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Soci@lmente MAGGIO 2011

N° 4

INCONTRI

Giorgia Meloni: il futuro in mano ai giovani SOCIETÀ

La sfida del cohousing, per vicini "più vicini"

ARTE

IL rifiuto dell'ovvio di Mario Schifano

SOCI@LMENTE periodico quadrimestrale di informazione della Fondazione Internazionale Il Giardino delle Rose Blu O.N.L.U.S. Viale Europa 44 - 03100 Frosinone Poste Italiane S.p.A. – Spedizione in abbonamento postale – D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n.46) art. 1, comma 2 e 3, Aut. n. C/FR/103/2010 - Anno II / n°1 Maggio 2011


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Somm@rio Pag12 IN-FORMAZIONE

Soci@lmente Franca Roma Ermanno D’Onofrio Enza Venditti

Pag14 SOCIETÀ

Pag18 ARTE & CULTURA

Fondazione Internazionale “Il Giardino delle Rose Blu” ONLUS Aurelio Cesaritti Ermanno D’Onofrio Mariangela Forcina MCN s.n.c. di Notarangelo Mario & C. V.le Pinturicchio 27 00196 Roma Tel. 06 3613798 Mariangela Forcina Graziano Panfili Nuova stampa Litografia di Caramitti M. & C. s.a.s. Via Armando Fabi 327 03100 Frosinone

Pag4 INCONTRI

Fondazione Internazionale “Il Giardino delle Rose Blu” ONLUS Viale Europa 44, 03100 Frosinone Tel. 0775 1902221 Fax 1902222 C.F./P.IVA 02549680607 _

Pag8 LE PAGINE DELLA FONDAZIONE

Per diventare socio e richiedere il tesseramento: ritaglia e spedisci al nostro indirizzo il tagliandino che trovi a pag 21 Registrazione presso il Tribunale di Frosinone n° 669 del 16/7/2010

Pag21 SCIENZA


Foto di Graziano Panfili

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Editori@le

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arissimi lettori, con questo numero iniziamo il secondo anno di vita della nostra rivista che vuole crescere e diventare un mezzo di comunicazione leale ed efficace. In un tempo ed in una società dove la carta stampata è in crisi, noi vogliamo osare; osare proponendo la lettura di Soci@lmente che riesce sempre a focalizzare l’attenzione e l’interesse su aspetti importanti della vita, coniugati all’intensa esperienza che caratterizza il Giardino delle rose blu che, proprio quest’anno, compie i suoi 18 anni. Soci@lmente, allora, vuole essere sempre di più l’occasione e, al tempo stesso, la possibilità per ognuno di rimettere al centro della nostra vita il nostro essere in relazione, arricchendoci delle esperienze dell’altro e avendo a cuore il benessere e la qualità di vita di chi è meno fortunato di noi. Nella visione cristiana la Pasqua, appena trascorsa, rappresenta ed è un vero e proprio cambiamento; Pasqua, infatti, significa passaggio; significa riuscire ad andare oltre la propria individualità e aprirsi all’incontro con l’altro, cercando di vivere una dimensione così cara ed importante per tutti coloro che vorranno entrare a far parte della famiglia del Giardino delle rose blu: la condivisione! Sperando allora che abbiate trascorso una Vera Pasqua di cambiamento, unisco il mio sentito ringraziamento alla redazione capitanata con grande efficacia e professionalità da Enza Venditti e a tutti i lettori della nostra rivista. Buona lettura a tutti!


INCONTRI Di Enza Venditti

GIORGIA MELONI Evviva i giovani! M

inistro più giovane nella storia della repubblica italiana, Giorgia Meloni è da sempre attenta ai giovani non solo per il ruolo politico che è chiamata a ricoprire, ma soprattutto per la capacità di sapersi mettere al loro pari e parlare la loro stessa lingua: quella della semplicità, che preferisce l'ottimismo al disfattismo qualunquista, troppo spesso riservato ai ragazzi da luoghi comuni e stereotipi che frenano l'entusiasmo anzichè incoraggiarlo.

Foto tratte dal blog personale del Ministro Meloni

Leggendo la sua biografia, non è esagerato dire che ne vien fuori una storia di grande passione, non solo politica, ma di partecipazione sociale a tutti i livelli. Perchè scegliere

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di attivarsi politicamente giovanissima, a soli 15 anni? Ho fatto questa scelta dopo aver visto al telegiornale le terribili immagini dell’attentato al giudice Borsellino. Ho sentito dentro di me che quelle immagini rappresentavano un’Italia che non mi piaceva, un’Italia che sognavo molto diversa, e che volevo contribuire io stessa a cambiare. Essere attiva nel tessuto sociale l'ha resa in qualche modo più consapevole di se stessa e, se si, in che misura più responsabile anche verso gli altri? Ho imparato che chiunque faccia politica, a qualsiasi livello, dalla semplice militanza a un consiglio municipale fino al parlamento, deve avere sempre la consapevolezza che


non sta svolgendo un mestiere, né si sta dedicando ad un passatempo, ma si sta svolgendo un servizio verso la propria comunità: un servizio che comporta doveri e responsabilità ai quali non ci si deve sottrarre. In questo senso può, quindi, l'attivismo socio-politico essere mezzo educativo per i giovani? Sicuramente. Non per nulla ritengo che uno dei meriti del disegno di legge costituzionale che ho presentato per l’abbassamento dell’età necessaria per essere eletti nei due rami del parlamento possa essere quello di formare la consapevolezza di sé da parte dei giovani facendo loro ricoprire

Con impegno, passione, lavoro e il giusto sacrificio è possibile realizzare i propri sogni e conquistarsi il proprio posto nel mondo

un ruolo di responsabilità. Lei è partita da un quartiere di Roma assolutamente popolare, la Garbatella, e oggi ricopre un ruolo di assoluta importanza, soprattutto perchè si rivolge, con il suo operato, ai giovani. E' la dimostrazione che se lo si vuole tutto è possibile? Sì, ed è un messaggio che sin dall’inizio del mio mandato ho voluto trasmettere a ragazze e ragazzi italiani attraverso le iniziative del Ministero della Gioventù: con impegno, passione, lavoro e il giusto sacrificio è possibile realizzare i propri sogni e conquistarsi il proprio posto nel mondo.

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INCONTRI Di Enza Venditti

Istituendo il "Festival dei giovani talenti, TNT (tenutosi a Roma a Novembre 2010), qual è il messaggio che ha voluto lanciare, e il segno che anche nei prossimi anni intenderà lasciare? Lo scopo di TNT è quello di raccontare l’esistenza di una “meglio gioventù d’Italia” troppo spesso trascurata dai mass media, sempre impegnati ad andare in cerca del singolo episodio di bullismo, di degrado o di degenerazione. Il Festival dei Giovani Talenti vuole anche ridare piena dignità al merito, sola e unica unità di misura possibile per il successo e la realizzazione sociale e personale, ma anche

fiducia nel futuro, senso di appartenenza e di identificazione nazionale e generazionale, stimolazione del pensiero e dello spirito di iniziativa. "Nel nostro Paese si tende a mettere in luce solo i lati negativi, investendo poco sulla partecipazione giovanile e sul rapporto dei giovani con la politica. La soluzione è iniziare a rendere i giovani reali protagonisti, anche con una legge che preveda forme di rappresentanza giovanile con un sistema di selezione molto serio". Queste sue parole rivelano un' attenzione ai giovani davvero radicata e convinta,e

questo sarebbe senz' altro il miglior "service" che la politica potrebbe offrire al suo Paese, anzichè lasciarlo in preda alla disoccupazione. Accadrà davvero? E’ l’obiettivo che ci siamo prefissati con il ddl costituzionale per favorire l’accesso dei giovani in politica, e per inserire nella Costituzione un preciso richiamo circa il dovere della Repubblica di promuovere e tutelare il ruolo dei giovani in ambito professionale, sociale, culturale. La proposta ha riscosso finora un larghissimo consenso, trasversale agli schieramenti politici. Ci auguriamo che possa andare in

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porto al più presto. Festival dei Giovani Talenti, lotta ai disturbi Alimentari, Giovani per la legalità, Giovani per l'Abruzzo e Campo Giovani sono tutti progetti che raccontano molto della sua attenzione e della congruenza tra ciò che dice e che fattivamente mette in opera. Ringraziandola le chiedo: un consiglio che si sente di dare a tutti i giovani che la seguono e non? Siate tenaci e determinati nel rincorrere i vostri sogni, e soprattutto abbiate fiducia nella vostra Nazione, con la consapevolezza che lei avrà fiducia in voi.

l MInistro e Simona Atzori nella giornata del TNT

Giorgia Meloni Nata a Roma il 15 gennaio 1977, giornalista - diplomata in lingue nel 1996 presso l’ex Istituto Amerigo Vespucci di Roma. Carriera Nel 1997 è stata nominata responsabile romana di Azione Studentesca. Nel 1998 è stata eletta in consiglio provinciale a Roma. Dirigente Nazionale di Azione Giovani dal maggio 2000 e coordinatrice del comitato di reggenza nazionale di Azioni Giovani dal 2002, nel Marzo 2004 è stata eletta presidente di Azione Giovani al congresso di Viterbo. Nel Dicembre 2004 è entrata a far parte dell’Esecutivo nazionale di An. Nell’aprile 2006 è stata eletta a Montecitorio tra le fila di Alleanza Nazionale. Nella XV legislatura, è stata nominata vicepresidente della Camera dei deputati, la più giovane della storia repubblicana. Dal giugno 2006 all’aprile 2008 è stata presidente del Comitato per la Comunicazione e l'Informazione esterna della Camera e presidente della Commissione per il Conferimento delle borse di studio della fondazione "Carlo Finzi". Dal 2006 all’agosto 2007 è stata componente della V Commissione (Cultura). Dall’agosto 2007 ad aprile 2008 è stata componente della VI Commissione (Finanze). Il 29 agosto 2007, ha lanciato la campagna “Mai più Yahoo”, invitando a non utilizzare più i servizi del famoso motore di ricerca reo di aver passato al governo cinese i dati dei dissidenti che utilizzavano i suoi servizi. Il 9 novembre 2007, la Meloni ha anche lanciato la campagna “OLTRE IL MURO DEI DIRITTI NEGATI. LIBERTÀ IN CINA, TIBET E BIRMANIA”, e in svariate dichiarazioni aveva chiesto, inascoltata, il boicottaggio dei giochi Olimpici a Pechino. Da maggio 2008 ricopre la carica di Ministro della Gioventù del IV Governo Berlusconi; è il Ministro più giovane della storia repubblicana. Biografia fornita dallo staff del Ministro

Siate tenaci e determinati nel rincorrere i vostri sogni, e soprattutto abbiate fiducia nella vostra Nazione, con la consapevolezza che lei avrà fiducia in voi 7


LE PAGINE DELLA FONDAZIONE Di Mariangela Forcina

AN INTENSE AFTERNOON

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i interessa raccontare quello che le persone non vedono o che semplicemente non vogliono vedere; mi interessa raccontare che la diversità, intesa a 360 gradi, può essere un vantaggio e non un ostacolo alla comprensione tra popoli e culture diverse. Mi interessa dialogare con i bambini, gli adulti di domani, perchè credo che sia su di loro che dobbiamo riporre le nostre speranze per un futuro migliore, ed è nostro dovere fare in modo che riescano a sviluppare una coscienza critica, al di là di ogni pregiudizio. Mi interessa utilizzare la fotografia come forma di comunicazione, per poter dire, a più persone possibili, che diverso racchiude

alla base l'uguaglianza dell’essere, tutti ugualmente uomini. Ho imparato che ognuno ha la capacità di insegnare qualcosa, che il battito del cuore di un bimbo, di qualunque parte del mondo sia, qualunque aspetto abbia, è la più grande prova dell’esistenza di quella vita e questo dovrebbe sempre bastare, perchè ne venga rispettata la natura, qualunque essa sia. Ho imparato che bisogna conoscere tutto e che ogni individuo può contribuire a migliorare le cose. Comunico, ma questo non mi assicura di essere ascoltata; non mi assicura di essere capita, mi permette però sicuramente di esser-ci e di non ignorare.

Un momento, un istante e l’attenzione viene attirata da qualcosa che no si capisce , che si vorrebbe capire e raccontare.

Foto di Mariangela Forcina

Lei avrà appena due anni e nasconde con l’aria molto seria, un pezzo di panettone nella manica del giubbino, sembra quasi volermi dire con i suoi occhi: “non dirlo a nessuno”

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LE PAGINE DELLA FONDAZIONE Di Mariangela Forcina

Scorcio del ghetto rom, con le sue piccole case in costruzione, i suoi abitanti che già da piccoli vengono a conoscenza di cosa sia il pregiudizio

Il “Ponte del Sorriso” Progetto di SOSTEGNO a DISTANZA rivolto alle numerose famiglie dei paesi della ex-Jugoslavia incontrati dalla Fondazione “Il Giardino delle Rose Blu” nei diversi viaggi di solidarietà, in particolare in Croazia e in Bosnia Herzegovina. Durante l'azione umanitaria sono state palesi le condizioni di disagio estremo e degrado, economico e sociale, in cui queste famiglie vivono. Oltre a portare aiuto di prima necessità, quali cibo e vestiario, la Fondazione organizza da due anni una tendopoli estiva di animazione per i tanti bambini che sono costretti a percorrere fino a10km a piedi per raggiungere la propria scuola. Per ora il numero delle famiglie è 96, ma la speranza è quella di poter accrescere e rinforzare questo ponte, perché sappiamo che è donando che si riceve. L’obiettivo finale sarà quello di portare sorrisi veri a chi già da piccolissimo è abituato a convivere con le difficoltà, aiutare le loro famiglie e permettere loro di sognare e avere un futuro più sereno.

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Sembra un’adulta, data la sua espressione severa e pure la sua minuta statura e la bambola che porta in braccio ci dicono con sicurezza che è solo una bambina, ma i suoi occhi raccontano l’esperienza di chi ha già vissuto tante vite

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IN-FORMAZIONE Di don Ermanno D’Onofrio

Intervista a

P. DOMENICO CORRERA L

a nostra rivista è molto sensibile alla tematica della consulenza familiare e nel n°1 del 2010 ha già pubblicato un’intervista al Padre Luciano Cupia, fondatore del Centro La Famiglia di Roma e massimo esponente in Italia della Consulenza Familiare. In questo numero riportiamo un’intervista fatta al Padre Domenico Correra,Consulente familiare e psicoterapeuta, fondatore del Centro la Famiglia di Napoli nel 1962 e autore di diverse pubblicazioni in materia di consulenza familiare.

tante altre. E’ importante accostarsi ad un percorso che sia triennale e che, accanto alle lezioni teoriche, preveda anche un percorso di autoascolto e crescita personale. Certamente è importante sentire una predisposizione naturale all’ascolto e anche il desiderio di crescere professionalmente. Il consulente familiare deve, infatti, avere varie nozioni perché, pur non potendo trattare tutte le problematiche, è bene che conosca a grandi linee la sessuologia, la psicopatologia, il diritto, la sociologia.

P.Correra, la Consulenza Familiare è una professione che in Canada è nata ad inizio anni ’40 e che alla fine degli anni ’60 è giunta in Italia. Vuole dirci come ha incontrato la Consulenza Familiare e da quanto tempo se ne occupa? Ho fondato il Centro La Famiglia di Napoli nel 1962, quindi sono quasi 50 anni che vivo la consulenza familiare che oltre che una efficace metodologia di aiuto, è un modo di essere. Sono stato vicino alla Bartolini, prima Presidente dell’AICCeF, Associazione Italiana consulenti coniugali e familiari, sin dall’inizio della costituzione di questa importante Associazione di categoria che dal 1977 tutela la figura del Consulente Familiare. Ho avuto la meravigliosa esperienza di essere stato allievo di Rogers e in questo contesto ho realmente capito che trasparenza ed empatia sono gli strumenti più utili che il consulente familiare possiede. Qual è lo scopo della consulenza familiare? Aiutare la persona a risolvere una questione problematica attivando le sue risorse. Ecco la grande differenza, ad esempio, con la psicoterapia che si occupa di patologia. Io, nel mio centro, seguo numerose persone in terapia e distinguo con molta cura ed attenzione quelle che, invece, seguo in consulenza familiare. Come si diventa consulenti familiari e chi lo può diventare? Bisogna vivere un percorso impegnativo ed essere capaci di mettersi in discussione. Nel mio Centro di Napoli è attiva dal 1988 una Scuola Triennale che forma Consulenti Familiari, ma in Italia ce ne sono

COME DIVENTARE CONSULENTE FAMILIARE In Italia esistono diverse Scuole che propongono percorsi formativi per Consulenti Familiari. In Italia la consulenza familiare è una professione non regolamentata, non esiste dunque un Albo professionale, ma essa è riconosciuta presente in diverse normative regionali che vanno a collocare questa figura come cardine di un Consultorio Familiare. Inoltre, il Consulente familiare può svolgere

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la libera professione. L’importante è che sia ben formato e pronto ad instaurare e condurre una relazione di aiuto. Ecco perché l’AICCeF, rifacendosi alla normativa europea vigente, iscrive nel proprio registro i consulenti familiari che abbiano portato a termine un corso di formazione triennale. Il CISPeF, con sede legale a Frosinone, è una Scuola che propone un percorso di formazione triennale e che attiva dei corsi anche in diverse zone d’Italia. Per l’anno formativo 2011-2012, che inizierà ad ottobre prossimo, sono in programma dei Gruppi di Primo anno a CAPUA(CE), CASSINO (FR), FROSINONE, SABAUDIA(LT) CITTADICASTELLO (PG), MASSA, BIELLA. Chiunque fosse interessato può inviare una mail al seguente indirizzo mail: cispef@libero.it oppure telefonare allo 0775-835038. Può chiamare sia chi, interessato, abita nei pressi delle località citate, ma anche chi volesse attivare dei Gruppi in altre zone d’Italia.

P.Domenico Correra con don Ermanno D'Onofrio e alcune consulenti familiari del CISPeF di Frosinone


L’ENTE PROPONENTE: il CISPeF ̀e una Cooperativa Sociale facente parte della Fondazione Internazionale Il Giardino delle Rose Blu ONLUS fondata da don Ermanno D’Onofrio, Consulente Familiare, Psicologo, Psicoterapeuta, Esperto in Psicologia giuridica e in Psicodiagnostica, oltre a numerose iniziative nel campo della formazione, essa cura la formazione dei futuri Consulenti Familiari attraverso la proposta di un percorso formativo triennale capace di offrire, innanzitutto, un percorso personale di crescita al futuro professionista; di insegnare le tecniche specifiche della professione e di dare nozioni di base afferenti a diverse discipline con le quali il Consulente Familiare deve saper interagire in un armonico lavoro di equipe: la pedagogia, la sociologia, la psicologia, la psicopatologia, il diritto, l’etica, la medicina... PROFILO PROFESSIONALE: superato il triennio formativo si ottiene un Diploma come Consulente Familiare. La Consulenza Familiare ̀e una metodologia capace di creare una relazione di aiuto finalizzata ad aiutare il cliente a riscoprire le proprie risorse interne affinchè conviva serenamente con la propria situazione di vita reale nel quotidiano. Il Consulente Familiare ̀e quindi un facilitatore, esperto delle relazioni, un professionista socio-educativo capace di aiutare il cliente a mettere in atto le risorse personali necessarie a trovare soluzioni alle diverse problematiche che si trova ad affrontare nella propria vita. I DESTINATARI: il corso di formazione ̀e rivolto a tutti coloro che operano nell'ambito socio-educativo o nel settore delle professioni che richiedono competenze tecniche di comunicazione per interventi di sostegno come: assistenti sociali, educatori, insegnanti, psicologi, pedagogisti, psicopedagogisti, formatori, infermieri, sacerdoti, animatori, leader, volontari, selezionatori e formatori del personale, direttori e assistenti di comunita ̀ infantili, ma anche laureandi in scienze umanistiche, psicologia, pedagogia, sociologia o servizi sociali. Inoltre ̀e rivolto anche a chi, avendo un diploma quinquennale di Scuola Superiore, vuole conoscere meglio se stesso o costruirsi una identita ̀ professionale. IL PERCORSO FORMATIVO: ha una durata triennale, con un impegno di circa 10 ore mensili, ̀e ammesso il 16% di assenze ad ognuna delle attivita ̀ formative. Il percorso proposto dal CISPeF ̀e fondato su tre pilastri: le lezioni teoriche, le esercitazioni pratiche e i gruppi esperienziali. Inoltre, durante ogni anno di formazione, verra ̀ organizzato un incontro residenziale della durata di tre giorni per potenziare e consolidare quanto appreso. Il seminario residenziale annuo ̀e obbligatorio e in caso di assenza va recuperato l’anno successivo. Sempre annualmente viene proposto un Convegno di approfondimento su alcune tematiche importanti e specifiche. Alla fine del triennio si ̀e ammessi a discutere la Tesi che rilascia il Diploma di Consulente Familiare. Il passaggio da un anno all’altro ̀e garantito da una seduta d’esame e la presentazione di un lavoro scritto da parte dell’allievo. I DOCENTI: il corso ̀e tenuto da professionisti opportunamente formati nell’ambito della Consulenza Familiare. Essi sono supportati, soprattutto per la formazione teorica, da psicoterapeuti, docenti universitari e specialisti in ognuno dei tre ambiti a cui afferiscono le lezioni teoriche: 1. discipline fondamentali; 2. consulenza familiare; 3. orientamenti teorici. AMBITI DI SERVIZIO: la Consulenza Familiare ̀e divenuta oggi una professione molto importante ed efficiente nella promozione della salute umana della persona che in quanto tale ̀e unica ed irripetibile e possiede infinite e profonde risorse interne. Il Consulente Familiare puo ̀ lavorare o prestare servizio come volontario presso un Consultorio pubblico o privato su tutto il territorio nazionale. Al termine del percorso formativo presso il CISPeF puo ̀ iscriversi come Socio Aggregato all’AICCeF (Associazione Italiana Consulenti Coniugali e Familiari) e dopo due anni e 200 ore di tirocinio puo ̀ fare richiesta per diventare Socio Effettivo usufruendo di tutti i privilegi e servizi che questa Associazione nazionale, l’unica che tutela il Consulente Familiare, puo ̀ offrire. Come Socio Effettivo, dopo qualche anno, puo ̀ svolgere la libera professione aprendo la partita iva. Infine, ogni Consulente Familiare puo ̀ operare anche presso gli Enti pubblici o privati dove ̀e prevista tale figura professionale. I COSTI: il costo annuale ̀e di circa 600/700 (*) Euro da versare al CISPeF in due rate, una al momento dell’iscrizione e l’altra dopo quattro mesi circa dall’inizio del corso, sul Codice IBAN: IT56F0832714800000000000847 con Causale “Scuola per Consulenti Familiari”. (*) il costo puo ̀ variare a seconda della sede di svolgimento del Corso Per info e prenotazioni contattare Alessandra 0775.1902221 Fax 0775.1902222 - 331 4533446 Indirizzo mail: cispef@libero.it CISPeF c/o Corso della Repubblica 122/130 - 03100 Frosinone

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SOCIETÀ Di S.N.

SE L’ERBA DEL VICINO

È ANCHE MIA

“C

ostruire una società migliore, un vicinato alla volta”. Un singolare slogan che ci ricorda come non dovremmo aspettarci sempre che le cose cambino dall’alto, ma iniziare noi stessi, nel nostro piccolo, a fare rete, cercando la cooperazione con gli altri, condividendo spazi ed esperienze. » questo lo spirito del cohousing; non a caso, lo slogan suddetto compare sul portale web statunitense dedicato a questo fenomeno, che inizia a diffondersi anche nel nostro Paese. Ma di cosa si tratta? La definizione migliore si legge sul sito www.cohousing.it: E' una risposta non utopica ai problemi che vivono gli abitanti delle realtà metropolitane. In concreto è la scelta di abitare in comunità di vicinato elettivo condividendo i principali servizi e la gestione; nel ‘villaggio’ coesistono spazi privati (la propria abitazione) e spazi comuni (i servizi condivisi) e sono le

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famiglie che si scelgono a decidere cosa condividere e come, con l’obiettivo di riscoprire la socialità del buon vicinato, riducendo contemporaneamente i costi di gestione. La sua nascita risale agli anni Settanta, in Danimarca, per iniziativa di un architetto, Jan Gudmand Hoyer, che ebbe l’intuizione di ricreare il clima e i servizi del vecchio villaggio anche nelle grandi città. Oggi in Danimarca si trovano oltre 600 comunità di cohouses, 100 negli Stati Uniti e dozzine nel resto dell’Europa. E in Italia? La prima Ë sorta a Bovisa, quartiere di Milano, solo qualche anno fa. A realizzarla è stata una società, NewCoh, che gestisce la community Cohousing.it: ha creduto nell’idea e ha deciso di provare ad importarla nel nostro Paese. “Abbiamo messo insieme le competenze varie del settore immobiliare – spiega Nadia Simionato, responsabile della comunicazione per la società – per offrire al mercato

la realizzazione delle cohouses: cerchiamo le aree e ci occupiamo della parte tecnica e finanziaria, lavorando su progetti sostenibili. Ad esempio, stiamo proponendo in questi mesi il primo cohousing in Europa in classe energetica A+ e presto lanceremo nuovi progetti, non solo a Milano". Il fenomeno spontaneo è stato ribaltato: siamo noi a proporre un posto dove vivere in cohousing a chi è interessato. Poi ci occupiamo della progettazione partecipata, un processo che necessita di una maturazione, di strumenti per conoscersi, prendere decisioni. Questa fase è gestita dai nostri facilitatori, che portano un gruppo a diventare comunità in cohousing. Chi affronterà l’esperienza, potrà cosi' conoscersi già prima e prepararsi”. Un passaggio importante, non essendo per tutti semplice condividere spazi con persone esterne al proprio ristretto nucleo familiare. La necessità della


ESPERIMENTO NUMEROZERO Non è cronologicamente il primo in Italia, ma Numerozero sta facendo parlare molto di sè. » un “progetto di coabitazione di un gruppo di persone accomunate da obiettivi condivisi - si legge sul loro sito, molto ben fatto - e dalla disponibilità ad aiutarsi reciprocamente”. Si colloca nel centro storico di Torino per iniziativa dell’associazione CoAbitare, che ha fatto del cohousing la propria filosofia, cercando di realizzare – lo slogan è proprio loro – “un nuovo modo di vivere vecchio come il mondo”. Abbiamo rivolto qualche domanda a Ludovica, una delle persone coinvolte nel progetto.

preparazione all’abitare condiviso è sottolineata da Antonella Sapio, neuropsichiatria infantile, che all’argomento ha dedicato un libro, Famiglie, reti familiari e cohousing. Verso nuovi stili del vivere, del convivere e dell'abitare (Franco Angeli editore, 2010). “Prima di avvicinarsi ad un cohousing spiega - si rende necessaria una fase in cui ci si sperimenta nella propria disponibilit‡ a far parte di un gruppo con persone che non sempre si conoscono e che, come tutti, possono portare un carico di frustrazioni e conflittualità; senza una fase iniziale di formazione del gruppo dei cohouser c’è il rischio che l’esperienza possa non risultare positiva. La possibilità di praticare percorsi formativi sulla gestione dei conflitti e sulle pratiche per decidere attraverso consenso condiviso certamente crea una importante premessa per una consapevole esperienza del gruppo”. Per chi è in grado di superare le difficoltà legate alla nascita del gruppo, i vantaggi sono notevoli. “Il cohousing - prosegue Sapio - è una risposta privilegiata all’esigenza di condividere i molteplici bisogni sociali di una famiglia, che sono sempre maggiori, mentre diminuiscono le risorse, sia in termini umani che economici: la sicurezza dell’ambiente abitato (si vive vicino a persone amiche, su cui si può contare), la possibilità di

Come nasce la vostra esperienza di coabitazione e a che punto siete? L’associazione CoAbitare esiste dal 2007, i primi sono partiti da lÏ, ritrovandosi intorno ad un progetto comune. Il gruppo iniziale, quindi, si conosceva gi‡. Gli altri si sono uniti successivamente, stimolati anche dalla zona in cui sorge l’abitato. All’inizio eravamo in cinque, ma ormai abbiamo occupato tutti gli otto alloggi, anche se ancora non ci siamo trasferiti nello stabile. Quali spazi avete lasciato in comune? Un terrazzo, un cortile che diventerà giardino, una sala al piano terreno e altri spazi nell'interrato che verranno destinati a sala multifunzionale e a laboratori. Poi vedremo in corsa d’opera. Le idee nate dall’entusiasmo iniziale sono davvero molte. Le difficoltà maggiori che avete incontrato? È stato sicuramente difficile trovare il posto dove realizzare il progetto perchè ci siamo dovuti confrontare come gruppo di famiglie con il mercato e competere con soggetti molto pi_ grandi di noi che lavorano nel settore immobiliare Faticosa poi è stata la parte burocratica e amministrativa, reperire le informazioni tecnico-giuridiche. Le pubbliche amministrazioni hanno manifestato un grande interesse e stiamo lavorando perchè questo si traduca in un sostegno concreto. Quanto siete affini e quanto diversi all’interno del gruppo? Temi i contrasti e ti sei mai pentita finora? Diciamo che già per aver aderito si realizza una scrematura: sui principi di base ci troviamo tutti d’accordo. Naturalmente abbiamo teste diverse e per questo abbiamo stabilito di non deliberare a maggioranza, ma di arrivare il più possibile a decisioni condivise. Le diversità sono comunque stimolanti, sono fiduciosa e no, finora non mi sono pentita.

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SOCIETÀ Di S.N.

condividere il carico di cure (bambini, anziani e persone non autosufficienti) con forme vicendevoli di reciprocità nell’aiuto, l’opportunità di abbattere i costi di utenze e servizi sono solo alcuni dei tanti vantaggi che rappresentano il valore aggiunto, la ricchezza immateriale di una comunità di cohousing”. Poi c’è il vantaggio per i più piccoli. “Oggi circa il 46% delle coppie ha figli unicogeniti e questo significa che un rilevante numero di bambini non avrà esperienza di relazione di fratellanza nella crescita; il dato induce a riflettere sulla progressiva accentuazione di comportamenti egocentrici e disadattativi sempre più diffusi. Il vecchio “cortile” in cui si giocava un tempo da bambini oggi è scomparso o viene, a volte, sostituito da ludoteche, palestre ecc. Una comunità di cohousing, dotata di spazi aperti di gioco, può rappresentare un luogo ideale per recuperare la spontaneità delle relazioni nell’infanzia e forme di socializzazione non mediate dalle istituzioni (scuola, palestra ecc.).che rappresentano il vero humus per una esperienza autentica di condivisione e, quindi, di crescita”.

Il fattore economico riveste un ruolo importante per molti di coloro che optano per questo inconsueto stile di vita. Le esperienze statunitensi rivelano la possibilità di risparmiare, dopo il periodo iniziale, circa un 1520% di spesa media mensile delle famiglie, naturalmente a seconda di cosa si decide di mettere in condivisione. Si può arrivare persino al 30%, se si sceglie anche il car sharing o di utilizzare, ad esempio, un’unica lavatrice per tutti, anzichè tenerne una per ogni casa. La crisi economica ha contribuito perciò ad incrementare la diffusione del cohousing anche da noi. Unire le forze diventa utile per avere il nido, la palestra o l’orto in comune, con conseguente abbattimento dei costi. Ma oltre a questo, “È l’atteggiamento culturale ad essere cambiato – Nadia Simionato ne è convinta - L’aspetto sociale nella città dove si lavora, lontano dai parenti e gli amici di sempre, diventa importante. Il fenomeno è in espansione perché finalmente anche l’italiano medio ha capito che in un contesto dove ci si può relazionare con gli altri si vive meglio”. Eppure, nonostante questo, i numeri testimoniano una diffusione nettamente maggiore nei Paesi del Nord Europa e nel

rinunione di gruppo per la cooperativa Numerozero

Nord America, realtà che il luogo comune vuole abitate da persone più individualiste rispetto a noi mediterranei. “» Vero, nei Paesi nordici sono più individualisti, ma più organizzati e motivati al bene comune – è la spiegazione che dà Simionato - Noi siamo più aperti, ma più attenti al bene proprio. Siamo tutti grandi amici, ma ognuno a casa sua. In Italia è improponibile avere una cucina in comune. Poi nel Nord Europa esiste uno Stato sociale che finanzia progetti come questi, in Italia non c’è altro sostegno all’infuori della casa popolare”. Simili scelte favoriscono anche il risparmio energetico e diminuiscono l'impatto ambientale della comunità. Ma anche su questo fronte la nostra consapevolezza deve fare ancora molta strada. E pensare che sul sito Cohousing.org, la community online dei cohousers degli Usa – che non hanno sempre molto da insegnare a noi europei - compare persino una sezione dedicata alle offerte di lavoro nel settore. I più curiosi internauti, che volessero farvi un salto virtuale, non potranno non notare anche il banner con la pubblicità del Cohousing tour: un pullman porta gli interessati in gita tra una decina di comunità per conoscerle più da vicino e scegliere eventualmente quella dove aggregarsi. Chi non vuole portarsi il pranzo da casa, può mangiare, gratis, in una delle strutture che fanno parte del tour. Semmai qualcuno mettesse in piedi questo servizio in Italia, come minimo nell’autobus ci proporrebbero la presentazione un bel servizio di pentole.

Per saperne di più M. Lietaert: Cohousing e condomini solidali. ed. Terra Nuova Edizioni, 2007 A. Sapio: Famiglie, reti familiari e cohousing: Verso nuovi stili del vivere, del convivere e dell’abitare, ed. Franco Angeli, 2010 www.cohousingitalia.it 16


SCIENZA Di V.E.

SE L'ABBUFFATA È...

COMPULSIVA

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quanti di noi, almeno una volta, non è capitato di lasciarsi andare e, magari in compagnia, abbuffarsi allegramente di cibo? Eppure c’è abbuffata e abbuffata. Un episodio di ingestione di una grande quantità di cibo con la sensazione di non riuscire a fermarsi può capitare a chiunque nel corso della vita, spesso in coincidenza con litigi o frustrazioni. Se però le abbuffate si ripetono con frequenza elevata, diventando quasi un’abitudine, possono essere la spia di una patologia vera e propria, chiamata oggi binge eating disorder (cioè, sindrome dell’abbuffata compulsiva). Tale malattia è caratterizzata da episodi di ingozzate o da giornate ricorrenti di alimentazione incontrollata, con ingestione di grandi quantità di cibo anche senza sentirsi affamati e con la sensazione di non riuscire a fermarsi o a controllare che cosa e quanto si sta mangiando. Spesso il binge eater si lascia andare a questi sfoghi alimentari quando nessuno lo vede, perché in fondo se ne vergogna: frequente è l’assalto notturno al frigorifero o alla dispensa. Alcuni soggetti

pianificano sistematicamente le loro abbuffate: acquistano il cibo, lo nascondono e poi lo consumano nell’isolamento e nella segretezza, fino ad essere completamente pieni. «Dopo queste abbuffate, a differenza di quanto accade nella bulimia nervosa, le persone con binge eating disorder non mettono in atto comportamenti di compenso, quali vomito auto-indotto, abuso di lassativi, digiuni o esercizio fisico eccessivo, che mirano a eliminare le calorie ingerite - spiega il professore Mario Maj, presidente della Società mondiale di psichiatria - di conseguenza, esse vanno incontro a un aumento di peso, diventando obese e, spesso, si ritrovano tra i cosiddetti grandi obesi. L’insorgenza del disturbo avviene di solito nella tarda adolescenza o nella terza decade di vita, ma la diagnosi è di solito ritardata di diversi anni. Il binge eating disorder si associa frequentemente ad altre patologie, sia somatiche che psichiche. Sono presenti abitualmente sentimenti di sconfitta, di colpa e di disgusto per se stesso e per le proprie dimensioni corporee e vulnerabilità nelle relazioni interpersonali».

Sul versante psichico, essi presentano una più elevata frequenza della depressione, dei disturbi di personalità e, secondo alcuni studi, anche dell’abuso di sostanze e dei comportamenti impulsivi patologici (compulsione patologica agli acquisti, cleptomania). I percorsi da poter seguire per curare il disturbo sono diversi, ma essendo il binge eater un paziente complesso, ha bisogno di una cura che permetta di affrontare contemporaneamente il disturbo del comportamento alimentare, l’obesità e la frequente psicopatologia concomitante. L’intervento di prima scelta è la psicoterapia cognitivocomportamentale, individuale o, sempre più spesso, di gruppo; questa psicoterapia si sviluppa in tre fasi. La prima è finalizzata alla correzione del pattern alimentare alterato. La seconda fase è mirata a correggere le distorsioni cognitive relative al peso, all’aspetto fisico, ai cibi consentiti e alle modalità di alimentazione. La terza fase è mirata all’identificazione delle situazioni ad alto rischio di abbuffate e all’elaborazione di strategie per evitarle.

La frequenza del binge eating disorder nella popolazione generale viene valutata tra lo 0.7% e il 4%. Tra le persone che si sottopongono a programmi di controllo del peso, la frequenza del disturbo è stimata tra il 15 e il 50%, in media 30%. In uno studio condotto negli Stati Uniti tra i frequentatori dell’Overeating Anonymous,associazione comprendente prevalentemente soggetti con obesità grave, la percentuale delle persone con binge eating disorder era del 70%. In Italia, si stima che il disturbo interessi circa un milione e 300mila persone. Il binge eating disorder risulta essere leggermente più frequente nelle donne che negli uomini (rapporto 3:2). L’insorgenza del disturbo avviene di solito nella tarda adolescenza o nella terza decade di vita, ma la diagnosi è di solito ritardata di diversi anni ed essa si associa frequentemente ad altre patologie, sia somatiche che psichiche. www.binge-eating.it

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ARTE&CULTURA Di Aurelio Cesaritti

MARIO S C H I FA N O L’arte del non ovvio

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a qualche tempo tutti cerchiamo di evitare di pensare troppo. Ci affidiamo sempre più a stereotipi e classificazioni di massa per non dover studiare, comprendere, analizzare e quindi sintetizzare. Centro e Sud, Destra e Sinistra, Ricchi e Poveri, Caste e Indifesi, Conservatori e Progressisti, Pro e Contro. Già negli anni ’50-’60 si sentiva nell’aria questa voglia di assolvere o condannare senza passare attraverso l’ascoltare, il comprendere, il graduare i giudizi. L’ambito nel quale l’empirismo e le considerazioni personali sono più giustificati, accolti e talvolta benvenuti è quello dell’arte, specialmente quella moderna. Dopo secoli nei quali il genio di pittori e scultori si esercitava nella rappresentazione di una gran massa di soggetti “classici” con strumenti tradizionalmente omologati, seguendo parametri in larga parte universali, la grande rivoluzione espressiva post-bellica cambiò il mondo. Il futurismo, il cubismo, il dadaismo con tutte le loro sottocategorie e scuole di pensiero diedero, circa un secolo addietro, il primo scossone al catalogo monumentale e quasi immutabile delle arti figurative. Ma è nell’immediato secondo dopoguerra che la nascita della pop-art fece voltare pagina

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definitivamente alla pittura, alla scultura introducendo anche, tra gli strumenti della creatività, elementi che appartenevano ad altri mondi. I materiali ed i colori sintetici, le installazioni visive e le composizioni dinamiche, gli apparecchi elettrici e le luci artificiali, le tecniche polimateriche e le superfici più disparate offrirono, a chi ne avesse avuto voglia, possibilità praticamente infinite di comunicare. Negli Stati Uniti d’America Andy Warhol, Roy Liechtenstein, Robert Rauschenberg, Jasper Johns, Jackson Pollock, Jean-Michel Basquiat, sfruttarono fino in fondo la loro libertà di pensiero per concepire nuovi messaggi e misero al lavoro il loro immenso talento per veicolarli nei modi ed anche con gli strumenti più congeniali ma, a volte, anche improbabili. In Italia Mario

Frutti acerbi

Schifano ebbe le stesse intuizioni e seguì, con grande indipendenza, un percorso molto simile, ma anche più complesso ed ancora meno scontato. Un grande albero (la Quercia di Rembrandt), solido, imponente, vivo, tutto rosso su fondo bianco, con il fogliame distinto su due piani visivi e con due letture diversissime. I gruppi di foglie di fondo che sembravano solamente foglie, tranquille, antiche e rassicuranti nonostante lo smalto compatto dal colore del rubino. Le foglie in primo piano, invece, che sembravano corpi contorti e sofferenti, di vivi e di morti contemporaneamente, ma non di morti qualsiasi, bensì di morti giovani, di eroi, dal sangue generoso e caldo, per quanto sembrasse fermo ed incrostato. E la pianta, dipinta

IL PERCORSO Nato in Libia nel 1934, ma giunto in Italia in giovanissima età egli si sentì sempre un liberissimo pensatore e non si fece mai scrupolo di dimostrarlo, infischiandosene delle classificazioni e dei cori osannanti alla sua genialità. Mario Schifano si può amare e si può detestare, si può considerarlo un artista completo e si può disprezzarlo come ciarlatano avventurista della comunicazione, ma senza alcun dubbio egli non può essere ignorato. Negli anni ’60-’70 il suo nome era sulla bocca di tutti dato che le sue creazioni, i suoi monocromi ed i suoi multipli hanno trovato alloggio in numerosissime case italiane: era un artista “di moda”. Egli rifiutava le etichette ma molti vollero comunque considerarlo un pop-artista di sinistra, causandone una sorte di volontaria presa di distanza dal mondo dorato dell’intellighentsia salottiera che voleva tenacemente affiliarselo e condizionarlo. Le sue palme, dipinte o costruite in lamierino, plastica oppure neon divennero quasi un simbolo di buon gusto e competenza per chi voleva proporsi come profondo conoscitore di arte. Le opere che egli aveva realizzato negli anni ’60 divennero oggetti di culto. Le grandissime tele, i marchi pubblicitari (da quello famosissimo della Esso a quello della Coca-Cola), i Fiori e le originali interpretazioni della natura e dei paesaggi, quali i “campi di Grano” ed i “Paesaggi anemici”, hanno costituito indubbiamente una originale rivisitazione degli stereotipi pittorici più in voga al momento. Gli eventi originalissimi durante i quali si metteva in discussione dinanzi ad enormi platee, le installazioni audiovisive ed il precoce dibattito tecnologico caratterizzarono la sua vita artistica fino al 1998, quando un infarto lo portò via. Negli anni nei quali Mario Schifano operò da protagonista nel panorama artistico mondiale, la Società era in continuo divenire: “Tutto ed il Contrario di Tutto, Muoversi ma anche Restare in Attesa, Amare ma anche Lottare, Volere il Proprio Bene ma anche Battersi per il Bene degli Altri, Vivere ma anche Morire ...a volte per seguire grandi ideali ...a volte per paura di non essere capaci di seguirli... In tutto questo c’eravamo tutti, fino alla cima dei capelli. È difficile condensare in una sola immagine la bellezza e l’angoscia esistenziale di queste contraddizioni apparenti (apparenti in quanto convivono sempre, perché poche cose sono tutte bianche o tutte nere), ma è gratificante almeno provarci.

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ARTE&CULTURA Di Aurelio Cesaritti

la Quercia di Rembrandt

fuori terra, senza radici, che sembrava aver succhiato dalla profondità del terreno quel sangue da corpi straziati, per ripresentarli quasi come un monito ed una testimonianza, una fotografia della vita che continua anche dopo la morte, se la morte è stata onorevole, degna di essere ricordata: ci ho visto, insieme, gli insegnamenti di Tirteo e Martin Luther King, Mandela e Ghandi, del Vangelo e del Corano, dell’Odissea e di Siddharta, di Graham Greene e di James Joyce per indicare, a chi sa leggere, la strada per il Bene

Supremo. In quell’albero ho visto tutto questo, e mi ha colpito quel ragazzo che tornava ripetutamente a guardarlo da angoli diversi, cogliendo sempre nuovi aspetti che gli occhi brillanti e pensosi denunciavano con chiarezza, inquietudine, direi quasi con solidarietà e dolore per la “povera” condizione umana. Di tanto in tanto sembrava che la sua indagine si rivolgesse non all’albero, ma alla sua anima ed alla sua storia personale. Non conosco a sufficienza i meandri della poetica apparentemente elementare di Schifano per

sapere se ho bene interpretato quello che ha voluto dire con quell’opera (il suo titolo sembrerebbe smentirmi – chissà?), ma, se è vero che “beauty is in the eyes of the beholder” – la bellezza è negli occhi di chi guarda – ogni interpretazione sarebbe corretta e giustificata. Resterà per sempre un affascinante mistero l’intima interpretazione di quel ragazzo che si è allontanato velocemente dal quadro di Schifano, con i profondi occhi lucidi, scuotendo la testa per la intensa emozione che aveva provato...

Finestra in ricordo di Lo Savio

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BUONE NOTIZIE Di Redazione

L’integrazione è sempre più sentita Una percentuale consistente degli alunni italiani dai 7 ai 19 anni esprime curiosità e simpatia nei confronti dei compagni di classe stranieri. Questo è emerso dall’indagine Eurispes e Telefono Azzurro sulla condizione dell’infanzia e dell’adolescenza, presentata a Roma il 16 dicembre. L’indagine ha coinvolto 3100 alunni della scuola primaria e secondaria di tutto il territorio nazionale. I dati rilevano che la metà degli alunni italiani condivide il proprio banco di scuola con ragazzi stranieri, le punte di maggiore densità scolastica di stranieri si registrano nel Nord, fino a scalare gradualmente nel Centro sud e nelle Isole. L’atteggiamento prevalente nei confronti dei compagni di classe di diversa nazionalità è di curiosità, infatti il 30,7% dichiara di essere interessato a culture e tradizioni differenti, il 19,9% esprime simpatia, il 12,4% vuole conoscere persone estranee alla cultura dominante. Soltanto il 23,2% si dichiara indifferente, mentre il 2,3% esprime odio e disprezzo. Un sondaggio lanciato in occasione della campagna Unicef “Io come tu” rivela inoltre che i giovani italiani sono molto più aperti agli stranieri dei loro genitori e degli amici più grandi. Il quadro delineato da questa nuova indagine evidenzia un lento cambiamento d’approccio nei confronti della diversità. Il fatto che questo dato si registra prevalentemente nelle scuole e nelle università (es: Erasmus), sottende un segnale positivo per la convivenza civile e l’integrazione da parte delle nuove generazioni.

Rai e Unicef presentano «Un minuto di diritti» Al via la terza edizione del concorso riservato agli under 18 Il diritto all’uguaglianza. Uno dei principi fondamentali della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. «Ogni bambino ha i diritti elencati nella Convenzione; non ha importanza chi è, né chi sono i suoi genitori, non ha importanza il colore della pelle, né il sesso, né la religione, non ha importanza che lingua parla, né se è disabile, né se è ricco o povero». È questo il tema di quest’anno per il concorso «Un minuto di diritti» organizzato per il terzo anno da Unicef Italia, in collaborazione con Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca e il patrocinio del Segretariato Sociale Rai. «Un minuto di diritti» è un concorso per la realizzazione di video «cortissimi» (massimo di 90 secondi). All’iniziativa aderiscono Rai Net, con la gestione e la cura dell sito dedicato al concorso www.unminutodidiritti.rai.it, Rai 2, Rai 3, Rai Educational e i canali di RAI Ragazzi: Gulp e Yo Yo. Per partecipare bisogna avere un’età compresa tra i quattro anni (compiuti) ai 18 anni (da compiere). Più precisamente il concorso è riservato ai nati dal primo aprile 2007 al 31 marzo 1993. Ogni partecipante potrà concorrere con un massimo di tre video. Le categorie per la gara sono tre: «Kids», dai 4 ai 6 anni; «Tween», dai 7 ai 12 e «Teen», dai 13 ai 17 anni compiuti. Chi vuole iscriversi deve caricare i video nei formati indicati sul sito www.unminutodidiritti.rai.it e compilare la form online. I termini per iscriversi vanno dal primo aprile al 30 settembre 2011. I video saranno poi esaminati dalla giuria di esperti che li valuterà secondo criteri che terranno conto delle capacità interpretative degli autori e dell’originalità delle proposte. Alcuni video selezionati dalla giuria – oltre i tre video vincitori - saranno trasmessi nella settimana del 20 novembre 2011 (giornata in cui le Nazioni Unite hanno approvato la Convenzione sui diritti dell’infanzia) all’interno dei programmi RAI dedicati a bambini e ragazzi.

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