Issuu on Google+

2, 50 eu ro

Poste Italiane s.p.a.sped.in A.P.-D.L.353/03 (conv.in legge 27/02/04 n.46) art.1comma 1-DCB Roma - Austria - Belgio - Francia - Germania - Grecia - Lussemburgo - Olanda - Portogallo - Principato di Monaco - Slovenia - Spagna € 5,50 - C.T. Sfr. 6,60 - Svizzera Sfr. 6,80 - Inghilterra £ 4,70

l’E Do sp m re en ss ic o+ a la Re pu * bb lic a Settimanale di politica cultura economia www.lespresso.it N. 48 anno LXII 27 novembre 2016 *Abbinamento obbligatorio alla domenica Gli altri giorni solo l’Espresso €3,00

ESCLUSIVO Il Tg2 a Milano. Rainews24 e notiziari regionali uniti. L’esordio digitale di Rai24. La fusione a Rai sport di radio e tv. E una svolta radicale nella logica dell’informazione. Ecco il documento nelle mani di Campo Dall’Orto. Obiettivo: cambiare prima che sia troppo tardi di Riccardo Bocca


Altan

27 novembre 2016

3


Sommario

N. 48 - 27 novembre 2016

Rubriche Visioni Taccuino Gusto Noi e Voi

91 99 101 106

Opinioni

Reportage Nel carcere di Kirkuk, tra i miliziani dell’Isis 64

Altan 3 Roberto Saviano 21 Michele Serra 23 Denise Pardo 35 Bruno Manfellotto 47 Riccardo Bocca 63 Bernardo Valli 110

Editoriale Ricatto alla Repubblica. Gli avvisi di Carminati e i segreti ancora potenti

Lirio Abbate

7

Ingrandimento Matteo il vecchio Perché il governo più giovane non riesce a sedurre gli under 35 Anna la panzer Chi è la Falcone, portabandiera del No Per il Dopo, tre più una Tutti gli scenari in caso di sconfitta di Renzi il 4 dicembre A Pechino tifano Sì Colloquio con Zhang Lei

Emiliano Fittipaldi 8 Susanna Turco 11 Marco Damilano 14 Denise Pardo 16

Esclusivo Il piano segreto per salvare la Rai Come cambierà l’informazione nella tv pubblica

Riccardo Bocca 24

La prossima America L’era paurosa della Caos Economy Gli effetti delle idee economiche di Trump Chi sono i trumpisti d’Italia Da Pallotta a Carrai, gli amici di The Donald E l’euro? Ha solo da perderci Colloquio con Marcello Minenna Operai beffati Il programma del neo presidente non favorirà i colletti blu

Alessandro De Nicola Gianfrancesco Turano Luca Piana Martin Wolf

36 38 38 40

In fondo a destra Che bel trio: Le Pen, Donald e io Colloquio con Frauke Petry

Eva Giovannini 42

www.lespresso.it

Inchiesta

Film

Se torna l’Aids Rischiare per sfida, l’ultima follia dei ragazzi Simone Alliva Caro Pier, come ci sbagliavamo Un ricordo appassionato di Tondelli Mario Fortunato Il peggior virus oggi è il silenzio Della malattia non si parla più Letizia Gabaglio Tre amici, l’assenza, l’amore “Noi tre”, un romanzo autobiografico Wlodek Goldkorn Ibiza la Loca Da L’Espresso del 1987, lo scrittore racconta l’isola più trasgressiva Pier Vittorio Tondelli

50 52 56 56 60

“Sole alto” in streaming L’amore fra un ragazzo croato e una ragazza serba, moltiplicato per tre volte in trent’anni

Reportage

Foto: Alessio Romenzi

Nella prigione dei miliziani Isis A Kirkuk, tra i soldati di Daesh catturati Francesca Mannocchi Ma gli uomini del Califfo fanno ancora paura Parla il generale Sarhad Qadir Fede e spaccio, guerra santa all’italiana L’intreccio tra criminalità e terrore islamista Floriana Bulfon Il pericolo viene dall’Est Europa Nei Balcani i focolai jihadisti Lirio Abbate

64 70 70 72

Culture Social Prop La propaganda ai tempi di Facebook e dei Big data Spargo odio e me ne vanto Colloquio con Craig Silverman Fantozzi, è lei? No, siete voi Alla vigilia dei 50 anni, il ragionier Ugo si racconta Visconti eterno gattopardo Una raccolta di film per riscoprire il grande regista

Fabio Chiusi 74 77 Paolo Villaggio 82 Emiliano Morreale 89

Copertina Illustrazione di Daniele Zendroni 27 novembre 2016

5


Lirio Abbate www.lespresso.it

Editoriale

Ricatto alla Repubblica Gli avvisi di Carminati e i segreti ancora potenti Cosa vuole dire e a chi parla il boss di mafia Capitale sotto processo a Roma

MASSIMO CARMINATI sembra osses-

sionato dalle inchieste dell’Espresso. Un chiodo fisso che lo porta a svelare segreti mai confessati prima. Così, al tavolo giudiziario attorno al quale si sta giocando la partita processuale di mafia Capitale, il “re di Roma” ha calato il jolly: la vicenda dei documenti riservati rubati nel caveau della Banca di Roma nel 1999. Per 17 anni Carminati non ne aveva parlato: ha deciso di farlo dopo l’inchiesta di copertina dell’Espresso,“Ricatto alla Repubblica”. Nella notte tra venerdì 16 e sabato 17 luglio 1999 il “nero” guidò un commando nel sotterraneo blindato della filiale di piazzale Clodio, all’interno della cittadella giudiziaria di Roma, svaligiando 147 cassette di sicurezza, selezionate da 900, con la complicità di alcuni carabinieri di sorveglianza. Mai nessuna delle vittime ha denunciato la sottrazione di quei documenti, perché - come scrivono i magistrati nella sentenza con cui è stato condannato Carminati - era difficile che qualcuno in possesso di questo materiale riservato fosse disposto a denunciarne la scomparsa. Eppure uno dei temi del processo che si è svolto a Perugia su quel furto era questo: il colpo di Carminati e soci poteva servire proprio ad acquisire documenti segreti. Da quasi due anni Carminati è in carcere. Ora parla in aula e ammette

per la prima volta di aver rubato quei documenti. Carminati è uomo attento e meticoloso. È uno stratega. Proprio come lo sono i boss delle mafie tradizionali. Per questo motivo martedì 22 novembre non gli possono essere sfuggite per caso frasi che rimandano a ricatti e intimidazioni. Ha detto espressamente: «È vero, c’erano molti documenti, e così fra un documento e l’altro ho preso pure qualche soldo». Un’affermazione che serve solo in apparenza a spiegare l’origine del suo patrimonio («qualche soldo»): il riferimento importante è invece quello ai documenti. In un dibattimento nel quale accusa e difesa si stanno scontrando sul sistema Carminati: sul fatto se sia o no mafia. SONO IN MOLTI ad ascoltare le parole di Carminati. Ma pochissimi danno il giusto peso a questa affermazione del “nero” sui documenti. Eppure proprio in questo passaggio è nascosta la “nuova mafia” romana. Meglio, il metodo mafioso. Oggi abbiamo la certezza che in alcune delle cassette aperte c’erano documenti importanti su cui Carminati voleva mettere le mani, grazie a questa ammissione fatta in aula. Il nostro titolo era “Ricatto alla Repubblica”, appunto. Perché il “nero” ha potuto godere a lungo di protezione grazie anche a queste carte. Oggi la storia può essere diversa per-

ché diverse da allora sono le persone nei posti chiave della magistratura e delle istituzioni. Ma c’è sempre la possibilità che qualcuno abbia qualcosa da temere da quelle carte. Ed è per questo motivo che in aula Carminati ora ricorda di aver preso tanti documenti scottanti. Si tratta di un avviso ai naviganti. A quei marinai che con lui hanno solcato i mari in tempesta. E adesso stanno a guardare. I BOSS MAFIOSI come Riina e Bagarella non hanno bisogno di impugnare una pistola per incutere terrore: a loro basta uno sguardo, un gesto, una parola, per minacciare e intimidire. È ciò che accade anche con Carminati. Aver ricordato adesso i documenti sottratti durante il “furto del secolo”, come venne definito nel 1999, è un gesto di minaccia tipico della mafia e del metodo mafioso, ma anche un segnale che mostra il salto di qualità di questa mafia romana. Non accade per caso, ma alla vigilia di una importante sentenza - e dopo la nostra inchiesta che tanti fastidi ha provocato al “cecato”. Ora abbiamo la conferma che siamo davanti a una persona in grado di parlare a pezzi del Paese che ancora non conosciamo. E lo fa attraverso annunci che consegnano messaggi precisi a chi sa. Questo è il metodo, ed è mafioso.

27 novembre 2016

7


Ingrandimento

Matteo il vecchio Il governo più giovane nella storia della Repubblica non riesce a sedurre gli under 35. Che al referendum rischiano di diventare il tallone d’Achille del premier. E qualche ragione per essere arrabbiati, i “nuovi adulti”, ce l’hanno

di Emiliano Fittipaldi

S

E DA TRE SETTIMANE gli incubi di Hillary Clinton sono popolati dagli operai bianchi del Midwest che hanno votato Donald Trump, quelli di Matteo Renzi sono gremiti di giovani precari meridionali furiosi come bisce. Il premier ha capito che sarà il voto degli under 40 a decidere chi vincerà il referendum. E che sono gli arrabbiati e i delusi, il tallone d’Achille su cui ha deciso di concentrare gli sforzi finali suoi e dei comitati del Sì. «Se non convinciamo i giovani a cambiare idea e votare per noi, il 5 dicembre andiamo tutti a casa», ripete il premier tre volte al giorno a chi gli capita davanti. Ecco spiegate le ultime mosse: Matteo che si lancia sulla copertina della rivista Rolling

8

27 novembre 2016

illustrazioni di Duluoz Stone (titolo “The young pop”, dove discetta di Fedez e Dj Ax, «almeno ha evitato di rimettere il chiodo» ironizzano gli antipatizzanti), Matteo che annuncia «una decontribuzione totale per chi assumerà giovani al Sud nel 2017», Matteo che applaude «il bonus di 500 euro per i diciottenni», che da inizio novembre possono scaricarsi la paghetta di Palazzo Chigi da una app del governo (“18App”, si chiama). Un plafond da spendersi in ebook e spettacoli teatrali, musei e concerti, pure di musica techno, che era stato approvato già un anno fa e che diventa operativo solo adesso. «Renzi sta diventando ridicolo anche nel dispensare le sue marchette», ha reagito Giorgia Meloni. «Evidentemente sa che questo referendum lo perderà». «Non è detta l’ultima parola», pensa invece Renzi.


27 novembre 2016

9


Ingrandimento Che sta tentando il tutto per tutto per affabulare i ragazzi d’Italia: i trend fotografati dalla categoria più sbeffeggiata dell’anno, quella dei sondaggisti, varranno anche poco, ma tutte le rilevazioni segnalano che per ora il No è in predominio schiacciante soprattutto tra chi ha meno di quarant’anni. Che votano “contro” non tanto per difendere la Costituzione del 1948, ma per mandare a casa un governo che non li ha mai rappresentati. «Tra i ragazzi c’è un sentiment antisistema, frutto anche di un’insoddisfazione che continua a essere molto violenta», ragiona Giuliano Da Empoli, uno dei consiglieri più ascoltati da Renzi, preoccupato dal fatto che i giovani elettori abbiano abbandonato il Pd in blocco, rivolgendosi all’offerta politica del Movimento 5 Stelle. Un vero paradosso, per il governo più “young” della storia della Repubblica. Un esecutivo riempito di ministri e ministre di primo pelo, che ha fatto della rottamazione, del cambiamento, della novità a tutti i costi il perno della sua comunicazione. Il punto, probabilmente, sta proprio qui. Nello spread tra quello che è stato annunciato dallo storytelling renziano e quello che è stato davvero realizzato. Analizzando documenti ufficiali della Banca d’Italia, dell’Istat, dell’Ocse, scartabellando le misure dei primi mille giorni dell’esecutivo, ecco che il quadro si fa più chiaro. Mostrando come l’insoddisfazione e la rabbia si basano su uno status quo che Renzi ha certamente ereditato, ma che non sembra aver affrontato con vigore sufficiente per tentare di ribaltare. Anzi: le diseguaglianze generazionali sono aumentate, e di riforme importanti per ridurre il gap di opportunità tra giovani e anziani, in questi primi tre anni dell’era di Rignano sull’Arno, non s’è vista l’ombra. Partiamo dal lavoro, pietra miliare di ogni polemica. «I dati dell’Istat pubblicizzati dal governo raccontano che da febbraio 2014 ad oggi ci sono 656 mila posti in più», ha detto Renzi qualche giorno fa. In realtà, il tasso di disoccupazione giovanile è sì migliorato di qualche decimale, ma resta inchiodato a un mostruoso 37,1 per cento, con punte che vanno dal 60 all’80 per cento in regioni del Sud come Campania, Calabria e Sicilia. I nuovi occupati, dati alla mano, sono infatti in gran parte over 50, una crescita esponenziale dovuta alla stretta sull’età pensionabile voluta dall’ex ministro Elsa Fornero. Le nuovi assunzioni a tempo indeterminato sono state pagate in larga parte dallo Stato, e hanno riguardato soprattutto lavoratori maturi: nel 2015 grazie al Jobs Act le imprese hanno potuto assumere ottenendo sgravi fiscali da favola, foraggiati di fatto dai contribuenti, e la bolla è scoppiata appena il governo ha chiuso i rubinetti degli incentivi. «Questo Paese ha speso ad oggi circa 18 miliardi per poter permettere al presidente del Consiglio di dire che ha qualche centinaio di migliaia di occupati in più. Una spesa straordinaria, con un risultato minimo», ha attaccato Susanna Camusso, leader di un sindacato, la Cgil, che non si è recentemente distinto come campione dei diritti dei giovani. «Un risultato che peraltro, con tutto il rispetto per le persone, riguarda prevalentemente la fascia over 50». Il refrain è sempre lo stesso. Renzi, Maria Elena Boschi, 10

27 novembre 2016

SONO LA FASCIA PIÙ COLPITA DALLA DISOCCUPAZIONE, DAL PRECARIATO ESTREMO, DAI VOUCHER. E I NEOLAUREATI ITALIANI HANNO GLI STIPENDI PIÙ BASSI D’EUROPA Marianna Madia, Luca Lotti, i “ragazzini” di Palazzo Chigi non hanno cambiato una tendenza che dura da tre lustri: quella dell’impoverimento strutturale delle nuove generazioni, che la Banca d’Italia ha individuato come i soggetti più colpiti dalla crisi iniziata nel 2008. Non solo. Nell’ultimo rapporto annuale dell’Istat si dice che un ragazzo su tre sotto i 34 anni è «sovraistruito», cioè troppo qualificato per il lavoro che svolge. Significa che lui e la sua famiglia hanno investito tempo e denaro per una formazione che l’ha portato, come primo lavoro, a fare «il commesso, il cameriere, il barista, l’addetto personale, il cuoco, il parrucchiere, l’estetista», scrivono nel maggio 2016, sconfortati, gli esperti dell’istituto.

O

VVIO CHE IL SENTIMENTO dominante, anche per coloro che un lavoro ce l’hanno, sia quello della frustrazione. E della consapevolezza che l’istruzione non è più la chiave di volta per la mobilità sociale: se Almalaurea racconta che gli stipendi dei neolaureati italiani sono i peggiori del continente, a tre anni dal titolo di studio e dalla bicchierata fuori l’ateneo con nonne e parenti solo la metà dei rampolli italiani ha trovato un contratto standard e un posto degno corrispondente agli studi fatti. «La vecchiaia non è così male se considerate le alternative», diceva Maurice Chevalier. Mai aforisma fu più azzeccato, almeno sotto le Alpi: è un fatto che la Generazione X e quella successiva dei Millennial abbiano ormai la certezza che le loro condizioni economiche e il loro stile di vita saranno peggiori di quello dei loro padri. È la prima volta, dal Dopoguerra, che si registra un fenomeno di questo tipo: l’ascensore sociale, quello che consentiva di migliorare attraverso lo studio, il merito, l’iniziativa individuale, è bloccato da anni. E quando si muove lo fa in un’unica direzione: il basso. La Boschi, ministro per le Riforme e architetto del referendum, invita i giovani a votare Sì «per non farsi rubare il futuro». Il rischio è che votino No perché Renzi non ha saputo rispondere alle emergenze del presente. Oltre che sul Jobs Act, il governo ha puntato sul progetto europeo “Garanzia giovani”, un programma nato per aiutare gli under 30 a trovare un posto decente. È un flop clamoroso: secondo l’Isfol, ente pubblico del ministero del Lavoro guidato da Giuliano Poletti, su quasi un milione di italiani iscritti al programma solo 32 mila (quindi il 3,7 per cento) hanno trovato un’occupazione vera e un contratto decente. Gran parte dei denari investiti, 1,5 miliardi di euro ar-


rivati dalla Ue, è scomparsa nei rivoli della burocrazia. Molti iscritti non hanno mai ricevuto una risposta dai centri per l’impiego, che si sono affannati a smistare qualche migliaio di ragazzi in tirocini, corsi professionali e perfino nel servizio civile. «Che un milione di giovani si siano attivati e registrati a Garanzia giovani è un dato di grande rilievo», aveva detto Poletti qualche giorno prima che il suo Isfol mettesse una pietra tombale sull’esperienza, costringendo Renzi ad ammettere che i risultati sono «così così, poteva andare meglio». Non stupisce, dunque, che nell’anno di grazia 2016 sette milioni di under 35 siano costretti a vivere ancora con i genitori: si tratta di studenti e disoccupati, dei cosiddetti Neet (oltre due milioni di giovani che non studiano e non lavorano: in Sicilia e Calabria restano nel limbo della loro vecchia cameretta 4 ragazzi su 10), ma anche di persone che hanno lavori saltuari o malpagati, che non permettono loro di emanciparsi dalla famiglia d’origine, fare a meno del welfare elargito da papà, affittarsi o com-

prarsi una casa propria, sposarsi e fare figli. Anche Eurostat spiega che nel 2015, «i giovani adulti» entro i 34 anni che vivono con almeno un genitore sono il 67 per cento, un esercito di “bamboccioni per forza” in netta crescita rispetto alla rilevazione precedente. Siamo i peggiori in Europa, di gran lunga. Il 7 novembre Giorgio Alleva, presidente dell’Istat, in un’audizione alla Camera sulla legge di Bilancio 2017, lo ha ribadito: «I giovani sono oggi una delle categorie più svantaggiate: si tratta di generazioni che, dopo anni di istruzione e formazione, faticano a trovare lavoro, con ricadute che interessano i comportamenti, le condizioni economiche, le scelte riproduttive e di vita». La risposta di Renzi e del governo “young” è stata quella di allargare a un altro milione di pensionati la “quattordicesima”, un assegno supplementare dell’Inps pagato ai pensionati con redditi sotto i 10.290 euro l’anno. Chi già la prende, inoltre, vedrà accresciuto l’assegno. Una mossa che di certo dà una mano a chi se la vede male, ma che per l’ennesima volta dimostra che, se ha fiches da investire, Renzi preferisce puntarle sugli anziani e i dipendenti pubblici. Non a caso base elettorale del Pd, e - secondo i sondaggi - più propensa a votare Sì. Perfino il presidente dell’Inps voluto da Renzi, Tito Boeri, si sta smarcando da mesi dalle scelte di Palazzo Chigi, evidenziando che l’Italia «non può investire solo su chi ha smesso di lavorare», e che la manovra finanziaria che verrà è, ancora una volta, tutta squilibrata: «Per i giovani si fa poco, e un paese che smette di investire su di loro è un

Anna la panzer Avvocata esperta di Costituzione, 45 anni, sguardo angelico ma determinazione assoluta: chi è la Falcone, l’anti-Boschi portavoce del No di Susanna Turco

Anna Falcone

FA L’AVVOCATA, È BELLA, assai sorvegliata e pignola; ha pure una madre che s’è divisa tra il lavoro a scuola e il consiglio comunale. Ma le somiglianze con Maria Elena Boschi finiscono qui. Anzi, per molti versi Anna Falcone, vicepresidente e portabandiera del comitato del No, è l’antitesi della ministra delle Riforme: confida nella “forza dei deboli”, sogna “l’umanesimo sociale”, figurarsi. Calabrese di Cosenza, 44 anni, trapiantata a Roma dopo il praticantato nello studio Manna, amministrativista, esperta di diritto costituzionale, è uno dei volti nuovi (pochi) che la frenetica ondata

referendaria ha rovesciato sui lidi della politica. Anzi, più che altro la Falcone a un certo punto sul dibattito pubblico s’è rovesciata da sé, con un argomento ben scovato: «Non è vero che quelli del No sono tutti babbioni, ci sono tanti giovani come me, ma in tv ci emarginano». Eccola qua, la denuncia che le ha fatto da grimaldello. Ovviamente Matteo Renzi, con quegli slogan sull’“accozzaglia” e sul “nuovo contro il vecchio”, le ha persino dato una mano. Lei, in effetti, è l’unica a non avere i capelli bianchi nel gruppo guidato da Gustavo Zagrebelsky e Alessandro Pace, rappresenta già così

27 novembre 2016

11


Ingrandimento paese che non ha grandi prospettive di crescita». Il problema vero è quello dell’equità: «Ci sono delle persone che oggi hanno dei trattamenti pensionistici, o dei vitalizi, come nel caso dei politici, che sono del tutto ingiustificati alla luce dei contributi versati in passato. Abbiamo concesso per tanti anni questo trattamento privilegiato a queste persone». Ora, propone Boeri, bisogna che chi ha prestazioni elevate contribuisca a alleggerire i conti previdenziali, e permettere una redistribuzione alle persone che, la pensione, rischiano di non averla mai. O decurtata, come indicano tutte le analisi, del 50-60 per cento rispetto all’ultimo stipendio. Il governo, però, non è d’accordo. Tanto che Tommaso Nannicini, sottosegretario alla presidenza del Consiglio e consigliere economico di Renzi, ha risposto secco che le pensioni ricche e i vitalizi «non si toccano». Motivo: «Il rischio di mettere le mani nelle tasche sbagliate è troppo grosso». È un punto centrale, che dà il segno profondo delle politiche renziane, non disposte a tagliare l’enorme fetta di spesa pubblica (il 32 per cento del totale, secondo dati Ocse del 2014, in media la percentuale è tre volte più alta di Svezia, Norvegia, Regno Unito e Olanda) destinata ai pensionati. «La conseguenza», ragiona la sociologa Chiara Saraceno, «è che abbiamo pochi soldi per altre spese sociali fondamentali, e pochissimo per i giovani: per l’istruzione in Europa spendiamo meno di tutti, per la ricerca idem». «Giovani e precari: dobbiamo prendere i loro Sì. Al Nord, almeno: il Sud ormai è andato», ripete Renzi ai suoi. Ma se è vero (come è vero) che il referendum del 4 dicembre è diventato, a causa di errori strategici del premier, innanzitutto un

una lampante specie di controstorytelling. Sguardo angelico, aria addolcita anche dall’ottavo mese di gravidanza (sarà femmina), risposta pronta e letale, Falcone in realtà è una specie di panzer. Nove pagine di curriculum, tra dottorati in bioetica e diritti a Lecce e soggiorni studio a Madrid e collaborazioni con RomaTre, si occupa da vent’anni di referendum e riforme costituzionali, dal Titolo V in poi: ora coordina il gruppo degli avvocati anti-Italicum, ma ha contribuito a scrivere anche i ricorsi che hanno fatto a pezzi il Porcellum, c’era anche lei quando si trattò di affossare la riforma della Carta targata Berlusconi. Una delle sue prime esperienze post universitarie fu una consulenza a Marco Taradash sulla procreazione assistita. Tutt’altro che nuova alla politica, complessivamente. Tanto più perché tre anni fa si è candidata nella fallimentare Rivoluzione Civile dell’ex pm Antonio Ingroia.

12

27 novembre 2016

voto politico sull’operato del governo, è difficile che chi viene pagato con i voucher non sfoghi nelle urne la sua rabbia su una leadership che ha permesso l’esplosione dei buoni lavoro, usati dalle aziende per pagare gli ex co.co.co. Il piddino Cesare Damiano spiega che alla fine del 2016, se il trend rimarrà costante, «potremmo arrivare a 150 milioni di voucher venduti. Un vero record rispetto ai 500 mila del 2008, un numero 300 volte più basso». Una follia, dicono i sindacati dei precari, visto che i buoni sono stati inventati nel 2003 per far uscire dal nero i lavoretti una tantum, come quelli degli studenti che arrotondano al bar e il babysitteraggio occasionale. Nell’era Renzi, invece, i blocchetti vengono usati a piene mani da commercianti, professionisti, ristoratori per camuffare lavoro nero, contratti stagionali, e stipendi da fame dei dipendenti: secondo l’Inps quest’anno la paga “tipo” di chi viene retribuito con i buoni si aggira in media sui 500 euro. L’anno.

N

ATURALE CHE LA PROMESSA di un reddito di cittadinanza (anche se la copertura economica resta operazione difficilissima) attragga milioni di ragazzi verso il M5S. Stanchi dell’immobilismo di una classe dirigente che sembra incapace di affrontare i costi politici e i prezzi elettorali di una necessaria redistribuzione generazionale del reddito e della ricchezza.

All’epoca - assai meno televisiva - nei comizi in Lombardia e Sicilia si raccontava soprattutto come ricercatrice precaria (era docente a contratto all’Università della Calabria), tuonava contro il «turboliberismo», contro Bersani, e contro il governo Monti che aveva salvato, invece dell’Italia, «la sua patria: la Goldman Sachs». Dell’esperienza di certo formativa comunque conserva, forse unica, un ottimo ricordo. O almeno così dice (denunciò per diffamazione colei che fu candidata in Calabria in vece sua, ma - per dire il tipo umano - afferma di non ricordarne neanche il nome). Un anno prima, il sindaco di Napoli Luigi De Magistris l’aveva nominata tra i cinque membri del consiglio di amministrazione di Bagnoli Futura, per un progetto di rilancio poi finito nel nulla, dopo averla notata nel corso della campagna elettorale per le regionali, in una delle tante iniziative alle quali partecipava pur senza candidarsi. Perché praticamente è fin da piccola

che Falcone bazzica la politica. L’attivismo l’ha imparato dai genitori, socialisti entrambi («pre-craxiani, contro il socialismo da bere»). Da bambina andava alle manifestazioni sulle spalle del padre, Emilio, sindaco di Grimaldi, e insieme con la madre, Maria Francesca, insegnante di latino e greco e consigliera comunale a Cosenza. Al liceo - scientifico, prudentemente lontano dall’orbita materna - ha fiancheggiato il Movimento della Pantera, non ha mollato neanche all’Università, vissuta a Roma da studentessa fuori sede, e socialista, in piena Tangentopoli. Dal Psi si è allontanata nel 2009, dopo essere stata responsabile nazionale delle pari opportunità: «Aveva perso la sua identità, e non rispettava lo statuto», è stato infine il suo bilancio. Da avvocato dei diritti, dice ora di non avere un partito, un colore politico definito. Ma chissà se rimarrà così ancora per molto.


È LA PRIMA GENERAZIONE CHE VIVRÀ PEGGIO DEI PROPRI GENITORI. I PROGETTI PER INTEGRARLI FINORA SONO STATI POCHISSIMI. E QUEI POCHI NON HANNO FUNZIONATO Mentre aspettano una rivoluzione che non arriva mai, i giovani restano esclusi dai gangli del potere pubblico (abbiamo i dirigenti pubblici più vecchi d’Europa), dalle imprese private, dai quadri sindacali (la metà degli iscritti sono pensionati), dalle università (nel 2014, su 13239 professori ordinari nemmeno uno ha meno di 35 anni, e solo 15 - spesso figli di baroni e potenti - sono sotto i 40. «Se va avanti così, con il turn over che ci lascia prendere un giovane ogni due docenti che vanno in pensione, rischiamo nel 2020 di non avere più giovani che possano concorrere ai programmi europei», commenta l’ex capo della Conferenza nazionale dei rettori Stefano Paleari. Non è un caso, infine, che lo Svimez segnali come pure nel 2016 sia proseguita «la desertificazione del capitale umano meridionale»: in cerca di migliori condizioni di vita, in vent’anni i flussi migratori hanno portato via dal Sud oltre un milione di persone, facendo scomparire in pratica una metropoli grande come Napoli. In pochi hanno notato che per il 2015 l’Istat ha segnalato come il numero delle nascite al Sud abbia raggiunto il livello più basso dai tempi dell’unità d’Italia. La Fondazione Migrantes, della Conferenza episcopale italiana, ha poi messo il carico da novanta, raccontando che in valore assoluto vanno via (con destinazioni privilegiate Regno Unito, Germania, Francia e Svizzera) soprattutto giovani under 35 non dal Sud, ma dalla Lombardia, da Veneto, Lazio e Piemonte. Centosettemila persone nel 2015, il 6,2 per cento in più rispetto al 2014. Se la Commissione Ue ha detto che la fuga di cervelli dall’Italia «può provocare una perdita netta permanente di capitale umano qualificato a danno della competitività del paese» e che «non si può parlare di scambio di cervelli» perché se molte teste lasciano il paese pochissimi laureati stranieri scelgono di venire a lavorare qui, il giovane-vecchio, Matteo, ha replicato annoiato che la questione «è ormai trita e ritrita: agli scienziati dico di tornare a casa, ma se tornate dovete sapere di tornare in un paese dove la ricerca è fondamentale. Sono orgoglioso di voi. Il mio indirizzo è matteo@governo.it, restiamo in contatto». Il 4 dicembre, però, per Renzi sarà fondamentale riuscire a restare in contatto con i giovani incazzati che non sono ancora partiti. Q

27 novembre 2016

13


Per il Dopo tre più una Grasso. Padoan. Delrio. Oppure Boldrini. Per un governo breve. E per riscrivere la legge elettorale. Ecco gli scenari se Renzi perde il 4 dicembre di Marco Damilano

U

N FANTASMA si aggirava qualche sera fa per i corridoi ottocenteschi del palazzo di via XX Settembre, sede del ministero dell’Economia. Il fantasma del Dopo. Una commemorazione solenne, il ricordo di Carlo Azeglio Ciampi, il rinfresco, lo scalone di marmo lucido. Tre ex presidenti del Consiglio, un plotone di ex ministri, banchieri, finanzieri, imprenditori, sindacalisti. Mario Draghi e Mario Monti, Giorgio Napolitano e Giuliano Amato, Romano Prodi e Luca Cordero di Montezemolo e il governatore Ignazio Visco. E Gianni Letta, Cesare Geronzi, Mauro Masi, sfiorati dal passaggio del presidente Sergio Mattarella. L’Establishment, al gran completo. Un brusìo. Un mormorare. L’evocazione di uno strumento legislativo sconosciuto alle giovani generazioni, fu utilizzato per l’ultima volta nel 1987,

14

27 novembre 2016

quasi trent’anni fa: l’esercizio provvisorio del bilancio dello Stato. Scatta quando il Parlamento non riesce ad approvare entro il 31 dicembre la manovra finanziaria, i provvedimento più importante dell’anno, la legge di bilancio. Fu il governo presieduto dal giovane democristiano Giovanni Goria, bersagliato dai franchi tiratoti della maggioranza, a ricorrere all’esercizio provvisorio che arrivò fino al 31 marzo. Un disastro mai ripetuto nel trentennio successivo, neppure nel crepuscolo della Prima Repubblica, nel 1992-93. «Se si arriva all’ esercizio provvisorio, per quanto si andrà avanti? Sarebbe un atto grave, inutile e scriteriato. Mi sembrano eserciti che sparano al turacciolo», ringhiava Bettino Craxi. Argomenti tornati all’improvviso attuali. Il Palazzo romano aspetta il 4 dicembre in uno stato di sospensione. Cosa succederà se il No dovesse vincere al referendum e Matteo Renzi decidesse di di-


Foto: M. Paolone / Agf, S. Carofei / Agf, F. Lo Scalzo / Agf, C. Minichiello - Agf

mettersi? Approvata in tutta fretta la legge di bilancio alla Camera per la prima lettura, chi si occuperebbe di farla votare in via definitiva al Senato prima della fine dell’anno se il governo dovesse cadere con l’apertura formale della crisi? Con l’aggravante che trent’anni fa, ai tempi del pentapartito, non c’erano le istituzioni europee a vigilare sui bilanci nazionali, né le consultazioni elettorali di un singolo paese erano vissute dalle altre cancellerie continentali con lo stesso pathos di un match domestico. Nel 2010 l’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano arrivò a congelare per un mese la decisione di Gianfranco Fini di lasciare il governo e far cadere Silvio Berlusconi: «Prima l’approvazione della legge di stabilità». Trenta giorni decisivi che consentirono al Cavaliere di sfilare al fronte avversario un pugno di deputati decisivi per ribaltare il risultato: tra loro la coppia Razzi e Scilipoti. Nel 2016 la rimonta del premier in carica non si gioca nelle aule parlamentari, ma nel corpo elettorale. La corsa impazzita di Renzi per abbattere il muro del cinquanta per cento, la vittoria dei Sì al referendum che sarebbe un risultato tutto suo, da non spartire con nessuno.A dispetto di sondaggi sfavorevoli, correnti del Pd attendiste (aspettano di vedere da che parte buttarsi), minoranze disfattiste, alleati irrilevanti. Assieme all’esercizio provvisorio del bilancio dello Stato, è il momento di altri tuffi nella nostalgia della politica italiana degli anni Settanta-Ottanta. Due grandi ritorni. La crisi di governo al buio: si diceva così quando un esecutivo si dimetteva senza avere pronta un’alternativa. E la

legge elettorale proporzionale: all’ombra dello scontro epocale del referendum si prepara la riscrittura dell’Italicum senza neppure un giro di prova, avallata da Renzi che ne parlava come la legge elettorale che l’Europa ci avrebbe invidiato («Alla fine ci chiederanno di copiare l’Italicum, scommettete?») e da Maria Elena Boschi («Con l’Italicum passeremo dalle riforme che l’Europa ci chiede alle riforme che l’Europa ci copia», affermava convinta un anno fa). In caso di vittoria del No tutto tornerà nelle mani di Mattarella, ha ammesso in pubblico il ministro della Difesa Roberta Pinotti. In privato lo ripete il ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio: «Non potremmo fare finta di nulla». È Renzi in persona, soprattutto, a ribadire quotidianamente la sua indisponibilità a partecipare a governicchi o a tentativi di palazzo. Restare alla guida del governo da sconfitto significherebbe perdere per sempre l’immagine del politico coraggioso che ama il rischio e si gioca tutto fino in fondo. Nell’ultima settimana di campagna referendaria, l’ex sindaco di Firenze tornerà all’antico: si toglierà l’abito blu ministeriale per riprendere le vesti del rottamatore. E se perderà andrà a casa. Che poi succeda davvero, è un altro discorso. Consegnate a Mattarella le dimissioni da capo del governo, Renzi dovrebbe immediatamente affrontare un altro problema. Da segretario del Pd dovrebbe decidere se appoggiare un nuovo governo non più presieduto da lui, e come. Il vice-segretario Lorenzo Guerini, prudentissimo, si è fatto scappare che il Pd appoggerebbe un governo di pochi mesi per fare una nuova legge elettorale per la Camera e per il ri-

Chi scalda i motori per Palazzo Chigi Da sinistra: Pier Carlo Padoan, ministro dell’Economia, candidato a guidare un governo tecnico; Piero Grasso, presidente del Senato, il favorito per un governo istituzionale; Graziano Delrio, ministro delle Infrastrutture, il più vicino a Renzi; Laura Boldrini, presidente della Camera, aperta alla sinistra del Pd

sorto Senato e poi andare a votare in tempi brevi, nella primavera 2017. Nello stesso periodo Renzi aprirebbe la resa dei conti interna al Pd: congresso, nuove primarie, una probabile scissione, dalla prova di forza sul referendum il premier passerebbe alla sfida dentro il suo partito. Non è un’impresa nuova: nel 2012 Renzi perse le primarie contro Pier Luigi Bersani per la premiership, nel 2013 fu eletto segretario del Pd e poi da premier trionfò alle elezioni europee. Tre campagne elettorali nazionali in diciotto mesi: l’uomo di Rignano sull’Arno è una macchina acchiappa-voti, su questo concordano tutti gli avversari. Chi sarebbe l’inquilino di Palazzo Chigi mentre Renzi prepara le sue rivincite? Il premier uscente immagina una figura politicamente sbiadita, incapace di rappresentare un competitore o di fargli ombra, lontano da lui quel tanto che basta per comunicare all’opinione pubblica che lui, il segretario del Pd, in quel governo c’entra poco o nulla, è solo una parentesi da chiudere in fretta. Sembra l’identikit del presidente del Senato Piero Grasso, la seconda carica dello Stato, in antichi rapporti di amicizia con Mattarella. Grasso fu protagonista di una violenta polemica nelle prime settimane del governo Renzi («è un arbitro, non può mettersi a giocare», lo attaccò il premier), poi la convivenza è stata pacifica, ma un governo guidato dall’attuale presidente del Senato sarebbe considerato da largo del Nazareno una soluzione accettata per stato di necessità e non una scelta politica. Governo istituzionale con una maggioranza larga che potrebbe arrivare ai confini del Movimento 5 Stelle. La variante, non solo di genere, è la presidente della Camera Laura Boldrini: per agganciare quel pezzo di sinistra fuori da Pd che non ha partecipato alla campagna del No, da Giuliano Pisapia al sindaco di Cagliari Massimo Zedda. «E poi», dicono gli esperti delle crisi, «chi ha una poltrona prestigiosa da lasciare come quella di una delle Camere parte avvantaggiato». Non è l’unico schema a disposizione di Mattarella, però. Anzi, l’esperienza consiglia di sperimentare un nome che segnali la continuità con il governo dimissionario. Se non è disponibile Renzi in persona a succedere a se stesso, almeno si può provare con uno dei ministri del suo esecutivo. In cima alle preferenze del Qui-

27 novembre 2016

15


Ingrandimento rinale, in questo caso, c’è il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan: il più qualificato per rassicurare i mercati, di casa a Bruxelles, garantirebbe la stabilità dell’Italia nonostante il cambio di governo. Non conosceva Renzi e all’inizio ci fu una diffidenza reciproca. Ma dopo il lungo viaggio che nel febbraio 2014 lo portò dall’Australia al Quirinale per il giuramento da ministro ha appoggiato lealmente tutte le scelte dell’uomo di Palazzo Chigi, dagli 80 euro all’ultima manovra finanziaria. Assicura continuità e profilo tecnico, in passato si arrivò a una soluzione simile, anche se il cambio tra Berlusconi e il suo ministro del Tesoro Lamberto Dini nel 1995 finì malissimo. Ma Mattarella non ha nessuna intenzione di trasformarsi nel regista di un ribaltone, come successe all’epoca a Oscar Luigi Scalfaro: l’interesse del Quirinale è tenere legato il destino di Renzi a quello di un governo nato per fare una nuova legge elettorale. Per questo, in caso di governo politico, potrebbero essere chiamati all’incarico altri ministri. In ribasso le quotazioni di Dario Franceschini, salgono quelle di Graziano Delrio, il più vicino all’attuale premier, l’unico ad averne davvero condiviso tutti i gradini della scalata al potere, da quando Matteo era sindaco di Firenze e Graziano sindaco di Reggio Emilia e presidente dell’Anci, l’associazione dei comuni italiani. Il suo sarebbe un governo Renzi-bis, ma senza Renzi. Guidato da un super-renziano ma dal volto umano: uno che ricostruisce e non divide, l’uomo della tregua dopo la guerra referendaria. Ma forse sarebbe considerato troppo vicino a Renzi. Negli stessi mesi dovrà essere riscritta la legge elettorale: per il Senato e per la Camera. E l’intero sistema politico senza distinzioni, da M5S a Silvio Berlusconi a Matteo Salvini, spinge per tornare alla proporzionale. Mani libere in campagna elettorale e governi che si fanno e si disfano in Parlamento. Renzi sembra già aver accettato questo modello dichiarandosi pronto a cambiare l’Italicum prima ancora che si sia votato per il referendum. In caso di sconfitta la modifica diventerebbe inevitabile. Sono gli scenari di cui si parla a una settimana dal voto. La fotografia del Palazzo sospeso. In cui il Sì sembra sempre di più la partita strettamente personale di Matteo Renzi. Perché tutti gli altri parlano già del Dopo. Q 16

27 novembre 2016

A Pechino tifano Sì «In Cina si teme l’instabilità. E un euro fragile che nuocerebbe ai mercati». Parla il corrispondente del Quotidiano del Popolo colloquio con Zhang Lei di Denise Pardo

I

L MALINTESO CINESE è che si tratti di una Brexit all’italiana. Che il referendum del 4 dicembre non sia un test su una riforma costituzionale ma che si riveli in realtà un quesito pro o contro l’Europa. E che la possibile vittoria del No sia il prologo per l’uscita dall’Unione e per l’abbandono della moneta unica. Lo scenario suscita una sorprendente apprensione in un paese asiatico molto lontano come la Cina «che segue con grande interesse le faccende italiane» spiega Zhang Lei, corrispondente in Italia del quotidiano People’s Daily, il “Quotidiano del popolo”, organo del Partito Comunista Cinese, diffusione dai 3 ai 4 milioni di copie. In un perfetto italiano, Zhang Lei spiega le ragioni del timore nel suo paese « purché sia chiaro che queste sono le mie opinioni, le considerazioni di un privato cittadino, non quelle del mio giornale e non rappresentano nessuna posizione ufficiale del mio paese».

In Cina c’è preoccupazione per il referendum. È così?

Zhang Lei, corrispondente a Roma del Quotidiano del Popolo

«Si. La preoccupazione c’è ma è più economica che politica. Si pensa che una vittoria del No nuoccia alla zona dell’euro e all’euro. E per noi è importante che l’euro non s’indebolisca. Oggi la globalizzazione finanziaria collega tutti i paesi e se l’euro subisce un danno avrà certamente un effetto sul denaro cinese. Il grande spettro è l’instabilità e non è affatto una buona prospettiva, visto che fino a oggi la Cina è il paese asiatico al primo posto per collaborazione economica con l’Italia e gli investimenti cinesi in questi due anni sono ancora molto aumentati.» C’è un equivoco di fondo. Non si decide l’uscita dall’Ue. Non è un’Italexit.

«È chiaro. Ma se vince il No e se - come sembra prospettarsi - cade il governo, le riforme preparate da Renzi saranno bloccate. Si dovrà ricominciare daccapo. Come? Con chi? Dal mio punto di vista l’Italia ha bisogno di un cambiamento profondo. Lo pensano le tante persone normali con cui parlo, medici, avvocati, lavora-


Ingrandimento NON SI VOTA SULLA MONETA EUROPEA, MA DA NOI QUESTA CONSULTAZIONE È VISTA UN PO’ COME LA BREXIT. E GLI INVESTITORI TEMONO CHE ANCHE L’ITALIA POSSA USCIRE DALL’UNIONE tori, tassisti, portieri. Che a farlo sia Renzi o un altro politico poco importa. L’unica differenza è che Renzi ha già iniziato». Come si è creato questo timore? Da noi ci sono stati altri referendum senza un simile clamore.

«Erano altri tempi. La Brexit ha segnato un solco da cui non si può prescindere. È vero che da voi il fenomeno populista non è così grave come nell’Europa del Nord. C’è la Lega, mi ricorda lei. In effetti, è anti Europa. E sì, ci sono anche i Cinque Stelle: ma secondo me, dopo la Brexit hanno aggiustato il tiro. Ho parlato con alcuni loro parlamentari e tranne qualche punta estrema non ho rilevato un reale filone anti Ue. In ogni caso non c’è nessuno che sia paragonabile a Nigel Farage, a Frauke Petry o a Marine Le Pen. Io sto preparando un articolo per spiegare bene il significato del referendum. Ho tanti amici italiani che si recano in Cina e tutti i cinesi che incontrano chiedono come prima cosa se anche l’Italia al pari della Gran Bretagna voglia uscire dall’Ue». Non avete uomini-ponte, rapporti bilaterali che possano spiegare come stanno le cose?

«I cinesi non sono come gli americani che vogliono influire su tutto, controllare tutto, fare i poliziotti universali. Come? Evidentemente possono influenzare il risultato di un referendum se Renzi è andato a Washington per chiedere a Obama che sostenga il Sì». Però ha vinto il repubblicano Trump. In effetti il Financial Times con un editoriale di Wolfgang Münchau ha paventato con il No l’uscita dall’euro. Pochi giorni fa il presidente cinese Xi Jinping ha incontrato Renzi in Sardegna. Hanno toccato il tema referendum?

«No. Ma a settembre quando il vostro premier ha partecipato al G20 di Hanhzhou ha parlato delle riforme in atto. Anche il mio paese sta lavorando a un’innovazione strutturale e da questo punto di vista Cina e Italia possono scambiarsi delle idee. Siamo a una svolta, a quella che viene chiamata la nuova normalità». Cosa sta succedendo?

«Nulla di più di un cambiamento. Negli anni passati la Cina ha guadagnato molto con l’export ma ora il mercato mondiale è segnato dalla crisi e non si è risvegliato. Adesso anche i cinesi chiedono più qualità che quantità quindi il modo di produrre deve cambiare per forza. Per questo è necessaria una riforma del sistema politico, un grande passo verso la semplificazione. Più mercato e meno centralizzazione del governo». Per tornare a noi, si dice che in attesa del 4 dicembre molti capitali cinesi diretti in Italia siano stati messi in stand by.

18

27 novembre 2016

«Non so esattamente quali ma credo che questa scelta non sia solo una posizione degli investitori cinesi. L’Italia fa parte del gruppo dei G7 e dei G 20, è un paese molto interessante per la Cina. Con noi c’è un legame culturale che risale ai tempi dell’antica Roma. Per questo la storia del referendum è seguita con tanto interesse con la preoccupazione che ogni piccola instabilità possa provocare una reazione a catena. Ha presente l’effetto farfalla?» Certo, quando piccole variazioni producono grandi cambiamenti nel lungo periodo. Ma la Cina investe moltissimo in Africa. E non si può certo considerarlo un continente politicamente stabile.

«Tra Cina e Africa c’è un’amicizia di lunga data. È vero, in Libia abbiamo investito tantissimo e la guerra ci ha danneggiato in modo considerevole. Così anche in Yemen. So che secondo i sondaggi molti giovani italiani voteranno No. Non hanno mai vissuto un dopoguerra e forse non capiscono fino in fondo quanto conti la stabilità di un paese. Devono pensare al futuro e se posso dare un consiglio, li esorto a studiare il cinese. Arabella, la nipote di Trump, figlia della bellissima Ivanka ha già cominciato e su Instagram c’è un video in cui vestita alla cinese canta in cinese per il Capodanno dell’anno della scimmia. Lo parla già benissimo». La stampa cinese ha difficoltà di rapporti con quella italiana?

«Sì. Preferiscono stabilire contatti con i giornalisti americani. Pochi parlano con noi, il loro vero interesse è la politica interna. Mi colpisce che se per esempio Renzi va all’estero i reporter al seguito continuino a porgli domande sull’Italia - «Salvini ha detto questo, come commenta?»- e non sul paese che sta visitando, sui nuovi accordi, sulle sue impressioni. Credo ci sia bisogno di una visione più aperta. Anche la vita quotidiana è legata ormai al mondo nella sua globalità». Non per difendere la categoria, ma nei suoi incontri forse è stato sfortunato. Con i politici invece come va?

«Non sono interessati a costruire un rapporto con i giornalisti orientali. Anche la stampa giapponese incontra delle difficoltà. L’unico con un approccio più internazionale è Romano Prodi». I rapporti del Professore con la Cina sono noti.

«In Cina l’attenzione e curiosità per comprendere il vostro paese è in aumento. Sa cosa penso? Che il timore, gli equivoci, le supposizioni sul referendum potrebbero diventare una reale pubblicità. Per i cinesi un’occasione di capire di più l’Italia. Per voi un imprevedibile grande spot». Q


Roberto Saviano L’antitaliano www.lespresso.it

Nel capoluogo lombardo i crimini diminuiscono. In quello campano crescono. Ma le risposte del governo dipendono dalle strategie elettorali

Soldati a Milano silenzio su Napoli

Foto: M. Chianura / Agf

NON SONO D’ACCORDO con chi pensa che basti parlare di un problema per averlo già per metà risolto. Soprattutto quando ci sono fenomeni che possono essere letti in maniera radicalmente diversa e per i quali le soluzioni proposte possono essere inutili, controproducenti o, peggio, utili solo a cercare consenso in campagna elettorale. Quindi se esiste solo ciò di cui si parla, è vero anche e soprattutto che esiste esclusivamente nel modo in cui se ne parla. Allora se a Milano in una settimana muore un dominicano e dei ragazzi filippini si accoltellano qual è il messaggio che la politica, in maniera opportunistica, vorrà far passare? Eccolo: Milano è pericolosa e quindi noi ci attrezzeremo perché vi siano più militari in strada che vi faranno sentire al sicuro. E ancora, a sparare, ad accoltellarsi, a rendere Milano pericolosa sono gli stranieri, quindi è necessario dire basta in un territorio che sta scontando l’accoglienza con la violenza. ECCO RIBALTATO TUTTO, ecco bloccata sin dall’inizio qualsiasi possibilità di ragionamento, di comprensione e di reale soluzione del problema. E quindi ecco di nuovo la linea politica di un governo che al suo interno ha tutto e il suo contrario: rassicurare l’uomo bianco spaventato in una fase in cui racimolare consenso e voti in vista del referendum è fondamentale. E Milano, città in cui i reati sono in diminuzione, ecco diventata all’improvviso una città che necessita di interventi immediati, che necessita della presenza massiccia dell’esercito. Natu-

ralmente il disagio giovanile o gli affari delle gang sudamericane a Milano, con la presenza di camionette dell’esercito disseminate random, non troveranno soluzione. Per il disagio giovanile il lavoro da fare è di gran lunga più impegnativo, per il contrasto alle gang sudamericane, un lavoro di intelligence sarebbe sicuramente più efficace. EPPURE, COMPLICE l’informazione che

gioca sulla velocità più che sull’approfondimento - la notizia della maxi rissa in piazza Città di Lombardia è stata a lungo prima notizia sui siti dei maggiori quotidiani nazionali - il sindaco Sala si è visto costretto a chiedere l’intervento dell’esercito. A lui alcuni insegnanti volontari della scuola di italiano per stranieri della Villa Pallavicini, che si trova in fondo a via Padova, in una delle zone più problematiche della città, hanno indirizzato una lettera su Repubblica: «Da anni il nostro impegno nei confronti degli immigrati si nutre della convinzione che il nostro lavoro debba basarsi su due semplici parole: accoglienza e scambio». Chiedere l’intervento dell’esercito è «una risposta che riprende la solita logica dell’emergenza. Eppure Milano, secondo le statistiche, è una delle città più sicure d’Europa, dove criminalità e tasso di omicidi negli ultimi anni sono decisamente scesi. Non sono scesi degrado e abbandono che affliggono le nostre periferie, e degrado e abbandono non si battono con le camionette dell’esercito». Spostiamoci a Napoli,dove secondo le statistiche la criminalità e il tasso di

omicidi non sono affatto diminuiti, dove i ragazzi delle paranze annunciano le prossime “stese” perché si raccolga pubblico che possa riprendere e postare i video sui social, perché sia chiaro chi comanda, chi fa più paura, chi bisogna temere e rispettare. SPOSTIAMOCI A NAPOLI, dove nel Quartiere Sanità, a un anno dalla morte di Gennaro Cesarano non sono state ancora installate le telecamere di videosorveglianza promesse dal governatore della Campania Vincenzo De Luca con la sua solita enfasi. Spostiamoci a Napoli, dove “stese”, omicidi, agguati non fanno più notizia, come i bombardamenti in Siria. Sapete quali sono le regole ciniche dell’informazione? Una catastrofe naturale dura due giorni, un attentato ne dura tre, a volte una settimana. Quello che nessuno vi dice è che ci sono attentati che non durano nemmeno un secondo, che ci sono sparatorie, accoltellamenti, omicidi di cui non vuole parlare nessuno. E allora mi sono chiesto perché a Milano il ministro Alfano manda l’esercito per due episodi di violenza e la cronaca napoletana passa sotto silenzio. Mi sono dato una risposta e me la sono data proprio partendo dall’appuntamento elettorale imminente (del resto c’è sempre un appuntamento elettorale alle porte): Napoli preferisce morire di criminalità organizzata pur di non essere rappresentata come una città violenta. Questo la politica lo sa, lo ha compreso. La lascia fare. La lascia stare. Non si sa mai che si possa racimolare qualche voto in più. 27 novembre 2016

21


Michele Serra Satira preventiva www.lespresso.it

I populisti sono al potere ovunque. Le Guardie Rozze rieducano gli intellettuali, la Chiesa riduce la messa a tre minuti e la Polonia invade la Germania

Papa Gigi dà udienza al premier Briatore 2027 Flavio Briatore, come ampia-

Foto: Filippo Milani

mente previsto dagli analisti fin dal 2016, vince le elezioni politiche in Italia. Il suo partito “Miliardari e Popolo” sbaraglia facilmente il Pd, il cui ultimo leader è misteriosamente morto avvelenato, come i suoi tre predecessori, la notte prima delle elezioni. Con Briatore a Palazzo Chigi si completa il trionfo dei partiti populisti in tutto l’Occidente. Giovenka Trump (la nipote) è la prima donna alla Casa Bianca: la fa rivestire, anche all’esterno, di moquette fucsia e nomina segretario di Stato Rudy, la sua renna di peluche. In Germania è al governo il direttore dell’Oktoberfest, Otto Bratt, il cui partito nazional-popolare ha come simbolo un’aquila in bretelle. Tutti pensavano che invadesse la Polonia, invece è la Polonia, governata dal terzo gemello Kaczynski, che invade la Germania. In Francia Marine Le Pen è all’Eliseo con il terzo marito, Gérard Depardieu. Anche il Conclave elegge il primo papa populista della storia: non proviene dalle gerarchie, è un sacrestano dai modi molto semplici che assume il nome di Papa Gigi e saluta la folla in Mondovisione alzando al cielo una bottiglia di prosecco. Il suo primo atto da Pontefice è allargare la Porta Santa per fare entrare il suo biliardo negli appartamenti vaticani. 2028 Papa Gigi riceve Briatore in Vaticano. Lo storico incontro dura pochi secondi perché, dopo la manata sulle spalle di saluto, i due non sanno cosa

aggiungere. Briatore regala al Papa una preziosa collezione di ombrellini di carta per guarnire i cocktail, il Papa a Briatore un santino di Pamela Prati. Esce la prima enciclica di Papa Gigi, “Populorum Popularis”, una paginetta scritta in stampatello nella quale si dichiara che la Trinità è la casta e che il solo vero Dio è il popolo, specie quello del quartiere Garbatella dove il Papa è cresciuto e sua sorella ha una merceria. 2037 L’Internazionale Populista ormai

domina il mondo. Il saluto ufficiale dei militanti è il saluto di Frascati, una variante meno marziale del saluto romano. In Italia il nuovo inno nazionale è un sorprendente inedito di Franco Califano, “Du spaghi e ’na ragazza che soride”, che prende il posto del vecchio Inno di Mameli, tipico della casta. Polemiche perché i calciatori della Nazionale hanno difficoltà a cantarlo prima delle partite. Il nuovo commissario tecnico, un barista di Treviso estraneo ai poteri forti, decide di non convocare più i calciatori professionisti e seleziona solo clienti del suo bar. Braccati dai servizi segreti, nascosti nelle soffitte o rifugiati nei monasteri, i professori universitari e gli intellettuali ricopiano a mano i pochi libri sopravvissuti al Grande Rogo del 2030, quando in tutto il pianeta le folle inferocite diedero fuoco alle librerie salvando solo le commesse. Massimo Cacciari, dimostrando uno spirito di sacrificio per il quale entrerà nella storia, ricopia l’intera opera di Sveva

Casati Modignani. Ovunque spadroneggiano le feroci Guardie Rozze, milizie specializzate nello smascherare gli intellettuali: basta lasciarsi sfuggire un congiuntivo e si è passati per le armi. 2047 La compattezza del Governo Mondiale Populista comincia a dare qualche segno di cedimento. Papa Gigi viene trovato morto nel suo letto, il giorno prima aveva proposto una Messa cantata di soli tre minuti («de ppiù, ’a ggente se rompe» la sua ultima dichiarazione pubblica) con musiche dei Vianella. Prende il suo posto un cardinale coltissimo, biblista, latinista, enigmista, che scrive correntemente in greco e fa il suo primo discorso in aramaico. Si farà chiamare Papa Eco, in memoria di Umberto Eco. La sua prima enciclica è di tremila pagine e può essere letta anche al contrario. È il segnale della svolta. In tutto il mondo la gente comincia a chiedersi se avere introdotto il rutto tra le specialità olimpiche sia stata la mossa giusta. Ai leader populisti non viene più risparmiato niente: vengono accusati di lavarsi poco, di parlare sempre a voce troppo alta e di avere causato alcuni inconvenienti non da poco, tra i quali la Terza guerra mondiale. Anche la sostituzione delle banche con il materasso e dell’euro con la stretta di mano non ha dato i frutti sperati. Come ogni rivoluzione, anche quella populista provoca una restaurazione. In tutto il mondo si eleggono solo leader con la erre moscia, la cravatta di cachemire e la scarpe inglesi con i buchini. 27 novembre 2016

23


Esclusivo

Il piano segreto per salvare la Rai 24

27 novembre 2016


rto ’O Rai l l Da lla o e mpale d a C r io ene n o g t An tore et dir

Tg. Testate storiche. Sedi regionali. Web. Presto tutto potrebbe cambiare. Riccardo Bocca svela il progetto che rivoluziona l’informazione nella tv pubblica

Q dir ett o pe re e r l’ dit C off or arl ert iale o V a i d erd nfo ella e rm R lli ati ai va

UELLO CHE STATE PER LEGGERE è il reso-

conto di un documento riservato, e che tale avrebbe dovuto rimanere. Pagine che raccontano dall’interno la verità attuale sulla televisione di Stato italiana e che testimoniano nel dettaglio l’odissea in cui si trova a navigare il direttore generale Antonio Campo Dall’Orto. Basta il titolo, stampato a caratteri maiuscoli, per capire l’importanza dell’argomento in gioco alla vigilia di un referendum che potrebbe ribaltare i tavoli della politica e non soltanto. Si chiama Piano editoriale per l’informazione Rai. Una proposta stesa in sessanta fogli A4 e accompagnata da un grappolo di allegati. Tutto a cura del direttore editoriale per il coordinamento dell’offerta informativa Carlo Verdelli e del suo gruppo di lavoro. Non una versione definitiva di ciò che avverrà tra il 2016 e il 2018, cioè il periodo di tempo considerato nel testo. E poco importa che in copertina si annunci, per fugare ogni dubbio, che i volumi in questione sono stati consegnati nel corso di questo mese al direttore generale Antonio Campo Dall’Orto. È comunque un work in progress, questo, rivedibile e perfezionabile. Materiale imbevuto di preoccupazione, in certi passaggi, e in altri invece forte di nuove idee e speranze. Un insieme di proposte che avrebbe dovuto essere completato per la fine dell’anno, «com’era stato annunciato ufficialmente in Commissione di vigilanza il 3 agosto scorso», e che invece è stato già messo a punto «visti i reiterati rilievi su presunti ritardi manifestati nei Cda del 5 e 6 ottobre, e ribaditi dal presidente della Rai Monica Maggioni nell’audizione in Commissione di vigilanza del medesimo 6 ottobre». 27 novembre 2016

25


Esclusivo

Pressioni che avevano portato i media a ipotizzare che fosse imminente il benservito della Rai a Verdelli, e che il suo staff avesse fallito la missione affidatagli. Scenario, per ora, da rivedere. «Onde temperare queste preoccupazioni», scrive Verdelli in apertura del documento, «si è ritenuto necessario realizzare anzitempo la stesura completa del piano, con indicazioni precise sul “dove si va”, o meglio, su dove, secondo il presente disegno, si dovrebbe andare». Quindi il piano, viene subito specificato, «può considerarsi completo dal punto di vista della proposta di strategia editoriale, ma è totalmente carente per quel che riguarda gli “economics” che quella strategia dovrebbero supportare». E per lo stesso motivo, si prosegue, sono forzatamente assenti in questa stesura «la ricaduta sulla parte logistica che il progetto contempla, la revisione puntuale sul sistema di produzione delle news e i criteri di riorganizzazione sul fronte della gestione del personale giornalistico ma non solo».

26

27 novembre 2016

NON SI TROVANO SOLTANTO i dettagli su come la Rai potrebbe e vorrebbe a breve cambiare, nel Piano editoriale per l’informazione preparato da Carlo Verdelli per il direttore generale Antonio Campo Dall’Orto. C’è anche, nell’allegato con il titolo La Rai oggi, il monitoraggio nelle varie fasce giornaliere delle news della concorrenza. Una sequenza di giudizi che si apre, nel video-spazio tra le

MAI PIÙ NOTIZIE MONOTONE

U

N TRIPUDIO DI PRUDENZE che è stato inserito nel paragrafo chiamato Avvertenza. Poi, dal valzer tenue dei distinguo, si passa alla vivisezione lucida e impietosa di ciò che è oggi il teleservizio pubblico. «I tempi», avverte Verdelli, «non stanno cambiando: i tempi sono già cambiati. L’informazione Rai, no». Al contrario, l’azienda di viale Mazzini «è ferma da decenni, e rischia di perdere contatto con il tempo presente e chi lo abita». Un discorso che vale in particolare «per lo sviluppo nel digitale, e più in generale per il modo in cui è ancora concepita e organizzata l’informazione». La più grande fabbrica di news italiana a ciclo continuo, insomma, «è divisa per comparti che non comunicano tra loro e si vivono come concorrenti». Una logica applicabile, stando alle analisi di Verdelli, sia alle «testate, ovvero i tg e i programmi a loro ricondotti», sia alle «reti e i programmi di approfondimento giornalistico che organizzano». Ciascuno procede per conto proprio, con un abuso di miopia che alimenta inefficienze e tensioni. «E il fatto di avere un canale all news come Rainews24, nato nel 1999 e mai davvero decollato negli ascolti, «non sembra avere minimamente influenzato la corsa “privata” di ogni testata, di ogni rete, dal primo mattino alla notte inoltrata». Le conseguenze, certifica senza reticenze il Piano editoriale per l’informazione Rai, sono pesanti. «Dal 2011», ad esempio, «salvo l’eccezione del Tg1 delle 20, tutti i tg Rai e a tutte le ore perdono quote d’ascolto, dall’uno al quattro per cento». E siccome il trend di decrescita è costante, «si può pensare di invertire la rotta solo con un intervento deciso e mirato, edizione per edizione, testata per testata». Una sfida in salita, viziata da presupposti che farebbero tremare i polsi a chiunque. Basta scorrere, per rendersene conto, le considerazioni generali incluse nell’allegato che ha per titolo La Rai oggi. Dopo aver sparso profumo di ottimismo (spiegando che «l’offerta informativa della Rai nulla ha da invidiare ai diretti concorrenti delle reti generaliste»), e avere pacatamente ammesso che «diverso è il discorso per il canale all news (che al momento «vede in Sky

Foto: Pagine 24-25: C. Minichiello / Agf, F. Lo Scalzo / Agf. Pagina 26: P. Tre / A3

Il piano segreto per salvare la Rai

Studio Aperto? Non ci piace


sei e le dieci del mattino, con i complimenti a La7, che propone «informazione con mezzi e spesa minimi ottenendo la massima resa», e che può schierare in palinsesto un talk show come Omnibus che la Rai considera «gradevole, con ospiti ben scelti, condotto pacatamente e non superficiale». Meno lusinghiera, invece, è l’opinione espressa nella stessa fascia sulle edizioni tra le 6.15 e le 7.45 del Tg5,

proposte con «il titolo identico di Prima Pagina». Dopo l’edizione iniziale, si nota, «i flash informativi si ripetono sostanzialmente immutati da un’edizione all’altra, e tendono a ripetere immutati errori piccoli e grandi e vezzi di linguaggio o di scelta, senza mai arrivare a correggere il tiro». Una critica, quella a Mediaset, che include anche l’edizione di Studio Aperto delle 12.25 su Italia1, dove i conduttori sarebbero

«spigliati» ma «poco memorabili», mentre la cronaca «ha uno stile emotivo, drammatizzato e non si censurano mamme piangenti e parenti rabbiosi», con l’uso di «vox populi che nulla aggiungono».Tutt’altro discorso, secondo la Rai, meritano infine “L’aria che tira” su La7 condotto da Myrta Merlino («l’approccio agli argomenti politico-economicosociali è competente, la conversazione che si sviluppa

è interessante e ironica»), e nella fascia dalle 18 alle 24 sia Sky Tg24 Economia delle 18.30 («conduttore molto autorevole e chiaro, spazio agile e di facile comprensione anche per il grande pubblico»), sia l’edizione delle 20 del Tg5, dove i conduttori sono «riconoscibili e autorevoli» e in alcuni casi «sono migliori, rispetto al concorrente Tg1, la capacità di racconto dei grandi eventi e i quadri R. B. di insieme».

Autocritica “L’orologio delle news sembra essersi fermato alla fine del Novecento. Poco si è fatto per risintonizzarsi con il pubblico” un più organizzato e moderno competitor»), s’impilano una sull’altra tutte le criticità che nell’azienda pubblica segnano il fronte giornalistico. Un elenco listato a lutto in cui le perplessità si sprecano. I tg, si sostiene, sono «molto simili fra loro», con una gerarchia delle notizie «classica e quasi identica da un giornale all’altro», la struttura della scaletta è «monotona», rinfrescata da «rari collegamenti e studi quasi inutilizzati», e persino quand’è presente un ospite «l’impressione che se ne ricava è di staticità e rigidità». Niente di irrimediabile, sia chiaro, se fosse soltanto questo il punto. Cervelli e talenti, per quanto spesso sottoutilizzati, non mancano nella macchina delle news Rai. Ma la radiografia fatta da Verdelli si spinge parecchio oltre, e affonda la lama nel cuore della quotidianità. I servizi di politica, per dire, vengono definiti «una serie di dichiarazioni senza contraddittorio, con raccordi di testo e molte immagini», mentre quelli di economia patiscono spesso un «contenuto superficiale» e troppo «tecnico, con poche grafiche e immagini di repertorio viste e straviste». Per non parlare dei contributi «scarsi» delle sedi regionali (vedi box) nelle edizioni principali dei tg generalisti», delle «pochissime notizie di scienza e medicina», del linguaggio «poco colloquiale, molto scritto, con luoghi comuni e frasi fatte», della «poca attenzione alla corretta pronuncia di parole e nomi stranieri», e dell’insieme di «sigle e titoli poco pensati e poco creativi». Un inferno, o qualcosa che gli somiglia molto. Una vertigine di arretratezza che non può essere sanata con rimedi blandi. Tredicimila dipendenti, dei quali oltre 1.700 giornalisti con un’età media di 51 anni, che si ritrovano a sbattere contro la

sentenza complessiva scritta dal direttore Verdelli: «L’orologio dell’informazione Rai dà l’impressione di essersi fermato alla fine del Novecento. In pochi anni sono cambiate le persone, il modo in cui impiegano il loro tempo, i loro interessi, e poco si è fatto in Italia, nei mass media in generale (e non solo in Rai) per risintonizzarsi con questo pubblico in mutazione e anzi già mutato». Ecco, scandisce a un certo punto Verdelli nel suo progetto di resurrezione catodica: «“cambiare” è il verbo centrale di questo piano, perché è il mondo intorno alla Rai che è cambiato e tocca a noi inseguirlo». Dopodiché viene anche il sistema di contromisure per uscire da una palude in cui tutti rischiano di sprofondare, visto che «l’ultima riforma strutturale» della televisione pubblica «risale a quarant’anni fa, con la tripartizione delle reti a seconda della rappresentanza politica».

PAROLA D’ORDINE: FUSIONI

L’

IDEA DI BASE, SI LEGGE, è quella di riorganizzare il «pulviscolo di testate e edizioni che da decenni inchioda le risorse dell’azienda e ne soffoca qualsiasi ipotesi di sviluppo moderno». Un’operazione ai limiti dello spericolato che va a incrociare, non certo in un clima sereno, «la prassi consolidata secondo cui gli organici delle varie testate sono fissi e inamovibili, con i direttori a presidiarli come un bene stabilito a priori e inalienabile». Un’ingessatura, 27 novembre 2016

27


Esclusivo

Il piano segreto per salvare la Rai

la chiama Carlo Verdelli. Un ostacolo insormontabile per chiunque voglia realizzare un «cambiamento serio nell’organizzazione del lavoro giornalistico aziendale». Ma anche un terreno di confronto obbligato «in primis con il consiglio di amministrazione, che rappresenta le voci di quel pubblico che la Rai è chiamata a servire», e «tutti i corpi intermedi dell’azienda e con tutte le rappresentanze sindacali».

Tutte le Regioni guaio per guaio

NEL PIANO EDITORIALE per la nuova informazione è stato riservato un intero allegato alla Testata giornalistica regionale, che come spiega il documento stesso rappresenta la struttura «più articolata sul territorio e quella che impiega il maggior numero di giornalisti Rai». Una realtà preziosa, si certifica fin dalle prime righe, ma anche un ramo del servizio pubblico in cui abbondano le contraddizioni. È sufficiente giungere a pagina tre e leggere la relazione sulla Tgr Abruzzo, per capire cosa s’intende. Il «prodotto», si spiega, è «di qualità incostante», all’interno della redazione si trovano «alcuni casi delicati», la sede è in «pessime condizioni», e per giunta «non ancora passata al digitale», mentre la pagina Facebook è in stato di «semi abbandono», non esiste «alcun mezzo satellitare per dirette» e sul processo produttivo «pesa molto l’arretratezza delle dotazioni tecniche, davvero preistoriche». Segue pausa di imbarazzo. Dopodiché, però, è il caso di precisare che nella Tgr esistono anche capitoli meno bui, e anzi piuttosto felici a volte, come nel caso della Liguria: «una delle testate regionali che più lavorano anche con i nazionali fornendo servizi, collegamenti e approfondimenti di livello generalmente molto buono e non solo di cronaca». Lo stesso applauso, anche se con modalità

28

27 novembre 2016

Nulla che possa avvenire in scioltezza. Anzi l’inizio, sulla carta, di un viaggio ostico che nei documenti riservati della Rai alloggia dentro al paragrafo Nuove News. Qui si trovano, punto per punto, le rivoluzioni che Verdelli ha sottoposto al vaglio del direttore generale Campo Dall’Orto per le dieci testate Rai (che vanno dal Tg1 al Tg2, dal Tg3 alla Tgr, da Rainews24 al Giornale radio Rai, da Rai parlamento a Rai gr parlamento, fino a Rai sport e Rai televideo). Un cambiamento che prevede tre accorpamenti, «al netto delle problematiche tecnologiche da affrontare per renderli possibili», e che indica in prima battuta la fusione tra le strutture di Rai parlamento e Gr parlamento, genitrici di un’unica testata che «potrebbe prendere il nome di Rai Istituzioni». Obiettivo: «raccontare e spiegare, in modo chiaro ed efficace, tutti i luoghi e non solo il parlamento dove si discutono e si prendono decisioni che interessano i cittadini», con vocazione specifica al monitoraggio di quanto accade nelle istituzioni europee. Un’area di intervento prevista sia sul fronte televisivo, sia su quello radio e digital. E non è, come anticipato sopra, finita. La seconda fusione pensata è quella «tra la parte tv e radio» di Rai sport, per razionalizzare le spese in eventi come il Giro d’Italia o la Formula 1, dove «le squadre di lavoro attualmente si raddoppiano senza alcuna sinergia d’azienda». E intanto, mossa ben più clamorosa e impattante, Verdelli in-

differenti, che nel documento viene rivolto alla Tgr Calabria, la quale «in un anno ha completamente cambiato il proprio prodotto, che era antiquato e molto condizionato dalla politica». Ora, si spiega, «i notiziari televisivi, Buongiorno Regione e le rubriche di questa sede sono tra i migliori di tutte le sedi regionali». Il che rincuora, da un certo punto di vista, perché dimostra che con gli uomini e le scelte giuste tutto può migliorare. Solo che poi, sfogliando lo stesso allegato Rai, s’inciampa in altri esempi meno entusiasmanti. Come quello della Tgr Emilia Romagna, con la redazione di Bologna che «soffre da anni di grossi conflitti interni», «rapporti complicati con le testate nazionali» e «prodotto radiofonico decisamente meno curato di quello televisivo». E se il barometro torna a segnare sole quando si passa alla Tgr Piemonte, o quella della Sicilia, lo scenario volge di nuovo al brutto curiosando in Puglia («redazione piuttosto stanca e insoddisfatta») o in Umbria, dove a gravare sulla qualità del lavoro c’è «il numero risicato dei redattori, l’impossibilità di sceglierli, il budget ridotto e l’assenza di formazione». Riuscirà dunque la Tgr, con i suoi oltre 600 giornalisti e 80 telecineoperatori distribuiti all’interno di 21 sedi, a diventare un pianeta più efficiente e sereno? Carlo Verdelli, nel suo piano strategico, punta per riuscirci alla creazione di cinque macro-aree (Nord Ovest, Nord Est, Centro Nord, Centro Sud e Sud), che non cancellerebbero le sedi esistenti oggi, ma prevederebbero al posto degli attuali direttori di sede un dirigente responsabile in ogni macro-area, mentre la direzione giornalistica della Tgr R. B. resterebbe a Roma.


Giornalisti in numeri

DEGRADO CAPITALE Quattro immagini del degrado presente nella sede della Tgr Lazio a Saxa Rubra. Sono tratte dall’allegato Documenti del piano editoriale per le news della Rai

in

Di Di pe pe d te a t nde ete a t nde rm em nt rm em nt in po i in po i at at o o

de

Direttore editoriale per l’offerta informativa 7 Telegiornale 1 135 Telegiornale 2 129 Telegiornale 3 95 Testata giornalistica regionale 574 Rai sport 116 Rai parlamento 35 Rai news 170 Uffici di corrispondenza dall’estero 19 Rai 1 17 Rai 2 5 Rai 3 22 Rai cultura 2 Rai gold 1 Radio 1 Radio 1 (comprende Giornale radio) 204 Canali radio di pubblica utilità 6 Coordinamento editoriale palinsesti televisivi 1 Direzione generale 15 Staff del presidente 4 Segreteria del consiglio di amministrazione 1 Prix Italia 2 Coordinamento sedi regionali ed estere 4 Comunicazioni relazioni esterne, istituzionali, internazionali 15 Digital 1 Palinsesto 1 Risorse umane e comunicazione 3 Produzione tv 1 Risorse distaccate presso società del gruppo 3 Totale 1.589

5 4 1 95 3 1 17 1

9

1

To t

al

e

7 140 133 96 669 119 36 187 19 18 5 22 2 1 1 213 6 1 15 5 1 2 4

3

140

18 1 1 3 1 3 1.729

27 novembre 2016

29


Esclusivo Dipendenti in reti e testate Di Di ind pe p d n et a d et a end er te en er te en m m ti m m ti To ina po ina po ta to le to TESTATE Telegiornale 1 Telegiornale 2 Telegiornale 3 Testata giornalistica regionale Rai sport Rai news Rai parlamento

58 54 48

10 3 4

68 57 52

170 70 57 17

19 10 2 3

189 80 59 20

RETI Rai 1 422 Rai 2 215 Rai 3 354 Rai cultura 330 Rai gold 83 Rai ragazzi 47 Radio uno (comprende giornale radio) 74 Totale 1.999

29 21 28 16 14 6

451 236 382 346 97 53

8 173

82 2.172

vita Campo Dall’Orto alla «fusione (in una Newsroom Italia, ndr) tra Rainews24 e Testata giornalistica regionale, creando un polo informativo con un solo direttore e con flusso continuo sia dal mondo sia da ogni parte d’Italia, più l’ideazione e la realizzazione del progetto per il canale Italia in lingua inglese».

TAGLI LINEARI? NO GRAZIE

L

A LOGICA GENERALE, emerge da ogni pagina

di questo documento, è sprovincializzare l’anziana mamma Rai e aiutarla a guardare il mondo con occhi giovani. Basta pigrizie e barocchismi inutili. E basta, soprattutto, con il piglio romanocentrico («il quartier generale della Rai è a Roma, così come tutte le sedi principali di testata», scrive Verdelli, «ma l’Italia è diventata sempre più policentrica e la città di maggior peso - non solo economico - più al passo con le grandi

Il piano segreto per salvare la Rai

Trasferimenti “Pur restando nazionale e generalista, il Tg2 a Milano dovrà avere un’identità laica, moderna e anche sperimentale” capitali europee oggi è Milano e non più Roma). Parole propedeutiche a un altro drastico cambio di scenario, secondo cui il Tg2 passerebbe dalla città del Tevere a quella del Naviglio. Perché «al posto della politica e della tradizione» va messa «la geografia», perfetta stando a Verdelli nel quadro di rinnovamento della seconda rete. «Il Tg2 a Milano», scrive, «pur restando nazionale e generalista, avrà un’identità che si riallaccia a quella sua storica di telegiornale laico, moderno e anche sperimentale». La svolta, da una parte, per affermarsi sempre più come servizio pubblico dopo la scomparsa delle «ideologie a sostegno del vecchio modello della tripartizione», e dall’altra parte per non restare una Rai «ancorata a un mondo che non esiste più» dove le attuali testate, con le loro sovrapposizioni e mancanza di coordinamento e flusso informativo, «hanno portato negli ultimi anni a una costante decrescita dei ricavi, troppo spesso risolta con tagli lineari del budget, senza considerare il mancato guadagno in termini di immagine (e di perdita di pubblico) che ne è derivato per l’azienda». 27 novembre 2016

31


Esclusivo

in

Di pe a te t nde rm em nt in po i at o

de

Operatori e corrispondenti Il piano segreto per salvare la Rai

FUGA DALLA CAPORETTO WEB

L’

ALTERNATIVA, IN ALTRE PAROLE, è quella di

sparigliare. A costo di scontentare molti e accontentare pochissimi. Nella più intima consapevolezza che il tempo a disposizione è poco, che la politica non è una sponda ma un impedimento, e che la tecnologia in questa partita gioca un ruolo essenziale. Non a caso Verdelli critica, nel suo piano d’intervento, i risultati delle notizie online della Rai, che «viaggiano intorno ai 230 mila utenti unici» giornalieri, mentre «il primo sito è Repubblica con 3 milioni e mezzo di visitatori, seguito dal Corriere della Sera con 2 milioni e mezzo e da Tgcom di Mediaset con un milione». Un «baratro imbarazzante ed editorialmente insostenibile», lo chiama il direttore editoriale per il coordinamento dell’informazione, che poi spara ancora a zero parlando di una «Caporetto digitale in cui il comparto dell’informazione sportiva» si piazza soltanto quinto in Italia con 85 mila utenti unici. «La più cruciale scommessa editoriale di questa gestione», fa notare Verdelli, «è colmare questo baratro», cioè «portare

Ultimatum “Servono scelte coraggiose e servono adesso, nei prossimi due anni, altrimenti potrebbe essere davvero troppo tardi” 32

27 novembre 2016

Telegiornale 1 Telegiornale 2 Telegiornale 3 Testata giornalistica regionale Rai sport Direzione generale Quirinale Totale

8 12 7 80 3 1 111

rapidamente la Rai in cima alle classifiche del digitale nel posto che le compete, essendo di gran lunga la prima fabbrica di informazione italiana». E per riuscirci, l’ipotesi offerta a Campo Dall’Orto è quella di costituire una nuova testata (Rai24) con un apposito direttore responsabile, sotto cui possano confluire «sia lo storico e indispensabile servizio di Televideo, sia l’attuale sito Rainews.it, entrambi finora sotto la direzione di Rainews24». Una centrale online che dovrebbe essere operativa ventiquattr’ore al giorno, e che sulla carta prevede una redazione strutturata in sei desk principali (News, Visual, Social, Data, Sport e Televideo) abbinati a una serie di presidi digitali presenti nelle testate giornalistiche. «Il traguardo», scrive Verdelli, «è l’informazione Rai dove vuoi tu, quando vuoi tu, come vuoi tu», accogliendo così alla lettera lo slogan caro a Campo Dall’Orto che recita «Rai per te, per tutti».

INTERAZIONE, ALLEGRIA, DINAMISMO

U

N OBIETTIVO, PREVEDE IL PIANO di Verdelli,

che al più presto dovrà coinvolgere i telegiornali nazionali Rai, partendo dal Tg1 (che «gli spettatori considerano sobrio, autorevole e confortante», ma vorrebbero «meno ingessato nello stile di conduzione»), passando per il Tg2 (da sviluppare «a livello visivo, nel ritmo ancora più essenziale e più interattivo») e arrivando al Tg3 (che ha «l’immagine di un tg professionale, critico e di spessore culturale, ma anche troppo chiuso e austero sia nello studio che nella conduzione», per cui dovrebbe restare «fedele alla mission di Rai3» ma in chiave meno «doveristica»). «Servono scelte coraggiose», ammonisce concludendo Verdelli. E «servono adesso, nei prossimi due anni», sostiene, perché «dopo potrebbe essere troppo tardi». Resta soltanto da capire se le soluzioni da lui individuate siano quelle giuste, e se i vertici attuali Rai, qualora dovessero condividerle, abbiano la possibilità e la determinazione per intervenire con testa lucida e mano salda sulla televisione pubblica. Domande che ancora vagano in cerca di risposte concrete. Riccardo Bocca


News Attualità Mini partiti

Chi si rivede: il Psi in tribunale

Katrín for premier La quarantenne leader del Movimento Verde di Sinistra, Katrín Jakobsdóttir, ha ricevuto l’incarico di formare un nuovo governo in Islanda dopo che il centrodestra (primo alle elezioni di un mese fa, ma privo di sufficienti alleati) ha gettato la spugna. I Verdi di Sinistra, arrivati secondi, tenteranno di formare una coalizione con i Pirati (terzi), i socialisti e altri gruppi minori. Jakobsdóttir è una giornalista free lance madre di tre figli. La leader dei Pirati, Birgitta Jonsdottir, si è detta ottimista sulla possibilità di trovare un accordo di governo.

REYKJAVIK

Susanna Turco

ROMA A un primo sguardo si potrebbe supporre non esistano più: invece i socialisti italiani del Psi sono vivi, esprimono persino un viceministro (Riccardo Nencini) e soprattutto lottano tra loro. Se le stanno dando di santa ragione pure davanti al giudice. E per cosa? L’accusa è quella di aver gonfiato le tessere: lo sostengono cinque membri di Area socialista, che hanno portato in Tribunale la segreteria del partito. Perché, dicono, i delegati al congresso non corrispondevano ai tesserati, né ai soldi in cassa: e comunque, erano due anni che chiedevano invano l’elenco iscritti. Ovviamente la questione, più che tecnica, è politica. Per ora, il risultato è una decisione mai presa prima da un giudice: il Tribunale di Roma ha infatti sospeso gli esiti e le proclamazioni dell’ultimo congresso del Psi (Salerno, 2016), riportando le lancette a quello precedente (Venezia, 2013) . In pratica, la dirigenza è largamente rimasta uguale: Nencini era segretario anche prima (è al quarto mandato), il tesoriere è lo stesso, l’80 per cento della segreteria pure. Politicamente, la vicenda si chiarirà il 7 dicembre, quando è attesa la sentenza in Tribunale (Nencini ha naturalmente fatto ricorso). Troveranno poi pace? S.T.

Voci dal palazzo

ROMA Ora che a causa del suo forsennato attivismo referendario è finito nell’“accozzaglia” del No, Renato Brunetta, capogruppo di Fi alla Camera, nei crocchi di Palazzo è evocato anzitutto per la caparbietà. Linea rossa di una carriera politica, talmente spiccata - dicono - da risultare condizionante pure sulle scelte di

34

27 novembre 2016

Berlusconi. Taluni ricordano ad esempio quella volta che, quasi fatta la scissione con Alfano, al telefono dallo studio di Verdini a Piazza San Lorenzo in Lucina, Brunetta si mise a urlare in viva voce contro il Cavaliere, fino ad ammutolirlo e persuaderlo a fare come diceva lui. Altri recano impressa l’immagine dell’economista disteso,

spalmato sul tappeto nello studio di Berlusconi, immobile come una mummia, intento a ripetere «non mi muovo di qui finché non ottengo l’incarico». L’incarico era quello di vice coordinatore di Fi: e tra i mugugni dei vertici, nella sua versione simil Gandhi (ma passivo-aggressivo), Brunetta ottenne pure quello.

Foto: Ap/Ansa

Brunetta mito dei passivi-aggressivi


Denise Pardo Pantheon www.lespresso.it @pardo_denise

Il suo ufficio è a Francoforte, ma torna sempre più spesso dalle nostre parti. Perché è, come si dice, una riserva della Repubblica. Che può entrare in campo

Un Draghi si aggira per l’Italia LITURGIE, RITI E PENSIERI segreti. Secondo un comune sentire dei volponi della comunità politico-finanziaria tutte le strade portano a Mario Draghi, prima o poi. Il plastico della rappresentazione, più nitido di quelli delittuosi del salotto Vespa, è stata la cerimonia di commemorazione di un grande d’Italia, il Presidente emerito Carlo Azeglio Ciampi. A parlare di lui è intervenuto il sancta sanctorum che l’ha conosciuto bene, dallo skyline di Francoforte è planato anche il presidente della Bce. «Mario è spesso qui», hanno notato maliziosi gli uomini dei cordoni della borsa nell’atmosfera da film Shining tipica del Mef, gergo del milieu istituzionale per indicare il ministero dell’Economia. IN UNA PARATA da Gazzetta ufficiale tra il pubblico alcuni casi più da ufficiale giudiziario - seduta al tavolo d’onore la generazione Ciampi nell’era della generazione Erasmus ha celebrato vita, opere, euro-miracoli del compianto Presidente e il battesimo a suo nome della sala della Maggioranza del dicastero. Alla presenza del Capo dello Stato Sergio Mattarella, ha parlato per primo il padrone di casa, il ministro Pier Carlo Padoan, deus ex machina della cerimonia e soprattutto papabile per un dopo Renzi. Poi Ignazio Visco, governatore della Banca d’Italia, seguito da Draghi, Romano Prodi, Giuliano Amato, Giorgio Napolitano. Una delizia, cosa anelare di più? NON SARÀ la meglio gioventù. Ma la

cerimonia ha messo insieme il meglio dei pallavolisti del potere perché tutti, meno Visco, si sono scambiati la corona di

qualcosa, di ministro economico, di premier, di capo dello Stato. È il dépliant delle mitiche riserve della Repubblica. Solo uno ancora da testare, signori e signore, Mario Draghi. AL MOMENTO il trono è sul Meno, anche se da padrone del mondo il presidente Bce gira il mondo. In patria si fa vedere spesso. Non manca una celebrazione. Come papa Bergoglio non lesina le telefonate. E se il vocabolario è da Mit, il senso è da manifesto politico. Nel rendere omaggio a Ciampi, Draghi ne ricorda il metodo, il dare grande fiducia ai collaboratori senza rinunciare a un saldo controllo, l’essere inclusivo e aperto. Non proprio lo stesso stile di Renzi hanno pensato subito tutti. Un pensiero sconveniente che Draghi, anima attenta, di sicuro non avrà voluto provocare. PRIMA E DOPO la cerimonia i banchieri

commentano gli umori di Padoan e i movimenti di Draghi. Per forza, il momento è caliente. C’è il referendum nostrano e nello stesso giorno il voto in Austria. Angela Merkel è candidata al cancellierato per la quarta volta sotto

ALLA COMMEMORAZIONE DI CIAMPI, HA SPIEGATO COME SI COMPORTA UN PREMIER “INCLUSIVO”. E TUTTI HANNO PENSATO A QUELLO ATTUALE, CHE TANTO INCLUSIVO NON È

venti sempre più impetuosi dell’anti europeismo. E una Marine Le Pen a un passo dall’Eliseo non aiuterebbe certo l’Unione. Incognite da melatonina per l’inquilino del grattacielo della Sonnemannstrasse. L’ANNO DELLA SCADENZA dalla Bce, il 2019, sembra lontano. Ma chi conosce Draghi sa che non è uomo da lasciare al caso il suo destino. Nella sala del Mef molti si domandano se potrebbe essere davvero un futuro premier. La leggenda racconta che considerava un azzardo puntare a Palazzo Chigi, parlando non di sé ma in generale, senza la legittimazione del voto. Più consono al personaggio, sarebbe infatti un pensierino al Colle occupato fino al 2022 da un presidente allevato alla scuola democristiana. Come il ministro del Tesoro Giovanni Goria del resto, l’unico politico di cui Draghi è stato consigliere al tempo del governo di Bettino Craxi. INTANTO SUL PALCO Visco, Draghi, Prodi, Amato, Napolitano s’alternano a ricordare gli alti valori perseguiti da Ciampi. E come spesso nella liturgia di Palazzo il sacro delle parole alate si accompagna al profano di un pubblico poco celestiale composto anche di personaggi che non avrebbero potuto varcare la soglia di casa Ciampi. MA È IL RITUALE contare più di tutto. Si

ricorda il passato glorioso (Ciampi) pensando al futuro (Draghi) tenendo presente il presente (Padoan) e i presenti. Prima o poi, si diceva, tutte le strade portano al presidente Bce. Senza trascurare possibili deviazioni, vedi Padoan . 27 novembre 2016

35


La prossima America

L’era paurosa della

CAOS ECON L

A TRUMPOLOGIA è una delle scienze meno esatte dell’età contemporanea. Già predire le mille variabili dell’azione umana, avvolta da ignoranza, eterogenesi dei fini, avversità o colpi di fortuna, è complicatissimo: figuriamoci quando si tratta di capire le mosse del personaggio più incoerente che abbia calcato la scena politica occidentale nel dopoguerra. Tuttavia, farsi un’idea di come l’amministrazione Usa si muoverà nel futuro

in campo economico non equivale a un innocuo divertissement tipo indovinare il nome della prossima fidanzata di Brad Pitt o dell’allenatore dell’Inter nel 2017. Imprese, individui, governi devono scegliere come investire e quali mercati approcciare: cercare di prevedere che direzione prenderanno gli Stati Uniti è essenziale e sbagliare costa soldi. Per evitare di cadere nell’astrologia assumiamo allora che il Presidente Trump non si discosterà sostanzialmente da quanto promesso dal candidato Donald nel corso della campagna elettorale e vediamo l’effetto che fa.

Foto: Bloomberg/Getty Images

di Alessandro De Nicola

36

27 novembre 2016


Dal commercio alla spesa pubblica, fino alle tasse: le ricette del nuovo presidente Usa sono un mix di contraddizioni. Che potrebbero scatenare effetti opposti alle sue promesse

ONOMY IL COMMERCIO INTERNAZIONALE

La posizione protezionista di Trump ha probabilmente determinato la sua vittoria più delle sparate anti-immigrazione. In campagna elettorale il magnate ha più volte minacciato di rinegoziare o abolire il Nafta, il trattato di libero scambio tra Usa, Canada e Messico, definito come il “peggiore al mondo”. Non migliore trattamento ha ricevuto il Tpp, accordo già firmato tra 12 paesi che si affacciano sul Pacifico (dall’Australia al Giappone, dal Cile a Singapore, escludendo però la Cina), ma non ancora ratificato dai Parlamenti, tra cui il Congresso americano che ne ha rinviato l’esame sine die. The Donald lo ha paragonato a uno “stupro”. Il Ttip, sul quale da noi tanto si discute, è stato relativamente ignorato durante la campagna elettorale Usa, forse per la percezione che essendo l’Europa vecchia e debole, non è una vera minaccia. Comunque sia, la Commissaria Ue al commercio, Cecilia Malmström, ha realisticamente sospeso i negoziati. Infine, la Cina è un vero capro espiatorio nella narrativa trumpiana: l’invasione dei suoi prodotti distruggerebbe i posti di lavoro americani nel manifatturiero e quindi sono stati minacciati dazi addirittura fino al 45 per cento sul valore delle merci. Uno dei consiglieri economici del presidente eletto, il professor Peter Navarro dell’Università della California, ha scritto articoli di fuoco proprio dedicati alla concorrenza sleale dell’Impero Celeste. Il mantenimento delle promesse avrebbe conseguenze ovvie: innalzamento di Donald Trump in un monitor alla Borsa di Wall Street

barriere e tariffe doganali sulle merci importate negli Stati Uniti, incentivi o sanzioni per il rimpatrio dei profitti delle società americane generati all’estero, stallo dei negoziati su nuovi patti, rinegoziazione dei vecchi. L’effetto sul commercio internazionale sarebbe deleterio soprattutto se le mosse Usa scatenassero ritorsioni a catena. La magra consolazione per noi europei è che la nostra situazione non dovrebbe peggiorare di tanto se non per mancate opportunità e minor presenza di società americane nelle giurisdizioni a bassa tassazione come Irlanda o Lussemburgo. Forse, con un po’ di fortuna, si assisterebbe a un’intensificazione della cooperazione tra Asia, Europa e Sudamerica. Ma… SPESE, TASSE E TASSI

La seconda parte del programma economico trumpiano potrebbe non rendere facile la vita alla prima. The Donald ha promesso forti riduzioni alle imposte sul reddito, societarie, di successione. Preso alla lettera si tratterebbe di un taglio persino più grande di quello della rivoluzione reaganiana: l’equivalente del 4 per cento del Pil contro il 3. E, come Reagan fece schizzare il deficit all’insù perché quasi non toccò i programmi sociali e aumentò le spese militari, così dovrebbe succedere con Trump che si oppone alla riforma della Social Security e del Medicare, vuole un grande piano di infrastrutture nell’ordine di 550 miliardi di dollari per costruire autostrade, porti ed aeroporti e rinforzare la difesa. Con Reagan la cosa funzionò: lungo periodo di crescita dell’economia, riduzione progressiva del deficit dopo l’esplo-

sione iniziale, dollaro forte, vittoria nella Guerra Fredda. Il danno collaterale fu la crisi dei paesi latinoamericani indebitati in dollari che non potevano più ripagare. Ora, però, la situazione è molto più seria: tanto per cominciare il debito pubblico Usa nel 1981 era al 32,5 per cento del PIL, oggi al 100 per cento; tutto questo spazio per espanderlo ulteriormente non c’è ed infatti i Repubblicani tradizionali sono sì a favore della decurtazione delle tasse, ma anche della spesa pubblica. Inoltre, il debito è esploso in tutto il mondo: se inflazione e tassi di interesse sono destinati ad aumentare questa volta saranno i paesi come, ahimè, l’Italia a farne le spese. Peraltro, con un dollaro molto forte e il progetto di asfaltare l’America (o costruire muri al confine col Messico), per quanti dazi possa mettere la nuova amministrazione, le importazioni di materie prime, di vino italiano e di magliette cinesi sono destinate a crescere, non a diminuire. E L’ECONOMIA REALE?

E l’economia reale? Qui Trump ha un programma degno del Barone di Münchhausen. Nel suo viaggio a cavallo di una palla di cannone si inasprisce il controllo antitrust (si è dichiarato contrario alla fusione ATT-Time Warner), si ritorna all’antico separando banche d’affari e commerciali, si abolisce la riforma sanitaria di Obama e quella finanziaria della legge Dodd-Frank, si incoraggia la produzione di carbone e petrolio e si rimane indifferenti verso le energie rinnovabili. Da un siffatto cilindro tiriamo fuori l’abolizione della Dodd-Frank, approvata nel 2010 per rimediare ai disastri della crisi finanziaria del 2007-2008 dovu-

27 novembre 2016

37


La prossima America ti, secondo l’analisi dell’epoca, esclusivamente alla scarsa regolamentazione dei mercati. Purtroppo la legge ha creato una ragnatela mostruosa di grida manzoniane e ukase zaristi: solo la norma sui mutui ipotecari è di oltre 1000 pagine! Paradossalmente ciò ha favorito proprio le famose banche “too big to fail” che possono affrontare i costi di compliance e si indebitano a condizioni migliori. La riforma quindi si impone e per gli europei presenta una curiosa scelta tra due mali: infatti, se si butta via tutto e l’industria finanziaria piomba nel caos (per quanto creativo), si rischia un’altra crisi letale. Se la deregolamentazione è intelligente, l’industria finanziaria americana e il governo tramite i Treasury bonds attireranno una parte preponderante dei capitali disponibili al mondo, proprio nel momento in cui l’altra grande piazza finanziaria del pianeta, Londra, è in uscita dall’Unione Europea. Brutto affare. Q

Chi sono i Dal presidente giallorosso James Pallotta al miliardario Tom Barrack. Fino al renziano Marco Carrai. Ecco gli amici di The Donald a Roma di Gianfrancesco Turano

T

RUMPISTI D’ITALIA, sognate in grande. Personaggi come Tom Barrack, Mike Ledeen, Jim Pallotta possono cavalcare la new wave italiana del Grande Fratello a stelle e strisce. Con loro ci saranno i basisti locali come il cosmopolita Flavio Briatore, alter ego di The Donald nella versione Sky del format The Apprentice, o come Marco Carrai, amico di Matteo Renzi e appassionato di intelligence. Molti altri si aggiungeranno al carro del vincitore. Ma loro erano lì dall’inizio e questo è un vantaggio competitivo

L’impatto sulle valute

E l’euro? Ha solo da perderci colloquio con Marcello Minenna di Luca Piana MARCELLO MINENNA insegna Matematica finanziaria alla London School of Economics e qualche anno fa ha pubblicato il saggio “La moneta incompiuta”, raccontando le fragilità della costruzione dell’euro. Sul Corriere della Sera ha scritto che la vittoria di Donald Trump ha scatenato «uno dei più grandi trasferimenti tra attività finanziarie della storia», con 500 miliardi di dollari che in 48 ore «si sono spostati dalle obbligazioni verso il comparto azionario», spingendo alle stelle le Borse americane. Professor Minenna, Trump sembra intenzionato a schiacciare l’acceleratore su un piano di infrastrutture da oltre mille miliardi di dollari in 8 anni. Da finanziare, almeno in parte, tramite fondi privati. Pensa sia davvero fattibile realizzarlo senza una crescita del debito pubblico? Qual è il maggiore rischio che corre Trump in questo scenario? «Le infrastrutture Usa sono piuttosto vetuste - il piano autostradale risale agli anni Trenta del secolo scorso - e un programma d’investimenti è sacrosanto. È difficile credere che possa essere

38

27 novembre 2016

completamente finanziato attraverso investimenti privati. Parte del fardello sarà sostenuta dal bilancio federale; quindi c’è da attendersi una crescita del debito e dei tassi di rendimento sullo stesso. Non che sia una novità, durante l’amministrazione Obama il rapporto tra debito e Pil è cresciuto dal 65 al 105 per cento, peraltro in un momento di ripresa economica. I piani di Trump potrebbero essere ostacolati se tassi d’interesse più alti e un dollaro troppo forte innescheranno la prossima recessione Usa. In questo scenario il consenso popolare di cui attualmente gode potrebbe evaporare in fretta». I mercati sembrano credere che la sua politica economica possa far rialzare la testa all’inflazione, anche a livello globale. Ci dobbiamo attendere un ritorno in grande stile dell’inflazione? Cosa dovrebbero fare la Bce e Mario Draghi in questo contesto? «L’economia Usa subirà l’influenza dei piani di Trump in termini di spinta della domanda aggregata e della dinamica dei salari, in un momento in cui i tassi d’interesse sono già in crescita.

L’inflazione salirà, ma non è scontato che gli effetti si estenderanno in modo globale. Ci sono numerose forze che spingono nella direzione opposta: la ripresa dell’economia cinese non convince e lo yuan sembra accelerare il suo processo di svalutazione. Questo rende le merci cinesi meno costose per gli altri Paesi del mondo ed “esporta” deflazione nelle economie dei partner commerciali. Tra questi Europa e Giappone, che si trovano in una situazione di deflazione già conclamata. Poi c’è il prezzo del petrolio, che ha resistito ai tentativi Marcello Minenna


trumpisti d’Italia indiscutibile anche se, vista da Washington, l’Italia è un fattore di instabilità con il referendum costituzionale che potrebbe cambiare lo scenario governativo e rivoluzionare i rapporti di potere. PICCHIATELLI E VECCHIE VOLPI

Foto: C.Minichiello/Agf

Il settore dell’intelligence sembra particolarmente soggetto a turbolenze. Trump ha nominato Mike Flynn consigliere per la sicurezza. Il generale a tre stelle, ex democratico ed ex direttore della Dia (Defense intelligence agency), è descritto nelle mail hackerate al suo predecessore alla Casa Bianca Colin Powell come un “right-wing di rianimazione e rimane sotto i 50 dollari al barile. Alla Bce non resta molta autonomia di manovra; se l’inflazione continua a non manifestarsi, può guadagnare altri 6-9 mesi di Quantitative easing ma è evidente che ci si avvicina ad un suo progressivo “spegnimento”». I tassi di interesse stanno salendo ovunque ma in Italia in modo particolare, tant’è che lo spread Btp-Bund è cresciuto di 40 punti base in pochi giorni. Pensa che la “quasi-bocciatura” della manovra di bilancio a livello europeo c’entri? «L’andamento crescente dei tassi d’interesse sui Btp può essere in parte spiegato dal rapporto conflittuale con l’Europa riguardo l’approvazione della manovra. D’altronde, da un punto di vista oggettivo e senza valutazioni di merito sulla ragionevolezza dei criteri, la manovra varata dal governo manca in modo consapevole i limiti imposti dal Patto di Stabilità, prevedendo una crescita del deficit strutturale entro l’orizzonte del 2019, invece del pareggio previsto dagli obiettivi di medio termine. Tra l’altro l’Europa minaccia anche di valutare un piano di riduzione del debito. Sembra che il conflitto sia congelato per opportunità politica, ma questa “tregua” non aiuta certo il mercato a dipanare l’incertezza». Il dollaro sembra uno schiacciasassi. E

nutty” (picchiatello di destra) licenziato dalla Dia dall’uomo che l’aveva nominato, Barack Obama. Flynn ha un legame stretto con un personaggio molto noto alle cronache italiane. È Mike Ledeen, suo coautore nel libro “Field of fight” (campo di battaglia). Ledeen, ex collaboratore dello storico del fascismo Renzo De Felice ed ex consulente per il risk management del Sismi, è stato dichiarato persona non grata dall’Italia alla fine degli anni Novanta e molto criticato in patria per essere troppo vicino agli israeliani del Mossad. Sostenitore della seconda guerra in Iraq come il veterano Flynn, dire che si pensa che Trump lo vorrebbe più debole. Come spiegare il fenomeno? Bisogna distinguere tra effetti di breve e lungo termine. Ora il dollaro sale perché c’è un massiccio ingresso di capitali verso l’area Usa, diretta prevalentemente sui mercati azionari. Il fatto che il mercato ormai dia per certo (al 96 per cento) il rialzo dei tassi da parte della Fed dà ulteriore forza agli acquisti di attività in dollari. Ma su dove andrà la valuta Usa nel lungo termine c’è da discutere; tra qualche mese vedremo le prime mosse di Trump e il quadro potrebbe cambiare. La prima vittima della Trumpnomics è il trattato di libero scambio transpacifico (Ttp). Ci si aspetta che anche il Ttip sul lato atlantico, faccia la stessa fine. Il commercio globale rischia di essere colpito duro. Quali potrebbero essere in Europa le conseguenze di un’economia Usa meno aperta? «Non c’è dubbio che l’Eurozona, nel suo assetto germanocentrico, ha tutto da perdere da una riduzione dei rapporti con gli Usa. Gran parte della crescita del surplus tedesco ormai è attribuibile agli Usa; se l’euro dovesse rivalutarsi e i tassi d’interesse in Europa dovessero salire, la fragile meccanica che tiene in piedi la moneta unica potrebbe andare in frantumi definitivamente».

ha potuto riprendere le sue frequentazioni italiane grazie a Carrai che lo ha portato in Toscana dall’allora presidente della provincia di Firenze Matteo Renzi nel 2006 e poi l’ha voluto ospite al proprio matrimonio nel 2014. Fonti dei servizi italiani danno come improbabile un ritorno in forze di Ledeen sulla scena italiana. Ma sono fonti che hanno interesse a mantenere un status quo che Carrai ha più volte tentato di mettere in crisi. Il premier lo voleva alla guida della cybersecurity con una dotazione di 150 milioni di euro in apparente conflitto con le prerogative del sottosegretario ai servizi, Marco Minniti. La nomina non è andata in porto ma nel frattempo Carrai ha continuato ad allargare il suo sistema di alleanze d’affari che fa capo alla lussemburghese Wadi Ventures. La holding continua a reclutare investitori. Oltre all’israeliano di Roma Jonathan Pacifici, a Marco Norberto Bernabé, figlio di Franco, al finanziere renzista con base a Londra Davide Serra, è entrato in società Mohammed Alakari, gestore della Kingdom wealth funds, finanziaria delle Cayman con capitali sauditi. Nel post-Gheddafi Alakari ha gestito dal Qatar il canale Libya Alahrar tv ed è tuttora consulente strategico del governo di Tripoli per gli affari internazionali. COSTA SMERALDA E GRANDI OPERE

Nello schieramento del nuovo presidente Tom Barrack, che guida il fondo immobiliare Colony Capital, è considerato un elemento di apertura al mondo arabo, soprattutto verso le monarchie del Golfo Persico. Figlio di un fruttivendolo libanese, Barrack ha una lunga storia di business in Italia. Nel 2003 ha rilevato la Costa Smeralda dal principe ismailita Karim Aga Khan per 300 milioni di euro. Nel 2012 Barrack ha rivenduto il gioiello del turismo sardo per 600 milioni di euro alla Qatar Holding

27 novembre 2016

39


La prossima America della famiglia al Thani, gli emiri del Qatar proprietari del Paris Saint-Germain che lo stesso Barrack ha ceduto loro dieci anni fa. Dopo l’avventura in Costa Smeralda Barrack ha fatto shopping in via Veneto a Roma, dove ha rilevato alcuni villini di lusso da Unicredit per 250 milioni di euro, e in centro a Firenze dove ha acquistato anche palazzo Portinari, dove visse la Beatrice di Dante. Il venditore è stato Intesa (175 milioni di euro). Altro elemento in comune fra Barrack e Trump è una certa renitenza sul piano fiscale. Otto mesi fa la Procura della Repubblica di Tempio Pausania ha messo sotto indagine il consigliere di Trump per una presunta evasione da 133 milioni di euro. Nonostante venga dall’immobiliare, Barrack è stato uno dei registi del piano infrastrutturale che Trump vuole lanciare per rendere gli Stati

Uniti “secondi a nessuno” nel mondo. Il piano, valutato 1000 miliardi di dollari, è uno degli elementi più controversi della piattaforma economica presidenziale perché rischia di fare esplodere il debito nazionale. Barrack ha suggerito a Trump di finanziare le grandi opere con investimenti pubblico-privati, una strategia già fallita in Italia. TRUMP STADIUM A TOR DI VALLE

Trumpiano senza se e senza ma è il presidente dell’As Roma James Pallotta, tipico elettore repubblicano stanco dell’establishment del partito, ultraconservatore e adepto del linguaggio politicamente scorretto, come sa chi ha partecipato alle numerose conference-call transatlantiche dedicate al progetto del nuovo stadio. Di recente, dopo le difficoltà con la giunta guidata da Virginia Raggi e con i fantomatici investitori che dovrebbe-

ro realizzare il nuovo quartiere a Tor di Valle, l’umore del numero uno giallorosso è al brutto fisso. Pallotta è a un bivio. O si rivolge ai cinesi che sono nel mirino di Trump o cerca slancio e capitali nel cerchio magico del nuovo padrone della Casa Bianca, che anni fa ha investito negli hedge fund gestiti da Pallotta. Nel novero dei trumpisti d’Italia c’è anche il predecessore di Pallotta a Trigoria, Tom Di Benedetto. L’imprenditore bostoniano è cliente del Vornado Realty, uno dei maggiori trust Usa specializzati in real estate. Vornado gestisce anche due delle torri affittate a uffici che Trump possiede sulla Sesta avenue di New York e a San Francisco. CASA BIANCA FORMATO LITTLE ITALY

Nell’elenco dei trumpisti d’Italia un ruolo di riguardo spetterà ai paisà. Molti di loro fanno riferimento alla Niaf, la potente organizzazione degli

Operai beffati Il programma del tycoon non favorirà i colletti blu che lo hanno votato di Martin Wolf L’ARRIVO DI TRUMP porterà dei vantaggi alla classe operaia bianca in rivolta che è stata determinante per la sua vittoria elettorale? Per rispondere a questa domanda, dobbiamo esaminare i progetti e i desideri dei parlamentari repubblicani e cercare di capire quali effetti potrebbero avere sull’economia mondiale. La conclusione è chiara e semplice: qualcuno ci guadagnerà, ma non la classe operaia bianca. È da molto tempo che i Repubblicani fomentano un malcontento a cui non forniscono risposte. Trump ha spinto questa tendenza in nuove direzioni. L’unica certezza, per il momento, sembra essere la riduzione, massiccia e permanente, delle imposte, con l’introduzione di un sistema fiscale regressivo, che trova concordi il nuovo presidente e la maggioranza repubblicana al Congresso. Trump vorrebbe ridurre l’aliquota più alta sui redditi individuali al 33 per cento e quella sui redditi societari al 15. E vorrebbe eliminare la tassa di successione. Così, i contribuenti più ricchi (lo 0,1 per cento della popolazione),ovvero quelli con redditi superiori a 3,7 milioni di dollari nel 2016, beneficerebbero di una riduzione media delle

40

27 novembre 2016

imposte di oltre il 14 per cento del loro reddito al netto delle tasse. Le tasse del 20 per cento più povero della popolazione, invece, scenderebbero solo dello 0,8 per cento del reddito tassato. Trump punta a rilanciare gli investimenti nelle infrastrutture. Un obiettivo, questo, desiderabile, anche se non appassiona i parlamentari repubblicani. Ma come ha osservato Lawrence Summers, ex segretario al Tesoro degli Stati Uniti, il piano del neopresidente fa affidamento soprattutto sugli investimenti privati. Le esperienze compiute altrove indicano che spesso il risultato è che i contribuenti vengono sfruttati mentre non vengono realizzati quegli investimenti pubblici che producono benefici sociali elevati ma hanno un ritorno commerciale limitato. L’effetto prevedibile di queste misure è un consistente aumento del disavanzo pubblico. Secondo i calcoli della Brookings Institution, entro il 2020 il deficit crescerebbe del 3 per cento del prodotto interno lordo. In base alle previsioni attuali, questo significherebbe un passivo intorno al 5,5 per cento del Pil nel 2020. In totale, l’incremento del debito del governo federale potrebbe raggiungere il 25 per cento del Pil entro il 2026. Parlamentari repubblicani come Paul Ryan pretenderebbero sicuramente tagli equivalenti della spesa pubblica. Le uscite del governo federale sono pari a quasi il 20 per cento del Pil e nel 2015 sono state assorbite per l’88 per cento dalla sanità, dalle misure di


Tutti gli uomini del Presidente

Foto: Getty Images (3)

Da sinistra: Tom Barrack, 69 anni, miliardario con molti interessi in Italia; Michael Ledeen, 75 anni, storico e giornalista con trascorsi al Dipartimento di Stato e al Pentagono, ma anche presso il Sismi italiano; Michael Flynn, consigliere per la sicurezza di Trump, vicino a Ledeen

italoamericani che negli ultimi anni ha deviato costantemente verso destra. Anthony Scaramucci e Rudolph Giuliani, entrambi newyorkesi, sono due punti di riferimento. Il primo, 52 anni, viene dalla finanza. Ha costituito il fondo SkyBridge capi-

tal ed è il sostenitore di un altro schema molto italiano: lo scudo fiscale per le imprese statunitensi che rimpatrieranno le ricchezze depositate all’estero. Scaramucci ha stimato in 2500 miliardi di dollari questi capitali. Il prelievo, ipotizzato al 10 per cento e quindi

sostegno al reddito, dalla previdenza, dalla difesa e dal pagamento degli interessi netti. L’eliminazione della spesa per tutte le altre voci (che sarebbe comunque un errore catastrofico) dimezzerebbe appena il deficit futuro. Quindi il piano di Trump comporta o un grosso aumento del rapporto debito/Pil o drastici tagli della spesa per programmi di vitale importanza per i sostenitori di Trump. L’AUMENTO PREVISTO dei disavanzi di bilancio avrebbe tuttavia effetti espansivi, anche se limitati dalla concentrazione dei tagli in favore dei più ricchi. Ma un’impennata del deficit accelererebbe la crescita dei tassi di interesse a breve, di cui Trump non potrebbe lamentarsi, visto che ha attaccato la politica dei tassi bassi della Federal Reserve. Ma come ha osservato Desmond Lachman dell’American Enterprise Institute, l’economia mondiale è fragile e un brusco aumento dei tassi di interesse negli Usa potrebbe destabilizzarla. Inoltre, la combinazione fra l’allentamento della disciplina di bilancio e una stretta monetaria rafforzerebbe il dollaro e provocherebbe un aumento del disavanzo delle partite correnti nel medio termine. Gli Stati Uniti tornerebbero ad essere compratori mondiali di ultima istanza, favorendo in questo modo i paesi strutturalmente mercantilisti (Cina, Germania e Giappone). Un dollaro forte e un aumento del passivo nel saldo con l’estero accrescerebbe, come nei primi anni Ottanta, le spinte protezionistiche. La risposta fu allora la decisione di lanciare l’Uruguay round, un ciclo di negoziati commerciali multilaterali per la liberalizzazione degli scambi su scala mondiale. Questa volta, però, un dollaro forte rafforzerebbe le tendenze protezionistiche dell’amministrazione Trump. Barriere tariffarie contro le importazioni farebbero infatti aumentare ancor di più il valore del dollaro, scaricando il peso dell’aggiustamento sui settori non protetti, e soprattutto sugli esportatori competitivi. In altre parole, un dollaro forte indebolirebbe proprio quell’industria manifatturiera che Trump

pari a 250 miliardi, coprirebbe un quarto del budget in grandi opere promesso dal nuovo presidente. Giuliani, il settantaduenne “sindaco” di New York, come lo ha invocato Trump la notte della vittoria, dovrebbe mettere a frutto il suo passato da magistrato inquirente nel dipartimento Homeland security mentre l’Agenzia per eccellenza, la Cia, torna italiana con Mike Pompeo a otto anni dall’inizio della gestione del democratico Leon Panetta, l’uomo che ha catturato Osama bin Laden. C’è anche un convitato di pietra nella persona di Antonin Scalia, scomparso in febbraio. Il giudice della Corte Suprema, repubblicano di origini siciliane fortemente conservatore, deve ancora essere sostituito. La lobby italoamericana cercherà di mantenere due posti. L’altro è del repubblicano del New Jersey Samuel Alito, nominato da George W. Bush. Q

vorrebbe aiutare. Una risposta possibile sarebbe quella di indurre la Federal Reserve a rallentare la stretta monetaria. Il mandato di Janet Yellen, che oggi la presiede, scade nel 2018. Al suo successore potrebbe essere affidato il compito di raggiungere l’obiettivo del 4 per cento di crescita auspicato da Trump. L’ultima volta che si è verificata una crescita di questa grandezza nell’arco di cinque anni fu prima del crac del 2000: un precedente inquietante. Se la Fed cercasse di conseguire questo obiettivo potrebbe scatenare l’inflazione e l’instabilità finanziaria o entrambe le cose. In tutto questo, di vantaggi per la classe operaia non se ne vedono. Il neopresidente ha promesso inoltre di eliminare la riforma sanitaria di Obama e gran parte delle norme sulll’ambiente e per regolare l’attività finanziaria. È difficile pensare che queste misure possano aiutare i lavoratori: è più probabile invece che essi patiranno le conseguenze di una peggiore assistenza sanitaria, di un ambiente inquinato, di comportamenti della finanza ancora più predatori e, nella peggiore della ipotesi, dell’ennesima crisi finanziaria. Anche il protezionismo non sarà di alcun aiuto alla maggior parte dei suoi sostenitori. Molti infatti dipendono dalla disponibilità di merci importate a basso costo. E molti altri pagherebbero a caro prezzo una guerra commerciale mondiale a suon di ritorsioni reciproche. Nel frattempo, il rapido aumento della produttività determinerebbe comunque un declino costante dell’occupazione nell’industria manifatturiera americana, nonostante le barriere protezionistiche. Nel complesso, le misure previste da Trump potrebbero favorire una breve impennata dall’economia, ma le conseguenze a più lungo termine sarebbero drammatiche, anche e soprattutto per i suoi sostenitori, scontenti e raggirati, che la prossima volta potrebbero essere ancora più infuriati. Vengono i brividi a immaginare dove potrebbe portare tutto questo.

Traduzione di Mario Baccianini Copyright The Financial Times Limited 2016

27 novembre 2016

41


In fondo a destra + + +

Che bel trio: Le

Il nuovo presidente Usa? «Un buon cambiamento». Gli immigrati? «Da confinare su due isole extraeuropee». L’euro? «Da eliminare subito». Parla la leader di Alternative für Deutschland. Che vuole diventare Cancelliera colloquio con Frauke Petry di Eva Giovannini

+ + + + + + + + +

I

NCONTRIAMO FRAUKE Petry a Dresda, al primo piano del modernissimo palazzo del parlamento sassone, che contiene le rovine dei bombardamenti Alleati nel 1945. Si presenta con un tailleur nero e un’ora e venti di ritardo. Il leader del più importante partito di estrema destra in Germania dai tempi della seconda guerra mondiale - Alternative für Deutchland - è una donna di 41 anni cresciuta nella ex Ddr, madre di quattro figli e con un dottorato di ricerca in chimica. Si chiama Frauke Petry, detta “Adolfina” dai suoi detrattori ed è stata tra i primi leader europei a congratularsi con Donald Trump dopo le elezioni con un tweet in cui ha definito quanto accaduto in America «uno storico nuovo inizio». Da quando Angela Merkel ha annunciato la sua ricandidatura «per combattere per i nostri valori di democrazia e libertà», gli occhi sono tutti puntati su di lei, la sua competitor a destra. «La loro lotta» («Der Kampf»), ha titolato il settimanale Stern dedicando la copertina al duo Merkel/ Petry, le due donne dell’Est che si contendono l’elettorato conservatore. Il partito che Petry guida da circa un anno e mezzo ha già messo a segno alle scorse regionali il 20% in Pomerania feudo elettorale della Cancelliera - e il 25% in Sassonia, nel cui parlamento regionale Petry siede dal 2013 e che sarà il suo collegio elettorale per la corsa al Bundestag del prossimo autunno. Alternativa per la Germania - movimento nato nel 2013 - è riuscito a entrare nei parlamenti di 10 regioni su 16 e si prepara alla sfida nazionale cavalcando senza sosta la lotta all’Europa e all’immigrazione, anche con «il trasferimento

42

27 novembre 2016

di tutti i richiedenti asilo in due isole extraeuropee, una con donne e bambini e una con uomini soli», dice questa ragazza dai capelli corti, modi risoluti e look manageriale che gira in lungo e in largo il Paese in perenne campagna elettorale e che ha rispolverato dal lessico degli anni trenta termini desueti come “Vaterland” o “Volkish”, per indicare la

“patria” o il “popolo”. Sarà la protagonista delle prossime elezioni tedesche, «le più difficili dalla riunificazione tedesca del 1990», come ha detto la Merkel. Partiamo dall’America. Cosa pensa di Donald Trump?

«Penso che Trump rappresenti un buon cambiamento democratico e spero possa portare discontinuità in politica este-


+

Pen, Donald e io CHI È LA SIGNORA IN NERO

Frauke Marquardt Petry è nata nel 1975 a Dresda (Germania Est) ed è cresciuta a Schwarzheide, nel Brandeburgo.

famiglia a Ovest, in Vestfalia. Quindi ha vissuto in Gran Bretagna, dove ha frequentato l’università di Reading laureandosi in chimica DOPO la caduta del Muro nel 1999. si è trasferita con la sua NEL 2007 ha iniziato un’attività imprenditoriale a Lipsia (prodotti a base di poliuretani) e si è sposata con un pastore luterano, Sven Petry, di cui conserva il cognome nonostante la separazione avvenuta circa un anno fa. NEL 2013 è stata tra i fondatori di Alternative für Deutschland, partito che ha scalato fino ad assumerne il comando dopo una lotta interna con il precedente leader, l’economista Bernd Lucke. MADRE di quattro figli, vive a Frohburg (vicino a Lipsia, in Sassonia) con il suo attuale compagno Marcus Pretzell, anch’egli esponente (ed europarlamentare) di AfD.

Foto: H. C. Plambeck - Laif / Contrasto

La leader di Alternative für Deutchland, Frauke Petry, con il portavoce del partito della destra antiimmigrati Joerg Meuthen

ra, soprattutto nei rapporti con la Russia. Hillary Clinton mi ricorda Angela Merkel: incarnano l’establishment, il potere. Trump è il rinnovamento». Trump è un “outsider”, come lei. AfD in soli tre anni è diventato il terzo partito tedesco. Quali sono le vostre parole chiave?

«La fine dell’euro, la riforma dell’Unione europea, un programma diverso

sull’immigrazione e nuove politiche per la famiglia. Ma il nostro successo dipende anche dal fallimento di Cdu e liberali. Oggi in Germania chi è conservatore non ha più una patria». Sarà lei la candidata di “Alternativa per la Germania” alla Cancelleria alle elezioni del prossimo autunno?

«Al momento punto ad essere la capo-

+

lista di AfD per entrare nel Parlamento nazionale e diventare capogruppo del principale partito di opposizione. A quel punto, alle elezioni del 2021, posso correre per la Cancelleria. Ma una cosa alla volta: prima viene l’opposizione, poi il governo». Perché ripetete di continuo: «Merkel deve andare via»? Cosa le imputate?

«Merkel in più di dieci anni di governo ha svuotato di senso la parola “conservatori”. Basta guardare cosa ha combinato con gli immigrati, invitandoli a venire tutti qua: ha semplicemente violato la legge tedesca. Queste politiche, così come quelle economiche, devono essere fermate».

+ + +

Cosa contestate nelle politiche economiche di Angela Merkel?

«La Cancelliera ha sempre difeso la moneta unica. Eppure, è ormai sotto gli occhi di tutti che l’euro è una moneta inappropriata per un continente così diverso. Per i tedeschi è una moneta debole, mentre per Grecia, Portogallo, Italia e Francia è troppo forte. Per colpa dell’euro dobbiamo imporci tutti quanti dei tagli al welfare. E chi ci rimette di più sono i piccoli risparmiatori e chi ha sempre pagato le tasse. Per colpa dell’economia, la pace conseguita dall’Europa dopo la Seconda guerra mondiale è a rischio».

+ + +

Se fosse al governo, da dove inizierebbe?

«La legge tedesca non consente referendum, ma se potessi introdurlo, chiamerei i tedeschi ad esprimersi sull’euro». Dopo l’esempio della Brexit, spera che in futuro anche la Germania esca dalla famiglia europea?

«Se l’Unione non cambia radicalmente, se non ritorna allo spirito dei Trattati di Roma del 1957, molti paesi come Danimarca, Austria o Paesi Bassi potrebbero chiedere di uscire. E a quel punto anche la Germania, specialmente se scopriremo che il Regno Unito dalla Brexit avrà tratto dei vantaggi economici». L’Europa sta cambiando connotati. In un anno sono sorti quasi dieci muri, il pri27 novembre 2016

43

+ + + +


In fondo a destra + mo è stato quello tra Ungheria e Serbia. È solo l’inizio?

+ + + + + +

«Il governo di Orbán, in Ungheria, ha fatto semplicemente quello che avrebbe dovuto fare la politica europea: proteggere i confini. Fortunatamente non è rimasto solo: in Austria, Francia e altri paesi spira un vento ostile alla retorica delle frontiere aperte. Sì: spero che sia solo l’inizio». Lei è molto religiosa. Papa Francesco ha detto che servono “più ponti e meno muri” all’Europa.

«Prima di tutto io sono evangelica, per cui a me il Papa non deve insegnare niente. Facendo una considerazione generale, però, credo che il Papa faccia confusione tra l’aiutare i più deboli e l’incentivare l’immigrazione illegale. Questo non dovrebbe essere il business della Chiesa». Lei in un’intervista ha persino parlato del possibile uso di armi da fuoco da parte della Polizia di Frontiera tedesca contro i migranti. Che bisogno c’era di spingersi ad evocare una simile immagine?

«In quell’intervista mi fu chiesto come potevano essere protetti i nostri confini. Risposi che in Germania i confini di fatto non sono protetti ed ho indicato una soluzione consentita dalla legge tedesca. È la nostra legge a dire che come ultima ratio si possono usare le armi! Da lì i media hanno fatto scoppiare un caso, come se io volessi far sparare alle persone». E dove voleva far sparare, in aria?

+ + +

«Era solo una considerazione generale, non era nelle mie intenzioni evocare l’uso di armi da fuoco contro le persone». Però una simile immagine si evoca solo se si vuole far parlare di sé, alzando l’asticella delle provocazioni. Altrimenti dovremmo pensare che lei sia molto ingenua.

«Né ingenua né provocatrice! Quella polemica è stata montata ad arte dalla stampa tedesca, che crea scandali ogni volta che deve demonizzare un avversario». Se in futuro si creassero le condizioni, lei farebbe blindare i confini tedeschi con un muro?

«Non sono favorevole ai muri alle no-

+

stre frontiere. Sono nata dietro la Cortina di Ferro ed è stato terribile per me crescere dietro a un muro. Non ci sarebbe bisogno di costruire niente se smettessimo di promettere agli immigrati soldi, lavoro e welfare. La maggior parte di chi arriva non è un profugo che scappa dalla guerra». E allora, qual è la sua ricetta?

«Semplice, dobbiamo trovare due isole extraeuropee, una per le donne e i bambini e una solo per uomini. Tutti i migranti in attesa di una collocazione, compresi quelli che per non essere rimpatriati fanno finta di non sapere da dove arrivano, li mettiamo lì, a tempo indeterminato. Sotto l’egida dell’Onu e trattati con umanità, s’intende. Ma senza più farli gravare sul nostro sistema sociale. Voglio proprio vedere se non si fanno tornare la memoria e non ammettono la loro reale provenienza». Il professore di economia Bernd Lucke, che ha fondato AfD, ha lasciato il partito dicendo che è diventato un movimento «xenofobo, islamofobo e razzista». Non ha usato parole leggere.

«A Lucke poco prima di andarsene fu chiesto in che cosa fosse diverso da me. Rispose che non c’erano molte differenze tra noi. Allora era “razzista” anche lui?». Ma “Alternativa per la Germania” si considera un partito di destra?

«Se sei contro l’establishment e sei un liberale vieni etichettato come uno di destra. Io non avrei problemi a usare questa definizione, ma in Germania non è certo una parola neutra, visto il nostro passato, e quindi è meglio di no. AfD è un partito patriottico, nazionalista, conservatore e liberale. Quella sulla estrema destra è una discussione assurda. Noi semplicemente crediamo che le regole sull’immigrazione vadano cambiate anche perché i migranti, specialmente quelli con un background culturale islamico, sono un pericolo vero e proprio per la nostra democrazia. È razzismo questo? Secondo me è solo realismo».

Gli islamici che vengono in Europa sono pericolosi per la democrazia. Bisogna + proteggere i confini. Anche con le armi 44

27 novembre 2016

Dopo le immagini di Aylan, il bambino morto sulla spiaggia di Bodrum, lei ha detto: «Non ci dobbiamo far ricattare dagli occhi dei bambini, specialmente da quelli chiusi». Lo ridirebbe?

«Veramente quella frase i media l’hanno attribuita a me, ma io non l’ho mai detta. L’ha detta un altro esponente del partito». Bene, ma la condivide?

«Guardi, al di là della retorica, la verità è che tv e stampa usano certe immagini per fare politica. Ogni morto è un morto di troppo, sia chiaro, ma sono le politiche tedesche ed europee ad alimentare il traffico di uomini, non noi». Non vi imbarazza che abbiate preso i voti anche degli elettori del Partito Nazionaldemocratico (Npd) che è di fatto un partito neonazista?

«Prima di tutto, la maggior parte di chi ci ha votato alle regionali arriva dalla Cdu o dal bacino dei non votanti. Dal Npd abbiamo preso meno dell’1 per cento e comunque ne siamo felici. Perché significa che queste persone hanno preferito votare un partito democratico come il nostro al posto dell’Npd». L’Italia è un paese di frontiera per l’immigrazione: cosa dovrebbe fare il nostro primo ministro Matteo Renzi, secondo lei?

«Il premier italiano ha ragione quando dice che questa Europa l’ha lasciato solo. Ma dal momento che la tecnologia consente di pattugliare il mare con i Gps, il problema dovrebbe essere prevenuto, cioè i migranti illegali dovrebbero essere intercettati dalla vostra Marina e dalle navi internazionali e condotti in territori extraeuropei, come le dicevo prima». Più in generale lei che cosa pensa di Matteo Renzi?

«Non l’ho mai incontrato, ma credo che l’aver appoggiato un sistema economico europeo sbagliato sia stato un suo grave errore. Gli sbagli fatti negli ultimi 15 anni, compresi i crediti a basso costo avallati anche da Draghi - e che Renzi ha sostenuto - danneggeranno l’Italia e tutta l’Europa». Vi sentite più simili alla Lega Nord o al nostro Movimento 5 Stelle?

«Non saprei dirle a chi siamo più simili. So che al parlamento europeo abbiamo eletto due deputati: uno sta nel gruppo con Salvini e Le Pen e l’altro sta con il vostro M5S». Q


Bruno Manfellotto Questa settimana www.lespresso.it - @bmanfellotto

Collaboratori indagati, promesse non mantenute, scandali. Eppure il leader difende il sindaco di Roma. Perché è il laboratorio del governo futuro

E se fosse Raggi il vero volto di Grillo? IL LABORATORIO ROMA offre suggestioni

Foto: Massimo Sestini

sempre nuove. Sì, questa settimana vorrei indagare su Virginia Raggi, ma per una volta non con gli occhi del cittadino della Capitale umiliato da monnezza, buche e caos legalizzato, ma con quelli di Beppe Grillo per cercare di capire perché qui egli tolleri tutto ciò che ha sempre giudicato indigeribile. Già, perché? Per azzardare una riposta, segue elenco ragionato dei vaffa non pronunciati. TANTO PER COMINCIARE, spicca il cursus honorum della sindaca. Tra i tanti avvocati di Roma - che da sola ne conta la metà di tutta la Francia (nel suo blog Grillo affermò addirittura che ce ne sono di più, ma è una delle tante enfatizzazioni da Rete) - Virginia svolse la sua pratica dividendosi proprio tra gli studi Sammarco e Previti, dei quali è perfino pleonastico ricordare imprese e affiliazioni. In altre circostanze un tale precedente sarebbe stato bollato dal grillismo come grave indizio di appartenenza a una qualche P, il numero mettetelo voi. La scelta della giovane avvocata fu talmente dirompente che ben presto il Movimento ha dovuto fare i conti con dissensi, faide e correnti, alla faccia di direttorii locali e guru nazionali: armamentario tipico di quella repubblica dei partiti contro la quale sono nati e cresciuti i 5Stelle. E invece Grillo, come un buon padre garante della pace familiare, non ha inveito, non ha punito, non ha espulso ma, paziente e costruttivo, si è speso per sopire e chetare. Cambio di tono. Perché? Ma forse l’episodio più illuminante -

perfino più del caso di Raffaele Marra (l’Espresso n. 44), al quale Raggi non rinuncia e che in altri tempi Grillo avrebbe dipinto come un criminale - riguarda Paola Muraro, imposta all’assessorato all’Ambiente (rifiuti) come grande esperta e difesa contro tutto e tutti nonostante i suoi trascorsi di consulente dell’Ama sindaco Alemanno, un avviso di garanzia (sul quale, complice Luigi Di Maio, la sindaca ha taciuto) e relativa inchiesta della magistratura prima delle cui conclusioni nulla sarà deciso in Campidoglio. Ora, a parte il gioioso avallo («È una brava monnezzara») di Manlio Cerroni, ras dei rifiuti a Roma e proprietario delle megadiscariche invise a romani e grillini, vera chiave di volta della vicenda che meriterebbe un trattato a parte, che cosa insegna il caso Muraro? Che all’occorrenza i grillini scoprono il garantismo, poco frequentato nelle piazze, e che pur di avere un assessore esperto e ben pagato sono stavolta disposti a sfidare contraddizioni e contestazioni. Perché? E CI SONO INFINE i primi atti di governo

della giunta Raggi, che pure meritano attenzione. L’idea lanciata con gran clamore di una Imu sugli immobili del Vaticano è rapidamente rientrata con tanto di disdetta di un incontro con papa Bergoglio; rinnovata invece senza discussione la licenza agli invasivi e onnipresenti bar-chiosco dei famigerati Tredicine sui quali si era vanamente accanito l’ex sindaco Marino; e infine restituito ai 23 mila dipendenti comunali lo stipendio aggiuntivo, circa 300 euro distribuiti a

pioggia, cassato dal commissario Tronca su indicazione della Corte dei Conti: in altri tempi i grillini avrebbero chiesto di compensare la spesa tagliando gli stipendi di tutti i manager capitolini. Ma Roma val bene una messa. E qualche deroga. SÌ, GRILLO DEVE DIFENDERE d’ufficio la

sindaca di Roma, è ovvio, non solo per i voti che ha raccolto (67 per cento), anche per ciò che la Capitale significa (certo più della Parma di Pizzarotti…). Ma forse pensa adesso che l’arte di governo non può prescindere da forme di compromesso, comprese quelle che si cibano di garantismo a orologeria; che la politica è pure gestione del potere; che manager ed esperti possono essere adeguatamente remunerati, non solo additati come casta privilegiata; che il profilo stesso dei candidati grillini non può accontentarsi delle ingenuità della rete: forse non è un caso che Raggi sia avvocato e Chiara Appendino una bocconiana. Insomma, se Roma fosse il laboratorio di un governo futuro? Si può gridare «onestà onestà» nelle piazze, ma poi si devono fare i conti con la realtà di un’amministrazione: nel Beppe pensiero, per sfondare bisogna essere di lotta e di governo, di vaffa e di delibera, stare nel Palazzo e prendersela con gli altri inquilini, immaginare complotti e denunciare serial killer e poi tenere al riparo i necessari compromessi del giorno per giorno. Essere Grillo ed essere Raggi. Come nel gioco “poliziotto buono, poliziotto cattivo”, ma sotto forma di doppiezza politica. Non togliattiana, grillina. 27 novembre 2016

47


News Economia LEGGE DI BILANCIO

Cura choc in Vw: si parte dalla Golf Dopo lo scandalo delle centraline truccate per nascondere le emissioni dei motori diesel, la Volkswagen ha varato un piano di rilancio che comporterà il taglio di 30 mila posti di lavoro in Germania entro il 2025 e forti investimenti nell’auto elettrica. Un nuova versione della Golf elettrica sarà costruita a Dresda dal prossimo aprile.

WOLFSBURG

USATO & SHARING ECONOMY

È meglio un mondo di terza mano MILANO Un fiume di concetti come il simbolismo dello shopping, le reti di scambio, il distacco dagli oggetti, il ciclo perverso del consumo dove si produce, vende e distrugge in pochissimo tempo e infine l’emergente sharing economy, dove il verbo è condividere e non possedere. È questo il libro di Domenico Secondulfo “Il mondo di seconda mano” (editore Franco Angeli). Con il piglio del

48

27 novembre 2016

sociologo Secondulfo, che insegna all’Università di Verona, mette in fila studi e casi concreti dell’emergente mercato degli oggetti usati legato all’etica del riuso. Una rivincita con nuovi negozi (soprattutto per l’infanzia), pagine Facebook di dono e condivisione, siti di vendita vintage per oggetti che conoscono una seconda, terza e persino quarta vita. Michele Sasso

ROMA Lo avevano chiesto da tempo e alla fine è arrivato: l’articolo 18 della legge di bilancio rende possibile gli investimenti diretti e indiretti dell’Inail nelle startup. Una norma tanto attesa per l’ente pubblico che gestisce l’assicurazione obbligatoria per gli infortuni sul lavoro, quanto sorprendente all’esterno: che c’entra l’Inail con l’innovazione? Eppure sono anni che l’istituto lavora su prodotti innovativi, dall’infortunistica alla disabilità: dall’esoscheletro motorizzato per far deambulare persone paraplegiche alle protesi digitali per braccia e gambe, ai sistemi per la riabilitazione robotica e la mano bionica, stampata in 3D e dotata di due sensori per recuperare il segnale naturale dei muscoli residui. L’Inail ha realizzato questi prototipi in collaborazione con l’Istituto italiano di tecnologia di Genova, il Campus Biomedico di Roma, il centro protesi di Vigorso di Budrio e la Scuola Sant’Anna di Pisa, con il progetto “rehab technology”. Insomma, idee e brevetti c’erano già, con l’articolo 18 arriva ora la commercializzazione. Se la norma passerà indenne in Parlamento, l’Inail potrà investire 2 milioni: ad iniziare dalla mano bionica, commercializzata dalla startup Movendo Technology, spinoff dell’Iit e partecipata dalla farmaceutica di Sergio Dompé. Ma non porterà soldi freschi solo nelle startup della fucina Iit: entro fine anno nascerà il centro riabilitativo di Lamezia Terme, dove l’istituto porterà investimenti per altre startup del territorio. Chiara Organtini

Foto: Bloomberg/Getty, A.Htet-AFP/Getty Images

Un articolo 18 per le startup dell’Inail


PLUSVALENZE MILIONARIE

La cessione di Acea salva Caltagirone dalla Brexit ROMA Anche Francesco Gaetano Caltagirone soffre la Brexit. È quanto si deduce dal bilancio dei primi nove mesi del 2016 della capogruppo del costruttore, la Caltagirone Holding. Gli effetti del referendum per far uscire la Gran Bretagna dall’Ue sono per ora finanziari. La società infatti recepisce le difficoltà della controllata Cementir, che produce cemento. Già nel bilancio relativo ai primi 6 mesi 2016, Cementir spiegava di aver

conseguito perdite nella gestione finanziaria per 10,2 milioni, legate ai derivati sulle materie prime e sui tassi. Proprio la Brexit, diceva la relazione, aveva penalizzato il valore di mercato dei contratti. L’effetto non si è esaurito nel terzo trimestre: il risultato finanziario di Cementir è sceso ancora leggermente, a meno 10,6 milioni. E la capogruppo? Nel suo caso la gestione finanziaria è, a prima vista, positiva: i profitti nei

+21%

nove mesi sono pari a 47,1 milioni, contro i 18,9 milioni di un anno prima. A ben vedere, però, la crescita è dovuta a un’unica voce, che permette a Caltagirone Holding di parare l’effetto Brexit: la plusvalenza di 49 milioni realizzata scambiando la partecipazione nella Acea di Roma con azioni del colosso francese Suez, che è diventato così il primo azionista privato della società capitolina, dopo il Comune di Roma. Lu.P.

EURO SURPLUS COMMERCIALE IN FORTE CRESCITA Nei primi 9 mesi del 2016 i Paesi dell’Eurozona hanno registrato un surplus commerciale con il resto del mondo di 204,8 miliardi, in crescita del 21 per cento rispetto a un anno prima. Il dato riflette un calo dell’import del 3 per cento, a fronte di un export stabile. Tra i vari Paesi, spicca il saldo intra e extra Ue della Germania (salito da 186 a 197 miliardi) e quello dell’Italia (da 28 a 37 miliardi).

MYANMAR-ITALIA

Ai generali birmani piacciono le armi Finmeccanica TORINO Ai generali birma-

ni piace l’Italia, in particolare l’industria della difesa italiana. E viceversa. È quello che emerge dalla recente visita del capo dell’esercito del Myanmar nel nostro Paese: una due giorni, passata piuttosto sotto silenzio, durante la quale il numero uno dell’esercito birmano, Min Aung Hlaing, l’uomo più potente del dopo giunta, si è incontrato con rappresentanti dell’esercito (il capo di Stato maggiore della Difesa, Claudio Graziano), di Leonardo - come si chiama ora il colosso pubblico Finmeccanica - e di un’altra società che produce sistemi di armamento, la Il generale Min Aung Hlaing. A sinistra: una fabbrica Volkswagen a Wolfsburg

piemontese Aris. Con un particolare: nonostante l’apertura degli ultimi anni (le prime elezioni libere in 25 anni si sono svolte nel 2015) il Myanmar è ancora sottoposto all’embargo dell’Unione europea sulla

vendita di armi e armamenti. Non sarebbero stati discussi contratti, almeno non con Leonardo-Finmeccanica, ma è realistico immaginare che l’interesse per il futuro sia reciproco. Qualche indizio su quali

siano i settori che possono interessare le forze armate birmane lo ha fornito lo stesso generale Hlaing, molto attivo sui social network: «Leonardo Aircraft», scrive sulla sua pagina Facebook, raccontando dell’incontro con i dirigenti dell’azienda nello stabilimento torinese di Leonardo Velivoli, «produce l’Eurofighter Typhoon, i Joint Star Fighter, gli aerei cargo ATR Maritime Patrol, gli arei da trasporto tattico C-27 J, sistemi di difesa marini e terrestri e sistemi collegati alla tecnologia aerospaziale». Contattata da l’Espresso, Leonardo ha spiegato che l’incontro è stata un’iniziativa del Myanmar e che non ci sono collaborazioni, né forniture in corso. Federico Simonelli 27 novembre 2016

49


Inchiesta

Se tor l’Aids Nel nostro Paese si registrano Non si muore più, almeno in Occidente. Ma il contagio aumenta. Perché si riaffacciano i comportamenti pericolosi. E se la medicina fa progressi, la prevenzione invece ha fatto passi indietro. Il 1° dicembre è la giornata mondiale contro la sindrome da immunodeficienza. 50

27 novembre 2016


orna S s

Rischiare per sfida, la follia dei ragazzi di Simone Alliva E PRENDO L’HIV pa-

zienza, non si muore più, no? Io il preservativo non lo uso. Costa e poi non mi piace». Luca ha 19 anni, è uno studente come tanti. Al momento è single ma esce, conosce tante persone, alcune poi le frequenta e instaura relazioni più o meno durature. Le conosce nei locali la sera, attraverso amici o sulle chat per incontri. «Il cappuccio (profilattico, ndr) riduce il piacere». Luca

ogni giorno 11 nuovi casi Ecco la situazione a oggi di una malattia che ha sconvolto in tutto il mondo le abitudini sessuali. E che venticinque anni fa ha ucciso Pier Vittorio Tondelli, un grande scrittore diventato un simbolo per la sua generazione e non soltanto

non è affatto preoccupato dai rischi legati ai rapporti non sicuri. Pur non usando il preservativo non ha mai fatto un test per scoprire se è positivo all’Hiv. «Mai fatto. So che a Roma li fanno le associazioni, ma non le frequento e per farli in ospedale serve l’impegnativa del medico. Non ho né il tempo né la voglia, e comunque non mi interessa». La storia di Luca è solo una delle tante nell’universo dei millennials, i nati tra il 1980 e il 2000. La generazione più istruita della storia, che conosce l’inglese, che viaggia, quella iperconnessa che trascorre le giornate su Facebook, lo smartphone sempre a portata di mano. E il sesso, per alcuni di questi ragazzi e ragazze, rimane un argomento difficile da 27 novembre 2016

51


Inchiesta affrontare. L’educazione sessuale, pur essendo sempre più diffusa, ancora resta un tabù in alcune sacche del mondo giovanile. In certi casi le paralizza. «Avevo la gonorrea ma mi vergognavo troppo, non riuscivo ad andare dal mio medico di base. Ero preoccupato da quello che poteva essere il suo giudizio», racconta Davide, 20 anni. La vergogna lo ha bloccato, gli ha impedito di curarsi come avrebbe dovuto: «Mi sono fatto passare sottobanco le medicine dal mio amico farmacista». Talvolta la malattia non è vissuta più come una minaccia ma come un’inevitabile sventura. Una fatalità. Come nel caso di Valentina, 15 anni: fuori dal suo liceo racconta di fare sesso senza precauzione, «prendo la pillola», assicura. L’importante, per lei è non rimanere incinta. Del preservativo, l’unico contraccettivo che fa da barriera alle malattie sessuali, non vuole sentir parlare. Claudio, che di anni ne ha 16, ne fa invece una que-

4.000 circa sono le nuove diagnosi ogni anno in Italia stione economica: «Io non posso chiedere i soldi ai miei genitori per comprare i preservativi. Mi vergogno. Se lo trovo gratis bene, sennò si fa senza». Valerio vive a Rimini. È positivo all’Hiv da quando aveva 20 anni. Ora ne ha 24. Ha accettato la malattia come fosse un incidente: «È stato il mio ragazzo», racconta. “Lui mi tradiva e quando l’ho scoperto ci siamo lasciati. A storia finita decisi di fare le analisi generali e ho scoperto di essere positivo». La malattia cambia radicalmente le sue abitudini. Cambiano anche i rapporti personali, con la famiglia prima di tutto. «I miei genitori all’inizio non capivano, sono rimasti fermi agli anni Novanta quan-

do la gente ci moriva di Aids. Ora sto cercando di istruirli». «Non me lo aspettavo. Usavo quasi sempre il preservativo». Paolo è di Bologna, la diagnosi che ha ricevuto a 23 anni è stata un’irruzione che gli ha cambiato la vita in un minuto. Aveva un biglietto aereo per il Brasile vinto grazie a una borsa di studio. Dopo la scoperta della malattia ha scelto di restare in Italia: «Essere positivi all’Hiv mi ha dato una vita nuova. È cambiata la prospettiva, il modo in cui guardo le persone attorno a me». Con la malattia ogni scelta relazionale pesa: «Presentarti a qualcuno come persona sieropositiva equivale a fare coming out una secon-

Caro Pier, come ci sbagliavamo Il 16 dicembre del 1991 moriva l’autore di “Altri libertini”, “Rimini” e “Pao Pao”. Il ricordo appassionato di un amico, anche lui scrittore di Mario Fortunato Mio caro Pier, ho una buona notizia da darti. Così buona da spingermi addirittura a scriverti una lettera, benché nutra qualche incertezza sull’indirizzo a cui spedire. Non ho invece nessun dubbio sul mezzo: niente email né sms né messaggi whatsapp, per non parlare di post sui cosiddetti social media. A parte l’età, che mi iscrive di diritto fra i consumatori di carta recidivi e dipendenti, per non dire tossici, tu te ne sei andato ormai venticinque anni orsono - accidenti! un quarto di secolo! - e cioè in un’era beatamente gutenberghiana. Perciò eccomi armato di carta, penna e francobollo - ma sul valore di quest’ultimo permettimi di sorvolare. Dunque la buona notizia. Ricordi che negli ultimi tempi in cui eri vivo, autunno

52

27 novembre 2016

1991, ripetevi spesso di non voler morire così presto perché altrimenti i libri di letteratura ti avrebbero ricordato, giusto in una nota a piè di pagina, come un minore padano? E ricordi che io, nella migliore versione stronza di me, ti rispondevo che non c’era da preoccuparsi, perché nessuno ti avrebbe ricordato? Sono sicuro che ci pensi ancora, e per diverse ragioni: compreso lo strazio di quegli ultimi giorni tremendi. A ogni modo la notizia, la buona notizia, è che ci sbagliavamo entrambi. Del resto, tu hai sempre avuto una deplorevole tendenza all’autocommiserazione e a me non è mai difettata la stronzaggine. E invece, lo sai come vanno le cose quaggiù: il mondo ama sorprendere. E talvolta non solo nel senso peggiore. Fatto sta


Foto: A.Roveri/Mondadori Portfolio

da volta». Sofferenza? «Forse all’inizio ma dalla sofferenza è nata una capacità di reagire, una ragione di riscatto». Così Paolo diventa attivista di Plus, l’associazione che riunisce persone gay sieropositive: «L’ho fatto pensando a chi è meno fortunato di me: ho contratto il virus in un’epoca in cui la malattia non equivale a una sentenza. In una città come Bologna, poi, dove c’è apertura nei confronti della comunità lgbt. E infine, in una famiglia che ha reagito con lucidità: mia madre mi disse che se avessi avuto il diabete sarebbe stato molto peggio. Capisci?, non tutti hanno questa fortuna». E Francesco, 24 anni, positivo al virus da due, questa fortuna non ce l’ha: «In famiglia non lo sanno e non intendo dirglielo», spiega. «A stento accettano il fatto che sia gay. Per me non sono problemi l’essere gay e sieropositivo. Sono fatti. I miei genitori non guardano all’omosessualità come a una cosa normale. Figuriamoci

all’Aids che nel loro immaginario resterà sempre la maledizione degli anni Ottanta». La diagnosi l’ha ricevuta il primo dicembre 2014, proprio durante la Giornata mondiale contro l’Aids: «Ho fatto il test di routine. Non ho capito più nulla. Volevo solo uscirne. Ho iniziato a informarmi e a frequentare i gruppi di sostegno». Secondo i dati forniti dal Centro Operativo Aids dell’Istituto Superiore di Sanità da dieci anni il numero delle diagnosi non accenna a scendere, e anzi registra un incremento tra le persone omosessuali. La trasmissione dell’Hiv avviene quasi sempre per via sessuale e sempre meno per via endovenosa. Tra i maschi gay è allarme rosso. Soprattutto tra le nuove generazioni che hanno abbassato la guardia. Lo spiega bene Massimiliano, volontario del Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli di Roma dove trascorre parecchie ore alla settimana per fare consulenza e ascoltare i problemi dei giovani. Dopo anni

di lavoro si stupisce ancora della disinformazione e della mancanza di responsabilità: «Quando parlo con loro, siano etero o gay, scatta ancora il meccanismo del “poi ci penso”. Non usano precauzioni, spesso perché il partner risulta esteticamente affidabile. Una volta un ragazzo, dopo aver avuto un rapporto non sicuro, mi disse “Non mi sembrava il tipo da Hiv”». Ma ci sono anche giovani che rifiutano l’uso del preservativo non per ignoranza ma per scelta. «È più eccitante - dice Flavio, 28enne - Ammetto che farlo senza mi eccita di più, sia dal punto di vista fisico sia perché è più pericoloso. Poi mi pento, ma solo dopo». Un microuniverso giovanile che va in moto a fari spenti: il sesso senza preservativo per il gusto di farlo “al naturale”, senza pensare alle conseguenze. Fino ad arrivare a pratiche estreme, come la moda importata da oltreoceano del chem-sex, sempre più diffusa tra i giovani. Droga e sesso

Pier Vittorio Tondelli. A sinistra: la cover che l’Espresso gli dedicò nel dicembre‘91 27 novembre 2016

53


Inchiesta

60% dei nuovi diagnosticati sono in fase avanzata di malattia

mescolati. Ci si ritrova tra sconosciuti in casa, si fa sesso non protetto e ci si sballa: aumentano sia le performance sessuali e sia i rischi di contrarre malattie. Emiliano a 26 anni si considera un habitué dei festini a base di droga e sesso: «Ci si organizza tramite i social, qualcuno ospita e ci si ritrova lì. Gay ma anche etero. Una volta mi ritrovai in un festino con 7 gay e una donna etero. Lei guardava e si sballava». I preservativi di solito sono sempre ben visibili sul tavolo, accanto a droga come cocaina, Ghb, Md, Ecstasy liquida. «Ma i condom restano dei soprammobili, perché quando la droga entra in circolo si ha un senso di invincibilità e non si è coscienti di correre il rischio. E se lo sei comunque ti eccita. Quando sale l’effetto non hai la lucidità per aprire un preservativo e mettertelo. Si perde spesso la cognizione del proprio corpo e del tempo. Una volta sono rimasto in casa tre giorni». I party inizia-

no il venerdì sera per poi prolungarsi il sabato e domenica c’è il down finale. «La prima volta che l’ho fatto sono andato avanti dal venerdì alle sette di sera fino a lunedì. A me sembrava fossero passate solo due ore. Alla fine si scopa poco in realtà, ma non hai fame e bevi molto». Tra le pratiche estreme oggi resta meno in voga il bugchasing, che consiste nell’avere rapporti sessuali non protetti con persone sieropositive e disponibili a trasmettere il virus dell’hiv: «Preistoria» commenta Gaetano, 25enne. «Chi è sieropositivo

oggi si cura e difficilmente è contagioso se segue regolarmente una terapia anti-retrovirale e non è affetto da altre infezioni sessualmente trasmissibili. Quelli che fanno bugchasing sono una categoria paragonabile a chi si eccita guardando i morti. Un caso clinico». Gaetano invece è più affascinato dal “bareback”. In inglese vuol dire “montare a cavallo senza sella”. Si organizzano orge e si fa sesso rigorosamente non protetto: «È più divertente, quando lo fai ti senti libero. Le malattie? Non ci penso, si vive una volta sola». Q

che, girando un po’ l’Italia per presentare il mio ultimo libro - che parla e straparla di te, come parla e straparla anche del nostro amato Filippo e del Mariolàin, cioè il sottoscritto, come voi due mi chiamavate - ho scoperto che c’è un’intera generazione di giovani lettori, fra i venti e i trent’anni, che ti legge e ti adora. Ergo: nessuno ti ha dimenticato e nessuno - almeno fra le persone con cui mi è accaduto di parlare nelle scorse settimane - ti considera un “minore padano”. Al contrario. A venticinque anni dalla tua dipartita, mi pare che la stima, l’affetto, direi persino l’identificazione in te e in ciò che hai scritto (mica tanti libri: “Altri libertini”, “Pao Pao”, “Rimini”, “Biglietti agli amici”, “Camere separate”, “Un weekend postmoderno” e “L’abbandono”, postumo) sono cresciuti spettacolarmente, quasi che la distanza e il tempo trascorso abbiano restituito spessore e complessità a un’opera che il pubblico dei lettori ha comunque amato fin da subito. La critica no, lo sappiamo molto bene. La critica è stata insieme generosa (Geno Pampaloni) e terribilmente miope (Angelo Guglielmi). E tu ne hai sofferto come

solo un ragazzo di provincia, fragile, insicuro e pieno di timidezza, poteva. Nessun riconoscimento importante, mai: né premi Strega né Campielli, macché, niente di niente. Però, per fortuna, i tuoi libri venivano letti e amati con una passione che usciva dal territorio della letteratura, per entrare in quello della mitologia. Bene: tutto questo continua, in maniera costante, come una corrente d’acqua che sparisce e riemerge, un bel fiume carsico di cui è difficile definire i contorni, un caldo flusso di interesse e amore per uno degli scrittori più autentici del nostro Novecento. Ecco perché, adesso che la data del 16 dicembre si avvicina, il giorno in cui te ne sei andato - una data che temo moltissimo, perché per me ha significato rinunciare in un colpo solo a te e a mia madre - sento moltiplicarsi gli appuntamenti che ti ricordano, non solo nella tua «piccola città, bastardo posto», come diceva la canzone, e cioè a Correggio, in Emilia Romagna, ma anche a Milano, a Bologna (ai Teatri di Vita) e in tanti altri luoghi della Penisola. Mentre il tuo editore, Bompiani, che per inciso da una decina di anni è diventato anche il mio, manderà in libreria una nuova

edizione arricchita e pregiata del tuo ultimo romanzo, “Camere separate”. Il libro che - ricorderai anche questo provocò un nostro litigio, pieno di mutria e risentimento. Perché io lo recensii su queste stesse pagine - insomma, sul “nostro” giornale, visto che è qui dentro che siamo cresciuti insieme - e il pezzo mi costò una tremenda angoscia, dato che quella storia parlava anche di me, del dolore per la perdita del mio amico Franco, e riviverlo attraverso le tue parole mi aveva letteralmente schiantato. Tu fosti felice del mio articolo. Ma poi, quando mi chiesero di scriverne un altro, questa volta per la rivista “Nuovi Argomenti”, allora diretta da Enzo Siciliano, e io rifiutai perché davvero non potevo, non ce la facevo, non potevo farcela, tu te la prendesti moltissimo, e io me la presi perché te l’eri presa. Cavolo, che ragazzini eravamo. Tecnicamente, tu ragazzino lo sei ancora. Quindi, a tutti gli effetti, saresti autorizzato a farmi qualche dispetto, o a mettere il broncio perché magari adesso ho scritto delle inesattezze, o a non rispondermi al telefono perché offeso dai miei eccessi di ruvidezza calabra. D’altro canto, è da un pezzo che col telefono 27 novembre 2016

55


Inchiesta

Il peggior virus oggi è il silenzio N SUCCESSO. Così può essere considerata la battaglia contro l’infezione da Hiv, una delle storie più felici della medicina contemporanea: nel giro di pochi decenni si è passati dal non conoscere il virus che la causava ad avere farmaci in grado di azzerare la malattia, e anche la sua trasmissione. Al centro di questa vicenda ci sono i pazienti, quelli famosi come Freddy Mercury, la cui morte impose l’acronimo Aids in tutto il mon-

do, e quelli meno noti, organizzati in associazioni e gruppi capaci di far sentire la loro voce ai congressi scientifici, di parlare con politici e manager delle case farmaceutiche. «È appena il 1983 e un gruppetto di persone con Aids si riunisce in una stanza di un albergo della capitale del Colorado in cui si svolge un congresso scientifico ed elabora un documento contenente alcuni principi basilari. Come: “non vogliamo essere considerati vittime”», ricostruisce Giulio Maria Corbelli,

vicepresidente di Plus onlus, nel libro della Fondazione Smith Kline “Hiv/Aids: storia, cura, prevenzione” (FrancoAngeli). In quella voglia di riscatto è contenuto il percorso che porterà la community delle persone con Hiv e Aids a dare un contributo fattivo nella ricerca scientifica sulla malattia così come nelle policy messe in campo per fermare la diffusione dell’infezione. Negli anni Ottanta del virus si sa davvero poco e della malattia si parla solo nei consessi scientifici; negli anni Novanta i decessi delle star internazionali - Anthony Perkins, Isaac Asimov, Bruce Chatwin, Michel Foucault, Rudolf Nureyev, Arthur Ashe per fare qualche nome - fanno notizia; nei Duemila di Aids non si muore più (almeno nei paesi occidentali), anche se i sieropositivi devono affrontare terapie molto pesanti; nell’ultimo decennio i farmaci diventano sempre più efficaci e meno tossici e, se li prendono, le persone Hiv positive possono vivere una vita piena e dignitosa. Risultato: dell’infezione non si parla più, e si pensa che il problema sia risolto. Niente di più

abbiamo difficoltà: tu devi aver cambiato numero e io da venticinque anni, dal 16 dicembre 1991, continuo a non avere campo. Come non bastasse, essendo intrappolato nella concezione del tempo lineare, continuo anche a incanutire inesorabilmente, in un modo tale che presto potrei candidarmi a essere tuo padre e non più il fratellino quasi coetaneo, molto correo e un filo

incestuoso, che sono stato ai vecchi tempi. Tu evidentemente dell’essere giovane cioè di quella condizione che sta fra la santità e la buffonata - hai fatto il tuo stemma araldico. E non solo perché nei tuoi libri hai raccontato soprattutto storie di ragazzi felici e infelici, o perché ti sei occupato amorevolmente di quegli scrittori giovani e alle prime armi che, ai

nostri tempi, l’editoria snobbava abbastanza (e così hai tenuto a battesimo Silvia Ballestra e Andrea Canobbio, Giuseppe Culicchia e tanti altri, tutti appena ventenni), ma perché tu stesso a soli trentasei anni hai chiuso la partita. Ti sei buscato la malattia più fetente e meno comprensiva dell’ultimo mezzo secolo e, nel giro di pochi mesi, non c’eri più, con tutto che sino

Di questa infezione non si parla quasi più. Ma senza informazione, i farmaci non bastano di Letizia Gabaglio

U

Tre amici, l’assenza, l’amore di Wlodek Goldkorn Non è facile elogiare un libro di un collega e sodale della rubrica accanto e persona frequentata da oltre trent’anni: si corre il rischio di iperbole. E tuttavia, “Noi tre” di Mario Fortunato (Bompiani, pp. 178; € 17) è uno dei più bei romanzi pubblicati in Italia in questi anni. La storia, scritta in prima persona sotto la forma di un memoir (e come per ogni memoir va tenuta presente la distinzione tra l’autore e l’io narrante), racconta dell’amicizia tra Fortunato appunto e Pier Vittorio Tondelli e Filippo Betto. Il primo è morto di Aids nel 1991; il secondo nel 2009 per un infarto. Si potrebbe tentare di riassumere il testo: l’ambientazione negli anni Ottanta, il fatto che i tre scrittori sono gay, vengono dalla provincia, attraversano un periodo storico in cui la politica

56

27 novembre 2016

viene a mancare e resta solo la letteratura come tentativo di dar ordine alla realtà (ma loro fin da quando erano bambini volevano fare gli scrittori). E poi la proliferazione di locali e discoteche di ogni tipo (dove tra le sbronze sono ambientate molte scene del libro). A metà di quegli anni si affaccia l’Aids: falcidierà una generazione che ha costruito una cultura, chiamata cultura gay, e che quasi alla pari del femminismo ha sconvolto e trasformato la nostra percezione del mondo. Ma la cosa più importante del libro di Fortunato è un’altra: è il racconto dell’amore nell’assenza degli amati; la narrazione del desiderio che sopravvive ai sensi di colpa per essere sopravvissuto (l’unico dei tre); la delicatezza in cui disvela agli occhi del lettore le scene erotiche e i sentimenti profondi. Tutto questo con una prosa leggera, mai enfatica, senza narcisismo e con onestà esemplare.


Inchiesta

Foto: A.Alecchi/Mondadori Portfolio

sbagliato, in Italia come nel mondo. Da noi il numero delle nuove diagnosi, infatti, non cala e ogni anno circa 4mila persone scoprono di essersi infettate; nel mondo si registrano 2 milioni di nuovi casi all’anno e si stima che circa il 40 per cento dei sieropositivi non sa di esserlo, e quindi continua a diffondere il virus anche inconsapevolmente. «È vero che c’è stata molta informazione sulla malattia negli scorsi decenni ma ha interessato prevalentemente i paesi occidentali e si è rivolta alla popolazione generale», commenta Stefano Vella del Centro Salute Globale - Istituto Superiore di Sanità, uno dei massimi esperti mondiali di questa malattia. «Oggi per ottenere dei risultati dobbiamo raggiungere le cosiddette popolazioni chiave, quelle che diffondono il virus». E bisogna farlo in tutto il mondo. Ma comunicare con i gay in alcune zone dell’Africa o con chi fa uso di droghe in alcuni paesi dell’est Europa è davvero difficile: si tratta di persone che rischiano il carcere o altre punizioni, emarginate socialmente. Così l’infezione

all’ultimo, terrorizzati e incapaci di darla vinta alla realtà, ci siamo illusi che non sarebbe finita lì, che c’era ancora un pezzetto di strada da fare, tenendosi per mano. Mio dolce, mio caro amico-compliceamante, le lettere troppo lunghe rischiano di essere sempre un guaio per chi deve leggerle. Perciò salto i convenevoli - immagino che nel posto in cui ti trovi siano ancora più irrilevanti che qui - e senza troppi giri di parole prendo commiato. Immagino pure che a occhio e croce dovresti passartela bene da quelle parti, comunque si chiami il boss locale: dopo tutto eri cattolico, ma ti intendevi anche di buddismo, induismo e altre religioni. Senza aggiungere che la tua innocenza era ben al di là di ogni credo. Suppongo che avrai già incontrato i nostri amatissimi Wystan Auden, Christopher Isherwood e Stephen Spender, oltre a Filippo che era il terzo lato del nostro triangolo felicemente scaleno. Salutali tutti da parte mia: presto o tardi, spero mi accetterete nel vostro club esclusivo. Per ora, mi pare di averti detto tutto. Anzi no, dimenticavo. Mi manchi. Molto. Tuo m.

134.000 le persone sieropositive in Italia continua a perpetuarsi e, grazie a globalizzazione e migrazioni, ritorna anche da noi. «L’Aids non è affatto sconfitto. Pensarlo è un errore di prospettiva tragico: la salute delle persone dei paesi in via di sviluppo è anche la nostra salute. Ma soprattutto non possiamo pensare di vincere solo a suon di pasticche, ci vuole un vaccino e la cura», sottolinea ancora Vella. Sulla strada del vaccino si erano incamminati in molti, ma quasi tutti l’hanno abbandonata. Ora però uno dei meccanismi con cui l’Hiv eludeva il sistema di immunizzazione è stato scoperto e questo ha dato nuova linfa all’idea di un presidio di prevenzione.Accanto a questa strategia si sta facendo strada quella che mette insieme i farmaci antiretrovirali - quelli che consentono ai sieropositivi di avere una aspettativa di vita simile a quella di chi non

ha l’infezione - ai nuovi farmaci immuno-oncologici che stanno ottenendo risultati molto buoni in alcuni tipi di tumore. Più ancora della terapia non c’è dubbio però che potrebbe la prevenzione. I rapporti sessuali non protetti rimangono la principale causa di infezione, quelli fra maschi ma anche quelli eterosessuali. Ma ormai la percezione del rischio è molto diminuita e la maggioranza di quanti scoprono di essere sieropositivi lo fa quando la malattia è già in fase avanzata, quando il virus è stato trasmesso anche ad altri. Come fare arrivare al cuore del problema? «In Danimarca, un paese piccolo e dunque dall’epidemia contenuta, quando hanno visto che la principale via di trasmissione del virus era il rapporto sessuale tra maschi, hanno immaginato un intervento specifico per quella popola-

Ibiza la Loca Nel 1987 lo scrittore passava l’estate sull’isola più trasgressiva del momento. Raccontata così per l’Espresso di Pier Vittorio Tondelli Pubblichiamo una parte dell’articolo “Pazza isola” uscito sull’Espresso l’11 ottobre del 1987. Pier Vittorio Tondelli ha collaborato a lungo con il nostro giornale. Con reportage, racconti, e rubriche su musica e libri. La Isla Blanca, come Ibiza è soprannominata, di intrinsecamente suo mette la propria vocazione all’eccentrico e all’eccessivo che plasma i comportamenti o, quantomeno li riveste, anche solo per una notte, di una follia carnascialesca e girovaga, di un senso altamente disinibito della festa, di una inquietudine desiderante che le ha valso un secondo soprannome: la Isla Loca, cioè l’isola pazza. A Ibiza, infatti, tutto è stravolto rispetto ai ritmi della quotidianità. Certo, potete ritirarvi nella quiete assorta di Portinax, prendere in affitto una masseria, recarvi in centro solo per l’aperitivo o per fare la spesa nei

supermercati; comportarvi quindi come in un qualunque luogo di villeggiatura. Ma questo non è lo spirito di Ibiza che confonde il giorno con la notte, e le albe con i tramonti. Appena arrivate sentite subito il “jet-lag” di un volo transcontinentale. Occorrono un paio di giorni per adattarsi al ritmo forsennato della vita a Elvissa: cena verso mezzanotte, un videobar per un bicchiere del liquore locale, lo Hierbas Ibicencas, una sorta di anisetta che viene servita in ampi “ballons” ripieni di ghiaccio, poi il vorticoso giro delle discoteche intercalato, per gli impenitenti, da una puntata al Casinò. All’alba quando la rocca di Ibiza appare un po’ come Mont SaintMichel, un castello sulle brume e sull’acqua, uno spuntino e a dormire. Spiaggia verso le cinque del pomeriggio, drink serale al Montesol o al Mar y Sol, siesta in casa, poi di nuovo ristorante e 27 novembre 2016

59


Inchiesta

27% delle persone diagnosticate come Hiv è di nazionalità straniera

zione», spiega Corbelli. «In Francia da gennaio, e in Norvegia da poche settimane, hanno deciso di distribuire gratuitamente la terapia preventiva a chi ne ha bisogno. Gli effetti si vedranno tra un po’. Ci vorranno dei mesi, ma certamente le infezioni diminuiranno». Far cooperare i diversi tasselli della società, proprio come è stato all’inizio della storia dell’Aids quando dalla coesione fra medici, pazienti, istituzioni e case farmaceutiche nacquero le prime dichiarazioni e campagne, è quindi ancora la strada da percorrere. Ci stanno riuscendo a San Francisco, dove negli anni Ottanta e Novanta ci fu un epidemia esplosiva di Aids. La città ha deciso di aderire all’iniziativa Fast-Track Cities il cui obiettivo è raggiungere entro il 2020 gli obiettivi 90 90 90: il 90 per cento delle persone con Hiv diagnosticate, il 90 per cento di queste in terapia e il 90 per cento di quelle in terapia con una riduzione significativa della carica virale. Come? Trattando con le terapie le categorie a rischio, dando informazioni alle comunità di persone più coinvolte, sostenen-

do l’uso del preservativo, con un approccio integrato per superare lo stigma e la discriminazione che ancora tocca le persone con Hiv. E in Italia? Le istituzioni sono immobili, fossilizzate sugli stessi messaggi da anni, ma le associazioni provano a realizzare progetti nuovi. «Come Plus onlus abbiamo aperto un anno fa a Bologna il primo locale gay gestito dalle associazioni di pazienti nel quale, in tutta tranquillità, è possibile fare il test per Hiv e Hcv in modo rapido e avere i risultati in 20 minuti», spiega Corbelli. «È stato un lavoro di anni, abbiamo messo insieme la

Asl - che mette il personale infermieristico specializzato - e il Comune di Bologna - che mette i locali. Noi abbiamo fatto una campagna di fundraising. È una realtà unica in Italia, a Roma ogni tanto il circolo Mario Mieli fa questa cosa appoggiandosi all’Ospedale San Giovanni ma è un’attività sporadica». Buone pratiche che stentano a decollare a livello nazionale, dove ancora ci si ricorda delle campagne di informazione di Lupo Alberto. Nel frattempo sono passati 25 anni, la scienza è andata avanti, i pazienti hanno ottenuto molto, ma la politica appare ferma. Q

notte. Il risultato è che dopo qualche giorno si alternano, alle ore più insolite, momenti di stanchezza estrema e momenti di vitalità inaspettata. E su tutto domina un vago senso di sfinimento, di afosa indolenza, di percezione indistinta della realtà che abbatte le resistenze psicologiche e rende estremamente disponibili ai nuovi incontri e alle nuove amicizie. La massa dei giovani turisti in cerca di avventure resta assai simile a se stessa con la dominante del tipo selvaggio e della donna della giungla: capelli lunghissimi, straccetti di camoscio all’inguine, pettorali gonfi e turgidi, stivalacci di cuoio o di pelle sfrangiata, orecchini ai lobi, nelle ragazze anche curiose commistioni fra le parti basse, pronte quasi per un safari, e quelle superiori strette in bustini primo-Novecento, pizzi e trine come in Madonna. Poi naturalmente la saga del jeans stracciato e scucito come non si era mai visto, neppure nella Londra del 1976 quando i punk infilzavano giubbotti e calzoni con migliaia di spille e catene. Il jeans, dunque, ancora una volta come elemento portante del gioco della seduzione, adibito più a scoprire che a nascondere. Cosa possa saltar fuori da questi capi è insieme divertimento e provocazione

feroce: un gluteo, un capezzolo, un polpaccio, una coscia, un bicipite, un tricipite, un ombelico. Come se questi gran pezzi di femmine e di maschi fossero passati attraverso le fruste borchiate dei torturatori di Sodoma e Gomorra riportandone non solo indumenti a pezzi (e perlopiù stracciati nei punti più sexy del corpo) ma soprattutto quel sublime aspetto gigolo e marchettaro che rende più eccitante i contatti: rivincita del vissuto, dell’esperto, del profanato sull’ingenuità, la spontaneità, le prime armi. Gladiatori e Messaline segnati da innumerevoli scontri negli harem e nelle arene. Vichinghi e ciclopesse, barbari e baccanti. Cortigiane e califfi. La violenza delle diversità sessuali, del maschile del femminile che, pur vestiti nello stesso modo, si attraggono con una forza spietata. A Ibiza puoi sentire tutto questo semplicemente sedendoti allo Zoo bar o in altri caffè nelle ore che precedono le uscite in discoteca. Il gioco barbaro, spietato e affascinante dell’accoppiamento. Ma, in fondo, a tutto ciò puoi anche essere abituato. Non è molto diverso dallo struscio fra Rimini e Riccione. Certo l’atmosfera è diversissima, meno casareccia, più aspra, più internazionale. Più lussuosa forse, più sfacciata. Ma i comportamenti sono

abbastanza simili. Quello che invece ti coglie di sorpresa è la fauna trend di Ibiza, la fauna modaiola completamente “oltre” negli abbigliamenti, soprattutto, e nelle abitudini. Ai tavoli sparsi attorno alle palme di Calle Alfonso XII, poco prima della scalinata addossata alle mura che porta nei localini gay, ecco il variopinto popolo di lbiza: tutti giovanissimi, al massimo sui ventitré anni. In gran parte sono spagnoli, di Madrid, di Valencia, ma anche molti baschi. Qualche parigino, pochi gli italiani che non arriverebbero mai a questi eccessi. Il trionfo è della calza femminile e della giarrettiera. Soprattutto indossata sui polpacci villosi dci ragazzi. Calze dunque alla coscia, soprattutto nere. Guanti anch’essi neri. Stivali aderenti di pelle borchiata molto sadomaso sdrammatizzati da una giarrettiera in strass. Grande sfoggio di parrucche ma soprattutto gli algidi e stopposi capelli alla Jean Paul Gaultier. Chi non osa la calza, che comporta una culotte o un body e quindi un fisico scultoreo, si rifà con i pantaloncini elasticizzati tipo quelli usati dai ciclisti e da alcuni atleti della velocità. Sempre neri, sempre aderentissimi, al massimo qualche fascia longitudinale color porpora. E sopra anche una giacchetta.

60

27 novembre 2016


Riccardo Bocca Gli Antennati www.gliantennati.it

Il pubblico reclama una tv garbata, non volgare, e a volte viene accontentato. Ma non è garanzia automatica di qualità. Anzi può diventare un alibi

L’eleganza non basta UNA PARTE DEL PUBBLICO televisivo, stremata, brama l’assenza di volgarità da ciò che lanciano i palinsesti. È insomma più che grato quando un programma non sprofonda per contenuti o forma nella voragine del cattivo gusto. Trova che questo, nell’insieme, sia un valore primario, e dunque tende a innamorarsi di chi alla fanghiglia del trash oppone il cosiddetto buongusto. IMPOSSIBILE DISSENTIRE. La discarica

non abusiva del tele-peggio è sempre affollata. Non basta, in balia dei preconcetti, crocifiggere soltanto Mediaset e salvare invece Viale Mazzini. Tocca ammettere che se da un lato è indigeribile il video-romanzo cinico offerto ogni domenica pomeriggio su Canale 5 da Barbara D’Urso, non troppo meglio è il contenitore di Rai1 gestito da Eleonora Daniele, conduttrice devota con non comune slancio (e anche perversa bravura specifica) più al dio Share che alla manutenzione di spazi rispettosi della dignità collettiva.

Foto: A. Casasoli, A3 - A.Dadi/Agf

DUNQUE EVVIVA, si diceva, quando non

c’è questo risvolto horror. Quando ad esempio in scena appare la sagoma di Pippo Baudo, che tutto è stato e potrà in futuro essere, ma mai toccato dal vizio di concepire il video come un mercato dello squallore. Segui la sua “Domenica in”, e ti ritrovi in un salottino vintage su cui è fuori luogo spargere sarcasmi. Zero volgarità, zero ammiccamenti beceri, zero corsa all’empatia tramite trucchi da avanspettacolo. UN PO’ COME nelle ore e i giorni in cui le telecamere illuminano il garbato Giammaria a “Petrolio”, o magari a “Politics”

il fin troppo tormentato Semprini, quel dolcissimo signor Gianluca che immaginava di sbarcare a Rai3 e diventare in corsa un polo d’attrazione. Per non parlare della scaltra professionalità con cui, su La7, Giovanni Floris conduce ogni settimana il pop-serpentone di “Dimartedì”, raccogliendo un solido riscontro d’ascolti. Tutti esempi di una comunicazione che non si azzarda mai a indignare i telespettatori, facendoli invece sentire membri di una comunità tutelata.

Mass Media VALTO Nel mezzo della faida soporifera tra Mediaset e Vivendi è arrivata una notizia lieta: sia per il Biscione che per Sky: quest’ultima infatti versa 20 milioni di euro alla società di distribuzione Medusa, e si aggiudica la prima visione in tv di un buon pacchetto di film italiani. Serviva proprio, un ricostituente alla sezione cinema di casa Murdoch.

DOPODICHÉ, però, c’è un altro

grado di riflessione auspicabile, su quest’area immune da sguaiatezze o dall’aizzare piazze e popoli in stile Del Debbio. Nel senso che non basta offrire una confezione onorevole e ragionamenti mirati alla soddisfazione di chi telecomanda dal divano di casa, per garantire a una trasmissione il bollino della qualità. Anzi il problema in campo, al momento, è proprio quello di non acconIl senatore tentarsi del valzer delle buone Maurizio maniere e delle altrettanto Gasparri buone intenzioni, utili certo a consolare gli animi ma non a sviluppare una tv d’eccellenza. Il pubblico ha pieno diritto e dovere, piuttosto, di invocare autori sfolgoranti, idee distanti dall’ovvio, e soprattutto il coraggio da parte di chi siede ai vertici di costruire immaginari inediti. Rifugiarsi in commenti tipo «Ma non è volgare...», riguardo a programmi onesti ma nell’insieme modesti, rischia di essere un autogol. L’alibi, insomma, per continuare a galleggiare nell’oceano del così così.

WBASSO Uno tenta di fare finta di niente, di dimenticare, ma in questo caso è dura. Gasparri e Giovanardi, garanzia di comicità involontaria, attaccano la serie di Rai2 sul vice questore Rocco Schiavone per i comportamenti scorretti del protagonista. Quanto basta per alimentare un dolce coro: pensate, piuttosto, alle mestizie politiche che vi portate appresso. 27 novembre 2016

63


Reportage

ESCLUSIVO L’Espresso ha visitato il carcere della città irachena di Kirkuk, dove sono rinchiusi oltre cento uomini dello Stato islamico catturati dai curdi. «Ho giurato fedeltà al Califfo solo per soldi, non per fede» di Francesca Mannocchi foto di Alessio Romenzi

L’

ISIS NON È ANCORA FINITO.

E lo ha voluto ricordare il 21 ottobre scorso. In quella notte un commando di uomini dello Stato islamico ha assaltato Kirkuk, strategica città petrolifera nel nord dell’Iraq: più di cento combattenti armati di mitragliatrici, rpg e cinture esplosive hanno attaccato due hotel, le scuole, una caserma e la moschea, dove decine di civili sono stati tenuti in ostaggio per un giorno e mezzo. E soprattutto la prigione locale, nel tentativo di liberare i miliziani catturati e reclusi. La città di Kirkuk, che un tempo ospitava arabi, curdi e turcomanni, è la maggiore produttrice di petrolio di tutto il nord Iraq: i 100 chilometri di strada a sud est che la separano da Mosul sono un’unica distesa di pozzi petroliferi. Questa ricchezza l’ha resa così importante agli occhi dei curdi che la controllano di fatto dal 2014 ed è una delle ragioni per cui l’Isis, che ha alimentato la Due prigionieri Isis nel carcere di Kirkuk, nord Iraq

64

27 novembre 2016

Nella prigione


dei miliziani Isis 27 novembre 2016

65


Reportage

sua espansione vendendo greggio sul mercato nero, l’ha scelta per mettere in campo la prima controffensiva dopo l’inizio delle operazioni militari su Mosul. Occupare stabilmente la città era senza dubbio una possibilità remota, ma la rappresaglia - che ha provocato più di ottanta vittime e 170 feriti - ha dimostrato che al-Baghdadi può contare su numerose cellule dormienti presenti in ogni villaggio del nord Iraq e di godere ancora dell’appoggio di parte della popolazione. L’operazione ha dimostrato soprattutto che il Califfo può destabilizzare un’intera città, minando la sicurezza del paese mentre si combatte per la liberazione della propria autoproclamata capitale Mosul. I pozzi di petrolio arrivano fino alla vicina Hawija, ultima grande roccaforte dell’Isis nel governatorato di Kirkuk. Secondo i servizi segreti iracheni sarebbero almeno 1.500 i combattenti presenti nella zona e nei villaggi circostanti. Gli attentatori di Kirkuk venivano quasi tutti da lì, così come la mente dell’assalto, l’emiro Abu Islam al Iraqi, arrestato il 24 ottobre insieme ad altri nove miliziani, attualmente reclusi proprio nel carcere di Kirkuk. L’Espresso ha ottenuto l’accesso alla prigione e la possibilità di intervistare uno dei suoi ospiti,AddiAbbas Sabhan.Sabhan ha ventiquattro anni, anche lui viene da Hawija. I soldati curdi lo trascinano strattonandogli la testa lungo i corridoi della prigione, lo spingono con la faccia al muro, 66

27 novembre 2016

«Come muratore guadagnavo appena trenta dollari al mese. Loro me ne hanno promessi centocinquanta» insieme ad altri due prigionieri che vengono esibiti come un vanto. Hanno le mani legate. E gli occhi smarriti. Gli agenti ci impediscono l’accesso alle celle, imponendo di intervistare il giovane solo in presenza di tre funzionari di polizia e servizi segreti che possano controllare le sue risposte. Il miliziano ha il volto pulito, indossa una tuta e un paio di ciabatte. A prima vista nulla lascerebbe pensare che sia uno dei feroci attentatori di Kirkuk. «Sono stato reclutato all’inizio del 2014, pochi mesi prima della presa di Mosul, dagli uomini dell’emiro Abu Islam al Iraqi. Lavoravo come muratore, ho sempre fatto il muratore da quando ero bambino, la mia famiglia è poverissima e io dovevo aiutare mia madre a sfamare i miei quattro fratelli. A fine mese ricevevo una paga misera, poco più di 30 dollari, quando andava bene. L’Isis invece ci garantiva tanti soldi, sapevano di poterci convincere così. Promettendoci 200 mila dinari al mese, più o meno 150 dollari. E io non li avevo mai visti tutti insieme». Addi Abbas Sabhan è nato nel 1992, è cresciuto sotto l’occupazione americana nella parte più caotica dell’Iraq, dove essere un arabo sunnita non era semplice:

«Non ho avuto un’adolescenza, non ho potuto studiare perché la mia famiglia non aveva denaro. Sono cresciuto vedendo intorno a me solo povertà e risentimento. Verso gli americani prima, poi verso il governo (quello sciita di Al Maliki, ndr). Io mi sentivo abbandonato, tutti ci sentivamo abbandonati. Quando gli uomini dell’Isis si sono avvicinati a me ho pensato


solo che avrei potuto garantire una vita migliore alla mia famiglia. Non sono stato spinto da altre motivazioni». Le parole di Sabhan non sembrano alimentate da un profondo credo religioso, dal progetto di un califfato islamico senza confini, anzi. Il termine che ricorre più volte nelle sue risposte è “denaro”. Con il denaro è stato convinto a giurare

fedeltà ad al Baghdadi, per denaro ha deciso di reclutare altri giovani come lui. «Non sono stato reclutato in moschea, loro si avvicinavano a noi ragazzi nelle piazze, nei luoghi pubblici, conoscevano i villaggi e le condizioni della gente, sapevano chi di noi aveva bisogno di soldi, e ripetevano che avrebbero aiutato e difeso le nostre famiglie, che avrebbero garanti-

Un miliziano dell’Isis in carcere a Kirkuk. Nella pagina a sinistra: soldati conducono dei prigionieri

to loro una vita dignitosa. E noi una vita dignitosa non l’avevamo mai avuta. Quando ho giurato fedeltà, ho giurato per i soldi, non per la fede». Per Addi Abbas Sabhan l’Isis ha rap-

27 novembre 2016

67


Reportage

Drovidel gretness eversperfere comes pos eatessi mpel iatesa b idella sequat aper sper aties doluptat Dro videl

68

27 novembre 2016


presentato una via d’uscita dalla povertà, l’orgoglio di poter aiutare la sua famiglia, ma anche la rivendicazione di un’identità, quella sunnita. Racconta che i reclutatori incitavano i ragazzi contro il governo sciita di al Maliki, fomentavano la loro frustrazione e il loro senso di ingiustizia. Alimentavano in loro il desiderio di rivalsa. Sabhan spiega che solo mesi dopo la sua affiliazione i miliziani hanno cominciato a parlare di sacrificio in nome del Jihad, della necessità di uccidere gli infedeli, i falsi musulmani, in nome della guerra santa. Del progetto di occupare tutto il paese. «Volevano educarci al martirio. Dicevano “Uccidi per noi e ti guadagnerai il paradiso”. Eravamo tutti molto giovani perché è più facile convincere un giovane a immolare la propria vita per un’idea.

«Tanta gente odia i curdi e si sente oppressa. Per questo abbiamo ancora il supporto della popolazione locale» Volevano giovani anche quando mi hanno chiesto di occuparmi del reclutamento degli abitanti di Kirkuk». Eppure i funzionari curdi descrivono i combattenti dell’assalto a Kirkuk come adulti molto esperti e addestrati a una guerra urbana. Sostengono che tra loro ci fossero anche ex ufficiali del regime. Sull’addestramento militare, sulla presenza di foreign fighters, sulla nazionalità dei suoi capi, però, Sabhan scuote la testa e non risponde. Le mura della prigione portano ancora i segni dell’attacco. Le facciate annerite sono chiare prove della ferocia dei due giorni di combattimenti. Addi Abbas Sabhan ha fatto da tramite tra i miliziani arrivati da Hawija e gli appoggi locali. Ha coordinato la cellula dormiente di Kirkuk. Racconta che le menti dell’attacco spiegavano loro che per costruire il califfato è necessario controllare l’economia, per questo Kirkuk e il suo petrolio erano importanti. Ed era importante dimostrare di poterci arrivare facilmente, nonostante la battaglia di Mosul. «Abbiamo pianifiUna famiglia di sfollati composta da una mamma con i suoi due figli, al check point di Qayyara, a sud di Mosul

27 novembre 2016

69


Reportage cato l’attacco per settimane. Eravamo un centinaio, tutti da Hawija, trenta di noi avevano addosso cinture esplosive. Anche io. Una volta arrivati in città ci siamo divisi in gruppi, più o meno di venti persone ciascuno e ogni gruppo doveva assaltare un edificio, protetto dagli abitanti di Kirkuk, dalla gente di qua che avevo procurato io. Avevamo la certezza che c’erano case che ci avrebbero accolto per piazzare i cecchini. Non è stato difficile trovare appoggio qui. Tanta gente odia i curdi, si sente oppressa». Addi Abbas Sabhan alza lo sguardo verso il funzionario curdo seduto di fronte a lui, capisce di aver pronunciato una frase che può procurargli guai in quella prigione, incrocia lo sguardo ostile di tutti i poliziotti presenti e abbassa gli occhi tenendo la testa tra le mani. «Sono pentito», ripete più volte: «Ho ucciso ma sono pentito». Addi Abbas Sabhan aveva paura. Dice che non sarebbe mai riuscito a farsi saltare in aria, che avrebbe voluto scappare e abbandonare l’Isis ma che aveva paura di ritorsioni. Difficile capire se davvero abbia combattuto per necessità, per rabbia, per timore di essere punito o per profonda adesione al progetto del califfato islamico. Certamente le divisioni settarie che hanno alimentato l’espansione del Califfato in Iraq sono lontane dall’essere superate. L’attacco di Kirkuk, infatti, ha aggravato le profonde tensioni etniche già presenti in città. Amnesty International e le Nazioni Unite hanno accusato le autorità curde di aver cacciato centinaia di arabi sunniti e distrutto brutalmente le loro abitazioni come forma di rappresaglia. Il destino della città, che in Iraq chiamano la Gerusalemme curda, per sottolineare quanto sia irrisolta e decisiva la sua amministrazione, è il destino di tutto il paese. Incerto e pericoloso. Le cellule clandestine sono le insidie di domani. Non dovrà stupire, infatti, se la risposta dell’Isis all’offensiva si tradurrà in diversi attacchi e attentati come quello di Kirkuk, a dimostrare che la minaccia può sopravvivere anche senza una capitale e a riprova del fatto che le cellule dormienti si reggono su un consenso ancora molto diffuso tra la popolazione. E su tanti giovani come Sabhan. Oggi il miliziano rischia la pena di morte. Gli chiediamo se ha paura, alza gli occhi verso il soffitto e dice: «Certo. Tutti hanno paura di morire». Q 70

27 novembre 2016

Parla il generale Sarhad Qadir

Ma gli uomini del Califfo fanno ancora paura Generale Sarhad Qadir, lei è il capo della polizia del distretto di Kirkuk, nella caserma dove ci riceve ci sono 130 miliziani dell’Isis, 60 già condannati a morte e tutti gli altri in attesa di giudizio. Chi sono gli uomini del Califfo che catturate? «Quando li arrestiamo vogliono dimostrarsi tutti pentiti e manipolati dai capi di Daesh. Ma la verità è che un attacco come quello del 21 ottobre scorso, qui a Kirkuk, dimostra che il consenso dell’Isis è molto più radicato di quanto immaginiamo. E dimostra anche che la percezione comune di un movimento creato da giovani analfabeti e poveri racconta solo una parte del problema. Tra loro ci sono tanti ragazzi disoccupati, certo, ma i vertici di queste cellule sono uomini ben addestrati e molto istruiti. Non solo, ci sono personaggi noti legati al vecchio regime di Saddam Hussein. Solo pochi giorni fa abbiamo catturato Nazar Hammoud Ghany, un cugino di Saddam che ha

partecipato all’attacco e ha ammesso di essersi affiliato all’Isis. È evidente che un commando di 130 persone per muoversi verso una città come questa deve avere quanto meno certezza dell’appoggio, seppur parziale, della cittadinanza e anche di una protezione a livelli più alti. Alcuni prigionieri hanno anche confessato che i miliziani sarebbero riusciti ad arrivare in città grazie a civili che hanno corrotto i poliziotti ai check point». Può descrivere com’era lo stato della città durante l’attacco? «C’erano cecchini ovunque, nelle scuole, nell’ospedale, nelle caserme, negli hotel. Ovunque. Erano armati di fucili e granate, qualcuno di loro si era travestito da poliziotto per evitare i controlli lungo la strada. In questo modo si sono garantiti l’accesso in città da diverse direzioni. Hanno attaccato gli edifici istituzionali, la sede del governo, della polizia, riuscendo a controllare parte della zona sud della città.

Fede e spaccio, di Floriana Bulfon

Nel nostro Paese il terrore islamista si intreccia sempre di più con la criminalità comune. E il proselitismo cresce soprattutto dietro le sbarre

T

INELLO, TENDE ROSSE, matto-

nelle bianche e sul fornello acceso si sperimenta l’esplosione. L’ordigno è stato appena assemblato nella stanza accanto. Taglierino, martello, lo zolfo ricavato dai fiammiferi e poi un cilindro cavo da riempire. Tutorial di prototipi di bombe e inneschi fai-da-te. Si trovano sul profilo di Farees Alfqeeh, alias Alfaqi Abdulkhaleq, yemenita ma forse somalo, ventinovenne trapiantato a Trieste. Li illustra in canottiera dal suo appartamento, nel centrale quartiere a ridosso dell’Ospedale Maggiore. Farees in città è conosciuto. Una sera con un suo amico ha fatto vo-


Da quando è iniziata l’offensiva su Mosul abbiamo messo in campo molte più forze tra polizia e antiterrorismo, perché è evidente che l’Isis vuole destabilizzare altre aree del paese, come è successo qui a Kirkuk. È stata una controffensiva in piena regola. Una dimostrazione di forza. Ed è stato anche il loro modo di rivendicare presenza. Sapevano che sarebbe stato un assalto suicida e avrebbero perso decine di uomini, tuttavia a pochi giorni dall’inizio delle operazioni militari volevano dimostrare di poter organizzare un commando per assaltare la principale città petrolifera del nord del paese». Crede che la strategia militare delle forze anti Isis su Mosul non si stia dimostrando efficace? «La mia opinione è che l’offensiva sarebbe stata più efficace se fosse iniziata dalle sacche di consenso dell’Isis in altre aree del paese. Prendiamo Hawija: è una solida roccaforte dell’Isis, il commando che ha attaccato Kirkuk veniva da lì. Da lì provenivano le menti dell’attacco, da lì partono i jihadisti per reclutare altri giovani e creare cellule dormienti nelle altre città. L’offensiva avrebbe dovuto cominciare da questi luoghi, dalle città più piccole, e solo poi concentrarsi su Mosul. Ora il rischio è che l’Isis concentri parte dei suoi miliziani in altre zone dell’Iraq per creare ulteriore

Il generale curdo Sarhad Qadir, capo della polizia nel distretto di Kirkuk. Nel territorio sotto il suo controllo c’è la prigione che ospita oltre cento miliziani dell’Isis catturati

disordine e paura tra la cittadinanza. E per reclutare altri ragazzi. Pochi giorni fa c’è stato un attentato suicida a venti chilometri da qui: in una stazione di polizia un miliziano si è fatto saltare in aria. Tutti questi episodi ci preoccupano, perché se è vero che l’attenzione mediatica è concentrata su Mosul, è altrettanto vero che in Iraq ci sono molti piccoli fortini di consenso per lo Stato Islamico. Se sono riusciti a entrare a Kirkuk con questa facilità è perché ci sono cellule dormienti di Isis dappertutto». Cosa si aspetta che accadrà in Iraq dopo la presa di Mosul? «Sono preoccupato. Sarà certamente

fondamentale riprendere Mosul. Ma una volta riconquistata la città ogni partito politico iracheno dovrà concentrarsi sull’unità e non sulle differenza settarie per sradicare le cellule di Isis presenti dappertutto, altrimenti il nostro Paese non supererà mai l’instabilità che ha generato questo caos. Temo che i vertici dell’Isis a Mosul si stiano già attrezzando per spostare uomini in altre zone del paese per destabilizzarle. Per questo credo che la strategia di questa offensiva debba essere lungimirante. Altrimenti tra qualche anno ci ritroveremo di fronte al medesimo problema». F.M.

guerra santa all’italiana lare i tavolini di un bar e picchiato due ragazze. Ha anche precedenti per furto, rapina e ubriachezza. Ora si diverte sui social, garantisce che è solo un gioco. Fa il segno di vittoria dalla camera trasformata in sala di preghiera. Il letto accanto è quello di Karim, giovane iracheno già in contatto con i foreign fighters Pirabl Shwan rientrato a Bolzano, sottoposto a perquisizione, e infine salito su un volo per la Turchia, e Sheikhani Mohamed. Lui era partito da Brescia e, dopo aver militato sotto la bandiera nera del Califfato, ha raggiunto Trieste con la preparazione di un combattente. Da gennaio 2015 sono state espulse

dall’Italia per motivi legati al terrorismo jihadista 123 persone, più di una cinquantina solo negli ultimi otto mesi. Oltre la metà di loro ha precedenti di polizia per reati minori. Vite comuni di delinquenti comuni. Soldi quando tutto fila liscio e carcere quando il piano non riesce. E poi un motto di spirito: fare la guerra santa in casa nostra. È su questa strada che si muovono gli investigatori dell’Antiterrorismo: intercettare “born-again Muslims”, giovani musulmani di nascita non praticanti con trascorsi legati a spaccio di droga e pratiche non conformi ai dettami dell’Islam in cerca di “redenzione” o che vedono nel

sedicente Stato islamico la possibilità di avere, almeno per una volta, un ruolo da protagonisti. «La presenza di soggetti con precedenti nei gruppi terroristici è in crescita e, in un momento in cui lo Stato islamico perde progressivamente il controllo del territorio in Iraq e Siria, potrebbero concretizzare il jihad proprio dove vivono, usandolo per dare una veste di rispettabilità a comportamenti violenti», sottolinea un esperto del nostro Antiterrorismo. E così non viene sottovalutata la lettera in cui un detenuto segnala: «Tre tunisini che conosco sono pronti a immo-

27 novembre 2016

71


Reportage larsi». Qualche giorno dopo la polizia giudiziaria si precipita all’ufficio matricola del penitenziario e lui svela che quei suoi connazionali vivono da anni in una tranquilla provincia del nord Italia, campano spacciando e ora si sono buttati nel business dei migranti. «Al solito prezzo di 400 euro» Mohamed Kamel Eddine Khemiri, tunisino di San Marcellino nel casertano, che si definiva «issiano finché avrò vita», è stato arrestato dal Ros perché procurava contratti di lavoro e buste paga fittizie rilasciate da aziende tessili compiacenti. Un intreccio, quello tra criminalità comune e terrore, delineato in una recente analisi dall’International centre for the study of radicalisation and political violence di Londra che evidenzia come «già oggi più del 40 per cento delle cellule terroristiche in Europa siano finanziate attraverso i proventi di spaccio e furti». Gran parte degli ultimi attentati nel Vecchio Continente ha visto protagonisti giovani con un passato di criminalità comune, lupi solitari o cellule autogestite che hanno colpito “soft target”, ossia obiettivi con bassi livelli di sicurezza, con armi comuni o ordigni da costruire nel garage di casa seguendo istruzioni reperibili su Internet come quelle descritte da Alfqeeh. Gli investigatori hanno quindi modificato gli indici spia di radicalizza-

Il pericolo viene dall’Est Europa In Italia si cercano lupi solitari. Ma i veri focolai jihadisti sono i Balcani di Lirio Abbate Nessuno degli esperti dell’antiterrorismo vuole mettere la mano sul fuoco per sostenere che l’Italia è al riparo da attentati. Ciò che fa preoccupare sono singoli soggetti che vivono in diverse città: “lupi solitari” che a volte possono essere attivati «su suggerimento di fanatici che inneggiano all’Isis» ed «esaltano gli attentati», anche via Internet. Il pericolo, in questo momento, secondo gli investigatori, può arrivare da loro. Ma non solo. Tutto ciò emerge da indagini condotte dagli apparati dell’antiterrorismo e dall’intelligence che stanno facendo prevenzione. Attività che in Italia ha portato a 55 espulsioni dall’inizio dell’anno, fra cui diversi imam. La procura nazionale antiterrorismo, guidata da Franco Roberti, ad agosto ha comunicato al ministro della Giustizia

Dal gennaio 2015 sono state espulse per terrorismo 123 persone. Una cinquantina negli ultimi otto mesi zione: «Non ci concentriamo solo su cambiamenti quali farsi crescere la barba, non bere alcolici o indossare abiti tradizionali», rivelano. «Gli attentatori del Belgio erano delinquenti abituali con condotte apparentemente non distanti da quelle di altri criminali non musulmani. È necessario condividere i dati tra le forze dell’ordine, tener conto, in Italia in particolare, del ruolo della criminalità organizzata nel gestire le attività più remunerative e prestare attenzione ai flussi di finanziamento». Seguire il denaro e facilitare lo scambio di informazioni, la lezione di Giovanni Falcone. Soldi che viaggiano attraverso operazioni di money transfer e carte prepaga72

27 novembre 2016

te. Così a Bari un quarantenne di Erbil, già noto alla Digos perché vicino a un suo connazionale ritenuto responsabile di “favoreggiamento all’ingresso in Europa di persone collegate alla cellula italiana di Ansar Al Islam, sarebbe stato incaricato di procurare visti d’ingresso. Obiettivo: «Favorire l’immigrazione e la permanenza clandestina di personaggi che starebbero pianificando azioni di tipo terroristico». «Questi criminali sono i falliti di cui parlava il Profeta», denuncia Ahmed El Balazi, l’imam di Vobarno, paesino del bresciano dove è cresciuto Anas El Abboubi, il giovane rapper marocchino andato a combattere in Siria. Qualche

«l’interesse» di soggetti collegati all’Isis nell’affare dei traffici di migranti. Un retroscena che non stupisce gli inquirenti: già in passato sospettavano l’influenza di Daesh nel traffico di esseri umani, che frutta milioni di dollari. Gli inquirenti italiani aggiungono però che non è stato provato né accertato che attraverso i barconi siano arrivati in Italia terroristi addestrati. La verità, come spiegano all’Espresso esperti dell’antiterrorismo, è che in passato con i migranti sono arrivati - in percentuale minima rispetto al flusso migratorio soggetti radicalizzati o simpatizzanti del jihad islamico. Tanto che qualcuno di loro è stato individuato e arrestato. Si tratta di “soggetti esaltati”, quindi potenzialmente pericolosi, ma gli inquirenti sottolineano

mese fa alcuni suoi amici avrebbero cercato di fare proselitismo in particolare tra ragazzi con precedenti per minacce e rapina. Per El Balazi: «Sono giovani non seguiti dalle famiglie, che non vivono bene né in Italia né nel loro paese di origine. Si sentono non accettati, inutili». Una condizione che si può acuire proprio nel luogo che dovrebbe fermare ogni violenza: il carcere. «Fratello farò un po’ di soldi e andrò. Non voglio più stare dietro a questo mondo», scriveva in chat il macedone Karlito Brigande, uno dei tanti alias di Vulnet Maqelara. Un passato da militante dell’UçK - l’Esercito di liberazione nazionale che si prefiggeva la costituzione di una Grande Albania etnica - poi la criminalità e infine il carcere di Velletri.  Una volta in libertà s’è messo a cercare in rete i discorsi di Abu Bakr al-Baghdadi, un fucile mitragliatore m48 e ha organizzato il suo viaggio destinazione Iraq con l’obiettivo di immolarsi.


che «non sono arrivate persone addestrate e predisposte a commettere attentati». Esperti dell’antiterrorismo dicono all’Espresso che «quando si parla di soggetti a rischio dobbiamo anche considerare i combattenti che rinunciano a proseguire la loro esperienza nei teatri di guerra, o ci ripensano e quindi vanno via, e anche loro possono trovare posto nei barconi di immigrati». Occorre però capire se si parla di persone che hanno progetti terroristici o che, al contrario, sono deluse dall’Isis e per questo hanno lasciato il Califfato. In ogni modo sono “soggetti” che occorre monitorare e controllare. La novità che emerge dalle indagini è come l’Isis non solo controlla, per denaro, alcuni dei flussi migratori che arrivano dalla Libia, ma si interessa pure della loro organizzazione logistica in Europa. Ciò fa sostenere che se il Califfato si occupa anche di questo aspetto, allora è facile che possa creare reti per programmare attentati terroristici. Su questa analisi gli inquirenti «non possono negare e nemmeno confermare». Chi indaga tiene però a precisare che i movimenti logistici dell’Isis non riguardano l’Italia, ma altri Paesi europei come quelli dell’Est, o in attesa di far parte dell’Unione. E il nostro Paese non è una base logistica per i terroristi islamici. Gli analisti spiegano che c’è una situazione

nell’Est Europa, in particolare in Bosnia e nel Kosovo, ad alto rischio terrorismo, perché in quelle zone ci sono molti focolai di jihadisti. È per tale ragione che la Procura nazionale antiterrorismo insiste nel realizzare accordi con questi Paesi, perché l’area balcanica è in questo momento la più delicata attorno all’Italia. Se gli investigatori conoscono i traffici provenienti dalla Libia, dei flussi provenienti dall’area balcanica si conosce ancora poco, e da quella zona sappiamo che arrivano armi e persone. Fonti autorevoli della procura nazionale affermano che «proprio dai Balcani c’è il rischio che possano arrivare anche terroristi, tanto che qualcuno ad alto rischio jihad è stato già bloccato». La prevenzione fatta dalle forze di polizia e dall’intelligence ha portato all’espulsione per motivi di sicurezza di immigrati ritenuti jihadisti a Venezia, Trento, Milano, Trieste, Gorizia, Perugia, Novara, Ferrara e Andria. Sono accusati di essere vicini al terrorismo islamico e di fare proselitismo. L’antiterrorismo e l’intelligence ribadiscono che non ci sono, a oggi, elementi concreti che possano far ritenere imminente un attentato in Italia. È dal 14 novembre 2014, il giorno dopo gli attacchi di Parigi, che l’Italia ha portato al livello 2 l’allerta, vale a dire il massimo: oltre c’è solo il livello che scatta in caso di attacco. Come è emerso dalle audizioni del Copasir,

il comitato parlamentare per la sicurezza, l’Italia è comunque a rischio, anche se non ci sono allarmi specifici. La minaccia preoccupante non è tanto quella di una cellula strutturata, di cui in Italia non ci sono evidenze, quanto quella dell’esaltato isolato spinto dalla propaganda a commettere atti terroristici, anche da solo. È il pericolo più difficilmente prevedibile. Per questo l’Aisi, l’agenzia di intelligence interna, ha “ritarato” il suo dispositivo informativo potenziando capillarmente la sua rete di “sensori humint”, cioè di informatori sul campo. Con l’obiettivo di captare in tempo ogni possibile segnale di rischio che proviene dagli ambienti legati all’estremismo islamico e non solo. Attenzione viene dedicata al fenomeno delle “radicalizzazioni lampo” e alle situazioni legate al disagio psichico che, come si è visto in alcuni casi di immigrati espulsi, possono giocare un ruolo. «Non viene sottovalutata quella che può essere una progettualità terroristica eterodiretta», dicono analisti dell’antiterrorismo. Come afferma il capo della polizia, Franco Gabrielli: «Tutti dobbiamo avere la consapevolezza che viviamo una minaccia, che possiamo essere oggetto e obiettivo di questa minaccia. Il che però non significa che dobbiamo cambiare il nostro modo di vivere». Perché il terrorismo mira proprio a questo.

Quando i Carabinieri lo fermano nel suo appartamento, tra i palazzoni della periferia sud-est di Roma, trovano manoscritti in lingua araba, contatti con utenze macedoni, monegasche, saudite e anche quelle di due giovani che abitano nel quartiere, sospetti jihadisti alla fine arrestati per possesso di documenti contraffatti e cocaina. Sul tavolo c’è anche un foglio con annotato “Barhoumi Firas” l’imam fai-da-te che in carcere gli scriveva «sai non tutti gli uomini sono uomini, il leone rimane leone, il cane rimane cane» e Karlito era pronto a sentirsi leone: «Ripeto tante volte la parola Allah perdonami dal peccato mi purifico per te». In Italia i detenuti sono circa 54mila, 11mila quelli provenienti da aree di religione musulmana, ma solo 6.600 praticanti. «A questi vanno aggiunti altri 1.400 che non dichiarano la propria appartenenza religiosa al momento

dell’ingresso in carcere, forse anche per ragioni prudenziali», spiega Santi Consolo, a capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Il timore è quello di esporsi a un controllo maggiore dichiarando di essere musulmani. 41 sono i reclusi con l’accusa di terrorismo internazionale e si trovano solo in parte nel circuito AS2, “Alta sicurezza, livello 2”, del carcere di Rossano Calabro. «Per curare il percorso di deradicalizzazione - nota Consolo- si devono evitare eccessive concentrazioni, per questo motivo li abbiamo destinati anche ad altri istituti attrezzati per percorsi rieducativi mirati». Altri 380, di cui alcuni italiani, sono monitorati. Oltre mille agenti vengono dedicati al controllo del fenomeno e si pone particolare attenzione alle seconde generazioni: «Su 480 detenuti nelle carceri minorili ne stiamo attenzionando una decina e circa la metà di questi

sono nati in Italia», rivela Consolo. Per evitare che si diffondano messaggi violenti, soprattutto tra i più giovani e vulnerabili, la preghiera deve svolgersi correttamente. «Come avviene per i detenuti di altre confessioni anche per i musulmani che si trovano in carcere, la religione può aiutare a superare l’avvilimento divenendo in qualche modo anche un fattore di riabilitazione», nota Mohammed Khalid Rhazzali, docente di sociologia della politica e della religione presso l’università di Padova e autore della prima e più completa ricerca sul tema, “L’Islam in carcere”. A novembre 2015 il Dap ha siglato un protocollo d’intesa con l’Unione delle comunità e Organizzazioni islamiche, ad oggi in carcere però sono autorizzati ad entrare solo 14 imam e poco più di una ventina di mediatori che parlano arabo e possono intercettare eventuali incitazioni all’odio o segnali di radicalizzazione. Q

27 novembre 2016

73


Culture Tecniche del consenso

Social La propaganda ai tempi di Facebook e dei Big data: una “scienza” tutta da riscrivere. Perché sono cambiati i paradigmi, i filtri, i metodi con cui avviene la persuasione. Tra post-verità e terremoti politici di Fabio Chiusi

F

A UNA CERTA IMPRESSIONE interpellare i massimi esperti di una disciplina e sentirli vacillare perché un evento ne ha appena riscritto i confini. Accade mentre l’Espresso è in conversazione con Russ Castronovo e Jonathan Auerbach, curatori dell’“Oxford Handbook of Propaganda”, la Bibbia del settore. Perché l’evento è l’elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti; e la disciplina, lo studio della propaganda. L’obiettivo è vederci più chiaro, capire se la storia e la teoria di quella nozione, nata con Bolla papale nel Seicento per “propagare” la fede cattolica nel “nuovo mondo”, ci possa aiutare a comprendere l’era di Brexit, Trump e dei populismi. «Gli eventi delle ultime due settimane negli Usa», risponde invece Castronovo stroncando le speranze sul nascere, «hanno

74

27 novembre 2016

illustrazioni di Claudio Sale

messo a dura prova ciò che molti di noi pensavano di sapere su propaganda e comunicazione. Credo che dovremo riesaminare a lungo diverse nostre premesse e conclusioni». Il docente dell’Università di Wisconsin-Madison aggiunge poi che «l’elezione di Trump ha cambiato il modo in cui pensavamo circolasse l’informazione, come le persone comunicano, ma anche come processano e diffondono la propaganda». Mentre ragiona su quello che definisce un «drammatico campanello d’allarme per molti studiosi di comunicazione politica e retorica», l’intero mondo dei media è invece impegnato a chiedersi se Trump è alla Casa Bianca per colpa di Facebook. Delle notizie false che vi circolano, che diventando “virali” fanno di video, memi e post potenti mezzi di propaganda politica. Potenti al punto di portarci nella “post-verità”. In un’era del rapporto tra potere e informazione, cioè, «in cui i fatti oggettivi contribui-


Prop scono meno alla formazione dell’opinione pubblica degli appelli emotivi e le credenze personali». Lo credono diversi analisti e commentatori politici; per l’“Oxford Dictionary”post-verità è addirittura la “parola dell’anno”. Ma per gli studiosi di propaganda sa tutto di già visto. Harold Lasswell scriveva qualcosa di simile già nel 1941, parlando di un mondo in cui «un sospetto generale è diretto contro ogni fonte di informazione»; e in cui i cittadini finiscono per «convincersi che non ha senso cercare il vero negli affari pubblici». Due decenni prima di lui era stato Walter Lippmann, giornalista e poi padre degli studi moderni sulla propaganda, a coniare la definizione che avrebbe ripreso con così tanta fortuna Noam Chomsky: «fabbricare il consenso”. L’idea è perfettamente attuale oggi, nell’era del “sovraccarico informativo” e dell’economia dell’attenzione: nel mondo ci

sono troppe informazioni, dice Lippmann in “Public Opinion”, e l’uomo vi fa fronte, per natura, coi pregiudizi. Finché non giungono i media a dare loro forma, secondo i loro interessi. Sono i media, insomma, a colmare la distanza necessaria tra evento e pubblico che rende possibile la propaganda. Sono loro, diremmo anche oggi, il “filtro”. Cosa è dunque successo con Trump? Secondo il filosofo sloveno Slavoj Žižek, la “fabbrica del consenso” si è, molto semplicemente, spezzata. In un ecosistema informativo in cui i media perdono autorevolezza, e chiunque diventa il proprio media grazie a Facebook, Twitter o YouTube, la distanza tra evento e pubblico si azzera. Il “filtro” non serve più: ciascuno ha il proprio, sotto forma di un algoritmo di selezione delle notizie di un social network o presentazione dei risultati di ricerca. Ma c’è molto altro, suggerisce Žižek: «La democra27 novembre 2016

75


Culture Tecniche del consenso Etimologia

Falsità al potere LA PAROLA “PROPAGANDA” non ha sempre avuto l’accezione negativa a cui siamo abituati oggi. Al suo atto di nascita nell’accezione contemporanea, quando nel 1622 il Vaticano stabilisce la “Sacra Congregatio de Propaganda Fide” con l’intento di diffondere il credo cattolico e in funzione anti-protestante, è sinonimo di diffusione globale. “Propagare” in latino poteva poi significare anche “aumentare”, “generare”. Sembra, scrivono Garth Jowett e Victoria O’Donnell nel classico “Propaganda and Persuasion”, il termine sia stato usato principalmente da Cicerone come sinonimo di “conquista”, o per

indicare l’accrescere i propri confini in nuovi territori. Non solo manipolazione e inganno, dunque. Edward Bernays negli anni Venti la concepiva addirittura come necessaria al buon funzionamento della democrazia: leadership e propaganda erano, a suo dire, gli strumenti per garantire “una vita ordinata” in un mondo in cui le idee possono competere liberamente. Poi l’epoca dei fascismi, e in particolare la figura di Joseph Goebbels, ne ha fatto la cinghia di trasmissione del totalitarismo. Fondamentale, scriveva il ministro della propaganda del Reich, era lasciare una parte di vero nel falso. «La miglior forma

zia», dice in “How political elites failed”, «non è fatta solo dalle formali regole elettorali. È un’intera, spessa rete che detta come viene costruito il consenso politico, con diverse regole non scritte. E ora gli Stati Uniti si trovano a un momento importante, in cui la macchina che costruisce il consenso si è rotta». Rotti i partiti tradizionali, di cui Trump rappresenta la negazione. Rotti i media, che lui e i suoi detestano. Rotte le rappresentanze sociali. Rotto il futuro. Rotta la democrazia, che non interessa a oltre 2/3 dei millennial americani. Rotto anche l’algoritmo di Facebook, certo: ma c’è una realtà, fuori dalla “bolla” mediatica, e a volte riaffiora. Quando lo fa a questo modo ne seguono momenti “catastrofici”, dice Žižek, che possono condurre dritti al fascismo. O a Trump. Non è un caso che Mike Cernovich, il maestro dei memi pro-Trump oggetto di un recente ritratto del “New Yorker”, dica: «Se tutto è narrazione, allo76

27 novembre 2016

di propaganda sui giornali non era la “propaganda”, ma notizie oblique che sembravano dritte», riassume lo storico Leonard W. Doob nel 1950. Il problema, ancora oggi, è capire di cosa parliamo esattamente quando parliamo di propaganda. Una definizione comune non esiste; ne esistono molte, e molto diverse tra loro. L’idea tuttavia è quella di un tentativo deliberato di mantenere o alterare un bilanciamento di poteri a favore del propagandista, veicolando un’ideologia che riesca a mascherare gli interessi della propaganda per quelli della collettività. Come riassume il filosofo Jason Stanley, è «l’impiego di un ideale politico contro se stesso». L’accezione, insomma, resta negativa: più che a rendere possibile o promuovere la democrazia, la propaganda sembra adatta a sabotarla. F.C.

ra c’è bisogno di alternative alla narrazione dominante». Molto, infatti, è cambiato. La propaganda, fino a oggi, non era materia di scienziati, ma di artigiani. Anche malvagi, come Joseph Goebbels; ma artigiani. «La propaganda è un’arte che richiede un talento speciale», scriveva Leo Bogart ancora nel 1995, «non è un lavoro meccanico, scientifico. Nessun manuale può guidare un propagandista». Eppure nell’era dei Big Data e della profilazione totale quando si legge di propaganda sempre più si leggono numeri, correlazioni, dati. Si contano i profili Twitter arruolati da Isis, o i “bot” che automatizzano la diffusione di contenuti propagandistici sui social media. Si mappano le relazioni sociali online dei propagandisti - e se ne mutano i nodi più grandi in celebrità internazionali. Si contano “like”, condivisioni e pagine viste e le si confrontano per testate tradizionali e siti di disinformazione. Ma si perdono di vista


Spargo odio e me ne vanto Bugie e mezze verità costruite da professionisti. E diffuse da un esercito di simpatizzanti. Così l’estrema destra

ESSUNO HA STUDIATO l’ondata di notizie fasulle che ha travolto Hillary Clinton quanto Craig Silverman. Direttore di BuzzFeed Canada e da tempo coinvolto in progetti per la verifica in tempo reale delle informazioni in rete, è la persona adatta a cui rivolgersi per cercare di capire come si fa, in concreto, propaganda politica sfruttando le dinamiche dell’era dei social media e di Donald Trump.

ha conquistato l’informazione on line. E le elezioni Usa

Silverman, quanto sono importanti le notizie false come forma di propaganda?

colloquio con Craig Silverman

contraddizioni fondamentali. Nel 2011, per esempio, i social media venivano generalmente considerati come promotori di democrazia, non di nuovi autoritarismi. La “Primavera araba” era stata definita “Twitter revolution”. Possibile sia Trump il passo successivo? Forse entrambe le retoriche sono fallaci: era falso cinque anni fa che fosse Twitter a provocare rivolte democratiche; è falso oggi che la strada del magnate alla presidenza sia lastricata di tweet. Eppure, nota Castronovo,«entrambi i movimenti hanno usato con successo i social media come piattaforma per diffondere le loro idee». La questione, in tutti questi dibattiti, resta confinata al dominio del tecnologico. Così si parla sempre più di propaganda, ma come disciplina a sé resta marginale, negli studi filosofici, in quelli storici e di comunicazione. È una lamentela che accomuna tutti i classici del settore, negli ultimi quarant’anni. «Per non

N

«Le “fake news” politicamente motivate tendono ad aumentare in prossimità di grossi eventi politici. Io le ho viste moltiplicarsi durante la campagna per le presidenziali Usa, sui

temere la propaganda dobbiamo capirla», scrivono gli studiosi. Ma pochi li ascoltano. Per Jason Stanley, di Yale, la spiegazione sta nel fatto che la teoria politica si è a lungo occupata di democrazie liberali “ideali”, in cui - essendo tali - non c’è propaganda. Castronovo ne offre un’altra, più umana e sottile: «Jacques Ellul ha scritto che le persone più influenzabili dalla propaganda sono quelle che credono di esserne immuni». Per esempio, «la classe intellettuale, che presume di avere la razionalità, l’intelligenza e le abilità analitiche» necessarie a sfuggirvi. Ellul ha tuttavia sottolineato anche che la propaganda ci è necessaria, perché ci procura piacere. Un passaggio cruciale, che oggi lascia Auerbach senza parole: «Avevo sottostimato la maniera in cui Trump è stato in grado di mescolare paura e piacere, facendo in modo si nutrissero l’una dell’altro quando io li consideravo opposti». È un modo per solleticare gli 27 novembre 2016

77


Culture Tecniche del consenso candidati e le loro politiche. In Italia si avvicina la data del referendum, e penso che sarà lo stesso». Chi le produce?

«Le informazioni false online meglio organizzate, coordinate e finanziate vengono ancora dalla propaganda governativa. I governi sono da lungo tempo la principale fonte di propaganda, e credo sia ancora vero, perché vi investono molto denaro e possono diffonderle in vari modi, tramite siti e social network. Una delle cose degne di nota delle elezioni Usa è stata però la quantità di notizie fasulle, specie su Facebook. Mi ha davvero sorpreso, soprattutto per la quantità di interazioni - “engagement” - che hanno generato. Ne ha parlato perfino Obama, perché sta diventando un serio

motivo di preoccupazione per molti». Ma lo è davvero?

«Uno dei motivi per cui non è semplice dirlo è la mancanza di dati che ci dicano esattamente quante persone sono state raggiunte, e quanto leggere abbia influito sul loro punto di vista. Mancano i dati di Facebook che ci dicano, per esempio, se quando interagiamo con una notizia falsa ci limitiamo a leggerla o invece la facciamo nostra, rendendola parte della nostra visione del mondo. Sono fenomeni difficili da quantificare. Ciò che sappiamo per certo, però, sulla base dei dati che invece ho visto, è che le informazioni false hanno ottenuto una viralità straordinaria su Facebook, specie negli ultimi giorni della campagna elettorale. Prese insieme, sono state più

istinti, per esempio quelli razzisti o islamofobi, e insieme lenire la colpa di desiderare razzismo e islamofobia. Perché quella che molti chiamano “post-verità” condivide alcuni dei tratti del “neo-fascismo”, ricorda Castronovo. E attenzione ai numeri: Stanley, in “How Propaganda Works”, aggiunge che «perfino se accurate, le statistiche possono avere una funzione propagandistica verso il dominio e l’oppressione, oscurando le narrazioni che le metterebbero in luce». Tornare al significato delle parole, alla loro storia, è dunque imperativo. I demagoghi che aizzano le folle a mezzo propaganda per accelerare la fine della democrazia ci sono già in Platone e Aristotele. La sostituzione della realtà con una sua versione di comodo a scopi elettorali non viene da Trump, ma dalle analisi del totalitarismo di Hannah Arendt. Perfino l’idea che la propaganda debba essere ovunque, per funzionare, che vi si 78

27 novembre 2016

diffuse sul social network di quelle più diffuse dai media tradizionali. Non me lo aspettavo». Lo sostiene un suo studio su “BuzzFeed”. Ma, come lei stesso ammette, ha dei limiti metodologici. Cos’è che le sue ricerche non possono dirci?

«Non sappiamo che ruolo preciso abbiano giocato le notizie false nell’orientare le decisioni reali di voto degli elettori. Quel rapporto causale, che naturalmente è molto importante, ancora ci sfugge». Sbaglia dunque chi dice che Trump ha vinto per colpa di Facebook. Certo si è visto di tutto, dalle accuse di hacking per manipolare l’esito elettorale al trolling organizzato; dai dati privati di giornalisti rubati e diffusi in message board razzi-

debba essere “immersi” come in una realtà virtuale, non deriva dall’essere sempre connessi: Ellul, altrimenti, non avrebbe potuto scriverne già negli anni Sessanta. Resta da capire, tuttavia, se questo apparato concettuale sia ancora utilizzabile, in tutto o in parte, o sia invece scaduto. Nell’era in cui si teme le elezioni finiscano vittima di hacker, come un telefonino; in cui squadre di troll assaltano gli avversari politici fino a intasarne gli spazi di discussione e la pazienza; in cui non solo, come sosteneva Edward Bernays nel 1928, «siamo governati, le nostre menti plasmate, i nostri gusti formati, le nostre idee suggerite in gran parte da uomini di cui non abbiamo mai sentito parlare prima», ma forse quei manipolatori non sono più nemmeno uomini, ma “bot”: ha ancora senso, in un’epoca simile, studiare il passato? Rispondere sembra più complesso di quanto vorremmo. Q


Culture Tecniche del consenso ste a “bot” automatizzati per sabotare conversazioni politiche. Che ci aspetta ancora, in futuro?

«La diversità dei modi in cui è stata diffusa la propaganda è un altro degli elementi di spicco di queste elezioni. A me ha colpito il binomio di decentralizzazione e coordinazione. L’hack subito dal Comitato Nazionale dei Democratici, per esempio è il risultato di uno sforzo coordinato. Ma ho visto svariati siti usare alcune delle mail pubblicate da WikiLeaks come base di articoli che citano, tuttavia, fatti di cui quelle stesse mail non parlano». Che significa?

«Significa che al danno dovuto alla fuoriuscita di informazioni vere si è aggiunto quello procurato dalla loro

manipolazione, per dare vita a nuove narrazioni completamente fasulle. Così si è letto che Hillary Clinton avrebbe “venduto armi all’Isis”, e sarebbero state le mail di WikiLeaks a dimostrarlo. Falso, ma WikiLeaks ha fornito una base d’appoggio fattuale a chiunque volesse aggiungerci uno strato di mito. Del resto, c’erano aspettative enormi, e questo ha forse reso più facile soddisfarle con la fantasia». Come è stata gestita la propaganda di Trump?

«Non ha creato chissà quale grossa organizzazione, come Hillary. Il suo team era anzi piuttosto ridotto, preferendo fare ricorso al Comitato Nazionale Repubblicano per buona parte degli sforzi per portare le persone al seggio e il porta a porta. Questo ha fatto sì che molti supporter prendessero a cuore la causa di diffondere il messaggio di Trump, e lo facessero da soli. Per questo molti americani qualunque si sono messi a usare memi e twittare giorno e notte, producendo un volume di “retweet” tale da far pensare a dei “bot”, dei profili automatizzati.» Facendo propri memi e slogan creati su message board razziste, in molti casi. Magari senza nemmeno saperlo.

«Esatto. E questo ha avuto un impatto anche sulla disinformazione, dato che i supporter di Trump si sono sentiti arruolati in un esercito il cui obbligo

era, ogni mattina, di cercare nuovi hashtag, nuove notizie nelle mail di WikiLeaks o in rete, per diffondere le idee di Trump; spesso, tuttavia, finendo per diffondere cose false create dagli strateghi dell’“altright”, la destra estrema. Trump, insomma, non ha avuto una squadra numerosa, ma molti simpatizzanti che ne hanno diffuso il verbo al posto suo. E sono stati più efficaci di quanto si aspettasse chiunque, tra i media tradizionali». Che fare? Può aiutarci la storia della propaganda?

«Confesso di non saperne così tanto. Però credo che in alcuni casi la storia non ci possa essere d’aiuto - e oggi siamo costretti a considerare Internet, il potere di media decentralizzati, quello degli algoritmi. Non vedo una soluzione definitiva. Certo le piattaforme tecnologiche potrebbero fare di più. Per esempio, fornire informazioni più varie, difformi da ciò in cui già crediamo. Si può fare, alcuni ricercatori ci stanno provando. C’è però un pericolo, all’estremo opposto: che le piattaforme decidano davvero di controllare ogni contenuto. Sarebbe terribile: non vogliamo sia Facebook a decidere cosa si può e non si può dire. Del resto il problema, al fondo, non è tecnologico. Il problema sta nella natura umana, nel fatto che adoriamo ciò che conferma la nostra visione del mondo». F.C.

Algoritmi & Co.

Sotto una valanga di “bot” UNA DELLE FRONTIERE NELLO STUDIO della propaganda è capire come venga diffusa in rete, specie sui social media. «Per comprendere la comunicazione politica contemporanea, e la comunicazione moderna in senso più ampio, dobbiamo indagare la politica degli algoritmi e dell’automazione», scrivono Philip Howard e Samuel Wolley. Un aspetto coinvolge lo studio di come i nuovi propagandisti sfruttino i “bot”, cioè programmi automatici che vengono usati come sostituti degli attori politici, nella speranza di spostare l’opinione pubblica. Il fenomeno è importante, perché già oggi i “bot” costituiscono il 50 per cento del traffico online, e solo su Twitter sono circa 30 milioni. Howard, dell’Università di Oxford, vi ha dedicato un intero progetto di ricerca, con un team apposito. Si tratta di comprendere quella che definisce «propaganda computazionale», il risultato cioè di un «assemblaggio di piattaforme social media, agenti autonomi e Big Data che veicolano contenuti ideologici, utili a promuovere «un particolare

80

27 novembre 2016

punto di vista in conversazioni a contenuto politico». Howard e colleghi lo hanno analizzato sul campo, per Brexit e le elezioni Usa. Nel primo caso, hanno individuato una netta maggioranza di contenuti per il “leave”, l’uscita dall’UE, e osservato che l’1% dei profili studiati aveva generato un terzo di tutti i messaggi. Nel secondo, la vittoria di Trump si è accompagnata a un costante predominio in termini di “bot”, in un rapporto di cinque a uno rispetto a quelli pro-Clinton. Lo scopo? Sabotare gli hashtag della rivale, condividere le urla digitali del magnate, confondere le idee con notizie false. «L’uso di profili automatizzati è stato deliberato e strategico durante tutta la campagna», dice Howard, che tuttavia non ha modo di affermare che alle spalle ci sia un progetto organizzato dai candidati. I problemi metodologici non mancano, a partire da una chiara distinzione tra umani e “bot”. Ma c’è già chi chiede che questi ultimi vengano costruiti “a misura di diritti umani”, e non del solo engagement. F.C.


Culture Protagonisti

Fantozzi, è lei? Sfortunato. Umiliato. Ma consolatorio. Da mezzo secolo, il 99 per cento degli italiani si riconosce in lui. Un nuovo documentario ripercorre uno dei personaggi più amati del nostro cinema. E il suo inventore ne racconta qui storia e stranezze di Paolo VIllaggio

I

O SONO ESATTAMENTE L’OPPOSTO DI FANTOZZI. Cioè:

ho avuto fortuna nella vita, successo con le donne (poco ma, insomma, molto vitalizzante: mi ha reso felice). Per il resto, in realtà, non credo di essermi ispirato a nessuno. Ho creato un personaggio perché piacesse al pubblico, il che forse è l’obiettivo fondamentale di ogni impresa del genere. Se sono una persona riuscita nella vita, io ci sono riuscito grazie a un personaggio che non ci è riuscito assolutamente.

LA NASCITA DI FANTOZZI

Esattamente non ricordo il giorno, l’ora, l’anno in cui nasce Fantozzi. Nasce a bocconcini, a pezzetti. La cosa più importante è che ha una caratteristica: è sfortunato, è infelice, non è riuscito nella vita, ha una moglie che sembra una rana, una figlia che sembra una scimmia e tutto naturalmente è esagerato, perché l’esagerazione è convincente, è comica, fa ridere. L’idea di base era la possibilità di usare questo personaggio che nasce con la 82

27 novembre 2016

FANTOZZI, UN ITALIANO

All’inizio lo pensavo con qualcuno che doveva avere queste caratteristiche: essere povero, affamato e con una gran voglia di fare una vita normale. Questo è Fantozzi: la cosa che lo rende più tranquillo è «allora sono come tutti». E quindi sono abbastanza normale. Uno dei primi pezzi, se non proprio il primo, era una cosa tipo “Fantozzi va a votare”. In un periodo di elezioni, Fantozzi si trovava a disagio ed era costretto a votare per quello che gli consigliavano degli amici potenti. Gli amici potenti non erano amici, ma erano i suoi padroni. I vari capi che lui ha incontrato nella sua vita gli hanno imposto un comportamento non vero,

Villaggio contro Totti Un “Fantozzi” tutto nuovo, dalla voce del suo autore. L’audiolibro della Volume Audiobooks letto da Paolo Villaggio sarà in vendita dal 2 dicembre su iTunes. Una versione arricchita da scene inedite o riscritte per aggiornarle al presente, come quelle che pubblichiamo in queste pagine: dove a cena dalla contessa nei discorsi degli intellettuali si mischiano Totti e Jacques Lacan.

Foto: Webphoto, R. Venturi - Contrasto

Ugo Fantozzi sta per compiere 50 anni: il personaggio debutta nella trasmissione radiofonica “Il sabato del Villaggio”, nel ’67. Il ritratto che pubblichiamo in queste pagine è un’anticipazione da “La voce di Fantozzi”, documentario di Mario Sesti con testimonianze di Roberto Benigni, Renzo Arbore, Neri Parenti, Lino Banfi e l’ultima intervista a Dario Fo.

caratteristica fondamentale di non riuscire nella vita. La sua comicità ha qualcosa in comune al 99 per cento degli italiani e quindi è fondamentalmente un personaggio che conforta: non siamo tutti fortunati, anzi, siamo quasi tutti convinti di essere molto sfortunati. Fantozzi non ha fortuna nella vita: il 99 per cento dei lettori, quelli che lo amano, trovano in lui un personaggio consolatorio, perché siamo più o meno “molto” tutti Fantozzi, molto sfortunati, e cerchiamo di sopravvivere, di essere felici lo stesso. Io trovo che Fantozzi abbia una caratteristica particolare: che è molto molto molto simpatico. Non è aggressivo. È uno che non ce l’ha fatta nella vita, ma il fatto di non farcela gli dà la possibilità di sentirsi normale. Fantozzi è un uomo normale perché è sfortunato, perché non è riuscito nella vita, ma i “riusciti” non sono simpatici, anzi alcuni di loro fingono di essere persone sfortunate, ma felici. Ma in realtà sono dei personaggi molto, ma molto fortunati, e quindi, spesso, altrettanto infelici.


No, siete voi Un risotto lavico Quando fu pronta la cena in piedi, la casa fu invasa da una ventina di camerieri avventizi, di cui 2 nani. Servivano brutalmente un risotto lavico e riempivano con disprezzo bicchieri di vino di seconda categoria. Era una tavola imbandita in maniera teatrale, che tradiva la megalomania di fondo della Contessa: pavoni vivi, cadaveri di porchetta arrosto e un grosso dentice bollito, con limone in bocca, che assomigliava incredibilmente alla padrona di casa. Gli invitati mangiarono un po’ di risotto distrattamente e non degnarono di un’occhiata la tavola imbandita: divisi in piccoli gruppi, parlavano con aria divertita e distaccata di libri, vacanze, di amori e dell’età di Totti, di Jacques Lacan. Fantozzi purtroppo bevve tutto il vino che gli offrivano i vischiosi camerieri, però tracannò due piatti di risotto lavico, un cosciotto di porchetta morta, una trancia di dentice e un ananas intero. Alla fine aveva una fetta di arrosto sulla camicia e un’antenna di aragosta tra i capelli ed era, purtroppo, completamente ubriaco.

Da “Fantozzi va a cena dalla contessa” nella versione aggiornata per l’audiolibro

Paolo Villaggio, attore, scrittore, regista 27 novembre 2016

83


Protagonisti Culture

Balla con Filini Filini: «Ma che dice? Sto benissimo» . Sputò 4 incisivi sul pavimento e andò giù con la faccia, scomparendo sotto il tavolo fondamentale. Non era solo, ma c’erano un ferito, 2 morti, un cadavere e 3 scheletri di balli precedenti. Il ferito era vestito da centurione romano, i 2 morti da Napoleoni, gli scheletri nudi: i costosissimi abiti da sera erano stati rivenduti dalla contessa in un bazar di Tor Bella Monaca. Fantozzi si ubriacò completamente e cominciò a straparlare con tutti del suo argomento preferito: I 40 anni di Totti! Sul finire della festa, cominciò a cercare Filini. Il capo cameriere: «Guardi che è sotto il tavolo! Lo estragga e se lo porti via! Non si preoccupi Le do una mano io...»

Da “Fantozzi e Filini al ballo mascherato”

ma lui era costretto a pensare e a dire cose che pensavano i suoi capi per trovare un po’ di simpatia, di comprensione. Non sa esattamente cosa vuol dire essere di sinistra o di destra, lui segue la corrente. Se i superiori sono di destra lui cerca disperatamente di fingere di essere di destra. In realtà è vero il contrario ma fa di tutto per mascherare il fatto di essere diverso rispetto al capo ufficio. Non è mai sincero: è sempre alla ricerca di qualche stratagemma per farsi accettare, anche se in maniera piuttosto deludente. Però la cosa riesce. Riesce perché tutto considerato il lettore o lo spettatore di un film fantozziano ha questa caratteristica: non ha fortuna nella vita, ma fingere di essere d’accordo sempre con il capo ufficio significa avere un po’ di fortuna in più. LA SCOPERTA DI FANTOZZI

Costanzo venne a vedermi in un cabaret che facevo con De Andrè a Genova. Mi aspettava alla fine dello spettacolo e qualcuno mi raggiunse dietro le quinte e mi disse: «C’è un signore piccolo, brutto e grasso che le vuol parlare». E io dico: «Proprio in questo momento? Ditegli di tornare tra un mese». Mi dissero: «Ma è di passaggio, è venuto apposta». Lo incontro e mi dice: «Guardi, sono un giornalista di “Grazia”, se vuole avere successo venga a Roma con me». Io l’ho guardato e ho detto a mia moglie che era con me: «Che faccio, vado?» E mia moglie mi ha detto: «Lascia sempre il certo per l’incerto». E io che avevo la certezza di continuare a lavorare in questo teatrino di piazza Marsala a Genova che era forse il posto più frequentato dagli snob, dai ricchi, ho detto: «Che faccio?» L’indomani mattina sono partito da solo. A La Spezia il treno si è fermato e abbiamo continuato in pulman perché c’è stato uno sciopero ferroviario gigantesco, quindi dalla partenza non sembrava che fossi destinato al successo. KAFKA E FANTOZZI

È un personaggio che un po’ si ispira a Kafka. Io trovo che Kafka sia il più grande di tutti i tempi, e quindi il fatto che Kafka racconti i personaggi sfortunati vuol dire che il 99 per cento dei lettori ama personaggi sfortunati ed è per una ragione simile che gli italiani si sono identificati in Fantozzi. Forse è esagerato dire che somiglia molto a Kafka però molto si è ispirato e si è riconosciuto in quel tipo di quasi infelicità che poi degenera nel confor-

mismo e nell’abitudine di dire sempre “io sono sfortunato”. Il 99 per cento dei lettori di Kafka si identificano in personaggi sfortunati, e quindi Kafka è, in qualche modo, consolatorio. Fantozzi, anche. La caratteristica fondamentale di Fantozzi è di fingere di essere normale, ma lui lo sa che normale non è: soffre di questa sua mancanza di riuscita nella vita, di mancanza di successo con le donne nel lavoro, con gli amici. Il suo tratto fondamentale è qualcosa di completamente nuovo, soprattutto nella cultura europea: la sfortuna. Ecco, la lettura di Fantozzi è una grande terapia per tutti quelli che sono sfortunati, perché riconoscono in lui, nel personaggio sfortunato, se stessi e quindi si accettano e sono quasi felici di essere normali. È un personaggio che tutto considerato è molto amato soprattutto dai bambini. Del resto nei primi 15 anni di vita, nessuno si considera “riuscito”, chiunque a quell’età ha perlopiù paura di non riuscire nella vita e quindi la caratteristica fondamentale di Fantozzi è che si tratta di un personaggio che dà la possibilità agli sfortunati di sentirsi normali. Questa è in sintesi la chiave del successo di Fantozzi. IL LINGUAGGIO DI FANTOZZI

È la cosa fondamentale, forse è stato il motivo del mio successo: la creatività verbale. Credo di potermi considerare un po’ il creatore di un nuovo lessico, di espressioni e parole non prevedibili. Io penso che sia proprio questo il successo fondamentale, quello che rimane: il fatto di non essere prevedibile dal punto di vista linguistico. Quando scrivo “il manicomio navale di Arezzo” è come se cercassi di dare vita ad una neolingua, perché è evidente che non ha senso dire manicomio navale di Arezzo visto che non è in riva al mare ed è sorprendente come tutti accolgano que-

Bruttezza al bagno Venerdì la Silvani gli mandò il cuore in gola: «Perché domenica, se è solo, non mi accompagna al mare?». Il sabato pomeriggio Fantozzi andò dal barbiere, alle 6 di sera le telefonò per ricordarle il loro appuntamento. Alle 7 la richiamò, e lei: «Ma sì, sono d’accordo… ma me l’aveva già detto!». Alle 7 e 20 le telefonò ancora: «Le ricordo…», «Fantozzi la prego, non sono cretina, ha già telefonato 3 volte!», lui: «Mi scusi, mi ero confuso perché c’avevo altri appuntamenti…». Alle 2 di notte richiamò: «Scusi signorina, sta dormendo?» «No maledizione, non riuscivo a dormire». Lui si chiuse col cellulare in cesso e attaccò: 2 ore! Era stato particolarmente brillante e verbosissimo anche se aveva la salivazione azzerata. Dopo una tremenda inchiodatura di un’ora la signorina Silvani lo pregò di lasciarla andare a dormire.. «A domani alle 10» era stata la frase di commiato, e lui, col cellulare nelle mutande, fu pervaso da una contentezza da urlare. Andò in cucina per bere cantando a squarciagola, ma fu subito zittito severamente dai vicini. Quando fu seduto sul letto pensò: «La vita è bella». Si buttò all’indietro dando una craniata pazzesca contro lo schienale di ferro, facendo un curioso rumore. I vicini: «E smettetela di suonare questi gong tibetani! Dobbiamo dormire noi!»

Da “Fantozzi va ai bagni Flora”

27 novembre 2016

85


Culture Protagonisti sta invenzione come linguisticamente verosimile. Uno degli aspetti fondamentali delle storie di Fantozzi è che mostrano un linguaggio completamente nuovo. Mi dà fastidio vedere la televisione di adesso in cui ogni tipo di spettacolo si somiglia, sono tutti uguali, e la gente li accetta, li sopporta e alla fine li subisce. Ma quando viene fuori un linguaggio nuovo, come successe ad esempio all’arrivo di Rascel, che parlava un italiano diverso, modificato, è stato qualcosa che ha avuto un’esplosione straordinaria. La comicità di Fantozzi non è tanto nella situazione quanto nel linguaggio che la racconta, che diventa un linguaggio mai sentito prima, del tutto differente da quello normale. D’altronde i grandi comici sono stati tutti padroni di una neolingua che è quella di un linguaggio comico che è quello che usa Fantozzi nelle sue autobiografie. Poi ci sono delle invenzioni come la nuvoletta da impiegato, la sfortuna rappresentata da un uomo che il sabato pomeriggio va al mare con la moglie, dove è pieno di sole ovunque, tranne per quella nuvoletta maligna che appena lo vede si va a piazzare dove è lui e lo bersaglia ferocemente. In realtà il comico è un perdente sempre, non esistono comici che hanno successo, tutti i grandi comici hanno questa caratteristica: sono ignoranti e hanno la certezza di essere infelici. FANTOZZIANO: UN AGGETTIVO

Fantozziano vuol dire non riuscito, non del tutto felice, con delle mogli che sembrano più scimmie che mogli, significa avere un carattere che possa rappresentare, per i motivi che ho detto prima, di identificazione e riconoscimento, qualcosa di consolatorio per tutti. E quando il suo inventore si rende conto che il personaggio ha avuto fortuna, allora mi sento anche io un pochettino meno infelice: anzi alle volte Fantozzi può essere motivo di grande orgoglio. Io vivo ormai nel ricordo di questo personaggio, perché qualunque cosa mi succeda o mi capiti, devo improvvisamente indossare i suoi abiti e dire “guardate, però, che io sono un uomo sfortunato, guardate che io non ho avuto fortuna nella vita”. Che poi Fantozzi è, sì, un personaggio amabile, simpatico, non è cattivo, è un buono, ma può essere anche maligno, può avere anche difetti fondamentali, per esempio essere invidioso. Come lo sono tutti. Ecco, parlando della caratteristiche fondamentali di Fantozzi, non si può non citare l’invidia che è il suo sentimento fondamentale. Lui cerca di mascherarla, cerca di essere diverso, ma non ce la fa e allora è amato da tutti quelli che non ce la fanno come lui. In realtà il 99 per cento degli infelici in genere sanno di esserlo ma cercano di mascherarlo, di dire «io d’altronde sono felice così» - questa è una frase ricorrente. E se qualcuno gli fa notare «guardi, però, lei ha una moglie bruttina e una figlia scimmia», allora lui incalza e dice: «Bruttina? È un mostro». In questo modo dà la sensazione di essere sincero. Ma non lo è. FANTOZZI E LE DONNE

Non è un personaggio che può piacere molto alle donne, è un personaggio che tutto considerato è consolato dal fatto di essere sopportato, ma mai amato completamente, da nessuno. Neppure dagli amici. Gli dicono sempre ti voglio molto bene, sei straordinario, ma lui sa che non è vero e usa lo stesso linguaggio e la stessa ipocrisia. E le donne lo sanno. Viene sempre guardato con un po’ di simpatia, di affetto e commiserazione. In fondo la mancanza di fortuna che tutti questi Fantozzi - tutti coloro che si identificavano con lui - avevano con le donne era straordinaria: 86

27 novembre 2016

Pranzo per Otto La Direzione gli aveva dato un foglietto con una descrizione sommaria del Professore: «Nome: Otto. Tipo da tedesco». Ed era tutto! Scesero dall’aereo quaranta «tipi da tedeschi», Fantozzi aspettava dietro le transenne del pubblico. Vide il gruppo minaccioso che si avvicinava. Tentò il tutto per tutto: «Otto!», gridò (era il nome più diffuso in Germania!). Su quaranta, venti alzarono la testa.. Si affidò alla fortuna. Si diresse verso l’Otto più vicino prudentemente, gli baciò la mano e gli chiese in dialetto armeno: «Venghi... Professore, ho qui la macchina». Salirono in macchina. Lo portò a casa sua, e Otto mangiò tre piatti di spaghetti, una bistecca, bevve mezza bottiglia di Chianti e si addormentò pesantemente. Gli calarono lentamente le serrande e lo lasciarono dormire due ore. Si svegliò con una fame tremenda, Fantozzi scese di volata dal portinaio e si fece prestare sei uova. Alle 7 di sera, Otto in perfetto italiano disse: «Be’! Me ne vado a casa... abito qui vicino, vi ringrazio tantissimo. Fantozzi non cercò neppure di ucciderlo e si scaraventò all’aeroporto. Lì c’era un «tipo da tedesco» di nome Otto che stava cercando di accoltellare alcuni funzionari dell’Alitalia.

Da “Fantozzi all’ambasciata tedesca”

erano rassegnati a non averne alcuna. La sfortuna di Fantozzi divenne un tratto peculiare, di costume, che veniva usato anche dai nuovi Fantozzi, ovvero da tutti quelli che conoscendo Fantozzi si immedesimavano in questo personaggio. Naturalmente in quel personaggio ci sono anche un po’ delle mie esperienze con le donne: ci sono quelle che subito dopo un primo impatto dicono «lei è molto simpatico, ma non mi potrò mai innamorare di lei». Mi è stato detto varie volte. Lì per lì mi sembrava una cosa fastidiosa, poi invece ne ho fatto una delle chiavi di riuscita del mio lavoro. Quando una ragazza mi diceva: «Guardi che lei non è il mio tipo», ho cominciato oscuramente a sentire che avrei usato tutto questo come momento di creatività e fortuna. ADDIO FANTOZZI

Veramente il personaggio non l’ho abbandonato io, anche se credo di aver fatto un errore fondamentale. Ho cercato per vanità di fare il regista degli altri film dopo i primi due, che risultarono di livello inferiore, fin quando tutto è degenerato ed è diventato qualcosa di conformista. Quando la comicità diventa già vista, già sentita, non è creativa, ma è ripetitiva di un motivo di successo nella speranza che funzioni. E funzionava ancora, ma non come i primi due, che avevano una presenza, una comicità assolutamente diversa, creativa, nuova. In realtà, nonostante finga il contrario, sono molto felice per quello che sono riuscito a creare, a costruire, a modificare, fino a farlo diventare un personaggio amato da tutti, soprattutto da persone che in genere non leggono. E questi audiolibri renderanno Fantozzi accessibile proprio a chiunque, anche ai bambini che non sanno leggere, anche agli adulti più pigri, anche ai mariti che potranno mettersi le cuffie fingendo di ascoltare una moglie rompicoglioni. a cura di Mario Sesti


Maestri Culture

Visconti eterno gattopardo Un regista grande anche nelle opere meno famose. Da riscoprire nella raccolta completa dei suoi film. In edicola con l’Espresso di Emiliano Morreale

Foto: Webphoto

L

UCHINO VISCONTI è uno dei

grandi nomi del nostro cinema, e non si può dire che i suoi grandi film siano dimenticati. Certo però che la sua figura è ricordata in maniera parziale, e in fondo equivocata. La sua grande stagione, da “Ossessione” (1942) al “Gattopardo” (1963) coincide con il neorealismo e con quello che fu chiamato «superspettacolo d’autore». Ma a ben vedere, Visconti di film “neorealisti” (qualunque cosa ciò significhi) ne ha girato in fondo solo uno, “La terra trema”. “Ossessione” ne è, diciamo, l’incubazione, sospesa tra vecchio e nuovo, e“Bellissima”(uno dei suoi capolavori, da rivedere e riscoprire) la critica, peraltro in gran parte in forma di commedia. Certo, Visconti era comunista e il Pci volle utilizzarlo come compagno di strada, accentuando alcuni aspetti dei suoi film: in un poema di squisito estetismo come “La terra trema”, la denuncia di una condizione dei pescatori siciliani; in “Bellissima”, quella delle illusioni del mondo del cinema; in un melodramma sensuale come “Senso” (1954), la riflessione critica sul Risorgimento, e addirittura un passaggio “dal neorealismo al realismo”. Il titolo spartiacque è“Il Gattopardo”, il suo film più “autobiografico” fino a quel momento, in cui gusto dello spettacolo e contemplazione ipnotica raggiungono un equilibrio solare e lugubre. Il film veniva dopo un grande romanzo

sull’emigrazione pensato come film impegnato e realista (“Rocco e i suoi fratelli”), ma metteva definitivamente in crisi l’immagine di un Visconti progressista o post-neorealista: dal film successivo l’autore sarà più volte tacciato di un’involuzione decadente, mentre si abbandonava alle proprie pulsioni più intime. Nella sua tarda fase Visconti si confronta anche coi fantasmi del kitsch e con il “fascino fascista”, in personaggi che vanno verso la propria auto-distruzione, senza la saggezza amara di un don Fabrizio Salina. Per capire davvero il regista forse bisogna guardare, come spesso accade, Il cinema di Visconti inizia il 3 dicembre con “Il Gattopardo” in due Dvd (uno per gli extra) più un libro di approfondimento di oltre 50 pagine che presenta la raccolta: 19 uscite a 9.90 euro l’una

non solo ai suoi capolavori, ma a opere posteriori più incerte, da “Vaghe stelle dell’Orsa” a “Gruppo di famiglia in un interno”. A partire da lì, si illuminano meglio le tensioni sotterranee che stavano alla base dei suoi grandi film precedenti. I quali appaiono anche come punti di aggregazione di tanti apporti, tensioni storiche e influssi magistralmente governati: la lunga gestazione collettiva di “Ossessione”, il contraddittorio rapporto con Zavattini e col personaggioMagnani in “Bellissima”, gli spunti narrativi, letterari e figurativi eterogenei che compongono, come in un patchwork, “Rocco e i suoi fratelli”(e poi “Vaghe stelle dell’Orsa” e “La caduta degli dei”). E così appaiono in tutta la loro ricchezza “Ossessione”,“La terra trema”,“Bellissima”, “Senso”, “Rocco”, l’episodio di “Boccaccio 70” (un altro capolavoro), “Il Gattopardo”. Classici che anche per questo (per le loro contraddizioni, per le loro inquietudini, per la sincerità con cui un artista si era messo in gioco) ci affascinano, vitali, ancora oggi. Q 27 novembre 2016

89


Visioni

a cura di Sabina Minardi

Le rubriche dell’Espresso

Bastardi senza pane In libreria, e in tv, arrivano i poliziotti dal passato oscuro di De Giovanni

Foto: (c) 2016 Anna Camerlingo

Q

uanta vita. Quante vite. Quanto pane. Appena il tempo di pensarlo che il Principe dell’Alba, panettiere da generazioni, è morto. A poche centinaia di metri c’è il commissariato di Pizzofalcone; i Bastardi stanno già correndo incontro al nuovo caso. L’attesa, per gli appassionati della squadra di polizia ideata da Maurizio de Giovanni, sgangherata compagine di uomini e donne tanto ambigui quanto in vena di riscatto, è finita: arriva in libreria il 29 novembre un nuovo capitolo della serie

ambientata nel quartiere San Ferdinando di Napoli. Si intitola “Pane per i Bastardi di Pizzofalcone” (Einaudi Stile libero). Cibo simbolico, su cui si agglutina l’indole dei protagonisti: dal commissario Gigi, un pane integrale, al sostituto commissario detto il Presidente, pane raffermo. Pane duro, com’è Hulk, l’assistente capo. Pane dolce alla maniera di Ottavia, la mammina del gruppo. A un Pan Pepato fa pensare l’agente Alex. A un pane cafone Marco Aragona, che vorrebbe chiamarsi Serpico. E poi c’è l’ispettore Lojacono, un vero pane col sesamo, detto il Cinese per gli occhi a mandorla e la

calma imperturbabile: cacciato da Agrigento, perché un penIn alto: tito si era inventato Alessandro che passasse informaGassmann zioni alla mafia, avrà durante le in tv il volto di Alesriprese della sandro Gassmann nelserie tv la serie in sei puntate previste su Rai Uno a gennaio. Con regia di Carlo Carlei e Carolina Crescentini nel ruolo di Laura: “il pensiero dei pensieri”, la dottoressa Piras, l’affascinante magistrato dal passo svelto, che semina briciole. E induce un’altra fame. S.M. 27 novembre 2016

91


Visioni

Una scena del film “Il cittadino illustre”. A destra: Hans Werner Henze. Sotto: Pete Doherty

Cinema

Al bando lo scrittore Un vincitore del Nobel suscita nella città natale reazioni impreviste. E fuori controllo Emiliano Morreale

H

o sentimenti contrastanti nel ricevere il premio Nobel per la letteratura. Da un lato sono molto lusingato, ma dall’altro ho la convinzione che questo riconoscimento unanime è legato in maniera inequivocabile con il declino di un artista. Questo premio rivela che la mia opera coincide con il gusto e le esigenze di giurati, critici, accademici e re». L’immaginario scrittore argentino Daniel Mantovani non sarà Bob Dylan, ma il suo discorso alla consegna del Nobel è una provocazione amara e probabilmente sincera. Il pubblico, però, dopo un attimo di esitazione, lo acclama ancora di più. Cinque anni dopo, Daniel amministra annoiato il proprio successo, sottraendosi a mille prestigiosi inviti. Ma decide di accettare quello, quasi senza preavviso, della sua città natale, per riceverne la cittadinanza onoraria. Daniel mancava dal paese da decenni, ma lì ha ambientato i suoi romanzi. Che probabilmente la gran parte degli abitanti non ha letto. Il ritorno si rivela presto un incubo. Gli incidenti e gli incontri si susseguono: una mostra di pittura in cui un potente locale vuol vincere a tutti i costi; una squallida tv locale; un mezzo scemo che lo invita continuamente a pranzo; una ragazza bella e seduttiva; uno che gli chiede 10mila dollari per la sedia a rotelle del figlio handicappato; un sindaco in difficoltà; la ex di Daniel, ancora bella e assai saggia, che ha sposato un suo amico… Lo sguardo stranito dei due registi, Gastón Duprat e Mariano Cohn, evita quasi sempre il folklore, e quella che sembra una piccola commedia sulla provincia si trasforma in qualcosa di più profondo, quasi senza accorgersene. Il tutto non certo per la regia, che è piuttosto banale e perfino trasandata, ma per una sceneggiatura astuta e precisa che (tranne in un paio di passaggi) lavora sugli eventi avendo come scopo una descrizione sempre più accurata del personaggio centrale.

92

27 novembre 2016

Vediamo dapprima l’ambigua ammirazione, poi il rancore di questa cittadina verso il concittadino di successo; ma soprattutto si esplora l’ambiguità del protagonista, che esplode in un finale sottilissimo. A dare spessore a questo ritratto ferocissimo, pur se empatico, di scrittore e intellettuale (tra i più veritieri e appassionanti che il cinema abbia dato) contribuisce l’interpretazione di Oscar Martinez, premiato con la Coppa Volpi all’ultima Mostra di Venezia. “Il cittadino illustre” di Gastón Duprat e Mariano Cohn, Argentina, 118’

aaabc

Rock&Co.

Amburgo Decadence L’ex Libertines ha inciso un album negli stessi studi dei Beatles. Ispirandosi a loro Simone Porrovecchio PETE DOHERTY ha sempre sognato di registrare ad Amburgo. Dopo il rinnovamento e ampliamento degli studi Clouds Hill Recordings, quelli dove Beatles e Rolling Stones negli anni Sessanta hanno

registrato alcune delle loro leggendarie canzoni, il musicista inglese, 37 anni, è andato lì a registrare il suo nuovo album ,“Hamburg Demonstrations”, ed è rimasto a vivere un anno tra Amburgo e Berlino. Il risultato è un


Classica

Sedotto dalle baccanti L’amore di Henze per l’Italia nella sua autobiografia Riccardo Lenzi

N

Foto: Ullstein bild - GettyImages, G. Stewart - Redferns / GettyImages

ell’autunno del 2009, quando l’Espresso incontrò per l’ultima volta il compositore Hans Werner Henze nella sua Villa Leprara vicino a Marino - «Paese ove nacque Giacomo Carissimi, autore di oratori apprezzati anche da Georg Friedrich Händel» costruita sui resti di un antico insediamento romano nello stile dei tradizionali casali, il clima e i colori della giornata erano di quelli che spiegano l’amore che colse quest’artista, proveniente dalla fredda e tetra Westfalia, per la nostra penisola. Nel 1951 Henze varcò per la prima volta i confini delle Alpi e dinanzi ai paesaggi che avevano già conquistato Goethe, annotò: «Guardai la campagna che digradava verso il mare e scrutai il mare stesso, nel quale si rifletteva il sole, e sentii che in qualunque momento Nettuno, Venere o anche Giove in persona avrebbero potuto emergere da sotto la sua superficie dorata, scintillante, splendente». Una citazione tratta dalla sua autobiografia appena uscita per

il Saggiatore (“Canti di viaggio”, pp.718, euro 38, con l’aggiunta di 5 testi inediti rispetto all’edizione di 11 anni fa), costellata di ricordi legati all’Italia, dove era riparato per sfuggire al moralismo ipocrita della Germania di Adenauer e dove ebbe la sua

casa, di volta in volta a Ischia, Napoli, Roma e Castelgandolfo. Una nazione, notava con divertita ironia, dove era difficile conciliare l’amore per la vita e la fantasia dei suoi abitanti con l’austerità della Chiesa. E che per lui fu occasione di incontri indimenticabili, da quello con Luchino Visconti che gli ispirò l’opera “Der Prinz von Homburg” e col quale realizzò “Maratona di danza”, a quelli con Moravia, Morante e Pasolini. Fino all’invenzione del Cantiere di Montepulciano, sorta di “libera repubblica della musica” che ideò con felice intuizione nella cittadina toscana e che a tutt’oggi è uno dei più rinomati festival estivi. Incontri che risvegliarono in lui la passione per i miti classici, come ben sanno gli spettatori dell’Opera di Roma, che l’anno scorso sul loro palcoscenico hanno avuto modo di apprezzare l’opera “The Bassarids” incentrata sui temi euripidei, scritta sul libretto dei poeti W. H. Auden e Chester Kallman, conosciuti a Ischia. E gli confermarono il potere della musica, la sua capacità di rivelarci la quintessenza della realtà: «Pensi soltanto a un sentimento impalpabile come il senso di perdita e delusione, la tristezza incessante, caratteristici della pubertà. E consideri come Mozart gli abbia dato una così adeguata espressione artistica nella musica di Cherubino, nelle “Nozze di Figaro”».

album realizzato con passione e strumenti artigianali, utilizzando un classico registratore magnetico a 8 tracce (Studer A820), poi mixato con un Telefunken master machine: gli stessi apparecchi di Beatles e Stones. Spiccano per energia e melodie i brani “I Don’t Love Anyone (But You’re Not Just Anyone)” e “The Whole World Is Our Playground”, i primi scelti per la programmazione radiofonica. Ma sono superiori la nuova registrazione di “Flags Of The Old Regime”, dedicata ad Amy Winehouse, e “Hell To Pay At The Gates Of Heaven”,

scritta dopo gli attentati terroristici di Parigi, canzone che parla di una generazione di ragazzi di periferia con la pelle scura, che imbraccia la mitragliatrice al posto della chitarra. L’ex vocalist della band LIbertines sceglie nel suo nuovo disco solista il rhythm’n’blues, il giamaica crooning, il blues e tanto ragtime, la musica eseguita al piano da musicisti neri, ma anche col banjo, in cui la mano sinistra batte un ritmo di marcia, la destra suona melodie sincopate. E un ensemble d’archi tinge di decadenza le ballate. 27 novembre 2016

93


Visioni Arte

Dalla brina al vapore L’acqua, l’ambiente, il paesaggio e i suoi colori al centro della ricerca di Roni Horn Germano Celant

L

a visualizzazione delle fattezze di una persona o di un oggetto per rilevarne l’animo e la storia umana, l’ispirazione e la caratteristica artigianale e industriale, è un processo storico che tende a riflettere l’identità del soggetto trattato. In generale questa riguarda l’individualità interiore ed esteriore che è riflessa nell’immagine prodotta, dal quadro alla fotografia, dal disegno alla scultura. Roni Horn (1955) ha adottato la ripresa di un volto umano o di un animale per mettere in evidenza, sin dal 1983, non solo le enigmatiche e le potenziali caratteristiche corporali, dalla “Water Double” di Roni Horn. Sotto: un’opera di Muntean/Rosenblum bocca al becco, dalla pelle alle piume, ma pure le situazioni geografiche in cui queste figure si muovono e sua passione per il paesaggio islandese. Dalle sue aree rarefatvivono. È un lavoro di contestualizzazione ambientale (in te e metafisiche, intrise di colori e di vapori, l’artista ha ricamostra alla Fondation Beyeler, Basel, fino al 1 gennaio) molto vato i motivi delle sue fotografie, sia immergendo i soggetti sottile e di difficile decifrazione che passa attraverso i dettagli femminili negli spazi termali, sia realizzando culture in vetro del “ritratto” che può concernere una giovane donna o lo che, con il loro spessore e la loro luminosità, richiamano le scorrere di un fiume. Sono insiemi dove a contare è il continuo profondità limpide e azzurre delle acque locali: la ricreazione mutamento dell’espressione e dello sguardo, del fluire e dell’indi un luogo magico e sublime, attraverso la scelta di un centro simbolico, la figura umana o animale, quale fulcro di intensicresparsi del corso acqueo, che sollecita il pubblico a cercare tà attiva e mutevole. un itinerario esistenziale o geografico che in Horn si lega alla

Art box Alessandra Mammì

LUCI E OMBRE Chantal Akerman. Fino al 19 febbraio. La Ferme du Boisson. Noisiel. Francia Omaggio ad un’immensa artista cineasta scomparsa (forse suicida) a soli 65 anni. Nata da una famiglia ebrea devastata dall’Olocausto, la Akerman ha spinto il suo vocabolario visivo ad affrontare temi come la solitudine, il peso della storia, la lotta contro una fredda e quotidiana angoscia. Lo ha fatto con occhi femminili e usando di tutto: scrittura, film, installazioni, documentario e dramma. E qui

in “Maniac Shadows” (“Ombre folli”, forse la sua ultima opera video) fonde le immagini di luoghi vissuti con il suono di un violoncello e le parole di lettere scritte a sua madre dove parla del mondo, della vita e della morte.

SCAMBI CULTURALI Mocak al MaXXI. 7 dicembre - 22 gennaio. MaXXI. Roma Praticamente un gemellaggio tra il MaXXI e il più giovane Museo d’Arte Contemporanea di Cracovia, nato nel 2011 nel quartiere post industriale della città e nell’area dell’ex fabbrica di Oscar Schindler. Attivissimo (in cinque anni ha in curriculum 106 mostre e 80 cataloghi) il Mocak vanta una collezione che supera le 4mila opere e riunisce oltre 32 nazionalità. L’accurata e nutrita selezione in arrivo a Roma comprende nomi polacchi come Krystof M. Bednarski, Pawel Althamer, Marcin Maciejowski accanto a colleghi internazionali che vanno da Sarah Lucas a Daniel Spoerri, il duo Muntean/ Rosenblum, Julian Opie. 27 novembre 2016

95


Visioni Il Libro

Quel tasto che manca alla vita “Mela zeta”. Incontri, scoperte e intense nostalgie nel memoir di Ginevra Bompiani Mario Fortunato

H

Freschi di stampa

un momento fa, quando si poteva ancora (forse) evitare l’onda spaventosa ma così seducente dell’esistenza. Ed è così che l’autrice ripercorre alcuni passaggi della propria vita - tappe o illuminazioni, o meglio atti mancati, sospensioni, epifanie rivelatrici di ciò che non è stato e di cui, tuttavia, sentiamo una nostalgia invincibile. Ingeborg Bachmann, Giorgio Manganelli, Sonia Orwell, Elsa Morante, Anna Maria Ortese, Gilles Deleuze sono perciò ritratti come a rovescio: non per ciò che hanno scritto o detto, non per la loro fama letteraria o filosofica o mondana, ma per quella incorreggibile, e sfuggente, e capziosa sostanza che li ha definiti come esseri umani: perlopiù fragili, incerti, condannati a essere creature poetiche e irrilevanti in un mondo che continua invece a definirsi attraverso la più antica delle sue abitudini: la guerra in ogni sua forma. Ginevra Bompiani ritratta nella sua casa

Sabina Minardi

1984, e ti ritrovi immerso dentro una prosa luminosa e sfaccettata, dove ogni racconto si fa metafora di solitudini contemporanee. E dove personaggi e storie riecheggiano, in fondo, la vita in panne di tutti.

PERDERSI Charles D’Ambrosio Minimum Fax, pp. 312, € 18 Una raccolta di saggi, abilmente tradotti da Martina Testa, con l’isolamento come tratto comune. Ti scopri a girovagare per Seattle; ti lasci conquistare dalla rievocazione del Giovane Holden; rivivi la vita dello scrittore Richard Brautigan che si sparò a Bolinas nel

LA MIA VITA È UN PAESE STRANIERO Brian Turner NN Editore, pp. 196, € 18 Un racconto sulla guerra ipnotico nel ritmo e seducente nella parola. Brian Turner, soldato dell’esercito americano e, ora sappiamo, anche poeta, ha scritto un libro di “disarmante onestà”, nota lo stesso traduttore Guido Calza. Uno sguardo su

96

27 novembre 2016

un’esperienza che azzera il passato, brucia il presente e si prende anche il futuro, com’è la guerra, osservato come se nulla lo riguardasse più: come un drone che sorvola al buio il suo corpo, la mente risucchiata dentro incubi infiniti, più grandi di quanti una nazione intera possa contenere. Sabbia e fiamme, e un peso enorme, che trasforma gli uomini in pietre. «Alzai la mano e dissi Giuro perché sapevo, a un livello profondissimo e immutabile, che sarei partito e mai tornato». Una lunga emozione.

Credit: L.Pesce/Contrasto,D.Levenson/Getty Images

o un rimprovero da fare a Ginevra Bompiani a proposito del suo libro appena uscito, “Mela zeta” (Nottetempo, pp. 123, € 13,50): quello di avere scritto troppo poco, di aver tenuto per sé egoisticamente le molte altre pagine e i molti altri ricordi e i molti altri incontri, che - ne sono certo - la sua vita di scrittrice e intellettuale avrebbe potuto dettarle. Peccato. Perché non capita tanto spesso (anzi, non capita quasi mai, e basta dare un’occhiata alle classifiche dei libri più venduti per capirlo) che un libro finisca troppo presto, troppo in fretta, lasciando nel lettore il desiderio di voler leggere ancora. Non di rado, invece, si arriva a pagina cinque e già basta. Ma adesso diciamo perché il testo di Ginevra Bompiani ha lasciato l’insoddisfazione di cui sopra. Non si tratta di un romanzo, ma, come oggi usa dire, di un memoir. Bompiani ripercorre la propria esistenza - sullo sfondo, la figura insieme amata ed evitata del padre Valentino - in maniera non omogenea, suggerendo implicitamente di non credere, come solo possono gli scrittori, i matti e gli studiosi di fisica post-einsteiniana, che il tempo sia un vettore a senso unico. Perciò la sua ambizione sarebbe quella di usare la propria memoria ricorrendo, quando necessario, ai tasti “mela zeta” dei computer su cui scriviamo - quei tasti cioè che ci consentono di tornare un passo indietro, a


Romanzi

Cartooning

Gelidi miraggi

Il viaggio di Frida

Dentro l’ultimo incubo di Don DeLillo, “Zero K” Marco Belpoliti

D

on DeLillo è uno scrittore visionario. Per quanto la sua prosa sembri volta al visivo, in realtà ciò che appare nelle sue pagine è sempre e solo una visione. Si vede, ma in modo allucinato, eccessivo, e sovente appannato. Non si scorge mai bene; s’intravede, piuttosto, come accade nelle vere visioni e nelle allucinazioni. La sua prosa è fredda: un distillato di piccole particelle ghiacciate, le parole, che restano sospese a lungo in aria prima di liquefarsi sotto i nostri occhi attoniti. L’effetto della lettura delle sue pagine è simmetrico e opposto: o lo si ama o lo si aborrisce e respinge, spesso inquietati. Con “Zero K” (tr. it. di Federica Aceto, pp. 240, € 19) DeLillo è tornato al livello di “Rumore bianco”. La voce narrante è quella di Jeffrey Lockhart, figlio di un magnate della finanza, Ross. Li vediamo nella prima parte in un deserto del Kurdistan dentro la sede di una società, Convergence, che assicura ai suoi adepti la conservazione del corpo in caso di malattia, per risorgere dal gelo quando ci sarà la cura vincente del cancro, che ne divora i corpi. Artis, la seconda moglie di

Ross, è malata e l’uomo ha deciso di ibernarla e raggiungerla nel freddo che mantiene. La setta è composta d’inafferrabili personaggi, mentre Ross appare affetto da paranoia. Il narratore ripercorre la relazione con il padre, la madre morta e il denaro. Universo ossessivo, abitato da altrettanta ossessività. Si legge abbacinati dalla scrittura algida di DeLillo, eppure sempre mossa da una sotterranea vena emotiva. Dopo un intervallo riempito da aforismi secreti dal protagonista - parte senza trama o movimento, puro spazio di pensieri e parole -, si passa alla seconda parte, dove si confrontano figlio e padre. Nelle ultime pagine, poi, un monologo sentimentale di Jeffrey, c’è la cronaca del lento affondamento in una vita anaffettiva, depressa e fallimentare di un antieroe degno de “Lo straniero” di Camus, uno degli ispiratori del nonsenso etico di DeLillo. Non siamo all’altezza di “Underworld”, ma di sicuro è un bellissimo romanzo, uno dei più belli di questa stagione, uno dei più lucidi e preveggenti. Così sarà l’umanità futura? Risposta non c’è.

Passaparola la scelta di Neel Mukherjee* Joy Williams, “The Visiting Privilege”, Alfred A. Knopf

Una scoperta recente, che oserei definire “trasformativa” (se i libri sono davvero in grado di cambiare le vite) è “The Visiting Privilege”, raccolta di racconti dell’americana Joy Williams. Le sue short stories non assomigliano a nulla che io abbia incontrato prima. Scritte in uno stile piano, quasi austero, coltivano il surplus mancante, intorno al quale lavora ogni racconto, in modi profondamente originali e intelligenti. Sono racconti tutti imprevedibili, spesso con un cambio di marcia da frase a frase, in modo che il lettore non abbia idea di dove si voglia arrivare. Penso che Williams sia la più grande scrittrice vivente di racconti in lingua inglese. * scrittore. È nato a Calcutta, vive a Londra. In Italia è pubblicato da Neri Pozza; il suo ultimo libro è “La vita degli altri”

Ricominciare: da nuovi incontri. Da una terra lontana. È “Baires”. Di Chiara Rapaccini Oscar Cosulich GLI “AMORI SFIGATI” di Chiara Rapaccini, in arte RAP, sono un appuntamento fisso per i lettori dell’Espresso. La cartoonist, affermata designer, pittrice e scultrice, affianca all’attività di illustratrice quella di scrittrice. Il suo “Le mosche del deserto” (2006, Maschietto editore) è il prezioso diario di lavorazione di “Le rose del deserto”, ultimo film diretto dal compianto Mario Monicelli, compagno dell’autrice: un testo illustrato che è una gioia per gli appassionati di cinema. Il romanzo “Baires” (Fazi Editore pp. 240, € 18), è l’opera più impudicamente autobiografica di Rapaccini, ma allo stesso tempo è aperta ad altre influenze, che vanno dalla “santeria” fino al noir. L’autrice racconta qui l’elaborazione del lutto per la perdita del compagno (chiamato semplicemente “il Vecchio”), attraverso il complicato viaggio in Argentina di Frida, stilista e disegnatrice per bambini (suo evidente alterego). Frida, annientata dalla perdita del marito, fugge in Argentina per allontanare i dolorosi flash che la perseguitano: incubi in cui il Vecchio è esanime tra le sue braccia, in una crudele rivisitazione della “Pietà” michelangiolesca; o teneri ma dolorosi ricordi delle notti trascorse insieme nel deserto, all’epoca delle riprese del suo ultimo film. Lo smarrimento della perdita è reso ancor più concreto dalle percezioni di Frida, sempre in bilico tra realtà e allucinazione. Sarà una sciamana, forse solo sognata, a dare a Frida la forza per tornare alla vita. 27 novembre 2016

97


Visioni Architettura

Ogni casa è una città In ricordo dell’architetto Luigi Caccia Dominioni Luca Molinari

P

ochi giorni fa alla conferenza di un importante architetto inglese, elencando i suoi “maestri”, apparve uno schizzo di Luigi Caccia Dominioni. Una pianta su cui l’architetto aveva tracciato infinite linee curve a indicare i flussi dei suoi abitanti per uno di quegli interni domestici che lo resero famoso dagli anni Cinquanta a oggi. «Io sono un piantista. Trovo la città in ogni angolo della casa. Gli ingressi, le scale, persino i mobili sono per me soluzioni urbanistiche». Così si raccontava “Gigi” Caccia Dominioni, aristocratico milanese, classe 1913, laurea al Politecnico nel 1936, fuga in Svizzera nel ’43 per non aderire a Salò, opera prima in Piazza S.

Ambrogio con il recupero del palazzo di famiglia bombardato. Nel 1947 apre la casa di design Azucena con Gardella, poi realizza i due palazzi in Corso Europa e architetture tra Milano, Arenzano, San Felice e Morbegno. Architetto antico abituato a disegnare ogni elemento, nemico dei dogmatismi, poetico nel rendere ogni spazio fluido e da scoprire, orgogliosamente moderno, attento all’architettura come frammento di città. Avversato dalla critica “militante”, maestro nel costruire uno stile dell’abitare borghese, finalmente riscoperto, tutto vissuto con un sorriso blasé. A 103 anni ci ha salutato, per occupare un posto importante nelle storia dell’architettura europea.

Auto

Equilibrio di curve Linee morbide e dettagli eleganti nella nuova Infiniti QX30 Paolo Sardi

98

27 novembre 2016

L

a moda di scegliere un basso profilo e di puntare tout court sulla sobrietà sembra destinata a vita breve nel mondo dell’auto. Oggi la parola d’ordine è sempre più spesso distinguersi, un credo professato anche dalla Infiniti QX30 con una certa ricercatezza. Questa crossover è una cittadina del mondo: appartiene a un marchio giapponese nell’orbita del gruppo francese Renault (Infiniti è il brand di lusso di Nissan) ed è stata disegnata in Inghilterra, dove è anche costruita, sfruttando una base meccanica tedesca. I bravi fisionomisti possono infatti riconoscere, sotto le sue linee morbide, la sagoma della Mercedes GLA. La parentela traspare pure da alcuni dettagli dell’abitacolo, rifinito con cura e piuttosto spazioso, anche se la QX30, a differenza della cugina, mette l’accento più sull’eleganza che sulla sportività. Su strada questa Infiniti ha un equilibrio invidiabile. L’assetto rialzato trova un ottimo compromesso tra tenuta di strada e comfort. Dal canto suo, il motore 2.2 turbodiesel da 170 cv, l’unico a catalogo, si rivela l’ideale per una moderna tuttofare. Abbinato alla trazione integrale e al cambio robotizzato a doppia frizione con sette marce, macina chilometri senza fatica apparente, in autostrada come in città. Proprio nei centri urbani emerge l’unica nota stonata, ovvero la difficoltà a capire i reali ingombri in manovra. Nei parcheggi più stretti è quindi meglio affidarsi ai sensori e alla telecamera posteriore, che sono inclusi nell’allestimento di punta Premium Tech. Il suo prezzo è 44.560 euro, con di serie, tra le altre cose, anche i rivestimenti in pelle e i fari a Led adattivi.


Taccuino Cineconcert

Una scena da “Harry Potter e la pietra filosofale”. Sotto: “The Pietrarubbia Group”, 1975-1976 di Arnaldo Pomodoro a Mountainville (NY)

Musica con Harry Potter Uno spettacolo live dell’Orchestra del Cinema, sulle immagini del primo film della serie. Un tour mondiale. Di grande effetto SULLO SCHERMO, in alta definizione di 12 metri, scorreranno le immagini del film “Harry Potter e la pietra filosofale”, la prima opera della serie (2001). Sul palco, gli 80 musicisti della Orchestra Italiana del Cinema eseguiranno dal vivo per la prima volta nel nostro Paese la colonna sonora del premio Oscar John Williams, in sincrono con la pellicola. Questa la formula del “cine-concerto” (2-34 dicembre) all’Auditorium Conciliazione di Roma, tappa italiana della “Harry Potter Film Concert Series”, il tour mondiale di esibizioni live lanciato a giugno scorso da CineConcerts e Warner Bros. Consumer Products (biglietti online su ticketone.it),

già sold out all’Hollywood Bowl e in tutti i teatri in cui è stato annunciato. E così, mentre nelle sale sbarca “Animali fantastici e dove trovarli”, prequel della celebre saga ideata da J.K. Rowling, i fan del maghetto di Hogwarts sono obbligati ad annotare in agenda un altro appuntamento da non perdere. A dirigere l’orchestra sarà Justin Freer, presidente e produttore della CineConcerts, che negli ultimi anni ha realizzato in giro per il mondo i “cine-concerti” di tanti film di successo: tra gli altri, “Il padrino”, “Colazione da Tiffany”, “Star Trek: The Ultimate Voyage 50th anniversary Emanuele Coen concert tour”.

Credit: Warner Bros, J. L. Thompson

della sua ricerca: dai bassorilievi in piombo, argento e cemento alle forme geometriche squarciate e corrose delle opere più recenti.

TRIBUTO A POMODORO 90 anni di sculture Per festeggiare i 90 anni del Maestro Arnaldo Pomodoro, la Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale di Milano sarà lo scenario di una grande antologica che abbraccerà l’intera città (dal 30 novembre al 5 febbraio tra La triennale, il Museo Poldi Pezzoli, la Fondazione Pomodoro). L’esposizione, curata da Ada Masoero, presenterà una trentina di sculture realizzate dal 1955 ad oggi e scelte dall’artista stesso, per rappresentare le tappe fondamentali

UNA BIBLIOTECA PER BERSELLI Invito a Campogalliano Sabato 3 dicembre la biblioteca comunale di Campogalliano (Modena), paese natale di Edmondo Berselli, verrà intitolata alla memoria dello scrittore e giornalista di Repubblica e l’Espresso. Recentemente rinnovata e ampliata, la biblioteca si arricchisce di un fondo di 2000 libri appartenuti allo stesso Berselli. Partecipano alla cerimonia Gian Arturo Ferrari, vicepresidente Mondadori Libri, che ha tenuto a battesimo alcuni dei suoi volumi più amati, da “Venerati maestri” a “Quel gran pezzo dell’Italia”, e Ugo Berti Arnoaldi de Il Mulino: la casa editrice dove Berselli cominciò il suo impegno, fino a diventarne direttore editoriale.

Tutti a scuola Una campagna per l’istruzione dell’Unhcr SONO 3,7 MILIONI i bambini rifugiati che non hanno la possibilità di andare a scuola, stima il recente rapporto “Missing Out” dell’Unhcr. È pensando a loro, e all’istruzione come chiave di volta per lo sviluppo, che l’Agenzia Onu per i Rifugiati ha lanciato una campagna di sensibilizzazione e di raccolta fondi da destinare a Paesi in difficoltà, tra i quali Siria e Kenya. L’iniziativa, intitolata “Mettiamocelo in testa”, che coinvolge testimonial del mondo del cinema e dello spettacolo, ha l’ambizione di garantire un’istruzione primaria a un milione di bambini. Si può aderire fino all’11 dicembre inviando un sms (che costa 2 euro) al numero 45516.

Amori Sfigati Chiara Rapaccini

27 novembre 2016

99


Gusto

Il ristorante Giglio, a Lucca

Altre tavole Bellavista Messina, Via Circuito – Torre Faro, Tel. 090 326682. Chiuso il lunedì La proposta gastronomica segue le onde del mare e il ritmo della natura. Affacciato sullo Stretto, un locale che punta sulla tradizione messinese. Da provare il tortino di pescespada e le linguine agli scampi. Fra i dessert, buono il cannolo scomposto. Adeguati cantina e servizio. Sui 35 euro.

L’Osteria

Fantasia al cubo Tre giovani chef di grande esperienza rilanciano una cucina basata sulla contaminazione

Rieti, Vicolo Fra’ Fedele Brassi 4, Tel. 0746 496666. Chiuso la domenica Una cucina di tradizione romana con uso delle materie prime della Sabina, in un vicoletto del centro storico. Dai primi immancabili come la cacio e pepe, ai curiosi tonnarelli alla Luca, fino a piatti più compositi come il “picchiapò “ e il bollito in salsa verde. Cantina ben ragionata. Sui 25 euro.

Enzo e Paolo Vizzari

Credit: L. Barsetti(2)

L

a democrazia non è una forma di governo che ben si adatta alla cucina, dove le scale gerarchiche sono fondamentali per far funzionare ogni cosa negli stretti tempi a disposizione. La monarchia, spesso tendente alla dittatura, è quindi quasi sempre l’unica strada percorribile. A sovvertire questo schema ci han pensato Lorenzo Stefanini, Stefano Terigi e Benedetto Rullo, che allo storico Giglio di Lucca hanno instaurato un’oligarchia giovane e frizzante, basata su condivisione e contaminazione. Lorenzo e Stefano avevano cominciato in coppia a stravolgere con garbo il ristorante della famiglia Stefanini, in ultima battuta si è aggiunto Benedetto a dare un’ulteriore spinta. Nessuno dei tre ha 30 anni, eppure le loro esperienze in grandi cucine sommate fanno già impressione: Gagnaire, Puglisi, Crippa, Bartolini, Portinari, Yamamoto, Guida, Cerea... E tutta questa sapienza gastronomica si ritrova in piatti arguti e centratissimi come l’astice crudo in brodo di agrumi con sentore d’affumicato, o come la carne marinata nella soia e avvolta nella bietola insieme a una piccola dose di wasabi. I rimandi all’Asia sono molti e vari, a partire dal sake che completa il calamaro “sporco” con inchiostro, limone e spinacini, ma anche i piatti privi di connotazione orien-

tale stupiscono per il loro gusto pulito, ancorché violento come nel caso del cavolfiore con rafano e lattume d’aringa, un ceffone ben assestato che mette in chiaro le intenzioni bellicose del trio di chef. Tuttavia, la vera bellezza di questo

Giglio la si capisce quando in mezzo a tali prove d’alta cucina arriva il tortello lucchese con sugo di carne, oppure la tagliatella al ragù di frattaglie di coniglio, a ricordare che siamo in un locale nato per far felici gli ospiti con semplicità e rispetto del territorio. Un bel servizio giovane e una buona cantina completano l’opera insieme a prezzi di rara onestà (45 e 70 euro i menu, sui 40 alla carta), dando vita al nuovo divertente Cerbero della cucina italiana. RISTORANTE GIGLIO Lucca, Piazza del Giglio 2 Tel. 0583.494058 Chiuso martedì e mercoledì a pranzo www.ristorantegiglio.com

La bottiglia UN BAROLO che segue un percorso incentrato su due momenti fondamentali: la maturità perfetta dell’uva e l’affinamento su legni nuovi che ne cesellano le sfumature. Nasce da questo “progetto” il Barolo Bussia di Parusso (65 euro), per alcuni straordinariamente moderno ma che in realtà evoca antichi passaggi “ideologici” con la barrique che ricalca prassi ancestrali. Lasciamoci allora trasportare da un naso di fiori contrappuntati da belletti e da un sorso di setosa trama tannica e di allungo trascinante. Paolini & Grignaffini Facebook.com/viniespresso

27 novembre 2016

101


Tentazioni Belle, utili, divertenti, irraggiungibili

Rivoluzione a quadretti Aristocratico e sovversivo. La moda assicura la longevità del tartan, il tessuto a quadri dei kilt che identifica i clan nobiliari scozzesi. Oggi dalla storia che lo ha consacrato come divisa di uno stile granitico e tradizionalista si secolarizza in soluzioni che solleticano e uniscono le tribù urbane come i punk, segnando usi

Alessandro Michele per Gucci ha disegnato il cappotto a quadri combinato con la borsa weekend dai volumi tondi e a scarpe dal tocco glamour

alternativi di questa stoffa blasonata. E così, dalle passerelle alla strada, il tartan ha colonizzato il mondo cavalcando il revival anni ’90 del grunge: difficile dimenticare le sciolte e randagie camicie di flanella tartan di Kurt Cobain dei Nirvana abbinate a scarponi e jeans sdruciti. Hollywood ha fatto la sua parte nel

diffondere il look scozzese, da “Brigadoon” di Vincente Minnelli a “Braveheart” di Mel Gibson, senza contare la rilettura artistica di Matthew Barney. Il fashion system lo ha adottato nei modelli trasgressivi di Vivienne Westwood e di Alexander McQueen. Da non perdere la monografia “Tartan” di Jonathan Faiers. Enrico Maria Albamonte

La cassa in acciaio inossidabile color bronzo caratterizza l’orologio 3 sfere che crea un contrasto con il cinturino ispirato al più nobile dei kilt. Di Lotus

Lo zainetto Moncler, con dettagli in pelle e tasca in montone, è un valido alleato per chi vive la città o è immerso nella natura. E il tartan è maxi La fodera blasonata rubata ai clan degli highlander scozzesi ravviva l’impermeabile blu navy Bellagio. Di Sealup


Un look rosso, nero e bianco valorizza la corta giacca blouson a grandi quadri stile grunge con scarpe formali senza calzini e uno zaino in nappa lucida. Di Valentino

Le ballerine con un filo di tacco e la forma slanciata a punta sono un omaggio al tartan rosso e nero e sono rese più civettuole da fiocco oversize. Da Brooks Brothers

Ha una linea sciancrata e segue le forme del busto la giacca sfoderata sartoriale di Tagliatore, con spalle insellate, bottoni in cuoio e tasche a filetto con pattina Colori rubati alla Commedia dell’Arte tingono il tailleur dall’allure provocatoria di Vivienne Westwood

Sui legging compare il motivo inglese a rombi per rendere ancora più cool la cappa in bouclè galles bordata di pelliccia, abbinata alla borsetta sbarazzina. Tutto Prada

Burberry, sinonimo del look british, declina la sua filosofia nel mondo beauty alternando gli smalti ai rossetti per labbra vellutate


Tentazioni Luminosi come neon, i nuovi kit per il trucco di Smashbox propongono, fra gli altri, una serie di ombretti creati in edizione limitata con l’artista Meryl Pataky

Si tinge di color Chianti il blazer metropolitano dal piglio confortevole e dalla silhouette allungata, con ampie tasche laterali, di L.B.M. 1911

È giocato sull’alternanza dei formale e informale il look con giacca e gilet a macro scacchi e i pantaloni lucidi in seta. Di Barena 104 27 novembre 2016

Lo scozzese entra nell’intimo Yamamay, invadendo il tessuto di questo completo con slip e reggiseno push-up in pelle d’uovo giocati sul binomio rosso e nero

Elegante e altero il completo total look stile Wall Street di Brioni, in lana pregiata con giacca doppiopetto e pantaloni aderenti “fumo di Londra”

Un total look tartan ed effetto plaid per l’ampia stola che riscalda nei toni del grigio e del castagna la gonna longuette. Di Ralph Lauren


Geometrie british

Richiama atmosfere rustiche e casalinghe il completo pigiama finestrato formato da una vestaglia in lana calda e leggera da portare con pantaloni in tema. Di Fendi

Scacchi, quadretti, finestrati, o più semplicemente, in inglese, “check”. Comunque li chiamiamo sono sempre un classico dello stile e ispirano rigore misto a fantasia, in un gioco basato sulla disciplina che di questi tempi un po’ caotici e poco educati non guasta mai. I motivi a quadri che rispecchiano un approccio trasversale al gusto oltre le barriere di genere sono un retaggio dell’austero look british capace di reinventarsi e aggiornarsi con soluzioni calibrate ma estrose, in un sapiente equilibrio di linee e disegni che paiono l’applicazione al guardaroba del teorema di Pitagora. Il nuovo check piacerà sicuramente a Sienna Miller e Dominic West, protagonisti dell’ultima campagna pubblicitaria di Burberry intitolata “The tale of Thomas Burberry” (“Il racconto di Thomas Burberry”) che sull’intramontabile motivo a scacchi ha sempre puntato per i suoi trench e gli accessori in tema. Anche Giorgio Armani si professa sostenitore dei grafismi quando afferma che «sono un segnale di chiarezza, E.M.A. di pulizia, di forza».

Design antigelo per il parka che sfida le temperature polari e ravviva il grigiore metropolitano con bottoni e dettagli come il collo montante. Di Colmar Ispirazione country urbano stile West Side Story per la gonna a ruota a scacchi neri su base scarlatta per volteggiare nelle serate delle feste. Di Woolrich

Completamente destrutturato il cappotto in lana nera in tartan con tasche frontali e allacciatura nascosta da una pattina sul davanti. Di Seventy

È racchiusa in un flacone che celebra l’eleganza dei motivi british a rombi la nuova essenza romantica per il Natale firmata da Jo Malone

Segna il tempo con brio lo spiritoso orologio Swatch con il cinturino in silicone che riprende il motivo tartan aggiornandolo alle nuove tendenze fashion

27 novembre 2016

105


Noi e Voi

N. 48 - 27 novembre 2016

morte inevitabile è lecito rinunciare a trattamenti che procurano soltanto un prolungamento precario e penoso della vita”. Il lavoro dei medici deve essere improntato all’etica: non è il loro compito tenere in vita i morti, né resuscitarli, nessuno vi è mai riuscito dopo Cristo. Vogliamo serenamente riaprire l’imbarazzante dibattito sull’eutanasia?

Risponde Stefania Rossini stefania.rossini

@

espressoedit.it

A cena con il referendum Cara Rossini, giorni fa sono stato a cena con gli amici di una vita. Ci vediamo spesso, almeno una volta al mese, insieme alle nostre mogli o compagne, per chiacchierare del più e del meno, sempre in armonia e con il piacere di confrontarci su gusti e scelte di vita diverse. Ebbene, tutto era cambiato. Improvvisamente ci siamo trovati a scagliarci l’uno contro l’altro con parole dure, a interromperci di continuo, a colpirci con insinuazioni maligne. Era successo che uno di noi, vero incosciente, aveva fatto la domanda sbagliata: “Come votate al referendum?”. I Sì e i No erano equamente distribuiti, ma nessuno sopportava più che un altro la pensasse diversamente. Anche io, che voterò No con piena consapevolezza e che ho sempre rispettato le opinioni altrui, ho fatto la mia parte. Ma i più accaniti erano quelli del Sì, sembravano dei fan accecati dall’idolatria. Ma che ci è successo? Se ci capitava di discutere su qualcosa, finiva sempre in una risata. Questa volta no, questa volta ci siamo lasciati con sorrisi di circostanza che nascondevano il rancore. Walter Natili

Chi ha paura dell’eutanasia La vita è degna di essere vissuta quando possiamo studiare, lavorare, amare, ridere, passeggiare, pensare; oggi, nel mondo, centinaia di migliaia di cadaveri viventi

affollano ospedali e cronicari, con crescenti spese per la società. Soggetti privi di coscienza e che mai più parleranno, sentiranno, vedranno, cammineranno, potranno dare una carezza, i quali fino a pochi anni fa sarebbero morti in poche ore, co-

L’Espresso Via Cristoforo Colombo, 90 - 00147 Roma

106

27 novembre 2016

Conosco quelle cene e credo che ultimamente sia un’esperienza comune a molti. Persone che per decenni si sono trovate più o meno dalla stessa parte politica, si scoprono di colpo schierate su fronti opposti. L’animosità che ne consegue è frutto della sorpresa e del disappunto. Il referendum prossimo venturo sta ottenendo il risultato di spaccare, non solo il Paese, ma anche famiglie elettive e preziose come la sua. È una cosa che non avveniva dal referendum Monarchia - Repubblica. Ma oggi la frattura è tutta nella parte progressista. Impigriti professionisti fanno orazioni infuocate per il No, antichi sovversivi brandiscono il Sì come una volta sognavano la rivoluzione, signore poco esperte di politica si agitano come delle grupie dietro l’icona del presidente del Consiglio (vedere su Facebook). Volano i nomi di testimonial celebri e inutili: “E allora Sorrentino! E invece Toni Servillo! E Fiorello, e Pelù, e Ferilli, e +...”. Solo alcuni cinici accennano ai contenuti della riforma, ma per dire: “Mi fa schifo e voto Sì”. L’unica soluzione è sospendere le cene. Almeno fino al 5 dicembre.

letterealdirettore@espressoedit.it

Achille della Ragione

Non ha perso Hillary Clinton ma i sondaggi

stretti in un limbo infernale dall’accanimento di una medicina, che offende la solennità della morte e la dolcezza della vita, operando una grottesca quanto sinistra contaminazione. Anche la Chiesa ha affermato: “Nell’imminenza di una precisoche@espressoedit.it

Ho l’impressione che a perdere la gara negli Stati Uniti, non sia stata Hillary Clinton, ma la prevedibilità. Ha vinto l’incertezza. In America, come in Inghilterra, i sondaggi hanno clamorosamente (e prevedibilmente) fallito, tanto che ora si fanno sondaggi su quanto siano utili i sondaggi. E la risposta è scontata oltre che prevedibile. L’elettore tipo si è fatto furbo. Vuole scardinare l’establishment? Bene, inizia dai sondaggi e dà una risposta opposta alla sua vera opinione. Così da scardinare prima di tutto il sistema delle opinioni e delle statistiche. In Italia poi la cosiddetta “maggioranza silenziosa”, quella degli indecisi che ai sondaggi non rispondono, non è solo silenziosa ma è anche maliziosa e tace per disfare. Meglio l’incertezza se a governare è sempre e comunque il troppo prevedibile, il solito, lo scontato. Chi vincerà tra il sì e il no al referendum? Non ditecelo per favore. Mariagrazia Gazzato

Altre lettere e commenti su www.lespresso.it


In edicola la prossima settimana La copertina dell’Espresso n. 47 del 20 novembre 2016

Alberto Angela Rinascimento a Firenze - 3 Mercoledì 30 novembre terzo Dvd a 10 euro in più

La Basilica di San Lorenzo è la prima tappa del percorso di questo terzo Dvd alla scoperta del Rinascimento a Firenze. Alberto Angela ci fa assistere al lavoro dei restauratori sui preziosi pulpiti della Passione e della Resurrezione scolpiti da Donatello. Torniamo poi al Museo dell’Opera del Duomo per ammirare la statua lignea della Maddalena e la Cantoria dei fanciulli, realizzata dall’artista con effetti di straordinario realismo e dinamismo. Ci spostiamo agli Uffizi nella Tribuna voluta da Francesco I per conservare la sua collezione e considerata il primo esempio di museo. Nella sala dedicata a Leonardo, i suoi studi anatomici testimoniano dello stretto rapporto tra arte e scienza.

Senza risposta COSA SA TRUMP DELL’EUROPA Il racconto del rapporto fra Trump e l’Europa (l’Espresso, n. 47) è in un’ottica eurocentrica. Cioè quella di un piccolo pezzo di mondo che si crede ancora “hub” di tutto il globo. Sbagliato. E comunque Trump, in una cartina muta del nostro Continente, non saprebbe distinguere la Bulgaria dal Portogallo. Renato Oliverio

SÌ, NO E NON ALLINEATI Grazie dell’articolo sui non allineati del referendum. “Quorum ego”, per capirci. E non sono da solo né soltanto in compagnia dei personaggi nominati da Marco Damilano: cinque milioni di italiani non sanno se andranno a votare e altri sette ci andranno ma non hanno deciso dove mettere la croce. Non ci sono solo i tifosi delle due parti, anche se molto più rumorosi di noi non allineati. Lorenza Mizzelli

IO SONO SOCIALE “Io sono un autarchico” non è esattamente un «presagio dell’individualismo» (“Siamo tutti figli di Nanni, p. 76). Distaccarsi dal coro era uno scatto anticonformista rispetto allo spirito del tempo tutto sociale e collettivo. Oggi, in tempi iperindividualistici, il vero anticonformista è l’essere umano sociale, non quello autarchico. È un gioco di specchi tra i tempi. Francesca Romana Silvi

Berliner Philharmoniker

Grandi film

Luchino Visconti

Karl Böhm

Queimada

Il Gattopardo

Le Sinfonie n. 35 in re maggiore, n. 40 in sol minore e n. 41 in do maggiore di Mozart sono esemplari dell’estro del direttore Karl Böhm, autore dell’integrale sinfonica del salisburghese.

In una immaginaria isola delle Antille si scontrano gli interessi contrapposti di Portogallo e Gran Bretagna. Il carisma di Marlon Brando e l’impegno civile di Gillo Pontecorvo per raccontare il lato oscuro del colonialismo.

Inaugura la filmografia di Luchino Visconti “Il Gattopardo”, 1963, dal romanzo di Tomasi di Lampedusa. Con Burt Lancaster, Claudia Cardinale, Alain Delon... Musica di Nino Rota.

Mercoledì 30 novembre 8° Cd a 8,90 euro in più

Mercoledì 30 novembre 11° Dvd a 6,90 euro in più

Martin Mystère

Italia Noir - F. Recami

Piccoli assassini

La casa di ringhiera

Giovedì 1 dicembre 12° volume a 7,90 euro in più

Sabato 3 dicembre doppio Dvd + libro a € 9,90. Vedere p. 89

Storia dell’arte Disney

Michelangelo e la scultura

Lunedì 28 novembre 27° volume a 7,90 euro in più

Sabato 3 dicembre 8° volume a 8,90 euro in più

Punk

Short Stories

Dario Fo

Siouxsie and the Banshees

Stephen Crane

Mistero buffo

Martedì 29 novembre 13° Cd a 8,90 euro in più

È in edicola il 25° volume a 4,90 euro in più

È in edicola il Dvd a 12,90 euro in più 27

novembre 2016


DIRETTORE RESPONSABILE: TOMMASO CERNO VICEDIRETTORE: MARCO DAMILANO CAPOREDATTORE CENTRALE: Alessandro Gilioli UFFICIO CENTRALE: Leopoldo Fabiani (caporedattore vicario), Marco Pacini (caporedattore vicario), Sabina Minardi (caposervizio), Stefano Livadiotti (vicecaposervizio) ATTUALITÀ - POLITICA - ECONOMIA: Lirio Abbate (caporedattore Inchieste), Riccardo Bocca (caporedattore Media), Luca Piana (caposervizio Economia), Beatrice Dondi (caposervizio Web), Mauro Munafò (vicecaposervizio), Federica Bianchi, Lara Crinò, Elena de Stabile, Giovanni Tizian, Stefano Vergine CULTURE: Angiola Codacci-Pisanelli (caposervizio), Emanuele Coen, Riccardo Lenzi INVIATI: Paolo Biondani, Emiliano Fittipaldi, Fabrizio Gatti, Vittorio Malagutti, Gianfrancesco Turano CONTROLLO QUALITÀ: Fabio Tibollo UFFICIO GRAFICO: Theo Nelki (art director), Catia Caronti (caposervizio), Martina Cozzi (caposervizio), Caterina Cuzzola, Giuseppe Fadda, Andrea Mattone, Daniele Zendroni (copertina) PHOTOEDITOR: Tiziana Faraoni (caposervizio) RICERCA FOTOGRAFICA: Giorgia Coccia, Mauro Pelella, Elena Turrini PROGETTO GRAFICO: Theo Nelki OPINIONI: Michele Ainis, Altan, Tahar Ben Jelloun, Massimo Cacciari, Lucio Caracciolo, Innocenzo Cipolletta, Uri Dadush, Derrick de Kerckhove, Alessandro De Nicola, Bill Emmott, Roberto Esposito, Mark Hertsgaard, Riccardo Gallo, Piero Ignazi, Sandro Magister, Bruno Manfellotto, Ezio Mauro, Suketu Mehta, Christine Ockrent, Soli Ozel, Denise Pardo, Minxin Pei, Gianfranco Ravasi, Massimo Riva, Giorgio Ruffolo, Paul Salem, Roberto Saviano, Eugenio Scalfari, Michele Serra, Bernardo Valli, Gianni Vattimo, Sofia Ventura, Luigi Vicinanza, Luigi Zingales RUBRICHE: Stefano Bartezzaghi, Marco Belpoliti, Giuseppe Berta, Giovanni Carli Ballola, Germano Celant, Rita Cirio, Oscar Cosulich, Alberto Dentice, Mario Fortunato, Enzo Golino, Alessandra Mammì, Luca Molinari, Emiliano Morreale, Guido Quaranta, Chiara Rapaccini, Stefania Rossini, Roberto Satolli, Enzo Vizzari COLLABORATORI: Eleonora Attolico, Loredana Bartoletti, Alessandra Bianchi, Raimondo Bultrini, Roberto Calabrò, Antonio Carlucci, Paola Emilia Cicerone, Agnese Codignola, Stefano Del Re, Pio d’Emilia, Cesare de Seta, Roberto Di Caro, Paolo Fantauzzi, Alberto Flores d’Arcais, Letizia Gabaglio, Giuseppe Granieri, Wlodek Goldkorn, Naomi Klein, Claudio Lindner, Alessandro Longo, Massimo Mantellini, Stefania Maurizi, Piero Messina, Fabio Mini, Claudio Pappaianni, Gianni Perrelli, Paola Pilati, Paolo Pontoniere, Marisa Ranieri Panetta, Gigi Riva, Gloria Riva, Luca Sappino, Michele Sasso, Maria Simonetti, Francesca Sironi, Leo Sisti, Lorenzo Soria, Susanna Turco, Chiara Valentini, Stefano Vastano, Andrea Visconti

GRUPPO EDITORIALE L’ESPRESSO SPA CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE PRESIDENTE: CARLO DE BENEDETTI AMMINISTRATORE DELEGATO: Monica Mondardini CONSIGLIERI: Massimo Belcredi, Agar Brugiavini, Alberto Clò, Rodolfo De Benedetti, Francesco Dini, Silvia Merlo, Elisabetta Oliveri, Luca Paravicini Crespi, Michael Zaoui DIRETTORI CENTRALI: Pierangelo Calegari (Produzione e Sistemi Informativi), Stefano Mignanego (Relazioni Esterne), Roberto Moro (Risorse Umane) DIVISIONE STAMPA NAZIONALE 00147 Roma, Via Cristoforo Colombo, 90 DIRETTORE GENERALE: Corrado Corradi VICEDIRETTORE: Giorgio Martelli DIREZIONE E REDAZIONE ROMA: 00147 Roma, Via Cristoforo Colombo, 90 Tel. 06 84781 (19 linee) - Telefax 06 84787220 - 06 84787288 E-mail: espresso@espressoedit.it REDAZIONE DI MILANO: 20139 Milano, Via Nervesa, 21 Tel. 02 480981 - Telefax 02 4817000 Registrazione Tribunale di Roma n. 4822 / 55 Un numero: € 3,00; copie arretrate il doppio PUBBLICITÀ: A. Manzoni & C. S.p.A. 20139 Milano, Via Nervesa, 21 Tel. 02 574941 ABBONAMENTI: Tel. 199.78.72.78; 0864.256266 (per chiamate da rete fissa o cellulare). Fax: 02 26681986. E-mail: abbonamenti@somedia.it. Tariffe (scontate di circa il 20%): Italia, per posta, annuo € 108,00, semestrale € 54,00. Estero annuo € 190,00, semestrale € 97,00; via aerea secondo tariffe Abbonamenti aziendali e servizio grandi clienti: Tel. 02 7064 8277 Fax 02 7064 8237 DISTRIBUZIONE: Somedia S.p.A. Via Nervesa 21 - 20139 Milano ARRETRATI: L’Espresso - Tel. 199.78.72.78; 0864.256266 (da rete fissa o cellulare). Fax: 02 26681986. E-mail: abbonamenti@somedia.it Prodotti multimediali: Tel. 199.78.72.78; 0864.256266 (per chiamate da rete fissa o cellulare) STAMPATORI: Stabilimento Effe Printing S.r.l. - località Miole Le Campore-Oricola (L’Aquila); Puntoweb (copertina) via Variante di Cancelliera snc Ariccia (Rm); Legatoria Europea (allestimento) - Ariccia (Rm) Responsabile trattamento dati (d.lgs.30.06.2003, n.196): Tommaso Cerno Certificato ADS n. 8084 del 06/04/2016 Codice ISSN online 2499-0833

N. 48 - ANNO LXII - 27 NOVEMBRE 2016 TIRATURA COPIE 426.350

27 novembre 2016

109


Bernardo Valli Dentro e fuori www.lespresso.it

Il presidente Usa uscente sceglie la Cancelliera come custode della democrazia, finora prerogativa americana, dopo la vittoria di Trump

E Obama passa il testimone a Merkel d’America e d’Europa. Il presidente degli Stati Uniti sul punto di abbandonare la Casa Bianca, dove sta per insediarsi il successore, attraversa l’Atlantico e affida a un leader del Vecchio continente il testimone, quello che si passano gli atleti nelle corse podistiche a staffetta. Non il bastone di comando di cui ha disposto per due mandati e che gli elettori hanno già trasferito in patria nelle mani di Donald Trump. A Berlino Barack Obama ha affidato a Angela Merkel la missione di guardiana della democrazia occidentale, da tempo prerogativa della presidenza americana. La quale sta però adesso per essere occupata dal campione del populismo che minaccia proprio quella democrazia. Il simbolico passaggio delle consegne è avvenuto a Berlino in modo elegante, naturalmente senza urtare le inviolabili, salde istituzioni americane, e senza dargli la forma di un’aperta sfiducia a Donald Trump. Del quale Obama, pur ricordando le differenze politiche, ha sottolineato il pragmatismo e quindi la capacità di uscire dalla sconcertante ideologia tratteggiata con veemenza durante la campagna elettorale, di cui non sarebbe prigioniero. Insomma gli ha offerto la possibilità di recuperare la rispettabilità perduta; e al tempo stesso non ha turbato finora la transizione, guado difficile e indispensabile alla stabilità istituzionale. Così Obama ha potuto investire la cancelliera tedesca di una carica basata sul sentire politico e morale, mentre quella di Trump uscita dalle urne è concreta, legittimata dal voto, ma estranea a molti dei valori democratici su cui la Merkel 110

27 novembre 2016

deve vegliare. La storia non è mai uguale , aveva ragione il professor Cantimori, non si ripete mai. Accettando di concorrere per un quarto mandato, subito dopo la visita di Obama a Berlino, Angela Merkel ha accettato anche la simbolica investitura a guardiana della democrazia occidentale. Resta sulla ribalta, che non è una trincea ma che potrebbe diventare qualcosa di simile. Aveva probabilmente deciso prima, ma le parole del presidente americano hanno contato. Sono parole che hanno precisato il carattere dell’investitura simbolica. Più della cancelliera tedesca in quanto tale riguarda il più affidabile leader europeo, il più capace e solido di fronte a una super potenza garante della democrazia diventata una preoccupazione per la democrazia. OBAMA HA RICORDATO che le sue idee di

centrosinistra non sono sempre state in armonia con quelle di centro destra di Angela Merkel ma di avere sempre raggiunto un’intesa con lei, grazie alla sua onestà, alla sua costanza, alla sua fermezza, alla sua capacità di ragionare. Gli elogi sperticati rivelano un’ammirazione che si è rafforzata quando, dopo l’elezione di Trump, Merkel non solo non si è affrettata a comunicare i rituali complimenti, ma ha offerto la sua collaborazione al nuovo presidente sulla base di precisi valori:«la democrazia, la libertà, il rispetto dello stato di diritto, e la dignità umana al di là delle origini, del colore della pelle, della religione, del genere, dell’orientamento sessuale e delle idee politiche». Merkel ha adottato col nuo-

vo presidente americano lo stile diplomatico in uso con Russia e Cina. Obama non poteva rivolgersi ad altri leader europei. Non al francese Hollande al termine del suo onesto ma impopolare mandato, in un paese che ha non pochi ammiratori di Trump. Né a Renzi che ne può contare altrettanti in patria e che si è messo politicamente in gioco su un referendum. Né a Theresa May il cui governo è marchiato dal Brexit. MA LA GERMANIA della Merkel è tutt’altro che ansiosa di avere un ruolo politico che la sua Storia rende arduo, e che deve essere svolto in un’Europa divisa, sfilacciata, difficile da rappresentare. Il potere economico è impegnativo ma è determinato dalla realtà. Esercitando quello politico si risveglia la storia. Dopo la riunificazione e il ritorno della capitale a Berlino, la Germania si è dichiarata una nazione come le altre, “normale”, liberata dai complessi dovuti al passato. La sua natura “svizzera” si è dissipata. Gli interventi militari, non offensivi, si sono ad esempio moltiplicati nel mondo, ma un certo profilo basso, sul terreno su cui si misura nei suoi vari aspetti (hard e soft) la potenza di un paese, sopravvive ancora. È una delle virtù della Repubblica federale. Ed anche una fortuna per l’Europa. La cancelliera sa assumere quel profilo basso con sottile intelligenza senza rinunciare alla determinazione, che non solo Obama sa apprezzare. Il ruolo di leader antipopulista le compete, nell’Europa in cui crescono muri e nazionalismi e mentre il riferimento americano si annebbia. Vasto programma.

Foto: Agf

NON ERA MAI ACCADUTO nella storia



Espresso [dom, 27 nov 2016] tommaso cerno (direttore)