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GRACIELA

ITURBIDE


EL BAテ前

DE FRIDA


Graciela e Frida, una conversazione - Graciela and Frida, a dialogue

La Casa Azul a Coyoacán, un sobborgo di Città del Messico, è il luogo in cui Frida Kahlo è nata ed è morta. Oggi è un museo, dove l’universo estetico che Frida aveva creato intorno a sé è raccolto ed esposto al pubblico: abiti, gioielli, oggetti del folklore messicano insieme a qualche sua opera e a quadri di altri artisti a lei vicini. Anche le sue ceneri sono custodite nella Casa, in un vaso precolombiano, e il diario, fitto di annotazioni e disegni, racconto in parte mitizzato di una vita vissuta come una performance continua. “Interpretare la parte ha richiesto a Frida tanta energia creativa quanta dipingere o disegnare.”, osserva la scrittrice femminista Germaine Greer. ”Il suo personaggio aveva bisogno di un palcoscenico adeguato, con oggetti intriganti - animali, fiori, uno scheletro di gesso sopra il letto, un feto in formaldeide e tutta la fantasmagoria di cose superflue che ha reso unica la casa a Coyoacán”1. Di questa casa-museo, microcosmo carico di emblemi, denso come un buco nero, con i muri dai colori accesi e la rigogliosa vegetazione tropicale nel cortile, Graciela Iturbide sceglie di fotografare il bagno, l’unico ambiente interdetto al pubblico, il più spoglio, dove Frida, lasciati i suoi costumi da Tehuana, la sua interpretazione di se stessa, era nuda e sola con la sofferenza e la lotta del vivere.

Le fotografie che Iturbide scatta in questa stanza sono asciutte e scabre, pochi i dettagli, costruite su geometrie essenziali e precise. Colpisce come siano allo stesso tempo carnali e astratte, emotive eppure rigorose. Mostrano gli oggetti del martirio quotidiano: corsetti - le cui linee curve si disegnano sui muri come grandi insetti - busti, protesi, grucce, strumenti medici, un camice. Cose impregnate di tracce, di umori, memorie che ne testimoniano l’uso, il passaggio umano che ha contagiato di corporeità trasudante ciò che lo ha accolto, che lo ha costretto, che lo ha sorretto. Un materiale visivo disturbante, carico di dolore e di gesti segreti e quotidiani, troppo intimo se presentato così, come reliquia, e non impaginato nella sapiente costruzione di un’icona, dove il personale, rappresentato in termini archetipici, stilizzato, diventa universale. Sono oggetti osceni, quelli fotografati dall’Iturbide, se, come scrive Baudrillard, l’osceno comincia quando non c’è più scena, quando non c’è più illusione, teatro, movimento dell’immaginario. In quel bagno lo spettacolo è finito e ciò che la performance quotidiana di Frida nascondeva viene rivelato, l’icona ridiventa donna. Solo il rigore compositivo con cui le immagini sono costruite tempera la natura scottante di ciò che è fotografato, la sua eccessiva disponibilità allo sguardo. Ogni segno è calibrato, bilanciato, in un sistema perfetto di pesi e misure. L’inquadratura è frontale o la prospettiva tracciata con certezza dall’incontro dei muri bianchi, dalla fuga delle piastrelle. Uno scatto con dei recipienti di ferro smaltato in fila su una mensola ha l’assolutezza e l’equilibrio perfetto di un quadro di Morandi. La similitudine non è casuale: l’esplorazione empatica di Graciela Iturbide dello spazio più intimo della Casa Azul, infatti, ricorda le foto scattate da Ghirri dello studio di Morandi (il famoso studio-camera da letto di via Fondazza). Non una documentazione ma un’intensa conversazione - differita nel tempo ma non per questo meno vera e reale - con la poetica di un artista che il fotografo sente vicina alla propria per più aspetti. Se un analogo rapporto con la luce avvicina Ghirri a Morandi, Graciela Iturbide condivide con Frida Kahlo la fascinazione e il trasporto ideologico per la cultura popolare messicana autoctona, per le sue simbologie, la sua sorprendente esuberanza visiva, la figurazione dove non si rintraccia confine tra sogno e realtà.


Iturbide è infatti famosa per le sue immagini del Messico, suo paese natale, in particolare della sua popolazione indigena, anche se altri progetti l’hanno portata in India, nell’America del Sud, a Roma, ad esplorare la cultura moderna. Il suo ciclo più conosciuto è quello pubblicato nel libro Juchitán de las Mujeres (1989), dedicato al matriarcato degli indios nell’istmo di Tehuantepec, dove le donne sono “forti, grasse, politicizzate ed emancipate”2. Una zona che, per la persistenza delle tradizioni pre-ispaniche e l’intensità del suo paesaggio umano, ha attratto dall’inizio del Novecento molti artisti ed intellettuali, messicani e non. Da Manuel Alvarez Bravo, maestro della Iturbide, a Sergei Eisenstein, che ci gira ¡Que Viva Mexico!, a Edward Weston, Tina Modotti, Diego Rivera e, naturalmente, Frida Kahlo, che alla fine degli anni Venti comincia a collezionare e ad indossare gli abiti e i pesanti gioielli d’oro Tehuana, trasformandosi nell’incarnazione vivente dell’antica cultura india che suo marito Diego Rivera dipingeva nei suoi murales, sorella delle donne Zapotec delle foto della Iturbide. Foto che, come afferma il critico Mark Alice Durant, “funzionano, alla fine del XX secolo, in modo simile all’arte popolare creata da [...] Alvarez Bravo, Rivera e da Frida Kahlo all’inizio dello stesso secolo: un secolo caratterizzato dalla battaglia profonda e continua del Messico per rinegoziare il suo passato e il suo presente. Graciela Iturbide, con i suoi ampi cicli fotografici, estende questa eredità modernista/nazionalista fondendo la tradizione figurativa europea con le simbologie della cultura indigena messicana”3. C’è una foto in particolare, che rivela il gioco dei rimandi e dell’identificazione tra le opere di Frida e queste immagini in bianco e nero. Il soggetto e l’inquadratura sono gli stessi di un quadro del 1938: Lo Que el Agua Me Dio (Quel che mi diede l’acqua), dove i piedi di Frida emergono dall’acqua di una vasca da bagno che è piena di sogni, di memorie, di paure. C’è tutta la sua storia in quell’acqua, e i piedi sembrano ancorare i suoi pensieri, i suoi ricordi, alla realtà, al presente. Nella foto della Iturbide la vasca è vuota ma i piedi di Graciela sostituiscono quelli di Frida, è lei il suo Alter ego, la traccia, il fantasma, il corpo che si fa tramite della sua memoria e la porta fino a noi, non solo attraverso la sua visione ma come presenza enigmatica che la abita, come testimone.

Luigi Ghirri, Atelier Giorgio Morandi, 1989

Frida Kahlo, La Columna Rota, 1944

Graciela Iturbide, Nuestra Señora de las Iguanas, 1979


The Casa Azul in the Coyoacán suburb of Mexico City is the place where Frida Kahlo was born and died. Today it is a museum that houses and displays to the public the aesthetic universe that Frida created around herself: clothes, jewellery and items of Mexican folklore, together with several of her works and paintings by other artists who belonged to her immediate circle. Her ashes are also kept in the museum, in a pre-Colombian urn, along with her diary, bursting with notes and pictures, forming a partially mythicised account of a life experienced as a continuous performance. As feminist writer Germaine Greer observes, “At least as much creative energy went into dressing the part as in drawing and painting it. Fashioning herself also involved the creation of an appropriate setting with intriguing props – animals, flowers, a plaster skeleton atop her bed, a foetus in a bottle and all the other impedimenta and phantasmagoria that made up the house at Coyoacán.”1 The museum house is a microcosm as dense as a black hole, brimming with emblems and characterised by brightly coloured walls and lush tropical vegetation in the courtyard. However, Graciela Iturbide chose to photograph the bathroom, the barest room and the only one forbidden to the public, where Kahlo would abandon her Tehuana costumes and interpret herself, naked and alone with her suffering and her life of struggle. Nickolas Muray, Frida Kahlo on White Bench, 1939

Frida Kahlo, Lo Que el Agua Me Dio, 1938

The photographs that Iturbide took in this room are blunt and austere, with few details and precise stark geometric compositions. They strike the viewer with their simultaneously carnal and abstract, emotional yet rigorous qualities, and depict the objects of Kahlo’s daily torment: corsets – whose curved lines are traced on the walls like huge insects – braces, artificial legs, crutches, therapeutic devices and a hospital gown. The items are impregnated with traces, humours and memories that testify to their use and to the human passage that exuded corporeity to contaminate the objects that housed, constricted and supported it. This visual material is disturbing, charged with pain and secret everyday gestures, which appear overly intimate if presented in this way like a relic, rather than arranged as the skilful construction of an icon, where the personal, represented in stylised archetypical terms, becomes universal.


Iturbide’s subjects can be considered obscene objects according to Baudrillard’s definition that obscenity begins when there is no more spectacle, no more stage, no more theater, no more illusion. In Frida’s bathroom the show is over, and that which her daily performance concealed is now revealed as the icon returns to being a woman. Only the compositional rigour with which the images are constructed tempers the burning nature of the subject of the photographs and their overly graphic vision. Each line is calibrated and balanced in a perfect system of weights and measures. The shots are frontal or with well-defined perspective marked by the meeting of the white walls or the tile joints. A photograph of metal containers aligned on a shelf has the absolute quality and perfect equilibrium of a painting by Morandi.

Rivera and, of course, Frida Kahlo, who started to collect and wear the Tehuana costumes and heavy gold jewellery at the beginning of the 1920s, becoming the living incarnation of the ancient indigenous culture that her husband Diego Rivera painted in his murals, and the sister of the Zapotec women of Iturbide’s photographs. These are photos that, as critic Mark Alice Durant explains, “function at the end of the twentieth century similarly to the popular art created by figures such as . . . Alvarez-Bravo, Freida [sic] Kahlo and Rivera, earlier in this century; a century characterized by Mexico’s profound and ongoing struggle to renegotiate its past and present. Iturbide extends this modernist/nationalist lineage with her extensive photographic projects by fusing European pictorial traditions with Mexican indigenous symbologies.”3

This similarity is not fortuitous: indeed Iturbide’s empathic exploration of the Casa Azul’s most intimate room recalls Luigi Ghirri’s photographs of Giorgio Morandi’s studio (the famous bedroom-studio in Via Fondazza in Bologna). It is not a documentary report but an intense dialogue – deferred in time but no less authentic and real – with the poetics of an artist that the photographer feels close to her own in many respects. While Ghirri and Morandi partook in the same relationship with light, Graciela Iturbide shares Frida Kahlo’s ideological enthusiasm and fascination with indigenous Mexican popular culture, its symbols and its surprising visual exuberance, and for figuration in which dream merges with reality.

There is one particular photograph that illustrates the web of cross-references and identification between Kahlo’s works and these black and white images. The subject and the angle are the same as that of a 1938 painting entitled Lo Que el Agua Me Dio (What the Water Gave Me), in which Kahlo’s feet emerge from the water of a bath full of dreams, memories and fears. The water contains her life story and her feet seem to anchor her thoughts and memories to reality and the present. In Iturbide’s photograph the bath is empty, but her own feet replace those of the painter and she becomes her alter ego, her vestige, her ghost and the body that becomes the vehicle of her memory and brings it to us, not merely through her vision, but as an enigmatic presence that inhabits it, as a witness. Cristiana Perrella

Indeed, Iturbide is renowned for her photographs of Mexico, her homeland, and particularly of its indigenous inhabitants, although other projects have also taken her to India, South America and Rome to explore modern culture. Her best-known series of photographs is published in the book entitled Juchitán de las Mujeres (1989), dedicated to a matriarchal Zapotec society in the Isthmus of Tehuantepec and its “big, strong, politicized, emancipated, wonderful women”.2 The endurance of pre-Hispanic traditions and the intensity of the human landscape has attracted many Mexican and international artists and intellectuals to the area since the turn of the twentieth century. They include Manuel Alvarez Bravo, Iturbide’s teacher, Sergei Eisenstein, who used it as the setting for his film ¡Que Viva Mexico!, Edward Weston, Tina Modotti, Diego

Germaine Greer, “Patron Saint of Lipstick and Lavender Feminism” in TATE ETC., issue 4 Summer 2005. Graciela Iturbide nell’intervista con Fabienne Bradu, in Eyes to Fly With, Portraits, Self Portraits and Other Photographs, Austin, 2006 / Graciela Iturbide in an interview with Fabienne Bradu, in Eyes to Fly with: Portraits, Self-portraits and Other Photographs, Austin, 2006 3 Mark Alice Durant, “The performance of everyday life: reflections on the photography of Graciela Iturbide”, in Afterimage, Sept-Oct 1996. 1 2


Autoritratti in assenza - Self-portraits in absentia

pochi contrasti. Grazie alla magia sensibile e profonda della sua rilettura, le immagini disegnano tuttavia un ritratto in assenza, suggeriscono i tratti del volto intenso di Frida, il suo corpo martoriato dalle ferite e regalmente eretto, il suo busto giovane e rigoglioso che gli aspri lacci del dolore non riescono a piegare. Non conosco le ragioni che hanno spinto Graciela Iturbide ad affrontare questa esplorazione intima, questa intrusione quasi sacrilega e per una volta credo non sia necessario chiederle. L’esercizio di lettura si offre limpido. È sufficiente guardare le sue fotografie, una dopo l’altra, per scoprire il sentimento di devozione, di commozione profonda che l’hanno animata. Per chi ama Frida Kahlo, e non solo, queste sono immagini strazianti e magnifiche, impietose e profondamente pietose, umane e mitiche.

Da qualche parte, non ricordo dove e chi, qualcuno ha scritto che una fotografia è sempre una sorta di autoritratto obliquo, che mostra cioè simultaneamente la realtà e chi la sta raccontando. Guardando le immagini che Graciela Iturbide ha realizzato all’interno della casa di Frida Kahlo, la Casa Azul a Coyoacán, la frase mi torna in mente con il vigore della verità. Le sue immagini ci accompagnano in un viaggio di malattia e dolore. Mostrano corsetti strazianti, un arto artificiale, oggetti medici, in un bagno che è facile pensare come luogo testimone di lotte e sofferenze quotidiane. È l’anima nascosta di Frida, quella che ci racconta Graciela Iturbide. Un’anima che si forgia in un corpo martoriato, in una volontà implacabile, in una resistenza che rasenta il sublime. Immagini che raccontano anche l’anima nascosta di Graciela, radicata nelle tradizioni della sua terra, nelle passioni, nella poesia. Il loro, quello di Frida e di Graciela, è un incontro che la fotografia ci consente di condividere. Nella Casa Azul, dalle pareti dipinte di blu cobalto, dalle grandi vetrate che lasciano passare il sole a illuminare i ricordi di una vita, oggetti magici e incantati, dipinti intrisi di passione, vita e morte, Graciela Iturbide sceglie di testimoniare solo la tortura del dolore, si nega ogni concessione cromatica e utilizza un bianco e nero denso e con

Non è facile misurarsi con un’icona della cultura contemporanea, con l’immagine di una delle donne e delle pittrici, forse la donna e la pittrice più amata del Novecento. Era necessaria la forza visionaria e poetica di una grande fotografa. Là dove Frida Kahlo, nei suoi molteplici autoritratti, riesce a trasfigurare e a narrare la sua vita come un intrecciarsi di amori e sofferenze atroci, rinascite e cadute, incontri e memorie, la fotografia scabra di Graciela Iturbide entra con pudore deciso alla radice del dramma, gli nega l’allegria mendace del colore, trasfonde l’empatia di una grande artista nei confronti di una donna vera, capace di risorgere più volte, capace di vivere le tragedie della sua vita con forza struggente. I giochi di rimando degli autoritratti in qualche misura si sommano e si intrecciano. Ritroviamo nelle fotografie il busto dipinto da Frida, ma anche la presenza fisica di Graciela, quasi un bisogno di essere presente, di confessarsi fotografa e sorella, interprete e amica. Noi – pubblico, spettatori, lettori – siamo testimoni di questa comunione di anime e le accompagniamo in un viaggio che travalica il tempo, ricuce le ferite, ricorda e impedisce di dimenticare.


Somewhere – I don’t remember where and who – someone wrote that a photograph is always a kind of oblique self-portrait, which simultaneously shows reality and the person who is recounting it. This phrase immediately returned to mind with the force of truth when I saw Graciela Iturbide’s photographs taken inside Frida Kahlo’s house, the Casa Azul in Coyoacán. Her images accompany us on a journey through sickness and pain. They depict heart-rending corsets, an artificial leg and therapeutic devices, in a bathroom that can easily be imagined as a place that witnessed the artist’s daily struggles and suffering. Graciela Iturbide reveals Frida’s lost soul: a soul that was forged in a maimed body, by an unrelenting will and an endurance that verges on the sublime. The pictures also recount Graciela’s hidden soul, rooted in the traditions of her land, in passions and in poetry. The encounter of Frida and Graciela is a meeting that photography allows us to share. In the Casa Azul, with its cobalt blue walls and large windows that allow the sunlight to illuminate the memories of a lifetime, magical, enchanted objects and paintings imbued with passion, life and death, Graciela Iturbide has chosen to recount only the torture of pain, refusing to alleviate it with the use of colour and adopting stark black and white with few contrasts. The sensitive, deep magic of her reinterpretation nonetheless allows her images to depict a portrait in absentia, recalling Frida’s facial features, her regally erect body mutilated by her injuries, and her vigorous young torso, which the bitter laces of pain could not manage to bend. I don’t know the reasons that drove Graciela Iturbide to engage in this intimate exploration, which is almost a sacrilegious intrusion, but for once I don’t think it is necessary to ask her. The photographs are clear to read: it is sufficient to view them in turn, one after the other, to discover the sentiment of devotion and deep compassion that inspired her. For those who love Frida Kahlo, but for others too, these are magnificent harrowing images, which are simultaneously pitiless and deeply pitiful, humane and mythical.

It is not easy to tackle an icon of contemporary culture and the image of one of the best-loved women and painters – perhaps the best-loved woman and painter – of the twentieth century. The visionary and poetic force of a great photographer was needed. While Frida Kahlo’s numerous self-portraits manage to transfigure and narrate her life as an intertwining succession of love affairs and atrocious suffering, rebirths and falls, encounters and memories, Graciela Iturbide’s austere photography approaches the root of the drama with clear-cut modesty, denying it the mendacious gaiety of colour, instilling the empathy of a great artist for a real woman, capable of rising time and time again, and experiencing the tragedies of her life with poignant force. The cross-references contained in the self-portraits are somehow added together and interwoven. In the photographs we can see the corset painted by Frida, but also the physical presence of Graciela that can be felt almost as a need to be present and acknowledge herself as a photographer and sister, commentator and friend. We, the public of viewers and readers, are the witnesses of this communion of souls and accompany them on a journey that transcends time, heals wounds, remembers and prevents us from forgetting. Giovanna Calvenzi


biografia - biography

Graciela Iturbide nasce a Città del Messico nel 1942.

Graciela Iturbide was born in Mexico City in 1942.

Studia cinematografia presso la Universidad Nacional Autónoma de México, dove è allieva del grande maestro messicano Manuel Alvarez Bravo, che nel 1970 le chiede di diventare sua assistente. È allora che inizia a dedicarsi totalmente alla fotografia. Viaggia in Panama, documentando i tentativi del generale Omar Torrijos di stabilire un regime izquierdista. Alla fine del 1975 ha già esposto il suo lavoro in numerose collettive in Europa e in America: la sua ricerca sulle culture messicane indigene, profondamente ispirata dall’insegnamento diretto del maestro Manuel Alvarez Bravo e dall’opera di Henri Cartier-Bresson, si caratterizza dagli inizi per immagini di grande semplicità e equilibrio. Nel 1979 è invitata dal pittore Francisco Toledo a Juchitán, città indigena millenaria centro dell’antichissima cultura zapoteca, famosa per la vitalità e la forza dei suoi miti, riti e leggende. Inizia così un viaggio di diversi anni nella complessità di questa cultura arcaica. Le fotografie scattate in questi anni portano alla realizzazione del suo primo importante progetto, Juchitán de las Mujeres (1989), dedicato al popolo Zapotec e in particolar modo alle sue donne. Nel 2000 è in India con Sebastião Salgado e Raghu Rai per il progetto India-México. La sua fotografia attraversa nel tempo molteplici luoghi e generi, estende i confini della fotografia documentaria, sintetizza e risolve, in immagini di straordinaria forza, i contrasti tra natura e cultura, oggettività e soggettività, identità e paesaggio, mentre ritrae con uguale intensità la quotidianità e il rito, la tradizione e la modernità, se stessa e gli altri. Nel 2004 la Frida Kahlo Foundation apre esclusivamente per la Iturbide le due stanze più intime della famosa Casa Azul, laboratorio e rifugio di Frida Kahlo e Diego Rivera. Nell’estate 2007, un’esposizione al National Museum of Women in the Arts di Washington DC mostra parte del lavoro realizzato nella Casa Azul.

She enrolled at the Centro de Estudios Cinematográficos at the Universidad Nacional Autónama de México, where she studied under the great Mexican master photographer Manuel Álvarez Bravo, who invited her to become his assistant in 1970. During the same period she started to concentrate solely on photography. She travelled in Panama, documenting General Torrijos’s attempts to establish a leftist regime. By the end of 1975 she had already displayed her work in many collective exhibitions in Europe and America. Her research into the indigenous Mexican cultures was profoundly inspired by the teaching of Manuel Álvarez Bravo and the work of Henri Cartier-Bresson and was initially characterised by very simple, balanced images. In 1979 the artist Francisco Toledo invited her to Juchitán, the age-old indigenous city at the centre of the ancient Zapotec culture, famous for the vitality and power of its myths, rituals and legends. This marked the start of a several-year exploration of the complexities of the archaic culture. The photographs taken during this period resulted in her first important project, Juchitán de las Mujeres (1989), dedicated to the Zapotec people and particularly the women. In 2000 she visited India with Sebastião Salgado and Raghu Rai for the India-México project. Over the years her work has encompassed many places and genres, extending the boundaries of documentary photography, synthesising and resolving the contrasts between nature and culture, objectivity and subjectivity, identity and landscape in extraordinarily powerful images, but also portraying everyday life, rituals, traditions, herself and others with the same intensity. In 2004 the Frida Kahlo Foundation opened the two most intimate rooms of the famous Casa Azul – the studio and refuge of Kahlo and her husband Diego Rivera – exclusively for Iturbide. In summer 2007, an exhibition at the National Museum of Women in the Arts in Washington DC featured part of Iturbide’s work at the Casa Azul.

Graciela Iturbide ha ricevuto numerosi riconoscimenti. Nel 1980 vince il primo premio alla Biennale di fotografia del National Fine Arts Institute; il premio dell’UN-International Labor Organization per il portfolio El empleo o su carencia nel 1986; nel 1987 l’importante W. Eugene Smith Award per la serie Juchitán; il primo premio al quinto Mois de la Photographie di Parigi 1988; il primo premio all’International Grand Prize di Hokkaido in Giappone nel 1990; il Grand Prix des Rencontres d’Arles 1991. Nel 2008 ha vinto il prestigioso Hasselblad Foundation International Award in Photography.

Graciela Iturbide has won many awards, including first prize at the National Fine Arts Institute’s Photography Biennale in 1980; the United Nations International Labor Organization’s award for her portfolio entitled El empleo o su carencia in 1986; the prestigious W. Eugene Smith Award for her Juchitán series in 1987; first prize at the fifth Mois de la Photographie in Paris in 1988; first prize at the International Grand Prize in Hokkaido in Japan in 1990; the Grand Prix at the Rencontres d’Arles festival in 1991; and the prestigious Hasselblad Foundation International Award in Photography in 2008.


mostre principali - main exhibitions

Mostre personali/Solo Exhibitions 1980 Juchitán, Casa de la Cultura, Juchitán, México 1982 Graciela Iturbide, Centre Georges Pompidou, Paris, France 1990 External Encounters, Internal Imaginings: The Photographs of Graciela Iturbide, MOMA, San Francisco, California

2004 Graciela Iturbide, Photographic Center Northwest, Seattle, Washington, USA 2004 Naturata, Galería Lopez Quiroga, Ciudad de México, México 2005 Graciela Iturbide, Rose Gallery, Santa Monica, California, USA 2006 Images of the Spirit, Throckmorton Fine Art Inc., New York, NY, USA

1996 Graciela Iturbide: Forma y Memoria, Museo de Arte Contemporáneo de Monterrey, Monterrey

2006 Photographies 1974-1990, Maison Robert Doisneau, Gentilly, France

1998 Graciela Iturbide: Images of the Spirit, Philadelphia Museum of Art, Pennsylvania

2007 ROMA, FotoGrafia festival internazionale di Roma, Tempio di Adriano, Roma, Italia

2002 Graciela Iturbide, Fotografia – festival internazionale di Roma, Museo Andersen, Roma, Italia

2007 Graciela Iturbide: The goat´s dance, Paul Getty Museum, Los Angeles, California, USA

bibliografia essenziale - selected bibliography

Mostre collettive/Collective Exhibitions

Avándaro, Editorial Diógenes, Ciudad de México, 1971

2003 Faces, Sepia International, New York, NY, USA

Sueños de Papel, Rio de Luz, Fondo de Cultura Economica, Ciudad de México, 1985

Los Que Viven en la Arena, Instituto Nacional Indigenista, Ciudad de México, 1981

Tabasco: una cultura del agua, Gobierno del Estrado de Tabasco, Villahermosa, Tabasco México, 1985 Juchitán de las Mujeres, Ediciones Toledo, Ciudad de México, 1989

2004 Uniques, Vu’ La Galerie, Paris, France

En el Nombre del Padre, Ediciones Toledo, Ciudad de México, 1993 Fiesta und Ritual: Graciela Iturbide Mexiko, Ediciones Benteli Verlag, Zurich, 1994

2005 Go Figure, selections from the Photography Collection Balcomb Greene (1904-1990), Boca Raton Museum, Boca Raton, Florida, USA 2008 International Contemporary Photography, OMC Galley for Contemporary Art, Huntington Beach, California, USA

La Forma y la Memoria, Museo de Arte Contemporáneo de Monterrey, Monterrey, 1996 Images of the Spirit, Aperture, New York, 1996 Graciela Iturbide (Phaidon 55 Series), Phaidon Press, London, 2001 Pájaros, Twin Palms Publishers, Santa Fe, 2002 India-México. Vientos paralelos, D.G.E. Ediciones, Madrid, 2002 Naturata 1996-2004, Toluca Editions, Paris, 2004 Eyes to Fly With: Portraits, Self-Portraits and Other Photographs, University of Texas Press, Austin, 2006 Graciela Iturbide, Phaidon Press, London, 2006 Dodici giorni-Twelve Days, edizioni punctum, Roma, 2006 Roma, zoneattive edizioni, Roma, 2007

2003 Pájaros et Paisajes, Robert Miller Gallery, New York, NY, USA

Juchitán, J. Paul Getty Museum, Los Angeles, 2007


Graciela Iturbide fotografa il bagno di Frida, e lì come in tutte le sue immagini c’è il suo mondo. Hay tiempo, c’è tempo, le diceva Manuel Alvarez Bravo in lunghe ore passate nell’attesa. I propri mondi, le attese, il passato, il futuro: bisogna prendersi il tempo e prima o poi le immagini ti passano o ti ripassano davanti, come in questo caso. Graciela Iturbide has photographed Frida Kahlo’s bathroom, and as usual her whole world transpires from the images. Hay tiempo, “there’s time”, Manuel Alvarez Bravo used to tell her during the long hours spent waiting. One’s worlds, periods of waiting, the past and the future: it is necessary to take one’s time and sooner or later the images will pass – or return – before one’s eyes, as in this case. Marco Delogu


GRACIELA ITURBIDE

EL BAテ前 DE FRIDA

un libro a cura di Marco Delogu ツゥ per le fotografie Graciela Iturbide, 2008 ツゥ per i testi Giovanna Calvenzi, Cristiana Perrella, 2008 progetto grafico di Fiorenza Pinna traduzione inglese di Sarah Ponting finito di stampare nel mese di aprile 2008 dalla Tipolitografia Trullo s.r.l. - Roma

edizioni punctum 2008 www.punctumpress.com

Regione Autonoma della Sardegna

Compagnia teatrale Fueddu e Gestu

G R A C I E L A I T U R B I D E Frida Kahlo’s bathroom  

G R A C I E L A I T U R B I D E Frida Kahlo’s bathroom

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