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N. 2 anno LXIII 8 gennaio 2017

A B M O B IA L A T I

rie. e f i r e P rati. g i m m I ico. smo. Terrori e democrat l’Interno, l m È allar , ministro de o. E la svolta a z i Minnit ta il suo pian ulla sicurez s raccon le a sinistra di Marco Damilano cultura


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Altan

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N. 2 - 8 gennaio 2017

Sommario Rubriche Visioni Taccuino Gusto Noi e Voi

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Opinioni

Sicurezza Allarme in Italia, il piano del Governo Editoriale Se il Paese delle balle di Stato ha paura della post-verità

Altan 5 Roberto Saviano 21 Michele Serra 23 Denise Pardo 49 Riccardo Bocca 69 Eugenio Scalfari 110

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Tommaso Cerno

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Ingrandimento Lavori a sinistra, eurosvolta a destra Nella sfida per l’Eliseo il futuro dell’Europa Bernard Guetta 10 Tutte le destre d’Italia (alle prese con Berlusconi) È partita la caccia agli alleati Bruno Manfellotto 16 Missione: sopravvivere a Trump&Co. Il rischio di finire in mano a un tiranno Martin Wolf 16

Prima pagina Minniti: vi racconto il mio piano sicurezza E la parola diventa di sinistra Marco Damilano 24 Big game fermata Istanbul La lotta al terrorismo deve fare i conti con i nuovi equilibri Gigi Riva 32 Ue e Turchia amici per forza Colloquio con Jana J. Jabbour Fabrizio Anzolini 34

Il gioco del Su e Giù Stiamo meglio o peggio di tre decenni fa? I primi risultati e nuovi testimonial

Francesca Sironi 36

www.lespresso.it

Esclusivo La banda della lira L’Antimafia indaga su un tesoro miliardario nascosto G. Tizian e S. Vergine Confidenze pericolose Fuori ruolo il candidato a numero due della Guardia di Finanza Giovanni Tizian Forziere svizzero La lista dei nomi eccellenti del sistema Credit Suisse Paolo Biondani Che sberla i Panama Papers Dopo i file, i processi Leo Sisti

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Inchiesta La sicurezza dimenticata nel cassetto Inutilizzati i soldi per il rischio sismico Chiara Organtini 50 Nel paese cancellato per sempre A Castelnuovo di Conza, ricostruito e abbandonato Franco Arminio 56

Film “Giovane e bella” di François Ozon Quattro stagioni, quattro canzoni, per raccontare la sessualità adolescenziale

Maternità surrogata Figli di mamma Ucraina Il Paese è diventato il paradiso per le coppie in cerca di figli Ghigliottina Ma non è solo sfruttamento

Maurizio Vezzosi 60 Federica Bianchi 63

Arte contesa Asta record batte Siena Da Sotheby’s una preziosa biccherna del ’400

Francesca Sironi 64

Reportage Foto: S.Zucchi/Insidephoto/Olycom

Corea, l’incubo perfetto Viaggio a Songdo, la città dell’utopia tecnologica

Le idee Roma sprofonda? Milano capitale!

Emanuele Coen 70 Raffaele Simone 78

Culture Pretty Casa Un rifugio per donne di strada nel cuore di Città del Messico Io, cresciuto a pane e Liszt Ritratto del pianista del momento, Daniil Trifonov Il mio dio fa paura Colloquio con M. Night Shyamalan Da Psyco a Zelig, sdoppiati d’autore Le personalità multiple sul grande schermo

Rosa Matteucci Riccardo Lenzi Mario Sesti Stefania Rossini

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Copertina Illustrazione di Giuseppe Fadda 8 gennaio 2017

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Tommaso Cerno www.lespresso.it @Tommasocerno

Editoriale

Se il Paese delle balle di Stato ha paura della post-verità Siamo quelli dei misteri di Ustica, del caso Moro e di Pasolini. Ma se la gente vota contro diamo la colpa alle bufale web. Non sarà un po’ comodo? C’È UN DIBATTITO in corso nel Paese delle balle di Stato, quello di Ustica e del caso Moro per capirci, che ha del surreale. Fior di intellettuali, giornalisti, politici, magistrati e salumieri, con l’aiuto della suocera, discutono sul fatto che l’Italia sarebbe entrata nell’era della post-verità. E che serve un intervento in grande stile. Filosofeggiano, e più filosofeggiano più è chiaro che anche stavolta sotto sotto si cela una battaglia politica. Contro Beppe Grillo che, a modo suo, attacca. Perché il problema sotteso alle bufale sul web, nello stomaco dei politologi, è semplice: cui prodest? Se giova a Grillo, va fermato. Perché poi Renzi (o chi per lui) perde le elezioni. E così, convinti di affermare la libertà di espressione, l’articolo ventuno e via discorrendo, finiamo di nuovo dritti nella trappola dell’ex comico.

Foto: A. Casasoli - A3

PERMETTETE UN DUBBIO, da giorna-

listi con tutte le nostre colpe. Non è che qui, fra perifrasi in inglese e furbizia di guappo, sembra essersi aperto un varco? E, accucciata come un lupo feroce pronto a sbranarsi la democrazia con un clic, ci sarebbe una parola, post-verità, che spingi-spingi potrebbe tornare buona per qualcuno? Perché se è così, la battaglia è già persa. Per ammissione di sconfitta della stessa informazione: si tratta, in sostanza, di dire che se sui social qualcuno spara scemenze - mischiate a migliaia di cose vere,

cui partecipano da anni anche le testate storiche, i giornaloni, perfino esageratamente - quelle scemenze sarebbero così forti da devastare l’intero sistema mediatico e la sua credibilità. È come ammettere, gridando al fascismo e alla censura, di non riuscire più a essere creduti, unica funzione vitale del giornalismo in qualunque forma sia divulgato. Che fare, si dicono allora i giganti della libertà di espressione? Indagare, vietare, censurare il web. E cosa risponde Grillo? Giuria popolare per tutti gli altri. Un dibattito senza capo né coda, nell’era in cui perfino Pablo Picasso può venire apostrofato come graffitaro e tutti amici come prima. POSSO DIRE UNA COSA da italiano

medio? Non si difende così il diritto di cronaca. Soprattutto nel Paese dove la post-verità rischia di suonare come un già visto. Anzi un passo avanti rispetto a quel che siamo da decenni: l’Italia della post-bugia. Dello Stato che nasconde la verità. I libri sono pieni di post-bugie all’italiana. Siamo il Paese che ha montato e smontato commissioni d’inchiesta con il compito di nascondere le verità che sarebbero emerse da sole, anziché di cercarle più in fretta. Siamo quelli del caveau di Carminati e del caso Pasolini, dei mafiosi al governo e del rapimento Orlandi, su cui ancora aspettiamo una pre-veri-

tà ormai postuma, custodita nei sacri Palazzi. La verità dove sta? Sta dove qualcuno la cerca davvero. Dove il giornalismo, con caparbietà, a volte rischiando la vita, tenta di fare luce su fatti che altri intendono tenere nascosti. Sta nel lavoro quotidiano dei cronisti. Non in quello dei tribunali o delle authority anti questo o quello. Così potente quando fa il suo mestiere di fronte al potere da avere contribuito in maniera decisiva, penso ad esempio al 1992, a far cadere il sistema sulle proprie gambe d’argilla. Fatico a credere che, se qualcuno avesse ridicolizzato i giornali con post-verità su Craxi o De Lorenzo, avremmo gridato al fascismo. Nessuno se ne sarebbe accorto, perché l’odore del vero è più acre di qualsiasi profumo pre o post tu voglia dargli. EPPURE PROPRIO OGGI scopriamo

di non avere più anticorpi per reagire. Al punto di proporre, nello Stato abituato a mentire ufficialmente, di “vietare” questi bugiardelli dilettanti e i loro fake? Non è la strada: solo il giornalismo può vincere questa partita. Ma deve sconfiggere prima di tutto la post-bugia di Stato. Non sembrare mai megafono. Né parte del Palazzo. A quel punto la post-verità si frantuma sul pavimento marmoreo del conoscere. Senza divieti o censure. Ma facendo luce sui fatti. Il solo compito del giornalista.

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Ingrandimento

Lavori a sinistra

eurosvolta a

destra

Per capire il futuro dell’Europa si deve guardare alla Francia dove la sfida per l’Eliseo tra Le Pen e Fillon potrebbe dare il colpo definitivo a quel che rimane delle forze progressiste

di Bernard Guetta illustrazioni di Daniele Zendroni

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ASCIATE PERDERE LA TRADIZIONE: dite quel-

lo che vi pare alla sinistra francese ma soprattutto, innanzitutto, non auguratele buon anno. Se lo faceste, in tale augurio essa leggerebbe soltanto beffarda ironia e crudeltà, nel migliore dei casi qualcosa di derisorio perché di fatto ha già messo una croce sul 2017, l’annus horribilis nel quale i suoi scompigli e le sue divisioni interne le riservano una primavera di sconfitte, alle presidenziali e alle legislative. A ben guardare, potreste anche individuare tre socialisti che ci credono ancora e potrebbero spiegarvi che, in

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Ingrandimento

Francia Blocco Transalpino Primo turno domenica 23 aprile, secondo turno il 7 maggio. Le elezioni presidenziali in Francia condizioneranno tutta la politica europea per i primi sei mesi dell’anno. Come un grande camion che ingombra la strada. Favoriti per il ballottaggio sono Marine Le Pen e François Fillon, la sinistra appare per ora fuori gioco, divisa tra i candidati del Partito socialista in gara per le primarie e gli outsider: il rosso Jean-Luc Mélenchon e l’innovatore Emmanuel Macron

fondo, non è detto che vada proprio così, tenuto conto che gli elettori occidentali ormai provano un piacere sottile a contraddire i sondaggi, vedi Trump. La Francia, vi diranno, non vorrà saperne di scegliere tra il Front National di Marine Le Pen e quell’amico di Vladimir Putin, il grande favorito degli ambienti cattolici più integralisti, che è François Fillon, il candidato della destra. Del resto, non siamo del tutto lontani dalla verità, perché desiderio dei francesi sarebbe stato quello di vedere candidato alla presidenza Alain Juppé, uomo moderato e riflessivo, aperto, filoeuropeo e ultima incarnazione di quella destra gollista che, come De Gaulle, teneva un piede a sinistra e l’altro a destra. Al secondo turno delle presidenziali, Juppé avrebbe inflitto una batosta a Marine Le Pen raccogliendo i consensi degli elettori di destra, di sinistra e del centro. Così avrebbero dovuto andare le cose, e invece alle loro primarie i militanti di destra non ne hanno voluto sapere di questo ex Primo ministro che assomiglia loro così poco, troppo moderato ma non abbastanza liberale e troppo ostile all’abolizione delle tutele sociali. Gli hanno preferito Fillon, più reazionario e più euroscettico, più incarna12

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zione ideale del notaio di provincia, più liberale. Ormai il dado è tratto. Adesso, non soltanto la Francia dovrà scegliere tra la destra dura e pura e l’estrema destra, ma oltre a ciò il risultato del 7 maggio non è nemmeno del tutto sicuro. Sì, avete letto bene: non è più del tutto inverosimile che Marine Le Pen riesca ad avere la meglio perché, avendo come avversario François Fillon, si presenterà nelle vesti di portavoce degli esclusi della globalizzazione, e molti elettori di sinistra non vorranno dare i loro voti a un Thatcher francese nemmeno per mettere i bastoni tra le ruote all’estrema destra. L’astensione della sinistra rischia dunque di regalare l’Eliseo al Front National. Ma come? Nemmeno un pericolo simile indurrebbe la sinistra a serrare i ranghi? Prima la Brexit, poi Trump e infine Le Pen? Davvero la sinistra francese lascerebbe correre, restando immobile, incapace di scuotersi, di trascendere sé stessa, di trovare un candidato in grado una volta per tutte di ribaltare una situazione così allarmante? Restano quattro mesi al primo turno delle presidenziali, ancora molto tempo. Parecchie cose potranno cambia-


MARINE LE PEN SI PRESENTERÀ COME PORTAVOCE DEGLI ESCLUSI. E MOLTI ELETTORI DI SINISTRA NON VOTERANNO UN THATCHER FRANCESE NEMMENO PER BLOCCARE L’ESTREMISMO DEL “FRONT” re da qui ad allora, ma già dalla prima settimana dopo quest’ultima linea assunta dalla destra le cose si sono messe male. È tutta questione di aritmetica.

L

nel quale possono riconoscersi la destra e la sinistra, giovani e anziani, la provincia e Parigi. Ha studiato dai gesuiti, è stato membro del PS dal quale è uscito l’estate scorsa per fondare un suo movimento, En marche, che conta già oltre centomila affiliati. Non ha ancora 40 anni, ha sposato una delle sue ex professoresse, figlia di produttori di cioccolato, di 25 anni più grande di lui. Cresciuto ad Amiens, quintessenza della provincia borghese, è però un puro prodotto delle Grandes Écoles, è passato dalla banca Rothschild alla segreteria generale dell’Eliseo e quindi al ministero dell’Economia e delle Finanze. Promotore di una legge che snellisce il Codice del Lavoro, è adorato dai grandi proprietari d’azienda, ma ancor più dai giovani imprenditori con i quali parla correntemente di

A SINISTRA HA NOVE CANDIDATI. Il 22 e il 29 gennaio sette di loro prenderanno parte alle primarie della Belle alliance populaire, vale a dire il PS e i suoi alleati. François Hollande, troppo impopolare per ripresentarsi, non vi parteciperà e la battaglia divamperà quindi tra il Primo ministro uscente Manuel Valls, uomo d’ordine e di grande rigore economico, i due rivali della sinistra socialista Benoît Hamon e Arnaud Montebourg, l’intellettuale della mischia Vincent Peillon, filosofo ed ex ministro dell’Istruzione, e gli outsider ambientalisti e radicali di sinistra. Il vincitore - inequivocabile, esperto, dinamico - dovrebbe essere Valls, ma è inevitabile che i tre dibattiti che precederanno questo primo turno riservino sorprese e può anche darsi che a vincere sia Hamon o Montebourg o Peillon, ovvero uno degli outsider, tenuto conto che Tra il 27 agosto e il 22 ottobre si vota per il Bundestag tedesco. La prima dei dibattiti della destra nemmeno cancelliera Angela Merkel corre per il quarto mandato, la battaglia più Fillon era stato preso sul serio. difficile della sua carriera. Gli alleati socialdemocratici, tradizionale L’asso nella manica di Valls consiste nel culla della sinistra europea, sono ridotti a comprimari. Il vero avversario fatto di poter essere un candidato di sinistra è a destra: l’Afd di Frauke Petri. Se dovesse far mancare la maggioranza che la destra moderata potrebbe preferire alla Merkel sarebbe un colpo decisivo per la stabilità del sistema a Marine Le Pen al secondo turno elettoratedesco e dell’Europa. La Merkelexit, più devastante della Brexit. le. Quello di Hamon e di Montebourg è di essersi dimessi dal governo non appena François Hollande ha dirottato la sua politica verso destra, esasperando la base socialista con la concessione di aiuti massicci all’industria. Peillon ha dalla sua il vantaggio di poter proporre una sintesi tra la destra e la sinistra socialiste. Quanto agli outsider, il loro asso nella manica è di essere pressoché sconosciuti, perfino ai militanti, e di poter dunque offrire agli elettori l’occasione di trasformare gli ultimi in primi. L’unica certezza è che il 29 sera non resteranno che tre candidati di sinistra: quello della Belle alliance e i due che si sono rifiutati di prendere parte alle primarie, Emmanuel Macron e Jean-Luc Mélenchon. Macron è un politico in rapida ascesa in Francia, giovane ministro di bella presenza

Germania Incubo Merkelexit

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Ingrandimento

Olanda Il fondatore dice addio Il 15 marzo si vota nei Paesi Bassi. Negli ultimi sondaggi è in testa il Pvv, il Partito per la Libertà di Geert Wilders, distaccato il partito liberale dell’attuale premier Mark Rutte. Il punto numero uno del programma è la Nexit, l’uscita dell’Olanda dall’Ue, e il referendum anti-euro. E poi l’espulsione degli immigrati clandestini e la chiusura dei circoli islamici. Wilders sarebbe il primo populista a conquistare la guida del governo in un paese fondatore dell’Europa.

digitale e di nuova rivoluzione industriale. Ancora acerbo, con minore esperienza ma nettamente più affascinante e altrettanto filoeuropeo, Macron è la versione giovanile di Juppé della sinistra, ma con tutto ciò che egli rappresenta è in rottura con l’insieme della classe politica le cui azioni sono al minimo storico. In Francia come dappertutto. Mélenchon è il suo esatto contrario. Ex trotskista oggi 65enne, Mélenchon è stato un veterano del PS dal quale è uscito sbattendo la porta per portare a termine con successo una sorta di offerta pubblica d’acquisto del PC e della sinistra più a sinistra. È un oratore del XIX secolo, sfavillante, hugoliano, intriso di cultura francese e di storia del movimento operaio, e gli piace fare a pezzi la stampa, Bruxelles, l’imperialismo americano e tutti i partiti. È un uomo che sui suoi meeting sa far soffiare il vento del Grand Soir, l’idea di un’onda rivoluzionaria. Ciò nonostante, egli non è rivoluzionario. Molto più moderato di quanto appaia, è un socialdemocratico ma, a differenza dei socialisti francesi e dei socialdemocratici tedeschi e scandinavi, è imbevuto di una giusta collera nei confronti dell’ingiustizia e resta fedele alle radici operaie della sinistra europea. 14

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La sfida di Macron consisterà nel far vincere la sinistra federando i moderati tanto dei progressisti quanto dei conservatori, sconfiggendo François Fillon al primo turno e sbaragliando Marine Le Pen al secondo. Qualora non ci riuscisse, Mélenchon potrebbe ottenere in ogni caso un buon risultato che gli consenta di ricostituire, all’opposizione, una sinistra vicina alle nuove sinistre di Spagna e Grecia, Podemos e Syriza. Per il momento, però, la sinistra francese è perdente, ai margini, come del resto tutte le sinistre in Europa. Divisa tra la Belle Alliance, Macron e Mélenchon che raggiungono il 15 per cento delle intenzioni di voto, la sinistra non potrà che perdere al primo turno e lasciare che destra ed estrema destra si disputino la presidenza. Perché? Che sta succedendo alla sinistra, e non soltanto in Francia ma ovunque? La risposta è che il rapporto di forze tra capitale e lavoro si è capovolto quasi del tutto dagli anni Ottanta a oggi. Nel dopoguerra, la situazione era favorevole alla sinistra. La ricostruzione assicurava la piena occupazione. La minaccia sovietica e la potenza dei partiti comunisti europei avevano il loro peso sullo scacchiere politico. Ogni cosa induceva governi e proprietari d’azienda a concessioni


sociali. Ogni sciopero o quasi si concludeva con nuovi aumenti salariali, nuove estensioni delle tutele garantite a operai e subordinati. Il dopoguerra è stato l’epoca d’oro della sinistra ma, una volta giunta a termine la ricostruzione, ha risuscitato la disoccupazione; il crollo sovietico ha affrancato il capitale dalla paura delle rivoluzioni; la riduzione delle distanze ha permesso al capitale di delocalizzare la produzione in paesi dai salari irrisori e dalle tutele inesistenti, e l’ascesa delle nuove potenze industriali ha condannato il settore pubblico e quello privato a ridurre drasticamente i costi salariali a fronte di una concorrenza di giorno in giorno più aggressiva. Non soltanto adesso l’industria non è più a corto di manodopera e non teme più il Comunismo, ma oltre a ciò, cascasse il mondo, deve abbassare i prezzi dei costi occidentali. Il rapporto di forze avvantaggia ormai il capitale che può fare spallucce con noncuranza davanti alle regolamentazioni sociali dei vecchi paesi industriali, perché può sempre sottrarsi a esse investendo nei paesi emergenti. Di conseguenza, gli Stati nazione non possono più trovare un punto d’accordo tra gli interessi dei lavoratori e del capitale, perché l’imperativo assoluto è mantenere l’occupazione all’interno delle loro frontiere, per ridurre la disoccupazione e i deficit di bilancio. La sinistra, in parole povere, non è più in grado di imporre il progresso e i compromessi sociali che erano la sua stessa ragion d’essere e le attiravano i voti dei salariati. La sinistra non ha tradito.

È

DISARMATA E LO SARÀ A LUNGO, perché non

può invitare i suoi elettori a guardare i nuovi rapporti di forza che si sono venuti a creare senza confessare nel contempo la propria impotenza, e perché continua a indebolirsi sempre più, di elezione in elezione, visto che le soluzioni che le si prospettano - e ce ne sono - sono in ogni caso lontane o difficili da difendere. Una delle soluzioni è l’Europa. Uniti, gli Stati europei potrebbero ritrovare il loro ruolo di arbitri, perché l’ascesa di una potenza pubblica di dimensione continentale potrebbe imporre al capitale di negoziare un nuovo compromesso sociale e agli altri Stati-continente le condizioni di transazioni commerciali eque e reciprocamente vantaggiose. Unite da un potere esecutivo e da un potere legislativo comuni, le nazioni e le sinistre europee potrebbero realizzare ciò che oggi non sono in grado di fare. Peccato che l’unità dell’Europa di questi tempi non sia più un’ambizione in grado di appassionare e coinvolgere, e che in ogni caso non lo sia nelle corse elettorali.

SE NON VUOLE COSTRINGERCI A SCEGLIERE TRA DESTRA DURA E PURA ED ESTREMA DESTRA, LA SINISTRA DOVRÀ REINVENTARSI, PARTIRE DALLA REALTÀ PER TRASFORMARLA, RIPORTARE IN AUGE L’UTOPIA Assimilata alle politiche di risanamento di bilancio, l’Unione è diventata impopolare, è percepita alla stregua del cavallo di Troia della globalizzazione, e la sinistra incontra dunque difficoltà sia a perorarne il rafforzamento sia a dire ai salariati che ormai pensioni e assicurazioni malattia devono essere finanziate dalle imposte e non più dagli oneri sociali delle imprese. Proprio quando le entrate dei proprietari d’azienda e l’evasione fiscale delle grandi imprese sfiorano livelli osceni mai raggiunti in precedenza, la sinistra non può annunciare ai suoi elettori che, contrariamente alle industrie pesanti di ieri, le industrie innovative contemporanee - quelle dedite alla ricerca e alle tecnologie del futuro, quelle del nostro comune avvenire - non hanno ancora le spalle sufficientemente solide per garantire il perpetuarsi del modello sociale europeo. A meno di precipitare al medesimo livello di rifiuto di François Hollande – che negli ultimi tempi egli si è arrischiato ad avere, bruscamente e inspiegabilmente -, la sinistra non potrà invocare dall’oggi al domani la necessità di aiutare l’industria per salvaguardare le tutele sociali. La sinistra, francese ed europea, è dunque a un punto morto. Potrà riprendersi e uscirne soltanto attingendo a uno stesso tempo a Macron e a Mélenchon, all’indignazione dell’uno e alla volontà dell’altro di superare le frontiere del passato e riunire sotto un’unica bandiera tutti i sostenitori del compromesso sociale, tutti i fautori di un nuovo compromesso per un nuovo secolo. Impossibile? No, soltanto difficile. Siamo ancora lontani da quel traguardo ma - se non vogliamo essere costretti a scegliere tra thatcherismo e nazionalismo, tra destra dura e pura ed estrema destra, tra violenza sociale e insolvenza dei nostri paesi - sarà indispensabile passare proprio da lì e ricominciare a parlare alla sinistra per reinventarla, partire dalla realtà per trasformarla, riportare in auge l’utopia e rimettere l’immaginazione al potere. Traduzione di Anna Bissanti

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Ingrandimento Bruno Manfellotto Questa settimana www.lespresso.it - @bmanfellotto

In un panorama confuso e senza leader riconosciuti, è partita la caccia agli alleati

Tutte le destre d’Italia (alle prese con Berlusconi) VENTIQUATTR’ANNI dopo, Silvio Berlusconi non ha ancora finito il suo lavoro: badare alle sue aziende e pensare al partito, due facce di una stessa medaglia. Anche in questo il passato non passa, e incombe “La grande Restaurazione” (l’Espresso n.1). Oggi come ieri il destino imprenditoriale di Arcore transita per Roma, lambisce governo ed equili-

bri di sistema, corre parallelo alla vicenda politica. E ne mima umori e toni: con Vincent Bolloré il Nostro prima tratta, poi rompe e sceglie la carta bollata, ma solo per riprendere i negoziati sul futuro di Mediaset lungo l’asse di interesse nazionale Telecom-Mediobanca-Generali; intanto con i cinesi in corsa per il Milan sorride, media, alza il prezzo, ma quando sta lì lì per colorare di giallo i rossoneri, s’inventa un predellino e ricomincia daccapo: B. è sempre B., in azienda e in politica. QUI PERÒ LE COSE, se possibile, sono perfino più complesse. Rimettere insieme i cocci dell’ex Polo delle libertà è impresa ardua, e se in Francia (ad aprile) o in Germania (a settembre) la sfida elettorale si giocherà tra moderati ed estremisti - François Fillon contro Marina Le Pen; Cdu-Csu di Angela Merkel versus AfD di Frauke Petry - qui la destra si è frantumata in un panorama confuso dal quale non spunta un leader riconosciuto. Per ora ad alzare la voce è l’estrema destra, storicamente tenuta sempre ai margini della scena. Per il resto, tutto è sfilacciato. Di Forza Italia ce n’è più d’una. C’è il cerchio

Missione: sopravv Incantati da un demagogo per finire in mano a un tiranno: può accadere nelle più importanti democrazie occidentali? La risposta è sì di Martin Wolf

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rosa che blinda Palazzo Grazioli e il suo inquilino; c’è Giovanni Toti impegnato a fare da ponte con l’esuberante Matteo Salvini; c’è la fronda dell’ex pupillo Raffaele Fitto, ansioso di rottamare il Capo; e c’è il fronte dei fuorusciti, gli ex fedelissimi Denis Verdini e Angelino Alfano, incerti tra un forno e l’altro, e tra giocare in proprio o riannodare i fili del dialogo. Una volta, poi, l’ex Cav. regnava su una coalizione obbediente; oggi Salvini vuol ballare da solo (con Giorgia Meloni): B. non è più il sole intorno a cui tutto il sistema gira, com’è stato per un ventennio. UN CAOS. È come se la destra, archiviata l’alleanza laici-cattolici fulcro del moderatismo all’italiana, cercasse una nuova identità. Nell’attesa, liberi tutti. Già, ma per andare dove? E perché? Il fatto è che molto è cambiato da quando sulla scena sono apparsi nuovi protagonisti. Matteo Renzi, per esempio, ha immaginato un Pd capace di attirare voti di centro, magari strappando a Berlusconi i consensi di chi lo vedeva come il campione dell’antisinistra: del resto, al posto dei “comu-

nisti” era arrivato un leader post democristiano per il quale non c’erano cose di destra o di sinistra, ma solo cose da fare… E invece la sconfitta nel referendum, voluto per sancire la svolta, ha spezzato il suo disegno: ora la minoranza del partito sente di nuovo il vento nelle vele, e la destra più radicale si è intestata la vittoria convincendosi che il “no” sia figlio diretto della protesta e dello scontento, le sole parole scritte sui loro vessilli. PER QUESTO SALVINI & Meloni parlano ora come gli azionisti di riferimento del postberlusconismo, pur sapendo che c’è un grosso ostacolo sulla loro strada: Beppe Grillo, il terzo incomodo. Intendiamoci, il movimento Cinque Stelle è costruzione ben più complessa, miscela geniale uscita dagli alambicchi del profeta Casaleggio, ma certo gli apprezzamenti per il premier ungherese Viktor Orbán, l’uomo dei muri, e per il campione dell’antieuropeismo Nigel Farage, o le parole nette contro gli immigrati hanno poco a che vedere con le radici ambientaliste e di sinistra, e poco c’entrano con il campo dei moderati. Profumano

piuttosto di destra protestataria, e anche per questo concorrono a frenare l’espansione lepenista di Salvini. CHE DUNQUE HA BISOGNO di alleati (ogni tanto lui e Grillo si annusano…), come del resto Berlusconi. Ma mentre il primo insegue sogni maggioritari, il secondo si batte per il ritorno al proporzionale: pensa sia l’unico sistema capace di sterilizzare Grillo e di ridimensionare Salvini e Meloni, premessa per ricompattare una destra moderata e preparare l’unico governo possibile in un sistema tripolare, quello di larghe intese. Restano le domande di fondo: chi verrà dopo di lui? E guarderà a Merkel o a Le Pen? Stefano Parisi s’era messo in testa di rispondere. B. ha lasciato fare, poi lo ha fermato, poi lo ha prudentemente rilanciato, un po’ per non rompere con gli ex alleati, un po’ perché convinto che la destra abbia oggi una sola identità riconoscibile: Berlusconi; e che abbia un solo leader: Berlusconi. Per questo si sbatte ancora. Aspettando che Strasburgo gli restituisca l’agibilità politica. Per ricominciare. Ventiquattr’anni dopo? Q

ivere a Trump&Co. Foto: Massimo Sestini

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LI SCONVOLGIMENTI POLITICI del 2016 - come la Brexit e l’elezione di Donald Trump in America - sono un trionfo o una minaccia per la democrazia? I sistemi democratici devono rispondere a legittime doglianze. E uno dei loro punti di forza è in effetti la loro capacità di farlo in modo pacifico. Ma lo sfruttamento di queste rimostranze da parte dei demagoghi minaccia la democrazia, come è già accaduto altrove. E sarebbe sciocco presumere che le democrazie occidentali siano immuni da questo pericolo. Nel 2016, la paura e la rabbia sono diventate le emozioni politiche predominanti in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, ovvero in due paesi caratterizzati da democrazie stabili e durature. La paura riguardava l’impoverimen-

to crescente e i cambiamenti culturali; la rabbia si manifestava contro gli immigrati e le élite indifferenti. Insieme, questi sentimenti hanno alimentato il riemergere del nazionalismo e della xenofobia. Alcuni sostenitori della Brexit in Inghilterra, come alcuni esponenti Repubblicani in America, credono fermamente nelle virtù del libero mercato. Ma non è questo che ha determinato l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea né l’arrivo di Trump alla Casa Bianca. Si è trattato, in realtà, di emozioni molto più viscerali e meno attraenti. Per i democratici, l’esplosione di questi sentimenti primordiali è inquietante perché sono molto difficili da contenere. La democrazia è in fondo una forma civilizzata di guerra civile, una lotta per il potere moderata da patti e istituzioni. I patti prevedono che i vincitori non prendano mai

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Ingrandimento QUANTO PIÙ FORTI SONO LE AMBIZIONI TANTO PIÙ È PROBABILE CHE IL SISTEMA DEMOCRATICO DEGENERI IN DISPOTISMO. I DEMAGOGHI SONO IL TALLONE D’ACHILLE DELLA DEMOCRAZIA tutto. L’opposizione è legittima, come la libertà di opinione, e il potere viene tenuto a freno. I valori della cittadinanza sono la risorsa più importante di una democrazia. Chi ne fa parte dev’essere profondamente convinto che è illegittimo rendere permanente un potere temporaneo manipolando le elezioni, soffocando il dissenso o perseguitando l’opposizione. Quello che viene definito “il popolo” è un’entità immaginaria, inesistente. Esistono semplicemente dei cittadini le cui scelte non solo possono cambiare, ma sicuramente cambieranno. Sebbene sia necessario trovare un modo per comporre le varie opinioni, questo sarà sempre difettoso. In ultima analisi, la democrazia, o una repubblica democratica, consiste proprio nel fornire a persone con diversi punti di vista e anche diverse culture di vivere fianco a fianco in ragionevole armonia. Ma contano anche le istituzioni, perché stabiliscono le regole del gioco. Anche le istituzioni, tuttavia, possono fallire. Il collegio elettorale degli Stati Uniti, per esempio, ha fallito doppiamente. La sua scelta di Trump non si accorda con i voti espressi nelle elezioni presidenziali né rispecchia il giudizio sui meriti del candidato, come invece auspicava Alexander Hamilton. Secondo questo padre fondatore, esso avrebbe dovuto scongiurare le minacce derivanti «dal desiderio di potenze straniere di ottenere un ascendente improprio nei nostri consigli» e garantire che «la carica di presidente non finirà mai nelle mani di un uomo che non sia dotato in massima misura dei requisiti indispensabili». Le accuse contro gli hacker russi e gli evidenti difetti di esperienza, di giudizio e di carattere di Donald Trump indicano che il collegio elettorale non si è dimostrato quel baluardo che Hamilton auspicava. Spetta ora ad altre istituzioni - in particolare, il Congresso, i tribunali e i media - e ai cittadini più in generale svolgere questa funzione.

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UANTO PIÙ FORTI sono le passioni e più incontenibili le ambizioni, tanto più è probabile che il sistema democratico degeneri in dispotismo. I demagoghi sono il tallone di Achille della democrazia. E si può persino dire che seguano ormai un copione standard. Che siano di destra o sinistra, si spacciano per rappresentanti della gente comune contro le élite e gli intrusi usurpatori. Instaurano legami viscerali con i seguaci ai quali appaiono come leader carismatici, sfruttano questo ascendente per guadagnare potere, spesso mentendo alla grande. E sfidano le regole stabilite di comportamento facendo apparire le

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istituzioni come nemiche della volontà popolare da essi incarnata. Trump è un demagogo quasi da manuale. Nigel Farage, ex leader del Partito per l’Indipendenza del Regno Unito, non è andato molto lontano perché la conquista delle istituzioni partitiche britanniche si è rivelata molto più difficile di quella della presidenza degli Stati Uniti. Esistono tuttavia delle somiglianze tra gli aspetti demagogici della campagna per la Brexit e l’ascesa di Trump. In entrambi i casi, gli avversari sono nemici piuttosto che cittadini che la pensano diversamente. E sia i sostenitori della Brexit che quelli di Trump pretendono di rappresentare il popolo contro gli stranieri e i traditori. La campagna del demagogo porta naturalmente al dispotismo ovvero alla tirannia della maggioranza, che è una maschera della tirannia di un uomo solo. E quando le istituzioni vengono sottomesse a un controllo dittatoriale, l’opposizione viene spinta alla rivolta, fornendo ai despoti il pretesto per reprimerla o per esigere assoluta obbedienza di fronte invece all’acquiescenza della popolazione. Si possono citare molti esempi di conquista demagogica del potere, sia nel passato che nel presente. Benito Mussolini e Adolf Hitler sono casi esemplari di demagoghi trasformatisi in despoti. E viene facile pensare a casi più recenti, da Hugo Chávez a Viktor Orbán e Vladimir Putin. Potrebbe essere questa la strada lungo la quale sono oggi incamminate alcune delle più importanti democrazie occidentali, e in particolar modo gli Stati Uniti, alfieri della democrazia nel XX secolo? La risposta è sì. Potrebbe succedere persino lì. Le istituzioni fondamentali della democrazia non si proteggono da sole, ma vengono protette dai cittadini che comprendono e custodiscono i valori che esse rappresentano. La politica deve rispondere alla paura e alla rabbia che hanno portato Trump al potere. Ma non deve arrendersi di fronte a questi sentimenti, che non devono essere una scusa per distruggere la repubblica. La presidenza americana, specialmente se supportata dal Congresso e dalla Corte Suprema, come potrebbe accadere, è abbastanza potente per fare molti danni in patria. Di fatto, quasi da solo il presidente potrebbe anche iniziare guerre devastanti. Affidare il più importante patrimonio di valori democratici del mondo a un demagogo di destra è un fatto devastante. Resta ancora da chiedersi se il mondo che abbiamo conosciuto sopravviverà a questo. Traduzione di Mario Baccianini


Roberto Saviano L’antitaliano www.lespresso.it

La circolazione di false notizie online non si combatte con lo stop alla libertà di parola. Ma evitando l’impunità di chi le diffonde

Noi in trappola tra bufale e censura

Foto: M. Chianura / Agf

COME SEMPRE IN ITALIA (anche quando

le notizie che ci riguardano arrivano dall’estero) si ragiona tirando in ballo la parola “emergenza” per far leva sull’emotività. Come sempre - e questo impedisce la ricerca reale di una soluzione - si propongono ricette inattuabili e che hanno un retrogusto amaro, quando non pericoloso. E come sempre, la risposta non tarda ad arrivare. Anch’essa è scomposta, deve alzare i toni perché la gara è a chi la spara più grossa, a chi fa più proselitismo e ovviamente il proposito finale non è trovare una soluzione, ma lasciare tutto com’è. Ché, detto tra noi, quando le cose vanno male sono in molti a stare bene. Ed ecco la nuova reale e pressante urgenza ed emergenza democratica: le bufale online, le false notizie. Non fraintendete il mio tono, è effettivamente un problema che esiste e non va sottovalutato, ma la sua risoluzione non si chiama censura. Per fare un esempio che è sotto gli occhi di tutti, secondo l’analisi della testata americana BuzzFeed, nella fase conclusiva della campagna presidenziale americana, le 20 notizie false più cliccate su Facebook hanno generato più condivisioni, più like e più commenti rispetto alle 20 notizie vere più cliccate: “Il Papa appoggia Donald Trump” (notizia falsa) ha avuto più condivisioni dell’inchiesta del Washington Post sui reati di truffa e corruzione di Trump (notizia vera). L’ho presa larga, ma sto parlando della nostra Costituzione, quella stessa che molti vogliono difendere, che pochi conoscono e che pochissimi si impegnano perché sia effettivamente applicata. Sto par-

lando dell’articolo 21 di cui cito le prime righe: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria nel caso di delitti, per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi, o nel caso di violazione delle norme che la legge stessa prescriva per l’indicazione dei responsabili”. E IO AGGIUNGEREI QUESTO: la tutela

della libera formazione delle opinioni nelle persone è un diritto fondamentale da tutelare e se le bufale, se le false notizie presenti online mettono a rischio questa libertà la risposta non può essere il controllo dello Stato sulle conseguenze, ma la ricerca delle cause. Allo stesso tempo la soluzione non può essere far finta che il problema non esista e rivendicare il diritto a dire ciò che si vuole, ovvero il diritto all’irresponsabilità. Giovanni Pitruzzella, presidente dell’Antitrust, rilascia al Financial Times (ecco la notizia che ci arriva dall’estero) un’intervista sullo stato dell’informazione in Italia e dice che la maggiore causa di degrado della democrazia sono le bufale che circolano sul web e sui social. Pitruzzella dice di non fidarsi del controllo che i social farebbero sulle notizie false e auspica la costituzione di una serie di istituti indipendenti coordinati da Bruxelles e modellati sull’Antitrust. Non sarebbe lavoro da affidare a società private, dice,

perché: «è storicamente compito dei poteri pubblici». Afferma di non temere alcun rischio censura perché le persone «potranno continuare a utilizzare un web libero e aperto» (con “free”, l’intervista era in inglese, non credo di riferisse alla gratuità del servizio che in Italia è costoso anche quando - e capita spesso - è scadente. Ma questa è un’altra storia). Pitruzzella, a margine della sua intervista, accenna anche alla soluzione già esistente, ovvero il ricorso dei privati cittadini che si sentono danneggiati dalle false notizie all’autorità giudiziaria ma, secondo Pitruzzella, la macchina giudiziaria è notoriamente “clunky” che io tradurrei con “oberata”, “ingolfata”. ECCO, QUINDI UNA RISPOSTA di buon

senso a Pitruzella poteva essere questa: ma invece di pensare a un intervento dello Stato, non sarebbe stato meglio auspicare una riforma del sistema giudiziario dando atto delle ripercussioni che il suo malfunzionamento ha anche sulla circolazione di notizie false e sulla sostanziale impunità per chi le produce e le diffonde? E invece no e a rispondere immediatamente è Beppe Grillo, che nella sua invettiva omette di citare le bufale da cui tutto oltreoceano era partito, e si accomoda sul banco degli imputati dicendo che è lui che vogliono zittire e censurare. Pitruzzella non l’aveva citato Grillo, che però, sentendosi chiamato in causa, rivendica di fatto il diritto alla bufala. Conclusione: c’è chi vorrebbe censurare e chi vuole dire balle, in mezzo ci siamo noi. That’s all folks. Q 8 gennaio 2017

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Michele Serra Satira preventiva www.lespresso.it

Prima della strage di Istanbul i cinesi-turchi musulmani erano noti solo agli antropologi. Ecco le altre etnie che reclamano notorietà

Foto: Filippo Milani

Dopo gli uiguri scopriamo i fiammoni PRIMA DELL’ULTIMA strage di Istanbul l’esistenza degli uiguri, cinesi di origine turca e di religione musulmana, era nota solamente agli antropologi, ai correttori di bozze dell’Istituto Geografico De Agostini (che devono continuamente correggere “liguri” in “uiguri”, e viceversa) e agli stessi uiguri. Si è poi rivelata falsa l’ipotesi della pista uigura; ma ancora una volta il mondo ha dovuto prendere atto, con profondo sgomento, che le popolazioni, le etnie, le identità nazionali sono molte migliaia. Oltre a quelle già purtroppo note, ne vengono fuori continuamente di nuove, rendendo ancora più infernale la vita quotidiana sul pianeta Terra. Vediamo quali saranno, in ordine di apparizione, i prossimi gruppi umani in via di iscrizione all’Albo Internazionale dei Popoli e delle Etnie.

FIAMMONI Sono i belgi frutto dell’incrocio tra fiammighi e valloni. È l’unico popolo al mondo che pratica il bilinguismo parlando contemporaneamente le due lingue, emettendole all’unisono con la tecnica della diplofonia. Alcuni fiammoni sono diventati famosi come ventriloquo, ma la maggior parte soffre di gravi forme di depressione perché non riesce a capire quello che gli viene detto, e neppure quello che dicono. La cucina fiammona è la sintesi perfetta tra cucina vallona e cucina fiamminga: nell’uno e nell’altro caso il piatto unico sono i cavolini di Bruxelles, dunque la pietanza nazionale fiammona sono i cavolini di Bruxelles.

COREANI DEL CENTRO Si tratta di poche centinaia di individui rimasti intrappolati nella sottilissima striscia di terra (tre metri di larghezza, trecento chilometri di lunghezza) che separa Corea del Nord e Corea del Sud. Ripudiano il comunismo così come il capitalismo, detestano il libero mercato ma anche l’economia pianificata, aborrono il Nord dittatoriale e odiano il Sud corrotto, sono nemici della Cina, della Russia e degli Stati Uniti in uguale misura. Il loro soprannome in coreano è “Pang”, che significa “rompicoglioni”. Puntano al riconoscimento dell’Onu e chiedono di ospitare i prossimi Giochi Olimpici ma solo relativamente al lancio del giavellotto, al salto in lungo e alle poche altre discipline che possono dispu-

ADERISCI È una delle centoventi etnie che si sono svelate al mondo dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Gli Aderisci sono un popolo nomade che stabilisce di volta in volta la propria capitale nella capitale dello Stato dove si trova. Non solo: gli Aderisci fanno proprie, in pochi giorni, usanze e tradizioni del luogo, imparandone la lingua e adottandone il sistema politico, i costumi sessuali e la cucina. Secondo il loro mito fondante è esistito un tempo un vero e proprio paese di origine, il Clonistan, dal quale tutti gli Aderisci provengono e nel quale faranno ritorno alla fine dei tempi, ammesso che sappiano riconoscerlo perché nella mentalità aderiscia ogni paese del mondo potrebbe essere il Clonistan.

tarsi in lunghezza senza mai superare i tre metri di larghezza. I loro atleti sono molto dotati nella corsa a una sola corsia.

FRANCESI DIVERSI Sono i francesi che non amano i formaggi, e anzi li ritengono un ripugnante agglomerato di muffe, latte in decomposizione e carta stagnola che è impossibile separare dal resto. Costituiscono una cosiddetta “etnia disseminata”, costituita da individui sparsi nel territorio senza particolari legami genetici l’uno con l’altro, ma con una irriducibile identità culturale minoritaria. Altre tipiche etnie disseminate sono gli italiani disciplinati, gli americani che odiano le armi e gli africani che parlano a bassa voce. SUBSAMOA Etnia melanesiana perseguitata, per difendere la propria integrità vive sott’acqua da molti secoli. I subsamoani, grazie all’evoluzione, sono capaci di immagazzinare ossigeno non solo nei polmoni, ma anche nelle tasche dei pantaloni. Risalgono in superficie solo ogni venti minuti per respirare e per controllare che il parchimetro della loro automobile non sia scaduto. Nonostante le loro condizioni di vita non siano facili e il loro aspetto sia disgustoso (sono ricoperti di alghe ed emanano un forte odore di bouillabaisse: si tratta di una popolazione francofona) i subsamoani non hanno rivendicazioni da fare e ritengono di essere amici di tutte le popolazioni del mondo, compresi gli svizzeri. Per questo le Nazioni Unite hanno deciso di non riconoscerli come popolo. Infatti la principale prerogativa richiesta dal protocollo per concedere lo status di “popolo” è odiare almeno un paio di altri popoli. Q 8 gennaio 2017

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Prima pagina Allarme in Italia

Minniti: vi racconto il mio piano sicurezza (da adesso una parola di sinistra)

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Illustrazione di Duluoz


Prima pagina Allarme in Italia

«Immigrazione, paura del terrorismo, periferie sono questioni che mettono in gioco gli equilibri democratici in Europa. E in Italia»

di Marco Damilano

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ULLA SICUREZZA e sull’immigrazione ci giochiamo gli equilibri democratici dell’Europa. E dell’Italia». Non è la legge elettorale ancora tutta da scrivere, e neppure il sostegno della debole ripresa economica, il vero banco di prova, la sfida che attende in questo inizio 2017 il governo presieduto da Paolo Gentiloni. Per capire quale sia bisogna guardare verso uno dei sette colli su cui è stata fondata Roma, in direzione Viminale. Dove è cambiato il ministro dell’Interno: l’unica differenza rilevante nella staffetta tra il governo di Matteo Renzi e quello di Paolo Gentiloni, per il resto identici o quasi. Un passaggio in apparenza da addetti alle cose di Palazzo, accolto dagli altri inquilini con indifferenza o addirittura con sarcasmo. «Se la risposta all’esito del referendum è quella di spostare Alfano agli Esteri per far posto a Minniti, abbiamo già perso

cinque punti percentuali...», ha commentato Massimo D’Alema, che pure del nuovo ministro dell’Interno fu il capo. Eppure è questo cambio di casella non dovuto a bilancini di corrente, la nomina di Marco Minniti al Viminale, a rivelare lo strettissimo spazio di manovra per un governo che si annuncia tra i più fragili della storia repubblicana, destinato almeno sulla carta a vita breve. La sola possibilità di lasciare un segno, anche sul piano legislativo, che prenderà la forma di un pacchetto di provvedimenti legislativi da presentare entro la fine di gennaio: sarà battaglia, nelle aule parlamentari e fuori. Qualcosa di più: la necessità di una svolta culturale e politica sulla sicurezza e sull’immigrazione, della sinistra, del Pd. Perché qui, sulle ondate migratorie e sulla paura del terrorismo che si abbattono su fasce di popolazione già stremate dalla crisi economica, in Francia è affondata la sinistra, in Germania rischia di naufragare Angela Merkel. E la corsa di Renzi

si è bloccata in Italia, ben più di quanto il premier rottamatore avesse intuito. L’Italia è una polveriera, pronta a esplodere da un momento all’altro. Una sottile striscia di terra nel Mediterraneo, attraversata da nemici spesso invisibili, dalla paura e dalla rabbia. L’incubo del terrorismo, di un attentato sul territorio nazionale, mai escluso come possibilità, che a fine anno ha assunto le sembianze del tunisino Amis Amri, lo stragista di Berlino riemerso dal nulla europeo nella notte italiana di Sesto San Giovanni. L’immigrazione fuori controllo: nel 2016 il numero dei migranti sbarcati in Italia ha toccato quota 181.283, un record rispetto al 2015 e al 2014, con oltre 24mila minori stranieri non accompagnati, il doppio di un anno fa. L’emergenza periferie, nelle grandi città e nei piccoli centri: alla fine del 2016 la rivolta nel quartiere romano San Basilio contro una famiglia del Marocco che aveva una casa popolare regolarmente assegnata e le barricate di Gorino sul Delta del Po contro un pullman di dodici profughe, con lo Stato costretto a fare marcia indietro di fronte alle proteste. Mentre il 2017 si è aperto con il furore dei migranti contro gli operatori nel centro accoglienza di Cona nel veneziano, dopo la morte per malore di una ragazza ivoriana, Sandrine Bakayoko. «Eventi che presi da soli non vanno enfatizzati, ma che testimoniano una situazione di equilibrio molto teso. I pezzi di una sfida democratica senza precedenti», ripete Minniti. Da meno di

«Il sistema di protezione finora ha retto, ma ogni fatto è una nuova lezione» 26

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un mese siede avvolto nel caldo soffocante lasciato in eredità dal freddoloso predecessore Angelino Alfano, nella stanza che fu di Francesco Cossiga, suo amico personale, e di Giorgio Napolitano, l’unico titolare del Viminale ad aver avuto in tasca la tessera del Partito comunista, prima di lui. Due esponenti di partito destinati a trasformarsi in uomini di Stato. Il percorso di Minniti: dalla federazione dei giovani comunisti in Calabria alla segreteria di D’Alema a Botteghe Oscure fino agli incarichi di governo, sempre nello stesso settore. Arriva al ministero dell’Interno a sessant’anni dopo essere stato sottosegretario alla presidenza del Consiglio con D’Alema e alla Difesa con Giuliano Amato nel 1998-2001, vice-ministro dell’Interno nel secondo governo Prodi nel 2006-2008, dal 2013 sottosegretario con delega ai servizi segreti, tra i pochi a essere riconfermati nel cambio tra Enrico Letta e Renzi. Un’esperienza che gli ha permesso di entrare nel nuovo ruolo senza strappi. Nella prima riunione del comitato di analisi strategica anti-terrorismo, il C.a.s.a., in fondo l’unica differenza con il passato è che si è spostato alla presidenza dell’organismo: lui conosce tutti, tutti conoscono lui. E al comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica si è presentato come un duro che conosce alla perfezione gli apparati dello Stato: «Non prendo decisioni per caso, senza averci pensato, non sono inconsapevole. Posso sbagliare, fare uno scivolone, ma per favore, dite che è stato un errore di valutazione, non una gaffe». Per il ministro non è stata una gaffe neppure la decisione di rendere pubblici i nomi dei due agenti che hanno ucciso l’attentatore di Berlino a Sesto San Giovanni, sbeffeggiata sui social network. «I nomi sarebbero usciti in ogni caso e tenendoli segreti avremmo dato l’impressione di voler nascondere qualcosa, avremmo gettato un’ombra su un’operazione limpida che dimostra l’efficienza del sistema. Il nostro fiore all’occhiello è la pattuglia di strada, la forza della normalità. Non è stata un’azione casuale: c’è una rete di

sicurezza in cui ogni pezzetto è presidiato. La mia generazione ricorda bene la copertina di “Der Spiegel” alla fine degli anni Settanta con la P38 sugli spaghetti, oggi la Süddeutsche Zeitung ha titolato in italiano: “Grazie mille, signori”. E poi c’era un problema di messaggio: l’agenzia dell’Isis Amaq ha presentato la sparatoria di Milano come un’azione eroica del terrorista. Non possiamo dare l’impressione di avere paura. Il sistema ha retto, ma da ogni fatto dobbiamo trarre la giusta lezione».

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N TRINCEA contro il fantasma del terrore. Perché nel tragico capodanno di Istanbul un gruppo di connazionali è sfuggito per un soffio al massacro. E la rete dei complici di Amri non c’è, ma l’auto-innesco del lupo solitario cambia la percezione del pericolo. Minniti ha alle spalle tre anni e mezzo passati nell’ufficio-bunker accanto a Palazzo Chigi, circondato dagli inseparabili modellini di aeroplano, a studiare report, dossier, le relazioni dell’intelligence dislocata nei punti caldi, a prevenire, calcolare, anticipare le mosse dell’avversario, con la certezza terribile che non tutto può essere messo in sicurezza. Mai un’intervista: «Sono la prova vivente che in politica si può sparire e contare lo stesso», ha sempre schivato offerte di giornali e tv. Ma ora è diverso. Perché la battaglia è politica, culturale, di comunicazione. Il ministro non dimentica di aver vissuto almeno due momenti della storia recente in cui la sinistra di governo si è scontrata con il tema della sicurezza. Minniti era a Palazzo Chigi con D’Alema quando Milano fu sconvolta da un’ondata di violenza, nove morti nei primi dieci giorni dell’anno 1999, all’Interno c’era Rosa Russo Iervolino, la Lega di Umberto Bossi organizzò le ronde in piazza. Minniti era al Viminale, vice del ministro Amato, quando il governo Prodi approvò in poche ore il decreto-sicurezza dopo l’omicidio di Giovanna Reggiani massacrata da un rumeno a Roma nel 2007. Ma oggi la

questione si pone in termini completamente nuovi. Non è più, soltanto, materia da addetti all’ordine pubblico, né soltanto interna. «Senza Schengen l’Europa non esiste, ma la libertà di circolazione può essere garantita solo se le frontiere esterne sono sicure. Nel 2017 si voterà in Germania, Francia, Olanda, di fronte al proprio elettorato nessuno farà sconti a nessuno, meno che mai all’Italia. Se riusciamo a fare qualcosa in Italia aiutiamo gli altri partiti democratici in Europa, se falliamo noi non ci faranno sconti», è il quadro in cui Minniti inserisce la sfida del governo Gentiloni. «Da tempo ho un’idea: sfatare il tabù che le politiche di sicurezza siano “par excellence” di destra. È vero che spesso un impulso securitario nella società e nell’opinione pubblica produce uno spostamento a destra dell’elettorato, ma sono da sempre convinto che la sicurezza sia pane per i denti della sinistra. Le moderne politiche di sicurezza sono integrate: non solo repressione, come pensano le destre, non solo interventi di recupero sociale, come riteneva una parte della sinistra. E soltanto una cultura politica di sinistra riformista che non semplifica le risposte può mettere in campo il tentativo di una soluzione integrata alla domanda di sicurezza». Sono le due gambe, i due polmoni del piano che il ministro dell’Interno sta preparando e che presenterà alla fine di gennaio. Due parole-chiave: severità e accoglienza. «Se non c’è severità sul rimpatrio non si fa neppure accoglienza», non smette di dire in ogni sede Minniti, una linea che ha ricevuto nel messaggio di fine anno l’appoggio più autorevole. «Dopo l’esplosione del terrorismo internazionale di matrice islamista, la presenza di numerosi migranti

«Nel 2017 si vota nei grandi paesi Ue, se falliamo sui migranti non ci faranno sconti» 8 gennaio 2017

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Prima pagina Allarme in Italia sul nostro territorio ha accresciuto un senso di insicurezza», ha detto il 31 dicembre in tv Sergio Mattarella. «È uno stato d’animo che non va alimentato, diffondendo allarmi ingiustificati. Ma non va neppure sottovalutato. Non rendersi conto dei disagi causati alla popolazione significa non fare un buon servizio alla causa dell’accoglienza».Tra i due la sintonia è assoluta, cementata anni fa, quando Mattarella era ministro della Difesa e Minniti sottosegretario. Il piano Minniti si muoverà in due direzioni: il primo pacchetto di provve-

dimenti sull’immigrazione, il secondo sulla sicurezza urbana. Sulla gestione dei migranti c’è la riapertura dei Cie, i Centri di identificazione e espulsione, previsti dalla legge ma caduti in disuso, anticipata da una circolare del capo della Polizia Franco Gabrielli: attualmente sono quattro, diventeranno uno per regione, milleseicento posti contro i 360 attuali. Versano in stato di abbandono, nei progetti del Viminale andranno ristrutturati e affidati a una governance trasparente. La politica dei rimpatri: oggi, è il ragionamento di Minni-

Riattivati i Cie, uno per regione. Un solo grado di giudizio in caso di negazione del diritto d’asilo. Più risorse per i comuni che accettano di accogliere i profughi 28

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ti con gli esperti, il foglio di via appare un’ipocrisia. E non c’è bisogno di essere specialisti, anche a un osservatore superficiale l’odissea in Europa di Amri, l’attentatore di Berlino, appare per quello che è: l’anatomia di un fallimento. Sbarcato a Lampedusa nel 2011, in carica c’era il governo Berlusconi-Maroni, radicalizzato nel carcere dell’Ucciardone dove ha passato quattro anni, era destinato al rimpatrio in Tunisia ma scadono i termini di permanenza senza che arrivino i documenti dal governo tunisino e a quel punto resta libero di

girare per l’Europa. Infine, dopo la strage del 19 dicembre, scappa indisturbato per Germania e Francia prima di tornare al punto di partenza, in Italia. Il riassunto di cinque anni di politiche suicide. Nel piano Minniti c’è l’annullamento del secondo grado di giudizio in caso di negazione del diritto d’asilo per accelerare le procedure di espulsione di quei migranti che non godono di protezione internazionale. Ma anche la possibilità per i comuni di impiegare i migranti in attesa in lavori socialmente utili. E la costruzione di una rete di consenso e di collaborazione con i sindaci, poiché oggi solo un comune su quattro parte-


Foto: I. Romano - Getty Images, pagine 30 - 31 Olycom

Migranti in attesa di sbarcare dalla nave militare “Bettica”, al porto di Salerno, dopo un’operazione di salvataggio al largo di Lampedusa

cipa all’accoglienza dei profughi. Sono stati già stanziati cento milioni di euro per i comuni coinvolti, c’è l’accordo tra il Viminale e l’Anci per l’accoglienza che non superi la quota di 2,5 migranti ogni mille abitanti. E una rete di collaborazione con l’Islam, esterna e interna. La rete nel Mediterraneo con i viaggi di Minniti a Tunisi e Malta, la convocazione nei prossimi giorni della consulta dell’Islam, con l’obiettivo di estendere in tutta Italia i protocolli di collaborazione già firmati a Firenze e a Torino: nell’accordo si stabilisce che gli imam dovranno predicare in italiano, in seguito a un patto con le comunità e non a

Per fine gennaio i provvedimenti legislativi andranno in Parlamento: un pacchetto sull’immigrazione. E uno sulle città sicure

un’imposizione. Il secondo pacchetto di interventi riguarda le città. E le periferie che nel 2016 hanno manifestato il disagio, la lontananza, il senso di abbandono in mille modi, a partire dal più dirompente: il voto. Nelle intenzioni di Minniti c’è in primo luogo un viaggio nei quartieri a rischio, senza troppe telecamere e pubblicità, e un piano di interventi mirato sulle esigenze della popolazione. Ascolto e pragmatismo: «Le parole sono drammaticamente logorate. Quando il tam tam è così forte non puoi rispondere con un altro tam tam. Occorre un cambio di comunicazione: l’unica

strada è rispondere con i fatti, con una soluzione concreta. Per questo insisto che la sicurezza si basa su due cardini: intelligence e territorio. Pattuglie, ma anche illuminazione pubblica, lotta al degrado, sviluppo urbanistico. Il Bronx sempre evocato nell’immaginario


Prima pagina Allarme in Italia collettivo come un paragone negativo oggi è quasi un quartiere modello». E coinvolgimento delle amministrazioni locali: una tessitura tutta politica, anche con sponde lontane. A Roma è stato il ministro a insistere che la conferenza stampa sull’ordine pubblico fosse lasciata alla sindaca di M5S Virginia Raggi (con il prefetto Paola Basilone). A Milano c’era il leghista di governo Roberto Maroni, suo antico estimatore: «ha usato con me toni mai uditi nel Pd», ha scherzato alla fine Minniti con i col-

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laboratori. Lo stesso discorso vale per Gomorra, la criminalità organizzata, le mafie. Il calabrese Minniti vede la possibile sconfitta militare delle cosche, ma ritiene che ci sia ancora da lavorare per restituire centralità culturale alla lotta alla mafia che si è persa negli ultimi anni, restituendo al pubblico i beni confiscati, e per sbarrare la strada alle infiltrazioni nella pubblica amministrazione e negli appalti: la ricostruzione per il terremoto in Centro Italia sarà il più imponente in-

vestimento pubblico dei prossimi anni, va evitato che sia inquinata da corruzione e mafia. Il piano Minniti sarà pronto tra qualche settimana, poi il pacchetto immigrazione e quello sulla sicurezza urbana diventeranno proposte legislative da discutere in Parlamento. E comincerà la battaglia politica: sul ritorno dei Cie si è già aperto il fuoco incrociato, da destra e da sinistra. Contrari i presidenti di regione del Pd, da Debora Serracchiani a Enrico Rossi, le associa-


Blocchi antiterrorismo davanti al Duomo di Milano, per prevenire attacchi, come quelli di Nizza e di Berlino, con mezzi lanciati sulla folla

zioni cattoliche e laiche. Sarà un momento decisivo per la vita del governo Gentiloni. Perché il premier sa che sulla sfida della sicurezza si vinceranno o perderanno le prossime elezioni, lo sa Renzi, dopo aver a lungo sottovalutato la questione. E ne è cosciente, soprattutto, Marco Minniti. Nominato senza una corrente alle spalle, drappelli di parlamentari fedeli, alla guida di un ministero che un tempo gestiva il potere e che oggi appare il punto più avanzato della frontiera, dove si combatte e si rischia di cadere. Con la drammatica consapevolezza che il tempo si è consumato: nella prima settimana del 2017 sono ripresi gli sbarchi, le prote-

ste, le rivolte, i morti nei centri di accoglienza. E Minniti al Viminale assomiglia all’ultima spiaggia. Anche se il ministro non ha nessuna voglia di arrendersi: «Qui si svolge la partita più importante: il destino della democrazia. E io sono un democratico, me la voglio giocare fino in fondo». Q

Il ministro si prepara a un viaggio nei quartieri a rischio. E punta a coinvolgere le amministrazioni: da Roberto Maroni a Virginia Raggi 8 gennaio 2017

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Prima pagina Scenari

Big game ferma Il disimpegno degli Usa, il ruolo di Putin, le svolte di Erdogan: la lotta al terrorismo deve fare i conti con nuovi equilibri geopolitici di Gigi Riva

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I DICE DI RECEP Tayyip

Erdogan: il Sultano. Di Vladimir Putin: lo Zar. Di Abu Bakr al-Baghdadi: il Califfo, per fortuna con la preziosa aggiunta “sedicente” o “autoproclamato”. Di Bashar al Assad: il Dittatore. Di Abdal Fattah al Sisi: il Golpista (naturalmente). Si fronteggiano in Medio Oriente, direttamente o per interposta influenza, leader che occhieggiano al dominio assoluto, definiti con appellativi che ne denunciano la postura, retaggi di ere di tiranni e

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sudditi. Se il tema della politica è il potere personale, la disinvoltura è massima, la lotta è senza esclusione di colpi. E non esistono le regole. Erdogan, nella sua ambizione neo-ottomana, voleva che Istanbul tornasse faro dell’intera regione ed essere incoronato capo del mondo musulmano sunnita. Per questo aveva benevolmente accompagnato la crescita dello Stato islamico in funzione anti-Assad (alauita, dunque sciita). Salvo rendersi conto di qualche errore di calcolo strategico: a) un Sultano è incompatibile con un Califfo; b) con un Imperatore rilut-

tante quale Barack Obama e uno Zar ambizioso quale Vladimir Putin, alleato di Assad, è l’asse sciita il cavallo vincente su cui puntare. Un cambio di sella veloce et voilà, ecco la fantasmagorica piroetta, il cui prezzo sono le vendette come il massacro di Capodanno nel night club “Reina”. La convivenza nell’area di tanti “uomini forti” e di alleanze a geometria variabile è la conseguenza del disimpegno di Washington che ha creato un vuoto complicato da riempire. Obama lo aveva annunciato, coprendolo con la buona ragione del ritiro dall’Iraq dopo la scia-


Da sinistra: Trump e Putin in un murales apparso a Vilnius nel luglio scorso; folla attende Erdogan in piazza Kizilay, ad Ankara, luglio 2016

Foto: P.Malukas/Afp/Getty Images, E.Aydin/Anadolu Agency/Getty Images

ata Istanbul gurata guerra di Bush. Era stato trattenuto per i capelli per l’esplosione delle “primavere arabe” e della guerra in Siria, dovendo rispettare il ruolo di superpotenza. Lo aveva fatto suo malgrado, ponendo “linee rosse” al regime di Assad oltrepassate le quali non è stato in grado di far seguire i fatti alle minacce, sottovalutando la crescita dello Stato islamico nel timore di un nuovo pantano per le sue truppe. Errori figli di alcune ragioni interne: il popolo Usa è stanco della guerra, il Medio Oriente non è più strategico perché l’America ha raggiunto l’autosufficienza energetica. Tutto lascia credere che con Donald Trump, ormai prossimo a insediarsi, la Casa Bianca accentuerà fino all’estremo l’atteggiamento di abbandono dell’area più calda del pianeta. Il miliardario ha già fatto sapere che i soldati in giro per il globo costano troppo e i fondi statali devono semmai servire per aumentare la sicurezza interna. Forse addirittura più che dopo l’11 settembre, gli attentati

endemici di fondamentalisti islamici hanno prodotto negli americani la percezione dell’insicurezza sul proprio suolo. Il presidente eletto proclama una vicinanza a Putin che è contemporaneamente rispetto del tycoon per la muscolarità dello Zar e calcolo dei benefici economici derivanti da una suddivisione di compiti come ai bei tempi andati della Guerra Fredda. Basta aprire la carta geografica per misurare interessi e intenzioni. L’Ucraina? Non è problema di Washington. L’Europa? Neppure. Il Medio Oriente? Andiamocene prima di restare ulteriormente scottati. Proprio quanto il Cremlino desiderava, per tornare a sua volta a sentirsi potenza. Non si umilia troppo a lungo la Grande Russia. Putin ha solleticato la pancia nazionalista e l’orgoglio di un popolo in cerca di riscatto e lo fa tornare protagonista nei luoghi abbandonati dopo l’implosione dell’Impero sovietico. Uno di questo luoghi, una sorta di sogno ancestrale, è il mare caldo, il Mediterra-

neo. Nella caotica contesa Mosca può contare su vecchi alleati come l’Iran (rimesso in gioco proprio da Obama con l’accordo sul nucleare) e la Siria, appunto l’asse sciita. Ed Erdogan, nonostante la Turchia faccia parte della Nato, ha annusato il cambio del vento, si è presentato da Putin cospargendosi il capo di cenere per l’abbattimento dell’aereo russo che aveva portato i due Paesi sull’orlo di un confronto militare, ha offerto il suo esercito in appoggio chiedendo in cambio solo carta bianca contro i curdi, il suo spauracchio interno. Perché per un apprendista Sultano neo-ottomano sarebbe un colpo fatale all’autostima vedere decurtato il territorio causa nascita di uno Stato curdo tra Turchia, Siria, Iraq. L’intesa Mosca-Ankara è arrivata al punto da produrre un cessate il fuoco in Siria e l’annuncio di una conferenza a metà gennaio in Kazakistan senza gli Stati Uniti. Un inedito su cui troppo poco si è sinora riflettuto. E che lascia lo spazio a una domanda: cosa ci guadagna l’America nel permettere tutta questa libertà di manovra allo zar Vladimir? La risposta è semplice: la nascita di un dualismo alternativo a quello Usa-Cina che sembrava ineluttabile. Un nuovo G2 Usa-Russia visto assai più favorevolmente da Donald Trump che non ha mai mancato di sottolineare la sua avversione verso Pechino. Dovuta a motivi economici. Ha vinto le elezioni coi voti del ceto medio bianco impoverito. È vero che la disoccupazione praticamente non esiste, però sono diminuiti i salari a causa della concorrenza sul mercato globale dei prodotti made in Cina dove il costo del lavoro è infinitamente più basso. Dunque, per un uomo che arriva, come si sarebbe detto da noi per Berlusconi, dalla“trincea del lavoro” altre sono le priorità rispetto a una generica, prestigiosa, ma infruttuosa area d’influenza geostrategica. La Cina non ha mai puntato a un’egemonia politica, preferendo una colonizzazione economica del mondo. Dunque, in prospettiva, è il vero nemico. Possibilmen8 gennaio 2017

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Prima pagina Scenari te da bloccare. Nel momento di massimo isolamento di Mosca per la guerra in Ucraina, Putin aveva cercato, era il 2014, un’alleanza orientale con un accordo di fornitura trentennale di gas a Pechino per un valore complessivo di 400 miliardi di dollari. Era il surrogato all’Unione economica eurasiatica che, senza Kiev, aveva perduto di significato, e l’inizio di un possibile legame tra due Paesi eredi di due comunismi e ormai campioni di due capitalismi di Stato seppure molto diversi. Ma la storia viaggia ormai a velocità supersonica e progetti che sembrano di lunga durata mutano nello spazio di un mattino. Soprattutto se le elezioni democratiche cambiano radicalmente le prospettive col mutare dei governi. Non esiste più, nemmeno negli Stati Uniti, la cortesia istituzionale che impone a schieramenti avversari di procedere secondo linee condivise su temi di interesse nazionale. Sappiamo che Trump rinnegherà in toto la politica di Obama. Abbiamo visto come Obama, in un istinto di perpetuazione del proprio credo, abbia voluto mettere i bastoni tra le ruote del successore astenendosi all’Onu sul tema delle colonie di Israele ed espellendo 35 diplomatici russi accusati di ingerenza nelle elezioni presidenziali del novembre scorso. Atti di inusitata scortesia che saranno corretti dalla nuova amministrazione e che dimostrano la volatilità dei regimi democratici, costretti a fare i conti con elettori che puniscono di regola chi detiene il potere. Anche per questo, e torniamo all’inizio, hanno buon gioco in una fetta di mondo che la democrazia non l’ha mai conosciuta, personaggi che reclamano per sé un potere pieno. E fanno del Medio Oriente la cartina di tornasole e la palestra per i nuovi equilibri. Sembrano tornare teorie assolutiste, alcune ereditate dal passato, che tendono ad affascinare popoli in cerca di vendetta per supposti torti subiti dalla storia. È così per i sunniti dopo il decennio sciita favorito dalla guerra di Bush contro Saddam Hussein. Così per i turchi nostalgici di un Impero morto un secolo fa. Così per i russi a cui un moderno zar propone un riscatto. Però l’area è troppo stretta per tanti appetiti. E, in mancanza del re della giungla, il leone americano (per dirla col linguaggio dei neoconservatori di Washington) fattosi latitante, è lunga la strada verso un accettabile nuovo ordine. Q 34

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Ue e Turchia amici per forza L’analista libanese di geopolitica spiega perché non c’è alternativa per battere lo jihadismo colloquio con Jana J. Jabbour di Fabrizio Anzolini

I

L RUOLO DELLA TURCHIA sullo

scacchiere internazionale, le sfide di Ankara sul piano politico ed economico, la morsa del terrorismo curdo e dell’estremismo islamico. A più di dieci anni dalla sua scalata al potere, Recep Tayyip Erdogan è ancora il leader incontrastato della repubblica erede del regno della sublime porta. Ma le condizioni, esterne ed interne, sono completamente mutate: perché la Turchia è continuo obiettivo di attacchi terroristici, cos’è cambiato dopo il fallito colpo di stato del luglio 2016 e quali saranno le relazioni con l’Unione Europea e gli Stati Uniti di Trump nel 2017? Per rispondere a tutte queste domande L’Espresso si è rivolto a una profonda conoscitrice delle dinamiche turche e, allo stesso tempo, una figura emergente nell’ambito dell’analisi geopolitica: la libanese Jana J. Jabbour, che insegna a Science Po Paris e all’Università Saint-Joseph di Beirut, docente all’European InterUniversity Centre for Human Rights and Democratisation del Lido di Venezia.

Professoressa Jabbour, come potrebbe disegnare l’attuale situazione politica in Turchia, dopo oltre dieci anni di “governo” Erdogan e a pochi mesi dal fallito colpo di stato di luglio?

«Il partito per la Giustizia e lo Sviluppo (Akp) è al Governo dal 2002 e Erdogan governa il Paese dal 2003, prima come Primo Ministro, dal 2014 come Presidente. La continuità e la forza di Erdogan sono spiegabili principalmente da fattori politici ed economici. Da una parte gli obiettivi economici raggiunti negli anni 2000 - la crescita del Prodotto interno lordo, i progetti di urbanizzazione, l’am-

modernamento delle infrastrutture - e l’adozione di un’agenda economica neoliberista combinata a un’efficiente politica di ridistribuzione che ha permesso un miglioramento degli standard di vita di molti turchi e un conseguente aumento della popolarità dell’Akp. Dall’altra parte, l’assenza di una forte e unita opposizione e la debolezza delle istituzioni militari hanno contribuito alla scomparsa di una qualsiasi vera alternativa di governo. A partire dal 2011 il partito di Erdogan è diventato così forte che ha cominciato a eliminare anche i suoi precedenti alleati, come il movimento di Fethullah Gülen». Si dice che sia stato proprio Gülen l’architetto del fallito colpo di stato di luglio.

«Il colpo di stato del 15 luglio 2016 è stata la reazione di alcuni membri del movimento di Gülen e di alcuni generali kemalisti allo strapotere dell’Akp e alla esclusione dalle posizioni di potere di chiunque non sia del partito. Dopo il fallito colpo di stato, e in seguito alla caccia alle streghe che il governo dell’Akp sta portando avanti contro i golpisti, la Turchia è diventata un paese altamente polarizzato. La società è fratturata e un clima di paura regna sulla società. Parallelamente a ciò, la Turchia deve affrontare oggi minacce alla sicurezza senza precedenti. Il terrorismo dell’Isis e il ritorno del Pkk alla lotta armata stanno immergendo il paese in un profondo clima di violenza. La sfida principale è come combattere il terrorismo senza rompere l’equilibrio tra libertà e sicurezza: la libertà e i diritti personali dei cittadini non dovrebbero essere sacrificati per il bene della sicurezza e con la scusa di un continuo “stato di emergenza”».


Ma nel 2016 la Turchia è stata obiettivo di numerosi attacchi terroristici. Perché proprio la Turchia e chi c’è dietro questi attacchi?

«Nel 2016, la Turchia è stata il bersaglio di 15 attacchi terroristici che hanno ucciso e ferito più di mille persone. Nove di questi attacchi sono stati rivendicati dal Pkk, quattro dall’Isis e due sono rimasti anonimi, nessuno li ha rivendicati. Questi attacchi sono la conseguenza diretta del coinvolgimento di Ankara nella crisi siriana. All’inizio della guerra in Siria, la Turchia ha cercato di usare l’Isis come uno strumento per rovesciare al-Assad e per la lotta contro i curdi. Dopo poco tempo, però, il Daesh si è rivoltato contro la Turchia e ha iniziato a porre reali minacce alla sicurezza del paese: nel mese di gennaio 2014, il movimento ha preso 49 diplomatici turchi come ostaggi a Mosul e, da quel giorno, ha cominciato a orchestrare diversi attacchi terroristi in territorio turco. Questi attacchi si sono intensificati a partire dal 2015, a causa dell’impegno della Turchia nella coalizione internazionale contro il califfato. Inoltre, la crisi siriana ha rafforzato i curdi e ha contribuito al ritorno del Pkk alla lotta armata contro lo Stato. I progressi che i curdi siriani hanno raggiunto sul campo hanno dato speranza ai curdi turchi e li hanno incoraggiati a rinnovare la guerra contro Ankara. In particolare, il Pkk ha visto nella situazione caotica della Siria e dell’intera regione una “finestra di opportunità” per fare progressi sul piano interno e, a lungo termine, per dichiarare una zona autonoma curda. In questo senso l’instabilità e il caos in Siria hanno creato un “effetto boomerang” in Turchia favorendo la creazione di minacce alla sicurezza per il paese». Qual è, quindi, il ruolo della Turchia nella crisi siriana e quali i rapporti con Assad?

«Negli ultimi sei anni l’obiettivo principale della Turchia in Siria è stato quello di rovesciare Bashar al-Assad. Tuttavia il rafforzarsi dei curdi in Siria, e il loro rapido avanzare sul terreno, ha portato Ankara a rivedere le sue priorità. Per Erdogan l’espansionismo curdo è diventato una minaccia maggiore della sopravvivenza di al-Assad e questo ha portato a un riavvicinamento con il Presidente siriano che oggi è visto come un piccolo prezzo da pagare per contenere l’istituzione di una zona autonoma curda in Siria. Dalla metà

del 2016 il governo turco ha dato il via a una “de-escalation” della sua retorica contro al-Assad, e ha aperto un negoziato con il suo regime attraverso una mediazione russo-iraniana. Oggi la Turchia continua ad essere uno degli attori principali nella crisi siriana. Attraverso la leva che ha su gruppi di opposizione e attraverso la sua presenza militare sul terreno nella Siria settentrionale (Operazione Scudo dell’Eufrate), la Turchia è un attore chiave: nessuna soluzione può essere trovata per la crisi siriana senza il coinvolgimento di Ankara». Com’è la situazione economica interna, il Pil è ancora in crescita?

«L’economia turca è fortemente influenzata dagli attacchi terroristici e dal clima di insicurezza che ne consegue. La lira turca si è svalutata e gli investimenti diretti esteri sono in fuga dal Paese. Questo non solo minaccia il tenore di vita dei turchi, ma minaccia anche il potere di Erdogan e dell’Akp. Il presidente ha recentemente suggerito che Turchia, Russia e Iran dovrebbero usare le loro monete nazionali nei loro rapporti commerciali, al fine di potenziare le loro economie e rivalutare le loro valute». Cosa pensa del rapporto tra l’Ue e la Turchia, c’è qualche realistica possibilità per Ankara di diventare membro dell’Unione?

«Il problema, oggi, è che vi è una diffidenza reciproca e una profonda crisi di fiducia tra i paesi dell’Unione e la Turchia. La verità è che l’Europa non ha mai voluto integrare la Turchia come membro a pieno titolo ma non ha neanche mai avuto il coraggio di ammetterlo apertamente. Il costante rigetto di Ankara al di fuori dei confini dell’Unione europea ha avuto conseguenze molto negative: a livello popolare ha contribuito ad un aumento dell’euroscetticismo tra i turchi: molti turchi, infatti, denunciano la “ipocrisia” e

«L’elezione di Trump è una grande opportunità per migliorare le relazioni turcoamericane»

il “doppio pesismo” di Bruxelles che da un lato ha accettato di integrare i paesi dell’Europa orientale, ma dall’altro ha rifiutato di integrare la Turchia. A livello statale, invece, questo atteggiamento ha spinto il governo dell’Akp a perdere fiducia nelle istituzioni europee e a cercare alternative all’Occidente. Questa situazione porta a una doppia sconfitta: se l’Ue perde la Turchia perderà un partner importante nella lotta contro il terrorismo e sulla crisi dei migranti. Se la Turchia perde il suo ancoraggio all’Ue potrebbe andare alla deriva verso un autoritarismo sempre più accentuato, e potrebbe anche perdere il suo “soft power” e la sua attrattiva verso il Medio Oriente. Occorre un dialogo aperto e onesto tra le due parti al fine di ripristinare vere relazioni e di iniziare una nuova forma di partnership strategica». In che modo l’elezione di Donald Trump potrà incidere sulle relazioni turco-americane?

«A seguito del colpo di Stato in Turchia le relazioni turco-americane hanno conosciuto un periodo di forte tensione. In primo luogo la reazione lenta degli Stati Uniti nel condannare il tentativo di colpo di stato è stata percepita dal governo dell’Akp come un tradimento. In secondo luogo, a seguito del colpo di stato, Ankara ha chiesto l’estradizione di Fethullah Gülen, l’imam che si è auto-esiliato in Pennsylvania dal 1999, e che le autorità turche accusano di aver orchestrato il fallito golpe. Il rifiuto all’estradizione da parte dell’amministrazione Obama ha creato una grave crisi di fiducia tra Ankara e Washington. Infine, il sostegno dell’amministrazione Obama per i curdi in Siria è percepito molto negativamente in Turchia. L’elezione di Donald Trump è un’opportunità per un miglioramento delle relazioni turco-americane. Da un lato, a differenza di Hillary Clinton, Donald Trump è favorevole all’estradizione di Gülen. Dall’altro, Trump ha annunciato che collaborerà con “leader forti” come Putin e Erdogan e che non interferirà nel modo in cui questi gestiscono i loro affari interni. Trump, inoltre, prevede di dare un ruolo maggiore per la Turchia in Siria: alla ricerca di una via d’uscita per l’America dal Medio Oriente, Trump subappalterà la risoluzione della crisi in Medio Oriente a potenze regionali come Turchia e Russia». Q 8 gennaio 2017

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Giochi di società

M

IGLIAIA DI risposte in pochi

giorni: il gioco inizia a farsi un serio ritratto della «percezione che noi italiani abbiamo del nostro percorso», riprendendo le parole di Michele Serra sull’Espresso del 31 dicembre. Quattromila sono state le prime risposte a “30 anni Su o Giù?”, il «piccolo gioco di società che speriamo diventi grande» lanciato da Serra sull’ultimo numero dell’anno. L’invito era, e continua ad essere rivolto, a tutti i lettori (continuerà nelle prossime settimane): indicare tre cose migliorate e tre peggiorate negli ultimi 30 anni in Italia. Obiettivo: «il piacere di discutere e l’urgenza» di chiederci cos’è cambiato dal 1987 al 2017, consapevoli che «forse siamo davvero a un passaggio d’epoca». Insieme a Serra, sullo scorso numero l’Espresso ha raccontato le scelte di Natalia Aspesi, Stefano Bartezzaghi e Roberto Saviano. Oggi il tabellone riparte dalle indicazioni dei lettori e dalle classifiche di Carlo Freccero, Loredana Lipperini e Vladimir Luxuria. Lo stetoscopio del gioco sta già iniziando d’altronde ad avvertire ricorrenze comuni. Fra i “Su”, ovvero gli aspetti della nostra vita migliorati negli ultimi trent’anni, scala posizioni, ad esempio, la mobilità: «maggiore facilità di viaggiare», «voli low cost», «la possibilità di viaggiare», soprattutto «all’estero» o «in Europa» («grazie a Schengen», ricorda un lettore) sono parole che ricorrono oltre 500 volte nei messaggi del sondag-

1987-2017

30 ANNI SuVotaoancheGiù?tu!

Salute e sanità restano invece forze polari opposte: ugualmente distribuite fra chi le indica come paladine del meglio e chi invece vi vede l’inizio del peggio. E questo ci trascina verso i “Giù”, ovvero nel mare di ciò che è peggiorato nel paese. All’indice ecco il «senso di comunità», come dice Lipperini. «Azzerato. Siamo diventati incapaci di stringerci». «La gente non ride più», scrive un lettore. Parole come “socializzazione”, “rapporti sociali”, “relazioni sociali”, “vita o coesione sociale” appaiono 440 volte nella colonna dei peggioramenti. Anche politica e media non ricevono migliori recensioni, come suggerito anche da Serra nella sua terna. «La manipolazione della democrazia sta passando dai grandi gruppi mediatici», aggiunge Carlo Freccero. «I media non sono più affidabili», scrive un ragazzo. «Viviamo immersi nell’informazione ma non siamo mai stati così ignoranti», aggiunge un altro. La politica è in parte altro volto della stessa crisi. Sotto molti aspetti. Vladimir Luxuria pensa ad esempio al linguaggio: «Degradato: “vaffanculo” è diventato “mi scusi”. Ci si preoccupa di più della battuta d’effetto che non del confronto civile». Un lettore la pensa al contrario: «Il linguaggio elitario da prima Repubblica, teso alla conservazione dei privilegi, fa salutare i vaffa di ora come una boccata d’ossigeno». Nel database è poi lungo lo scorrere di leader, di politici e partiti. C’è ancora da giocare. Q

Stiamo meglio o peggio rispetto a tre decenni fa? di Francesca Sironi gio online. Il primato resta però di “tecnologia”: 763 persone l’hanno indicata come il vero appiglio per guardare con ottimismo al presente. Nessuno dei primi testimonial l’aveva indicata. Ora è Carlo Freccero a chiamarla in causa, plaudendo all’avvento «dell’intelligenza artificiale».

Le scelte di Michele Serra

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Su

Giù

1. Le condizioni igienico-sanitarie 2. Il mangiare e il bere 3. La libertà personale

1. L’umore della gente 2. La politica 3. I media


Primo bilancio di un vero cambio d’epoca. Tra tecnologia, viaggi (Su) e politica (Giù), prosegue il dibattito lanciato dall’Espresso Le scelte di Carlo Freccero

Su

Giù

1. Il progresso di robotica e genetica 2. Wikileaks 3. Westworld (serie Tv)

1. Finanziarizzazione dell’economia 2. Manipolazione della democrazia 3. Esportazione della democrazia

Le scelte di Loredana Lipperini

Su

Giù

1. Possibilità di accedere al sapere 2. Accesso alla scrittura 3. Possibilità di fare più cose contemporaneamente

1. La qualità dell’informazione 2. Il senso di comunità 3. La capacità di riconoscere l’autorevolezza degli altri

Foto: C. Minichiello - Agf, M. Chianura - Agf, M. L. Antonelli - Agf

Le scelte di Vladimir Luxuria

Su

Giù

1. La dignità e la visibilità della comunità Lgbt 2. La mobilità 3. Me stessa

1. La solidarietà 2. La cafonaggine della politica 3. La precarietà

Le vostre scelte Nulla è davvero migliorato? E la socialità, negli ultimi 30 anni, è precipitata

Su

Giù

1. Nulla 2. Tecnologia 3. Viaggi

1. Socialità 2. Politica 3. Informazione

Questi i primi risultati. La discussione prosegue on line. Si vota dal sito dell’Espresso, su www.lespresso.it

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Esclusivo

Un tesoro miliardario rimasto nascosto. E ora, a evasione prescritta, i padroni vogliono convertirlo. Ma l’Antimafia indaga

La banda della lira di Giovanni Tizian e Stefano Vergine

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ER CONTENERLI tutti ci vorrebbe

un palazzo di almeno 40 piani. Per trasportarli servirebbero oltre mille camion. Cinquemila miliardi di lire sono circa due miliardi e mezzo di euro. Basterebbero, a titolo di esempio, a coprire per intero le spese che l’Italia sostiene in un anno per dare soccorso e accogliere i migranti che sbarcano sulle nostre coste. Questa montagna di denaro non è però di proprietà pubblica. Sono soldi privati. Privatissimi. Un pezzo di economia criminale del secolo scorso rimasto inabissato per oltre quindici anni. Ricchezza sfuggita completamente al radar di polizie, procure e Fisco. Un malloppo che, adesso, sfruttando le pieghe della legge, potrebbe essere riciclato nell’economia italiana. Per capire perché, nel 2017, qualcuno dovrebbe tenersi in casa cataste di lire, quando il termine per convertirle in euro è ampiamente scaduto, bisogna andare a Spinea, campagna veneziana. Lo studio dell’avvocato Luciano Faraon è una villetta singola a tre piani, con i muri esterni gialli e il tetto in legno. L’ufficio è pieno di icone e simboli vari del cattolicesimo. È a questo professionista di 72 anni, presidente dell’Associazione Internazionale Vittime Giudiziarie e difensore del primo pentito della Mala del Brenta, che si sono rivolti i proprietari

del tesoro nero. Una specie di banda della lira. Palazzinari, soprattutto, ma anche imprenditori di altri settori, persino un petroliere e un magistrato. Venti persone, sostiene l’avvocato, che mantiene massimo riserbo sull’identità dei suoi clienti ma mostra le foto delle lire impilate su tavoli e pavimenti. E promette di andare fino alla Corte europea per ottenere giustizia. Già, giustizia. Quando gli si chiede dell’origine di questo denaro, Faraon cita San Giovanni Maria Vianney: «I soldi sono lo sterco del diavolo? Sì, ma io li adopero per concimare la Messa del Signore». La traduzione laica è piuttosto elementare. «Questi cinquemila miliardi di vecchie lire», è il ragionamento dell’avvocato, «potrebbero anche non essere immacolati, anzi diciamo pure che sono per lo più frutto di evasione fiscale. Ma in un momento di crisi economica come questa, dove gli investimenti servono come il pane, perché dovremmo perderli? Non sarebbe meglio usarli per immetterli nell’economia legale? Io penso che in mezzo a tanti condoni non guasterebbe farne uno in più al fine di far ripartire l’economia». Faraon lo ha scritto all’Agenzia delle Entrate del Veneto e alla Banca d’Italia, l’istituto che deve decidere se cambiare o meno questa massa impressionate di lire. I suoi clienti, dice, sono disposti a devolvere allo Stato il 3 per cento della somma convertita. Una somma, a dir la verità, non molto onerosa: lo scudo fiscale di Giulio Tremonti del 2002 prevedeva infatti un’aliquota simile, il 2,5 per cento, ma è stata la sanatoria più generosa. E, in seguito, con la “voluntary disclosure” si è arrivati a pagare per intero le tasse dovute. Sostiene l’avvocato, però, che i suoi venti clienti devolverebbero un altro 2 o 3 per cento al Centro Beata Maria Bolognesi, associazione creata in onore dell’omonima donna veneta e considerata dai suoi seguaci un’epigona di Padre Pio, con tanto di stimmate. Ma torniamo al tesoro nero e al perché, dopo quindici anni di silenzio, è tornato a galla. Per capirlo bisogna ripercorrere l’intricata vicenda della conversione fra lire ed euro. E tenere a mente le date. La storia inizia alla fine del 2011, quando al governo italiano c’è Mario Monti. Mancano pochi mesi e poi le lire non si potranno più cambiare. Il termine scatta il 28 febbraio del 2012, dieci anni e due mesi dopo l’entrata in circolazione della valuta europea. Quei due mesi sono fondamentali per i proprietari dei cinquemila miliardi di lire. La maggior parte dei reati, compresi tutti quelli di natura fiscale, si prescrivono infatti dopo dieci anni esatti. Significa che a partire dal 2 gennaio del 2012, in teoria, chiunque denunci il possesso di lire non avrà problemi con la giustizia. Evasione fiscale? Sequestri di persona? Traffico di droga? Non importa: tutto cancellato. A rovinare i piani della banda arriva però un decreto. È il Salva Italia, varato il 6 dicembre del 2011. Una legge con cui il governo Monti anticipa di tre mesi la scadenza per la conversione. Non più il 28 febbraio del 2012, ma il 6 dicembre stesso. Poco prima della scadenza dei fatidici dieci anni. Per la banda della lira è una sciagura. Non possono più convertire il loro tesoro, salvo rischiare le indagini della magistratura. A questo punto, però, in loro soccorso arriva un altro colpo di scena. Nel 2015 la Corte Costituzionale dichiara illegittima la norma 8 gennaio 2017

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Esclusivo Generali in crisi

Confidenze pericolose Dopo l’inchiesta per rivelazione di segreto d’ufficio, il candidato a numero due della Guardia di Finanza si mette fuori ruolo. Colpa di un ginocchio di Giovanni Tizian Metti, una sera a cena, un alto generale della Guardia di Finanza e un avvocato della Napoli che conta. Al tavolo della trattoria di Trastevere dove s’incontrano, a Roma, l’atmosfera è rilassata. La serata è anche l’occasione per scambiarsi confidenze e segreti. Ma quando meno te l’aspetti capita il fattaccio. E una chiacchiera di troppo finisce per dilaniare una carriera brillante, come se fosse una lama affilata. Perché la parola in più riguarda notizie riservate su un potente gruppo imprenditoriale in odore di camorra, e per questo motivo sotto la lente dell’antimafia. Infatti, manco a dirlo, l’informazione rivelata dal finanziere all’amico avvocato Roberto Guida, durante la cena informale, finisce nelle mani sbagliate. Guida, infatti, è in buoni rapporti con Giovanni De Vita, un commercialista coinvolto nell’indagine di cui l’ufficiale delle Fiamme Gialle riferisce all’amico Roberto. Sarà proprio il legale a pronunciare la fatidica frase intercettata che incastrerà l’ufficiale: «L’ho saputo dal generale Mango». È questa ammissione, registrata dalle microspie, che inguaia Giuseppe Mango, destinato a diventare numero due della Finanza, un gradino sotto il comandante generale Giorgio Toschi. L’incarico sarebbe dovuto arrivare di qui a pochissimo, il 17 gennaio 2017, giorno in cui l’attuale vice Flavio Zanini - andrà in pensione. Le ambizioni di Mango, però, sono state stroncate sul nascere. Perché il coinvolgimento in questa vicenda ha ovviamente macchiato

varata dal governo Monti. Anticipare la scadenza per la conversione delle lire è stato un atto incostituzionale, sentenziano i giudici. Un pasticcio burocratico in cui la banda si butta a capofitto. Ed è così che arriviamo ai giorni nostri. La battaglia si combatte in punta di diritto. Dopo la sentenza della Corte Costituzionale, la Banca d’Italia spiega che la finestra per convertire le lire in euro è riaperta. Non per tutti, però. Solo per chi è in grado di dimostrare di aver fatto richiesta di conversione tra il 6 dicembre 2011 e il 28 febbraio 2012. I venti clienti dell’avvocato Faraon non l’hanno fatto, ma lui è convinto di poter comunque ottenere ragione. «La decisione della Banca d’Italia», sostiene l’avvocato, «è assolutamente illecita visto che dopo il 31 dicembre 2011 non era presentabile né era accettata alcuna istanza di conversione lire-euro. Inoltre, nel trattato di Maastricht non 40

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il suo curriculum. E all’interno della Finanza vorrebbero evitare ulteriori scandali. Perciò dopo essere finito nell’inchiesta sui clan, il generale ha chiesto il collocamento «fuori ruolo per svolgere attività esterna alla Guardia di Finanza», e nel frattempo è in malattia per un problema al ginocchio. In ogni caso, da qualche settimane risulta ufficialmente assegnato a un ruolo semi sconosciuto. Una clamorosa retromarcia, da comandante generale del Nord Est, papabile numero due delle Fiamme Gialle, a “ufficiale responsabile di progetto”. Per comprendere i motivi di questa capitolazione occorre tornare alle verifiche condotte nell’arco di due anni e, infine, alla richiesta della procura antimafia di Napoli di sospendere Mango dalle sue funzioni. Al generale il pubblico ministero Fabrizio Vanorio, coordinato dall’aggiunto Giuseppe Borrelli, contesta la rivelazione di segreto d’ufficio, senza aggravante mafiosa. L’accusa, tuttavia, non è riuscita a ottenere le misure cautelari che aveva richiesto, e cioè la sospensione dal servizio. Prima il giudice per le indagini preliminari e poi i magistrati d’Appello non le hanno concesse. Per la procura, però, non si tratta di una sconfitta, perché il parere dei giudici sul comportamento di Mango è molto duro. Lo esprime, per primo, il gip di Napoli: «Non c’è dubbio che abbia commesso i reati indicati e ponendo in essere una progressione criminosa indiscutibilmente caratterizzata da ingenuità e scarsa

esiste alcuna clausola che ponga un termine a uno Stato dell’Unione europea per la conversione. Al momento ci sono infatti ben dieci nazioni europee, fra cui la Germania, che non hanno posto limiti al cambio delle vecchie banconote in euro. Perché l’Italia sì? E poi c’è l’emendamento del Movimento 5 Stelle, approvato l’anno scorso nel decreto Milleproroghe, che impegna il governo a porre in essere tutte le iniziative necessarie per estendere anche a coloro che non abbiano effettuato la richiesta di convertire lire fra il 6 dicembre 2011 e il 28 febbraio 2012». Insomma, Faraon è convinto che la partita sia ancora aperta. E che la banda della Lira, alla fine, riuscirà a spuntarla. Resta da ricostruire l’origine dei cinquemila miliardi di lire. Perché se è vero che i crimini fiscali sono ormai prescritti, c’è il sospetto di essere di fronte a capitali da riciclare, frutto di traffi-


dimestichezza, significativa soprattutto perché ha maturato anni di esperienza sul campo come ufficiale di polizia giudiziaria». E aggiunge:«Non compete al giudice porre in essere quei presidi atti a tutelare l’onorabilità, il prestigio e il buon funzionamento del Corpo militare della Guardia di Finanza... spetta all’amministrazione di competenza, abbondantemente al corrente della vicenda giudiziaria, neutralizzare eventuali rischi professionali e valutare l’attitudine del medesimo a ricoprire un incarico cui non può che essere destinato un soggetto obiettivamente estraneo a vicissitudini che possano mettere in imbarazzo l’Istituzione». Tradotto: dovrà essere il comandante Toschi a valutare se prendere provvedimenti, per evitare quegli «imbarazzi istituzionali» citati dal giudice nell’ordinanza. L’imbarazzo, cioè, di trovarsi con un vice comandante di fresca nomina che rischia di finire a processo. Al momento, dunque, la bomba è stata disinnescata. Il passo indietro di Mango era la mossa auspicata da ministri e generali. Anche perché nelle carte in mano ai pm napoletani c’è una vicenda dai contorni ancora poco chiari. Un’attività che gli inquirenti non esitano a definire di «dossieraggio» e sulla quale «si riservano la possibilità di effettuare ulteriori indagini». Al di là delle parole pronunciate durante la serata romana, Mango avrebbe messo nel mirino il collega Giuseppe Magliocco, che all’epoca guidava lo Scico, il Servizio centrale investigazione criminalità organizzata. I fatti ricostruiti dicono che Mango avrebbe raccolto una mole consistente di materiale sulla vita privata dell’ufficiale; inviato in gran segreto sotto la sua abitazione alcuni agenti, esterni alla sua linea di comando; tracciato gli spostamenti di Magliocco acquisendo le liste dei voli per Londra e Abu Dhabi. Un’indagine parallela, sostiene l’accusa, di cui solo un gruppo di fidati finanzieri era a conoscenza. Per i pm il generale Mango ha fatto un «distorto e persistente utilizzo degli apicali poteri gerarchici». Un atteggiamento che «attesta senza dubbio la facilità con cui il medesimo sia in grado di ottenere informazioni riservate, anche su indagini in corso, sebbene non di sua competenza». La colpa di Magliocco, secondo Mango, sarebbero le frequentazioni

sospette e quindi poco consone a un militare. Infatti dal materiale raccolto, e poi sequestrato durante le perquisizioni condotte dagli investigatori, si intuisce che l’obiettivo è dimostrare i rapporti tra Magliocco e l’imprenditore Roberto Imperatrice. Un nome non da poco: conosciuto come uno dei creatori di Rossopomodoro, una catena di pizzerie in franchising che ha ormai valicato i confini nazionali, allargandosi in Europa e anche a New York. Imperatrice ha ripetuto i suoi successi con altri marchi della ristorazione, da “Anema e cozze” a “Rossosapore”. I sospetti però non mancano, al punto che un pentito ha definito l’imprenditore «un’ottima lavatrice di denaro». La gola profonda si chiama Giuliano Pirozzi, un camorrista che conosce molto bene i segreti finanziari dei clan. Imperatrice, dunque, è sotto inchiesta per concorso esterno in associazione mafiosa: secondo la procura è complice della camorra targata Nuvoletta- Polverino. La stessa indagine in cui è finito il generale Mango, che scandagliando segretamente i rapporti tra Imperatrice e Magliocco si è ritrovato lui stesso coindagato dell’imprenditore della pizza. L’origine del risvolto a sorpresa dell’inchiesta della procura napoletana, in effetti, va rintracciata nel lavoro degli investigatori per ricostruire le operazioni finanziarie compiute dai vari protagonisti, a cominciare da Imperatrice. La pista arriva nello studio del commercialista Giovanni De Vita, che condivide con l’avvocato Guida un cliente famoso, l’ex campione della Nazionale di calcio e Pallone d’oro Fabio Cannavaro. Le cimici piazzate nell’ufficio del professionisa fanno il resto. Trascinando il generale nella storia. Sul comportamento dell’ufficiale si sono espressi anche i giudici d’Appello, che nonostante abbiano bocciato il ricorso della procura negando per la seconda volta la sospensione dal servizio, danno un giudizio netto:«L’attività di dossieraggio depone per una personalità contorta e deviata dell’indagato, che è arrivato a fotografare persino la buca delle lettere del generale Magliocco». Un fatto che «connota negativamente dal punto di vista professionale e deontologico la figura di Mango». Un generale che, fino a poco tempo fa, era al di sopra di ogni sospetto. Q

Il collettore dei fondi è un finanziere di Lugano: “In cambio faremo beneficenza” ci mai scoperti. È per questo motivo, secondo quanto risulta all’Espresso, che l’operazione è in stallo. Le richieste di conversione inoltrate dall’avvocato Faraon hanno infatti destato l’attenzione dell’Unità di informazione finanziaria della Banca d’Italia, l’ufficio che ha il compito di inviare a Guardia di Finanza e Direzione investigativa antimafia le segnalazioni di operazioni sospette. Indagando sulla Banda della Lira, i funzionari di via Nazionale hanno scoperto che a coordinare i presunti venti proprietari dei cinquemila miliardi di lire c’è un broker finanziario italiano. Con legami molto importanti. Si chiama Giorgio Ronchi, ha 70 anni, vive in Svizzera e a quanto spiega Faraon è il collettore della maggior parte dei

fondi, nascosta nella Confederazione elvetica, da sempre rifugio prediletto dell’evasione tricolore. «Il Dio denaro non deve mai prevalere. Anzi, ci si deve sempre ricordare di come restituire quello che il Signore ci ha dato anche come disponibilità economiche»: così parlava Ronchi in un’intervista rilasciata nel 2000 a Tracce, la rivista di Comunione e Liberazione. Sono passati diciassette anni e il trader italo-svizzero continua a coltivare il suo animo filantropico. Anche lui, come l’avvocato Faraon, promuove infatti la donazione di vecchie lire in favore del Centro Beata Maria Bolognesi. Gli investigatori temono però che con la maxi conversione il finanziere possa riuscire ad aiutare 8 gennaio 2017

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Esclusivo

Forziere svi Il vero patrimonio offshore degli Aleotti. I conti esteri del fratello di Verdini. Il tesoro del deputato Genovese. Ecco la lista dei nomi eccellenti del sistema Credit Suisse di Paolo Biondani

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NA CAROVANA di furgoni blindati con un’enorme quantità di banconote, 700 milioni di franchi svizzeri, in viaggio tra Lugano e Vaduz. E altri 600 milioni di euro nascosti con un contratto in codice tra la Confederazione elvetica e le Bermuda. Sembrano scene da film, ma sono le basi economiche del più grande bottino scoperto in Italia con anni di indagini fiscali: il tesoro esentasse di una potente famiglia di industriali farmaceutici di Firenze. Che ora svetta in cima alla lista dei presunti eva-

sori del «sistema Credit Suisse». In compagnia di molti altri clienti italiani, a cui la banca prometteva l’anonimato. Imprenditori, manager, banchieri. Ma anche intestatari di fortune misteriose. E personaggi legati alla politica. Come un parlamentare siciliano e il fratello (e partner d’affari) di un senatore toscano da anni al centro degli equilibri del potere nazionale. Il colosso di Zurigo è la prima banca accusata dalla procura di Milano di aver aiutato migliaia di italiani a nascondere all’estero fiumi di denaro, alimentati dall’evasione fiscale e da altri possibili reati. Le

non solo l’associazione cattolica ma anche interessi ben più terreni. Il curriculum ufficiale di Ronchi è costellato di successi. Lo chiamavano l’italiano col braccio d’oro, quando negli anni Ottanta mise a segno un clamoroso acquisto a Wall Street: quello del colosso americano dell’informatica Memorex, che comprò a debito insieme a un gruppetto di dirigenti dell’azienda. Fu l’operazione finanziaria che lo fece conoscere al mondo. Poi è arrivata la fondazione di Etf Group, società di venture capital con base a Lugano, e la guida di Teknecomp, ora chiamata Intek e quotata a Piazza Affari. La lista delle società che Ronchi ha incrociato nella sua carriera è lunghissima. Ed è proprio scorrendola che gli ispettori hanno notato alcuni collegamenti sospetti. Come quello con Giovanni 42

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prove raccolte, tra cui spiccano le istruzioni ai funzionari interni per tenere segreti i clienti italiani (rivelate dall’Espresso nel febbraio 2016 nell’articolo “Manuale del perfetto evasore”), hanno convinto Credit Suisse a chiedere il patteggiamento per il reato di riciclaggio. La banca elvetica ha accettato di versare 101 milioni all’Agenzia delle Entrate e altri 8 milioni e mezzo di sanzioni. Chiusa l’inchiesta sulla banca, ora il fisco comincia a presentare il conto ai clienti identificati dopo i primi due anni di indagini. Il nucleo di Milano della Guardia di Finanza aveva acquisito, con una

Summo, consulente finanziario coinvolto in un processo contro la ’ndrangheta emiliana. Assolto di recente, Summo è stato insieme a Ronchi uno degli azionisti della società svizzera Top Multimedia, messa in liquidazione l’anno scorso. Ma non è l’unica coincidenza ad aver attirato l’attenzione degli ispettori. Nel loro rapporto, gli uomini della Banca d’Italia evidenziano come il finanziere risulti oggi amministratore e socio di Naturalia Energy, il cui azionista di maggioranza è Giorgio Guaglianone, parente dell’ex membro dei Nuclei armati rivoluzionari di Milano, Pasquale “Lino” Guaglianone, lo stesso finito nell’inchiesta dell’antimafia di Reggio Calabria insieme al vecchio tesoriere della Lega Nord, Francesco Belsito. Una quantità di incarichi e poltrone, quelle collezionate da Ronchi, che lo collegano in qualche


izzero perquisizione del dicembre 2014, i codici di oltre 13 mila soggetti (persone o società) che, grazie all’interposizione dell’istituto, hanno portato all’estero somme enormi: circa 14 miliardi. Gran parte dei file però sono criptati, mentre i soldi sono mescolati in conti anonimi, che fanno meramente da contenitore. Finora l’Agenzia delle Entrate ha identificato circa tremila italiani. Metà hanno già approfittato dello scudo del 2009-2010 o della voluntary disclosure del 2015. Gli altri 1.500 non hanno mai chiesto sanatorie e ora rischiano sanzioni pesanti. Quasi tutti risultano titolari di apparenti contratti assicurativi, studiati per garantire l’anonimato (e quindi ribattezzati polizze-mantello) e nascondere i soldi alle Bermuda. I clienti italiani di Credit Suisse sono a conoscenza del fatto che il fisco indaga su di loro. Alcuni hanno addirittura fatto causa in Svizzera per violazione del segreto bancario. In attesa dei processi, bisogna presumere che siano tutti innocenti e possano giustificare i capitali esteri. L’unica certezza per ora è che il fisco li accusa di aver evaso una mon-

modo anche alla famiglia Berlusconi. Il broker italo-svizzero è stato infatti consigliere della società milanese Logilab negli stessi anni in cui nel cda sedeva Marina Berlusconi. Ma, soprattutto, ha avuto un ruolo di primo piano nella Società di Partecipazioni, holding romana rappresentata da Stefania Colosi. Come si legge nella relazione dell’Unità d’informazione finanziaria della Banca d’Italia, la Colosi è «presente negli archivi per una serie di segnalazioni di operazioni sospette». Tra queste, il trasferimento di 1,3 milioni di euro da parte di Paolo Berlusconi, fratello dell’ex premier, a suo marito, l’ex dirigente di polizia Luigi Ferdinandi. Parte di questo denaro è stato poi reinvestito all’estero e in polizze assicurative intestate a lui e alla stessa Colosi. Perché Paolo Berlusconi avrebbe dovuto versare a un poliziotto 1,3 milioni di euro, che in parte gli erano stati trasferiti dal fratello Silvio, rimane però un mistero.

Di certo sono questi nomi e incroci societari ad aver messo in moto i segugi di Bankitalia intorno alla figura di Ronchi e alla richiesta tardiva di conversione delle vecchie lire. Segnali che hanno acceso numerose spie di pericolo nei sistemi informatici dell’unità anti riciclaggio. Il timore più grande, in via Nazionale, è quello di permettere un’operazione dai contorni per nulla chiari. Troppe anomalie, si legge nei rapporti riservati sui cinquemila miliardi di lire. Per questo la documentazione dell’Unità finanziaria è stata inviata d’urgenza anche alla procura nazionale antimafia. Perché se è vero che l’evasione fiscale è prescritta, la richiesta potrebbe permettere di fare luce sulle origini di un tesoro rimasto nascosto troppo a lungo. E che adesso, se Faraon e soci riusciranno ad ottenere ragione, potrebbe tornare improvvisamente a galla. Ripulito da ogni nefandezza. E utile, magari, per fare diventare santa Maria Bolognesi. Q 8 gennaio 2017

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Esclusivo tagna di tasse. Ecco i primi casi accertati da oltre dieci milioni. IL FORZIERE DEI TOSCANI

Ettore Verdini, 68 anni, è accusato di aver nascosto all’estero più di 13 milioni di euro. L’imprenditore e consulente toscano ha un fratello molto in vista: il senatore Denis Verdini, ex capo dei parlamentari berlusconiani, poi diventato leader di Ala, il gruppo di centro-destra che ha sostenuto i governi Monti, Letta e Renzi. Gli inquirenti stanno approfondendo il caso per verificare se si tratti solo di redditi personali non dichiarati. Ettore Verdini è azionista di alcune società che non navigano nell’oro: ha un quinto delle azioni ed è amministratore della Watertech, una fabbrica di contatori che nel 2015 gli ha garantito una quota di utili per circa 200 mila euro; inoltre è contitolare di tre immobiliari e di una holding che hanno dichiarato perdite

complessive per circa due milioni. Ettore Verdini è stato anche controllore dei conti (in gergo, sindaco) di una ventina di aziende, soprattutto edilizie. E ha lavorato spesso al fianco del fratello minore Denis, con cui ha condiviso anche l’indirizzo societario di Campi Bisenzio. Insieme sono stati sindaci di società per azioni come la Ed.In.Uno, incorporata nel 2003 dalla Baldassini-Tognozzi-Pontello (Btp), il gruppo edilizio poi travolto dalle indagini sulla cosiddetta cricca dei lavori pubblici. Le verifiche sui 13 milioni e 330 mila euro portati all’estero in modo anonimo sono dovute anche a un problema giudiziario: Ettore Verdini è stato condannato a cinque anni, in primo grado a Firenze, per una bancarotta fraudolenta. Secondo l’accusa avrebbe beneficiato con una sua società di 450 mila euro sottratti ai creditori di un’impresa edile fallita. Annunciando appello, il suo avvocato, Umberto Schiavazzi, ha

Dopo i file, i processi

Che sberla i Panama Papers di Leo Sisti

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ENERDÌ 2 DICEMBRE 2016. Al teatro La Huaca di

Panama City si proietta il documentario“Manifiesto de la Utopía”, regista Kim Munsamy, sulla corruzione endemica in Guatemala. È la seconda giornata della 17esima edizione dell’International Anti-Corruption Conference, inaugurata 24 ore prima da Sua Eccellenza Juan Carlos Varela Rodríguez, presidente della Repubblica di Panama. Sono passati appena otto mesi da quando, ai primi di aprile, i Panama Papers hanno sconvolto il mondo della finanza offshore, aprendo il libro sui ricchissimi patrimoni nascosti da capi di Stato, politici eccellenti, imprenditori, mafiosi, trafficanti di armi e droga, nascosti nell’ombra di oltre 200 mila società anonime create dallo studio Mossack Fonseca in una ventina di paradisi fiscali.

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Una “fabbrica” di offshore scoperchiata da un’inchiesta giornalistica, durata un anno, dell’International Consortium of Investigative Journalists (Icij), di cui l’Espresso fa parte in esclusiva per l’Italia. Ed è proprio in casa di un imbarazzato Varela che Marina Walker Guevara, vicedirettrice del consorzio Icij di Washington, presenta in un seminario il risultato choc del lavoro di oltre cento testate di 80 nazioni: 150 indagini penali aperte in 79 Stati del pianeta, dall’Europa alle Americhe (nord, centro e sud), dall’Asia all’Africa, dall’Australia alla Nuova Zelanda. Setacciando più di 11 milioni di documenti riservati, 400 reporter hanno potuto raccontare, in 4.700 articoli, le gesta di due avvocati, Jurgen Mossack e Ramon Fonseca, e i segreti del loro archivio digitale. È stato un big bang mediatico, con effetti pesanti per almeno 400 società quotate in Borsa che occultavano conti offshore. Un’opacità che, secondo un’analisi dell’università Bocconi, ha causato perdite nell’ordine di 135 miliardi di dollari. «Un impatto enorme», è il commento rilasciato ad Icij da uno degli autori dello studio, il professor Hannes Wagner, docente di finanza nell’ateneo milanese. Ma c’è anche chi ha gioito di questa colossale fuga di notizie. Ad esempio, gli investigatori di Europol, l’ufficio europeo di polizia con sede all’Aja. Confrontando il database pubblicato su Internet da Icij con quello interno, sono riusciti a tracciare, dati alla mano, 3.500 nomi di persone o società considerate «sospetti criminali». Secondo la testimonianza fornita a dicembre da Simon Riondel,responsabile dell’intelligence finanziaria dell’Aja, a una commissione del Parlamento europeo, «il punto è che noi di Europol siamo in grado di accostare le società citate nei Pana-

ma Papers non solo a reati economici o fiscali, ma anche al terrorismo o alla criminalità russa». Seguono i dettagli, voce per voce: 1.722 offshore risultano collegate al riciclaggio di denaro sporco; 516 alle organizzazioni criminali dell’est europeo; 388 alle truffe internazionali dell’Iva; 260 al contrabbando di sigarette. E in ben 116 casi, Europol associa i nomi emersi nei Panama Papers al terrorismo islamista: un’indagine con un nome in codice, “Hydra”. Dalle ricerche di Europol alle istruttorie giudiziarie il passo è breve. Grazie ai Panama Papers, circa 6.500 società o individui sono finiti nel mirino del fisco in decine di nazioni. In Italia, in particolare, sono almeno 600 i beneficiari di offshore ora sottoposti a verifiche da parte dell’Agenzia delle entrate e di almeno cinque procure: facoltosi italiani che, per la prima volta, devono spiegare come mai detenessero conti anonimi a Panama, British Virgin Islands, Seychelles o altri esotici paradisi fiscali. E il 21 novembre scorso è entrato in vigore il trattato Italia-Panama, che obbliga le autorità centroamericane a collaborare anche ad accertamenti fiscali mirati. In novembre Gran Bretagna, Francia, Canada, India, Pakistan e Islanda hanno annunciato che 1.300 persone citate nei Panama Papers sono inquisite per evasione. A Londra una speciale task force vuole chiarimenti da 64 studi legali e da 43 multi-milionari. In India è nata la squadra “Panama Papers”, che fa tremare 415 soggetti, mentre in Francia sono sotto tiro 560 contribuenti e la Nigeria tiene sulla corda politici e società petrolifere. Molti altri governi cominciano a stringere accordi internazionali contro chi non paga le tasse. L’agenzia australiana

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IL MILIARDO DEGLI ALEOTTI

Nel 2008-2009 il governo Prodi aveva ricevuto la parte italiana della cosiddetta lista di Vaduz, comprata dai servizi segreti tedeschi: un elenco di 390 nostri connazionali con i conti alla banca Lgt del Liechtenstein. Al primo posto, con 476 milioni, c’era la famiglia Aleotti, titolare del gruppo farmaceutico Menarini. Alle richieste del Fisco, all’epoca, gli industriali di Firenze oppongono due scudi (anonimi) del 2002 e 2009. I pm di Firenze però aprono un’inchiesta per

capire come sia stato creato tutto quel nero. E nel 2011 scoprono che il colosso delle medicine ha un «ufficio-ombra» a Lugano, che fin dal 1985 controlla decine di offshore: servono a gonfiare i prezzi delle materie prime e tenersi i profitti all’estero. Una presunta frode fiscale che annulla gli scudi. Al processo che si è svolto nel tribunale fiorentino viene ricostruita anche la scena dei furgoni con i 700 milioni di franchi in viaggio tra Zurigo, Lugano e Vaduz. La procura però accerta che patron Alberto Aleotti aveva “scudato” molto di più: ben 1,2 miliardi. Morto il fondatore, il tribunale condanna in primo grado i due figli ed eredi, accusati di riciclaggio del tesoro del padre: dieci anni e mezzo per Lucia Aleotti, sette per il fratello Giovanni. La sentenza del settembre scorso ordina la confisca dei soldi, ma dovrà essere confermata fino in Cassazione. Per recuperare il denaro, però, bisogna trovarlo. Il tribunale indicava solo un’ipotetica cassaforte: Credit Suisse Life & Pen-

Austrac e quella cinese Camlmac si scambieranno i dati per colpire organizzazioni criminali. In novembre il ministro delle Finanze di Berlino, Wolfgang Schäuble, ha reso noto il varo della “legge Panama”, che costringerà i cittadini tedeschi a rivelare ogni legame, anche indiretto, con le offshore. La Germania è agevolata in questa caccia agli evasori per una ragione molto semplice: è già in possesso di una copia dell’archivio Mossack Fonseca. Infatti nel 2016, poco prima che i Panama Papers fossero divulgati, la polizia tedesca aveva contattato la stessa fonte anonima (nome in codice, John Doe) che avrebbe poi consegnato l’hard disk in suo possesso a due giornalisti del quotidiano Süddeutsche Zeitung, Bastian Obermayer e Frederik Obermaier: gli stessi che hanno in seguito deciso di condividerlo con Icij. Secondo notizie ufficiose, John Doe sarebbe stato ricompensato con un milione di euro dalle autorità di Berlino. Al governo di Copenhagen l’acquisto dei file panamensi, con i nomi di oltre 500 danesi con le offshore ai Caraibi, è costato un po’ meno: sei milioni di corone, pari a 807 mila euro. Tutto legale, con l’autorizzazione del Parlamento. Di fronte alle proteste mondiali contro Panama, il presidente Varela ora giura che il suo paese cambierà linea. Quando i file vennero rivelati all’opinione pubblica, però, aveva tentato di minimizzare, sostenendo che lo scandalo riguardasse «un singolo studio legale» e contestando la definizione di Panama Papers. In un articolo per il “New York Times”, Varela sosteneva che «Pana46

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sion. Dove la Finanza di Milano ha ora rintracciato il secondo tesoro di Aleotti, dopo quello di Vaduz: altri 600 milioni. Nascosti alle Bermuda. GIOIELLI E CONTANTI

Fracantonio Genovese, ex sindaco di Messina, parlamentare dal 2013, non ha mai dichiarato né condonato capitali esteri. Ma l’Agenzia delle Entrate ora gli contesta di aver nascosto 14 milioni e 613 mila euro tra Svizzera e Bermuda. Anche il suo caso verrà approfondito: il deputato Genovese è stato arrestato nel 2014 (con il via libera della Camera) per falsi corsi di formazione, secondo l’accusa, pagati dalle casse pubbliche con milioni veri ma spariti. Eletto nel Pd, dopo la scarcerazione è passato a Forza Italia. Tra gli altri grandi clienti di Credit Suisse compaiono soprattutto imprenditori del Nord. In Piemonte svetta su tutti Carlo Re, l’industriale di Valenza che è azionista di maggioranza e presidente della Recarlo, un noto marchio di

ma non fa concessioni speciali per strutture offshore». Guardandosi bene dall’aggiungere, però, che Ramon Fonseca, uno dei due fondatori dello studio al centro del caso, era stato uno dei suoi principali consulenti, prima di dare le dimissioni. Lo stesso presidente ha poi preso le distanze dal suo ex consulente, durante una visita in ottobre alla redazione della Süddeutsche Zeitung a Monaco, là da dove tutto era iniziato, dichiarando: «Fonseca risponderà delle sue azioni e se la vedrà con i giudici». Per il momento nove uffici esteri di Mossack Fonseca non sono più in attività. In dicembre, chiudendo la conferenza di Panama City, la vicepresidente, Isabel de Saint Malo de Alvarado, ha assicurato: «Nella guerra contro la corruzione e per la trasparenza, Panama giocherà un ruolo sempre più importante». Ma alle promesse seguiranno i fatti? Alcuni magistrati italiani da tempo hanno avviato rogatorie chiedendo a Panama conti bancari e documenti societari, così come i pubblici ministeri di una dozzina di Stati, tra cui Germania, Svizzera, Ucraina, Messico, Guatemala e Senegal. Non mancano però segnali contrastanti. Ne sanno qualcosa l’economista e premio Nobel americano Joseph Stiglitz e l’esperto svizzero di lotta alla corruzione Mark Pieth. Invitati in aprile dal presidente Varela a entrare in un comitato speciale di sette membri (4 di Panama e 3 esterni) per studiare riforme nel settore delle offshore, ne sono usciti in agosto sbattendo la porta. Non avevano avuto garanzie d’indipendenza sulla stesura e diffusione del rapporto finale. Peggio ancora, non erano stati avvertiti, scoprendolo solo dopo, che tre dei quattro componenti di Panama erano in affari proprio con Mossack Fonseca. Q

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dichiarato all’agenzia Ansa che «non un centesimo del fallimento è rimasto in tasca al mio cliente». L’accusa era nata dalle indagini sui prestiti clientelari che hanno portato al crac della Bcc di Campi Bisenzio: Denis Verdini è stato per vent’anni presidente di quella banca, commissariata con un buco di oltre 100 milioni e poi venduta al prezzo simbolico di un euro. Per la bancarotta della Bcc, il fratello Ettore è stato prosciolto.


Tra i ricchi clienti della banca anche persone insospettabili. Come la pensionata milanese che ha chiesto di condonare 66 milioni di euro oltre 23 milioni fuori dall’Italia. Nato e residente a Roma è invece il banchiere Carlo Maria Calabria, ex dirigente di Merrill Lynch, poi fondatore della finanziaria Cmc Capital, infine assunto a Barclays. Ora deve spiegare al fisco perché non ha dichiarato oltre 19 milioni custoditi dal Credit Suisse, un’altra banca in cui ha lavorato. NONNA PAPERONA

Le indagini puntano anche a chiarire se siano valide le sanatorie (disclosure) chieste da persone che non hanno mai gestito imprese in grado di produrre grosse quantità di nero. Ad

esempio una pensionata milanese, che non ha mai avuto cariche societarie ed è proprietaria solo di due appartamenti del valore massimo di due milioni, ha chiesto di condonare più di 66 milioni di euro targati Credit Suisse. Un’ultraottantenne friulana, che possiede solo un’abitazione e una casettina al mare, ha domandato di sanare quasi 12 milioni. Mentre una nonnina pavese senza aziende ha lasciato agli eredi la bellezza di 19 milioni e mezzo. Denari mai dichiarati né condonati. E nascosti fino all’ultimo alle Bermuda, un paradiso lontanissimo dalla Lombardia. Q

Foto: Xxxxxxxxxx

gioielli con ricavi (nel 2015) per 26 milioni e utili dichiarati per 139 mila euro. Secondo il fisco, avrebbe affidato alla banca svizzera più di 74 milioni. In Lombardia la classifica è guidata da un imprenditore milanese di origine iraniana, Albert Gorjian, che ha liquidato nel 2011 la sua società di orologi e gioielli, dopo aver spostato ai Caraibi, secondo il fisco, oltre 51 milioni. In Liguria spicca Emma Tanlongo, che oggi non ha imprese, ma è stata per vent’anni amministratrice di un’azienda di trasporti marittimi: doveva rendere bene, visto che la signora di Genova, secondo l’accusa, ha immagazzinato

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News Attualità Linguaggio di genere

Dopo le sindache, arrivano le tecniche

Bacchelli subito Una petizione con oltre diecimila firme per chiedere la concessione del vitalizio della legge Bacchelli in favore di Riccardo Orioles, 67 anni, tra i fondatori de I Siciliani insieme a Giuseppe Fava. Il giornalista riceve al momento una piccola pensione di anzianità che «non gli consente di continuare le cure per le patologie cardiache e gli acciacchi dell’età», spiegano gli amici. Da qui la mobilitazione per l’accesso al fondo a favore di cittadini illustri che versano in stato di necessità. Q

PALERMO

Susanna Turco

ROMA Le lavoratrici della Camera dei deputati, pur tra i mugugni, dovranno farsene una ragione. Sui nuovi cartellini si chiameranno “segretarie”, “consigliere”, “tecniche”, eccetera. In attesa che Giorgio Napolitano - dopo averlo fatto con “sindache” - definisca “abominevoli” pure questi termini, si farà insomma la declinazione di genere voluta dalla presidente Boldrini, ultimo capitolo della sua crociata per la parità. Dopo settimane di subbuglio, con le sindacaliste di Montecitorio che hanno pure contestato l’ordine di scuderia, alla fine è arrivata la risposta dei vertici amministrativi a chiudere il discorso. «La declinazione di genere rappresenta un primo, fondamentale passo in direzione delle pari opportunità», scrive il capo del personale, chiarendo che la decisione non tocca il Regolamento interno (era il cavillo al quale si appellavano le dipendenti). No anche alla richiesta di rendere facoltativa la novità, subordinandola al sì della singola dipendente: ciò sarebbe in contrasto col “criterio di omogeneità e coerenza” degli atti. Con tanti saluti a presidenti emeriti ed altri dubbiosi. T.M.

Voci dal palazzo

ROMA Immancabile anche quest’anno, nelle caselle di posta di chi frequenta i Palazzi, il biglietto d’auguri confezionato da Umberto Bossi per amici e conoscenti. Il ventunesimo, un record. Sono passati oltre dieci governi, la Lega che fu si è dissolta a suon di Trote e diamanti, quella salviniana è risorta e non sa

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esattamente dove portarsi, ma il Senatùr, così come si aggira tutt’ora per la Camera, non rinuncia a ideare i cartoncini per le feste. Ecco l’ultimo. A destra c’è l’acquarello di un artista padano, che stavolta ritrae Teodoro Koerner, caduto nella battaglia di Lipsia (il riferimento sarebbe alla lotta per l’indipendenza, sia pur in

questo caso germanica). A sinistra, il verso di una poesia di Bossi, risalente agli anni Ottanta. Titolo: Terra (“Tera”). Riga finale dedicata a cantare “i padri che padri non sono mai stati” e “i figli, che figli non sono mai stati”. Riferimenti possibili, nella breve ma tormentata storia del Carroccio, a bizzeffe. Q

Foto: A. Platania - Olycom

Il Senatùr fa il bricoleur


Denise Pardo Pantheon www.lespresso.it @pardo_denise

Altro che post-verità. L’ultima rivoluzione social si è compiuta nei messaggi di fine anno. Un’epidemia di copia-incolla. Tra renne infiocchettate e coretti seriali

Post auguri a sforzo zero NON SOLO NELLA POLITICA, anche nella fenomenologia degli auguri sono saltati gli equilibri. Qualcuno sa che fine abbiano fatto gli auguri tradizionali di Natale e Capodanno? Pure loro sono stati rottamati, messi al bando perché fuori moda, pensionati, renziani, poco grillini, europeisti, democratici, carnivori, a favore delle sculacciate o dotati di troppi voucher? Non è dato sapere. Al loro posto nei telefonini si è abbattuta una torrenziale valanga di WhatsApp e video augurali, spesso demenziali, pane per i denti degli infanti ma inviati pure agli attempati, in dialetto pugliese o anche in inglese, in un inno di bip per non parlare del gif, l’ultimo grido del format digitale. Un’epidemia. Ci manca solo che nel 2017 il presidente Sergio Mattarella con tanto di messaggio di fine anno si tramuti in una app virale sui cellulari degli italiani. SE PER I SOLONI dell’Oxford English Dictionary la parola del 2016 è stata post-verità - una notizia falsa spacciata per vera - allora l’anno appena passato è stato quello del post-augurio, più che la retorica degli auguri sentimentali ha impazzato la falsità del copia-incolla sul display, la flânerie dell’inoltrare, la comodità della velocità. CORI ATROCI, balletti di babbi Natale,

can-can di renne infiocchettate, cartoon caramellati, musiche da Armageddon con botti, scoppi, bengala, che non finiscono mai. Non per essere talebani dell’augurio classico, ma è un tormento, senza pace e senza requie. Un tartassamento quasi come la campagna per il (post) Referendum perché il popolo

torturatore degli auguri social ha produttività da Bangalore e spietatezza da Satanik. Non conosce soste, orari, giorni del Signore, rush hours, albe e tramonti. Consumatore, collettore, distributore, è potentissimo, uno e trino proprio come qualcun altro. NELL’ANTROPOLOGIA dell’augurio contemporaneo la svolta del WhatsApp era sembrata una pacchia, una Pasqua anche se era Natale, zero sforzo e tutti, amici e conoscenti, raggiunti con un solo clic, la rivoluzione e la soluzione a noiose e costose telefonate, l’oblomovismo ai tempi del cellulare, l’abulia nello scambio empatico approvata in società grazie al digitale. NON ERA SOLO UN CLIC naturalmente.

Era un passaggio di comunicazione e di costume. Alla politica breve, al concentrato twitter si affiancava il catalogo della fantasia degli altri, un palinsesto dei messaggi d’amicizia e d’affettività a disposizione, minimo sforzo, massima spersonalizzazione, utile molte volte e in alcuni casi, divertenti. Ma certo non l’unico scambio possibile o peggio an-

DISPLAY INTASATI DI BAMBINI URLANTI, FILASTROCCHE IN DIALETTO, ADDOMINALI DA BODY BUILDING. IL TRIONFO DELLA SPERSONALIZZAZIONE

cora il segno di essere molto ricercati a seconda del numero di video ricevuti e poi mandati in risposta, in una sorta di superiorità social e sociale perfino. LE CORRENTI DI PENSIERO che compongono la famiglia dei maratoneti dei videoauguri sono più articolate delle posizioni all’interno del Pd. Molto apprezzato l’indirizzo animalier con orchestre di affabili quadrupedi che zufolano, bassotti con berretti rossi e boxer con cerchietti natalizi, assennate conigliette che al posto di pace, serenità, amore si augurano cash, assegni, buoni di benzina o di gasolio, corse di antilopi sotto la scritta «happy gnu year». Nutrito anche il côté gigolò, una festa, si suppone, per occhi muliebri meno bene accompagnati, con bronzi di Riace dotati di ali, angeli dagli addominali da body building, babbi Natale in costume da bagno, coniglietti Clooney, toy boy in baby doll a cantare White Christmas. Il display s’intasa di bambini che ululano e lupi che distribuiscono baci, di filastrocche in dialetto irpino, di zampognari in versione cool-fool, di alberi di Natale parlanti, di fuochi d’artificio multicolor in barba al sindaco no-botti Virginia Raggi. Molto in auge il gruppo di ugole sudamericane baffute, una è vestita da Zorro, (gira anche una versione con il cantante portoricano Josè Feliciano) che inneggiano «Feliz Navidad prospero ano y felicidad» ma anche «Merry Christmas». Sarà sicuramente un dispetto dei latinos al presidente eletto Donald Trump. NON È STATO NATALE ma un corso di sopravvivenza anche. Q 8 gennaio 2017

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Terremoti Inchiesta

La sicurezza diment I soldi per la prevenzione del rischio sismico ci sono, ma le Regioni non li usano. E lo Stato sta a guardare di Chiara Organtini

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HE STRANO PAESE L’ITALIA. Sembra che man-

chino sempre i soldi e poi, quando ci sono, vengono dimenticati. È il caso del fondo nazionale per la prevenzione del rischio sismico: 963 milioni di euro dal 2010 al 2016, per le regioni a maggiore sismicità, che gli enti locali hanno speso in piccola parte, con lo Stato che è rimasto a guardare. Nel mezzo, i due terremoti del 2016, a ricordarci quanto siamo fragili senza prevenzione. Il fondo nasce nel 2009 con la legge 77, voluta dal governo Berlusconi all’indomani del terremoto dell’Aquila, la cui ricostruzione è ancora in corso, e si dota di 963 milioni di euro. Con questi soldi bisognava migliorare e adeguare alle norme sismiche edifici pubblici e privati e farlo al più presto, diceva la legge. Già ai tempi, quel miliardo sembra una cifra insufficiente: ma confrontato con i 300 milioni destinati alle aree devastate dai due terremoti del 2016 e i due miliardi del fondo per gli investimenti infrastrutturali nell’ultima legge di bilancio non sembra poi così misero. Peccato che Regioni e Comuni non lo abbiano utilizzato a dovere: dal 2010 al 2016, su 4000 interventi finanziati, ne hanno concluso appena 660. I contributi erano ripartiti in sette anni, per differenti importi e non per tutte le Regioni, ma con quattro modalità di intervento: edifici pubblici, privati, lavori urgenti, e gli studi di micro-zonazione sismica. Indagini utili per determinare la presenza dei materiali sul sito che causano l’amplificazione dell’onda sismica: un modo per contenere i danni delle scosse. Ebbene, dei tre interventi urgenti in Abruzzo e nelle Marche, nel 2010 le uniche regioni destinatarie, non ne viene fatto nessuno. Manca ancora la ripartizione tra le regioni delle ultime due annualità, per non parlare degli studi di micro-zonazione: dei 1608 finanziati in sette anni, ne risultano consegnati 916, poco più della metà. Del resto anche la Protezione Civile dice di essere rimasta indietro: «I terremoti del 2016 hanno rallentato la raccolta dei dati». IL FLOP DELLA PREVENZIONE

La norma del 2009 è figlia della fretta o dell’incuria. Mettere in sicurezza edifici pubblici, antichi palazzi, ospedali, 50

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ticata nel cassetto

Rovine a San Gregorio, in provincia dell’Aquila, colpita dal terremoto del 6 aprile 2009

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Terremoti Inchiesta

Su 4 mila interventi finanziati solo 660 sono stati completati

Quanti fondi al Sud

milioni complessivi. Secondo la norma, il capo dipartimento dovrebbe infatti stabilire procedure e modalità d’intervento, ma né Bertolaso, né i suoi successori si prodigano per i lavori più urgenti. Anzi, la Protezione Civile ammette candidamente: «Per realizzare interventi urgenti ci vogliono 5-6 anni». Tanto che dei 36 milioni previsti per i lavori sulle strutture a rischio, nelle casse dei Comuni non arriva un euro. Nonostante ciò, alla Protezione Civile è ugualmente corrisposto un milione l’anno per «lo svolgimento delle attività» connesse al fondo. UNA LEGGE TROPPO COMPLICATA

I trasferimenti dei contributi per la prevenzione sismica alle Regioni dal 2010 al 2016 aggiornati al novembre scorso (dati: Protezione Civile) scuole, significa inciampare nei nulla osta delle sovrintendenze, nella burocrazia e nei vincoli di bilancio, se non si crea un iter snello. E la legge voluta dal governo Berlusconi non lo fa, anzi inciampa a ogni angolo. Tutto era ed è in mano alla Protezione Civile, all’epoca guidata da Guido Bertolaso, poi da Franco Gabrielli dal 2010 al 2015 e infine da Fabrizio Curcio, attuale capo dipartimento. Oltre a occuparsi della ricostruzione dell’Aquila, rivelatasi una mangiatoia per corrotti e sprechi, la Protezione Civile deve monitorare l’uso dei contributi del fondo. Monitoraggio che però non risulta essere stato eseguito. La prima riunione del tavolo di monitoraggio arriva a marzo 2016, dopo sei anni in cui i sindaci chiedono continue deroghe. A presiederlo è il professor Mauro Dolce, che è ricorso in Cassazione e ha vinto dopo due condanne per la frode degli isolatori termici usati nella ricostruzione aquilana. Non ne escono soluzioni, però si pensa a come rifinanziare il fondo. In tutto questo la Protezione Civile non ritira, come dovrebbe per legge, le risorse non spese da Regioni e Comuni, anche se queste superano tre anni nell’utilizzarle. Così gli enti locali sono fermi al 2012, con lavori appena iniziati o in progettazione, pur avendo ricevuto nei bilanci regionali 739 dei 963 52

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Iniziamo dal Sud il viaggio nell’Italia che non riesce a usare i fondi per la prevenzione del rischio. La Sicilia riceve 102 milioni di euro in 6 anni, ma realizza soltanto tre degli otto interventi della prima annualità (2010): il ponte di Biddemi e il ponte di Scicli, nel ragusano, e la sede della protezione civile a Caltavuturo (Palermo). Nello stesso anno, avvia altri tre lavori a Ragusa, Messina e Trapani. E il 2010 è l’annata migliore. Dal 2012 è débâcle: parte qualche opera nel messinese ma non se ne vede ancora la fine. Dei quattro edifici pubblici finanziati nella provincia di Catania, i comuni non presentano i piani e gli interventi sfumano. Non si riescono a mettere in sicurezza neanche gli ospedali di Comiso e Ragusa: 18 milioni di euro sospesi. Interventi finanziati per le scuole di Messina, Catania, per la caserma dei vigili del fuoco di Ragusa, ma nessuno realizzato. Eppure l’Isola ha oltre metà del suo territorio a elevato rischio sismico. Sul totale di 77 strutture da adeguare, si interviene solo su cinque. E tra i privati, un solo fortunato si aggiudica 315mila euro di contributo, per un edificio su via Etnea a Catania, ma in Regione non si sa di che immobile si tratti. Per la Protezione Civile regionale, la legge 77 è troppo complicata e i Comuni non possono farcela. Anche la Calabria, la regione a più alto rischio sismico del paese, è indietro. In sei anni non compie nemmeno l’intervento più urgente: il ponte del Savuto tra Nocera Terinese e Amantea sulla statale 18, crollato per un’esondazione, il cui costo di ricostruzione è di 2,5 milioni di euro, coperto per 537mila euro dal fondo nazionale e per il resto da una delibera Cipe. Un’infrastruttura distrutta a causa del dissesto idrogeologico e che con il rischio sismico non sembra avere niente a che fare. Il comune di Catanzaro ha il progetto del ponte nel cassetto ma i lavori non partono. Forse in queste settimane si avvierà la gara per trovare la ditta. Tempo stimato per la ricostruzione? Non pervenuto. La Regione intanto ha ricevuto 130 milioni di euro dei 963 del fondo, la fetta più grande della torta. Di 152 interventi finanziati: 6 sono stati definanziati; 40 risultano in corso da cinque anni; 75 in cerca di progetto; 12 non pervenuti perché i comuni hanno dimenticato di fornire la documentazione e solo 19 i completati. E per i privati? Il 90 percento delle richieste sono irregolari ma non si è ancora riaperta la graduatoria. Su un totale di 1932 domande finanziate, i lavori sono conclusi solo in 41 casi.


Terremoti Inchiesta Squadre di soccorso al lavoro a San Giuliano di Puglia dopo il sisma che ha colpito la zona nel 2002

rischio, ne hanno sistemati solo tre; un quarto ancora attende il permesso dell’ente parco per fare la strada. Intanto la priorità è ancora la ricostruzione del 2009: infinita. E ai danni non riparati allora si sono sommati a quelli delle ultime scosse. Intanto l’ufficio speciale per la ricostruzione dei comuni del cratere, a Montorio (Teramo), è inagibile, eppure è una struttura su cui si dovevano fare lavori urgenti. Ora l’ufficio si occuperà anche della ricostruzione 2016. Anche le Regioni senza le beghe della ricostruzione, hanno snobbato la prevenzione. Con 30 milioni di Interventi su edifici pubblici Interventi su edifici privati euro in tasca, la Toscana ne ha utilizfinanziati conclusi finanziati conclusi zati solo 8 in sei anni. «C’erano le alluvioni, si è speso per quello», dico2010 73 39 10 9 no dall’assessorato. Prima di Natale 2011 e 2012 124 45 673 287 la giunta ha deciso di programmare i 2013 180 45 1.549 206 22 milioni rimasti. Ce la faranno a 2014 107 0 1.182 13 spenderli stavolta? Contano di finanziare i comuni per la progettazione: Studi finanziati Studi consegnati da qui al 2020 può darsi si riesca. Indagini di microzonazione 1.608 916 La Basilicata con 33 milioni di euro non è riuscita ad adeguare nemmeno le strutture pubbliche selezionate: l’ospedale san Carlo di Potenza, i cui lavori (24 milioni di euro) In Molise, il terremoto è un ricordo sempre vivo. In quello di sono bloccati da un ricorso al Tar e il presidio ospedaliero di San Giuliano di Puglia del 2002 (Campobasso) persero la vita 27 Tinchi (Matera), la cui gara deve ancora essere bandita. Campabambini e una maestra. Mancava il collaudo ai lavori di sovra-enia e Puglia sono rimaste addirittura ferme alla programmazione levazione della scuola e l’adeguamento alla riclassificazione sidella prima annualità del fondo, 2010: nessun lavoro fatto. smica. Qui il fondo di prevenzione potrebbe essere cruciale, ma Stessa storia per il Friuli Venezia Giulia, che ha impegnato i conla ricostruzione del 2002, non ancora conclusa, blocca tutto: tributi 2010 nel 2012 ed è ancora alle prese con la programmamanca un funzionario dedicato alla prevenzione. Con 38 miliozione degli interventi 2013 e 2014. ni di euro in bilancio, non si è spostata neanche un’impalcatura. Nonostante Regioni come Lombardia, Liguria, Piemonte, E come altre regioni, il Molise imputa la colpa ai vincoli del Veneto, Lazio, Marche ed Emilia Romagna siano state più dilipatto di bilancio. genti nell’adeguare alle norme sismiche il proprio parco pubbliResta il fatto che la Regione ha co-finanziato interventi per co, nessuna è riuscita - ad eccezione della Lombardia - a termistrutture non identificate. nare i lavori del 2012, tanto meno quelli successivi. C’è da augurarsi che i soldi non spesi siano comunque destiI SOLDI? MEGLIO NON AVERLI nati alla prevenzione e che la macchina messa in piedi per la riIn Umbria i terremoti colpiscono duro, come quello di Norcia costruzione del terremoto di agosto e ottobre scorso sia impladel 30 ottobre. Con i 35 milioni della prevenzione, la Regione ha cabile su tempi ed interventi. terminato cinque dei ventidue lavori di adeguamento sismico A dar manforte alla ricostruzione e alla messa in sicurezza, previsti in sei anni. Quei soldi erano una goccia in mezzo a un stavolta ci sarà una struttura di missione interna al Viminale, oceano, lamentano dall’ente, tanto che non hanno richiesto i guidata dal prefetto Francesco Paolo Tronca e animata da una contributi per gli interventi urgenti: «Sarebbe stato difficile ottequindicina di funzionari del ministero, al costo di un milione di nerli». Insomma, i soldi era meglio non averli. euro l’anno. Sulla cui organizzazione e i compensi, però, nulla si Poi c’è l’Abruzzo, la Regione che più era interessata alla presa: il ministero dell’Interno non rilascia informazioni. Q venzione, dopo il sisma del 2009. Di 24 tra ponti e viadotti a 54

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Foto: pagine 50 - 51 M. Siragusa - Contrasto, pagina 54 E. Paoni - Contrasto

Tu finanzia, io me la prendo comoda


Terremoti Il borgo fantasma

Nel paese cancellat

Vista dall’alto di Castelnuovo di Conza, tra le province di Salerno e Avellino

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to per sempre Colpito dal sisma del 1980, Castelnuovo di Conza è stato ricostruito. Per essere abbandonato di Franco Arminio

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HE LAVORO FAI? Lavoro in Germania. Che lavoro? Gelataio ambulante, sei mesi all’anno, da marzo a settembre. Dove lavori? In un paese vicino Stoccarda. Come ti chiami? Nicola Melillo.Vai da solo in Germania? No, con due di Colliano. Per chi lavorate? Il padrone è di Palomonte. Quanto guadagnate? Novecento euro di stipendio, più novecento di provvigione. E nei sei mesi che stai qui che fai? Prima ho lavorato in un ospizio a Lioni, poi è finita. Comunque pagavano poco, dieci euro al giorno. Con chi vivi? Con i miei genitori. Che fanno? Un po’ di campagna, e poi accudiscono mia nonna, praticamente la sua pensione è l’unica entrata sicura. Castelnuovo di Conza comincia così. Siamo nel punto dove la provincia di Salerno confina con le province di Avellino e di Potenza. Sono le undici del mattino del ventidue dicembre. Nicola mi è venuto incontro dicendo il mio nome: ho letto su Facebook che venivi qui. Lui è uno dei tanti che stanno sul social network senza commentare, senza mettere mi piace. È come se partecipassero a una festa a cui non si sentono invitati. Nicola ha trentun anni e vorrebbe inventarsi un lavoro, ma qui il lavoro si dà a dosi omeopatiche. Il lavoro non c’è o c’è con poco guadagno: difficile avere più di seicento euro al mese. Bisogna lavorare tanto per avere poco più dello stipendio base di questo paese: i 480 euro della pensione minima. Nicola mi dice che ai tempi di Monti fecero pure un servizio a Porta a Porta sul fatto che nel paese c’erano tanti pensionati che vivevano con la minima. La campagna ha sempre offerto poco. Si lavorava nei campi, ma non qui, si andava nella Piana di Eboli, terra fertile, piena di serre. Un lavoro soprattutto per le donne. Gli uomini si dedicavano alla campagna indigena, aspra, franosa, buona solo a sfiancarti. Chiedo a Nicola se ci sono stranieri in paese. Lui mi dice che c’erano i rumeni, le donne assistevano gli anziani e gli uomini andavano a lavorare nella Piana. Poi hanno tolto il pullman e allora i rumeni si sono spostati a valle. Ecco un paese dove emigrano pure gli immigrati. Qui l’emigrazione è una neces8 gennaio 2017

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Terremoti Il borgo fantasma

sità e una vocazione (Castelnuovo risulta al secondo posto in Italia per incidenza del fenomeno migratorio). All’inizio del Novecento erano quasi duemila abitanti, ora ne sono rimasti poco di un quarto. Se ne sono andati ovunque: San Salvador, Venezuela, Guadalupa, Africa, Stati Uniti, Svizzera, Germania, Belgio. Solo nel 1933, nonostante la politica fascista scoraggiasse le partenze, se ne andarono 424 persone. Terra di partenze e mai di arrivi. Terra a cui tanti non sono mai tornati, compresi i due commercianti di corallo Francesco Turi e Vito Pezzuto, che morirono nel naufragio del Piroscafo Ercole, anno di disgrazia 1861: secondo alcuni storici non fu colpa del mare, ma fu la prima Strage di Stato nel nascente Regno d’Italia (su quella nave c’era anche Ippolito Nievo che pare avesse con sé dei documenti che attestavano i finanziamenti dell’Inghilterra a favore della spedizione dei Mille). La storia mai finita dell’emigrazione qui si è intrecciata con i terremoti: l’ultimo portò via ottantacinque persone la sera del 23 novembre del 1980 (nei paesi vicini ce ne furono ancora di più: 137 a Teora, 303 a Laviano). A tre chilometri c’è Santomenna che qualche tempo fa figurava al primo posto come paese più povero d’Italia. Stando alle dichiarazioni, qui il reddito è poco superiore ai

Una vista della new town di Conza della Campania costruita dopo il sisma del 1980. In cima alla collina è possibile vedere quello che rimane della città storica

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quattromila euro, ci sono solo 33 paesi in Italia in cui il reddito dichiarato è inferiore. Ora sui guadagni si può discutere, ma i dati demografici sono inappellabili: nel 2015 una sola nascita a fronte di undici morti. E questo spiega il calo di popolazione superiore al trentacinque per cento che si è avuto tra il 2001 e il 2014. Curiosi anche i dati sullo stato civile: i maschi celibi sono 148, praticamene uno su due non è sposato. E non risultano maschi divorziati. Nei paesi del Sud interno una delle famiglie più diffuse è quella composta da madre vedova con figlio scapolo. Quando si fanno i censimenti non si pensa mai a una famiglia di questo tipo. Spesso i censimenti mentono. Basti pensare alla differenza tra quanto si può leggere circa la situazione degli immobili a Castelnuovo e lo stato completamente diverso che si osserva venendo qui: un museo delle porte chiuse, l’intero centro storico con le case ricostruite dopo il terremoto quasi tutte non finite e precocemente avviate allo stato di rovine. Ma la rovina più grande è la sfiducia nel futuro. Se parli con qualcuno il tema è sempre lo stesso: la mancanza di lavoro. Cosa si fa? Cosa si è fatto? Ci sono 275 ettari di terreno comunale. Qualcuno ha mai pensato di metterne una parte a disposizione dei ragazzi che vogliono lavorare queste terre? La sensazione nettissima che non ci sia un pensiero su queste zone. Chi le amministra non ha risorse e deve fare i conti con uno spopolamento che è anche cognitivo. La politica regionale è tutta sbilanciata sui luoghi più affollati, quelli che decidono le elezioni. E allora il sindaco di Castelnuovo, che è a capo di una lista civica, ma è vicino a Fratelli d’Italia, ha chiesto, per ora vanamente, la bonifica dell’impianto di compostaggio dove sono stoccate quasi ventimila tonnellate di compost di dubbia composizione. L’impianto è stato chiuso per l’intervento della magistratura ed è il classico esempio di una logica industriale che arreca danni ai territori più che portare risorse. In rete si parla di uno degli impianti più grandi d’Europa, ma da vicino non sembra particolarmente avanzato. Un paese come Castelnuovo di Conza non può essere salvato con logiche ordinarie. Le case in rovina per essere rifatte richiedono una spesa notevole. E poi che si fa? Il solito albergo diffuso in cui non alberga nessuno? Si potrebbe immaginare di metterle a disposizione dei profughi, ma per ora il Comune non ne ha accolto neppure uno. Allora bisogna pensare che i problemi dei paesi non si possono risolvere né dall’alto e neppure dal basso, occorre un incrocio di queste due logiche. Questa è anche la filosofia della Strategia Nazionale delle Aree Interne che sta partendo in molte Regioni. Purtroppo Castelnuovo non appartiene alle aree prescelte. Forse sarebbe il caso che il governatore De Luca mettesse alla prova qui il suo decisionismo. A cominciare dalla strada SS91 in condizioni vergognose. Illuminare Salerno può andare bene, ma poi devono restare i soldi per non spegnere i piccoli paesi.


Foto: pagine 56 - 57 T. Hitzler, R. Rorandelli - TerraProject / Contrasto, T. Hitzler

Dal 2001 ha perso un terzo dei suoi abitanti: anche gli immigrati sono andati via

In attesa che la politica faccia qualcosa, i paesi meritano comunque attenzione. Io ho passato a Castelnuovo tre giorni prenatalizi. Il primo giorno, dopo Nicola, ho incontrato un’anziana signora. E il bel quarto d’ora passato con lei è stato un tipico esempio di quello che io chiamo turismo della clemenza. Mentre riflettevo sul fatto che qui la vecchiaia lascia affiorare qualcosa dell’innocenza giovanile, ho incontrato un’altra persona del luogo che ho conosciuto su Facebook. Si chiama Luca Zarra. Anche lui sapeva del mio arrivo e ha pensato di donarmi un poco di cioccolata Svizzera e il miele buonissimo che fanno qui, ma il prodotto tipico è un altro, è la generosità. Il secondo giorno ho parlato pochissimo: sono andato a mangiare il panino nel grande campo di calcio, dove sulle ampie tribune è cresciuta una fitta vegetazione. Un altro simbolo del paese è la chiesa a forma di torta nuziale: sono le chicche ereditate dalla stagione dello spreco. Ho guardato il

paese fino a quando c’è stata la luce breve di dicembre. Non ho cercato il sindaco, non ho chiesto informazioni a nessuno, ma sono andato via con un senso di gratitudine. Non è chiaro cosa possiamo fare per questi paesi: forse sono loro che possono fare qualcosa per noi. Il terzo giorno, vigilia di Natale, mi sono fermato un poco al bar. Qui mi hanno presentato un uomo che sembra anziano, ma anziano non è. Ha perso nel terremoto la moglie e le sue tre figlie e anche la madre e due sorelle. Il viaggio finisce dove era cominciato. Il primo giorno nella piazza del paese avevo letto i nomi delle vittime del sisma divisi per famiglie. Mi aveva colpito questo gruppo: La Morte Giuseppina 26, Porreca Gerardo Vittorio 0, Porreca Maria Grazia 2, Porreca Filomena 4. Mi ero chiesto dove mai potesse essere il padre, me lo ero chiesto in uno di quegli attimi in cui ti arriva la vita degli altri, prima di continuare nella prigione della tua. Q 8 gennaio 2017

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MaternitĂ  surrogata

Figli di mamma Ucraina

Una veduta di Kiev, sul fiume Dnepr. A destra: una donna in un ospedale ucraino

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Il Paese ex sovietico è diventato il paradiso per le coppie occidentali in cerca di donne disposte a portare avanti la gravidanza per loro. Costo complessivo per un bimbo: dai 30 ai 50 mila euro. Con una rete di cliniche e di siti che gestiscono tutto. E tra i clienti tantissimi sono italiani di Maurizio Vezzosi

Foto: Stringer Russia-Reuters/Contrasto, Getty Images

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ONO UCRAINA, mi offro

come mamma surrogata. Ho 30 anni, altezza 173 cm, peso 68 Kg. Gruppo sanguigno III positivo (B, RH +), occhi azzurri, capelli biondi. Per la verità non lavoro». Comincia così uno dei tanti annunci che tappezzano le bacheche della rete. Gli addetti ai lavori la chiamano maternità surrogata: nella crisi economica che divora l’Ucraina dal 2013, il fenomeno sta assumendo proporzioni enormi. «Offro il servizio di maternità surrogata dal 2013. Ho esperienza con il programma: tutte le nascite sono state naturali. Ho 32 anni, sono sposata e ho figli. Gruppo sanguigno II positivo (A, Rh +)». Dal 2014 l’Ucraina combatte contro gli insorti filorussi una guerra mai arrestatasi, nella quasi disattenzione dei media. Un conflitto che ha mietuto oltre diecimila vittime, in un paese già depredato dalle scorribande degli oligarchi arricchitisi sulle spoglie dell’Unione Sovietica. Dalla sua dissoluzione l’Ucraina è stata uno dei centri del traffico di esseri umani diretto verso Occidente: compravendita di neonati, prostituzione e commercio di organi. Nel 1998 il ministero dell’Interno ucraino stimava che dal 1991 le donne ucraine coinvolte nello sfruttamento della prostituzione fossero state almeno mezzo milione. La corruzione dilaga e crea imbarazzo anche nei corridoi delle cancellerie dove si è distillato il sostegno alle manifestazioni di Maidan, che avrebbero dovuto far scomparire - o almeno attenuare - cri8 gennaio 2017

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Maternità surrogata minalità e corruzione, e che invece non hanno fatto che consegnare il paese nelle mani dei clan oligarchici. Dall’anno di Maidan - il 2013 - il numero degli abitanti del Paese è sceso drasticamente. La rottura con Mosca e le direttive del Fondo monetario internazionale hanno segnato il declino di esportazioni e importazioni, così come della produzione che faceva di quella ucraina la seconda economia sovietica dopo quella russa: molto diversa è invece la tendenza dell’industria del sesso e di quella della procreazione. «In Ucraina è più facile trovare una donna per una gravidanza surrogata che un tavolo libero in un ristorante di Kiev», diceva già alcuni anni fa - in una conversazione con un giornalista romeno - Albert Mann, direttore della clinica BioTexCom di Kiev, la più nota dell’Ucraina, a cui si sono rivolti centinaia e centinaia di italiani. Queste strutture si avvalgono di una fitta e consolidata rete di facilitatori e specialisti che avvicinano e assistono i potenziali clienti. Ludmila Rusak, responsabile di BioTexCom per i clienti italiani, assicura: «La maternità surrogata non è un supermercato: non si sceglie la madre surrogata per il peso, il colore degli occhi o dei capelli».Tuttavia i clienti, ottenendo le credenziali di accesso al sito dell’azienda, possono visualizzare i profili delle donne disponibili a portare avanti una gravidanza in appalto. Insieme alla foto e a un codice, sul sito vengono ri-

portati i profili anonimi di duecentoquaranta donne con età, grado di istruzione, colore degli occhi, altezza, peso, tipo di corporatura. Stando alle dichiarazioni di Ludmila Rusak, a febbraio l’azienda poteva far conto sulla disponibilità dell’utero di circa ottocento donne provenienti da ogni parte dell’Ucraina: Ternopol, L’vov, Mariupol, Nikolaev, Zaporozhe. Alcune dalle campagne sognano la metropoli, per altre invece la gestazione salariata è l’unico modo per permettere il proprio sostentamento e quello della propria famiglia. Parlare con queste donne è difficile, a volte del tutto impossibile. A fatica, come con Yulia - nome di fantasia - si strappa qualche parola. Fra la diffidenza, l’imbarazzo, la vergogna. E la rabbia. «Ho 35 anni, due figli e sono separata. Sono originaria della regione di Donetsk. Nel 2014, quando è cominciata la guerra, sono scappata. Ora vivo a Chernovits (non lontano dal confine rumeno e moldavo, a circa mille chilometri dalla sua città originaria, ndr.). Però non le dico altro, per favore». Insistendo, e assicurandole l’anonimato assoluto aggiunge: «Non ho ancora mai fatto una gravidanza surrogata. Oggi in Ucraina arrivano moltissime richieste di questo genere: io non ho neppure il diploma, non ho altre possibilità di sostentamento». La voce si abbassa: «I miei parenti sanno della mia scelta. Basta,

non voglio più parlarne. Arrivederci». Nel paese il salario medio è l’equivalente di circa 150 euro. Quello minimo sfiora i 50. La disoccupazione stringe la nazione in una morsa, così come l’aumento dei prezzi di elettricità e gas. Per migliaia di donne ucraine la gravidanza salariata rappresenta una delle sempre più rarefatte possibilità di sopravvivenza in una condizione sociale disperata: a oggi secondo dati ufficiali ucraini i tossicodipendenti sono oltre mezzo milione, benché nel paese questa valutazione sia considerata una stima ben al di sotto del numero reale. BioTexCom mette a disposizione diverse soluzioni: per la maternità surrogata i tre pacchetti Economy, Standard e Vip, rispettivamente da circa ventinove, trentanove e quarantanovemila euro. Ognuno di questi prevede - con gradi proporzionali di assistenza e servizi - la sistemazione a Kiev dei turisti procreativi per le visite necessarie, la conoscenza della donna che porterà avanti la gravidanza salariata, e naturalmente il saldo degli oneri contrattuali. Anche considerando l’opzione più onerosa - costi di viaggio, e costi imprevisti sempre dietro l’angolo - il prezzo di un figlio è estremamente ridotto se lo si mette a confronto con i listini delle cliniche specializzate canadesi e statunitensi. Le sole coppie italiane che si rivolgono alla clinica sarebbero almeno duecento all’anno nonostante manchino, forse per

Vogliamo un figlio, non siamo delinquenti «PERCHÉ PROPRIO IN UCRAINA? Non sarebbero stati alla nostra portata i costi delle cliniche canadesi o statunitensi». 45 anni lui, 39 lei. Una coppia del ceto medio emiliano, una tra le centinaia che si è rivolta a BioTexCom. Come le altre si è recata in Ucraina aggirando il divieto della legislazione italiana sulle gravidanze surrogate: «Avremmo scelto un’altra strada, non saremmo voluti andare all’estero. Che cosa abbiamo fatto di male? Volevamo un figlio ad ogni costo». Nel quadro della legislazione italiana la Legge 40 non prevede eccezioni, nemmeno - come nel caso della Gran Bretagna - per permettere di usufruire di una gravidanza surrogata a titolo volontario vietando categoricamente ogni tipo di rapporto economico tra le parti. «La sorella di mia moglie si sarebbe messa a disposizione, ma in Italia non è possibile nemmeno questo. Per ragioni lavorative conoscevo già l’Ucraina e il problema della guerra: a Kiev abbiamo visto decine e decine di donne attendere in coda per mettersi a disposizione come

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gestatrici surrogate. Il problema dello sfruttamento si pone in questo ambito come in tanti altri. Di certo no, non è stata una scelta semplice: prima di fare questo passo mia moglie ha fatto i conti con la depressione. Non accettava la sua infertilità». Il caso, come quello di tante altre coppie - poi quasi sempre assolte - è arrivato in un tribunale italiano dopo le segnalazioni dell’Ambasciata italiana di Kiev al Ministero degli Esteri, all’Ufficio Anagrafe del comune di residenza della coppia e alla Procura della Repubblica competente, che ipotizza la falsificazione del certificato di nascita del bambino. «Ora lo Stato ci tratta come dei delinquenti. Rientrando in Italia con nostro figlio siamo stati trattenuti in aeroporto: sono arrivati addirittura i Ris per prelevare dei campioni di Dna. Tra i nostri parenti solo tre o quattro persone fidate conoscono la verità: per gli altri è stata mia moglie a dare alla luce nostro figlio. A dispetto di que sto oggi siamo una famiglia felice, senza nessun pentimento». Q


l’imbarazzo, dati statistici ufficiali. Testimonianze su testimonianze fanno scivolare via il velo della libera scelta da questa decisione. «Ho pensato a lungo se farlo o non farlo: a convincermi è stata la necessità economica. Ho una famiglia, ma mi nascondo. È la parte più dura: non tutti i miei parenti e i miei amici rispetterebbero questa scelta». Con la donazione dei propri ovuli una donna riceve l’equivalente di una cifra compresa tra i 350 e i 400 euro. Considerando uno stipendio corrispondente a circa 150 euro, una gravidanza salariata consente di guadagnare una cifra nove, dieci volte superiore a un salario medio, almeno 10 mila euro divisi per nove mesi di gravidanza. Chi tiene le redini di questo giro d’affari milionario sembra dedicare all’Italia un’attenzione tutta particolare: La Vita Felice era il nome della clinica di Kharkov - Ucraina orientale - in cui il dottor Feskov assoldava gestatrici a pagamento. La clinica venne chiusa nel 2013 quando varie testimonianze fecero emergere le prassi aziendali che, oltre a violare la legislazione ucraina, non escludevano truffe e minacce. La gravidanza salariata - come anche in Russia, seppur con specifiche diverse - in Ucraina è legale, a condizione che a usufruirne siano coppie sposate ed eterosessuali. Ma la Procura di Kharkov in passato ha accertato che alcuni dei figli concepiti con gestazioni salariate presso la clinica del dottor Feskov sono stati destinati illegalmente a coppie omosessuali straniere e a dispetto della legislazione ucraina aziende come Fertility Solutions International (Canada), che utilizzano l’Ucraina come incubatrice lowcost, partecipano a campagne per favorire la genitorialità omosessuale a mezzo di gravidanza surrogata. In Italia la maternità surrogata non è legale. Ma si deve osservare la legislazione dove il fatto avviene, si deve tutelare il minore con il riconoscimento della potestà dei genitori non biologici, e dunque tanto le direttive europee quanto le sentenze della Corte costituzionale riconoscono la legittimità de facto della pratica. Così, mentre le schermaglie in punta di diritto dividono l’Europa, in Ucraina migliaia di donne fanno i conti con la miseria e con la messa a profitto dei propri corpi. Q

Ghigliottina

Ma non è solo sfruttamento di Federica Bianchi

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ON È MAI FACILE PER UNA MADRE dare via il proprio bambino. Qualunque sia la motivazione. Ma il grande fraintendimento intorno alla maternità surrogata, la pratica di portare a termine la gravidanza per conto di un’altra persona, è che la donna che ha in pancia il feto altrui ne sia a tutti gli effetti la madre. Certamente lo è fisicamente. E, in Italia, per il momento, anche legalmente, visto che la legge si adatta a usi e costumi vigenti (e non viceversa). Ma non nei fatti. Il bambino è figlio dei genitori che lo desiderano e lo attendono. Di coloro che lo cresceranno e se ne prenderanno cura. Che poi, nella stragrande maggioranza dei casi, sia spesso anche biologicamente figlio dei genitori in attesa è in fin dei conti dato meno rilevante. Secondo mito da sfatare: la donna che si mette a disposizione di altri «è sempre una donna sfruttata». Lo può essere e di fatto lo è nei paesi in cui il lavoro non ha valore e i salari sono molto bassi. Dove lo sfruttamento è comunque condizione di vita. E anche in questi luoghi, dall’India all’Ucraina, è difficile giudicare se sia peggio lavorare 20 ore al giorno come colf in condizioni disumane o passare nove mesi con in grembo il figlio altrui. Certamente è ingiusto parlare di sfruttamento in alcuni paesi occidentali dove la madre surrogata è ben retribuita e le sue condizioni mediche attentamente monitorate. Dove le condizioni dell’accordo sono dettagliate in un contratto. Condizioni che, se sembrano ingiuste ad alcune, possono risultare perfettamente accettabili ad altre. Perché le donne non sono tutte uguali. C’è chi non ha difficoltà a dare alla luce figli e chi vede il traguardo come un miracolo. Chi non è in grado emotivamente di affrontare una gravidanza per conto altrui e chi invece ha già abbastanza figli suoi (concetto difficile da capire in un Paese a natalità vicina allo zero) da non avere problemi a mettersi a disposizione di altri. Certo, dietro compenso. Perché, e sfatiamo un terzo mito, portare avanti una gravidanza è comunque un’operazione faticosa per il corpo e lo spirito. Nessuno ne sottovaluta l’impatto, pur rifiutando paragoni pretestuosi con la donazione di organi o la prostituzione, sollevati da alcuni critici. La retribuzione è un giusto riconoscimento del lavoro svolto da una madre surrogata, come ben sanno le coppie che ne hanno fatto ricorso. Perché forse una donna può scegliere di rimanere incinta gratuitamente per una cara amica o un fratello. Ma non per una persona sconosciuta. Siamo donne, non sante. Ma il più rumoroso pregiudizio contro la maternità surrogata è quello di un gruppo di femministe europee che la vedono come uno strumento di oppressione patriarcale che mira a togliere alla donna l’esclusiva sulla creazione della vita. Alimentando, senza rendersene conto, il mito cattolico della donna-Madonna, e togliendo alle donne vere quella possibilità (e capacità) di scelta che invece rivendicano nel caso dell’aborto. Eppure permettere agli uomini di diventare padri senza passare per l’intermediazione della figura di una madre attiva (perché per una donna sempre devono passare) è l’occasione per rivendicare una paternità laboriosa e consapevole che non si appoggi più sulla stampella della donna-madre. Questa figura mitologica che tutto sacrifica in nome della cura dei figli. E in cui non tutte si identificano più. O forse non si sono mai identificate. Q 8 gennaio 2017

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Arte contesa conomia e delle Finanze - all’epoca “Gabella generale” - commissiona a un artista la copertina del bilancio statale. È una tradizione che prosegue già da secoli, e continuerà per secoli: il registro (rigoroso e dettagliato, allora) delle entrate e delle uscite della Repubblica viene rilegato a una cover di legno dipinta, preziosa, per esser custodito così negli archivi. Amministrazione, trasparenza e bellezza - «la musa penetra nei luoghi dove si maneggia il denaro», diranno di quelle tavole, le “biccherne”, gli studiosi. E il pittore incaricato nel ’41 del compito si supera: su un pavimento a losanghe, in prospettiva, dipinge una flagellazione che gli storici dell’arte non esiteranno a definire «capolavoro» seicento anni dopo.

L’INCANTO DEL LOTTO 22

7 dicembre 2016. Quella tavola, 45 centimetri per 30, tempera e oro su legno, viene battuta all’asta da Sotheby’s a Londra. È il Lotto numero 22, opera «arresting», «da lasciare a bocca aperta», scrivono nel catalogo, del “Maestro dell’Osservanza”, come viene chiamato oggi l’autore. Stimata fra i 470mila e i 700mila euro, viene aggiudicata per un milione e 632mila euro a un compratore di cui non è dato sapere nome e provenienza. È una transazione record, anche per la casa d’aste, che ne vanta infatti il risultato il giorno dopo. Ma quella vendita, secondo la Direzione generale Archivi del ministero dei Beni culturali, non sarebbe dovuta avvenire. Perché le copertine degli archivi senesi, le “biccherne” e le “gabelle”, tutte, compresa l’opera del Lotto 22, sono da «sempre considerate parte integrante degli archivi statali», e quindi sono beni «demaniali», «di natura pubblica» il cui «diritto di proprietà spetta allo Stato», in modo «imprescrittibile», che non decade cioè con il tempo. Così si legge nel dossier inviato dal direttore generale Gino Famiglietti all’Avvocatura dello Stato per chiedere di «valutare iniziative per il recupero» del pannello o azioni «per il risarcimento del danno» subito dall’Italia, e dove si parla esplicitamente di una «grave perdita per il patrimonio culturale della nazione». Per Sotheby’s la cessione è stata invece regolare, perché la tavola fa parte di una collezione tedesca da oltre cento anni, scrive, e per questo «non possono esserci dubbi» sulla possibilità del suo proprietario, privato, di metterla all’incanto. Forte di questo punto, la casa d’asta non aveva dato seguito alla richiesta della Direzione ministeriale, che il 6 dicembre aveva domandato alla società di sospendere la vendita della rara Flagellazione, solo di quella, fra i 40 lotti previsti alla “Old Masters Evening Sale” di Londra quadri di Bruegel, Lotto, Tiziano - vista la «natura pubblica» del dipinto. Non ci fu niente da fare. E ora la «questione resta delicata», spiegano dall’avvocatura generale, «perché se la tavola è sicuramente frutto di un furto allo Stato», «è anche uscita dal paese prima delle norme sulle licenze d’esportazione». Per questo, aggiungono, stanno esaminando il dossier che l’Espresso ha potuto consultare, confrontando le leggi e la possibilità di farle valere in Gran Bretagna. Partendo sempre da quel fondo dorato però. Con i suoi stemmi dipinti di casate senesi. DA BUONINSEGNA A LORENZETTI, CAPOLAVORI FRAGILI

Sotto le braccia alzate dei fustigatori di Cristo, nella tavola della Flagellazione, c’è un’iscrizione. “Questa et l’entrata et 64

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Una preziosa tavoletta del ’400, aggiudicata a Londra. Per Sotheby’s una cessione regolare. Per l’Italia una perdita enorme. Difficile da recuperare

Asta record batte Siena di Francesca Sironi

l’uscita della generale gabella del comuno di Siena”, inizia, per poi elencare i nomi dei funzionari - il “camarlingo” e gli “executori” - in carica dal gennaio 1440 al giugno ’41, insieme al notaio che sanciva la regolarità del registro. Che il dipinto avesse quindi direttamente una funzione d’archivio, di trasparenza sui conti pubblici per il consiglio-parlamento cittadino, oltre che di bellezza, non c’è dubbio. Lo dice l’opera stessa, e lo racconta la sua storia. Ogni bilancio di Siena viene infatti archiviato in questo modo dal 1257, e continuerà a esserlo fino al 1682, tenendo unita in una sola prassi la città e una delle sue più antiche istituzioni medioevali. L’elenco contabile dei tributi versati (innumerevoli, esisteva un’imposta persino sul “ripudio dell’eredità”) e delle spese pubbliche (per la difesa, le armi, o per «astrologi, indovini e fattucchiere» a servizio della collettività) diventava occasione per commissionare ai maggiori pittori del territorio qualcosa di bello. Di

Foto: Le Biccherne. Tavole dipinte delle magistrature senesi (secoli XIII-XVIII). Roma 1984

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IUGNO 1441, STATO DI SIENA. Il ministero dell’E-


La tavola datata 1441 con la Flagellazione del “Maestro dell’Osservanza”, venduta all’asta il 7 dicembre da Sotheby’s


Arte contesa

Le biccherne miniate rilegavano i conti dell’erario comunale. Al mondo ne rimangono solo 136 valore. Che diventasse patrimonio delle istituzioni. Oggi restano, al mondo, conosciute, soltanto 136 biccherne autentiche, di cui 105 sono conservate all’archivio di Stato di Siena, esposte in un museo permanente, aperto ai visitatori. Aveva ragione quindi Sotheby’s a ricordare nel catalogo della serata di dicembre la «considerevole rarità» del Lotto 22. La maggior parte delle tavole sono rimaste infatti con continuità in mano statale, dall’epoca dei Comuni a quella dell’Unità: era un obbligo per i funzionari riconsegnare i documenti una volta terminata la carica. Altre sono state acquistate o donate nel tempo al museo; altre ancora sono lì depositate dagli eredi dei magistrati dell’epoca: come le undici biccherne della famiglia Piccolomini, cognome che compare già nel 1300 fra i “provedditori” delle casse comunali. Molte infine sono andate perdute: fra loro la prima, la copertina voluta da un monaco del vicino monastero di San Galgano, don Ugo, chiamato a controllare con rigore di un santo i conti repubblicani, oppure tutte le tavole pagate alla vera star della città, Duccio di Buoninsegna, il capostipite della scuola pittorica senese fra Duecento e Trecento. 66

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Tra la fine dell’800 e la Seconda guerra mondiale, numerose sono andate disperse, rivendute da rigattieri locali o mescolate all’opera di falsari da mercato. Fra quelle riconosciute come autentiche, pubblicate nel 1984 nel primo volume scientifico, e antologico, dedicato a “Le Biccherne”, se ne ricordano alcune nei musei di Berlino, Budapest, New York. E infine poche in collezioni private: fra queste c’era la tavola comprata dal pittore tedesco Franz von Lenbach e venduta a Londra il 7 dicembre, nel 1984 ancora fruibile perché donata al museo di Colonia dalla figlia del collezionista. Nella stessa pubblicazione si ricordava la scelta di tenere le biccherne al riposo, di evitare spostamenti «in quanto nocivi al loro stato di conservazione». IL PRECEDENTE DELL’ARCHIVIO DEI MEDICI

Insomma, la tavola della Flagellazione era un patrimonio pubblico, un pezzo dell’archivio della Repubblica di Siena, passato in seguito all’Italia unita, un frammento della memoria collettiva sottratto, quindi venduto, a cavallo del secolo scorso. E se il collezionista l’aveva acquistato in buona fede, e così gli eredi l’hanno poi messo all’asta, «non esiste però usucapione per i


Nuove regole per i tesori in viaggio

Foto: Le Biccherne. Tavole dipinte delle magistrature senesi (secoli XIII-XVIII). Roma 1984

Alcuni esempi di “biccherna”. Da sinistra: una tavola del 1485; l’interno di un ufficio senese nel XV secolo: fu comprata dallo Stato nel 1885; un’opera del 1610; una “gabella” del 1344 con una Annunciazione dipinta da Ambrogio Lorenzetti

beni demaniali», ricordano dall’avvocatura generale dello Stato, non c’è modo cioè per un privato di vantare la proprietà di un bene pubblico solo perché lo ha avuto a lungo fra le mani. Ma è anche difficile, aggiungono i legali, far pesare questa norma adesso, protestando all’estero un capolavoro scivolato fuori dai confini più di un secolo fa. Un precedente, in realtà, ci sarebbe. Bisogna risalire però al 1917: il Times di Londra annuncia la messa in vendita eccezionale di una parte dell’archivio dei Medici - lettere e registri straordinari, affidati a Christie’s da un ramo della famiglia. In quell’occasione «il governo agì con efficace tempestività e riuscì a ottenere il sequestro temporaneo dei documenti», si legge nella ricostruzione della vicenda ad opera degli studiosi dell’archivio di Stato di Firenze. L’Italia (allora regno) oppose alla casa d’aste proprio lo stesso principio sollevato oggi dalla direzione generale: ovvero la proprietà demaniale degli atti che riguardavano la corte del Rinascimento. E la casa d’asta, allora, ascoltò. Nella causa che ne seguì, Roma ottenne indietro tutte le scritture di natura demaniale, sottratte alla vendita e restituite al governo, mentre il resto dello schedario fu rimesso all’incanto e finì sparso fra privati negli Stati Uniti. Se oggi sceneggiatori tv e accademici possono raccontare le vicende dei Medici con tanta precisione è anche grazie a quelle memorie conservate. Per la biccherna della Flagellazione, invece, come finirà? Q

La missione è delicata e importante. Da tempo gli attori del mercato dell’arte - gallerie, antiquari, case d’asta - chiedono una riforma delle regole per l’esportazione delle opere. Norme e burocrazia, ripetono in appelli e documenti, impediscono ai venditori italiani di essere competitivi all’estero e ai cittadini di guadagnare meglio da quadri, sculture e comò. Il 24 ottobre scorso, la Direzione generale archeologia, belle arti e paesaggio ha istituito al ministero un gruppo di lavoro, incaricato di proporre entro fine gennaio «nuovi criteri» per la libera uscita dai confini di oli di Morandi o ceramiche Della Robbia. Chiamati a farne parte: sei funzionari del Mibact insieme al presidente degli Antiquari italiani, all’ex presidente dell’Associazione Gallerie d’arte e all’avvocato che rappresenta gli operatori (fra cui le case d’asta) nel nostro paese. Nella «prospettiva di uniformare e semplificare le procedure», amministrazione e professionisti, “controllori” e “controllati”, pubblico e privato, si sono seduti così allo stesso tavolo. E ora elaboreranno delle «linee di indirizzo» per gli uffici delle soprintendenze: un compito delicato per il patrimonio. Perché potrà formare il modello di ogni giudizio amministrativo sulle opere pronte a partire. Un gruppo tecnico con lo stesso scopo era stato istituito al Ministero tre anni fa. I direttori dedicati delle principali soprintendenze e alcuni esperti erano stati chiamati a rivedere gli stessi criteri. Nell’el0aborato finale i tecnici confermavano però la «sostanziale tenuta» dei principi stabiliti nel 1974 da una commissione «difficilmente più autorevole», presieduta all’epoca da Giulio Carlo Argan. «La richiesta più frequente da parte degli attori di mercato», spiegavano i tecnici nel 2013: «è quella di introdurre, anche nella normativa nazionale, le soglie di valore previste dal regolamento europeo». Ma «l’assimilazione del valore monetario al valore storico-artistico è profondamente contraddittoria rispetto ai caratteri distintivi del nostro patrimonio culturale», ribadivano: «caratterizzato da una diffusione capillare, al cui interno oggetti talvolta apparentemente minori, o di ridotto valore venale, assumono invece il connotato di testimonianza cruciale per il contesto». L’assimilazione prova ugualmente a fare breccia: un emendamento - approvato - al Ddl per la Concorrenza, e criticato da Italia Nostra, introduce la soglia di 13.500 euro per l’export senza autorizzazione delle opere d’arte. Ora è fermo al Senato. Il dibattito continua. Mentre alcuni numeri chiari, trasparenti, a riguardo, sembrano di fatto smentire l’eccesso di tutela e di vincoli all’export lamentato contro la burocrazia, almeno per quanto riguarda la sede più rilevante in questo senso, in Italia, come flusso di opere d’arte: Brera. Il bilancio pubblico della soprintendenza di Milano, curato con “Civicum” nel 2014, dice infatti che su 10.171 atti firmati dagli uffici lombardi del ministero, in un anno, allo scopo di considerare (e gratis, a carico dello Stato) la possibilità dei privati di vendere all’estero, i “No”, ovvero i dinieghi alla libera circolazione, sono stati solo 16. Sedici. Seguono invece 4.480 “Sì”, ovvero attestati accordati; tre proposte d’acquisto andate a buon fine; 3.490 auto-certificazioni per opere con meno di 50 anni ratificate, 361 certificati di avvenuta spedizione e 1.097 attestati temporanei per mostre, oltre all’import. In attesa dei nuovi criteri. Q


Riccardo Bocca Gli Antennati www.gliantennati.it

Esangue. Frammentaria. Succube del confronto con il passato. È la tv di oggi, incapace di evolvere la qualità in sistema. Tranne rari e preziosi casi

Eccezione Iannacone IL CORPO STANCO della televisione ita-

liana ciondola giorno dopo giorno tra proposte che tutto sono tranne che identitarie. Qualche brandello di fiction che fin da subito, paradossalmente, odora di stantio, flussi di quiz afflitti da pigrizia creativa, proposte di ottime video-serie che però restano quello che sono: isole virtuose dentro un lago di modestie.

NON POTREBBE ESSERE altrimenti. La stagione della grande tv, quella nata a metà degli anni Cinquanta, aveva due motori: lo slancio verso la sperimentazione e l’ingenuità del Paese in cui decollava la nuova epoca. Concorrenza privata, assente. Sovrapposizione tra creatività e logiche di mercato, zero. Politica permettendo, la preoccupazione in viale Mazzini era quella di interpretare al meglio le opportunità del mezzo, innestando sprazzi di intrattenimento su un impianto di informazione e unificazione sociale.

Foto: A. Casasoli, A3, Ufficio Stampa Rai

NON CHE IL MEGLIO trionfasse sempre,

anzi. La retorica del “tutto bellissimo”, legata a quegli anni, è una delle cretinerie da evitare senza alcuna incertezza. Ma resta il fatto che la tv post bellica, come d’altronde quella in onda negli anni Sessanta e in parte pure Settanta, era ancora in grado di guardarsi allo specchio e riconoscersi nella sua forza rappresentativa. Quanto bastava per generare attrazione e affezione, oltre che capacità di produrre riti a lunga gittata. L’esatto opposto del modello implicito nel terzo millennio, in cui l’assenza sistematica di un pensiero forte,unita alla frammentazione progressiva dell’offerta e alla rincorsa obbligata degli ascolti, ha prodotto un’invincibile aria cimiteriale. Macerie. Avanzi di vec-

Il giornalista Domenico Iannacone

chie idee che resuscitano un po’ rinfrescate. Trasmissioni esangui in un’Italia con le gomme a terra. Sudditanza psicologica da ciò che il piccolo schermo ha offerto nei suoi decenni d’oro e che ora rimbalza in video con l’eleganza del bianco e nero o a tinte a questo punto slavate. NON SARANNO l’on demand, il susseguir-

si sincopato di serie internazionali e la cinica e in fondo penosa resistenza del fronte generalista, a restituire smalto identitario alla macchina catodica. Trionferà invece l’antico format leibniziano delle monadi. Un senso di solitudine che assedierà il pubblico più anziano (l’unico, è evidente, destinato a seguire il mezzo in futuro) e stroncherà nel profondo le consuetudini dello scorso secolo.

Mass Media VALTO Mac Conway e Arthur Solomon sono reduci dal Vietnam. La loro ambizione sarebbe quella di recuperare pace e normalità, una volta tornati negli Stati Uniti. E invece ad attenderli c’è un inferno di desolazione, violenza e tradimenti famigliari. Il ritratto impietoso delle contraddizioni umane titolato Quarry e in onda il lunedì sera su Sky Atlantic. Da sperimentare. WBASSO La Cnn ha chiuso il 2016 imboccando una strada scivolosa. Sulla sua homepage, infatti, la celebre emittente all news ha celebrato come eroe antimafia Pino Maniaci. Peccato che mentre oltreoceano il direttore di TeleJato merita applausi, in Italia sia indagato per estorsione. L’imprudenza, a volte, non conosce confini.

Com’è giusto e naturale che sia, è il caso di sottolineare. E come stanno evocando, su Raitre, I dieci comandamenti scritti e condotti da Domenico Iannacone: tra le rarissime trasmissioni, oggi, in grado di documentare con stile post televisivo (a metà strada tra cinema, letteratura e poesia) non soltanto l’anima fragile della nostra penisola, ma anche il volto nobile della tv quando ritrova il suo orgoglio. Prodezze da celebrare mentre trionfa, in parallelo, una dissoluzione a base di cattivo gusto, format plastificati e rinuncia categorica alla progettualità. Q 8 gennaio 2017

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ubo perfetto 8 gennaio 2017

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Foto: Contrasto

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sembrano lontani. Per chi fa business la città si trova in posiA SMART CITY PERFETTA, forse troppo. Dove zione strategica: una “aerotropoli” a un quarto d’ora di non esistono camion della spazzatura, perché i macchina dall’aeroporto internazionale Incheon, con cui è rifiuti vengono risucchiati da tubi pneumatici collegata dal quinto ponte più lungo del mondo realizzato con installati nelle case e trasferiti in pochi secondi a tensostruttura: 12 chilometri e mezzo. «La Corea del Sud è un impianto di smistamento, in cui sono riciclafra i primi Paesi ad aver elaborato un grandioso progetto di ti o trasformati in energia. Dove le strade, i sistesmart city. Oltre a essere uno dei progetti urbanistici a magmi elettrici e perfino le condutture dell’acqua giore contenuto tecnologico, Songdo rappresenta anche uno sono corredati da sensori elettronici in grado di monitorare in dei più grandi investimenti immobiliari nel pianeta», sottolitempo reale spostamenti e consumi degli abitanti. Una sorta nea Eleonora Riva Sanseverino, docente di Energia, Ingegnedi Panopticon postmoderno in cui l’accesso e la climatizzazioria dell’informazione e Modelli matematici all’Università di ne degli edifici, tutti cablati in fibra ottica, vengono regolati Palermo, coautrice di “Atlante delle smart city. Comunità ventiquattr’ore su 24 attraverso un unico centro di controllo. intelligenti europee ed asiatiche” (FrancoAngeli editore), la E dove ogni palazzo dista al massimo 12 minuti a piedi da una mappa planetaria delle città intelligenti: dal Nord Europa fermata di bus, per limitare l’uso delle automobili. Amsterdam, Copenaghen, Stoccolma, autentici modelli di Si chiama Songdo International Business District (Ibd) la gestione collaborativa tra cittadini e istituzioni - alle metrocittà dell’utopia tecnologica, costruita in tempi record a 65 poli green tirate su dal nulla, come Masdar City nel deserto chilometri da Seul, una delle metropoli più popolate del piadi Abu Dhabi, progettata dallo studio di architettura Foster neta con oltre 25 milioni di abitanti. La smart city si estende and Partners, che per certi aspetti ricorda Songdo. su circa 600 ettari strappati al Mar Giallo da Gale InternatioA prima vista la smart city sudcoreana sembra un paradiso, nal, gigante americano delle costruzioni: una zona di libero costellata com’è di grattacieli e grandi giardini ispirati a Censcambio, messa a punto con un investimento di oltre 35 mitral Park, auto elettriche e car sharing, piste ciclabili e campi liardi di dollari e disegnata dallo studio di architettura da golf. In poco tempo si è fatto una reputazione talmente newyorchese Kohn Pedersen Fox, a misura delle multinaziobuona, il Jack Nicklaus Golf Club Korea, che l’anno prossimo nali hi-tech che negli ultimi otto anni hanno aperto qui uffici, ospiterà il torneo femminile Ul International Crown, per la laboratori, incubatori di imprese, sostenendo lo sviluppo prima volta al di fuori degli Stati Uniti. Per molti, invece, immobiliare: tra gli altri Ibm, Hp, Software Ag e Cisco SySongdo è un incubo: “No man’s city” la chiamano i detratstems, la società statunitense che nel 2013 ha inaugurato nella città sudcoreana il suo Global Center of Excellence. La Corea del Sud, dunque, continua A PRIMA VISTA SONGDO SEMBRA UN PARADISO, a puntare sull’industria hi-tech, malgraCOSTELLATA COM’È DI GRATTACIELI, PISTE CICLABILI, do la concorrenza sempre più agguerrita della Cina e il flop dello smartphone CAMPI DA GOLF E GIARDINI ISPIRATI A CENTRAL PARK Samsung Galaxy Note 7, che ha indotto la Banca centrale del Paese asiatico a tagliare la stima del Pil per il 2017 dal 2,9 al 2,8 per cento. Di recente, inoltre, il colosso tecnologico è finito sotto i riflettori insieme agli altri “chaebol”, gli enormi gruppi industriali che controllano l’80 per cento dell’economia sudcoreana. Una vicenda dall’intreccio romanzesco: le aziende sono accusate di aver finanziato la fondazione di Choi Soon-sil, la Rasputin della presidente Park Geun-hye arrestata un paio di mesi fa con l’accusa di aver estorto a Samsung e altre aziende 69 milioni di dollari. Lo scandalo ha suscitato un’ondata imponente di manifestazioni, travolgendo anche la presidente della Corea del Sud: a inizio dicembre il Parlamento ha votato a favore del suo impeachment e la Corte costituzionale entro maggio deciderà se confermare la mozione, rimuovendola dall’incarico, o reintegrarla. Visti da Songdo, gli intrighi di palazzo


Dai rifiuti calore per le case Sala computer nella biblioteca Underwood Memorial, all’interno della Yonsei University International. In alto: centro di smistamento, dove i rifiuti arrivano attraverso un sistema di tunnel sotterranei, dopo essere stati risucchiati direttamente dalle cucine. Una volta deodorati, i rifiuti vengono spediti al centro di co-generazione per essere convertiti in calore per case e uffici. Nella pagina a sinistra: un addetto dell’IT center, all’interno dell’Incheon Global Campus

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Reportage

Zappa e computer Un gruppo di abitanti di Songdo coltiva un orto urbano. In alto: dopo la scuola, alcuni adolescenti si riposano in un parco. Nella pagina di destra, dall’alto: studentessa gioca a golf nel centro sportivo della Incheon National University; addetti della stazione di controllo U-city Station, dove sono costantemente monitorati traffico, temperatura, sicurezza e consumi energetici attraverso un complesso sistema tecnologico

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Reportage

Cantiere in progress Gru e impalcature nella zona residenziale di Songdo. La città è un work in progress: oggi ospita 40 mila persone e nel 2020, quando verrà ultimata, gli abitanti saliranno a 65 mila. In alto: l’imponente centro conferenze Songdo Convensia Center. Inaugurato nel 2008, è il primo progetto realizzato nella città sudcoreana. Nella pagina di destra: studentessa utilizza smartphone e computer portatile per una ricerca, nella biblioteca Underwood Memorial, all’interno del campus della Yonsei University International

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Foto: Contrasto

tori, la città di nessuno. Di certo è un work in progress: nel 2020, quando verrà ultimata (ma la data slitta di anno in anno), Songdo ospiterà 65mila abitanti. Per il momento solo 40mila, dunque chi arriva in città prova un forte senso di solitudine e spaesamento. «Definirei Songdo non tanto una città quanto una gigantesca operazione di sviluppo immobiliare», dice all’Espresso Carlo Ratti, ingegnere e architetto, fondatore del laboratorio sulle smart city al Mit di Boston. È stato qui diverse volte, la prima nel 2009: «Songdo è un luogo sterile, dove ogni aspetto della vita sembra programmato. Non la definirei nemmeno una smart city, per rispetto a un concetto che, pur abusato, mantiene una sua coerenza ideale: l’interazione tra mondo fisico e digitale, la sperimentazione sul campo dell’Internet delle cose», aggiunge. Una visione critica, condivisa dal direttore di ricerca dell’Institute for the future di Palo Alto, Anthony M. Townsend, che nel libro “Smart Cities” (edito da W. W. Norton & Company) afferma che alcune nuove città tra cui Songdo sembrano crescere secondo un paradigma adeguato allo sviluppo di grandi aziende e non secondo una coerente pianificazione urbanistica. «Quando penso a Songdo mi viene in mente una Brasilia contemporanea», continua Ratti: «Una città progettata a tavolino ma incapace di rispondere ai bisogni dei cittadini. Dove la tecnologia sembra essere un fine, più che un mezzo che ci può permettere di essere più sostenibili o migliorare la qualità di vita». Nel mondo delle cosiddette smart city, sostie-

ne il professore, ci sono due approcci: top-down e bottom-up, dall’alto e dal basso. Come nel caso di Brasilia e di molte città del Novecento, l’approccio dall’alto è quasi sempre destinato al fallimento. «Ho più di un dubbio di fronte all’idea di realizzare ex novo una città intelligente. Mi attrae molto di più l’idea di coltivare una intelligenza diffusa in agglomerati urbani già esistenti, di pensare non alla tecnologia ma alla vita dei cittadini. Come scriveva Shakespeare: «What is the city but the people?, Cos’è la città se non i suoi abitanti? Ieri come oggi», conclude Ratti.

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N ALTRO ASPETTO non secondario, infine, riguarda la privacy: le questioni del possesso dei dati (i cosiddetti Big Data) e del monopolio dell’informazione. A Songdo, infatti, un sistema centrale, denominato U-city operation center, monitora e raccoglie dati 24 ore su 24 su ogni aspetto del funzionamento del centro urbano, dal traffico al meteo ai consumi privati, attraverso una fitta rete di telecamere a circuito chiuso e una miriade di sensori a basso consumo energetico disseminati ovunque, integrati negli oggetti di uso quotidiano. Nel centro di controllo, che dialoga con il governo centrale del Paese ed è connesso con i sistemi delle altre città sudcoreane, donne e uomini trascorrono intere giornate incollati ai monitor. Una specie di “grande fratello” tecnologico, tanto che alcuni pensatori, tra cui lo storico e urbanista londinese Leo Hollis autore del bestselUN SISTEMA CENTRALE CONTROLLA LA CITTÀ TRAMITE ler “Cities are good for you” (Bloomsbury), considerano le smart city di MIGLIAIA DI SENSORI. E C’È CHI AVVERTE: «QUESTE questo tipo addirittura un pericolo per la democrazia. La questione resta diSMART CITY SONO UN PERICOLO PER LA DEMOCRAZIA» battuta, ma una cosa è certa: con la diffusione dei dispositivi digitali, tra cui gli smartphone, la mole di dati è diventata tale da rendere ancora più importante la trasparenza del loro uso e la diffusione tra soggetti indipendenti sottoposti a verifiche incrociate. Nelle città del futuro, inoltre, la politica sarà sempre più “data-driven”, orientata a tracciare umori e bisogni delle persone, sostiene Riva Sanseverino, che evidenzia alcuni rischi significativi. «L’operazione che conduce a sintetizzare le informazioni provenienti dai dati è pur sempre una manipolazione, una operazione analitica sviluppata sulla base di competenze statistiche e di apprendimento automatico», conclude la professoressa: «Se non standardizzata e regolamentata, tale operazione può essere condotta anche in modo distorto. Se poi i data analyst sono dipendenti di multinazionali siamo certi che il conseguimento degli obiettivi economici non porti a brutali alterazioni della realtà?». Q 8 gennaio 2017

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Le idee

Roma sprofonda? Servizi scadenti, incuria, crescita culturale e creatività urbana di

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OMA È DAVVERO (come diceva Ca-

vour) «necessaria all’Italia»? E se invece ci decidessimo a portare la capitale a Milano? Il tema è antico, e non sempre sono state le menti più scelte a sollevarlo. Ma da qualche tempo è impossibile eluderlo. La catastrofe dell’amministrazione di Virginia Raggi, la voragine del debito e l’indegno abbandono in cui la Capitale versa da anni rendono inevitabile quella domanda. Del resto, gli indicatori della Capitale sono ormai tutti in picchiata. Qualche

Illustrazione di Giuseppe Fadda

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RAFFAELE SIMONE

settimana fa una ricerca ItaliaOggi-La Sapienza sulla qualità della vita nelle grandi città italiane ha declassato Roma all’ottantottesimo posto, dal già poco onorevole 69esimo dell’anno scorso. Pochi giorni dopo un’indagine analoga del Sole24Ore ha rincarato la dose: la prima città in Italia è Aosta, Roma la tredicesima, anche stavolta con una perdita di diverse posizioni. Non stiamo a chiederci come e perché le due classifiche siano così diverse. Quel che conta è che in quella del Sole la seconda della lista è…

Milano. Beffardo e feroce, il Corriere della sera ha girato il coltello nella piaga pescando un’icona ancora più bruciante: ha confrontato, con tanto di foto, le decorazioni natalizie della capitale con quelle di Milano. Che Roma a Natale fosse buia e dimessa fino allo squallore lo sapevamo da sempre, ma il confronto è umiliante: fantasia di disegno e di colori, vivacità di luci contro mestizia, banalità e micragna. Classifiche o non classifiche, però, sta di fatto che Roma stride in modo cocen-


Milano capitale! ridotte a zero: la “città eterna” non regge più il confronto te non solo con una quantità di capoluoghi italiani, ma con tutte le capitali dell’Europa occidentale, e anche centrale. E stride per quella che, col gergo dei meteorologi, si direbbe la sua “vivibilità percepita”, che se ne infischia di indicatori numerici e dice solo come si sente il cittadino che vive qui. Basta una visita mordi-e-fuggi a Praga e a Varsavia, e a Lisbona, per non parlare di Parigi, Berlino, Stoccolma, Madrid o Ginevra, per tornare increduli e frastornati dal vertiginoso crepaccio. *** Non parlo solo di quel che salta agli occhi: pulizia (a Roma nulla da anni), polizia urbana (poca, inefficiente e villana), cura del verde (zero), trasporti pubblici (catastrofici), traffico (indisciplinato fino alla malvagità: il maggior numero di pedoni ammazzati all’anno), commercio abusivo (senza freno), finitura generale dell’habitat (pessima a Roma: buche, marciapiedi rotti, scritte sui muri, segnaletica scarsa, strutture in abbandono, orologi fermi, erbacce ovunque), intelligenza commerciale (scarsissima a Roma: decine di negozi uguali l’uno accanto all’altro), rispetto degli anziani e dei bambini (bassissimo) e così via. Da qualche tempo cresce anche la varietà di tipi inquietanti (ingrediente non riducibile in percentuali, ma cruciale per la vivibilità), di accattoni organizzati, di mariuoli in trasferta: da una giratina alla stazione Termini o, ancora meglio, alla Metro Flaminio o alla Stazione Anagnina si può tornare a casa coi brividi addosso. È ancora peggio se guardiamo alle cose meno appariscenti. Ad esempio, Roma è una delle poche capitali al mondo senza impianti sportivi comunali. Esiste un assessorato allo sport, ma non

si capisce cosa faccia. I ragazzi giocano a pallone per strada; chi vuole una piscina, una palestra, un corso di sport, deve cercare tra i privati. Chi vuole musica, può trovarla in due o tre teatri al massimo, tutti raccolti nella zona centrale, uno solo dei quali (quello di Renzo Piano) davvero presentabile. C’è poi un altro livello: la creatività urbana, le invenzioni escogitate per rendere ai cittadini la vita più facile e magari anche un po’ più divertente. Qui le città francesi, inglesi, spagnole, tedesche non vincono, ma stravincono. È in Francia che hanno inventato le biciclette a noleggio, le automobili elettriche, le spiagge sul fiume, le piscine pubbliche di design (a Parigi ce n’è perfino una che flotta sulla Senna), la metropolitana senza pilota, i mototaxi, il decoro urbano sempre reinventato. Roma, da anni gemellata senza merito con Parigi, ha copiato qualcosina, ma mestamente: le biciclette a nolo, riprese dalla ville-lumière, sono state tutte rubate, senza dire che usarle in città era quasi impossibile (piste riservate poche e malmesse, rispetto per i ciclisti nullo). A Roma il comune ha inventato un car sharing complicato, raro e antipatico, a cui è perfino laborioso iscriversi. È stato battuto in un batter d’occhio da due delle poche invenzioni che in questa città rendano il cittadino più felice, Enjoy e Car2Go, ovviamente private. E quanto alle architetture pubbliche, la discussa Nuvola dell’Eur non basta a reggere il confronto con la magnifica Fondazione Feltrinelli a Milano. Ma dove si sente davvero pianto e stridor di denti è il Mondo Tre (come lo chiamava Popper), quello della cultura, dell’entertainment, o come altro volete chiamarlo. Si tratta, ovviamente, di business, non di opere benefiche; quindi di

cose che, se ben fatte, potrebbero rendere ricco chi le promuove. Le invenzioni comunali a Milano si moltiplicano, a Roma sono prossime allo zero. La nuova giunta ha ribattezzato l’assessorato alla cultura, intitolandolo (chissà perché) alla “Crescita culturale”, ma in città non cresce niente. Non si può mettere il deserto Macro, le tristi Case del jazz, della traduzione e del cinema a petto del milanese Museo del Novecento, la romana Galleria Civica di arte moderna (ignota ai più) a confronto con la milanese Fondazione Prada; tra i musei comunali solo i Capitolini (fondati però nel 1734!) sono frequentabili. Ci sono anche indecifrabili crisi di personale: il Maxxi, la (mesta) Festa del Cinema, l’Auditorium Parco della Musica sono diretti da stranieri, che della città non sanno nulla. Roma non è dunque in grado di esprimere dirigenti culturali? Allo stesso modo, non è in grado di esprimere dirigenti politici: i capi delle municipalizzate e gli assessori della scombiccherata giunta Cinque Stelle sono stati raccattati qua e là: in Veneto, Campania, Lombardia… *** Che cosa è successo nella Capitale? I ricchi di Milano contribuiscono allo sviluppo della città (vedi Fondazioni Feltrinelli e Prada), quelli di Roma alla speculazione edilizia. Perché a Roma non c’è una Fondazione Caltagirone? Dov’è finita la borghesia colta? Dove sono i giovani creativi? Insomma, di cosa è capitale la Capitale? Della Grande Bellezza? Macché. Ormai, si direbbe, della politica e della burocrazia, del commercio indisciplinato e abusivo, dei palazzinari e soprattutto dell’incuria. Se è così, che si aspetta? Coraggio: a Milano, a Milano! Q

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Culture Viaggi d’autore

Pretty Casa Donne di strada ormai anziane sopravvissute a violenze, miseria, malattie. Per trovare la serenità in un rifugio nel cuore di Città del Messico. I ritratti di una fotografa, l’omaggio di una scrittrice

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di Rosa Matteucci fotografie di Bénédicte Desrus

A CASA XOCHIQUETZAL è nascosta nel cuore putrido della città vecchia, assediata da piramidi di bancarelle, tra fumi di venditori di tamales, al confine fra Merced - il quartiere delle puttane - e l’orrido mercato della Lagunilla: il regno di Satana e degli adepti della Santa Muerte. Attualmente le ospiti sono 19 - la casa può alloggiarne fino a 65 in dignitose bi-tricamere - età compresa fra 60 e 85 anni, in via del tutto eccezionale ce ne è una di solo 50 anni, ma è di passaggio, ha fatto un’opera-

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zione che le impedisce di lavorare, finché non si rimette qui è al sicuro. Vengono da tutti gli Stati del Messico. La maggioranza è analfabeta, ma nella casa potrà prendere la terza elementare e volendo la licenza media, non ha documenti, né stato civile, il nome che porta non è certificato, può anche essere quello con cui si faceva chiamare una delle tante morta ammazzata e gettata in un canalone. Scampate alla selezione naturale di un quartiere come Merced, le donne mi sorridono sdentate. Sono bellissime e pacificate. Chi le guardasse superficialmente, senza cuore,


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Culture Viaggi d’autore le vedrebbe sformate, vecchie, malconce, malate, esauste. Qui finalmente hanno una casa e un nome. Ognuna ha conosciuto la gonorrea, si è adornata di creste di gallo, ha fatto amicizia con il condiloma. Alcune si sono arrese alla sifilide. Quelle che non ho potuto incontrare sono morte di aids. Sono le donne di casa Xochiquetzal, la punta di diamante di una popolazione attiva, stimata per difetto in una metropoli di quasi 28 milioni di abitanti, di circa 300.000 unità di lavoratrici del sesso. Loro sono quel minuscolo 2 per cento di lavoratrici sessuali della terza età. Angel è una bella morona appena sessantenne, caviglie sottili, vitino di vespa, labbra rosse. Angel a differenza delle altre ha una dentiera completa. Merito della sua avvenenza che le ha garantito solide trombamicizie anche da vecchia. Due volte a settimana esce con i suoi amanti storici don Camilo e don Josè. Stimati professionisti ormai in stato di quiescenza. Vanno al bar o a passeggio. Poi prima di sera ritorna alla casa, perché qui appena cala il buio si spranga il portone, e dietro alle inferriate che proteggono le finestre si spegne la luce. Ogni giorno la Costellazione bella Angel non rinuncia a Matteucci guardare la soap turca “¿Que culpa tiene Fatmagul?”, in reRosa Matteucci, nata e plica dalle 21 alle 23. cresciuta a Orvieto vive a Queste donne sono vissute Genova. Ha conquistato letteralmente sul marciapiedi, pubblico e critica con dove hanno lavorato, dormito, “Lourdes”, pubblicato mangiato fra i rifiuti, si sono nel 1998 da Adelphi. E ammalate, sono guarite, hanno ha continuato - tra i suoi partorito o abortito, e dove se libri ricordiamo “Cuore non fosse stato fondato nel di mamma” e “Tutta 2006 - con denaro pubblico e suo padre” - con uno sostegno d’offerte private- un stile inconfondibile che siffatto ostello, il primo e l’unimescola realismo e co al mondo, sarebbero morte. grottesco, autobiografia Se hanno figli, che non siano e iperbole, italiano morti o non siano stati venduti, aulico e dialetto umbro. questi le hanno ripudiate. NesIl suo romanzo più suno le va a trovare. La vergorecente si intitola gna le ha cancellate dalla faccia “Costellazione della terra, eppure vivono. Tutfamiliare” (sempre da te indifferentemente, secondo Adelphi). Ha visitato la raffinati gradi di orrore, hanno Casa Xochiquetzal dopo rischiato più volte di essere essere stata ospite strangolate o bruciate vive, soldella Fiera del Libro tanto per pochi pesos. di Guadalajara, la È la settimana prima del Nakermesse letteraria più tale, si festeggia nel patio della importante dell’America casa, ove si tiene una Pastorella, Latina. spettacolo da oratorio dei saleLe immagini di queste siani anni ‘60. C’è un marcanpagine sono parte di un tonio vestito da soubrette: due reportage di Bénédicte cocomeri al posto delle “chiDesrus, pubblicato nel chotas” e un parruccone plativolume “Las amorosas no stile povera Moana. Le vemas bravas” (Los gliarde si sbellicano ad ogni Libros del Sargento). battuta, io un po’ meno. A fine 82

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spettacolo mangiamo tamales ripieni di pollo cotti in foglie di banano con una sorta di pesto messicano e si beve squisitissimo ponce natalizio: brodo profumato di frutta esotica e pezzettoni di canna da zucchero. Nessuna di queste donne voleva fare la puttana. Gettate dalle famiglie d’origine - povere, arretrate e feroci - sul lastrico sono state prima condannate poi ripudiate. Loro comune preoccupazione è la vita eterna, ognuna brama di poter avere una tomba propria, per non finire nella fossa comune. Sono tutte credenti, cattoliche e cristiane, ma in una forma magico sincretica che stempera il furore dei gesuiti predicatori a seguito dei conquistadores nelle spire dell’antico rito del serpente piumato: quando gli antenati strappavano cuori umani. Ma su tutte le credenze impera la Virgen de Guadalupe: Signora e Madre. Normota fu venduta a sei anni per un sacco di quinoa, violentata a otto, finita sulla strada a nove, assunta come sguattera in una nobile casa a dieci, ambiva rifarsi una vita, ma non le fu concesso, accecatasi per sbaglio con uno spiedo finì a battere. Il suo ricordo più bello, mi sussurra, è l’immagine di lei bambina sulle ginocchia del padre, mentre guardano il tramonto. Perché è venuta nella casa? Era malata, ogni tanto si stendeva sulla strada scossa da brividi di febbre, allora dei ragazzacci la prendevano a pietrate. Sorride beata ad onta di un finestrino velux orofaringeo di ben otto denti. Gli incisivi glieli ha fatti saltare un suo moroso: così avrebbe perfezionato meglio una prestazione assai richiesta. Ha conosciuto la miseria nera, Normota. Era così tanto povera che non si poteva permettere nemmeno di perdere il sangue mestruale: invece dell’assorbente ultrapiatto in tessuto anallergico, Normota tappava il buco sanguinante con una palla di cruschello. La crusca assorbiva linfa vitale che non si poteva buttare via, e ne sortivano ricche piadine. Canela - dagli eloquenti tratti orientali - da neonata fu direttamente gettata nella spazzatura: cinesi non ne volevano. Raccolta da una prostituta fu da lei allevata e avviata all’unica professione che avrebbe potuto imprendere una donna sulla strada. Dopo mezzo secolo di marciapiedi, Canela ha finalmente una casa, dove la proteggono. Ha un letto tutto per se. È cardiopatica grave, sordastra, e asmatica. In fila con le altre, alle sette di sera, braccia lungo i fianchi, spalanca le fauci pitturate di rosso vivo per ricevere le consuete spruzzate di Ventolin. Fa labbrino, simula uno sputazzo. Ride beata. È ancora viva. Marbella, precisa come la cittadina delle Baleari, ha 60

Angel è una bella morona sessantenne, caviglie sottili, vitino di vespa, labbra rosse. E dentiera completa


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Culture Viaggi d’autore

Marbella stava per diventare maestra. Ha continuato a leggere: «Nabokov e Kafka mi hanno salvato la vita» anni tondi, s’appoggia ad un bastone canadese, trascina una gamba. Ha tutti i denti. Ha studiato fino alla terza superiore, era prossima a diplomarsi maestra. Durante un’infanzia ardua e povera, oltraggiata dal padre e da una congrega di sedicenti zietti, leggeva tutto quello che le capitava. Mi confessa che si è salvata leggendo di nascosto. Perché se l’avessero pizzicata erano bastonate, e non solo. A 16 anni si innamorò e rimase incinta. La cacciarono da casa. Poco prima delle nozze riparatrici, Juan, il suo unico amore, finisce

Il riposo delle guerriere La Casa Xochiquetzal di Plaza Torres Quintero, nel centro di Città del Messico, è un’iniziativa unica nel suo genere. Nata da un’idea di una ex prostituta, è stata aperta nel 2006 grazie a fondi pubblici in un palazzo messo a disposizione dall’amministrazione, ma si regge con il sostegno di donazioni individuali all’associazione “Mujeres, Xochiquetzal en lucha por su dignidad, A.C.”. Evenutali offerte vanno indirizzate all’associazione attraverso il numero di conto 65503635422, Iban 014180655036354227 della Banca Santander. Per informazioni, la Casa ha un sito (casaxochiquetzal.wordpress. com) e una pagina Facebook (CasaXochiquetzal). Q

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ammazzato per 200 pesos - tipo 10 euro. Partorisce da sola una bambina che morirà di leucemia. Vive in strada. Avrà altre due figlie, vendute dal padre naturale appena nate. Rimane sola. Pur vivendo per strada Marbella riesce a sopravvivere e a leggere. Dice: Nabokov e Kafka mi hanno salvato la vita. Sorride. È profonda, tenebrosa, poetica. Alla mia domanda che cosa significhi per lei essere una donna, risponde senza esitazione: averne passate tante, ed essersi sempre rialzata. Mi viene da piangere. Resisto. E infine, quando il carico di emozioni si è fatto insopportabile e vorrei andarmene, ecco Josefina l’india. Minuscola, grinzosa come un tartarughino, vestita di beige con una sorta di berretta frigia. Non ha più denti, è troppo vecchia per sprecare una dentiera. È timida ma decisa. Dopo aver preso le sue medicine serali, a passetti, appoggiandosi al bastone Josefina mi stringe a sé e mi bacia. In quell’abbraccio di india minuscola e tenace, venuta da un tempo remoto e non immaginabile, sopravvissuta a tutti gli orrori messi in atto dagli uomini, io sento quanto sia forte e grandiosa la vita. E quanta saggezza, e amore e forza mi trasmette l’abbraccio di quello scricciolo di 85 anni, che si firma con una croce. E in quel momento so e saprò per sempre che il mondo è delle donne. Q


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Culture Classica

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Tecnica sulfurea, aspetto angelico, anima russa. Ritratto del pianista del momento, Daniil Trifonov, in arrivo in Italia

di Riccardo Lenzi

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A POETESSA Marina Cve-

taeva sosteneva che la Russia fosse «solo il limite estremo della facoltà terrestre di comprendere». Ciò che vale per la storia e la letteratura, è vero a maggior ragione per la sua musica. Nata quasi dal nulla nell’Ottocento, ci ha dato fior di compositori del calibro di Ciaikovskij, Scriabin, Prokoviev, Stravinskij, Sciostakovic: tutti profondi indagatori, attraverso le note, dell’animo umano. Ma a colpire ancor più l’immaginario popolare è stata la sua scuola pianistica: Rachmaninov, Lhevinne, Judina, Sofronitskij, Horowitz, Richter, Gilels e persino Lang Lang che a quei valori, tramite l’insegnante Gary Graffmann allievo di Horowitz, ha attinto. La Russia, insomma, è forgiatrice di immensi talenti della tastiera. E oggi, dopo il premio di “Artist of the year” della prestigiosa rivista “Gramophone”, dopo i recenti trionfi del Concerto di Capodanno con i Berliner Philharmoniker, tale scuola ha il suo re, ovvero il ventiseienne Daniil Trifonov, che il pubblico italiano avrà la fortuna di poter ammirare in concerto al Teatro della Pergola di Firenze, il prossimo 14 gennaio, impegnato in pagine di Rachmaninov, Chopin e Mompou.

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Culture Classica

Tris d’assi alla Pergola Dopo Trifonov, un altro interprete russo di valore assoluto sarà protagonista della stagione alla Pergola il 6 marzo: Mikhail Pletnev. Come re Mida, qualunque cosa tocchi, diventa oro. Un esempio? Le composizioni per solo pianoforte di Piotr Ilic Ciaikovskij non hanno mai goduto di grande fortuna: spesso sono state etichettate, con sufficienza, come “salon music”. Ci voleva l’interpretazione somma di Pletnev per far risorgere i “18 Morceaux op.72” e dargli una tale dignità d’arte. Il

La scelta di “Gramophone” di eleggere Trifonov non si presta a particolari recriminazioni. Da cinque anni a questa parte, da quando cioè ha vinto i Concorsi Ciaikovskij e Rubinstein, ovunque egli abbia suonato, il suo pubblico ne è rimasto incantato. Fra i pianisti un talento come il suo non appare più d’un paio di volte in una generazione, se capita. E il talento, vale la pena ricordarlo, è solo la partenza. Ci vogliono in più intuizione, perseveranza e, ancora, lungimiranza. Ciò che stupisce in Trifonov è che in questi anni egli ha raggiunto un ideale equilibrio di emozioni e intelletto, obiettivo che a musicisti di maggiore esperienza richiede metà della vita artistica. Si percepisce l’acutezza del suo ascolto, che lo guida verso una precisa idea dei suoni di cui ha bisogno, e del modo in cui realizzarli. Eppure dando retta alle apparenze, quando Daniil entra in scena con anda-

Quando suona Rachmaninov ai virtuosismi preferisce i toni tenui, confidenziali, malinconici 88

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compositore, attraverso il pianista, pare rivivere e queste pagine, suonate da altri scialbe, diventano metafisica rappresentazione di un’èra, di un mondo fatto di fiori secchi conservati in antichi libri, di passioni inconfessate in logori fasci di lettere. Pletnev è un interprete molto originale. Forse per questo non piace ad alcuni critici anglosassoni, aridamente rispettosi della filologia e dello spartito. Grigory Sokolov, sul palcoscenico fiorentino il 10 aprile, è stato definito da Le Figaro un

tura impacciata, la lunga zazzera castana svolazzante, un sorriso timido, le braccia abbandonate sul busto esile e le pallide mani dalle lunghe dita tremanti, non scommetteresti molto sul suo nerbo di interprete. Ma poi, una volta seduto sullo sgabello, mentre inizia a suonare, avviene la metamorfosi. Allora anche le espressioni del volto diventano spavalde, ironiche, a tratti appassionate. Un po’ come succede con la lenta, aurorale introduzione della Sonata in si minore di Franz Liszt, che dopo le prime sommesse battute si sviluppa in un “Allegro energico” intenso e drammatico. Proprio questa interpretazione faceva parte di un disco che riproponeva la registrazione del suo primo recital alla leggendaria Carnegie Hall di New York, sala che rappresenta per la musica strumentale quello che la Scala è per la lirica. Ascoltandolo, si capisce come mai l’illustre collega Martha Argerich, presente nelle giurie dei vari concorsi a cui Trifonov ha partecipato con gli esiti che ricordavamo, abbia detto di lui: «Non ho mai sentito nulla di simile: la sua tecnica è scintillante e il suo tocco riesce a essere dolce e demoniaco allo stesso tempo». Liszt, ricordiamolo, fu tra i padri della Scuola pianistica russa: infatti Anton Rubinstein (da non confondersi con Arthur), insieme al fratello Nikolaij fra i fondatori dei conservatori di San Pietroburgo e di Mosca, fu suo allievo e in qualche misura ne ereditò la figura carismatica di interprete. Lo stesso Liszt che ritorna spesso nei programmi di Trifonov e ne potrebbe simboleggiare,

extraterrestre. Non solo per come suona, ma anche per il suo stile di vita, segnato da una sorta di idiosincrasia verso lo show business: nessuna intervista concessa, una vita mondana inesistente, rarissime apparizioni in video. La pensa insomma come un altro grande musicista, il direttore d’orchestra Sergiu Celibidache, per il quale il disco è come una fotografia e la fotografia è il ricordo, mentre la vita è il momento irripetibile dell’esserci e comunicare, dell’emozione che in musica

assieme a Rachmaninov, il costante punto di riferimento nell’attuale fase di sviluppo artistico. Il suo ultimo album pubblicato dalla Universal, considerato un capolavoro dalla critica mondiale, è infatti ancora dedicato ad alcune delle composizioni più impervie dell’ungherese, contenendo i “Grandes études de Paganini” S141, i Cinque studi da concerto S144 e S145 e gli “Studi d’esecuzione trascendentale” S139 in cui, fin dal “Preludio” in do maggiore, ci presenta il suo biglietto da visita, investendo l’ascoltatore con uno sgargiante torrente di note. Nel quarto di questi studi, soprannominato “Mazeppa”, ci colpisce poi la potenza dei suoi “fortissimo”, che parrebbe in grado di scardinare la tastiera del pianoforte; mentre le difficoltà tecniche del numero cinque (“Feux follets”) sono affrontate con imperiosa agilità: un moto perpetuo delicato e sulfureo, come certi sogni mendelssohniani. Trifonov vi si conferma appartenere al miglior genere di virtuosismo pianistico del quale, oltre ad apprezzare la consapevolezza delle note suonate, ammiriamo il genio narrativo. Doti che fanno venire in mente le parole di Heinrich Neuhaus, il maestro di alcuni dei più grandi solisti usciti dal conservatorio di Mosca, ovvero Richter, Gilels e Lupu: «Un critico ha ricordato che la parola “virtuosità” proviene dal latino “virtus” che significa “valore”. Certo, quella virtuosità che noi spesso incontriamo nei pianisti, non solo non ricorda le sue origini latine, ma qualche volta costringe a dimenticarle e in modo piut-


Foto: pagine 84 - 85: D. Acosta - Deutsche Grammophone,

si sprigiona durante l’atto vitale del concerto. Tutte tessere di una personalità unica, come sa chi ha assistito alle sue esibizioni. Appena il sipario si apre e la sala è adombrata, sfreccia con passo spedito verso il pianoforte, senza un sorriso o un gesto superflui. E inizia a suonare, donando fin dal primo accordo emozioni di pura musica. Il suo motto potrebbe essere: “Prima la musica e poi le parole” come recitava il settecentesco libretto scritto da Giovanni Battista Casti per Antonio Salieri. Q

tosto sostanziale. In Gilels si tratta della vera “virtus” in uno stato puro e autentico. In quanto questo “valore-virtuosità” è strettamente legato alle due basilari categorie musicali, al ritmo e al suono». E bellezza, potenza, pienezza, levigatezza, “iridescenza”, come scriveva Neuhaus, sono proprio le caratteristiche del suono di Trifonov. Non casualmente nell’album “Variations” dedicato all’altro suo nume tutelare di questi mesi, Rachmaninov, compositore che si potrebbe prestare al virtuosismo esteriore, Trifonov predilige i colori tenui, confidenziali, nobilmente melanconici. Un’intepretazione che è quanto di più distante vi sia da quelle di Lang Lang, la star cinese che gli è collega. Il russo gli è diverso nel carattere: timido e introverso, mentre l’altro è giocherellone fino a sembrare un po’ guascone. E pure nell’espressione della sua arte, nel suono: tanto sottile, lirico, ricco di sfumature, quanto il cinese tende al gesto retorico, plateale, magniloquente. La quintessenza dell’anima russa, verrebbe da pensare leggendo Virginia Woolf (“L’anima russa”, edizioni Elliot), con le passioni contenute ma sempre prossime all’esplosione, come in certi personaggi di Dostoevskij. Eredità russa che il Trifonov ragazzo prodigio non disconosce. «Un ruolo certamente fondamentale nella mia formazione è stato svolto dai miei insegnanti, Tatiana Zelikman a Mosca e Sergei Babajan a Cleveland», ha spiegato a “L’espresso”. «Entrambi devono la loro sapienza a Theodor Gutman e Lev Naumov, a loro volta allievi di

Vladimir Horovitz

Heinrich Neuhaus. Con il loro metodo di insegnamento mi hanno offerto la possibilità di ascoltare un’enorme quantità di incisioni di Rachmaninov, Cortot, Lipatti e Schnabel: questo aiuta parecchio a far comprendere la complessità e la varietà di più interpretazioni dello stesso brano». Il paragone che spesso ricorre nel suo caso è quello con Vladimir Horowitz. Un’affinità prestigiosa e impegnativa. Trifonov commenta: «Fu un interprete magnifico, di un romanticismo assoluto. C’è una sorta di levità nel suo approccio alla musica, una leggerezza in punta di dita che me lo avvicina. E c’è sempre una

linea, una anticipazione, un momento in cui ti viene da pensare: “Che cosa seguirà dopo?”. Direi lo stesso di Vladimir Sofronitsky, specialmente quando esegue Scriabin». E alla domanda concernente lo scopo dell’arte esecutiva, risponde: «Quello di influenzare le persone in qualche modo, di indurle a prendere a cuore qualcosa, di catturare la loro attenzione, di raccontare una storia, di farle riflettere e di cogliere delle emozioni. Non voglio parlare di ipnosi. È come un pastore che pungola ed esorta le sue anime. Non a caso la gente parla del teatro come se fosse la cattedrale dell’arte». Q 8 gennaio 2017

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Culture Cinema

Il mio dio fa paura colloquio con M. Night Shyamalan di Mario Sesti

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ELL’ULTIMO FILM di Night Shyamalan, tre ragazze vengono rapite e tenute prigioniere. Ben presto si rendono conto che il loro carnefice ha una caratteristica davvero particolare. A volte parla con una voce fredda e omicida, a volte si presenta vestito da donna, a volte si comporta come un bambino. Ha una personalità multipla. Ha ben 23 identità. Alcune di esse sono brave persone, altre neanche un po’. Riusciranno le ragazze a farsi aiutare da quelle sue personalità che non hanno nulla a che fare con i suoi propositi maniacali e psicotici per fuggire dalla prigione sotterranea in cui sono sequestrate? È ciò che racconta questo thriller che sarà nelle nostre sale il 26 gennaio, “Split”, diretto dal regista che da “Il sesto senso”

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(1999) a “The visit” (2014) ha saputo trovare vie d’accesso segrete alle nostre più misteriose paure e fantasie. Che sono anche le sue: è ciò di cui ha parlato a lungo, con L’Espresso, in esclusiva. «Quello delle personalità multiple è un disturbo che mi ha sempre affascinato. Ciò che mi attira è proprio il fatto che questi soggetti abbiano diverse identità completamente isolate che coabitano insieme come in compartimenti stagni. Sono capaci di passare da una all’altra senza che si condizionino o contaminino». È una descrizione che a tutti farebbe pensare alla mancanza di empatia che caratterizza i terroristi, alla loro capacità di essere contemporaneamente amici o colleghi affettuosi e assassini spietati: a tutti tranne che a Shyamalan, che ha sempre negato ogni legame tra la comunità da incubo di “The village” e la chiusura degli Usa dopo

gli attentati dell’11 settembre. E infatti lui preferisce parlare di basket: «Per certi versi è una dote straordinaria come la capacità di un Michael Jordan di mirare al canestro senza pensare al fatto che ci sono 20 milioni di persone che lo guardano: essere completamente assorbiti da una identità che non può essere alterata da nulla. Non è qualcosa che somiglia ad una sorta di superpotere? “Split” è un film su persone che hanno subito danni importanti nella loro vita e ciò li porta a forme di compensazione inaspettate». Persone che hanno subito danni importanti: se penso a film come “Il sesto senso” o “The Village”, potremmo dire forse che è uno dei temi costanti del suo cinema.

«Ciò che mi interessa davvero è il fatto che queste persone passino attraverso traumi così forti che superarli significa inevitabilmente affrontare un cambiamento radicale come una rinascita. Sono come delle fenici che devono rinascere dalle proprie ceneri». Lei ha avuto grande successo con un cinema capace di fenomenali colpi di scena. Anche questo suo film ha una sorpresa finale destinata a lasciare a bocca aperta tutti gli spettatori che conoscano un po’ i suoi film. Eppure ho visto che nelle interviste non ama essere ricordato per questa sua vena da thriller.

«Sono uno che fa film “di paura”? Sì e no. “Unbreakable”, per esempio, non lo era. Eppure aveva una rivelazione imprevedibile. Voglio dire: quando scrivo e faccio un film non penso: “Come farò stavolta a spiazzare lo spettatore”, ma: “Qual è il

Foto: A. Doyen - Contour / Getty Images

La fantascienza? Una religione meno pericolosa delle altre. Il sovrannaturale? Aiuta a raccontare la realtà. Il regista di “The Village” e “Il sesto senso” torna a provocare. Con un thriller su un aguzzino inafferrabile. Che nasconde ventitré diverse identità


ragazza che ha subito abusi da piccola e che viene, in qualche modo, rapita per errore. Il film si lascia condurre per buona parte dal suo sguardo. Il ruolo del protagonista invece richiedeva empatia, fisicità, humour, vulnerabilità e ambizione, senza l’aiuto di precedenti o di persone reali cui ispirarsi. Io ho scritto tutte e 23 le identità come se fossero davvero personaggi diversi. James McAvoy ha dovuto interpretarli come tali e per ognuno ha interiorizzato tratti caratteristici, motivazioni, biografia: ognuno di essi doveva essere verosimile come carattere». Spiritualità, sovrannaturale, mistero. I suoi film, anche quelli più vicini al mainstream, non rinunciano a toccare tematiche che sembrano estranee al puro intrattenimento.

modo migliore per raccontare questa storia?”. Se faccio un film con Tom Cruise allora dovrò pensare ad una decina di scene d’ azione di cui è protagonista e poi capire che forma dare a quel personaggio. E questo per me non è possibile, anche se ci sono altri molto bravi nel farlo. Io, invece, ho bisogno di un personaggio al cui servizio sia una storia. Ciò che lei chiama colpo di scena o “twist”, è il modo in cui la struttura di una storia rivela ciò che

«Ho usato figure e caratteri tipici dei film e della letteratura di genere (fantasmi, alieni, supereroi) come strumenti per una conversazione intorno alla fede. Invece di ricorrere al credo e al linguaggio delle religioni tradizionali come il cattolicesimo e l’islam, io sto cercando di usare ad esempio la fantascienza come religione, per cercare di capire cosa vuol dire che qualcuno M. Night Shyamalan creda davvero nell’esistenza di qualcosa di didavvero di originale e interessante c’è in verso da ciò che ci circonda. In questo un personaggio – che è ciò che mi ha modo, avviare una conversazione sulla portato fino a lì». fede è molto bello. Chiedere a qualcuno se crede davvero che un alieno possa atPossiamo dire che “Split” è il film in cui lei terrare nel suo cortile significa affrontare esplora più profondamente la femminilità l’idea stessa della fede senza che ciò dinel suo mix di tratti: la vulnerabilità fisica, venti pericoloso o dogmatico come quanla fragilità ma anche la tenacia e la resistendo le religioni si affrontano». za? «Mi fa piacere che lo dica. Ho una figlia Davvero lei ha iniziato a scrivere film a 10 che ha la stessa età delle ragazze rapite ed anni? ho un trasporto particolare per Casey, la «A quell’età ho iniziato a fare dei cor8 gennaio 2017

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Culture Cinema tometraggi ma francamente non parlerei di scrittura. Roba tipo: “Una ragazzina corre urlando verso una foresta”. Erano dei puri tentativi di imitazione da “Guerre stellari” a James Bond. Più che di scrittura parlerei di furti!». E i suoi genitori hanno fatto di tutto perché lei rinunciasse al cinema e seguisse le loro orme, diventando un medico?

«Quando i miei primi film non hanno avuto alcun successo, hanno sperato che questo fosse sufficiente a farmi cambiare idea, ma non è stato così. Ora però mio padre è molto orgoglioso. E quando fa un acquisto e le persone vedono il suo nome sulla carta di credito, e qualcuno gli chiede se è un mio parente, allora risponde con malcelata vanità: Sì, è mio figlio». Uno sconosciuto seduto sul letto che la aspetta nella sua stanza: è il tipo di immagine inquietante che ha segnato la sua infanzia e il film che l’ha rivelata al pubblico, “Il sesto senso”. Ci racconta come nacque?

«In realtà successe che ritornammo a casa io, i miei genitori e mia sorella, e trovammo la porta della nostra casa semiaperta. Eravamo gelati dalla paura. Mio padre, la persona meno adatta ad uno scontro fisico che io conosca, e il nostro cane, che non avevo mai visto aggredire nessuno, entrarono in casa per ispezionarla. Era più una scena da commedia che da horror però avevo sette anni e ricordo di aver provato un terrore pazzesco in quel momento. Iniziai a pensare che ci fosse qualcuno che nel buio e nel silenzio attendesse ognuno di noi nella nostre stanze. In realtà, non c’era nessuno: la porta, per un qualche impedimento sulla soglia, non si era chiusa bene. Da allora, quell’immagine iniziò a lavorare in me fino a diventare la scena dell’incontro di Bruce Willis col bambino protagonista del “Sesto senso”». Succede spesso che lei reciti piccole parti nei suoi film, a volte vestendo i panni del medico.

«Fare un film per me è un unico movimento: scrivere, dirigere, montare. Ma sento il bisogno di contribuirvi in modo ancor più personale. Del resto il mio aspetto, che è tipicamente indiano per tratti e colori, mi renderebbe una scelta di cast inusuale e sospetta se facessi il vicino di casa o un familiare. Per questo non posso fare né l’amico del protagonista né il ragazzo dell’ascensore». 92

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«Le personalità multiple mi affascinano. Nella loro mente persone diverse coabitano dentro compartimenti stagni» È vero che era molto timido e introverso da ragazzo ?

«Sì, in un modo davvero penoso. Ciò che mi ha cambiato la vita è stato iniziare a partecipare a delle gare di discorsi dal vivo. Ce ne erano all’epoca. Dovevi scrivere un discorso e poi leggerlo in pubblico. Ero terrorizzato da una cosa del genere. Ma proprio questo, in qualche modo, mi ha spinto a farlo. Se non avessi fatto questo, imparando all’età di12 anni circa come parlare agli altri e affrontare le mie paure, forse non avrei neanche affrontato la carriera di regista». Può parlare dell’associazione filantropica che ha fondato insieme a sua moglie e che

ha modalità di intervento non usuali?

«C’è bisogno, in una determinata comunità, di una scuola, di un pozzo, di un generatore elettrico, di un bus che impedisca agli studenti di essere aggrediti o vigili su tentativi di violenze sessuali? Allora chiediamo direttamente alla nostra associazione, una sorta di fondo di investimento filantropico, di contribuire economicamente, così gli investitori possono vedere direttamente i risultati della loro generosità. Non è vero che non si possa fare niente per cambiare il mondo. È una rete di persone che fanno cose per certi versi straordinarie in un contesto normale. Un po’ come i supereroi». Q


Da Psyco a Zelig, sdoppiati d’autore di Stefania Rossini

VERITÀ NASCOSTE. “Il Sesto Senso” (in alto) comincia come la storia di un bambino e del suo amico immaginario e “The Village” (qui sopra) sembra un dramma ottocentesco. Ma i film di Night Shyamalan sono sempre a sorpresa: cosa nasconderà “Split” (nella foto a sinistra)?

«Alle personalità multiple ci credono soltanto gli americani», dicono scherzando gli psichiatri europei ogni volta che appare un nuovo film sugli sdoppiamenti della psiche. Ma poi corrono al cinema, come tutti, sperando in un nuovo “Psyco” alla Hitchcock o almeno in un emulo di “Strade perdute” di David Lynch. Perché solo il cinema sa rendere affascinanti i disturbi dissociativi di identità, aiutando l’intrigo di trame complesse e appagando l’istrionismo dell’attore protagonista, felice interprete di più ruoli nello stesso film. Nella realtà la faccenda è meno fascinosa. Per cominciare, è chiamata psicosi o schizofrenia, termini tutt’altro che attraenti. Inoltre si manifesta con scissioni monche, parziali e dolorose, che non vanno a formare una struttura compiuta, sia pure patologica. E anche se gli americani, che non rinunciano alle classificazioni diagnostiche, hanno tenuto a lungo il “Disturbo di personalità multipla” nei loro manuali psichiatrici, è noto che questo si manifesta, se si manifesta, in casi di assoluta rarità. Nella relativa normalità della vita di tutti, come suggeriva argutamente lo psicoanalista scozzese Eduard Glover, «l’eccezionale sta nel non essere sdoppiati o multipli». Siamo infatti buoni, cattivi, generosi, egoisti, sensibili, vigliacchi e in tanti altri modi secondo il momento e le circostanze: un condominio di parti diverse che trovano giocoforza una forma di convivenza. Lo spiega bene Simona Argentieri in un saggio dal titolo “Sosia, doppi e replicanti: peripezie dell’identità dall’inconscio allo schermo” quando scrive che «in ogni individuo accanto all’Io abitano l’Es e il Super Io, e l’Io stesso è inconscio e preconscio, pullulante di parti scisse e rimosse». Comunque il rapporto tra cinema e psiche viaggia da sempre su altri binari che, tra fantasia e intuizioni cliniche, si sono spesso incontrati, aiutandosi a vicenda. Tanto è vero che all’epoca del muto fu un film, “Lo studente di Praga” diretto dal danese Stellan Rye nel 1913, a ispirare Otto Rank per il suo celebre saggio su “Il doppio”, a cui seguì “Il perturbante” di Freud, ancora oggi riferimento obbligato per chi vuole orientarsi su questi temi. Intanto però noi ce ne andiamo al cinema a goderci le 23 personalità raccontate da Night Shyamalan, come ci godemmo le trasformazioni coatte di “La donna dai tre volti” che valse un Oscar a Joanne Woodward o le tante mutazioni imitative da falso sé dello “Zelig” di Woody Allen. E non ci faremo condizionare dalle verità scientifiche. Perché al buio, davanti a un grande schermo, vale una sola certezza: il cinema è cinema è cinema. Q

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Visioni

a cura di Sabina Minardi

Le rubriche dell’Espresso

“Robot Morph”, un’opera di Christoph Niemann ispirata al “Trionfo dei robot”

Ciao, Robot Il Vitra Design Museum mette in scena il rapporto tra uomo e macchina

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l quotidiano è costantemente invaso dalla robotica: in casa, nell’industria, nell’arte, nell’immaginario. E in questo processo i designer sono protagonisti: so-

no loro a dare forma al rapporto che lega l’uomo alle macchina. Traccia le direttive di questa affascinante sfida il Vitra Design Museum di Weil am Rhein, nei pressi di Basilea, con una

mostra-evento intitolata “Hello, Robot. Design between Human and Machine” (dal 2 febbraio al 14 maggio). Una selezione di centinaia di pezzi, dall’arte alla letteratura. Q

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Visioni Cinema

J’accuse contro Teheran L’ultimo film di Asghar Farhadi è una parabola sui rischi dell’intransigenza e della misericordia Emiliano Morreale

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sembra quasi un remake rovesciato del suo film più celebre, “Una separazione” (2011), Orso d’oro a Berlino, Oscar per il miglior film straniero e notevole successo in tutto il mondo (perfino in Italia) il nuovo film di Asghar Farhadi. Lì un borghese che si confrontava con l’intransigenza di una famiglia di popolani religiosi, che lo accusavano di omicidio. Qui, invece, è il protagonista, insegnante e attore, a rischiare di causare disgrazie per intransigenza e fame di vendetta. Emad e la moglie Rana, dopo il crollo del palazzo in cui vivono, si trasferiscono provvisoriamente in un appartamento in affitto. Ma non sanno che l’ultima inquilina era una prostituta, e un giorno Rana viene aggredita da uno sconosciuto: si tratta di un cliente della prostituta, convinto di trovarla lì. Rana non l’ha visto in faccia. Emad entra dunque in una spirale sempre più rigida, ossessiva, fondamentalista verrebbe da dire, svelando un lato quasi disumano. Ancora una volta, siamo di fronte a una parabola sulla complessità delle vite umane, sui rischi dell’intransigenza e sulla misericordia: un film a suo modo politico, una messa in discussione non esplicita ma profonda, etica, dell’ideologia del regime iraniano. La peculiarità di Farhadi è di sciogliere l’apologo in una dimensione quotidiana di realismo assoluto. La

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storia, ancora una volta, parte da lontano, e si dirama in piccoli episodi quotidiani che alla fine, indirettamente, arricchiranno l’insieme. Particolarmente riusciti i momenti di vita scolastica di Emad; più insistiti, invece, i riferimenti a “Morte di un commesso viaggiatore” di Arthur Miller, che valgono come metafora della recita sociale e delle sue miserie. Si entra nella storia in maniera graduale, quasi inavvertita, ma con un dosaggio sapiente di colpi di scena. Farhadi è anzitutto un grande sce-

neggiatore; è anzi curioso che proprio da un cinema come quello iraniano, noto ai tempi di Kiarostami per la sua apertura documentaristica al reale, venga una lezione di scrittura da fare invidia a un thriller americano. La sceneggiatura, infatti, è stata giustamente premiata all’ultimo festival di Cannes, insieme all’interpretazione maschile, anch’essa mirabile, di Shahab Hosseini. Q “Il cliente” di Asgar Farhadi, Iran, 124’

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Rock&Co.

All’alba degli Stones Con l’album “Blue & Lonesome” ritrovano l’energia della giovinezza Roberto Calabrò CINQUANTADUE anni dopo il loro esordio con un disco blues, i Rolling Stones trovano la perfetta chiusura del cerchio con un album che li riporta alle loro origini. “Blue & Lonesome” è un magnifico incidente di percorso nato

nel dicembre 2015 mentre la band era in studio per gettare le basi di un nuovo lavoro dieci anni dopo “A Bigger Bang”. Poi il diavolo ci ha messo lo zampino, Mick Jagger ha proposto agli altri di suonare un pezzo di Little Walter per

Sopra: una scena del film di Asghar Farhadi. A destra: Mick Jagger. In alto: Nino Rota


Classica

Misteri che riscattano Non solo autore di indimenticabili musiche da film. L’Orchestra Verdi celebra Rota Riccardo Lenzi

Foto: H.Majidi, Getty Images, Kevin Winter/Getty Images

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l Tg1 dette nel sommario la notizia della sua scomparsa pressappoco così: «È morto a Roma il maestro Nino Rota, noto per le musiche scritte per i film di Fellini». Nel corso del telegiornale si veniva poi a sapere qualche altra cosa: che aveva lavorato anche per Visconti e Zeffirelli e che era l’autore di “Napoli milionaria”. Ma l’impressione generale dei telespettatori fu quella che egli fosse un musicista essenzialmente dedito a colonne sonore. Insomma, una notorietà gregaria, legata alle grandi personalità cinematografiche che aveva frequentato. Per fortuna ci sono iniziative come questa dell’Orchestra Sinfonica Verdi di Milano e del direttore Giuseppe Grazioli a ricordarci la sua grandezza di compositore a tutto tondo: proprio in questi giorni infatti è uscito il quarto doppio cd realizzato da Decca (di una serie che dovrebbe completare l’edizione dell’opera omnia) che risarcirà la produzione di Rota di tante letture superficiali. In esso è contenuta la cantata sacra “Mysterium” per soli, coro e grande orchestra, composta negli anni Sessanta su invito della Cittadella di Assisi. Una partitura a cui il poeta Vinci Verginelli dedicò una scelta di citazioni fra il mistico e l’esoterico che ci introducono ai misteri

e soprattutto alle speranze della fede. Rota vi padroneggia da par suo l’orchestra, sempre condotta nell’alveo della musica tonale, con incursioni corali polifoniche e percorsa da interventi vocali solistici dominati dal basso Gianluca Buratto, che ci guida come un Giovanni evangelico e apocalittico attraverso i suoi sette movimenti. Fra i quali, inevitabilmente, soprattutto nel sesto “Allegretto gioioso, ben ritmato”, a tratti echeggiano alcune melodie felliniane, ovviamente amplificate da una complessità armonica più consona alla solenne occasione sacra. Pure interessante, nella raccolta, l’oratorio per bambini “Il Natale degli innocenti”, dove le voci bianche della Verdi rievocano, con un ensemble strumentale ridotto e poche significative parole tratte dai Testamenti, dai Vangeli apocrifi e da Agostino d’Ippona, le atmosfere spirituali della Natività. Con il coinvolgimento emotivo e la consapevolezza d’una innocenza ferita, affini ai mondi di Fauré e Britten. Q

«La bellezza della musica bisogna sentirla due volte. Per la natura e le donne basta mezz’occhiata» trovare il giusto sound e la magia che stavano cercando di ricreare si è materializzata. Forse anche il luogo ha giocato un suo ruolo: i British Grove Studios, dove il disco è stato inciso, si trovano a Chiswick, non lontano dal Crawdaddy Club di Richmond dove la band iniziò a muovere i primi passi oltre mezzo secolo fa. Così, cover dopo cover, gli Stones sono tornati alla musica che hanno amato in gioventù omaggiando i loro maestri con il piglio e l’energia di una band contemporanea. Lo mette subito in chiaro l’iniziale “Just Your Fool” seguita a ruota da

James Joyce, “Ulisse”

“Commit A Crime” di Howlin’ Wolf in un tripudio di chitarre e armonica, con Jagger in grandissima forma e la batteria chirurgica di Charlie Watts. Tra brani impregnati di soul (“Blue & Lonesome”), episodi ricchi di groove (“All Your Love”), classici scarnificati (“Little Rain” di Jimmy Reed) e la chitarra lenta e cristallina di Eric Clapton ad apporre il suo inconfondibile marchio ad altri due pezzi, gli ex ribelli londinesi innamorati del blues di Chicago dimostrano di essere diventati essi stessi maestri del genere. Q

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Visioni Libro

Un amore quasi per sempre Le lettere di Alberto Moravia a Elsa Morante regalano la nostalgia per una civiltà culturale irrimediabilmente perduta Mario Fortunato

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arà che, col trascorrere degli anni, si ha sempre più nostalgia del tempo andato, o sarà che, a una certa età, il passato sembra più avventuroso del futuro, certo è che, leggendo “Quando verrai sarò quasi felice” (Bompiani, pp. 266, € 19), le lettere scritte da Alberto Moravia (1907 - 1990) a Elsa Morante (1912 - 1985) fra il ’47 e l’83, per la cura più che preziosa di Alessandra Grandelis, si ha voglia di tirare fuori dal garage la famosa DeLorean del film “Ritorno al futuro” e farsi subito un viaggetto con permanenza magari non brevissima nei quasi quattro decenni che l’epistolario racconta. È vero: mancano le risposte dell’autrice di “Menzogna e sortilegio” e “L’isola di Arturo” - è noto che Moravia tendeva a sbarazzarsi del pregresso -, e

tuttavia queste pagine dànno corpo, oltre che a una delle più straordinarie relazioni letterario-sentimentali di tutto il Novecento (non solo italiano), ma anche a un mondo e a una civiltà culturale che oggi sono scomparsi irrimediabilmente. Leggendo e spulciando, si conferma ancora una volta l’intelligenza lucida, razionale, ferma dell’autore degli “Indifferenti” (i giudizi sugli Stati Uniti sono di una sottigliezza chiaroveggente), ma fa emergere anche la sua fragilità di uomo. Soprattutto quando si rivolge a quella che rimarrà pur sempre sua moglie, malgrado i di lei tradimenti (tutti mentali, si suppone) con Luchino Visconti o malgrado la relazione di lui con Dacia Maraini. Della Morante, Moravia dice di non essere mai stato innamorato anche avendola amata tantissimo. Si capisce: lei doveva essere dispotica e tirannica, capricciosa, a suo

modo viziata, pur provenendo da una famiglia misera; capace di rovesciare su di lui ogni difficoltà materiale, ogni fastidio che la vita regala soprattutto a quelle creature delicate & complicate, che sono gli scrittori. Lui sopporta tutto, anche se ogni tanto si capisce che sta per perdere le staffe. Tuttavia non le perde. Civile, corretto: un esempio di buona educazione in questo nostro tempo perlopiù sgarbato. E che tenerezza sentire la sollecitudine e direi il timore del grande romanziere al cospetto di una donna dal talento così debordante. Q

Guide

Vertigini a Samarcanda SEMBRA che Franco Cardini abbia un’ammirazione speciale per Amir Timur, cioè Tamerlano. Il suo nuovo libro, “Samarcanda” (Il Mulino, 16 euro), mette in rilievo questo condottiero che in epoca medievale terrorizzò anche l’Occidente, tanto che Tamerlano fu citato pure da Machiavelli nel “Principe”.Samarcanda è un’idea di luogo prima ancora che una città; è un simbolo prima ancora che un incanto di monumenti. In antichità si diceva che per sapere cosa succedeva sulla Terra si doveva andare al mercato di Samarcanda. Una città-oasi di ristoro, diventata mitica perché era a metà di una rete stradale di circa 8000 chilometri da Roma a

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Pechino, sul sentiero commerciale che dalle propaggini più orientali cinesi portava la seta e altre materie preziose fino al Mediterraneo. Cardini, col piglio da scrittore e l’accuratezza dello storico, dipinge un affresco su una delle città più sognate di tutti i tempi, ne definisce le contraddizioni geopolitiche, racconta le storie antiche e quelle da reportage di alcuni abitanti incontrati in viaggio. Ne viene fuori un libro che è una guida, un romanzo, un saggio: in sostanza un viatico eccellente per farsi venire la voglia di volare fino in Uzbekistan, alla ricerca ciascuno della propria Samarcanda. Q

Credit: Olycom

Alessandro Agostinelli

Per Franco Cardini la città è più un’idea collettiva che un luogo reale


Cartooning

Diabolik e i suoi fratelli Nel 55° anniversario, l’omaggio di dodici maestri della striscia horror. In un solo volume Oscar Cosulich

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el 1962 le sorelle Angela e Luciana Giussani crearono Diabolik, rivoluzionando il fumetto italiano. Facevano riferimento al feuilleton e a personaggi come Fantomas e Rocambole: Diabolik si sganciava così dal fumetto d’avventura americano. Le due signore della buona borghesia milanese, infatti, avevano avuto il coraggio di raccontare un mondo dove il Male trionfava sul Bene, affrontando innumerevoli accuse mosse dai benpensanti dell’epoca e i sequestri della magistratura. Diabolik è stato il capostipite del fumetto nero italiano e ha aperto la strada a personaggi più crudi,

come Kriminal e Satanik. “Diabolik - Visto da lontano” (Astorina, pp. 168, € 33), è la preziosa riproposta, alla vigilia del cinquantacinquesimo anniversario del personaggio, di una strenna edita nel 2002 e oggi introvabile. Il volume celebra Diabolik affidando a una dozzina di maestri del fumetto italia-

«Penso che il Diavolo non esiste, ma l’ha creato l’uomo, a sua immagine e somiglianza» Fiodor Dostoevskij, “I fratelli Karamazov”

Saggi

Occasioni prese al volo Fra nuove povertà e insicurezze, Signorelli racconta la vita negli anni della crisi Giuseppe Culicchia E ALLORA: secondo l’Istat, per la prima volta dall’inizio della crisi tra gli Italiani torna a farsi vivo un certo ottimismo. Intanto le mense per i poveri di città come Torino, Milano, Bologna o Roma sono affollate di nostri connazionali in cerca di un pasto caldo, e non si tratta solo di “barboni”, ma anche di persone che hanno perso il lavoro, uomini separati, talvolta intere famiglie. E risulta molto interessante leggere allora un libro che ci racconta un’Italia per così

no il compito di reinventarlo secondo il proprio stile. L’excursus grafico-narrativo è vario e avvincente. Si va dal compianto Sergio Toppi, con il criminale mascherato a combattere discendenti dei maya che vogliono sacrificare la sua compagna Eva Kant al dio giaguaro, all’elegante linea chiara di Vittorio Giardino, con Diabolik che durante una rapina sventa un colpo di stato fascista. Giorgio Cavazzano dà il suo inimitabile tocco disneyano al personaggio, mentre Lorenzo Mattotti ne trasforma il noir in un incubo pittorico. Commovente l’introduzione di Sergio Bonelli, indimenticabile creatore di Zagor e Mister No. Q

dire in controtendenza rispetto agli ultimi dati Istat, costretta a fare i conti con gli effetti a lungo termine della bolla speculativa esplosa negli USA col fallimento della Lehman Brothers: ovvero “La vita al tempo della crisi”, breve ma intensissimo e illuminante saggio dell’antropologa Amalia Signorelli (Einaudi, 111 pagine, 12 euro). Si tratta di quel che si dice “un mutamento epocale”: perché l’impatto della già celebrata globalizzazione e del

neoliberismo ha davvero cambiato il mondo, e con questo i nostri stili di vita, la nostra percezione di noi stessi, il nostro modo di guardare al futuro. E quella di Amalia Signorelli è una vera e propria radiografia della nostra contemporaneità, ma non solo. C’è in questo libro l’Italia da cui veniamo, il Paese agricolo che prima del boom ha abitazioni povere e abiti poveri, in cui la paura del nuovo e dell’ignoto si combatte con la capacità di lavorare e fare sacrifici. C’è l’Italia che inizia a mutare negli anni Ottanta, in cui l’essere “al top” fa parte dell’obbligo di procurare all’Io tutti i beni di consumo disponibili all’insegna del narcisismo più che del cosiddetto Edonismo Reaganiano. E c’è

l’Italia di oggi, in cui individui e giovani coppie sono costretti a fare ricorso a espedienti per far fronte alla scarsità di denaro derivante dalla precarizzazione delle loro esistenze: vivendo giorno per giorno, anzi ora per ora, senza guardare troppo avanti ma adattandosi alla flessibilità richiesta da un mondo impostato sul just in time, mantra del turbo capitalismo di oggi. Ed ecco dunque che con la nostra società flessibile, fondata sull’insicurezza, il singolo individuo “non è” perché di volta in volta deve essere altro, mostrandosi capace non di avere un’idea di futuro – il futuro non è più progettabile – ma di essere abbastanza sveglio da afferrare l’occasione. Sempre che si manifesti. Q 8 gennaio 2017

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Visioni Arte

Potere sadomaso Le sculture di Monica Bonvicini raccontano il lato segreto degli utensili Germano Celant

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o spazio dell’architettura è un luogo di potere, esercitato attraverso un discorso freddo e astratto, impersonale e impositivo che non prende in considerazione gli elementi emotivi e sensuali della vita. Il costruire è il bersaglio assunto da Monica Bonvicini (1965) che sin dal 1990 ha adottato materiali come mattoni, plexiglas, legno, vetri e strumenti quali martelli, corde, tubi fluorescenti e impalcature per realizzare le sue sculture. La funzione di queste componenti costruttive viene però capovolta, facendole assumere dei ruoli erotici, così che riflettano un sentire perverso, non rivelato, oppure un grado di violenza nascosta. L’ispirazione può essere un rapporto, tra corpo e utensile, che diventa autoerotico, oppure una connessione con avvenimenti politici come le vicende brutali alla scuola Diaz, a Genova, durante il G8. Tale decostruzione, capace di rivelare entità psicofisi-

che rimosse, può passare attraverso la femminilizzazione degli operai di un cantiere oppure dall’immersione in un liquido, il latex nero, tipico del vestire sadomasochista, di seghe elettriche dalla forte connotazione fallica. Lo spiazzamento (in mostra al Baltic, Gateshead, fino al 26 febbraio) è un procedere che rivela attrazione e rigetto, serve ad esprime l’aspetto nascosto degli utensili. Appaiono neutre, ma sono espressioni di un potere fallogocentrico, che nega l’umanità e la sensibilità del diverso. Trapani e cacciaviti, altalene di pelle e di catene, quali oggetti sessuali con cui l’artista duella per metterne in crisi il loro ruolo di nemico e trasformarli in apparati d’amore e di piacere. Una messa a nudo del dominio sbilanciato, attraverso il costruire e l’architettura, a favore della psicologia collettiva maschile: un invito a smontare gli aspetti tecnici e inconsci per evidenziarne le dinamiche aggressive. Q

Art box Alessandra Mammì DALL’ENERGIA ALLA POESIA Gilberto Zorio. Fino al 17 marzo. Galleria De’ Foscherari. Bologna Ci ha insegnato a dubitare delle forme certe, ad aspettare che l’evento si compia, a stupirci delle reazioni chimiche, a gioire della bellezza che arriva dall’intelligenza dei fenomeni. E ancora impariamo a ogni mostra, a ogni invenzione, a ogni bel testo di questo grande artista alchemico capace di giocare con le polveri di fosforo, cobalto, zolfo e restituire forza e vita alla materia che prende forma di stella, giavellotto, punta… Come qui, dove sotto il titolo: “Le opere oscillano e fluidificano da un secolo al successivo” più che una mostra affrontiamo un tuffo mentale e fisico dalle

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Una scultura di Monica Bonvicini. Sotto: “Marrano con treccia” di Gilberto Zorio. Nella pagina accanto: Andy Warhol negli anni Sessanta a New York

opere storiche alle più recenti, in un percorso nel quale «i richiami si “tramano” da un’opera all’altra, indicano, e si confondono in un viaggio di mezzo secolo. Non c’è fallimento, forse c’è nostalgia del futuro». (Zorio, novembre 2016). OLTRE L’UNIVERSO Tomàs Saraceno. Fino al 21 maggio. Moma San Francisco Il futuro invece è nelle installazioni di Saraceno, che già vedono un abitare umano in armonia con il pianeta. E lui che ha studiato e lavorato con scienziati, biologi, astrofisici, ingegneri, in quanto artista ha riconnesso tutti i saperi in una forma: quella delle “Cloud Cities” che nascono nelle utopie degli anni Settanta e si proiettano già oltre il 2000, invadendo per ora soffitti, pavimento e pareti del Moma in un’unica immersiva installazione. Q


Visioni

Storia di Edith Taccuino

Diario intimo per immagini “Factory: Andy Warhol”. La raccolta di Stephen Shore ci fa rivivere la Grande Mela anni Sessanta Emanuele Coen MANCAVA SOLO Andy Warhol all’appello delle celebrazioni. L’anno scorso la monumentale mostra “New York Extravaganza”, a Parigi, aveva festeggiato i 50 anni del primo disco dei Velvet Underground, il leggendario “Banana album” con la copertina disegnata dall’eccentrico fondatore della Factory newyorchese. Adesso, in vista del trentesimo anniversario della morte (22 febbraio), Phaidon pubblica “Factory: Andy

Warhol” (192 pp, 49,95 €), raccolta esclusiva di immagini realizzate da Stephen Shore nel luogo più effervescente e meraviglioso della Grande Mela: quasi 200 scatti riproposti qui per la prima volta con l’aggiunta di diversi inediti, a vent’anni dalla prima pubblicazione. Diario intimo di un’esperienza irripetibile: a 17 anni Shore comincia a frequentare lo studio quasi ogni giorno per tre anni, dal 1965 al 1967, immortalando in bianco e

DEBUTTA IL 14 gennaio al Teatro Gobetti, per la stagione dello Stabile di Torino, lo spettacolo teatrale “Edith” scritto e interpretato da Chiara Cardea e Elena Serra per la regia di Elena Serra.Lo spettacolo prende ispirazione da “Grey Gardens”, un documentario girato nel 1975 da Albert e David Maysles in cui si offriva un indimenticabile ritratto di Edith Ewing Bouvier Beale e sua figlia, rispettivamente zia e cugina di primo grado di Jacqueline Kennedy Onassis. Q

nero musicisti, attori, artisti e scrittori: tra gli altri Edie Sedwick, Nico, John Cale, Gerard Malanga, Paul Morrissey. «Per molte persone Andy Warhol incarnava la Factory e lo Studio 54. Quando ho iniziato a rifletterci, mi sono reso conto che Andy e la Factory erano, in un certo senso, come un grande lettino da psichiatra. Andy era il capo degli psichiatri», ironizza il regista lituano Jonas Mekas, oggi 94enne, tra gli assidui

frequentatori dell’affollatissimo loft. Tra tante presenze e testimonianze, nel libro spicca un’assenza: Lou Reed. Le foto ci sono, ma niente interviste. «Nel 1993 chiamai lo studio di Lou per due volte», ricorda Lynne Tillman, la scrittrice che ha raccolto nel libro le voci dei protagonisti della Factory: «In entrambe le occasioni la sua assistente mi disse che Lou non voleva essere intervistato». Q

Credit: John McKenzie, Courtesy Phaidon

«L’artista deve fare in modo che la posterità creda ch’egli non abbia vissuto» Gustave Flaubert, “Epistolario” LIRICA Peter Stein alla Scala per Verdi Dopo 40 anni la versione del “Don Carlo” di Verdi con l’“Atto di Fontainebleau” torna alla Scala con la bacchetta di Myung-Whun Chung e la regia tutta concentrata sull’azione di Peter Stein. Fra i cantanti il baritono Ferruccio Furlanetto, la sontuosa coppia Krassimira Stoyanova ed Ekaterina Semenchuk e il tenore Francesco Meli. LIBRI L’altra metà del pentagramma “Guida alle compositrici” è il nuovo libro di Adriano Bassi per Odoya. Nella storia della

musica raramente ci si accorge della presenza femminile: che si tratti di donne che la interpretano o la creano. Il testo rende giustizia a un universo che vale la pena scoprire.

Amori Sfigati Chiara Rapaccini

ARTE CONTEMPORANEA L’anamorfosi di Didou L’artista francese Marc Didou lavora da anni su anamorfosi, illusioni ottiche e giochi di prospettiva. Nella mostra “Pars Oculi” (19-25 gennaio alla Biblioteca del Daverio, Milano) vengono esposte oltre 20 sculture, accompagnate da disegni e bozzetti, tra concettuale e figurativo. Q 8 gennaio 2017

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Visioni Architettura

Molto con poco Le scelte di Gambardella e Ottieri a Matera e Napoli. Belle scuole create in economia Luca Molinari

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na delle qualità dell’architettura italiana è quella di riuscire a fare il massimo spesso con fondi limitati, al limite dell’irrisorio. Si tratta di un pensiero figlio del mondo rurale in cui ogni elemento, materiale, potenziale viene sfruttato all’estremo con risultati spesso poetici. La capacità d’incidere in maniera potente sul patrimonio scolastico esistente e di offrire spazi comunitari inediti è alla base di un’azione che la Fondazione Loris Malaguzzi di Reggio Emilia ed Enel Cuore Onlus hanno lanciato più di un anno fa su di una serie di edifici scolastici sparsi lungo il nostro Paese con micro interventi puntuali di cui stiamo cominciando a registrare i primi, interessanti risultati. Le scelte di Cherubino Gambardella e Simona Ottieri per le due scuole Padre Minozzi di Matera e Santa Rosa a Ponticelli-Napoli sono esemplari. Malgrado la differenza tra i due edifici esistono

tratti comuni su cui operare come l’atrio poco accogliente e il sistema dei corridoi senza qualità spaziale. Un doppio registro di forme realizzate in legno interviene sull’esistente attivando cortocircuiti spiazzanti: un gigante fuori scala che segna il centro, sorta di stanza delle meraviglie, e un sistema lineare di sedute-mensole-luci che trasforma gli spazi di passaggio in una fiaba contemporanea. Colori decisi e ben bilanciati rafforzano queste nuove geometrie che danno un’identità potente a luoghi senz’anima. Q

«Ciò che cerchiamo in un’opera architettonica non è diverso da ciò che cerchiamo in un amico» Alain de Botton, “Architettura e felicità”

Auto

Addio curve, la linea si fa seria La Ford Ka+ acquista una dimensione familiare. E punta a sedurre tutti Paolo Sardi

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ome diceva D’Annunzio, l’automobile è femminile. Negli ultimi anni, tuttavia, numerosi modelli nati perlopiù per il gentil sesso si stanno convertendo a forme androgine. L’operazione ha quasi sempre lo stesso obiettivo: allargare il bacino dei potenziali acquirenti e cercare di piacere a un pubblico trasversale, a tutte le 102

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latitudini e senza distinzioni di età o di genere. L’esempio più recente viene dalla Ford Ka, che, con la seconda generazione, dice addio alla linea tutta curve del passato per diventare più seria ed elegante. Nella metamorfosi il nome guadagna un +, simbolo di un’evoluzione che è anche una crescita. La macchina mette su una taglia, passa da 362 a 393 cm e ora ha cinque porte. Numeri a

parte, l’abitacolo è molto accogliente in rapporto alle dimensioni: quattro adulti viaggiano comodi e c’è spazio anche per un eventuale quinto passeggero. Discreto è finalmente anche il bagagliaio, che si apre però solo dall’interno, con un pulsante sulla plancia. La Ka+ resta agile e pratica in città e non sfigura nemmeno se le chiede di allargare i suoi orizzonti. Alle andature autostradali è sempre piacevole, confortevole e precisa e non fa rimpiangere tanto modelli di categoria superiore. Per esaltare la versatilità di questa Ford è meglio puntare sulla versione Ultimate, con un onestissimo motore 1.2 a benzina da 86 cv e un interessante rapporto tra costo e dotazione di serie. Quest’ultima non comprende i gadget elettronici ma

ha tutto l’indispensabile, dal climatizzatore allo stereo con Bluetooth e presa USB. Sulla carta prezzo di 11.250 euro, promozioni escluse. Q


La cucina di Lorenzo Cogo a Vicenza

Gusto

Altre tavole I Dodici Gatti Milano, Galleria Vittorio Emanuele II 11/12 Tel. 02 36594689. Sempre aperto L’ingresso è insospettato, nascosto all’imboccatura della Galleria dalla parte della Scala, ma vale la pena di salire per gustare pizze fra le migliori di Milano: lievitazioni impeccabili, prodotti ben scelti e cornicione leggero. Qualche buon piatto cucinato a completare. Tra i 10 e i 20 euro.

Il Fogolar Là di Moret

Enfant terrible Lorenzo Cogo vola alto con il suo locale a Vicenza. Nel nome dei ravioli al cappone Enzo e Paolo Vizzari

Udine, Viale Tricesimo 276, Tel. 0432 545096 Chiuso domenica a cena e lunedì a pranzo Una volta osteria e cambio cavalli, oggi ristorante e bar da aperitivo. Proposte sia di carne sia di pesce (ottimo il crudo), e ottimi piatti senza fronzoli come le mezze maniche “a là di Moret”, un classico fuori menu ma sempre disponibile. Buona selezione di formaggi e vini locali. Sui 35 euro.

Credit: R. Hernandez (2), P. Maisto

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a maggior parte dei cuochi ha un talento nella norma, per cui raggiunge modesti o grandi risultati a seconda di quante energie investe nel proprio sogno. Durante una carriera le tecniche si assimilano, l’esperienza si accumula, le ricette si fanno più semplici e nette... Finché, in molti casi fra i quaranta e i cinquant’anni, si raggiunge l’equilibrio virtuoso nel rapporto creatività/concretezza. A volte spuntano eccezioni come Massimiliano Alajmo (più giovane 3 stelle Michelin di sempre con i 27 anni che aveva all’epoca del riconoscimento), o come Lorenzo Cogo, uno dei più dotati fra i “ragazzi terribili” della seconda generazione di Nuova Cucina Italiana. Non ha ancora trent’anni ma è già chiacchierato da tempo, perché fin da giovanissimo ha mostrato colpi da fuoriclasse alternati a piatti complessi e arditi, ricevendo elogi dagli appassionati ma anche sguardi perplessi da chi meno incline a sperimentare. Dopo aver passato anni faticando più del dovuto, non certo aiutato dalla posizione defilata del suo primo ristorante a Marano Vicentino, Lorenzo si è da poco spostato nel centro di Vicenza per dare vita a quello che ha tutta l’aria di essere il progetto della consacrazione. Rilevato il bar Garibaldi, locale storico della città affacciato sullo splendore di

piazza dei Signori, l’ha reso un bar-bistrot che si completa col ristorante vero e proprio, posizionato al piano di sopra. E gli spigoli dei suoi piatti si sono smussati, conservando però la grande creatività dietro a spunti come “moeca, guacamole, ceci e lime”, o come il carpaccio di

cervo con mandorla verde e caviale d’aringa affumicato, che segue il passaggio forse meno riuscito dell’intero percorso: bottarga, barbabietola, olio al pepe e frutti rossi, buono ma confuso nell’insieme. Si torna a volare alti coi ravioli di cappone con pistacchio e artemisia, prima di chiudere con l’eccellente“gelato al pane e olio”. Menu da 70 o 160 euro, oboli importanti ma onesti per provare un talento senz’altro fuori dalla norma. Q EL COQ - GARIBALDI VICENZA Piazza dei Signori 1 Tel. 0444 330681 Chiuso martedì; mercoledì a pranzo www.elcoq.com

La bottiglia LO SPUMANTE BRUT “ABISSI” di Pierluigi Lugano è stato il primo esperimento di “spumantizzazione subacquea” in Italia. Bianchetta Genovese, Vermentino e Pigato sono le uve che creano questo metodo classico (44€) affinato per 18 mesi sul fondale marino a 60 m di profondità, al largo della Baia del Silenzio di Sestri Levante, nell’area protetta del Parco Marino di Portofino. Un vino dinamico e intrigante, ed è come se l’acqua salmastra gli avesse donato quella sapidità e freschezza da cui è contraddistinto. Paolini & Grignaffini Facebook.com/viniespresso

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Tentazioni Belle, utili, divertenti, irraggiungibili

Cime tempestose Leggeri, caldi, funzionali. Sono i capi da indossare in montagna, come sanno sciatori, snowboarder, fondisti, appassionati di trekking. Benché ognuno abbia un corredo diverso per accessori e materiali, sono tutti d’accordo nel seguire le tendenze lanciate dalle passerelle. Le giacche da sci, avvitate e performanti per

Ispirati alle forme Seventies degli occhiali da sci, il modello femminile Moncler Lunettes in acetato. Fit delle aste che ricorda imprese ad alta quota

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qualità termiche, mutuano dal guardaroba di città tagli e modelli senza dimenticare le esigenze degli sportivi. Custodie dove riporre guanti, occhiali, stick solari protettivi per labbra, naso e orecchie. E tasche invisibili per dare conforto all’inseparabile smartphone. Tra gli accessori più rivisitati ci sono i doposci.

Quando non si vuole osare con vistosi modelli couturier in pelliccia colorata, i marchi mettono a disposizione scarponcini dallo stile urbano e perfino sneaker da neve. Impermeabili e con suole rigorosamente antiscivolo, rivestite di calde fodere di montone. Laura Antonini

Come una madeleine la fragranza Margiela, “Replica”, richiama sensazioni e ambienti. La nuova eau de toilette è “Fireplace” ed emana il calore e l’intimità di un caminetto acceso

In tessuto canvas, 100 per cento poliestere, filo da 150 denari che la rende resistente, la Mountain Jacket fa parte della collezione anni ’70 Teton di Woolrich

Il cinturino in pelle-velcro da indossare sopra un equipaggiamento d’arrampicata è una delle caratteristiche del TTouch Expert Solar di Tissot

Mai rinunciare alla comodità delle sneakers: come le Santoni bicolore suola a contrasto e in gomma leggera, foderate in caldo montone


Il segnatempo Sector ha display activity tracker che interagisce con lo smartphone (Ios e Android) grazie al bluetooth. Tra le funzioni registra le calorie bruciate

Tecnica la giacca da sci Colmar parzialmente termosaldata realizzata in ovatta. Cappuccio portacasco, collo polar, tasca porta smartphone

Sulla neve con eleganza senza rinunciare alla tecnica. Sono i completi active della linea EA7 di Armani. Altamente perfomanti e dalla linea minimal Da indossare anche come doposci, lo scarponcino Grisport regala comoditĂ  grazie a innovazioni tecnologiche. Scarico antitendinite sul tallone, supporto per caviglia

Edita le linee anni Sessanta il maglione slim fit e maglia irlandese da piste e da baita. Blu panna e grigio i colori da abbinare a pantaloni tecnici. Di Marina Militare

Proteggere labbra naso e orecchie diventa un gesto semplice con lo stick morbido, trasparente e resistente all’acqua BioNike

Silhouette arrotondata e stile retrò per la montatura di occhiali da sole Tommy Hilfiger completata da doppio profilo sul frontale in metallo e terminali delle aste originali

Ispirazione anni Sessanta e contaminazione street per la mise Moncler Grenoble donna, in giallo senape, che abbina copiosi inserti di pelliccia anche ai boots

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Noi e Voi

N. 2 - 8 gennaio 2017

Senza risposta senzarisposta@espressoedit.it

Risponde Stefania Rossini

@

stefania.rossini

espressoedit.it

Il mio oroscopo bifronte Cara Rossini, ho letto il mio oroscopo 2017 un po’ dappertutto, nei giornali, nei siti, sui calendari che ci regalano le banche e le farmacie. Questa volta non ho voluto dargli uno sguardo distratto, come ho sempre fatto, ma mi ci sono messo d’impegno e ho confrontato il mio destino su tutte le piattaforme astrali a disposizione, compresi i cosiddetti giornaloni, la tv pubblica e le riviste femminili. Ho scoperto così che il mio segno mi darà molte soddisfazioni e molte preoccupazioni, che vivrò felicemente la mia vita di coppia e dovrò affrontare una separazione, che le mie finanze andranno finalmente meglio e perderò del denaro, che nel lavoro eccellerò e che starò con il fiato sospeso per via dei facili licenziamenti (un tocco di politica non guasta mai), che troverò il vero amore in primavera e che avrò nuove avventure sentimentali nei mesi estivi, che dovrò accettare una condizione da single e che sarà l’anno del mio matrimonio. E potrei continuare con queste leggiadre contraddizioni. Però c’è un punto che accomuna tutti: avrò ancora Giove favorevole, ma Mercurio continuerà a prendersela con me e non so se è una buona o una cattiva notizia, perché non si sa chi dei due la spunterà. Lei che dice? Alberto Damiani

L’Espresso Via Cristoforo Colombo, 90 - 00147 Roma

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Dico che se il riferimento fosse all’Olimpo, potrebbe abbandonarsi tranquillo nelle braccia di Giove. Ma siccome si parla di pianeti, non so chi fra i due abbia più potere, perché Giove è gigantesco ma Mercurio è il più vicino al sole, cioè alla vera forza vitale. Scherzo, ovviamente, come fa lei inanellando le scempiaggini contraddittorie degli oroscopi. Però non sarei così severa sulle predizioni astrologiche. In fondo non fanno male a nessuno anzi, nell’assoluta vaghezza del loro linguaggio, fanno da specchio alle nostre illusioni. Come ha notato l’antropologo Marino Niola, sono un piccolo tributo alla speranza, un rituale di nuovo inizio che serve a farci pensare che, nonostante lutti e sventure, la vita continua. Non c’è infatti bisogno di credere all’astrologia per dare un’occhiata all’oroscopo. Non ci credevano neanche Galileo e Keplero che, pur osteggiando ufficialmente la lettura astrologica del cielo, passarono molto tempo a fare oroscopi (l’uno per celia, l’altro per soldi, li giustificano gli storici). Lasciamo quindi un po’ di spazio anche a questo piccolo ricorso al pensiero magico che, nonostante scienza e conoscenza, continua a vivere in ciascuno di noi.

letterealdirettore@espressoedit.it

precisoche@espressoedit.it

VECCHIO E NUOVO / I GIOVANI Meglio il nuovo o il vecchio (l’Espresso n.1)? Beh, trent’anni fa chi entrava nell’età adulta aveva ottime prospettive di trovare un lavoro, acquistare una casa, mantenere la famiglia; oggi può sperare solo di trovare lavoretti a voucher, ereditare l’appartamento di papà e restare single. Vedete voi. Rosalba Dieni

VECCHIO E NUOVO / GRAMSCI Ho apprezzato il vostro speciale sul vecchio e il nuovo, ma lo chioserei citando Gramsci: «La crisi consiste

Ecco perché Rocco e i suoi fratelli insegnanti devono emigrare Ma avete un’idea di come si possa impedire che gli insegnanti dal sud vadano al nord? I sindacati lo chiedono alla povera ministra della Pubblica Istruzione, che risponde: «Troverò nuove soluzioni per la mobilità». Temo che non siano sulla strada giusta né i sindacati né la ministra. Il problema è antico e si direbbe irrisolvibile. Personalmente, in gioventù, ho fatto questa esperienza. Era il tempo di “Rocco e i suoi fratelli”, anni Cinquanta - Sessanta, emigrarono oltre sei milioni di meridionali. Difficile risolvere la questione. Il nord è industriale il sud no, pertanto i giovani meridionali trovano occupazione nell’impiego pubblico. Non so proprio quale soluzione potrà trovare una ministra, con laurea o senza. Ezio Pelino

Droni e porto d’armi Sembra che i terroristi vogliano usare i droni per gli attentati. In Altre lettere e commenti su www.lespresso.it


nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati». Ecco: noi siamo lì, con il vecchio che muore e il nuovo che non nasce. Infatti abbiamo Trump, Lepen, Erdogan e Salvini, quindi come fenomeni morbosi non ci facciamo mancare niente.

La copertina dell’Espresso n. 1 del 31 dicembre 2016

Renato Oliverio

VECCHIO E NUOVO / RENZI In una postfazione al libro di Bobbio su destra e sinistra, Matteo Renzi scrisse che al posto di “destra e sinistra” oggi bisogna parlare di “stagnazione e cambiamento”. Forse è stata proprio questa ideologia del cambiamento (come valore in sé, indipendente dal contenuto) a deludere e a portarci al testacoda

tutto il mondo per acquistare un’arma occorre il porto d’armi, qualcuno può rassicurarmi che è necessario anche per acquistare un drone?.

di oggi, a quello che Marco Pacini ha chiamato “Grande Rinculo”. Giovanni Beretta

VECCHIO E NUOVO / RAGGI Scusate l’interpretazione molto locale, ma se a Roma il nuovo è Virginia Raggi e il vecchio erano Argan, Petroselli e Vetere, non ci sono molti dubbi su cosa è meglio. Francesca Romana Silvi

qualcosa si muova, nell’interesse del turismo e nel doveroso rispetto della città. Achille della Ragione

Roberto Bellia

Pietà! Quando riapre il Monte di Pietà? Il Monte di Pietà è uno dei tanti gioielli di arte e di storia negato da anni alla fruizione di napoletani e turisti. Non esistono problemi di inagibilità, il proprietario è una banca dalla storia gloriosa; possibile che non si riesca ad organizzare un gruppo di addetti per permettere delle visite guidate, almeno alcuni giorni alla settimana? Il colmo è che se consultiamo Internet la struttura risulta aperta il sabato e la domenica e sul suo sito si leggono entusiastici, quanto falsi commenti, anche del 2016; mentre il Monte di Pietà è vergognosamente chiuso da anni e all’ingresso troneggia una bancarella abusiva. Ho chiesto al presidente se si prevede a breve una sua riapertura e la sua sconsolata risposta è che mancano i fondi. Una situazione che grida vendetta, con la tenue speranza che, sotto la spinta dell’opinione pubblica indignata,

Anch’io vorrei ringraziare Emma Bonino

DIRETTORE RESPONSABILE: TOMMASO CERNO VICEDIRETTORE: MARCO DAMILANO CAPOREDATTORE CENTRALE: Alessandro Gilioli UFFICIO CENTRALE: Leopoldo Fabiani (caporedattore vicario), Marco Pacini (caporedattore vicario), Sabina Minardi (caposervizio), Stefano Livadiotti (vicecaposervizio) ATTUALITÀ - POLITICA - ECONOMIA: Lirio Abbate (caporedattore Inchieste), Riccardo Bocca (caporedattore Media), Luca Piana (caposervizio Economia), Beatrice Dondi (caposervizio Web), Mauro Munafò (vicecaposervizio), Federica Bianchi, Lara Crinò, Elena de Stabile, Giovanni Tizian, Stefano Vergine CULTURE: Angiola Codacci-Pisanelli (caposervizio), Emanuele Coen, Riccardo Lenzi INVIATI: Paolo Biondani, Emiliano Fittipaldi, Fabrizio Gatti, Vittorio Malagutti, Gianfrancesco Turano CONTROLLO QUALITÀ: Fabio Tibollo UFFICIO GRAFICO: Theo Nelki (art director), Catia Caronti (caposervizio), Martina Cozzi (caposervizio), Caterina Cuzzola, Giuseppe Fadda, Andrea Mattone, Daniele Zendroni (copertina) PHOTOEDITOR: Tiziana Faraoni (caposervizio) RICERCA FOTOGRAFICA: Giorgia Coccia, Mauro Pelella, Elena Turrini OPINIONI: Michele Ainis, Altan, Tahar Ben Jelloun, Massimo Cacciari, Lucio Caracciolo, Innocenzo Cipolletta, Uri Dadush, Derrick de Kerckhove, Alessandro De Nicola, Bill Emmott, Roberto Esposito, Mark Hertsgaard, Riccardo Gallo, Piero Ignazi, Sandro Magister, Bruno Manfellotto, Ezio Mauro, Suketu Mehta, Christine Ockrent, Soli Ozel, Denise Pardo, Minxin Pei, Gianfranco Ravasi, Massimo Riva, Giorgio Ruffolo, Paul Salem, Roberto Saviano, Eugenio Scalfari, Michele Serra, Bernardo Valli, Gianni Vattimo, Sofia Ventura, Luigi Vicinanza, Luigi Zingales RUBRICHE: Stefano Bartezzaghi, Marco Belpoliti, Giuseppe Berta, Giovanni Carli Ballola, Germano Celant, Rita Cirio, Oscar Cosulich, Alberto Dentice, Mario Fortunato, Enzo Golino, Alessandra Mammì, Luca Molinari, Emiliano Morreale, Guido Quaranta, Chiara Rapaccini, Stefania Rossini, Roberto Satolli, Enzo Vizzari COLLABORATORI: Eleonora Attolico, Loredana Bartoletti, Alessandra Bianchi, Raimondo Bultrini, Roberto Calabrò, Antonio Carlucci, Paola Emilia Cicerone, Agnese Codignola, Stefano Del Re, Pio d’Emilia, Cesare de Seta, Roberto Di Caro, Paolo Fantauzzi, Alberto Flores d’Arcais, Letizia Gabaglio, Giuseppe Granieri, Wlodek Goldkorn, Naomi Klein, Claudio Lindner, Alessandro Longo, Massimo Mantellini, Stefania Maurizi, Piero Messina, Fabio Mini, Claudio Pappaianni, Gianni Perrelli, Paola Pilati, Paolo Pontoniere, Marisa Ranieri Panetta, Gigi Riva, Gloria Riva, Luca Sappino, Michele Sasso, Maria Simonetti, Francesca Sironi, Leo Sisti, Lorenzo Soria, Susanna Turco, Chiara Valentini, Stefano Vastano, Andrea Visconti

GRUPPO EDITORIALE L’ESPRESSO SPA

Sono una fedelissima lettrice dell’Espresso nonché abbonata. Qualche settimana fa, come ogni venerdì, ho ricevuto la rivista e ho trovato la bellissima sorpresa della copertina con Emma Bonino: in questo clima di delusioni e sconforto politico ho provato un piacere grande davvero; proprio qualche giorno prima avevo fatto una lezione di materia alternativa utilizzando un vostro colloquio con la Bonino (l’Espresso dell’8 gennaio 2015) sulla intolleranza; mi spiego: sono docente di Lettere in un Liceo, e quest’anno collaboro anche per la materia Alternativa all’Irc, per un progetto che si intitola Differenze e diritti. In quell’ambito mi è sembrato utile riflettere con i ragazzi sulle parole di una grande politica, esperta e al servizio della libertà di pensiero. Bravo l’Espresso e chi ha avuto l’idea di fare di Emma la donna dell’anno. Monica Cosci

CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE PRESIDENTE: CARLO DE BENEDETTI AMMINISTRATORE DELEGATO: Monica Mondardini CONSIGLIERI: Massimo Belcredi, Agar Brugiavini, Alberto Clò, Rodolfo De Benedetti, Francesco Dini, Silvia Merlo, Elisabetta Oliveri, Luca Paravicini Crespi, Michael Zaoui DIRETTORI CENTRALI: Pierangelo Calegari (Produzione e Sistemi Informativi), Stefano Mignanego (Relazioni Esterne), Roberto Moro (Risorse Umane) DIVISIONE STAMPA NAZIONALE 00147 Roma, Via Cristoforo Colombo, 90 DIRETTORE GENERALE: Corrado Corradi VICEDIRETTORE: Giorgio Martelli DIREZIONE E REDAZIONE ROMA: 00147 Roma, Via Cristoforo Colombo, 90 Tel. 06 84781 (19 linee) - Telefax 06 84787220 - 06 84787288 E-mail: espresso@espressoedit.it REDAZIONE DI MILANO: 20139 Milano, Via Nervesa, 21 Tel. 02 480981 - Telefax 02 4817000 Registrazione Tribunale di Roma n. 4822 / 55 Un numero: € 3,00; copie arretrate il doppio PUBBLICITÀ: A. Manzoni & C. S.p.A. 20139 Milano, Via Nervesa, 21 Tel. 02 574941 ABBONAMENTI: Tel. 199.78.72.78; 0864.256266 (per chiamate da rete fissa o cellulare). Fax: 02 26681986. E-mail: abbonamenti@somedia.it. Tariffe (scontate di circa il 20%): Italia, per posta, annuo € 108,00, semestrale € 54,00. Estero annuo € 190,00, semestrale € 97,00; via aerea secondo tariffe Abbonamenti aziendali e servizio grandi clienti: Tel. 02 7064 8277 Fax 02 7064 8237 DISTRIBUZIONE: Somedia S.p.A. Via Nervesa 21 - 20139 Milano ARRETRATI: L’Espresso - Tel. 199.78.72.78; 0864.256266 (da rete fissa o cellulare). Fax: 02 26681986. E-mail: abbonamenti@somedia.it Prodotti multimediali: Tel. 199.78.72.78; 0864.256266 (per chiamate da rete fissa o cellulare) STAMPATORI: Stabilimento Effe Printing S.r.l. - località Miole Le Campore-Oricola (L’Aquila); Puntoweb (copertina) via Variante di Cancelliera snc Ariccia (Rm); Legatoria Europea (allestimento) - Ariccia (Rm) Responsabile trattamento dati (d.lgs.30.06.2003, n.196): Tommaso Cerno Certificato ADS n. 8084 del 06/04/2016 Codice ISSN online 2499-0833

N. 2 - ANNO LXIII - 8 GENNAIO 2017 8 gennaio 2017

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TIRATURA COPIE 395.450


In edicola la prossima settimana

I BARBIERI DI SIVIGLIA

L’opera italiana raccontata da ELIO ELIO RACCONTA... «Il Barbiere di Siviglia, no, gentile

Venerdì 13 gennaio 3° Dvd a 9,90 euro in più

pubblico i barbieri, e non perché la parruccheria andalusa andasse forte, ma perché esistono diverse versioni dell’opera. Primo arrivò Giovanni Paisiello, poi toccò a Gioachino Rossini, questa è la storia di un grande successo e di un fiasco clamoroso, di una guerra fra teatri, di uno scontro fra generazioni». “Il Barbiere” di Paisiello (1782) è gustoso e ricco di melodie accattivanti che fecero la fortuna di quest’opera presso la corte imperiale russa di Caterina II e da lì in tutta l’illuminata Europa del Settecento. Il mondo stava cambiando, e questo cambiamento lo cogliamo ancor più profondamente nella partitura di Rossini (1816). Il giovane genio seppe interpretare l’abilità di Figaro con una grande profusione di idee non solo vocali, ma anche orchestrali, e il suo Barbiere scalzò quello di Paisiello dal trono del successo. Eppure la prima rappresentazione del capolavoro del Pesarese, il 20 febbraio 1816 al Teatro Argentina a Roma, terminò fra i fischi. Ma già dalla seconda recita, il pubblico acclamò il nuovo capolavoro, che divenne una delle opere a tutt’oggi più rappresentate al mondo. A guidarci in questa “guerra” fra opere che ha per unico vincitore la musica, insieme a Elio, critici e artisti del calibro di Michele Mariotti, Paolo Gallarati, Alberto Zedda e Giancarlo Landini; a illuminare il carattere di Rosina, di Figaro, del Conte d’Almaviva le voci di Marianna Pizzolato, Francesco Meli e Pietro Spagnoli.

Storia dell’arte Disney

Cézanne

e il Postimpressionismo

Sabato 14 gennaio 14° volume a 8,90 euro in più

Martin Mystère

Gli dei della tempesta

Giovedì 12 gennaio 18° volume a 7,90 euro in più

Italia Noir - Daria Lucca

Distanza di sicurezza

Lunedì 9 gennaio 33° volume a 7,90 euro in più

Luchino Visconti

Berliner Philharmoniker

Grandi film

Punk

Sabato 14 gennaio 7° Dvd a 9,90 euro in più

Mercoledì 11 gennaio 14° Cd a 8,90 euro in più

Mercoledì 11 gennaio 17° Dvd a 6,90 euro in più

Martedì 10 gennaio 19° Cd a 8,90 euro in più

Senso

Lorin Maazel

Viva Zapata!

X - Los Angeles

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Eugenio Scalfari Il vetro soffiato www.lespresso.it

L’Europa, l’America e le altre potenze devono fare i conti con l’ex impero comunista che nella società globale si trova a suo agio. E può mordere

La Russia di Putin è un serpente a sonagli L’EUROPA HA UNA FERITA nel cuore,

si chiama Russia, che ha a sua volta un’altra ferita, si chiama Siberia; e infine una ferita trasversale che è il fiume, si chiama Volga, dal gelido nord fino al Caspio e al Mar Nero, che è l’anticamera del Mediterraneo attraverso i Dardanelli. Le religioni sono molteplici ed anche i popoli che le praticano: cristiani, tartari, turcomanni, unni, ucraini, rumeni, zingari, ebrei. La geografia ha eretto come confine i monti Urali. La cultura a sua volta è al tempo stesso profondamente russa e altrettanto profondamente europea: Tolstoj, Dostoevskij, Gogol, Turgenev, Cechov, il futurismo, i menscevichi, i cadetti, i socialisti rivoluzionari, i bolscevichi di Lenin e Trotsky e Stalin e Berija, la Polonia, l’Ungheria, i Baltici. E i grandi imperatori russo-europei, da Pietro il grande a Caterina la grande. La storia politica ha visto la Russia coinvolta da guerre in tutte le direzioni e spesso ad improvvisi cambiamenti di fronte. Nella prima guerra mondiale era alleata con la Francia, ma poi nel 1917 la rivoluzione bolscevica abbandonò il fronte. Nella seconda esordì con l’alleanza con i nazisti (il patto Molotov-Ribbentrop) per la spartizione della Polonia, ma dopo pochi mesi cambiò fronte e combatté con Francia Inghilterra e Stati Uniti d’America condividendo la lotta contro

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8 gennaio 2017

Hitler sino alla comune vittoria e alla divisione dei territori tra Est e Ovest, con Berlino anch’essa divisa in due, est ai Russi e ovest agli angloamericani. Infine, dopo la rivoluzione democratica, lo scioglimento dell’Urss, la rinascita della Russia, conclusa con la caduta del muro di Berlino. Ma a non dimenticarcene furono gli stessi russi a sconfiggere Napoleone, che arrivò fino alla conquista di Mosca, ma poi dovette ritirarsi con la sua armata distrutta e lui in esilio all’isola d’Elba (Guerra e pace di Tolstoj racconta infatti queste vicende e la vittoria del maresciallo Kutuzov). EBBENE CON QUESTA RUSSIA guidata da Putin l’Europa, l’America, la Cina, l’India, la Siria, l’Iran, l’Iraq, la Turchia e la costa orientale del Mediterraneo, hanno direttamente a che fare e così pure il rublo nei confronti dell’euro e del dollaro, così come gli oleodotti di gas e di petrolio con quanto ne segue nell’economia mondiale. Sembra, anche se non è ancora certificato, che Donald Trump debba in parte la sua vittoria sulla Clinton all’aiuto determinante di Putin e della sua interferenza contro Hillary. Assad è l’alleato siriano di Putin come del resto lo furono gli ufficiali egiziani quando fecero fuori il re Farouk dall’Egitto e insediarono Nagib al vertice del paese. Questa è la Russia e la sua storia

ed anche la nostra. Perfino Lawrence d’Arabia ebbe a che fare con la Russia oltre che con gli inglesi e i francesi. La Russia è un serpente a sonagli che circola in tutto il mondo. Nella società globale si trova a suo agio. Non sempre il serpente a sonagli morde velenoso. Spesso, specie se viene accarezzato, circonda con disinvoltura il corpo di chi lo sopporta, ma se si arrabbiasse allora morde con morsi velenosi. Il Califfato musulmano lo sa per esperienza, ma anche Putin lo sa e può contribuire a distruggerlo meglio e di più di ogni altra potenza. Del resto anche le altre potenze occidentali lo sanno. Obama ha combattuto Putin e ancora lo combatte da potenza a potenza, ma i movimenti populisti non lo combattono, anzi. Del resto il comunismo finché esistette in Europa aveva i suoi profondi legami con la Russia comunista. Fu Enrico Berlinguer a rompere, Togliatti era ancora legato a filo doppio con l’Urss prima e con la Russia di Stalin dopo. LA GUERRA DI SPAGNA si misurò

anche con loro e la dittatura franchista nacque dalla battaglia contro il comunismo stalinista. Da dittatura a dittatura. C’è chi stritola il serpente a sonagli e chi ne è stritolato. La democrazia nasce se riesce a battere le dittature di qualunque colore siano. Non mi pare tuttavia che abbia molte carte da giocare. Q



Espresso [dom, 8 gen 2017] tommaso cerno (direttore)