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ilide carmignani

parlando di traduzione

biblitiana Dicembre 2009


sommario

Intervista ad Angelo Morino

p. 9

Intervista a Marina Rullo

p. 16

Intervista a Egi Volterrani

p. 19

Intervista a Giuliana Zeuli

p. 22

Intervista a Stefano Arduini

p. 26

Intervista a Maite Solana

p. 29

Intervista a Gianni Scalia

p. 32

Le interviste raccolte nel presente volume, in ordine cronologico di uscita, sono state pubblicate nel sito Alice.it e, per gentile concessione, successivamente pubblicate nel sito Biblit.it. Un ringraziamento speciale a Ilide Carmignani e Sara Saorin per l’aiuto nella realizzazione di questo volume. Foto di copertina: Riflesso, di Gabriella Gregori.


note biografiche

Stefano Arduini Professore associato di linguistica generale a Urbino e direttore del Centro Europeo per l’Editoria della stessa università; membro dello Executive Board del Nida Institute for Translation Scholarship di New York e codirettore della Nida Summer School in Translation Studies; direttore del corso Tradurre la letteratura della Scuola Superiore per Mediatori Linguistici San Pellegrino. Ilide Carmignani Traduttrice, fra i suoi autori: Bolaño, Borges, Cernuda, Fuentes, García Márquez, Paz, Sepúlveda. Premio di Traduzione Letteraria dell’Instituto Cervantes. Curatrice per il Salone del Libro di Torino degli eventi sulla traduzione (l’AutoreInvisibile). Organizzatrice, insieme a Stefano Arduini, delle Giornate della Traduzione Letteraria, Urbino. Angelo Morino Scrittore e traduttore letterario, tra i suoi autori: García Márquez, Puig, Vargas Llosa, Soriano, Carpentier, Donoso, Onetti, Benet, Scorza, Arguedas, Allende, Marguerite Duras. È stato professore di letteratura ispanoamericana presso l’Università di Torino. Marina Rullo Traduttrice letteraria, fondatrice del network di traduttori letterari Biblit. Responsabile della Sezione Traduttori del Sindacato Nazionale Scrittori. Gianni Scalia Direttore della rivista In forma di parole, Premio Nazionale del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali per la Traduzione, Premio Vittorini 2002 per l’attività della rivista letteraria. Maite Solana Traduttrice e scrittrice, è stata direttrice della Casa del Traductor, Spagna.

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Egi Volterrani Scrittore, specialista della letteratura mediterranea, organizzatore culturale, architetto, tra i più noti traduttori dal francese. Tra i suoi autori: Tahar Ben Jelloun, Maalouf, Bataille. Giuliana Zeuli Traduttrice letteraria, tra i suoi autori: Doyle, Dunne, Peace, Welsh, McLaverty, Dermot Healy. Responsabile, dal 1996 al 2004, delle borse di studio per traduttori dell’Irish Translators’ and Interpreters’ Association (ITIA) in collaborazione con il Tyrone Guthrie Centre, Irlanda.

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Intervista ad Angelo Morino L’intervista ad Angelo Morino è tratta dal libro di Ilide Carmignani Gli autori invisibili. Incontri sulla traduzione letteraria, Besa 2008. Si ringrazia l’editore per il consenso alla pubblicazione.

Com’è nato in lei questo grande interesse per la traduzione, insolito in un accademico? Non lo definirei grande e forse non si tratta neppure di un interesse. È stato il frutto di una serie di coincidenze, anche se, negli ultimi anni, mi è tornato il ricordo di un momento che avrà sicuramente avuto la sua importanza, una specie di pezzo di mia preistoria. Ero ragazzino, vivevo in provincia di Torino, negli anni Sessanta, ero piuttosto solitario e leggevo molto. La lingua straniera per me era il francese, ma era anche una lingua familiare: pochi chilometri mi separavano dalla frontiera francese e il dialetto, che non parlavo, ma che sentivo parlare intorno a me, aveva suoni molto vicini al francese, talvolta quasi gli stessi. Ultimamente, mi è tornato questo ricordo, il ricordo di un quaderno su cui mi era accaduto di tradurre testi di autori francesi che leggevo in lingua originale e di cui non esisteva la traduzione italiana, oppure, se esisteva, era per me irreperibile. Ricordo di aver pasticciato sul primo capitolo di due romanzi di Emile Zola, Le ventre de Paris e La faute de l’abbé Mouret, e su qualcosa di Violette Leduc. Ovviamente, l’avevo fatto perché questi erano scrittori che amavo molto e tradurli per me significava avvicinarsi un po’ a loro. Ma poi, il vero inizio è stato anni dopo. Mi ero trasferito a Torino, studiavo all’università, non disponevo di molto denaro. Per una serie di circostanze troppo lunghe da riassumere, ancora studente, mi sono ritrovato a poter tradurre un libro dietro compenso. Avevo conosciuto un traduttore dallo spagnolo molto noto allora, adesso scomparso: Enrico Cicogna, nel cui curriculum c’era la versione italiana di Cent’anni di solitudine. Era uno strano personaggio, con certi baffoni da ussaro e un carattere molto difficile, ma era una persona che sapeva fare bene il suo mestiere, anche se ogni tanto, traducendo, inseriva pezzi inventati da lui. Comunque, ad affidarmi il primo lavoro fu Enrico Filippini, che allora era da Bompiani e a cui arrivai come uno sprovveduto, sapendo poco del suo importante passato. Ho cominciato a tradurre allora e ho continuato a farlo per molti anni, soprattutto perché avevo bisogno di soldi e quello era un lavoro che non mi costava troppa fatica. Né, del resto, mi allontanava molto dalle mie incombenze di ricercatore all’università, presso la sezione di ispanistica. Dicevano che sapevo farlo bene e, quindi, me lo proponevano spesso. 9


Tutto qui. Quanto al fatto che io lavorassi all’interno dell’università, tradurre è un’attività che non mi ha giovato affatto. Me lo sono sentito dire più volte: sprechi tempo, dovresti fare ricerca, studiare, non sarai mai un vero accademico. Comunque, la ricerca l’ho sempre fatta: ho un fitto elenco di pubblicazioni, fra cui qualche libriccino di cui posso andare abbastanza orgoglioso, e sono diventato titolare di cattedra fin dal 1986. Come mai ha cominciato a tradurre dallo spagnolo e non dal francese, se quest’ultima era la lingua straniera che sentiva più vicina? Lo spagnolo l’ho imparato per caso, all’università. Avevo seguito un seminario di Lore Terracini, proprio su Cent’anni di solitudine, di cui non sapevo nulla prima di partecipare a quel gruppo di studio. Di lì aveva avuto inizio la curiosità per una letteratura che non conoscevo, tanti nuovi romanzi da leggere, romanzi che raccontavano storie e, intanto, non prescindevano da un certo sperimentalismo, caratteristica che mi affascinava già da prima. Una volta laureato, avrei trascorso due, tre anni con lunghi soggiorni a Barcellona, la Barcellona dell’immediato postfranchismo: era una città molto viva, molto bella, con una costa che permetteva fine settimana all’insegna del vagabondaggio, a Cadaqués soprattutto, in estate come in inverno, un po’ simili ad avventure. A Barcellona risiedevano o passavano parecchi scrittori latinoamericani, anche se all’epoca ero attratto dal problema catalano e degli scrittori catalani che scrivevano in catalano o in castigliano. Ne frequentavo parecchi: Maria Aurèlia Capmany, Terenci Moix, sua sorella Ana María, Juan Marsé, Luis Goytisolo... Però, mi è poi accaduto abbastanza spesso di tradurre dal francese, anche se è una lingua che sento di avere purtroppo perso rispetto a come la conoscevo da ragazzino. Per lunghi anni, ho insegnato all’università dell’Aquila, sentivo molto lontana la Francia, c’era qualcosa di quella lingua che mi sfuggiva e, intanto, nella perdita, mi metteva a disagio. Ho l’impressione che essere tornato a Torino dal 1995 non sia stato sufficiente per il recupero. C’è, in tutto questo, qualcosa che per il momento non mi è chiaro, ma forse prima o poi lo diverrà. Qual è la traduzione che le è più cara e perché? Ha sicuramente contato molto tutta la vicenda relativa a Il bacio della donna ragno, che Manuel Puig mi inviò in dattiloscritto. Con Manuel c’era stato un incontro molto breve, un anno o due prima, e io non credevo che potesse ricordarsi di me. Invece, mi cercò con insistenza, mi inviò quel dattiloscritto, rifiutato da Feltrinelli, che aveva pubblicato i tre romanzi precedenti, e mi chiese di tradurlo, dicendomi che gli sembravo la persona giusta per farlo. Io accettai, senza un contratto che garantisse la pubblicazione del mio lavoro, tanto mi ero sentito lusingato. Ho poi girato per quasi due anni da un editore all’altro con quel dattiloscritto sotto il braccio, nessuno lo voleva e io avevo l’impressione di esibire un brutto bambino, turpe addirittura, che metteva tutti in imbarazzo. Alla fine, lo presero da Einaudi, ma senza troppa convinzione, anzi, diciamolo pure, con molta sufficienza: al vecchio Einaudi non stavano simpatici i “merdaioli”, come lui aveva il bel garbo di chiamare gli omosessuali. Negli anni successivi, il fatto di aver sostenuto questo libro, di averci creduto a occhi chiusi anche se mi sentivo dire: “Guardi, il romanzo è buono, ma i 10


nostri programmi editoriali sono zeppi e potremmo pubblicarlo solo fra cinque o sei anni”, beh, questo ha sicuramente contribuito a crearmi una fama di esperto nell’ambiente editoriale. Che cosa sta traducendo adesso? Adesso traduco sempre di meno, con l’obiettivo di smettere o, comunque, di ridurre al minimo questa attività, che mi ha sicuramente stancato. Negli ultimi cinque anni ho scritto e pubblicato cinque libri, due dei quali sono stati acquistati all’estero e adesso sono in corso di traduzione. Ho l’impressione che tradurre per me sia stato come un lungo giro necessario per arrivare a questo punto: la cessazione del tradurre. Di certo, adesso so che mi piace di più scrivere libri, anche se è molto più difficile che tradurli. Attualmente, devo finire di passare in italiano gli Enigmas ofrecidos a la Casa del Placer di Juana Inés de la Cruz: venti quartine in ottave e rima ABBA, che voglio siano rese con le stesse caratteristiche formali. Poi scriverò un’introduzione e un apparato di note. Juana Inés de la Cruz è un personaggio che mi attrae da anni, che non mi stanca mai, che mi suggerisce sempre qualcosa di nuovo, e sono molto fiero di aver partecipato alla diffusione della sua opera in Italia. Ma è pure possibile che questi Enigmas finiscano per diventare l’appendice di un mio libro che si intitolerebbe Gli enigmi di Juana Inés de la Cruz, non so bene per il momento, può darsi che il mio discorso introduttivo si allunghi e acquisti una prevalenza. Mi è già accaduto altre volte e, del resto, ho l’impressione che Gli enigmi di Juana Inés de la Cruz, in fondo, potrebbe essere un prosieguo del libriccino che ho pubblicato alla fine dell’anno scorso: Il libro di cucina di Juana Inés de la Cruz. Se così accadesse, potrebbe essere un commiato nei confronti di questa figura su cui ho lavorato fin dal 1980. Quali rapporti ha intrattenuto e intrattiene coi suoi autori? Evito il più possibile di intrattenere rapporti personali con gli autori che traduco. A me interessano più i libri che le persone, in questa particolare circostanza. So bene che può esserci uno scollo molto grosso fra il libro e la persona, quindi preferisco risparmiarmi delusioni. Pochissime le eccezioni: Manuel Puig, per l’appunto, Marguerite Duras e Hector Bianciotti. Con Manuel ci fu un’amicizia, ci si incontrava spesso, un po’ ovunque, sua madre, quasi novantenne, mi scrive ancora e, quando qualcuno che conosco va a Buenos Aires, affido cioccolatini o gelatine di frutta per lei. Manuel è una persona di cui ancora oggi, a dieci anni dalla morte, sento molto la mancanza: mi manca l’amico e mi manca il romanziere. Mi piacerebbe rivederlo, così come mi piacerebbe leggere un suo nuovo romanzo. Quanto a Marguerite Duras, la incontrai solo una volta, a Parigi, a casa sua, ma è stato un incontro molto importante per me. Era il 1988 e assistevo alla lunga intervista che un’amica le faceva, ma non mi è riuscito a parlarle molto, ero catturato da quello che diceva, dal suono della sua voce. Ho poi scritto un libro su lei, Il cinese e Marguerite, che, pur essendo stato portato a termine molti anni dopo l’incontro, ha in quel momento le sue radici. I libri di Marguerite Duras che ho tradotto sono fra quelli che più mi hanno coinvolto, per via delle parole, così nude, messe sulla pagina in forma scarna, eppure piena di echi. 11


Quale dovrebbe essere, secondo lei, il ruolo del traduttore letterario? Vede, io ho cominciato a tradurre, come già ho raccontato, soprattutto perché avevo bisogno di denaro per vivere e, ancora adesso, mi succede di accettare di tradurre un libro solo perché sono andato per qualche giorno a Parigi e mi sono comprato... che ne so... troppi vestiti di Yohji Yamamoto, che mi piacciono molto e sono molto costosi. Ci sono tanti modi per guadagnare denaro, ma io sono uno fondamentalmente casalingo. Allora, tradurre è un’attività che riunisce numerosi pregi dal mio punto di vista: la si svolge in casa, la si può interrompere per farsi una tazza di tè o per ascoltare musica, si può addirittura decidere: oggi non traduco, tradurrò di più domani o dopodomani. Non mi sono mai messo a riflettere sul “ruolo del traduttore”, espressione che, così , di primo acchito, mi fa un po’ ridere. Comunque, se proprio devo arrendermi a tale espressione, il “ruolo del traduttore” mi sembra quello di usare bene la lingua italiana, di rispettare la pagina del libro che uno si trova a dover tradurre, di evitare protagonismi inutili. Ma niente che abbia a che vedere con l’ufficialità, con le istituzioni, almeno per quanto mi concerne. Vedo il tradurre come una forma di artigianato, che si fonda sull’esercizio della parola, grazie al quale si mettono in circolazione testi che prima non esistevano nella nostra lingua. Ma forse, andando più fondo, si può pensare a qualcosa che abbia a che vedere con una perversione in chi traduce, un ancoraggio al già scritto per impossibilità di accedere allo scrivere. Comunque, mi rendo conto che il mio discorso prescinde dai rapporti con le case editrici: è quello il vero punto dolente e non solo per il problema determinato dal compenso, mai adeguato al lavoro che uno si ritrova a fare. Purtroppo, accade spesso di ritrovarsi catturati in contese con gente che nelle case editrici ci lavora, che magari non conosce neppure la lingua da cui è stato tradotto un testo, ma che si arroga competenze che non possiede e insiste per introdurre correzioni perlomeno arbitrarie. Personaggi del genere non sono rari e a loro bisogna arrendersi, più che altro per un senso di estenuazione che alla fine interviene. E non parliamo delle correzioni fatte d’ufficio, senza neppure interpellare il traduttore: sono cose che, quando poi il traduttore le vede, spesso si sente gelare il sangue nelle vene. Un esempio: c’è un famoso personaggio di Marguerite Duras che si chiama Lol V. Stein e che, nella versione italiana di una sceneggiatura in cui compare, è stata ribattezzata Lola V. Stein. Perché? Perché chi ha rivisto la mia traduzione avrà pensato: ma che strano questo nome, Lol, mettiamo Lola, perché il traduttore si sarà sicuramente sbagliato in quel centinaio di volte che ha messo Lol invece di Lola. Tutto questo, ovviamente, senza neppure premurarsi di guardare il testo in lingua originale e, tanto meno, pensare di dar un colpo di telefono al traduttore. Così, un preciso intervento di Duras, l’ablazione della “a” che segnava al femminile il suo personaggio, discusso e celebrato dallo stesso Jacques Lacan, è finito in nulla. Ma chi legge il libro in italiano e, avendo una qualche conoscenza del problema, nota che Lol è divenuta Lola, a chi attribuisce la responsabilità? Al traduttore, naturalmente. Ci sono libri da me tradotti, su cui sono stati fatti interventi così indebiti, che ormai evito di prenderli in mano e di aprirli. Cosa pensa della situazione del traduttore in Italia? Francamente, non so bene quale sia la situazione in altri paesi. Certo, ho sentito che altrove, 12


per esempio negli Stati Uniti, se non vado errato, è prevista una percentuale dei diritti d’autore al traduttore, nei casi in cui un libro superi certi livelli di vendita. Mi piace fare esempi concreti e, quindi, ne farò un altro, a questo proposito. All’inizio degli anni Ottanta ho tradotto, per un compenso più che modesto, il romanzo di una nuova scrittrice latinoamericana per cui non si prevedeva un avvenire particolarmente dorato e che si chiamava Isabel Allende. Quanto al romanzo, si intitolava La casa degli spiriti. Da allora fino a oggi, non ho tratto un soldo in più di quanto stipulato a suo tempo per contratto. Ma non è questo il punto. Fra poco, il contratto sarà scaduto, essendo trascorsi vent’anni dalla firma dello stesso, e la casa editrice dovrà rinnovarmelo. Secondo l’uso, il compenso sarà valutato meno della metà dell’attuale valore di quella traduzione: sui tre milioni, a voler essere proprio ottimisti. Ebbene, qui si vede subito che c’è qualcosa che non va. La casa degli spiriti è un libro che ha fatto guadagnare tantissimo a Feltrinelli, ma di questo beneficio economico al traduttore non arriva neppure la più lieve ombra. Inoltre, c’è da dire che non tutte le case editrici concedono un qualche spicco al nome del traduttore. Ce ne sono ancora molte che lo relegano in un angolino, stampato a caratteri minuscoli, anziché centrarlo in frontespizio, sotto il titolo. In Francia, una casa editrice come Gallimard non teme di inserirlo nella stessa copertina, rendendo così più evidente un lavoro che si tende a nascondere fra le quinte. Comunque, mettendo fine a tutte queste inevitabili lagnanze, mi sia permesso dare un consiglio ai traduttori disattenti: rifiutarsi di cedere la globalità dei diritti di traduzione, come prevede una clausola dei contratti standard. Può accadere che un libro venga utilizzato alla radio, alla televisione, a teatro, anche quando non è il caso di un’opera specificamente teatrale, e, allora, se i diritti di traduzione sono stati ceduti globalmente, tutto va alla casa editrice. Cedere solo i diritti per la stampa. Qual è, a suo avviso, la formazione necessaria a un buon traduttore letterario? Credo sia indispensabile una grossa dose di curiosità nei confronti del linguaggio, oltre a un bagaglio di letture appassionate quanto varie e numerose. Perché un traduttore è tenuto a essere un esperto di letteratura, se non addirittura un innamorato della letteratura. Ma un innamorato tutto speciale, uno che i suoi amori, invece di custodirseli gelosamente, gode nel metterli a disposizione degli altri, nello spartirli con gli altri. Ma poi, passando dalle letture alla curiosità nei confronti del linguaggio, occorre prenderne atto: l’italiano è una lingua che perlopiù parliamo ignorandola, riducendola ad articolazioni scabre, dissonanti, a un lessico misero, spesso ridotto a minime proporzioni. Non è così ovunque, ma è sicuramente così in Piemonte, per esempio, dove si parla una lingua impoverita, standardizzata, condita di francesismi provinciali, spacciati per raffinatissime forme cosmopolite. Per me è stato molto importante trascorrere sette anni nell’Italia centrale, in Abruzzo. Lì , mi sono ritrovato a contatto con una realtà linguistica diversa da quella che conoscevo, ricca di tratti che avrei detto arcaici, ma poi divenuti familiari e attuali nel trascorrere dei mesi e degli anni. Ho imparato molte cose ascoltando parlare la gente in Abruzzo: la scansione del tempo nella giornata non seguiva i termini cui ero abituato e, a livello più generale, il rigore del passato remoto si imponeva sulla superficialità del mio passato prossimo. Ma poi c’erano pure molti oggetti che vedevo nascere e 13


diversificarsi sul ritmo di un lessico meno scarnificato, più attento alla varietà degli strumenti del mondo quotidiano. Penso che nell’Italia centrale e meridionale si parli un italiano che, senza far ricorso al dialetto, è comunque più ricco rispetto a quello parlato al Nord. Quanto al tradurre, la creatività che può esserci mi sembra proprio questa: un’avventura attraverso il dizionario italiano, attraverso i dizionari dei sinonimi e, se è il caso, attraverso qualche rimario. Seguendo un simile percorso, c’è un arricchimento personale che si produce, forse addirittura un godimento che ha luogo nel proprio uso del linguaggio e, quindi, nel proprio contatto con la realtà. Io ho scoperto quanto può essere confortevole parlare usando il passato remoto: in certi casi, inserisce un distacco lì dove ci vuole, una lontananza che il passato prossimo stempera, livellando tutto in un’assenza di prospettiva cronologica. Voglio dire che riuscire a parlare al passato remoto di una propria esperienza non esattamente felice, beh, è innanzitutto un bel conforto: la si relega lontano da sé, la si sente superata. Le scuole di traduzione che parte possono avere in questa formazione? Sulle scuole di traduzione, mah... che dire? Io per tre anni sono stato responsabile della classe di lingua spagnola della SETL, la Scuola Europea di Traduzione Letteraria fondata e diretta da Magda Olivetti, e non nego che sia stata un’esperienza interessante per me. Lì, per la prima volta, mi sono reso conto che un sapere sul tradurre lo possedevo, ma in quella circostanza dovevo trovare il modo per comunicarlo, per metterlo in circolazione. Ho subito lasciato perdere ogni discorso teorico e mi sono messo a lavorare su un testo, traducendolo insieme agli studenti. Intanto, nel tradurre, veniva da fermarsi, da discutere su certe scelte, su certi problemi pratici. Innanzitutto, notavo in certi studenti una diffusa tendenza da stigmatizzare con ferocia: tendevano a impadronirsi del testo da tradurre e a mettere in primo piano se stessi, quando un buon traduttore deve stare sempre almeno un passo alle spalle dell’autore, dentro la sua ombra. Voglio dire che, se uno ha voglia di scrivere romanzi, li scriva e non si metta a tradurre quelli altrui, perché finisce per prevaricare, per imporre malamente il suo gusto. A parte questo, in quell’esperienza didattica i discorsi vertevano su argomenti spiccioli, su quella che chiamerei la “materialità del linguaggio”: le preposizioni, gli apostrofi, le cacofonie, il rispetto della punteggiatura, la ripetizione, che è da evitare, a meno che non sia voluta... Insomma, nulla di troppo alto, perché, come mi piace dire e come ho già scritto altrove, un traduttore si ritrova a doversi sporcare le mani col linguaggio, in una specie di corpo a corpo in cui c’è poco di nobile. Ci si riduce a filtro attraverso il quale una cosa passa e prende altra forma pur trasmettendo sempre gli stessi significati. Ho accettato di svolgere un lavoro simile anche all’università, ma i risultati non sono stati altrettanto buoni: c’era meno tempo, meno interesse da parte degli studenti, la maggior parte dei quali erano lì solo per superare un esame. Non credo che le aule universitarie siano propizie alla trasmissione di un sapere come quello utile per tradurre un testo letterario. Resta il fatto che, quando ho provato a insegnare, alla SETL come all’università, di una cosa mi sono reso conto in fretta: non tutti sono in grado di tradurre. Ossia, una scuola di traduzione è nell’impossibilità di fornire una preparazione specifica a chiunque, perché non tutti intrattengono un certo rapporto col linguaggio e con la 14


letteratura di cui ha bisogno un buon traduttore. In cosa consista questo rapporto, non saprei dirlo adesso, concisamente, ma credo che, riandando a tutto quello che ho finora indicato, si possa riassumere parlando di una certa curiosità per le parole, di un certo rispetto per lo scritto, di un certo lavoro buio, che si compie su una linea di frontiera, mettendosi in gioco e, al contempo, escludendosi da quello stesso gioco. Uno strano modo di vivere, insomma, sempre lì a pasticciare fra il significante e il significato o, se si vuole, a svolgere attività di riordino, talvolta di ripristino, da artigiani del linguaggio o, forse ancora meglio, da casalinghe e casalinghi della letteratura. Lo penso da tempo: c’è una somiglianza fra il tradurre e lo sbrigare incombenze casalinghe. Entrambe le imprese si consumano nell’invisibilità più quotidiana, sono legate a un certo anonimato, si rivelano poco remunerative. Viene da pensare a cose senza nome, eppure indispensabili, perché permettono di vivere nell’armonia e, soprattutto, contribuiscono a tener lontana dal mondo la morte... Potrò sembrare eccessivo, ma un po’ di tutto questo c’è nell’attività di chi traduce.

22 giugno 2000

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Intervista a Marina Rullo

Perché un sito riservato ai traduttori letterari? L’idea di Biblit è nata un paio di anni fa, nel 1999, sulla scia della mia passione per la traduzione letteraria (ho tradotto varie opere dello scrittore scozzese James Hogg) e il desiderio di confrontarmi con i colleghi. All’epoca ero iscritta ad alcune mailing list di traduttori che, però, trattavano principalmente di traduzione tecnica, lasciando ben poco spazio alle problematiche legate alla traduzione letteraria. Seguendo la discussione, mi ero accorta che parecchi colleghi condividevano la mia stessa insoddisfazione, così un giorno mi sono detta: se non esiste un punto di riferimento del genere, perché non crearlo? Così è nata Biblit, la lista di discussione sulla traduzione letteraria da e verso l’italiano, che, partita con una trentina di iscritti, ora conta diverse centinaia di membri in continuo aumento. Il sito di Biblit (www.biblit.it), è nato in un secondo momento, per offrire in modo più articolato tutte le informazioni, le idee e le risorse che in lista non trovavano posto sufficiente. Non volevo limitarmi a uno spazio di confronto virtuale, m’interessava soprattutto offrire risorse concrete a chi muoveva i primi passi o già lavorava nel mondo della traduzione. In questo è stata fondamentale la collaborazione degli iscritti, che mi hanno molto aiutata con i loro preziosi contributi e consigli. Il progetto ambizioso era di diventare un punto di riferimento italiano in Rete per tutti i traduttori letterari o aspiranti tali. E mi sembra che ci stiamo muovendo bene in questa direzione. Che cosa offre Biblit? Oltre alla lista di discussione, cui si è già accennato, il nostro fiore all’occhiello è l’Archivio delle Risorse per traduttori. Nato dai cosiddetti “siti del fine settimana” (segnalazioni di risorse utili che sono solita inviare in lista con scadenza regolare), l’Archivio si è rapidamente trasformato in una miniera di informazioni sempre aggiornate. Nella sola categoria Dizionari e Glossari al momento sono elencati oltre 700 glossari multilingue sugli argomenti più disparati, dall’arte alla zoologia. E se questo non dovesse bastare, dalla sezione Ricerca Diretta è possibile consultare tutti i principali motori di ricerca, senza perdere tempo a spostarsi da un sito all’altro. Ecco una piccola mappa delle altre sezioni del sito: la Biblioteca del Bravo Traduttore offre un interessante elenco di testi utili per traduttori, scelti e recensiti da traduttori. L’Agenda di Biblit segnala eventi, seminari, convegni e incontri riguardanti il mondo della traduzione, nell’Agenda sono anche elencati corsi di traduzione, premi di traduzione e istituzioni italiane e 16


straniere che offrono ospitalità e agevolazioni ai traduttori. L’Edicola di Biblit raccoglie articoli, saggi e interviste sulla traduzione nei suoi aspetti generali o specifici. Strumenti di Lavoro offre una panoramica su diversi strumenti utili, dal programma per calcolare il prezzo di una cartella in diverse valute al metodo per impostare la tastiera con i caratteri cirillici. La Bacheca Legale riunisce tutte le informazioni che riguardano la sfera tecnica della professione: legge sul diritto d’autore, esempi di contratto di edizione. Dalla pagina principale del sito è inoltre possibile accedere a varie sezioni che trattano in modo dettagliato di come impostare efficacemente una ricerca su Internet. In ultimo, tra gli extra, Biblit ospita anche una piccola sezione dedicata ai più giovani, L’Isola di Nives, che segnala siti italiani e stranieri a misura di bambino. A questo proposito, abbiamo anche recentemente ottenuto la certificazione Bollino Verde, concessa ai siti adatti a un pubblico di minori. Quali temi vengono trattati nella vostra lista di discussione? La lista è aperta a qualsiasi richiesta o intervento che riguardi la traduzione letteraria da e verso l’italiano, nel senso più ampio del termine. Ad esempio, abbiamo diversi iscritti che si occupano dell’adattamento dei dialoghi di film stranieri o di tradurre la parte narrativa di videogiochi. Si discute un po’ di tutto, dalle teorie sulla traduzione ai problemi pratici del mestiere, anche se la maggior parte degli interventi riguardano richieste di aiuto su termini di difficile comprensione. Devo dire che gli iscritti si dimostrano sempre molto solleciti in queste occasioni e i dibattiti che spesso seguono a queste richieste sono dei veri e propri seminari “concentrati” di traduzione. Capita anche che la discussione sfoci in qualche iniziativa particolare, la più recente è stata la stesura di una lettera di protesta collettiva da inviare a quanti recensiscono testi stranieri senza citarne il traduttore. Una piccola campagna di sensibilizzazione che intendiamo portare avanti nell’interesse di tutti. Credo che proprio questa capacità di catalizzare l’interesse intorno a un’azione, a un progetto comune sia una delle caratteristiche più importanti della lista. In ogni caso, sono felice di constatare come per molti di noi Biblit sia diventata ormai uno strumento di lavoro quotidiano. Fra gli utenti della vostra lista ho riconosciuto una nota accademica inglese: ci sono anche Biblitiani stranieri? Com’è logico aspettarsi, lo “zoccolo duro” della lista è formato dai traduttori italiani, ma abbiamo anche un’alta percentuale di iscritti stranieri. Le statistiche dei contatti del sito indicano che, dopo l’Italia, i Paesi che ci seguono più fedelmente sono, nell’ordine, Gran Bretagna, Francia, Spagna e Brasile. Ma abbiamo visitatori e iscritti da ogni parte del mondo, dalla Bosnia-Erzegovina alla Nuova Zelanda. Avete contatti con siti simili esteri? Biblit è segnalato da molti siti italiani ed esteri, con i quali siamo in contatto soprattutto per lo scambio di informazioni e risorse. Sarebbe bello se in futuro riuscissimo a unire le forze e a realizzare magari una forma di tutela legale migliore per i traduttori letterari, che da questo

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punto di vista in Italia sono indietro rispetto ad altri Paesi. Quali sono i vostri progetti futuri? Le idee sono tante, anche se purtroppo il tempo a disposizione è poco. Comunque, il progetto che più mi sta a cuore al momento è la realizzazione di una banca dati sui compensi offerti dalle case editrici italiane. Abbiamo già cominciato a ricevere le prime segnalazioni e spero che molti altri colleghi vogliano partecipare all’iniziativa. La posizione debole dei traduttori letterari spesso dipende dall’isolamento e dalla semplice ignoranza delle condizioni del mercato. A volte, anche da un certo timore di uscire allo scoperto. Credo che una banca dati del genere potrebbe aiutare molti di noi a essere più consapevoli dei propri diritti e a ottenere condizioni di lavoro migliori. 10 maggio 2001

Per informazioni Biblit www.biblit.it

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intervista a

Egi Volterrani

Quando e perché hai deciso di dedicarti alla traduzione? Mi sono innamorato della mia insegnante di inglese, eccellente traduttrice. Mi faceva partecipare ai suoi dubbi, alle sue scelte meditate e alle sue gioie. Mi faceva piacere; per corrispondere, ho voluto provare anch’io. Ho proposto a Giulio Bollati, allora direttore editoriale dell’Einaudi, la mia traduzione di un romanzo di Sony Labou Tansi, uno scrittore congolese di espressione francese. È andata. Correva l’anno 1985. Era il mio primo testo tradotto, poi ne ho tradotti più di cento altri, sullo slancio. Qual è la tua formazione? Ho fatto il liceo classico all’Alfieri di Torino. Il mio insegnante di Italiano e di Latino è stato Agostino Barolo, bravo poeta dialettale piemontese e traduttore in versi endecasillabi rimati dell’Africa del Petrarca. Poi, ho fatto Architettura al Politecnico di Torino, con risultati abbastanza brillanti. La mia materia preferita è stata Fisica. Magda Olivetti, traduttrice celebrata, ha fatto con successo studi universitari di Fisica Pura. Ma, chi mi ha insegnato gli scrupoli del traduttore, cioè i segreti del mestiere, l’ho già detto. Parlaci dei libri che hai tradotto. Ne ho tradotti troppi. Quelli che ritengo di avere tradotto meglio sono: il primo, Le sette solitudini di Lorsa Lopez, di Sony Labou Tansi; Giorno di silenzio a Tangeri, di Tahar Ben Jelloun; Dalle ceneri, sempre di T.B.J., una traduzione a fronte, “di servizio”, che ritengo attenta e commossa; Annam e Assenzio, di Christophe Bataille; La Battaglia di Patrik Rambaud; Gli scali del Levante, di Amin Maalouf... Su cosa stai lavorando adesso? Proprio adesso, non ho nuovi contratti di traduzione. Sto portando avanti due testi miei e una traduzione “diversa” del Simposio di Platone. Dal Greco antico, e con sufficiente fatica. Se ne ho l’opportunità, mi piace. Può anche essere utile, ma non sempre. C’è chi dice che si deve portare il lettore al testo e chi dice che si deve portare il testo al lettore. Tu come consigli di procedere? Si deve liberare la mente dai soliti problemi e concentrarsi sul testo da tradurre. Leggerlo 19


con particolare attenzione cercando di individuarne tutte le istanze espressive, anche quelle mediate, derivanti dal suo contesto più generale e da eventuali contesti o riferimenti speciali. Smontarlo e rimontarlo, per ottenere più esattamente possibile, nella mia lingua, lo stesso risultato di espressione che si trova nell’originale, con la stessa soddisfazione o insoddisfazione che ritengo (valuto) possa avere provato l’autore. Faccio attenzione a non aggiungere e a non togliere, e soprattutto a non chiarire e a non scegliere al posto suo, quando lui non ha scelto, a rispettare l’equivoco, eccetera... È un lavoro ambizioso e modesto! Con la riforma, la traduzione è entrata anche all’università. Credi che un corso possa aiutare un giovane a formarsi come traduttore? Non tutti possono avere la stessa fortuna che ho avuto io. La mia amica era bella, sensibile e intelligente. Non ho ancora esperienza di insegnamento della traduzione nell’Università. Ci proverò quest’anno, a Urbino. A priori, ho il timore che, nelle università, i rapporti tra docenti e studenti siano piuttosto laschi. Le scuole di traduzione possono essere utili, almeno lo spero. Devono funzionare come atelier, dove l’insegnante di versione, maestro di bottega, riesca a eccitare la sensibilità e la passione degli allievi e a costruirne le capacità tecniche e sapienziali con metodo maieutico. Se tra chi lavora nell’atelier si instaura un buon rapporto, anche sul piano affettivo, ci possono essere risultati interessanti. Che cosa pensi dei traduttori italiani? Credo proprio che il livello medio delle traduzioni letterarie sia basso, non soltanto in termini di qualità letteraria, ma soprattutto per la validità, per l’attendibilità del trasferimento dei testi da una lingua all’altra. Voglio dire che ci si può facilmente imbattere in testi tradotti in modo “leggibile”, ma troppo lontani dall’originale, non tanto per i contenuti quanto per le qualità stilistiche e per il rispetto dei riferimenti contestuali. Se è vero che si possono, o perlomeno che usa, stravolgere i contesti di un’azione teatrale, che una tragedia classica può essere trasportata ai giorni nostri, è perché nel teatro, come nella trasposizione cinematografica, prevale il momento dello spettacolo su quello letterario. Mi sono sufficienti poche pagine di un libro tradotto sciattamente, o in modo troppo disinvolto, perché io smetta di leggerlo e cerchi di averlo nella lingua originale, se per me è accessibile. Infatti, aldilà del francese, le lingue straniere mi mettono nel panico; tuttavia preferisco soffrire per incapacità mie piuttosto che per quelle, magari presuntuose, degli altri. Credi che all’estero le cose vadano meglio? Non accade solo in Italia che una parte consistente delle traduzioni pubblicate sia scadente sul piano della qualità. So di non sbagliare, se dico che in Francia è la stessa cosa. Che colpa ne hanno gli editori? Ritengo che la saccenza degli editori, che spesso non leggono i libri che pubblicano né prima né dopo la traduzione, sia tale da fare credere loro che tutte le traduzioni siano più o meno equivalenti, cioè mediocri. Perciò si sentono autorizzati “a spendere poco”, a pagare poco i traduttori. Ma spesso: “Talis pagatio, talis picturatio”, secondo il motto degli 20


imbianchini. Quanto a me, mi sforzo di tradurre al meglio delle mie capacità anche quando sono pagato davvero poco. Perché: A) Se ho accettato condizioni umilianti dev’essere perché il libro mi è piaciuto e mi dispiacerebbe fosse tradotto con poca cura. B) In generale, non è colpa dell’autore se la traduzione è malpagata. Ho cercato qualche volta di fare intervenire l’autore nel merito: ma non è mai successo, non ci sono mai riuscito. 8 novembre 2001

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intervista a

Giuliana Zeuli

Quando è nata la Casa del Traduttore irlandese e che cosa si propone? La casa, o collegio o centro del traduttore irlandese che dir si voglia, è un’entità virtuale nata nel 1995 da una cooperazione a tre tra la Irish Translators’ and Interpreters’ Association, (ITIA), che ha preso l’iniziativa nella mia persona, il Tyrone Guthrie Centre di Annaghmakerrig (Contea di Monaghan, Irlanda), che fornisce l’ospitalità, e la Commissione Europea, che mette a disposizione i fondi tramite i vari programmi di sovvenzione per le attività culturali: Kaleidoscope e Ariane in passato e adesso Cultura 2000. Opera nell’ambito della rete europea RECIT-Réseau Européen des Centres de Traducteurs Littéraires, che riunisce i collegi (o case o centri) dei traduttori letterari europei i quali hanno tutti, nelle loro diversità, lo scopo primario di valorizzare il lavoro dei traduttori letterari come intermediari culturali, facilitandoli, tra l’altro, nei seguenti modi: - fornendo a chi traduce letteratura un luogo di lavoro tranquillo in cui sia possibile dedicarsi esclusivamente al proprio lavoro, liberi da pressioni di tipo domestico, familiare, professionale, sociale; - fornendo a chi traduce la letteratura, la cultura, il paesaggio e la vita di un paese e di una civiltà la possibilità di vivere quel paesaggio, quella lingua, quella realtà a contatto diretto, seppure per un breve periodo di tempo; - facilitando incontri con l’autore, seminari, formazione e attività varie. Come è organizzata? Essendo un’entità virtuale, la “Casa” non esiste, ma esiste un’organizzazione che si occupa di tutte le attività che vanno dalla richiesta di fondi all’accettazione e al vaglio delle domande, al coordinamento delle date e della disponibilità, alla verifica della documentazione e così via. Tutte mansioni che mi competono nel mio ruolo di coordinatrice. Tutto quello che riguarda le strutture di accoglienza è competenza del Tyrone Guthrie Centre, un centro per artisti di tutte le discipline, dalla musica al teatro alla scultura alla letteratura alla traduzione letteraria. Quali servizi vengono offerti agli ospiti? Una borsa offre un soggiorno gratuito che va da un minimo di tre a un massimo di quattro settimane, compresi i pasti, e un congruo contributo alle spese di viaggio. Le camere sono molto accoglienti e l’atmosfera è estremamente piacevole, elegante e tranquilla, da monastero 22


in quanto favorisce la concentrazione e lo studio, ma anche da villa di campagna per quanto riguarda le comodità, le strutture, gli arredi e l’ottima cucina. Chi lo richiede può avere l’uso di un computer, anche se sempre più spesso i traduttori viaggiano con il proprio computer portatile. Purtroppo quello che manca è una biblioteca di ricerca e consultazione adatta alle esigenze dei traduttori letterari. Questo svantaggio è in parte compensato dall’atmosfera di estrema convivialità che facilita i rapporti tra i vari artisti: l’unica condizione “imposta” ai residenti per volontà testamentaria di Tyrone Guthrie, proprietario originale della casa, è che si ceni tutti insieme la sera attorno al tavolo nell’ampia cucina. Ed è intorno al tavolo, la sera, che si sviluppano contatti e conversazioni che finiscono col dare ai traduttori l’accesso a ‘fonti primarie’ di informazioni linguistico/ culturali. Come selezionate i traduttori? Il processo di selezione è abbastanza semplice. Ricevute le domande, che devono essere corredate di curriculum, informazioni sul testo da tradurre e contratto con l’editore, si dà la preferenza, nell’ordine: a chi traduce dall’inglese o dal gaelico testi di autori irlandesi; a chi traduce dall’inglese; a chi traduce. Ci è capitato, avendo la disponibilità, di ospitare traduttori di spagnolo verso l’italiano o verso l’inglese, ma sono casi rari. Quello che ci limita molto nella selezione però sono le condizioni legate alle sovvenzioni che ci consentono di operare. I fondi vengono stanziati a volte con molto ritardo nel corso dell’anno, ma le scadenze sono inderogabili, quindi ci troviamo spesso a dover decidere molto in fretta e a scegliere, tra i candidati che soddisfano tutti i requisiti, quelli che sono disponibili a venire a breve scadenza. Per farti un esempio, rispetto a una scadenza fissa di fine marzo, per vari anni siamo stati informati in autunno, e una volta addirittura dopo Natale, che la nostra richiesta di sovvenzione era stata accettata. Quindi il programma che avrebbe dovuto svolgersi nell’arco di 9-12 mesi e concludersi a fine marzo di fatto ha finito col ridursi a pochi mesi. È ITIA, l’Associazione dei Traduttori Irlandesi, a gestire la Casa? Sì e no. Come ho già spiegato ITIA e la Casa, se per Casa s’intende il Tyrone Guthrie Centre, sono due entità distinte e separate che collaborano al programma di borse di studio per i traduttori letterari. È vero che è stata l’ITIA a farsi promotrice dell’organizzazione di questo programma, in un periodo in cui sono nate anche in altri paesi europei le case del traduttore che definirei forse di “seconda generazione” (Amsterdam, Bruxelles) rispetto alle veterane come Straelen, Arles, Procida, Norwich e Tarazona. Ed è vero che è ITIA a gestire il programma, ma questo, lo ripeto, ci è possibile solo grazie alla cooperazione dei nostri due partner: il Tyrone Guthrie Centre, che si occupa delle strutture di accoglienza, e la Commissione Europea che ci finanzia. ITIA è un’associazione che rappresenta tutte le categorie professionali legate alla traduzione e all’interpretariato in Irlanda, di cui i traduttori letterari costituiscono una minoranza. Le nostre risorse finanziarie si limitano alle quote di iscrizione che pagano i nostri soci e ci sarebbe dunque impossibile sostenere la struttura necessaria alla gestione di una casa del traduttore “in calce e mattoni” con le nostre sole 23


risorse economiche e di personale. Tra le nostre iniziative, questa è senz’altro la più ambiziosa per quanto riguarda la portata e la durata nel tempo, e sicuramente tra le più impegnative, ma è anche una delle più soddisfacenti. Quali iniziative si affiancano alla Casa del Traduttore? A questa iniziativa si affiancano molte altre attività, tra cui appuntamenti regolari come la Giornata di Celebrazione della Traduzione in maggio, riservata ai soci, tenutasi per la prima volta l’anno scorso e ripetuta anche quest’anno; la Giornata Internazionale della Traduzione a fine settembre, che celebriamo con un incontro articolato sul tema proposto di anno in anno dalla F.I.T. e coincide anche con il conferimento del Prix de l’Ambassade, organizzato in associazione con l’ambasciata francese; l’assemblea generale di ottobre a cui si accompagna in genere uno dei due seminari all’anno sulle nuove tecnologie. E appuntamenti ad hoc, come la serie delle Millennium Lectures, svoltasi in varie puntate nel corso del 2000, o il premio di traduzione riservato agli studenti delle scuole secondarie, in collaborazione con il Ministero della Pubblica Istruzione, bandito l’anno scorso in occasione dell’anno europeo delle lingue. E non è escluso che anche questo diventi un evento regolare del nostro calendario. Vuoi parlarci del Tyrone Guthrie Centre? Il Tyrone Guthrie Centre si trova vicino Newbliss, nella contea di Monaghan, a due ore da Dublino e al confine con l’Irlanda del Nord. Era la residenza di campagna di Sir Tyrone Guthrie, noto produttore e regista di teatro di fama internazionale, che ha voluto preservarne l’integrità creandovi un centro per artisti poi lasciato in eredità a tutto il popolo irlandese. Continua a svolgere tuttora questa funzione, sotto l’amministrazione congiunta dell’Arts Council irlandese e di quello dell’Irlanda del Nord, ospitando artisti di tutte le discipline, seminari e gruppi di lavoro e perfino un’orchestra sinfonica. Come traduttrice letteraria, questa continua frequentazione di colleghi stranieri che vengono a soggiornare nella Casa, che tipo di esperienza è? Qui metti il dito nella piaga perché, viste le distanze e la suddivisione di responsabilità che è alla base della nostra organizzazione, una volta accettate le domande e definite le date, dopo aver impartito le istruzioni su come arrivare al Tyrone Guthrie Centre e confermato gli ultimi dettagli, il mio ruolo cessa. In pratica, non mi succede quasi mai di incontrare di persona i traduttori che ottengono le nostre borse di studio, almeno non ad Annaghmakerrig, ed è una cosa che mi dispiace molto, proprio perché vorrei completare con il contatto personale una conoscenza già iniziata con quello epistolare. Capita, naturalmente, che qualche traduttore si fermi a Dublino, dove vivo, o venga giù apposta per conoscermi, oppure che capiti a me di essere su a lavorare o per qualche altro motivo specifico. E sono incontri dai quali emerge sempre una forte affinità, un’amicizia in fieri che non tarda a svilupparsi. Nel giro di un’oretta passata a bere un caffè o una Guinness, ritroviamo amici e conoscenti in comune, autori amati o tradotti da entrambi, esperienze condivise. Capita anche magari di ritrovarsi altrove, nei luoghi d’incontro 24


ormai fissi dei traduttori letterari in Europa. Ho conosciuto per esempio alle Assises di Arles diverse traduttrici francesi che erano già state al Tyrone Guthrie Centre o che ci sono venute dopo, e ho perfino ricevuto tramite Biblit i saluti di alcuni dei residenti degli anni passati. Resta, comunque, un gran bel rapporto, anche quando si limita alla sola corrispondenza. Mi resterà sempre in mente la traduttrice bulgara che alla sua firma ha fatto precedere le parole “Love, love, love” o il traduttore catalano che mi ha scritto: “Hai un amico a Barcellona!”. E chi potrebbe chiedere di meglio che un buon amico in ogni paese europeo? 2 maggio 2002

Per informazioni Tyrone Guthrie Centre www.tyroneguthrie.ie ITIA-Irish Translators’ and Interpreters’ Association Cumann Aistritheoirí agus Teangairí na hÉireann www.translatorsassociation.ie

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Intervista a Stefano Arduini

Il corso di traduzione editoriale che dirigi ormai da sei anni alla SSIT San Pellegrino è fra i pochi a riservare un certo spazio alla teoria della traduzione. In che modo questa materia può contribuire alla formazione di un professionista? Teoria significa per me studiare le idee sulla traduzione che circolano in un certo periodo e come esse possono influenzare il lavoro del traduttore. Ovviamente, non ha nulla a che fare con il proporre norme o indicazioni. Credo allora che tenere conto di quello che è, ad esempio, il ruolo e l’immagine del traduttore sia importante da proporre come oggetto di riflessione per chi inizia a lavorare in questo campo. Se si pensa che il traduttore svolga un ruolo culturale importante, non si può fare a meno di riflettere su quelle che sono le idee che le istituzioni e la società hanno sulla traduzione; idee che stanno sotto al lavoro dei traduttori e che non sempre sono del tutto evidenti, ma che condizionano le pratiche traduttive. Penso, ad esempio, che occorra chiedersi perché il traduttore è stato collocato in una sorta di periferia intellettuale quando in realtà la traduzione è uno degli strumenti centrali di formazione di una identità culturale. Solo in tal senso può e deve trovare spazio un discorso teorico e critico. Esso serve a dare una collocazione e un ruolo preciso al traduttore in una società. Qual è il rapporto fra teoria e pratica della traduzione e come hai strutturato le due parti all’interno del corso? Penso che il rapporto sia quello che esiste fra qualunque pratica e la possibilità di riflettere criticamente su di essa. Una pratica sociale, com’è la traduzione, se non vuole trovare legittimazione solamente nel mercato, deve avviare una riflessione su se stessa, sulla sua funzione e sui condizionamenti a cui è sottoposta. È molto importante comprendere il rapporto esistente fra qualunque elaborazione testuale e ideologia. Potremmo affermare, ad esempio, che nel lavoro del traduttore si può osservare, meglio che altrove, come l’ideologia svolga un ruolo fondante nella creazione di una identità. Si potrebbe dire, anzi, che proprio là dove le scelte sembrano arbitrarie e interne a una strategia puramente letteraria si manifestino i segni di come i gruppi sociali si posizionino nei confronti di un’appartenenza a una cultura, razza o religione. E le scelte traduttive non sono immuni da questo. Vorrei citare Barbara Godard, a tale proposito, e il suo articolo Theorizing Feminist Discourse/Translation, pubblicato nel volume curato da Susan Bassnett e André Lefevere, Translation, History and Culture (London-New York, Pinter, 1990). In questo senso all’interno 26


del corso Tradurre la Letteratura, la teoria non è intesa, come crede chi ne è a digiuno, in termini di norme da suggerire al traduttore, ma come occasione per riflettere sulla propria attività creativa. Credi che la scarsa consapevolezza teorica di molti traduttori influisca sulla mancanza di riconoscimento che lamenta la categoria? Non è tanto la mancanza di consapevolezza teorica quanto piuttosto la mancanza di riflessione sulla propria funzione che crea problemi. Seguo quotidianamente la lista Biblit. Sono frequentissime le lamentele sulla poca considerazione, sull’essere poco pagati, sulla mancanza di status. Si finisce così per alimentare l’idea del traduttore letterario come di qualcuno che non si capisce bene perché faccia quel che fa, un “eroe” o un “idiota” o tutte e due le cose assieme. Non è così in molti paesi stranieri e forse occorrerebbe interrogarsi su quello che è il mercato editoriale italiano. Ecco, la mancanza di riflessione sulla propria funzione all’interno del polisistema letterario finisce per fare del traduttore un senza casta e non l’intellettuale che in realtà è. Qual è, a tuo avviso, il ruolo del traduttore? Lawrence Venuti ha scritto che la traduzione esercita un potere di gran lunga superiore a quello che pensiamo perché è fondamentale nella costruzione della propria identità nei confronti delle altre culture. La scelta dei testi e lo sviluppo di strategie traduttive può selezionare dei canoni letterari stranieri in rapporto ai valori estetici della cultura d’arrivo, in cui si manifestano esclusioni e ammissioni. I modelli traduttivi consolidati riescono a fissare stereotipi attraverso cui percepire le culture straniere, escludendo valori, contrasti e conflitti che la cultura d’arrivo non giudica in quel momento rilevanti. Credo sia abbastanza importante comprendere che i valori che stanno sotto i canoni sono di solito di tipo istituzionale o professionale e sono inizialmente definiti dalle istituzioni e dagli specialisti, editori, critici e successivamente assimilati dai traduttori che possono accettare incondizionatamente, mettere in discussione o revisionare i canoni. Come ancora scrive Venuti, qualsiasi valutazione di un progetto traduttivo non può prescindere dal considerare le strategie discorsive impiegate, il loro assetto istituzionale, le funzioni sociali e gli effetti. Tutto questo ci dice che la traduzione non è dunque un semplice problema di lingua e comunicazione, ma svolge una funzione di mediazione essenziale. Il ruolo del traduttore è dunque centrale perché è attraverso la sua opera che possono essere trasmessi stereotipi culturali o possono essere criticate alcune maniere di guardare ciò che sta fuori dei nostri confini. È un ruolo di mediazione culturale e come tale è pieno di responsabilità, presuppone un’etica del tradurre precisa. Come è nato e di cosa si occupa il CETRA, Centre for Translation, Communication and Culture, dell’Università di Lovanio? CETRA ha cominciato i propri seminari e corsi nel 1989 a Lovanio. La principale attività del Centro è quella di formare giovani studiosi nel campo della traduzione e di svolgere un 27


ruolo di coordinamento in progetti internazionali. Ogni anno CETRA offre un corso estivo di tre settimane. Fino al 1996 i seminari si sono tenuti direttamente a Lovanio, mentre dal 1997, sempre per conto dell’Università di Lovanio, si tengono a Misano Adriatico (Rimini), presso la Scuola Superiore per Interpreti e Traduttori. Dal 1989, hanno preso parte ai corsi più di 250 studenti. Sono stati docenti del corso i principali studiosi internazionali della traduzione: Gideon Toury, Anthony Pym, Susan Bassnett, Mary Snell-Hornby, André Lefevere, Lawrence Venuti, Albrecht Neubert. Docenti sono fra gli altri: José Lambert, Yves Gambier, Theo Hermans. Quest’anno sarà CETRA professor Maria Tymoczko. Raccontaci più nel dettaglio come è organizzato questo corso estivo. Si tratta di tre settimane molto intense. C’è un CETRA professor che tiene una serie di lezioni. Inoltre gli studenti debbono presentare un progetto di ricerca che viene seguito dai tutors che sono: Dirk Delabastita, Anthony Pym, Yves Gambier, Andrew Chesterman, Theo Hermans, Gideon Toury, insomma quanto di meglio offre la traduttologia internazionale. Tutto il lavoro è in inglese, anche perché gli studenti arrivano da tutte le parti del mondo. Lo scorso anno erano rappresentati tutti i continenti e 20 paesi diversi. Per molti anni l’università italiana ha pressoché ignorato la traduzione, sia come teoria sia come pratica. Ora, con la riforma, sembra volersi aprire a questo settore. Cosa ne pensi? Insegno all’Università da sedici anni. Per anni la traduzione è stata considerata solo un mezzo per apprendere le lingue. Vorrei ricordare che spesso non erano nemmeno accettate tesi di traduzione nelle lingue moderne. Magari si può dire che è curioso che proprio chi fino all’altro ieri aveva questi atteggiamenti sia diventato oggi un sostenitore accanito dei corsi di traduzione. Riguardo alla riforma, non riesco ancora a vedere chiaramente. Quello che si può notare è la grande crescita dell’offerta formativa. Fra Corsi di Laurea e Scuole per Interpreti e Traduttori esistono circa quaranta luoghi dove si può diventare traduttore. Ma la qualità è difficile ancora da giudicare. Comunque, credo che sia da accogliere positivamente il nuovo ventaglio di alternative, la possibilità di scegliere è sempre una ricchezza. 17 giugno 2002

Per informazioni Corso Tradurre la Letteratura www.istitutosanpellegrino.com Corso CETRA http://fuzzy.arts.kuleuven.be/cetra/

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Intervista a Maite Solana

Quando è nata la Casa del Traduttore e dove si trova? Fu Francisco Uriz, un traduttore specializzato in lingue nordiche che aveva vinto il Premio Nazionale di Traduzione, a fondare la Casa quindici anni fa, nel 1987, sul modello di altri due centri sorti precedentemente in Germania, nella cittadina di Straelen, e in Francia, ad Arles. La Casa si trova a Tarazona, in Aragona, a un’ora di auto da Saragozza e vicinissimo alla Navarra, alla Mancia e a La Rioja. È una bella città molto tranquilla, di undicimila abitanti, dove si può ancora scorgere negli edifici e nei monumenti la presenza di tutte e tre le culture di Spagna: cristiana, ebraica e araba. Come è organizzata? La Casa ha sede in una villetta moderna a quattro piani. Oltre agli uffici amministrativi, ci sono cinque camere per i traduttori ospiti, una biblioteca, una stanza dei computer, una cucinasala da pranzo, un giardino. Negli uffici dell’amministrazione lavorano due persone, la mia assistente Carmen López e io. La Casa è aperta tutto l’anno e i traduttori possono soggiornarvi per un periodo che va dai quindici giorni ai tre mesi. Che tipo di esperienza offre il vostro centro a un traduttore? Innanzitutto, dà la possibilità di conoscere traduttori di altri paesi e di condividere le loro esperienze. E poi il fatto di uscire dal solito posto di lavoro (la maggior parte dei traduttori lavora in casa), di lasciarsi alle spalle la vita di sempre, permette di concentrarsi e calarsi nel testo in modo diverso. Qui, inoltre, si può accedere facilmente a tutta una serie di opere di consultazione, dizionari, enciclopedie specializzate e così via. Molti traduttori hanno anche la possibilità di conoscere gli scrittori tradotti. Agli stranieri che traducono dallo spagnolo, infine, il soggiorno consente di immergersi nella lingua su cui lavorano, un vantaggio non indifferente. In genere, tutti i traduttori considerano questa esperienza molto positiva e la maggior parte di loro torna a ripeterla. Come vengono selezionati i traduttori ospiti? Di norma, ci sono tre criteri da soddisfare: la persona che richiede la borsa deve essere effettivamente un traduttore, la traduzione per cui fa domanda deve avere un contratto con un 29


editore, in modo da essere sicuri che verrà pubblicata, e infine l’opera in questione deve essere dotata di una certa qualità letteraria. Se ci sono queste premesse, il traduttore può presentare richiesta, accludendo un curriculum e una breve presentazione del progetto di lavoro. Naturalmente, siamo pronti a valutare anche casi particolari, ad esempio traduttori esordienti che non hanno tre opere pubblicate, il minimo richiesto, o traduttori di poesia che molto spesso affrontano il lavoro senza avere ancora un contratto. Quali sono i paesi più rappresentati? Nella Casa di Tarazona passano una sessantina di traduttori all’anno e senza dubbio la maggior parte proviene da paesi europei. Tanti arrivano dall’Est: Russia, Bulgaria, Ungheria, Romania, ma negli ultimi tempi abbiamo parecchi ospiti del Regno Unito. Naturalmente ci fanno visita anche molti traduttori spagnoli. Ogni anno, in ottobre, la Casa organizza le Jornadas en torno a la Traducción Literaria, tre giorni di conferenze, tavole rotonde, seminari con scrittori e traduttori di molti paesi. Sì, le Jornadas sono ormai giunte alla loro decima edizione, che quest’anno si terrà dal 18 al 20 ottobre. Nel corso del tempo abbiamo invitato alcuni dei più importanti scrittori spagnoli: Juan Goytisolo, Ana María Matute, Bernardo Atxaga, Julio Llamazares, Alfredo Bryce Echenique, Javier Tomeo... Stavolta avremo Rosa Regás. Questi tre giorni sono diventati l’appuntamento più importante dei traduttori spagnoli, anche se stanno acquistando un carattere sempre più internazionale. In genere si contano da duecento a duecentocinquanta partecipanti fra traduttori, scrittori, specialisti, accademici, studenti. Uno dei vantaggi delle Jornadas è proprio il pubblico molto eterogeneo. Quali sono le altre attività della Casa? Oltre ai soggiorni dei traduttori e alle Jornadas, organizziamo seminari con scrittori (il prossimo sarà a ottobre, con Nuria Amat), presentazioni di libri, letture poetiche, tavole rotonde. E poi ogni anno, a fine giugno, in collaborazione con altri centri europei, abbiamo una specie di scuola estiva, i Seminari Internazionali di Formazione, per giovani traduttori e scrittori. Pubblicate anche due collane di traduzioni. Sì, abbiamo due piccole collane. I Papeles de Tarazona sono dedicati alla traduzione poetica, in particolare a liriche di autori stranieri ancora inediti in Spagna, mentre nei Cuadernos de Tarazona ospitiamo opere in prosa con testo a fronte. Nei primi numeri dei Cuadernos abbiamo pubblicato la traduzione di un racconto di Saki, realizzata nella Casa da un gruppo di studenti dell’Università Autonoma di Barcellona, un testo breve di Samuel Beckett e la Lettera di Lord Chandos di Hugo von Hofmannsthal. Abbiamo anche un bollettino trimestrale con informazioni sulle nostre varie attività, il bando delle borse di studio per i soggiorni nella Casa e così via. 30


Quali rapporti intrattiene la Casa con le associazioni dei traduttori? La Casa ha ottimi rapporti con tutte le associazioni e le associazioni, da parte loro, si incaricano di diffondere tra gli iscritti le nostre attività. La Casa, del resto, ha un organo di consiglio che accoglie rappresentanti delle varie associazioni: basca, gallega, catalana, e poi Ace Traductores, una delle associazioni più importanti, forma direttamente parte del Consiglio di Amministrazione. Quali progetti avete per il futuro? In questo momento, diamo priorità al cambio di sede, perché quella attuale ci va un po’ stretta. Stiamo restaurando un palazzo del Cinquecento, sempre a Tarazona, la Casa del Capitano, che ci consentirà di triplicare il numero dei traduttori ospiti e di organizzare nuove attività. Ma abbiamo anche molti altri progetti: la pubblicazione di una rivista che da tempo ha trovato il suo titolo, La nave di Babele, e di una raccolta di saggi sulla traduzione, la nascita di un Premio... Con la nuova sede speriamo di riuscire anche ad accrescere i nostri finanziamenti in modo da poter realizzare tutti questi piani. 25 luglio 2002

Per informazioni Casa del Traductor www.casadeltraductor.com

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Intervista a Gianni Scalia

Quando e come è nata la rivista In forma di parole? In forma di parole, che per chi non lo sa è un emistichio dantesco del Paradiso: “Fecesi voce quivi e quindi uscissi / per lo suo becco in forma di parole, / quali aspettava il core ov’io le scrissi”, è nata nel 1980, preparata in qualche modo da conversazioni fra pochi amici di lungo corso che a parte me, italianista, erano tutti studiosi di letterature straniere, europee ed extraeuropee. Eravamo alla fine degli anni Settanta e volevamo attribuire alla parola poetica un’azione di fronte alle parole in azione dell’attivismo culturale, politico e mediatico. Ci venne l’idea di fare una rivista che traducesse e pubblicasse testi in forma antologica, e nel corso degli anni anche opere poetiche complete, di autori stranieri. Quindi una rivista di traduzioni? Sì, ci proponevamo di far conoscere alla cultura italiana autori e testi sconosciuti. Ci piaceva molto una frase di Édouard Glissant, che dice: “Essere monolingui in cospetto alle lingue di tutto il mondo”. Così abbiamo costituito una specie di comunità di traduttori da tutte le lingue a noi accessibili. Questa impresa almeno in parte l’abbiamo realizzata senza compromessi con i modi storiografici della comparatistica accademica. I collaboratori di In forma di parole sono moltissimi. In dicembre pubblicheremo il catalogo della rivista, che si chiamerà in modo legittimo Indice storico 1980-2000, e abbiamo riempito molte pagine di indici alfabetici di autori, traduttori e commentatori. Ogni numero di In forma di parole si struttura intorno a un tema. Ecco, questo è quanto accade da qualche anno, perché in realtà per un decennio, dal 1980 al 1990, la rivista si è presentata in una veste antologica o rapsodica, insomma in ogni numero c’erano testi di varia provenienza, senza un progetto organico. Invece, a cominciare dai primi anni Novanta, abbiamo pensato di fare numeri strutturati intorno a un tema, un motivo o un mito letterario; per esempio nel primo numero del 2002, Le metamorfosi di Pierrot, abbiamo raccolto tutti i testi della letteratura francese che, dalla metà dell’Ottocento ai primi del Novecento, si richiamano alla figura di questa antica maschera della commedia dell’arte italiana. Abbiamo realizzato anche numeri monografici su un solo autore, poco conosciuto o sconosciuto in Italia.

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Se ripensi alla lunga storia della rivista, quali sono gli autori e i testi che per primi ti tornano alla mente? Componendo il catalogo della rivista, un’opera faticosissima, pensa quanti nomi mi vengono in mente, troppi... E poi, è vero che si fa distinzione di solito tra poeti massimi, medi e minori, però, come nella rosa dantesca, tutti godono della beatitudine. Ti dirò quali numeri ci sono più cari e ci sono costati più fatica, dato che la fatica è meritoria, benché nella cultura italiana “ufficiale” più fai fatica meno sei riconosciuto, anche se noi a dire il vero qualche riconoscimento l’abbiamo avuto. Abbiamo avuto un premio nazionale del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e in luglio di quest’anno abbiamo ricevuto il premio Vittorini di Siracusa. Comunque, i numeri che mi sono più cari sono quelli dedicati all’androgino, all’angelo, ai poeti francesi fra Cinquecento e Seicento, grandi poeti tradotti pochissimo, e poi i tentativi antologici degli ultimi anni su alcune letterature straniere, per esempio sui poeti finlandesi, norvegesi, polacchi e, tra poco, sulla poesia albanese contemporanea, la prima antologia in proposito per l’Italia. Ultimamente, abbiamo dedicato la nostra ricerca, sempre di inediti, anche alla poesia in dialetto italiano: poeti in genovese e poeti in dialetto veneto, e ne stiamo preparando altri. In forma di parole esplora anche letterature lontane. E’ vero che eravate gli unici in Italia ad aver pubblicato lo scrittore cinese vincitore dell’ultimo Nobel? Sì, è vero, l’ultimo Nobel cinese, che è anche l’unico Nobel a un cinese, l’abbiamo pubblicato per primi oltre dieci anni fa, quando nessuno ne sapeva niente. Era un testo drammaturgico intitolato Fermata d’autobus. Ma noi non ci insuperbiamo delle primizie, l’importante è far conoscere alla cultura italiana cose che la cultura italiana non conosce, non vuole conoscere o ci fa conoscere solo secondo criteri di marketing industriale. Di tanto in tanto la rivista stampa anche piccoli volumi. Vuoi parlarcene? Dalla metà degli anni Novanta, insieme ai quattro numeri all’anno, oltre al supplemento chiamato Pomerio, che regaliamo agli abbonati, abbiamo fatto anche Quaderni dedicati a scrittori italiani, ad esempio, Sergio Quinzio e Albino Pierro, con loro scritti inediti e postumi. Sono quaderni che raccolgono scritti inediti e postumi. Quali progetti hai per la rivista? C’è un solo progetto fondamentale, che è quello di sopravvivere. Abbiamo resistito ventidue anni e, data la relativa mortalità delle riviste letterarie in Italia, siamo tanto stupiti quanto compiaciuti. L’idea di fondo è sempre quella e si può riassumere in una frase di Hölderlin che ci è molto cara: “Assicurare ai poeti un’esistenza nella città”. In forma di parole è una rivista di traduzioni. Cosa è per te la traduzione? Novalis parlava del legame di poetare e tradurre. E Proust diceva che il compito di uno scrittore è anche quello del traduttore. La traduzione, oltre l’evidente dovere, che certo è anche gioia nella fatica, di far conoscere nella nostra lingua testi e autori di tutte le lingue possibili, 33


vuol dire essenzialmente tradursi. Se si tratta di una traduzione letteraria. Secondo Benjamin, “Il tradurre è un processo che modifica non solo il testo originario ma la lingua stessa del traduttore”. Ogni atto scritto, ma forse anche mentale, è quello di tradursi di fronte all’altro; insomma la traduzione è una specie di dovere-responsabilità del rapporto con l’altro. Se ci traducessimo nella reciproca ospitalità del traducente e del tradotto, forse riconosceremmo nella pluralità delle lingue l’unità della comunità umana. 2 settembre 2002

Per informazioni In forma di parole www.informadiparole.it

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Ilide Carmignani

Parlando di Traduzione Biblitiana Dicembre 2009


Ilide Carmignani, Parlando di traduzione