro notti di Salman Rushdie, dall’Odissea ai Viaggi di Gulliver, dalle Cronache di Narnia a 1984 di Orwell, dal Racconto dell’ancella di Margaret Atwood all’America di Ininite Jest di David Foster Wallace o al Giappone di IQ84 di Murakami: si va alla scoperta dei mondi immaginari più amati della letteratura, in questo volume illustrato e organizzato cronologicamente. Ci sono i miti e le leggende antiche (ino al 1700); i classici della scienza e del romanticismo (ino al 1900);

c’è l’epoca d’oro del fantastico, individuata tra il 1901 e il 1945; i testi sul nuovo ordine del mondo, dal 1946 al 1980; e l’era digitale, libri usciti dal 1981 a oggi. ATLANTE DEI CANZONIERI IN VOLGARE DEL QUATTROCENTO A cura di Andrea Comboni e Tiziano Zanato Edizioni del Galluzzo, pp. 772, € 170 Nella collana denominata Edizione Nazionale I canzonieri della lirica italiana delle Origini, arriva questo prezioso volume che riunisce un vasto repertorio di liriche, i-

nora frammentate in fonti diverse. Un lavoro che coinvolge una sessantina di studiosi, oltre ai curatori, reso il più possibile omogeneo da schede sugli autori, versi e caratteristiche di ciascuna composizione. Un poderoso lavoro di ilologia, dove spiccano i canzonieri di Matteo Maria Boiardo, Lorenzo de’ Medici, Iacopo Sannazzaro o Alberto degli Albizi, ma anche molti nomi sconosciuti ai più. Si scoprono i generi più amati, quello epistolare sopra tutti; le inluenze di Petrarca. Si resta affascinati Q da versi senza tempo.

Leggi anche Nel musical la profezia di Wagner

Massimo Donà

Cerchiari ricostruisce la storia del genere. Dalla leggerezza alla drammaticità i musical si parla dal 1866, quando andò in scena al Niblo’s Garden di New York un prolisso e ingenuo pastiche di soggetto faustiano integrato da ballerine francesi, “he Black Crook”, poi approdato anche in Europa... Ce lo ricorda, in questa accuratissima e rainata ricostruzione della storia del musical, Luca Cerchiari. Il volume, dal titolo “Storia del musical. Teatro e cinema da Ofenbach alla musica pop” (Bompiani, pp. 574, € 18), ripercorre con cura certosina e vivace intelligenza tutte le complesse vicende che hanno visto maturare quella che è forse la più viva e concreta realizzazione di quan-

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La strofa

@CasaLettori

“Nessuna madre Risalita dal fondo del mare Ci consola” Maria Grazia Calandrone, “Il bene morale” , Crocetti editore #VersoDelGiorno

to profetizzato già da Wagner con la sua idea di opera d’arte totale. Pur nascendo in America, spiega Cerchiari, la musical comedy vanta importanti antecedenti europei. E ha al proprio centro, quale essenziale elemento connettivo, la danza. Cioè il movimento del corpo; movimento scenico e coreografia. Concepita, quest’ultima, come magico connettore vocato a fondere dinamicamente la musica con una sceneggiatura spesso a lieto ine. A produrre il musical, infatti, concorrono sì un librettista e un paroliere, ma soprattutto il coreografo (una igura, quest’ultima, resa imprescindibile da Agnes de Mille, durante la Seconda guerra mondiale); senza dimenticare, ovviamente, il compositore. Tutti insieme, peraltro, attori di un progressivo spostamento dalla leggerezza della commedia a una sempre più tormentata drammaticità. Lo aveva capito già Wagner, d’altro canto, che «l’opera d’arte naturale si è sviluppata dalla danza e dalla musica, in virtù del linguaggio, ino al dramma». Q L’Espresso 4 febbraio 2018

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Rock&Co. Le note dimenticate del crime-funk Roberto Calabrò

I Calibro 35 celebrano il decennale con un nuovo album. Sfaccettato, intrigante e misterioso

Hanno esplorato i territori dimenticati delle soundtrack dei polizieschi italiani degli anni Settanta, si sono avventurati nello spazio, hanno realizzato colonne sonore, musiche per spettacoli teatrali e jingle radiofonici. Adesso i Calibro 35 frullano tutte queste esperienze in un nuovo disco. “Decade” (Record Kicks) non è solo il sesto album in studio della formazione milanese nata da un’intuizione del produttore Tommaso Colliva, ma anche, come si capisce dal titolo, la celebrazione del decennale del gruppo. Una celebrazione in grande stile: accanto alla line-up classica (Enrico Gabrielli, Massimo Martellotta, Fabio Rondanini, Luca Cavina e, appunto, Colliva in cabina di regia), questo disco vede i Calibro 35 in compagnia degli Esecutori di Metallo su Carta, una piccola orchestra composta da archi, iati e percussioni, per arricchire ulteriormente il proprio sound, dargli maggiore profondità e una palette di colori con cui creare sfumature e chiaroscuri. “Decade” è un lavoro sfaccettato, intrigante e misterioso. La band lo descrive come «la colonna sonora di un ilm che non è mai stato girato, in cui Clint Eastwood e Pam Grier salvano la Terra dall’invasione di robot assassini arrivati da un altro pianeta». Dentro si trovano le musiche che hanno fatto dell’ensemble un nome di culto a livello internazionale, come l’esplosivo crime-funk di “SuperStudio” o il viaggio in atmosfere orchestrali tipiche del nostro cinema anni Sessanta (“Ambienti”, “Agogica”, “Travelers”), ma pure rarefazioni sperimentali (“Modulor”) e ambientazioni sci-i (“Pragma”). Q Un ponte sonoro proiettato verso il futuro.

Danza Confessioni di Andrieux

Sergio Trombetta

Metadanza. Danza al quadrato. Non danza. Per lui le deinizioni si sono sprecate. Ama rilettere sulle strutture, ma anche sui protagonisti dello spettacolo Jérôme Bel, coreografo francese, al quale il Festival d’Automne di Parigi ha appena dedicato un ampio ritratto e che irma “Cédric Andrieux”, in programma dal 9 all’11 febbraio al Teatro dell’Arte di Milano: una confessione danzata del danzatore Cédric Andrieux. Alla ine degli anni Novanta faceva parte della pattuglia di creatori che rilettevano sul grado zero della danza, cioè sull’immobilità, o quasi. Oggi Bel si muove lungo uno spettro ampio che va dai lavori con non professionisti o disabili a titoli supertecnici come quello creato per il Balletto dell’Opera di Lione: “Posé arabesque, temps lié en arrière, marche,

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marche” che descrive con i termini della danse d’école il passo ripetuto delle ombre nella “Bajadera”, ballettone ottocentesco di Petipa. Quando gli afidarono un lavoro all’Opéra di Parigi mise in scena una danzatrice del corpo di ballo, Véronique Doisneau che, sola in palcoscenico, raccontava con rancore quanto fosse frustrante stare nelle ile di cigni del “Lago”, immobile ai bordi della scena mentre al centro Odette duettava col principe. Operazioni simili ha realizzato lavorando su Lutz Förster, interprete iconico della compagnia di Pina Bausch, o con il tailandese Pichet Klunchun. Invitato a rilettere su Merce Cunningham, Bel architetta un pezzo intitolandolo appunto “Cédric Andrieux”. Danzatore francese per molto tempo igura di punta della compagnia

Cédric Andrieux. In alto: Calibro 35 newyorkese di Cunningham, Andrieux in scena ripercorre le fasi della sua carriera, in Francia e America, racconta di sé, fra privato, lavoro, sentimenti, esitazioni, dificoltà.

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Classica Riccardo Lenzi

personaggi: persino nel pittore Marcello (interpretato con mestiere da Nicola Alaimo) non vi è il consueto elemento da allegra buriana che contraddistingue anche il console nella “Butterly”, Sonora nella “Fanciulla del West” o Schicchi a tutto tondo. Perché nei suoi atteggiamenti un’ostentata artiiciosità contamina ogni goliardia. Lo stesso accade in Rodolfo (il promettente Francesco Demuro): tutti indifferenti allo svendersi per una dose di droga in un vicolo buio, tutti incapaci di amare sinceramente. Fino all’ultima scena, dove in una squallida stanza campeggia un telo bianco steso sul cadavere di Mimì (inché è in vita, un’appassionata Mariangela Sicilia), morta per overdose. Mentre Rodolfo, Colline, Marcello, Schaunard e Musetta frettolosamente si allontanano, inorriditi dalla cruda realtà dell’epilogo, abbandonando quel misero fagotto a se stesso. Una regia d’autore, senza fatui compromessi con gli abborracciati lieto ine che oggi vanno di moda. È pure il direttore Michele Mariotti a lasciare il segno: ha modellato la musica sulla parola, scolpendo tutti i gradi dell’emozione, dando senso a ogni impercettibile pianissimo, a ogni delicata nuance di fraseggio. Interiorizzando cellule tematiche il cui ritorno è il riafiorare alla memoria di situazioni sentimentali, più che il tradizionale tratteggio n d’un personaggio.

Con Vick in scena il Puccini desnudo

Al Comunale di Bologna un’insolita “Bohème”. Sul podio Mariotti È anche un omaggio a Bologna e alla sua città universitaria, la “Bohème” del regista Graham Vick al locale Teatro comunale. I protagonisti hanno smesso le vesti forgiate da Giuseppe Giacosa e Luigi Illica, autori del libretto, per indossare quelle dei tipici studenti fuori sede che oggi s’incontrano a zonzo sotto i porticati e per i chiostri. Del resto, la concezione drammaturgica del “quotidiano” di Puccini e dei suoi librettisti era ben lontana da quella commossa e partecipe che riviveva nel Quartier Latin di Henri Murger e ancor più da quel realismo verghiano che teorizzava la descrizione della “vita del popolo” («Ma quali umili», ha commentato spiritosamente Vick, «i protagonisti della vicenda sono dei inti poveri che non hanno voglia di lavorare»). In particolare Vick mette in risalto la sordida crudeltà celata da Puccini nei suoi

Una scena della “Bohème”di Vick

Cultura

Buuh! Speriamo che il Governo regionale della Sicilia batta un colpo. È ciò che Anthony Barbagallo, deputato del Pd all’Assemblea Regionale Siciliana, ha sottolineato con un’interpellanza. È infatti allarmato dai «gravissimi ritardi nell’allestimento e nella deinizione dei programmi da realizzare nei teatri di pietra di Taormina, Catania, Morgantina e Tindari: uno stand by che potrebbe compromettere la stagione estiva» e in particolare i tradizionali concerti e le opere n liriche “all’aperto”.

Bravo! Ancora Sicilia, ma in positivo. Una prolungata ovazione per Gabriele Ferro, sul podio della serata inaugurale della stagione del Teatro Massimo di Palermo. Ha diretto con piglio deciso il “Guillaume Tell” di Gioachino Rossini, per la prima volta a Palermo nella versione francese, a partire dalla celebre ouverture, che in nuce contiene tutta l’opera monumentale, Successo per i cantanti: dal protagonista, Roberto Frontali, al soprano georgiano Nino Machaidze. Qualche ischio per la regia di Damiano Michieletto. n

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Hovistocose Beatrice Dondi

lega. Come il caso O.J. Simpson si muoveva tangente al razzismo sottile e iniltrante, così l’assassinio di Versace si inchioda sugli odiosi stereotipi imperanti in quegli anni, e, dolorosamente va ammesso, loschi e onnipresenti oggi come allora. È il 1997 a Miami, ma i diritti degli omosessuali sono ancora un concetto in evoluzione, come chiarisce subito nel primo episodio il detective che chiede casualmente al compagno dello stilista (interpretato da un Ricky Martin un po’ troppo di cera) se, dopo 15 anni insieme, Versace pagasse il suo amante per i servizi resi in camera da letto. E Donatella-Penélope Cruz respinge l’uomo innamorato con disprezzo: «Giudicheranno l’assassino, sì. Ma giudicheranno anche la vittima.» Perché essere gay per il business è il vero danno. In questo scenario si erge Andrew Cunanan (un superbo Darren Criss), omosessuale con gli omosessuali, etero con gli etero. Questo suo continuo nascondersi, confondersi, mimetizzarsi in una realtà altra lo porta al confronto con l’irraggiungibile star che vive la sua sessualità nel quotidiano. Da cui esce sconitto. Più è luminosa la seta di Versace più oscuri sono i meandri in cui precipita Cunanan, dell’invidia, dell’inadeguatezza, del riscatto, costi quel che costi. Alla ine, quel che resta tra la psicologia deviata del cattivo e l’affresco familiare dello stilista (interpretata con una dolcezza unica da Édgar Ramírez), è proprio il desiderio di guardare oltre. Oltre le stoffe. Dove resta una società malata. A cui importa ancora con chi stai n andando a letto.

American antigay

La serie su Versace scoperchia l’omofobia negli Usa anni ’90 Quadri, una serie di quadri che si susseguono come in un’esposizione sontuosa. Un po’ creazioni irmate LaChapelle, un po’ i mostri di Bacon che grafiava Velázquez. Questa la sensazione visiva che ti resta attaccata da American crime Story: The assassination of Gianni Versace (Sky Atlantic). La serie pluridiscussa irmata da Ryan Murphy ha un pregio estetico indubbio. È bella da guardare. Come gli abiti dello stilista, di cui si racconta in un cenno la morte brutale. Ma è scomoda e disturbante. Come l’omofobia, il virus che ha contagiato le forze di polizia, inquinato le indagini, deragliato la ricerca della verità. Il lutto è diventato colpa. Gli interrogatori sono scaduti nel pettegolezzo di bassa

Semaforo TV

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Dance Dance Dance (Fox Life) prende il velluto polveroso della signora Carlucci, lo sgualcisce come una tuta acetata e fa ballare tutti, calciatori e riccastri, senza distinzione né stelle. Alla faccia di rumba e cha cha, trionfano Shakira e Madonna, quasi fossimo nel terzo millennio. Che per essere un talent formato vip è pregio non da poco.

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Sempre più difficile: Carlo Conti non potendo partecipare alle Ragazze del ’68 ma più che altro per una questione di età, ha deciso di regalare un suo cameo anche in questa dodicesima stagione di Don Matteo. Un brivido di innovazione nella fiction più buona che punta sulla partecipazione del presentatore più presente che la storia ricordi.

Trash News Gianmatteo Pellizzari

Il mistero della capriola volante Prima di tutto, l’etica: è turpe o non è turpe sganasciarsi vedendo qualcuno che cade o che ruzzola? Dipende dall’entità della caduta o del ruzzolone, ovvio, ma questa rubrica non si occupa di ortopedia. E allora: è turpe (Celentano, nel “Bisbetico domato”, guarda le comiche piangendo, soffrendo per ogni buccia di banana e per chiunque ci scivoli sopra) o non è turpe (Ricci e “Paperissima” spernacchiano gente maldestra dal 1990 senza rovelli)? Con buona pace dei misericordiosi, la turpitudine trionfa! Ne sa qualcosa Lisa Fusco, protagonista di una spaccata che ha riscritto la storia delle sciagure televisive e degli sberleffi online, e ne sa qualcosa Gianni Sperti. Oggi opinionista, ieri ballerino, il devoto apostolo della De Filippi si è garantito l’Empireo proprio danzando per Super Maria. “Amici 7”: giunto a metà di un’esibizione, Sperti dovrebbe affrontare un salto all’indietro. Dovrebbe. Il baldo allievo Mariottini, però, non carica abbastanza la spinta, facendo schiantare il maestro sulla nuda terra dopo un disperato accenno di capriola volante! Panico in studio, ilarità in rete. Un’ilarità che dura dal 2008 e un mistero, il più grande mistero del web italiano, che ci ha tenuto compagnia fino a tempi recenti: per anni e anni, il video è stato (quasi) introvabile. Tipo Sacro Graal. Tipo Segreto di Stato. n Cos’è WikiLeaks?


Cultura Cinema Scoop sul ilo della Storia

Fabio Ferzetti

Spielberg in The Post non sbaglia un colpo a battaglia per la verità e la libertà di stampa vista come un’irresistibile “sophisticated comedy”. La guerra fra il Washington Post e la presidenza Usa che nel 1971 portò alla pubblicazione dei “Pentagon Papers”, ricostruita scrutando caratteri e comportamento dei leggendari protagonisti della vicenda, a partire dal di-

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rettore Ben Bradlee e dalla sua editrice Katharine Graham (Tom Hanks e Meryl Streep, supremi). Uno scoop che sbugiardava ben quattro presidenti Usa, colpevoli di aver iniziato e proseguito la guerra in Vietnam sapendo che non avrebbero mai potuto vincere, rievocato con leggerezza scintillante malgrado la serietà del tema, da un film che non sbaglia un colpo. Una scena del film “The Post”

C’è tutto: la gloriosa vita di redazione dell’era predigitale, col baccano delle rotative e il lavoro di squadra, lo scrupolo di chi teme di mettere in pericolo i soldati al fronte e lo stuolo di esperti legali e inanziari che frena segnalando trappole e pericoli. C’è l’alba di una nuova era, con le donne - mogli, segretarie, cameriere - coninate in ruoli ancillari ma decisivi. C’è il primo “whistleblower” della storia, quel Daniel Ellsberg che fotocopiando a mano le 7mila pagine del dossier cambierà la storia dell’informazione e del mondo. Ma soprattutto ci sono i tormenti di quella dama dell’alta società, catapultata ai vertici della casa editrice dal suicidio del marito, che pubblicando quel dossier segreto tradisce la sua classe e infanga amici di una vita, come il segretario alla Difesa Robert McNamara, ma rischia anche di mandare a rotoli l’azienda appena quotata in Borsa. È lei, ancor più del mastino Bradlee, il cuore morale di un ilm che avrebbe potuto intitolarsi “Citizen Kate”. Lei, grande assente da “Tutti gli uomini del presidente” di Alan J. Pakula, 1976, l’altro grande ilm sul Post, a portare il peso maggiore delle scelte. Mentre Bradlee in fondo si diverte da pazzi a cavalcare uno scoop che prepara il Watergate. E noi con lui. Q “The Post” di Steven Spielberg, Usa, 118’

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Taccuino Libri antichi a Cesena/ Musical a Napoli / Arte a Catania Quattro edizioni, e già tra le principali iere di antiquariato librario italiane. “C’era una volta… il libro”, la kermesse nata nella città malatestiana, sabato 17 e domenica 18 febbraio torna ad animare i padiglioni di Cesena Fiera, oltre 80 gli espositori italiani ed esteri. Si potranno ammirare e acquistare diverse rarità e curiosità bibliograiche dal XIV al XX secolo, manoscritti, incunaboli, stampe d’arte, mappe geograiche, documenti storici. Il Teatro San Carlo di Napoli porta in scena una nuova, grande produzione di “My fair lady”, capolavoro ispirato al Pigmalione di G. B. Shaw su libretto e musica di Lerner & Lowe’s. La regia dello spettacolo è di Paul Curran, che ha selezionato, tra 2.400

richieste di audizione e 300 provini, un cast di cantanti, attori e ballerini tutto made in London con Robert Hands nei panni del Professor Higgins, Nancy Sullivan in quelli di Eliza Doolittle e John Conroy in quelli di Pickering. Direttore Donato Renzetti, coreograie di Kyle Lang. Orchestra, coro e corpo di ballo del Teatro di San Carlo. Dal 6 al 14 febbraio. Oltre 150 opere provenienti dall’Herakleidon Museum di Atene per illustrare il percorso artistico di uno dei maggiori esponenti della Belle Époque: Henri de Toulouse-Lautrec (1864-1901). Manifesti, litograie, disegni, illustrazioni, acquerelli, video, foto della Parigi di ine Ottocento. La mostra, a cura di Stefano Zufi, dal 7 febbraio al 3 giugno al Palazzo della Cultura, a Catania. Q L’Espresso 4 febbraio 2018

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Cultura Art box Alessandra Mammì

Arte

Germano Celant

Se l’immagine è un’inchiesta Guerre, carestie, massacri. Jaar indaga sul ruolo della fotografia. Mostra nel Regno Unito

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ato e cresciuto in Cile, in un clima sociale e politico segnato nel 1973 dal colpo di Stato e da 17 anni di dittatura militare, testimone di genocidi, come quelli in Ruanda, nel 1994, con il massacro di un milione di persone, oppure dell’emigrazione di migliaia di orientali alla ricerca di una migliore vita, dal Vietnam agli Stati Uniti, o ancora dell’accettazione, da parte del mondo occidentale, di crimini spesso passati sotto l’indiferenza internazionale, Alfredo Jaar (1956), ha sostenuto, dal 1986, l’importanza della documentazione fotograica, connessa al reportage su eventi reali: un’informazione per immagini che diventa una scrittura critica e una denuncia delle tragedie storiche. È la trascrizione autentica, seppur parziale, di un accadimento drammatico quanto della visione politica del suo testimone, interessato a sollecitare reazioni, fuori dal controllo dei media, contro i soggetti scomodi della società contemporanea. Dopo le sequenze dalla visione dei prigionieri e degli esiliati politici, ai lamenti e alle esternazioni delle mogli e delle vedove degli individui uccisi durante i regimi, negli ultimi lavori (Yorkshire Sculpture Park, West Yorkshire, nel Regno Unito, in ino all’8 aprile) la sua attenzione si rivolge alla responsabilità, intreccio di emozione e di partecipazione nonché di necessaria oggettività a documentare, del reporter. Dedica un’installazione al fotografo sudafricano Kevin Carter che, durante la carestia in Sudan nel 1993, dopo aver scattato la famosa fotograia in cui ritraeva una bambina emaciata e scarniicata per la fame, osservata da vicino da un avvoltoio, quasi a creare una relazione tra vita e morte, si suicida. È un omaggio condotto in un habitat ricoperto di abbacinanti luci luorescenti, che sottendono l’accecamento di chi lo accusò di sciacallaggio e di voyeurismo: una difesa dell’odissea del fotografo quale inevitabile narratore della storia. Q

MILLE BOLLE BLU, GIALLE, ROSSE Damien Hirst, “Color Spaces”. 25 marzo - 15 luglio. Houghton Hall. Norfolk. Regno Unito. Intanto la location: un celebre e fascinoso ediicio palladiano. Luogo d’arte e architettura nonché meta di turistico pellegrinaggio che dal Settecento ha subito alterne fortune, compresa la perdita di un’eccezionale collezione di pittura venduta a Caterina di Russia causa debiti del proprietario. Oggi Houghton Hall ospita mostre e permanenti sculture contemporanee (da Richard Long a Rachel Whiteread) nel suo bellissimo parco. Qui Hirst sida il monumento collocando la sua ultima serie di celebri pallini colorati nei vuoti dei dipinti perduti. Mentre nelle sale le sue più famose sculture dialogano con i barocchi arredi del grande decoratore William Kent. Una mostra (a cura di Mario Codognato) che di sicuro vale il viaggio. NEL DETTAGLIO C’È DION Mark Dion “Theatre of the Natural World”. 14 febbraio - 13 maggio. White Chapel Gallery. Londra. Ha viaggiato per deserti, foreste, città, villaggi e discariche del mondo. Con l’enciclopedica ossessione che lo contraddistingue, ha raccolto reperti che l’uomo comune non vede ma che lui sa rendere invece essenziali e simbolici ridisegnandoli, sistemandoli in vecchie teche, catalogandoli in nome di misteriosa insiemistica e rivelandoceli da vero “magicien de la terre”: metà Q stregone, metà antropologo.

In alto: Alfredo Jaar “The Sound of Silence”. A lato: Damien Hirst “English Lilac”

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Il dibattito

È stato un processo, non una serie circoscritta di eventi. Solo con la riflessione storica si esce dalla morsa tra nostalgia e rimozione

di Umberto Gentiloni

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L SESSANTOTTO tra i tanti anniversari a cifra tonda del 2018 sembra mantenere il suo carattere divisivo a partire dalle declinazioni semantiche che lo qualiicano: fedeltà o rimozione, modernità o conservazione, soggettività o distanza. Diicile uscire da una morsa che ha accompagnato il corso del mezzo secolo che abbiamo alle spalle, riconducibile al paradigma opprimente del «passato che non passa» ripresentandosi sotto mentite spoglie di memorie contrapposte o in forme apertamente conlittuali. Da un lato la nostalgia del come eravamo, la cifra di una generazione che segnata dagli appuntamenti con la storia in un anno così ricco di novità cerca di mantenere saldi legami con un tempo che le appartiene. Un’ancora di certezze e rimpianti che mostra lo straordinario fascino di poter riavvolgere il nastro di un itinerario fatto di storie, biograie, luoghi e situazioni. Dall’altro la critica che punta a ridimensionare, rimuovere, demolire un patrimonio di memorie e riferimenti comuni che ha attraversato un tratto di storia dell’Occidente. In mezzo lo spazio stretto e diicile della storicizzazione: giudizi, interpretazioni, confronti a partire dalla complessità di un passaggio del dopoguerra che più che un evento isolabile o

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circoscrivibile prende le sembianze di un processo dal passo lungo che si manifesta con modalità e tempi diversi in tanti angoli del pianeta. Uno spazio di analisi e rilessioni ricco di fonti plurali qualiicato da interrogativi che vanno ben al di là del perimetro degli eventi del 1968. Decisivo non smarrire i punti di partenza nella società di allora. Ne ha scritto Guido Crainz nell’ultima puntata di questo confronto a più voci: cosa erano la scuola e l’università italiana? Da dove prende corpo l’anno delle rivolte? Quali contraddizioni si scaricano sul sistema formativo incapace di reggere l’urto della scolarizzazione di massa? Il ’68 degli studenti si lega all’autunno caldo dell’anno successivo, all’emergere di una conlittualità operaia che ha un’identità politica (salari e contratti) e generazionale (una nuova classe operaia entrata in fabbrica). Una speciicità italiana il nesso e l’incontro tra studenti e operai, tra l’università e la fabbrica, tra il 1968 e il 1969. La discontinuità più incisiva e duratura chiama in causa l’aspetto qualitativo dell’innovazione: consumi difusi, benessere individuale, ricerca di nuove aperture verso mondi emergenti, scoperta di un tempo libero dal lavoro, cura di sé e del proprio corpo. Il conlitto da latente diventa manifesto, esplici-

to. Un crinale tra due mondi, al tramonto del vecchio non corrisponde una coerente e sinergica opera di rinnovamento. Molto rimane in vita, resiste e si conserva, altro muta parzialmente per poi trovare nuovi spazi, altro ancora viene travolto dal protagonismo di soggettività inedite. La frattura è trasversale, tra opportunità e chiusure, tra generazioni diverse, tra chi riesce a beneiciare delle trasformazioni e chi invece rimane emarginato, escluso e mortiicato. Speranze e illusioni muovono uomini e donne verso la ricerca di nuove possibilità in grado di rompere gabbie e condizionamenti della stratiicazione sociale di partenza. La disperata ricerca di una mobilità possibile. Una tensione costante che non si riassorbe trovando con il tempo nuovi interpreti non riconducibili alla indiscussa (ino ad allora) centralità del binomio amico - nemico imposta dal rilesso condizionato dell’ordine della guerra fredda. Il rapporto tra individuo e collettività entra in ibrillazione, le strutture tradizionali non soddisfano le aspirazioni di tanti: ha inizio una parabola discendente per partiti, organizzazioni collettive, sindacati o associazioni. Diicile trovare un punto di equilibrio tra la sfera della soggettività individuale che chiede sempre di più e meglio e le forme di


Foto: F. Roselli - Fotogramma

espressione e organizzazione della collettività. Più si aferma la prima e più sembra irragionevole e irrealistico proporre l’articolazione di una società per gruppi o identità omogenee, iglie di un tempo che volge alla conclusione. Per almeno due decenni sono mancate ricostruzioni storiche basate su documentazione non episodica o limitata. Uno studioso attento come Peppino Ortoleva si domandava - nel 1988 in occasione del ventennale - quali fossero i motivi dell’assenza di un quadro di riferimento in grado di rompere la morsa tra condanna senza appelli e revival nostalgici di chi voleva tornare alla meglio gioventù di allora (“I movimenti del ’68 in Europa e in America”, Editori Riuniti). Il Sessantotto nella sua lunga durata non può che coinvolgere direttamente una rilessione più generale sul dopoguerra italiano, sul ruolo dei movimenti, sul peso di una stagione segnata dal protagonismo di soggettività e culture inedite. Una rilessione pienamente inserita nelle dinamiche del sistema internazionale. Se sfumano i ricordi, se si aievolisce il rimpianto per un tempo lontano allora prendono corpo gli interrogativi e le ipotesi interpretative sulle grandi questioni che il Sessantotto solleva e proietta sull’Italia e, in un’ottica

più ampia, sulle trasformazioni di un mondo inquieto. Il terremoto nel mondo comunista, la repressione violenta del riformismo cecoslovacco segna la ine di Mosca come guida indiscussa del movimento comunista internazionale. E sull’altro versante la sporca guerra in Vietnam indebolisce i presupposti del mito americano rendendolo vulnerabile e incerto. I modelli di riferimento perdono terreno, mostrano il volto contraddittorio del confronto bipolare. L’inizio della ine dei partiti si sovrappone e si accompagna ai primi i sintomi difusi sulla inadeguatezza del confronto Est-Ovest. La controversa questione dei lasciti di una stagione non è riconducibile alle dinamiche di un singolo contesto nazionale. Prevalgono i caratteri distintivi di un fenomeno globale quali «l’ampiezza geograica e la simultaneità temporale» (Marcello Flores, Alberto De Bernardi, “Il Sessantotto”, Mulino 1998.) In Italia il Sessantotto si lega a una crisi più generale del sistema politico, all’indebolimento inesorabile della capacità dei partiti di essere tramite e iltro tra cittadini e istituzioni. La ine della centralità di formazioni politiche che avevano percorso i decenni del dopoguerra con la consapevolezza di essere i soggetti principali di una dialettica capace di

includere e coinvolgere settori diversi della società italiana. Gli stessi partiti di massa non sono in grado di comprendere la portata del fenomeno: alcuni ne raccoglieranno l’eredità altri, soprattutto nella sinistra storica, avranno i beneici dell’ingresso di nuovi quadri dirigenti, ma il movimento rimane ostile alla cultura e all’organizzazione dei partiti. Aldo Moro aveva colto il segno di un tempo nuovo, scrive del Sessantotto più volte ino ai suoi ultimi giorni. Verso la ine dell’anno in un Consiglio nazionale della Dc (21 Novembre 1968) aveva pronunciato parole impegnative e per molti versi inascoltate: «Siamo davvero ad una svolta della storia e sappiamo che le cose sono irreversibilmente cambiate, non saranno ormai più le stesse». n

Sul numero 3 dell’Espresso Giovanni Orsina ha aperto un confronto sul ’68. Sullo scorso numero la replica di Guido Crainz L’Espresso 4 febbraio 2018

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Cultura Musica

Un’immagine dell’ultimo festival Eurosonic di Groningen

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E C EN TOVEN TI concerti in una sola sera vi sembrano troppi, vuol dire che non siete mai stati a Groningen (Paesi Bassi) durante l’Eurosonic Nooderslag (Esns). Ma se volete capire se per arrivare al successo esistono strade alternative ai “talent”, e come un giovane musicista possa costruirsi una carriera in una prospettiva europea, siete capitati nel posto giusto. Se l’esperienza vi incuriosisce prenotate con debito anticipo o rischierete di trovare un letto per dormire a non meno di venti chilometri dal centro città, sede della più antica e prestigio-

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sa università del Nord, piena di studenti di ogni parte del mondo, di canali, di piste ciclabili, di locali per la musica “live”. Voodoo psichedelico dalle steppe inlandesi, southern-rock olandese, elettro-avanguardia tedesca, postpunk inglese, ethno-pop bulgaro, delta blues made in Italy: la mappa della musica da diverso tempo non coincide più con l’immagine del mondo riprodotta sulle carte geograiche. È un segno dei tempi. Chiamatela, se credete, globalizzazione. Di fatto, l’evento ha oferto a tutti la possibilità di ascoltare dal vivo una selezione delle band più interessanti emerse nei ventotto paesi dell’Unione europea: in tutto sono stati 350 “showcase” (con-

certi di circa mezz’ora) distribuiti in tre giorni, dal 17 al 19 gennaio, fra teatri, club di ogni tipo e dimensione, tendoni, aule scolastiche, perino nelle chiese. Per non parlare dei convegni, più di un centinaio, e dove si ritrova ogni anno il gotha dell’industria musicale europea: addetti ai lavori dei media e delle piattaforme streaming, promoter, organizzatori di festival, rappresentanti delle società del diritto d’autore. Tutti riuniti qui a Groningen per discutere di temi cruciali come l’innovazione tecnologica, le strategie di marketing, ma anche la sicurezza di concerti e festival: e in generale tutti i modi in cui la musica pop e i suoi molteplici derivati possono contribuire a tenere assieme lo scric-


Nelle oficine del pop Non solo talent show e social network. La riscossa dei giovani musicisti parte oggi da live contest, nuove factory, festival internazionali e programmi Ue

Foto: J. Baars

di Alberto Dentice chiolante carrozzone della Ue. Le logiche dell’Europa del pop richiamano per certi versi quelle di Bruxelles. E in una stagione segnata dai populismi arrembanti si colorano di signiicati politici. Ad esempio lo Europe Talent Exchange Program (Etep), storico partner di Eurosonic, è il programma sostenuto dai fondi della Ue per la cultura che promuove la circolazione e l’interscambio degli artisti emergenti tra i paesi dell’Unione. Il meccanismo è semplice. Chi partecipa alla manifestazione non percepisce direttamente un supporto inanziario, ma quando uno degli oltre 90 festival del network (tra questi c’è Arezzo Wave, unico italiano) decide di far suonare una delle band selezio-

nate qui a Groningen riceve un incentivo di circa mille euro dall’Etep. Quest’anno poi è spuntato fuori un nuovo acronimo, il Ceetep: è un programma sostenuto con inanziamenti ad hoc, con l’obiettivo di coinvolgere maggiormente nel progetto di integrazione culturale i paesi dell’Est, in particolare quelli che le barriere verso l’Europa moderata e della tolleranza pare proprio vogliano tirarle su. Chissà se il potere della musica, come profetizzato dai Pink Floyd ai tempi di “he Wall”, riuscirà anche stavolta a farle crollare. Fatto sta che la rappresentanza di gruppi provenienti dall’Est e dai Balcani è sembrata particolarmente ricca in questa edizione della kermesse olandese.

Mentre lo spazio rilevante concesso alle novità provenienti dal nord del continente si conferma una tradizione di questo festival. Per tutta risposta, mentre si appresta a partire con il suo Arezzo Wave Band 2018, il più grande e premiato “live contest” italiano rivolto ai gruppi emergenti, in pista addirittura dal 1987 (il bando scade il 15 marzo e mancano solo poche centinaia di iscrizioni per raggiungere quota 50 mila), il fondatore Mauro Valenti lancia come provocazione una tre giorni di showcase, convegni e mostre che metta al centro i nuovi talenti del Sud-Europa. «La locomotiva sarà come sempre la musica, ma punto a un progetto con una forte valenza L’Espresso 4 febbraio 2018

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Cultura Musica politica», spiega a L’Espresso. Altri membri di Yourope, l’associazione che riunisce molti dei principali festival europei, sembrano interessati a partecipare: a cominciare da Spagna, Portogallo, Grecia, Francia. Le trattative con una rinomata località delle riviera adriatica sono in corso. Ma niente ancora è uiciale. È certo invece, a questo punto, che quella dei “talent” non è l’unica via per emergere come credono ancora molti ragazzi abbagliati dal sogno del successo immediato. E come concorrono a far credere tutti quei “training di formazione accelerata” che stanno spuntando un po’ come funghi. Perino il Midem di Cannes, ino a qualche tempo fa uno degli appuntamenti più importanti nel panorama dell’industria musicale, questa volta, oltre al solito programma di conferenze e concerti, ha previsto un workshop intensivo per undici artisti scelti dall’ennesima terrificante giuria di super esperti pronti a farne prodotti adeguatamente omologati per il mainstream. Non sorprende perciò che Carmen Consoli, Max Gazzè e Daniele Silvestri, cantautori legati da profonda amicizia e complicità, nel loro ultimo show “Collisioni a Roma” si siano inventati il cosiddetto “momento X Factor”, un siparietto autoironico in cui ognuno a turno giudicava l’esibizione dell’altro. Per giungere poi alla conclusione che nessuno di loro se si fosse davvero presentato a un “talent”, avrebbe passato il turno. «Coltivare il talento richiede tempo, cura e ininita dedizione», ricorda Tosca. Cantante eclettica e ricercatrice musicale, Tosca è stata coach nella prima edizione di “Amici” (2001), il programma di Maria De Filippi trasmesso da Canale 5. «Ci avevo creduto, poi ho capito l’inganno e me ne sono andata». Dal 2016 Tosca è responsabile di “Oicina Pasolini”, laboratorio di alta formazione inanziato da Regione Lazio e Fondo sociale europeo. Le sezioni sono tre: Teatro, Multimediale, Canzone. Di quest’ultima, naturalmente, si occupa lei stessa in prima persona. All’“Oicina” si accede tramite un bando di concorso. Gli allievi sono 25 per sezione. I corsi durano un semestre e ci si diploma 96

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dopo un triennio. In pratica, una laurea breve. «Importante è riuscire a dare un luogo di appartenenza. Siamo una piccola roccaforte ideata per trasmettere competenze e aperta al confronto». Cantautori come Carmen Consoli e Niccolò Fabi sono ormai degli habitué e le loro lezioni-concerto frequentatissime. «Gli allievi entrano con certe convinzioni e ne escono trasformati. Non vendiamo illusioni: l’unica strada è la fatica». L’alternativa in realtà non è più solo tra talent e gavetta. Per i giovani musicisti in cerca di fortuna ormai esistono diverse altre strade per imporsi all’attenzione del pubblico. Ci sono i social, c’è Youtube, ci sono nuove realtà come il premio Bianca d’Aponte per cantautrici, e altre competizioni ancora di consolidata fama come il Premio Tenco, Puglia Sound o il Meeting delle Etichette indipendenti (Mei): tutte

iniziative nate proprio per dare visibilità e attenzione alle nuove proposte della canzone e non solo. Chi ha talento, personalità e un repertorio originale da valorizzare, ad esempio, da qualche mese può contare su Italia Music Export. Parliamo del bebè ancora in fasce che la Siae ha aidato alle cure di Nur Al Habash, una professionista di origini palestinesi, giovane e preparata con alle spalle una lunga esperienza nel campo della comunicazione musicale. Finalità istituzionale della struttura è quella di promuovere la musica italiana all’estero e fornire un supporto economico a quanti intendono farsi conoscere fuori dai conini nazionali. È pre visto anche un “supp orto showcase” - con contributo minimo, a dire il vero, sotto forma di rimborso spese - per chi decide di esibirsi in festival che prevedono questa forma di “concerto breve”.

E alla lira Pekko Kappi Si fa chiamare Black Snake Moan, il soprannome del bluesman interpretato da Samuel Jackson in un ilm di qualche anno fa. Stessa chitarra, una Gibson 335, stesse sonorità distorte e potenti. Che poi sia curioso che un “one man band romano” abbia assunto questa identità non importa a nessuno, qui al News Cafe. La musica non necessita di passaporto. E al pubblico piace lasciarsi rosolare a fuoco lento da quel suo Delta Blues psichedelico, si lascia volentieri assorbire in un magico rituale di possessione. Benvenuti a Eurosonic, lo showcase festival più pazzo dell’Unione. Nessuno qui è quel che sembra e se così vi pare, vi siete certo sbagliati. Nonostante la Brexit, la koinè del rock resta l’inglese e pochi qui fanno eccezione. Capisco gli olandesi, lingua impossibile, o i danesi, stesso discorso. Ma perché i greci Theodore, che pure suonano niente male, e perino i portoghesi? Così quando qualcuno si azzarda a cantare nella propria lingua provi un senso sollievo. Viva la diversità e il multiculturalismo. Anche se si tratta del voodoo tribale dei inlandesi Pekko Kappi, un vichingo tutto tatuato che strappa suoni infernali alla sua lira elettriicata accompagnato da due bislacchi compari, al basso e alla chitarra, che paiono fuggiti da un ilm di Kaurismaki. Le sorprese, naturalmente, non iniscono qui. Ci sono i My Baby, un trio olandese psyco-blues che evoca atmosfere da rito sciamanico. E i divertentissimi Meute, una marching band di Amburgo che suona musica techno con strumentazione acustica. Battono invece bandiera italiana, anche se non pare, gli Husky Loops un trio post punk nato a Bologna ma basato a Londra che l’autunno scorso ha aperto il tour dei Placebo in Inghilterra. Bruno Belissimo, invece, è un dj-producer italo-canadese cui piace mixare classici della disco dance e colonne sonore degli horror italiani anni ’70, con esiti spesso originali e divertenti. Se poi apprezzate le contaminazioni, gli Altin Gün con loro mix di folklore turco, psichedelia e funk rock non vi deluderanno. A.D.


I De Kat in concerto al festival Eurosonic 2018

talent scout tra i più stimati nell’ambiente discografico. Superstar del rap come Gali, Calcutta o Sfera Ebbasta, seguiti dal pubblico dei più giovani, scalano le classifiche dello streaming, ma le vendite dei dischi non aumentano più di tanto. Malgrado gli annunci trionfalistici dei “dischi di platino”, nel migliore dei casi ormai le vendite effettive si fermano intorno alle 50 mila copie. La visibilità sul web serve soprattutto a richiamare il pubblico ai concerti: è questo il business che tira davvero. E infatti il circuito “live” sta riprendendo quota anche per musicisti non famosissimi. Locali da due, trecento posti dove si suona musica dal vivo, dove determinante non è l’algoritmo ma quel che hai da dire e il talento che dimostri. La grande fuga dal web, dall’omologazione dei “talent”, il bisogno del pubblico di instaurare di nuo-

Foto: B. Heemskerk

Il circuito live sta riprendendo quota: locali da duecento, trecento posti dove determinante è quello che hai da dire e il talento che sei in grado di dimostrare Quest’anno Italia Music Export era presente per la prima volta anche ad Eurosonic, ultima fra le grandi società europee del diritto d’autore ad occuparsi di promozione all’estero dei propri giovani talenti. Per fare solo un esempio, il suo omologo francese, il Bureau d’Export de la Musique, esiste da 1998 e dispone di un budget di due milioni e mezzo di euro: la neonata Italia Music Export ne ha appena 100 mila. Il sostegno fornito agli artisti italiani giunti a Groningen, a quanto si è capito, consisteva comunque soltanto nella pubblicazione di un pieghevole con foto e breve scheda informativa di ogni gruppo. Ottima invece la piattaforma web, mirata agli operatori dell’industria musicale straniera che voglio saperne di più dei nostri artisti. Ci sono le classiiche, ci sono

le playlist per ascoltare in streaming un ampio ventaglio di generi, dal folk alla nuova canzone d’autore all’elettronica di nicchia. In primo piano i numeri uno del rap, artisti che sbancano puntualmente le classiiche di Spotify come Sfera Ebbasta, Gali, Coez, Calcutta e Cosmo, a seguire tutti gli altri. I grandi nomi dello streaming hanno di fatto rivoluzionato il modello di business. E sepolto una volta per tutte quello imposto per anni dalle multinazionali della discografia. «Ma è anche vero che Spotify e iTunes pagano percentuali ridicole, che nelle tasche degli artisti arriva solo una parte infinitesimale dei loro ricavi milionari», spiega Stefano Senardi, già direttore artistico di Area Sanremo nonché produttore e

vo un rapporto ravvicinato con gli artisti del cuore. Il fenomeno non è sfuggito a Claudio Trotta, immaginifico promoter del grande rock. Il quale, dopo l’autobiograia “No pasta no Show” si appresta a lanciarsi tra pochi giorni in una nuova avventura assieme a nuovi complici come Carlo Feltrinelli e Carlo Petrini, il patron di Slow Food. Non a caso il progetto si chiama “Slow Music”. Di cosa si tratta? Di un circuito di live club? Di una nuova linea di prodotti musicali? «Slow Music in realtà è molto di più», dice Trotta. «Una specie di Arca di Noé della Bellezza, dell’adesione alla creatività e alla originalità». Di più non siamo riusciti a sapere: per i dettagli l’appuntamento è alla presentazione uiciale, il 22 febbraio a Milano. Q L’Espresso 4 febbraio 2018

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Cultura Teatro

I Il malato immaginario di Buazzelli. Gassman e Randone che si scambiano le parti di Otello e Iago. La Morte di un commesso viaggiatore di StoppaMorelli. Con L’Espresso un raro catalogo di 40 dvd, dagli archivi Rai di NICOLA FANO

L TEATRO NON ESISTE. Anzi, peggio: esiste solo nella memoria di chi lo fa e di chi lo va a vedere. E la memoria è una brutta bestia: gli attori – vanitosi come sono per statuto – ricordano solo i successi; gli spettatori – distratti come sono per abitudine – ricordano solo le scene forti. Morale: storicizzare il teatro è impresa ardua quando non impossibile; occorre idarsi di chi c’era e ricordava. E non è detto che chi c’è stato abbia poi deciso di trascrivere quel che ricordava d’aver visto. Per dire: pensate che bello sarebbe sapere come Sofocle mise in scena la sua Antigone! Io non c’ero e nessuno che fosse lì, quel giorno di 2460 anni fa, ce lo ha raccontato. Mentre, sempre per esempio, sappiamo come erano fatti i teatri in cui recitava (male, pare) William Shakespeare, perché un turista olandese, all’inizio del Seicento, andò ad assistere a uno spettacolo a Londra e ne descrisse puntigliosamente le caratteristiche – per lettera – a un amico. «Anzi», disse, «adesso ti faccio un disegnino»: Dante lo avrebbe messo nel cielo dei santi inconsapevoli perché quella lettera e il disegnino sono arrivati ino a noi. Pensate, dunque, quale controverso rapporto può aver avuto il teatro con la televisione da quando questa, nel 1954, è nata in Italia. Odio e amore. Amore perché, appunto, permette di mettere in comune un ricordo (quasi) oggettivo per il tramite di una telecamera, occhio meccanico dello spettatore-tipo. Odio perché il teatro si fa in due dal vivo: attori e pubblico. È un rito comunitario: l’attore deve sentire il iato, lo sbadiglio, la risata dello spettatore; questo, invece, deve percepire la fragilità del corpo, la fatica, i dubbi reali dell’interprete. Bisogna vivere insieme, nello stesso tempo, la medesima emozione. E questo privilegio – con tutto il rispetto – la televisione non se lo sogna nemmeno. Ma, si sa, “La televisiun la g’ha na forsa de leun”, come diceva Jannacci, e la sua forza la trasmette a tutto ciò che tocca. Come si potrebbe altrimenti, per esempio, ricordare il rubicondo malato immaginario molièriano dell’immenso Tino Buazzelli se la tv non l’avesse imprigionato in un ilmato del 1963 e L’Espresso ora non lo difondesse con la sua collana di dvd dedicati al teatro? Come si potrebbe, ancora, passare dal mito alla realtà ricordando la sida folle che Vittorio Gassman e Salvo Randone reciprocamente si lanciarono recitando a turno, una sera per uno, Otello e Iago senza la ripresa tv (sperimentale) del 1957? Sì, anche questa è nella lista delle meraviglie che ritorneranno in vita con L’Espresso. Ma poi, se dovessi suggerire una

Questa sera s


personale predilezione, non mi perderò sicuramente Morte di un commesso viaggiatore di Miller nella versione Stoppa-Morelli. Paolo Stoppa è stato un attore totale; nel senso che la sua propensione alla recita strabordava oltre la scena o il set. Quando mi capitò di intervistarlo, un’ininità di anni fa, mi accolse dolorante e malmostoso. Disse d’avere il fuoco di Sant’Antonio e descrisse questo accidente come una malattia sommamente contagiosa: consumò tutta l’intervista parlando (quasi) solo di malanni mettendomi in guardia per i danni che dal contatto con lui avrei potuto patire. Mi dissero poi che non era vero niente: s’era inventato tutto per farmi una recita personalizzata. Poi dicono la vanità degli attori! Di un altro tipo di vanità sono stato vittima, per così dire: L’Espresso vi ofrirà anche il Macbeth di Carmelo Bene. Nel 1983, quando lo presentò a Roma, fui così incauto da fargli una domanda maliziosa, nella consueta conferenza stampa prima dello spettacolo. Non ricordo la domanda, ma ho memoria precisa del pesante portacenere di ottone che Carmelo Bene mi lanciò contro. Non ebbe buona mira, per fortuna. Ad ogni modo, il rapporto di Carmelo Bene con la tv è del tutto diverso da quello che con l’elettronica hanno avuto gli altri grandi del teatro. Lui fu tra i pochissimi che si siano posti il problema di creare qualcosa di speciico per lo strumento televisivo. Con risultati sorprendenti, a volte. Due meravigliose coppie, poi, emergono dal catalogo delle delizie qui in questione. La prima: Proclemer/Albertazzi in Antonio e Cleopatra (regìa di Roberto Guicciardini, 1979); e per una ragione semplice. Perché il testo di Shakespeare (uno dei suoi più scombinati, diviso com’è continuamente tra Roma, Alessandria d’Egitto, Azio, la nave alla fonda di Sesto Pompeo…) drammaturgicamente, rifulge grazie alla passione di due amanti “maturi”: quando vidi lo spettacolo avevo vent’anni e quei due straordinari attori mi parvero due vecchi. Il loro reciproco desiderio mi parve solo una forzatura teatrale. Ora sono curioso di riguardarlo con occhi diversi conidando nel miracolo tutto televisivo che consente a uno spettatore compulsivo di misurare anche lo scorrere del tempo delle proprie emozioni. Che poi vuol dire della propria vita. La seconda coppia da non perdere è quella formata da Valeria Moriconi e Glauco Mauri in una Locandiera intimamente politica messa in scena dal talento arrufato di Franco Enriquez (1966). Anche in questo caso, il supporto magnetico che ritornerà in vita con L’Espresso vi darà l’occasione di valutare la trasformazione dei ricordi emotivi. Nel senso che Glauco Mauri, il grandissimo Glauco

Mauri, quello vero, si può ancora andarlo a vedere, oggi, sulla scena. E capire come cambiano gli occhi e le pause degli attori. Perché poi questo è il teatro: sguardi e pause. Ogni grande interprete sa – alla ine della sua carriera, ma dificilmente ve lo dirà – che la forza del teatro è nei vuoti, più che nei pieni. Prendete Eduardo (L’Espresso ve ne fornirà uno doc: Filumena Marturano del 1962 con Regina Bianchi, che inaugura la serie venerdì 9 febbraio) e cercate di scovare il dondolìo lieve del suo volto prima di pronunciare le battute. Ebbene, i tratti del tormento, della psicologia dei suoi personaggi stanno lì: Eduardo recitava anche i pensieri che i suoi personaggi pensavano prima di parlare. Una lezione che Toni Servillo ha imparato bene (godetevelo, qui, in Sabato, domenica e lunedì proprio di Eduardo). Anche Peppino De Filippo faceva le pause, ma erano diverse da quelle del fratello. Ebbi la fortuna di assistere alle prove di un suo spettacolo: ogni tanto diceva al suo assistente «Qui segna tre», «Qui segna cinque»… alludendo a qualcosa da annotare sul copione prima di una certa battuta o un’altra. «È il tempo comico», spiegò. Ma non mi rivelò quale fosse, per lui, l’unità di misura di queste pause. Tuttavia, poi, capii bene una apodittica afermazione che pochi anni dopo mi fece un altro grandissimo comico, Beniamino Maggio. Gli facevo da “servo di scena” volontario: era assai avanti con gli anni e aveva una gamba rigida per un incidente di gioventù, io lo accompagnavo in quinta e lo aspettavo per riportarlo in camerino. «Beniamino, ma non siete stanco, stasera?», gli chiesi dopo un debutto particolarmente impegnativo in un teatrone di Parigi. «Nico’, io mica recito. Faccio ’e ppause». Q

Nicola Fano, storico del teatro, insegna Letteratura e Filosofia del Teatro all’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino

si recita in tv L’Espresso 4 febbraio 2018

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GIANFRANCESCO TURANO

ul taxi che lo portava a Manila ebbe tempo per due rilessioni: i controlli in aeroporto erano tornati laschi e Laura aveva un altro. La prima considerazione era positiva. La casa farmaceutica lo metteva su un aereo cento volte all’anno, moltiplicato per un’ora erano già quattro giorni di vita guadagnati. Mentre applicava la tara di sette ore di sonno, si complimentò con l’azione decisa del presidente Duterte contro il crimine. In quel momento il taxi venne bloccato. Quattro banditi con il mitra fecero sdraiare l’autista a terra con le mani dietro la nuca. L’occidentale fu sgusciato e caricato su un’altra auto. I quattro parlavano tutti insieme in pilipino interrotto dalla frase ossessiva «we kill you». Dopo venti minuti di strada si fermarono in mezzo alla giungla. Gli tolsero tutto salvo le mutande e se ne andarono. Non lo avevano ammazzato. Solo uno, per darsi peso, gli aveva appoggiato la canna all’orecchio. Incominciò a camminare senza orientamento mentre si scatenava un acquazzone

IN 1 FOGLIO

S

monsonico. Cercò di ritrovare la via dell’aeroporto, ma si inilò ancora più dentro la giungla. Laura passava troppo tempo al telefono, ultimamente. Era distratta, non si lasciava toccare volentieri. Quel viaggio a Manila era una splendida opportunità per lei. La vide piangere, di gioia segreta, mentre il feretro veniva sbarcato dall’aereo. Senza parlare dei 300 mila euro dell’assicurazione. Mentre stava cadendo in uno stagno, vide la luce di una baracca. Promise ai contadini una fortuna in cambio di un passaggio in biroccio alla stazione di polizia. Gli agenti stavano guardando Lakers-Clippers. Il più giovane, parecchio seccato, fu incaricato del verbale. In inglese gergale gli disse che il giorno prima avevano sgozzato un giapponese. «They hate Nips», commentò mettendogli un timbro su un foglio di carta velina. Lo riportarono in hotel. Alla reception si dissero dispiaciutissimi: Manila non è solo questo. Per dimenticare la brutta avventura gli proposero una complimentary night in un bordello di prima classe non lontano o con servizio in camera, se preferiva. Si trovò a scegliere da un album di foto. Laura aveva un altro, l’avrebbe avuto presto. Meglio portarsi avanti con la vita. Q

ROOM SERVICE

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Tentazioni buone belle divertenti irraggiungibili Gusto Cavolo rapa e wasabi Picchi fa l’orientale

Enzo e Paolo Vizzari

Prodotti toscani e innesti da Corea, Cina, Giappone. Al Ciblèo, ultimo nato tra i locali dello chef fiorentino

F

ra via dei Macci, via Andrea del Verrocchio e via della Mattonaia si estende Picchi-land. È lì e compirà quarant’anni nel 2019 il Cibreo, vitalissima istituzione iorentina del buon mangiare. Il proliico Fabio Picchi dopo averlo inventato l’ha declinato: la trattoria detta Cibreino, il Cibreo Cafè, il Teatro del Sale (dove il teatro serio, animato da Maria Cassi, convive felicemente con il cibo di qualità), la grande bottega C.Bio (che sta per Cibo Buono Italiano Onesto) con laboratorio di gastronomia e panetteria e la macelleria nel Mercato di Sant’Ambrogio, e inine, ultimo nato, lo straniante Ciblèo - Cucina tosco-orientale. E se del Picchi, delle sue creature, dei libri che continua a scrivere, tanto s’è detto, anche al Cibleo val la pena

Auto Quel Suv che strizza l’occhio alle coupé

Paolo Sardi

La formula del Suv con taglio sportivo e tetto spiovente prende sempre più piede ed è una bella alternativa alle carrozzerie squadrate ormai un po’ inlazionate sul mercato. L’ultima tuttoterreno a strizzare l’occhio alle coupé è la Mitsubishi Eclipse Cross, che si distingue anche per la forma elaborata della mascherina e per un curioso lunotto sdoppiato, utile a migliorare §la visibilità in manovra. L’interno è a sua volta moderno e originale, con initure curate e una notevole abitabilità, sia per i passeggeri

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4 febbraio 2018 L’Espresso

anteriori, sia per quelli posteriori. Questi ultimi siedono su un turbo divano che può scorrere in avanti per 20 centimetri e ha lo schienale regolabile, per dare più spazio ai bagagli solo quando serve davvero. Un altro iore all’occhiello della Eclipse Cross sono le sospensioni, che incassano bene le buche e rendono la guida precisa e divertente tra le curve. Tenuta e stabilità sono infatti ottime e permettono di mettere alla frusta i 163 cv del motore 1.5 turbo a benzina che

Mitsubishi Eclipse Cross. In alto: ristorante Cibleo monopolizza il listino, in attesa del turbodiesel 2.2 che arriverà a ine anno. La sua spalla naturale è un onesto cambio manuale a sei marce ma a richiesta si può avere anche un pratico automatico Cvt, perfetto non solo per la città. Questa trasmissione è sempre

presente sugli esemplari con l’eventuale trazione integrale S-Awc, che tiene fede al buon nome Mitsubishi nel mondo del fuoristrada, regalando alla Eclipse Cross un comportamento agile e sicuro anche su neve Q e ghiaccio.


Bottiglia Quarant’anni esatti di vita per una azienda connaturata con lo spirito dinamico del suo patron-fondatore Marcello Zaccagnini, personaggio poliedrico e vulcanico come dimostra una vasta gamma di vini. Scegliamo dal succitato ventaglio di proposte uno dei tanti Montepulciano d’Abruzzo, però in versione passita: il Clematis (35 euro la bottiglia da 0,375). Tre anni di afinamento in caratelli e riposo in bottiglia per un ricchissimo passito con frutti di bosco e liquirizia al naso e un palato denso e cremoso. Andrea Grignaffini Facebook.com/viniespresso

di dedicare qualche riga. Non solo perché è l’ultimo arrivato, ma perché la formula è davvero originale e riassume l’amore e la conoscenza per le cucine orientali maturate da Fabio negli anni in cui il Cibreo ha avuto una fortunata iliale a Tokyo. Il Cibleo non è uno dei tanti luoghi dove vengono somministrati approssimativi quando non temibili sushi, sashimi e tempura, ma è un micro-ristorante (sedici posti fra banco e tavoli) dove la bella e brava Minjoo Heo, coreana, ispirata da Fabio, realizza una divertente quanto piacevole “fusion” che incrocia con intelligenza ricette e suggestioni d’un ampio Oriente con ricette e prodotti toscani, il Mugello e il Casentino con Giappone, Cina e Corea. Nella piccola carta, accanto alla deinizione di parecchi piatti igurano le

Food & Drinks Drinc Cocktails & Conversation Milano È facile dire che in Italia tutto accade prima in questa grande città. Vuoi per l’economia e la finanza, vuoi per la moda, il design e la pubblicità, Milano è sempre stata pioniera. La Milano che ha conquistato la sua forza e il suo vigore, la Milano dove convergono i talenti. Non importa se nel quadrilatero, a pochi metri dal Teatro alla Scala o poco più lontano, qualche centinaio di metri o anche più; avere l’ardire di aprire un cocktail bar, pur se l’ennesimo, non passa inosservato. Ancor di più se la zona può vantare un riferimento che è diventato storia, alla fine della stessa strada. Ci riferiamo al Drinc Cocktails & Conversation (via Plinio 32,

lettere J, C, K, T che indicano appunto l’origine della ricetta: J per Giappone, C per Cina, K per Corea, T per Toscana. Così si passa dall’insalata calda di cotenne del Casentino con patate crude (C+T) al “baozi” (panino cinese) caldo con prosciutto cotto degli Zivieri, dal tortellone del Mugello con patate e olio extravergine alle cozze con cavolo rapa e wasabi (K+J+T). Soltanto un paio di vini e, naturalmente, ottimi sakè. Cinquanta euro per un’esperienza fuori dagli schemi. Q Ciblèo Via Andrea del Verrocchio 2r - Firenze Tel. 055 2477881 Aperto a cena, chiuso domenica e lunedì www.cibreo.com

Luca Turner

Cocktail SOMBRERO Ingredienti: 3 cl Mezcal; 1,5 cl liquore alle erbe; 1 cl miele d’aloe vera; 1cl bitter Campari; 8 gocce bitter alla vaniglia, top di selz. Versare tutto tranne il selz nel mixing glass, aggiungere ghiaccio e miscelare. Filtrare, aggiungere selz e decorare con cubo di ghiaccio e twist d’arancio.

Tel. 333.9984815): due grandi luci a vetrina ben visibili dalla strada, da cui l’avventore già comprende la qualità e la raffinatezza che troverà all’interno. Il patron è esperienza fatta mixology, lunghe ed eccellenti collaborazioni con quegli hotel che sanno quanto sia importante un buon bar: l’ultimo il Four Season di Milano. Signature cocktail che manifestano una padronanza della miscelazione fuori dal comune.

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Tentazioni buone belle divertenti irraggiungibili Omaggio alla seta Fra draghi, lanterne e giochi pirotecnici si preparano anche in Italia i festeggiamenti del Capodanno cinese, previsto per il 16 febbraio, avvento dell’Anno del cane. Simbolo di lealtà e gentilezza, il segno, secondo le credenze asiatiche, favorirà la positività, la vita attiva e l’impegno negli affari. In omaggio alla ricorrenza varie griffe del lusso, come Gucci, Moncler ed Emporio Armani, hanno studiato piccole collezioni di capi e

Tagliatore propone un aristocratico caban doppiopetto sfoderato in cotone tabacco a stampa rosa illuminata da trame di lurex

accessori ispirati alla Via della Seta. Del resto, il futuro è fusion. Come aveva intuito già nel 1988 Laura Biagiotti, prima stilista italiana ad approdare in Cina. Oggi il Made in Italy è molto apprezzato nella patria di Mao, e viceversa: se lo stilista Filippo Laterza ha presentato le sue creazioni a Shenzhen, il marchio di Shanghai BIUU, dello stilista Wu Hao, ha debuttato a Milano sulle ultime Enrico Maria Albamonte passerelle maschili.

Si ispira al meihua, il fiore di prugna primaverile, la palette edizione limitata che illumina il viso con due toni di rosa, fucsia e corallo. Yves Saint Laurent Beauté

Oriente interpretato dall’eccellenza artigianale nella lampada linea Lumières con base in porcellana e raffinato paralume plissé. Richard Ginori

Il raffinato rituale esotico del tè viene evocato dal profumo al tè verde Matcha che combina le note fresche degli agrumi e le spezie. Tesori d’Oriente:

Settanta micro borchie argento decorano il frontale degli occhiali da sole da esotica gatta color rosso lacca con originale forma a cuore. Moschino by Safilo

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L’Espresso

Da Fracomina Première echi orientali abbinati al timbro strong dello spirito rock nell’abito lungo e avvolgente dalla inedita fantasia in bianco e nero


Da Diadora Heritage, comfort e design orientaleggiante per le sneakers dal modello slip-on in pelle e nylon con chiusura a elastico

Si tinge di un vibrante rosso lacca la giacca in broccato a stampa ricamata dall’edizione speciale che rivisita in senso moderno il gusto orientale. Di Moncler

i draghi, motivi simbolici della ricca iconografia cinese, decorano in versione maxi la stampa dei languidi pantaloni modello pigiama. Da ottod’Ame

Si ispirano ai decori della Città proibita gli orecchini asimmetrici realizzati con antiche sete orientali e placche in ottone che raffigurano carpe. Di Lebole

Si chiama Metropolis Chinese New Year la borsa in vitello stampato su cui spiccano due figure stilizzate di cane circondate da un motivo floreale. Da Furla

Per chi ricerca capelli più spessi e più folti l’innovativa linea Invati Advanced propone lo shampoo esfoliante a base di ingredienti naturali. Di Aveda

Rossi, sontuosi e declinati in una raffinata fantasia che evoca i giardini orientali. Sono gli stivaletti in tessuto stretch di Bata

Giorgio Armani Beauty lancia una nuova palette che esalta l’incarnato, la highlighting palette 2018 che punta su una cipria illuminante

Naracamicie ripercorre un viaggio in un Oriente immaginifico, carico di poesia, con questa elegante giacca a due bottoni elasticizzata

L’Espresso

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Noi e Voi

Senza risposta

N. 6 - 4 febbraio 2018

senzarisposta@espressoedit.it

Risponde STEFANIA ROSSINI stefania.rossini

@

espressoedit.it

Professione vittima Cara Rossini, sono qui a raccontarle che provo molta antipatia per Amanda Knox, la giovane americana, già giudicata colpevole dell’atroce delitto della studentessa inglese Meredith Kercher, poi assolta e tornata a vivere felicemente negli Stati Uniti. Capisco che non ha senso provare un sentimento del genere per un’estranea, capisco anche che forse l’antipatia mi serve a nascondere l’idea che la considero colpevole, cosa che non mi compete dato che non sono un giudice e non ho gli elementi per esprimere un giudizio così grave. Però questa antipatia, che è maturata durante gli anni del processo, è confermata dal fatto che la ragazza si è messa a sfruttare economicamente la sua esperienza con interviste su tutti i media statunitensi, con articoli e libri di memorie, ino all’ultima trovata di qualche giorno fa: un tour nei college universitari dove racconta la sua esperienza di imputata e carcerata in Italia e dove ogni incontro è remunerato con 9 mila dollari. Ovviamente il discorso sarà sempre lo stesso, con il refrain della povera innocente vessata dalla giustizia italiana, dipinta come poco meno che barbarica. Invece dovrebbe ringraziarla la nostra giustizia. È stata giudicata colpevole in primo grado e in una serie di gradi successivi e solo un ennesimo appello l’ha assolta. Ora lei si chiederà perché le scrivo. Non lo so, avevo bisogno di dire queste cose a qualcuno. Ho scelto lei. Davide Adolfi

L’Espresso Via Cristoforo Colombo, 90 - 00147 Roma

Non è facile dare una risposta al signor Adolfi, non solo perché non fa domane ma anche perché se ci mettessimo a cercare quanti si sono schierati a favore di Amanda Knox nel corso del lungo processo di Perugia ne troveremmo ben pochi. Complice una angelica bellezza, un atteggiamento scostante e un notevole muso duro, la ragazza non ha mai fatto molto per risultare simpatica. Ma era poco più di un’adolescente e si era trovata coinvolta in una serata di sesso finita con 47 coltellate sul corpo di una coetanea. Ce n’era più del dovuto per dar vita alle tifoserie che hanno sempre accompagnato i grandi processi: dalle foto in bianco e nero dei protagonisti del delitto Fenaroli (un uxoricidio su commissione che nel 1958 divise l’Italia in due) ai plastici con cui Bruno Vespa ha alimentato una narrazione spettacolare continua. Si pensi solo al delitto di Cogne e ad Annamaria Franzoni che si difende in diretta con una voce così inquietante da convincere tutti del contrario. Come vede, anche io non sono esente da un’attenzione particolare ai grandi casi di cronaca nera. Ma quello che c’è in più nel caso Knox è proprio la scelta della ragazza di diventare una martire professionista dell’ingiustizia italiana che, nei tanti suoi difetti, ha però la particolarità di rivedere più volte una sentenza. Con il sistema giudiziario del suo Paese la giovane americana probabilmente starebbe ancora in galera.

letterealdirettore@espressoedit.it

NON SOLO NIGER: IL COSTO DELLE MISSIONI MILITARI Agli articoli dell’Espresso sulle missioni in Niger (n. 5, pag. 12) manca un dato: un miliardo e 507 milioni di euro. È il costo previsto per le missioni militari italiane all’estero ino al settembre 2018. Poi bisognerà aggiungerci altri soldi almeno ino a dicembre. Ma già per i primi nove mesi abbiamo superato la cifra totale del 2017 (che era di un miliardo e quattro), anche grazie alla bella idea di andare pure in Niger, Repubblica Centrafricana, Sahara occidentale e Tunisia. Oltre che in Libia, Iraq e Afghanistan. Come diceva l’articolo 11 della Costituzione? Adriana Selmi

Dalla padella della legge Delrio alla brace della Fornero Sono una ex dipendente della Provincia di Reggio Emilia, come altri colleghi costretta, prima al prepensionamento forzato dalla Legge Delrio sull’abolizione delle Province e poi colpita dalla Legge Fornero che blocca le nostre liquidazioni, oltre alla penalizzazione sulle pensioni. Nel mio caso, sono passati già due anni dal prepensionamento (forzato, ripeto, io lavoravo tranquillamente) e avrò la liquidazione nel 2022, dopo sette anni. In più, se venisse approvato il reddito di dignità, percepirei di più della mia pensione, dopo 37 anni di servizio. E con la befa che le Province sono ancora lì. Personalmente senza la mia liquidazione non riesco a vivere dignitosamente, una mia collega che è nelle mie stesse condizioni ha un iglio con problemi di handicap ed è disperata. Il ministro Delrio aveva promesso che non ci sarebbe stata alcuna penalizzazione per i dipendenti. La questione riguarda me, come tutti i dipendenti di tutte le Province italiane, costretti al prepensionamento forzato. Una riforma inqualiicabile fatta da un

precisoche@espressoedit.it

Altre lettere e commenti su lespresso.it L’Espresso 4 febbraio 2018

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QUELLI DI ISRAELE NON SONO CAMPI DI PRIGIONIA Il vostro articolo da Israele (L’Espresso n. 5 pag. 58) spiega che gli immigrati irregolari del centro di Holot hanno a disposizione cure mediche, cafetterie, aule, laboratori teatrali, una biblioteca, oltre a supporto psicologico per chi ne ha bisogno. E tutti possono uscire durante la giornata per andare a Nitzana o altrove. Poi però pubblicate un’unica foto in cui gli immigrati (in posa?) sono dietro un ilo spinato con le mani alzate. Chi non legge l’articolo ma guarda solo il titolo, il sottotitolo e la foto ha l’impressione che si tratti di un lager. Non mi sembra un modo corretto di presentare le cose. Sergio Pitigliani

ministro che conosco personalmente, di un partito cui sono iscritta, ma una pessima riforma. Sono arrabbiatissima. Oltretutto la Provincia di Reggio Emilia (non so le altre) per farci irmare il prepensionamento, ci ha assicurato che avremmo avuto la liquidazione nel giro di un anno, un anno e1/2. I sindacati non ci hanno detto niente e niente hanno fatto per evitarlo. Lettera firmata

Pioltello e il sistema di sicurezza Sulla sicurezza strutturale non vi è la giusta coscienza. Se un tecnico chiede serietà sulla sicurezza strutturale è un rompi cabbasisi. Sul disastro di Pioltello Gentiloni ha detto che saranno accertate le responsabilità se ci sono. Se ci sono? Credo che non ci siano dubbi che ci sono. Il ministro Delrio doveva dirigere la Sanità e non le Infrastrutture e i Trasporti avendo la laurea in Medicina e la specializzazione in Endocrinologia. I ministri nei ruoli tecnici devono essere esperti. In questa tratta del Nord il sistema di sicurezza Scmt era attivo e presente? Ing. Gaspare Barraco Coordinatore del primo Comitato Pendolari della Ferrovia, Marsala

La copertina dell’Espresso n. 5 del 28 gennaio 2018

PSICOFARMACI E BAMBINI Giusto accendere una luce sulla psichiatria infantile e sulla carenza di apposite strutture in Italia (L’Espresso n.5 pag. 60). Molto meno condivisibile il tono del vostro articolo, che implicitamente incoraggia la medicalizzazione estrema. Prima di deinire “psicopatico” un bambino (e di riempirlo di psicofarmaci) occorre molta, ma molta prudenza. Laura Marandola

Zerocalcare molto coraggio Desidero semplicemente dirvi che la pubblicazione del fumetto “Questa non è una partita a bocce” di Zerocalcare è una delle iniziative più coraggiose e meritorie che abbiate realizzato in questi ultimi anni. Carlo Tusa

Algoritmo totalitario Quando si discute di Internet e di fake news si parla, inevitabilmente, di selezione delle notizie per ripulire il web. Selezione è inequivocabilmente sinonimo di censura. A gestire la censura un algoritmo e un ipotetico intervento degli iscritti ai social media (chi ci garantisce che l’algoritmo non selezioni gli iscritti?). O il web lascia assoluta libertà di opinione e, in difesa della libertà, famiglia e scuola tornano a insegnare valori che diano capacità critiche ai giovani, oppure il web si tramuterà nella più totalitaria delle istituzioni. Purtroppo chi gestisce il potere crede in oligarchie intellettuali e masse culturalmente inermi, perciò per il futuro temo che non dovremo più parlare di grande fratello bensì di grande totalitarismo del web. Roberto Bellia L’Espresso 4 febbraio 2018

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DIRETTORE RESPONSABILE: MARCO DAMILANO VICEDIRETTORI: Lirio Abbate, Alessandro Gilioli CAPOREDATTORE CENTRALE: Leopoldo Fabiani UFFICIO CENTRALE: Marco Pacini (caporedattore vicario), Sabina Minardi (vicecaporedattore), Stefano Livadiotti (vicecaposervizio) ATTUALITÀ - POLITICA - ECONOMIA: Luca Piana (caposervizio Economia), Beatrice Dondi (caposervizio Web), Mauro Munafò (vicecaposervizio), Giovanni Tizian, Susanna Turco, Stefano Vergine (vicecaposervizio) CULTURA: Angiola Codacci-Pisanelli (caposervizio), Emanuele Coen, Riccardo Lenzi INVIATI: Federica Bianchi (Bruxelles), Paolo Biondani, Emiliano Fittipaldi, Fabrizio Gatti, Vittorio Malagutti, Gianfrancesco Turano CONTROLLO QUALITÀ: Fabio Tibollo ART DIRECTOR: Giuseppe Fadda UFFICIO GRAFICO: Catia Caronti (caposervizio), Martina Cozzi (caposervizio), Daniele Zendroni (caposervizio, copertina), Caterina Cuzzola PHOTOEDITOR: Tiziana Faraoni (caposervizio) RICERCA FOTOGRAFICA: Giorgia Coccia, Mauro Pelella, Elena Turrini SEGRETERIA DI REDAZIONE: Raffaele Vispi (coordinamento) Rosangela D’Onofrio, Valeria Esposito, Pietro Giardina (Milano) OPINIONI: Michele Ainis, Altan, Massimo Cacciari, Lucio Caracciolo, Alessandro De Nicola, Roberto Esposito, Luciano Floridi, Riccardo Gallo, Bernard Guetta, Piero Ignazi, Sandro Magister, Bruno Manfellotto, Ignazio Marino, Ezio Mauro, Michel Onfray, Soli Ozel, Denise Pardo, Massimo Riva, Pier Aldo Rovatti, Giorgio Ruffolo, Roberto Saviano, Eugenio Scalfari, Michele Serra, Raffaele Simone, Bernardo Valli, Gianni Vattimo, Soia Ventura, Luigi Vicinanza, Luigi Zoja RUBRICHE: Stefano Bartezzaghi, Marco Belpoliti, Mauro Biani, Germano Celant, Rita Cirio, Oscar Cosulich, Alberto Dentice, Mario Fortunato, Makkox, Alessandra Mammì, Luca Molinari, Emiliano Morreale, Gianmatteo Pellizzari, Guido Quaranta, Stefania Rossini, Enzo Vizzari COLLABORATORI: Enrico Maria Albamonte, Laura Antonini, Eleonora Attolico, Loredana Bartoletti, Giuliano Battiston, Alessandra Bianchi, Caterina Bonvicini, Roberto Calabrò, Alessandra Cattoi, Fabio Chiusi, Stefano Del Re, Cesare de Seta, Roberto Di Caro, Paolo Di Paolo, Alberto Flores d’Arcais, Letizia Gabaglio, Wlodek Goldkorn, Enzo Golino, Claudio Lindner, Alessandro Longo, Francesca Mannocchi, Andrea Muni, Michela Murgia, Massimiliano Panarari, Claudio Pappaianni, Gianni Perrelli, Paola Pilati, Marisa Ranieri Panetta, Gigi Riva, Gloria Riva, Paolo Sardi, Caterina Serra, Francesca Sironi, Leo Sisti, Lorenzo Soria, Luca Turner, Chiara Valentini, Stefano Vastano, Andrea Visconti, Andrea Zhok

GEDI GRUPPO EDITORIALE SPA PRESIDENTE ONORARIO: CARLO DE BENEDETTI CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE PRESIDENTE: MARCO DE BENEDETTI AMMINISTRATORE DELEGATO: MONICA MONDARDINI CONSIGLIERI: Massimo Belcredi, Agar Brugiavini, Elena Ciallie, Alberto Clò, Rodolfo De Benedetti, Francesco Dini, John Elkann, Silvia Merlo, Elisabetta Oliveri, Luca Paravicini Crespi, Carlo Perrone, Michael Zaouii DIRETTORI CENTRALI: Pierangelo Calegari (Produzione e Sistemi Informativi), Stefano Mignanego (Relazioni Esterne), Roberto Moro (Risorse Umane) DIVISIONE STAMPA NAZIONALE 00147 Roma, Via Cristoforo Colombo, 90 DIRETTORE GENERALE: Corrado Corradi VICEDIRETTORE: Giorgio Martelli DIREZIONE E REDAZIONE ROMA: Via Cristoforo Colombo, 90 - 00147 Roma, Tel. 06 84781 (19 linee) - Fax 06 84787220 - 06 84787288. E-mail: espresso@espressoedit.it REDAZIONE DI MILANO: Via Nervesa, 21 - 20139 Milano, Tel. 02 480981 - Fax 02 4817000 Registrazione Tribunale di Roma n. 4822 / 55 Un numero: € 3,00; copie arretrate il doppio PUBBLICITÀ: A. Manzoni & C. S.p.A. Tel. 02 574941 - Via Nervesa, 21 - 20139 Milano ABBONAMENTI: Tel. 0864 256266 - Fax 02 26681991. E-mail: abbonamenti@somedia.it. Per sottoscrizioni www.ilmioabbonamento.it Servizio grandi clienti: Tel. 0864 256266 DISTRIBUZIONE: GEDI Distribuzione S.p.A. Via Nervesa, 21 - 20139 Milano Arretrati e prodotti multimediali: Tel. 0864 256266 - Fax 02 26688669 arretrati@somedia.it STAMPA E ALLESTIMENTO: Stabilimento Effe Printing S.r.l. località Miole Le Campore-Oricola (L’Aquila); Puntoweb (copertina) - via Variante di Cancelliera snc Ariccia (Rm); Responsabile trattamento dati (d.lgs.30.06.2003, n.196): Marco Damilano Certificato ADS n. 8420 del 21/12/2017 Codice ISSN online 2499-0833

N. 6 - ANNO LXIV - 4 FEBBRAIO 2018 TIRATURA COPIE 332.000


In edicola la prossima settimana IL TEATRO DALL’ANTICA GRECIA AL NOVECENTO

Letteratura Robert Mcliam Wilson

Eureka Street

EDUARDO DE FILIPPO

Sabato 10 febbraio 6° volume a 9,90 euro in più

Filumena Marturano

Noirissimo Kwei Quartey DAGLI ARCHIVI Rai 40 grandi opere teatrali dall’antica Grecia al ’900. Tra gli interpreti: Stoppa, Morelli, Vitti, Gassman, Buazzelli, Randone, Albertazzi, Proclemer. Tra i registi: Strehler, Ronconi, De Lullo, Cottafavi. Con il 1° Dvd una storia del teatro in 80 pagine a cura di Anna Bandettini.

Venerdì 9 febbraio 1° Dvd a 8,90 euro in più

Anne Frank DIARIO Ancora in edicola: l’edizione ufficiale approvata dall’Anne Frank Fonds a 8,90 euro in più

Omicidio nella foresta

Lunedì 5 febbraio 35° volume a 7,90 euro in più

Hugo Pratt

Avevo un appuntamento Sabato 10 febbraio 24° volume a 10 euro in più

Letteratura Bob Dylan del Duemila

Christmas FRANZEN in the Heart Le correzioni Venerdì Sabato 9 febbraio 25 33° Cd 6° volume 7,90 euro aa 9,90 in più

DISNEY: LA STORIA UNIVERSALE

Messer Papero

GRAPHIC NOVEL Ari Folman - David Polonsky a 9,90 euro in più 110

4 febbraio 2018 L’Espresso

Lunedì 5 febbraio 15° volume a 6,90 euro in più


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L'espresso [dom, 04 feb 2018] marco damilano (direttore)  

Copia pubblicata a puro scopo divulgativo. Se sei interessato alla rivista acquistala in edicola in formato cartaceo o in formato digitale s...

L'espresso [dom, 04 feb 2018] marco damilano (direttore)  

Copia pubblicata a puro scopo divulgativo. Se sei interessato alla rivista acquistala in edicola in formato cartaceo o in formato digitale s...

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